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L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza

Liliana Segre

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

Maschietto Editore


NY City, 1969

La prima

immagine Scena di strada un po’ particolare. Siamo sulla Avenue of the United Nations e tutto è pronto per la parata in onore degli astronauti che hanno piantato per primi al mondo il vessillo a Stelle e Strisce sulla superficie della luna. Già in passato sono state presentate sulla nostra rivista alcune immagini relative a questo storico evento. E’ un’imagine scattata prima che arrivasse il corteo con le limousine con a bordo gli astronauti e le loro famiglie. L’attesa era davvero grande e le persone che si erano accalcate ai lati di questa avenue decisamente importante hanno atteso pazientemente per per ore l’arrivo della parata. Faceva davvero una certa impressione vedere questa Avenue completamente vuota. L’effetto era decisamente surreale nella sua solenne unicità.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


Numero

27 gennaio 2018

Volonta divina Le Sorelle Marx

Razzi amari Lo Zio di Trotzky

La figura del cretino al tempo dei social I Cugini Engels

Mettete gli specchi a Palazzo Vecchio La stilista di Lenin

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Riunione di famiglia

In questo numero Ricordando Tabucchi di Sandra Teroni

L’abito fa il monaco, e non solo di Angela Rosi

Gonfienti come una nuova Pompei di Giuseppe Alberto Centauro

Mappe di percezione: San Francisco di Andrea Ponsi

Il misticismo di Turrini di Laura Monaldi

Il nudo in stereofotografia di Danilo Cecchi

Orto delle Monache, addio di M. Cristina François

La pubblicità litografata di Cristina Pucci

Scollo a due dita, strascisco a due palmi di Fabrizio Pettinelli

Per Lindsay di Alessandro Michelucci

Gli uomini che salvarono il Louvre di Simonetta Zanuccoli

L’imperdibile magia del tre di Leonardo Bertelli

Zevi 100 di John Stammer

Della gravità, la forza più debole delle quattro di Gianni Bechelli

e Remo Fattorini, Anna Lanzetta, Gabriella Fiori...

Direttore Simone Siliani

Illustrazione di Lido Contemori, Massimo Cavezzali

Redazione Progetto Grafico Mariangela Arnavas, Gianni Biagi, Sara Chiarello, Emiliano Bacci Susanna Cressati, Carlo Cuppini, Remo Fattorini, Aldo Frangioni, Francesca Merz, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Sandra Salvato, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

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di Sandra Teroni Sandra Teroni ha pronunciato questo intervento alla Serata per Antonio Tabucchi svoltasi al Teatro Cantiere Florida di Firenze, l’11 gennaio 2018. Storie

Lo spettacolo che vedremo stasera è un bellissimo omaggio a Antonio Tabucchi. Che a lui sarebbe piaciuto molto. Più esattamente, gli avrebbe dato una “bella emozione”. Come avvenne quando, nel lontanissimo 1993, lo accompagnai al teatro di Pescia a vedere Arebours, il primo balletto ispirato ai suoi testi (in quel caso Notturno indiano) messo in scena da Angela Torriani Evangelisti. Antonio glielo ripeté poi per scritto, a distanza di anni, in una lettera di cui, con Zé (la moglie), abbiamo ritrovato la minuta su uno dei suoi quaderni neri: “trasmetteva [lo spettacolo], pur nel suo specifico linguaggio artistico fatto di movimenti corporei, quelle suggestioni che avevo cercato di trasmettere con le parole”. Era già quello il risultato di una ricerca portata avanti negli anni, arricchitasi poi con l’incontro con Gianluigi Tosto: affiatatissimi, i due condividono un intenso rapporto amoroso con l’universo di Tabucchi, dove l’empatia si accompagna a profonda conoscenza e a intelligenza. Come testimoniava già, nel 2012, la creazione di Tempus fugit. “Abbiamo sempre bisogno di una storia, anche quando sembra di no”, ci ricorda Antonio in Requiem. Lo spettacolo – creato da Angela e Gianluigi nel 2013 a un anno dalla sua scomparsa – si apre proprio su queste pagine che raccontano l’incontro fantastico con un venditore di storie in una notte di luna, lungo il Tago, a Lisbona. Scelta felice, che ci introduce immediatamente in quel surrealismo visionario che è una cifra inconfondibile di Tabucchi: storie che rimangono sempre vagamente incompiute, personaggi che emergono e si dileguano, dialoghi con i fantasmi, un perenne spostamento alla ricerca di qualcosa che chiama e sfugge, un faccia a faccia costante con la morte e insieme un gusto della vita tutto sensoriale: il cibo, la terra, l’aria, i colori, gli odori, i suoni. Straordinariamente interpretate da Gianluigi e trasposte nella danza perfetta di Angela, le parole di Antonio – dalle pagine di Requiem, Notturno indiano, Il gioco del rovescio, I volatili del Beato Angelico, Sogni di sogni, fino a Si sta facendo sempre più tardi – ci restituiscono uno scrittore conosciuto e insieme inedito per la selezione e il montaggio di storie e registri, che esaltano le atmosfere ma-

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Ricordando

giche mentre esibiscono sensualità e ironia. L’ultima storia che ha sentito il bisogno di raccontare, Antonio l’ha dettata alla moglie Maria José poi al figlio Michele nella notte del 22 marzo 2012, in un ospedale di Lisbona. Quando l’indomani lei gli ha portato la trascrizione lui ha corretto la prima frase, poi non ha più avuto le forze di continuare. Se n’è andato al termine della terza notte. Racconta, quella storia in forma di monologo, di una donna che ripercorre la sua vita guardandosi allo specchio, dentro un salon de maquillage parigino. E che, rivolgendosi alla propria immagine riflessa, alla terza persona, conclude: “Io adesso socchiudo la porta, scivolo fuori dal salon, spengo le luci e la lascio qui dentro, dentro quello specchio, a riflettere sulla conclusione. Non spetta a me cercare conclusioni, questa storia si è fatta da sola, senza che io contribuissi in niente, e se ho contribuito non me ne sono proprio accorta”. Una straordinaria uscita di scena, un commiato con visitazione, come in anni lontani aveva immaginato per gli ultimi giorni del suo Pessoa; una storia dettata, come più tardi aveva immaginato per il suo Tristano morente. Antonio ha sempre vissuto l’immaginario come esercizio di libertà e come suo luogo di elezione, fin da prima di saper leggere. Lo ha raccontato splendidamente lui stesso, rivolgendosi agli studenti dell’Università di Siena in una conferenze del maggio ’97, dove rievoca le storie fantasticate su un esemplare illustrato del Don Chisciotte “Quel libro che non potevo ancora leggere, inconsapevolmente e forse in una maniera del tutto incongrua, aprì senza l’alfabeto la sintassi della mia fantasia”. L’immaginario come possibilità di andare oltre l’immanenza e la contingenza; il linguaggio letterario per sondare la realtà e mostrarne l’irriducibilità a poche rassicuranti certezze; le storie inventate anche quando sono vere o sono racconti di racconti, perché istituiscono comunque un altro universo di senso; il racconto per dare forma e contenimento a ciò che è informe e minaccia di travolgerci; e una grande strategia delle parole per tracciare piste, contorni, evocare presenze – reali o sognate –, dar voce a una ricerca inquieta e sempre appassionata, senza pretesa di approdare mai a risultati certi. Anche per questo amava Pessoa, Flaubert, Rilke, Kafka, Pirandello, Fitzgerald, Benja-


Tabucchi min… perché in loro riconosceva quella strana modernità novecentesca fatta non tanto di sperimentalismi e avanguardie quanto di inquieto interrogare e di imprecise soglie, al tempo stesso inesorabilmente radicata nella storia – o piuttosto assalita dalla storia – e straniera al mondo. Quel configurarsi di cose e persone sempre sfuggevole tra realtà e sogno, essere e nulla, sotto la minaccia del tempo che ti porta via e di un inquietante scollamento tra sé e sé. Voci

In una conversazione che avemmo nei recessi del Teatro del Sale, dove Antonio stava per leggere insieme a Maria Cassi pagine del suo Tristano muore fresco di stampa (2004), mi disse qualcosa a proposito della genesi dei suoi personaggi che mi sembra interessante ricordare in questo contesto. “Il personaggio nasce come voce, voce interna. Naturalmente quella voce è la mia, io sono molto abituato a parlare silenziosamente con me stesso, formulando vere e proprie frasi. Non sono solo idee, che potrebbero non avere formulazione frastica o anche narrativa. È quello che si potrebbe chiamare un monologo interiore, la voce dell’anima, la voce della coscienza, che può cominciare col formularsi domande molto semplici del tipo che cosa ho fatto oggi. Ora succede che quando stai facendo questo soliloquio in silenzio con te stesso, normalmente passi e chiudi, funzioni a circuito chiuso e a un certo momento la cosa cessa. A volte però non cessa. Perché curiosamente la voce assume un timbro un po’ diverso, che non è più esattamente il tuo, è come se il colorito di questa voce fosse un po’ cambiato, è come se questa voce fosse tua ma anche non fosse più tua. Allora ti succede una cosa strana, senti che dentro sei sempre te ma non sei completamente te, cominci a essere qualcos’altro; e se a questo dai spazio – con pazienza e un po’ d’insonnia quando tutti dormono – la cosa diventa interessante, perché allora… cominci a fare quello che si chiama ‘teatro’. E il teatro lo giochi dentro di te, il tuo dentro è lo spazio teatrale. Se insisti, e diciamo stuzzichi questa cosa, in questo spazio interno diventato un palcoscenico possono cominciare ad aggirarsi quelli che comunemente chiamiamo i personaggi ma che in realtà sono voci. Poi li rivesti di carne, a uno metti il cappello da marinaio,

all’altro la pelliccia e così via; a quel punto hai popolato il palcoscenico interno. E il romanzo è nato. Si tratta solo di far giocare le figure tra di loro. Per me è così che funziona”. (“Il Manifesto”, 21 maggio.2004) Il teatro è un luogo privilegiato nella poetica di Tabucchi, che a sua volta sollecita la scena teatrale: da voci interne, i personaggi prendono forma nella scrittura e trovano incarnazione nella voce e nel corpo dell’attore. Questo forse spiega la fortuna di Tabucchi in teatro, soprattutto in Italia e in Portogallo, ma anche a Stoccolma per esempio, dove il Teatro di Marionette ha messo in scena Donna di Porto Pim in forma di balletto con attore e teatro d’ombre. Nel caso di Angela e Gianluigi il gioco si arricchisce di una dimensione più rarefatta, introdotta dal muto movimento della danza. Come in un gioco di specchi, uno sdoppiamento, un ‘oltre’. Il che è molto tabucchiano. Fantasmi

Su uno dei personaggi-fantasmi vorrei soffermarmi brevemente perché esemplare del suo prendere consistenza nonché di quella “ruminazione” delle storie di cui Antonio parlava – “Sono un ruminante. Tengo le storie in lunga incubazione, poi le scrivo in fretta” (intervista a Concita de Gregorio, “La Repubblica”, 3 dicembre 2005) – e a cui la presenza scenica di Angela con le sue apparizioni mutevoli mi ha fatto pensare. È quello di una figura femminile, Isabel, che compare in Notturno indiano (1984) come un fugace ricordo che unisce in un triangolo il narratore e l’amico Xavier di cui, seguendo vaghi indizi, lui va alla ricerca in India. Ed è una misteriosa presenza-assenza, è “fuori cornice”. Sette anni dopo, ne L’angelo nero (1991), il ricordo di Isabel emerge in un vagabondaggio per le strade di Pisa, portato dalla voce dell’amico Tadeus che ha qualcosa da rivelare sulla fine di lei, qualcosa di doloroso e avvolto nel mistero. Mentre in Requiem (1991), Isabel compare tra i fantasmi che emergono nella peregrinazione del narratore per Lisbona. Inizialmente attraverso le parole di Tadeus in un surreale incontro sulla sua tomba al Cimitero Dos Prazeres, ed è al centro di una misteriosa vicenda di triangolo amoroso, aborto, suicidio. Poi è attesa nell’appuntamento alla Casa do Alentejo, ma il suo

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arrivo è seguito da una straordinaria ellissi narrativa. Di lei non sapremo nulla, tutti gli interrogativi rimangono aperti. Ma il personaggio evidentemente continuava ad abitare lo scrittore, la sua storia premeva e chiedeva di essere raccontata, o meglio investigata. In un’intervista del 1994, l’anno di Sostiene Pereira, Antonio annunciava che Isabel sarebbe tornata come protagonista ma raccontata da altri e alludeva a una struttura circolare del racconto. Due anni dopo faceva fare un dattiloscritto (datato luglio-agosto 1996) in vista di una pubblicazione. Il narratore, che questa volta è Tadeus, peregrinando da un luogo all’altro, percorre i 9 circoli di un mandala, raccogliendo frammenti, ipotesi dai suoi incontri con personaggi incongrui e con ancora più incongrui fantasmi. E Isabel finalmente appare, nell’ultimo circolo: non per fare definitiva chiarezza ma per liberare Tadeus dal suo senso di colpa e aiutarlo ad accettare la morte. Perché “di tutto resta un poco”. Del resto, come sappiamo con Tabucchi e come anche questo romanzo ci ricorda, “l’importante è cercare, non importa se si trova o non si trova”. La funzione della letteratura è di inquietare, non di rassicurare; anche questo ci ricorda Tabucchi. Il manoscritto rimase nel cassetto. Finché, nell’estate 2011 lui lo richiese a un’amica a cui lo aveva affidato perché lo voleva rileggere, forse pubblicare. Ma non ne ebbe il tempo, in autunno si ammalò. Così Per Isabel è stato il primo inedito pubblicato postumo, nel 2013. Nello stesso anno è uscita in una nuova edizione illustrata da Isabella Staino, Isabella e l’ombra, una breve storia che lui le aveva dettato al telefono 15 anni prima, dove Antonio si racconta bambino con gli occhi sgranati che scopre la pittura a Firenze dove lo zio lo accompagnava in treno da Vecchiano ; e dove si rivolge a una bambina, Isabella appunto, a cui offre l’ombra per fare incontrare la luce con l’oscurità, la tonalità della “nera malinconia”. Più recente (2017) è un’altra nuova edizione illustrata da Gabriella Giandelli, Irma la sirena, che racconta l’avventura di due bambini i quali, intrufolandosi sotto la tenda di un baraccone, vanno alla scoperta di una bambina sirena esposta come attrazione alla fiera (già Requiem vi aveva fatto un fugace riferimento). Nel frattempo (2015), ancora Feltrinelli ha pubblicato in ebook una storia, E finalmente arrivò il settembre – datata 2011 pochi mesi prima della morte dello scrittore – ambientata negli ultimi anni del salazarismo e rimasta allo stato di abbozzo. Sempre in ebook, Feltrinelli ha riproposto I morti a tavola, una delle

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più suggestive storie da Il tempo invecchia in fretta, un’altra peregrinazione e ruminazione di un ex agente della Stasi (la polizia politica del regime comunista) per le vie di Berlino fino alla tomba di Bertold Brecht. Di storie, i numerosi quaderni – che andranno a raggiungere le carte già depositate alla Bibliothèque Nationale de France, a Parigi – ne contengono molte, poche compiute, alcune appena abbozzate, altre incompiute. È il caso di “una novelletta” su Walter Benjamin, a cui aveva dato il titolo Il piccolo gobbo, l’ultimo progetto a cui Antonio lavorava e che la malattia gli ha impedito di portare a termine. David e Golia

Non meno importante fra i lasciti di Tabucchi è un’altra funzione da lui attribuita alla letteratura: quella di risvegliare le coscienze. A una “Bustina di Minerva” di Umberto Eco, Il primo dovere degli intellettuali. Stare zitti quando non servono a nulla, lui replicò – in forma di lettera a Adriano Sofri su “Micromega” (25 aprile 1997), Un fiammifero Minerva, poi con articoli sul “Corriere della sera” e su “L’Unità” – contestando un’immagine dell’intellettuale come “amministratore di cultura” e rivendicando “la creatività della conoscenza artistica”. Una conoscenza di tipo intuitivo, ipotetico e congetturale fondata sul dubbio, magari sulla contraddizione o sul paradosso. Più tardi, in un sms all’amico e scrittore Paolo di Paolo, Antonio ribadiva con una felice immagine: “Gli artisti sono sempre piccoli David di fronte a un enorme Golia. Non sono loro a far cadere i regimi, ma vivendo nell’Attuale, nel loro tempo, nel loro “ora”, se non altro ne osservano le storture; se non altro, tentano di capire il perché e il quando delle cose, di ciò che non va. E capire è già molto” . Antonio Tabucchi ha avuto il coraggio di capire e di dire; per questo ha pagare un caro prezzo in Italia, da cui alla fine si è autoesiliato. “L’Italia è una questione che ho con me stesso. Un paese può costituire un rimorso. Quando prevale il peggio – sul bello di fondo di una realtà che si ama – diventa una sorta di rimorso sordo di cui non ho colpa, ma è mio. Diventa una questione che mi riguarda. Dentro quella storia ci sono anche io.” (intervista di Simonetta Fiori, “La Repubblica”, 27 gennaio 2010). Sono parole che ci emozionano, e che vorremmo risuonassero nelle coscienze di chi, attraverso la scrittura, dovrebbe avere la capacità di mettersi nella pelle degli altri e di guardare il mondo da tanti punti di vista, non solo dal diritto ma anche (e soprattutto) dal rovescio.


vetrine d’arte vetrine d’autore

di Vittoria Maschietto A pochi passi da via del Rosso Fiorentino c’è piazza Taddeo Gaddi, la rotonda nella quale si immette il ponte alla Vittoria, nota anche per il suo traffico infernale e per la sua refrattarietà alle leggi del codice stradale. Ne conservo un ricordo indelebile, risalente al tempo in cui tentavo di prendere la patente. Il motore della mia Modus azzurra che si spegne consecutivamente una quindicina di volte, mentre tento invano di immettermi nel traffico della rotonda. Le mani che tremano sul volante e mia madre seduta accanto a me, che sbraita di scendere immediatamente dalla macchina. Ma scende prima lei. Furiosa, spalanca la mia portiera e mi strappa dal sedile di guida tra gli sguardi dei vicini incolonnati e lo strombazzare incessante dei clacson.

Da qualche tempo, piazza Taddeo Gaddi vanta un secondo primato, oltre a quello del più alto numero di crisi di conducenti (o aspiranti tali) costretti a lasciare la guida dal genitore seduto a fianco. Allocato nel bel mezzo della rotonda, svetta una cervo fatto di tanti legni incastrati insieme. Se ne sta lì, con il suo muso affusolato e fiero, e domina la foresta di veicoli. Cosa c’entra tutto questo con il tema “vetrine d’arte, vetrine d’autore” di questa rubrica? C’entra, per varie ragioni. Innanzi tutto perché il cervo si trova a pochi passi dalla vetrina di via del Rosso Fiorentino dalla quale tutto il mio discorso e questa rubrica hanno preso avvio. Proprio a due passi da lui, nel tratto di strada Maschietto Editore – Libri d’Arte via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

che collega via del Bronzino a via de’ Vanni, la scorsa settimana qualcuno era passato col naso per aria, un po’ per caso, in sordina. E si era fermato davanti a una vetrina. Ma soprattutto c’entra perché prima della cervo di Ponte alla Vittoria erano già sbucati per le strade di Firenze un coccodrillo, un unicorno e una giraffa. E prima ancora era comparso un orso in piazza Tasso, e un tuffatore, rimasto per mesi affacciato sul fiume, a pochi passi da Ponte Vecchio. Tutti loro vegliavano su Firenze con la stessa aria trasognata di passanti senza meta. E tutti portavano la firma di un artista, anche noto a Firenze come Il Sedicente Moradi. Come un demiurgo che plasma e anima il legno, Moradi ha creato queste figure e ha dato loro una voce. E’ un suono flebile, quasi un filo inesistente. Tant’è che in pochi riescono a sentirla. Chi lo fa, però, chi ci riesce, si accorge che quello che nasceva come un bisbiglio soffocato, diventa forte e distinto, quanto più gli si presta attenzione. Una volta afferrato quel sussurro impercettibile si mostra per ciò che è: una voce chiara e nitida che si staglia sul traffico e sui passanti come un canto. Sì, è proprio un canto. E si leva nel cielo come un aquila, forte e libera. L’ho capito qualche giorno fa. Tornavo a casa percorrendo via de’ Serragli e pensavo a quelle figure lignee che osservano Firenze con il loro sguardo trasognato. Sentivo la loro linfa scorrere nei miei passi, come fosse il loro canto a muoverli e ad a indicarmi la strada. Percorrevo via de’ Serragli e qualcosa, ad un certo punto, ha attirato la mia attenzione. Non l’avevo mai notata e, probabilmente, se non fossi tornata indietro, mi sarei convinta che fosse stato soltanto un sogno. Stava lì, dietro al vetro del centro di Yoga che frequentavo l’anno scorso, quando ancora vivevo stabilmente a Firenze. Ci andavo spesso, sempre la mattina molto presto. Ed era come se non mi fossi ancora alzata dal letto, come se il mio corpo aspettasse di varcare la porta a vetri del centro di Yoga per iniziare davvero la giornata. Ebbene, dietro a quella vetrina che guarda la strada con la sua luce soffusa, c’era un aquila fatta di tanti legnetti. Mi ha lasciata passare insieme ai molti passanti che si affrettano lungo il marciapiede. Davanti a lei, stampata sul vetro, proprio all’altezza del suo sguardo, c’era una scritta bianca. Sono tornata indietro apposta per leggerla. Diceva: Connesso allo spirito, volo nel cielo, coraggioso forte e libero. Come te. Quella scritta è la voce dell’aquila. E nel cielo di Firenze c’è una sola vetta che non manca mai di intercettarla. È il cervo di piazza Taddeo Gaddi.

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Le Sorelle Marx

Volontà divina

Per non smentire il detto “meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”, anche il Movimento 5 Stelle ha candidato un fenomeno come sindaco di Pisa: Maria Chiara Zipel. Lei stessa si presenta come una “illustrissima” sul suo sito: la Zipel ci informa che la madre proviene “da una famiglia che da generazioni ha fatto parte della storia cittadina” e il padre invece discende da “altrettanta illustre famiglia di Trento”. Lei si trasferisce a Bergamo dove il padre, manco a dirlo è un “attivissimo industria-

Lo Zio di Trotzky

le”. Ma, sorprendentemente e incredibilmente, nonostante tutti queste eccellenze e pur “appartenendo alla migliore borghesia, vuole frequentare – niente di meno che – le scuole pubbliche”! Nonostante questo bagno di umiltà, la Zipel si laurea e colleziona master e, sempre con grande sorpresa per noi miseri mortali, “gratificata dalle attività professionali, decide di metter su famiglia”. La Zipel lascia la professione, si riproduce quattro volte e sposa “la causa della sua città. Desidero che i miei figli crescano a

Razzi amari

L’Italia politica è in lutto: si susseguono ora dopo ora le notizie funeste. La Boschi forse non la vogliono eleggere nemmeno a Bolzano, che son di bocca buona ed eleggono chiunque basta che non gli tocchi speck, strudel, zelten, Lederhosen e Sarner. Ma questo si può anche sopportare. Ciò che è invece intollerabile è l’esclusione di Antonio Razzi dalle liste di Forza Italia. Il senatore è distrutto, dall’influenza dice lui, ma noi tutti sappiamo che ben altro lo affligge: se Berlusconi non lo ricandida a lui tocca riprendere il giro dell’oca da dove era partito, Italia dei Valori e poi chissà verso quali lidi. Razzi dice di non aver ricevuto neppure una telefonata di cortesia e dal suo letto di procuste se ne lamenta. Ma ha un asso nella manica: un attacco con missili a testata nucleare su Arcore da Pyongyang. “Io ho parlato con Kim Jong-un – ha dichiarato Razzi - favorendo la distensione internazionale, non credo ci siano altre molte persone in grado di parlare con un dittatore. Io sono andato a parlare con Bashar Assad dove, con tutta tranquillità, ho potuto parlare per piegare com’è la situazione”. Ma non è persa ogni speranza: a Radio Capital il Razzi ha confessato di aver avuto “decine e decine di offerte di andare a fare il capolista da altre parti. Anche questa notte ho avuto un messaggio che mi diceva ‘vieni da me a fare il capolista’, ma io ho detto ‘ guarda, io amo Berlusconi e basta”. Ma si sa, come per le sirene di Ulisse, se non sei legato stretto ad un palo, il richiamo della politica e della diplomazia per Razzi è irresistibile.

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La stilista di Lenin

Pisa – dichiara piena d’orgoglio - , e se ne innamorino come ho fatto io”. E quindi non ha proprio potuto fare a meno di candidarsi a sindaco perché sennò non ci si può innamorare. Si dice convinta di vincere “armata di quanto più forte ci possa essere: LA VOLONTÀ!”. Le toccherà collaborare con il “comune cittadino”, per lei così straordinaria cosa ben difficile da sopportare. Ma, nonostante questa straordinaria straordinarietà, stia serena la Zipel, a Pisa le hanno garantito che “Dio ti ama come sei”.

Mettete gli specchi a Palazzo Vecchio

Ogni tanto capita alla sottoscritta, da queste colonne, di doversi occupare della vicesindaca di Firenze Cristina Giachi. Povera stella fare la vice di Nardella, che è di natura un vice per antonomasia, deve essere un’operazione frustrante ma la mise che ha sfoggiato sul palco del Mandela forum per la giornata della memoria è davvero da tribunale internazionale dell’Aia. Maglia bianca neve troppo larga, gonna blu elettrico con elastico all’orlo (quasi a far pensare che se la sia messa al contrario) e stivalone da SS troppo grande. Alla fine la cosa più sobria indossata dalla vicesindaca era la fascia tricolore. In tempo di appelli alle forze politiche potrebbe essere il caso di prepararne uno al PD per dotare l’amministrazione di fiorentina se non di una personal shopper almeno di specchi a figura intera.


Nel migliore dei Lidi possibili

Mi raccomando, Pinocchio, siamo in campagna elettorale non credere alle promesse di Lucignolo, del Gatto e della Volpe

I Cugini Engels La figura del cretino al tempo dei social

disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

Pare che Michel Platini, dopo l’ennesima intervista post partita, ad un cronista che si lamentava della non proprio raffinata analisi del centrocampista juventino, ebbe a rispondere: “anche Einstein intervistato tutti i giorni sul medesimo argomento farebbe la figura del cretino”. Ripensavamo a questa battuta in questi giorni leggendo le miriadi di esternazione dei politici in campagna elettorale perenne sui social network con due ulteriori riflessioni da aggiungere a quel del talentuoso francese. Da una parte Platini negli anni ’80 non poteva immaginare che i social network ci avrebbero permesso di autointervistarci ogni giorno sul medesimo argomento e dall’altra che fare la figura del cretino è talvolta più semplice se si è naturalmente predisposti ad esserlo.

Segnali di fumo di Remo Fattorini La Milano-Cremona è una delle peggiori linee ferroviarie della Lombardia. Lo ha scritto Legambiente nel suo rapporto 2017. Guarda caso è proprio su quella tratta che giovedì 25 gennaio un treno alle porte di Milano deraglia. Alcune carrozze escono dai binari e si schiantano contro i pali della luce. Un disastro: 3 morti e 46 feriti. Da anni Legambiente ci ripete che agli italiani piace il treno; tuttavia per i propri spostamenti sono costretti a subire la scarsa affidabilità dei servizi pubblici, in particolare dei treni

regionali, oppure ad arrangiarsi con i propri mezzi. Continua così il predominio dell’auto. Da noi circolano 63 auto ogni 100 abitanti (a Madrid 32 e a Berlino 35). E oggi il 65% degli spostamenti è sulle 4 ruote, in crescita dell’8% rispetto al 2001. Da anni ci dice che occorre investire molto di più sulle ferrovie locali e non solo sull’alta velocità. Sulla Metropolitana d’Italia dai 108 treni al giorno di 6 anni fa siamo passati ai 314. Sulla Roma-Milano nelle ore di punta c’è un treno ogni 15 minuti. L’offerta è triplicata e l’affluenza è cresciuta. Su questi treni viaggiano 170mila persone al giorno. Ancora pochi se si confrontano ai 2,8 milioni i pendolari che salgono su quelli regionali. Eppure lo Stato ha tagliato la spesa proprio qui. Tra il 2009 e il 2017 l’ha ridotta del 22,7%: da 6,2 miliardi a 4,8. Dal 2001 ha trasferito le competenze alle Regioni, ma con sempre meno risorse. Ha iniziato a tagliare Tremonti nel 2010. Risultato: degrado diffuso, km di ferrovie arrugginite, stazioni abbandonate e

inospitali, scarsa manutenzione. Insomma, un’Italia arretrata e spaccata in due anche sui treni. Legambiente ci fa sapere che le Regioni non sono tutte uguali. C’è chi ha scelto di investire risorse proprie per arrestare il degrado e migliorare l’offerta e chi invece ha fatto solo finta. Ci ritroviamo così in un paese con fortissimi squilibri. Abbiamo regioni come la Calabria dove il servizio si è ridotto del 26%, del 19 in Basilicata, del 15 in Campania, del 12 in Sicilia, dell’8 in Liguria. E realtà virtuose come Trento, Bolzano e la Toscana che hanno stanziato più dell’1% del proprio bilancio per i pendolari. Da noi sono entrati in servizio 60 nuovi treni (entro il 2022 saranno tutti nuovi) e sono in corso investimenti sulla Pistoia-Lucca e la Empoli-Siena. Bene anche in Lombardia ed Emilia-Romagna. L’esperienza ci dice che i passeggeri aumentano ovunque quando l’offerta migliora, quando il servizio è affidabile e confortevole. Auguriamoci che qualcuno se ne accorga e ci creda.

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di Laura Monaldi L’Arte è da sempre un luogo di ricerca e di sperimentazione: uno spazio mentale, nel quale sondare i campi mistici del reale con l’intento di varcarli per cogliere ciò che l’occhio umano non può percepire nel labirinto rappresentativo di un’attualità sempre più mediatica e sempre più affollata di immagini. Per Stefano Turrini l’Arte è uno strumento attraverso il quale esaminare una misticità che dal colore porta alla presa di coscienza che esiste una dimensione lontana dalla tangibilità e dalla concretezza del viver quotidiano, vitale e attiva nel suo esserci. Basta calarsi nella contemplazione delle sue opere - libri d’artista, carte, sculture, pitture - per rendersi conto della particolare attenzione che l’artista pone al centro dell’idea d’instabilità: nell’atmosfera caotica delle pratiche estetiche le opere d’arte di Stefano Turrini indagano l’armonia delle parti, in quel delicato varco che delimita l’immutabilità della materia dalla sua trascendenza, facendo dell’effimero e del provvisorio un atto di purezza e di autenticità. Con “Nigredo”, ultima serie presentata alla Biblioteca San Giorgio - presso lo spazio “Art Corner, un luogo di racconti visivi” ideato da Fabio De Poli nel 2015 - la ricerca artistica di Stefano Turrini si è assimilata alla pratica alchemica capace, attraverso la decostruzione, di operare in nome della creazione, procedendo oltre tutto ciò che è casuale e razionale, facendosi di fatto pura operatività. Un’indagine mistica ed inedita sulle possibilità offerte «dell’opera al nero» e della sua dialettica nel farsi opera d’arte; una ricerca insita al centro dell’idea di Arte, in quanto occasione espressiva di cogliere ciò che esiste oltre il reale e i confini dell’immaginazione umana: una magma cromatico dal quale scaturiscono elementi volti a dare vita all’Opera, alla Grande Opera che l’Arte rincorre da secoli, in una continua dialettica di tentativi, innovazione e sperimentazioni, che portano all’artista alla scoperta di infinitesimali fattori, in grado di operare uno scarto dalla norma e meravigliare il pubblico. Cosa può essere la prassi estetica se non la continua ricerca espressiva di una (im) perfezione instabile e dinamica? «Nel magma caotico del monocromo tutto muore e tutto rinasce. Nel nero tutto si vanifica e tutto si disperde, in un coacervo di instabilità e armonia ove l’imperfezione decomposta e decostruita della materia pittorica fa dell’opera d’arte un processo alchemico di caos e di rigenerazione. Nell’atto iniziale e iniziatico della creazione il colore sfugge alla categorizzazione figurativa per farsi massa in-

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Il misticismo di Turrini

stabile, tesa a un’evoluzione priva di controllo: le forme si lasciano andare al mare della casualità e le linee percorrono strade misteriose varcando i confini inesplorati di una geometria atipica fuori dal tempo e dallo spazio euclideo. Nella dialettica ignota e nella dinamica oscura del monocromo l’artista riconduce il proprio linguaggio a un personalissimo stadio primitivo, a quell’ancestrale anello di congiunzione che divide l’astratto dal figurativo, trovando nell’equilibrio instabile degli archetipi artistici una rinnovata armonia, capace di aprire le porte su scenari estetici che invocano un varco della mente sugli orizzonti sconfinati di ciò che è pensabile e impensabi-

le. La «Nigredo», primo atto creativo, fa della dissoluzione del tutto un inno alla rinascita, un incipit di inizio e di rinnovo, una trasmutazione di forma, colore e gesto artistico che dal magma primordiale genera la quintessenza dello spirito estetico, teso a contemplare e a carpire ciò che il mistero della creazione cela. Stefano Turrini sfida le regole geometriche e fisiche per analizzare il misticismo insito nel potenziamento artistico delle tecniche e dei linguaggi quotidiani, ricordando che non è dalla complessità che la Grande Opera emerge, ma è nella complessità che essa si crea e si ricrea costantemente, seguendo il processo espressivo del demiurgo».


Musica

Maestro di Alessandro Michelucci Faraò è un cognome ben noto a chi segue il jazz italiano. A questa famiglia appartengono due cugini, i pianisti Antonio e Massimo, e il batterista Ferdinando Faraò, batterista, fratello maggiore di Antonio. Tutti hanno collaborato con i più prestigiosi colleghi italiani e stranieri: da Enrico Rava a Daniel Humair, da Chralie Mariano all’indimenticabile Massimo Urbani. Oltre ai numerosi lavori realizzati con varie formazioni, nel 2010 il batterista romano ha fondato l’Artchipel Orchestra, attorno alla quale ruotano una trentina di eccellenti jazzisti italiani. La formazione si distingue dalle altre orchestre italiane per il repertorio, che si concentra sul rock-jazz inglese degli anni Settanta e sui fermenti musicali limitrofi. La discografia dell’orchestra inizia con Never Odd or Even (Music Center, 2012), realizzato insieme al chitarrista Phil Miller, colonna portante di gruppi come Hatfield and the North, Matching Mole e National Health. Il lavoro successivo, Ferdinando Faraò & Artchipel Orchestra play Soft Machine (Musica Jazz, 2014), prosegue su questa strada. Coerente con questo iter, ma al tempo stesso diverso, è il recente To Lindsay: Omaggio a Lindsay Cooper (Music Centeer, 2017). Il nome della compositrice inglese (1951–2013), fagottista e oboista, viene solitamente legato agli Henry Cow, il gruppo che negli anni Settanta guidò il movimento denominato Rock in Opposition, al quale aderirono diversi gruppi europei estranei allo showbiz angloamericano (Art Zoyd, Univers Zéro, etc.). Ma in realtà la parabola artistica di Lindsay Cooper è stata molto varia, spaziando dalle colonne sonore alle musiche per il teatro, senza dimenticare le collaborazioni con gruppi come Comus e e News from Babel. Femminista e marxista, la compositrice londinese appartiene a una temperie musicale e politica tipica dell’epoca, che in Italia trovò eco soltanto negli Stormy Six e in pochi altri gruppi. Ma torniamo al CD, dove spicca la presenza di Chris Cutler, batterista degli Henry Cow oltreché memoria storica di quella esperienza

Per Lindsay e autore del libro File under Popular: Theoretical and Critical Writings on Music (November Books, 1984).

To Lindsay propone sette pezzi, tutti composti dalla musicista inglese tranne il lungo brano omonimo scritto da Faraò. Il risultato è una panoramica molto varia della parabola cooperiana, che spazia da Western Culture (1978), inciso con gli Henry Cow, all’intenso Oh Moscow! (1991), forse il più riuscito dei suoi lavori solistici. L’orchestra di Faraò realizza una sintesi perfetta di passione e di rigore tecnico. Alla realizzazione del CD hanno collaborato diversi musicisti che avevano condiviso le esperienze di Lindsay Cooper. Come anche Alessandro Achilli, giornalista di Musica jazz, un tempo animatore dell’indimenticabile rivista Musiche (1988-1997). Il disco rappresenta anche una gradita sorpresa, dato che si concentra su un ambiente musicale solitamente trascurato nel nostro paese.

Foto di

Pasquale Comegna

Corpi di marmo

Giambologna

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di Giuseppe Alberto Centauro Nel 2001, le prime ammissioni sulla rilevanza del sito archeologico di Gonfienti suonano ancor prudenti, così il soprintendente Angelo Bottini: “Lo scavo ha portato alla luce una realtà che non è certo una semplice fattoria. Si tratta di un vero e proprio insediamento, per il quale è stata usata forse a ragione, la parola città”. Ma, nel 2006, dopo 10 anni dal primo ritrovamento, la città degli Etruschi sul Bisenzio è ormai una risorsa primaria dell’archeologia in Toscana, come “certificato” dal convegno Dalle Emergenze alle Eccellenze (Prato, 31 ottobre 2006). Riferendosi agli scavi pratesi, così scrive la nuova soprintendente Fulvia Lo Schiavo: “La vocazione all’eccellenza non ha un limite … questo patrimonio è una risorsa. Non c’è in tutta la Toscana, un sito archeologico che sia inserito nelle liste Unesco. Questo è motivo di scandalo. Qui le ‘buone pratiche’ sono quello che supportano e sostengono, non solo economicamente ma anche socialmente, lo sviluppo del sito antico e della sua storia, insieme a tutti coloro che lo occupano, lo utilizzano e che ci vivono, apprezzandone la straordinaria ed eccezionale bellezza.” In quell’occasione Ambra Giorgi, Presidente della Quinta Commissione “Attività culturali e turismo del Consiglio Regionale della Toscana”) ebbe a dire: “La logica di fare sistema si addice particolarmente all’archeologia … Ad esempio: Gonfienti esisteva quando Prato non c’era. Era una fiorente città commerciale che, attraverso il valico appenninico e la sua gemella Marzabotto, intratteneva rapporti con i grandi porti dell’Adriatico e con Fiesole e poi con Artimino e Comeana. E’ evidente quindi che l’unico modo per valorizzare adeguatamente un’area territoriale antica, per renderla leggibile, comprensibile non solo agli specialisti ma ad un pubblico vasto, è quello di ricostruirne, attraverso un progetto scientifico rigoroso, le reali estensioni e la complessità di relazioni con altri centri e poi mettere in rete tutti i centri contemporanei che insistono su quell’area antica per delineare un moderno distretto culturale.” A rendere così intrigante ed entusiasmante l’appeal di Gonfienti era stata,nel 2003 la definitiva messa in luce nel Lotto 14 F di un grande edificio (VI-V secolo a.C.) di oltre 1400 mq, affacciato su strada orientata E-O, da questa separato mediante profondo canale che immette attraverso un vestibolo ad un vasto cortile interno munito di pozzo con portico dal quale si accede ad altri locali. “Su buona parte dell’edificio è stato messo in luce lo strato di crollo del tetto” (Giovanni Millemaci, archeologo SBAT). (fig. 1) Proprio la grande emozione di questo eccezionale ritrovamento, unito alla qualità dei reperti

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Gonfienti come una nuova Pompei

Fig 1 -Gonfienti - Interporto (Lotto 14), Antefissa (da: Carta Archeologica della Provincia Prato, © SBAT 2011, p.327)

Fig 2 - Gonfienti- Interporto, in giallo le aree indagate al 2006 (Base OFC- Regione Toscana, 2011)

e all’ancor più loro eccezionale valore storico artistico (di ciò diremo in successivi contributi), nonché alla fattura e buona conservazione dei muri perimetrali drenati da canalizzazioni, ha fatto paragonare lo scavo di Gonfienti a Pompei: per la città campana furono i lapilli e la lava a sigillarne per millenni le strutture, qui lasolida persistenza di uno strato limaccioso ha fatto da collante naturale fin dal principio del IV secolo a.C., al tempo della sua subitanea scomparsa. Sulla scia di questa nuova e strepitosa scoperta, posta a centinaia di metri di distanza dai lotti precedentemente indagati, l’ampiezza dell’insediamento arcaico stava assumendo i connotati di una vera e propria

metropoli (12 ha). Chiaro che non si sarebbe potuto solo scavare in funzione dei lotti edificabili dell’Interporto. Nel maggio 2003 fu sottoscritto un protocollo d’intesa fra i Comuni di Prato e Campi Bisenzio per indagare in ogni direzione oltre i confini interportuali al fine di identificare un confine possibile della città. Furono stanziati oltre 300 mila euro e per l’abbondanza dei reperti s’ipotizzò di creare un antiquarium sul posto, utilizzando i fienili restaurati della Villa Niccolini cha insisteva nel bel mezzo della città etrusca, forse sulle stesse fondazioni di un edificio analogo a quello ritrovato più ad est. Chi scrive ebbe anche l’incarico di studiare una possibile convivenza fra interporto e area di scavo ed ipotizzare la formazione di un parco archeologico che si sarebbe esteso per oltre 50 ettari. L’idea franò già nel 2005 con la realizzazione della asse stradale Mezzana-Perfetti Ricasoli che tagliò a sud ogni possibile espansione; inoltre l’interporto reclamava un nuovo “piano di utilizzo” per compensare le sottrazioni dei terreni lottizzabili occupando altre aree. Nonostante questo empasse si dettò nel novembre del 2006, al termine del citato convegno, la prima declaratoria d’interesse per le aree di scavo da sottoporre a vincolo di tutela. (fig.2) La” Gonfienti archeologica”, quale fossero stati i futuri ritrovamenti sarebbe stata confinata entro una superficie di non oltre 27 ha. D’altro canto la Società Interporto che nel corso di 10 anni aveva sostenuto in toto le spese di scavo, nonché la cessione in comodato alla SBAT dei locali restaurati di un antico mulino, posto all’ interno della proprietà, al fine di permettere la costituzione in loco di un laboratorio di restauro per il deposito delle oltre 2500 cassette di reperti raccolti, accollandosi un costo dichiarato di 3,5 milioni di euro, usufruì del nulla osta necessario per dar corso alle nuove edificazioni che andavano ad occupare 12 ha di aree “sensibili” rimaste intercluse fra il piazzale merci e il limite nord dell’area di espansione. Nel segno dell’”archeologia preventiva” si sanciva il sacrificio di una vasta necropoli dell’Età del Bronzo medio 1-3, di una strada glareata e di altre opere idrauliche di grande valore archeologico che sarebbero state interrate e segnate a terra sotto il peso del cemento di piazzali, binari e magazzini.


Zevi 100 di John Stammer Quando lo vedevi arrivare, con il suo immancabile “papillon” colorato, avevi la sensazione di vedere arrivare la storia dell’architettura. Con i suoi libri, e alle sue lezioni, si erano formati generazioni di architetti. E Bruno Zevi non deludeva la tua sensazione di avere di fronte il professore affermato e consapevole della sua competenza e del fascino culturale delle sue idee. A Firenze era stato diverse volte per il progetto (suo e di Alberto Breschi) della nuova stazione AV di ziale Belfiore. “Lo squalo” come era stato ribattezzato dalla stampa cittadina e l’immagine era in fondo corretta. Un’opera di architettura che non vedremo mai a causa delle vie imperscrutabili delle norme di tutela dei beni architettonici. Bruno Zevi era nato a Roma esattamente cento anni fa il 22 gennaio 1918 e aveva dovuto lasciare l’Italia nel 1938 a causa delle leggi razziali. Si era perciò laureato in architettura alla Graduate School of Design di Harvard, all’epoca diretta da Walter Gropius. Tornato in Italia iniziò l’insegnamento di Storia dell’Architettura all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nel 1948. Un docente e critico militante che tenne per oltre 45 anni (dal 1954 al 2000 anno in cuì morì) una rubrica settimanale sull’Espresso, che fondo la rivista “L’Architettura. Cronache e storia” e fu impegnato attivamente in politica prima con la formazione Giustizia e Libertà e poi nelle file del partito radicale. Fu, insieme a Manfredo Tafuri e a Paolo Sica, uno dei pochi docenti e critici italiani di architettura e di storia dell’architettura che ebbero una rilevanza internazionale. Fervente assertore dell’architettura organica vide in Frank Lloyd Wright il massimo esponente del movimento moderno. Dalle sue idee e dalla sua ricerca nacquero testi chiave della critica dell’architettura, fra i quali “Il linguaggio moderno dell’architettura” è senza dubbio il più noto. Il sottotitolo “Guida la codice anticlassico” è ancora più esplicativo degli intendimenti di Zevi. Scritto agli inizi degli anni ‘70 (la prima edizione nella Piccola Biblioteca Einaudi é del 1973) in contrapposizione (più ricercata che reale) allo scritto di circa 10 anni prima di John Summerson “The Classical Language of Architecture”, il volume raccoglie idee, suggerimenti, proposte e metodi per la costruzio-

ne di un lessico, di una grammatica e di una sintassi dell’architettura anticlassica. Un libro fortemente ideologico dove le didascalie delle immagini sono emblematiche a cominciare dalla prima a pag.12 “La dittatura della linea retta in uno schizzo di Mauris. Ne derivano la mania delle parallele, delle proporzioni, dei tracciati ortogonali, degli angoli a 90°; cioè il lessico, la grammatica e la sintassi del classicismo. I monumenti dell’antichità detta “classica” vengono falsati per conformarli ad un’ideologia aprioristica, astratta”, e dove si rileggono le opere di architettura di Michelangelo (a lungo dimenticato come architetto sostiene Zevi) in chiave di rottura con gli schemi dominanti all’epoca, portando ad esempio la pianta a trapezio rovesciato di piazza del Campidoglio. A questo libro seguirono altri come “Poetica dell’architettura neoplastica” e Architettura e storiografia” sempre pubblicati da Einaudi. A cento anni dalla sua nascita saranno molte in Italia le occasioni per ricordare Bruno Zevi un architetto che eseguì poche opere ma che ha fortemente influenzato, con i suoi scritti, il modo di fare architettura.

Attenzione! Funzionari al lavoro di Valentino Moradei Gabbrielli Domenica, 7 gennaio 2018 visitando con Monica la Galleria, osserviamo e riflettiamo le occasioni risolte a nostro avviso in maniera inappropriata nel recupero e riqualificazione degli spazi della “Fabbrica degli Uffizi”. Occasioni risolte o proposte, dagli stessi funzionari della “Galleria”. L’attuale sistemazione della “Sala dei Marmi Ellenistici” per esempio, si presenta come un corridoio di transito che ci attende dopo aver percorso il nuovo scalone di accesso al piano. Un’infilata di “corazzieri” rigorosamente e ordinatamente addossati alle pareti che ci preparano creando imbarazzo ed una certa fretta alle sale successive. Chi mai potrebbe immaginare un allestimento, simile a come può apparire un salone per lo sgombero in occasione della ridipintura del soffitto, o, il transito di materiali ingombranti e potenzialmente pericolosi per le statue dalla sala, che precauzionalmente sono state addossate alle mura? Quale considerazione per la visione a tutto tondo dell’opera scultorea? Quale considerazione per la proverbiale plasticità ellenistica e la sua partecipazione dello spazio? Una “Tribuna” che in ordine alla sua conservazione e restauro (si dice molto costosi),

viene impedita alla visita fondamento indispensabile per la conoscenza dello spazio architettonico, e materialmente eliminata dal percorso ridotta com’è ad un affaccio, simile alla veduta dalla finestra sul cortile, che allontana irreparabilmente le opere d’arte conservate al suo interno e nega la possibilità di viverne l’atmosfera. Tutte scelte dettate da infiniti fattori e ponderate valutazioni (speriamo), che all’atto pratico però non fanno bene alla fruibilità dell’arte, alla diffusione della cultura.

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di Anna Lanzetta L’arte è la vera ricchezza dello spirito, è respiro e palpito, è l’armonia del pensiero, il sipario che ci divide dalle brutture del mondo, uno spazio aperto verso un’infinita bellezza, dove il colore rapisce e gli elementi decorativi e rappresentativi rubano l’attenzione e spostano l’occhio vigile e attento fino a perdere la cognizione del tempo che si sottrae a ogni tipo di collocazione. L’arte di Ambrogio Lorenzetti, nelle sale di Santa Maria della Scala, affascina e illumina tra oro profuso e il primo azzurro e dialoga con gesti, sguardi, espressioni e fisionomie che coinvolgono il visitatore in un balenio tra l’epoca dell’artista e la modernità che vi si coglie. Non sfugge il richiamo all’arte giottesca ma al contempo è evidente l’evoluzione che caratterizza lo stile innovativo dell’artista nella scelta delle tecniche che lo renderanno unico. In un clima di intensa spiritualità emerge la modernità dei temi espressi con un realismo che definisce i personaggi e i ruoli che sono chiamati a rappresentare. Un’arte sacra in cui l’elemento religioso si coniuga perfettamente con quello terreno. La mostra è un libro aperto sull’umanità dove simboli, allegorie e valori insegnano, educano, orientano e rendono il visitatore partecipe. Ogni opera ferma il passo per essere decodificata in ogni elemento e coglierne poi il messaggio che va oltre il tema. I protagonisti sono resi con un naturalismo che l’artista fa suo con la scelta del colore, con le modulazioni chiaroscurali, con fisionomie che esprimono moti dell’animo: gioia, tristezza, dolore, disperazione, aspirazione al “divino”. Una folla di personaggi che riflettono la vita: angeli, santi, devoti, storia e leggende, un’umanità differenziata socialmente ma unita nei valori di carità, di salvezza, di ricerca spirituale, di dedizione, in cui l’elemento sacro si carica di umanità e di affetti nella carezza, nell’abbraccio del Bambino che diventa sostegno materno, in quel guancia a guancia, nel richiamo alle virtù: amore e carità, nella musicalità degli angeli, nel piede del Bambino saldamente retto dalla mamma, nel seno che amorevolmente allatta, espressione di una maternità universale, nello scambio degli sguardi che ripetutamente si incrociano quali simboli di affetto, di salvezza, di solidarietà e di testimonianza. Un’arte attenta ai particolari e agli elementi decorativi che tratteggiano vesti e suppellettili, e architetture che mostrano capacità di creare poi la prospettiva. La mostra, di sala in sala rievoca il Trecento, l’epoca di Lorenzetti, vissuto dal 1290 al 1348, e ne racconta la società nei costumi, negli arredi, nelle strutture interne ed esterne con un gusto raffinato che denota gradualmente l’ evoluzione

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Lo splendore dell’arte: Ambrogio Lorenzetti

dell’ artista decisamente affrancato. Tutto è poesia che si muta in versi la cui rima è il palpito del cuore. Abbaglia l’oro profuso, segno di spiritualità misto a un amore dove la sfera divina incrocia quella terrena fino alla svolta verso un cielo azzurro dove la realtà prende corpo. Ogni opera illumina, bellezza e leggiadria sposano la raffinatezza, e lo splendore dell’Annunciazione è toccante: il volto rapito della Vergine si pone all’ascolto dell’arcangelo Gabriele…il concepimento avverrà nel mistero più profondo…Ecce ancilla Domini.

Memorie di un uomo libero di Michele Morrocchi Yves Montand è stata una figura imponente che ha attraversato la Francia per almeno metà del XX secolo. Cantante, attore, icona, potenziale candidato alla presidenza della Repubblica, il figlio dell’esule antifascista di Monsummano Terme emigrato in Francia all’avvento del regime mussoliniano nel nostro Paese, è stato un punto di riferimento per registi, sceneggiatori ma anche tanti cittadini semplici che hanno amato le sue canzoni, i suoi personaggi e le sue prese di posizione franche e sincere. Ripercorre la sua vita attraverso le sue dichiarazioni e interviste il bel volume, Moi ma vie, curato da Carole Amiel edito in Italia da Clichy che ripercorre la carriera artistica e la maturazione politica dell’artista. Partito dai music hall della Francia occupata, approdato alla scena musicale parigina che conta grazie ad Edith Piaff con cui inizierà anche una storia d’amore. Quello della sua vita sentimentale, con la Piaff con la compagna di una vita Simone Signoret, sono sempre accenni, pudicamente lasciati fuori dal discorso pubblico. Preservati non per calcolo ma per scelta, a differenza delle posizioni politiche passate dall’innamoramento comunista ad una profonda battaglia contro il tradimento degli ideale e a

un antisovietismo militante negli anni 80 che lo porterà a polemizzare anche con l’allora segretario del Partito Socialista Lionel Jospin. Il Montand che esce dalle pagine del libro non è un divo, è un artista (anche se civettuosamente si definisce per larga parte della sua carriera un artigiano) consapevole dei suoi mezzi, del suo valore (anche economico) che tiene a far sapere che di tutte le sue virtù quella per lui determinante sia la sua libertà. Una libertà anche politica che lo porta a prendere sempre e comunque posizione, per l’Unione Sovietica nei primi anni del dopoguerra, per la destalizzazione, per i profughi cileni, per la primavera di Praga, infine anche per Reagan nella sua battaglia contro i regimi dell’est. Una libertà che le cronache mondane raccontavano tale anche nella vita privata ma che invece nel discorso pubblico mai appare. Anzi l’uomo Montand che parla di sé è sempre il figlio del contadino toscano che va in esilio per affermare la sua libertà, l’uomo integro che pur cantando i sentimenti (fu il primo a portare al grande pubblico i versi di Prevert) non ne viene sopraffatto. Salvo forse sul finale, con l’arrivo in tarda età, del primo figlio a cui farà dedicare da un suo paroliere versi struggenti, un testamento e una promessa. Forse la stessa che Montand bambino fece a se stesso: di vivere da uomo libero.


di Simonetta Zanuccoli Anche il Louvre ha avuto il suo eroe: Jacques Jaujard (1895-1967), direttore dei Musei Nazionali Francesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Il sogno di Hitler era quello di costruire un enorme museo in onore del Terzo Reich. Per questo era stato creata un’unità speciale, il Kunstschutz, apparentemente con il compito di preservare il patrimonio artistico dei nemici per poi restituirglielo alla fine del conflitto, in realtà dedita al saccheggio di opere da musei e collezioni private di ebrei considerate bottino di guerra. Il 25 agosto del 1939, pochi giorni prima l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, all’ingresso del Louvre fu appeso un cartello in cui si avvisava i visitatori che il museo sarebbe rimasto chiuso 3 giorni per “lavori urgenti”. In realtà, dietro le porte sbarrate del Louvre, centinaia di volontari, tra cui tutto il personale ma anche studenti dell’Accademia e gente del popolo, a ritmo frenetico stavano imballando più di 4000 opere facenti parte del tesoro del museo, per poi metterle in casse di legno contrassegnate con un colore a secondo del loro valore artistico. La valigia che conteneva La Gioconda aveva 3 cerchi rossi, il massimo in ordine d’importanza. Era la realizzazione del piano di salvataggio del tesoro del museo più importante del mondo progettato dal lungimirante Jacques Jaujard, che ben aveva intuito la personalità e le mire di Hitler. Era una missione segretissima e rischiosa che però Jaujard conosceva bene per aver già eseguito un simile piano quando era supervisore all’evacuazione delle opere d’arte dal museo del Prado durante la guerra civile spagnola. Finalmente, tra mille difficoltà (alcune opere come Le nozze di Cana del Veronese, La zattera della Medusa di Géricault o la Nike di Samotracia, date le dimensioni, non erano facili da imballare), uscì dal museo il lungo convoglio di 203 veicoli, tra auto private, autoambulanze, camion e taxi, con il loro prezioso bottino chiuso in 1862 casse, diretto verso centinaia di castelli della Loira e case in piccoli villaggi i cui proprietari si erano fatti carico di grande responsabilità e pericolo per custodirlo. Nel diario di Jaujard di quel periodo si fa riferimento più volte alla preziosa collaborazione del conte Franz Wolff Mettenrich che nonostante fosse a capo della Kunstschutz francese sembrò quasi sollevato di trovare il Louvre completamente svuotato. Come molti aristocratici tedeschi, non era nazista e, appassionato d’arte, cercò di facilitare

Gli uomini che salvarono il Louvre in tutti i modi questa operazione di salvataggio. Jaujard trascorse tutto il periodo della guerra a Parigi. Con la sua vecchia Renauld, sprezzante del pericolo, come si dice per gli eroi, andava da un posto all’altro per ispezionare le collezioni messe in salvo in quei luoghi, portando perfino stufette elettriche e dispositivi idrometrici per aiutare a stabilizzare le opere più fragili. Quando i combattimenti si avvicinarono a Parigi, organizzò un sistema di protezione e difesa del Louvre, che contribuì, nonostante la vicinanza del museo all’Hotel Meurice, quartier generale tedesco, e all’infuriare dei bombardamenti, a non fare subire al museo danni significativi. All’inizio del 1944 la Resistenza francese prese contatti con Jaujard mandandogli un ufficiale di collegamento. Nome di battaglia Mozart. Grande fu la sua sorpresa quando scoprì che Mozart era Jeanne Boitel, un’at-

trice bionda platino che negli anni ‘30 aveva recitato in un film di Renoir. Dopo poco i due si sposarono e ebbero un figlio. Dall’ottobre dello stesso anno, dopo la liberazione di Parigi il 25 agosto per merito del generale Leclerc, le collezioni furono progressivamente riportate al Louvre che riaprì, con tutti i suoi tesori salvati, nel luglio del 1945. Alla fine della guerra Jaujard chiese a Charles de Gaulle di conferire a Franz Wolff Mettenrich la Legion d’Onore per aver contribuito a salvare il patrimonio nazionale. Gli fu concessa nel 1952. Jacques Jaujard diventerà per l’opinione pubblica un eroe solo più tardi dato che il suo ruolo è stato tenuto a lungo segreto. A lui è stato dedicato nel 2014 un documentario, L’uomo che salvò il Louvre, di Jean-Pierre Devillers e nel 2015 Francofonia un film di Aleksandr Sokurov.

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un Inside Out in salsa chili Coco, di Francesco Cusa “Coco” è uno straordinario film, una di quelle opere che hanno il compito di riunificare e accogliere le frammentarie coscienze degli abitanti del pianeta Terra. E’ la testimonianza di come si possa essere precipitati nell’immaginario di una cultura “altra” senza alcuna mediazione: basta una bella storia, una buona dose di curiosità e la capacità di generare meraviglie. Questo fanno magicamente Lee Unkrich e Adrian Molina, grazie ad una magnificenza nutrita di leggiadria che trasporta verso l’indefinito spazio delle emozioni universali. Le tematiche del film targato Pixar sono serissime: si parla di mondo dei vivi e regno dei morti, di celebrazione della memoria, di culto della rimembranza, di ponti fioriti tra Terra e Cielo, di animali mitici… sembra di essere di fronte alla continuazione in salsa “chili” di “Inside Out”, solo che qui le emozioni sono vivide e reali, sia al di là che al di qua del cielo. C’è una sottile linea che unisce tanti film della Pixar, da “A Toy Story” a “Up” fino a “Coco”. Sono i temi della perdita, dell’abbandono e del diverso, dell’anomalia che sconvolge e produce catarsi dopo un travaglio essenziale e doloroso. “Coco” è un tripudio di luci, colori e musica. E’ finalmente un film musicale (sulla musica come veicolo catartico) che non scimmiotta il “musical”. Oramai i prodotti Pixar hanno di fatto sostituito la valenza di quelli che un tempo venivano definiti “romanzi di formazione”, giacché la cifra sinestetica e il portato emotivo evocati da simili opere sono oramai in grado di scrostare e sconvolgere le impasse dell’immaginario di ogni adolescente.In “Coco” tutto, dal cane Dante, ad ogni singolo componente della famiglia Ravera è coralità e flusso eterno, percorso iniziatico che si costituisce e delinea a partire da ogni scioglimento di ganglio e nodo energetico. La festa dei morti è festa delle anime e dei corpi, è gioia del riconoscimento e simbologia di un legame tra mondi che risale fino alle epopee di Gilgamesh. Così volano la bisnonna-bimba “Coco” e il nonnino di “Up”: su palloncini colorati. Da vedere assolutamente.

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Lo stato della raccolta contributi verso gli enti no-profitdegli enti derivano innanzitutto dalla Pubblica

di Roberto Giacinti Recentemente pubblicata dall’Istituto Italiano Donazione, la 15a rilevazione su “L’andamento della raccolta fondi: bilanci 2016 e proiezioni 2017”. L’indagine consente di apprendere che il 36% delle ONP ha aumentato le proprie entrate totali nel 2016; il 42% non ha avvertito alcun cambiamento sostanziale, il 22% ha visto diminuire le proprie entrate totali nel 2016.Le donazioni degli italiani alle organizzazioni no profit non hanno dunque risentito significativamente della crisi, anzi nell’ultimo triennio hanno registrato una stabilizzazione delle entrate totali. Dunque la raccolta fondi del 2016 è risultata maggiore di quella del 2015 e le previsioni per il 2017, sebbene prudenti, ad ottobre di tale anno, risultavano positive. Il 5 per mille incide solo per il 15% del totale dei bilanci. La raccolta fondi da enti pubblici ed il direct mail (ancora cartaceo nonostante la crisi conseguente la fine delle agevolazioni sulle spedizioni postali) rappresentano la metà del totale; quella tramite il direct mail elettronico, le carte di credito, gli sms, facebook è ancora modesta. Tra i settori la ricerca scientifica e la cultura restano tra le più gettonate. Il flusso di risorse che attraverso le dichiarazioni dei redditi e le scelte degli italiani giunge a irrorare i magri bilanci di istituti, università ed enti, organizzazioni assistenziali e ambientaliste, culturali o sportive, se non saranno decurtati strada facendo, arriveranno purtroppo solo dopo molto tempo. L’esame dei dati statistici evidenzia con chiarezza che buona parte delle risorse finanziarie

Amministrazione, un’altra parte cospicua deriva dalle imprese. E’ evidente la crescente propensione delle imprese, ma anche dei singoli, a rivolgere maggiore attenzione al mondo non profit, proprio in un momento in cui si manifestano i maggiori bisogni sociali, sia in relazione alle minori risorse dello Stato, che a nuove forme di bisogno. Ci si deve seriamente interrogare quali strade occorre percorrere per perseguire l’ottimizzazione dei flussi finanziari verso il terzo settore. Dopo un periodo iniziale della loro vita, in cui è preponderante l’entusiasmo dei volontari e dei fondatori, le organizzazioni non profit, conoscono normalmente un periodo caratterizzato da un calo nelle adesioni e nella responsabilizzazione delle persone coinvolte, pertanto occorre promuovere la conoscenza degli strumenti di marketing e avviare reti tra enti per l’adozione delle tecniche di comunicazione adatte al settore. Uno dei problemi maggiori, poi, consiste nel determinare l’ammontare di spesa da destinare alle diverse attività di marketing, insomma, per fare soldi occorre spenderne! Nel campo della raccolta di fondi, qualche volta succede che il denaro, speso oggi, darà i suoi risultati solo domani, talvolta a distanza di anni. Occorre spendere denaro in liste di mailing, indagini sui profili dei donatori, eventi per la raccolta dei fondi, addestramento e ricom­ pense ai volontari e pubblicità sui media. II bilanci di alcuni grandi enti dimostrano, però, che per ottenere le donazioni si spende molto più del necessario cosicchè solo una parte viene destinata alla finalità.


storo nominò cardinali il nipote Latino, il fratello Giordano e il cugino Giacomo. In seguito nominò un altro nipote, Orso, podestà di Viterbo. Bisogna dire che il buon Latino non cominciò benissimo. Ancor prima di arrivare in città, emise un solenne editto nei riguardi delle donne fiorentine, evidentemente troppo sfacciate, che obbligava al capo velato le donne sposate e riduceva “lo scollo a due dita e lo strascico a due palmi”. Quando arrivò in città, l’8 ottobre 1279, le fiorentine si erano adeguate: peccato che, alla faccia della morigeratezza dei costumi, indossassero tutte vestiti accollati fino al mento ma di stoffe preziose e con ricami pregiati. Superato questo infortunio iniziale, il cardinale si dette da fare: fece rientrare in città i fuoriusciti ghibellini, espulse da Firenze gli elementi più facinorosi (fra i quali spiccavano i Buondelmonti), favorì in ogni modo il processo di pacificazione tanto che, quando lasciò la città, il papa revocò la famosa scomunica. Nel 1281 i ghibellini furono di nuovo cacciati dalla città.

Via Cardinal Latino Scollo a due dita,

strascisco a due palmi di Fabrizio Pettinelli Se vi capita di passare, in zona Gavinana, da cia Cardinal Latino, potrebbe cogliervi la curiosità di sapere chi era questo prelato, che ha giocato un ruolo non secondario nella storia di Firenze. A papa Gregorio X, assurto al trono pontificio nel 1272, venne il ghiribizzo di mettere pace fra i guelfi e i ghibellini che si stavano scannando a Firenze. Avendo convocato un concilio a Lione, niente di meglio che fermarsi di passaggio a Firenze, che si trovava per l’appunto lungo l’itinerario, per vedere che cosa poteva fare. Gregorio arrivò a Firenze il 18 giugno 1273 con un seguito imponente guidato dal re di Napoli Carlo d’Angiò; non erano della partita i Polo, intimi amici del Papa, che li aveva appena spediti in Cina con una lettera per Kublai Khan. L’imponente spiegamento di forze ridusse a più miti consigli i capi-fazione e guelfi e ghibellini, il 2 luglio 1273, sancirono un solenne accordo di pace siglato sull’attuale Lungarno Serristori. Il papa, che si trovava bene a Firenze (vuoi mettere con Lione, a quell’epoca non c’era nemmeno la Fête des lumières), si sarebbe anche fermato un po’ di tempo, ma nel giro di pochi giorni guelfi e ghibellini ripresero a darsela di santa ragione e Gregorio, infuriato, lasciò la città non prima di averla scomunicata il che, come si può facilmente immaginare, non fece né caldo né freddo ai contendenti; anzi, cacciati i ghibellini, i guelfi pensarono bene, per non perdere l’allenamento, di dividersi in due sotto-fazioni (una faceva capo agli Adimari, l’altra ai Tosinghi) e di continuare a scontrarsi. Nel 1276 la situazione era diventata così insostenibile che i più ragionevoli fra i guelfi e i fuoriusciti ghibellini implorarono il nuova Papa, Niccolò III, di tentare una nuova mediazione. A tal fine, il papa inviò a Firenze il nipote, che altri non era se non il cardinale Latino Frangipani de’ Brancaleoni. A proposito, è a papa Niccolò che risale il termine “nepotismo”: nello stesso Conci-

La memoria di Ryts Monet Curata da Pietro Gaglianò si aperta a Firenze alla SRISA SRISA Gallery of Contemporary Art Via San Gallo 53/r, la prima personale a Firenze di Ryts Monet incentrata sulla criticità della memoria collettiva che si sedimenta nelle forme dei monumenti storici, il cui portato simbolico è riconoscibile a tutti, e nella declinazione che ne ha dato la cultura di massa. L’artista si è concentrato in vari modi su questo tema nel corso della sua ricerca, isolando ogni volta fattori controversi del rapporto che l’uomo contemporaneo intreccia con il vasto panorama della produzione di immagini, delle iconografie del potere, dei miti dell’identità e della realizzazione personale sollecitati dal sistema consumista. Dalla furia iconoclasta dell’ISIS, che producendo rovine di rovine ha moltiplicato il feticismo occidentale nei loro confronti, allo svuotamento di

senso delle immagini nelle ricaduta della loro moltiplicazione (attraverso lo spazio e attraverso il tempo), Ryts Monet descrive senza moralismi una irrevocabile vocazione dell’umanità a contraffare i simboli, a distruggerli, a crearne di nuovi. In mostra vengono presentati lavori recenti ripensati in un nuovo allestimento e una serie di opere appartenenti a un progetto più ampio esposto in questa occasione per la prima volta. Fino al 1 febbraio 2018. Lunedi – Venerdi 10:00 – 21:00

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di Andrea Ponsi Washington Square

Washington Square, proprio al centro del quartiere di North Beach, è un quadrato perfetto, un prato verde con tre alberi al suo centro. La piazza è interrotta lungo un suo lato, con un gesto deciso e senza scuse, da Columbus Avenue che la taglia in diagonale: Columbus Avenue diagonale di quartiere come Market Street diagonale di città. Washington Square è una sintesi di piazza all’italiana e parco inglese. Un po’ in declivio per assecondare la dolcezza della valletta preesistente, invita a sdraiarsi sul prato, a fermarsi a prendere un cappuccino sui caffè che la costeggiano o a sedersi su una panchina lungo il cerchio di asfalto, che circonda il prato: un cerchio che serve da percorso pedonale, ma che è anche funzionale alla ronda dell’auto della polizia. Con il braccio appoggiato al finestrino il policeman alla guida passa lento, controllando il territorio: i corpi distesi sul prato, i vecchietti che conversano tra loro, il barbone che socchiude gli occhi al sole, i cinesi che esercitano il tai chi. Bar Mario

Nel preciso punto dove sto ora seduto, al bar Mario a North Beach, una volta c’era un flipper. Fuori moda, è stato fatto fuori e sostituito da un più redditizio tavolo con sedie. Peccato; ricordo di averci giocato spesso con in braccio mio figlio, le manine appoggiate sui pulsanti, a dare spinte alla pallina. Per il resto Mario è lo stesso. Un bel localino, illuminato bene, proprio sullo spigolo del palazzetto Vittoriano che da’ su Washington Square. Ma poichè Columbus Avenue taglia la piazza in diagonale e Mario è proprio sullo spigolo con Columbus, Mario è un bar tagliato, un bar a punta, un poligono con tre lati ortogonali e uno storto. Meglio così; è più dinamico e, anche senza il flipper, è ancora dinamico di gente e anche più vivace per le tante foto appese, quelle del tempo, ancora non spostate. Non serviva farlo per fare spazio a un altro tavolo. Coit Tower – Telegraph Hill

Una volta era la collina del telegrafo. Ora al posto del telegrafo c’è una torre, un monumento che somiglia a un faro, a una colonna dorica, alcuni dicono al terminale di un tubo dei pompieri. Mrs. Coit, la benefattrice della torre, sembra andasse pazza per i pompieri. E’ comunque una torre semplice e bella, un pilastro classico in versione art decò, con le sue scanalature a tutta altezza. Certo ci voleva qualcosa su quel colle di puramente artistico

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Mappe di percezione per differenziarsi dalle torri troppo funzionali del downtown. Coit Tower sta lì, faro dell’isola del telegrafo a proteggere come una mamma premurosa la sua prole: le casette cubiche che stanno abbarbicate tutt’intorno alla collina. Caffè Trieste

Seduto ad un tavolo del Caffè Trieste, da questa visuale, oltre i vetri, abbraccio un frammento di città : una casa gialla battuta dal sole, il profilo dei tetti su Grant Street, tetti piani cosparsi di comignoli, scale a pioli, cornici dentellate: più in là una bandiera americana contro il cielo che più azzurro non si può. Sui vetri le scritte ETSEIRT ‘EFFAC, giuste per chi passa su Grant Street. Sotto la scritta, i clienti seduti ai tavoli, i cappuccini, le tazze, i giornali un po’ sgualciti e la vecchia cabina telefonica , ormai senza telefono, chissà ora a che serve; poi altre sedie, altri avventori, forse scrittori, ex hippies e giovani viandanti senza nome. Ormai non viene più Bob Kaufman,

San Francisco

con la testa nelle nuvole o Gregory Corso a leggere il giornale. Forse vengono ancora Jack Hirshman a discorrere di socialismo e Ferlinghetti col sorriso sulla bocca. Continuo l’ispezione: il tavolino davanti a me ha un piano in plastica marmorizzata. Sopra il piano un foglio di giornale, il “San Francisco Chronicle”. Poi la zuccheriera di vetro a forma di colonna classica, una tazza con i segni del caffè, il libretto bianco aperto, la mia mano con la penna e una linea aggrovigliata che descrive ciò che vede. Grazie muro (del caffè Trieste)

E’ banale, ma sentire il pianista che suona, proprio qui vicino, un pezzo di Coltrane, fa pensare: questo muro che separa l’ interno del caffè dalla strada trattiene il suono, lo avvolge e lo mantiene solo per noi. Tutto per noi questo buon jazz, questo dolce bel calore (fuori è rigido); solo per noi questo aroma di caffè, questi brusii, gli sguardi amici, le voci… Grazie, muro.


di Angela Rosi Il gradimento riscosso dal saggio “Il vestito parla” di Nicola Squicciarino ha motivato l’autore a una sua nuova edizione cui è stato dato un titolo diverso perché modifica e amplia significativamente il contenuto originario. L’intento resta quello di offrire al lettore alcuni stimoli per afferrare risvolti impensabili in un fenomeno di superficie della vita quotidiana. In un approccio interdisciplinare egli pone in luce le dinamiche profonde dell’abbigliarsi, la necessità quindi di considerarlo da più punti di vista, ciascuno dei quali ne arricchisce la comprensione: antropologia, storia, religione, arte, filosofia, psicologia, sociologia, economia e persino etica. Il libro mira perciò a rivalutare questo ambito della cultura materiale, a evidenziare la dignità scientifica di tale tema. Il lavoro si suddivide in tre parti. Nella prima, partendo dalla concezione dell’inscindibilità psicofisica dell’essere umano, viene posto in risalto la valenza linguistica del suo corpo e, con richiami alla psicologia sociale e alla semiotica, la funzione comunicativa dell’abbigliamento. Nella seconda si accenna alle motivazioni originarie della copertura del corpo, ad alcune modalità della cura dell’apparire, all’identità sessuale e al sex-appeal, alla varietà delle forme fisiche e dello stesso concetto di bellezza, al ruolo non sempre rassicurante dello specchio. La terza parte mira più esplicitamente a rivendicare una legittimazione culturale per il fenomeno della moda abbigliamentare. Senza pretesa di esaurire l’argomento, si fa riferimento al tema dei suoi inizi, alla sua importanza come indicatore di processi culturali, al suo legame con l’arte, al maggior peso che in tale ambito stanno assumendo la consapevolezza ecologica e le nuove tecnologie. A proposito della ‘magia’ della pubblicità e dei moderni comportamenti di consumo-dipendenza viene posto in luce l’aspetto piramidale e manipolativo, presente anche nel trasgressivo spettacolo delle continue metamorfosi della moda. In particolare si accenna al rischio che il corpo umano, come la merce, - secondo la logica del marketing - diventi oggetto di consumo e, in un crescente affrancamento dei significanti dai significati, la persona venga considerata solo per le sue qualità appariscenti, per il suo ‘involucro’. Per Squicciarino invece “L’amore per la superficie, la componente ludica, erotica ed estetica proprie della cura dell’aspetto esteriore dovrebbero poter convivere con la dimensione più sotterranea dell’esistenza: l’apparire e l’essere sono lati della vita differenti ma non l’un l’altro estranei, sono antropologicamente complementari”.

L’abito fa il monaco, e non solo

Da Patrizia Pepe le Foreste di Enrico Pantani a cura di Aldo Frangioni Il 16 gennaio da Patrizia Pepe (Via Gobetti, 7/9 Capalle – Firenze) dalle 17,30 si è inaugurata la mostra Foreste di Enrico Pantani. La sua squillante pittura è caratterizzata da una pluralità di evocazioni, dall’illustrazione ai graffiti urbani, che matura in uno stile originale fatto di tratti rapidi e colori brillanti. Pittura autentica, per il modo in cui si inserisce nel vasto panorama delle possibilità che la figurazione assume oggi, e irripetibile, per il modo con cui Pantani rende riconoscibile uno stile corrosivo, usato per costruire narrazioni, con immagini e testi, i cui disorientati protagonisti si muovono in un universo di storie minime ed emergenze planetarie. Prendendo come punto di partenza il tradizionale genere della pittura di paesaggio Foreste è una riflessione sul conflitto, drammatico e inconciliabile, tra uomo e natura. Figure umane in bianco e nero scrutano una natura lieta e autonoma, dai colori densi, della quale possono essere solo distanti osservatori o violenti colonizzatori. In questa mostra gli abitanti delle foreste escono dalla superficie bidimensionale del quadro nella forma di sculture totemiche che invadono lo spazio, mantenendo lo stesso carattere di alterità e

di inconoscibilità che è un sintomo e al tempo stesso una causa della crisi globale. Enrico Pantani presenta un’installazione concepita espressamente per lo spazio espositivo di Patrizia Pepe. Il titolo Foreste chiude idealmente la trilogia di progetti che (con le precedenti mostre di Paolo Chiasera e Luca Matti) hanno indagato il concetto di habitat e il rapporto che la civiltà contemporanea costruisce con l’ambiente culturale e naturale. A cura di Rosanna Tempestini Frizzi | La Corte Arte Contemporanea Firenze Testo critico di Pietro Gaglianò.

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di M. Cristina François In un documento datato 27 aprile 1018 si cita la Chiesa di S.Felicita “con giardini” (su questo argomento vedi anche di M.Cristina François, Monache e Granduchi I e II parte, in “Bollettino di Pitti”, aa. 2013-2014): questa è con ogni probabilità la più antica testimonianza di quello che diverrà “l’Orto delle Monache” annesso al Monastero e alla Chiesa. Il 20 febbraio 1078 [A.S.F. Diplom. in Spoglio Strozzi, p.189] si parla anche di un oliveto a ovest e di una vigna a sud. Si configurano così le prime coltivazioni annesse a questo Convento femminile di clausura benedettina, ricchissimo, che ebbe - oltre l’Orto - anche molti possedimenti e poderi “extra monasterium”. Fin dalle sue origini - documentate almeno dal 950 - si trovava “intra monasterium” un Orto con acqua che provvedeva al sostentamento delle Monache, secondo quanto raccomandava la ‘Regula’ dell’Ordine. I lavori manuali, come pure le fatiche delle coltivazioni, erano affidati alle Converse che abitavano un quartiere sull’Orto, rivolto a oriente, ed erano aiutate da un fattore e una fattoressa i quali vivevano in una casetta in mezzo a questo spazio verde. Nel 1550 i Medici divennero i confinanti dell’Orto di S.Felicita e a causa di questo importante vicinato il piccolo appezzamento si configurò in parte anche a giardino, si formarono due terrazzamenti: uno superiore con piante a fusto e vigneto, uno inferiore per ortaggi, fiori spontanei e da ornamento, piante officinali. I fiori venivano offerti alle Granduchesse e alla “Madonna dell’Orto” a cui venne dedicata una Cappellina posta al centro di questo fazzoletto di terra, costruita in soli tre mesi nel 1616 a spese del Priore [Ms.720, cc.111r v, 1613]. Questo edificio sacro posto nel bel mezzo del verde, accanto aveva una piccola campana – forse un campanilino a vela – che risuonava e disperdeva tra il verde e tutt’intorno il suono per scandire le ore deputate al richiamo delle religiose; dai documenti d’archivio risulta che, a causa di questo suono, si disturbava la quiete di Palazzo, per cui venne ingiunto alle Monache di non usare la campana. Nel periodo mediceo l’Orto fu anche ‘ribattezzato’ e detto “campo di Boboli”; così, infatti, si legge in un documento del 1598: “Raccolta di Biada nette di seme di nostra parte, e Vino e Olio. Campo di Boboli: Biade staiora 7; Vino barili 8 1/2, olio fiaschi 2” [Ms.720, c.113r, a.1614]. La sezione dell’Orto che gareggiava con le piante officinali della Granduches-

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Orto delle Monache

sa, serviva alla “coquina e all’apotheca” del Convento. Le acque del Giardino granducale furono condivise con quelle dell’“Orto delle monache” per annaffiare da una parte l’Orto dei semplici di Maria Maddalena d’Austria e dall’altra le coltivazioni delle religiose. Questa condivisione portò però a qualche dissapore: le suore fecero pervenire la supplica attraverso Giulio Parigi che perorò la causa delle Benedettine dimostrando che, se c’era “di bisogno di tutta la detta acqua [alla Granduchessa, alle Monache] non ne veniva piu e l’Altezza sua volesse concedere l’acqua di Barbino, e della grotta, le quali se ne andavano in Arno dopo l’haver servito a quello che bisognavano”[Ms.720,

c.114r]. Per l’acqua furono aggiustate le cose, ma non furono invece mai trovati accordi per i melangoli che le Benedettine coltivavano e vendevano ai Granduchi spesso avari nel saldare il compenso dovuto. Per la presenza di questo tipo di piante, il quartiere sull’Orto abitato dalle Converse fu detto “Quartiere degli Aranci”. Vi erano pure coltivati altri alberi: da un “Inventario delle Piante esistenti” risultano “n. Ottantaquattro Vite, Ottantaquattro Pali, Venticinque Frutti, Sette piante d’Aranci, Una pianta d’olivo giovine”. Al piano terra delle Servigiali si distribuivano in ordine i seguenti locali: “Stanza dell’Andito dell’Orto […] Porta d’ingresso all’Orto […] Portico coperto sor-


addio

retto da pilastri […] Il Trogolo per sciogliere la cera […] Stanza delle Caldaje […] Stanza per i Bucati con scala per il Verone […] Corticina con Loggiato [per stendere il bucato] […] Stanzone del Pane […] Stanzino per la Cenere [per fare il bucato] […] Stanza per la Legna”. Questa legenda è tratta da una ‘pianta parlante’ del complesso conventuale, databile al 1808 ca.; ancora oggi esistono negli appartamenti di piano terra abitati da ex-dipendenti di Pitti, le strutture degli armadi a muro dove le Monache riponevano la biancheria lavata e piegata. All’improvviso, l’11 ottobre 1810, su Monastero e Orto cadde a ciel sereno un fulmine che “tenea dietro al baleno”: Napoleone! Il Governo

francese soppresse il Convento di S. Felicita, lo indemaniò insieme all’Orto, affittando il terreno e gli ambienti claustrali a “Giuseppe Guerrazzi per sua civile abitazione e per fabbrica di zucchero estratto dalle castagne e dalla liquirizia”[Ms.322, fasc.7, a.1812]. Lo stesso anno venne pure affittata - lungo l’arteria di via Guicciardini – “a Teresa Dragomanni, una porzione di terreno appartenuta alle monache” [ibidem]. La fabbrica di estrazione dello zucchero rimarrà attiva fino al settembre del 1812, cioè fino a quando il Demanio francese si renderà conto di avere commesso un grave errore di esproprio nei confronti della Parrocchia di S.Felicita: erano stati sottratti beni mobili

ed immobili non solo al Monastero - come la legge napoleonica prevedeva - ma anche alla Chiesa parrocchiale. Seguì l’indennizzo. Ecco in cosa consistette il compenso francese a favore della Chiesa di S.Felicita: “Concessione del Governo a favor del Parroco di S[anta] Felicita, di porzione d’Orto; Dipartimento dell’Arno, Comune di Firenze. Processo Verbale della consegna fatta al Sig[no]r Luigi Galeotti Priore della Parrocchia di S[an]ta Felicita della porzione d’Orto proveniente dal Contiguo Convento soppresso di S.Girolamo sulla Costa in Firenze. […] secondo la seguente Descrizione, ed Inventario delle Piante. La porzione d’Orto di cui si tratta è situata in Costa, ed è di sua estensione un mezzo Stajo di Seme a Corpo” [ibidem]. Questo indennizzo si rivelerà alla fin fine una vera e propria burla perché i beni restituiti a compenso da Napoleone (cioè la terra appartenuta all’ex-Monastero di S.Francesco e S.Girolamo) erano in gran parte divenuti beni di Stato che il seguente Governo lorenese, naturalmente, si riprenderà nel 1815. L’11 ottobre 1817, nell’ex-Quartiere degli Aranci del soppresso Monastero di S.Felicita, il Granduca Ferdinando III sistemerà le abitazioni per il Corpo degli Anziani o Sargenti di Palazzo. Con Firenze capitale “anche il Governo della Rivoluzione [si noti che è un Curato che scrive] si servì di detti locali, sebbene per altri usi” [Ms.730, a.1868]. Una parte dell’Orto - cioè la porzione adiacente alla Canonica rimase di proprietà della Curia, tant’è che nelle Visite Pastorali veniva ispezionata dal Vescovo (vedi le Relazioni delle Visite nelle carte d’Archivio della Sezione Parrocchiale) l’altra porzione di terra alberata continuò ad appartenere al Demanio anche sotto il Governo Regio Savoiardo. Infine, nel 1930, un documento dell’A.S.P.S.F. attesta la cessione definitiva di Orto e giardino al Demanio, salvo lo scannafosso perimetrale della Chiesa e il piccolo Cimitero delle Monache che riposa - a tutt’oggi sconosciuto - sotto i finestroni del Coro e del Transetto. Lo spazio verde del Demanio fu sempre curato, custodito e “amato” dal rimpianto vecchio giardiniere S., e anche gli Orti nel terrazzamento inferiore del “Quartiere degli Aranci” (poi “Quartiere dei Sargenti di Palazzo”) furono sempre mantenuti e coltivati proseguendo l’antica tradizione monastica. Oggi, i lavori in corso, hanno compromesso la coltivazione del piccolo Orto antico silenzioso erede di tanta storia. Sembrano tornati i tempi di Napoleone…ma la poesia si può ferire, non si può uccidere.

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di Cristina Pucci Il più grande, dicono alcuni dei collezionisti della apposita pagina Facebook... Penso sia proprio vero. Marco Gusmeroli è un chirurgo oculista, sessantenne, uomo di poche e sintetiche parole, immediate e dirette al centro delle questioni, vive ad Arona sul Lago Maggiore, colleziona davvero molti oggetti, insegne pubblicitarie, smaltate e litografate, scatole di latta, giocattoli di latta, in una foto che mi ha inviato una lunga scaffalutura ne è ordinatamente stipata, calendarietti da parrucchieri, giochi da tavolo in scatola, di percorso e di società, biglietti pubblicitari...Tutti oggetti ben mantenuti e di classe. Mi sembra davvero abbastanza. Il nonno collezionava francobolli e figurine Liebig, il padre oggetti antichi non meglio definiti, Marco ha continuato, e di sicuro ampliato ed affinato, la passione dei suoi avi. Aveva 23 anni quando acquistò una targa pubblicitaria della Coca Cola e fu durante un viaggio in Irlanda che la sua attenzione fu colpita da una insegna rotonda, bella ed evidentemente in grado di svolgere la sua funzione di attraente richiamo. Un negozio di oggetti vintage a Milano contribuì ad approfondire il suo interesse. Marco Gusmeroli ha pubblicato 3 libri, per collezionisti ed appassionati ne mostra le copertine, essi sono esaurienti, documentatissimi e ricchi di foto molto belle, si trovano in vendita a mostre tematiche e in alcuni Musei, oltre che nelle librerie, a breve uscirà il quarto. Ha collaborato alla redazione della Enciclopedia del Giocattolo, è stimato e ricercato consulente di importanti case d’asta. Il più grande è proprio definizione azzeccata. La foto che vedete è di una, bellissima e perfettamente conservata, targa litografata con caratteri in rilievo, “Romoil” (50x70,1925). Essa appartiene alle circa 200 insegne pubblicitarie di latta litografata che possiede e che tiene appese, tutte precisa, alle pareti di casa e dello studio. Alla mia prosaica domanda sulla polvere risponde che appese ne sono immuni. Il periodo d’oro della loro produzione va dalla fine dell’ Ottocento, la sua più antica è del 1890, al 1930 circa. Sono difficili da trovare in quanto erano quasi sempre esposte all’esterno e quindi facilmente attaccate dagli agenti atmosferici, la luce del sole scoloriva la brillantezza dei colori e la pioggia le faceva arrugginire, poichè nessuno, per molto tempo, ha avuto la percezione della loro bellezza e del loro valore narrativo di epoche e costumi andati, appena erano sciupacchiate veniva-

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La pubblicità litografata no buttate via. A volte, per caso, restavano appoggiate in qualche angolo secondario o dimenticate in qualche fondo di negozio ormai chiuso o in un retrobottega, trovare queste ora è una vera fortuna in quanto sono le più splendenti ed integre. Spesso pubbicizzavano ditte di vernici, pennelli, oli minerali, pneumatici, ma anche cibi, come tonno, caramelle e dolciumi, a differenza dei manifesti pubblicitari, progettati da abili grafici e fior di artisti, queste erano per lo più ideate direttamente dagli artigia-

ni delle Ditte che le commissionavano, sono quindi espressivamente più semplici e quasi sempre hanno immagini collegate al prodotto che pubblicizzano e scritte in rilievo. Dopo gli anni ‘30 cadono in disuso e piano piano si deteriora la loro qualità, la guerra da il colpo di grazia alla loro realizzazione, il metallo serve per altre e ben peggiori fabbricazioni. Fra gli anni ‘50 e ‘60 chiudono tutte le più importanti ditte di Litografia e la pubblicità inizia ad usare altri materiali e tecniche più moderne.


di Danilo Cecchi Come è noto, la visione stereoscopica, quella normalmente esercitata da ambedue gli occhi contemporaneamente, è quel tipo di visione che ci permette di apprezzare la terza dimensione, ovvero la profondità della scena osservata, e di valutare la differenza della distanza fra gli oggetti o i piani più vicini e gli oggetti o i piani più lontani. Per quanto i cultori della prospettiva scientifica si siano sforzati di rendere l’impressione di profondità nelle opere bidimensionali (disegni e quadri), si sono sempre scontrati con le limitazioni della visione monoscopica, che riconduce tutto ad un unico piano. Solo nel 1838 Charles Wheatstone inventa lo stereoscopio, un apparecchio binoculare che permette di osservare contemporaneamente due immagini leggermente diverse, ricreando artificialmente l’effetto della terza dimensione. La divulgazione del processo fotografico, avvenuta nell’anno successivo, il 1939, apre all’applicazione dello stereoscopio un campo inaspettato ed inesauribile, e nel 1848 sir David Brewster realizza il prototipo di uno stereoscopio per l’osservazione di coppie di immagini fotografiche, indifferentemente dagherrotipi o calotipi. Costruito in serie da due ottici francesi e presentato con successo all’Esposizione Universale di Londra del 1851, lo stereoscopio entra nella storia della fotografia, e contemporaneamente nella storia del costume. Per la realizzazione di fotografie stereoscopiche si costruiscono fotocamere “stereo” dotate di coppie di obiettivi opportunamente distanziati, e con l’avvento della fotografia su vetro si assiste alla produzione a livello industriale di coppie di immagini stereoscopiche. Poiché la visione stereoscopica mette in evidenza la profondità ed il rilievo, il campo principale di applicazione della fotografia stereoscopica diventa quello della fotografia dei panorami e dei monumenti, dove si ha quasi l’impressione, guardando attraverso i visori le immagini di Parigi, di Venezia o di Roma, di essere presenti e di passeggiare lungo le strade, i viali o i canali, e di ammirare dal vero edifici e monumenti. La fotografia stereoscopica si occupa solo episodicamente degli altri temi coltivati all’epoca, come il ritratto, dove la figura umana, la quale, apprezzata per la somiglianza e per l’espressione del volto, non ha invece alcuna necessità di essere apprezzata nel suo rilievo e nella sua profondità. Con una sola, vistosa ed un poco imbarazzante eccezione, rappresentata dal nudo femminile. Se la visione in rilievo di viali e monumenti stimola la fantasia e la curiosità dei potenziali viaggiatori impegnati in un Grand Tour virtuale, la visione in rilievo dei corpi femminili stimola tutto un

altro genere di fantasie e di curiosità, entrando anch’essa, di prepotenza, nella storia e nell’evoluzione del costume. Il nudo in stereoscopia permette a chiunque di godere privatamente della visione, un tempo riservata a pochi, di Veneri o Mayas Desnudas, aggiungendovi l’elemento determinante della sensazione del rilievo. Senza arrivare al genio di un Giorgione, un Tiziano, un Rubens o un Goya, schiere di anonimi fotografi, per lo più francesi, si danno da fare per soddisfare un mercato parallelo, e forse un poco più di nicchia, rispetto a quello delle “vedute panoramiche” o “pittoresche” di città e panorami, offrendo panorami non meno pittoreschi e non meno appaganti. Dai dagherrotipi su metallo, talvolta colorati a mano, alle

stampe su carta albuminata, fino alle più moderne stampe su carta aristotipica, le immaginette di nudo femminile si moltiplicano e si diffondono in maniera più o meno scoperta, più o meno legale, almeno fino alla seconda metà del Novecento. Che fra la visione in rilievo e le immagini di nudo femminile sia esistito un rapporto speciale lo dimostrano, oltre alla grande quantità e varietà di immagini giunte fino a noi, il fatto che il francese Jules Richard (18481930), forse il più grande costruttore di fotocamere stereo portatili, è stato anche un grande estimatore delle grazie e dei corpi femminili, che immortalava sistematicamente con le sue fotocamere, in modo da conservarne non solo l’immagine ed il ricordo, ma anche il “rilievo”.

Il nudo in stereofotografia 23 27 GENNAIO 2018


di Gianni Bechelli Abbiamo una concezione dello spazio e del tempo che è ovviamente la più vicina a quelle che sono le nostre impressioni da sempre e sulle quali abbiamo fondato una convincente e vincente visione della scienza. Sia che le interpretiamo come oggetto della conoscenza che come funzione delle stessa, entrambe si definiscono come forme assolute uguali a sé stesse come prevede la concezione della geometria euclidea che impariamo fin dalla scuola e il senso unidirezionale dello scorrere del tempo tipico della cultura occidentale (altre concezioni pensano ad un “moto” circolare del tempo). La nostra stessa concezione religiosa e di Dio sta dentro questa percezione dell’estensione infinita e dell’infinito trascorrere del tempo, che prevede l’identificazione con un Dio anch’esso assoluto posto semmai alla fine dello spazio e del tempo e una gerarchica struttura religiosa monoteista. Anche qui le cose sono assai diverse da come ci appaiono da secoli, e cioè da quando Einstein ha dimostrato che spazio e tempo sono sensibili all’attrazione gravitazionale e alla velocita del moto dell’osservatore e quindi ”elastici”. Già ma cos’è in effetti la gravità? Una della quattro forze fondamentali, ma come fa a tenerci coi “piedi per terra”, non certo ci attrae come fa un magnete col ferro e allora? In realtà è la massa, la materia che deforma lo spazio ed il tempo come farebbe una palla al centro di un lenzuolo teso perfettamente, lo spazio si piega e si deforma, siamo come “scivolati” sulla terra, verrebbe da dire, più che attratti. Maggiore è la massa più forte è la deformazione, la stessa luce di una stella lontana, se durante il percorso fino a noi, incontra massa deforma la propria traiettoria, soprattutto se incontra grandi masse o masse così dense da pesare varie tonnellate ciò che sulla terra pesa qualche grammo in un cucchiaino. Il tempo stesso non solo è ovviamente in rapporto ad un osservatore in moto in uno spazio deformato ma più aumenta la propria velocità più il tempo si contrae (e nel cosmo tutto è in moto), fino al famoso esempio dell’astronauta che lascia il proprio fratello sulla terra e trascorsi 5 anni alla velocità prossima alla luce ritorna e trova il fratello invecchiato o morto da decine di anni e per entrambi è il proprio il tempo che è trascorso regolarmente. Quindi quando guardiamo una stella in cielo non solo quella stella magari è spenta da anni per la distanza di milioni di anni luce da percorrere, ma forse non era nemmeno in quella posizione per la

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Della gravità, la forza più debole delle quattro

deformazione della luce. Tutto questo ci insegna a non fidarsi sempre e comunque dei nostri sensi e soprattutto del cosiddetto senso comune e delle sue certezze e delle stesse teorie scientifiche. Inoltre Popper ci ha insegnato che ogni teoria scientifica deve essere falsificabile per essere credibile, altrimenti è metafisica. Concetto apparentemente paradossale, ma allude all’idea che ogni teoria non può essere assoluta perché non c’è un’idea definitiva di verità scientifica, ma solo teorie che ci fanno avanzare nella conoscenza ma senza che vi sia una verità “ultima”. E la fisica quantistica sembra dargli proprio ragione. E tuttavia è da vari decenni che si ricerca la cosiddetta “teoria del tutto”, una formula magari semplice che riunifichi le quattro forze fondamentali (a partire dalla gravità all’elettromagnetismo e le forze atomiche, l’elettrodebole e l’elettroforte ) Dunque la gravità, la forza più debole per intensità delle quattro fondamentali, è tutta-

via la più “pervasiva”e in grado di produrre questo effetto incredibile sullo spazio-tempo e di generare alcuni dei fenomeni più spettacolari dell’astrofisica: far nascere stelle e galassie con la sua attrattività di gas e polvere, e farle morire nelle esplosioni di stelle e supernove che producono in pochi istanti tanta energia quanta tutta quella del Sole per l’intero suo ciclo vitale di circa 10 miliardi di anni e ,soprattutto, di produrre il divo di quest’ultimo decennio, noto a tutti col nome di buco nero di cui si è teorizzata prima l’esistenza, fino ad osservarne gli effetti al centro delle galassie o sparsi nel cosmo, in modo così diffuso, da far registrare scontri e unificazione di buchi neri diversi, che possono produrre, come si è accertato di recente, quelle onde gravitazionali che sono arrivate a noi dopo 3 miliardi di anni dal “fattaccio”, e che sono appunto onde di contrazione di spazio-tempo prodotti in quell’evento gigantesco d’energia.


L’imperdibile magia del tre di Leonardo Bertelli Se cercate in Missouri (midwest Stati Uniti) la cittadina di Ebbing (trad. riflusso) certo non la troverete; il film “Tre manifesti ad Ebbing-Missouri” è stato realizzato a Sylva (Nord Carolina), ma i tre cartelloni pubblicitari posti lungo una strada periferica rimarranno reali, minacciosi ed imponenti nell’immaginario dello spettatore, motore primario per una storia di un grande cinema classico, di una perfetta sceneggiatura (premiata a Venezia 2017), di una impeccabile e commovente recitazione dei tre personaggi principali. Questo terzo film di Martin McDonagh, pluripremiato commediografo, sceneggiatore e regista, inglese di origini irlandesi, tratta di importanti temi di attualità, il razzismo, la questione femminile, la violenza , senza retorica o moralismo, tenendosi in bilico tra commedia nera, thriller e dramma, con dialoghi brillanti, continui avvenimenti spiazzanti, mescolando malinconia e divertimento. Il regista sa sempre molto bene dove mettere la macchina da presa e come muoverla senza inutili estetismi, e sa dirigere con maestria i suoi attori. Tre attori in gran forma e di grande bravura sostengono la narrazione di una attualità corale ed immediata - violenta, rapida, frenetica, insensata -. Frances McDormand (Mildred), una madre abbandonata da un marito violento, lacerata da conflitti, sofferenza e rabbia, che decide di affittare tre cartelloni pubblicitari (prima abbandonati, poi rinati nell’accusa, infine bruciati) posti su una strada secondaria che porta ad Ebbing e di affiggere tre manifesti con cui accusa la polizia locale di non aver fatto niente per scovare gli assassini di sua figlia, stuprata, uccisa e bruciata nella stessa zona. L’attrice crea un altro personaggio indimenticabile, dopo la Marge di “Fargo” (premio Oscar) e la Olive Kitteridge della miniserie omonima, percorrendo l’intera opera vestita con una tuta da lavoro azzurra ed una bandana, riferimento evidente all’immagine celebre del femminismo americano (We can do it). Mildred è un donna

forte e chiusa che non sa piangere ma riesce a lanciare bottiglie incendiarie. Woody Harrelson che interpreta in modo perfetto lo sceriffo preso di mira dai manifesti ma amato e rispettato dalla comunità locale che si schiera a sua difesa contro Mildred; un uomo dotato di umanità e gentilezza ma impotente contro la violenza che infetta la comunità e contro l’inefficienza della stazione di polizia che dirige. Lo sceriffo è affetto da un cancro in fase terminale e prima di suicidarsi invia tre lettere che tendono a sciogliere i nodi conflittuali e violenti che percorrono il film ; una a Mildred per darle il denaro necessario a a pagare una rata dell’affitto dei cartelloni, riconoscendone e condividendone indirettamente la giustezza; una alla moglie per giustificare la scelta altruistica del suicidio ed una all’agente Dixon terzo personaggio della storia. Sam

Rockwell, un convincente Dixon, agente “infantile”, razzista, violento,che utilizza la divisa per sfogare contro i più deboli la sua rabbia, portandolo ad azioni brutali ed errate ; non ha elaborato la morte del padre, vive con una madre dura, possessiva e repressa, ma la lettera dello sceriffo gli dice che non è una persona cattiva e disonesta e lo esorta a divenire un bravo poliziotto, sostituendo la rabbia e l’odio con l’amore. Dall’arrivo delle tre lettere la storia cambia : l’atto di gentilezza ha il potere di far defluire lentamente i conflitti, il dolore, il livore. Con una presa di coscienza si determina un riflusso positivo. Lo scarafaggio della prima inquadratura voltato sul dorso, la comunità di Ebbing, una umanità dolente, si agita inutilmente , ma basta un piccolo colpo di pietà, comprensione, affetto, e di nuovo cammina la vita rifluisce. Cela possiamo fare.

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di Gabriella Fiori Alberta dei miracoli. Così chiamo Alberta Bigagli, psicopedagogista, scrittrice e poetessa, maestra di linguaggio espressivo. Il 5 agosto 2017, il suo addio. E’ stata ricordata alla Casa di Dante il 16 di gennaio. Nata il 3.4.1928, quindi un Ariete la chiamai “chevalier seul”, secondo i francesi e a lei piacque data la sua indipendenza, coraggio e originalità. Che andavano insieme a un modo suo “nuovo di rapportarsi con i nostri simili” ragione del sodalizio, “autentico scambio di pensiero” tra lei e Fiorella Falteri, che ha trovato in Alberta “una guida” per il vivere, nel gusto dell’arte (v . il suo “alto artigianato di riproduzione di stampe antiche colorate a mano”) e nella passione per la poesia. Alberta chiamava la loro armonia “miracolosa amicizia”. Tento di dirla in sintesi: per me le sue qualità vanno a due per due: metodica e immediata, esatta e originale, fedele a se stessa e aperta all’attenzione per gli altri tutti e i più esclusi.1975- pubblica il suo primo libro “L’amore e altro” esploso di getto da antiche radici(scriveva da “prima dell’adolescenza”), prefazione di Carlo Betocchi poeta con fiuto di rabdomante che trova in quelle pagine scolpite “una gioia corposa e un dolore nascosto”. Poco scolarizzata perché “figlia femmina di gente povera”, telefonista alla SIP decide di prendere la maturità da privatista e poi laurearsi in psicopedagogia. Tesi 1982 da visite al Manicomio di San Salvi nel Centro di Attività Espressive La Tinaia (creta, stoffa, ceramica) secondo le idee dello psichiatra Franco Basaglia, dove inventa il momento di parola poetica, con la lettura di pagine dal suo primo libro a un aprirsi fisiologico di “parola espressiva cioè colorita e trainante emozione” come dice in Voce Viva. gustoso foglio semestrale nato nel 2005. L’invenzione si estese a conversazioni di gruppo (“Tu parli io scrivo”) in sedi pubbliche , come centri per anziani ( Montedomini-“Armando e Marcella”)carceri (v. “Dialoghi a Solliccianino”) e Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo (v. “Olindo del Fuoco” poi anche pièce teatrale) fino al volume “Agli amici di Villa Ulivella” 2007 dove era stata guarita da lunga e grave malattia e poi, quel “Voglia d’incontrarsi” emanato dalla Direzione della Casa Circondariale di Prato, dove i testi vengono dalla viva voce dei detenuti sex offenders, i più esclusi fra tutti e per ogni seduta il titolo viene deciso insieme alla fine. Sede privata è la piccola e “scomoda per i suoi 94 scalini casa” di Al-

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Alberta Bigagli con l’Assessore alla cultura del Comune di Impruneta

berta in Tre voci e una mano (1990) dove Michela ed Egeria parlano con Alberta che scrive. Intanto, scrive e pubblica per conto suo , perché “ciascuno di noi è ‘doppio’ in sé. Non c’è un sentire forte a cui basti un solo canto”. Premette L’Arca di Noè (1986) così: […] Ho parlato molto e anche scritto. Parlato, perché avevo amici. Scritto perché ho tenuto me stessa per amica e ho accettato lo specchio della parola fermata sulla carta. Occorre il coraggio esistenziale di dare alle proprie esperienze i loro nomi, il coraggio teatrale di far emergere le immagini suggerite dalla vita in atto.” E quando le chiedo dei suoi miracoli di maieutica in quei gruppi mi risponde “Non lo so, avveniva tutto spontaneamente. E solo uno ha lasciato le sedute in tutti quegli anni.” Giuseppe Baldassarre, critico letterario e italianista, che è stato gomito a gomito con lei nei corsi di scrittura organizzati per un paio di anni alla Biblioteca di Parte Guelfa e alla sala Lorenzo della Nazionale e da lei coinvolto per es.

alle Piagge con Don Santoro, si dice “stupito dall’eterogeneità delle relazioni sociali e culturali che riusciva a coltivare come dall’acume con cui dava un giudizio, poche parole appropriate su un testo o un autore, anche ascoltato per la prima volta”. Condivido la sua scelta: “Il Linguaggio – La mia parola è facile vivace e si muove quasi da sola/ma non è sufficiente a esternare tutti i suoni e i colori/che dentro me da sempre vanno danzando rubando la quiete./Senza fretta comunque io mi preparo a usare mezzi nuovi./so che nel mio futuro ci sarà una stanza oltre il buio/e vedo il gioco delle luci sul cavalletto alla vetrata/dove godendo io posso impastare le tinte con passione/come vorrei far tutto in questo mondo che frena e avvilisce./Al quale manderò da quel momento i miei messaggi lieti.”(Tre voci e una mano 1990) Solo pochi steli dall’immenso mazzo di fiori che è stata questa vita di Alberta dei miracoli. Leggete il suo sito www. albertabigagli.it.

Alberta dei miracoli


di Susanna Cressati Nel 2015 con Simone Siliani avevamo appena cominciato a cercare, leggere, analizzare documenti e temi che avremmo riversato poi nel libro “Berlinguer. Vita trascorsa, vita vivente”. Fin dai primi passi ci eravamo imbattuti in una notevole difficoltà nel reperire i materiali originali a cui volevamo attingere e subito diventò quotidiana per noi l’abitudine di scandagliare l’archivio storico digitalizzato dell’Unità, strada maestra e veloce per chi avesse voluto, come noi, avere a disposizione documenti della direzione nazionale del Pci, tesi e interventi congressuali, molti discorsi del segretario riportati integralmente. Una vera e propria miniera che offriva le sue pepite d’oro con la semplicità che solo può essere il risultato di un lavoro complesso e fatto bene. Un giorno improvvisamente, e incomprensibilmente, il canale si spense. Una intricata vicenda societaria, con risvolti giudiziari altrettanto complessi, portò circa un anno fa all’oscuramento del prezioso deposito storico, in seguito parzialmente ritrovato nei meandri del deep web, disponibile a un indirizzo internet consultabile solo con il browser Tor e, dicono, frequentato da un paio di centinaia di persone ogni giorno. Mentre scrivo alzo gli occhi dalla scrivania e osservo le due copie originali dell’Unità, una del 1943 e una del 1944, che mi furono regalate molti anni fa. Non posso fare a meno di pensare a quegli anni di fuoco, quando c’era chi rischiava la vita per far uscire dalle tipografie segrete (ce n’era una vicino a casa mia) questi foglietti ingialliti, sui quali Palmiro Togliatti esortava alla “lotta senza quartiere contro nazisti e fascisti”. E penso con amarezza che l’Unità, il giornale in cui ho lavorato per venticinque anni della mia vita professionale, è tornato di nuovo nella clandestinità. La storia dell’archivio digitalizzato dell’Unità non è solo una storia triste. E’ una storia che fa orrore all’intelligenza, alla memoria, alle ragioni della nostra democrazia e a tutti coloro che, illustri o ignoti, hanno lavorato per fondarla, svilupparla, difenderla. A denunciare con grande forza la situazione è stato un anno fa Pietro Spataro sul suo blog e oggi di nuovo torna alla carica il sito Strisciarossa, mentre le dichiarazioni di Walter Veltroni (“È un assassinio della memoria, l’indisponibilità a tenere in rete questo patrimonio è un atto di violazione di elementari principi di civiltà culturale. Lì dentro c’è la storia del fascismo, della resistenza,

L’archivio clandestino della liberazione, della ricostruzione, della sinistra, del movimento operaio, dei partiti, del sindacato...”) vengono rilanciate in prima pagina da Repubblica.it. Tutti invocano un intervento pubblico per salvare quello che a tutti gli effetti è un pezzo di storia politica, sociale, culturale e giornalistica del nostro paese, un vero e proprio patrimonio nazionale. Confesso che, nonostante queste uscite, i meccanismi di quanto è accaduto non mi risultano del tutto chiari. Le conseguenze però sì, e nessuno le conosce meglio di chi ha frequentato l’archivio per tanti anni, per ragioni professionali, politiche, di studio, di approfondimento e vorrebbe ancora avere la possibilità di farlo. Chiarissima è infine la responsabilità di quanti, in questi anni, hanno gettato al vento consapevolmente un patrimonio, una presenza, una realtà politica e culturale diffusa, autorevole, originale, radicata. Sono d’accordo con chi, analizzando le vicende più o meno recenti della politica, sostiene che tutto ciò non era affatto inevitabile. E di conseguenza che non era ineluttabile che a questa “sparizione” si accompagnasse anche l’eclissi degli strumenti che quel patrimonio avevano contribuito a formare, sostenere e divulgare.

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1982 Carlo Cantini a New York di Carlo Cantini

Graffiti in metropolitana

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