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Numero

20 maggio 2017

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Macron è un bel ragazzo che ha una bella mamma! Silvio Berlusconi

La mamma, la mamma, la mamma Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

O ‘i babbo? Maschietto Editore


NY City, 1969

La prima

immagine Anche qui siamo ai bordi del Central Park e ricordo che mi fece una grande tenerezza vedere questo “papà con i capelli neri neri” che stava dissetando il suo splendido bambino biondo! Un bel contrasto direi, ma in fondo in fondo questa è proprio la città degli opposti e dei contrasti per antonomasia. A volte quando mi capita di riprendere in mano immagini come questa mi chiedo spesso quale possa essere stata la vita di questa creatura e quali sia stata la sua vicenda umana. A questo punto dovrebbe avere più o meno 47 o 48 anni se non vado errato!

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


Numero

20 maggio 2017

Di mamme ce n’è una sola Le Sorelle Marx

Dario e Dario alla guerra del risciò I Cugini Engels

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Riunione di famiglia

In questo numero La valigia di Raveldi Gianni Pozzi

Polvere di Claudio Cosma

Violenza domestica di Mariangela Arnavas

Chris Cornell e le camicie a quadri di Michele Morrocchi

Il prosciutto di cuore racconto di Carlo Cuppini

Verso un nuovo Alien di Francesco Cusa

Armonie atlantiche di Alessandro Michelucci

Chiesa di S. Felicita: una porta racconta di M. Cristina François

Nitsch, orge e misteri di Laura Monaldi

I primi 40 del Pompidou di Simonetta Zanuccoli

Nude in casa propria di Danilo Cecchi

Quando la poesia si fa europea, musicale, colorita di Dino Castrovilli

Storia del by-pass del Galluzzo - 5 di John Stammer

Direttore Simone Siliani

e Cristina Pucci, Remo Fattorini, Massimo Cavezzali, Lido Contemori, Susanna Cressati, Valentina Ferrucci...

Redazione Gianni Biagi, Sara Chiarello, Aldo Frangioni, Vittoria Maschietto, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Progetto Grafico Emiliano Bacci

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di Simone Siliani È andato in scena, lo scorso 15 maggio, al Teatro dell’Opera di Firenze, nell’ambito dell’80° Maggio Musicale Fiorentino, “La valigia di Ravel”, un concerto con voce recitante di Sandro Lombardi di musiche del grande compositore francese. La drammaturgia di Fabrizio Sinisi, ha messo in evidenza alcuni tratti e momenti della vita e del carattere di Ravel commentati dal quartetto, dalla sonata per piano e violino dei cameristi del Maggio. Ne abbiamo parlato con Sandro Lombardi. Ne La valigia di Ravel si è tentato di inscrivere il carattere di Maurice Ravel, che Satie aveva definito “un Debussy più sensazionale” e, in certa misura, anche la sua parabola artistica, che era iniziata con una Habanera e, passando per le Rapsodie spagnole del 1907, si era conclusa con le Tre canzoni di Don Chisciotte a Dulcinea del 1932: un percorso che dal riconoscimento delle proprie radici in una cultura spagnola )castigliana e basca), muove attraverso le innovazioni della “musica moderna” fino a sconfinare nel jazz, per tornare conclusivamente a quelle radici fatte di disciplina spirituale asciutta eppure sognatrice spagnola. È in questa lunga fedeltà, aperta all’innovazione, il suo genio? Penso proprio di sì: in questa sua capacità di essere moderno, contemporaneo, aperto a tutte le innovazioni, ma senza mai rompere il magistero classico. Non ha sentito il bisogno, che hanno invece sentito altri compositori a lui contemporanei come Schönberg o tutta la Scuola di Vienna, di una frattura netta, drastica con la tradizione. Si è mosso anche lui come Stravinskij, che non a caso conosceva ed erano anche amici (nella misura in cui si può essere amici in quelle condizioni, in cui entrambi aspiravano al titolo di più grande compositore vivente). Comunque il testo e l’intento di questo concerto con voce recitante che abbiamo fatto al Maggio Musicale era più che altro quello di frugare nella valigia di Ravel per andare alla ricerca del grande mistero della sua musica; di questo suo non corrispondergli nel carattere. Stravinskij aveva detto “voi non somigliate affatto alla vostra musica, ma siete l’esatto opposto”. Ravel è proprio il prototipo del musicista a-Romantico, totalmente lontano da qualsiasi manifestazione esteriore nella vita, nel carattere, nella persona. Insomma il suo genio si rivela esclusivamente nella sua musica, nelle composizioni musicali, mentre nella vita è un uomo normale, grigio. Ravel è, forse, il maggior rappresentante dell’età di passaggio dal grande Romanticismo alla

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La valigia di Ravel

“musica moderna”, con le forti contaminazioni con la pittura di Picasso, di Braque e di Matisse, così come della musica jazz (che ne La valigia di Ravel è raccontata nel suo viaggio americano e nell’incontro con Gershwin). È davvero l’emblema dell’individuo moderno: non quello eroico e fiducioso del Romanticismo, ma quello carico di dubbi, tragedie (il Primo Conflitto Mondiale), sconfitte. Così viene descritto, anche sotto il profilo psicologico Ravel nel lavoro che avete messo in scena al Maggio: un uomo avvolto da un’ombra, che sarà quella che avvolge l’intera prima metà del Novecento. Direi un uomo che si ritira nell’ombra: ecco Ravel mi ha sempre dato questa impressione di un uomo che si ritira nell’ombra e riappare

nella luce solo nel momento in cui, attraverso un lavoro non tanto di fulminea e romantica ispirazione ma al contrario attraverso un lavoro di ferrea disciplina, di paziente ricerca, riesce a comporre i capolavori che sappiamo. Nel suo progressivo allontanamento dall’impressionismo, Ravel mantiene sicuramente una particolare propensione al colorismo (che certamente è figlio anche della lezione di Rimskij Korsakov), che nello spettacolo voi affidate all’iridescenza pianistica di Jeux d’eau (1901) e a Ma mère l’Oye. Ecco un bel contrasto: l’uomo chiuso, misurato, coperto da un’ombra senza luce, che estrae da chissà quale profondo anfratto colori sfavillanti, coloriture musicali inimmaginabili.


Il suo impressionismo è, però, più venato di esotismo, rispetto a quello di Debussy che è a tutto tondo. Ravel i colori li trova anche nel suo amore per la musica spagnola, per le forme musicali spagnole che lui rivitalizza e recupera, portandoli a livelli quasi di astrazione, di sublimazione totale. Ancora una apparente aporia: il Bolero, di cui consegnando la partitura Ravel dirà “Ecco un pezzo che i grandi concerti della domenica non avranno mai come inizio dei loro programmi”: la sua preoccupazione formale (qui incarnata dalla ripetizione di due temi principali A e B, di diciotto battute ciascuno), la sua rappresentazione di un mondo sonoro ordinato governato dalla funzione lineare della musica, che assu-

me le forme di una musica sanguigna, folle, un crescendo anche ritmico (che costò a Toscanini le reprimende dell’autore). C’è una dimensione ossessiva nel Bolero. Come Ravel stesso diceva, è un pezzo quasi senza musica: ci sono appunto due temi che si ripetono ossessivamente col variare continuo, E qui Ravel dimostra la sua maestria di orchestratore, perché riesce a tirare quasi fino all’inverosimile questa frase musicale unica. Ci sono stati anche dei biografi, medici, che hanno creduto di individuare nel Bolero un sintomo di una sorta di malattia mentale che poi lo avrebbe colpito. Si suppone che possa aver sofferto di Parkinson, ma non è chiaro. C’è chi ha visto nell’ossessione ripetitiva del Bolero appunto un sintomo patologico. Ma io non condivido questo punto di vista. Il Bolero mi sembra un pezzo geniale e basta. Vi è poca follia, anzi direi estrema lucidità. Resta, comunque, un fatto sorprendente come un uomo così schivo, umbratile, difficilmente inscrivibile in una soltanto delle correnti musicali del suo tempo, abbia potuto pesare così tanto nella musica moderna, fin dentro agli ultimi decenni del Novecento. La sua influenza è decisiva – molto di più di quella di Debussy, di cui costituiva la reazione – sul Gruppo dei Sei (Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey) che, rompendo nettamente con la degenerazione retorica del tardo Romanticismo, dà il via alla “musica moderna”: una vera “Mamma Oca” (eseguita nello spettacolo) per la musica moderna. Ma è, appunto, questa la magia della musica, Le jardin féerique, di cui Ravel fu mastro giardiniere. Sì, un uomo ripiegato su se stesso che comunica con il mondo attraverso una lingua misteriosa che è quella della musica. Con questa capacità di interloquire con musiche diverse, da Gerswhin ai musicisti italiani contemporanei. Porterete in tourné lo spettacolo o lo rappresenterete comunque altrove? Speriamo di sì. Il 14 settembre lo faremo a Roma nel Cortile di Castel Sant’Angelo. E poi speriamo che possa avere una sua vita. Con i Cameristi del Maggio si lavora davvero molto bene; con Lorenzo Fuoco e tutti gli altri. Non è la prima volta che facciamo qualcosa insieme. Avevamo fatto anni fa un bel lavoro su Giovanni Pascoli. Spero che questo spettacolo possa avere una sua vita, perché la risposta del pubblico al teatro dell’Opera di Firenze è stata incoraggiante. E’ anche un modo di porgere la musica, nella sua totale semplicità (apparentemente è solo una lettura, ma in realtà vi è una interpretazione in questa lettura), che non è di-

dascalico, ma direi introduttivo al personaggio che può rivelare aspetti interessanti anche agli appassionati di musica. Prima che iniziassimo questo lavoro tanti dettagli della sua vita, del suo carattere, questo suo rifiuto delle relazioni amorose, io non le conoscevo. Ora, è vero che un artista si esprime con il suo linguaggio artistico e quindi, come sosteneva Proust, non è necessario anzi è dannoso sapere come fosse nella vita quotidiana, perché lo scrittore è un altro io rispetto a quello che vive la vita quotidiana e le relazioni sociali. Tutto questo è indubbiamente vero, però quando amiamo un artista, uno scrittore, un compositore, perché non entrare nel mistero della sua vita privata. Ci dà anche la misura di come siano cambiati i tempi, perché un compositore della sua raffinatezza nella sua epoca (che non è poi così lontana) era una star, era apprezzato e stimato, riconosciuto universalmente non solo dagli specialisti. La musica era ancora dentro la società, dentro il mondo. Oggi purtroppo la musica contemporanea è un po’ distaccata dal mondo. Tu come spieghi questa distacco? Questo è un vero problema perché la musica cosiddetta classica, seria o colta, si è ritirata in un empireo talmente astratto e raffinato che risulta infine chiuso in se stesso; rischia di essere ascoltata solo dagli specialisti. Questo ha lasciato molto spazio a forme musicali più popolari che hanno conquistato – anche giustamente – il favore del pubblico: il jazz prima e poi via via le altre forme, fino al rock. Ripensare ad un tempo in cui le opere di Verdi o di Rossini, o prima ancora quelle di Mozart o di Haendel avevano seguito di pubblico, ci deve interrogare su quello che sta succedendo oggi e sul fatto che i compositori venuti dopo Puccini (che è stato l’ultimo, forse, in Italia ad essere stato popolare; eppure è stato un innovatore straordinario dal punto di vista dell’orchestrazione o dei timbri) non hanno avuto il seguito che invece lui ha avuto. Come mai questo non avviene più nella musica contemporanea? Ecco, io ho la domanda, ma la risposta è molto più difficile. C’è chi prova ad avvicinare la musica classica alla sensibilità del tempo, ma con metodi sbrigativi: non sarà certo il culturismo di un Allevi ad appassionare il pubblico che, invece, va solo incontro alle semplificazioni proposte. Viviamo in un’epoca in cui, nella musica come nel teatro o nella letteratura, vi è una richiesta continua e pressante da parte degli addetti, del pubblico, della società direi, di semplificazione; il rifiuto della complessità. Si vogliono delle cose semplificate e, perciò stesso, banalizzate. E mi pare una tendenza pericolosa.

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Le Sorelle Marx

Di mamme ce n’è una sola

Matteo Renzi è proprio un bel ragazzino: tutto casa, lavoro e mamma e a noi Sorelle Marx legate ai bei tempi andati questa sua caratteristica non può che intenerire il cuore. Matteo, all’Assemblea nazionale del PD che lo ha incoronato re...sponsabile del partito, ha parlato di temi “strategici” e delle tre priorità del PD, gli elementi da quali “ripartire”: lavoro, casa, mamme. Ora, si sa, di lavoro non è che Matteo sia un esperto; di casa è meglio non parlarne troppo che fra quella di Pontassieve e quella di Firenze di Marchino Carrai non tira buona aria. Ma di mamma sì che Matteo è esperto. Che ragazzino tenero, quando ha proclamato dal palco che «Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica, è ora che la politica si occupi delle mamme». Ha proprio dettato la linea al suo partito, tanto che il suo rivale, Andrea Orlando ha

I Cugini Engels

Dario e Dario alla guerra del risciò

Dice il proverbio che spesso le stalle si chiudono quando i buoi sono scappati. Chissà dove dimorano i risciò, elettrici o meno, che hanno invaso il centro storico della Disneyland del Rinascimento, conosciuta anche come Firenze, perché bisognerebbe adattare il detto dopo che il sindaco Nardella ha richiesto nientepopò di meno che una legge all’omonimo Dario, ministro dei Beni Culturali. Quindi Dario e Dario adesso si chiuderanno sulle sudate carte per trovare il modo di fermare le decine di automobiline, troiai a pedali, che insieme alle orde turistiche, affollano il centro storico rendendo sgradevole la visita al parco giochi del rinascimento. Come molti altri provvedimenti ci si muove in ritardo e, come la stragrande maggioranza dei provvedimenti di questa amministrazione sul centro storico, ci muove per tutelare il turista e poi di risulta il residente. Visti

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commentato: «In Italia, si sa, la mamma viene sempre prima di tutto». Due ragazzini proprio a modino; ma poi, signora mia, che tema innovativo... la mamma... veramente popolare. Poi sappiamo che Matteo ha confessato di preferire, fra tutti i cantanti, quel tal Guccini Francesco di Pavana che nel suo album “Opera buffa” del 1973 ha cantato la canzone a cui certamente Matteo si è ispirato, che faceva così: “Di mamme ce n’ è una sola, ma caro figliolo, di babbo uno solo non sempre ce n’è [ma talvolta uno è fin di troppo...], lalalala,... la mamma sol ti consola, la piccola casa, l’angusta dimora, par quella d’ un re. Figliolo, ora sei lontano da me: laggiù sono ricchi e di mamme ne han tre... ma la tua mamma è italiana e ne val cento da sé!”. Con un programma così, la vittoria elettorale è cosa fatta.

i precedenti del regolamento del peposo immaginiamo che la proposta di legge dei due Dario avrà qualche clausola per i risciò a chilometro zero. Pronta la contromossa tutta politica di Eugenio Giani: i risciò di

tradizione locale. Su quest’ultimo punto è già pronta una sua dotta lezione sulle carrozze ai tempi di Dante e la presidenza della nascente società fiorentina per le carrozze medicee.


Nel migliore dei Lidi possibili

disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

Segnali di fumo di Remo Fattorini Meno burocrazia, più semplificazione, procedure snelle e veloci. Promesse e ripromesse da tutti, dalla destra alla sinistra. Risultati: in questi ultimi 5 anni la burocrazia - quella che ti fa perdere tempo e rende tutto più difficile - è cresciuta. A dirlo sono proprio loro, i dipendenti della pubblica amministrazione. I dati emergono da un’indagine (su un campione di 1.770 persone intervistate) realizzata da Digital360 in vista del Forum PA2017. Il 62% di loro non ha dubbi: la pubblica amministrazione è

Per fare le grandi riforme è necessaria una poltrona più resistente e un riformatore meno pesante

peggiorata e funziona male, soffocata com’è da norme, codici, circolari, regolamenti, disposizioni. Una valanga di complicazioni che frena l’efficienza e impedisce ogni velocizzazione. Accade così che noi cittadini, esasperati, si finisce per scaricare le responsabilità sui dipendenti: che ci appaiono sempre più incapaci, insensibili e spesso pure vagabondi. Certo quando ad una piccola impresa (dati Eurobarometro) occorrono 240 ore per mettere a punto una dichiarazione dei redditi a fronte di una media europea di 176 ore, la voglia di prendersela con chi sta dietro lo sportello diventa uno sport nazionale. In realtà di fronte a questo intrigo di norme e regole il dipendente per tutelarsi ed evitare grane prima di chiudere una pratica verifica il verificato, rinvia le decisioni, duplica le richieste di moduli e pareri. Ma in realtà a rallentare tutto è l’eccessiva normativa e un’organizzazione del lavoro obsoleta, basata più sugli adempimenti che sui risultati. Basti pensare che da noi sono vigenti 75mila leggi,

quando in Francia, dove lo Stato funziona meglio, se la cavano con 7mila, in Germania dove l’economia tira e lo Stato è efficiente ne bastano 5.500, mentre oltre Manica si sono fermati addirittura 3mila. Così per chiudere gare per la fornitura di servizi, dalle pulizie all’assistenza tecnica fino alla gestione di servizi come ad esempio il Tpl, non bastano mesi ma servono anni. Senza contare che il 70% degli appalti finisce in contenzioso nei tribunali amministrativi. Cambiare marcia si può. A dirlo sono sempre loro, i dipendenti pubblici, che oltre a puntare il dito sui problemi indicano anche qualche soluzione: scegliere dirigenti competenti in base al merito e non per appartenenza politica; snellire le normative evitando sovrapposizioni; organizzazione del lavoro più flessibile; perseguire gli obiettivi e non gli adempimenti; sviluppo della digitalizzazione a tutti i livelli. Verrebbe da dire: suggerimenti di buon senso, semplici e fattibili ovunque, meno che da noi. Chissà perché.

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di Laura Monaldi In occasione dell’inaugurazione dei locali ristrutturati della Limonaia dell’ex Convento dei Frati Cappuccini, attuale sede della Fondazione Opera Santa Rita, il 25 maggio alle ore 18.00 la città di Prato potrà ammirare un’inedita mostra retrospettiva dedicata a Hermann Nitsch, esponente dell’Azionismo Viennese e famoso per la resa performativa del suo personalissimo “Teatro delle Orge e dei Misteri”. I quaranta metri della Limonaia ospiteranno le museali opere dell’artista, provenienti dalla Collezione Carlo Palli, insieme a un ricco assortimento di materiali d’archivio che avvaloreranno la storia e il senso di una prassi artistica per molti ancora sconosciuta e oscurata da pregiudizi infondati. Fin dagli anni Sessanta le opere e il teatro dell’artista hanno provocato reazioni e contestazioni molto forti e in più occasioni: tutte originate dalla mis-conoscenza di una poetica che ha fatto del mito e del dogma religioso un inno alla redenzione e alla salvezza morale, attraverso la messa in scena performativa dei concetti di redenzione e di sacrificio, in nome della liberazione dall’oppressione accademica e congetturale della società attuale. Colore e sangue non si mescolano soltanto per provocare e ottenere reazioni da parte del pubblico: il “Teatro delle Orge e dei Misteri” è per Nitsch il luogo di un comune sentire in cui vivere l’alterità e cogliere i frutti catartici del rito collettivo; un’esaltata estasi sessuale/sensuale che porta alla perdita di sé, in nome di un mito e di un personaggio in grado di incarnare la psiche umana nella sua totalità. Il “Teatro delle Orge e dei Misteri” conduce inesorabilmente all’illuminazione e all’«avvenimento dell’essere», alla «festa della vita». Creatività e Vita si uniscono in una sintesi unica e in una fusione delle diverse arti che fa dell’evento un momento sinestetico di Arte Totale. Leggere Nitsch significa interfacciarsi con un universo unico e totale, con un connubio di cultura e scienza, con l’apogeo della storia dell’uomo che nell’azione estetica trova concretezza e dimostrazione, in virtù della sua personale ricerca volta a ristabilire, attraverso l’arte, lo stretto legame con lo stato di natura dell’umanità: solo regredendo a tale stadio e colpendo il subconscio degli attori si verifica la catarsi e la presa di coscienza che il linguaggio ha perso qualsiasi valore e qualsiasi funzione. Per riuscire a vedere nuovamente Dio e percepire la sacralità nella vita, l’uomo deve immergersi nella propria crudeltà artificiosamente ricreata e da quella rinascere, come essere intellegibile con un valore aggiunto rispetto alla massa.

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Nitsch, orge e misteri


Musica

Maestro

Armonie atlantiche

di Alessandro Michelucci Yann Tiersen è un compositore nato in Bretagna, la regione che segna l’estremità nordoccidentale della Francia. In termini amministrativi è quindi francese, ma il suo forte legame con la cultura regionale ci impone di definirlo bretone (si noti il nome: Yann, non Jean). Nato a Rennes nel 1970, attratto dalla musica fin da piccolo, Yann studia al Conservatorio della sua città natale. Qui impara a suonare numerosi strumenti, fra i quali piano e violino. Esordisce con La valse des monstres (Sine Terra Firma, 1995). Se si esclude il contributo di Laurent Heudes, che suona la batteria in due brani, l’intero disco è composto, arrangiato, suonato e registrato da Tiersen. Negli anni successivi comincia a lavorare per il cinema. Diventa famoso per le colonne sonore di film come La vita sognata degli angeli (1998), Il mondo di Amélie (2001) e Goodbye Lenin! (2003). Comunque la maggior parte della sua discografia è composta dai lavori che realizza come solista. Il terzo album, Le phare (EMI, 1998), lo impone all’attenzione del pubblico francese, ma riscuote ampi consensi anche in altri paesi europei. Collabora quindi con la cantautrice americana Shannon Wright (Yann Tiersen & Shannon Wright, Ici d’ailleurs, 2004). Il suo lavoro più recente è Eusa (Mute Records, 2016). Il titolo è il nome bretone di Ouessant,

SCavez zacollo

la minuscola isola rocciosa atlantica dove vive il musicista. Piccola ma culturalmente attiva, Ouessant ospita ogni anno il Salone internazionale del libro insulare, al quale partecipano editori bretoni, corsi, islandesi e di altre isole. Ma torniamo al nuovo disco. Registrato ai celebri Abbey Road Studios di Londra, il CD propone dieci brani strumentali che l’autore esegue con uno Steinway a coda. Il fraseggio di Tiersen è vario e lambisce soltanto di rado il minimalismo, optando invece per melodie di ampio respiro e di notevole fascino. Certi accenti classici possono richiamare Ludovico Einaudi, ma a ben vedere si tratta di un’impressione determinato dall’uso melodico dello strumento. “Lok gweltaz” è intrisa di una

malinconia suadente. “Kereon” si apre con un ritmo nervoso che poi si stempera in una melodia accattivante. Molti brani, come “Pern” e “Yuzin”, possiedono una forte carica descrittiva: sembra di vedere quei meravigliosi paesaggi marini immersi nella nebbia atlantica, le baie brumose, le casette bianche con le finestre colorate. La stretta comunione con l’ambiente è confermata dall’inserimento di alcuni rumori naturali (il vento, le onde dell’oceano, etc.). Per finire, una notizia importante. In luglio Tiersen sarà in Italia per una serie di concerti: il 17 suonerà a Firenze, nella bella cornice di Piazza SS. Annunziata. Inutile dire che si tratta di un concerto da non perdere.

disegno di Massimo Cavezzali

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Il mondo

senza

gli atomi illustrazioni di Aldo Frangioni

Il prosciutto di cuore

di Carlo Cuppini L’innovativo e pregiato prosciutto di cuore di manzo (ma non fu poi dichiarato essere di cavallo? addirittura qualcuno ricorderà le parole “di uomo”) viene mostrato e offerto in esclusiva degustazione, non senza una dose di malcelato compiacimento, dal macellaio che ne è l’artefice a una ristretta cerchia di astanti, radunati per l’occasione, tra cui me. Cosa ci abbia spinti tutti quanti a interessarci a questa presunta prelibatezza, a dire il vero, non saprei dire. In particolare, la mia presenza in questo contesto mi appare completamente inspiegabile. Il bianco accecante delle piastrelle preclude la possibilità di frugare nella memoria per ricostruire i passaggi che sembrano mancare; mi schiaccia su un presente smaltato, scivoloso, senza dimensioni, dove è impossibile opporre una resistenza di pensiero a ciò che accade. Come che sia, il vassoio viene fatto passare di mano in mano e, nonostante le bocche storte e gli sguardi scandalizzati, nessuno si sottrae all’assaggio. Io stesso ne afferro con due dita una fetta arrotolata e me la infilo dritta tra i denti, mentre un’altra, con gesto abile da prestigiatore, la faccio sparire nel taschino della giacca, per riserva. Il piacere si sprigiona tra la lingua e il palato, pieno e confortante come un bagno caldo in pieno inverno, mentre fuori infuria un temporale. Non solo: una forte e crescente libido si scatena all’improvviso dentro il corpo. Questo accade anche a tutti gli altri, uomini e donne, come posso notare dagli sguardi lubrichi che cominciano vistosamente a volare a destra e a manca. Sembrerebbe trattarsi di una pulsione sessuale intrisa di una specie di malinconia, come un tunnel pieno di piante esotiche, affascinanti, in fondo al quale troneggi l’immagine luminosa e irraggiungibile della Madonna. Sento rigonfiarsi il mio sesso, in modo rapido e spropositato, nel momento stesso in cui scelgo, o meglio sono scelto dall’oggetto del mio estemporaneo desiderio: nello specifico, trattasi della ragazza moretta, vestita di nero, che è rimasta tutto il tempo in silenzio mentre il macellaio dal grembiule insanguinato recitava i suoi slo-

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gan brutali. La desidero violentemente, come una fetta di prosciutto voglio che sia subito mia; ma insieme vedo in lei l’immagine in fondo al tunnel, una Madonna sacra e inviolabile, perfino traslucida, su fondo oro, entità estetica, estatica, perfetta, che non lascia all’azione speranza

Foto di

Pasquale Comegna

d’incarnazione. L’evento è finito prima ancora che me ne possa rendere conto. Capisco che i convitati già se ne stanno andando alla spicciolata. Cerco con gli occhi il macellaio: si prodiga in saluti e pare oltremodo soddisfatto della sua presentazione, per quanto non sia chiaro quale sia stato, o potrà essere, il suo guadagno. Preso tra estasi ed erezione, tra prosciutto e batticuore, mi ritiro in disparte e con la fetta che ho di nascosto intascato faccio al mio pene una fodera, una guaina che lo ricopre aderendo come una seconda pelle. E il pene si solleva, si stacca da terra – e quasi dal corpo – e si mette a cantare. La Madonna da lontano lo vede, lo sente, sorride, e ridendo indietreggia ma senza indietreggiare, per andarsene a sparire sempre più lontano. Non te ne andare. Proteggimi. Non mi lasciare. Ora in fondo al tunnel non c’è più nessuno. L’evento è finito: non è mai stato. Non trovo traccia di quello che è accaduto. Anche le piastrelle sono state smontate e rimosse. Così, sprofondato nel nero, all’improvviso posso ricordare: sono vegetariano. Ed ecco il pentimento, il rigetto, il conato: prosciutto di cuore, di manzo, di cavallo… prosciutto di uomo. Che diavolo mi hanno propinato? Il macellaio sanguinario mi ha sedotto, traviato, ingannato. Ma adesso che posso fare? Sono solo. Il pene foderato di prosciutto, ormai inerte, è sempre stretto tra le mie mani. E non posso cancellare quello che è stato. Né quello che non è stato.

Il sole basso all’orizzonte


di Mariangela Arnavas Giuro che ti ammazzo Carla, ti sgozzo come un porco e ammazzo pure i nostri figli - quante volte Carla l’aveva sentito dire dal suo ex marito. Giuro che ti ammazzo se ti vedo sorridere al tabaccaio che ti vende i biglietti della metro. Giuro che ti ammazzo se metti un vestito o una gonna, per uscire. Giuro che ti ammazzo se hai un’amica - col tempo le cose erano peggiorate -, se vedi tuo fratello, se parli con i tuoi genitori. Da qui si muove “Una storia nera”, di Antonella Lattanzi (Mondadori 2017), storia di una famiglia dilaniata dalla possessività violenta di un marito ormai ex, di sua moglie e dei tre figli, due adulti e una bambina di tre anni. Roberto Saviano ha detto giustamente sull’Espresso che si tratta di “una storia hitchcockiana in ogni sua cellula”; sono più d’uno i richiami, il principale è sicuramente quello a “Delitto perfetto”, (Alfred Hitchcock 1954). Carla, protagonista di “Una storia nera”, ha la stessa bellezza luminosa di Margot Mary Wendice (Grace Kelly) e la stessa capacità tenace di difendersi e poi ci sono i gabbiani, ossessivamente presenti, aggressivi e sanguinari come negli “Uccelli” (sempre Hitchcock nel 1963): “grassi e ingordi, stavano ammassati gli uni sopra gli altri a ingozzarsi di qualcosa, immersi nella discarica piena di resti di cibo, carcasse, spazzatura”. In effetti, la tensione si dipana lentamente, contestualmente alla progressiva metamorfosi dei personaggi principali in una storia che si legge da dentro, dove niente è scontato, neanche l’immagine di copertina che raffigura un cadavere femmi-

Violenza domestica nile; dove l’evoluzione e anche lo sconcerto si mantengono all’interno di una cifra realistica di sofferenza e durezza quotidiana della vita. Una storia che è principalmente storia di ambivalenze, quelle che sono latenti in ogni rapporto familiare o comunque profondamente affettivo: “Voi lo sapete perfettamente quello che pensate? Quello che volete? Voi potete dividere tutto con certezza, giusto e sbagliato, si e no, questo e quello? Se voi potete io vi invidio con tutte le mie forze”. Queste le parole chiave della protagonista, però, però con Hitchcock c’è una differenza fondamentale: nel regista l’ironia sottile, sempre presente attesta una fondamentale distanza dal giudizio sui personaggi, al massimo, in “Delitto perfetto”, si avverte un certo disprezzo per la presunzione e l’arroganza dell’aspirante assassino, qui, invece, l’autrice, pur passando il testimone da un personaggio all’altro, finisce per assumere lo sguardo dei figli che assolvono la madre con riserva; l’idea di una sostanziale centralità comune dell’ambivalenza nei rapporti d’amore passionale. Ma c’è qualcosa che non quadra per molti motivi, soprattutto direi perché il marito violento stalker, che picchiava ferocemente la moglie anche per vaghi sospetti (e purtroppo queste storie non stanno solo nei romanzi) aveva da 20 anni, e dunque molto prima del divorzio, una relazione con un’altra donna e forse un’altra figlia e qui allora, anche se c’è l’ostentazione d’amore per i figli, siamo di fronte all’ipocrisia della

doppia morale; non è più ambivalenza, è la logica del marito e padre padrone, che non a caso minaccia di morte anche i figli, la stessa mentalità che giustificava l’esistenza nel Codice Penale italiano del delitto d’onore, norme abrogate definitivamente solo nel settembre del 1981, meno di quarant’anni fa. In questo modo l’ambivalenza, pur fondata, porta l’autrice ad un’ambiguità di giudizio non condivisibile, ambiguità che probabilmente origina anche la valutazione di Saviano su cui non concordo, quando definisce la protagonista come una Medea “che, maltrattata e tradita, non uccide i figli, ma li schiaccia sotto il peso insostenibile della sua vendetta”; non c’è nessuna Medea, solo una donna che lotta disperatamente per la sopravvivenza di quel che resta della sua famiglia, casomai è Vito, l’ex coniuge violento, che ricorda un Saturno che tenta di divorare anche i suoi figli. Comunque un bel percorso narrativo in cui vale la pena di immergersi e che tiene attaccata la lettrice/il lettore fino all’ultima pagina.

no fatta senza andare via dalla città di Hendrix e non era poco per me che fino ad allora avevo ascoltato quasi solo gente morta o dell’età di mio padre. I primi due vinili comprati da solo furono 24 Nights di Eric Clapton e Ten dei Pearl Jam, segno che o avevo una predilezione per la Cabala o avevo gusti musicali piuttosto schizofrenici. Credo la seconda e ne andavo (e vado) molto fiero. Insomma il grunge è la musica della mia generazione, o almeno della parte rocchettara della mia generazione. Non eravamo una

generazione né ribelle né maledetta. Con quelle camicie indosso non sarebbe stato facile, va detto a nostra discolpa. Anche i nostri miti non ci apparivano così. Certo Cobain (sui Nirvana vale quello detto prima) se n’è andato suicidandosi ma gli altri stavano agli eccessi degli anni settanta come Mastella a Lenin. Quindi venire a sapere che se n’è andato Chris Cornell mi fa doppiamente male, perché mi aspettavo che invecchiasse insieme a me. Non me lo immaginavo certo sulle panchine dei giardinetti sia chiaro; ma del resto non vorrei finirci nemmeno io e grazie anche alla Fornero questo rischio mi è molto diminuito. Mentre scrivo, appena appresa la notizia, di getto senza troppo pensare; non so ancora cosa se l’è portato via. Poco importa. Se anche saranno droghe, alcool ad averci privato della sua voce non saremo mai maledetti e ribelli. Anche per questo andarsene così, caro Chris, non mi pare sia stata una grande idea: quelle camicie non ce le perdoneranno mai.

di Michele Morrocchi

Chris Cornell e le camicie a quadri Alla mia generazione è toccato il grunge. Ci dividevamo tra Pearl Jam e Soundgarden (sì lo so che c’erano i Nirvana ma non li ho mai potuti soffrire) che non erano gli Stones o i Led Zeppelin ma non ci è andata malissimo. Non ci dividevano, purtroppo, le camicie di flanella a quadrettoni. Anche quelli che ascoltavano più musica vecchia che il grunge, come me, non rimasero insensibili a quelle note che arrivavano dalla costa west degli Stati Uniti: non dalla fighissima California ma dal nord, Seattle, lo stato di Washington. Freddo, boscaioli ma anche computer e internet con Microsoft che metteva il suo quartier generale a Redmond. Ce l’aveva-

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di Susanna Cressati Alla fine della lezione su Antonio Tabucchi tenuta da Andrea Bajani, lo scrittore che ha presentato lo scrittore per l’ultimo incontro del ciclo omonimo organizzato dal Gabinetto Vieusseux di Firenze, mi è venuta in mente una delle poesie di Emily Dickinson che amo di più. È questa: Quando muore l’amico di qualcuno Il punto più doloroso E’ di pensare che camminava da vivo In un certo momento o in un altro. Il suo vestito della domenica, La piega dei capelli, Uno scherzo che lui solo sapeva, Perduti, nella tomba. Quanto fosse cordiale un certo giorno, Quasi si sfiora la data, sembra così vicina; e ora, N’è secoli lontano. Come lieto di quel che dicevate; Cercate di toccare il sorriso, E le dita sprofondano nel gelo. Quando fu, sapete dirlo, Che invitaste la brigata al tè, Conoscenti, alcuni appena, E parlaste a tu per tu con quella superba creatura Che non vi ricorda? Di là degli inchini e degli inviti, Dei colloqui e dei voti, Di quanto noi possiamo valutare, Questo è il vivo del dolore. Quanto sia ancora vivo il dolore di Bajani per la morte di Tabucchi l’abbiamo capito ascoltandolo al Teatro della Compagnia. Più che una lezione o una conversazione, la sua è stata la testimonianza di una amicizia, di una sintonia ricercata, non casuale. Alle sue spalle, sul grande schermo, ha campeggiato per tutto il tempo una immagine di Tabucchi che paradossalmente ne sottolineava l’assenza: il filiforme ritratto firmato da Valerio Adami, “pronubo” dell’amicizia tra i due, che coglie lo scrittore con la bocca appoggiata sulle mani intrecciate, la fronte corrugata, gli occhi vuoti dietro le lenti. Alla fine si è sentita anche la voce dello scrittore, che parlava dello scorrere del tempo. Una registrazione ormai dal sapore antico, come se a Bajani non fosse bastato parlare di Tabucchi ma lo avesse voluto evocare di persona sul palco e, se non materialmente, almeno in forma di fantasma. Del resto Tabucchi, suggerisce l’amico, era scrittore di fantasmi, uno degli scrittori che i fantasmi avevano scelto per farsi vedere. Lo scrittore è un “portatore sano” di fantasmi, alcuni buoni altri spaventosi, i fantasmi dei

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L’assenza di Tabucchi

sogni, della realtà, del potere. Fantasmi che possono destare meraviglia o sconcerto. Con i fantasmi – dice Bajani – Tabucchi ha fatto paura al potere, che invece pretende di possederli e di murarli nel cemento dei piloni autostradali. Il realismo è il tentativo del potere di mettere a tacere i fantasmi. Diversamente da altri scrittori del Novecento (Cassola, Bassani, ma anche Natalia Ginzburg o Gianna Manzini, come abbiamo visto) che improvvisamente si sono inabissati nell’oblio come navi travolte dalla tempeste e che magari chissà quando riusciranno, per misteriose ragioni, a riemergere, Antonio Tabucchi è ancora ben saldo sul palcoscenico letterario nazionale. Nell’archivio contemporaneo del Vieusseux, ha raccontato Bajani, sono conservate alcune, poche lettere della sua sterminata produzione epistolare. Tabucchi era un uomo di lettere, nel senso che era un letterato, ma anche nel senso che scriveva molte lettere (così come era un compulsivo telefonatore notturno). Lettere colme di passione, di politica, di amore, ma anche di indignazione, di rabbia, di furia, celebri per le lancinanti frecciate conclusive: in cauda venenum. Le scriveva a mano, su carta, mostrando nella calligrafia mutevole i tratti della sua fisicità. E dopo averle scritte, impaziente, invece di spedirle le mandava via fax. Predicava l’attesa e praticava l’impazienza. Del resto lo stile, ha chiosato Bajani citando Giorgio Agamben, altro non è che l’impazienza, l’ansia trattenute. Di lettere (un genere così desueto...) sono zeppi anche i libri di Tabucchi, uno di questi, “Si sta facendo sempre più tardi”, è proprio un

libro in forma di raccolta di lettere. Lettere visione, lettere delirio. La lettera, ha argomentato Bajani, ha a che fare con la letteratura. Come scrivere un libro, è il gesto che qualcuno fa per andare verso l’altro, è una richiesta non solo di attenzione ma anche di relazione. È l’assenza che ci tiene inchiodati, bloccati, ostaggi, come Amleto, di un fantasma. Chi scrive un libro (o una lettera) chiede che il lettore si consegni, che butti dentro questa esperienza, come carburante nel serbatoio, tutta la sua biografia: dammi tutto di te – gli chiede chi scrive - dammi le tue emozioni e io farò la magia, scriverò quelle parole, e solo quelle, che fanno succedere qualcosa di magnifico o di orribile. Noi lettori dei libri (e delle lettere), sostiene Bajani, siamo abitati da qualcuno che non c’é. Le lettere creano l’intimità di due teste che si chinano sullo stesso foglio, sulle stesse parole; le pagine del libro creano una comunità di persone che si sono affacciate a guardare la stessa cosa. Può succedere di scrivere a se stessi o ai morti. Antonio Bajani ha raccontato di aver scritto, alla fine, una lettera all’amico perduto, allo scrittore già famoso che, tanto tempo prima, gliene aveva scritta una, decisiva per la sua esistenza, e gliel’aveva consegnata a mano, a Parigi, nel corso di una cena (la brigata...). Ma attenzione. Tabucchi stesso, in uno degli inaspettati post scriptum ai suoi libri, ci ha messo in guardia: la lettera, ha scritto, è un messaggero equivoco, un “falsario”, perché ci illude di annullare la distanza con chi ci sta lontano. Anche questa illusione può diventare il vivo del dolore.


di John Stammer Come una mano preveggente aveva scritto, qualche anno prima, sul muro di imbocco della galleria Le Romite sembrava proprio che nei lavori di costruzione del By Pass ognuno facesse i “propri comodi”. Ad aggravare la situazione ci si era messa anche la crisi economica che a partire dal 2008 colpì in modo pesante l’economia nazionale e in modo particolare il settore delle costruzioni. La crisi del settore edilizio e immobiliare era anche coincisa con una serie di inchieste della magistratura fiorentina che interessarono, anche se marginalmente, i lavori di costruzione del By Pass e che indebolirono complessivamente il settore delle costruzioni in Toscana. Inoltre un ulteriore complicazione si era abbattuta sui lavori di costruzione della terza corsia. Quella delle terre di scavo. Lo “smarino” o più comunemente “materiale di smarino” è il termine di ingegneria geotecnica per indicare il “materiale di risulta da attività di scavo sotterraneo (gallerie di miniere) non utilizzabile”. Ma nello scavo di gallerie stradali o autostradali o ferroviarie il materiale di scavo può essere generalmente riutilizzabile dopo opportuni controlli sulla qualità dello stesso e in particolare sui livelli di inquinanti derivanti dalla lavorazione. Ma una serie di leggi nazionali, e regionali della Toscana, hanno teso sempre più ad equiparare i due termini e costretto di fatto a mettere a discarica una grande quantità di materiale di scavo. Nelle lezioni di “costruzioni stradali e ferroviarie” i professori insegnano che una strada è ben progettata quando si tende a portare a zero il “bilancio delle terre” cioè la somma algebrica fra le terre scavate e quelle che servono invece per la realizzazione dei rilevati stradali. Non sempre nella realtà però quello che si studia può essere messo in atto. Per la costruzione del By Pass questi aspetti hanno tuttavia inciso in modo marginale Molto più significativi sono stati i problemi delle imprese costruttrici. La Baldassini-Tognozzi-Pontello, dopo aver realizzato una buona parte delle opere previste per il By Pass, all’inizio del secondo decennio di questo secolo manifesta consistenti problemi di gestione del cantiere. Si erano appena conclusi i lavori della costruzione delle opere di ampliamento a tre corsie dell’intero tratto cittadino (la terza corsia dell’Autosole fu aperta nell’intero tratto proprio nel 2011) quando nel 2012 la BTP cede il ramo d’azienda delle costruzioni ad Impresa. In quel momento erano state scavate completamente sia la galleria Le Romite,

Le gallerie che era già entrata in esercizio, sia la galleria Poggio mentre restavano da scavare poco più di 150 della galleria Colle. Ma Impresa non fu in grado di continuare i lavori e di completare lo scavo della galleria. Anzi dopo pochi mesi si giunse al fallimento e i lavori nel 2013 furono definitivamente sospesi. Seguirono lunghe e complesse procedure per la messa in sicurezza del cantiere, la compilazione dello stato di consistenza delle opere realizzate e per l’adeguamento del progetto esecutivo delle parti non realizzate. Infine dopo non meno di due anni dalla sospensione Autostrade per l’Italia decise di affidare i lavori alla società Pavimental (uno società del gruppo) per meglio garantire la ripresa dei lavori. I ritardi nei lavori di costruzione del By Pass stavano intanto creando un problema ulteriore per l’apertura del nuovo su-

Storia del by-pass del Galluzzo

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permercato di Esselunga al Galluzzo. Infatti il Consiglio Comunale di Firenze nel 2007 in fase di approvazione del progetto aveva condizionato l’apertura del supermercato alla messa in esercizio proprio del By Pass ritenendo che solo attraverso la costruzione di una nuova viabilità si sarebbero create le condizioni per sopportare l’aggravio di traffico conseguente all’apertura del nuovo esercizio commerciale. Ma il nuovo Consiglio Comunale di Firenze uscito dalle elezioni del 2009 decise diversamente consentendo realisticamente l’apertura del nuovo supermercato anche in assenza dell’apertura al transito della nuova strada. Fra pochi giorni anche questi problemi saranno parte di una storia passata. Il By Pass sarà aperto al transito il 29 maggio 2017. (continua)

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di Danilo Cecchi La nudità è lo stato naturale degli uomini, intesi come umanità, in cui sono comprese ovviamente le donne. La raffigurazione dei corpi nudi nell’arte è antica quanto l’arte stessa, e se vogliamo, la raffigurazione dei corpi nudi in fotografia è antica quanto la fotografia stessa. Ma con qualche piccola differenza. Se attraverso la raffigurazione del volto si pretende di raffigurare l’anima, o meglio, la personalità, piuttosto che la persona, la raffigurazione del corpo nudo assume una importanza analoga, se non maggiore. Il volto viene mostrato quotidianamente in pubblico, mentre il corpo nudo è un fatto generalmente privato. L’immagine fotografica del volto svela l’espressione, il carattere e la psicologia del personaggio, ma è l’immagine fotografica del corpo nudo che offre gli elementi mancanti, capaci di completare il quadro complessivo e di scoprire la realtà fisica di uomini e donne. Per secoli la pittura ha mostrato i corpi nudi con il pretesto della rappresentazione di scene mitologiche, bibliche o letterarie, e la stessa fotografia di nudo si è nascosta dietro l’alibi dell’aura artistica. La fotografia di nudo è un “genere” che gli storici ed i critici hanno sempre trattato in maniera assai “prudente”, perché ritenuto troppo vicino al sesso ed alla pornografia. Solo dalla fine degli anni Sessanta la fotografia di nudo ha assunto una sua dimensione autonoma e le sue particolari forme di linguaggio. Praticata, come la fotografia del volto, con la diretta partecipazione e la sottile complicità dei personaggi coinvolti, la fotografia del corpo ha lentamente maturato una propria estetica, che dal bello e dalla perfezione formale si è evoluta verso i rapporti ed i comportamenti. Il fotografo francese Alexandre Maller, nato nel 1979 a Pontarlier, a due passi dalla Svizzera, si interessa di fotografia fino dall’età di dieci anni, e dall’inizio degli anni Duemila, e per i quindici anni successivi, realizza tutta una serie di immagini di nudo femminile, del tutto originali. I suoi personaggi non sono delle modelle professioniste o semi professioniste part-time, come nelle immagini della maggioranza dei fotografi di nudo, e non sono neppure delle amiche compiacenti, come nella maggioranza delle foto dei dilettanti. Egli non ricerca ambientazioni esotiche ed evocative, naturali o artificiose, e non convoca neppure le aspiranti modelle in uno studio predisposto con fondali omogenei ed illuminazione calibrata. Egli si reca invece presso l’abitazione delle signore, più o meno giovani, che desiderano essere fotografate, e realizza le proprie immagini in un severo e rigoroso bianco e nero, ambientandole negli ambienti domestici in cui le signore si trovano a proprio agio. La nudità diventa

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Nude in casa propria così un elemento di quotidianità spontanea, o di spontaneità quotidiana, le immagini vengono ambientate nel soggiorno, nella cucina, nel bagno, nelle camere, i corpi si appoggiano accanto a tavoli o finestre, si accomodano su sedie, letti o divani, si sdraiano o si siedono su pavimenti o tappeti, così come accade ogni giorno, nell’intimità domestica. Nelle immagini di Alexandre non vi è nulla di eccezionale, non vi sono momenti di imbarazzo o di provocazione erotica, non vi sono falsi pudori né esibizionismo. Non mancano le immagini ricercate o le composizio-

ni studiate, tese ad esaltare le forme dei corpi, ma nella maggior parte delle immagini predominano la semplicità e la spontaneità. Le donne si fanno ritrarre mentre guardano dalla finestra, si riposano sul divano, si guardano allo specchio, accarezzano il gatto, bevono un caffè, fumano una sigaretta, leggono un libro. Tutto scorre nella normalità, ed anche l’assenza degli abiti rientra nella norma, quasi nell’abitudine. Perché la nudità è in fondo lo stato naturale degli uomini, comprese ovviamente, come nel nostro caso, soprattutto le donne.


di Dino Castrovilli Con la presentazione in “mise in espace” di Dialogo di Natura e Anima, affidato alle attrici Mimma Melani (Natura) e Dora Donarelli (Anima), della Compagnia teatrale “Il Rubino”, si conclude sabato 20 maggio, alle 18, (Pistoia, via degli Orafi 31) “I Libri”, l’omaggio che la Libreria Feltrinelli, in collaborazione con la casa editrice petite plaisance, ha voluto rendere all’autrice pistoiese Maura Del Serra, straordinaria protagonista, come critica, curatrice, poetessa, autrice di teatro e traduttrice, della letteratura del secolo scorso e di questo che stiamo vivendo. Al suo attivo decine di volumi, alcuni ormai introvabili e ambìti dai collezionisti: tutte le copertine sono state raccolte in una elegante plaquette (I libri) e una parte di esse esposte per alcuni giorni nelle vetrine della libreria che ha fatto la scelta giusta. L’omaggio a Maura Del Serra non è né il primo - nel suo palmarès letterario vi sono tanti riconoscimenti prestigiosi, compreso un Premio Montale - né l’ultimo, tantomeno una sorta di “premio alla carriera”: mentre scriviamo sta lavorando alla traduzione di cinque commedie di William Shakespeare e preparando la conferenza su Dino Campana e Dante Alighieri che dovrebbe tenere a Marradi in occasione dell’annuale iniziativa che il Centro studi campaniani “E. Consolini” tiene il 20 agosto, anniversario della nascita dell’autore dei Canti Orfici. Siamo in piena continuità: la straordinaria e intensissima attività letteraria di Maura Del Serra inizia proprio sotto il segno di Dino Campana. Allieva di Giuliano Innamorati, nel 1972 si laurea a Firenze in letteratura italiana moderna e comparata con una tesi che troverà l’esito editoriale che merita: L’immagine aperta. Poetica e stilistica dei Canti Orfici (La Nuova Italia, 1973), un volume di 350 pagine, ormai introvabile, in cui la giovane ma già preparata studentessa propone un approccio audace e tuttavia sviluppato con argomentazioni serrate al “libro unico” di Dino Campana. Un contributo che si pone immediatamente come una pietra miliare nella bibliografia campaniana. Nello stesso anno non solo cura il catalogo della mostra bio-bibliografica su Dino Campana allestita in occasione del convegno promosso dal Gabinetto Vieusseux “Dino Campana oggi”, ma tiene, dimostrando di non avere nulla da temere al confronto dei “mostri sacri” campaniani che l’hanno appena preceduta - stiamo parlando di C. Bo, E. Falqui, D. De Robertis, N. Bonifazi e S. Guarnieri - anche una originale e sempre attuale relazione sulla “evoluzione degli stati cromatico-musicali” nella poetica di Dino Campana. Subito dopo esce con Il Castoro n. 86 della Nuova Italia dedicato a Dino Campana, e, nel corso degli anni, altri numerosi

Maura Del Serra

Quando la poesia si fa europea, musicale, colorita

studi - alcuni dei quali raccolti nel volume Di poesia e d’altro (petite plaisance, 2006) - che la confermano come una delle voci più autorevoli della sempre più vasta (e ancora si continua a parlare di letteratura d’élite o “di nicchia”!) bibliografia su Dino Campana. Ma Maura Del Serra non si è occupata solo di Dino Campana e non ha scritto solo saggi e studi critici. Nel suo vasto raggio d’azione ci sono stati Rebora, Montale, Pascoli, Ungaretti, Proust, Virginia Wolf, J. L. Borges, Simone Weil, E. Lasker-Schulter - alcuni dei quali anche tradotti, - Pasolini, Caproni, Sandro Penna, Cristina Campo. L’eclettismo, la ricerca continua, la conoscenza profonda di linguaggi poetici diversi e la convinta assimilazione di culture altre, laiche e religiose, classiche e moderne, sono anche alla base della sua imponente produzione poetica. Parallelamente a questo imponente lavoro di studi, Maura Del Serra ha sviluppato infatti una fecondissima attività di scrittura teatrale - bisognerebbe leggersi le 800 pagine di Teatro (petite plaisance, 2015): in “Teatro contemporaneo”, Giovanni Antonucci ha definito Maura Del Serra “la nostra massima rappresentante di un teatro di poesia di grande qualità lirica e insieme drammaturgica” - e di creazione poetica, di cui sono testimonianza le raccolte L’opera al vento. Poesie 1965-2005, Tentativi di certezza. Poesie 19992009, entrambe edite da Marsilio, e il recente Scala dei giuramenti (Newton Compton 2016). Senza alcun cedimento a mode o richiami commerciali (non sarebbe da Maura Del Serra, campaniana anche in questo, cioè “poetessa pura”!), è forse il suo libro di più immediata comprensione, che dalle primissime righe (“Non mi fu dato scegliere/tra la vista dell’aquila e quella della talpa/ ma fui talpa che vola/sul dorso occhiuto della sua aquilina/fata madrina”) introduce un elemento ineluttabile della biografia dell’autrice (i suoi progressivi problemi di vista), accettato, vissuto e trasceso in versi di rara visionarietà e bellezza,

come se l’impoverimento della vista materiale avesse acuito in maniera esponenziale la capacità di saper guardare “oltre” e di poter introdurre anche il fortunato lettore a queste visioni. Come è accaduto a Borges, non a caso protagonista dello struggente Autoepitaffio di J. L. Borges: “Nel barbaro incantesimo di tanghi e di saghe/dissolsi l’Europa, ed il creato in sistema/dell’enigma; per scettico pudore/l’anima una romantica eresia decretai -/ma il pensiero nel sogno trasmutai, per/ tre decenni esplorando con le palpebre cieche/ labirinti di specchi e biblioteche... /Giunto al centro dei segni, vedo il nome e l’essenza/a fama e oblio strapparmi, svegliarmi a trasparenza”. Scala dei giuramenti è quasi una summa della sapienza poetica di Maura Del Serra, autrice che non ha bisogno di appartenere a scuole, correnti o mode letterarie: nel libro si rincorrono liriche struggenti, anche ispirate a tragedie familiari (Dopo la caduta, dedicata al fratello Alfio, celebre restauratore, colpito da ictus e scomparso da non molto) e del nostro tempo (Canto dei migranti), addirittura alla stretta attualità (la pasoliniana-luziana Poesia in forma di rovo: “Da quanto tempo ignominiosamente/la Repubblica muore e non cessa di morire/vampirizzandosi l’anima antica,/ drogandosi con avide favole la mente/puerosenile sulla via smarrita?”). Non è un caso che quest’ultimo libro sia stato acquistato da Contra Mundum Press (New York, Londra e Melbourne), tradotto in inglese da Dominic Siracusa e distribuito in molte librerie del pianeta. All’autrice che ha indagato gli stati cromatico-musicali della poesia di Campana (il poeta che con giusto orgoglio rivendicava di aver “creato una poesia europea, musicale, colorita”) è arrivato nel 2012 anche - coincidenza campaniana - l’omaggio di Franca Nuti, attrice monstre e celebrata musa ronconiana, che in Voce di voci (petite plaisance, 2012) ha interpretato, con l’accompagnamemto musicale di Michele Marini, 30 poesie , l’ultima delle quali può ben concludere anche questo nostro omaggio. Si tratta di Autoritratto in di-versi: “Sono Maura/e vibro ad ogni aura/di mistica metafora; do il verso/ al mondo come a una capigliatura/che ricade sugli occhi. Sono così matura/che mi disfaccio in mano a chi mi prende/per gioco o per figura. Amo la gloria,/ma segreta, amorosa, per i mondani oscura./Sono Maura, centaura/che scorrazza sfrenata zoccolando scintille/nel suo mite orticello di clausura”.

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di Claudio Cosma L’immagine che rappresenta la mostra di Silvia Noferi alla Fondazione Sensus è un fuoco d’artificio, uno di quelli fiorentini della festa di San Giovanni, dello scorso anno. Risulta piuttosto come una nebulosa, una irraggiungibile Via Lattea alla quale apparteniamo, ma non possiamo considerarla nostra, infatti, come l’altra si muove, si espande ed in un evanescente esplosione di polveri piriche, si dissolve per, forse, ricostituirsi in nuovi mondi, altrove. Nelle serie di foto di Silvia, il viaggio, la ricerca di questo altrove che sempre ci manca è presente dappertutto. Una metafora del viaggio interiore che l’artista ha intrapreso per fare posto ai ricordi, alla nostalgia, al desiderio di ricercare il proprio ruolo e nel ricollocare la vita vissuta in un ordine diverso, né emotivo né cronologico, cercando quelle triangolazioni sfumate, quelle relazioni fra le persone le cose, le parole e le azioni, che la mancanza di prospettiva ci ha impedito (le ha impedito) di cogliere profondamente, costringendoci, a volte, a rimozioni o interpretazioni di comodo. Il titolo “Polvere” allude alle numerosi polveri, sia celesti sia terrene sia fisiche e reali che astratte, ma non meno tangibili quando queste polveri si depositano a velare i nostri sentimenti e la nostra anima, stordendoli. Allo stesso tempo la polvere conserva e ci da la misura del trascorrere del tempo, rendendo possibile il passaggio dal vicino al lontano. Queste le linee di lettura della sua recente ricerca, speculare e circolare come il vortice di una spirale che le consente di rimanere equidistante fin tanto che la forza d’attrazione del sentire non la risucchi al centro della desiderata spirale dove tutto si acquieta. La mostra rimane aperta i giovedì e i venerdì di maggio e giugno, dalle 16 alle 19, a partire dal 26 maggio, per cui più si aspetta a visitarla e più si impolvera, assecondando il titolo scelto.

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Polvere


di Valentina Ferrucci In cima alla salita dell’Erta canina c’è un giardino, un po’ nascosto anche ai fiorentini, che sembra un giardino d’altri tempi, con una varietà di alberi grandi e antichi, dove troneggia la scalinata dell’architetto Poggi e dove le famiglie e gli abitanti del rione si ritrovano il pomeriggio, all’ombra degli alberi e sui giochi per bambini. Il giardino ha una lunga storia, ha alternato nel tempo la sua funzione, da scuola all’aperto, a sede degli Arcieri, fino all’abbandono e poi al ripristino, negli anni 70, per opera degli abitanti del quartiere, che proprio per questa occasione costituirono il Comitato di San Niccolò. L’apporto dei cittadini è stato determinante per dare nuova vita al giardino e riportarlo a pieno titolo tra le risorse del rione, tanto che da “Giardino di Carraia” ha preso il nome di “Giardino Piero Filippi”, dal nome del primo presidente del Comitato. Il giardino è ancora oggi curato e custodito dagli abitanti del rione, attraverso la convenzione del Comune che ne affida la custodia al Comitato di San Niccolò. Negli ultimi due anni il Comitato ha promosso iniziative per rendere il giardino protagonista della vita del quartiere, il Progetto Viva Carraia dalla primavera del 2016 ha visto attivarsi i genitori dei bambini che la frequentano per organizzare laboratori gratuiti e aperti a tutti (grandi e piccoli), realizzati dagli stessi genitori volontari e con il coinvolgimento attivo dei bambini e dei ragazzi. Laboratori creativi, con materiale di riciclo, diretti dai genitori che metdi Valentino Moradei Gabbrielli Venerdì, 14 aprile 2017. Sul treno per Torino, trovo nel retro del sedile la rivista “ITALO - I sensi del viaggio”. Sulla copertina il titolo della cover story: Giardini d’Italia – etc.. Vado subito a leggere l’articolo. “Sentieri nel verde”, di Silvia Pino. L’articolo, parla di conosciutissimi e popolari giardini italiani, comunicando informazioni su sette di loro. Mi colpisce molto “Il labirinto della Masone” a Fontanellato in provincia di Parma, realizzato recentissimamente utilizzando piante di bambù dall’editore Franco Maria Ricci. Il giorno successivo, viaggiando sulla corriera al ritorno dal Castello di Rivoli, Monica legge sulla rivista Io Donna, allegata al Corriere della Sera del Sabato 15 Aprile 2017 il seguente articolo: “Il pane e le rose, L’arte di smarrirci, senza Google maps” di Serena Dandini. Conoscendo la mia passione per i giardini, mi fa leggere l’articolo, che parla in modo esteso (un’intera pagina),

Viva Carraia, Carraia viva

tono a disposizione i propri saperi professionali o le proprie passioni per condividerle con altri genitori e bambini. Il senso è quello di condividere uno spazio comune attraverso attività educative e creative, aperte e autorganizzate, che ci insegnino ad avere cura dello spazio che ci circonda e delle relazioni con gli altri. L’anno passato sono stati realizzati circa 20 incontri con varie attività, feste e laboratori; tra questi, anche laboratori realizzati dai bambini per i bambini, oltre ad iniziative in collaborazione con le scuole materne ed elementari. Tutta l’esperienza è diventata un video, con le interviste realizzate con i bambini nel giardino. Anche quest’anno Viva Carraia si presenta

ai frequentatori con numerose iniziative per bambini e non solo: laboratori di piante volanti, di ceramica, inglese, impronte e fototipi, letture animate, feste e musica. Tra gli eventi in programma, abbiamo anche una passeggiata alla scoperta del rione, curata proprio da Cultura Commestibile, che ci porterà con l’arch. Gaetano Di Benedetto, “Tra l’Arno e il Piazzale Michelangelo” (ritrovo alle ore 18 al Circolo San Niccolò, Via San Niccolò 33r) . L’obiettivo è sempre lo stesso: imparare a condividere uno spazio pubblico, avendone cura e rendendosi protagonisti del proprio tempo e delle relazioni di prossimità che rappresentano il vero patrimonio di un rione e di tutta la città.

Prodotto-Cultura Il labirinto della Masone del giardino labirinto in bambù voluto dall’editore Franco Maria Ricci a Fontanellato e della sua lunga gestazione evidenziandone il valore culturale da esso rappresentato. Nell’edizione serale del TG2 del 25 aprile 2017, un bel servizio sul giardino con intervista a Franco Maria Ricci, che svela la sua comune passione per i labirinti con il poeta argentino Jorge Luis Borges, con il quale aveva maturato il suo progetto. Mi sono domandato se poteva essere un caso, il trovare tanto interesse sui mass media nell’arco di pochi giorni, per il giardino inaugurato il 29 Maggio 2015, oppure sia una legittima politica promozionale della Cultura-come-Prodotto. Visito il sito web, e raccolgo informazioni. Il prezzo del biglietto d’ingresso è di 20 euro. Da qualche tempo, parallelamente ai grandi par-

chi di svago a tema come lo storico Gardaland in Italia e tantissimi altri nel mondo, nascono “Parchi culturali” grazie all’investimento di imprenditori, che in odore di cultura, creano come in questo caso giardini, mostre itineranti, musei, collezioni d’arte, spazi espositivi per eventi culturali (gli esempi del critico d’arte Vittorio Sgarbi che presenta la sua collezione, la Banca Intesa San Paolo, che ordina su tre sedi Vicenza, Milano e Napoli le opere d’arte di sua proprietà, l’imprenditore Giuliano Gori che costruisce il suo Parco di Celle, le varie Fondazioni Prada a Milano, Francois Pinault alla Punta della Dogana a Venezia prima di loro Palazzo Grassi). Nuovi strumenti economici, capaci di fatturare grandi numeri, e un non trascurabile ritorno d’immagine per le aziende benemerite della “Cultura”.

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Bizzarria degli

oggetti

dalla collezione di Rossano

La maternità di Venturino

di Cristina Pucci Rossano compra dal “fratello di Gino” una piastrellona di cemento trovata da un muratore in una casa, vi è scolpito un volto di donna e di un bambino. È una Maternità di Venturino Venturi (1918-2002). Bella. Vado con lui a Loro Ciuffenna da Lucia Fiaschi, nipote e curatrice dell’opera e dell’ Archivio dell’artista. Entriamo, molto bene accolti, nella casa dove Venturino ha vissuto dal 1980 e in quello che, per anni ed anni, è stato il suo studio, esperienza che ci avvicina a lui, alla sua emotività ed arte e che è molto diversa dal visitare il Museo dedicatogli. Grande artista Venturino, scultore e pittore, forse per molto tempo sottovalutato, diceva a qualche amico che lo andava a trovare “se vivevo a Parigi ero Picasso”. Io l’ho sentito nominare per la prima volta dal prof. Nistri, Direttore del Manicomio di San Salvi, “è venuto Venturino, “professore gli ho portato un disegno...” Lucia Fiaschi ci fornisce un’ immagine interessante del suo particolare zio, un quadro psicologico di tutto rilievo e credibilità a partire dal suo amore per la Divina Commedia e per Pinocchio. Il padre di Venturino, scalpellino, emigrò in Francia e poi in Lussemburgo e portò con sè queste due significative opere e, leggendaria realtà vuole, che in esse i suoi figli abbiano imparato a leggere l’italiano. La formazione artistica Venturino scelse di farla a Firenze, vicino a dove era nato, qui frequentò letterati, poeti ed artisti, qui fece i primi ritratti e le prime mostre. La guerra segnò la sua vita in maniera pesante, in Albania fu ferito gravemente ad una gamba da una bomba che centrò la baracca in cui si trovava insieme ad altri commilitoni. Unico sopravvissuto, rimase ore ed ore in mezzo alla neve e agli sparpagliati resti degli altri. Lucia collega a questa esperienza di sopravvissuto un suo invincibile e perenne senso di colpa che gli impediva di godere delle esperienze positive ed anche coltivare il suo successo. Malgrado questo trauma e i tanti interventi chirurgici subiti, partecipò prima della fine della guerra a varie mostre, lasciò tracce ancor più importanti e signifi-

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cative del suo lavoro dopo il ‘45, non solo in Italia. Nel ‘56 la delusione del non vedere del tutto realizzato il progetto per un Monumento a Pinocchio con cui aveva vinto, a pari merito con Greco, il concorso Internazionale indetto dalla Fondazione Collodi e alla cui

messa in opera aveva dedicato energia e passione, insieme ad altre traversie sentimentali gli provocarono una grave forma di depressione che lo costrinse ad un ricovero di ben due anni a San Salvi. Anche qui disegnava, usava solo il nero come ciò che la bomba aveva bruciato, il bianco come la neve in cui era stato immerso e il verde dell’erba sotto ad essa. Come succede la guarigione iniziò con il fluire delle sue parole, compresse e rapprese per tanto tempo.Si curò tutta la vita. Lucia ricorda di averci litigato pesantemente ed essersene allontanata dopo che aveva rifiutato una importantissima mostra a New York, accettava invece opere per le case del Popolo dei paesi vicini, “io vivo nello spirito” la sua risposta. Dopo un pò le telefonò chiedendole se se la sentiva di essere la sua erede, “onorata e commossa “ rispose Lei, “domani mattina allora si va dal notaio”. Lucia ha sistemato la casa e disposto quadri ed opere, vi nomino 30 litografie di Pinocchietti, un gesso della Donna Seduta che è agli Uffizi, dei barattoli con i colori che usava, altre litografie ciascuna di un solo colore con Geppetto, la Fata Turchina, il Gatto e la Volpe... A giro lastre originali del libro su Pinocchio, un presepe in bronzo, volti, quadri. Vi mostro una foto panoramica dello studio tanti gessi,teste e maschere di volti,ancora quadri, alcuni geometrici alle pareti....Venturino vi aleggia e sorride.


Il Ramadan si fa in piazza, di nuovo di Barbara Palla Firenze è ormai da qualche anno impegnata nella realizzazione della sua prima moschea. Tuttavia, il progetto ha avuto negli ultimi mesi un andamento a molla: in alcuni periodi l’accordo tra Comune e Comunità islamica appariva incredibilmente vicino, mentre in altri tutto sembrava remare contro un eventuale passo in avanti. Se la collaborazione riguardava prima un’area adeguata per la costruzione ex novo di un centro culturale e di preghiera, con il passare del tempo si è ridimensionata alla ricerca di un posto temporaneo per la celebrazione del mese di Ramadan. Dopo l’incontro tra il Sindaco Dario Nardella, l’Imam Izzedin Elzir, i membri della Comunità islamica e i cittadini, avvenuto proprio dentro il centro di preghiera di Piazza de’ Ciompi il 14 marzo scorso, era spuntata l’idea di realizzare la moschea all’interno della Caserma Gonzaga dei Lupi di Toscana. Proposta dal Comune e rivelata dal Corriere Fiorentino, questa idea è piaciuta anche alla Comunità islamica che si è detta pronta a negoziare. Le parole del Sindaco e dell’Assessore all’Urbanistica Giovanni Bettarini erano molto incoraggianti e l’ottimismo era sovrano tra i fedeli impegnati nel progetto, reduci da non poche frustrazioni. Solo qualche mese prima, durante un’asta pubblica per l’acquisto di un terreno in zona Viale Europa, un’area alla quale erano giunti con grande collaborazione gli esponenti di entrambe le parti, il terreno fu acquistato per una cifra spropositata da un compratore segreto. Il terreno in sé non valeva nulla e l’acquisto era solo una mossa politica di quegli attori che si dichiarano da sempre contrari alla realizzazione del nuovo luogo di culto. In reazione a questa vicenda, la possibilità di avere una struttura già costruita, capace di accogliere circa duemila persone, disponibile in un primo momento a essere concessa su base temporanea per la celebrazione del Ramadan, e da trasformare successivamente in un luogo di culto permanente, era molto allettante. Il primo a porre un freno alla realizzazione del progetto è stato il Sindaco di Scandicci Sandro Fallani. La Caserma Gonzaga, ancora in territorio fiorentino, ma al confine con il Comune di Scandicci, è soggetta ad un accordo tra i due Comuni, che devono giungere

ad una decisione condivisa sul destino della struttura. Il percorso di riqualificazione della Caserma è stato realizzato in collaborazione con i cittadini, prevede la possibile realizzazione di housing sociale, centri commerciali e aree agricole peri-urbane, e secondo il Sindaco Fallani, non può essere ignorato. Il secondo veto è venuto da ben più in alto all’interno del Partito Democratico. Il 25 aprile, durante uno dei tanti eventi di campagna elettorale (per la Segreteria del Partito), Matteo Renzi ha detto alla stampa che la realizzazione della moschea nella ex-Caserma era giuridicamente infattibile. Un fulmine a ciel sereno nelle trattative portate avanti dall’amministrazione fiorentina e il Sindaco, sempre primo difensore e sostenitore di Renzi, si è trovato nuovamente solo nella sua battaglia per la moschea. Questo rifiuto ha avuto due conseguenze. Da un lato ha portato alla luce il vero motivo della dichiarazione di Renzi. Quando nel 2015 il Demanio consegnò la Caserma al Comune di Firenze, il gruppo imprenditoriale edile Pessina presentò un progetto per la sua trasformazione in una zona residenziale. In una vicenda parallela, il gruppo Pessina fu anche il protagonista dell’acquisto della maggioranza delle azioni del quotidiano L’Unità, atto che permise la sopravvivenza del giornale. Dalla reazione di Renzi, e considerata la mancata conoscenza dei fatti di Nardella, questa questione può sembrare uno scambio di favo-

ri. La seconda conseguenza riguarda, invece, il ridimensionamento del progetto della moschea. Insistendo sull’utilizzo della Caserma, ormai promessa, Nardella ha proposto un uso temporaneo per il periodo del Digiuno rituale, passato il quale si sarebbe potuto riprendere le negoziazioni per un’altra area. Tuttavia, dopo alcuni sopralluoghi, alla presenza sia di Elzir che dell’Assessore Bettarini, è emerso che la messa in sicurezza temporanea dell’interno e dell’esterno e l’apertura di un ingresso su Viale Nenni (per facilitare l’accesso) costerebbero circa settantamila euro. Una somma importante che la Comunità islamica è pronta ad investire solo in cambio di un uso permanente della struttura. Manca ormai una settimana all’inizio del mese di Ramadan ma la questione ripassa dal via. Dopo l’ultimo incontro tra l’Assessore Bettarini e l’Imam Elzir, la non-soluzione trovata è la stessa degli anni passati. Le preghiere del Ramadan, di solito molto più frequentate, si terranno nella moschea di Piazza de’ Ciompi, mentre l’importante festa conclusiva, il Eid al-Fitr (seconda festività più importante del calendario religioso) sarà celebrato in una delle strutture sportive di Campo di Marte. Interrogato a fine aprile dal TG3 Regione, Elzir si è dimostrato, nonostante tutto, molto ottimista: “Noi ci siamo, preghiamo lo stesso, mi dispiace per chi mette delle difficoltà sulla strada della moschea. Se non si fa oggi si farà domani.”

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di Simonetta Zanuccoli

I primi 40 del Pompidou Il Centre Pompidou festeggia i quarant’anni dalla sua apertura. L’opera degli architetti Renzo Piano, Gianfranco Franchini e Richard Rogers fu voluta dall’allora presidente Pompidou con l’intento di creare, nel cuore di Parigi, un’istituzione interdisciplinare dedicata all’arte contemporanea. Al momento dell’inaugurazione, nel 1977, si scatenarono le critiche. L’edificio con la struttura portante fatta di pilastri e travi in acciaio colorati, di enormi tubi di areazione e di una lunga scala mobile chiusa in una specie di “bruco” in vetro, tutto in vista, fu paragonato a una fabbrica (hangar de l’art), a una raffineria (raffinerie culturelle), a una Disneylandia à la francaise. Troppo grande, troppo alta con i suoi 42 metri, troppo incombente sull’antica chiesa di Saint-Meri, ma le critiche erano anche sul costo di costruzione, 900 milioni di franchi, ritenuto una vera pazzia che avrebbe portato a una crisi finanziaria molto pesante. Una vera e propria rivolta era stata poi organizzata dagli eredi di Braque, Chagall, Delaunay, Matisse....quando i quadri degli artisti furono trasferiri da un museo, quello Nazionale d’Arte Moderna in avenue du President Wilson, in un centro culturale, come Georges Pompidou aveva voluto che fosse definito il nuovo edificio in rue Beaubourg. Critiche ingiustificate alla luce delle più di 100 milioni di persone che fino ad oggi hanno visitato quello che è divenuto uno dei simboli di Parigi, ma, in prospettiva, possiamo capire lo sconcerto che il Centre Pompidou causò all’epoca, perchè fu il primo edificio di una rivoluzione architettonica che sembra inarrestabile a Parigi. Non una modernizzazione da uno stile all’altro ma una sfida continua e sempre più audace (si pensi ad esempio al Centre Louis Vuitton o alla Philharmonie) alla bellezza classica della Parigi dell’immaginario collettivo. E’ sempre più facile capire il passato del presente, anche nell’estetica, ma per chi ha scelto di accettare il suo tempo in tutte le modalità, il Centre Pompidou rappresenta quindi la pietra miliare di questa splendida sfida. E dentro a quella specie di fabbrica, senza confini di genere, arte, musica, film, libri, ricerca, creano una sorta di enciclopedia ideale della cultura con-

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temporanea e una nuova maniera di museo che esce dalla sacralità e smette di intimidire, come dice Renzo Piano. E così il mostro di ieri appare la bellezza di oggi e nonostante il clima pesante imposto dagli attacchi terroristici a Parigi e dalla conseguente netta diminuzione dei turisti che ha fatto perdere al Louvre il 15% dei visitatori e al museo d’Orsay il 13%, al Centre Pompidou sono aumentati del 9% (la mostra di Magritte finita lo scorso gennaio ha registrato 6.000 persone al giorno). Per festeggiare i quarant’anni dall’inaugurazione presenta fino ai primi mesi del 2018 un ampio programma di eventi culturali che coinvol-

gerà anche altri luoghi di arte contemporanea come a Grenoble, Marsiglia, Nizza... perchè, come dice Serge Lasvignes, presidente del Centre Pompidou deve essere una festa della creazione artistica di tutta la Francia per testimoniare la vitalità delle istituzioni culturali. E per non fermarsi all’oggi ma spingersi verso il domani è già in programma per il biennio 2018/2020 una serie d’interventi di manutenzione, il riallestimento delle sale interne e la sostituzione del famoso “bruco”, la scala mobile che si snoda silenziosa fino all’ultimo piano lasciando apparire lentamente uno dei più suggestivi panorami di Parigi.


di Simone Siliani Terminata l’era di Francesco Bianchi alla Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, di cui fu nominato commissario straordinario nel febbraio 2013 (all’epilogo della stagione non proprio gloriosa di Francesca Colombo, giovane super soprintendente nominata nel 2010 dal sindaco Matteo Renzi, che aveva preso l’impegno di raggiungere il pareggio di gestione nel 2012 e che invece lasciò la Fondazione con un disavanzo di 35 milioni di euro), si iniziano a denunciare, timidamente va detto, le mancanze della sua gestione dopo che era stato osannato come il salvatore del Maggio. “Ho preso il Maggio Musicale fiorentino come commissario straordinario nel febbraio 2013 con un bilancio che perdeva 10 milioni di euro, lo lascio oggi con un utile di oltre 1,3 milioni: ora il problema non è più dei gestori, ma dei soci fondatori che sono chiamati a ricapitalizzare” ebbe a dire il Bianchi pochi giorni fa, al momento delle sue dimissioni. Ma i revisori dei conti ora dubitano dei numeri trionfali dichiarati da Bianchi: nella sostanza l’utile di bilancio sarebbe dato dalla contingenza della rottamazione delle cartelle esattoriali e per il 2017 si prevedono ricavi inferiori pari alla rinegoziazione del debito con le banche per 6,8 milioni di euro. Insomma, escamotage contabili che però nascondono numeri reali ben negativi. È una storia davvero italiana questa: arriva la Colombo e il sindaco la porta sugli altari; si dimette la Colombo e si comincia a dubitare della sua magnificenza (ma durante il suo regno chi sollevava dubbi era un disfattista). Arriva Bianchi, nominato dallo stesso sindaco e presentato come il mago dei conti che avrebbe risolto tutti i problemi: durante il suo regno, grandi osanna da due sindaci (che presiedono la Fondazione) perché tagliando personale e adottando un piano di risanamento strabiliante (che però fu bocciato dal commissario del governo per la Fondazioni lirico-sinfoniche in crisi), avrebbe reso la Fondazione più bella e più superba che pria. Le cose però non vanno per il verso giusto, anche perché Bianchi non riesce neppure ad applicare correttamente una legge che è stata disegnata proprio per Fondazioni in crisi come il Maggio; Bianchi dichiara che tutto va bene grazie a lui, tuttavia lascia l’incarico. Ora si scoprono magagne e disavanzi di gestione stratosferici, che peraltro già sindacati e altri “gufi” denunciavano (ma erano i soliti disfattisti), e lo stesso sindaco che presiede la stessa Fondazione, impassibile, passa ad un nuovo Soprintendente, Chairot, che almeno capisce di teatri e non viene presentato come il mago dei numeri. Nel frattempo la programmazione della Fondazione è forzata a perdere di qualità e spettatori. Ma ciò che impressiona di tutta questa pantomima è il fatto che essa si svolge nella sostanziale indifferenza della città: la sua più prestigiosa e storica istituzione culturale e il nuovo grande teatro sono sull’orlo del fallimento e

Che cosa succede al Maggio la comunità civile, quella istituzionale e quella culturale, non si interrogano e non avvertono il depauperamento per l’intera città, perché sostanzialmente da tempo avvertono la Fondazione come un corpo estraneo, il teatro un luogo ignoto e non rappresentativo dell’identità della città. Nei giorni scorsi la Metropolitan Opera di New York ha celebrato il 50° anniversario del suo trasferimento nel nuovo teatro al Lincoln Center, traslocando dal vecchio teatro collocato fra Broadway e la 39a strada. Anthony Tommasini sul New York Times dello scorso 5 maggio ha tracciato un interessante profilo di quel trasloco e delle problematiche che anche oggi il Met affronta. La persistente nostalgia per il vecchio teatro è stata superata nel tempo grazie alle grandi possibilità che il nuovo teatro offriva, cioè le tecnologie e l’ampiezza del retropalco e soprattutto la incrementata capacità di posti, oggi al Lincoln Center arrivati a 4.000 (3.800 posti a sedere e 245 in piedi). In realtà il vecchio Met non era molto più piccolo (3.625 posti seduti e 224 in piedi), ma ciò che fa la vera differenza sono le tecnologie di supporto: gli ascensori idraulici nella torre scenica e l’enorme retropalco, che consentono un più agevole e veloce cambio scena, nonché la predisposizione di diversi spettacoli da far ruotare più rapidamente nel cartellone. All’epoca della sua realizzazione una sala da 4.000 posti rappresentava un’opportunità di sviluppo, mentre oggi costituisce una sfida difficile da affrontare. Infatti, nella stagione 2015-2016 la vendita media per rappresentazione è stata di 2.869 (70,9%), un numero che avrebbe creato problemi in molte sale concertistiche importanti (la Royal Opera House di Londra ha 2.256 posti), ma al Met ha lasciato troppi posti invenduti. Al Teatro dell’Opera di Firenze invece vi sono numeri discordanti: il Soprintendente dichiara il 73% di riempimento della sala, ma i sindaci del Collegio dei revisori, sulla base dei dati di bilancio 2016, ritengono che la percentuale sia sensibilmente inferiore (la Cgil stima una media del 48%). Ci sono diverse analogie (ma anche molte differenze) con la situazione della Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino: il trasloco dal vecchio teatro al nuovo, che però non è entrato (ancora) nell’immaginario culturale fiorentino come un luogo proprio e aperto; la disponibilità di posti largamente superiore alla effettiva capacità di occupazione (almeno allo stato attuale). Analoga anche l’utilizzazio-

ne del teatro qui a Firenze: a New York le statistiche ci dicono di oltre 11.000 rappresentazioni nei 50 anni di programmazione al Lincoln Center, che fa una media di 220 alzate di sipario all’anno; mentre a Firenze il bilancio 2016 parla di 258 alzate di sipario (che però rendono proporzionalmente più problematico la bassa percentuale di occupazione di posti per rappresentazione. Certo è che, mentre al Met non è in programma la realizzazione di una sala di minore capienza e si pensa piuttosto ad un maggiore utilizzo di teatri più piccoli nell’area (Yannick Nézet-Séguin, che sostituirà Levine nel 2020, ha dichiarato di voler perseguire questa strada, e il direttore generale del Met Peter Gelb, ipotizzano di utilizzare il teatro Vivian Beaument di 1.200 posti, vicino al Lincoln Center), al Teatro dell’Opera di Firenze si sta per realizzare la sala concertistica più piccola all’interno dello stesso complesso. Ma questo amplierà un ulteriore problema, a mio avviso, già esistente: può un complesso come quello di Firenze (che comprende una grande sala, una cavea esterna e, fra poco, un auditorium per la musica) essere di totale pertinenza della Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, per di più in evidente affanno finanziario e organizzativo? O non sarebbe, invece, assai più utile per la sostenibilità complessiva del compendio che esso ospitasse stabilmente anche altre istituzioni musicali importanti della città (che ne ha una impressionante concentrazione)? La domanda è retorica, perché chi scrive ritiene che questa sia l’unica strada per non far crollare il progetto del nuovo Teatro dell’Opera di Firenze travolgendo definitivamente la Fondazione; tanto più che questa era originariamente l’intento iniziale. A partire dalla Fondazione Scuola di Musica di Fiesole (che non ha una propria sala da concerto adeguata e ha sempre maggiori necessità di spazio) fino all’Orchestra Regionale Toscana (che pur disponendo del Teatro Verdi, potrebbe almeno saltuariamente utilizzare l’auditorium più piccolo in costruzione) e altre istituzioni musicali. Certo, non è facile immaginare una forma gestionale che possa alleggerire anche la Fondazione del Maggio di un peso, organizzativo ed economico, assai gravoso, ma se il tema non viene mai posto sarà sempre più difficile affrontarlo. La sostanziale incuranza e disinteresse con cui le vicende della Fondazione e del Teatro sono vissute dalla città, rischiano di rendere ingestibile la crisi della Fondazione e di far perdere l’occasione costituita dal nuovo Teatro dell’Opera per l’intera comunità cittadina. La vicenda cinquantennale del Metropolitan di New York, così come quella di altre Opera House dovrebbero essere considerate con maggiore attenzione e, sopratutto, le istituzioni cittadine dovrebbero assumere la sfida del nuovo complesso del Teatro dell’Opera come un’opportunità di apertura verso la comunità cittadina e regionale e non concepirlo come una ridotta per i (sempre meno) abbonati o aficionados dell’opera lirica.

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di Michele Morrocchi Ci sono vite che vale la pena raccontare, quella di Jean D’Ormesson è sicuramente una di quelle, ma siccome l’uomo ha fatto della leggiadria una sua cifra, la vita che si e ci racconta è un processo a se stesso. Ma non immaginate corti ampollose, lessico da tribunale, no Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza) è un recit da salotto, una conversazione tra i ricordi. Ricordi personali che diventano i ricordi di un’epoca e di un Paese. Una certa Francia già scomparsa prima dell’avvento del giovane Macron all’Eliseo. Guerra, resistenza, gaullismo, gli intellettuali visti attraverso gli occhi di un aristocratico, repubblicano e conservatore, peccatore mai pentito, amante di quell’attivissimo non far niente che associamo, invidiandolo, agli intellettuali francesi, per l’appunto. D’Ormesson passa dai castelli di famiglia alla direzione de Le Figaro potendosi permettere di sorvolare con molta delicatezza sui dolori e sulle cose brutte della vita, trasformandole (ma non tradendole) in ricordi che comunque han fatto quella vita, malgrado tutto. Un libro pieno d’amore, per la vita anzitutto, per gli uomini e le donne incontrate. Le donne, di Sara Chiarello Si chiude oggi con tre eventi in altrettanti luoghi di Firenze, ovvero la libreria Todo Modo, la Libreria Brac e il Santarosa Bistrot, Scripta Festival. L’arte a parole, curato dal critico d’arte Pietro Gaglianò. Il festival ha visto succedersi per quattro giorni incontri con autori e confronti sulla critica d’arte contemporanea, arricchiti da momenti dedicati alla musica, ai video e alle performance. Dopo sei anni dalla prima edizione alla Brac, il festival ha cambiato forma estendendosi a diversi luoghi del contemporaneo della città. Il direttore artistico definisce l’evento “indispensabile per ricucire la distanza tra il pubblico e una politica della produzione culturale sempre più centrata sulla spettacolarità delle proposte”, e noi non possiamo che essere d’accordo. Nella giornata conclusiva, alle ore 11.30 a Todo Modo, si terrà la presentazione del libro Avanguardia diffusa. Luoghi di sperimentazione artistica in Italia 1967-1970 di Alessandra Acocella, che converserà con Alessio Bertini. Il volume – terza pubblicazione della collana Biblioteca Passaré – racconta di come nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta, artisti e critici d’avanguardia abbiano eletto i luoghi urbani a nuovo campo di sperimenta-

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La bella vita di un intellettuale mortale

delle quali D’Ormesson parla col pudore e l’educazione del gentiluomo, non sfiorando nemmeno lontanamente il gossip per lasciarci visioni e sprazzi, intuizioni e immaginazioni. Ci sono poi gli intellettuali, i politici, i grandi uomini incontrati all’Università, l’école normale invece della più prosaica ENA, all’UNESCO o nei salotti della Parigi che la fan-

La necessità del dialogo sull’arte zione, organizzando manifestazioni e happening fuori dai canoni tradizionali. Dalla rivoluzionaria avventura di Parole sui muri all’epilogo ‘incendiario’ di Zafferana Etnea, passando per gli sconfinamenti urbani del VI Premio Masaccio e l’utopia del progetto Nuovo Paesaggio per la Triennale di Milano del 1968, il volume ricostruisce un’inedita geografia di eventi artistici ambientati all’aperto in realtà ‘periferiche’, disponibili ad accogliere una rinnovata relazione tra pratiche artistiche sperimentali e un pubblico di fruitori diverso dai consolidati circoli intellettuali delle grandi città. Alle ore 18, invece, presso la Libreria Brac, Giovanna Zapperi presenterà Carla Lonzi. Un’arte della vita, con interventi di Lucilla Meloni (Derive Approdi 2017). La Zapperi si interessa alla traiettoria di Carla Lonzi e ai rapporti tra arte e femminismo nell’Italia tra gli anni ‘60 e ‘70; attingendo a

tasia al potere contesta ma, per l’autore, non arriva a scalfire. D’Ormesson passa leggero facendoci capire, con una falsa modestia, che almeno per lui tempi e uomini così non torneranno più e che per il presente sia più interessante e utile applicarsi alla conoscenza del mondo e delle sue leggi, piuttosto che ai piccoli esseri che lo abitano provvisoriamente. Così, nel finale del libro, D’Ormesson completa quella che potremo chiamare la trilogia di Aragon, visto che questo come altri due suoi ultimi libri (Che cosa strana è il mondo e Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto entrami editi in Italia da Clichy) anche questo prende il titolo dal verso della stessa poesia di Aragon. Una trilogia verso la morte, il suo mistero, la sua inevitabilità. Un mistero che tutti accomuna e che mostra, anche nel grande uomo di cui abbiamo invidiato e amato la vita nelle pagine precedente, dubbi, paure e speranze. La speranza che titolo, ruolo, educazione e vita D’Ormesson, ci lascia insieme alla sensazione di che sì, malgrado tutto, la sua vita è stata ben più che bella.

fonti di archivio inedite, questo libro dimostra che i due periodi che sembrano scandire la biografia di Carla Lonzi (prima la critica d’arte, poi il femminismo) segnano in realtà un percorso che intreccia l’intera espressione teorica di questa importante autrice, fondamentale per capire le forme di subordinazione legate al genere, all’identità e alle classificazioni sociali che non cessano di riprodursi. Infine, chiusura alle ore 21 al Santarosa Bistrot con Noiseinfilandia, ISBN concept concert, performance audio per lettori e elaboratore digitale in prima esecuzione degli artisti di Madeinfilandia, al secolo Alessio de Girolamo e Luca Pancrazzi. Il 16 giugno invece è previsto un evento con una lettura scenica di Mariangela De Crecchio che proporrà Memoriale, selezione di brani dai volumi in mostra per Art Books chosen by Artists. La manifestazione è autoprodotta, organizzata e promossa dalla Libreria Brac con la collaborazione, tra gli altri, dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e del Museo Marini.


di Francesco Cusa È difficile dare un giudizio sull’ultima opera di Ridley Scott. Questa si inserisce in un momento topico che prevede un interessante snodo nel plot della saga. Scott, in aperto contrasto con le scelte narrative del passato (dalla regia di Cameron alle sceneggiature di Lindelof) intende connettere le vicende dello Xenomorpho alla mitopoiesi delle origini della Creazione, in una programmatica dichiarazione di intenti annunciata nel “prologo” al film. Al fine di intraprendere questa titanica impresa, Scott necessitava di sostanziali rabberciamenti della trama, di puntelli di matrice didascalica al fine di tessere un nuovo ordito funzionale al concept. In particolare c’era da ricostruire a partire dalle macerie di “Prometheus” investendo sulla trinità androide-xenomorpho-umano. E qui si innesta la tematica “filosofica” dell’opera, pur nei limiti palesi dell’urgenza espressiva del regista che necessita di far quadrare i conti nell’arco delle due ore canoniche. “David”, l’androide non può che rivestire ruolo centrale in “Covenant”: è lui il Demiurgo della ciclica scala gerarchica che investe la costante erotica della relazione tra donna e “xenomorphismo” (emblematiche in tal senso le immancabili canottiere, le uccisioni nelle docce durante l’amplesso, la coda letale che si insinua come una protesi fallica, ecc.). L’Altro ha diversi connotati e tutti riconducibili all’Altro. E’ un limbo chiuso quello in cui si scarica la pulsione yin-yang/centrifuga-centripeta della scabrosa dialettica della lotta trinitaria, che a sua volta è anche endogena, ovviamente, del gruppo, della specie. E’ il costante giogo di forze che genera il movimento della trama, la quale risulta quasi

Verso un nuovo Alien “espulsa” dal corpo dell’opera come la creatura aliena dal corpo parassitato. E dunque si procede per salti, tra meraviglie registiche e rovinose cadute di stile che fanno dannare l’appassionato. Ciò che manca è l’ambientazione “stealth” (che, ad es., ha meravigliosamente connotato il recente videogioco) dei film precedenti, troppo sbrigativamente relegata nelle scene finali. Inoltre - ma

ciò è inevitabile - la pluralizzazione dello xenomorpho, il suo “ready made”, sposta la fascinazione sulla diade dei “David” (anche se si intuisce che sono stati creati molti altri androidi nel passato), così da vaporizzare la forza magnetica dell’Alien che tanto aveva caratterizzato le prime versioni. In ogni caso, film da vedere assolutamente e senza tergiversazioni.

Della Bella gente

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di M. Cristina François Mille anni fa la Chiesa di Santa Felicita di Firenze fu annessa all‘omonimo Monastero Benedettino (soppresso nel 1810). Nel 1550 questa stessa Chiesa divenne Parrocchia dei Granduchi. L’edificio religioso confina a sud con gli ambienti dell’ex-Monastero e a nord con la Piazzetta de’ Rossi. Sul fianco nord della Chiesa si aprivano tre accessi attualmente chiusi o tamponati. Uno di questi - la porta di centro che si trova là dove comincia la salita della Costa S. Giorgio - sarà il nostro soggetto di trattazione. Prima del rifacimento settecentesco della Chiesa ad opera di Ferdinando Ruggieri concluso nel 1739 esisteva già una “porta di fianco”, documentata dal 1597, che metteva in comunicazione la Costa con la zona presbiteriale. Nel 1739 la nuova “porta di fianco” si configurò così come la vediamo oggi: prima della tamponatura essa dava - come quella più antica – all’inizio della Costa S. Giorgio, ma a partire da quell’anno fu specificamente concepita come punto d’arrivo del passaggio Granducale intra muros, in un ricetto ai piedi dello scalone. In questo ricetto, a parete, fra lo scalone di discesa dei Sovrani dal Corridoio Vasariano e la “porta di fianco”, fu murata una elegante piletta dell’Acqua Santa ad uso esclusivo dei Granduchi prima di fare il loro ingresso in Chiesa per le funzioni, dalla parte del transetto sinistro. La porta delle processioni penitenziali e della madonna dell’Impruneta

Le carte dell’Archivio Storico Parrocchiale di S. Felicita [A.S.P.S.F.] testimoniano il passaggio per quella porta nel corso dei secoli - almeno dall‘anno 1529 fino alla II Guerra mondiale - un gran numero di processioni penitenziali. Si pregava contro peste, carestie, alluvioni; si invocava Dio per la guarigione dei Sovrani malati. Vi sfilavano Battuti in luttuosi cortei per la Settimana Santa. La peste nera che contagiò la città durante l’assedio del 1527 mosse la grande processione penitenziale del 1529 voluta dall’Arcivescovo Ridolfi che fece “portare in Firenze la Madonna dell’Impruneta, alla cui processione con tutti gli altri Cleri vi intervenne ancora il nostro [Clero].” (Ms.730, cap.CXLII, p.84): la Sacra Immagine scese in Firenze dalla Costa S. Giorgio e prima di essere portata in Duomo sostò in S. Felicita, entrando in Chiesa dalla “porta di fianco”. Lo stesso avvenne nell‘anno 1633: “la Pestilenza […] tornò di nuovo a desolare la Toscana anche con maggiore fierezza, ed’ arrecò non meno funesti danni della pestilenza precedente [del 1630]“.

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Chiesa di S. Felicita una porta racconta

In quel momento “avendo i Fiorentini più di una volta sperimentato favorevole il patrocinio della SS. Vergine, vollero […] che venisse portata in Firenze la taumaturga immagine della SS. Vergine Imprunetana, il che avvenne il dì 22 di Maggio di quest’anno 1633; e siccome si introduceva in Firenze dalla Porta di S. Giorgio, così venne posata in nostra Chiesa finché di qui con solenne processione non venne portata al Duomo”. (Ms.730, cap. CCCXXXVI, pp.187-188) Il 19 settembre 1723 la solenne processione penitenziale condotta dal Predicatore San Leonardo da Porto Maurizio, passò “di dentro alla nostra Chiesa” per poi uscire dalla “porta di fianco” in direzione della sede della Compagnia de’ Battuti nella Costa S. Giorgio. Questo corteo “si componeva di un gran numero di fanciulle vestite di bianco, la più parte di esse, ed’ alcune con ghirlande di ulivo e fiori in testa portanti una divota Immagine di Maria addolorata. Dopo le dette fanciulle, veniva una compagnia di uomini vestiti di bianco molto numerosa i quali, vari di essi portavano Strumenti della passione di nostro Signore, e tre di questi stavano legati in croce figuranti Gesù Cristo in mezzo a due ladri. Dopo di questi seguivano i Preti […] i quali tutti si disciplinavano e portavano vari strumenti della passione di Gesù Cristo: finalmente veniva portata in una bara l’immagine di un Gesù morto da preti vestiti di piviale e tonacelle nere”.

(Ms.730, cap.DLVIII, pp.290-291) Nel 1740 “avendoci l’Altissimo Iddio visitati con una funesta inondazione cominciata il dì 10 Dicembre di quest’anno […] e durata per più giorni a danno immenso di chi fu esposto a tale alluvione […] con pericolo di morire di fame, avendo l’acqua trasportato nel suo corso ogni sorta di viveri, come farine, vino, olio […] ed’ essendo annegate molte persone e bestiami, il Real Consiglio di Reggenza pensò rivolgersi a Dio per mezzo della SS. Vergine [dell’Impruneta]”. (Ms.730, ca p.DCXVI, pp.320-321) La Madonna arrivò in S. Felicita il 25 dicembre e qui sostò elargendo l’Indulgenza Plenaria a chi la visitava, secondo quella che era stata la volontà di Benedetto XIV; poi passò in Duomo e in tutto rimase in città otto giorni. La Santa effigie passò la “porta di fianco” verso le dieci di sera. In quel 25 dicembre 1740, “arrivata che fu in Chiesa nostra […] la Madonna dell’Impruneta, fu pensato subito dalle nostre Monache al ricovero, alla cena ed’ al fuoco per i Sacerdoti e per i Fratelli della Compagnia componenti la processione che accompagnò in Firenze detta Sacra Immagine. Difatti […] le Monache a loro spese passarono libbre 23 di agnello arrosto a 21 Sacerdoti, quindi 22 libbre d’arista, tre bacini di paste, frutte, quattordici coppie di pane bianco e otto fiaschi di vino fra rosso e bianco ed’ il tutto fu ammannito ed’ apparecchiato nella Scuola


dei Cherici […]”; ai Fratelli laici “furon date […] 136 coppie di pane, 50 fiaschi di vino rosso, venticinque forme di cacio di libbre quattro l’una […].(Ms.735, cc.278-279) Le occasioni più frequenti furono dunque quelle legate alla discesa della Madonna dell’Impruneta che, taumaturga, proteggeva da ogni tipo di calamità, per cui potremmo ribattezzare questo accesso come “la porta della Madonna dell’Impruneta” e, a tal proposito, ci sembra interessante citare con maggiori dettagli la sua venuta nell’anno 1720, in occasione di peste e carestia. Il 21 novembre 1720 “fu portata in questa nostra Chiesa la Sacra Immagine della Madonna dell’Impruneta ed eccone il perché. Essendosi dati in quest’anno in Firenze alcuni, sebben rari, casi di pestilenza, la quale aveva già molto travagliata la parte settentrionale d’Italia, i Signori del Magistrato della Sanità d’accordo con Monsignor Arcivescovo Tommaso Bonaventura dei Conti Della Gherardesca determinarono di far portare in Firenze la celeberrima Immagine della SS. Vergine dell’Impruneta, di cui, in altre circostanze consimili di sventure pubbliche ne avevano sperimentato sempre il valevolissimo patrocinio.” Fu informata la Badessa Suor Teresa Scarlatti che prima di esser esposto in Duomo “il Santo Tabernacolo della Madonna dell’Impruneta […] sarebbe arrivato di notte in città e che durante quella notte fino al giorno

appresso fosse depositato in questa Chiesa di S. Felicita giacché doveva entrare in città dalla Porta S. Giorgio”. La notizia riempì di “grande allegrezza tutte le Monache […] tanto ché la sera dopo il Rosario nel loro Coro cantarono tutte il Te Deum in ringraziamento per così segnalato benefizio”. “La Chiesa fu parata come il giorno della festa Titolare […] e pareva un Paradiso”: fu allestito dietro l’altar maggiore un palco per collocarvi il Tabernacolo; il Marchese Francesco Maria Buondelmonti avvisò la Badessa che la Beata Vergine sarebbe giunta verso la mezzanotte e che a quell’ora Sacerdoti e Chierici di S. Felicita andassero incontro alla Sacra Immagine, alla Porta S. Giorgio, con 30 torcetti per illuminar la notte. Intanto le Monache, che attendevano la processione, cantavono il Mattutino fino alle tre, cioè quando - aperta la “porta di fianco” - il S. Simulacro entrò in Chiesa e “fu intuonata l’Ave maris Stella accompagnata dall’organo, quindi il Magnificat [e] in ultimo dai preti e dal popolo furono cantate le Litanie Lauretane”. Come sempre, a quest’altezza cronologica, per questi eventi “intervennero al Coretto in fondo di chiesa il Granduca Cosimo III, il Principe Gian Gastone e le Principesse e vi ascoltarono la Messa”. Si intenda per “Coretto” quel Balcone a cui i Granduchi accedevano direttamente dal Corridoio Vasariano e che permetteva ai Sovrani di seguire le liturgie dall’alto, come da un palco di teatro. Questa comunicazione diretta fra Corridoio e Chiesa venne murata nel 1912 per effetto della Convenzione dell’11 dicembre 1911, quando il Coretto - che come l’intra muros era un diverticolo granducale all’interno dell’edificio sacro - fu concesso in uso temporaneo al parroco Don Giovanni Vegni. La domenica, 24 novembre, la processione di “tutti i Cleri secolari e regolari della città” venne a prendere la S. Vergine nella chiesa di S. Felicita passando “a coppia a coppia con straordinaria devozione e Silenzio per la porta di fianco”, seguirono i Magistrati e i Senatori che sedettero di fronte al Granduca il quale era disceso dal Coretto “con torcetto acceso in mano e giunto al suo genuflessorio” si inginocchiò in cornu Evangelii. L’Arcivescovo e tutti i suoi Canonici - che prima erano stati fatti passare in Canonica per “rifocillarsi” ognuno con “4 uova fresche, cioccolate e rosolio” - guidarono nuovamente il corteo per condurre finalmente in Duomo la Sacra Immagine che lì rimase per otto giorni alla venerazione dei fedeli. Fu concessa Indulgenza plenaria “in forma di Giubbileo” a chi visitò la chiesa di S. Felicita e la Cattedrale. (Ms.735, cc.134-153). Il 30 novembre 1720, di sabato, fu l’ultimo giorno della presenza della Madonna

in Duomo e al “tocco dopo mezzogiorno si fece la processione inversa e il Clero di S. Felicita accompagnò la Santa Immagine fino alla Porta Romana alla Chiesa di S. Girolamo della Calza dove vi giunse dopo tre ore”; allora “con gli spari delle artiglierie da ambedue le fortezze della città, il Granduca Cosimo III mandò al nostro Priore Jacopo Turini Scudi 100 perché fossero distribuiti in limosina ai poveri”. (ibidem) La porta dei sovrani

Le numerose testimonianze documentarie non lasciano dubbi relativamente alla presenza e partecipazione dei sovrani a queste cerimonie e processioni durante le quali anch’essi fecero uso della “porta di fianco”. Soprattutto se ne servirono per lo “straporto” in chiesa dei loro arredi più ingombranti che usavano - per antica consuetudine - durante le liturgie: sia Medici che Lorena facevano transitare da Palazzo il loro “genuflessorio” con cuscini e tappeti, la residenza granducale e il baldacchino, arredi che - per tutto il periodo mediceo - non potevano essere trasportati attraverso l’unica scaletta a chiocciola a disposizione per la discesa in Chiesa dal loro Coretto, ma venivano introdotti attraverso la “porta di fianco” per essere poi sistemati nel luogo a loro deputato, cioè nella Cappella Guidetti in cornu Evangelii. Più tardi - in periodo lorenese - con l’ampliamento apportato a partire dal 1767 al fianco nord della Chiesa dall’architetto Giuseppe Ruggieri, il collegamento fra Corridoio Vasariano e l’interno della Chiesa venne garantito sia ai Sovrani che ai loro arredi attraverso il nuovo largo percorso intra muros che terminava in un comodo scalone a cinque rampe. Durante la parentesi del governo francese il Coretto fu, invece, assai meno frequentato, tanto che Elisa Baciocchi “nei sei anni che essa fu in Palazzo Pitti non venne che tre o quattro volte al real Coretto in fondo di Chiesa” (Ms.730, cap. DCCLXXXII, p.394), ma la Sovrana non disdegnò comunque l’uso della “porta di fianco” dal momento che si scrive: “la Baciocchi non viene alle Funzioni della Settimana Santa e se vi passa per accidente ne esce subito dalla porta di fianco e sale per la Costa […]”. (Ms.f.i.“Entrata e Uscita della Cassa della Compagnia del SS.mo Sagramento di S. Felicita”, 1810, c.s.) Si continuò sempre a fare uso di quella porta che fu più volte riparata e restaurata: l’ultimo intervento è documentato al 1865. Infine si giunse a murarla definitivamente nel 1944: lo decise il parroco Mons. Luigi Gargani che, per aiutare alcuni ebrei perseguitati e proteggerli dalle retate nazi-fasciste, li ospitò nascondendoli nell’intra muros e nei soffittoni della Chiesa.

25 20 MAGGIO 2017


Maschietto Editore

premio letterario

PRIMA EDIZIONE 2017 Maschietto Editore, Cultura Commestibile, Ristorante Caffetteria La Loggia sono lieti di invitare alla prima edizione del Premio letterario

“RACCONTI COMMESTIBILI” cerimonia di premiazione

Domenica 21 maggio, ore 15 Ristorante Caffetteria La Loggia Piazzale Michelangelo, Firenze Si svolgerà domenica 21 maggio, a Firenze, la 1° edizione del Premio letterario "Racconti Commestibili". La cerimonia di premiazione, condotta da Carlo Cuppini, responsabile editoriale di Maschietto Editore, e da Michele Morrocchi, presidente dell'associazione Cultura Commestibile, avrà luogo presso il Ristorante Caffetteria La Loggia al Piazzale Michelangelo. La giuria, di cui fanno parte lo scrittore Marco Vichi, il direttore della scuola di scrittura creativa Carver Francesco Mencacci e la giornalista Sandra Salvato, è lieta di presentare al pubblico la rosa di finalisti, nonché i vincitori di questa prima edizione del premio che ha riservato un’attenzione particolare al tema cibo come passione, metafora, mercato e, più in generale, come elemento identitario della nostra società. Dopo il benvenuto dei Fratelli Caprarella, titolari del Ristorante Caffetteria La Loggia, seguiranno le letture dai testi premiati a cura dell’attore e regista Lorenzo Degli Innocenti. Accompagna il reading la fisarmonica di Francesco Furlanich, secondo fagotto del Maggio Musicale Fiorentino, compositore e fondatore del trio Quartocolore e membro di Klezmerata Fiorentina, quartetto da camera di musica ebraica improvvisata. La cerimonia si concluderà con un brindisi di saluto.

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