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Numero

3 giugno 2017

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Capitani coraggiosi Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

Maschietto Editore


NY City, 1969

La prima

immagine Tutti i giorni mi alzavo abbastanza presto e, senza un ordine particolarmente preciso, lasciavo l’appartamento dei miei amici e iniziavo a camminare per la città alla ricerca si nuove visioni e nuovi incontri. Spesso non restavo sulla “main street” ma mi addentravo nelle traverse laterali alla ricerca di spunti quasi sempre più interessanti di ciò che si poteva incontrare camminando nei luoghi più conosciuti.i Queste atmosfere più raccolte e più intime restituivano allo sguardo immagini a me decisamente più familiari ed a misura d’uomo.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


Numero

3 giugno 2017

Dario Washington Le Sorelle Marx

L’eclisse del professore I Cugini Engels

Quadrettoni e fascia tricolore La stilista di Lenin

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Riunione di famiglia

In questo numero La lezione di Berlinguer di Aldo Bondi

Peeled di Claudio Cosma

Fieramente intellettuale di Mariangela Arnavas

Ritratto spirituale dell’universo-Giappone di Paolo Marini

Non tutto è in vendita di Antonio Natali

I di Volo nell’arte di Cristina Pucci

Fiamminghi fiammanti di Alessandro Michelucci

Dove zappano i lombrichi di Dino Castrovilli

Segno e fotografia (reprise) di Danilo Cecchi

Neanche il riformismo è un pranzo di gala di Michele Morrocchi

Storia del by-pass del Galluzzo - 7 (fine?) di John Stammer

e Laura Monaldi, Massimo Cavezzali, Lido Contemori, Annamaria Piccinini, Mariangela Arnavas, Remo Fattorini...

premio letterario

PRIMA EDIZIONE 2017

Direttore Simone Siliani

Briciole, il racconto secondo classificato è a pagina 16 Redazione Gianni Biagi, Sara Chiarello, Aldo Frangioni, Vittoria Maschietto, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Progetto Grafico Emiliano Bacci

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di Aldo Bondi Nella risposta , pubblicata nel 1977 su «Rinascita», alla lettera scritta un anno e i mezzo prima da mons. Bettazzi, Enrico Berlinguer parla dei «maestri del pensiero politico rivoluzionario» e della loro «grande, vivente lezione (che non è e non può essere un “credo ideologico”)», ovvero del patrimonio di orientamento ideale e culturale, «inteso e utilizzato criticamente come insegnamento, non accettato e letto dogmaticamente», a cui i comunisti italiani e molteplici movimenti di liberazione nel mondo hanno attinto e continuano ad attingere per affrontare i problemi del loro paese e del loro tempo. Al di là delle cautele del linguaggio politico, il legame con i «fondatori del movimento comunista» è definito dal segretario del PCI come il rapporto che si instaura tra maestro e allievi in una scuola che non ha per fine dell’insegnamento la riproduzione di se stessa: “Che meraviglioso – diceva il priore di Barbiana – da vecchi prendere una legnata da un figliolo perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia, è qui il fine ultimo di ogni scuola: tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere. Solo allora la vita di quella scuola o di quel maestro ha raggiunto il suo compimento e nel mondo c’è progresso”. Oggi, a oltre trent’anni di distanza dalla sua morte, e in un periodo di profonda crisi politica e culturale, oltre che economica, tocca a Berlinguer entrare nel novero degli antenati a cui rivolgersi per verificare se la sua «lezione» sia oggi «vivente» e, nello stesso tempo, per capire se i suoi figli-allievi siano diventati ‘uomini’ o se, irretiti nel mito, non sappiano ancora camminare sulle proprie gambe. Per farlo occorre naturalmente ricostruire il pensiero e l’azione di Berlinguer nel contesto del suo tempo, selezionare gli elementi dinamici e le intuizioni ritenute ancora capaci di ‘mordere’ la realtà attuale e, soprattutto, cercare di afferrare il senso e le linee di fondo di un «insegna-

mento» che metta in condizione gli allievi-figli di dare risposte al proprio tempo, non importa se difformi da quelle espresse dal ‘maestro’ in altro momento storico. Passi significativi in questa direzione sono compiuti nell’interessante e originale Berlinguer. Vita trascorsa, vita vivente di Susanna Cressati e Simone Siliani, il libro a più voci già recensito su Cultura commestibile, al quale accenno perché in molte delle interviste che il volume raccoglie è motivo ritornante uno dei nodi nevralgici da affrontare se si vuole definire la lezione di Berlinguer. Mi riferisco alla questione, tutt’altro che marginale, se i dodici anni della sua segreteria si debbano leggere come il perseguimento coerente di

un’unica strategia politica , sia pur declinata in forme diverse in due momenti distinti, o se invece, si debba parlare, come vorrebbe un ‘luogo comune’ della vulgata politica e, in parte, storiografica, di due fasi e di due strategie: quella 1972 –1979, caratterizzata dal compromesso storico tra DC e PCI, e quella 1980-1984 dell’alternativa democratica senza la DC. Alla prima fase espansiva, sarebbe seguita, dopo il fallimento della politica alta, la seconda, di ripiegamento e arroccamento, segnata invece dall’attenzione ai movimenti e dall’operaismo: al Berlinguer ‘politicista’ degli anni Settanta sarebbe subentrato il Berlinguer ‘movimentista’, quello più vicino ai problemi del nostro tempo.

La lezione

Berlinguer di

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È evidente che il discrimine tra queste due letture è costituito dall’interpretazione e valutazione del compromesso storico. Se la proposta politica di ampio e lungo respiro, definita, nel 1973, di «alternativa democratica» – nell’ambito DC si sarebbe invece preferita l’espressione «terza fase» – e illustrata nei tre famosi articoli Riflessioni sull’Italia a partire dai fatti cileni, viene ridotta ad una formula di governo, fondata sull’accordo tra i due partiti maggiori per togliere spazio ai partiti minori relegandoli ad un ruolo marginale e, addirittura, per creare un regime repressivo, come gridavano alcuni del movimento del 1977, si continuano a perpetuare le insinuazioni e valutazioni strumentali emerse nel dibattito e nella lotta politica degli anni Settanta. Dimenticando così che la strategia avanzata da Berlinguer per una collaborazione e un accordo tra le forze popolari di ispirazione comunista, socialista e laica, con quelle di ispirazione cattolico-democratica, aveva il fine esplicito di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento della società e dello Stato italiani. E questo necessariamente sulla base di un consenso di massa tanto ampio da poter resistere agli inevitabili contraccolpi delle forze più conservatrici presenti nei vari partiti (a partire dalla stessa DC) e contrastare i disegni, contrari al conseguimento anche in Italia di una democrazia compiuta, perseguiti, quasi in sinergia, sia da chi aveva alimentato la strategia della tensione sia dal terrorismo brigatista. Sappiamo come sono poi andate le cose. Come questo progetto abbia trovato solo una

parziale applicazione, prima con l’astensione del PCI sul governo Andreotti (1976-77) e poi nell’esperienza dei governi di solidarietà nazionale (1978-79), colpita fin dal suo avvio con l’omicidio di Aldo Moro, il principale interlocutore di Berlinguer, e poi scompaginata dall’aggressiva e divisiva impostazione del PSI di Craxi e dalla nuova linea del « preambolo» promosso nella DC da Donat Cattin. Ma sappiamo anche quale sia stato il contributo che quel disegno ha dato per la tenuta democratica del Paese (e non solo) negli anni più bui della storia repubblicana, così come non si può non ricordare che le due proposte ritenute più attuali del ‘secondo’ Berlinguer, l’austerità e la questione morale, sono nate all’interno della strategia del compromesso storico come suoi tratti costitutivi. Trascurare gli elementi di continuità tra il primo e il secondo Berlinguer, attribuire al gioco variabile delle dinamiche politiche di casa nostra il ruolo determinante di un cambio di strategia, di una ‘svolta’ fondamentale e, nello stesso tempo, non considerare il rispetto della complessità e la sobrietà – concepita alla stregua di Gramsci come consapevolezza dei limiti (propri, del proprio partito, delle risorse del Paese e del mondo…) – come tratti caratterizzanti dell’uomo e del politico Berlinguer, oppure non tenere in debito conto l’attenzione costante rivolta al contesto internazionale entro cui le questioni italiane erano (e devono essere) analizzate e discusse (con un passaggio continuo dal particolare all’universale e viceversa) sono operazioni non solo scorrette sul piano filologico, ma non permettono di cogliere la lezione più utile per un tempo come il nostro, così poco avvezzo, nonostante la globalizzazione, ad uscire dal proprio “particulare”. Il passaggio dal primo al secondo Berlinguer, da intendersi come momenti distinti in cui una medesima strategia ha assunto forme e interlocutori diversi, è stato determinato, più che da una risposta alle mosse di Craxi, Donat Cattin e Forlani, da una serie di eventi internazionali altamente significativi. La rivoluzione khomeinista in Iran (1979) che portò alla ribalta, in misura maggiore della Libia di Gheddafi, la portata destabilizzante di una religione come l’islamismo. L’invasione russa dell’Afghanistan che rivelò il volto (o la degenerazione) imperialista dell’URSS. Il rapporto Brandt (1980) che denunciava la stretta interdipendenza tra Nord e Sud nel mondo e la necessità, per i paesi del Nord, di cambiare urgentemente passo e politica. La corsa agli armamenti nucleari e il dispiegamento dei missili in Europa, che facevano parlare Erne-

sto Balducci di «collasso della civiltà produttiva; la bomba atomica come punto di approdo delle ragioni che sono all’origine della rivoluzione industriale occidentale e dell’idea di progresso. L’equipollenza formulata da Bacon tra sapere e potere: una razionalità occidentale congenitamente affine con la volontà di potenza». Alla riscoperta delle dinamiche della violenza si accompagnava la consapevolezza di uno sviluppo tecnologico che porta con sé un deperimento costante della qualità umana – a un di più di sviluppo corrisponde un di meno di qualità di vita – e un corrodersi delle speranze. Assumere allora, nel 1981, la causa della pace significava abbracciare il tema della crisi antropologica che avrebbe caratterizzato il «terzo millennio». La percezione di questa cesura epocale, che spingeva Balducci a fare del Vangelo l’annuncio della società non violenta e dell’uomo planetario, impegnava Berlinguer, politico «copernicano» e non «tolemaico», a tradurre diversamente la strategia del PCI ma sempre in termini razionali e politicamente praticabili. Portare a termine «il lento strappo» – un felice ossimoro di Cressati e Siliani – da Mosca; elaborare una concezione laica e non totalizzante del partito; avvicinarsi con rinnovata attenzione ai movimenti (pace, liberazione della donna, giovani, ambientalismo) che della qualità della vita si facevano promotori; prendere atto del processo che stava mettendo in crisi il primato dello Stato nazionale – già allora si avvertiva che le comunità reali erano, da un lato, la tribù di appartenenza e, dall’altro, il pianeta – e lavorare per l’unità politica dell’Europa. Le sconfitte che costellano la storia di Berlinguer (dal compromesso storico alla battaglia per la scala mobile) sono la riprova dell’inadeguatezza della sua strategia e/o di gravi errori nella tattica, come potrebbe sostenere uno storicista di stampo hegeliano, o vanno invece annoverate come gli esiti provvisori di una concezione educativa e ‘profetica’ della politica, che, anziché cercare il consenso momentaneo accarezzando le pulsioni più radicali dell’individualismo, si propone come l’arte di cercare e dare insieme risposte di lunga durata ai bisogni che emergono dal corpo vivo della società? E, infine, non è forse vero che associare all’idea di sconfitta l’idea negativa di perdita appartiene alla «cultura di guerra» e che invece (penso alle ritornanti riflessioni di Simone Weil sul tema della sconfitta) secondo la cultura della pace e della non violenza l’uomo si realizza anche (o soprattutto) quando è sconfitto?

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Le Sorelle Marx

Dario Washington

Il nostro intrepido sindaco Dario Nardella ha una morbosa propensione a costruire una vera e propria epica del suo mandato a partire dalle cose più insignificanti. Giorni fa ha assunto la postura del generale George Washington che attraversa il fiume Delaware e inizia così la rivoluzione americana. Chi infatti non ricorda il quadro di Emanuel Leutze del 1851 raffigurante il generale George Washington in piedi sulla tolda di una incerta scialuppa, contornato da pochi indomiti rivoluzionari (fra i quali si riconosce il futuro presidente James Monroe che tiene alta la bandiera americana), che attraversa il tempestoso Delaware: l’epica della prima democrazia del mondo inizia lì, con quella immagine plastica eppure semplice. Così Dario Nardella ha voluto ricalcare quella immagine e lo abbiamo in un servizio del TG3 Toscana, visto ritto sulla prua di un barchino dei lenzuoli traversare l’invero placido Arno,

mento volitivo alla George Washington rivolto verso Pisa, accanto il fido Erasmo D’Angelis (purché a questo non capiti la stessa sorte di Monroe che succedette a Washington!), piglio da eroica e perigliosa impresa. Solo che mentre la traversata del Delaware accese la miccia della rivoluzione americana, il nostro primo cittadino ha voluto controllare di persona lo

straordinario, strepitoso e rivoluzionario … sfalcio dell’erba sulle sponde dell’Arno. Ogni paese, diremmo, ha i condottieri e l’epopea che si merita.

La stilista di Quadrettoni e fascia tricolore Lenin L’azzurro, saranno le radici partenopee, piace molto al sindaco Nardella. In particolare azzurri vistosi, elettrici, non proprio adattissimi alla figura e alla carnagione del primo cittadino, ma sul colore ho sorvolato più di una volta, oggi però mi è impossibile tacere. Alla premiazione della talentuosa stilista Guo Pei, ha esagerato presentandosi con una giacca azzurra a quadri di dimensioni enormi, la cui quadrettatura bianca spiccava non certo per buongusto sulla fascia tricolore. Una giacca difficilissima da portare anche per un modello norvegese androgino, figurarsi per una figura istituzionale. Insomma caro sindaco non amiamo i voltagabbana in politica e la sua fedeltà al renzismo non è mai stata messa in discussione, ma in questo caso, almeno per l’occasione, faremmo un eccezione.

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Nel migliore dei Lidi possibili disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

Il prossimo Fedele (non Confalonieri) premier del Fronte Animalista

I Cugini Engels

L’eclisse del professore Il professore , politologo, esperto di sistemi elettorali, frequentatore di talk show e di salotti, guru del renzismo, Roberto D’Alimonte forse non si è accorto che su Wikipedia, nell’ultima riga della pagina a lui dedicata, viene definito il padre dell’Italicum. Fossimo in lui faremmo di tutto per togliere questo riferimento dalla rete. Dopo che i resti della “sua legge” risalgono in disordine e senza speranza le valli giuridiche che avevano discese con orgogliosa sicurezza, sconfitte in modo irreparabile e clamoroso dalla Corte Costituzionale, ci chiediamo come faccia a insegnare ancora, come Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche,

agli studenti dell’ Università Luiss “Guido Carli”. Ma il nostro emerito professore, imperterrito nonostante il ridicolo, non si limita a questo. Continua a pontificare sulla bontà o meno delle varie ipotesi di legge elettorale che la politica sta disperatamente cercando di formulare (ormai, e inspiegabilmente per lui, senza il suo assenso e coinvolgimento naturalmente). Molto meglio si è comportato il suo collega Carlo Fusaro che dopo la bocciatura della riforma costituzionale, che lui aveva sostenuto, anzi quasi sospinto, ha scritto un altezzoso e scontroso articolo sul Corriere Fiorentino facendo capire che non ce lo meritavamo e

si è eclissato. Eclissarsi è un’arte rara per chi è abituato a stare sempre sulla scena. Onore delle armi a Carlo Fusaro.

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Anna Boschi di Laura Monaldi Dopo più di cinquant’anni di attività, provocazione e riflessione sul sistema comunicativo dell’Arte contemporanea, la Poesia Visiva, la Mail Art e la pratica del Libro d’Artista non smettono di stupire, ponendosi al pubblico in tutta la loro originalità e individualità. Su questo versante l’opera d’Arte di Anna Boschi si esprime con una sensibilità unica e inedita, facendo del collage e del libro un’occasione di sperimentazione libera e consapevole delle infinite possibilità che la comunicazione artistica può creare nel momento interpretativo. Nelle opere di Anna Boschi si avvicendano in senso critico le analogie e i paradossi delle relazioni umane, mediante una creatività saggia capace di unire sapientemente immagine e parola, scrittura e pittura in un’armonia visiva dall’alto slancio poetico e riflessivo. Anna Boschi è un’operatrice culturale profonda che, fin dagli anni Sessanta, ha sapito cogliere le grandi trasformazioni storiche e culturali, analizzando la sensibilità umana oltre il Sistema. La peculiarità della sua ricerca sovrasta le sovrastrutture contemporanee e si insinua nell’intimo sociale per porre agli occhi dello spettatore una realtà nuova, filtrata dal senso comune e colma di concettualità, distinguendosi come una personalissima prassi che non si omologa al mercato ma procede per la sua strada, in quanto impegno sociale e civile sempre ancorata al proprio presente. Quella di Anna Boschi è un’Arte tutta da riscroprire e degna di essere rivalutata alla luce delle nuove tendenze: la sua forza espressiva, comunicativa e versatile - tanto da fare di lei anche una performer - ripropongono la ricercatezza formale come alto slancio estetico, distanziandola dalle esperienze artistiche passate per qualificarla come un’instancabile indagatrice e sperimentatrice di pratiche e riflessioni.

Per tutte le occasioni, 1969 Collage su tavola cm. 25,5x18,5 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

8 3 GIUGNO 2017

Paradossi e analogie


Musica

Maestro di Alessandro Michelucci Alcuni dei luoghi comuni che continuno a circolare sulla Svizzera sono gli stessi che riguardano il Belgio: entrambi paesi pieni di banche e di uffici, privi di “creatività mediterranea”, famosi soltanto per la cioccolata e per il formaggio… Ancora una volta, però, la musica può aiutarci ad archiviare questi stereotipi datati. Entrambi i paesi hanno una ricchezza preziosa: la varietà linguistica. In Svizzera si parla tedesco, francese, italiano e romancio. Il Belgio, se si vuole essere precisi, non è un paese bilingue, ma rimane composto da due regioni monolingue: in Vallonia si parla il francese e nelle Fiandre il fiammingo, mentre ciascuna delle due parti ignora generalmente la lingua dell’altro. Esiste inoltre una piccola minoranza germanofona. Il contatto quotidiano con varie lingue stimola una forte sensibilità nei confronti della varietà culturale. Questa si riflette anche sulla musica. Lo conferma il Trio Dhoore, un gruppo fiammingo che prende nome dai tre fratelli che lo compongono: Koen (ghironda), Hartwin (fisarmonica diatonica) e Ward (chitarra e mandolino). Il loro terzo CD, Momentum, (Appel Rekords, 2016) segue Modus Operandi (2013), Parachute (2015), entrambi pubblicati dalla stessa etichetta. A conferma della varietà culturale suddetta, il nuovo disco fonde un minuetto fiammingo con una polka svedese (“Flandinavian”). L’iniziale “Transatlantic Groove” è allegra e ritmata, mentre la delicata “Endless Dancing” è venata di malinconia. Diversamente dai lavori precedenti il trio propone anche tre brani cantati. I testi sono di Marc Hauman, che in due pezzi compare anche come interprete vocale. Con pochi strumenti e tanta passione, il trio riesce a proporre una musica fresca e varia. Valzer e mazurche, umori celtici e mediterranei si susseguono e si intrecciano felicemente. Musica ballabile, ma non musica da ballo. Nonostante si tratti di una formazione at-

tiva da pochi anni, il trio ha già ottenuto avuto un riconoscimento prestigioso: nel marzo scorso la rivista Froots, la bibbia della musiche tradizionali, gli ha dedicato la copertina. Non solo, ma il direttore della rivista, Ian Anderson, ha curato personalmente un’antologia dei nuovi gruppi folk fiamminghi (Contemporary Folk from Flanders), dove il trio compare insieme ad artisti come Naragonia, Surpluz, Wör, etc. I diciotto brani sono scaricabili gratuitamente (www. frootsmag.com/content/freecd/flanders

Fiamminghi fiammanti SCavez zacollo

disegno di Massimo Cavezzali

9 3 GIUGNO 2017


di Monica Innocenti Rosanna Trinchese è direttore artistico della Montecarlo Fashion Week: come nasce la tua passione per la moda? Credo faccia parte del mio Dna, mia mamma aveva un maglificio e poi un negozio di abbigliamento quindi sono cresciuta fra vestiti e maglieria. Fin da piccola volevo fare la stilista: disegnavo figurini ovunque e l’unica cosa che mi piaceva delle bambole era il poter cambiare gli outfits… Crescendo i sogni si scontrano con la realtà e, per mantenermi all’Università, iniziai a lavorare in teatro come assistente scenografa, costumista e truccatrice di scena (in qualche modo volevo restare legata al mondo della moda e dello spettacolo). Lavorando con gli artisti ho conosciuto una persona eccezionale, Matteo, vetrinista e stylist, che mi ha introdotto al mondo delle sfilate: era appassionante, un vero spettacolo di abiti, musica, accessori da inventare per dare uno stile alle varie collezioni (erano gli anni 70/80 e la professione di “stylist” non era così facile, non c’erano gli uffici stampa che prestano gli abiti e tutto andava creato, cucito, inventato… era fantastico) Nel frattempo studiavo agraria, volevo salvare il mondo e dedicarmi alla ricerca, ma la passione per la moda mi ha portato qua, il lavoro è cresciuto ed oggi mi divido fra shooting e sfilate di moda, fra la Toscana, Milano e Montecarlo, dove sono direttore artistico della Mcfashionweek Da quanti anni te ne occupi? Da quando è nata, 5 anni fa, all’inizio è stata veramente una scommessa, ma grazie alla tenacia e determinazione di Federica Nardoni Spinetta (presidente della Camera della Moda di Monaco) siamo riusciti ad avere personaggi come Philipp Plein, Stella Jean, Naomi Campbell, Chiara Boni, Tatiana Santo Domingo Casiraghi… Sei stata tu a scegliere gli stilisti? La scelta è stata fatta assieme alla Camera della Moda di Monaco. Cerchiamo di dare attenzione sia ai brand con una lunga storia alle spalle, sia alle start-up con grandi potenzialità di crescita. Questa professione, che è anche una passione, ti assorbe in modo completo? Questo è uno di quei lavori che puoi fare solo se ti piacciono: dall’esterno sembra tutto molto affascinante, ma in realtà c’è dietro un grande lavoro di mediazione e ricerca. È un lavoro di squadra dove servono collaboratori validi, persone molto preparate che parlino la tua stessa lingua e che abbiano la tua stessa passione e determinazione e… una volta che trovi la tua squadra sai che potrai affrontare tutto. E una tua giornata tipo in preparazione della Fashion Week?

10 3 GIUGNO 2017

Rosanna Trinchese una vita per la moda

Sono giorni di pura follia, non esistono giornate-tipo: in due giorni, dobbiamo far sfilare 30 stilisti! Quindi abbiamo due giorni per le sfilate e due giorni per effettuare le prove di queste collezioni sulle modelle ed è tutto in diretta: se c’è un errore, non è possibile recuperarlo. Effettuare 15 sfilate in un solo giorno e gestire 15 stilisti diversi richiede un team di collaboratori perfettamente organizzato… ed io credo di avere il miglior team del mondo! Qual è la tua opinione riguardo la moda? Secon-

Foto di

Pasquale Comegna

Mitoraj a Pompei

do te dove sta andando? Qual è il tuo stile nel vestire? Mi piace stare bene con me stessa e con quello che indosso, molto minimal, molto nero, tacchi bassi. Secondo me, da molti anni, la moda sta girando su se stessa: tutto passa e ritorna. E qual è il focus attuale? Si sta cercando molto la personalizzazione. Le persone desiderano qualcosa di unico e particolare:che sia la produzione di un artigiano, un piccolo tesoro da mercatino o un oggetto recuperato da un cassetto (quelle cose che vuoi sempre buttare via ma non lo fai mai perché “magari una volta potrei metterlo”). Quali sono i tuoi prossimi progetti? Come detto sono parecchio impegnata con quello che già sto facendo: shooting, sfilate, progetti (una cosa buffa che ti racconterò la prossima volta) spero che la Fashion Week di Monte-Carlo cresca diventando un riferimento per la moda.


di Mariangela Arnavas “Guardare rende meraviglioso il mondo. E il sesso, perfino...” , in questa frase si trova parte del senso di quest’ultimo romanzo di Hanif Kurehischi “Uno zero”, una celebrazione della fierezza dell’intellettuale e della sua capacità di godere del mondo anche quando il corpo lo rende difficile e quasi impossibile. Del resto Kurehishi lo dice esplicitamente “È come se ci fosse un confronto maoista, più che marxista, del popolo contro gli intellettuali”; è evidente che si sente assediato ,soprattutto dal tempo. Così nella storia Waldo, regista affermato e osannato dalla critica, vincitore di premi prestigiosi, scopre “una notte- proprio adesso che sono vecchio, malato, totalmente a secco di sperma e abbastanza pieno di problemi per conto mio” , che la moglie, di vent’anni più giovane, nella camera accanto alla sua , sta facendo l’amore con un altro uomo. Ma non ha nessuna voglia di arrendersi, anzi, la lotta contro l’avversario in amore gli restituisce una vitalità quasi incredibile; del resto , come dice l’autore “invecchiare non è roba per donnicciole. Pur con tutte le mie disabilità, Zee (la moglie indiana) ed io ce la spassiamo ancora. È faticoso, ma lo faccio per lei, il suo piacere è il mio”. E quello che proprio non tollera è che l’amante della moglie sia “un profittatore... uno che ti succhierebbe via il latte dal tè”, un uomo che era stato uno zero per il suo seduttore da ragazzino e che , da allora, continuava a sentirsi tale”, fino a meritarsi il titolo del breve romanzo. E sarà proprio la capacità di Waldo di individi Sergio Favilli Il nostro grande Sindaco metropolitano, cioccolatoso menestrello al secolo Dario Nutella si è ormai immedesimato nel ruolo di A.D. dell’omonima Nutella Immobiliare!! Senza un organico progetto urbanistico e culturale da molto tempo sta mettendo a gara preziosissimi immobili di proprietà pubblica senza per altro ottenere la benché minima considerazione degli investitori i quali, mangiata non solo la foglia ma anche l’intera chioma dell’albero, mandano deserte le aste con la certezza che dopo sei-otto mesi sarà indetta una nuova gara con importi inferiori : perché comprare oggi a 100 quando fra sei mesi posso acquistare a 80….. e così via!! L’ultima gara messa a bando riguarda le Gualchiere di Remole, antico edificio del 1200 dove la gloriosa arte della lana eseguiva le sue lavorazioni, un edificio di oltre 3000 mmq in riva all’Arno in splendida posizione, base d’asta

Fieramente intellettuale

duare i punti deboli del rivale, che veniva chiamato “patatina” dal suo seduttore di cui si era poi innamorato e l’intuizione della sua sostanziale inettitudine, come della sotterranea forza dell’amore di sua moglie che gli danno, pur con le sue disabilità, la capacità di lottare per la sopravvivenza del suo matrimonio. L’ironia e la vitalità della scrittura e del protagonista sono incantevoli e intriganti; il protagonista è in una situazione tragica: ha un passato di uomo forte ,volitivo trasgressivo e vede di giorno in giorno venire meno le sue possibilità e la sua autonomia ma la battaglia del suo spirito e la forza della sua immaginazione superano tutti gli ostacoli contro la morte del desiderio e la morte vera. Con l’IPad sulle ginocchia studia il diario del

suo nemico “sono sconvolto dall’esiguità delle sue entrate e dall’assiduità con cui va dal dottore. Quando fa l’amore mette una crocetta. Ammiro gli uomini che sanno organizzarsi.” Anche per questi ritratti a brevi segni sottili vale la pena di leggere questo romanzo . Ma, a differenza di quanto dichiara Michela Murgia, ovvero che non c’è nessun personaggio in cui ci si possa identificare in questa narrazione, a me sembra quasi impossibile non sentirsi vicini a Waldo, alla sua intelligenza, allo sguardo narcisistico ma anche spietato su se stesso e il resto del suo universo, quasi sempre limitato al suo appartamento londinese: “in tanti film c’è un voyeur , e io sono perfetto per la parte, ho la pazienza di un James Stuart”, dichiara citando “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock. Hanif Kureishi è romanziere, drammaturgo e sceneggiatore; ha scritto , tra l’altro, la sceneggiatura di My beautiful Laundrette e dal suo romanzo “Nell’intimita’ “è stato tratto il film di Patrice Chereau “Intimacy” , vincitore del festival di Berlino 2001; recentemente si dedica a comporre, insieme ai figli, sceneggiature per le serie TV e ha detto “è un piacere nuovo ed è una fortuna riuscire a trovare nuovi piaceri con il tempo che passa”, una filosofia sottesa a tutta la narrazione di Uno zero.

La storia di Firenze in svendita iniziale 2,2 milioni di euro, praticamente il co-

sto di 3 o 4 villette a schiera. INAUDITO!! Da molti anni su questo immobile esiste un progetto di riqualificazione addirittura dell’Unesco e da fonte certa ci risulta che anche presso il Comune di Bagno a Ripoli, amministratore di quel territorio, le idee innovative su un utilizzo pubblico ed artistico degno di questo nome non mancano. Anche i cittadini sono veramente indignati che un simile reperto storico finisca per diventare l’ennesimo resort a 25 stelle ad uso e consumo esclusivo di casuali riccastri ai quali la storia delle Gualchiere e della Città di Firenze interessa men che meno!! La vendita delle Gualchiere si va ad aggiungere ad altre sciagurate simili iniziative che riguardano Vil-

la Rusciano, progettata dal Brunelleschi e Villa Mondeggi con il suo immenso patrimonio agricolo. Nardella…..svegliati!! I cittadini non son pecorelle o caprette da accarezzare e blandire prima delle elezioni, non son pecorelle e caprette da ignorare durante il mandato elettivo, non son pecorelle e caprette da tosare e inchiappettare con dismissioni di beni pubblici svenduti al peggior offerente, le pecorelle e le caprette qualche volta diventan montoni e caproni dotati di robuste corna decisamente ostili nei confronti di chi non li sa ascoltare e sempre pronti ad incornare chi li fa troppo innervosire.

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di Danilo Cecchi Il discorso semiotico e linguistico sulla fotografia trova difficoltà a svilupparsi, e si arena di fronte alla eccessiva ed imbarazzante “somiglianza” del segno fotografico con il suo referente, di fronte alla difficile definizione della “specificità” del linguaggio fotografico, e di fronte alla infruttuosa ricerca di quelle “unità minime” su cui dovrebbe basarsi ogni linguaggio capace di articolazione. Un approccio puramente linguistico al mondo delle immagini fotografiche si rivela inefficace, perché mentre la linguistica classica si basa sul riconoscimento certo di elementi minimi di base (fonemi) articolando i quali si giunge a formulazioni complesse e significanti (parole e frasi), nelle immagini in genere, e nelle immagini fotografiche in particolare, risulta difficile, se non impossibile, isolare gli elementi minimi del linguaggio. Un primo tentativo di costruire una teoria per una semiotica generale della fotografia viene condotto da René Lindekens (1927-1980), convinto assertore della specificità e della autonomia del linguaggio fotografico. (Elements pour une sémiotique de la photographie, 1971 - Essai de sémiotique visuelle, 1976). Lindekens formula la teoria delle unità minime della comunicazione fotografica, sia sul piano dell’espressione (tecnica fotografica) che su quello del contenuto (linguaggio iconico), denominandole “morfemi iconici”, ma senza tuttavia riuscire ad articolare un metodo universalmente valido. Riconosce tuttavia che le immagini fotografiche non sono soltanto un comodo sostituto del reale, per cui diventa possibile verificarne la linguisticità, restituendo alle singole immagini il significato ed attribuendo alle cose il loro valore di segno. L’occhio del fotografo è un organismo che seleziona, organizza e discrimina, elaborando e costruendo significati. Da parte sua Algirdas Julien Greimas (1917-1992), il fondatore della semiotica strutturale, attribuisce ai linguaggi visivi, fra cui la fotografia, non tanto il carattere di linguaggi specifici, quanto il carattere di “espressioni di un sistema semiotico” definito “semiotica plastica”. Pur essendo puramente virtuale, questo sistema riconosce che anche le immagini fotografiche hanno un “senso”, in quanto si presentano come un “discorso”, e si prefigge di applicare ad esse una analisi discorsiva basata sull’espressione di determinate categorie. In opposizione ai sistemi simbolici che funzionano in base ai segni, le immagini vengono raggruppate in sistemi “semi simbolici” che funzionano per categorie. Dalle teorie di Greimas si sviluppano come è noto la semiotica dell’arte e la semiotica del cinema, mentre fatica a prendere corpo una semiotica compiuta delle immagini fotografi-

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che, attorno alla cui costruzione continuano a lavorare altri studiosi della materia, con esiti diversi. Fra di essi Omar Calabrese (1949-2012) arriva a considerare le immagini fotografiche come testi, individuando gli elementi, o fattori, che costituiscono tali immagini, al di là della rappresentazione del contenuto iconico, e distingue quattro fasi organizzative, dalla “mise en scéne” antecedente alla “ripresa”, cosciente o intuitiva, ma sempre “coltivata” ed “educata”, alla fase della “ripresa” in cui un “occhio enunciante” sceglie in maniera definitiva il punto di vista, l’angolazione, il taglio, la luce, la messa a fuoco e la durata dell’esposizione. Segue l’organizzazione della “registrazione”, con la scelta monocromatica o dei colori, fedeli o arbitrari,

Segno e fotografia (reprise)

e la scelta di definizione, sensibilità, contrasto e dettaglio. L’organizzazione della stampa, o manipolazione dell’immagine registrata, completa il “fare fotografico” con un ultimo tocco di “regia”, tale da concretizzare quanto previsto nella fase iniziale, e produrre “l’oggetto di scambio comunicativo” definitivo, ma ancora suscettibile di modi di fruizione diversi che possono alterarne le caratteristiche comunicative. Calabrese individua inoltre la doppia spazialità e la doppia temporalità come le principali caratteristiche “semiotiche” delle immagini fotografiche, ed individua con chiarezza come il “fare” fotografico dipenda in maniera esclusiva dal saper maneggiare gli unici due strumenti veramente tipici del fotografo, non gli obiettivi o gli otturatori, ma semplicemente quegli strumenti che vengono messi gratuitamente e liberamente a disposizione di tutti, lo spazio ed il tempo.


di John Stammer Lunedi 29 maggio ore 10,30. La fila sul Raccordo Autostradale Siena Firenze per uscire verso il casello di Firenze Impruneta è lunga alcuni chilometri. Sulla via Senese in direzione dello stesso casello in uscita dalla città la coda inizia dall’abitato del Galluzzo. E’ l’ultima vendetta del traffico prima dell’apertura del By Pass del Galluzzo. Tutti fermi in attesa, anche le autorità. Un poliziotto, da ore al sole per regolare il traffico, modificato improvvidamente proprio quella mattina, alla rotonda che ospita la statua di Marcello Guasti ( Terra Aria Acqua Fuoco è una fontana alla quale manca l’acqua che assume ancora di più l’aspetto fallico voluto dall’artista), risponde in malo modo ad un automobilista che protestava. La cerimonia inizia con circa mezz’ora di ritardo. All’interno della galleria di Poggio Secco le autorità cittadine, i ministri, il presidente di Autostrade parlano. L’applauso maggiore lo riscuote il sindaco di Firenze Dario Nardella quando ricorda che quest’opera l’hanno costruita gli operai e i tecnici ( in molti di loro sono presenti). Autostrade per l’Italia ricorda gli altri lavori in corso nell’area a cominciare dalla terza corsia fra Barberino di Mugello e Calenzano e fra Firenze Sud e Incisa, e anche l’altro By Pass, più piccolo ma ugualmente importante, per la frazione delle Cascine del Riccio, che aprirà entro la fine del 2017. Ma nessuno ricorda il passato, chi quest’opera l’ha fortemente voluta. Forse un saluto da parte di Mario Primicerio, a testimonianza e rappresentanza di tutti coloro che sul finire del secolo scorso dettero vita agli accordi per realizzare quest’opera costata oltre 60 milioni di euro, sarebbe stato doveroso. Ma tant’è. Oggi festeggia chi c’è. Anche alcuni cittadini del Galluzzo si sono avventurati nella galleria per annusare l’aria e partecipare ad un evento che porterà a cambiamenti importanti nella vita del piccolo paese nell’estremo lembo sud del territorio del Comune di Firenze. Cittadini che parlano, si scambiano commenti, sorridono soddisfatti ma anche con ironia sul tempo infinito della costruzione. Cittadini che si ritrovano nel pomeriggio nella piazza del Galluzzo. “Ma tu ci sei già passato?” dice un abitante, che si è appena fermato con la motocicletta e il casco ancora in mano, ad un suo amico. “Io non ancora ma so che è stato aperto alle 14. Me lo ha detto Andrea che ho incontrato dieci minuti fa e che ha già fatto un giro”. “Allora guarda mi metto di nuovo il casco e ci faccio un giro anche

L’inaugurazione

Storia del by-pass del Galluzzo

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io. Ciao a dopo.” Curiosità coltivata per anni, con quel cantiere che non si sapeva se continuava o meno, che improvvisamente può essere soddisfatta. Questa era la sensazione nel primo pomeriggio del 29 maggio al Galluzzo. In fondo è solo una strada ma nel pensiero collettivo degli abitanti del Galluzzo questa strada era diventata il loro riscatto, la possibile rinascita di un borgo sulla via per Siena che era sempre stato, in questi ultimi 40 anni, ricordato solo per il suo dannato traffico. Ora finalmente potrà sfuggire da questa “maledizione”. A cominciare dalle prossime feste nella piazza Acciaiuoli. (fine?)

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di Remo Fattorini Tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, svizzeri e persino australiani insieme a pochi italiani. Uomini e donne, adulti, anziani e qualche giovane. Tutti in cammino sui sentieri toscani della Via Francigena. È stata questa la compagnia con cui ho condiviso i poco più di 100 km di sentieri, strade bianche e tratturi tra Siena e Radicofani. La Francigena toscana sta prendendo quota. Cresce la notorietà e il richiamo di queste terre è forte. Sono in molti a partire da Lucca e poi giù, chi fino a Siena, chi fino a Viterbo e chi chiude in bellezza arrivando fino in piazza San Pietro. Fatto sta che ogni anno l’affluenza dei pellegrini cresce. Al Centro Crespi di Ponte d’Arbia, primo posto tappa dopo Siena, l’anno scorso hanno pernottato in 3mila, tanti quanti a Radicofani o a S. Quirico d’Orcia. Paesi che hanno ritrovato una nuova vitalità grazie proprio ai pellegrini e ai viandanti che sempre più numerosi percorrono questi sentieri, e lì si fermano per riposare, pernottare e recuperare energie frequentando trattorie e botteghe. Si parte da Siena. Nella città del palio pernotto nella casa delle Balie, un edificio del S. Maria della Scala appena ristrutturato. Trascorro il pomeriggio lungo le stradine del centro tra Porta Romana, piazza del Campo e il Duomo dove mi ritrovo davanti Obama e Michelle, anche loro da queste parti. Passanti e turisti scattano foto, fanno video, applaudono. Loro stanno al gioco e salutano sorridenti. Da Siena a Ponte d’Arbia fino a Buonconvento non si parla d’altro. Nei giornali, nei bar, nelle botteghe e nei commenti tra la gente si parla solo di Obama. Tutti d’accordo nel dire: molto meglio lui di Trump. Da Siena parto la mattina presto. Alle 6.30 la città dorme. In giro solo qualche furgone della raccolta rifiuti e rari, frettolosi passanti. Al bar sono il primo cliente. Quando la città si sveglia Siena è già alle mie spalle. Cammino su trade bianche, attraverso colline, sfioro campi di grano e di girasoli. A metà strada incontro un tedesco e insieme si prosegue verso Ponte d’Arbia. Si chiama Henning, arriva da Hessen ed è in cammino da Lucca, gli piace l’Italia e vorrebbe imparare l’italiano. Si inizia subito con i nomi delle cose che incontriamo. La “lezione” prosegue per l’intera serata, tra il relax e la cena nella trattoria proprio davanti al centro Cresti. Seconda tappa, da Ponte d’Arbia a Montalcino. Si riparte la mattina alle 7 tra saliscendi e crinali fino a Buonconvento dove ci salutiamo: lui prosegue lungo il percorso classico, io scelgo la variante che passa da Montalcino, poi S. Antimo per ritrovare la Francigena a Bagno Vignoni. Cammino in solitario attraverso vigne, cantine e agriturismi fino al ripido strappo finale che porta

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In cammino sulla Francigena nel borgo medievale, capitale del famoso Brunello. Qui la Francigena non ha sfondato, il paese è concentrato solo sui turisti del vino. Mi sento straniero in casa mia: non ci sono pellegrini e ovunque, tra bar, gelaterie e negozi si parla solo inglese. Riesco a trovare da dormire in uno dei pochi affittacamere con posti ancora liberi. Tiro il fiato e in attesa della cena faccio la conoscenza con questo borgo, tra enoteche, cantine e trattorie. Consigliata la visita agli spalti della fortezza trecentesca, da cui si domina le valli dell’Asso, dell’Ombrone e dell’Arbia e lo sguardo fugge dall’Amiata all’isola d’Elba. Terza tappa: Montalcino, S. Antimo, Bagno Vignoni. Il percorso, ad eccezione del primo breve tratto, scorre tutto tra i boschi attraverso strade bianche e sentieri in mezzo ai fiori di ginestra e di rose canine. Ogni tanto si aprono piccoli spazi riempiti da vigne circondate da lecci, querce e dal silenzio. Prima di arrivare a S. Antimo, lungo un percorso poco segnalato, si incontrano due piccoli borghi rurali ben recuperati, Villa a Torri e La Magia. E poi finalmente si intravede l’abbazia giù in fondo alla vallata tra ulivi e vigne. Il luogo è magico e ti ricarica di vitalità. S. Antimo risale al IX secolo, all’epoca del Sacro Romano Impero. La cappella fu costruita da Carlo Magno come segno di ringraziamento per lo scampato pericolo dalla peste delle sue truppe. Riparto, in direzione Bagno Vignoni. Il percorso, tutto in solitaria, prosegue immerso nella natura in un susseguirsi di ripidi saliscendi, prima scavalcando colline ricoperte di vigne assolate e poi attraversando fitti boschi. L’arrivo nell’antico centro termale è tutto in salita. Anche qui la Francigena è poco conosciuta e i protagonisti assoluti sono loro, i turisti. Mi adeguo con un tuffo nella piscina dell’albergo. Radicofani: ultima tappa del mio percorso. Qui rientro nel percorso classico della Francigena. Unico neo i primi 5 km che ancora oggi scorro-

no lungo la Cassia, una strada trafficata da auto e camion che invitano alla prudenza. Si prosegue lungo un percorso ben segnalato tra campi e stradine secondarie, asfaltate ma silenziose, fino alla lunga salita che porta al castello. Lungo il percorso mi fermo a parlare con un tedesco che percorre la via in senso inverso. Un viandante che da ben nove anni vive viaggiando in bici, dall’Italia all’Africa fino all’America Latina. Ora è diretto verso casa. Parla 5 lingue tra cui la nostra. Mi racconta un po’ di cose, di come ha vissuto in tutto questo tempo. È cordiale, sereno e appare molto soddisfatto. Ci salutiamo come vecchi amici. Proseguo. Lungo la salita incontro Cristian, un pellegrino che arriva da Finisterre – il paese sull’oceano, tappa finale del percorso di Compostela - dopo 101 giorni di cammino con sulle spalle uno zaino di oltre 20 kg. E lì parte un racconto senza fine del suo lungo viaggio. Dopo più di otto ore di cammino arrivo nel paese di Ghino di Tacco. Mi ospitano allo spedale di Santi Pietro e Giacomo nella piazza della chiesa, che a fine del pomeriggio avrà accolto 12 pellegrini con destinazione Roma. In paese ci sono altre due strutture che ospitano viandanti: la locanda del Ciabattino e il rifugio comunale Gestri. Stradine e piazze sono molto curate, vocate all’accoglienza dei tanti pellegrini che si fermano per la notte. Tra le curiosità mi ha colpito la visita alla bottega – pane e companatico - di Nando e Silvana con il loro tavolo dell’amicizia, dove offrono gratis ai pellegrini un assaggio di formaggi della zona (qui pascolano 45mila pecore) insieme a pane olio e un bicchiere di vino. Finisce qui la Francigena toscana. Radicofani è il mio capolinea. La mattina saluto i compagni di viaggio in partenza. Resto a fare la conoscenza con questo antico borgo in attesa del bus che mi porterà alla stazione di Chiusi. Da lì proseguo verso casa con il treno. Ripercorro l’intero viaggio, le sue tappe, le persone incontrate, i luoghi attraversati e quelli che mi hanno ospitato. E penso che il cammino come la vita non deve essere una competizione, un voler arrivare il prima possibile ai traguardi; penso che non dovremmo farci prendere dalla voglia di fare troppo, di correre sempre dietro a scadenze e impegni, ma di riuscire a trovare modi e tempi per guardarsi intorno, per osservare, fermarsi, rallentare, assaporando tutto ciò che ci circonda. Buon cammino a tutti!


di Claudio Cosma Le opere di Giulia Costanza Lanza sono reali seppure diafane, partecipi della stessa sostanza della quale sono fatti i sogni (come ha detto W.S. riferendosi agli uomini). Intermittenti o parziali come i sogni dei quali percepiamo solo quello che ci ricordiamo. I frammenti di chiffon di seta, materiale usato dalla Lanza per “Peeled”, si imprimono nella nostra memoria (nella mia) come sfilacciature di vita anteriore, tentativi di portare a compimento una creazione incompleta. Uno sforzo della natura per riconnettere tessuti compromessi, un rimarginare qualcosa di troppo esposto. Il desiderio di comporre, di sovrammettere, di far combaciare la poca materia di cui disponiamo, di far coincidere i lembi sfrangiati coi limiti della memoria. Tracce, feticci, seconde pelli, scorticature, ex voto, reliquie. Esili manufatti, ricalcati sulle sue stesse membra, vivono l’esistenza riparata dei luoghi d’arte, esposti o conservati in carte veline, riposti in profondi armadi di legno, sempre protetti dalle temperature eccessive, memori di eleganze muliebri, di pelli eburnee, di movimenti leggeri, forse di musiche prodotte da strumenti a corda come fili che muovono le marionette. Reperti biologici, esperimenti di conservazione che piacerebbero al principe di Sansevero, antichi brandelli conservati da un clima secco, asciutto come la sabbia lontana dal mare. Eppure vivi, vibranti, leggeri, discosti dal muro che li ospita disegnano una ombra netta che li raddoppia, conservano l’azione che li ha fatti, nascondendo il procedimento che li ha resi possibili. Questi stracci aristocratici non sempre sono presenti, appaiono per incanto e si scorgono da prima con la coda dell’occhio. Forse delle forbici hanno tagliato la seta, forse una lama affilata e tagliente incidendo la stoffa l’ha liberata da quanto in più ci fosse. Le impercettibili sfilacciature sono frutto del tempo che passa e nel passato queste opere erano veramente abiti, guanti, calze con le dita alla moda giapponese, chi può dirlo oramai. Un sottile strato di cera pone una distanza fra loro e l’osservatore e le preserva e allo stesso tempo gli conferisce la fragilità di quella particolare porcellana detta pelle d’uovo e fa nascere in noi (in me) il desiderio di difesa, di protezione e di sconfinata ammirazione e di rispetto. Osservo questo lavoro a varie ore del giorno, controllo la luce che a volte viene riflessa altre volte assorbita, nel pomeriggio ha la strana traslucidezza del vetro o della madreperla, sempre contiene dei colori rosati da petalo di rosa e un

Peeled ovvero la traslucidezza del vetro e della madreperla

qualcosa di arancio forse a rafforzare il rosa nelle piccole pieghe del tessuto, un tempo servito per cucire un abito d’alta moda del quale conserva delle impunture regolari, appena accennate. Giulia Costanza Lanza sembra creare con un soffio, i suoi lavori sono eterei e volatili, armoniosi e musicali e lei stessa è simile ad una Lady Ligeia, corvina e bianca, delicata e sottile, dalle lunghissime dita e sensibile oltre ogni dire.

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premio letterario

Secondo classificato

PRIMA EDIZIONE 2017 di Serena Barsottelli Sono Chiara, ma puoi chiamarmi come vuoi. Il mio nome non è importante. Quella persona non esiste più. È morta molto tempo fa. Mi è rimasta solo una cosa: il mio desiderio. Ho sempre sognato di volare. Forse un giorno ci riuscirò. Io sono Anoressia, la Signora Dea tua. Non avrai altra Amica fuori di me. Non pronunciare il mio nome: rinnega. Menti. Ricordati delle briciole. Onora la fame. Pratica il digiuno. Non amarti. Non abbandonarti alle abbuffate. Non sorridere. Non dire che hai bisogno d’aiuto. Non desiderare il corpo d’altri. Non desiderare il piatto d’altri. Hanno chiamato il mio nome. Quello che i miei hanno scelto e che io ho sempre odiato. Chiara. Trasparente. Il mio corpo e i suoi liquami mi hanno resa torbida. Ingombrante. Il pranzo è pronto. Inutile sperare che l’arrosto sia bruciato o che tutta l’acqua per la pasta sia evaporata. Il mio supplizio è sempre identico: sedersi, giocherellare con il cibo, fingere di aver mangiato, sentirsi pieni d’aria, alzarsi e scomparire. Non letteralmente. Solo nella mia stanza, tra quelle quattro pareti e quel soffitto rosa più simili a una cella che a una dimora. Le grate alle finestre rigano i miei sogni: neppure il cielo è azzurro da questo posto. E io sono troppo grossa per poter passare tra le inferriate e volare lontano. Sminuzza il cibo. Rendi le pietanze briciole. Impugna la forchetta e fingi di afferrarle. Porta alla bocca il niente e assapora la tua fame. Sei più forte quando digiuni. Paola ha detto che sto per morire. Poco male, le ho risposto. Tutti vogliamo morire. E tutti ci uccidiamo. Io voglio solo liberare questa anima da questo corpo: tornare fi-

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Briciole

nalmente a volare. Da dove veniamo, prima di nascere, tutti abbiamo le ali. Ogni notte sogno di tornare. Di tornare al mio pianeta, come il Piccolo Principe. Il mio corpo è pesante. Il mio pianeta è lontano. Le mie ossa sono troppe, e nessuno scheletro sarà troppo leggero. Le mie ossa sono le mie spine. L’anoressia i petali della mia rosa. Ho coltivato la mia rosa, giorno dopo giorno, finché non è sbocciata. Le sue radici hanno sradicato le mattonelle del pavimento. Le sue foglie mi hanno stretta in un abbraccio, e reso impenetrabile il mio cuore. Mi sento sola, a volte. Quando restano solo le briciole dei ricordi a tenermi compagnia. Oggi, chiusa in bagno, ho pianto. Dopo anni. Nessuno mi ha sentita: le voci della televisione hanno coperto ogni altro suono. Non voglio morire!, ho gridato, ma la voce è rimasta strozzata a metà palato. C’erano le briciole del pranzo a bloccarla. Avevano fatto tappo e mi costringevano al silenzio. Ho cercato di vomitare quel blocco: il rosso dello smalto si è confuso con il sangue. Spingi. Spingi più forte. Sputa anche il cuore. Quando sono uscita dalla stanza, mi sono gettata sul letto. Le pareti si muovevano anche se io, ormai, non vedevo più niente. Morire fa schifo, mi sono detta. Non sono ancora pronta. Fuori dalla finestra un merlo ha iniziato a cantare: il suo fischio era melodioso, più dei singhiozzi, più delle lacrime. Mi sono alzata e sono andata in cucina, per raccogliere un po’ di briciole. E quando sono stata fuori, in giardino, ho scoperto che il sole ancora bruciava, e che gli uccelli saltellavano lenti nel prato. Ho sparso le briciole e ho aspettato che il merlo si avvicinasse. Ho osservato la cura con cui afferrava un pezzo di mollica. Con

un leggero colpo di collo l’ha inghiottito, intero, senza masticarlo. Si è fermato di fronte a me e ha cantato. Ho pensato fosse un ringraziamento, e gli ho sorriso. Ho sorriso a un merlo. Tu sei niente. Ci sono solo io. Io, l’unica dea. Io, l’unica amica. Senza di me tu sei niente. A cena ho raccolto le briciole. Non ho mangiato niente, ma ho messo tutto in un fazzoletto. Ho vegliato la notte in attesa del canto del merlo. Quando è arrivato, c’era già luce e il buio era quasi ricordo. Ho aperto la porta della camera, attraversato a piedi nudi il corridoio. Tutto era avvolto nel sonno. Tranne io. Tranne il merlo. Fuori, si è avvicinato ai miei piedi e ha mangiato le briciole. Ti disintegrerai. Quando mi lascerai, ti romperai in mille frantumi. Non sei che un vetro troppo sottile. Sei materia informe. Solo io posso plasmarti. Io sono il tuo demiurgo. Ho assaggiato del cibo. L’istinto di vomitare è stato fortissimo. Le briciole si sono accumulate in fondo allo stomaco e non sono più uscite. Le mie gambe sembravano pesantissime. Ho portato gli avanzi sotto l’ulivo in giardino. Volevo scappare nella mia stanza, nascondermi sotto le coperte e piangere la mia ingordigia. Il merlo si è affacciato, e a saltelli si è fermato davanti a me. Ho afferrato qualche briciola e ho aperto il palmo. Si è posato, delicato e maestoso: ha cantato e mangiato insieme a me. Ha aperto le ali ed è volato sull’albero. Da lì, penso, il cielo sia davvero azzurro. Oggi tornerò. E anche domani. Per condividere le nostre briciole. E il sogno di volare. Illustrazione di Aldo Frangioni


Motivazione della giuria tecnica:

Nota biografica:

Briciole è un racconto pieno di parole scelte con cura, che fa quello che deve fare: “inizia per finire”, come ebbe a dire una volta Savinio a proposito dei racconti di Maupassant. Sembra banale, ma non è così: significa che un buon racconto dovrebbe prevedere, fin dalle righe di apertura, una sorta di potente tensione verso la fine, lungo una specie di piano inclinato. Che un bravo scrittore deve saper costruire. Lo stesso Maupassant invece una volta disse: “Ogni cosa racchiude un mistero, troviamolo”. Quale sia il mistero delle briciole, e soprattutto se con esse ci sia nutrimento e redenzione, non è facile capire, si può solo intuire: ma è proprio da quello che si vede il ‘mestiere’. Si diceva: le cose precipitano, e non c’è altro da fare che lasciarsi cadere. Solo che Briciole si ferma a un passo dalla fine, arrivi in fondo e provi una vertigine, quella di una domanda pesante: “Cosa succederà adesso?” La risposta non è importante, non è decisiva, conta solo che Briciole ti ha condotto per mano in prossimità di quel baratro, e a te neanche per sbaglio è venuta l’idea di abbandonare la lettura strada facendo, di rompere la consueta ‘promessa letteraria’ dell’autowre – seguimi, non te ne pentirai. Hai seguito e alla fine hai dovuto ‘lasciare la mano’, ma quel racconto ti ha continuato a cercare con gli occhi dappertutto, come quando tua madre, da piccolo, ti diceva di andare avanti da solo, ma la sentivi che era presente, e ti ritrovavi in una specie di materna prigione. Mi accorgo adesso che non ho detto niente del racconto, di cosa parla, di quale ‘vestito’ mette alle parole. Non saprei, non me la sento, non vorrei togliere senso o scoraggiare per l’argomento, e credetemi non è un trucco furbetto per spingervi alla lettura: è che uno, lungo il piano inclinato, ci deve scivolare da sé. Aggiungo solo una cosa: siccome sono fermamente convinto che un buon racconto serva per ripassare, con una struggente forma poetica, le cose fondamentali dell’umano (comprese quelle brutte), dico che Briciole serve a ripassare una materia importante. Non perdetevela.

Serena Barsottelli nasce nel 1985 a Viareggio (LU). Dopo la maturità classica, consegue la laurea in filosofia. Manifesta fin dalla giovinezza una grande passione per la scrittura componendo racconti e poesie. Riceve riconoscimenti in concorsi letterari nazionali di narrativa e di poesia. È tra i fondatori del collettivo di scrittura Scrittori in corso e del blog Pillole di Plutonio, nei quali occupa i ruoli di redattrice ed editor. Nel 2014 pubblica il saggio sui disturbi alimentari “VoraceMente”. Nell’anno successivo escono la silloge poetica “D’Amore, Morte e d’altri miti” e la raccolta di racconti “Frantumi”. Attualmente vive a Lido di Camaiore ed è attiva in iniziative culturali.

Francesco A. Mencacci direttore della scuola di scrittura creativa Carver

4x1=Primo Conti 30 anni del museo

Foto dell’inaugurazione del 1987 Accanto a Primo Conti il sindaco e vice-presidente della Fondazioone Aldo Frangioni e il direttore della Cassa di Risparmio

Giovedì 8 giugno, alle ore 17.00, presso la Fondazione Primo Conti a Fiesole, sarà ricordato il “Trentennale dell’ apertura del Museo Primo Conti” inaugurato grazie al sostegno della Cassa di Risparmio di Firenze, nel giugno del 1987. Una data importante nella storia della nostra istituzione, che vide così realizzarsi un sogno da tempo accarezzato dal Maestro Conti. L’evento, promosso dal Comune di Fiesole e dalla Fondazione Conti, prevede un concerto del Maestro Giuseppe Fricelli accompagnato dalla pianista Daria Aleshina e dal violoncellista Maestro Settimio Guadagni, un omaggio a Primo Conti a cui il Maestro Fricelli era molto legato. Nell’occasione i giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze presenteranno i loro lavori ispirati a Primo Conti, sotto la guida esperta di Susanna Ragionieri e Adriano Bimbi. Villa “Le Coste”, sede della Fondazione voluta dal Maestro Conti, ospita dal 1980 anche un importante Archivio, considerato un Centro di Documentazione e Ricerche sulle Avanguardie Storiche unico in Italia per ripercorrere e ricostruire con rigore scientifico i movimenti letterari e artistici del primo Novecento. Il Museo della Fondazione, aperto al pubblico nel 1987, conserva oltre sessanta dipinti che il Maestro Conti ha eseguito dal 1911 – anno dell’esordio artistico con l’Autoritratto – al 1984. L’iniziativa, prevede, oltre ai saluti delle autorità, Anna Ravoni Sindaco del Comune di Fiesole, Gloria Manghetti Presidente Fondazione Primo Conti, Cristina Giachi Vicesindaca del Comune di Firenze, Eugenio Giani Presidente del Consiglio Regionale e del Direttore Generale dell’Ente Cassa di Risparmio, Gabriele Gori, un intervento di Carlo Sisi Direttore Scientifico del Museo Primo Conti. La Mostra 4x1=1°dei giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, sarà visitabile fino al 28 luglio dal lunedì al venerdì in orario 9-13, ingresso gratuito.

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di Cristina Pucci Un altro collega psichiatra, oltre Catagni e la sua amicizia con Rosai, ci offre stimoli artistici grazie al suo appartenere ad una famiglia di pittori e non solo. Folco Di Volo, psichiatra in pensione e psicoanalista è figlio, nipote e cugino di quattro artisti le cui opere, finalmente e giustamente riunite, sono esposte a Palazzo Bastogi. Egli stesso compare in un ritratto, fattogli da suo padre Silvio, in età giovanile, quando criniera e barba erano folti e di un rosso leonino. Anna Di Volo, pittrice di fama, creatrice di quadri dalle delicate nuances e dalle semplificate forme, in cui spesso compaiono metafisiche figure di donne senza volto, aveva per anni coltivato questo sogno e quando le hanno proposto una Mostra in questa sede ha cercato di ottenere, al posto della personale, l’omaggio al creativo e particolare gruppo di pittori di famiglia, il Nonno Eligio, i suoi figli, Silvio e Giorgio, quest’ultimo suo padre. Capostipite di questa famiglia che attraversa un secolo di pittura e che fa del colore il suo marchio distintivo e, letteralmente, di fabbrica è Eligio, nato nel 1880, pittore, architetto, restauratore che assorbe ed interpreta le tante novità del nuovo secolo e soprattutto lo arricchisce di tubetti di colore. Si racconta che, visto l’elevato costo dei medesimi, Eligio, insieme all’amico Galileo Chini, abbia deciso di farseli da solo. Da questa intuizione nasce, nel 1915 a Viareggio, una fabbrica di colori che ben presto conquista fama nazionale ed internazionale e che gli permette di entrare in contatto con i più grandi artisti dell’epoca. Mitologia narrativa vuole che cedesse i suoi colori ad artisti che gli apparivano talentuosi e che non se li potevano permettere. Molto interessante il percorso di fabbricazione della Terra di Siena, che aveva nella vera terra il suo elemento cositutivo, la più pregiata quella delle Cave di Rapolano, per il blu, essendo egli artista prima che imprenditore, prediligeva usare il costosissimo lapislazzulo. Negli anni Trenta i Di Volo si trasferiscono a Firenze e aprono una nuova fabbrica in via De’ Bardi. Non posso che citare parte della lettera autografa in cui Kokoshka ringrazia il Signor Di Volo e afferma” ...è difficile trovare in Europa una Ditta che possa superare la qualità di certi vostri olii, ad esempio l’azzurro cobalto leggero e molti dei vostri rossi e verdi, per intensità e splendore....”Vi propongo, fra le sue opere esposte, tutte belle direi, una “Natura morta con fiori e mele”. Dei suoi cinque figli due ereditorono passione ed estro pittorico. Silvio, cresciuto in una Firenze piena di idee e movimenti culturali, fra salotti e caffè lette-

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I di Volo nell’arte

Silvio di Volo - La barca rossa

Anna di Volo - Iris

Giorgio di Volo -Vaso di fiori

rari, circondato da artisti di talento, si diploma come il padre a Carrara, è allievo ed amico di Viani, vive per molti anni a Parigi, si avvicina all’espressività Futurista, e per un pò la fa propria, in mostra alcune opere di quel periodo, prosegue poi sulla linea del suo maestro Viani. Da un ricordo dell’amico antiquario Parronchi “quello che dipingeva era quello che vedeva con l’anima.Traduceva in pittura quello che sentiva...Faceva parte di quel postimpressionismo toscano, con toni caldi, con terre che si univano al rosso e all’arancione.” Fu anche un restauratore così quotato da essere chiamato per restaurare le sue opere antiche dal Cancelliere tedesco Adenauer. Molto legato alla Versilia e a Viareggio, li raffigura spesso, nella nostra immagine “Barca rossa. Darsena di Viareggio.” Di Anna propongo un bellissimo vaso blu cobalto con un mazzo di luminosi e fieramente impettiti, iris. Giorgio infine viene riferito come un gaudente e generoso frequentatore del Mercato Centrale e della sua umanità, in mezzo ad altri artisti ed intellettuali definiti Esistenzialisti fiorentini. Inconfondibili le sue nature morte ed i suoi fiori, ben definiti e delicatamente sensibili.


di Dino Castrovilli A prima vista sembrano dei grossi tumuli, solo che sotto non c’è morte ma vita, e rigogliosa anche: crescono patate, pomodori, rape rosse, cetrioli, zucchine, insalate, cavoli, cimne di rapa (provate da chi scrive con le orecchiette), peperoni, peperoncini, melanzane, fiori vari (commestibili!), uno più bello e squisito dell’altro. I “tumuli” sono una delle forme in cui può essere strutturato un “orto sinergico”: si chiama così perché basato sul principio rivoluzionario, ma naturalissimo, di posizionare una vicina all’altra non piante dello stesso tipo ma piante diverse che tra loro si scambiano le sostanze vitali, non impoverendo così il terreno e non necessitando di alcun altro “aiuto” - chimico o manuale - per la crescita. Eh sì, perché l’unica fatica che questo orto richiede è solo quella della preparazione: per il resto non chiede altre operazioni che la semina e/o il trapianto delle piantine, e la raccolta: il lavoro lo fanno sul serio i lombrichi, e non a caso l’orto sinergico è raccomandato non solo a chi vuole nutrirsi di ortaggi, verdure e fiori assolutamente privi di qualsiasi sostanza “altra” ma anche, se non soprattutto, a chi ha poco tempo o voglia di sobbarcarsi le fatiche che da sempre caratterizzano l’orto tradizionale. Uno di questi “orti delle meraviglie” si trova in via dell’Argingrosso, sull’altro lato della strada che costeggia il campo rom del Poderaccio (casette di legno senza un albero, o uno spazio verde attrezzatto per far giocare i bambini: il Comune di Firenze pensa di aver “risolto” così il problema di questa comunità), all’interno di quel paradiso per animali e umani grandi e piccini che è l’Accademia Cinofila Fiorentina. A impiantarlo e prendersene cura, quella poca che ci vuole (ci vanno solo il sabato mattina), un quartetto veramente assortito: Francesca, già restauratrice all’Opificio delle pietre dure, sua figlia Arianna, infermiera laureata ma soprattutto teorica e pratica dell’orto sinergico (è lei che accoglie e ammalia le scolaresche che vanno a visitare l’orto), Edoardo, studente di economia e Duccio, clown del Meyer ma attivo anche al CPA di Firenze Sud come Dj Muffa. L’orto è stato impiantato due anni fa, su una cinquantina di metri quadri dati in comodato dal Comune di Firenze alla “pensionata” iperattiva Francesca, e “produce” a pieno regime. Arianna spiega come si crea un orto sinergico: “Ci sono diverse forme, uno si può sbizzarrire: c’è chi lo fa a spirale, chi a “U”... Noi per comodità abbiamo fatto questi “tumuli”: si scava un passaggio, nel quale poi si camminerà - perché la terra dove si semina dopo non sarà più tocca-

Dove zappano i lombrichi

ta! - il passaggio serve sia ad alzare la terra (dopo si potrà fare a meno di rovinarsi la schiena per seminare e raccogliere) sia per arrivare meglio alle verdure. La terra che viene scavata dai fossi verrà messa sopra quello che poi sarà il cumulo, all’interno di questa terra vengono messe anche foglie secche, rametti secchi, - come concime naturale - poi sopra viene ricoperto del cartone, perchè il cartone è cellulosa ed è il nutrimento dei lombrichi che fanno il lavoro di zappatura al posto nostro; sopra il cartone viene messa la paglia, che noi abbiamo “fermato” con una rete per piselli, così anche se piove, c’è vento ecc.. non dobbiamo stare sempre a rincalzarla. In genere si fa d’inverno, perché la terra è più umida e così si taglia meglio, poi il terreno rimane a riposo sino alla primavera successiva La semina viene fatta rispetto ad un calendario sinergico, che indica una crecente, luna calante, addirittura l’orario migliore per trapiantare o per seminare. Però può essere iniziato in qualsiasi momento, sia d’estate che d’inverno. Non c’è bisogno di rotazione perché le piante essendo messe così sparse, non impoveriscono

il terreno. Ad eccezione che per le patate: siccome impoveriscono il terreno, l’anno dopo non possono essere messe nuovamente patate ma ci si possono mettere insalata, baccelli, legumi...”. Attenzione: oltre che sul campo, l’orto sinergico si può fare anche con la terra in cassoni di legno, molto pratici. La “bibbia” per i seguaci dell’orto sinergico è il bellissimo libro illustrato di Emilia Hazelip Agricoltura sinergica. Le origini, l’esperienza, la pratica (Terra Nuova edizioni, 2014), che è arrivata a inventare l’orto sinergico attingendo agli studi e alle esperienze di esperti di varie discipline: l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas, l’agronomo statunitense Edward Hubert Faulkner (1886-1964), l’orticultrice nord-americana pioniera e sostenitrice dell’agricoltura ecologica senza lavorazione del terreno Ruth Stout, lo scienziato australiano Alan Smith (suo un rivoluzionario articolo sul ciclo ossigeno-etilene) lo scienziato statunitense William R. Jackson, la biologa del suolo e ricercatrice del Soil food web (Rete Alimentare del suolo) Elaine Ingham: più cultura, e commestibile, di così...!

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di Paolo Marini Chi ha stabilito che si debba preferire parlare di libri appena pubblicati, perché magari degli altri già si è scritto e detto molto? Questa domanda non richiesta, una vera excusatio non petita, mi serve per vincere una difficoltà di tutt’altro ordine, che nasce dal voler condensare in poche righe un capolavoro che ha gli anni di un uomo di mezza età (la prima edizione, in lingua inglese, è datata 1971). Il suo autore, Fosco Maraini, mi era già caro per l’uso sapiente della narrazione, anzi per una sua capacità quasi magica di incantare quando racconta, come se leggendo le pagine dei suoi testi fossi retro-trasposto nell’infanzia, ad ascoltare la lettura di una favola. Questa volta la favola è il ritratto di un Paese che, “nell’arco di appena un secolo, è balzato da un livello zero di presenza internazionale a uno dei primi posti tra le nazioni ricche, (...), industrializzate e civilizzate del mondo”. Egli immagina che la sua “stupefacente carriera si basi su fondamenta storiche e spirituali totalmente differenti da quelle necessarie, per consenso generale, a ottenere risultati così sorprendenti”. Si sta parlando del Giappone e “Giappone Mandala” è il titolo del volume. Già il termine mandala consegna il senso di un universo compiuto, denso di intrecci, di storia, di cultura, di sostanze immateriali. Ed è qui il primo segno distintivo della indagine di Maraini: il suo racconto sugge il contenuto primario dall’anima profonda della nazione, che egli ha decifrato mirabilmente, forse preso da innamoramento (per quella strana legge per cui si conosce, soprattutto, amando). Allo sforzo di conoscenza di un gruppo sociale, di una comunità - quale che sia – attraverso i segni, le espressioni (che io definisco ‘soft’) di una ricchezza nascosta, silenziosa, eppure potente, è spesso sostituita una disamina imperniata su fattori o elementi meramente estrinseci (che all’opposto direi ‘hard’), talora anche ingannevoli, indifferente alle ragioni o alle manifestazioni dello spirito poiché di origine essenzialmente materialista. Il Nostro spiega con semplicità la differenza tra Noi e il Giappone: “il motore principale del modello occidentale dell’universo è separato dal corpo della natura; quello del modello giapponese è radicato nella natura”. “Giappone Mandala” si giova di una bella prefazione, di cui abbiamo citato alcuni passi, e si articola in quattro parti (“Natura e arte”, “Arte e gente”, “Lo spazio ideografico” e “Il futuro di passato”). Centinaia di foto (foto di autore, anzi dell’Autore) lo correda-

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Ritratto spirituale dell’ universo-Giappone no; o, forse, è la parte scritta che correda le foto!? Altra incertezza o esitazione (quasi inevitabile di fronte a qualcosa/qualcuno di non comune) riguarda proprio il personaggio. Quale figura gli si attaglia di più, quella del viaggiatore, dello scrittore, del fotografo, dell’artista? In questo volume eccelle il Maraini-antropologo, che le raduna e ad un tempo le supera tutte. Non posso esimermi dal richiamare l’attenzione sul quarto capitolo; che tenta, tra l’altro, di rispondere alla questione se la modernizzazione del Giappone abbia significato anche una sua occidentalizzazione. L’analisi conduce ben presto all’idea che l’identità etnica e culturale dei giapponesi si sia “affermata con forza, quasi aggressivamente, in ogni possibile campo”. Certo, “vi possono essere stati periodi di disorientamento spirituale – dopo il 1870 e dopo il 1945 – ma sono durati molto poco”. Il responso sembra negativo. C’è un messaggio importante - neppure

troppo implicito e comunque profetico - per l’oggi e per il domani, dentro queste pagine. Se per i suoi detrattori la globalizzazione produce soprattutto una drastica omologazione di culture e identità, in realtà, quando questo accade... non è colpa sua. Bensì di una legge inesorabile, per cui un vuoto è sempre riempito da un pieno. Lo spirito non può cedere alla materia, deve padroneggiarla. Non c’è possibilità, se non apparente, di omologazione laddove lo spirito è forte. Non saprei dire se oggi, a distanza di oltre 40 anni, il Giappone abbia ed esprima (ancora) questa forza. E’ però rimarchevole la constatazione che “il processo di occidentalizzazione-modernizzazione livella molti dettagli della vita quotidiana (…), che possono sembrare molto importanti, ma evidentemente hanno un peso assai minore di quanto di solito si creda”. Ecco il primato dello spirito. E la risposta che un amico giapponese consegnò all’Autore fu: “Ora che siamo davvero simili, possiamo cominciare a essere diversi!” Disegno di un samurai di Paolo Marini


di Antonio Natali A ogni finanziamento privato di un’impresa pubblica parte la polemica fra chi lo considera cosa buona (comunque sia) e chi invece lo reputa una svendita (comunque sia). Si tratta – com’è ovvio – di due contrapposti integralismi; da cui, quando dirigevo la Galleria degli Uffizi, ho cercato ognora di tenermi lontano, sforzandomi di non assumere mai risoluzioni talebane. Ho però sempre affermato la supremazia dello Stato sul privato; non già per un principio d’astratta ideologia, bensì per la convinzione (logica) che lo Stato sia la somma di tutti i ‘privati’ (essendovi, ciascuno di loro, a pieno titolo rappresentato); così come sempre mi sono battuto per tutelarne la dignità. Che è dignità d’un popolo intero. Per fare un esempio, sono stato favorevole ai conviti di mecenati privati allestiti sulla terrazza di bella panoramica che sovrasta la Loggia dei Lanzi e che degli Uffizi è parte integrante; mai però lo sono stato al cospetto di richieste che riguardassero le sale della Galleria. E quando fu concesso il corridoio di ponente per una sfilata di moda (fra statue antiche e quadri alle pareti, sotto le volte affrescate), fu fatto contro la mia volontà; non perché reputassi la moda estranea all’arte, ma perché ero convinto – e tuttora lo sono – che ci fosse nei musei statali fiorentini un ambiente (peraltro magnifico) che aveva tutte le caratteristiche per dare risalto a quell’accadimento, nel contempo rispettando e, anzi, rinnovando una tradizione aulica per la moda: la Sala Bianca di Palazzo Pitti. Ma evidentemente si voleva la novità eclatante. Ho decisamente e costantemente rigettato il concetto (oggi viceversa dai più reputato ammissibile) che col denaro si possa comprare tutto. Nozione su cui si può anche convenire, a patto che dicendo ‘tutto’ s’intenda ‘tutto quanto sia in vendita’. Giacché dev’essere chiaro che non tutto è in vendita: la dignità non lo è mai. Lo hanno splendidamente mostrato al mondo i greci, rifiutando di concedere a un marchio di moda il Partenone come luogo per una sfilata (mi scuso per aver scritto ‘luogo’ invece di ‘location’). Ho letto in questi giorni su un quotidiano la battuta d’un ‘manager’ (mi piego anch’io all’uso di questo vocabolo fastidioso che pullula nel gergo attuale, perché giusto dalla bocca d’un ‘manager’ poteva uscire) che, volendo vendicarsi di quel diniego, dopo aver incassato in Italia la disponibilità d’un antico e nobilissimo museo, asseriva che “probabilmente il bilancio greco è più solido di quello italiano”; come dire che i greci avevano negato il Partenone perché evidentemente non hanno bisogno di danaro. Un sarcasmo

Non tutto è in vendita

Riflessioni sull’uso privato dei luoghi storici che, vista la situazione economica della Grecia, suona intellettualmente volgare e perfino vergognoso, giacché la grandezza del responso greco sta proprio là dove s’è accanita l’arroganza del ‘manager’: facile tenere la schiena diritta quando la congiuntura è favorevole, arduo è

al contrario quando si viva uno stato acuto di necessità. Ma – come si diceva – la dignità non è in vendita mai. Almeno per chi sa cosa sia. Pubblicato su ‘Grandi Mostre’, all’interno del magazine di Artribune, n. 37, maggio-giugno 2017

di Valentino Moradei Gabbrielli

Caveau per l’arte “Questi quadri sono da banca!”. Mi trovavo all’interno del museo Gallerie d’Italia in Piazza della Scala che ospita la collezione d’arte del gruppo Intesa San Paolo di Milano A parlare era un visitatore uomo in compagnia di una donna, ambedue a me sconosciuti. La sua affermazione, espressa in modo nitido e ben determinato, mi ha sorpreso e incuriosito tanto da indurmi a seguirlo per un po’. Continuando nella loro visita aggiunse: “Tutto è perfetto, restauri recentissimi, cornici in ottime condizioni, le luci giuste!”, il tutto circondato da un’atmosfera asettica negli spazi quanto nel personale di sala, aggiungo io. Se la prima affermazione mi aveva lasciato immaginare una valutazione qualitativa delle opere esposte, la seconda affermazione ha corretto la mia interpretazione, facendomi capire il vero e più profondo significato della sua valutazione che era di valore esclusivamente economico. Solo un istituto bancario può prendersi una cura totale delle proprie opere d’arte investendo sulle loro condizioni e sulla loro custodia. Questo avviene non tanto per le disponibilità

economiche della proprietà, ma per quella sensibilità tipica che solo i banchieri hanno per la tutela e custodia del proprio capitale, la piena coscienza del valore economico di ciò che possiedono. Significativo, il caveau che ho “visionato” attraverso la pesante inferriata della porta blindata che dava accesso all’ampio locale visitabile solo su appuntamento. All’interno era custodita la sezione di arte contemporanea. La riflessione generale che ne ho maturata, è di luoghi di conservazione passivi, di “valori” ridotti a un significato meramente economico. Un significato e uso che vedo sempre più comune anche ai musei pubblici che sempre più distanti dai cittadini ed esclusi dalla città, si rivolgono ai turisti e sono vissuti come realtà produttive assestanti e autonome dalla comunità che li ha creati.

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di Michele Morrocchi I rivoluzionari del XX secolo venivano spronati dalla propaganda dei partiti afferenti alla III internazionale ad essere due volte migliori dei capitalisti che si proponevano di abbattere. La tesi era che l’avanguardia rivoluzionaria avrebbe, col proprio esempio, fatto prendere coscienza al proletariato fino al suo riscatto. Qui in Italia i gruppi che diedero vita a Livorno al PCdI si affermarono intorno a due riviste, il Soviet di Bordiga e l’Ordine Nuovo dei “torinesi” Gramsci, Togliatti, Tasca, Terracini e altri. Due riviste di cultura, in cui, soprattutto, sull’Ordine Nuovo i temi dell’organizzazione del nuovo stato sovietico e socialista erano trattati e approfonditi ben oltre lo slogan “faremo come in Russia”. Anzi è proprio in quegli anni che nasce la necessità di uno specifico italiano nella costruzione del socialismo, che poi Gramsci approfondirà nei Quaderni e Togliatti svilupperà, certo anche tatticamente, nella via italiana al socialismo del secondo dopoguerra. Studiare, confrontarsi, migliorarsi era la regola. D’altra parte Angelo Tasca, per convincere un giovane e timido Antonio Gramsci ad unirsi alle loro riunioni gli fece dono di un volume di Guerra e Pace con la seguente dedica “Al compagno di studi, oggi, al mio compagno di battaglia, spero, domani”; mentre il motto che campeggiava in prima pagina de L’Ordine Nuovo era “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Un imprinting che ha segnato fortemente non solo il PCI ma più in generale tutto il movimento operaio e progressista italiano. Basti pensare ai sindaci del dopoguerra, quella generazione fatta anche di operai come Fabiani a Firenze, quella in cui “la maestà del popolo governava” come scrisse Neruda nei versi dedicati proprio al primo cittadino di Firenze, che si misurarono con uno Stato in cui le persistenze e le continuità con il regime liberale ma soprattutto fascista erano fortissime e invasive oltre ogni immaginazione. Eppure passo dopo passo modificarono le cose e governarono, come dopo di loro la generazione di amministratori della seconda metà degli anni settanta, che ancor di più scardinarono a livello amministrativo un Paese già profondamente cambiato culturalmente e socialmente. Lo cambiarono in presenza e in reazione ad un attacco allo Stato che proveniva sia dai teorici della rivoluzione che da quelli della reazione, facendo prevalere un senso delle istituzioni

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Neanche il riformismo è un pranzo di gala di cui gioverà il paese nei momenti bui e confusi dei primi novanta culminati però con la deviazione, purtroppo ampia e tragica, della degenerazione giustizialista e l’avvio della stagione del populismo in politica. Vi è dunque un portato storico, una prassi, comune alla sinistra ma anche ben presente nella tradizione democratica cristiana (la maggior parte dei dirigenti storici della DC proveniva da cattedre universitarie) di coincidenza di cultura e impegno politico, di consapevolezza che il cambiamento per esser tale avrebbe dovuto sempre confrontarsi con resistenze anche tecnico amministrative. Oggi, la banalizzazione della narrazione pare aver sottovalutato se non dimenticato questo, cruciale, aspetto. Non è un problema di sola comunicazione. O meglio, la comunicazione è l’epifenomeno di un modo di pensare e agire. Dietro alla banalizzazione degli oppositori (non tanto quelli politici ma quelli che siedono nei gangli del potere) in gufi, rosiconi e professoroni, non risiede soltanto un impeto da “rivoluzione culturale” maoista, ma una profonda sottovalutazione del loro potere o, molto più probabilmente, una terribile sopravvalutazione del proprio potere come classe politica. Della stagione del primo renzismo, in attesa di capire se ve ne sarà un secondo, sul piano delle realizzazioni materiali del proprio riformismo, così tanto sbandierato, molto rimarrà come un incompiuto. Non tanto perché l’esito referendario ha interrotto l’esperienza del governo Renzi, ma perché molte delle riforme hanno cozzato con la verifica tecnico amministrativa di altri organi dello Stato. La riforma della pubblica amministrazione,

La sottovalutazione dell’opposizione tecnico amministrativa alle riforme da parte del governo Renzi.

bocciata in parti consistenti dalla Consulta, la legge elettorale che ha subito medesima sorte, buon ultimo il TAR che ha censurato la Riforma dei Beni Culturali del ministro Franceschini. A questo possiamo aggiungere gli errori, marchiani e palesi, del nuovo Codice degli Appalti, che hanno generato numerosi rilievi del Consiglio di Stato. Rilievi che hanno a loro volta dato avvio alla figuraccia della riforma (a parere di chi scrive sacrosanta) dei poteri abnormi dell’ANAC approvata dal Consiglio dei Ministri all’insaputa del consiglio stesso. Errori che sono stati quasi sempre imputati alla irruenza e alla fretta riformatrice della passata stagione del governo o, dagli stessi protagonisti, a nemici esterni, spesso identificati come parrucconi dell’ancient regime. Probabilmente c’è del vero nella seconda affermazione e a leggere, uno dietro all’altro, i tre cognomi della giudice che ha formulato la sentenza del TAR sulla riforma Franceschini, questa tesi si può pure rafforzare, se ci è concessa un po’ di ironia. Tuttavia proprio se questa tesi fosse vera, ancora di più emergerebbe il limite politico di quella stagione di governo. Sottovalutare il proprio avversario è infatti molto spesso il primo passo verso una sconfitta certa. Anche la risposta “la prossima volta cambieremo prima il TAR del resto” ha più un valore propagandistico che reale. Perché il punto anche se si decide di cambiare il TAR (anzi soprattutto se si decide di cambiare il TAR) è cambiarlo bene, in modo formalmente e sostanzialmente perfetto, a meno che non si intenda cambiarlo attraverso un sovvertimento violento dell’ordine costituito. Ecco dunque che all’approssimarsi dell’ennesima campagna elettorale in cui il segretario del PD, continuerà con la litania delle prossime riforme che metterà in campo qualora dovesse tornare a Palazzo Chigi, la differenza potrà farla soltanto se si soffermerà sul fatto che, al netto degli argomenti scelti, le prossime riforme si impegnerà a farle bene. Certo questo impone di scegliere i capaci al posto di fedeli, cosa che finora è parsa più difficile dello scrivere le riforme correttamente.


di Annamaria Manetti Piccinini Lungarno Torrigiani, era tutto chiaro. Dopo il crollo dell’autunno scorso all’altezza di palazzo Capponi, i lavori di ripristino si erano conclusi, con tanto di trombe nardelliane, il 4 novembre 2016, nell’orgoglio di aver mantenuto i tempi della consegna dei lavori. Poi, sei mesi dopo, quando i cittadini si erano rappacificati o quasi e avevano ripreso i soliti percorsi, si ritransenna tutto per lavori della Publiacqua. Forse le piogge invernali, per quanto non abbondantissime….Senonché, man mano che i lavori vanno avanti, si vedono strane manovre anche oltre, voglio dire verso Via de’ Bardi / Santa Maria Sopr’Arno. Cominciano a correre varie voci: che tutta quella zona sarà pedonalizzata, ecc; e la conseguente viabilità ….Si chiedono informazioni agli operai che lavorano sul posto. Sì, oltre ai lavori per Publiacqua, si proseguirà con i lavori per la nuova piazza. Sì, ci hanno detto di lavorare in modo da non danneggiare la statua del San Giovanni che ci resterà.. Qualcuno però è bene informato, ed è il gestore del ristorante “Palazzo Tempi” che, finalmente, potrà mettere i tavolini fuori, con la benedizione, appunto, del San Giovanni Battista, anche se non è quel gran capolavoro scultoreo. Resto incredula. Si modifica un luogo del centro storico di Firenze, proprio in

Cercasi informazioni sul Lungarno Torrigiani faccia al braccio corto degli Uffizi, e i normali cittadini, a parte le chiacchiere più o meno interessate, non ne sanno nulla.Che qualcuno smentisca, se non è così. Si telefona all’Urbanistica. No, se ne occupa la Viabilità. Provi, chi vuole, ad andare in via Mannelli a chiedere le informazioni del caso: ovviamente dobbiamo rivolgersi all’Urbanistica. Infine, secondo l’u-

Outdoor Sports Festival, tra trekking archeo e tute alari di Sara Chiarello

so del Bel Paese, si pensa a un conoscente in politica. Gentilissimo, risponde che però, sì, sono state date informazioni alla popolazione, certo, anche sui giornali. Chi scrive ogni tanto va all’estero e perciò, forse, non è informato . Pregherei, perciò, chi è più stanziale di me, di fornirmi le informazioni che io, come semplice cittadina, non sono riuscita ad avere. Grazie.

Un weekend di sport all’aperto, tra esibizioni con tute alari, voli in in paracadute “per neo-adepti dello skydiving” e l’archeotrekking, ovvero un percorso dentro gli scavi archeologici tuttora in corso nell’area di Populonia. È l’Outdoor Sports Festival, in corso al Golfo di Baratti (Piombino). Lo scopo è riunire sportivi, curiosi e famiglie per far scoprire i tesori e le bellezze della Toscana da un altro punto di vista: quello sportivo. Nel programma la pedalata collettiva 99curve – Bike and Wine, a spasso per le vigne, lungo un percorso di 50 km con tappe nelle cantine del territorio per degustare i prodotti locali, lo Slacklining, ovvero l’abilità di camminare ed eseguire particolari evoluzioni su una corda sospesa, il Trail Running che attraversa l’intera area archeologica di Baratti e Populonia fino all’antico borgo, lo Swim Trekking in acqua alla scoperta di reperti e baie nascoste e il Treeclimbing sui secolari pini del sistema dei Parchi della Val di Cornia. Non mancano attività più tradizionali, quali tornei di beach tennis e beach volley al calare del sole, sessioni di yoga, pilates, per chiudere in spiaggia magari con maxi frittura e musica live. L’ingresso è libero, per partecipare alle attività sportive è necessario munirsi di una speciale Card (10 euro adulti, 7 euro bambini) valida per tutti e i giorni del festival. La tessera può essere fatta in loco oppure online sul sito www.outdoorsportsfestival.it dove si trova anche il programma completo del Festival.

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Ristorante La Loggia

www.ristorantelaloggia.it reservation@ristorantelaloggia.it +39 055 23 42 832�

Il ristorante storico in vetta al Piazzale Michelangelo, è pronto ad accogliere i vostri momenti indimenticabili con cene, eventi aziendali e party esclusivi.


Cultura commestibile 220  
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