Al cospetto dei testimoni del tempo - LUNIGIANA MONUMENTALE - Edizione digitale completa

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FREE PRESS

LUNIGIANA MONUMENTALE LA SPEZIA & GOLFO DEI POETI VAL DI MAGRA CINQUE TERRE & RIVIERA VAL DI VARA MASSA-CARR ARA MASSA-CARRARA & APUANIA

MAPPA all’interno

“ Al cospetto dei testimoni del tempo Edizioni

magazine

italiapervoimagazine.it


da

O sc ar

Porto Mirabello - Viale Italia snc La Spezia (SP) Ristorante +39 0187 779188 Piscina +39 366 1242333 akuadaoscar@gmail.com www.akuadaoscar.it

I

l locale è situato all’interno dell’incantevole Porto Mirabello, dove gli ospiti potranno godere di una splendida vista mare ad un passo dal centro città. Al ristorante A ku a proponiamo una cucina semplice e tradizionale, caratterizzata da piatti che mirano ad esaltare l’eccellenza delle materie prime impiegate. Potrete gustare momenti indimenticabili in e godere di un’importante cantina che vanta oltre 180 etichette tra bollicine, bianchi e rossi, italiani e francesi.

T

he restaurant is located inside the enchanting Porto Mirabello, where the guests will enjoy the beautiful sea view just a stroll away from the city centre. We propose a simple and traditional cuisine, with delicious dishes which exalt the excellent ingredients. You will spend unforgettable moments our important wine selection of over 180 different labels of sparkling, white and red, Italian and French wines.


Accesso alla piscina da giugno a settembre con noleggio lettini e teli mare e light lunch al bar incluso. Il bar propone colazioni, e pranzi veloci.

Access to the

swimming pool from June

to September provides sun loungers and beach towels rental and light lunch at the bar included. The bar offers breakfasts and quick lunches.


B

RANDS

La Spezia

che ci hanno

SCELTO Lerici

Sarzana

Ameglia

Portovenere Mulazzo

Pontremoli

Villafranca in Lunigiana


Riomaggiore

Bagnone

Aulla Monterosso al Mare

Varese Ligure

Levanto Brugnato

Moneglia

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EDITORIALE

Gino Giorgetti Direttore Editoriale

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Il nostro sito

Canali social Italia Per Voi

Come già delineato lo scorso anno con “Orma di Dante non si cancella”, anche questa nuova pubblicazione di Italia per Voi vuole andare “oltre” strativi di province e regioni per illustrare le caratteristiche peculiari di un territorio unico, la Lunigiana Storica, la cui identità ha saputo attraversare i secoli e i millenni. Qui, a partire dall’epopea dei Liguri-apuani, padroni indiRoma, si arriva ai giorni nostri passando attraverso quella ricostituzione della società cristiana post-barbarica che, in forza delle successive, alterne vicende tra Vescovi di Luni e i Malaspina, ha portato al soggiorno fatale di Dante, il quale, nel dare i natali linguistici ad una Italia che si faceva culla di una nuova Europa, trasse ispirazioni cruciali lasciando un’orma indelebile. È questa la prospettiva attraverso la quale Italia per Voi propone la Lunigiana Storica al turista, si tratti di un visitatore di prossimità o internazionale, di un ospite occasionale oppure di un cercatore seriale di emozioni culturali, naturalistiche o enogastronomiche. E questo anche perché la Lunigiana, in ogni mese dell’anno, con la sua Riviera e le sue valli, con i suoi borghi a strapiombo sul mare o sulle sommità dei colli, con i suoi castelli e poi con i , le varietà dei boschi e i monti che la circondano a due passi sibilità di soggiorno. La Lunigiana Storica è un territorio limitato ma completo, che rappresenta la sintesi perfetta della condizione ambientale a cui aspirano gli abitanti della grande e della piccola città. Ecco, dunque, spiegato il nostro sforzo editoriale, da sempre teso alla descrizione e alla comprensione di un lembo di terra rimasto ancora miracolosamente a misura d’uomo e dove sussistono tutte, ma proprio tutte, le condizioni (e pure le ragioni) per trascorrere una vacanza o un soggiorno alla ricerca di emozioni che non si scordano. Qui succede spesso a inglesi, francesi, tedeschi e a molti italiani in fuga vacanziera dalle grandi metropoli, che si il valore e il sapore del buon vivere. Allora quale motivo più idoneo, dopo Dante, maestro dei maestri, se non i Monumenti, per parlare delle unicità di una regione mancata ma tanto speciale? Dopo oltre sette mesi di lavoro di ricerca e produzione commerciale, giunti all’apertura della stagione turistica di questo 2022, passiamo dunque in rassegna un primo gruppo di “capolavori nostrani” irrinunciabili. Lo facciamo ripromettendoci di valutare, con altro progetto dedicato, l’opportunità di una edizione integrativa in un prossimo futuro.


“Al cospetto dei testimoni del tempo” Importante considerare che ogni monumento oggi proposto un luogo ma anche un brand che noi consigliamo e raccomandiamo. Primo, perché imprenditori che investono nella Cultura sono senza ombra di dubbio persone di valore. Secondo, perché si tratta di vere professionalità di cui si possono portare a casa i frutti del loro impegno assieme ai propri ricordi. Lunigiana Monumentale è la continuazione di un progetto che intende divulgare, con le sue uscite tematiche, i contenuti di un territorio speciale assieme al valore del lavoro degli uomini e delle donne che ne vivono quotidianamente ogni realtà. A questo scopo il progetto prevede che ogni partner aderente, oltre ai supporti cartacei e digitali dell’opera, goda di una propria scheda italiapervoimagazine.it, sia nella versione italiana che in quella inglese. Abbiamo pure previsto che ciascuno di essi abbia dei post di comunicazione social personalizzati lanciati da aprile a ottobre 2022 insieme con campagne sponsorizzate della stessa rivista presente anche sulla piattaforma issuu. com, sempre in lettura sia nazionale che internazionale Rendiamo merito, dunque, a Mirco Manuguerra, fondatore e presidente del Centro Lunigianese di Studi Danteschi, per la partecipazione al progetto editoriale, per la redazione dei testi e la preziosa collaborazione nella scelta delle opere; a Enzo Millepiedi, il nostro Direttore Responsabile, per la sua impareggiabile supervisione; a Maria Grazia Dallagiacoma, Direttrice Commerciale, il cui compito, in questi tempi molto complicati, non è stato certo dei più semplici; a Sara Fornesi tocco creativo ha risolto gran parte della struttura e dell’impaginazione dell’opera; a Erika Giorgetti, la nostra Social

Maria Grazia Dallagiacoma

Sara Fornesi

Promozionale attraverso il portale italiapervoimagazine.it e i nostri account social. Un vivo -

, ma primi tra tutti, giungano alle attività commerciali e professionali e agli enti che hanno aderito a questo progetto, diventandone partner e sponsor, i sensi della stima e della gratitudine dell’intera Redazione, perché è soprattutto merito loro, con la fermissima determinazione e passione che hanno dimostrato, se questo libro oggi esiste davvero. A questo punto a noi non resta che sottoporci al giudizio del pubblico di Voi lettori e utilizzatori di questa “guida”. In attesa di ricevere il parere e i consigli di tutti coloro che hanno veramente a cuore il futuro della Lunigiana, auguriamo senz’altro una buona lettura.

Erika Giorgetti


LUNIGIANA STORICA

Passo del Brattello

PARMA

BEDONIA BORGO VAL DI TARO

BEDONIA ALBARETO

Passo Centocroci

Passo dei Due Santi

Passo del Bocco

VARESE LIGURE

MAISSANA

ZERI

Passo del Rastrello

SESTA GODANO

ZIGNAGO

8 CARRO ROCCHETTA VARA

CASTIGLIONE CHIAVARESE Passo del Bracco

SESTRI LEVANTE GENOVA VENTIMIGLIA

BRUGNATO

CARRODANO

BORGHETTO DI VARA

MONEGLIA DEIVA MARINA

PIGNONE

FRAMURA

BONASSOLA LEVANTO

BEVERINO

SOVIORE

RICCO’ DEL GOLFO

© Italia Per Voi s.r.l.

VERNAZZA

MONTEROSSO AL MARE

CORNIGLIA

MANAROLA

RIOMAGGIORE

MAR LIGURE


BERCETO PARMA Passo della Cisa Passo del Cirone

Passo del Lagastrello CASTELNUOVO NE’ MONTI

PONTREMOLI FILATTIERA

Passo del Cerreto

MOCHIGNANO COMANO

BAGNONE

FILETTO

VILLAFRANCA IN LUNIGIANA

MULAZZO

CALICE AL CORNOVIGLIO

FIVIZZANO

LICCIANA NARDI

TRESANA

CASOLA IN LUNIGIANA

AULLA

PODENZANA

Passo dei Carpinelli CASTELNUOVO GARFAGNANA

9

PALLERONE BOLANO SANTO STEFANO DI MAGRA FOLLO

FOSDINOVO VEZZANO LIGURE ARCOLA

LA SPEZIA

SARZANA CASTELNUOVO MAGRA CARRARA

TREBIANO SAN TERENZO

LE GRAZIE

AMEGLIA

LERICI

PORTOVENERE Isola del Tino

MASSA

FIUMARETTA

MONTEMARCELLO

Isola Palmaria

LUNI

BOCCA DI MAGRA

GOLFO DELLA SPEZIA

MONTIGNOSO

FORTE DEI MARMI PISA LIVORNO FIRENZE


ITALIA PER VOI - ANNO X Nr. 59 - Mag - Giu 2022 Aut. Trib. SP nr. 1116/12 Iscrizione al ROC: N° 22857

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Lunigiana Storica La Regione a cui nulla manca

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Il Tesoro dei Cinque Distretti

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LA SPEZIA & GOLFO DEI POETI

18

La Spezia

40

Lerici

48

Portovenere Con il Patrocinio gratuito del Comune della Spezia

MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE

Direttore Enzo Millepiedi

58

VAL DI MAGRA

Testi di Mirco Manuguerra (Centro Lunigianese di Studi Danteschi)

64

Sarzana

76

Ameglia

Progetto Editoriale ITALIA PER VOI s.r.l.

82

Pontremoli

98

Mulazzo

Sede e contatti Via Vittorio Veneto 255 - SP italiapervoi@gmail.com Direttore Editoriale e Servizio Amministrativo Gino Giorgetti Direzione commerciale Maria Grazia Dallagiacoma Mob. +39 333.8485291

Sara Fornesi Erika Giorgetti Foto e immagini Gino Giorgetti, Sara Fornesi, Erika Giorgetti Italia Per Voi s.r.l., Alice Borghini, Walter Bilotta, Enrico Amici, Comune della Spezia, CLSD, Museo Statue Stele Pontremoli (per gentile concessione), Roberto Celi, Stefano Lanzardo, Michela Lucchetti Reggiani Print S.r.l. 20.000 esemplari

108 Villafranca in Lunigiana 114 Bagnone 122 Aulla 128 130 132 134 136

Altri tesori in Val di Magra: Licciana Nardi - Anacarsi Nardi Casola in Lunigiana - Pieve di Codiponte Fivizzano - Monumento a Giovanni Fantoni Fosdinovo - Monumento funebre a Galeotto I Malaspina Con il Patrocinio gratuito del Comune di Mulazzo

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione o utilizzo di copie è proibito. L’uso del nostro sito o della nostra rivista digitale è soggetto ai seguenti termini: tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di www.italiapervoimagazine.it può essere riprodotta, memorizzata in un sistema di recupero o trasmessa, in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronica, meccanica, fotocopia, registrazione o altro, senza previa autorizzazione scritta da parte di Italia per Voi s.r.l.


S

OM MA R I O

138 CINQUE TERRE & RIVIERA 144 Riomaggiore 148 Monterosso al Mare 158 Levanto

170 VAL DI VARA 174 Varese Ligure 178 Brugnato

184 APUANIA 186 Massa Carrara

190 ALTRI CAPOLAVORI IN BREVE 191 Il trittico marmoreo di Trebiano 193 La Deposizione del Discovolo a Bonassola 194 La Lapide della Battaglia della Meloria a Moneglia

accettare responsabilità per errori od omissioni. Le opinioni espresse dai contributori non sono necessariamente quelle di Italia per Voi s.r.l. Salvo diversa indicazione il copyright del contributo individuale è quello dei contributori. E’ stato fatto ogni sforzo per rintracciare i titolari di copyright delle immagini, laddove non scattate successiva. Abbonamento postale su richiesta.


LUNIGIANA STORICA “La Regione a cui nulla manca”

Conosci l’autore

Lunigiana Storica

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Maritima Italorum

Provincia -

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-

gressus

corpus

-

Tusciam inStupor mundi

na

Via Francige-

-

Purgatorio Canto lunigianese per eccellenza -


ta verso i poeti esuli. la Terra dei 100 Castelli, per esempio, ma anche la Regione a cui nulla manca (M. Manuguerra, 2002), appellativi tesi a sottolineare le eterogenee e vastissime ricchezze storiche, culturali e naturalistiche di un territorio che, raccolto in costituisce un vero unicum planetario. Basti dire che qui abbiamo due Parchi Nazionali (Appennino Tosco-Emiliano e Cinque Terre), due Parchi Regionali (Alpi Apuane e Portovenere-Isole del Golfo della Spezia), un Parco Fluviale (della Magra e del Vara) e due Riserve Marine (Cinque Terre e Portovenere-Isole del Golfo della Spezia). In Lunigiana, nel raggio di poche decine di chilometri in linea d’aria, si contano piste da sci e strade ferrate; spiagge d’ogni genere e boschi sacri; un mare caratterizzato da uno splendido arcipelago e spiagge d’ogni tipo, il tutto associato ad un como-

campagne e colline. Hanno la fortuna, i Lunigianesi, di vivere in una realtà davvero mirabile. Ma questa Regione baciata dal Fato ha l’obbligo di mantenere intatte le attuali dimensioni “a misura d’uomo”. Né andrà mai economia etica, cioè foriera di quello spirito di Pace e di Fratellanza universale che fu al centro di ogni speculazione nell’opera di Dante Alighieri, il più illustre dei suoi visitatori. Che il Veltro sia sempre con noi. BIBLIOGRAFIA MAURO BIAGIONI, ENRICA BONAMINI, DAVIDE MARCESINI, La Lunigiana dei Castelli, La Spezia, Ed. Giacché, 1999. GIUSEPPE BENELLI, Lunezia, Luna Editore, La Spezia, 1999. MIRCO MANUGUERRA, Charta Magna – Luoghi e cose notevoli della Lunigiana Storica, Edizioni Luna Nova, Sarzana, 2002 (II ed. 2004).

I CINQUE COMPRENSORI DELLA “TERRA DELLA LUNA” La Lunigiana è una terra costituita da cinque piccoli comprensori conosciuti ormai in tutto il mondo: Le Cinque Terre e la Riviera di Levante Spezzina rappresentano quello straordinario lembo di costa sul quale Montale, con l’immortalità dei suoi Ossi di Seppia elevato a Parco Nazionale (comprensivo anche della relativa Riserva Marina), deve parte della propria fama internazionale anche allo splendido Presepe luminoso di Manarola, creato nel 1961 da Mario Andreoli. Il Golfo dei Poeti è rappresentato dallo splendido Golfo di Lerici e, per estensione, dell’intero Golfo della Spezia. È impreziosito dal suo splendido arcipelago di isole minori (Isole della Palmaria, del Tino, del Tinetto). L’appellativo lo si deve a Sem Benelli, che lo inserì nel titolo di un suo poemetto del 1916 (“Notte sul Golfo dei Poeti”) dedicato alle Orme qui lasciate da personalità come Dante stesso (Pur III 49-51), Shelley, Byron e altri. A tali referenze si sono aggiunte in seguito quelle di D. H. Lawrence, Mario Soldati, Giovanni Giudici. La Val di Magra è la culla di quella straordinaria cultura megalitica degli antichi Liguri-Apuani di cui resta ampia testimonianza nel Museo delle

Statue-stele di Pontremoli e nel Museo Civico della Spezia. Il comprensorio comprende anche Tosco-Emiliano a Est e dell’Appennino Ligure a Ovest. La Val di Vara Valle del Biologico: ad oggi è la regione a minor impatto antropico d’Europa, di gran lunga più verde della Foresta Nera in Germania. Per questa referenza essa è oggetto di costanti studi internazionali. Paradiso dei cercatori di minerali, vi sono state scoperte varietà rarissime e addirittura uniche. E l’Alta Via dei Monti Liguri è un itinerario di importanza straordinaria: la Via Herculea è segnalata ancora da Strabone come strada già nisola Iberica. Le Alpi Apuane sono il regno di quella celebre varietà di marmo bianco che ha regalato al mondo, con Michelangelo e il Canova, monumenti tra i più grandi della Storia dell’Arte di tutti i tempi. Cantate da Dante, sono oggetto di attenzione, come Le Cinque Terre, di un turismo mondiale.

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LA SPEZIA

& GOLFO DEI POETI

L’Arcipelago e le sue perle

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Il Golfo dei Poeti è un concetto nato dalla mente fertile del poeta e drammaturgo Sem Benelli (1877-1949), il quale lo creò per l’orazione funebre pronunciata il 30 agosto del 1910 in onore del celebre igienista e antropologo Paolo Mantegazza, santerenzini d’adozione entrambi. Di sicuro lo stilema compare nel titolo di un poemetto pubblicato dal Benelli per i tipi de «L’Eroica», diretta dallo spezzino Ettore Cozzani nel 1919: Notte sul Golfo dei Poeti, ormai un classico della letteratura lunigianese. Il Golfo di cui parlava Benelli era inizialmente, con tutta probabilità, quello che univa i due castelli (Lerici e San Terenzo) che tanto ammirò dalla torretta di Villa Marigola, che aveva occupato, ma nel poemetto del ‘19 lo estese con certezza all’intero Golfo della Spezia in forza, se non altro, della mitica (o mitologica?) traversata a nuoto che Lord Byron, provetto nuotatore, avrebbe compiuto da Por-

eccelsi come Shelley e lo stesso Byron a Wagner, Carducci e pure Severino Ferrari, sodale del grande Giosué, impegnato per anni nell’insegnamento alla Spezia. Come si vede, Benelli, con ampie ragioni, propose con Wagner un concetto assai esteso non solo di golfo, ma pure di “poesia”. Nel corso del ‘900, poi, la presenza di due penne come Giovanni Giudici (1924-2011), nativo della frazione marinara delle Grazie, in quel di ->Portovenere, e di Paolo Bertolani (1931-2007), nativo della Serra del concetto all’intera insenatura spezzina. Ma oltre che essere autenticamente terra di poeti (e pure di navigatori: il comandante del Rex, nastro azzurro nel 1933, era il lericino Francesco Tarabotto, e lericino era pure Odoardo Mancini, comandante del Destriero nella altrettanto vittoriosa – ma conte-


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eccellenza, la bontà e la varietà della gastronomia si manifestano in una delle più alte espressioni al ristorante Bontà Nascoste di Lerici sotto la guida dei fratelli Emanuele e Emiliano Borghesi. Il ristorante propone una cucina prevalentemente basata sul pesce e sui frutti di mare che nasce dalla sapienza, dall’ispirazione, dalla passione e dalla volontà che é tipica della cultura ligure.

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stata – traversata atlantica del 1992), il Golfo della Spezia annovera luoghi dalla bellezza assoluta: il promontorio di Portovenere, con la sua chiesina di San Pietro, già tempio romano votato al culto di Venere, è un luogo, al pari delle Cinque Terre, molto celebrato ormai anche dai pubblicitari. La Festa della Madonna Bianca, che vi si tiene ogni anno al 17 di agosto, è uno spettacolo di valore mondiale, con il mare e l’intero promontorio immerso in un brulicare notturno di lumini a olio che conferiscono alla scena una dimensione propriamente dantesca: la scalinata verso San Pietro è una abbagliante Scala di Giacobbe, mentre dalle rocce circostanti sembra che da un momento all’altro possa ergersi a mezzo bu-

sto un Farinata degli Uberti. Anche la stessa Lerici è un gioiello prezioso, con il suo Belvedere da cui si gode una vista panoramica strepitosa sull’Arcipelago del Golfo della Spezia (composto dalle isole Palmaria, Tino, Tinetto e dallo scoglio di Torre Scola) e il suo colossale castello di origine pisana. La Spezia, da par suo, non è una città che possa dirsi bella, ma possiede anch’essa i suoi molti perché, con la sua importante storia Liberty e Futurista, con il suo Arsenale e pure con i suoi Musei. cucina marinara di sicuro interesse: spiccano l’orata all’isolana, gli spaghetti allo scoglio e il polpo in guazzetto. Negli ultimi vent’anni l’ospitalità,


torna SU

non solo nel campo della ristorazione, è ovunque di gran lunga migliorata sulla spinta del nuovo porto crocieristico, subito esploso grazie alla favorevole mete turistiche internazionali (principalmente Firenze e Pisa) ed al potente richiamo delle vicine Cinque Terre. Patrono del Golfo è San Venerio, mo-

RISTORANTE CHAMPAGNERIA

Portivene

Via Capellini 94/98 Portovenere (SP) Tel. +39 0187.792722 Mob. +39 348.2686398 ristoranteportivene@hotmail.com

naco del Tino del sec. VI, protettore dei fanalisti. Del suo eremo restano ampie vestigia sull’Isola del Faro, il Tino, così citata dal D’Annunzio nella celebre lirica Meriggio. L’intero Arcipelago è visitabile grazie ad un buon servizio di vaporetti in partenza dal Molo Italia, sul fronte a mare del capoluogo.


LA SPEZIA Scheda del borgo

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Gino Patroni (1920-1992), giornalista e scrittore spezzino, autore di notevoli raccolte di calembour, trovandosi per breve tempo a Milano in cerca di maggior fortuna ebbe a dire che la cosa più bella del capoluogo lombardo è la Stazione Centrale, perché da là si vedono i treni partire per Spezia… Per gli spezzini si tratta della città più bella del mondo, senza “se” e senza “ma”, se non altro perché collocata in una regione veramente baciata da Dio, con un golfo già celebrato in epoca romana da Persio, poeta forse addirittura nativo di qui, e con dintorni strepitosi come Portovenere, Lerici, le Cinque Terre e, a pochi chilometri, le Alpi Apuane e l’Appennino. Chi va via da qui, ci lascia il cuore; chi vi arriva, può accadere che decida di restare, come molti lombardi fuggiti dal mondo caotico della metropoli, ma anche i tanti europei, soprattutto inglesi, che rimangono attratti non solo dal paesaggio, ma pure dall’irresistibile fascino del clima. Del borgo medievale della Spezia poco si zione del fronte a mare con la costruzione dell’arsenale e senza la grande diga foranea, realizzata soltanto tra il 1916 e il 1933 a protezione dalle grandi mareggia-

te, il centro abitato si sviluppava a ridosso del colle, raccolto sotto il castello genovese del XIII sec. In quel tempo La Spezia è considerata dagli storici un villaggio di pescatori o poco più, ma restava sempre quella sua posizione strategica e quel suo Golfo clamoroso, ricco di seni laterali garanti di un approdo sicuro. Quando poi Genova, ormai acquisito il pieno controllo di Lerici e Portovenere, si accorse dell’importanza del borgo marinaro interno, dapprima, per volere del celebre doge Simon Boccanegra, nacque la Podesteria (1343), quindi La Spezia fu eletta


a sede del Vicariato della Riviera di Levante, una delle tre amministrazioni in cui era ripartita la Repubblica genovese (1371). Nel corso del XVII secolo il porto, ormai cresciuto, si rivelò un tale pericolo potenziale per il governo egemonico genovese da portarlo a progettare addirittura l’interramento del Golfo mediante una deviazione del corso della Magra, ma l’idea, per fortuna, non ebbe seguito. Sul principiare del sec. XIX fu Napoleone, la cui famiglia era di origini sarzanesi, a comprendere più di ogni altro l’importanza strategica del porto e ne progettò la base militare, la quale nacque però soltanto sotto il Regno d’Italia grazie al Cavour, nella seconda metà di quel secolo: i lavori iniziarono nel 1862 e terminarono nel 1869, quando il generale Domenico Chiodo lo inaugurò formalmente ancorché l’impianto non fosse ancora del tutto completato. Assolutamente da visitare il Museo Tecnico Navale, il più importante museo della Marina Militare Italiana. La costruzione dell’Arsenale Militare, da allora tra le massime risorse della città nuova, attirò manodopera da tutta Ita-

“Il cuore del Golfo dei Poeti”

Situata in posizione centrale su percorsi storico culturali, come la Via Francigena, il Sentiero Liguria, Alta Via delle Cinque Terre Alta Via dei Monti Liguri Alta Via del Golfo, che ne facilitano la visita e ca sia ad anello, intorno alla Città, che verso le Cin-

Arsenale con il Museo Tecnico Navale, il Castello di San Giorgio con il Museo Civico Archeologico, il Conservatorio di Musica “Giacomo Puccini”, il Teatro Civico, il Palazzo delle Poste ed i Giardini Pubblici.

Comune della Spezia Piazza Europa, 1 - La Spezia www.comune.laspezia.it Infocenter Lia Via del Prione, c/o Museo Civico A. Lia Tel. +39 0187.026152 infocenterlia@comune.sp.it


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sociale dell’intera comunità. È proprio in questa fase che si attua una fortissima difesa dell’identità spezzina, soprattutto ad opera del suo genio più alto, Ubaldo Mazzini (1868-1923), storico, archeologo e acutissimo poeta in vernacolo. Dopo di lui Ubaldo Formentini (1880-1958), nativo di Licciana Nardi, storico anch’egli, diede massimo impulso alla realizzazione del Museo Civico ed agli studi locali grazie anche alla fondazione dell’Accademia Lunigianese di Scienze ‘G. Capellini’, di cui fu presidente. In quegli anni eroici già operava anche Ettore Cozzani (1884-1971), fondatore de “L’Eroica”, cui molto si deve se La Spezia (dichiarata provincia nel 1923) divenne una vera capitale mondiale del Futurismo, movimento di cui è massima testimonianza in città il complesso dei Mosaici del Palazzo delle Poste, opera degli “aeropittori” Enrico Prampolini e Fillia (Luigi Colombo). Lo stesso Marinetti, che qui era di casa, aveva ideato nel 1933 il Premio di pittura Golfo della Spezia e qui pubblicò il suo Aeropoema del Golfo della Spezia. Del 1925 è l’istituzione del Palio del Gol-

fo dalle numerose borgate del Golfo la prima domenica d’agosto in occasione della Festa del Mare. È datata invece al 1969 la nascita dell’importante Festival internazionale del jazz della Spezia. La città vanta una splendida Passeggiata a mare separata dal tessuto urbano dai Giardini Storici, creati e sviluppati a partire dai primi decenni del sec. XIX. Una visita obbligata è quella al Museo del Castello di San Giorgio: il maniero genovese del sec. XIII, molto ben recuperato, ospita le collezioni archeologiche ricche di alcune splendide statue-stele della Lunigiana (famosa quella della Verrucola, opera di un Michelangelo di 5.000 anni fa). Di assoluto valore sono pure le ricchissime raccolte artistiche del Museo “A. Lia” e del CAMeC (Centro Arte Moderna e Contemporanea). Va detto apertamente che le collezioni civiche spezzine, di vero interesse nazionale, hanno un gravissimo difetto: sono disperse in troppe strutture. La Spezia ha bisogno assoluto di un dove


TRATTORIA il visitatore possa trovare riunita l’intera rale di questo “piccolo Louvre” cittadino è facilmente individuabile nella caserma “Duca degli Abruzzi” della Marina Militare. Occorre compiere ogni sforzo alizzato. In verità, La Spezia, avrebbe bisogno almeno di altri due interventi per uscire dalla sua tipica dimensione storicamente dimessa. Innanzitutto occorre fare dell’Arsenale Militare una vera e propria Città Fiera: una simile struttura sarebbe capace di dare un impulso - perché no? - anche all’economia nazionale. In secondo luogo, occorre valorizzare a livello europeo l’importante orma di Richard Wagner (1813-1883) attraverso il lancio del Wagner La Spezia Festival. Al grande compositore tedesco andrebbe intitolato il locale Teatro Civico, che seppure inaugurato nel lontano 1846 (la visita di Wagner in città risale al 1853), è rimasto senza dedica alcuna. La città è ancora alla ricerca di amministratori all’altezza delle sue enormi potenzialità, tuttavia negli ultimi anni ha saputo trasformarsi in una piacevole oasi di ospitalità: l’intero centro storico è divenuto tutta una trama di locali dediti ad una buona ristorazione, anche tipica: specialità del Golfo sono i Piatti di Mare (polpo in guazzetto, spaghetti allo scoglio, orata all’isolana, frittura di pesce di paranza), la Farinata e la Pizza alla spezzina, rigorosamente al taglio, ma esclusiva della città è la Mesc-ciua, una semplice, squisitissima zuppa di ceci, farro e fagioli cannellini arricchita solo di una irrorata di olio di frantoio e una spruzzata di pepe nero. La Spezia ha dato i natali ad alcuni nomi famosi come gli attori Giancarlo Giannini, lo sportivo Stefano Mei, il cabarettista Dario Vergassola, la cantante Alexia e la mistica e teologa Itala Mela.

LA NUOVA SPEZIA

In un ambiente caldo e familiare il ristorante LA NUOVA SPEZIA cucina tradizionale e marinara, seguendo con scrupolo le regole della dieta mediterranea ed usando i prodotti tipici della Liguria.

LA NUOVA SPEZIA is a cosy and informal restaurant that and seafood cuisine, carefully following the rules of the Mediterranean diet and using typical Ligurian products.

Viale Amendola, 54 - La Spezia Tel. +39 0187.24223 lanuovaspezia@virgilio.it lanuovaspezia.com

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LA SPEZIA E L’EROE La Spezia, tra le molte cose, è anche “città garibaldina”. Il Generale Giuseppe Garibaldi (1807-1882), eroe nazionale italiano, Padre della Patria, fu ospite della Spezia per ben tre volte. La prima fu nel 1849, dopo la caduta della Repubblica Romana,

poi fu al Varignano – già antico lazzaretto sotto la repubblica di Genova e quindi carcere e ospedale militare con Napoleone – dapprima nel 1862, dopo il ferimento battaglia di Mentana. Due volte assistito, sì, ma sempre da prigioniero e fu proprio dal Varignano che fu costretto ad accetta-


JEANS JEANS & & SPORTSWEAR SPORTSWEAR SINCE SINCE 1963 1963 l’Italia per i Potenti era ormai diventato un personaggio troppo scomodo. La Spezia, però, non mancò mai di far sentire al Generale quel grande calore popolare con cui ovunque egli fu accolto. È precisamente dai sensi di questa entusiastica e inesausta gratitudine che il 1 giugno del 1913, ad opera dello scultore ferrarese Antonio Garella (1863-1919) e alla presenza di un gruppo di reduci garibaldini, delle autorità cittadine e di una grande folla, venne inaugurato nei Giardini Pubblici Monumentali della Città, proprio di fronte al palazzo di un grande albergo che lo aveva ospitato prima di uno dei ricoveri (oggi sede dell’Ammiragliato), il più bello e maestoso dei monumenti equestri a lui mai dedicati, uno dei più belli al mondo, in bronzo, posto su un ciclopico, ma proporzionato, basamento in pietra, con la cavalcatura rampanzione di Roma. Un’opera splendida. Un capolavoro immortale, proprio come la Storia d’Italia. Pochi sanno, però, che a Garibaldi, al di là del valore delle gesta militari, si attribuisce un alto merito nel settore insospettabile della Moda: i più vecchi jeans che ci sono stati tramandati sono quelli conservati al Museo Centrale del Risorgimento, a Roma, in una teca del Vittoriano, e sono proprio quelli che calzava lui, il Generale: hanno più di 150 anni e sono in vera tela di Genova. Fu con quei precisi viglia sotto la celebre camicia rossa, che Garibaldi fece lo sbarco a Marsala con i suoi mitici Mille. Ed è incredibile che quei jeans presentino una toppa sul ginocchio sinistro, anch’essa in jeans, a copertura di uno strappo: oggi i jeans strappati all’altezza del ginocchio sono quelli più ricercati dalle giovani generazioni.

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Ubaldo Mazzini

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IL GENIO DELLA SPEZZINITÀ Il talento di un genio della scultura come Angiolo Del Santo (1882-1938) posto a degna celebrazione del genio assoluto della spezzinità di Ubaldo Mazzini (1868-1923): questa, in estrema sintesi, può essere la scheda del prezioso busto in bronzo posto in bella evidenza nei Giardini Pubblici Monumentali della città, a margine della centralissima Via Chiodo. Chi furono questi due grandi? Angiolo Del Santo fu allievo di Arturo Dazzi

(->Mulazzo) presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. L’artista ha lasciato una produsolo territorio della Lunigiana Storica, con l’unica eccezione del Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova, poiché la vicinanza dell’altro suo grande maestro, il torinese nazionale che l’artista avrebbe certamente meritato. Su queste pagine sono celebrati di Del Santo anche il monumento della ->Vittoria alata, sempre qui alla Spezia, e lo splendido Anacarsi morente di ->Licciana


Nardi. Ubaldo Mazzini, invece, fu una pseudonimo di Gamin, laureato in giurisprudenza all’Università di Pavia, fu uno dei maggiori studiosi di archeologia, stose. Fondò e diresse il “Giornale storico e letterario della Liguria”, che divenne poi il Giornale Storico della Lunigiana e

a con poteri.

vernacolo spezzino. Fu anche un valente studioso di Dante, tanto che è dedicato pure a lui il Largo dei Dantisti Spezzini, istituito su proposta del Centro Lunigianese di Studi Danteschi proprio di fronte all’ingresso del Museo Lia. Mazzini fu il primo direttore della Biblioteca Civica, che è a lui dedicata. Diresse anche il Museo Civico, di cui incrementò la parte archeologica soprattutto con quelle Statue-stele lunigianesi che proprio grazie alle sue ricerche pionieristiche assursero all’attenzione degli studiosi di tutta Europa. Purtroppo, la morte del poeta-studioso giunse improvvisa e assai prematura. L’importanza del personaggio, che fu anche un fervente Repubblicano, fu tale che questo suo bellissimo ritratto bronzeo venne inaugurato a breve tempo dalla scomparsa, il 12 luglio del 1925.

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SPEZIA CITTÀ WAGNERIANA Con il monumento a Richard Wagner (Lipsia, 1813 – Venezia, 1883) La Spezia ha ad uno dei più grandi compositori di ogni tempo di cui serba un’orma preziosa. La composizione in bronzo, molto pregevole,

collocata a due passi dalla Piazza Sant’Agostino, come a far compagnia a quella della ->Contessa di Castiglione, è stata donata alla città, molto generosamente, dall’autore, lo scultore russo Aidyn Zeinalov (Mosca, 1978). L’opera è stata inaugurata il 15 marzo del 2019, ma l’idea di un monumento a Wagner risale al 2013, all’atto della


fondazione del Wagner La Spezia Festival ®, fondato dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi in occasione del bicentenario della nascita del genio. La storia è importante. Il 5 settembre del 1853 il grande musicista si trovò a sostare in città facendo tappa dopo un viaggio agitato per mare proveniente da Genova. Fu nel corso di quella notte, peraltro tormentata da una situazione di malessere generale che da tempo assillava l’artista, che gli sovvenne magicamente quel Preludio dell’Oro del Reno ricercato invano. Si trattava dell’attacco dell’intera Tetralogia dell’Anello del Nibelungo: Wagner, di quell’immenso poema di oltre 15 ore di musica e di rappresentazioni fantasmagoriche, faticava ormai da anni a trovare il tema di apertura, ma il ricordo del rumore delle onde sul bordo della nave, to, lo portò a vivere l’impressione onirica di un’immersione profonda. Ebbene, quell’intensa sensazione divenne la scena introduttiva della danza delle Ondine sul fondo del Reno in apertura del I Atto: l’attacco dell’intera Tetralogia velato, qui, alla Spezia, in un mirabile accordo in Mi bemolle maggiore. sperienza creativa: «Un suono […] dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti». È l’Accordo della Spezia,

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prof. Giuseppe Benelli. In forza di quel soggiorno a tinte contrastanti, strano ma fatale, Spezia è a pieno diritto una Città Wagneriana. Particolarmente legata a Bayreuth, sede del più importante festival wagneriano al mondo, con cui è gemellata, ora la città attende, dopo il monumento, il lancio del suo La Spezia Wagner Festival: elevato a quella dimensione europea che certo gli compete, il festival sarebbe una occasione turistica di valore incalcolabile. Un progetto, in verità, fattibilissimo: basta soltanto volerlo realizzare.

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La Contessa di Castiglione

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L’ETERNA INNAMORATA DI SÉ Virginia Oldoini in Verasis, meglio conosciuta come la Contessa di Castiglione (1837-1899), è stata nobildonna e patriota. Figlia del marchese spezzino Filippo Oldoini e della marchesa Isabella Lamporecchi, era cugina di Camillo Benso conte di Cavour e imparentata con i marchesi De Nobili, originari di Vezzano Ligure. Proprio in Palazzo De Nobili, nella centralissima Piazza Sant’Agostino, alla Spezia, vi fu una delle sue residenze. Sposò in giovane età Francesco Verasis Asinari, conte di Costigliole d’Asti e Castiglione Tinella, da cui il soprannome. Il matrimonio introdusse ben presto Virginia alla corte dei Savoia, dove riscosse successo presso il re Vittorio Emanuele II. Si narra che grazie a quella frequentazione ebbe modo di conoscere, con il suo spiccato fascino naturale, alcune grandi personalità dell’epoca, tra cui il banchiere de Rothschild. Delle sue qualità mondane ebbe ad accorgersi ben presto anche il Cavour, il quale nel 1855 pensò bene di inviarla in missione presso la corte francese di Napoleone III per perorare la causa di un’alleanza franco-piemontese. Il soggiorno parigino ebbe esiti favorevoli al governo del Regno e la capitale di Francia restò per sempre nella Contessa un autentico miraggio-vissuto. il suo fascino a molti uomini di rango e per tenere memoria di chi le doveva riconoscenza pare abbia una nomenclatura di segni dava dei molti amanti: dalla promessa lanciata con un semplice bacio, al rapporto completo. Virginia si rammaricò sempre di

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essersi sposata, convinta com’era tà divenire Regina di Francia. Incapace, poi, di accettare l’inesorabile scorrere del tempo, visse con crescente rancore l’allontanarsi della propria fama di donna tra le più belle del mondo e non accettò mai la posizione periferica in cui ven-

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testardamente a Parigi, spesso vivendo al di sopra delle proprie possibilità, laddove aveva cullato da vicino il sogno della massima ascesa sociale: la conquista della corte imperiale. Innamorata di sé stessa come di nient’altro al mondo, negli ultimi anni della sua vita collaborò col fotografo Pierre-Louis Pierson che la ritrasse in centinaia di pose. ta e modernissima, che eleva la Oldoini tra le maggiori modelle di ogni tempo, il maestro Francesco Vaccarone ha tratto ispirazione per il busto in bronzo apposto nel 2001, su committenza dell’amministrazione comunale, all’ingresso di palazzo De Nobili. Un’opera che ha interpretato della Contessa lo spirito eternamente inquieto, costantemente impegnata come fu disperata, del far parlar di sé. Ora che è nell’eternità della Storia, piace pensare che l’anima di Virginia BIBLIOGRAFIA ADRIANA BEVERINI, La Rapallina, ambasciatrice di gusto e bellezza. La Contessa di Castiglione tra Parigi e il suo joli golfe, La Spezia, Edizioni Giacché, 2021. ARRIGO PETACCO, L’amante dell’imperatore. Amori, intrighi e segreti della contessa di Castiglione, Milano, Mondadori, 2001.


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ANTIC ANTI CA OSTERIA IL GUARDIANO DELLA CITTA’ Il simbolo della Spezia non è l’Arsenale, come pensano in troppi: da sempre lo sprugolino vive all’ombra del Castello di San Giorgio, una struttura di chiara matrice genovese e che va dichiarata una volta per tutte come il vero emblema della città. Non a caso, in quella straordinaria fase creativa dello sviluppo urbanistico che furono gli “Anni Ruggenti”, cioè i mitici Anni Venti del secolo scorso (che pena a pensare al Niente di un secolo dopo!), la città vide ai piedi del suo castello

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itinerario Liberty e Futurista, tra i quali spicca senz’altro la mole dell’Ex albergo San Giorgio. Siamo in Via del Torretto, esattamente tra il Palazzo delle Poste e la Piazza Sant’Agostino (dove troviamo la scultura della ->Contessa di Castiglione): il palazzo, opera del grande architetto Franco Oliva (1885-1955), è impreziosito dei fregi e delle statue del maestro spezzino Augusto Magli (1890-1962), che troveremo attivo anche a ->Bagnone. Già ai lati del portone di ingresso si osserva il pregevolissimo Bassorilievo delle Ancelle. Di ispirazione michelangiolesca, due giunoniche fanciulle sono portatrici del pane e del vino di evangelica memoria: una vera preziosità. Ma in alto c’è di più. In una grande edicola posta all’altezza del tetto sta ritto un soldato in armatura medievale. In pochi dalla strada si accorgono di lui. Con lo spadone saldamente tenuto tra le mani in verticale, posato sulla testa del drago abbattuto, questo imponente San Giorgio è come una sentinella in garitta che, rivolta verso il Golfo, con alle spalle il suo castello, si pone a guardia perenca, che fa di Augusto Magli un autore autenticamente identitario.

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Vittoria Alata di A. Del Santo

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IL TRIONFO SULLA GORGONE Il Monumento ai Caduti della Grande Guerra è un pregevolissimo altorilievo che pare scaturire da una parete in pietra sagomata ad angolo acuto e sorretta da un basamento strutturato in tre gradini. Il sostegno fu pensato dall’architetto Oreste Rossi per meglio ospitare la forma del bronzo eseguito dallo scultore Angiolo del Santo (1882-1938), inizialmente alloggiato in uno spigolo del palazzo comunale, allorquando fu traslato nella porzione dei Giardini Pubblici Monumentali di Largo dei Marinai d’Italia, proprio di fronte alla Capitaneria di Porto. Nell’occasione furono aggiunti ai lati della statua due formelle in bronzo, opere dello scultore Arduino Ambrosini, per ricordare anche le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Questa Vittoria alata, inaugurata nel 1922, è colta nell’atto del trionfo mentre schiaccia con il solo piede destro la testa di Medusa. Inarcando il corpo, essa leva al cielo non la classica composizione di fronde di quercia e d’alloro, tipici simboli di Forza e di Gloria, (come si vede, per esempio, nella Vittoria di ->Bagnone), bensì un ramo di palma, simbolo della pace conquistata. L’opera, dalla linea sinuosa ed elegante, tipica dell’importante arte funeraria prodotta dal Del Santo (sia per il cimitero dei Boschetti della Spezia sia per quello Monumentale di Staglieno a Genova), può essere considerata, soprattutto per l’importante impianto allegorico, una delle principali realizzarimento del tema di Medusa possa essere estraneo al celebre riferimento dantesco di Inf IX. E lo sguardo della Gorgone, simbolo manifesto della Guerra, rimasta ad occhi spalancati ma del tutto assenti, è

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LA SIRENA CHE NON C’È MAI STATA La Spezia non ha una mitologia legata ad una Sirena, ma è una città che possiede una storia importante: l’orma wagneriana, di cui si è detto, ma anche le ricerche naturalistiche compiute dal geologo Giovanni Capellini, quelle storiche legate alle Statue-stele che si devono a Ubaldo Mazzini, le prime trasmissioni radio compiute nel Golfo da Guglielmo Marconi e pure la presenza dei romantici inglesi a Lerici ai primi dell’800, sono tutti elementi che hanno concorso a fare della città capoluogo una meta di richiamo continentale. Ecco allora che il tema della Sirenetta, tanto cara alla Danimarca di Hans Christian Andersen, può benissimo avere costituito nella mente dello scultore russo Aidyn Zeinalov (Mosca, 1978, autore anche del ->Wagner) un ideale trait d’union tra La Spezia e la sua naturale dimensione europea. O forse, chissà, la chiave dell’intuizione artistica si cela nella leggenda di Atalanta, la polèna che fa innamorare di sé e imtroppo a lungo, conservata nel Museo Navale della Marina Militare alla Spezia: anche lei, proprio come una sirena, è capace di ammaliare e uccidere. Posizionata sulla Passeggiata Morin, la lunghissima banchina alberata a mare, la statua della Sirenetta del Golfo è stata inaugurata nel marzo del 2018. Come il monumento a Wagner, anche questa è una donazione dell’artiesemplare della bella creatura marina seduta su di una classica seggiola, una carèga, come avrebbe detto in preciso vernacolo il grande Ubaldo Mazzini: simbolo dei molti pensionati spezzini che passano ore seduti davanti al mare, questa seggiola è qui occupata dall’ammaliante Sirena. Si è appena seduta o si sta per alzare? È un invito a sedersi o a riprendere il cammino operoso? A ciascuno di noi – in modo del tutto intimo! – è demandata l’ardua sentenza.

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L’ITALIA UNITA, CERTO, MA REPUBBLICANA Il monumento a Giuseppe Mazzini (1805-1872) fu apposto sul Passo della Foce nel 1914 grazie al contributo della gente del luogo e all’impegno della locale Società di Mutuo Soccorso. Nel 2014 se ne sono celebrati i 100 anni con una importante giornata di studi, a conferma che non è questione di un semplice zione di valori non tramontati. Sopra gli idioti che tacciano di “sovranismo” chi ancora crede fermamente che l’ideale della Patria abbia un senso ben preciso e irrinunciabile, aleggia il verbo dei grandi padri accompagnato dagli spiriti innumerevoli dei martiri e degli eroi ai quali si deve l’eredità di questa nazione tanto splendida quanto irrequieta. È dunque anche con la riscoperta di un ritratto in marmo di Giuseppe Mazzini che si può sperare di ritrovare la nostra identità di italiani veri. Il problema sono gli italiani farlocchi: loro dovrebbero onestamente farsi da parte e noi dovremmo dar loro una mano in tal senso. Ciò che ha fatto scuola in Mazzini – maturato sul neoclassicismo eroico foscoliano – è la decisa interpretazione romantica del Dante-politico espressa in Dell’amor patrio in Dante (1826), opera considerata la prima le laica unitaria tutta basata sul celebre passo de «le genti/del bel paese là dove ‘l sì suona» (Inf XXXIII 79-80). Il rapporto Dante-Mazzini divenne in breve tempo tanto esemplare da fare dell’intellettuale genovese il massimo interprete dell’idealismo politico dantesco. Da Kant, invece, il Mazzini assorbì tutta la forza del modello repubblicano dello Stato, tanto che il suo impegno si dice sia stato “teso a italianizzare il Piemonte, non a piemontizzare l’Italia”, preferendo – andando anche contro Garibaldi (->La Spezia) – una nuova Costituzione all’idea di estendere lo Statuto Albertino all’intero territorio nazionale. Solo il pragmatismo del Cavour (->Levanto) bollò la Giovine Italia come “un covo di cervelli bruciati”. In realtà, ciascuno per il proprio verso, e in modo del tutto indipendente, sono questi i tre grandi Padri della Patria: Mazzini il teorico; Cavour lo stratega e Garibaldi (il braccio operativo) l’eroe.

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Quando si dice Lerici si sta parlando di una delle due perle del Golfo dei Poeti. In origine, in verità, la denominazione era solo sua, ma poi, per idea dello stesso creatore dello stilema, il drammaturgo Sem Benelli, è stata estesa all’intera insenatura della Spezia per

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grandissime. Una scelta azzeccata: un grosso nome del Novecento, Giovanni Giudici, nacque giusto sull’altra sponda, quella di ->Portovenere, e anche se pare un falso sto-

Scheda del borgo

rico quella nuotata gagliarda compiuta dal a Lerici, oggi su questo percorso si tiene una gara internazionale di fondo: pure questa in fondo - è vera poesia. Le origini di Lerici si vogliono addirittura greche, con un collegamento diretto alla Magna Grecia della sicula Erice. Ubaldo Mazzini, massimo tra gli storici spezzini, ritenne il nome originato dal leccio, una delle più tipiche specie di quercia sempreverde mediterranea, la quale è andata lo stemma comunale. Di Lerici ha cantato per primo Dante, che l’ha eternata nel celebre passo di Pur III 49-50 di cui al monumento della ->Epigrafe della Bellavista. Proprio in località Bellavista la baronessa ungherese Emma Orczy (1865-1947), autrice della fortunata saga letteraria della “Primula Rossa” (considerata anticipatrice del genere delle spy-stories), si fece costruire Villa La Padula (tuttora esistente), una dimora – scrisse – che « belle viste sulla terra di Dio”» e in cui trascorse con la famiglia ripetuti soggiorni dal


La trousse di Mary Poppins

1927 al 1933, quando poi, con l’avvento del fascismo, decise con rammarico di venderdenza di Montecarlo. Sono nativi del lericino i poeti Paolo Bertolani (1931–2007) e Francesco Tonelli (1925 -2017). Da non perdere la splendida e comoda Passeggiata a mare, la visita ai caratteristici carugi (le tipiche viuzze dei borghi liguri con i tanti ristorantini e negozietti) e la salita al possente Castello pisano-genovese. Sotto la mole della fortezza, nel porticciolo, si può assistere al mattino allo sbarco delle cassette di pesce freschissimo direttamente dai pescherecci o prendere il battello per La Spezia, le Isole e Portovenere. Da Lerici, a piedi, sulla citata passeggiata a mare, si giunge dapprima alla Venere Azzurra, da sempre gelosa rivale di quel Porto di Venere laggiù di fronte magicamente adagiato sul mare. Dallo spiazzo del Belvedere è molto romantico, nelle sere d’estate, accoccolati su una panchina sotto le stelle, attendere l’accensione del Faro dell’isola del Tino, cantato anche dal d’Annunzio. È da questo angolo di mondo, precisamente da una torretta dell’incomparabile Villa Marigola, proprio lì sopra, che Sem Benelli concepì lo stilema del “Golfo dei Poeti”. A Villa Marigola soggiornò anche il pittore svizzero Arnold Böcklin (1827-1901), che dalla veduta che da lì si gode dell’Isola del Tino si dice possa avere tratto ispirazione

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per “L’Isola dei morti”, uno dei suoi immortali capolavori. In basso, sull’ampia e sicura spiaggia sabbiosa, giovani provenienti da tutta Europa si ritrovano, anche fuori stagione, per praticare il Surf. Proseguendo, la promenade conduce a San Terenzo, all’altra estremità del golfo lericino, con il suo carinissimo castello minore. In questo piccolo borgo di pescatori Percy Bysshe Shelley (1792-1822) e sua moglie Mary Wollstonecraft Godwin (1797-1851), meglio conosciuta come Mary Shelley, soggiornarono nel 1822 a Villa Magni. La «bella casa bianca cia sul mare: sempre candida, essa reca in più l’epigrafe dettata dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi in ricordo della il naufragio della “Ariel” davanti alle coste versiliesi: «Da questo portico su cui si abbatteva/l’antica ombra di un leccio/il luglio attesero con lagrimante ansia/PERCEY BYSSHE SHELLEY/che da Livorno su fragil legno veleggiando/era approdato per improvvisa fortuna/ai silenzi delle isole elisee./O benedette spiagge/ove l’amore, la libertà, i sogni/ non hanno catene». A San Terenzo alloggiò nel maggio del 1933 anche Virginia Woolf (1882-1941). Incantata da tutto quell’insieme, lasciò scritte parole gentili: «Lerici è calda e azzurra. Dà il tocco della perfezione al Golfo, al mare calmo e ai verdi velieri e alle isole e ai limi notturni rossi e gialli che scintillano e svaniscono».

Altra splendida frazione è il borgo di Tellaro. Qui restò letteralmente fulminato dalla bellezza del luogo lo scrittore Mario Soldati (1906-1999): sceso su questi lidi dalla sua Torino alla ricerca del famoso baule di scritti inediti di H.D. Lawrence (1885-1930) (mai ricon parco nei presi della scogliera. Lo scrittore inglese soggiornò a Fiascherino, per circa due anni, tra il 1913 e il ’14, in una casa in riva al mare, tuttora esistente, in compagnia della moglie, la baronessa Frieda von Richthofen (1879-1956), lontana parente di Manfred, il celebre “Barone rosso”, leggendario eroe dell’aviazione tedesca. A Tellaro è assai viva la Leggenda del polpo campanaro, raccolta dallo stesso Lawrence. Si narra che una notte una grossa piovra, con i suoi tentacoli, raggiunse le corde della campana della chiesa, costruita sulla scogliera, e lanciò il segnale d’allarme scongiurando un’incursione dei pirati saraceni. La Sagra del polpo è il modo ingrato, ma certo delizioso, con cui il borgo ogni anno usa rinsaldare quell’antica memoria popolare. D’obbligo anche una salita alla frazione di Solaro, posta sul crinale del Monte Canarbino da dove si gode la vista più spettacolare in assoluto sull’intero Golfo della Spezia e il suo bellissimo arcipelago. BIBLIOGRAFIA CARLA SANGUINETI, Figlia dell’amore e della luce. Mary Shelley nel golfo dei Poeti, Genova, Sagep, 2000.


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EPIGRAFE DANTESCA DELLA BELLAVISTA

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Ma una epigrafe è un monumento? Certo che lo è. E se è stata messa lì, è perché merita di essere onorata. Quando poi si tratta di una epigrafe dantesca, il discorso si fa addirittura obbligato, tanto più che questa della BelEmma Orczy terra di Dio». Andare per credere. L’iscrizione è dedicata alla terzina di Pur III dove Dante cita Lerici ai vv. 49-50. Essa fu apposta nel1953 per l’interesse e la cura dell’Associazione Erix. Quella di Dante non è una semplice, banale citazione di luogo, perché l’itinerario “da Lerici a La Turbie” – località che in epoca romana, e Gallia con il tempio augusteo del Trofeo delle Alpi, tuttora presente – è il medesimo che troviamo indicato sulla Tabula Peutingeriana, copia medievale di una carta militare romano-imperiale (ca. II sec. D.C.) su cui si trova scritto, in corrispondenza del Golfo della Spezia, la dicitura In Alpe Pennino u. Boron tratto di strada risolta in un breve zig-zag rivolto in direzione del genovesato. L’enigma di dove si trovasse questa mitica stazione romana è stato risolto negli anni ’70,

dopo decenni di semplici ipotesi, da Ferruccio Egori (1917-1999), studioso indipendente nativo di Massa, il quale lesse il passo nella forma “In Alpe Pennino u[sque] Boron”, cioè ‘per monte posto a Est di Nizza. La carta stradale dell’antichità, insomma, indicava semplicemente la direzione da prendere: la via era il sentiero di crinale appenninico che oggi diciamo dell’Alta Via dei Monti Liguri (->Val di Vara) Ora, che il percorso indicato da Dante sia un’indicazione di itinerario terrestre (come quello della Peutingeriana), piuttosto che un itinerario marittimo come pare decisamente indicato dalla descrizione, nello stesso passo di Pur III, delle coste liguri a strapiombo (le quali sarebbero una comoda scala al confronto dell’erta del Monte del Purgatorio che Dante e Virgilio si apprestavano ad attaccare), non del XIV secolo: ciò che importa è il sapere che un uomo come l’Alighieri aveva nella mente Roma Imperiale di oltre mille anni prima. E per chi ancora pensasse che si tratti di cosa di poco conto, sappia che il percorso dell’Alta Via dei Monti Liguri nasce in località Ceparana (->Val di Vara), l’antichissima Boaceas segnalata da Claudio Tolomeo e che quello stesso percorso di crinale è la preistorica Herculea di cui parlava Strabone.


Tutto ciò è stato messo a fuoco nel corso di una ricerca attentissima compiuta negli ultimi anni dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi, studi che sono valsi a cancellare di netto una vastissima quanto sterile letteratura storica. Per prima

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numerosi riferimenti francesi presenti nella Divina Commedia andando così decisamente ad avvalorare la memoria del viaggio di Dante a Parigi di cui ci testimonia Giovanni BoccacLa trasferta francese del Sommo va datata con precisione brevi manu l’Epistola XI chiaro intento di promuovere un pronto rientro della sede papale in Roma. Dante, molto probabilmente, si unisce agli alti prelati imbarEpistola ai Cardinali un chiaro riferimento lunigianese citando con «Lu-

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lia all’Impero di Roma e l’idea del trofeo si collega molto bene al buon frate Ilaro del Monastero di Santa Croce del Corvo buon monaco una copia autografa dell’Inferno da recapitare Petrarca, il viaggio, Petrarca cita il Capo Corvo come esatto punto di termine dell’arco ligure: . Par

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Il Dante di Silvestri

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IL GIGANTE DELLA LIBERTÀ INTELLETTUALE Il Dante di Lerici è precisamente un busto realizzato in marmo di Carrara da Giuseppe Silvestri, docente di Massa. L’inaugurazione dell’opera, che si deve in gran parte all’intervento di un mecenate del luogo, l’imprenditore Attilio Bencaster, è avvenuta il 30 dicembre del 2021,

ricercata conclusione delle celebrazioni dantesche in Lunigiana. La cerimonia è stata avvalorata da una lectio del prof. Francesco De Nicola, presidente del comitato genovese della Società Dante Alighieri, il quale ha illustrato il viaggio che Dante ha compiuto


alla volta della Francia, con partenza da Lerici, secondo la ricostruzione operata dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi. In verità, mentre gli altri due monumenti regionali dedicati a Dante (->Mulazzo e ->Villafranca) esprimono in modo evidente una cifra sapienziale senz’altro genuina, questo di Lerici dà l’impressione d’una visibilità ostentata, con un volto sostanzialmente conforme, sì, alla ricostruzione operata dall’antropologo Mallegni, (come quello di Villafranca), ma con tratti decisaDante “iper realistico”, ma ciò che costituisce il grosso del lavoro, cioè il blocco della testa, appare di una complessità tanto ricercata da far pensare piuttosto ad un esempio di neo-barocco posto al servizio di un’originalità inseguita a qualsiasi costo. Tuttavia, a ben guardare anche qui si può cogliere un importante aspetto sapienziale. Considerando l’opera nel suo preciso contesto di collocazione, essa fa bella mostra di sé nei giardini a mare di una cittadina in attesa di tempi migliori. Sì, perché non sono tempi buoni quelli in cui si chiudono i festival indica sopra un gran libro aperto lo Stemma della città marinara, sembra proprio dire: «Questa me la sono segnata!». Ma a chi si rivolge Dante? Non al passante, ma a qualcuno che sta di bile, ma ben presente, il Poeta indica non già i propri versi lericini (quelli famosi di Pur III di cui alla ->Epigrafe della Bellavista), bensì lo Stemma del borgo, con tutte le precise competenze e re-

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Matilde e il suo Staff vi aspettano nella centrale Piazza Garibaldi, nel cuore del centro storico, con due sale interne e ampio spazio esterno vista mare.Cucina tradizionale e innovativa con piatti a base di pescato locale.

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Il messaggio che sovviene appare chiaro: ci vuole lo Iustus ordo per trattare di uno dei massimi esempi al mondo di libertà intellettuale. E questa è davvero una grande lezione. BIBLIOGRAFIA MANUGUERRA MIRCO, Sul viaggio di Dante a Parigi, «Atrium – Studi Meta134-158.

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PORTOVENERE (Sp) Mater Naturae e la Stella Maris

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Portus Veneris è citata in una carta marittima fatta redigere dall’imperatore Antonino Pio nel 161 d.C. (“Itinerarium Antonini”). Il toponimo deriva dal tempio della dea, di cui restano tracce nell’attuale Chiesina di San Pietro, un gioiello famoso in tutto il mondo. Nel corso del VI sec. sull’Isola del Tino fondò un eremo destinato ad assumere vasta imporSan Venerio, patrono del Golfo e protettore dei Fanalisti. Si parla, non a caso, della celebre “Isola del Faro” di dannunziana memoria (Meriggio, 1903): […] Pel chiaro silenzio il Capo Corvo l’isola del Faro scorgo; … Il Tino, con la tipica forma richiamata dal nome, pare abbia ispirato ad Arnold Böcklin (1827-1901), ospite in quel di ->Lerici, il celebre quadro “L’Isola dei morti”, opera straordinaria che fu anche la preferita del Führer. Molto bene conservate sono le vestigia del monastero di San Venerio, visitabili ogni anno il 13 settembre in occasione della festività del santo. L’Isola Palmaria, invece, era sicuramente frequentata già in Età del Bronzo: la sua Grotta dei Colombi fu a lungo un luogo di inumazio-

Scheda del borgo

ne (->La Spezia, Museo del Castello di San Giorgio). Circa l’Isola del Tinetto, sappiamo che fu sede di un eremo addirittura nel sec. V-VI, le cui vestigia rappresentano una delle testimonianze più antiche del culto paleocristiano in Lunigiana. Poco più a sud del Tinetto si erge dalle onde la ->Stella Maris: posata sull’insidiosa Secca del Diavolo, essa evita alle imbarcazioni danni rovinosi, soprattutto in regime di bassa marea. Completa il quadro (anche se tutti se lo scordano) l’isolotto di Torre Scola. Esso all’inizio del XVII secolo ed è a tutt’oggi un presidio militare. L’Arcipelago del Golfo della Spezia (denominazione che va attribuita ad una guida turistica comparsa nel 2002, v. Bibliodelle “Isole del Golfo della Spezia”) è parte integrante del Parco Naturale Regionale di Portovenere, ricco anche di un’ampia Area Marina Protetta. Dal 1998 l’intero comprensorio è Patrimonio dell’Umanità. rigine non solo da pescatori, ma anche da abilissimi uomini di mare, subì l’assalto dei longobardi di re Rotari nel 643, tutta-


coalizione guelfa genovese contro la marineria di Federico II di Svevia, nel 1241 all’Isola del Giglio, fece seguito l’anno suclargo delle coste liguri di Levante che troviamo esaltate come un vero trionfo nel Poema della Vittoria, composto tra il 1245 e il 1248 in esametri latini dal notaio Ursone da Vernazza, di sicuro ottimo conoscitore di questi luoghi. Pochi anni dopo, nel 1244 sappiamo che fece tappa a Portovenere, che aveva tratto in salvo Innocenzo IV (al secolo Sinibaldo Fieschi). Il papa era scampato ad un agguato tesogli dall’imperatore eretico e per sua maggior tranquillità era diretto a Lione, dove poi indisse un Concilio. Si preparò così la cattività Avignonese dei Papi che tanto assillò Dante ai primi del Trecento. Proprio il grande padre Dante ci ha lascia-

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Piatti Tipici

via sappiamo che al tempo della grande restaurazione carolingia aveva mantenuto intatta la propria notevole importanza di scalo portuale se è vero che nell’801 le cronache narrano dell’arrivo in nave di un elefante quale dono di un sultano a Carlo Magno, fresco di incoronazione imperiale. Come tanti altri borghi costieri liguri, anche Portovenere, tra il IX e l’XI secolo, dovette fronteggiare le ripetute incursioni delle navi normanne e saracene. Poi, intorno all’anno Mille passò sotto il controllo dei Signori di Vezzano e quindi (sec. XII) sotto l’egida della potentissima Repubblica di Genova, quando questa la pretese in acquisto dovendo assolutamente reagire all’incastellamento di Lerici attuato da Pisa, altra grande repubblica marinara del tempo. Risalgono a questo preciso periodo l’incastellamento della punta meridionale del promontorio dell’Arpaia (dove sorge la chiesa di San Pietro), la Chiesa di San Lorenzo, il borgo nuovo (castrum novum), che con il suo sistema di case-torri prospicienti gli scogli dava protezione all’intero impianto urbanistico, e le ampie mura con le tre torri tuttora molto ben conservate.

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PIÙ INFO


to una traccia anche per Portovenere. Lo ha fatto, ironia della sorte, con il passo relativo alla rivale ->Lerici, perché le coste liguri a strapiombo descritte in Pur III 49-50 sono state considerate anche da Ubaldo Mazzini quelle tipiche della costiera che da Porto-

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Tramonti, dove, non a caso, si trova l’Orrido del Muzzerone, un baratro di 300 metri paragonabile alle grandi scogliere irlandesi. Per raggiungere quel luogo, dove oggi c’è una bella Palestra di Roccia, si prende la strada che dalla frazione delle Grazie muove alla volta del Monte Castellana. Dal XIV secolo in poi molte e variegate vicissitudini videro Portovenere appartenere a poca napoleonica, quando venne realizzata, nel 1812, per volere dello stesso imperatore, la strada litoranea che collega il centro marinaro alla Spezia e denominata ancor oggi “la Napoleonica”. Proprio grazie a quella nuova strada il 28 escursione sulla Castellana nel corso della quale riferì, in un celebre saggio uscito cinque anni dopo a Losanna, di avere goduto dell’esperienza dell’ , cioè di una visione a specchio nel cielo dell’intero globo terrestre, dalla Groenlandia alla Siberia, tico, di cui compilò una carta che il grande geologo spezzino Giovanni Capellini (1833la Spezia”. Appena trascorsa la tempesta napoleonica, che aveva tuttavia portato ad una nuova riorganizzazione dell’Europa, gli intellettuali inglesi e tedeschi, sull’esempio del Goethe, trovarono irresistibile il Tour Italiano. In Lu-

nigiana i primi a presentarsi sono i romantici inglesi. Se è certa la presenza di Shelley a San Terenzo di ->Lerici, è comunque molto forte la tradizione che vuole a Portovenere la per eccellenza, il quale, da gran nuotatore che era, sarebbe partito dalla grotta che oggi porta il suo nome, che si trova proprio a lato della chiesina di San Pietro, per raggiungere la spiaggia di San Terenzo e dunque la casa dei coniugi Shelley. Oggi su quel percorso si tiene ormai da quarant’anni una gara internazionale di nuoto di fondo divenuta di prestigio internazionale: la Coppa Byron. Sugli scogli prospicienti la Grotta Byron oggi si può ammirare una bella statua bronzea intitolata a ->Madre Natura. Da Portovenere parte il Sentiero Verde,


RISTORANTE

Nel primo tratto, che termina all’Orrido del Muzzerone, si attraversano magici boschi di Quercioli da sughero e si possono amdelle strane chiazze più chiare: sono le sorgenti d’acqua dolce che sgorgano dal fondale marino, alle quali vanno i sub più esperti per bere sott’acqua. A Portovenere il 17 di agosto ricorre la Festa della Madonna Bianca. Sul principio della sera la preziosa icona – parte del ->Tesoro di San Lorenzo – viene portata in processione attraverso il borgo e si accendono sul Promontorio di San Pietro migliaia di lumi a olio che conferiscono al paesaggio notturno un’atmosfera dalla bellezza indicibile: la folla immensa che sale e scende dalla scalinata della chiesina, come su una sfolgorante Scala di Giacobbe, è veramente uno spettacolo di valore mondiale: assolutamente imperdibile. D’estate il Canale di Portovenere in alcuni giorni viene chiuso alla navigazione per offrire a tutti l’impagabile libertà di una gigantesca Piscina naturale. Nella frazione de Le Grazie l’antica struttura del Varignano, oggi sede del Comsubin (il Comando Subacquei e Incursori della stre Forze Armate, già antico lazzaretto, poi ospedale militare, ospitò in due occasioni Giuseppe Garibaldi ferito e prigioniero (->La Spezia). Della stessa frazione delle Grazie è nativo il poeta Giovanni Giudici (1924-2011), tra i maggiori esponenti della poesia ermetica italiana del Secondo Novecento. La Mondadori gli ha dedicato uno dei suoi prestigiosi Meridiani. BIBLIOGRAFIA UBALDO FORMENTINI, Monumenti di Porto Venere, restauri 1929-1934, Memorie dell’Accademia Lunigianense di Scienze, La Spezia, 1934. URSONE NOTAIO, Poema della vittoria, cura e traduzione di Roberto Centi, Fabbiani, La Spezia, 1993. MIRCO MANUGUERRA, Charta Magna, Sarzana, Luna Nova Editrice, 2002.

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La Madonna Bianca

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IL MIRACOLO CHE NON È LEGGENDA Il 17 agosto di ogni anno Portovenere si immerge nella festività religiosa, molto sentita, della Madonna Bianca. Le cerimonie iniziano dalla Chiesa di San Lorenzo, dove si conserva l’icona della Santa Vergine, la quale sul far della sera viene trasportata in un’arca attraverso le vie del borgo storico. Poi, dopo il tramonto, migliaia di lumini nel frattempo sparsi in mare e distribuiti per tutto il Faraglione della Chiesa di San Pietro spettacolo indescrivibile: la moltitudine biblica di persone che si trovano a salire e scendere dalla grande scalinata del tempio appare una grandiosa schiera di angeli mossi sulla Scala di Giacobbe, mentre dagli scogli e dalle rocce sembra che da un momento all’altro possa ergersi il busto sdegnoso di un Farinata degli Uberti. Un vero spettacolo dantesco, unico, ineguagliabile: la Madonna Bianca di Portovenere è un evento di livello mondiale. La tradizione vuole che l’icona mariana sia arrivata dal mare nel 1204 sul tronco di cedro del Libano scavato a mo’ di navicella che si conserva sulla parete sinistra in San Lorenzo. In realtà il tronco era doppio: nella trave esposta sono evidenti dei solchi di cardini sicuramente riferibili ad un’altra, identica trave posta a chiusura di quella rimasta. La navicella, come d’uso, era stata evidentemente abbandonata da una nave cristiana proveniente dalla Terra Santa per sottrarla all’attacco di pirati musulmani: essa conteneva il cosiddetto Tesoro di San Lorenzo. Il culto religioso è legato al Miracolo della Madonna Bianca avvenuto tra il 16 e

il 17 agosto del 1399. Un certo Lucciardo, nel mentre incombeva una pestilenza, stava pregando davanti ad altra immagine sacra quando notò d’un tratto quella antica, ormai annerita dal tempo, riprendere pian piano colore. L’uomo corse subito a chiamare i compaesani, che accorsero in massa; arrivarono anche i parroci di S. Lorenzo e di S. Pietro e pure il notaio Giovanni di Michele di Vernazza, il quale registrò su carta la cronaca di quell’avvenimento straordinario: dapprima l’immagine si Bambino e di due santi (Cristoforo e Antonio abate); poi le mani della Madonna si giunsero in preghiera mentre nelle mani di Gesù apparve un foglio recante un invito alla conversione: «“Madre mia, ciò che te piace me contenta, purch’el peccatore del mal far se penta”». Il notaro, tra tutti gli intervenuti, annotò ben sessanta testimoni che, con lui, avevano assistito alla lunga evoluzione del prodigio. Il documento da lui redatto risulta trascritto fedelmente da certo «Frate Antonio de Benedetti Genovese dell’ordine di Santo Agostino» nella pergamena datata 1612 che si conserva in San Lorenzo. Anche se dell’originale, probabilmente traslato altrove, non si è ancora ritrovata traccia, nella storia della Madonna Bianca niente è leggenda: questo termine lo si ritrova spesso, ma è tutta storia documentata. Verso la metà del ‘400 la Madonna Bianca, subito acclamata a Patrona della comunità portovenerese, venne inserita nel contesto scultoreo monumentale di grandiosa bellezza che ancora la conserva, attribuito al maestro Mino da Fiesole (1429-1484).

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L’ATTESA Di fronte a quella grotta romantica che secondo la tradizione vide Terenzo, protetta dal promontorio onde la chiesina di San Pietro, già tempio dedicatorio della Venere ra prosperosa di Madre Natura se l’orizzonte lontano. Le forme richiamano quelle delle cosiddette “Veneri obese” della lontana preistoria, le quali ci piace pensare, però, che siano piuttosto “Veneri gravide”, dunque simboli di fertilità più che di abbondanza. E qui la Donna, simbolo principe della Natura e delle sue leggi chiarissime, porta il suo promesso fardello di vita rivolgendo costante attenzione all’unica fonte di abbondanza del borgo: il mare, il grande ma insidioso mare. E in quello sguardo enigmatico, eternamente sospeso, come non riconoscere la moglie del pescatore in paziente attesa di vedere spuntare all’orizzonte le care vele familiari? Non c’è angoscia in lei: in fondo, se siamo lì a contemplarla, vuol dire che il tempo è ancora buono, che il mare è ancora calmo; l’attesa è ancora serena. Ma certo non è un caso che nella Chiesa di San Lorenzo, alta sopra la scogliera, sia conservata una importante raccolta storica di ex voto marinari: alla Madonna Bianca per chiedere il ritorno dei loro uomini in mare. Ecco perché a questa splendida Mater Naturae in bronzo, opera del 1989 dello scultore napoletano (1921–1997), versare senza alcuna mutazione i millenni della storia dell’uomo, noi diamo come sottotitolo L’attesa. Un vero capolavoro.

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Stella Maris

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LA VERGINE DEL GOLFO A Portovenere, nella Chiesa di San Lorenzo, si conserva una raccolta di ex voto marinari di grande importanza storica: le donne Madonna Bianca per chiedere il ritorno dei loro uomini in mare. È per questo antico retaggio che può accadere che per segnalare una secca pericolosa semisommersa venga posata una statua candida come la neve (è di marne Madre invece che una qualsiasi struttura volgare. Il tema della Stella Maris è tradizione antichissima: il nome è quello della , quella Stella Polare che è da sempre il punto di riferimento assoluto per i naviganti. Allo stesso modo la Vergine è il riferimento costante di ogni buon cristiano. La Stella Maris di Portovenere è una bella statua della Madonna che si erge sulle onde di fronte all’Isola del Tinetto, la punta estrema dell’Arcipelago del Golfo della Spezia. L’icona posa sulla cima di una montagna sommersa, un isolotto mancato chiamato Scoglio del Diavolo dagli uomini di mare poiché particolarmente insidioso soprattutto in regime di bassa marea. classico raccoglimento in preghiera, è stata voluta dalla Capitaneria di Porto della Spezia e alla cerimonia di benedizione centinaia di barche hanno salutato la Vergine con le loro sirene. Al mondo c’è sempre un motivo di Speranza: la Stella Maris lo è per l’intero Golfo della Spezia.

Siamo nel cuore di Portovenere, la struttura medioevale dell’Antica Osteria è il naturale completamento della nostra autentica cucina ligure. Piatti della tradizione, olio evo di Portovenere e materia prima del nostro orto vi aspettano.

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VAL DI MAGRA

I Millenni e le loro storie

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La «Macra» era chiamato dal padre Dane così si declina ancor oggi il nome del nasce dalle pendici del Cirone, a est del passo della Cisa, ne parlava già Strabone oltre un millennio prima, quando ci viene attestata l’esistenza di una intensa produzione di legname che dai monti Nessuno ha mai parlato di grandi cantieri navali a proposito del mitico Portus lunae, ma alla luce soprattutto del commercio del marmo pregiato, destinato alle ville patrizie di tutto l’impero, la loro esistenza è storicamente richiesta. Non solo: Claudio Tolomeo, massimo geografo dell’antichità, segnalava alla di Boaceas, l’odierna Ceparana, sede di

mercato antichissimo da cui inizia il percorso appenninico oggi detto dell’Alta Via dei Monti Liguri. Fin da epoca Repubblicana la Magra sesun generale romano era consentito di oltrepassare il limite Rubicone-Macra con il proprio esercito in armi senza il consenso preventivo del Senato di Roma. Una simile iniziativa sarebbe stata, infatti, considerata un atto ostile e quello era il limite ultimo entro il quale si sarebbe potuta organizzare la difesa dell’Urbe. Quando Giulio Cesare “trasse” il famoso “dado” invitando a seguirlo tutti coloro lo amavano, non fece altro che una “marcia su Roma” e Benito Mussolini, duemila anni dopo, cresciuto su quelle stesse sponde, conosceva molto bene la Storia d’Italia. Certo è che se Cesare, invece di trovarsi sul versante


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adriatico, si fosse trovato su quello tirrenico, sia l’Italia che la Lunigiana avrebbero conosciuto ben altra Storia. Agli albori del V secolo, quando il generale Onorio, poi imperatore, si trovò ad organizzare il limes difensivo contro le invasioni dei barbari, lo realizzò proprio su quella demarcazione ideale che il Rubicone univa alla Macra. Fu così anche nel caso del successivo limes bizantino, eretto nel VII secolo, e ugualmente disposero i generali tedeschi per fronteggiare, nel corso della II Guerra Mondiale, l’avanzata da sud dell’esercito americano: il Comando in Capo della Linea Gotica sul fronte tirrenico fu insediato presso il Monastero del Corvo a -> Bocca di

Magra. Ancora in epoca bizantina, quando la Lunigiana faceva parte dell’Esarcato con l’Emilia e la Romagna, se Ravenna era il grande porto di controllo sull’Adriatico, Luni era l’importante capitale della Provincia Maritima Italorum: si tratta di un’altra traccia indelebile della Storia, il cui retaggio è chiaramente riconoscibile nel Dipartimento Militare Marittimo dell’Alto Tirreno costituito presso la sede dell’Ammiragliato, alla Spezia. In quel tempo Paolo Diacono, storico dei Longobardi (sec. VIII), ci testimonia che appunto, era indicata come «Tusciam ingressus»


Cantina dell’Ara Cantina dell’Ara si trova nel cuore della Val di Magra. Gianni segue tutte le fasi, dalla terra alla bottiglia, senza perdere di vista l’obiettivo di realizzare vini semplici e di qualità, nel rispetto delle tradizioni.

Cantina dell’Ara è amore per il vino 61

medesimo appellativo la troviamo indicata da un imperatore come Federico II di Svevia (sec. XIII), nientemeno che lo Stupor mundi, più volte passato per queste lande. La Lunigiana, “Terra dei cento castelli”, era ormai praticamente imprendibile: per conquistarla, infatti, si sarebbe dovuto espugnare tutte le fortezze poste il rischiare l’accerchiamento con una chiusa a fondovalle; non alla foce, la cui piana è amplissima, bensì alle bocche di Caprigliola, una stazione di fondamentale importanza, che, non Luni nel corso del sec. XII, al tempo di

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Federico il Barbarossa. Quando nel 742 re Liutprando fondò il monastero di Berceto, nei pressi del valico della Cisa, le condizioni per l’annessione senza colpo ferire della Lunigiana al Regno Longobardo, ormai pienamente cristianizzato, erano bene evidenti. Non a caso il 742 è l’anno al quale si riferisce quella Leggenda Leboinica (-> Bocca di Magra) da cui trae origine la Via del Volto Santo, ma è pure l’anno di nascita di Carpa in forza della restaurazione di un Impero che, oltre che Romano, seppe farsi anche Sacro. Con l’Età Carolingia si ravvivano le frequentazioni a livello europeo e nascono (spesso su antichi itinerari romani) le nuove vie di comunicazione. La via di Monte Bardone resta immutata ed anzi si arricchisce di nuove stazioni: intorno all’anno Mille, o poco prima, su quella che noi oggi indichiamo come Via Francigena (o Francesca, o Romea) nascono i borghi di ->Pontremoli, ->Villafranca, Aulla, Santo Stefano, ->Sarzana. È l’Itinerario che Sige-

rico di Canterbury, arcivescovo britannico, traccia nel suo diario di viaggio tornando dall’investitura in Roma, nel 990. Prima di allora esistevano solo pochi borghi antichissimi, come sicuramente fu Filattiera, di origini romano-bizantine. Nei nuovi borghi si nota sempre una “via dritta” che li passa da una porta all’altra, non sono attraversati, come sembra, dalla grande cate lungo i margini della stessa. In Val di Magra è indelebile l’Orma di Dante genius loci al quale possono essere ricondotti fenomeni peculiari come quello dei Librai e del Cantamaggio cortese (->Mulazzo). Ma un elemento identitario molto più profondo nel tempo è rappresentato dalle Statue-stele (-> Pontremoli), le quali, sebbene non esclusive in Lunigiana della Val di Magra, ebbero qui la loro massima laggi sparsi attorno alla piana alluvionale che i Liguri-Apuani trovarono le ragioni più profonde del loro antichissimo culto. Oggi la Val di Magra costituisce un’ampia


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BIBLIOGRAFIA STRABONE, Geographia Universalis, V II 5 PAOLO DIACONO, Historia Longobardorum, V 27. MARZIA RATTI (a cura di), Antenati di Pietra, Genova, Sagep, 1994. MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La Spezia, ItaliaperVoi, 2021.

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SARZANA (Sp) Scheda del borgo

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Sarzana, assieme a ->Pontremoli, è la più importante Città d’Arte dell’intero comprensorio della Lunigiana. Considerata, giustamente, l’erede storica dell’antica citche nel 1203 venne traslata la sede vescovile a causa delle paludi malariche in cui era ormai sprofondata la gloriosa metropoli romana. Meno esposta alle scorrerie saracene, luogo di tappa sorto e sviluppato sulla Via Francigena attorno al sec. X. Come tutti i borghi dell’Alta Val di Magra, la gran-de via medievale l’attraversa in linea retta (qui da Porta Parma a Porta Romana), perché è su ambo i lati di quell’esatto percorso che vennero costruiti i primi nuclei

abitativi delle città e tali strutture sono rimaste inalterate nei secoli. La Piazza centrale – l’antica Piazza della Calcandola (oggi Piazza Matteotti) fu teatro il 6 ottobre del 1306 di una scena importante della Pace di Castelnuovo, di cui fu grande protagonista Dante Alighieri: fu in quel punto che il Sommo Poeta ricevette da Franceschino Malaspina, marchese di ->Mulazzo, la procura plenipotenziaria che gli permise di salire a Castelnuovo, presso la residenza del vescovo-conte di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla, per siglare lo storico trattato. In forza degli Atti della Pace di Dante, conservati in originale presso l’Archivio di Stato della ->Spezia, Sarzana e Castelnuovo Magra sono gli unici luoghi


le sole eccezioni della natìa Firenze (da dove uscì e mai più fece ritorno) e Ravenre l’attestazione storica della presenza del Sommo Poeta. Nell’anno 1300 lo stesso tà, concorse all’esilio a Sarzana dell’amico Guido Cavalcanti. Ma si trattò di un comodo soggiorno al mare con tanto di famimente le acque si calmassero. Solo che purtroppo Guido contrasse la malaria e probabilmente morì nella stessa Sarzana. Di epoca medicea è la struttura muraria della città, a Porta Parma con i suoi torrioni e Porta Romana con la fortezza interna della Cittadella (detta anche fortezza Firmafede), perfettamente conservata e sede di numerosi eventi culturali. Sopra la collina a Sud si erge invece la Fortezza di Sarzanello Castracani su una struttura preesistente nella prima metà del sec. XIV. La Città è custode di tesori di valore as-

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soluto, a partire dall’ampolla del Preziosissimo Sangue (che secondo la Leggenda Leboinica, datata al 742, sarebbe giunta alla foce della Magra direttamente dalla Terra Santa su una navicella senza nocchiero assieme alla Santa Croce di -> AmeProcellaria di Carlo Fontana passando attraverso la ->Croce Lignea del Maestro Guglielmo (1138), il primo esempio datato di croce dipinta della storia dell’arte e prototipo del canone artistico per l’intera Toscana.

Croce di San Francesco d’Assisi, nei pressi della Chiesa dedicata al Santo. Fu collocata nel 1902 in sostituzione di una croce più antica sul luogo dove, secondo tradizione, avvenne l’incontro di Francesco con San Domenico. Nella chiesa di San Francesco si conserva il ->Monumento funebre di Guarnerio degli Antelminelli, la splendida arca che Giovanni di Balduccio realizzò per le spoglie del Nella frazione di Luni, prospiciente al litorale sabbioso, esterno al piccolo cimitero di in marmo di ->Carlo Fabbricotti, grande industriale del marmo, a vigilare sulla cappella di famiglia. Il monumento, posato nel 1913, bellissimo, è opera dello scultore carrarese Alessandro Lazzerini. Di Sarzana è nativo il grandissimo papa umanista Niccolò V (al secolo Tommaso Parentucelli), promotore del progetto della Grande San Pietro e fondatore dell’immensa Biblioteca Vaticana. Di origini sarzanesi è la famiglia Buonaparte dal XIII sec. A Sarzana i Buonaparte possedevano una casa-torre, tuttora ben conservata nel cuore del borgo storico, nei pressi della pieve di Sant’Andrea. Intorno alla metà del XVI secolo un membro della famiglia emigrò in Corsica dove si sviluppò la linea dinastica da cui nacque Napoleone.


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Vittoria alata del Fontana

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L’INDOMITA “PROCELLARIA” Ormai è chiaro: il massimo livello speculativo la statuaria lunigianese lo ha raggiunto con i numerosi monumenti che la Regione ha voluto dedicare ai propri Caduti della Prima Guerra Mondiale. Anche Sarzana (come ->La Spesaggio di grandissima arte con la Procellaria del carrarese Carlo Fontana (1865-1956). L’opera venne inaugurata nel 1934 ed occupa la parte centrale di piazza Matteotti, quell’antica Piazza della Calcandola dove il 6 di ottobre del 1306 si compì il primo atto della Pace di Castelnuovo di cui fu grande protagonista Dante Alighieri. Il monumento vuole simboleggiare lo sforzo compiuto dall’Italia per arrivare alla vittoria nella Grande Guerra. Questo preciso intento viene sviluppato anche attraverso il poderoso basamento in marmo, dove su uno dei lati i soldati trasportare a braccia un pesantissimo cannone lungo un erto sentiero di montagna. Su quello stesso sentiero, alta sulla cima, sta la Vittoria da raggiungere anche a prezzo della vita. Fontana, già autore della Quadriga dell’Unità, quella posta alla sinistra sul Vittoriale in Roma nel 1928, realizza con la Procellaria il suo capolavoro assoluto. Incurante delle tempeste, questo uccello pelagico, cioè stanziale del mare aperto, è simbolo di uno spirito assolutamente indomito e icona universale di Libertà. Il governo che la prie ali in reazione ai forti venti contrari della Guerra, non è solo un esercizio di altissima maestria artistica, ma è pure frutto di una intuizione in tutto degna dei più grandi ingegni artistici di ogni tempo. Nella stessa Piazza, in un palazzo alla sinistra della Procellaria, un’epigrafe dettata da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919) celebra la casa dove il Maestro visse.

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La Croce del

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IL CRISTO TRIONFANTE CHE ISPIRÒ ANCHE DANTE Nella Concattedrale di Santa Maria Assunta in Sarzana si conserva un’antica croce dipinta: la Croce del Maestro Guglielmo, detta anche Croce di Sarzana. L’opera ha una notevole particolarità: sopra il capo del Cristo è presente un’i-

scrizione in esametri leonini che recita: ANNO MILLENO CENTENO TER QUOQUE DENO OCTAVO PIN XIT GUILLIELMUS ET HEC METRA FINXIT. Si tratta di versi scritti dall’autore, appunto il Maestro Guglielmo, del quale di quest’opera pregevole.


Con tale iscrizione, caso assai raro, oltre a rivendicarne la paternità, l’artista ci fornisce anche la data di realizzazione del Cristo: 1138. Siamo di fronte al prototipo delle croci dipinte per il caso di un territorio particolarmente intriso di arte come la Toscana: non è cosa di poco conto. Al pari del Volto Santo del Monastero del Corvo (Ameglia), anche questo bensì un Christus triumphans. Si tratta del modello più antico del canone Christus patiens prattutto ad opera degli Ordini Menicanti al tempo di Cimabue e Giotto. rappresentati nelle scene a margine, dove spiccano, infatti, un’Addolorata e un S. Giovanni piangente. Ma c’è un’altra particolarità di rilievo nelle

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della Vergine appare ovunque, anche in episodi evangelici dove non si narra di Lei. Tale insistenza ha indotto alcuni studiosi a pensare ad una decisa inun autore in cui si può dire che la devozione mariana abbia raggiunto i vertici massimi: per il monaco che dettò la Regola Templare la Vergine assume un’importanza decisiva nell’opera di redenzione degli uomini. Da qui a pensare anche ad una possibile fonte di ispirazione dantesca (come fa chi scrive) il passo è assai breve: Dante ebbe certamente modo di osservare questa splendida Croce dipinta nel corso del suo soggiorno sarzanese e sappiamo bene quanto nella Divina Commedia sia centrale la

all’intercessione del santo francese presso la Vergine che Dante, Campione dell’Umanità, può pervenire all’assoluto della visio Dei.

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IL FIGLIO DEL CONDOTTIERO INVINCIBILE Uno dei tanti tesori che si custodiscono a Sarzana è l’Arca sepolcrale di Guarnerio degli Antelminelli, il Castruccio Castracani (1281-1328). Castruccio, temibilissimo condottiero lucchese di parte ghibellina, fu la bestia nera del guelfo Spinetta Malaspina il Grande (1282-1352). ad opera del Castarcani che si deve il tramonto delle ambizioni malaspiniane di instaurare in Lunigiana una propria Signoria. Scomparso nell’aprile del 1315 Moroello Malaspina, il «vapor di Val di Magra» di Inf XXIV, scomparso lo stesso Dante nel 1321, inconsistente il marchesato di Franceschino nominata dall’Alighieri, il quale, non a caso, dopo la morte di Moroello non fece mai più ritorno in terra lunense), fu Spinetta a cullare l’idea di giana sotto l’egida dei due Stemmi, quello dello Spino Secco e l’altro dello Spino Fiorito. Ma Castruccio, confermato vicario in Lunigiana nel 1324 dell’imperatore Ludovico il Bavaro, rappresentò sempre per lui un ostacolo insormontabile. Invincibile in battaglia, fu solo con la sua morte improvvisa, sopravvenuta per febbri malariche, che a Spinetta si aprì inaspettatamente un ampio spiraglio. Si pervenne così alla massima espansione malaspiniana in terra di Lunigiana, tuttavia da lì alla Signoria il passo si rivelò irrealistico e il progetto rimase un sogno nei secoli incompiuto. Guarnerio degli Antelminelli morì ancora fanciullo nel 1322. Il padre

commissionò un sepolcro degno del proprio lignaggio e si rivolse al grande scultore pisano Giovanni di Balduccio (ca. 1300 – ca. 1349), il quale completò il monumento nel 1328, lo stesso anno in cui anche Castruccio morì. L’opera si discosta nettamente dalla produzione squisitamente toscana dell’artista per prendere una via ispirata alla tradizione delle Arche. ligere, quelle cioè che eternano i Della Scala: fu certo la fama della famiglia veronese, icona nazionale di una potente signoria ghibellina, a far cullare a Castruccio, con Ludovico il Bavaro, la presa di Firenze: era l’impresa che Dante suggerì invano, decenni prima, al predecessore Arrigo VII. Ancora una volta, sempre per la morte improvvisa di uno dei protagonisti, Arrigo prima e Castruccio poi, Firenze fu salva ed è da questa seconda occasione che cominciarono a crearsi le condizioni per l’avvento dei Medici. Un altro parallelismo di grande interesse è dato dal fatto che il piccolo Guarnerio riposa nella chiesa di San Francesco a Sarzana mentre il padre Castruccio nella Chiesa di San Francesco in Lucca, il Pantheon della città, e ciò nonostante la scomunica comminata da papa Giovanni XXII. scorsi in Inghilterra, laddove incontrò addirittura i favori del re Edoar(->Lerici), che gli dedicò nel 1823 uno splendido romanzo dal titolo Valperga. Vita e avventure di Castruccio, principe di Lucca. L’opera, indagata da Carla Sanguineti, ha rivelato notevoli contenuti di forte ispirazione dantesca.

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LA FIGURA DI UN PATRIARCA ILLUMINATO Carlo Fabbricotti (1818-1910), industriale del marmo carrarese, è il grande patriarca di una delle saghe familiari più interessanti della Lunigiana Storica. Alla morte del padre, proseguì in proprio le attività delle segherie e altre attività commerciali della famiglia, rilevando nel 1856, grazie alla Legge Rattazzi, ampi appezzamenti di terreno nella piana di Marinella e tutte le pertinenze del’antichissimo Monastero del Corvo, sopra Bocca di Magra. Costruì la nuova residenza familiare sopra l’antico Monastero del Corvo: un castelletto in stile neogotico che è oggi sede del nuovo cenobio dei Carmelitani creò la celebre Tenuta di Marinella. deve la prima, grande raccolta di testile esposizioni del Museo Civico della ->Spezia, allestite presso il Castello di

San Giorgio ed elencate nella Collezione Fabbricotti. Si narra che Carlo Fabbricotti dal solarium del suo castelletto usasse controllare l’andamento dei lavori nelle cave di sua proprietà sulle Apuane – che si aprono proprio di fronte – grazie all’uso di un lungo cannocchiale. In realtà fu un industriale illuminato, sempre rispettoso delle proprie maestranze. Infatti si narra anche che se la famiglia di un dipendente si trovava ad avere un problema di salute o versava in condizioni di particolare indigenza, subito una busta compariva misteriosamente presso l’uscio di casa con l’aiuto necessario. L’impronta del patriarca si trasmise al Carlo Andrea Fabbricotti (18641935), che si annovera tra i maggiori esponenti del dantismo lunigianese, e pure alla moglie di lui, la devotissima cugina Helen Bianca. La famiglia, di ferma educazione cattolica, era tanto benvoluta che quando Helen morì si narra che


entrambi i lati della strada, da Marinelsaggio del feretro. Quando negli anni ’30 il gruppo industriale dei Fabbricotti fallì in seguito alle ristrettezze indotte dall’Autarchia ma pure all’aspro scontro venutosi a creare tra Carlo Andrea e il despota carrarino Renato Ricci, gerarca fascista della peggior specie, la nobiltà della famiglia diede nuovamente ampia prova di sé: fu lo stesso Fabbricotti a segnalare con somma dignità agli esecutori fallimentari gli appezzamenti di terreno che sfuggivano ai loro pur attenti controlli. Lo splendido monumento marmoreo eretto nel 1913 in onore del patriarca drea a nome della famiglia tutta. Il Carlaz troneggia a tutt’oggi al di fuori del piccolo cimitero della Tenuta di Marinella, proprio di fronte alla cappella di famiglia: lo spirito dell’uomo pare ancora aleggiare sull’intera piana vigilando sulle anime dei morti con lo stesso piglio che egli riservava all’intera sua dipendenza in vita. La scultura fu commissionata ad Alessandro Lazzerini (1860-1942) e si tratta senza dubbio del capolavoro dello scultore carrarese: ricca di particolari allegorici molto interessanti, spicca la sacca da cui escono dei denari, perché richiama subito alla mente la celebre «borsa» che l’intera «contrada» riconosceva ai Malaspina nel celebre elogio immortale che Dante inserisce nel Canto VIII del Purgatorio. Si intravvede qui un suggerimento diretto all’artista reso da Carlo Andrea, che fu appunto, come già si diceva, un valentissimo dantista. Non a caso un’epigrafe posta ai piedi del monumento recita: «Da l’Alpe dominata trasse ricchezze qui profuse». Nella man destra, purtroppo, non è più presente il bastone che il personaggio posa sulla roccia: è auspicabile un completo restauro del monumento, senz’altro uno dei più belli e preziosi dell’intera regione.

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AMEGLIA (Sp) La Santa Croce del Monastero del Corvo

Scheda del borgo

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Che Ameglia sia un insediamento di origine preromana è attestato in modo indubitabile dalla presenza di una necropoli Ligure-Apuana del IV a.C. scoperta nel 1976 in località Cafaggio da Ennio Silvestri (1920-1986), ricercatore indipendente e sindaco storico del borgo. Le sue interessantissime tombe a cassetta sono ben presentate al Museo Civico della ->Spezia presso il Castello di San Giorgio. Di epoca romana, invece, è la Villa patrizia del I sec. a.C. di Bocca di Magra, mentre il primo documento che ricorda Ameglia è un diploma dell’imperatore Ottone I, datato 963 che si conserva nel Codice Pelavicino (Biblioteca del Seminario Vescovile, Sarzana). Ma l’attrattiva di maggiore importanza dell’in-

tero territorio amegliese è senza dubbio il Monastero di Santa Croce del Corvo, di poco sopra Bocca di Magra, la cui fondazione è attestata al 1176. Punto panoramico Magra e sulla grande catena delle Apuane, la sua presenza è strettamente legata alla Leggenda Leboinica del ->Volto Santo, di cui il cenobio conserva una copia importante, preMonastero del Corvo ha avuto sullo sviluppo della Letteratura, non soltanto lunigianese, è enorme. Al di là della monumentale biblioVolto Santo (detto anche Santa Croce), con l’individuazione di un itinerario addirittura europeo, sappiamo che


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al Monastero sostò nel 1314 il genio di Dante Alighieri, il quale, muovendo l’umile frate Ilaro a redigere un’epistola accompagnatoria di una copia autografa dell’Inferno da recapitare in dedica assoluta al condottiero ghibellino Uguccione della Faggiuola, diede origine ad stica Lunigianese. Negli ultimi due decenni il Centro Lunigianese di Studi Danteschi ha forEpistola di frate Ilaro sottolineandone l’importanza stretto legame con il tema del viaggio di Dante in terra francese (-> Lerici). In tal modo il Monastero di Santa Croce è tornato all’attenzione del dantismo internazionale. Anche Giovanni Boccaccio, che non a caso dell’Epistola di frate Ilaro fu il grande copista, volle ambientare in questo luogo una novella del Decamerone, precisamente la IV della I Giornata. Al Monastero del Corvo c’è pure la traccia del passaggio di Francesco Petrarca, anch’essa legata al tema del viaggio di Dante a Parigi. Nel corso della seconda metà del sec. XIX, dopo un lunghissimo periodo di incuria, l’antico cenobio fu recuperato da Carlo Fabbricotti (1818-1910), detto “Carlaz”, grande

industriale del marmo di cui si ammira uno splendido monumento di fronte al piccolo cimitero di Marinella di ->Sarzana. Al grande patriarca si deve la costruzione del castelletto in falso gotico posto più in alto rispetto all’anCarlo Andrea Fabbricotti (1864 - 1935), divenne un alto esponente del dantismo lunigianese. La moglie di lui, la cugina Helen Bianca, vissuta quasi in odore di santità, ha lasciato delicate memorie ed una forte devozione popolare. Negli anni ’50, grazie alla mediazione sapiente del Cardinale Anastasio Ballestrero (1913-1998), la Congregazione Ligure dei Carmelitani Scalzi ha acquisito l’intera proprietà dei Fabbricotti dal Monte dei Paschi, che lo aveva rilevato con il fallimento delle aziende di famiglia seguito alla grande crisi del ’29. È così che quell’autentico angolo di paradiso, comprensivo del monumentale parco ottocentesco, fu sottratto al pericolo della speculazione edilizia. Oggi, dunque, il monastero, come secoli e secoli fa, è tornato ad essere un luogo di esercizi spirituali e di discreta ospitalità. Una vecchia epigrafe presente sull’ingresso del cenobio antico recita ancora: “Resurgam”, ‘risorgerò’. Il miracolo si


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è avverato. Il genius loci creato da una simile enormità to nel corso del secondo ‘900, quando Bocca di Magra divenne un punto di ritrovo estivo di grandi intellettuali, poeti e scrittori: qui si incontravano Giovanni Giudici e Eugenio Montale, Franco Fortini e Vittorio Sereni. Da un simile humus culturale è cresciuta la come Roberto Pazzi, nativo di Ameglia. Un’altra frazione importante è Montemarcello, un cammeo posto sulla sommità del Monte Caprione. Inserito nel novero dei 100 Borghi più Belli d’Italia, è stato il paese di Luigi Camilli (1955-2016), prima voce recitante della Via Dantis (->Mulazzo), la creazione del Centro Lunigianese di Studi Danteschi su cui si era artisticamente formato. Prematuramente scomparso, è lassù che l’artista ora riposa in pace. BIBLIOGRAFIA ENNIO SILVESTRI, Ameglia nella Storia della Lunigiana, Ameglia, 1963 (III ed. postuma 1991). MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La Spezia, Edizioni del CLSD, 2006.

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La Santa Croce del Corvo

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ALLE ORIGINI DEL “VOLTO SANTO” Il documento più antico che parla della Santa Croce del Corvo (o Volto Santo) è un atto di Pipino, vescovo di Luni, del 2 febbraio 1176 con cui si destinavano trentadue giove «monacho de Corvo» un Sancte Crucis ed beatissimi Nichodemi confessoris» Monastero di Santa Croce del Corvo era già ben presente il culto della Leggenda Leboinica. Narrano antichi codici delle memorie di un diacono Leboino in pellegrinaggio in Terra Santa al seguito del vescovo subalpino Gualfredo. Un angelo rivelò in sogno all’alto prelato l’esistenza di realizzato per mano di Nicodemo, il Discepolo che con l’aiuto di Giuseppe d’Erimatea si occupò di deporre il corpo di Gesù nel Sepolcro. Nicodemo, quand’era intento a scolpire il corpo del Cristo, si trovò nell’impossibilità di riprodurne il volto, ma l’icona sarebbe stata da lui ritrovata, un mattino, miracolosamente completata: è il miracolo di un’immagine “acheropita”, cioè di origine non umana, ma trascendente. Gualfredo Volto Santo, un grande Cristo trionfante in croce recante in sé varie reliquie, e come unica speranza di condurlo in patria lo imbarcò su di una navicella priva di equipaggio. Il santo naviglio, però, non giunse a Roma, come sperato: si fermò di fronte all’antica città di Luni, dunque proprio sul litorale adiacente la foce della Magra che si ammira dal Monastero del Corvo. La navicella celeste resistette ad ogni tentativo di abbordaggio da parte amente a riva dopo l’esortazione solenne mossa da Giovanni, vescovo di Lucca, accorso sul luogo essendo stato avvisato in sogno del mirabile arrivo. Seguì una disputa tra la popolazione lunense e la delegazione lucchese, con quest’ultima che pretendeva la conservazione della preziosa reliquia in forza della rivelazione ricevuta dal proprio vescovo e con la popolazione lunense che rivendicava la proprietà per diritto territoriale. Onde risolvere la questione si decise libero traino di due buoi non addomesticati: il Volto Santo sarebbe stato assegnato al

vescovo Giovanni se il carro avesse preso la via di Lucca, altrimenti sarebbe rimasto ai Lunensi. Finì che i buoi presero la strada per Lucca, ma la diocesi del Ducato, onde ricompensare i lunensi, lasciò loro l’ampolla rinvenuta sulla navicella del Preziosissimo Sangue di Gesù, ancor oggi conservata nella Cattedrale di ->Sarzana. Correva l’anno 742. Di tutta questo racconto straordinario è fa riferimento: il 742, infatti, è l’anno della della sottomissione di Luni a Lucca, la caput Tusciæ” (A. MURATORI, Delle antichità estensi et italiane, I, Napoli, MDCCCLXI, p. 181). Ma quell’anno segno pure la nascita staurazione di un Impero Romano che si faceva anche Sacro. La Santa Croce che si conserva al Monastero del Corvo è un maestoso Cristo ligneo tunicato, l’unico manufatto del XII secolo (o prima) che può essere considerato copia dell’originale di Lucca (del quale è stata di recente accertata la datazione all’VIII secolo). I tratti semiti del volto e alcuni caratteri tipicamente bizantini, come la barba, fanno pensare ad una fattura mediorientale del monumento. Importante considerare che non si tratta di un Cristo Trionfante. E se l’Alighieri salì al Monastero Centro Lunigianese di Studi Danteschi sulla base dell’Epistola di frate Ilaro, allora tra i tanti capolavori che vide vi fu senz’altro anche questo. Il Sommo poeta cita il «Santo Volto» lucchese in Inf XXI 48, ma qualcuno ha voluto intravvedere un riferimento al Cristo del Corvo nel passo di Pur III 122-23: « [...] la ciò che si rivolge a lei». BIBLIOGRAFIA EGIDIO BANTI, La Croce Lignea del Monastero del Corvo, in *Dante e la Lunigiana, IperteCentro Lunigianese di Studi Danteschi (Atti del Congresso Internazionale ‘Dante e la Lunigiana’, Ameglia, Monastero di S. Croce del Corvo, 30 settembre – 1 ottobre 2006), Firenze-Ameglia, 2009.

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PONTREMOLI (Ms) Scheda del borgo

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Pontremoli è il comune più settentrionale della Regione Toscana, sorto sulla via Francigena all’alba del Mille alla confluenza del torrente Verde con la Magra. L’ipotesi che Pontremoli corrisponda alla leggendaria Apua, centro maggioritario degli antichi Liguri Apuani, è già presente nella tradizione umanistica ed è stata ripresa ai primi del Novecento dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. «Per Alpem Bardonis Tusciam ingressus», ‘Porta di Toscana’, definivano i Longobardi la Lunigiana facendo specifico riferimento alla zona del Pontremolese (“Alpe Bardonis” è l’o-

dierno Passo della Cisa) ed allo stesso modo si esprimeva il grande imperatore Federico II, lo Stupor mundi, il quale visitò più volte la città. Nel corso della sua ultima visita, nel febbraio del 1249, proveniente da Cremona, si trascinava appresso in catene Pier delle Vigne, il suo segretario particolare caduto drammaticamente in disgrazia (è il triste protagonista del Canto XIII dell’Inferno, quello della Selva dei Suicidi). Per dare un esempio a quel comune irrequieto, che già aveva osato tendere un agguato a Federico il Barbarossa, sventato da Obizzo Malaspina il Grande, lo faceva crudelmente abbacinare


come traditore «in platea ecclesie Sancti Geminiani», cioè nella Piazzetta di S. Gemignano, dove a perpetua memoria del fatto è stata apposta una bella epigrafe. Dato che Corrado l’Antico, il grande capostipite dello Spino Secco (la marca malaspiniana che ospitò Dante), in forza di antica tradizione ampiamente accreditata era genero di Federico II, la voce che esce da quel celebre «gran pruno» di Inf XIII 32 (proprio l’albero dello stemma e pure nella condizione secca!) è considerata dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi “memoria malaspiniana”. Maggior segno delle profonde divisioni che agitavano la turbolenta Pontremoli del tempo è la cosiddetta Cortina di Cacciaguerra, che divideva la parte guelfa da quella ghibellina. Resta di essa, quale struttura originaria, la Torre del Campanone, simbolo del borgo. Fu costruita nella prima metà del sec. XIV per volontà di Castruccio Castracani.

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Di quei tempi antichi di Alto Medio Evo Pontremoli conserva, presso la Chiesa di San Pietro, una eccezionale memoria peregrinale: si tratta dello splendido ->Labirinto in arenaria del sec. X, che è uno dei più iconografici tra quelli ad oggi pervenuti. Pontremoli è la Città del Libro, sede del prestigioso Premio Bancarella, ed è anche una grande Città d’Arte, di cui si contende il primato lunigianese con Sarzana. Di particolare rilievo è il canone pittorico tipico detto Barocco Pontremolese: se ne possono ammirare le maggiori testimonianze nel Duomo, la Concattedrale di Santa Maria del Popolo. Ma la città è pure una vera capitale della statuaria preistorica: nel Castello del Piagnaro essa ospita il Museo delle ->Statue-stele Lunigianesi, cioè la raccolta del più vasto fenomeno di steli antropomorfe ad oggi conosciuto al mondo. Tradizione molto sentita è il culto dei Falò, per cui

esistono due Compagnie di Fuochisti assolutamente concorrenti: una per il Falò di Sant’Antonio, detto comunemente di San Nicolò (17 gennaio), e l’altra per il Falò di San Geminiano (31 gennaio), il più importante, partecipato da migliaia di persone, che viene acceso sotto il fascinoso Ponte della Cresa in occasione della festa del Santo Patrono del borgo. Alla buona riuscita dei fuochi (le pire sono alte anche 13 metri e devono bruciare in modo uniforme con fiamme stabili sulla verticale) sono considerati appesi i destini del borgo nell’anno appena iniziato. Di Pontremoli sono native alcune notevoli personalità. Paride Chistoni (1872-1918), fu insigne grecista e latinista; annoverato dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi tra i giganti del dantismo locale, morì prematuramente, vittima della famosa epidemia della “febbre gialla”. Luigi Poletti (1864-1967) fu un sorprendente matematico: perfezionò il Crivello di Eratostene, operatore atto alla scoperta di numeri primi, e fu pure un valente poeta dialettale. Morì ultracentenario. A lui si deve la traduzione in vernacolo locale del


Canto XXXIII dell’Inferno di Dante (“Al Cont Ugolin”, 1953). Manfredo Giuliani (1882- 1969), fu il fondatore degli studi etnografici e di antropologia culturale a cui si deve lo sviluppo della grande cultura lunigianese moderna. In suo onore è nata una delle maggiori istituzioni dell’intera regione, l’Associazione ‘Manfredo Giuliani’ per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana con sede a ->Villafranca. Di più antichi natali fu il Cieco di Pontremoli, un umanista del sec. XIV di cui ci narra il Petrarca in una delle sue celebri epistole.

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BIBLIOGRAFIA ISA MANGANELLI TRIVELLONI, Dimore Pontremolesi, con il saggio di GIUSEPPE BENELLI L’identità storica di Pontremoli, Cassa di Risparmio della Spezia, 2001. MIRCO MANUGUERRA, ‘Orma di Dante non si cancella’ - I Luoghi Danteschi della Lunigiana, in ANDREA BALDINI (a cura di) Le Sette Meraviglie della Lunigiana, Lucca, Pacini Fazzi per il Rotary Club Lunigiana, 2016, pp. 229-260 (Pontremoli alle pp. 254-255).


Il Labirinto di Pontremoli

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LA VIA DELLA SAPIENZA L’antica chiesa di San Pietro de Conla Magra – è stata ricostruita nel 1961 secondo il pessimo canone moderno dopo la distruzione subita nel 1944 da uno dei soliti bombardamenti alleati della II Guerra Mondiale. Da quel disastro si salvò soltanto, miracolosamente, una pesante lastra di arenaria (ca. 83 x 60 cm.) con sopra inciso un labirinto circolare di tipo unicursale, di quelli cioè il cui percorso, per quanto lungo e complicato, non presenta false piste ed è

perciò senza possibilità di errore. Il Labirinto di Pontremoli, attribuibile al più al sec. XI, fu tolto dalle macerie nel corso degli anni Cinquanta dal grande Augusto Cesare Ambrosi, lo stesso studioso cui si deve la fondazione del Museo delle Statue-stele. Conservato temporaneamente presso il Castello del Piagnaro, il monumento fu restituito alla nuova chiesa non appena consacrata. Per anni celato in sagrestia, come fosse un corpo estraneo in un simile contesto modernista, fu grazie all’intervento di Renato Del Ponte, tra i massimi studiosi dell’opera, che nel 1990 al Labirinto fu restituita tutta la sua dignità con l’attuale col-


locazione all’ingresso del tempio, sopra l’acquasantiera, nella posizione che più si addice ad una emergenza tanto ricca L’opera presenta tredici circonferenze ri posti uno di fronte all’altro. Quello di destra presenta uno strano prolungamento pentagonale sotto la pancia del cavallo, forse un mantello, ed ha alle spalle una entità alata. A sinistra della scena c’è l’Ouroboros, il serpente che si morde la coda a simbolo della circolarità della vita e della stessa eternità. Ancora sulla destra c’è una forma ormai indecifrabile che si dice possa essere stata una clessidra. In basso una scritta apposta in epoca successiva recita: «Sic currite ut comprehendatis»: ‘Orsù, correte per conquistarlo!’, il che pare un chiaro riferimento alla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi. Nello stesso periodo è stato apposto nel centro del labirinto, con caratteri simili, il Monogramma di Cristo, IHS, evidentemente per sancire il valore originario dell’opera, cioè quello del cammino simbolico del pellegrino che, percorrendo la strada della vita con buona volontà, senza biforcazioni, perviene senz’altro, pur con tutte le è la vera meta di ciascuno di noi. Ogni pellegrino in sosta su Pontremoli, dunque, grande tappa della Via Francigena, poteva trovare conforto nel constatare che per quanto necessiti di un cammino tortuoso, la pace in Cristo è un obiettivo sempre raggiungibile. Una scuola classica interpreta i due cavalieri come impegnati nell’eterna lotta del Bene contro il Male, mentre Renato Del Ponte associa la scena alla celebre e suggestiva incisione di Albrecht Dürer Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.

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BIBLIOGRAFIA RENATO DEL PONTE, Il Labirinto di San Pietro in Pontremoli nel pellegrinaggio simbolico del Medioevo, Edizioni del Tridente, Treviso, 2015.

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I GUARDIANI DEI MILLENNI «Nel corso di due secoli e mezzo, attorno al 3200 a.C., da una non-esistenza del diverse isole culturali in varie parti d’Europa nelle quali le Statue-stele sono state create e sono divenute una realtà cultuTI, Le statue-stele della Lunigiana, Milano, Jaca Book, 1981). Lo stesso autore precisa che «le statue-stele si rivelano essere i più antichi monumenti religiosi indoeuropei che si conoscano in Italia e in altre zone dell’Europa Occidentale». In Lunigiana la cultura del megalitismo antropomorfo raggiunge la dimensione

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Un simile primato dovrebbe essere suf“civiltà lunigianese”, ma un simile onore non è mai stato concesso all’antica popolazione ligure-apuana. La questione non è oziosa, né tanto meno campanilistica, perché il fenomeno nostrano non si distingue solo per dimensioni, ma soprattutto per qualità: il corpus delle Statue stele della Lunigiana, che conta quasi un centinaio di monumenti, presenta un singolare equilibrio tra soggetti maschili e femminili. Insomma, l’universo femminile assume nelle stele lunigianesi un’importanza tanto rilevante da far decisaLo suggerisce anche Diodoro Siculo, storico greco del I sec. a.C., il quale testimonia che il popolo dei Liguri-Apuani - che godeva di fama europea anche per l’alleanza stretta con Annibale nella II Guerra Punica - possedeva nelle donne un vero punto di forza, in quanto «forti e vigorose come gli uomini» e «abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini». to di questi monumenti straordinari, di tesi ne sono state avanzate tante da quando Ubaldo Mazzini, grandissimo studioso spezzino, li elevò all’attenzione del mondo: l’ipotesi più probabile resta quella che le fascinose Statue-stele siano espressione di un sacro culto degli antenati. Si tratterebbe, insomma, di versioni megalitiche anticipatrici dei celebri lari delle

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patrizie domus romane. L’ipotesi – avvalorata anche da studi recenti, che hanno escluso l’associazione delle Stele con le sepolture – meglio soddisfa all’indole di propria terra da costringere Roma ad una secolare e faticosissima conquista. Così fu soltanto con la drammatica deportazione di cui ci narra Tito Livio (180179 a.C.), quando forse una colonna di quarantamila persone – comunque migliaia di famiglie – lasciò forzatamente la terra dei padri in un viaggio senza ritorno alla volta del Sannio, che la grande stagione della monumentalia lunigianese trovò il suo epilogo. Subito dopo - era il 177 a.C. – ci fu la fondazione di Luni, la «splendida nostra civitas lunensis», come si legge in una celebre epigrafe rinvenuta in loco. Di quelle antiche genti resta solo quell’esercito incrollabile e fedele di simulacri immortali. Riemersero dalle profondità della Storia solo nel 1827, quando il primo monumento fu rinvenuto. Avvenne stranamente non in Val di Magra, dove in seguito sarebbero state recuperate quasi tutte le altre, ma in Val di Vara, precisamente nella zona di Zignago. La maggiore esposizione delle Statue stele di Lunigiana è allestita nel Castello del Piagnaro. Inaugurato nel 1975 da Augusto Cesare Ambrosi, cui è dedicato, il Museo delle Statue Stele Lunigianesi appassionata direzione dell’archeologo Angelo Ghiretti, alla cui gentilezza si sta scheda. Arricchito di sistemi didattici multimediali innovativi, si parla di uno dei musei più visitati della Toscana. Mica roba da poco!

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BIBLIOGRAFIA AUGUSTO CESARE AMBROSI, Corpus delle Statue-Stele Lunigianesi, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera 1972. ANGELO GHIRETTI, Il racconto delle Stele: dalle scoperte al museo che le rivela, in *Le Sette Meraviglie della Lunigiana, a cura di A. Baldini, Lucca, Pacini Fazzi per il Rotary Club Lunigiana, 2017.

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Vittoria alata di Giovannetti

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LA PATRIA COME UNA WALKIRIA Il Monumento ai caduti della Grande Guerra di Pontremoli è uno dei numerosi capolavori speculativi vantati dalla Lunigiana. La Vittoria, infatti, è qui allegorizzata dalla Patria stessa (un’Italia turrita alata) che vediamo impegnata nel dispiegare la bandiera sopra un soldato morente. Come una della mitologia germanica, dunque, l’Italia raccoglie gli spiriti dei suoi Eroi morti in battaglia per condurli nel dominio della Gloria imperitura. La volontà di celebrare la vittoria sull’Impero austro-ungarico con la matrice di quella cultura stessa è ben dimostrata dalla presenza, sul basamento in marmo, di un Trofeo (o Tropaion) composto dall’aquila della Vittoria posata sulle armi del nemico battuto ed una composizione di rami di quercia e alloro (simboli di Forza e di Gloria). Giovanni Giovannetti (1861-1927), questo splendido gruppo bronzeo fu inaugurato il 20 settembre 1924 nella centralissima Piazza della Repubblica. Nel 1991 fu traslato dove si trova ora, in piazza Unità d’Italia. In quell’occasione ai piedi del basamento fu aggiunto un libro aperto in della vocazione libraia della Città di Pontremoli, sede del Premio Bancarella. Il libro reca il seguente passo: «Coraggio di Ieri, Impegno di Oggi, Per una Terra di Pace e Libertà. Potremoli Comune d’Europa». L’opera, nella sua nuova destinazione, appare in verità in una condiziobellezza che sa esprimere. Inserita com’è nel contesto di un piccolo parco, pure l’imponenza arborea la sottrae decisamente all’attenzione del turista. Andrebbe almeno liberata della presenza delle fronde più basse visibilità che certamente merita.

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IL ‘MARAMEO’ SFRONTATO DEL BURATTINO Presso i giardini pubblici di Pontemoli si può ammirare l’originalissimo Pinocchio irriverente. La scultura, in bronzo, sembra recente, ma fu invece inaugurata il 31 luglio del 1960. Opera dello scultore Riccardo Rossi (1911-1983), essa anticipa, nella produzione del maestro massese, il Monumento ai Librai di Montereggio di cui si parlerà a proposito di ->Mulazzo e -> Massa Carrara. Il celebre personaggio, nato dalla fervida fantasia di Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini, 1826–1890), è qui ritratto nell’atteggiamento irriverente di un grosso ‘marameo’. Parliamo di un gesto infantile, certo, ma è in realtà rivolto ad un pubblico adulto che troppo spesso dimostra di non meritarsi molto di più. Si tratta di un lavoro davvero pregevole: le gambe intrecciate del burattino invitano decisamente a pensare alla Commedia dell’Arte, dunque ad un Pinocchio che, nelle false spoglie di un Arlecchino, si del gesto va probabilmente inquadrato nel contesto in cui è collocato: i Giardini del Teatro della Rosa suggeriscono l’idea di un vero coup de théâtre. Si potrebbe forse parlare di un Trionfo di Pinocchio? Può darsi, ma senza esagerare. Se di trionfo davvero si tratta, infatti, esso va riferito al capolavoro di Collodi e a tutti i suoi straordinari ammaestramenti sapienziali, non certo all’atteggiamento tipico del burattino, la cui vicenda è decisamente lontana dalla saggezza del Grillo parlante. È ben vero che il grillo è pedante, ma solo perché ha sempre ragione, e tutti i ragazzini dovrebbero capire, in della vita, che nessuno ha la fortuna di vedersi arrivare ogni volta una Fata turchina a toglierlo dai guai.

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L’EQUILIBRIO DELLA SOMMA SAPIENZA Il 5 dicembre del 1470, e nei giorni successivi, a Pontremoli la Madonna apparve a una pastorella nei pressi di un’edicola posta sulla Via Francigena contenente una sacra icona trecentesca dell’Annunciazione. Sul luogo preciso degli Incontri il popolo volle che si ediChiesa dell’Annunziata trova a tutt’oggi protetto in un tempietto marmoreo ottagonale del 1526 tradizionalmente attribuito alla scuola del Sansovino. Tra molte altre preziosità – si annoverano anche due opere notevoli di Luca Cambiaso – in una nicchia posta alle spalle del tempietto è ospitata una splendida scultura di Sant’Agostino. La presenza del fondatore della Patristica è data dal fatto che la cura del santuario Agostiniani. Il Santo è ritratto assiso in trono con la mitria sul capo e il pastorale nella mano destra, dunque precisamente immerso nel suo ruolo di Vescovo di Ippona. L’atteggiamento solenne è esaltato dal tenere con l’altra mano un gran libro posato sulla gamba corrispondente. Il libro, con rara padronanza tecnica scultorea, è tenuto aperto nel mezzo dal Santo con il suo dito medio. Il monumento è di tale fattura che alcuni (si dice anche Vittorio Sgarbi) hanno voluto vedervi la mano suprema di Michelangelo. Il tratto di maggior interesse esegetico dell’opera è rappresentato dal particolare del libro tenuto aperto esattamente nel mezzo. Il concetto richiama alle scuole neoplatoniche quattro-cinquecentesche, culSegnatura con la celeberrima Scuola di Atene, i quali centri di pensiero (secondo gli studi innovativi portati dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi) furono i primi (e unici) a riconoscere in Dante (e oggi non ancora riconosciuta) tra Platonismo e Aristotelismo. Sant’Agostino, campione della speculazione platonica, nel tenere aperto a metà un libro im-

precisato ma con tutta probabilità la summa ideale della Dottrina Cristiana, esprime sia la dimensione della componente espressa dal ne dei due grandi sistemi del mondo, sia il punto di equilibrio tra la speculazione da egli stesso compiuta e quella portata dal successivo impianto aristotelico della Scolastica. Semplicemente, una enormità.

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MULAZZO (Ms) Scheda del borgo

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Si è supposto che i toponimi di Mulazzo e Mulazzana siano legati ad insediamenti bizantini, i quali in Alta Val di Magra sono ben documentati con la presenza del Limes in Kastrum Sorani a Filattiera. Ma la forma Mulazzana, (riportata nei più antichi documenti che si riferiscono a questo territo¬rio) è sicuramente un prediale composto con un nome latino. É Filattiera, invece, ad essere un toponimo di origine bizantina, in quanto ricalca il greco phulaktèria. Tuttavia, uno stretto legame tra i due borghi lo si può intravvedere con la torre esagonale di Mulazzo, detta, per tradizione antica, “Torre di Dante”, la quale, costruita sulla massima sommità del colle, ha fatto pensare ad una architettura ben precedente alle origini obertenghe del castello. Non sarà, dunque, un caso che in occasione della spartizione del Casato

operata da Corrado l’Antico nel 1221 baricentro del casato malaspiniano da pò pavese, alla Val di Magra) le due capitali, una per lo Spino Secco, stemma ghibellino, e l’altra per lo Spino Fiorito, stemma guelfo, siano state individuate proprio in Mulazzo e Filattiera. E già l’antica organizzazione diocesana vedeva il territorio di Mulazzo, Groppoli e Pozzo comprese nel piviere di Soriano, cioè, per l’appunto, di Filattiera. La divisione bellini non avvenne per dissidi politici ma per conferire un maggior valore di insieme alla Marca. I due stemmi stessi, icone dell’equilibrio degli opposti – originati da un chiaro topos provenzale – ispirarono a Dante la struttura del Canto VIII del Purgatorio assieme alla


canzone del loro probabile ideatore: La Treva di Guilhem de la Tor (MANUGUERRA 2020). Nell’aprile del 1306, anno dell’arrivo di Dante Alighieri, investito della missione diplomatica che portò alla Pace di Castelnuovo con il vescovo-conte di Luni (6 ottobre 1306), si tracciò un solco indelebile nella tradizione del borgo e di tutta la Lunigiana. Mulazzo, che dello Spino Secco era la capitale, non ha bisogno di alcun documento storico per vantare la presenza del Poeta. A quella presenza enorme, di cui narra in eterno il Canto VIII del Purgatorio e trasformata ben presto in un vero e proprio genius loci, possono essere ricondotte alcune espressioni straordinarie del territorio di cui si dirà a breve a proposito della frazione di Montereggio. Oggi il borgo storico monumentale di Mulazzo è un unico grande Parco Dantesco grazie alla novità mondiale del percorso esegetico della Via Dantis®. L’itinerario conduce dagli archi dell’acchissima Torre di Dante, appartenente al gruppo fortilizio del borgo del XIV secolo che ospitò l’Alighieri. Imperdibili il Dante, ultimo capolavoro scultoreo di Arturo Dazzi, il Punto Panoramico della Torre sull’intera Alta Val di Magra e l’Appennino Tosco-Emiliano e la visita al Museo ‘Casa di Dante in Lunigiana’ Ultimo dei marchesi del ramo di Mulazzo fu il grande navigatore Alessandro Malaspina (1754-1810), cui si altissima importanza. Le memorie del personaggio sono raccolte dall’Archivio Storico ‘A. Malaspina’, mentre il sepolcro è visitabile nel cimitero di Pontremoli.

Di fronte al cuore del borgo, con terrazza panoramica, a conduzione familiare, potrete gustare un ricco menù di piatti della cucina spagnola e della cucina tradizionale lunigianese. Overlooking the heart of the village with its panoramic terrace, this family-run restaurant combines in its menu Spanish dishes and traditional Lunigianese dishes.

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orma dantesca, almeno le condizioni che favorirono lo straordinario sviluppo dei venditori ambulanti di libri. Un fenomeno unico, incredibile: persone spesso analfabete d’un tratto pensarono di riempire le grandi gerle non più con i rinomatissimi funghi porcini, ma con i libri. Un ulteriore impulso fu certo dato da Papa Niccolò V (13971455), lunigianese di Sarzana, il quale avviò una immensa raccolta di volumi per la fondazione della Biblioteca Vaticana da lui stesso fermamente voluta.

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La frazione più importante del Comune di Mulazzo è Montereggio, custode di due importanti valenze etnograLa prima valenza è rappresentata dall’Epopea dei Librai lunigianesi. Montereggio, infatti, è un borgo votato all’arte degli editori: qui nacque il Premio Bancarella e qui gran parte delle gure imprenditoriali dell’arte del libro. Da ammirare il Monumento ai Librai di Montereggio (1962), in marmo di Carrara, opera dello scultore massese Riccardo Rossi (1911-1983). È Giovanni Manzini, umanista di Fivizzano a testimoniarci, nell’Epistola a De Ochis da Brescia (1388), l’esistenza, già quel periodo, sulla spinta della stessa

La seconda valenza è rappresentata dal Cantamaggio. Si possono distinguere due forme del fenomeno: c’è il Maggio Epico e c’è il Maggio Cortese. Nel borgo di Montereggio si canta il Maggio della tradizione cortese. Il gruppo dei maggianti si reca di fronte alle abitazioni del borgo cantando un motivo il cui testo può variare a seconda della situazione della famiglia presso cui si chiede ospitalità. Il leit motiv, infatti, è sempre quello di ottenere buone vettovaglie e vino di botte. Da dove trae origine tutto ciò? La risposta è molto semplice: dall’arte trobadorica. I cantori occitanici, di cui i Malaspina furono tra i primissimi e maggiori mecenati in terra italica, vedevano nel mese di Maggio la più poetica delle stagioni (diverrà poi infatti il Mese di Maria) e in cambio di una canzone da loro stessi composta ed eseguita (in ra gentile della castellana) chiedevano al Signore di turno il solo pretz d’un poco di ospitalità. Ebbene, il Maggio cortese non è altro che una rievocazione storica popolare in cui i maggianti imitano la parte degli antichi troubadour, mentre le famiglie hanno l’onore di giocare la parte dei Signori Malaspina, motivo per cui non può che manifestarsi da parte


loro una sincera e genuina generosità. Salutiamo la padrona che cortese è tanto bona

Il museo ‘Casa di Dante in Lunigiana’ e il parco dantesco del borgo storico monumentale Le Statue-Stele e gli antichi abitatori Liguri-Apuani 101

Le vestigia e le memorie degli otto castelli medievali

Gli stemmi dei Malaspina e le memorie dei cantori provenzali

Montereggio: Il “Cantamaggio” e l’epopea dei “Librai pontremolesi”

Il navigatore Alessandro Malaspina (1754-1810)

EUGENIO BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale, vol. I, Pistoia, 1897. MANLIO NICCOLÒ CONTI, Dell’Origine e sviluppo di Mulazzo, in «Quaderni della fondazione Città del Libro», Genova, 1978. STEFANO MILANO, Torri e case-torre di Lunigiana, in *Castelli di Lunigiana, Atti del convegno di studi, Aulla, 16-17 gennaio 1982, Lucca, Pacini Fazzi, 1982, pp. 31-58. LIVIO GALANTI, Il soggiorno di Dante in Lunigiana, Pontremoli, Centro Dantesco della Biblioteca Comunale di Mulazzo, 1985. LIVIO GALANTI, Il secondo soggiorno di Dante in Lunigiana e la composizione del Purgatorio, Pontremoli, Società ‘Dante Alighieri’ - Comitato di Carrara, Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi, Amministrazione Comunale di Aulla - Commissione Civica Biblioteca, 1993. LIVIO GALANTI, Io dico seguitando… - Il ritrovamento dei primi sette canti dell’Inferno e la ripresa della composizione della Commedia, Mulazzo, con il patrocinio delle Amministrazioni comunali di Mulazzo e di Pontremoli, Centro di Studi Malaspiniani, 1995. MIRCO MANUGUERRA, La Sapienza ermetica dei Malaspina: ulteriori considerazioni, in «Studi Lunigianesi», XLIV-XLV, 2016, pp. 57-69. MIRCO MANUGUERRA, Dante e la Pace Universale, Roma, Aracne, 2020, pp. 50-54. MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca “Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi, 2021.

“Dove la cultura è di casa”

BIBLIOGRAFIA

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Per dirla con Montale, con il Maggio cortese anche la parte più povera dei borghi va a raccogliere «la propria parte di ricchezza» ed è veramente commovente osservare come simili espressioni di buona civiltà siano state custodite nei secoli, con vero senso del sacro, nello scrigno sapiente di un’umilissima e calda memoria popolare.

I vini e la cucina tipica lunigianese

PIÙ INFO info@comune.mulazzo.ms.it


Il Dante del Dazzi

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IL “DANTE MADRE” DI ARTURO DAZZI La messa in posa del “Dante” di Mulazzo, ultima opera del carrarese Arturo Dazzi (1881 – 1966), è avvenuta nell’agosto del 1966, poco prima della morte del maestro, a chiusura delle celebrazioni dantesche che il grande dantista Livio Galanti (al tempo sindaco del borgo) aveva organizzato per il VII centenario della nascita del Poeta (1365-1965). Ad un occhio distratto il monusemplice, fors’anche di poco conto, abituati come siamo a vedere o imperiosi, ma lo sguardo di un vero esperto coglierà senz’altro l’essenza rivoluzionaria di un “Dante madre”, che con lo sguardo volto alla sua Torre (da sempre la torre obertenga di Mulazzo è chiamata “Torre di Dante”), tiene in grembo la propria creatura: la Divina Commedia. Non si tratta di un esempio raro: è un caso unico. Un vero capolavoro. Non è tutto: il “Dante” di Dazzi tiene aperto il Libro. Lo fa grosso modo nel mezzo, dunque all’altezza del Purgatorio; più precisamente, al Canto VIII (il “canto lunigianese per eccellenza” secondo Lo si comprende osservando l’equivalente in travertino posto distanziato, invero, ma è parte integrante del monumento): il gran libro, infatti, è aperto alle Pur VIII, quelle relative al Colloquio che Dante in-

trattiene in Antipurgatorio, nella Valletta dei Nobili, con lo spirito di Corrado il Giovane, marchese di Villafranca in Lunigiana. Sono i passi in cui Dante pronuncia l’Elogio assoluto del casato malaspiniano e che contenevano il segreto del “termine ad quem” della venuta di Dante in Lunigiana scoperto da Livio Galanti nel 1965: ante 12 aprile del 1306. Il testo dell’iscrizione originaria è andato perduto, cancellato dalla forza erosiva delle intemperie, ed è stato restaurato nel 2021, correndo il VII Centenario della morte del Sommo, ad opera del maestro sarzanese Giampietro Paolo Paita, già autore degli altorilievi della Via Dantis. I versi non sono più quelli dettati dal Galanti sulla base dell’edizione nazionale del Petrocchi, ma rispecchiata dal CLSD nel 2006, pubblicata in occasione del VII centenario del primo soggiorno di Dante in Lunigiana.

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di statua-stele della Lunigiana (un richiamo diretto al quadro simbolo della “Lunigiana Dantesca”, opera del pittore aullese Dante Pierini, 2003), ciascuno recante una scena in bassorilievo su marmo realizzato dallo scultore sarzanese Giampietro Paolo Paita su soggetto del CLSD. Questo itinerario originalissimo (una novità assoluta nella tradizione plurisecolare della lectura dantis), ha trovato nell’antica capitale dello Spino Secco la propria collocazione naturale grazie alla conformazione del borgo storico monumentale: elevandosi dal basso degli archi dell’acquedotto della “Torre di Dante”, Mulazzo è veramente il luogo ideale per un percorso che dalla «selva oscura» alla «visio Dei» voglia rappresentare una vera e propria della Divina Commedia”. Non si tratta del solito, banale percorso segnato dalla mera declamazione dei Canti: qui,

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UNA ODISSEA AI CONFINI DELLA DIVINA COMMEDIA Nove installazioni, per otto Canti fondamentali, segnano un percorso esegetico attraverso il quale si risolve, nelle sue linee generali e in chiave neoplatonica, l’intero percorso della Divina Commedia: è questa la rivoluzione della Via Dantis®, una creazione del Centro Lunigianese di Studi Danteschi (CLSD). Il percorso artistico, concepito sulla falsariga della Via Crucis della Cristianità, è stato realizzato dal comune di Mulazzo in fregio al DCC anniversario della morte di Dante Alighieri (2021) con il patrocinio ministeriale “Dante 700”. Esso consiste in una serie di solidissimi totem in metallo a forma

del dantista entra in campo in modo dinamico, nei modi e nei momenti più opportuni, per prendere idealmente per mano gli spettatori, riuniti in gruppi, e condurli alla comprensione delle fasi salienti dell’intero Viaggio della Divina Commedia secondo l’interpresé che gli elementi della Declamazione (le Voci Recitanti), del Commento (il Dantista) e delle Atmosfere Musicali (i Musici) costituiscono tre fattori assolutamente inscindibili. Sostanzialmente, nella Via Dantis® del Poema dell’Uomo come


percorso di elevazione non solo dell’individuo, ma dell’umanità intera, attrainteramente votata alla Pace ed alla Fratellanza universali. In estrema sintesi, il Viaggio corre sul di una “Poetica del Volo” capace di legare, in forza di una rigorosa “Etica del Pellegrinaggio”, personaggi-chiave ed elementi di struttura soltanto in apparenza lontanissimi tra loro: le tre Sante Donne (S. Lucia, Beatrice e la Vergine) e le tre Cantiche; Caronte e Virgilio; Francesca da Rimini e Ulisse; Ulisse e l’Angelo Nocchiero; Corrado Malaspina il Giovane, marchese di Villafranca in Lunigiana, e la SS. Vergine; il tutto saldamente legato alla sintesi suprema della visio Dei. In prossimità della prima Stazione un pannello informativo rimanda con i QRCode alle pagine Web di Comune e CLSD dove l’itinerario esegetico è interamente illustrato, passa per passo, sia in Italiano che in Inglese. Ma la Via Dantis® non è solo un percorso di lectura dantis itinerante: è anche un oggi pure un’opera teatrale rappresentata in multimedialità grazie alla regia di Simone Del Greco e alle animazioni in 3D delle tavole del Doré realizzate dal gruppo sarzanese di Skill Team, il tutto con il sottofondo potente della «Dante-Symphonie» di Franz Liszt. Anche il format teatrale ha ricevuto nel 2021 il patrocinio ministeriale “Dante 700”. Un solo approfondimento. Tra gli otto Canti scelti sta, granitico, l’VIII del Purgatorio, il “Canto lunigianese per eccellenza”, che rappresenta la Stazione della Pace Universale: senza la missione diplomatica che portò Dante il 6 ottobre del 1306 alla Divina Commedia – che i maggiori studiosi intendono iniziata proprio qui, in Lunigiana – sarebbe stata qualcosa di profondamente diverso. Lo dimostra la struttura stessa di Pur VIII, dove due angeli dal viso luminosissimo cacciano il Serpente tentatore dalla “Valletta dei Nobili” (non dei Principi, come volgarmente si tramanda), chiara metafora del dominio terreno: la

scena è l’anticipazione allegorica dei due «soli» di Pur Papa-Imperatore, e qui ci sono Nino Visconti (un guelfo) e Corrado Malaspina il Giovane (un ghibellino), marchese di Villafranca in Lunigiana, a rappresentaPax Dantis maturo della Monarchia), ma pure l’afesperienza lunigianese. A dimostrazione cini (2003) di una straordinaria parafrasi delle Variae di Cassiodoro nel Preambolo dell’Atto della Pace di Castelnuovo, subito indicata come una dettatura dantesca e perciò considerata la prima espressione compiutamente politica ad oggi conodel suo arrivo in Lunigiana il Poeta non aveva ancora maturato l’idea di un’ossatura politica del «poema sacro» e al congetto già in corso della Divina Commedia fa indubbio riferimento la Leggenda dei primi sette Canti dell’Inferno: narra il Boccaccio che, rinvenuti in Firenze da parenti, essi sarebbero stati recapitati al Poeta presso la corte di Moroello Malaspina in Val di Magra perché fosse ripreso quel lavoro che già appariva a tutti eccezionale. Pura leggenda, certo (Dante non avrebbe mai potuto scordarsi di quei primi Canti e il destino della Divina Commedia non può essere dipeso dall’intercessione di un pur valente Moroello Malaspina), ma non originata a caso: l’VIII Canto dell’Inferno (che si lega in simmetria con l’equivalente lunigianese del Purgatorio), principiando con il celebre verso «Io dico seguitando», è l’unico caso in tutta la Commedia in cui la trattazione torna indietro per poi riprendere senza più alcun indugio verso la naturale conclusione della visio Dei. La leggenda vale, quindi, a focalizzare l’attenzione del lettore su quei primi sette Canti suggerendo una ripresa del poema strettamente legata agli esiti particolarmente felici della missione diplomatica della Pace di Castelnuovo.

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VIA DANTIS

V IV 106

III II

I


VI VII

VIII IX

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VILLAFRANCA IN LUNIGIANA (Ms) Il Dante di Massari

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Il borgo di Villafranca, come altre importanti stazioni citate sull’Itinerario di Segeric del 990 d.C., è sorto sui due lati della grande strada mercantile e peregrinale. A tutt’oggi è presente un tratto dell’antico borgo, con le classiche porte delle botteghe medievali. Si tratta della striscia che mette, in direzione Sud, all’antico castello di Malnido costituito a presidio del borgo. La struttura del maniero era del tutto integra prima dei bombardamenti degli “alleati” compiuti nella seconda guerra mondiale: oggi restano rovine fascinose che si spera ancora di poter recuperare, almeno in parte. Nel 1221, all’atto della grande divisione dinastica voluta da Corrado l’Antico, il feudo fu parte della sponda ghibellina dello Spino Secco, Al tempo della prima venuta di Dante (1306) il feudo era retto da Franceschino Malaspina di Mulazzo, poiché i piccoli Moroello Corrado II, detto il Giovane (onde distinguerlo

Scheda del borgo

dal capostipite dello Spino Secco), sulla Dante Alighieri elaborò l’elogio assoluto dei Malaspina imperiali al Canto VIII del Purgatorio, erano ancora in minore età. Nonostante gli ultimi studi abbiano fatto emergere dalla sequenza Antico-Giovane (in realtà semplicemente una discendenza nonno-nipote) un chiaro passaggio di testimone dalla corte storica di Mulazzo a quella ormai più viva di Villafranca, nessun ruolo politico particolare va ascritto a questo feudo nel dopo-Corche al fascino e alla storia della corte di Villafranca non fu immune neppure Giovanni Boccaccio, il quale, da grande cercatore qual era di memorie per il suo Trattatello in laude di Dante, volle rendere anch’egli onore a Corrado il Giovane, gonisti di una novella tra le più lunghe del Decamerone, la VI della II giornata. Nell’antica chiesina di S. Nicolò in Malnido, adiacente al castello, Margherita


Malaspina, sorella di Moroello II di Giovagallo (il «vapor di Val di Magra» del Canto XXIV dell’Inferno), andò in sposa per procura, nel 1285, ad un

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Gherardesca, colui che «la bocca sol» in Inferno XXXIII. L’evento, di cui esiste il documento storico, testimonia i legami strategici che i Malaspina seppero tessere anche con la famiglia dei Conti della Gherardesca. In tempi recenti è staantico tempio cristiano, il sacello dove sono state custodite per secoli le spoglie dei nobili di casa Malaspina. Di tutte le sepolture è rimasto solo un centinaio di anonime medaglie votive. Tra tutte vi fu senz’altro quella che fu messa al collo di Corrado il Giovane, uno dei soli sei personaggi della Divina Commedia cui Dante si rivolge con la somma deferenza del “voi”. Oggi a Malnido sorge un Parco Dantesco caratterizzato da un bel monumento marmoreo,

Il Tempio della Fiorentina Nella nostra cucina la pasta, i condimenti e i dolci sono tutti fatti in casa, seguendo le ricette della tradizione lunigianese. Inoltre, offriamo specialità delle migliori carni del mondo, grigliate e non.

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The temple of Fiorentina steaks


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un’originale area teatrale ed un pannello illustrativo della Lunigiana Dantesca realizzato, auspice l’amministrazione comunale, dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi grazie all’intervento del Rotary Club Lunigiana. A Villafranca sono da ammirare anche il monumento di San Francesco, pregevole bronzo posato presso il chiostro dedicato al Santo, e il monumento di Torello Baracchini, eroe dell’aviazione italiana, che si erge nella Piazza del Municipio. Imperdibile la visita al Museo Etnogra, oggi dedicato al suo grande promotore, lo studioso Germano Cavalli, fondatore di una delle più prestigiose istituzioni culturali del territorio: l’Associazione ‘Manfredo Giuliani’ della Lunigiana. Per quanto concerne le frazioni, sono assolutamente da visitare, per i castelli, i borghi di Virgoletta e di Malgrate (spettacolosa la sua torre cilindrica) e, per la sua architettura di insieme, il borgo murato di Filetto, con la sua porta monumentale (v.Foto). Nella stessa piana di Filetto e di Malgrate si distende la cosiddetta “Selva di Filetto”, un ampio castagneto oggi attrezzato a parco pubblico, che istanze campanilistiche hanno voluto indicare come la fonte ispiratrice della celebre «selva oscura» di Dante: nulla di più falso. Numerosi nella zona sono i ristoranti e i dotti e ricette di Val di Magra.

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the same time

BIBLIOGRAFIA GERMANO CAVALLI, Storia di un marchesato di Lunigiana, Firenze, Alinea, 2010. MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La Spezia, Ed. CLSD, 2006. MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca – “Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi, 2021.

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Il Dante di Massari

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Il RITORNO DALL’OLTRE A parte alcuni busti, in Lunigiana sono solo tre i monumenti classici dedicati al Divino Poeta: ci sono quelli di ->Mulazzo e di ->Lerici e c’è questo di Villafranca. Apposto nel 2006 a costituzione del Parco Didattico Dantesco di Malnido, il Dante fu commissionato dall’amministrazione comunale con bando pubblico in occasione del VII Centenario del primo soggiorno lunigianese dell’Alighieri (1306-2006). La scelta della commissione esaminatrice cadde sul bozzetto presentato da Luciano Massari, scultore carrarese classe 1956, in seguito divenuto direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, il quale ha modellato il volto di Dante sulla nota tropologo Francesco Mallegni. delle fascinose rovine del castello malaspiniano di Malnido e entro l’area di pertinenza dell’antica chiesina di San Niccolò, si perfeziona in due aree: quella monumentale e quella archeologica. La parte monumentale presenta, alle spalle del Dante, una struttura semicircolare a tre gradoni posta a costituire gli spalti per il pubblico delle lecture e, tutt’intorno, un pavimento in marmo che si sviluppa in nove cerchi; tale pavimento va a rappresentare gli altrettanti Cieli del Paradiso dantesco, su ciascuno dei quali è incisa una terzina tratta dal relativo Canto per la scelta sapiente cultore della materia. Completa il quadro un Pannello Didattico redatto dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi e apposto in occasione del VII centenario della morte di Dante (1321-2021) grazie al generoso intervento del Rotary Club Lunigiana, auspice il Comune di Villafranca. L’area archeologica, invece, è costituita dall’area dell’antica pianta della chiesina di San Nicolò, di cui resta solo il bellissimo campanile e i perimetri in arenaria delle varie sezioni a terra. Una di queste fu il sacello dove venivano deposti i defunti di Casa Malaspina, tra

113 cui Corrado il Giovane, protagonista del Canto VIII del Purgatorio. Gli scavi hanno restituito solo tivi religiosi: impossibile determinare quale sia appartenuta al grande personaggio villafranchese. Sul luogo del sacello è in progetto la messa in opera, ancora grazie al Rotary Club Lunigiana, su proposta del Centro Lunigianese di Studi Danteschi, un lume eterno a piena valorizzazione dell’Orma dantesca. Il Dante di Massari è considerato un Dante esoterico: il personaggio, in espressione ieratica, attraversa la porta dell’Oltre, la quale reca sulle del Poeta è sviluppata in posizione dinamica; egli, infatti, muove i passi su due piccole rampe di scale, una che sale e l’altra che scende, così da fornire all’osservatore la chiara idea del privilegio di cui gode il personaggio della Divina Commedia: assunto a Campione dell’Umanità, il Pellegrino – come seppero fare, secondo mitologia e tradizione, solo San Paolo e gli antichi eroi (il greco Ulisse e il romano Enea) - è stato capace di tornare indietro per quella soglia fatale e reca già in mano il diario di quell’esperienza sublime.


BAGNONE (Ms) La Vittoria alata del Corsini

Scheda del borgo

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Con la sua spiccata eleganza rinascimentale, Bagnone è certo il più spettacolare dei borghi della Lunigiana. Il tessuto rurale vede la zona del castello (oggi proprietà dei conti Noceti) arroccata su di un alto sperone di roccia, mentre la parte bassa del paese si sviluppa attorno al piccolo canyon creato nei millenni dalle acque turbinose dell’omonimo torrente che scendono con forza dalle pendici del versante lunigianese del Monte Sillara (m. 1861), una delle vette principali del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Questo paese incantato è esattamente ancora quello che nel corso del XV secolo, assieme a Fivizzano, ha rappresentato la culla dell’Umanesimo lunigianese. Nativo del luogo è, infatti, lo speziale Giovanni

Antonio da Faje (1409–1470), autore di uno straordinario Libro de cronache e memorie e amaystramento per l’avenire scritto in volgare semplice del tempo: una testimonianza davvero eccezionale della Lunigiana di inizio sec. XV portata dall’autore con una sicurezza impressionante circa l’importanza che quelle stesse memorie avrebbero assunto per le future genti. Le spoglie del Da Faje, specialissimo “letterato semi-illetterato”, sono custodite nell’Oratorio del Castello Malaspina di Bagnone. Dello stesso periodo fu Pietro Noceti, dei Conti del Castello, che dal 1447 al 1455 fu chiamato a reggere la Segreteria di papa Niccolò V, il sarzanese che fondò la Biblioteca Vaticana e promosse il progetto della Grande San Pietro.


Non è dunque un caso che il simbolo del borgo sia la Santa Croce, oggetto di una festa annuale molto sentita: in una “istorica descrizione” di Bagnone del 1726, riportata da Ugo Pagni, si legge che «Pietro Noceti, che fu segretario e famigliare per lui abbiamo una bella croce d’argento che dentro di se’ racchiude tesori di Sante Reliquie». Una leggenda vuole che in una notte di tempesta un pellegrino abbia bussato alla porta del castello dei Conti Noceti per chiedere cibo e un angolo dove riposare. Venne accolto e quando la mattina seguente un servo si recò da lui trovò che questi era sparito senza lasciare traccia, solo una piccola croce di legno lasciata sul tavolo: era la Santa Croce. La preziosa reliquia è oggi ricoidentitaria del luogo in forza di una apposita integrazione dello Statuto votata all’unanimità dal Consiglio Comunale nel 2020 su proposta dalla minoranza di opposizione. Anche questo è un piccolo miracolo della sacra reliquia. Bagnone è un paese tutto da scoprire, dove in ogni angolo si celano particolamenti, elementi architettonici, angoli caratteristici e vedute da cartolina sono elementi che accompagnano in modo costante la passeggiata del visitatore attento. Con l’aggiunta della sua cucina schietta, tipicamente lunigianese, un soggiorno a Bagnone non lo si dimentica mai più. Da visitare anche le frazioni. A Treschietto, dove fu scoperta una splendida statua-stele femminile, si coltiva una cipolla specialissima da gustare rigorosamente in composta assieme ai formaggi genuini locali. Nel piccolo abitato di Agnetta si può osservare un bell’esempio di campanile a vela, mentre a Jera l’origine del nome (molto probabilmente dal latino ieraticum o jeraticum), fa decisamente pensare a un luogo di culti antichissimi posto alle falde dei grandi balzi del regno del Dio Pennino.

La Locanda / The Inn Francesca e Valter vi aspettano all’interno di un antico palazzo nobiliare in stile Liberty, per farvi degustare la cucina tradizionale della Lunigiana: torta d’erbi, salumi e formaggi nostrani, tartufo lunigianese, testaroli e dolci tipici.

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Vittoria alata del Corsini

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AL VECCHIO PODERE AGRITURISMO LA NIKE RICOMPOSTA La statua in bronzo della Vittoria alata di Bagnone è ospitata in uno splendido loggiato in arenaria che è parte integrante del Monumento ai Caduti della Grande Guerra (1915-’18). Il monumento, inaugurato nel 1929, fu fortemente voluto dal senatore non a caso – è posta ad ammirare in eterno il suo capolavoro grazie al bel busto, bronzeo anch’esso, collocato nella piazzetta adiacente. L’architettura del portico è stata realizzata da una squadra di muratori e scalpellini diretti dal mastro bagnomateriale dei ->Fregi del Teatro Quartieri. Sette colonne reggono sei archi a tutto sesto. Sulla facciata, sopra gli stemmi di comuni dell’Alta Val di Magra, capeggia la scritta a caratteri cubitali in bronzo: «Ieri tuo Sangue, oggi tua Gloria, Apua Madre», che ricalca il celebre “Apua Mater” di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. La Vittoria è opera, invece, dello scultore senese Fulvio Corsini (18741938): essa riproduce la famosa Nike di Samotracia nella ricostruzione ideale con braccia e testa, come noto mancanti nell’originale greco conservato al Louvre di Parigi. La statua, immaginata in chiave guerriera, stringe alto nel pungo il classico mazzo di rami di quercia e alloro (simboli di Forza e Gloria) e nell’altra uno scudo.

L’agriturismo, nato nel 2014 come attività connessa all’azienda agricola attiva dal 1930, offre ai nostri clienti prodotti genuini e caserecci in un ambiente rustico e familiare. Inoltre dispone di 6 camere da letto. Fra i prodotti più richiesti i nostri “tordei” e l’agnello fritto.

AL VECCHIO PODERE The holiday farm was established in 2014 as a continuation of the activity of the farm, which has been active since 1930. In this rural and familiar environment customers can enjoy genuine and homemade products. It has 6 bedrooms. Our “tordei” and fried lamb are some of the most requested dishes.

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Qualità, cortesia e disponibilità rendono la Trattoria del Ponte un punto di riferimento per la cucina della tradizione lunigianese e non solo. Il menù varia tra antipasti tipici, testaroli, prima qualità, ottime pizze e focaccette e si conclude con dolci fatti in casa. La Trattoria è dotata di un ampio salone interno oltre al rinnovato dehor esterno che può accogliere la clientela durante tutte le stagioni.

Trattoria del Ponte

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“LUNIGIANA AL LAVORO” La serie di bassorilievi che costituiscono il cosiddetto Fregio del Teatro ‘Quartieri’ di Bagnone datano al 1931. I disegni e i gessi sono opera dello spezzino Augusto Magli (1890-1962), allievo del grande Angiolo Del Santo (->La Spezia), mentre l’esecuzione dei rilievi su piepellino bagnonese Francesco Pretari (1869-1951). I gessi originali, rinvenuti di recente, sono stati sottoposti a un restauro conservativo a cura dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. Anche se la serie illustra con certezza quelle che sono le attività più caratteristiche del borgo e delle sue contrade, si può parlare con ampie ragioni di una Lunigiana al lavoro. Lo diciamo nei termini precisi di una possibile fonte ispiratrice di quella che poco più di vent’anni dopo, passato l’uragano terribile della II Guerra Mondiale, sarebbe diventata una delle più fortunate serie la celebre Italia al lavoro del 1955, sim-

bolo della grandiosa Ricostruzione. I Fregi sono costituiti da cinque pannelli in arenaria a triplice scena, tutti risolti in due quadrati laterali e un rettangolo centrale. Il primo trittico è illustrativo della Lavorazione della pietra. Nel quadretto laterale di sinistra è rappresentato il mestiere dello Scalpellino (si suppone con l’autoritratto del Pretari), nel rettangolo centrale quello del Cavatore (marmo o arenaria), mentre sulla un Muratore. Il secondo trittico ha per soggetto la Coltivazione del grano: dalle fatiche del Contadino, con le scene della mietitura e poi del trasporto del carico con il mulo, si passa alla tecnica del Mugnaio che trasforma i sacchi in preziosissima farina. Il trittico centrale, di maggiori dimensioni rispetto agli altri, rappresenta la Celebrazione del borgo di Bagnone: , mentre in ciascuno dei due quadrati laterali una coppia di putti sostiene un monumento: nella scena di sinistra


si riconosce la quattrocentesca Capella di Santa Maria mentre in quella di destra il ->Loggiato della Vittoria Alata, inaugurato solo due anni prima, nel 1929. Nel quarto pannello si illustra il Luogo del Mercato: la prima scena narra della compravendita del maiale; al centro un’intera famiglia conduce alla piazza gli altri animali tipici dell’allevamento rurale: il vitello e l’agnello. Nel quadrato di destra si ammira invece la scena di due donne intente a contrattare una provvista di castagne. L’ultimo pannello è caratterizzato dalla sacralità di tre Scene di vita domestica: l’attingere l’acqua dalla fonte, la veglia di fronte al camino e

Il ristorante locanda Fermento è un locale rustico, ricco di ricette perdono i sapori tipici

e fatti in casa.

della lana con la magia dell’arcolaio sono gli esempi di vita all’interno delle mura domestiche portati dall’artista: l’unico momento di vera pace, pur nell’aura di un’operosità comunque sempre felice, è quello centrale, dove si vede l’intero nucleo familiare riunito innanzi al calore del Focolare. Siamo di fronte a un capolavoro senza temtradizione millenaria che non può tramontare mai. C’è anche molta Storia dell’Arte: nel fregio centrale si è notato un riferimento a Donatello, ma, aggiungiamo, anche al Giotto della Cappella degli Scrovegni nel particolare dei putti che sorreggono le due grandi archi-

The restaurant inn Fermento is a rustic place that revisits the

presenza femminile, che compare in tutte le scene di lavoro. BIBLIOGRAFIA AUGUSTO GIUFFREDI (a cura di), I Gessi ritrovati – Il fregio del teatro di Bagnone ed il restauro dei modelli originali in gesso

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AULLA (Ms) Scheda del borgo

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La fondazione di Aulla si fa risalire a quella dell’Abbazia di San Caprasio, uno dei centri monastici più importanti della Luniza del Magra con l’Aulella, nell’anno 884 dal marchese Adalberto di Toscana. Con la scoperta del ->Sepolcro del Santo Caprasio (2003), che si deve soprattutto alla grande determinazione dello storico lunigianese Riccardo Boggi, fermamente legato alla tradizione popolare che da sempre voleva le sacre reliquie celate sotto l’altare della chiesa, è emerso il chiaro interno degli antichi di sottrarre quelle preziose memorie alle incursioni saracene celandole in un luogo sicuro della Lunigiana Interna addirittura a margine di una falso sepolcro. La scoperta va senz’altro annoverata come una delle più grandi mai compiute in Lunigiana per quanto concerne archeologiche l’epoca medievale. La Stazione di Aguilla, dunque (è questo l’antico nome della XXX tappa del viaggio di ritorno da Roma compiuto da Sigeric, Arcivescovo di Canterbury, compiuto nel 990), sorse direttamente su quella grande via carovaniera che oggi diciamo Via Francigena, molto ben frequentata già prima dell’Anno 1000; d’altra parte, il Passo di Monte Bardone (oggi del Passo della Cisa)

«Tusciam ingressus» dal grande storico dei Longobardi, Paolo Diacono (ca. 720-799) (->Pontremoli). Aulla sorse precisamente su di uno snodo viario di cruciale importanza: quello della te che indirizza all’antico Passo dell’Ospedalaccio (oggi Valico del Cerreto). Si parla del percorso che da sempre metteva in relazione il Golfo della Spezia con il grande mercato emiliano di Castelnuovo ne’ Monti: non a caso fu quello, nei secoli, il luogo eletto alla custodia del teschio di San Venerio, solo in epoca recente traslato una sola volta all’anno nella chiesa protoromanica di San Venerio, alla Spezia, per l’occasione delle celebrazioni patronali (->La Spezia; ->Portovenere). A pochi passi da Aulla, nell’antichissima stazione di Terrarossa (la Rubra della vennate del sec. Sec. VII, oggi comune di Licciana Nardi), la via del torrente Taverone porta invece al Malpasso (l’attuale Passo del Lagastrello), anch’esso viatico antichissimo per le lande emiliane. Poco distante da Terrarossa, ma già nel comprensorio di ->Villarfanca in Lunigiana, nella piana di Fornoli, in località La Chiesaccia, troviamo nei pressi un tempietto sconsacrato un tratto originale della Via Francigena: quel


Via Aldo Buttini, 15 - Loc. Quercia Aulla (MS) tratto cela in sé la memoria del passo di Dante. Di questa storia grandiosa, almeno in parte, si fa testimone il Museo di San Caprasio, che infatti è pure “Museo del Pellegrino”. Esso è stato costituito nel 2009 per volontà dello stesso scopritore del sepolcro, Riccardo Boggi.

Struttura inserita nel cuore del piccolo e tranquillo borgo della Quercia, la cui posizione strategica permette di vivere le molteplici attrattive culturali e naturali della Lunigiana, le suggestive città d’arte limitrofe o le vicine località patrimonio UNESCO delle Cinque Terre.

percorso europeo della Via Francigena, è pure sede di un Ostello. La struttura ospita ogni anno migliaia di pellegrini di passaggio alla volta di Roma: persone di ogni estrazione ed età compiono a piedi quel cammino di meditazione ed elevazione di cui è testimone lo straordinario Labirinto che si conserva nella Chiesa di San Pietro a ->Pontremoli. Ad Aulla si visita la Fortezza della Brunella celebre capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere. Nel 1920 fu acquisita ai quali si deve l’intensa frequentazione inglese di tutta l’Alta Val di Magra. Nel 1977 il maniero è stata acquisito dallo la che l’ha destinato a sede del Museo di Storia Naturale della Lunigiana. Buona la cucina tipica e l’ospitalità alberghiera. Imperdibile, nella vicina frazione di Pallerone, la visita del fascinoso e complesso ->Presepe Meccanico. BIBLIOGRAFIA FRANCO BONATTI, I mille anni di Aulla nella storia della Lunigiana: guida alla mostra documentaria, Collana di ristampe e di nuove pubblicazioni (n. 4), Aulla, Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi, 1975, XXXI, 142,

Accommodation facilities situated at the centre of the small, quiet hamlet of Quercia, strategically positioned to enjoy the many cultural and natural attractions in Lunigiana, it is also close to evocative cities of art and the Cinque Terre a UNESCO world heritage site.

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LA TOMBA SEGRETA DEL SANTO EUROPEO Una leggenda popolare aullese voleva da sempre Sepolcro del Santo Caprasio sotto l’altare dell’Abbazia a lui dedicata. Sulla traccia di questa tradizione fortissima lo storico Riccardo Boggi dell’Associazione ‘Manfredo Giuliani’ per le discepolo del fondatore Germano Cavalli, ha seguito - per conto del Comune e della Parrocchia - le ricerche archeologiche condotte per anni dall’Istituto per la cultura materiale (ISCUM) sotto la guida di Tiziano Mannoni ed Enrico Giannichedda. Nel 2003

la tomba del Santo, contenete una rarissima cassa-reliquiario in stucco, è emersa accanto ad una tomba rinvenuta vuota ed ai resti delle absidi delle chiese del secolo VIII e IX. La tomba vuota, appartenete alla chiesa del IX secolo, aveva ospitato i resti del santo appena giunti dalla Provenza che saranno poi traslati in quella nuova e monumentale subito dopo l’ampliamento della chiesa nel se-


colo XI. Si è trattato senza dubbio di una delle più importanti scoperte di archeologia religiosa mai compiute nella Lunigiana medievale. Oggi Riccardo Boggi è Museo di San Caprasio e le Reliquie del Santo, designato patrono particolare dei pellegrini della Via Francigena che attraversano la nostra Diocesi, sono esposte alla venerazione dei fedeli. Caprasio fu un monaco eremita. Guida spirituale di Sant’Onorato, ispirò la diffusione del monachesimo in Provenza e morì nell’isola di Lérins, di fronte a Cannes, nell’anno 433. Al di là della sicura necessità di proteggere le sue spoglie con una tomba monumentale, resa inaccessibile dopo che le ultime incursioni saracene intorno all’anno mille avevano interessato anche Luni, si sa che le reliquie furono portate ad Aulla dalla Provenza dopo essere scampate alla furia saracena sull’isola di Lérins. Giunsero per volontà di Adalberto II, marchese e duca di Toscana che aveva sposato Berta di Provenza e volle con San Caprasio dare prestigio all’abbazia di famiglia fondata nell’anno 884. Si comprende bene il motivo per cui, secotroubadour informati intorno alla nostra regione: al sepolcro di Caprasio a Aulla giungevano da mezza Europa i pellegrini diretti a Roma o a Santiago di Compostela, pellegrini del cui passaggio restano a teproprio da pellegrini francesi. All’interno dell’Abbazia negli scavi lasciati a vista all’interno della grande abside, sono ben visibili i due sepolcri con la cassa-reliquiario che conteneva le sacre spoglie. Sono riconoscibili anche le tracce di due chiese più antiche: una conserva parte di un pavimento in marmo realizzato con elementi di epoca romana, tra cui un’epigrafe risalente al I secolo; l’altra è forse risalente ad un’epoca che precede l’atto di fondazione dell’abbazia dell’anno 884. Il Museo di San Caprasio custodisce un interessante repertorio di arredi e sculture ascrivibili ai secoli VIII e XIII ed una importante collezione di monete, sempre di epoca medievale. L’Abbazia è tappa irrinunciabile di un percorso storico-devozionale in Lunigiana.

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di Pallerone

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LA RASSICURANTE NORMALITÀ DEL PRESEPE Durante tutto l’anno, ma soprattutto in occasione del Natale, una visita ad uno dei più antichi presepi meccanici, allestito nella piccola frazione aullese di Pallerone, è davvero cosa buona e giusta. Era il 1935 quando nei locali della cucina e lavanderia dell’antico palazzo marchionale della famiglia Malaspina, accanto alla chiesa di San Tommaso Beckett, venne costruito questo sistema ingegnoso usando materiali di scarto come ruote di bicicletta, corde e il motore di un ventilatore. Con il tempo, la passione del borgo per il suo Presepe – che certamente alleviò le pene della guerra – valse ad aggiungere nuove scene, sempre realizzate in movimento. Il Presepe di Pallerone, come lo vediamo oggi, cominciò a prendere forma nel 1968, grazie all’impulso dato al progetto dal geometra Silvio Baldassini. Nel 1999 venne poi intrapresa l’ultima ricostruzione, quella che ci permette di ammirare un’opera unica nel suo genere: in sette minuti ci mostra il passaggio del giorno nire che è il vero vanto dell’opera. Ampio circa rante il paesaggio delle Alpi Apuane, ben dieci motori permettono di muovere oltre cinquanta personaggi: la processione dei pastori con le pecore, il boscaiolo che fa la legna, il fornaio che vende il pane, il fabbro che batte il ferro, la lavandaia che attende al suo bucato, il pescatore che ritira la rete. Non solo: l’acqua corrente del ruscello alimenta la cascata nel lago e produce il roteare delle pale del mulino. L’ambiente è quello tradizionale, con il villaggio di Betlemme, il palazzo di Erode, il foro romano con i cavalieri sulla biga. Con il calare del Sole, arriva la stella cometa e si compie il miracolo della nascita di Gesù. La cultura del Presepe nacque dal genio devozionale di San Francesco d’Assisi nella celebre mangiatoia di Greccio (presso Rieti), il giorno di Natale del 1223. L’anno prossimo prepariamoci a celebrarne i primi 800 anni. Il Presepe è innanzitutto Normalità, perché nella scena rappresentata non c’è assolutamente nulla di ‘innaturale’. “Normalità”, dunque, dall’uomo, ma da un ente ad esso superiore che diciamo “Madre Natura”. Nel Presepe ogni cosa è al proprio giusto posto, cioè nel ruolo che precisamente compete a ciascuna di esse,


ed il quadro di insieme che ne scaturirezza, di tranquillità e serenità. Il Presepe è poi Universalità: come la Divina Commedia, che muovendo su di una piattaforma di Fratellanza Universale eleva l’esperienza del Dante-personaggio ad esempio per l’intera umanità, così il Presepe, per il tramite del Bambino, esprime concetti validi per tutti gli uomini di Buona Volontà. I termini del Buon vivere sono riassunti con esemplare semplicità: la Famiglia (il Padre, la Madre e il Bambino); il calore del Focolare Domestico; l’Uomo Nuovo (il Bambino); il rapporto con la Natura (le pecorelle, ma anche la stessa coppia Bue-Asinello); il riferimento sicuro dei grandi Principi e delle Virtù (la Stella cometa, cioè la “diritta via” del grande padre Dante); e pure il valore dell’Amicizia, con gli Ospiti che sono “nobili” (“Re”, i Magi) poiché vengono in fratellanza recando doni. E ancora: il Pastore è il Precettore del popolo, rappresentato dal gregge delle Pecorelle, il quale introdurre il concetto greco della Paideia, l’Educazione; mentre il collega Pescatore è il Missionario, cioè colui che si occupa di sottrarre le anime di Buona Volontà alle sirene ingannatrici del Mal Vivere. Si comprende assai bene perché il messaggio cristiano sia esploso soltanto in seno alla cultura greco-celtico-romana e come il tema dell’avvento dell’Uomo Nuovo sia la sola ottica corretta attraverso la quale la Cultura Occidentale può essere compiutaSi comprende pure come sia del tutto inaccettabile la mancanza di un preciso riferimento ai valori inalienabili espressi dal Cristianesimo nel Preambolo della nascente Costituzione Europea. Se tutto ciò è corretto, allora la Sapienza del Presepe si pone a fondamento della Città Ideale. Da qui la proposta del Centro Lunigianese di Studi Danteschi di fare del Presepe un arredo permanente della Domus: un angolo della casa sia sempre arricchito di una sua preziosa riduzione e che il Veltro sia sempre con noi.

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Altri tesori Licciana Nardi: Anacarsi Nardi

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Nella Val di Magra di area toscana si approfondisce di seguito la sola storia di quei comuni in cui essa risulta particolarmente costruzione dell’identità lunigianese ed in cui il valore delle emergenze artistiche è di assoluto rilievo e di facile fruibilità. Per esempio, non v’è dubbio che si abbia a che fare con una grandissima perla quando parliamo della Epigrafe di Leo-

dgar conservata presso la Torre di San Giorgio a Filattiera, ma si tratta di un sito attualmente non aperto al pubblico. Sarà senz’altro cura dell’amministrazione comunale provvedere al più presto a rendere visibile un monumento del VII sec. da annoverare senz’altro tra i più importanti della storia lunigianese. Anche nel Comune di Comano abbiamo l’Epigrafe di Crespiano, un documento del Mille di


in Val di Magra

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trova nei muri interni della canonica della bellissima Pieve romanica, per cui è chiaro che non la si può indicare tra le emergenze propriamente “visitabili”. Di Tresana abbiamo presentato sulla guida alla Lunigiana Dantesca il pregevole Bassorilievo di Ranieri Porrini, valente studioso della storia del luogo. Di Zeri si annoverano, tra le numerose frazioni

immerse in una natura incontaminata, le molte . Proponiamo invece le schede relative ad alcuni singoli monumenti per Licciana Nardi (il Monumento funebre di Anacarsi Nardi); Casola in Lunigiana (i Capitelli allegorici della Pieve romanica di Codiponte); Fivizzano (il Busto di Giovanni Fantoni) e Fosdinovo (l’Arca di Galeotto Malaspina).


Anacarsi Nardi

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IL PATRIOTA EROE DELLA LUNIGIANA RISORGIMENTALE Nella frazione di Apella, nel comune di Licciana, in quella Lunigiana montana dell’antico percorso di valico di Malpasso, oggi Passo del Lagastrello, nacque nel 1800 Anacarsi Nardi. Di spirito liberale, il giovane maturò ben presto uno spiccato agone patriottico grazie allo zio Biagio, che lo coinvolse a Modena tra i congiurati di Ciro Menotti nell’azione fallita dei moti del ’31. Quella volta andò loro bene, pensarono molto male di prendere parte all’ancora più fallimentare spedizione dei Fratelli Bandiera.


Negli scontri a fuoco con l’esercito borbonico trovò subito la morte Biagio, mentre Anacarsi venne catturato e quindi fucilato nel vallone di Rovito, assieme ai promotori della rivolta, il 25 luglio del 1844. Sepolto a Cosenza, le sue spoglie furono traslate alla volta del comune natale, dove giunsero il 2 ottobre del 1910. Dal 1933 il comune di Licciana ha esteso la propria denominazione aggiungendovi il cognome del suo eroe. Il monumento funebre di Anacarsi a Licciana Nardi, opera intensissima, è il capolavoro assoluto di Angiolo Del Santo (1882-1938) (->La Spezia). è ritratta a terra nell’atto di un ultimo conato e proprio nella drammaticità della contorsione agonica si realizza l’intento dell’artista di allegorizzare l’edecenni dopo la morte di Anacarsi, la piccola Licciana diede i natali a un altro grande patriota, Alceste De Ambris (1874-1934), estensore della Carta del

Carnaro, la Costituzione di Fiume voluta dal d’Annunzio che ispirò non poco i Padri Costituenti della Repubblica.

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IL MEDIOEVO IN IMMAGINI La Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano a Codiponte, nel comune di Casola in Lunigiana, è uno dei templi romanici più importanti di Lunigiana. L’impianto attuale è databile al XII secolo in secoli ben più profondi. La pianta è basilicale, con tre navate rivolte a tra arenaria poste a sostegno di archi a tutto sesto. L’apparato scultoreo dei capitelli è di grande importanza, con soggetti tipici del medioevo europeo ancora in fase di analisi da parte degli studiosi come,

ad esempio, la sirena bicaudata, che, gura del pesce (in lingua aramaica è l’acronimo del Cristo, dunque simbolo di Salvezza) e l’àncora (che nella metafora marinara è simbolo di sicurezza, dunque, di Fede). Da non perdere, sulla parete di fondo della navata destra del tempio, un trittico tardo medievale con al centro la Vergine in trono con il Bambino, alla destra i Santi Cornelio e Cipriano e a sinistra l’immagine del Volto Santo (->Ameglia). La “Via del Volto Santo” passa anche di qua.

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Giovanni Fantoni

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L’ILLUMINISMO A FIVIZZANO Giovanni Fantoni, da Fivizzano (17551807) è l’esponente principe del puro Neoclassicismo in Lunigiana. Nato da famiglia nobile, viene in gioventù avviato al seminario. Matura ben presto uno spirito anticlericale e ne viene escluso. Vive dunque una giovinezza scapigliata e libertina, il che non gli impedisce di essere accolto nell’Accademia della Crusca e nell’Accademia dell’Arcadia, dove entra con il nome di Labindo. La famiglia non gli fece mai mancare il proprio appoggio: lo troviamo dapprima apprendista nella Segreteria di Stato di Firenze, poi iscritto all’Accademia Reale di Torino da cui esce come sottotenente. Ma l’inquietudine lo conduce a Napoli, grande centro dell’Illuminismo, dove entra in massoneria e matura quelle idee giaco-

Carducci di Levia Gravia. Pervaso di eroismo foscoliano, nel 1796 fu tra i partecipi ai moti di Reggio e di Bologna, mentre nel 1800 si unì ai genovesi nella città assediata dagli Austriaci. La sua opera maggiore sono le Odi, uscite in varie edizioni. A lui si deve l’idealizzazione dantesca del castello di Fosdinovo, dove una stanzetta posta in una torre in realtà del XVI secolo divenne ben presto la “Stanza di Dante”. Morì nella sua Fivizzano nella stessa camera dove nacque soli cinquantadue anni prima. BIBLIOGRAFIA AMEDEO BENEDETTI, La fortuna critica di Giovanni Fantoni, “Lunezia”, Milano, n. 6, settembre 1995.

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I MALASPINA E GLI SCALIGERI Nella chiesa di San Remigio, posta nel cuore del borgo storico di Fosdinovo, si conserva l’arca sepolcrale di Galeotto I Malaspina (? – 1367), il primo marchese di Fosdinovo per concessione dell’imperatore Carlo IV datata 1355. Fu nipote di Spinetta il Grande, Signore di Fosdinovo dal 1340-1352, colui che tentò l’impresa impossibile (infatti fallita) di dar vita ad una Signoria malaspiniana in Lunigiana. Il sepolcro fu commissionato nell’anno stesso della morte del marchese ad uno scultore di presumibili origini scaligere. Galeotto, infatti, esercitò l’incarico di giudice a Verona e il sarcofago è inquadrato da un arco a tutto sesto sormontato da una cuspide gotica con lo stemma dei Malaspina intrecciato con quello

dei Della Scala, una famiglia le cui arche sono famose in tutto il mondo. Il monumento è splendido: Costituito da un’edicola in marmo bianco con rosone e da un sarcofago sul quale riposa quattro scene in bassorilievo in cui Galeotto riceve l’investitura a Cavaliere alla presenza della Vergine, del Cristo, e dei santi Giovanni il Battista, Antonio e Giacomo Apostolo, cioè i santi titolari dei principali ordini cavallereschi del Medioevo. Del personaggio una lunga epigrafe in latino celebra il profondo senso della Giustizia, poi riassunto in un motto in volgare: «Portò la giustizia che regge il mondo, se non ci fosse giustizia il mondo non reggerebbe», di chiara matrice platonica.

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CINQUE TERRE & RIVIERA

Tra bellezze abbaglianti e grande Letteratura

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Ormai non c’è più bisogno di grandi presentazioni: le Cinque Terre sono diventate una vera icona mondiale, oggi celebrata anche dalla Disney con un cartoon ambientato tra le strade e gli Tutto questo si deve soprattutto al creatore del Parco Nazionale, Franco Bonanini, ma pure a Mario Andreoli, un semplice ferroviere che quando nell’ormai lontano 1961 ideò il Presepe Lumininoso di Manarola neppure lui avrebbe potuto immaginare che quell’opera sarebbe diventata il più grande e famoso presepe del mondo. Ma è tutta la riviera spezzina, che da di Tramonti e del Muzzerone a rappresentare un vero unicum, tanto che questa è terra di poeti: poeti da Nobel. Qui,

tra la contemplazione arida del «rivo strozzato che gorgoglia», del «sole che abbaglia» e dei miraggi suggeriti dal «palpitare lontano di scaglie di mare» (Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925, poesie varie) emerge comunque la percezione di una terra vivissima, dove il vento «reca messaggi» e quello stesso rito» (Vincenzo Cardarelli, Liguria, ca. 1928). cientemente ricordato, parla di Liguria, certo, la quale pare essere tutta «una terra leggiadra» dove «è gigante l’ulivo», ma quella visione lui la coglie da Vernazza, il borgo dove soleva passava le estati giovanili e dove, meglio che altrove, poteva vedere le chiese «come navi disposte ad esser varate».


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È la Liguria una terra leggiadra, il sasso ardente, l’argilla pulita s’avvivano di pampini al sole. È gigante l’ulivo. A primavera Ombra e sole s’alternano per quelle fonde valli che si celano al mare, per le vie lastricate che vanno in su, fra campi di rose, pozzi e terre spaccate, costeggiando poderi e vigne chiuse. In quell’arida terra il sole striscia sulle pietre come un serpe. Il mare in certi giorni Reca messaggi il vento. Venere torna a nascere O chiese di Liguria, come navi disposte a esser varate! O aperti ai venti e all’onde liguri cimiteri! Una rosea tristezza vi colora che marcisce, la grande luce si va sfacendo e muore.

Lenta e rosata sale su dal mare la sera di Liguria, perdizione di cuori amanti e di cose lontane. Indugiano le coppie nei giardini, come tanti teatri. Sepolto nella bruma il mare odora. Le chiese sulla riva paion navi che stanno per salpare.


E in quella magica Vernazza, nei medesimi anni, passava le estati anche Ettore Cozzani (1884-1971), il grande genio della spezzinità con Ubaldo Mazzini. Le sue migliaia di versi, profusi in sestine di endecasillabi ne Il poema del mare (1928) ci hanno trasmesso un amore profondo, ancestrale, per la ricchezza estrema di questo lembo di terra baciato dal fato.

[…] Tutti fummo per te: frementi e indocili Come mandre selvagge, i monti ai piani Si urtavano con le tonanti voci, lungo l’acque sconvolte che i vulcani arrossavan di vampe, e nelle schiume ti calmasti; e anche i monti: e dentro l’ombra delle nuove costiere, un palpitìo d’atomi, più vago e lieve che ombra del nulla ti commosse, e dentro un velo eran nate le Forme […]

[…] alba stupenda, e vagol, cantando di riva in riva, lenta, una sirena: chiamava i bimbi, e meglio, col suo blando riso, li seduceva acerbi e belli, con gli occhi immensi e selve di capelli. […] Le sgorgaron dal mar tante sorelle quante onde, e ognuna prese un bimbo in seno: ed eran così rosee, bionde, snelle, che il terror dei bimbi fu un baleno: s’immersero: guizzarono le code d’argento al fondo, e sparvero le prode. […] Anche adesso, angosciati prigionieri, tentan fuggir dai freddi polipai; ma il pescator che ruba ai fondi neri spugne e perle, e non resta un poco, mai, vede manine, occhietti, e qualche bocca: ma li crede coralli, e non li tocca.

E che dire, poi, dei pittori? A Riomaggiore, nella seconda metà dell’800, il macchiaiolo Telemaco Signorini riscopriva le CInque Terre dopo alcuni secoli di vero isolamento e ne descriveva un ambiente quasi “primitivo”. In seguito sappiamo che Antonio Discovolo, grande amico di Ettore Cozzani, insegnava al sodale a riconoscere addirittura anche il colore viola nelle vaste e magiche trasparenze delle distese marine. Ma molto prima dei contemporanei ci furono quattro giganti che trattarono di questi splendidi lidi. Si tratta nientemeno che di Salimbene da Parma, Dante, Petrarca e il Boccaccio, i quali fecero tutti riferimento ad un vino che al tempo solo qui si produceva: la Vernaccia. Ebbene, Salimbene pare distinguere curiosamente questo nettare (il cui nome dice originario del borgo di Ver-

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nazza) dalla produzione generale tipica della zona: «Et ibi prope vinum de Vernaccia habetur, et vinum terrae illius optimum est»: Vernaccia e “vinum terrae” paiono essere cose diverse. In Dante troviamo la Vernaccia come l’unico vino che il poeta abbia mai nominato in tutta la sua opera monumentale: siamo in Pur XXIV (vv. 23-24), tra i golosi, dove si dice che purga per digiuno l’anguille di Bolsena/e la vernaccia. L’intera critica attribuisce il passo all’ottimo bianco delle Cinque Terre, vino in cui Martino IV sarebbe stato dunque solito far macerare le anguille del lago di Bolsena, ma se si fosse davvero trattato di un semplice vino bianco, non se ne poteva scegliere un’altro qualsiasi? Ci voleva proprio quello delle Cinque Terre? Il Boccaccio, da parte sua, nel Decamerone, di Vernaccia immagina addirittura scorrere -

cativo “Paese di Bengodi” (VIII III) e in altra novella fa ristorare un abbattuto Abate di Cluny con un gran bicchiere di «Vernacia da Corniglia» (X II): non si comprende come il prelato avrebbe potuto essere sollevato da un semplice altra contrada d’Italia, quando l’idea d’un rosolio, d’un vero toccasana, d’una bevanda, cioè, capace “di risvegliare anche i morti”, come si usa dire nella tradizione popolare, sarebbe stata certo molto più conforme alla scena. Non a caso, secoli dopo, Eugenio Montale avrebbe detto dello Sciacchetrà che «bevuto sul posto, autentico al cento per cento, supera di gran lunga quel farmaceutico vino di Porto». Insomma, solo di un vino liquoroso se ne può immail Petrarca, mosso sulle orme di Dante lungo quell’itinerario che metteva «da Lerice a Turbia» (Pur III 49) alla volta della Francia, ci testimonia con chiarezza, nei versi latini dell’Africa so e sui gioghi di Corniglia, ovunque celebrati per il dolce


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vino», allora la dimostrazione è compiuta: la Vernaccia è davvero lo Sciacchetrà, il classico passito delle Cinque Terre, il quale assunse evidentemente la denominazione moderna quando quelle lande darono in un vero e proprio isolamento rotto soltanto da legami con i mercanti genovesi che facevano la spola stagionale sui loro barconi commerciali. Come si è visto, la riviera lunigianese è un pozzo inesauribile di Arte e di Natura e non c’è nulla di più intenso dell’andare per i suoi sentieri – sparsi tra i vinali, ma anche immersi nel verde, a monte sul crinale o sui colli interni di Levanto, di Deiva Marina e Bonassola –declamando ad alta voce i versi dei suoi cantori immortali. Tuttavia, si può anche godere dell’immersione nel silenzio meditativo lungo la Strada dei Santuari, che si chiamaprofonda unità che lega da sempre il derinari, la cui origine non può essere solo “medievale”: se è vero che le più remote attestazioni scritte appartengono al sec. in secoli ben più profondi se è altrettanto vero che Vernazza e la sua frazione Vulnetia Cornelia Cosmographia nonimo Ravennate che data al VII sec. Il nome Cinque Terre, invece, lo si trova per la prima volta nella Descriptio Orae Ligusticae dell’umanista sarzanese Giacomo Bracelli, nell’edizione del 1448.

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RIOMAGGIORE (Sp) Il Rosone degli Evangelisti e

Scheda del borgo

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Circa l’origine dei borghi delle Cinque Terre si legge di tutto e di più. Ma il nome di romano, derivato da una Gens Cornelia, cioè l’antica famiglia proprietaria del fonrisulta avvallata dal rinvenimento in Pompei di antiche anfore vinarie marchiate Cornelia. Se tutto questo è vero, allora l’errore grossolano è l’attribuzione – come si legge spesso – di un’origine medievale ai terrazzamenti della costiera. Comunque sia, Dante, nel suo viaggio via mare alla volta della Francia (->Lerici), dovette aver visto i terrazzamenti già perfettamente strutturati se cita il vino della Vernaccia (il celebre Sciacchetrà), peraltro già celebrato alcuni decenni prima da Salimbene da Parma (->Cinque Terre). Anzi, si può benissimo pensare che sia stato proprio quel gran-

dioso sistema a gradoni ad avere suggerito al Sommo l’idea delle costiere liguri a strapiombo sul mare come comode scale al confronto del colossale basamento del monte del Purgatorio (Pur III 49-51)! cisamente al 1251, quando gli abitanti del distretto di Carpena (nel comune di Riccò del Golfo) giurarono fedeltà alla Repubblica di Genova. Al XIV secolo si fa risalire invece la costruzione della parrocchiale di San Giovanni Battista. Sappiamo, però, che quando il pittore Telemaco Signorini (18351901), maestro dei Macchiaioli, nel 1860 si imbatté in questo borgo, descrisse un amper alcuni secoli l’intera costiera delle Cinque Terre era caduta in un singolarissimo isolamento. Gli unici contatti furono tenuti probabilmente dai mercanti genovesi che


venivano qui a rifornirsi, coi loro barconi, di pesce, vino e olio. zazione della ferrovia La Spezia - Sestri Levante, inaugurata nel 1874. Da allora tutte le Cinque Terre hanno ispirato una produzione artistica veramente eccezionale. Riomaggiore, in particolare, con la sua consorella Manarola, trovarono rappresentazioni in Pittura nelle prime sperimentazioni di trasparenze marine operate da Antonio Discovolo (1874-1956) e da (1917-1999). In Poesia, invece, quei paesaggi straordinari sono da rintracciare nelle sestine appassionate del Poema del Mare di Ettore Cozzani (1884-1971), nelle liriche struggenti di Vincenzo Cardarelli (1887-1859) e nell’essenzialità dei celeberrimi Ossi di Seppia del Premio Nobel Eugenio Montale (1896-1981). I sensi di tutta questa straordinaria produzione rappresentano ciò che vale davvero la pena di ricercare in questi luoghi. Osservare i vinali a picco sul mare scendendo dall’alto del Sentiero Verde (quello di crinale: una sorta di Alta Via della costiera), o ammirarli passeggiando per il romanticissimo Sentiero Azzurro (di cui la tratta Riomaggiore-Manarola è conosciuta in tutto il mondo come la Via dell’Amore), è il senso autentico di una visita in questa prima tratta delle Cinque Terre. Passeggiare fra della macchia mediterranea, mettersi tra le vigne e gli ulivi secolari, sostare presso baglia, e osservare l’immensità del mare, che in certi giorni rivela la Corsica come fosse a due passi da lì, costituisce un insieme di esperienze indimenticabili. Ma anche gli stessi borghi sanno regalare molto, con la magia dei loro carugi (le vie strette tra una casa e l’altra) e con i meravigliosi ->Rosoni delle chiese. Quando poi si scopre che il genio visionario di un pensionato delle Ferrovie dello Stato ha saputo fare di un’intera collina il ->Presepe luminoso di Manarola, allora molto bene si avverte che non solo la Natura, ma anche la Creatività qui è una vera imperatrice.

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Il Rosone degli Evangelisti

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UN’OPERA ORIGINALE DEL ‘300 La chiesa parrocchiale di Riomaggiore è dedicata a San Giovanni Battista. Realizzata dai Maestri Antelami, fu concepita a pianta basilicale, a tre navate, su commissione di Antonio Fieschi, vescovo di Luni. La costruzione risale al 1340, come riportato ma la facciata, in stile neogotico, è il frutto di una ristrutturazione del 1870 operata, si dice, in seguito ad un crollo subìto. Le stature dei Quattro Evangelisti, che adornano in perfetta simmetria il piano

del rosone assieme a due belle bifore, risalgono probabilmente al 1903, data iscritta nel basamento del grande San Giovanni Battista posto sulla sommità della facciata medesima. Il pregevolissimo Rosone, anch’esso in marmo bianco di Carrara, è invece ancora l’originale del periodo di costruzione, una vera gemma della prima metà del sec. XIV. Data la simmetria prodotta dalle statue ottocentesche lo si indica qui come il Rosone degli Evangelisti per meglio distinguerlo dagli altri pregevolissimi che adornano le facciate delle maggiori chiese delle Cinque Terre. All’interno del tempio sono da ammirare altre preziosità, tra cui un San Giovanni dipinto attribuito al sarzanese Domenico Fiasella (1589-1669), massimo esponente del barocco in Lunigiana e tra i maggiori membri della scuola genovese.


IL PRESEPIO PIÙ FAMOSO DEL MONDO Se Monterosso è famosa nel mondo per il suo Montale, se Vernazza lo è per avere dato il nome al vitigno (autoctono) della Vernaccia (che soltanto in seguito fu portata in Toscana) e per il vino omonimo che sappiamo essere lo stesso Sciacchetrà, Manarola – frazione appartenente al comune di Riomaggiore - deve la propria fama al suo straordinario Presepe Luminoso. L’intera collina sovrastante il borgo marinaro, detta delle Tre Croci, era un tempo caratterizzata proprio dalla chiara rappresentazione del Golgota. Da qui la geniale intuizione di Mario Andreoli, oggi ultranovantenne, ex addetto delle Ferrovie dello Stato, di allestire un presepe luminoso su quella sommità utilizzando materiale di fortuna e mettendo a disposizione (per anni) la propria utenza elettrica. Era il lontano 1961 e oggi, con la LX -

nale collaborazione del CAI della Spezia, l’intera sommità del monte, arricchita orlampadine, si illumina dando vita (al pari della Madonna Bianca di Portovenere) ad uno degli spettacoli più suggestivi al monanche le navi da crociera ormai considerano irrinunciabile una sosta per ammirare quella straordinaria rappresentazione e se le Cinque Terre sono diventate dal 1997 Patrimonio dell’Umanità UNESCO, in parte lo si deve senz’altro anche a questa referenza veramente eccezionale. Mario Andreoli non ha ancora ricevuto il riconoscimento che merita. Il Centro Lunigianese di Studi Danteschi, consapevole dell’importanza dell’esaltazione del Presepe da lui compiuta, gli ha conferito il Premio ‘Pax Dantis’ nel 2015, ma la sua invenzione è degna del Premio Nobel per la Pace. In questo mondo infame una simile attestazione non gli arriverà di certo, ma Mario Andreoli è già nella Storia, quella vera: quella dell’Olimpo dei Giganti.

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MONTEROSSO AL MARE (Sp) Scheda del borgo

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Con il suo promontorio di Punta Mesco il borgo di Monterosso al Mare definisce la fascia più occidentale delle Cinque Terre. Il paese è diviso in due parti, separate da uno sperone di roccia attraversato da un breve tunnel: la parte nuova è quella detta di Fegina, che si fregia della grande spiaggia sabbiosa e della stazione ferroviaria; l’altra è il Borgo antico, caratterizzato dal fascino inestinguibile del suo sistema di piazzette e carugi tipicamente liguri. A Fegina troviamo la ->Sta-


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tua del Gigante e la Villa Montale, dove il Premio Nobel trascorse le estati di tutta la sua gioventù. Nel centro storico, invece, spicca il ->Rosone della Chiesa di San Giovanni Battista, un eccezionale esempio di merletto eseguito con il marmo; inoltre, salendo al complesso conventuale dei Cappuccini si possono ammirare una Crocifissione attribuita al Van Dyck e la pregevole statua bronzea del ->San Francesco con il lupo. Sul crinale, sulla strada di valico che, proseguendo, indirizza in Val di Vara, sta il Santuario di Soviore, il più antico santuario mariano della Liguria, con la sua antica ->Icona a dominare dall’alto sull’intera stazione marinara. La storia di Monterosso ricalca quella degli altri borghi delle Cinque Terre. Di origine probabilmente molto più antica, al pari di Vernazza e Corniglia, la prima attestazione scritta è datata al 1056, quando Guido degli Obertenghi, figlio di Adalberto II, effettuò alcune donazioni «in loco Monte Russo». A Monterosso è tradizione storica la conservazione delle Acciughe in salamoia. Un fiorente commercio è attestato addirittura con il Piemonte attraverso la cosiddetta “Via del Sale”, strada di profonda memoria malaspiniana, dove se ne faceva incetta per la preparazione delle celebri acciughe in salsa verde. Famosa era la Pesca notturna con le lampare, strumenti alimentate ad acetilene, un’arte cantata anche da Eugenio Montale in una lirica assai celebrata: «[…] dai gozzi sparsi palpita l’acetilene.» (da Arsenio, in Ossi di seppia, II ed., 1928). Una nota di puro folklore: se il pescatore è duro mestiere da uomini, la vendita dei prodotti era invece demandata esclusivamente alle donne del paese.

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LA DOPPIA FACCIA DEL FIORETTO La bellissima statua di San Francesco e il lupo, una delle più mirabili tra quelle dedicate al Patrono d’Italia, si trova nel contetermine della passeggiata panoramica che dal borgo antico di Monterosso conduce al

Convento dei Cappuccini. La vicenda oggetto della scena artistica è quella narrata nel capitolo XXI de I Fioretti di San Francesco: di fronte al Santo il temibile lupo di Gubbio d’un tratto si ammansì. Il monumento, in bronzo, è opera dello scultore monzese Silvio Monfrini (1894-1969) ed è


movente è «dicer poco» per chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità: l’atteggiamento del lupo, che si avvicina con la testa al Santo, chino verso di lui con la mano aperta, è di quelli che toccano le corde dell’anima, perché richiama il naturale atteggiamento di paterna. È la scena idilliaca del Mondo ideale in cui sarebbe troppo bello vivere, un capolavoro che, non a caso, vede salire per una foto migliaia e migliaia di turisti ogni anno, letteralmente ammaliati sia dal luogo, sia da quell’atmosfera intensissima votata alla meditazione e alla preghiera. Ma la rappresentazione di un consorzio universale dove il lupo convive con l’agnello non è cosa di questo mondo: è un caso limite ideale. È la stessa arte letteraria dell’Età di Mezzo, strutturata su diversi livelli di interpretazione, come molto bene ci ammaestra il grande padre Dante, a suggerire la necessità di ulteriori letture sapienziali, non precisamente paradisiache. Così la leggenda richiama senz’altro anche al deserto islamico, dove Francesco si recò nel tentativo di convertire il interpretata l’altra immagine leggendaria di Francesco, quella in cui lo sappiamo intento a parlare con gli uccelli; parlare “con la lingua degli uccelli”, infatti, linguaggio allegorico che solo i grandi maestri sanno intendere. Quella stessa lingua che, secoli dopo, l’eroe designato scoprirà con grande meraviglia di saper comprendere nel bosco sacro di cui al secondo atto del Sigfrid, la terza parte della formidabile tetralogia dell’Anello del Nibelungo di Richard Wagner. San Francesco e Wagner: un rapporto del tutto inedito. Ma l’Europa, la vera grande profonda invincibile Europa, è tutta raccolta entro questi due limiti apparentemente opposti: il Santo e l’Eroe. Come dire: l’essenza dei Cavalieri Templari. Sopra tutti aleggia Dante, il semidio pervenuto alla sintesi suprema, che oggi ci richiama all’ordine: è giunto il tempo di nuovi Eroi.

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Il Rosone ornato di San Giovanni Battista

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L’ARTE DI FAR MERLETTI CON IL MARMO La parrocchiale di Monterosso, dedicata a San Giovanni Battista, è un bell’esempio di gotico genovese. La struttura interna è a pianta basilicale, dunque con partizione a tre navate. Le pareti sono divergenti in direzione del coro, il che conferisce maggiore imponenza al presbiterio. Una delle colonne (la seconda del colonnato di sinistra) reca incisa in caratteri medievali la durata del cantiere di costruzione del tempio: dal 1244 al 1307. Da notare, all’interno, il fonte battesimale del 1360 e una tela della Madonna del Rosario della scuola di Luca Cambiaso. Dal sagrato fa splendida mostra di sé l’eccezionale Rosone centrale traforato in marmo bianco. Posto ad impreziosire l’intera facciata, è opera somma attribuita a Matteo e Pietro da Campiglio. Si tratta di uno dei massimi esempi di gotico ornato, in cui la maestria degli artisti ha prodotto un vero e proprio lavoro di merletto su marmo. Dal bottone centrale si irradiano diciotto colonnine, alternate tra lisce e tortili, da cui si dipartono altrettanti archetti trilobati intrecciati. Cingono la raggera ben 53 cerchietti diversamente lavorati e tutto questo insieme è iscritto in un sistema di tre circonferenze maggiori, di diversa grandezza e livello, che gli fa da degna cornice. Tre livelli e poi l’apoteosi del Rosone. Come dire, i Tre Regni e poi il trionfo della Visio Dei, cioè la stessa struttura della Divina Commedia. Che però doveva ancora essere scritta.

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Il Gigante

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M assimo Focaccia

Il

della

L’ETERNA CLASSICITÀ DEL NETTUNO FERITO La statua del Nettuno, dal popolo battezzata Il Gigante, è ciò che resta di un’imponente opera in cemento armato apposta come parte integrante dello sperone di roccia che verso occidente delimita la spiaggia di Fegina. Realizzata nel 1910 dallo scultore Arrigo Minerbi (1881-1960) - artista prediletto di Gabriele D’Annunzio, di cui realizzò nel 1938 la maschera mortuaria in marmo – la chiello del progetto megalomane di Giovanni Pastine, ricco e ambizioso avvocato originario di Monterosso ma discendente di una famiglia che aveva fatto fortuna in Argentina. Ironia della sorte, la sua villa sfarzosa andò distrutta nel corso di un bombardamento della II Guerra Mondiale ed anche la statua del Nettuno subì dei danni ingenti: oggi appare monca e priva della grande conchiglia che dal giardino della casa si faceva sontuosa balconata sul mare. Il Gigante era alto 14 metri e pesava 170 tonnellate. Di gusto decisamente kitsch nella sua espressione originale, oggi, immerso in una fascinosa vetustà, appare un capolavoro di quel periodo classico cui richiama direttamente la sua stessa mitologia. Quando i nuovi proprietari del fondo, nel dopoguerra, pensarono di abbatterlo, trovarono la fermissima opposizione di tutto il paese nonostante oggetto di scherno generale. Non fu esente di critica lo stesso Nettuno, che si prese gli strali del giovane Montale per avere visto distrutta, anziché recuperata, quell’antica Casa dei Doganieri (in realtà molto idealizzata) che il poeta aveva eternato in una delle sue liriche più felici (La casa dei doganieri, 1930, in Le occasioni, 1939).

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LA PIETÀ DEL PIÙ ANTICO SANTUARIO MARIANO LIGURE

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La tradizione vuole che all’avvicinarsi delle orde di Rotari, nel lontano 629, la popolazione dell’interno, fuggendo verso il mare, abbia sepolto una statua lignea della Madonna onde sottrarla alla furia iconoclasta del barbaro. Dopo oltre un secolo, intorno al 740 (la stessa età cui si riferisce la Leggenda Leboinica, ->Ameglia), la statua tornò alla luce. Lo attestano documenti del sec. XII che confermano la nascita di una festa della Madonna a Soviore ben quattro secoli prima. Accadde che un sacerdote di Monterosso, impegnato in una battuta di caccia, vide all’alba una colomba bianca insistere stranamente su di una casupola diroccata, come a volergli indicare qualcosa.

Seguendola all’interno della costruzione vide che compariva e scompariva sotto terra senza che vi fosse alcun passaggio e sul punto in cui avveniva il prodigio si emanava un profumo dolcissimo. L’indomani, con l’aiuto di alcuni fedeli, il parroco si mise a scavare e si rinvenne l’immagine santa. Cercando di prendere la reliquia, i presenti si accorsero che ciò non era possibile e restò per un certo tempo in quel luogo quale oggetto di devozione e pellegrinaggio, già fonte di a quando, una mattina, con enorme sorpresa, la si vide su di un castagno posto un poco più in alto. I fedeli la riportarono più volte nella casetta orginaria, ma puntualmente la mattina successiva la Vergine era di nuovo sopra il castagno. Il popolo, allora, comprese, che la Madonna avrebbe dovuto restare nel posto che Lei stessa si era scelta, così sull’area indicata, in quello stesso VIII secolo, sotto il regno cristianizzato di Liutprando e all’atto della nascita di Carlo Magno, padre di un impero che co santuario mariano di Liguria. Le mura perimetrali di quel primo impianto sono state rinvenute nel corso degli importanti


SANTUARIO Nostra Signora di Soviore

scavi archeologici compiuti. Dal 1999, grazie al grande restauro giubilare, le vestigia antichissime sono rese visibili ai fedeli attraverso grandi vetri apposti sul pavimento della chiesa attuale. Il santuario, citato in un documento del 1225, ebbe un notevole sviluppo all’epoca della Peste Nera (1348), quando fu adibito a ricovero per i pellegrini corso del XVIII secolo. A far data dall’11 maggio del 1974 N.S. di Soviore è Patrona della Diocesi di Spezia, Sarzana e Brugnato, divenendo il luogo di culto più importante dell’intero comprensorio. Posizionata in seno ad una sontuosa cornice marmorea barocca, N.S. di Soviore viene traslata a Monterosso nel corso dei soli anni giubilari per la venerazione degli abitanti del paese. L’icona lignea oggi venerata non può, però, essere l’originale, perché ciò che si conserva è un’opera di fattura trecentesca e di scuola chiaramente nordica. Si tratta comunque di un capolavoro assoluto. Pur essendo una Pietà (la Vergine tiene infatti il Cristo morto sulle ginocchia), non si ha a che fare con una Addolorata, perché proprio come in Michelangelo (di cui quest’opera è evidente anticipazione), na sospensione, come in un quadro di Vermeer: Ella, annunciatrice della Resurrezione, attende che il Figlio si rianimi da un momento all’altro. In attesa che si compia il nostro destino, noi tutti siamo sospesi alla stesso modo. Siamo di fronte ad uno dei massimi esempi del canone renano delle Schœne Vesperbild (‘Belle Pietà’), ma la descritta nello splendido bassorilievo posizionato sull’ingresso gotico della chiesa, proprio sotto l’arco ogivale: in marmo bianco di Carrara, di autore sconosciuto, questo cammeo, che dovette essere apposto nell’occasione della ristrutturazione del XVIII secolo, illustra una posizione delle braccia e delle mani della Vergine in modo ormai fedelissimo rispetto all’insuperabile soluzione michelangiolesca.

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LEVANTO (Sp) Scheda del borgo

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La recente scoperta di un frammento di Statua-stele in Levanto (2020), subito preso in carico dal Museo delle Statue-stele di ->Pontremoli, ha confermato l’omogeneigiana. Anche la costiera ultima di Levante, come la Val

di Vara e lo stesso Golfo dei Poeti, è parte integrante della regione detta “Lunigiana Storica”. Dell’antichità levantese si sa solo di un borgo di Ceula, posto più in collina, con tutta probabilità l’attuale frazione di Montale. L’antico nucleo, le cui origini si suppone affondino all’epoca romana, è tradizione che sia stato convertito al Cristianesimo da San Siro, primo vescovo di Pavia, ed è proprio a quel santo che è intitolata la Pieve di Ceula-Montale. Il primo documento in nostro possesso inerente Levanto è un atto di fedeltà alla Repubblica di Genova sottoscritto


nel 1132 dalla famiglia dei Da Passano, vassalli dei Malaspina. Successivamente, il diploma del Barbarossa del 1164 conferma la presenza del borgo tra le pertinenze feudali concesse a Obizzo Malaspina il Grande. Al dominio dei marchesi Malaspina si devono il Castello di San Giorgio e la grande Cinta Muraria che ancora oggi, quasi integra, fa bella mostra di sé (sec. XIII). Del perimetro difensivo fa parte la romantica Torre dell’Orologio, assai cara ai levantesi. Di quella stessa epoca lontana la città conserva con orgoglio anche la preziosità della ->Loggia comunale. Sono, invece, testimonianza del ->Grottesche. Levanto è una splendida località turistica, buona per tutti i gusti. Con la sua Punta Mesco rientra nel Parco Nazionale delle Cinque Terre e della sua Riserva Marina; il suo lunghissimo spiaggione sabbioso è una delle mete preferite degli amanti del Surf; le antiche gallerie della ferrovia ottocentesca costituiscono un bellissimo itinerario ciclistico e pedonale e il centro cittadino, comodo da raggiungere, resta tranquillo e a misura d’uomo anche nel pieno della stagione estiva. Fascinosa la Villa Agnelli, il cui grande parco dà sulla Passeggiata a mare di Levante, proprio sopra lo sperone di roccia detto La Pietra dove sta il molo d’attracco dei vaporetti

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che fanno la spola, da una parte, verso il Tigullio e dall’altra verso le Cinque Terre, il Golfo della Spezia e il suo incomparabile Arcipelago. Proprio all’altezza della Pietra la città di Levanto ha voluto lasciare un segno tangibile del 700^ anniversario della morte di Dante nel 2021 apponendo una

originale ->Panchina Dantesca. Piatto tipico di Levanto e delle sue colline sono i , grossi ravioli fritti ripieni di erbe spontanee, cipolla, ricotta, uova e formaggi. Sono ormai molto ricercati anche i vini, che hanno raggiunto la Identi-


gure del Levante. Spicca il Verba Dantis delle Cantine Lunae del maestro Paolo Bosoni: un rosso sanguigno, proprio come l’Alighieri, tratto da vitigni anche autoctoni. In occasione della festa patronale del 25 luglio, San Giacomo, si svolge per le vie del centro storico la tradizionale dei Cristi, spettacolare parata di pesanmembri della locale Confraternita, che ha sede presso l’Oratorio cinquecentesco dedicato al santo. Per gli amanti del Trekking è imperdibile il sentiero che, attraverso il promontorio del Mesco, collega Levanto al borgo di ->Monterosso.

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UNA TESTIMONIANZA DI CULTURA E DI PACE La Loggia comunale di Levanto, in Piazza del Popolo, così come la si vede oggi è il frutto di una ristrutturazione operata nel XVI secolo, in pieno Rinascimento, anche se molto probabilmente in quell’intervento fu riutilizzato molto del materiale origi-

conserva una preziosa epigrafe in ardesia che si ritiene riferita alla convenzione del 1211 con cui Levanto aderì spontaneamente al governo della Repubblica di Genova: è perciò senz’altro ascrivibile a quel periodo la fondazione di ciò che fu il mercato cittadino. Ma vi è poi un’altra epigrafe, anch’essa in ardesia, arricchi-


ta di quattro pregevoli stemmi, che il Catalogo Generale dei Beni Culturali censisce come la testimonianza dell’avvenuta costruzione del loggiaFieschi, conte Palatino e di Lavagna, di cui sappiamo che fu Podestà di Levanto nel solo 1405. Sarebbe questo, dunque, l’anno preciso di costruzione della Loggia propriamente detta. Tuttavia, come si legge sul sito del Comune, ancorché ristrutturato parliamo comunque di «uno dei pochissimi edinostri in Liguria». Il monumento consiste in una serie di cinque archi a tutto sesto poggianti su quattro colonne e due pilastri d’estremità. La copertura lignea è popianta trapezoidale disposta su di un solo piano rialzato di circa un metro rispetto alla piazza antistante. All’interno si trova un piccolo locale che, a to per lungo tempo ad archivio comunale. Recentemente, su di una parete interna è tornato miracolosamente gurante un’Annunciazione databile al XV secolo, di artista ignoto. sere, secondo l’uso del tempo, incarattere religioso, ha ottenuto nel 2007 dall’UNESCO lo speciale riconoscimento di “Monumento testimone di Cultura e di Pace”.

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Camillo Benso LA RAGION PRATICA DEL RISORGIMENTO

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Poteva mancare, da qualche parte, in Lunigiana, un monumento al grande statista cugino di Virginia Oldoini, la celebre Contessa di Castiti, l’uomo che non esitò a far uso dell’irrefrenabile vanità scinanti del XIX secolo per perorare la causa dell’Italia Risorgimentale merita veramente il tributo della nostra regione, tanto più che non si trattò di un puro, cinico calcolo: Virginia, in verità, avrebbe dato metà della sua vita per riuscire ad arrivare alla Corte di Francia e fu semplicemente accontentata in cambio solo di un piccolo servigio ad alto valore patriottico. Ma Camillo Benso, Conte di Cavour (1810-1861), non è stato un personaggio caro alla Lunigiana solo per le vicende legate ad una donna bella e perennemente inquieta che visse alla Spezia buona parte della propria giovinezza: Cavour fu fautore della costruzione dell’Arsenale Militare, un’idea di Napoleone, certo, ma di cui solo lui, in seguito, seppe comprendere appieno il valore e che riprese, con il dovuto decisionismo, quando nel 1857, in veste di presidente del consiglio e ministro delciale del Genio, poi generale, il progetto della nuova base navale italiana per l’Alto Tirreno. Va detto che il Cavour non vide mai quell’opera (i lavori, infatti, iniziarono nel 1862, cioè un anno dopo la


sua morte improvvisa e prematura), ma è a lui che La Spezia deve tutta la sua modernità. La città capoluogo, però, ha celebrato con due grandi monumenti ->Giuseppe Garibaldi e Domenico Chiodo, non lui, e questo è un vero peccato. Di tanto, invece, il Conte Benso è stato onorato da Levanto, con un bel busto in marmo di Carrara innalzato su una colonna a sezione quadrata, molto elegante ed arricchita di uno stemma del Regno in bassorilievo sormontato dall’aquila imperiale. Non è dato sapere il nome dell’artista, ma sappiamo per certo che fu donato alla comunità cittadina dal sindaco di allora, il Cavalier Giuseppe Vannoni, con cerimonia solenne tenutasi il 23 settembre del 1900. Lo sguardo proiettato lontano, il Cavour di Levanto è un’opera pregevole che bene interpreta la visione lungimirante di uno statista di levatura mondiale. Lui, che aveva visto da vicino la “Giovine Italia” liquidandola come un covo di «cervelli bruciati», concepì la nazione come una confederazione di quattro Stati sorretta da una presidenza onoraria del Papa e governata dal Regno del Piemonte: idea interessantissima, dove il modello imperiale di Dante e il governo mondiale di Kant appaiono risolti in una soluzione di sintesi in chiave puranon ancora indagato quanto merita, prima ancora del grande politico di cui, semplicisticamente, parlano un po’ tutti.

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LA DIMENSIONE POPOLARE DI UNA GRANDE ARTE Passeggiando per il centro storico di Levanto, all’angolo di via Garibaldi con la via Vinzoni, ci si imbatte nella sorpresa di un

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frescate a monocromo da sempre indicate nel borgo con il termine, in realtà dotto, di Grottesche (sec. XVI). Le “grottesche” costituiscono precisamente una forma di decorazione pittorica originata addirittura nella Roma augustea (I sec. A.C.), la quale, ignorata per ben millecinquecento anni, venne riscoperta e resa famosa con l’avvento del Rinascimento.

È Benvenuto Cellini ad informarci, nella dalle grotte del colle Esquilino a Roma (i resti sotterranei di quella che oggi sappiamo essere la Domus aurea di Nerone), le quali, rinvenute nel 1480, divennero subito così popolari da rappresentare un percorso obbligato per i maggiori artisti dell’epoca (Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli tra i primi), i quali vi si facevaquelle inedite fantasie. La decorazione “a grottesca”, nell’accezione classica del termine, è in dettaglio caratterizzata da esseri favolosi come chime-


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con le sue interpretazioni divenne il caposcuola indiscusso del nuovo canone artistico grazie alla fantasmagoria delle Logge Vaticane (1517-’19). Va da sé che l’arte delle Grottesche sistematicamente utilizzata per creare legami tra gli spazi soprattutto in presenza di forme complesse come lunette, archi e colonne – possa benissimo essere stata in seguito contaminata dall’uso canzonatorio delle caricature vere e proprie di cui erano autentici campioni, nelle loro botteghe famose in ogni dove, altri artisti sommi come Leonardo e Michelangepretare al meglio la trasformazione che il termine “grottesco” ha subito personaggi della sequenza levantese camente marcati di quell’arte ondeggiante tra la leggerezza del frivolo e la sferza del sarcastico. Ecco allora che, tra cronaca e caricatura, tra il serio e ad un ampio spettro di soluzioni: si va dall’illustrazione di buoni o cattivi esempi popolari attraverso categorie di arti e mestieri rivelati dall’artista dicazione di una buona taverna con i tipi più comuni della sua variegata umanità. Chissà!

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168 IL CANTO AMMALIANTE DELLA SIRENA DI ULISSE Anche Levanto, come gran parte dei comuni italiani, ha voluto onorare il grande padre Dante in occasione del 700° anniversario della morte (1321-2021) e lo ha uno dei soliti sterili eventi spot propagandistici per preferire la realizzazione di un progetto capace di durare nel tempo creando struttura. La Panchina Letteraria (una moda lanciata – pare – da Londra ed ormai estesa a tutta Europa), era una delle tante possibili soluzioni, anche se non certo la più originale, ed ha assolto in pieno al suo compito. Quella di Levanto, dunque, è precisamente una Panchina dantesca. A forma di libro, la si trova sulla bella passeggiata a mare che porta alla Pietra, dove arrivano e partono i vaporetti. Il monumento ci parla di uno dei Canti

Divina Commedia: il XXVI dell’Inferno, quello dell’ultimo viaggio di Ulisse. La memoria corre subito ai versi immortali della «Orazion picciola», quella con cui l’eroe greco arringa fraudolentemente la propria ciurma spronandola al «folle volo» verso «il mondo sanza gente». Ma quel passo celeberrimo, quell’immenso «fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza», qui non c’è e qualcuno potrebbe restarne assai deluso. La verità è che la scelta dei versi è stata volutamente meno scontata e la preferenza è caduta sulle terzine che introducono il tema della navigazione poiché argomento ben più attinente alla storia della cittadina. Si tratta con precisione di dodici versi, dal 100 al Colonne d’Ercole. Qui lo diciamo sottovoce: lo Stretto di Gi-


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Dante ci ha posto attraverso l’enigma secolare di Ulisse: se Dio avesse voluto veramente porre un limite alla nostra Conoscenza, il vortice che inghiotte la nave greca avrebbe dovuto intervenire all’atto della profanazione del varco, non certo in vista della montagna sacra del Purgatorio che è posta all’antipode di Gerusalemme, dunque proprio dall’altra parte del mondo. Ma poi, non si sta parlando delle Colonne “d’Ercole”? E da quando in qua Ercole è Dio? Purtroppo, però, a questo punto dobbiamo porgere le nostre scuse ai per fare chiarezza su una questione di tale importanza e complessità. Possiamo solo invitare tutti ad assistere alla rappresentazione della Via Dantis (->Mulazzo): lì, nella della Divina Commedia, l’intera mate-

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Si è detto, a proposito di ->Lerici, che l’indicazione dell’arco ligure resa da Dante con il celebre verso «Tra Lerice e Turbìa» (Pur III 49) la troviamo già nella Tabula Peutingeriana, una carta stradale militare di età romano-imperiale con la citazione all’altezza del Golfo della Spezia della dicitura «In Alpe Pennino u. Boron».

Da questo documento eccezionale apprendiamo che a Luni giungeva da Sud l’Aemilia-Scauri, arteria stradale voluta dal censore romano M. Emilio Scauro nel 109 a.C. quale prosecuzione di un’Aurelia interrotta all’altezza dell’insalubre maremma pisana; da lì la conBoaceas (l’attuale borgo di Ceparana, nella piana della Magra alla presente addirittura nella Geogradi Claudio Tolomeo. Tuttavia il toponimo Boron, ripreso in seguito bizantina dell’Anonimo Ravennate e divenuto un enigma secolare


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lunigianese, non ha assolutamente nulla a che vedere con il Golfo della Spezia: Boron è il monte a est di Nizza (Mont Boron) a cui già conduceva, secondo Strabone, l’antichissima Via Herculea. Si deve a Ferruccio Egori, libero studioso massese, l’interpretazione del passo: l‘abbreviazione “u.” vale come il latino ‘usque’, per cui la carta dice: ‘da lì’ – ovvero dallo spezzino – si prende la via alta (‘appenninica’) Peutingeriana indica da sempre quel percorso di crinale appenninico oggi denominato “Alta Via dei Monti Liguri di Vara. Tale via principia proprio da quella Ceparana che fu l’antichissima Boaceas di Tolomeo. Si deve al Prof. Bruno De Francesco il lancio recente dell’idea, tramite il Centro Lunigianese di Studi Danteschi, nel corso di una conferenza organizzata dall’Associazione MangiaTrekking, di erigere un Monumento all’Alta Via dei Monti Liguri proprio all’inizio del percorso, a Ceparana. Da questi studi bene si apprende -

romano-imperiale di oltre un millennio prima e Dante, pur impegnato via mare nel primo tratto del suo viaggio francese di cui ci narra il Boccaccio nella sua Vita, mosso nel 1314 al seguito della delegazione cardinalizia italica impegnata nel conclave a Carpentras (->Ameglia), ha inteso indicarlo con uno stilema che Ebbene, non sarebbe male se anche il comprensorio della Val di Vara, nota in tutta Europa come una delle regioni a minor impatto antropico (è considerata più green della Foresta Nera in Germania) e Terra del Biologico, blindasse la preziosità del proprio territorio con un quarto parco regionale lunigianese: quello dell’Alta Via dei Monti Liguri Spezzini. E tanto è ricca di Natura la Val di Vara da rappresentare un vero paradiso anche per i cercatori di minerali. Non ci sono, infatti, solo le ->Alpi Apuane: qui è stato addirittura scoperto un composto di é stato dato il nome di Varaite: di colore rosso-violaceo, si presenta in granuli o cristalli. Da segnalare anche la presenza della cromite, un minerale piuttosto raro in Italia. Nei tempi passati in Val di


torna SU

Vara erano attive diverse piccole miniere (manganese, ferro, rame e pure alcuni metalli rari) e nella frazione di Carro, grazie alla donazione di Dino Salatti, appassionato ricercatore e collezionista del luogo, è stato creato il Museo Mineralogico Permanente. Ancora a proposito di minerali, imperdibile la visita a quell’autentico museo all’aperto che sono le cave eneoliti-

che di diaspro della Valle di Lagorara, a Maissana: una vera e propria industria stata riconosciuta in ritrovamenti anche lontanissimi di punte di lancia e di freccia, bulini e pugnali. L’attività della cava, però, era tesa non tanto alla produziodi materiale semilavorato destinato ad essere perfezionato dagli artigiani sui luoghi di destinazione. Il periodo di sfruttamento è collocato tra il 3500 e il 2000 a.C. Oggi la principale attività economica della Val di Vara è l’allevamento bovino, che fornisce carni biologicamente garantite e una produzione di prodotti caseari di altissima qualità, soprattutto nel territorio di ->Varese Ligure. Retaggio preistorico sono considerati anche i Facciòn, sculture tipiche della Val di Vara che si trovano sui muri delle case più antiche: si tratta di maschere apotropaiche, atte cioè a scacciare il Malocchio e a tenere lontani i démoni e gli spiriti avversi. BIBLIOGRAFIA PAOLO DE NEVI, Val di Vara un grido, un canto, Edizioni Centro Studi Val di Vara, Sarzana, 1988.

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VARESE LIGURE (Sp) La Vittoria di Ersanilli

Scheda del borgo

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Il borgo di Varese Ligure, in Alta Valle del Vara, è il cuore della “Valle del Biologico”. Sono infatti più di 40 le aziende agricoprima alle cooperative locali per la produzione e la commercializzazione di carni e formaggi di assoluta qualità. Non a caso parliamo del primo comune italiano che (ISO 14001 e EMAS) e che nel 2004 è stato premiato dall’Unione Europea come migliore comunità rurale del continente. Passeggiate, trekking, equitazione, mountain bike, pesca alla trota, prodotti tipici, tranquillità e pure musica classica: è questa la formula magica che vacanza in puro relax. Già la strada panoramica che conduce in Val di Taro attraverso il Passo delle Cento

Croci, regno incontrastato della Poiana, anche percorsa in macchina è una salutare immersione nella natura viva. Per quanto concerne la Storia, sappiamo che nel 1161 l’imperatore Federico il Barbarossa concesse il borgo in feudo ai Fieschi. Di origini probabilmente più antiche (l’antico nucleo del Grexino è per alcuni un chiaro toponimo bizantino), l’abitato vide proprio sotto il dominio dei Fieschi la realizzazione dell’intero impianto del Borgo Rotondo e del castello posto a sua protezione. La struttura del Castello Fieschi è oggi costituita principalmente da due torrioni. Il primo è detto “Torre del Piccinino”, dal nome del capitano di ventura che conquistò il castello per conto dei Visconti e la fece edi“Torre del Landi” poiché da questo nuovo pos-


Calzoleria Marenco sessore fu realizzata nel 1472. Donato di recente dagli ultimi proprietari al Comune, il castello è stato restituito a nuova vita per le attività culturali della comunità varesina. Proprio all’ingresso del paese sta l’elegante fattura settecentesca di Palazzo Ferrari, la dimora nella cui cappella privata furono celebrate le nozze di Domenico Pallavicini e Luigia Ferrari, ma icona della transitorietà della Bellezza nella celebre ode del Foscolo A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. Assolutamente consigliata la visita alla Cooperativa Casearia Val di Vara, azienda produttrice di formaggi e salumi biologici di alta qualità. Basta un as-

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La Vittoria di Ersanilli

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L’ANIMA PERDUTA DEL TRICOLORE Il Monumento ai Caduti di Varese Ligure, come testimonia l’iscrizione posta sulla base, è opera dello scultore Roberto Ersanilli, (1869-1944), nativo di Zoagli. Fu inaugurato il 28 settembre 1924 in dedica ai soldati vittime della I Guerra Mondiale, ma venne poi utilizzato per celebrare anche quelli della pari delle altre del medesimo periodo (->La Spezia, ->Bagnone, ->Pontremoli) come una chiara Allegoria della Vittoria. Posizionato al centro di piazza Biasotti, da una cinta di siepe, il monumento si compone di una base a gradoni a pianta quadrata su cui si erge una sorta di obelisco in marmo composto da vari elementi sovrapposti. Sulla sommità fa sfoggia di sé un gruppo bronzeo di tre aquile. Sul fronte, invece, in corrispondenza dell’elemento centrale a tronco di piramide, sta un altro bronzo Fante con fucile in posizione del riposo. Sul piedistallo sono ginale, per i caduti varesini del 1915‘18 e l’altra, aggiunta, dedicata a quelli

dell’intero periodo (ampliato) 1935-‘45. Il tema della Vittoria è stato qui risolto dall’artista in modo originale in una semplice Terna di Aquile. Il richiamo al Tricolore appare piuttosto evidente, per cui si può ben dire che ciò che Ersanilli ha voluto celebrare è soprattutto la grande forza positiva scaturita dall’unità del Paese. In modo altrettanto evidente, la posizione del soldato nel classico comando del “Riposo” si fa simbolo, invece, della pace raggiunta. Poi, come sappiamo, è arrivato il proseguo del discorso e non fu proprio la stessa cosa. L’Italia, purtroppo, con la II Guerra Mondiale ha perso quell’unità che era stata conquistata con indicibile Paese dall’animo profondamente diviso. Diviso, non ferito, ed è questo il vero dramma. Come tornare allo spirito iniziale? Magari cominciando con il ricordare che la nostra bandiera è nata con i colori della Beatrice di Dante: il Verde è la Speranza, il Bianco la Fede e il Rosso la Carità. Il segreto andato perduto non è altro che il valore delle tre Virtù Teologali. Tornare alla Fede è il primo passo verso la nuova Rinascenza.

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BRUGNATO (Sp) l’icona di San Colombano

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Brugnato affonda le proprie radici almeno all’epoca longobarda (VII e l’VIII sec.), quando i monaci dell’abbazia di San Colombano di Bobbio espansero in Val di Vara la loro preziosissima opera di preservazione della tradizione cristiana ed eressero qui un monastero che nel tempo si ingrandì fino a divenire un centro di importanza nevralgica. Siamo pochi decenni prima del periodo illuminato di Re Liutprando, artefice dell’annessione della Lunigiana al Regno d’Italia (742); periodo al quale risale la Leggenda Leboinica della Santa Croce (->Ameglia). Proprio a Liutprando, non certo a caso, fanno riferimento i diplomi

Inserita sotto la protezione della Repubblica di Genova a partire dal XII secolo, nello stesso periodo arrivò pure (1133), ad opera di Innocenzo II, l’elevazione a sede vescovile scindendo per una prima volta l’antichissima diocesi di Luni.

Scheda del borgo

Oggi l’antico retaggio della diocesi permane fermissima in quella della Spezia-Sarzana-Brugnato.


L’accresciuta potenza del sito portò inevitabilmente a scontri e contrasti tra le maggiori e importanti famiglie del tempo. Nel 1215 Corrado l’Antico, citato da Dante nel Canto VIII del Purgatorio e artefice della divisione dinastica in Spino Secco (ghibellini) e Spino Fiorito (guelfi), rivendicando per il proprio casato diritti sul borgo e su molte delle terre circostanti (i Malaspina erano dominanti su tutto il bobbiese fin dal sec. XII), riuscì ad occupare temporaneamente il territorio di Brunato; l’intervento immediato di Genova portò ai Fieschi la nomina di vice domini di Brugnato, ma con la successiva alleanza tra i Malaspina e i Fieschi, suggellata dal felice matrimonio tra Alagia e Moroello II di Giovagallo (tra i massimi protagonisti della Lunigiana Dantesca), l’influenza Malaspiniana fu destinata a permanere sull’intera Val di Vara ancora per lungo tempo. Soltanto nel corso del XVI secolo la presenza dei Malaspina su Brugnato andò a cessare del tutto. Brugnato si può definire a buona ragione il cuore della Val di Vara. Nel bel centro storico, molto bene conservato, sono imperdibili le visite alla Concattedrale dei Santi Pietro, Lorenzo e Colombano – con la splendida ->colonna affrescata (sec. XV) con uno splendido San Colombano benedicente –, il ->Museo Diocesano – ospitato presso il Palazzo Vescovile (adiacente la Concattedrale) –, custode di veri tesori sia artistici che archeologici, e l’Oratorio di San Bernardo, con il portale in bronzo realizzato dallo scultore Pietro Ravecca. Tipici di Brugnato sono i Canestrelli, una sorta di morbido pandolce artigianale aromatizzato con il finocchio selvatico.

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L’EPISTOLA VENUTA DAL CIELO Nel Museo Diocesano di Brugnato, davvero bellissimo, si conserva una stele devozionale in marmo bianco proveniente dalla chiesa di Santa Maria Assunta in Piazza, una frazione di Deiva Marina. Conosciuta negli ambienti storico-archeologici con l’appellativo di “Lapide di Piazza”, essa misura 120 cm in altezza, 44 cm in larghezza ed è spessa 15 cm. Il monumento assume una notevole importanza per l’iscrizione che reca incisa, i cui caratteri consentono un’attribuzione certa alla fine del VII - inizi dell’VIII secolo. Si parla di un’epoca che, nella regione, è stata fortemente caratterizzata dall’intensa opera missionaria dei monaci dell’Abbazia di San Colombano in Bobbio. Non a caso è proprio a questa confraternita che viene ricondotta la manifattura della stele: innanzitutto perché l’abbazia bobbiese possedeva uno Scriptorium; in secondo luogo, per la prossimità della frazione di Piazza a Brugnato, la cui cattedrale, edificata su un nucleo preesistente che risale al medesimo periodo della lapide, è dedicata anche a ->San Colombano. Da considerare, inoltre, la terna di santi che vi sono nominati: Michele era assai caro ai longobardi (al tempo ormai del tutto convertiti), mentre Martino e Giorgio erano particolarmente venerati dai bizantini: si tratta di un accostamento non casuale che vale senz’altro a testimoniare l’avvenuto superamento nella regione, anche grazie all’azione incisiva monacale, degli antichi contrasti religiosi fra gli ex invasori ariani (artefici al tempo di re Rotari di indicibili massacri) e la popolazione autoctona cristiana.

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Il testo riprodotto è quello, ben noto, della “Epistola Domini Nostri”, un apocrifo neotestamentario molto diffuso al tempo, che si considerava disceso direttamente dal Cielo. È l’incipit del documento a suggerirlo con decisione: «Inizia la Lettera di Nostro Signore Gesù Cristo Salvatore/mandata dai Cieli/per il giorno santo e glorioso/ della Domenica». Lo spirito della missiva celeste, lo si capisce, è soprattutto quello di esortare gli uomini a santificare le feste. L’argomento di persuasione, tuttavia, cioè la comminazione di terribili castighi, fa comprendere anche il perché essa sia stata subito annoverata tra le opere apocrife. La stele è comunque un monumento davvero eccezionale: oltre a rappresentare l’unica trascrizione su pietra dell’Epistola Christi, risulta pure esserne una delle testimonianze più antiche.


L’icona di San Colombano

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IL SANTO DEI LONGOBARDI La Cattedrale dei Santi Pietro Lorenzo e Colombano di Brugnato sorge sul sito di antichissimi luoghi di culto precedenti. Gli scavi archeologici compiuti, infatti, hanno restiinsiste la chiesa attuale: il più antico è una cappella risalente al periodo della dominazione bizantina (VI secolo), la quale venne poi utilizzata come base d’impianto per un cenobio di monaci il cui nucleo primitivo l’inizio dell’VIII secolo. La tradizione vuole che tra i fondatori sia da annoverare lo stesso San Colombano. L’esistenza del tempio è documentata già nell’VIII secolo sotto il regno di Liutprando, il re cristiano dell’ud’Italia longobardo. Il prestigio della comunità monacale di Bobbio, fondatrice del monastero di Brugnato, è ampiamente testimoniato dalle donazioni e i privilegi che i sovrani longobardi concessero ai suoi abacentro devozionale in contrapposizione con il potere dei potentissimi vescovi di Luni. È in questo senso che va interpretata la disposizione di Papa Innocenzo II, che nel 1133 sottrasse Brugnato alla giurisdizione del vescovo lunense, assoggettandola alla Sede Apostolica ed eleggendola a sede episcopale. Solo nel 1820 l’area si quella che oggi è precisamente indicata come la Diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato. L’elemento artistico più importante che si conserva nella cattedrale è splendida icona policroma di San Colombano. Si tratta, però, di un dipinto non particolarmente antico, precisamente di scuola quattrocentesca, dunque di piena epoca umanistica.

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APUANIA

Nel candore dei marmi l’eternità dell’Arte

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Il comprensorio lunigianese dell’Apuania corrisponde al versante marino del gruppo roccioso delle Alpi Apuane compreso l’intero litorale sabbioso che dalla

il termine “alpe”, i suoi monti sono stati

del fenomeno di rilevanza europea del megalitismo antropomorfo delle Statue-stele (->Pontremoli, ->La Spezia). Una vena poetica tra il neoclassicismo e il romantico, animata sul principiare del sec. XX da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, vuole che il termine derivi dalla mitica stazione di Apua, per qualcuno

Apuane sono costituite prevalentemente da quelle formazioni calcaree cui si deve la pregiata e celebratissima qualità dei marmi.

capitale per noi della Val di Magra. La catena delle Apuane rappresenta senz’altro un qualcosa di unico: essa 2.000 metri d’altezza e anche se nessuna delle sue vette raggiunge, seppur per poco, quella soglia precisa che sancisce

proprio per la loro assoluta eccezionalità. Dal punto di vista geologico il bacino montano costituisce un sistema del tutto distinto dall’Appenino: le origini sono dif-

Zona carsica, fonte di acque minerali e termali, l’intero bacino montano cela nel suo cuore grotte di enormi dimensioni, come ad esempio quelle di Equi Terme, la cui Tecchia era una caverna frequentata già dalla sottospecie neandertaliana. Da quei tempi remotissimi l’intero comprensorio lunigianese è abitato dall’uomo senza soluzione di continuità. Le vette più conosciute dagli escursionisti sono il Pisanino (1.946), il Pizzo d’Uccel-


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lo (1.781) e il Monte Sagro (1.752). Sono vette scalabili attraverso sentieri accessibili a esperti escursionisti, ma in realtà frequentati dai più, tanto che è lunghissimo, purtroppo, l’elenco degli infortuni mortali: alle Apuane, come anche al nostro mare, occorre sempre portare il massimo rispetto; mai lasciarsi andare Cantate dai classici latini assieme alla città di Luni (di sicura fondazione romana, ma un portus lunae doveva già esisteva prima della conquista), le Apuane sono dette Lunae montes da Strabone. Citate in due occasioni anche da Dante, il loro

fascino ha fatto breccia non solo in Ceccardo ma pure nel D’Annunzio. Regno incontrastato dell’aquila reale, le Apuane sono un vero paradiso naturaanche dei cercatori di minerali. Le cartine dei sentieri sono ricche di percorsi mozesempio la splendida strada ferrata del Pizzo d’Uccello. Imperdibile la visita all’antica cava-museo di Fantiscritti, ove salirono più volte Michelangelo e il Canova. Da non perdere il centro storico di ->Carrara, capitale mondiale del marmo, e il castello Malaspina-Cybo di ->Massa.

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MASSA CARRARA (Ms) Scheda del borgo

Le origini delle due città apuane sono indiscutibilmente di età pre-romana, terriLiguri Apuani, il popolo delle Statue-stele (->Pontremoli). Nella Tabula Peuntingeriana (->Lerici; ->Val di Vara) nella zona è indicato il toponimo Ad taberna Frigida, una possibile stazione di sosta lungo la via consolare dell’Aemilia Scauri (che da Pisa conduceva a Luni) in

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Se Carrara ha una storia strettamente legata all’estrazione e alla lavorazione dei marmi, Massa vanta una epopea politica e nobiliare di alto livello. Proprietà Obertenga nel Medioevo, fu dotata dai Malaspina di una fortezza divenuta nei secoli sempre più possente, tanto che dal marchesato si passò nel XV secolo ad uno stato autonomo con l’annessione del Principato di Carrara nel Ducato di Massa. La mentale sotto la reggenza dei Cybo-Malaspina. Nel corso del sec. XVIII Massa, con tutte le sue pertinenze, passò sotto la reggenza del ducato di Modena e Reggio. Risale a quel periodo la realizzazione della ciclopica Via Vandelli, la grande strada montana che avrebbe dovuto collegare al mare le grandi potenze emiliane. Il territorio apuano fu poi annesso al Principato di Lucca sotto la dominazione napoleonica, ma con il successivo Congresso di Vienna tutto tornò nelle mani di Maria Beatrice d’Este (1750-1829). Nel 1823 fu fondata la diocesi per decisione di Leone XII. Nel 1829 la città passò ai duchi di Modena della famiglia degli Austria-d’Este. Nel 1859, tra notevoli tensioni, il ducato di Massa si unì al Regno di Sardegna, ma qui in realtà assai complesso, con ampi strati della popolazione schierata in movimenti di resistenza che portano a parlare addirittura di un “controrisorgimento apuano”.

La Storia d’Italia, in seguito, dimostrarono di conoscerla bene anche i tedeschi, i quali Limes Bizantino la tristemente nota Linea Gotica per fronteggiare l’avanzata da Sud dell’esercito americano. Se il comando in capo sul fronte tirrenico venne costituito presso il Monastero del Corvo (->Ameglia), il fronte fu approntato dai genieri tedeschi proprio sulla grande piana massese. Quando i due eserciti vennero in contatto si scatenò un inferno che si protrasse dal settembre del ’44 al 10 di aprile del ’45, giorno in cui le truppe corazzate americane fecero il loro ingresso in una Massa completamente liberata. Oltre che di storia, Carrara e Massa, sono città d’arte e di cultura. Di Michelangelo e il Canova a Carrara sanno ormai tutti, ma che a Massa insegnò il grande Giovanni Pascoli (1855-1912), dal 1884 al 1887, lo sanno ancora in pochi. Furono tre anni in cui il poeta portò alla piena maturità uno studioso insigne come (1869-1929), grande commentatore della fondamentale “Storia della Lunigiana Feudale” di Eugenio Branchi, e in cui ebbe anche modo di frequentare uno dei suoi più grandi amici, il compagno di università Severino Ferrari (1856-1905), poeta anch’egli, in quel tempo attivo alla Spezia. Destinato al Liceo “Pellegrino Rossi”, il Pascoli proveniva dalla lontana Matera: il soggiorno massese gli permise di ricostituire il celebre “nido” con le amatissime sorelle e lo rinvigorì anche nella vena poetica. Di Carrara fu nativo l’erudito Emanuele Repetti (1776-1852), autore del monumentale Della Toscana, e sempre in Carrara trovarono i natali i grandi esponenti della Famiglia Fabbricotti (->Sarzana), grandi industriali del marmo domiciliati presso il citato Monastero del Corvo.


I Fantiscritti

IL BASSORILIEVO DEGLI DEI La preziosa scultura di epoca imperiale detta de I Fantiscritti è un eccezionale bassorilievo di epoca imperiale recante in un’edicola. Fu segnalato per la prima volta nel 1442 da Ciriaco d’Ancona, osservato nel bacino minerario (dove si trova anche l’antica cava romana) che da allora è sempre stato indicato con quel nome. L’origine dello stilema è del tutto popolare: la semplicità dei cavatori descrisse l’immagine come i “fanti” (cioè gli ‘uomini’) “scritti” realtà scolpiti. Il prezioso monumento è oggi conservato presso la prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Carrara. La fantasia degli eruditi ha voluto che il luogo del ritrovamento fosse l’antica dimora dell’Aronte dantesco (Inf XX 46-51), ma si tratta di una contaminazione determinata dallo stesso Dante, perché prima dell’idealizzazione della Divina Commedia non esiste alcuna traccia di tradizione, né dotta, né popolare, che voglia un Aronte domiciliato sulle Alpi Apuane. Semplicemente, il Sommo Poeta non poteva accettare l’idea che l’amatissimo Lucano

gli suggeriva nella Pharsalia dell’indovino presente in una Luni descritta come ‘deserta’ («Arruns incoluit desertae moenia Lunae»). In quest’ordine di idee non può essere escluso che agli albori del 1300 anche lui, Dante, possa avere osservato il bassorilievo (che probabilmente era da sempre conosciuto dai cavatori) e che proprio da tale classicità abbia tratto l’ispirazione decisiva per il suo originalissimo episodio dell’aruspice etrusco in Inf XX. L’edicola ha suscitato nei secoli la curiosità di molti artisti, tra cui quella di due autori massimi: Michelangelo (salito più volte alle cave per scegliere personalmente i blocchi di minerale destinati alle sue creazioni immortali) ed il Canova. Veramente quello dei Fantiscritti è il Bassorilievo degli Dei. BIBLIOGRAFIA MANUGUERRA MIRCO, ‘Orma di Dante non si cancella’ - I Luoghi Danteschi della Lunigiana, in *Le Sette Meraviglie della Lunigiana, a c. di A. Baldini, Lucca, Pacini Fazzi, 2016, pp. 229-260. MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca “Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi, 2021.

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A BRACCETTO COL ‘DANTE’ DI SANTA CROCE La bella statua di Maria Beatrice D’Este, che domina con la sua fontana piazza Almente “la Bea” da tutti i cittadini doc. lo del centro storico della capitale mondiale del marmo ed è uno dei punti di ritrovo più amati. Il concorso bandito nel 1822 dall’Accademia di Vienna per la realizzazione della statua, presieduto dalla stessa Maria Be-

della Beatrice

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atrice, fu vinto da Pietro Fontana (Carrara, 1782-1857). L’opera fu completata dall’artista nel 1824, ma il gruppo marmoreo completo (con il grande basamento, la statua del leone di guardia e la vasca della fontana) venne inaugurato due anni dopo, nel 1826. sa di Massa e principessa di Carrara in chiave ellenistica. Ciò che il Fontana ha, infatti, rappresentato dell’ultima sovrana delle due città Di più si può dire, a parere di chi scrive, che questa Beatrice mostra un interessantissimo parallelismo con il Dante di Santa Croce in Firenze, opera di Enrico Pazzi del 1865: entrambi i personaggi sono presentati con il leone alla base del monumento e con l’aquila ai piedi. Ed è l’aquila l’elemento più interessante, perché mentre l’aquila di Beatrice si volta e guarda lontano, quella di Dante cerca dal basso il volto del Titano come attendendo il segnale da lui. L’Aquila è simbolo di Giustizia, certo – di cui entrambe Sommo Poeta (pur con il diverso destino e le dovute proporzioni) sono simboli popolari – ma è pure allegoria innegabile dell’Impero nel suo signiDante ciò è sicuro, per la “Bea” fu l’artista stesso a precisare che si trattata di un riferimento alla Roma d’un tempo che fu. Abbiamo, dunque, probabilmente a che fare, qui a Carrara, con la fonte primaria di ispirazione del monumento vori assoluti.


Papa Giovanni XXIII

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SOTTO LA PROTEZIONE DEL PAPA BUONO Pian della Fioba è una località posta nel cuore del Parco Regionale delle Alpi Apuane, a 900 m. di altezza sul livello del mare, dove si trovano l’Orto botanico “Pellegrini-Ansaldi” (vi sono presenti Rifugio “Città di Massa”, da dove partono importanti sentieri escursionistici. Sulla strada che conduce a quei luoghi, ma a soli 5 Km da Massa, in località Campareccia, si trova un

Qui nel 1973, per l’idea del prof. Giovanni Bertilorenzi e l’intervento della Provincia di Massa Carrara, sta la grande statua marmorea di Papa Giovanni XXIII, santo, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963). L’opera fu scolpita dal maestro Riccardo Rossi (1911-1983), già autore del Monumento al Libraio di Montereggio (->Mulazzo) e del Pinocchio di ->Pontremoli. La presenza del “Papa Buono” è a manifesta protezione di tutti gli escursionisti del Parco Naturale delle Alpi Apuane e di tutti coloro che lavorano nelle cave di marmo.


ALTRI CAPOLAVORI IN BREVE

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Il Trittico marmoreo di Domenico Gar


Il Trittico marmoreo di Trebiano, la Deposizione del Discovolo a Bonassola, La Lapide della Battaglia della Meloria a Moneglia IL TRIONFO DELL’ARCANGELO In questo tipico borgo del medioevo lunigianese, Trebiano, da cui si gode d’un colpo d’occhio sorprendente sul tratto vuole che nel castello sia addirittura celato l’autografo della Divina Commedia, la chiesa parrocchiale, consacrata a San Trittico marmoreo di Domenico Gar (1529). Domenico Gar, detto “il Francesino” (Alta Marna, ? - 1529), fu attivo soprattutto in Lunigiana, dove giunse giovanissimo al seguito del padre. Sappiamo che nel 1520 lavorò a Carrara nella bottega dello no successivo, alla morte del maestro, andò in Spagna per una parentesi breve che però gli fruttò l’onore di lavorare giovane e la sua ultima opera compiuta è stato il bassorilievo del ->Volto Santo che si conserva nella parrocchiale di Montemarcello (->Ameglia). Il Trittico, completato anch’esso nell’anno della morte, è di gran lunga il capolavoro dell’artista, tanto bello da essere Icona pulchra bella’. La composizione scultorea vede al

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centro la Madonna col Bambino e ai suoi lati due santi, un uomo e una donna, esempi di Giustizia terrena lui e di Giustizia celeste lei. San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), il grande intercessore presso la Vergine al termine della Divina Commedia ma, nella realtà, l’estensore della Regola Templare, umilia Satana ai suoi piedi in una chiesa consacrata al comandante in capo delle milizie angeliche fedeli a Dio: chi vuol capire, capisce. Da parte sua, Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto (287-305) è rappresentata in un supremo atto di rivalsa: martirizzata sotto Massimino, ella tiene al giogo quell’imperatore romano come in una scena da Conte Ugolino e Arcivescovo Ruggeri (Inf XXXIII) portata in chiave paradisiaca. Ma perché proprio questa san-

che Gar, francese, di certo conosceva benissimo. Siamo, quindi, di fronte ad una Allegoria del Trionfo di Michele Arcangelo rappresentata in chiave ermetica, dove la centralità della Vergine e del Bambino si fanno immagine assoluta di Giustizia Universale. L’opera, di enorme levatura artistica, teolola da Jacopo, rappresentante di quella che fu una delle famiglie più rappresentative della Sarzana dei secoli XVI e XVII.

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L’ADDOLORATA DI BONASSOLA Antonio Discovolo (1874-1956) fu nativo di Bologna, ma nel 1902 si trovò a lavorare a Tellaro, dove rimase impressionato dalla bellezza del paesaggio. La cosa non stupisce: sarebbe accaduto da lì a non molto a D.H. Lawrence prima e a Mario Soldati poi. L’anno dopo, invitato da un amico inglese, pittore anch’egli, Discovolo si trasferì a Manarola, nelle Cinque Terre, dove incontrò la giovane che sposò. Trasferita la famiglia a Bonassola nel 1910, nella prorompente e irresistibile suggestione dell’estrema riviera di Levante, di cui si inebriava, l’artista frequentò il giovane Ettore Cozzani (1884-1971), con cui instaurò un’astesso, che in quegli anni attendeva ai grandi canti del Poema del Mare, raccontò di come l’amico pittore gli insegnasse a riconoscere i colori delCozzani si trasferì poi a Milano, dove fondò “L’Eroica”, una grande casa editrice, e il Discovolo si spostò ad Assisi, ro. Il pittore rientrò nella sua Bonassola soltanto negli anni ’50, quando il

Del pittore, maestro dei notturni, la famiglia ha donato alla comunità il suo capolavoro più grande: “La croce”, opera del 1923. Si tratta di una classica scena di una Addolorata ripresa nel buio improvviso calato alla morte del Cristo. Un equilibrio di chiaroscuri magistrale che sarebbe piaciuto al Caravaggio.

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L’EPIGRAFE DELL’IMPRESA DI PORTO PISANO Sulla parete esterna destra della chiesa di S. Croce a Moneglia dal 1931 è stata posizionata una splendida iscrizione in caratteri gotici datata 1290 e arricchita del bassorilievo di due cavalieri. Il monumento, in marmo, presenta la scritta ancora ben leggibile: In nomine D(omi)ni / am(en) MCCLXXXX / oc cadena / tuleru(n)t / de portu / Pisa / nor / u(m) oc oopus de Mo/nelia. L’incertezza nel latino è tipica di un’epoca in piena transizione verso la lingua volgare. Si comprende bene però che si parla di una catena proveniente dal porto di Pisa. Il cavaliere in primo piano è chiaramente un San Giorgio che uccide il drago ai suoi piedi, simbolo della potenza genovese, mentre il secondo è, con ogni probabilità, Corrado Doria, il capitano del popolo che nel 1290 guidò l’attacco per mare a Porto Pisano dopo che la pace del 1288, seguita alla disfatta della Meloria del 1284, fu sciaguratamente disattesa dalla repubblica marinara toscana. -


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rato da una catena. Un fabbro, Noceto Chiarli, ebbe l’idea di accendere un fuoco sotto di essa per renderla incandescente in modo da spezzarla con il peso delle navi al loro passaggio. La tecnica funzionò e il porto di Pisa fu completamente distrutto. Le parti della catena spezzata furono portate a Genova a mo’ di trofeo di guerra e collocate in varie zone della cit-

tà. Solo nel secolo XIX furono restituite quasi tutte a Pisa, oggi conservate presso il Camposanto monumentale della città. Quasi tutte, perché alcune sono rimaste a Genova e una è qui a Moneglia, appesa al muro accanto all’Epigrafe. Perché Moneglia fu partecipe del trionfo della Meloria e questa è la sua parte di gloria imperitura.


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