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Numero

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Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

«I paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i partner più colpiti, ma non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto» Jeroen Dijssekboem, presidente dell’Eurogruppo, ministro delle finanze olandese, laburista 2017 «Ho speso molti soldi per alcool, ragazze e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato.» George Best, calciatore nordirlandese 1974

Vogliamo anche le auto Maschietto Editore


NY City, Agosto 1969

La prima

immagine Siamo sempre nella zona di Spanish Harlem, in un primo pomeriggio. Sono rimasto colpito dallo sguardo fisso di questa giovane ragazza che sembrava guardarmi con due occhi pieni di malinconia. Era già più grande della sua vera età e nel suo sguardo c’era al tempo stesso un misto di rassegnazione e di durezza. In quel quartiere bisognava imparare presto a crescere in fretta. Non ho neppure provato a parlarle perché mi sentivo imbarazzato e ricordo ancora di aver provato un certo disagio mentre scattavo questa immagine.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


Numero

25 marzo 2017

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Riunione di famiglia Grandi uomini e grandi donne Le Sorelle Marx

Addattornà Eugenio Lo Zio di Trotzky

L’intelligence piombinese I Cugini Engels

I numeri dello stadio Il massaggiatore di Jascin

In questo numero

Venghino signori, venghino

Duprè a duecento anni della nascita di Roberto Barzanti

Stupore Abruzzo di Rita Albera

Alle porte di Roma racconto di Carlo Cuppini

NeoNato di Claudio Cosma

Nynke, frisone e latina di Alessandro Michelucci

La più antica casa di Parigi di Simonetta Zanuccoli

Genetica e dintorni di Mariangela Arvanas

Macron il candidato senza partito di Michele Morrocchi

Uno spazio per Bilenchi di Cristina Pucci

Zeffirelli for ever and ever di Simone Siliani

Poesie-oggetto di Laura Monaldi

Il velo è un simbolo religioso? di Barbara Palla

I segni e la fotografia di Danilo Cecchi

e Remo Fattorini, Massimo Cavezzali, Lido Contemori, Sara Chiarello, Abner Rossi, Gabriella Fiori....

Direttore Simone Siliani

Redazione Gianni Biagi, Sara Chiarello, Aldo Frangioni, Vittoria Maschietto, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

premio letterario

PRIMA EDIZIONE 2017

Mandate i vostri racconti

redazione@maschiettoeditore.com

Progetto Grafico Emiliano Bacci

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile


Duprè

a duecento anni della nascita

di Roberto Barzanti La targa apposta sulla facciata dell’abitazione della famiglia Duprè – nella Capitana Contrada dell’Onda in Siena – rammenta «ai figli del popolo a che riesca la potenza del genio e della volontà». L’intento pedagogico – evidente nell’accoppiamento di genio e volontà – deriva da un’interpretazione calzante della personalità di Giovanni Duprè, uomo geniale e sorretto da una caparbia volontà di riuscire. Fu lui stesso a suggerire questa sorta di epitaffio, scrivendo che Dio gli aveva dato il talento e aggiungendo: «io ci ho messo la volontà». Il miglior modo per entrare nel mondo di Duprè – se ne celebra il dugentesimo dalla nascita – è leggere qualche pagina almeno della sua autobiografia, il libro cui affidò riflessioni che mischiano ritratti d’ambiente con principi di poetica, spaziando da Siena a Firenze, da Londra a Parigi. Uscito a Firenze nel 1879 Ricordi autobiografici proponeva anche riflessioni sull’arte, sugli indirizzi prevalenti, sugli insegnamenti ricevuti. Giovanni imparò fin da bambino dal padre Francesco, fattosi intagliatore del legno dopo non fortunate vicende economiche, l’amore per un mestiere sostenuto da estro inventivo e pazienza manuale. Duprè inizia il suo zibaldone tratteggiando con devota fierezza un quadro domestico e un insieme di relazioni che furono il fecondo terreno dal quale nacque la sua vocazione. La famiglia dovette trasferirsi a Firenze nel ’21, quando lui aveva quattro anni, ma a Siena farà di tanto in tanto ritorno. È commovente il ricordo di condizioni misere affrontate con sacrifici e coraggio. La sera – dice Giovannino – il babbo leggeva un librone latino che era per lui fonte di insopportabile noia. La mamma, Vittoria Lombardi, non di rado scoppiava in lacrime, segnata per sempre dal dolore per la perdita della figlia Clementina. La nascita di Lorenzo e Maddalena avevano apportato un po’di gioia, non certo più agio. Il padre aveva preso a lavorare nella bottega di Paolo Sani – ben apprezzata per le opere d’intaglio, ma per tirare avanti doveva fare la spola tra Firenze, Pistoia, Prato e Siena. Giovanni

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lo seguiva ubbidiente e curioso e se c’era bisogno gli dava una mano. Per qualche tempo Giovanni frequentò il corso d’ornato nell’Istituto d’arte di Siena e lì fece conoscenza con altri intagliatori apprezzatissimi, quali Antonio Manetti e Angelo Barbetti. Non si capisce nulla dell’abilità dello scultore, se non ci si sofferma sulle esperienze compiute sotto la guida di questi maestri dimenticati, detentori di una stupefacente sapienza artigiana. Proprio osservando le loro tecniche sorse in Duprè la voglia di far qualcosa di figurativo, che evitasse la ripetizione all’infinito dei soliti motivi vegetali. L’opera rivelazione fu il famoso «Abele» che suscitò un gran vespaio. Il modello in gesso fu esposto nel 1842 all’Accademia fiorentina e suscitò scalpore per il naturalismo con cui il nudo era rappresentato: perfino i peli sotto le ascelle! Alcuni altezzosi critici accusarono l’autore di aver lavorato su un calco dal vero. Così Duprè, che non sopportava le chiacchiere maligne, fu costretto a far verificare de visu in un pubblico confronto le for-


me della sua opera con quelle del modello in carne e ossa che aveva posato per lui, un certo Tonino Liverani, e smentì le perfide osservazioni che gli erano state indirizzate contro. A Siena fu promossa una sottoscrizione perché si eseguisse in marmo quella statua già famosa: ma il marmo, appena abbozzato, venne acquistato dalla duchessa Maria di Leuchtenberg, figlia dello zar Nicola, che volle anche del ‘Caino’, portato a termine nel 1847. Lo scandalo provocato da queste due opere va messo in relazione alle dispute sul naturalismo allora dilaganti. Si disse che dentro le «scelte forme» naturali si vedeva scorrere «un fremito di vita calda,ardente», una virtuosistica sintesi tra naturalismo e classicità. In effetti Duprè si trovò spesso, anche personalmente, al centro di opposte tensioni. Nel periodo che va dal 1852 al 1859 fu – forse per il tramite dell’amico Luigi Mussini, molto influenzato dalle teorie francesi che esaltavano «l’art pour l’art». Per un verso non aveva dimenticato l’abbandonata lezione puristica, per

l’altro era attratto da un vigore plastico di indubbia ascendenza classicistica, ma pervaso da un furore romantico e talvolta da una delicata sensualità. Come oscillò in politica, da liberale moderato filogranducale, tra entusiasmi patriottici e ripulsa delle posizioni estreme, così un certo sincretismo segnò tutta la sua opera. Questa commistione di stili evidenziava capacità tecniche non comuni però non intessute con un’ispirazione unitaria. Talvolta egli stesso si mostra autocritico dei suoi «sbandamenti», come quando dichiara la sua insoddisfazione per il Pio II collocato in ombra nella Chiesa di Sant’Agostino: non era riuscito a combinare, confessa, arditezza e fedeltà. Uno dei capolavori senesi è la «Pietà» della cappella Bichi-Ruspoli alla Misericordia: lì Duprè eccelle nella capacità di modulare in un’originale sintassi di sapore classico un tema altamente patetico, svolto però senza cedere a effetti facili. Ma l’insuccesso del monumento a Cavour, eseguito per Torino (1865-73) è emblematico. L’uomo di Stato era ritratto

con acuto sguardo mentre l’Italia era rappresentata in forma di allegoria come una donna derelitta che si prostra ai piedi del diplomatico eroe. Quando mai una nazione si affida alle virtù di un uomo? L’interrogativo che accigliati critici gli scagliarono contro coglieva sia la discutibile e apologetica interpretazione politica che l’accostamento di due chiavi – quella allegorica e quella della ritrattistica – in conflitto tra loro. Eppure, involontariamente, conteneva qualcosa di profetico. L’anno «Duprè duecento», orchestrato dall’Onda contribuirà di certo a far meglio penetrare un’opera a volte liquidata come gelidamente mortuaria e accademica ed invece ricca di virtuosistiche soluzioni, da scoprire con pazienza. Magari soffermandosi su dettagli minimi, anche in quella produzione alessandrina meno soggetta ai doveri imposti dalla committenza. Non è forse inesatto notare una certa analogia con la parabola artistica di un Carducci, in vecchiaia approdato ad un’ufficialità paludata e solenne.

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Le Sorelle Marx

Grandi uomini e grandi donne

Questa storia dimostra come dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna... Il sole sta lentamente calando sulla prateria del Texas. Una Range Rover arriva al ranch Exhausted Oil sollevando una nuvola di polvere. Scende un anziano signore con il cappello da cowboy. Gli si fa incontro la moglie Renda St Clair con una bella torta di mele. «Hello, my dear! Come è andata a Washington da quel mattacchione di Donald?» «Ah Renda, ci siamo fatti delle gran risate: voleva parlare del mondo, figurati! E poi ha voluto sapere del petrolio, di come noi alla Exxon abbiamo fregato l’Agenzia per l’Ambiente e soprattutto come siamo riusciti ad evitare di chiudere bottega dopo quel piccolo incidente della Exxon Valdez del 1989». Ah, ok Rex... ma tutto qui? Ti ha fatto fare un

I Cugini Engels

lungo viaggio dal Texas a Washington per parlare di queste stupidaggini? Non è che mi nascondi qualcosa? Non so, qualche bella bionda del tipo che frequenta lui?». «No, Renda, giuro... In realtà alla fine mi ha chiesto: Vuoi fare il Segretario di Stato per me? Ma io gli ho risposto che sono troppo vecchio e soprattutto che dopo aver fatto l’AD della ExxonMobil non potevo certo accettare un incarico così umile come quello di segretario. Ma poi, cosa è questo Segretario di stato?» «Rex, ma sei rincoglionito? Ti ha chiesto di fare il Ministro degli Esteri degli Stati Uniti d’America e tu rifiuti? Ma sei suonato? Guarda, io te lo avevo detto che Dio non aveva finito con te (cit.). Telefonagli subito e dirgli che ci hai ripensato e che accetti!». «Ma Renda, io ho da curare i miei cavalli qui al ranch, devo andare a caccia, ho i nipotini

L’intelligence piombinese

In giorni di polemiche tra Stati Uniti ed Europa sul ruolo della Nato, il nostro Paese ha deciso di dare l’ennesimo contributo costruttivo. Non paghi di mandare un fior fiore di parlamentare come Scilipoti un altro membro della delegazione italiana all’alleanza atlantica si è fatto notare. Stiamo parlando del prode Manciulli, che a cadenza più o meno regolare, ci racconta in una newsletter gli sforzi suoi e dell’occidente per fermare il terrorismo internazionale. Intelligence, spionaggio, antiterrorismo i temi dei suoi interventi. Verrebbe da pensare ad un esperto di sicurezza. Ecco Andrea Manciulli lo scorso Natale ha deciso di mandare i suoi auguri di Natale ad un gruppo whatsapp costituito per l’occasione. Ha quindi selezionato i contatti dalla rubrica e inviato i suoi auguri di buone feste. Fin qui niente di male, peccato che abbia inserito nella lista, insieme immaginiamo agli amici delle elementari a Piombino, il premier Gentiloni, l’ex premier Renzi, la sottosegretaria Boschi e mezzo governo. Ecco l’esperto di antiterrorismo Manciulli non ha considerato che i nomi e i numeri dei partecipanti al gruppo risultano visibili a tutti gli altri. Difficile per una volta non concordare con Trump sul bisogno di rivedere certi meccanismi alla Nato.

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Lo Zio di Trotzky

da seguire... Poi non ci capisco nulla di politica estera: so come si fa a truffare il fisco o ad estrarre petrolio, ma di politica estera... La Nato? O cosa è?» «Senti scemo, se Bush ha fatto il presidente, anche tu puoi fare il Segretario di Stato! Per la Nato non ti preoccupare: tanto non conta nulla, pensa che quei mangiaspaghetti di italiani ci hanno messo un deputato di Piombino a guidare la loro delegazione! Vai, telefona a Trump, senza tante storie!» «Pronto Donald, senti mia moglie qui, Renda, mi ha detto che dovrei accettare di farti da Segretario e, sai com’è, a certe donne non puoi proprio dire di no. Quindi sono pronto. Come dici? Dobbiamo tagliare il budget di un terzo? Va beh, che mi frega, se guardiamo ai conflitti nel mondo, se accettiamo il fatto di continuare a non risolverne nessuno, allora il budget può rimanere com’è (cit.), ma se per puro caso se ne risolve qualcuno, allora si può anche tagliare! Hai altre indicazioni da darmi? … Sì, ho capito: gli europei bullshit, i Coreani fuckoff, Putin great, Xi Jinping asshole. Perfetto, tutto chiaro.» Così ha avuto inizio la folgorante carriera di Rex Tillerson, nuovo Segretario di Stato di Trump, già CEO della ExxonMobil.

Addattornà Eugenio

Quando c’era lui non sarebbe mai successo! Signora mia, ma si tratta di un posto di lavoro?!? Di questi tempi… Certo, cara signorina, ma quando c’era lui per giovani reporter era una festa, un continuo ricevimento. Invece, adesso per fare un paio di foto allo scoppio della colombina e ai ragazzi del Calcio storico? Due biglietti omaggio per la fidanzata e l’amico, un posto in prima fila a portata di cazzotto e poco più. Come farà a mangiare questo povero fotografo professionista? Ma sarà un’esperienza che fa curriculum; dopo tre anni, perché tanto dura il «contratto» potrà dire: io ho lavorato con il Comune di Firenze che è stato retto da sua Maestà Matteo e dal fido aiutante Dario. Farà parte, seppur di striscio, del giglio magico e magari… Vabbè, se la mettiamo così. Ma pensiamo al presente. Ripeto, cara signorina, quando c’era lui almeno qualche tartina, un prosecchino, due tramezzini si rimediavano, ora si muore d’inedia. Addattornà Eugenio, senza di lui le Tradizioni popolari languono, così come le pance degli addetti ai lavori. Dialogo tra donne di strada dopo il bando del Comune di Firenze per la ricerca di un fotografo da destinare agli eventi Tradizioni Popolari Fiorentine «senza alcun costo a carico dell’Amministrazione Comunale». Bando poi ritirato, perché non era stato capito.


Nel migliore dei Lidi possibili

disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

I numeri del nuovo stadio

Toccata per sessant’anni di pace e per fuga britannica

Segnali di fumo di Remo Fattorini Ai toscani piace l’automobile. Tanto che ogni giorno l’80% la usa (insieme allo scooter) per i propri spostamenti. E solo un modesto 13% sale sul bus. Si arriva al 21% con i pendolari del treno. Dati che emergono da un recente sondaggio Ipsos sulla mobilità in Toscana. Di certo ai noi non ci piace camminare: solo il 10% si sposta abitualmente a piedi; e ancora meno (il 4%) in bici. Eppure, rispetto ai paesi del Nord Europa, qui sarebbe ancora più facile, se non altro per ragioni climatiche, anche se più

Il massaggiatore di Jashin

3.111 giorni dalla presentazione al Four Season il 17 settembre 2008; 3 sindaci; 2 plastici; 100 i giorni che servivano a Renzi per individuare l’area; 1 finale di Coppa Italia; 1 Patronno; 1 goal di El Tanque Silva su 12 presenze; 420.000.000 milioni di euro da trovare per farlo; 5 allenatori; 1 i ricorsi al TAR presentati da Unipol Sai; 0 terzini destri comprati.

rischioso (ma qui si aprirebbe un altro discorso sulla lungimiranza di chi ci governa). Fatto sta che a salire sui bus sono le donne, gli studenti, i pensionati e gli immigrati. Insomma, tutti coloro che non hanno un’alternativa. Sui perché in così pochi usiamo il mezzo pubblico è facile capirlo: è un servizio poco affidabile, si parte quasi sempre ma senza sapere quando si arriva. Rispetto a Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, da noi il servizio pubblico funziona peggio e costa di più. Abbiamo aziende troppe piccole; un’ampia offerta rispetto ai pochi passeggeri; una bassa produttività; lenta velocità commerciale e alti costi operativi: 3,3 euro al km. Mentre nel Regno Unito siamo ad un modesto 1,8 euro/km e in Germania ai 2,8 euro. Mediamente dalle nostre parti il servizio costa il 16% in più. Da noi i ricavi coprono appena il 30%, in Francia il 46%, in Spagna il 58% e il 64% nel Regno Unito, per non parlare della Germania dove si passa l’80%. Evidenti le conseguenze: per far viaggiare i bus le nostre casse

pubbliche devono sborsare 2,4 euro a km, ai transalpini bastano 2,2 euro, agli spagnoli 1,7 euro, i tedeschi se la cavano con un modesto 0,9 euro/km, mentre nel Regno Unito i ricavi da traffico coprono il 99% dei costi. I toscani, interrogati da Ipsos, si dimostrano, ancora una volta, gente di buon senso. E oltre alle critiche - negli ultimi 2 anni, dicono, il servizio è peggiorato – avanzano anche precise proposte: migliorare la frequenza e soprattutto la puntualità, chiedono più informazioni e con più tempestività (troppo lunghe le attese alle fermate); un maggiore impegno nel contrasto l’evasione dei tanti che viaggiano senza pagare. E, soprattutto, consigliano a gestori e amministratori di farsi un giro in Europa per imparare dalle migliori pratiche come gestire in modo più efficiente questo servizio. Anche perché, come abbiamo capito se funzionasse meglio saremmo tutti più contenti. Facile a dirsi, più difficile a farsi. Ma copiando forse si può.

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di Laura Monaldi La Poesia Visiva saluta un altro grande pezzo della sua storia: Mirella Bentivoglio si è spenta all’età di 94 anni dopo una pluridecennale attività di poetessa visiva e concreta, di critica, di curatrice e di scrittrice, lasciando un segno marcato nell’estetica contemporanea al femminile. Un’artista che ha saputo dominare l’opera d’arte e la scena artistica con una profondità intellettuale capace di travalicare i normali modi di intendere la speculazione, riuscendo a cogliere il presente nella propria intimità e portando il fruitore a leggere la personalità artistica al femminile come concretizzazione di un percorso di ricerca specifico e lontano da un Sistema dominato da dogmi e tautologie. Mirella Bentivoglio ha operato seguendo i dettami dell’emancipazione e della trasgressione, mettendo in risalto l’identità dell’artista. Autrice, fin dalla prima giovinezza, di libri di poesie in italiano e inglese a partire dal 1965 si orientò verso una vivacissima sperimentazione a metà strada fra il linguaggio verbale e l’immagine, legandosi ai movimenti poetico-visivi delle neoavanguardie artistiche internazionali, divenendone una protagonista indiscussa. Dalle prime prove di Poesia Concreta ottenute con l’uso del collage e delle tecniche grafiche, passò alla Poesia Visiva e alla Scrittura Visuale con fotomontaggi verbalizzati. Fin dagli anni Sessanta elaborò una personale forma di poesia-oggetto e, dagli anni Settanta, sperimentò la performance, la poesia-azione e la poesia-environment. Frequenti furono anche i suoi interventi sul territorio, sempre di matrice linguistica, con grandi strutture simboliche inserite su suolo pubblico, come l’Ovo di Gubbio, l’Albero Capovolto, il Libro-campo. Nelle sue opere si esprime il profondo interesse per le potenzialità espressive del linguaggio e della scrittura, tese allo svelamento di un codice che ritorna a una purezza primigenia, a un senso primo di esistenza e fondamento di ogni semantica, ponendo il problema di alterare e moltiplicare i significati contemporanei, trasgredendo la norma e mettendo in evidenza il netto divario esistente fra significato e significante visuale, ossia l’anello che non tiene fra due elementi costruttivi che necessitano di una rivalutazione e di una lettura nuova e inedita. In tal senso la poesia concreta le ha permesso di valorizzare gli aspetti visivi della scrittura. Quella di Mirella Bentivoglio è stata una vera e propria celebrazione della cultura in senso antropologico, poiché pose al centro di tutto l’identità del quotidiano con una prassi estetica decisiva e dotata di una sensibilità unica.

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Poesie-oggetto

Addio Mirella Bentivoglio Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


Musica

Maestro di Alessandro Michelucci Il fado è una musica fatta di sentimenti intensi: amore, passione, nostalgia. Le sue origini risalgono alla prima metà dell’Ottocento: secondo alcuni sarebbe nato in Portogallo, secondo altri in Brasile, ma comunque è strettamente legato alla cultura lusofona. La voce è accompagnata dalla guitarra portuguesa, che ha sei corde doppie metalliche, e dalla viola do fado, una chitarra classica che cura gli intrecci melodici e ritmici. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso il fado ha guadagnato rilievo mondiale grazie al talento di Amalia Rodrigues (19201999), che rimane l’interprete più famosa. Egemonizzato dalle figure femminili, il fado viene oggi proposto da molte cantanti. Lo documenta la bella antologia New Queens of Fado (ARC, 2012), che propone brani eseguiti da Mafalda Arnauth, Katia Guerreiro, Mariza e altri. In tempi recenti questa forma espressiva ha attratto e ispirato anche numerosi musicisti estranei alla cultura portoghese. Pensiamo al chitarrista Marco Poeta, apprezzato anche dagli esperti più esigenti; al gruppo Stockholm Lisboa Project, fondato da musicisti portoghesi e svedesi; a Natalia Juskiewicz, violinista classica polacca, che ha registrato l’insolito CD Um violino no fado (AIS, 2012). Un caso particolare è quello di Nynke Laverman. La giovane cantante appartiene alla minoranza frisone, stanziata nell’estremo nord dei Paesi Bassi. Nata nel 1989 a Weidum, Nynke compie gli studi a Leeuwarden. Il suo interesse per la musica si manifesta molto presto. Dopo aver vinto un premio regionale si trasferisce ad Amsterdam, dove frequenta la Scuola di arte drammatica. Dopo varie esperienze nei media locali e nazionali pubblica il primo CD, Sielesâlt (Fama, 2004). Il disco mette in luce il suo interesse per il fado e per il flamenco, che Nynke personalizza con testi in frisone: una combinazione inedita e stimolante. L’amore per il mondo latino viene confermato negli anni successivi. In De Maisfrou (Fama, 2006) si apprezza il bandoneon di Walter Hidalgo. Fado Blue (Rounder Europe, 2006) è il frutto della collaborazione con Fernando Lameirinhas, chitarrista portoghese, e col blue-

Nynke, frisone e latina sman fiammingo Jan Willem Roy. Il successivo Alter (Fama, 2013) è prodotto da Javier Limón, esponente autorevole del flamenco. Artista sensibile e completa, Nynke si è dimostrata anche capace di spaziare altrove: per realizzare Nomade (Fama, 2009) ha trascorso un

SCavez zacollo

mese insieme a una famiglia di nomadi mongoli. L’influenza di questa cultura lontana è documentato dall’uso di strumenti a corda come il doshpuluur e la yatga. Ancora diverso è Wachter (Fama, 2016), il suo lavoro più recente. Qui l’ispirazione latina è sostituita da una musica più essenziale e più ritmata, ma non per questo semplice né orecchiabile. La strumentazione è scarna: affiancano l’artista il marito Sytze Pruiksma, polistrumentista già presente nei suoi lavori precedenti, e la violoncellista Geneviève Verhage. In «Jefte» la voce si fonde con un ritmo incalzante, mentre nella delicata «Ald mei dy» si apprezza il violoncello. Il testo di «Moarn», brano dissonante, è di Tsjêbbe Hettinga (1949-2013), un importante poeta frisone che aveva un forte interesse per la musica. Hettinga era già comparso in Alter poco tempo prima di morire. L’elegante confezione in digipak, arricchita da alcune foto, contiene i testi in frisone con traduzione inglese a fronte. Questo permette di notare le inattese somiglianze fra le due lingue. A questo proposito, un chiarimento necessario. Forse qualcuno si chiederà che senso abbia cantare in una lingua che nessuno conosce al di fuori del luogo di origine. Ma gli islandesi Sigur Rós sono diventati famosi in tutto il mondo usando addirittura una lingua inventata; Amira Medunjanin (vedi n. 193) canta in bosniaco; i Tinariwen cantano in tamashek, la lingua dei Tuareg. Fortunatamente l’anglocentrismo non ha contagiato tutto il pianeta.

disegno di Massimo Cavezzali

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Il mondo

senza

gli atomi illustrazioni di Aldo Frangioni

di Carlo Cuppini Hanno visto un animale alle porte di Roma: un grosso felino, dicono, una pantera. È stata avvistata da una dozzina di persone in zone diverse della periferia. È scattato l’allarme, hanno organizzato squadre per trovarla. Non ci sono dichiarazioni ufficiali, ma nemmeno smentite. C’è chi minimizza, si dice già che sia una leggenda urbana, non ci può essere una pantera alle porte di Roma. Chi dice invece che c’è eccome, e la spiegazione sarebbe semplice: scappata da uno zoo o da un circo, o forse importata dai contrabbandieri per lo sfizio di un miliardario eccentrico. In ogni caso la pantera è stata avvistata, anzi il grosso felino, anzi l’oscuro animale – perché, a pensarci bene, ufficialmente nessuno ha parlato di pantera, anche se questa è la voce che circola – ma si sa come funzionano le voci, uno dice criceto e dopo mezz’ora è un varano. Quel che è certo è che si aggira di notte, ed è dello stesso colore della notte, ed è silenzioso, ha passo felpato, andatura elegante e sensuale; si tiene alla larga dagli umani, però gira intorno alle loro abitazioni e forse sta stringendo un cerchio intorno a qualcosa. Forse ha un pensiero, una strategia, dettata magari dalla fame; certamente dalla necessità di divorare, distruggere, scardinare tutto ciò che è stato edificato fin dalla notte dei tempi, perché questa è la sua prerogativa – perché sarebbe comparsa proprio nella Città Eterna altrimenti? Sta battendo le periferie di soppiatto, senza dare nell’occhio, forse cercando un accesso invisibile al cuore della città, per attentare selvaggiamente al cuore della civiltà, per fare una strage a colpi di artigli e di fauci in pieno centro storico, sotto lo sguardo dei turisti e dei bambini, dei finti centurioni, all’ombra del Colosseo o in piazza Navona, accanto alla fontana del Bernini – non ci sarà artiglieria che tenga, né esercito né carabinieri. Un bambino che giocava a calcio accanto alla sua baracca, nell’estrema propaggine

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Alle porte di Roma

della città – dove nessun catasto ha mai registrato il proliferare della miseria e dei suoi moduli abitativi – all’ora del tramonto ha visto la pantera a pochi metri da lui. È sbucata all’improvviso, silenziosa e decisa, da dietro un cumulo di rifiuti. Hanno tenuto gli occhi negli occhi, il bambino e l’animale, per lunghissimi istanti; il respiro bloccato in mezzo alla gola, mentre la palla rotolava lungo il pendio e si perdeva nel fossato. Il bambino così immobile da non riuscire neanche a pensare; la bestia ferma allo stesso modo, il muso all’altezza del suolo, lo sguardo protervo e scuro. Dopo un tempo infinito gli sguardi sono riemersi l’uno dalle profondità dell’altro. Il bambino e l’animale hanno fatto un passo indietro nello stesso istante. La pantera lentamente s’è voltata. Il bambino è rimasto immobile a guardare il suo manto violaceo che si allontanava piano. Poi soltanto la notte è restata. E ancora è lì che la guarda, quella notte, il bambino, con gli occhi sgranati

Foto di

Pasquale Comegna

Il sole basso all’orizzonte


di Mariangela Arnavas Si chiama Crispr/CAS anche se il nome intero sarebbe molto più impegnativo (Clustered Interspaced Short Palindromic Repeats) ed è un sistema mirato e a basso costo finalizzato a correggere il DNA; se ne contendono la maternità due scienziate Jennifer Doudma, docente di biochimica all’Università di Berkeley ed Emmanuel Charpentier, che hanno pubblicato uno studio su Science nel 2012 e il giovane ricercatore americano di origine cinese, legato ad Harvard, Feng Zhang, anche se è doveroso ricordare che già alcuni anni prima Daniel Anderson, ingegnere chimico al MIT era riuscito a correggere un gene difettoso nel fegato di un topo adulto con questo sistema ed altri prima di lui avevano individuato nei batteri analoga capacità di intervento sul DNA. Si parla di questo metodo come di una forma di editing genetico, ovvero di un sistema, basato su enzimi che opera sul DNA come un efficace correttore di bozze che va a ricercare in ogni parola scritta l’errore individuato, lo elimina e ripristina la forma corretta in modo semplice e mirato. Con questo sistema potranno con ogni probabilità essere combattute in un prossimo futuro malattie come la distrofia muscolare, forme tumorali, malattie genetiche come la beta-talassemia, oltre a facilitare la possibilità di trapianto di organi da animali. È curioso che il sistema sia ispirato a quanto già naturalmente riescono a fare alcuni batteri ovvero, integrare, ad ogni attacco di virus, frammenti del DNA del nemico in modo da rendersi immuni successivamente; un sapiente metodo di taglia, copia e incolla che migliora sensibilmente le possibilità di sopravvivenza. Tra i batteri capaci di tanta raffinatezza vi è anche quell’Escherichia Coli che vive nell’intestino di diversi animali e dell’uomo, il quale ne espelle notevoli quantità con le feci; proprio vero quel che diceva Fabrizio De André «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior» e anche molto di più. È giusto ricordare che Crispr, che potrà arrivare ad essere utilizzato dalla medicina di base probabilmente tra almeno una decina d’anni, è utilizzabile sia per la prevenzione e cura delle malattie su un singolo individuo e fino a qui non ci si imbatte in particolari problematiche bioetiche, sia su embrioni fecondati e qui si apre invece un terreno di difficoltà oggettive perché in questo caso la correzione delle bozze va a finire nell’evoluzione della specie senza che si sappia con precisione quali possano essere tutte le ricadute e conseguenze. Si sa che in Cina e in Gran Bretagna sono in atto sperimentazioni anche

Genetica e dintorni del secondo tipo, che potrebbero sconfiggere alcune malattie genetiche; certo ci sono rischi, ad oggi, poco ponderabili; appunto per questo sembra giusto parlarne perché è nel dialogo e non nella censura che la specie umana evolve. Interessante può essere anche l’applicazione sui vegetali, dato che la mutazione genetica si pone in questo caso, a differenza che per gli OGM come semplice correzione e non come introduzione di altre sequenze estranee di DNA e poi perché si può operare sull’antagonista, sui parassiti, come per esempio sulla zanzara portatrice della malaria, modificandone appunto questa caratteristica. Comunque l’intelligenza umana e anche quella dei batteri, ad onore del vero, ci sorprende felicemente in queste scoperte e certo non c’è niente di male se le migliori

«teste» si dedicano alla scienza in modo fecondo, però ce ne sarebbe bisogno almeno un po’ di più anche sulla scena politica attuale. Ripensando alla pessima campagna della ministra Lorenzin a favore dell’ampliamento delle nascite e alla constatazione statistica del forte calo della fertilità maschile per diverse cause, tra le quali spicca l’inquinamento, viene da pensare che una fondamentale promozione delle nascite, oltre all’eliminazione dei fattori socioeconomici che ostacolano la procreazione, sarebbe la messa in opera di un grande, profondo risanamento ambientale. Insomma, si sente la necessità di un’intelligenza politica all’altezza dell’attuale capacità di ricerca e scoperta scientifica. Solo come auspicio, per il bene comune.

Vinicio Berti dal realismo di guerra all’astrattismo classico Una selezione di quadri databili dal 1940 fino ai primi anni novanta di Vinicio Berti è esposta, fino al 7 aprile, alla Gallerie Zetaeffe (via Maggio 47/r Firenze) La mostra rende omaggio ad un grande artista e alla memoria della sua compagna Liberia Pini, di cui sarà presente un dipinto a testimonianza della sua figura umana e professionale e della sua presenza, che in vita ha da sempre sostenuto e tutelato il lavoro del grande artista fiorentino.

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di Cristina Pucci Dopo 20 anni di restauri apre il Museo di San Pietro a Colle Val d’Elsa, ingloba Museo Civico e Diocesano, Collezione del Conservatorio di S. Pietro e del Monastero di S. Caterina e Maddalena, Biblioteca e raccolta d’arte di Romano Bilenchi, di cui parlerò, e quella dell’artista Walter Fusi. Duemila metri quadri e più di duecento opere raccontano la storia di questo bel paese e della sua gente, dai Longobardi al Novecento. Folla ovunque, un evento importante evidentemente, fierezza e soddisfatta emozione delle varie persone che vi hanno dedicato impegno e passione superando i tanti momenti di scoraggiamento, inevitabili in un lungo percorso. I ringraziamenti hanno troppo poco sottolineato la generosità della signora Maria Ferrara, rappresentata da due nipoti presenti, che ha donato al Comune la imponente Biblioteca del marito, Romano Bilenchi, grande scrittore ed uomo dal potente fascino dialettico, con manoscritti ed epistolari, nonchè l’importante insieme di disegni e quadri, frutto, come sottolinea una delle nipoti della signora, non di passione di collezionista ma dell’affetto costante e sollecito dei suoi amici più cari che gliene facevano dono, per l’appunto artisti del calibro di Rosai, Maccari, Venturino Venturi, Caponi, Chiti Batelli, Capocchini, Marcucci, Manfredi, Moses Levy. Oltre il valore e la bellezza di questi lavori è bella la storia che essi narrano, una storia di intellettuali ricchi di vitalissime emozioni e pensieri, di parole dette, scritte e raffigurate, di scambi epistolari, di incontri, discussioni e, a volte, sanguigni ed originali dibattiti. Oltre che con gli amici pittori Bilenchi aveva stretti e calorosamente vivi rapporti con gli amici scrittori, primo fra tutti Vittorini. I volti e le gesta sue e di questi amici famosi e di altri meno noti, ma non meno importanti per lui, sono narrati in uno dei suoi libri, «Amici», in esso il mondo intellettuale della Firenze degli anni ‘30 con il fiorire di riviste letterarie che entreranno nella Storia e, grazie al racconto delle sue personali vicissitudini di vita e politiche, il periodo storico in cui avvengono. La professoressa Claudia Corti, presidentessa della Associazione «Amici di Romano Bilenchi», mi dice che la parola Amici nel loro nome vuole proprio sottolineare come l’amicizia sia stata parola chiave della vita e dell’opera di Bilenchi. Dice anche che la scelta di Maria Ferrara di donare il tutto a Colle Val D’Elsa è stata, oltre che generosa, molto intelligente, Romano era

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Ritratto di Romano Bilenchi di Mino Maccari

Uno spazio per Bilenchi

Romano Bilenchi e Maria Ferrara

nato a Colle ed aveva mantenuto un forte legame con questa città e le persone che vi conosceva, queste, a loro volta, lo ripagavano con altrettanto calore e grande stima. Contini lo definì «il più grande narratore orale»: amava accogliere, discutere con la sua bella voce tonante e la sua eccezionale arte affabulatoria, sentirsi circondato da presenze ed affetti. L’altra nipote di Maria ricorda come Romano avesse la capacità di farti sentire al centro dell’attenzione, anche se poi era sempre lui a parlare. Le due stanze in angolo che espongono una parte dei suoi tanti libri e tutti i quadri mantengono

il fascino dell’appartenenza, dell’essere stati amati e «vissuti», essere stati scelti, sistemati, sfogliati, anche un pò affumicati ed intrisi della nicotina delle tante sigarette che Bilenchi fumava. In alcuni scaffali davanti ai libri sono sistemati dei piccoli quadretti, proprio, forse, come nella casa di via Brunetto Latini 11, a Firenze, in alto un ritratto di Maria, opera di Grazzini, in mezzo a due del marito, uno di Chiti, uno di Rosai. Concludo con Platone «l’anima si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli», chi meglio dei nostri grandi scrittori?


di Rita Albera «La bellezza sta negli occhi di chi guarda» sono le parole di Goethe che ti tornano in mente mentre ammiri le immagini scattate da Piero e Pasquale Angelini raccolte nel volume» Stupore Abruzzo» che fa seguito alla mostra esposta prima a Pescara e poi a Teramo. Piero e Pasquale Angelini , padre e figlio entrambi fotografi, entrambi giunti alla fotografia per coincidenze affettive come accade spesso nelle scelte più fortunate e devote. Piero racconta che le prime foto a destare il suo interesse erano state le immagini in un bianco e nero sfocato dal tempo scattate durante il viaggio di nozze dei suoi genitori intorno agli anni trenta. Foto maldestre che però tramandavano di quel tempo attimi di giovane felicità. Dopo per Piero seguirono le prime esperienze con macchinette di poco conto fino a al prestito di una prestigiosa Rolleicord con la quale cominciò a provarsi in un linguaggio più professionale discutendo di termini tecnici come diaframmi, profondità di campo, velocità di otturazione … Ma assai più dell’acquisizione di una complessa formazione tecnica seppure tutta autodidatta in Piero ha contato una svolta sentimentale, l’innamoramento per un luogo, un’emozione, uno stupore appunto . L’incontro con la maestosa bellezza della grande montagna, il Gran Sasso che domina con il suo alto profilo la campagna teramana. Erano gli anni Sessanta, gli anni del suo trasferimento dalla natia Ascoli a Teramo per motivi di lavoro e Piero ricorda ancora con emozione come già la prima mattina nella nuova città, la montagna gli apparve in tutto il suo nitido splendore Da allora divenne naturale da solo o con amici, come lui cacciatori di immagini, percorrere sentieri solitari, inoltrarsi nel boschi, arrampicarsi per balze scoscese per fermare in uno scatto quello che vedeva ma forse sarebbe meglio dire quello che sapeva vedere,intuire,afferrare. Verdi sinuose colline, casolari abbandonati, solitarie abbazie, abbacinanti nevai, acque limpide e dovunque silenzi. E dovunque questo senso che solo qui c’è di un paesaggio che corre, corre dalla montagna alta verso il mare che quando appare è sempre fotografato da lontano come un miraggio Ugualmente «romantico» il percorso del figlio Pasquale, l’ammirazione emulazione per il padre e il sentimento precoce della bellezza. «I miei primi ricordi – racconta risalgono alle passeggiate di domenica mattina con mio padre lungo i crinali delle col-

Foto di Pasquale Angelini

Stupore Abruzzo line teramane. Avevo allora otto dieci anni e la mia prima macchina fotografica era una scatolina di plastica che quando scattava faceva «ssdang» come una trappola per topi. Seguivo mio padre e desideravo sorprenderlo .Guardavo dove guardava lui, ma cercavo anche altrove e ricordo che passando sotto un maestoso cipresso mi misi sotto di esso e alzai il naso all’insù. Ecco non avevo mai visto un albero da quell’angolazione e Foto di Piero Angelini

mi piaceva, mi piacevano quei rami a raggiera. Feci la foto, la mia foto . Da allora è andata così tra padre e figlio, un percorso parallelo ma autonomo. Se in Piero è la ricerca di una tessuta armonia di cielo e terra, Pasquale cerca la geometria che il paesaggio nasconde e rivela. Una linea, una o più linee continue, rette o curve, comunque nette, chiaramente catalizzatrici di armonia, di bellezza. Geometria come misura della terra ma anche della terra scrittura, linguaggio arcano. E ancora dalla campagna spostandosi alla città la geometria delle ombre , l’incastro dei muri, l’astrattismo di certe architetture viste da troppo lontano o troppo vicino, le linee urbane,le rughe di un vecchio o le pieghe di un infante. Per entrambi, in modo diverso, ciò che conta è l’autenticità dell’esperienza, la verità dell’emozione. «Una foto –è sempre Pasquale a parlare- è uno scatto di ciò che è visibile, ma se ci si è posti in ascolto, se l’alchimia tra ciò che si è ed il resto è buona, allora si può riuscire a ritrarre ciò che non è visibile eppure è». Di Piero e Pasquale Angelini si ricordano i molti contributi alla più importanti riviste fotografiche e di viaggi come Touring club e National Geografic Magazine, Airone, Bell’Europa, Bell’Italia. Mostre tematiche sono state ospitate a Berlino,Milano,Firenze,Roma. Molti i libri fotografici di grande formato come «Stupore Marche»,«Stupore Abruzzo», «Gran Sasso,emozioni e immagini».

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di Michele Morrocchi Ammesso che si possa ancora credere ai sondaggi, per la prima volta il candidato «indipendente» Macron appare in testa alle rilevazioni statistiche e dunque favorito per l’Eliseo alle Presidenziali francesi di quest’anno. Ammettiamo dunque che i sondaggisti, per questa volta, abbiano il polso di qualcosa di più di un ristretto campione statistico invecchiato e infedele, e ci azzecchino. Come potrebbero andare le cose? Macron potrebbe affrontare il doppio turno contro la Le Pen, e complice la chiamata delle forze repubblicane contro il populismo potrebbe vincere. Non certo con le percentuali di Chirac contro il vecchio Le Pen nel 2002 Ma comunque vincere e diventare presidente della Repubblica. Cosa accadrebbe però dopo? Qui viene il bello, in Francia infatti la riforma del 2002, ha, di fatto, impedito la coabitazione tra presidente di un segno politico ed esecutivo di un altro, facendo coincidere il tempo della presidenza con quello del parlamento. Le elezioni politiche quindi seguiranno di pochi mesi l’elezione di Macron all’Eliseo. Macron però non ha un partito. Il suo vecchio partito, i socialisti, lo considerano (lo hanno sempre considerato) un corpo estraneo, non troppo a torto. In Inghilterra starebbe tra i Liberali probabilmente, in Francia, dove i liberali sono rari quasi quanto da noi, sta in un limbo. Ecco questo limbo quanti deputati avrà? Ci potremmo quindi trovare nel caso di un presidente votato proprio perché senza un partito che avrà una difficoltà enorme a governare proprio perché senza un partito. Va infatti ricordato che il modello elettorale francese prevedendo il doppio turno di collegio, favorisce proprio i grossi raggruppamenti politici, i partiti organizzati. Dunque Macron rischia, proprio per la natura della sua candidatura, di essere un presidente zoppo. Un argine immediato per il populismo, un alleato di questi ultimi nel medio lungo periodo. Cosa farebbe infatti un elettorato deluso prima dai conservatori, poi dai socialisti ed infine dall’indipendente? Per questo su queste colonne mesi fa riportammo un testo ed un dibattito tutto francese sul ritorno al proporzionale. Non tanto per una passione per un sistema elettorale rispetto ad un altro, ma per la necessità di affrontare davvero il tema della rappresentanza, dei corpi intermedi, dei partiti poli-

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tici. La politica carismatica, il leaderismo, l’uomo solo al comando hanno rappresentato in questi anni la risposta che destra e sinistra tradizionali hanno dato alla perdita di peso dei soggetti collettivi, alla mancanza di ragionamento comune, di idee, di modelli. Una risposta che ha determinato, inevitabilmente, una reazione delle masse che hanno esasperato il concetto affidandosi sempre più a capopopoli, demagoghi e reazionari fascistoidi. Il problema non è soltanto europeo. Le ultime elezioni statunitensi hanno mostrato come il limite maggiore di Obama sia stata la non costruzione di una successione. Presentarsi 8 anni dopo con la candidata che aveva perso le primarie proprio contro Obama, che in sovrappiù era anche la first lady di un presidente dei primi anni ’90, non è apparso all’elettorato USA un segnale di forza. Il fatto che il suo principale sfidante, all’interno dei Democratici, fosse un arzillo settantenne non migliora le cose. Tanto che oggi si fatica anche solo ad intravedere uno o una sfidante a Trump. La mancanza di una classe dirigente, di un partito sono un limite che il consenso personale, la legittimazione dal voto popolare (episodico) non bastano a supplire. Si possono vincere le elezioni con percentuali importanti ma senza un’azione politica conseguente e radicata a quelle successive si perde e si perde, molto spesso, a favore delle forze populiste. Il rischio, per tornare a Macron, appare evidentissimo e una campagna elettorale impostata, gioco forza, tutta contro l’establishment non renderà semplice dover governare con l’appoggio di quei partiti, in particolare i socialisti, di cui oggi ci si è posti come superatori. Senza quindi rimpiangere i tempi in cui era meglio avere torto col partito che ragione da soli, anche il caso francese imporrebbe una riflessione e una ricerca non tanto del leader carismatico, ma di quel soggetto collettivo, di quella casa comune, di quel moderno principe (in tempi in cui tutti dicono di tornare a Gramsci), che seppur non fine in sé, non sia soltanto un mezzo per raggiungere il potere.

Macron

il candidato senza partito


di Danilo Cecchi Dal punto di vista della semantica l’oggetto «fotografia» ha sempre costituito un dilemma, fino dalla nascita della semantica stessa. Charles Sanders Peirce (1839-1914) nasce, per una strana coincidenza, nello stesso anno in cui viene divulgata la scoperta di Daguerre, e non ha dubbi sul fatto che le fotografie siano da considerare dei «segni». Talvolta le chiama «indici», considerandole una «traccia» degli oggetti, ma conviene che funzionano altrettanto bene come «icone» avendo con l’oggetto una notevole «somiglianza», e che funzionano bene perfino come «simboli». Tuttavia finisce per incasellarle come «Sinsegni Indexicali Dicisegni», in quanto forniscono informazioni fattuali circa ciò che raffigurano, anche se premette che è sempre difficile incasellare un segno in maniera definitiva. Secondo Roland Barthes (1915-1980) invece «La fotografia è un messaggio senza codice, poiché anche se è vero che nel passaggio dall’oggetto all’immagine vi è una riduzione, di proporzione, di prospettiva e di colore, tuttavia questa riduzione non è mai una trasformazione, ed i segni che costuitiscono l’immagine fotografica non differiscono sostanzialmente dall’oggetto che essi offrono in lettura. Per questo fra l’oggetto e la sua immagine fotografica non è affatto necessario disporre un collegamento, cioè un codice.» Essendo le fotografie dei segni senza codice, si tratterebbe quindi di falsi segni, ai quali l’emittente (il fotografo) assegna un significato, mentre il destinatario (l’osservatore) può assegnare loro un significato diverso. E questo, se vogliamo, non è un problema circoscritto alla sola fotografia, ma a tutto il sistema della «comunicazione» di tipo «artistico». Umberto Eco (1932-2016) nega alle fotografie lo statuto di «segni» considerando le immagini fotografiche come dei segni-traccia che mantengono con il proprio oggetto un rapporto particolare, simile al rapporto di causa ed effetto. Le immagini fotografiche essendo dei segni né arbitrari né pienamente convenzionali, sarebbero da escludere dalla cerchia dei fenomeni semiosici, collocandoli al confine fra il campo semiotico e quello extra semiotico, a metà fra segno e non segno. La modalità di approccio alle immagini fotografiche avviene per semiosi di base, non considerandole come significanti di un segno, ma percependole per stimoli surrogati, non riconoscendovi l’espressione di una funzione segnica. A livello di segni le immagini fotografiche vengono definite da Eco, a parità dei quadri o delle immagini filmiche, come delle «ipoicone», segni che si pongono all’attenzione come segni, ma che vengono per-

Il segno e la fotografia

cepiti come un insieme di stimoli che creano l’effetto (illusorio) di essere di fronte all’oggetto, ancora prima di essere percepiti come segno di qualcos’altro. Le ipoicone rappresentano una buona approssimazione della realtà, e perfino dei miracoli di realismo, ma la loro natura rimarrà sempre illusoria. La pretesa perfetta somiglianza fra le «immagini fotografiche» e le «immagini della realtà» impedisce di estrarre significati propri dalle prime, perché si tratterebbe della semplice «ripetizione» dei significati già presenti nelle seconde. Le immagini fotografiche non sarebbero quindi in grado di costituirsi come «linguaggio» e di veicolare significati propri, mentre ad esempio il cinema si costituisce come linguaggio, ma ciò diventa possibile solo grazie al montaggio ed alla acquisizione di altri linguaggi come il sonoro. Nella sua «Critica dell’Immagine» o dell’iconismo, Eco individua ben dieci diversi «codici» relativi alle immagini (percettivi, di ricognizione, di trasmissione, tonali, retorici, stilistici, di gusto e sensibilità, e perfino dell’inconscio, compresi i

«codici iconici» ed i «codici iconografici»). Ma le immagini fotografiche sembrano non avere accesso a tali codici. In uno dei suoi ultimi interventi Eco conferma ancora una volta che, secondo lui, l’immagine fotografica non è affatto «una forma di segno». Essa non è altro che materia di espressione, come la voce, con la quale si possono costruire oggetti semiotici come le parole. La voce (come la fotografia) non è una categoria di segni, ma una materia che produce sostanze e forme diverse. Anche Umberto Eco (come Roland Barthes) rinuncia a porsi dalla parte di chi produce le immagini fotografiche, citando una sua disastrosa esperienza compiuta all’inizio degli anni Sessanta, quando, alla fine di un viaggio, dopo avere scattato numerose fotografie, riuscite male, si rese conto di non avere osservato e memorizzato praticamente niente, concludendo «Ero troppo occupato a fotografare e non ho guardato». Naturalmente, in tutti i casi, si tratta esclusivamente di convinzioni personali, non ancora dimostrate.

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di Barbara Palla Lo scorso 14 marzo la Corte Europea di Giustizia ha pubblicato due sentenze per due casi distinti, accomunati dall’imposizione di una limitazione dell’uso del velo islamico sul luogo di lavoro. Entrambe si inseriscono in un contesto più ampio di parità di trattamento in materia di occupazione lavorativa e di neutralità del luogo di lavoro in riferimento all’esposizione di qualsiasi simbolo possa ricondurre ad un determinato credo, inclinazione politica o filosofica. La Corte giunge a tre differenti conclusioni: la prima riguarda il fatto che un datore di lavoro privato possa accogliere la richiesta di un cliente di non essere servito da una dipendente che indossa il velo senza incombere in un trattamento differenziale. La seconda, invece, permette a un datore di lavoro privato di vietare l’uso del velo alle proprie dipendenti in virtù della presenza di norme interne all’azienda che impediscono l’affissione dei simboli; anche in questo caso non ci sarebbe una discriminazione diretta. Infine, la terza conclusione individua una discriminazione indiretta qualora la norma richiedente la neutralità sul lavoro metta in una posizione di effettivo svantaggio alcuni dipendenti; il giudizio in merito a questa eventuale discriminazione diretta, però, è rimesso alle Corti nazionali. Anche nel caso in cui si condivida la ratio sottostante alle due sentenze, queste presentano un problema in relazione alla definizione del velo islamico. Quest’ultimo è infatti considerato un «segno» dalla Corte, un accessorio che si può dunque esporre o togliere a piacimento, ma a ben guardare non è questo il caso. Il velo non è un obbligo imposto alle donne, dipende da una scelta libera derivante dall’interpretazione dell’Islam a cui si aderisce, è dunque parte integrante delle fede. È una scelta libera laddove si è liberi di scegliere, non è escluso, infatti, che in determinate società, o in determinate epoche, il velo sia stato usato come uno strumento di controllo delle donne o che sia stato (sia ancora) interpretato, condizionato, sottoposto ad esigenze di affermazione culturale, politica e religiosa particolarmente radicali e ristrette. Il termine hijab (oggi usato per indicare tutti i veli, ma che in realtà non è che un modo di portarlo) deriva dalla radice hjb. Essa è presente circa sette volte nel Corano in contesti che hanno poco a che vedere con l’abbigliamento femminile. Ad esempio nel versetto 31 della sura 24 si suggerisce agli uomini

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Il velo è un simbolo religioso? che entrano nella casa del Profeta di rivolgersi alle sue donne solo da dietro una cortina (hijab) in modo da preservare la purezza dei cuori. In questo caso, come in molti altri, hijab indica una divisione spaziale. Riguardo all’abbigliamento femminile i termini impiegati sono in realtà molteplici: oltre hijab ci sono anche il khimar e jilbab ovvero delle sciarpe già usate nel periodo pre-islamico dalle donne di elevato status sociale per distinguersi dalle schiave. Solo al versetto 53 della sura 33 si descrive un modo adeguato di mostrarsi in società: «[…] E dì alla credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle (zina), eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo (khumur) e non mostrino le loro grazie femminili (‘awra) altro che ai loro mariti, ai loro padri, […] e non battano assieme i piedi affinché si sappia ciò che esse nascondono delle loro grazie». Guardando poi alle raccolte degli hadith (gli insegnamenti del Profeta tramandati in sei raccolte ufficiali) un solo episodio fa riferimento al modo di vestire. Si parla in questo caso dell’incidente di Asma, la figlia di Abu Bakr (il primo successore di Maometto alla guida dei fedeli musulmani), che si presentò al cospetto di Maometto con degli abiti eccessivamente trasparenti. Il Profeta, si racconta, la riprese dicendole che per le donne in età matura non era consono mostrare il proprio corpo eccetto «questo e questo». La questione del velo, come si capisce, non si risolve nel chiedersi se portarlo o meno. Gira intorno al modo in cui è opportuno portarlo e allo stesso tempo quali parti del corpo femminile sia consono coprire. La distinzione dipende dal senso conferito ai

termini zina e ‘awra (talvolta tradotto con «vergogne femminili» invece di «grazie») e a quanto intendesse Maometto rivolgendosi a Asma, se includesse o meno il viso e le mani. Le quattro scuole giuridiche sono d’accordo sul fatto che l’abbigliamento femminile debba coprire il corpo della donna dal capo alle caviglie, però quella malikita e hanafita escludono il viso e le mani, mentre quella hanbalita e quella sha’afita, più conservatrici, ve li includono. Nel Medio Evo, probabilmente in reazione alla prima crisi di identità dovuta alla caduta di Baghdad, capitale dell’impero abbaside, per mano dell’impero mongolo, il teologo Ibn Taymiyya scrisse un’esegesi coranica particolarmente radicale. In essa dava una definizione molto stretta di zina e ‘awra tanto da imporre l’obbligo di coprirle. Le donne, vestite di nero coperte da capo a piedi, dovevano quasi sparire dalla sfera sociale. Nel tempo poi, questa visione medievale è stata abbandonata, ma con l’espandersi della religione in aree sempre nuove, sono stati integrati nella cultura islamica in espansione nuovi tipi di velo, come per esempio il chador tipico delle regioni iraniche. Per cui oltre al hijab, al khimar, oggi ne esistono molti altri più o meno coprenti la cui funzione, però, è la stessa. Per tutti questi motivi è difficile ritenere il velo solo come un simbolo, equiparato ad altri afferenti alle dimensioni politiche o filosofiche. La decisione della Corte sembra dunque non risolvere ma creare nuovi contrasti tra la possibilità di affermare la propria identità in un contesto di libertà di religione, espressione e pensiero tipico di un sistema valoriale aperto ed inclusivo. Ammesso che l’Europa sia ancora aperta ed inclusiva.


di Claudio Cosma Questa scultura «morbida» appartiene al mondo di Manuela Mancioppi, fatta di un materiale conducibile, malleabile e plasmabile, indeterminato prima di assumere la sua forma definitiva, diventa stabile seppure comprimibile e palpeggiabile una volta finita. Da questo momento pur partecipe dell’universo dal quale proviene, è pronta ad assumere i ruoli che che le verranno assegnati, da quello modesto di cuscino a quello nobile di oggetto d’arte, passando per una destinazione intermedia di giocattolo d’affezione. La Mancioppi è un’artista relazionale e le sue opere contribuiscono ad unire le persone che vengono a contatto con la sua arte, sia metaforicamente sia realmente, attraverso una serie di azioni tese al superamento del linguaggio convenzionale, servendosi di tattilismo e di appartenenza, del desiderio di abbattere il concetto di distanza minima di sicurezza, accomunandoci in un reciproco sentire affettivo. Le sue sculture più grandi sono indossabili da più persone contemporaneamente, che accettando la vicinanza fisica si trasformano in «tableau vivant» attraverso l’empaticità degli attori. Empatico significa sentire dentro, con-sentire, condividere una sensazione emozionale o entrarci in contatto. In questo caso la scultura agisce come un medium facendo riflettere sulla condizione particolare e difficilmente descrivibile di quando si prova una simpatia guardando un opera d’arte. Accettandone la vicinanza le persone compiono un passo verso la comprensione dell’altro, si mettono letteralmente nei reciproci panni. Il NeoNato nasce dall’accoppiamento bizzarro di una numerosa famiglia di ibridi, gli abitatori vegetali/animali del Giardino delle Meraviglie, attraversando una serie di passaggi e gestazioni dove la Mancioppi assume il ruolo di Grande Madre. Questi, trasmutando lentamente dalla flora fantastica del Giardino della delizie di Jeronimus Bosch, combinandosi con le specifiche famiglie di quella fauna marina a cui appartengono le stelle marine, i pomodori di mare e gli immobili coralli, manterranno sempre un qualcosa dei segreti delle profondità marine. Con la mediazione della fantasia dell’artista, le metamorfosi e gli innesti continuano, unendosi con la varietà inesauribile delle piante grasse con le loro travolgenti e im-

provvise fioriture, dando adito ad una nuova specie, poi addomesticata e da allora abituata a condividere la vita dell’uomo all’interno delle proprie abitazioni. Sono sculture da compagnia e da viaggio, per non dire da riporto, in quanto difficili da perdersi e con attitudine ha tornare, da tenere a portata di mano per dargli una strizzatina affettuosa, di tanto in tanto, con un sicuro effetto rilassante. Stanno volentieri con i propri simili formando, insieme, dei grandi ciuffi variopinti, che mantengono un pizzico di inquietudine ricordando, ancora, sia le urticanti propaggini danzanti degli anemoni di mare, sia la scarmigliata capigliatura della mitologica Medusa. Il NeoNato in questione è ricoperto di lana naturale bleu nel corpo principale e bordeaux nelle protuberanze o tentacoli, con le punte verdi azzurre. È una lana, quella

servita alla sua realizzazione, di recupero, proveniente da una fabbrica di filati dove ha lavorato la mamma dell’artista, fatto che ne amplifica l’affettività nel contesto dalla sua ideazione. La componente di scarto e di riuso ne determina in modo strutturale la formazione, infatti essendo capi già confezionati quelli utilizzati come materia prima, il lavoro di creazione è composto da combinazioni cromatiche e di accostamento di parti compatibili. Si può fare una similitudine con la creatura costruita da Frankenstein, assemblata anziché con frammenti anatomici, più innocentemente con parti di abbigliamento come gonne, maniche, colli e avanzi di ogni tipo, che oramai inutilizzabili come vestiti si trasformano in oggetti non più destinati a scaldare il corpo, ma compiendo un passaggio intellettuale, si dispongono a scaldare l’anima.

NeoNato

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Un dono inaspettato di Gabriella Fiori Mi piove dal cielo un libro: autrice Elena Tempestini, «Quaranta donne in lotta per la cultura civile, Edizioni dell’Assemblea - Luglio 2016. Lo leggo avidamente, con grande piacere ritrovo volti noti per lunga consuetudine come Marie Curie, Maria Montessori, Madre Teresa di Calcutta, Grazia Deledda, altri per profonda stima e simpatia in sfumature diverse come Rita Borsellino, Margherita Hack, Anna Magnani. Con accorata ammirazione guardo a Bennazir Bhutto e a Mafalda di Savoia per me accomunate dal tragico destino e vicine nel libro. Ed ecco apparire le altre. La geniale Gae Aulenti dal vasto sorriso, per me tutt’uno con l’affascinante Musée d’Orsay a Parigi e Oriana Fallaci, la nostra toscanaccia parlachiaro che mi ha stregata col messaggio postumo del suo struggente rude romanzo-biografia di famiglia «Un cappello pieno di ciliegie». Rita Levi Montalcini, l’ho sentita parlare, e qui ne trovo un motto alla base della fiducia in sé che la donna può e deve avere: «Il capitale umano è equamente distribuito fra i due sessi. Solo, alle donne non era concesso di utilizzare il proprio.» Tutte le donne di tutti i continenti qui presentate hanno lottato contro i mali del mondo, oppressione, crudeltà, ingiustizia nei vari contesti del loro destino, improntando la vita a «rettitudine e trasparenza. Umiliate e aggredite, deluse e calpestate nel fisico e nello spirito, hanno lottato con sacrifici e coerenza». La coerenza della birmana Auug San Suu Kvi (1945) agli arresti domiciliari gran parte della vita per l’opposizione alla dittatura militare del suo paese, o di Rosa Parks la nera dall’appassionato sorriso considerata la «madre dei diritti civili» in USA, perché, esausta dopo una giornata di lavoro (1.12.1955) rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco in piedi, fu arrestata e sostenuta poi da 381 giorni di boicottaggio dei mezzi di trasporto, finché (1956) la Corte Suprema dichiarò incostituzionale ogni forma di discriminazione. O l’americana Jody Williams (1950) che ha dedicato la vita al bando delle mine antiuomo, «mostruosi ordigni nascosti sotto sembianze di giocattoli». Premio Nobel per la pace 1997 ha fondato con Shirin Ebadi, la prima donna musulmana premio Nobel per la pace 2003 la Nobel Women’s Initiative «per mettere in pratica tutte le sinergie di lavoro per la giustizia» . Shirin, 1975-1979 presidente come giudice tribunale sezione di Teheran, con la rivoluzione islamica (1979) come tutte

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le donne giudice dovette lasciare la magistratura e, rifiutando poi un ruolo secondario come «esperta di legge» si ritirò a scrivere libri e articoli fino al 1992 in cui poté aprire uno studio proprio come avvocato, occupandosi di casi di liberali e dissidenti entrati in conflitto con il sistema giudiziario iraniano. «Oggi vive a Londra da giugno in una sorta di esilio autoimposto per sfuggire a un mandato d’arresto per presunta evasione fiscale» in rapporto al Nobel, che le è stato sequestrato. (93-94) Fra gli altri Nobel per la Pace, scelgo Rigoberta Menchú (1959) guatemalteca, bracciante agricola dall’età di 5 anni «in condizioni talmente difficili da causare la morte dei suoi fratelli e di molti suoi amici».Costretta all’esilio dal 1981. Nel 1991: prende parte alla stesura in seno alle Nazioni Unite di una «dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni». Ha detto: «Non siamo miti del passato, né rovine nella giungla o zoo. Siamo persone e vogliamo essere rispettati, e non essere vittime di intolleranza o razzismo». Premio Nobel per la Pace 1992, nel 2002 nominata cittadina onoraria di Caorle (Venezia). Mi commuove Waris Diriie, somala bellissima cresciuta in una tribù seminomade del deserto, a 13 anni promessa sposa a un uomo che poteva esserne il nonno. Fugge, grazie alla bellezza diviene una top model famosa, ma c’è un dolore che la perseguita: l’infibulazione femminile da lei stessa subita a 5 anni. La combatte come ambasciatrice delle Nazioni Unite (1997). Trasferitasi a Vienna e divenuta cittadina austriaca, (2002) fonda la Waris Diriie Fundation che si occupa del problema, raccoglie fondi e promuove «campagne di consapevolezza». Suoi libri editi in Italia da Garzanti: «Alba nel deserto», «Figlie del dolore», «Lettera a mia madre». Devo fermarmi per ragioni di spazio, ma dico solo arrivederci a tutte queste donne, con un consiglio. Cliccate su e richiedete il libro.

Spiriti di

materia

di Abner Rossi

Abner Rossi nasce a Firenze il 24 novembre del 1946. Autore e regista teatrale da circa quarant’anni ha al suo attivo diverse sceneggiature cinematografiche, opere teatrali e monologhi adottati da molte scuole di teatro come testi di studio e di esame nonché per le audizioni. Ha pubblicato tre libri di poesie e non ha mai partecipato, per scelta, a concorsi poetici. Ha scritto, collaborato e poi diretto G. Albertazzi, Omero Antonutti. Come dirigente dell’Arci di Firenze ha partecipato alla grande stagione della nascita della comicità toscana. Recentemente alcune sue poesie sono state pubblicate sulla Enciclopedia della Fondazione Mario Luzi,

Autoritratto Rosso per le mie idee, per il mio conto in banca, per una sana vergogna di bambino. Per la mia famiglia di operai.   Sicuramente per le mie bandiere, per il vino che non ho mai annacquato.   Rosso per un’anima dannata costretta nell’inchiostro di una penna.   Rosso anche quando il cielo tende al nero   E rosso per amore! Sempre e ogni giorno dalla prima ragazza conosciuta ad oggi e qui… sempre con te e dietro le mie rughe che sono quasi tutte di passione.


di Franco Bagnoli Con la prospettiva di andare su Marte (e con i film di fantascienza dell’anno scorso) la voglia di fare viaggi su distanze galattiche è tornata prepotente, anche se non magari come quando ero piccolo e vedevo gli astronauti del programma Apollo andare sulla Luna. Purtroppo, non avendo a disposizione la possibilità di effettuare viaggi più veloci della luce usando l’iperspazio (Star Trek) o i wormhole (Interstellar), dobbiamo prepararci a passare migliaia, se non milioni o miliardi di anni nel cosmo. Ma se la nave spaziale è abbastanza confortevole, questo non sarà un grosso problema: vivremo le nostre vite lì, ammirando il panorama mentre sorseggiamo un drink. Sto parlando di viaggiare, non di raggiungere un posto specifico nel minor tempo possibile, senza stare nemmeno a guardare dove si sta andando. Il problema è costruire una astronave che continui a funzionare per migliaia di anni. Leviamo di mezzo tutta la tecnologia che usiamo ogni giorno: i migliori telefonini è un miracolo se durano due anni! Basta che cadano per terra per rompere lo schermo, o in acqua per guastarsi irrimediabilmente... Non viaggerei mai nello spazio su una cosa così fragile! Ma riducendo la tecnologia le cose durano di più. Le auto degli anni ‘50 continuano a funzionare, e se si rompono possono essere riparate, anche ricostruendo i pezzi se serve. Le sonde Voyager (roba degli anni ‘70, con un computer di bordo di ben 70 kB di memoria!) sono le navi spaziali più longeve che abbiamo mai costruito. La Voyager 1 si trova ormai a 19 ore-luce dalla Terra (la stella più vicina è a 4,5 anni-luce) e sta incredibilmente continuando a funzionare. Ma in ogni caso si prevede che smetterà di funzionare nel 2025, a 25 miliardi di chilometri dalla Terra, anche se le comunicazioni si pensa che cesseranno quest’anno quando il giroscopio di bordo smetterà di funzionare, impedendole di tenere l’antenna puntata su di noi. In poche parole anche queste sonde dureranno al massimo solo 45 anni, e dopo essere appena uscite dal sistema solare (in realtà sono uscite solo dalla zona influenzata dal vento solare, la nube di Oort, il serbatoio delle comete, è a 1,87 anni-luce di distanza, ancora ben soggetta alla gravità solare). Dal punto di vista dei viaggi interstellari, sono riuscite ad arrivare solo sulla soglia di casa. Non ci siamo. Quali manufatti siamo riusciti a costruire che sono durati migliaia di anni? Quelli grossi e di pietra! Roba tipo le piramidi, o i menhir. Quindi dobbiamo costruire un’astronave, gros-

sa e rocciosa. «Un’astronave tipo quella che potrebbe guidare Fred Flinstone, scolpita nella pietra?» domanderete. No! Qualcosa di più solido, di più semplice e di parecchio più grosso, diciamo un’astronave grossa come un pianeta. Del resto la Morte Nera (Star Wars) era appunto grande come una piccola luna. Così non dobbiamo neppure usare trucchi tipo mettere in rotazione l’astronave per creare una falsa gravità, come in 2001 Odissea Nello Spazio o in Sopravvissuto (The Martian). Abbiamo la gravità naturale! Sappiamo che già per i viaggi su Marte la protezione contro i raggi cosmici sarà un problema di difficile soluzione. Ma con una astronave grossa come un pianeta la soluzione è facile: usiamo un nucleo di ferro fuso in rotazione in modo che il campo magnetico generato faccia da schermo. Geniale! E poi ci mettiamo una bella atmosfera, che oltre a dare protezione, ci consente anche di evitare di dover usare le tute spaziali. Nello spazio è buio e freddo. Ma noi possiamo risolvere il problema facilmente, basta fare il viaggio alla distanza giusta da una stella di dimensione adeguate, non troppo grossa, che si esaurisce troppo presto, non troppo piccola

che non ce la fa a accendersi. E per proteggerci dai raggi ultravioletti un bello strato di ozono. Dite che ci annoieremo presto dello spettacolo del cosmo che cambia troppo lentamente? E allora scialiamo: circondiamoci da una bella varietà di altri pianeti, piccoli e grandi, rocciosi e gassosi, e magari anche di comete e satelliti. Uno bello grosso lo mettiamo vicino alla nostra astronave, così abbiamo qualcosa da osservare di notte. E per renderci il viaggio più piacevole, riempiamo l’astronave di piscine grosse come oceani, e decoriamola con piante ed animali. Ci mettiamo anche qualche deserto e un paio di calotte polari, tanto per variare, e montagne e fiumi. Che bella astronave! Semplice e robusta. E anche veloce, considerando la sua massa: tutto il marchingegno, che chiameremo convenzionalmente «Sistema Solare» viaggia a 250km/s (rispetto alla Via Lattea). Ovviamente, dato che il viaggio sarà molto lungo, dovremo avere una cura maniacale della nostra astronave, stare attenti a non sporcarla o danneggiarla, e a non consumare le risorse che non siano rinnovabili. Ma sono certo che nessun astronauta sarà così scemo da rovinare volontariamente l’astronave con cui sta viaggiando nello spazio... O mi sbaglio?

Viaggi interstellari

Le sonde gemelle Voyager 1 e 2

19 25 MARZO 2017


di Simonetta Zanuccoli L’edificio in rue Francois Miron, quello in rue Volta 3 e quello in rue de Montmorency 51 chiamato maison du Haut-Pignon si sono contesi a lungo il primato di essere la casa più antica di Parigi ma ormai è stato definitamente stabilito che le prime due, nonostante l’apparente aspetto mediovale, risalivano a un’epoca più recente rispetto a quella in rue Montmorency del 1407 che quindi si aggiudica la contesa. Per tutta la facciata, dichiarata monumento storico nel 1911 in omaggio ai suoi originari proprietari, Nicolas Flamel e sua moglie Pernelle, per il loro intenso impegno filantropico, corre una lunga scritta che dichiara la funzione che aveva la casa: ospitare i poveri del quartiere, i contadini dei campi attorno, gli studenti squattrinati e le donne sole. La scritta specifica anche quale era il prezzo da pagare per un letto: un Pater Nostro e una Ave Maria la mattina al risveglio in onore dei defunti. Ma più che la casa, oggi divenuta una locanda di charme, quello che è interessante è la storia, in parte ricca di mistero, del suo proprietario, Nicolas Flamel, sconosciuta a tanti ma di grande importanza a chi si interessa di studi di alchimia ermetica. Nato nel 1330, Flamel esercitava la professione di scrivano, copista e miniaturista in una piccola bottega attaccata alla chiesa di Saint-Jacques-la boucherie. Flamel non aveva preoccupazioni economiche perchè, all’epoca, saper scrivere in un mondo di analfabeti rendeva molto bene e poi aveva sposato Pernelle, di alcuni anni più anziana di lui, che, vedova due volte, aveva accumulato un notevole patrimonio con le eredità dei suoi precedenti mariti. Nonostante questa ricchezza, la coppia viveva in maniera modesta devolvendo il loro denaro ai poveri e a finanziare la costruzione di ospedali, chiese, cappelle...Quando morì Nicolas Flamel lasciò i suoi beni, compreso la casa in rue Montmorency, alla chiesa di Saint-Jacques e lì volle farsi sotterrare in una tomba la cui lastra di copertura era stata disegnata da lui. Della chiesa, distrutta durante la rivoluzione, rimane oggi solo la torre e della tomba solo la lastra esposta al Hotel de Cluny, il museo nazionale del medioevo a Parigi. Dopo la morte cominciò a diffondersi su di lui quella che per molti era verità e per altri leggenda. Si narrava che avrebbe scoperto la Pietra Filosofale che può trasformare il piombo in oro. Si narrava che una notte ebbe un sogno rivelatore nel quale un angelo gli apparve e gli mostrò un libro dicendogli guarda questo libro che per ora ti è

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incomprensibile ma un giorno vedrai in esso ciò che nessuno saprà vedere. Si narrava che anni dopo mentre cercava di allontanare un uomo che voleva vendergli dei vecchi libri, Flamel riconobbe tra questi quello sognato. Dopo averlo comprato così lo descrisse: con la legatura in solido ottone....era stato scritto con una matita di piombo su fogli di corteccia e era stranamente colorato. Ma

La più antica casa di Parigi

era scritto in una lingua sconosciuta, forse ebraico antico, e nonostante che lui e la moglie si impegnassero a interpretarlo anche con l’aiuto di diversi studiosi (ma non ebrei perchè espulsi in seguito alle persecuzioni) il libro per loro rimaneva misterioso. E lo fu per tanti anni fino a quando, nel 1378, grazie agli insegnamenti di un medico ebreo incontrato durante un pellegrinaggio a Santiago di Campostela, Flamel, al suo ritorno, riuscì a decifrare il libro che si rivelò un trattato alchemico. Dopo tre anni di studio riuscì a trasformare una libra di piombo in argento e dopo qualche mese di esercizi in oro puro. Si narrava che la pietra filosofale moltiplicò le sue fortune che lui continuava a elargire per opere benefiche e rendesse lui e sua moglie immortali. Per i saggi la Pietra Filosofale era la metafora della trasformazione della materia in spirito eterno e la difficoltà incontrata rappresentava la perseveranza di lavorare su se stesso. Per tutti gli altri era un fantastico mezzo per esaudire i sogni d’infinita ricchezza e eternità. Per trovarne il segreto la tomba del buono Flamel fu profanata più volte naturalmente senza successo.


Ristorante caffetteria

La Loggia

Piazzale Michelangelo, 1 Firenze – Italy www.ristorantelaloggia.it reservation@ristorantelaloggia.it +39 055 2342832

Il ritorno di Park Chan-wook di Sara Chiarello Ha un’espressione serafica e sorride molto, Park Chan-wook, regista sudcoreano pluripremiato, arcinoto so-prattutto per essere l’autore di quella che viene definita la Trilogia della Vendetta, su tutti Old Boy. Che du-rante l’incontro stampa al cinema La Compagnia dove è ospite del 15/o Korea Film Fest per presentare il suo nuovo film (The Handmaiden, proiettato stasera alle ore 20.30, dopo aver ricevuto l’onorificenza de Le chiavi della città dal sindaco Dario Nardella), racconta essere sua croce e delizia. «Mi dispiace che in Europa mi accostino sempre ai soliti titoli, non posso dire infatti che Old Boy sia il mio miglior film, è solo uno dei miei lavori, ed esempio mi piacerebbe che si vedessero mie opere quale Thirst, (horror del 2009 - ndr) o i miei ultimi lavori. Invecchiando, mi sono accorto che mi dedico sempre di più a punti di vista femminili, come in The Handmaiden, che è a tutti gli effetti un film femminista. Penso che

chiunque dentro di sé abbia un lato maschile e uno femminile, solo che gli uomini spesso non vogliono vederlo e se ne vergognano». Sulle sue passioni cinefile racconta «La folgorazione per il cinema l’ho avuta mentre stavo guardando Vertigo di Hitchcock, ho deciso così di fare il regista. Non solo Hitchcock: mi sono cari anche tanti altri registi, tra tutti Luchi-no Visconti». Alla domanda se i cineasti europei prendano spunto dal cinema coreano non risponde, Chan-wook, probabilmente perché non si può parlare di una vera ispirazione europea verso l’Asia in tale ambito, ma si sofferma sul rapporto con l’America, dove nel 2013 ha diretto Nicole Kidman nel suo primo film con cast internazionale, Stoker. Racconta così l’esperienza: «Non ero a mio agio, ma alla fine le persone che fanno film hanno lo stesso linguaggio. An-

La Loggia si sta preparando per una primavera e un’estate speciale. Divertimento, cultura e benessere è ciò che attende i nostri ospiti in questa stagione che è appena arrivata. Appuntamenti settimanali con il corso di Yoga che si terrà sulla terrazza panoramica de La Loggia, rilassarsi e prendersi cura del proprio corpo e la propria psiche mentre si ammira un panorama di ineguagliabile bellezza per poi godersi un ottimo centrifugato che non solo è delizioso, ma è anche squisito! Non solo yoga, mostre d’arte , sfilate di moda e concerti intratterranno le serate e le giornate dei fiorentini con la partecipazioni di professionisti il cui scopo è quello di regalare momenti di emozioni e compagnia. Degustazioni, show-cooking e corsi di cucina per imparare l’arte del buon cibo, gustare un ottimo vino da accompagnare una portata da sogno che magari avrete imparato a cucinare. Party esclusivi con temi divertenti dove musica, buon cibo e quel pizzico di magia condiranno le serate estive. Tra bollicine e acrobati, c’è solo l’imbarazzo della scelta. La Loggia, quest’anno, ha deciso di lasciare il segno e regalare a Firenze un punto di incontro in cui poter vivere e godersi la bella stagione senza tralasciare niente. Queste e molte altre sorprese vi attendono sia nel look che nell’intrattenimento. Restate sintonizzati per scoprire quali saranno le emozionanti novità che stanno per arrivare! che le emozioni umane sono le stesse, quindi creare l’atmosfera del film non è stato molto difficile. I giovani registi americani sono molto innamorati dai coreani, e mi strani-sce molto vedere film americani che ricordano la Korea. Per me, guardare il remake di Old Boy è stato cu-rioso, è come se – ha spiegato il regista - io mi vestissi e truccassi come se fossi un americano. Anche in India non mi hanno chiesto il permesso ma hanno fatto un remake interessante di Old boy». La vendetta è un tema che ritorna spesso nei suoi film, a proposito della quale afferma: «Sicuramente ci sono molti aspetti che non sono esattamente piacevoli da vedere nei miei film, chiedo scusa! (dice ridendo). Ma per quanto noi vo-gliamo vivere in un modo pieno di amore, in pace, tranquillo, alla fine per un motivo o un altro non è detto che ciò si realizzi. Tuttavia, se noi conosciamo bene gli aspetti bui e nascosti e violenti dentro di noi forse possiamo trovare il metodo per far fronte a questa cosa e gestire questi sentimenti. Le persone nei film lotta-no contro le cose che succedono, e per me è spesso una metafora del lottare contro il male che c’è dentro noi stessi. Credo che sia un processo importante da rispettare».

21 25 MARZO 2017


di Simone Siliani Fu profeta (in patria) Franco Zeffirelli quando, il 31 maggio 2013 durante uno sketch a due con l’allora sindaco Matteo Renzi ricevette il Fiorino d’Oro, ebbe a minacciare la città «Ora che sono cittadino di Firenze mi avrete per un bel po’ tra le palle. Dei Medici, s’intende». Augurando lunga vita al Maestro, uno deve domandarsi perché oltre ad avere lui tra le p... sia necessario, anzi imprescindibile, avere anche tutti i suoi cimeli esposti in mostra permanente nell’ex Tribunale di Piazza S.Firenze a pochi passi da Palazzo Vecchio. La vicenda è lunga e non varrebbe neppure la pena soffermarsi troppo sull’altalena che ha portato prima ad individuare nella Galleria Carnielo la sede adatta per «gli oltre 10.000 libri, 4.000 foto di scena, migliaia di litografie e stampe, la raccolta completa dei bozzetti realizzati per il cinema e le opere liriche, pari al 60% dell’intero lascito zeffirelliano: il restante 40% sarà collocato alla Pergola, nell’ex Biblioteca Spadoni. Ma sarà anche un centro internazionale per le arti dello spettacolo con particolare attenzione alla formazione» (la Repubblica 1 giugno 2013) e poi a scegliere piazza S.Firenze, se non fosse che questa vicenda ci dice diverse cose sulle modalità e il contenuto delle scelte pubbliche sul patrimonio storico-architettonico, che sono più significative dei diversi siparietti con la classe politica locale che nel corso dei quattro anni hanno caratterizzato la vicenda. Cui pure occorre far cenno, perché sono un contorno non marginale del tema centrale. Il 31 maggio 2013 Zeffirelli proclamava alla stampa parlando di Renzi: «Questo ragazzo è diventato un fenomeno politico senza tante smancerie»; e lui di rimando a schernirsi. «Ovviamente stiamo parlando di Alfano», ma vuoi mettere le foto a tutta pagina? Però il siparietto serviva a ribadire che Renzi non era come quei trinariciuti comunisti che prima di lui avevano snobbato Zeffirelli; lui era buono anche per la destra; e poi, basta con questa storia di destra e sinistra, siamo tutti uguali, la stessa cosa. Poi arriva a Palazzo Vecchio un altro giovane fenomeno, Dario Nardella, con il quale matura la scelta, a seguito di sopralluoghi con i tecnici del Comune e della Fondazione Zeffirelli (che poi hanno lavorato insieme «per stabilire la fattibilità del progetto, i tempi e l’investimento» (il Corriere Fiorentino, 28 gennaio 2015), oltre che con il Maestro, di S.Firenze. E anche lì

22 25 MARZO 2017

Zeffirelli for ever and ever foto e abbracci. Ma, ebbe a scrivere allora Nardella sul suo profilo Facebook, sarà «necessario l’apporto del ministro Franceschini per individuare le risorse economiche per la riqualificazione dello spazio. Ci auguriamo che faccia la sua parte, sul tema delle risorse; certo è che dovremo anche trovare risorse private» (su cui, sia detto per inciso, si era impegnata prima come assessore alla cultura del sindaco Renzi e poi come senatrice, Rosa Maria Di Giorgi: gli esiti al momento non sono noti). Ma perché poi? Se verrà concesso un immobile pubblico di grande prestigio per 29 anni, ad un canone abbattuto al 60% rispetto al suo valore di mercato, a un soggetto privato che è titolato dagli atti di concessione a svolgere anche attività economica (bookshop, bar, ristorante, formazione, ecc.) di cui incasserà gli introiti, per quale astruso motivo non gli si dovrebbe almeno chiedere di investire nei lavori di adeguamento della struttura? Su «la Repubblica» del 28 aprile 2016 in effetti si diceva che la Fondazione oltre all’affitto «si assumerà l’onere degli investimenti

Ovvero il regalo di S.Firenze


necessari per l’adeguamento e la messa a norma dei locali di San Firenze. Che saranno comunque scomputati dal canone». Ma perché mai? L’Amministrazione si priverebbe così anche del (basso) introito derivante dall’affitto per diversi anni, mentre il soggetto privato negli anni di gestione (che verosimilmente andranno ben oltre la vita terrena del Maestro) incasserà gli utili della gestione dell’immobile di 3.600 mq. È il modello che già Robert Reich su Newsweek del 5 marzo scorso definiva di socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri; cioè ai soggetti più abbienti e noti vengono garantite condizioni economiche di favore, mentre alle persone normali si impongono comportamenti rigorosi sotto il profilo economico. Il fatto è che l’Amministrazione Comunale si è dimostrata in questa occasione completamente prona alle volontà e interessi del soggetto privato anche perché non aveva un progetto per San Firenze, così come non lo aveva per la Galleria Carnielo e analogamente non lo ha per S.Maria Novella che si sta liberando della funzione di Scuola

sottoufficiali dei Carabinieri. Quando il soggetto pubblico non è in grado di elaborare un progetto per la città (o per parti di essa) nell’ottica dell’interesse pubblico è ovvio che sarà maggiormente disponibile ad accogliere acriticamente le diverse pressioni da parte dei portatori di interessi privati e di quelli più forti in particolare (come ebbe a dire Zeffirelli nel 2013 a Renzi: «e dire che un tempo a Firenze se non si vociava non si esisteva neppure»). Nel caso di San Firenze possiamo dire, con l’assoluta certezza di chi ha vissuto in prima persona la vicenda, che l’Amministrazione comunale guidata da Leonardo Domenici aveva un progetto con una valenza di interesse pubblico. Avendo investito 2,3 milioni di euro per la messa a norma per antincendio e barriere architettoniche, il palazzo di San Firenze, oltre ad avere alcune sale monumentali dedicate ad esposizioni temporanee e auditorium musicale, avrebbe dovuto ospitare gran parte degli uffici comunali attualmente dislocati in Palazzo Vecchio in modo da poter recuperare l’intero Palazzo Vecchio alla funzione museale per poter consentire ai fiorentini e ai visitatori di poter «leggere» l’intera storia della città, dalle sue origini romane (i resti del teatro nel sottosuolo) attraverso la parte medievale, quella Rinascimentale, fino a quella moderna. Palazzo Vecchio, per aver costituito la sede del potere civile e politico ininterrottamente lungo i secoli, è uno dei pochi palazzi storici che può «raccontare» questa storia: è il vero museo della storia di Firenze. La condizione per rendere possibile questa lettura era quella di liberare una gran parte del palazzo dagli uffici (salvo quelli di rappresentanza e dell’aula consiliare) per renderlo interamente aperto al pubblico, scoprendo peraltro così spazi storici sconosciuti ai più e non compresi nell’attuale ridotto percorso museale. Lo spostamento degli uffici in San Firenze non avrebbe certamente comportato alcun disagio, né al personale né ai cittadini utenti, data la vicinanza dei due palazzi e del resto avrebbe mantenuto una gran parte di San Firenze alla funzione di sedi di uffici amministrativi che aveva rivestito come sede del Tribunale. Naturalmente, come ogni scelta, anche questa poteva essere discussa, ma non si può dire che non avesse al centro l’interesse pubblico. Invece, con l’avvento di Renzi tutto è stato rottamato e si è iniziato ad oscillare in balia delle onde private più disparate; non si contano neppure il numero di università private straniere

che si sono annunciate quali inquiline di palazzo San Firenze, nella (vana) speranza che queste arrivassero a Firenze risolvendo l’assenza di idee dell’Amministrazione, portando soldi da investire per utilizzare la struttura e sognando ulteriori turisti e users di un centro storico già sufficientemente ingolfato di questo tipo di funzioni. Rivelatesi fuochi fatui queste astronavi straniere (le ultime erano cinesi), si è ben volentieri accolto il «sogno» della Fondazione Zeffirelli non avendo alcun concreto progetto per «riempire» il prestigioso immobile. Peraltro, per quanto importante possa essere il personaggio (Zeffirelli lo è, ma esiterei a definire la sua eredità artistica per Firenze e l’Italia «ciò che mezzo millennio fa furono Brunelleschi e tutti i più grandi del Rinascimento», come invece non ha avuto alcuna remora di fare Gianni Letta – presidente della Fondazione Zeffirelli - in una intervista al Corriere Fiorentino il 15 marzo scorso), un museo ad personam è di difficile sostenibilità soprattutto in una città che certamente di queste istituzioni non fa difetto. Se proprio si doveva, forse la Galleria Carnielo era più che sufficiente. Ma allora perché il «sogno» si dirige verso San Firenze? Certamente una diversa centralità rispetto al flusso turistico ha giocato, ma forse tanto quanto la possibilità di gestire servizi aggiuntivi (bar, ristorante, bookshop, ecc.) da cui far discendere un flusso di risorse sufficientemente continuo e sicuro per rendere remunerativo (più che sostenibile) il progetto. Ecco, dunque, svelato l’arcano: non si può dire di no ad un personaggio così in vista nel mondo e quindi è naturale che l’Amministrazione comunale debba soddisfare completamente le richieste della Fondazione che gli sopravviverà (a fronte della donazione del patrimonio di cimeli, libri, foto, ecc. che certamente hanno un valore ma che richiedono di essere custoditi, valorizzati, mantenuti con i relativi costi) e, se non può garantirle un contributo congruo in cash per poter operare (si sa che la finanza comunale soffre...), allora deve darle in gestione un proprio patrimonio da cui possa ricavare risorse per vivere e prosperare. Non si tratta di «polemichette», come le ha prontamente marchiate Gianni Letta, ma la constatazione che questo non è certamente il miglior modo di presiedere alla formazione di decisioni pubbliche che implicano l’utilizzo di un patrimonio storico pubblico per finalità latamente culturali e più propriamente private di natura economica.

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di Paolo Marini «L’arte risveglia l’anima». È una verità. Ed è il titolo di una mostra itinerante che tra pochi giorni sarà inaugurata a Firenze (Palazzo Davanzati, 1 aprile, ore 16:00) e a Fiesole (Comune, Sala del Basolato, 2 aprile, ore 11:00, nell’occasione della X°a edizione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo), la prima con un collegamento satellitare audio-video che unirà Firenze all’Ermitage di San Pietroburgo. Partirà così un progetto internazionale di inclusione culturale e sociale - promosso da Associazione Autismo Firenze, Associazione Culturale L’immaginario e Associazione Amici del Museo Ermitage (Italia) e patrocinato dal MIBAC, Regione Toscana e Comune di Fiesole – che proseguirà nel corso del 2017, approdando in altri musei italiani. «Coloratissimi disegni, tratti essenziali che giocano con lo spazio e le forme, come pure figure sinuose e riconoscibilissime ispirate ai capolavori della storia dell’arte», come si legge nel comunicato ufficiale, esprimeranno l’estro ignoto di 18 pittori e 6 ceramisti autistici provenienti da Toscana, Piemonte, Lombardia, Lazio e Marche. Per Anna Maria Kozarzewska, coordinatrice del progetto (per il quale si rinvia anche a www.larterisveglialanima.it), occorre andare oltre la considerazione della patologia, perché «queste persone hanno molti punti di forza, talenti nascosti che a causa della mancata vita sociale non vengono fuori. È il momento di fare sapere al mondo cosa sono in grado di fare». Leggiamo nella enciclopedia del libero accesso (Wikipedia) che l’autismo «è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi». In questa definizione è la sintesi, la triade fenomenica associata a questa condizione che si esplica in molteplici forme, tanto che gli studiosi hanno coniato la definizione di «disturbi dello spettro autistico». Figura tra essi la sindrome di Asperger, definita disturbo ‘ad alto funzionamento’ perché non presenta problemi legati allo sviluppo psichico ma si distingue per una persistente compromissione delle interazioni sociali, per schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi talora ristretti. Secondo taluni lo stesso Michelangelo Buonarroti ne sarebbe stato affetto, avendo

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Arte

oltre i confini della disabilità

Francesca Lussignoli, Nascita di Venere

difficoltà nella comunicazione/interazione con gli altri ed essendo assai solitario, concentrato nel proprio lavoro e, in definitiva, anaffettivo. Il rapporto tra arte e disabilità di vario genere (psichiche/fisiche) è, del resto, fitto di nomi importanti tra cui vale la pena di citare Van Gogh, Tolouse-Lautrec, Klee, Ligabue e la pittrice messicana Frida Kahlo. Questa è la ragione per cui, mentre il progetto internazionale è meritevole di attenzione e apprezzamento, la sfida è sempre quella di oltrepassare la frontiera della malattia/disturbo quale elemento tipizzante/ unificante un gruppo di artisti, per accostarsi all’arte come espressione oggettiva, apprezzare le opere in base alle loro qualità intrinseche e formali, prodotti di talenti anche i più vari, con e senza – ovvero a prescindere da – specifiche disabilità.


di Luisa Moradei La mostra su Plautilla Nelli è la prima di un progetto che catalizza l’attenzione sull’arte femminile a partire dal Cinquecento: esso prevede una lunga serie di esposizioni temporanee che si terranno presso gli Uffizi a cadenza annuale e che verranno inaugurate simbolicamente l’8 marzo, giornata internazionale della donna. Una carrellata infinita, visto che sono oltre duemila le opere delle tante artiste fiorentine obliate e nascoste nei depositi dei musei cittadini. Con questa monografica si rende omaggio ad una donna ritenuta da Vasari la «prima pittrice fiorentina» le cui opere erano «disseminate nei conventi e nelle dimore dei gentiluomini» ed erano talmente numerose che «sarebbe noioso menzionarle tutte». Plautilla Nelli (Firenze 1524-1588) entrò poco più che bambina nel convento domenicano di Santa Caterina in Cafaggio (vicino al convento di San Marco) e in seguito ne divenne più volte priora. Incline al disegno apprese da autodidatta i rudimenti della pittura e divenne ben presto una «stimatissima» pittrice che portò avanti, grazie numerose allieve consorelle, un’intensa attività. Diresse infatti una fiorente bottega artistica dotata di tutta l’attrezzatura necessaria: un cospicuo numero di disegni di Fra’ Bartolomeo, modelli di figure umane in cera e in gesso, arti e persino un manichino in legno a grandezza naturale servito presumibilmente per la pala del Compianto. L’attività pittorica era ritenuta parte integrante del lavoro quotidiano delle suore e la produzione della bottega garantiva una considerevole fonte di reddito alla comunità di Santa Caterina, in ottemperanza ai decreti tridentini che proibivano di ricercare beneficenze fuori della mura conventuali e con il placet del monaco Savonarola che attraverso la pittura vedeva «preservate queste donne dall’indolenza». Plautilla con la sua capacità pittorica e imprenditoriale fu interprete della poetica figurativa tridentina basata sui principi morali della semplicità e della purezza. La prima testimonianza della sua attività artistica è rintracciabile nelle figure di angeli e santi che ornano i capilettera di due corali risalenti al 1558 e custoditi presso il Museo di San Marco (visibili in mostra). Purtroppo la vasta produzione citata dal Vasari, incentrata sulle immagini sacre e rivolta a soddisfare principalmente le richieste devozionali private, risulta oggi dispersa nelle dimore dei numerosi committenti. Inoltre quasi tutti i lavori documentati della Nelli andarono perduti o dimenticati alla fine del Novecento, fatta eccezione per il Compianto custodito nel Museo di San Marco, L’ultima cena ora nel convento di

Plautilla Nelli: Busto di giovane donna, Galleria degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe

Santa Maria Novella e la pala della Pentecoste in San Domenico a Perugia. Ma gli studi aperti 17 anni fa hanno permesso di attribuire a Plautilla, o alla sua bottega, numerose opere disseminate fra Umbria e Toscana che precedentemente erano state ritenute di pittori maschi. Tali opere, insieme a diversi disegni, costituiscono il nucleo centrale della mostra. Notevoli i quattro dipinti che raffigurano l’immagine di Santa Caterina ritratta di profilo; nella loro ripetibilità seriale si manifestano come strumento di insistita divulgazione religiosa consacrando Plautilla missionaria di una predicazione pittorica. Le sue opere infatti non presentano

Arte e devozione sulle orme di Savonarola originalità di stile o di composizione ma i volti delle sante, rigati da lacrime silenti, risultano apprezzabili per la loro efficacia devozionale intrisa di pietas e profonda partecipazione al dolore, prerogativa di un’arte tutta femminile. Accanto alle opere di Plautilla Nelli vengono presentati manufatti tessili e piccoli oggetti devozionali che permettono di accendere i riflettori sulle donne che all’interno delle mura conventuali coltivarono il loro talento creativo e padroneggiarono la tecnica pittorica da vere professioniste. Firenze,Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture 9 marzo - 4 giugno 2017

Plautilla Nelli: Santa Caterina da Siena, olio su tela Convento di San Domenico, Siena

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di Sara Chiarello 43 pellicole che tratteggiano la società coreana, la condizione attuale delle donne e dei diritti, e il rapporto difficile con la Corea del Nord, paese gemello eppure così lontano: è in corso al cinema La Compagnia di Firenze la quindicesima edizione del Korea Film Fest, festival che propone il meglio della cinematografia sud coreana contemporanea. Diretto da Riccardo Gelli, coadiuvato dai critici Marco Luceri e Caterina Liverani, fino al 31 marzo presenta una vasta selezione di film premiati a festival internazionali, alla presenza di registi e attori. Tra tutti, primeggia la presenza del regista e sceneggiatore Park Chan-wook, cineasta amato da molti, tra cui Quentin Tarantino. Park Chan-wook che ha portato sullo schermo i dilemmi del peccato e della redenzione declinati attraverso storie percorse dal fil rouge della violenza, sarà a Firenze per incontrare il pubblico e ricevere il premio alla carriera e le chiavi della città sabato 25 marzo, occasione durante la quale presenterà in anteprima italiana il suo ultimo film The Handmaiden, sontuosa opera in costume ambientata durante la dominazione nipponica in Corea, che lui stesso ha definito «una celebrazione del piacere femminile e un grido di libertà contro l’oppressione degli uomini». La mattina dello stesso giorno sarà inoltre protagonista di una masterclass sul suo cinema, i suoi maestri e il mondo violento e stralunato di cui è interprete per antonomasia. Nell’ambito della retrospettiva a lui dedicata saranno proiettate alcune tra le sue opere più significative: da Joint Security Area, in cui si affronta il tema delle relazioni tra Corea del Nord e Corea del Sud, alla Trilogia della Vendetta: il trittico composto da Mr Vendetta, Old Boy (Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes) e Lady Vendetta (premio Cinema Avvenire e Leoncino d’oro a Venezia) che ha reso la sua inconfondibile marca autoriale nota in tutto il mondo. Si continua con lavori più recenti: la tenera e surreale storia d’amore raccontata in I’m a Cyborg, but that’s ok, il vampire movie Thirst, vincitore del Premio della Giuria a Cannes nel 2009, e Stoker, realizzato in lingua inglese con un cast internazionale (tra cui l’attrice Nicole Kidman), oltre a 5 cortometraggi. 4 le sezioni tematiche del festival: Orizzonti Coreani, con film campioni d’incassi in patria e vincitori di riconoscimenti internazionali, tra cui Luckkey di Lee Gyebyok (che sarà in sala il 26 alle 20), commedia campione d’incassi in patria; Independent Korea, i lavori dei più giovani e talentuosi registi esterni alla grande distribuzione; la Notte Horror, selezione delle pellicole di genere più

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originali dell’ultimo anno e Corto, Corti, spazio dedicato al cortometraggio. Tra le novità il focus K Woman, 5 titoli per esplorare il ruolo della figura femminile sul grande schermo, dal documentario al thriller. All’interno della sezione troviamo The Bacchus Lady di E Jyong (ospite del festival), opera applaudita alla Berlinale che indaga il fenomeno delle prostitute di mezza età e Mrs. B., a North Korean Woman di Jero Yun, la storia vera presentata a Cannes di una donna nordcoreana fuggita in Cina, che per aiutare la famiglia lontana e guadagnarsi da

il trattamento da parte delle autorità del suo paese sarà esattamente lo stesso, lasciando all’uomo la sensazione di essere intrappolato tra le ideologie repressive di due nazioni divise. A completare il programma del Florence Korea Film Fest di quest’anno la prima edizione della Korea Week, una settimana di eventi cittadini per conoscere da vicino la danza, le arti marziali, il cibo e le tradizioni della cultura sudcoreana. «Quest’anno il festival taglia un traguardo importante. Sono passati quindici anni dalla prima edizione, siamo cresciuti e siamo

vivere si dedicherà al traffico di droga. In programma anche Manshin di Park Chan-kyong (fratello di Park Chan-wook) su una delle più grandi sciamane coreane, il thriller The truth beneath di Lee Kyoung-Mi, e Misbehavior di Kim Tae-yong, sulla relazione tra un’insegnante e un giovane allievo. La serata di chiusura, il 31, sarà dedicata a The Net, l’ultima pellicola di Kim Ki-duk sulla relazione tra le due Coree, presentata a Venezia 2016. Nel film si racconta di come, dopo un guasto accidentale al motore della sua barca, un pescatore nordcoreano vada alla deriva giungendo in Corea del Sud, dove viene sottoposto a una serie di indagini brutali. Una volta rimandato a casa, tuttavia,

diventati una delle realtà di riferimento per il cinema coreano in Italia. Per festeggiare, abbiamo deciso di premiarci con la presenza di un regista che in poco più di vent’anni di carriera è diventato una vera e propria icona dell’universo pop, quale Park Chan-wook. Ma la sua presenza non è l’unico evento speciale dell’anno: abbiamo voluto dedicare spazio alle donne nel cinema di Corea con un focus dedicato, ospiteremo gli ultimi lavori di maestri quali Kim Kiduk, Kim Jee-woon e Hong Sang-soo, abbiamo in programma uno spettacolo di danze tradizionali e mostre d’arte. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per un’edizione da ricordare». Tutte le informazioni su www.koreafilmfest.com.

La Korea fiorentina


Poesia

21 marzo 2017 giornata mondiale della poesia

“Se non serve a farsi ammazzare, allora la poesia non serve a niente. E comunque la poesia sta con la fronte attaccata a un muro di galera, come la libertà.” Adriano Sofri dalla prefazione al libro Militanza del fiore

Che Cosa è la poesia? Poli(blas)femo

(senza titolo)

Deposizione

All’occorrenza tremendo (facendo Finta) allo spropositare al Quanto d’un r’c’apace Coordinatore-capo-testa di cazzo Come grande mela rosa fracida Senz’occhi’orecchi’naso’bocca In c’r’apace di altra gamma, Ritengo di dover panta gruellare Di idee sempre di più di A dire di fare sempre a meno a.

Amleto facciamo l’errore più grande della nostra vita facciamolo per una volta con assoluta convinzione per quello che ci riguarda andremo a rotoli ma c’è caso che il mondo uscito fuori dai cardini ricominci a girare davvero

Il braccio che cade Non duole A te il dolore È come un rumore Nel sordo rifugio Che accolse tua madre

Titti Maschietto Radicali Liberi

Carlo Cuppini Militanza del fiore

Sergio Risaliti Happy Birthday

368 pagine

160 pagine

144 pagine

Pur non posso Chiudermi Al riparo del rosso di un manto Al verso al canto All’ala che a volte in pieno naufragio Incontro

7

Titti Maschietto

Titti Maschietto

Radicali Liberi

Radicali Liberi

(o radicale olto reattiva vissima, cocola formaun elettrone adicale una va, in grado sottrarre un ne. è chiaro o responsao di ognuno ella poesia.

Maschietto editore

Poesie 1980-2101

www.maschiettoeditore.com

Cultura commestibile 210  
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