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Anno I - n. 2

Maggio 2014

Cultura 2.0

PerchĂŠ bisogna finanziare la Cultura Italiana

Italia 2.0


Sommario Cultura 2.0  a cura

Perché bisogna finanziare la cultura italiana

del dipartimento Cultura e Spettacolo del Movimento Politico

Editoriale

Degrado Culturale Il complesso di Torrenova a Roma di Manuela Ferrari

Italia 2.0 

Curiosità: Architettura Il riuso dei castelli nei dintorni di Roma di Manuela Ferrari

Direttore Responsabile

Gabriele Romano

Vicedirettore

Sibari di Gabriele Romano 

Manuela Ferrari

Redazione

Archeologia

Curiosità: Storia La colonizzazione greca nell’Italia meridionale di Gabriele Romano

Mostre Alma Tadema e i pittori dell’800 inglese. Collezione Perez Simon

Elvira Damiani

di Elvira Damiani

Mattia Ferrara  Francesca Ramoni

Curiosità: Pittura Sir Lawrence Alma Tadema di Elvira Damiani

Musica e Spettacolo L’Opera di Roma alle Terme di Caracalla di Francesca Ramoni

Segretaria di redazione

Ornella Valiante 

Curiosità: Spettacolo Archeologia e spettacolo di Francesca Ramoni

Dipartimento Cultura e Spettacolo

Cinema “Monuments Man” di Manuela Ferrari

Responsabile Nazionale

Gabriele Romano Coordinatore Nazionale

Pittura Il Caronte del Giudizio Universale della Cappella Sisitina di Michelangelo

Manuela Ferrari

di Gabriele Romano cultura@italia2punto0.it

Poesia Dante Alighieri: Inferno - Canto III (versi 82 - 129)

www.italia2punto0.it

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EDITORIALE PERCHE’ BISOGNA FINANZIARE LA CULTURA ITALIANA

I

l compito che si prefigge questa rivista è quello di mostrare la Cultura, soprattutto italiana, attraverso articoli che spaziano nei diversi ambiti delle Arti e delle discipline culturali, dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla letteratura, dall’archeologia allo spettacolo e via continuando. Abbiamo deciso di aprire ogni numero con un articolo di “denuncia” che illustri quello che non va nel panorama culturale italiano, illustrando la ricchezza culturale sprecata e abbandonata dal nostro paese. Nell’editoriale del numero precedente che apre l’avventura di questa rivista mettevamo in risalto lo stato attuale della Cultura italiana citando qualche statistica e rilevando la pressoché totale immobilità della politica nell’affrontare le problematiche culturali. Anzi, negli ultimi anni la politica dei tagli al ministero dei Beni Culturali ha aggravato la situazione che abbiamo cercato di illustrare nell’articolo “Archeologia in rovina” dove abbiamo evidenziato i crolli in alcuni dei siti archeologici più importanti. Crediamo che basti questo a evidenziare il perché bisogna finanziare la Cultura italiana. I finanziamenti alla Cultura devono essere ripristinati e aumentati, anche ricorrendo sempre più a sponsor privati, come nel caso del restauro del Colosseo, perché è in questi Beni Culturali che risiede la nostra identità nazionale e non solo: in Italia si trova gran parte della ricchezza culturale dell’Occidente, basti pensare all’Impero Romano o al periodo straordinario del Rinascimento. Tutelare, conservare e permettere di visitare questi Beni Culturali è dunque fondamentale. Bisogna ricordare in tutto questo discorso la cosa più ovvia, e che comunque spesso passa in secondo piano, che il finanziamento pubblico ai Beni Culturali altro non è che la ridistribuzione delle tasse degli italiani in uno dei settori più importanti della nostra società. Il problema è ovviamente chi decide come ridistribuire questo denaro. Intanto cambiano i governi, quelli decisi dal “palazzo” e non dai cittadini, e così i ministri dei Beni Culturali, ma la linea dei tagli rimane, nonostante quanto promesso dall’ennesimo Presidente del Consiglio non eletto (in questo caso neanche in Parlamento). Per questo Pompei continua a crollare e a vedersi sottrarre materiali e affreschi; per questo la Villa di Tiberio a Sperlonga sta andando in rovina; per questo crolla parte dell’Antro della Sibilla a Cuma; per questo crollano le mura di Volterra e le Mura Aureliane di Roma; per questo crolla la Domus Aurea; per questo… Un elenco che potrebbe andare avanti per molte pagine e che registra inesorabilmente la sparizione, la perdita definitiva di parte della nostra memoria e basta a spiegare perché bisogna finanziare la Cultura Italiana.

Il Direttore Gabriele Romano

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DEGRADO CULTURALE ARTE E ARCHITETTURA

IL COMPLESSO DI TORRENOVA A ROMA di Manuela Ferrari

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dicata a San Clemente. La denominazione di “castello” si deve alla presenza di merli ghibellini che sovrastano il muro di recinzione che originariamente inglobava l’intero complesso, mentre il toponimo si lega ad una torre edificata alla fine del XIII secolo al posto di una precedente, come si ricava da un documento del 1391 dove si dice “Casalis Turris Jo(hannis) Bove q(uod) dicitur Turris Nova” (trad.: “Casale Torre di Giovanni Bove detta Torre Nova”). Precedentemente la torre aveva assunto altri nomi: Rocca Cenci, Giostra, Torre Verde. Da varie fonti si ricava che già nel III secolo d.C. nella stessa area esistesse un antico edificio con annessa tenuta di proprietà di Fabio Cilone, amico di Settimio Severo nonché precettore dei suoi figli e Prefetto di Roma. Non si conosce l’esatta ubicazione della struttura né chi furono i successivi proprietari, ma in un atto di concessione del 946 si dice che la Chiesa di Roma concede tale porzione di

uando si pensa alla città di Roma la prima cosa che viene in mente è la ricchezza di monumenti e chiese che caratterizzano tutto il centro storico. Quello che però spesso si dimentica o, peggio ancora, si ignora completamente, è che al di fuori del centro esistono una miriade di siti archeologici e storico – artistici di notevole importanza e valore che spesso si conservano quasi interamente. Nella periferia della capitale, nello specifico nel VI Municipio, sono presenti alcuni castelli di epoca tardo medievale il cui stato di conservazione lascia molto a desiderare. In particolare in zona Torrenova, all’altezza del km 12,500 della via Casilina, ai civici 1386 – 1392 di via G. Macchi, si trova un complesso composto da vari corpi di fabbrica definito da sempre “castello”, al quale è annessa una chiesa de-

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Agro Romano ad una famiglia nobile affinché vi edificasse un castello con annesse strutture difensive. Da tale documento si ricava che la proprietà dell’area era quindi ecclesiastica. Nel 1562, dopo alterne vicende, Cristoforo Cenci, alto funzionario pontificio, acquistò l’intera tenuta collegandola ai suoi possedimenti nella zona. Nel 1600 papa Clemente VIII autorizzò la vendita all’asta del castello dopo la caduta in disgrazia della famiglia Cenci; il tutto venne acquistato dalla famiglia Aldobrandini che si occupò della completa ristrutturazione dell’area e della costruzione ex novo del castello. I lavori furono diretti dall’architetto Giovanni Fontana, che, oltre ad occuparsi dei restauri del castello, fece edificare a circa 200 m a Nord Ovest del complesso uno splendido ninfeo ed una chiesa dedicata a San Clemente sui resti di un edificio di epoca romana, allineandola con il muro di ingresso al cortile del palazzo. La chiesa era un evidente omaggio a Papa Clemente VIII, come ricorda anche l’iscrizione sulla facciata. Si dice che il pontefice, recandosi in visita alla tenuta di Torrenova per controllare lo stato dei lavori, notando le pessime condizioni della via

Labicana, ordinò di risistemarla completamente a partire da Porta Labicana e facendo pagare le spese ai vari proprietari dei terreni che confinavano con la via stessa. Nel 1683 il complesso passò dagli Aldobrandini ai Borghese come dono di nozze; verso la fine del secolo la famiglia abbandonò la tenuta lasciandola a degli affittuari a causa della malaria e la situazione rimase inalterata fino alla prima metà del 1800. Già prima del passaggio ai nuovi signori, intorno al 1643, una parte della porzione inferiore del castello era stata adibita ad osteria e come tale rimase fino al 1965. Dal 1848 in poi a causa di una crisi finanziaria la famiglia Borghese iniziò a vendere porzioni della tenuta finché nel 1924 ogni parte era ormai venduta. Dagli anni Cinquanta del Novecento iniziarono a crearsi i primi quartieri. Con il passare del tempo il castello, con i terreni annessi, fu affittato ai coltivatori, poi divenne una scuola elementare e infine sede di un convento. Attualmente vi sono stati ricavati vari appartamenti abitati da privati. Attualmente quello che si conserva dell’edificio/castello è un corpo di fabbrica caratterizzato da due lunghi bracci che

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si incontrano ad angolo con le due facciate maggiori; sui lati minori lo spazio è delimitato dal muro di recinzione con merli, che nel tratto Sud – Est ingloba anche la torre. L’entrata odierna corrisponde a quella originaria; si trova nella porzione orientale della cinta muraria ed è chiusa mediante una cancellata in ferro moderna. Oltrepassata la cancellata ci si trova all’interno di un cortile di forma pressoché quadrata circondato dal palazzo, attualmente adibito a parcheggio dei residenti. L’ala nobile si trovava nel braccio orientato verso Nord – Est, dove le incorniciature delle finestre presentano una decorazione con lo stemma degli Aldobrandini: le stelle ed il rastrello a banda; lungo la parete Nord vi sono due piani di finestre ed un grosso arco chiuso da una cancellata, oltre la quale vi sono alcuni materiali di epoca romana lasciati incustoditi (un sarcofago strigilato; due urne; la parte inferiore di una statua femminile panneggiata e due frammenti di architrave) e visibili dall’esterno della proprietà. Il lato orientale è caratterizzato da un portico su arcate con volte a crociera e nicchie quadrangolari poste sul lato di fondo, con al centro un’ulteriore nicchia semicircolare, alta circa m 3, che formava una fontana in stile barocco, con una conchiglia incastonata nella volta ed un bacino ovale in marmo bianco; l’acqua veniva fatta scendere attraverso una stella, simbolo della famiglia, che sovrastava la fontana. L’intero complesso era originariamente circondato da una cinta muraria, formata da blocchi di tufo rosso di forma irregolare allettati in una malta grigiastra, della quale oggi si conservano ancora vari tratti. La cinta muraria inglobava anche la torre che, nel corso dei secoli, assunse vari nomi e, come già detto, solo nel 1601 prese quello attuale.

Annessa al Castello degli Aldobrandini, alla sua sinistra, si trova la chiesa dedicata a San Clemente, anch’essa inclusa nel muro di recinzione originario. L’ingresso alla chiesa, così come quello del palazzo, si trova su un piano rialzato rispetto alla quota attuale della via Casilina.

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privati che presenta notevoli e profonde crepe lungo il lato d’ingresso, ma soprattutto una chiesa che, nonostante abbia avuto un grande splendore in passato, è ora abbandonata a sé stessa. Il problema relativo alla chiesa però è complesso e da tempo si cerca di capire di chi sia la proprietà e come si possa intervenire per evitare il crollo totale. Infatti a chi si trova a passare davanti ad essa quello che si mostra è una facciata con portale sprangato, una finestra soprastante ormai quasi completamente priva delle vetrate e usata dagli uccelli come riparo. I gradini in peperino che permettevano l’accesso presentano rotture agli angoli ed anche il cornicione del portale, sempre nel medesimo materiale, si sta sgretolando giorno dopo giorno, soprattutto negli stipiti laterali, ed i pezzi sono ben visibili nel piazzale antistante la chiesa. E anche quest’ultimo non viene curato: è coperto da vegetazione spontanea anche abbastanza fitta che nasconde rifiuti di vari genere. A destra del portale d’ingresso è stato costruito, non si sa bene quando, un piccolo edificio in muratura e copertura in lamiera che si addossa alla chiesa deturpandola notevolmente.

La costruzione venne realizzata nel 1592 su progetto dell’architetto Giovanni Fontana sui resti di un edificio preesistente, di epoca romana, durante i lavori di totale ristrutturazione della tenuta. Nel 1865 la chiesa subì un importante restauro e poi nel 1867 passò dalla diocesi di Roma a quella di Frascati. La facciata presenta due paraste laterali che la delimitano; è scandita da varie specchiature ed ha una finestra rettangolare al centro. La sua sommità si conclude a timpano e, al centro di questo, vi è lo stemma della famiglia Aldobrandini. La chiesa è a navata unica ed è realizzata in pieno stile barocco; fu dedicata a Papa Clemente VIII, che in quegli anni era al soglio pontificio (come si legge ancora bene sotto il timpano “SEDENTE CLEMENTE VIII PONT OPT MAX”). Al suo interno erano presenti affreschi realizzati dal Cavalier d’Arpino, pittore molto amato dal pontefice. In questa chiesa furono celebrati numerosi matrimoni della famiglia Aldobrandini e non solo. Nel corso del 1600 questa era l’unica chiesa, insieme a quella dedicata ai SS. Marcellino e Pietro, ad essere presente lungo la via Labicana fino al confine con Frascati e questo ne aumentò l’importanza. Nel 1905 la chiesa venne chiusa perché il tetto era ritenuto pericolante e da allora non fu mai più riaperta. Attualmente lo stato di conservazione è pessimo ed il degrado aumenta giorno dopo giorno. La situazione conservativa odierna non è delle migliori: sono ben visibili numerose crepe profonde, soprattutto lungo il lato d’ingresso prospiciente la via Casilina.

Mentre l’esterno della chiesa ed i sempre più numerosi danni sono sotto gli occhi di chiunque transiti lungo la via Casilina, quello che non si vede è la situazione dell’interno. Da sopralluoghi fatti all’interno verso la fine degli anni Novanta dai soliti “addetti ai lavori” è emerso uno stato deprimente: non vi è più alcun tipo di arredo ma frammenti di calce e mattoni sparsi sul pavimento provenienti probabilmente da parziali crolli del tetto e degli intonaci decorativi. L’affresco sull’altare era ancora visibile al momento del sopralluogo ma già in parte rovinato e, se non si interviene in maniera significativa per salvaguardare l’interno della struttura, probabilmente tra non molti anni non ve ne resterà traccia. Come già accennato, la chiesa venne chiusa nel 1905 e mai più riaperta: fu quindi solo impedito l’accesso ai fedeli ma non venne mai sconsacrata e questo è un altro degli elementi che impedisce di poter riqualificare la struttura e magari adibirla a scopi diversi.

L’intero complesso si trova, come già detto, lungo la via Casilina e in particolare sul lato opposto di quella che sarà la fermata Torrenova della nuova Linea C di Roma. Il contrasto tra le due tipologie di struttura è notevole, ma non tanto per l’inevitabile diversità architettonica e stilistica ma per lo stato conservativo. Da un lato c’è una stazione nuova, moderna, curata nei minimi particolari mentre di fronte vi è un “castello” abitato da

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Alcuni anni fa vennero fatti degli interventi da parte dell’amministrazione comunale dopo le insistenti richieste dei cittadini del quartiere che lamentavano che l’area stesse diventando non solo una discarica, ma anche luogo di bivacco. Sembrava che finalmente qualcosa si stesse muovendo, ma gli interventi si limitarono ad una sommaria pulizia e sfoltimento della vegetazione sul piazzale e al recintare quest’ultimo con la classica rete arancione dei lavori in corso. Poi più nulla. Nel 2002 venne anche emanato un bando dalla Provincia di Roma per la ristrutturazione della chiesa ma, anche in questo caso, tutto cadde nel dimenticatoio. Nel 2007 il Consiglio Comunale aveva approvato lo stanziamento di circa 928.000 € da parte della Provincia di Roma e di circa 398.000 € da parte del Comune stesso per i lavori di ristrutturazione e riqualificazione dell’intero complesso che, però, a quanto pare non sono mai arrivati. Anche la situazione del castello, nonostante sia abitata da privati, è disastrosa: notevoli sono le crepe profonde presenti sul muro di facciata al di sopra dell’entrata. L’unica precauzione presa a tal riguardo è stata il posizionamento di tiranti d’acciaio per evitare che le crepe possano aprirsi ancora di più. Anche gli angoli delle murature di recinzione sono in pessimo stato di conservazione: l’intonaco che le rivestiva sta letteralmente cadendo a pezzi, lasciando in bella vista i mattoni di costruzione.

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Il comitato di quartiere Torrenova/Tor Vergata continua a chiedere la messa in sicurezza dell’area e la ristrutturazione della chiesa per poterla nuovamente utilizzare, ma a quanto pare finora non ci sono state risposte positive in tal senso.

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Curiosità ARCHITETTURA

IL RIUSO DEI CASTELLI NEI DINTORNI DI ROMA di Manuela Ferrari

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a campagna romana in epoca medievale fu caratterizzata dalla costruzione di numerosi castelli signorili che avevano lo scopo di controllo e difesa delle varie proprietà delle ricche famiglie, romane e non solo. Ancora oggi molti di questi castelli sono conservati interamente e ben visibili al turista che si trova a passeggiare in quelli che con il tempo sono diventati dei veri e propri paesi, dove l’abitato si è sviluppato attorno alla fortezza che continua ad essere il principale polo di attrattiva. Alcune di queste strutture sono ancora di proprietà privata e questo alcune volte ha portato ad un destino poco glorioso: è il caso del castello di San Vittorino nell’omonimo paese, a pochi chilometri dalla via Polense, abbandonato dai proprietari da almeno una quarantina d’anni e che si sta lentamente arrendendo al passare del tempo. Tutt’altra sorte invece è quella del castello di Lunghezza. La fortezza sorge lungo via della Tenuta del Cavaliere,

sempre nella parte Est della periferia romana; le più antiche attestazioni della sua presenza risalgono al 752 d.C. quando venne trasformato da badia a monastero fortificato per ospitare monaci benedettini. Nel pieno Medioevo la proprietà passò alla famiglia Conti di Poli, che dal 1242 proteggeva il monastero. La famiglia, alleatasi con i Colonna, venne poi cacciata nel 1303 a seguito della guerra contro gli Orsini, alleati di Papa Bonifacio VIII, scoppiata a causa dello “schiaffo di Anagni”. Il castello passò quindi agli Orsini che ne ebbero la proprietà fino al XVI secolo, quando venne dato in dote per il matrimonio di Alfonsina Orsini con Piero de’ Medici. Grandi trasformazioni per rendere il castello una vera e propria dimora di lusso furono volute da Clarice de’ Medici, sposa di Filippo Strozzi, che ospitò qui anche Michelangelo, del quale era protettrice. Fino al 1881 tutta le proprietà era nelle mani degli Strozzi, finché Axel Munthe, medico e scrittore svedese, grazie al favore della sorella dell’ultimo erede degli Strozzi, adibì la parte medievale del castello a clinica di convalescenza per i malati di colera che il medico era riuscito a portar via da Napoli. Munthe sposò poi una nobile

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scozzese, Hilda Pennington Mellor, il cui padre acquistò il castello e lo donò come regalo di nozze alla figlia. Hilda rimase nel castello fino agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, quando fu costretta a scappare con i figli, lasciandolo in mano ai tedeschi che lo trasformarono in Comando Generale dell’esercito tedesco a Roma. Dopo la fine della guerra il castello venne occupato da circa 400 sfollati italiani per una decina di anni. Hilda riuscì poi a riavere la proprietà del suo castello e si dedicò al suo restauro, per il quale ci vollero quasi venti anni, a proprie spese, riuscendo anche a ricollocare in loco i mobili d’epoca sopravvissuti e che ancora oggi si possono ammirare. Attualmente il castello è “Monumento Storico” e sede della Fondazione Hilda Munthe, che lo ha lasciato in eredità ai giovani europei.

una serie di lavori e trasformazioni che lo resero una dimora residenziale. In questi secoli venne costruita la torre centrale a pianta quadrata con merlatura nella parte superiore ed il ponte levatoio che conduceva all’imponente ingresso con arco a tutto sesto. Si costruì una cappella interna e furono affidati ai fratelli Taddeo e Federico Zuccari i lavori di decorazione degli interni. Dal XVIII alla metà del XIX secolo però i vari proprietari del castello vissero soprattutto fuori dall’Italia, abbandonando completamente la struttura. Fu poi il Principe Duca di Uceda Tirso Telles y Gyron, alla metà del XIX secolo, a tornare al castello e ad impegnarsi per la sua ristrutturazione. Non solo fece risistemare quanto già esistente, ma ebbe premura di arricchire le decorazioni pittoriche con quattro tele rappresentanti gli amori di Venere realizzate da Andrea Appiani nel 1784. L’aspetto attuale del castello si deve agli interventi fatti dalla famiglia dei Principi Brancaccio, che nel 1889 avevano acquistato la struttura e si erano dati da fare per ampliarla ed ammodernarla in base ai gusti dell’epoca e la stessa regina Margherita di Savoia visitò nel 1889 il nuovo castello. Grazie a questi interventi il castello si trovò ad essere parte integrante del paese, che infatti ancora oggi si sviluppa per metà a monte e per metà a valle del maniero, creando una perfetta armonia edilizia.

Nel corso dei secoli la fortezza ha ospitato numerosi importanti personaggi: oltre al già citato Michelangelo, vi soggiornarono anche Iacopone da Todi, Bonifacio VIII, Caterina de’Medici, la famiglia Strozzi e negli anni Novanta del Novecento anche il Principe Carlo d’Inghilterra soggiornò qui. Il castello è quindi in perfette condizioni ed è visitabile; la sua particolarità è che una parte ha cambiato destinazione d’uso. Il piano inferiore con il grande giardino circostante, infatti, è occupata stabilmente dal 1995 dal parco a tema “Il fantastico mondo del fantastico”, che sfrutta le bellezze architettoniche e naturalistiche del castello. Il parco è interamente dedicato alla fantasia, con spettacoli dal vivo e giochi che si ripetono nel corso dell’intera giornata; si rievocano fiabe, leggende, duelli e nel parco sono state attrezzate delle aree pic–nic e relax. La parte invece originariamente destinata a deposito di carrozze, mangiatoia e fienile è stata trasformata in un suggestivo ristorante estremamente elegante per cerimonie importanti e ricevimenti nuziali, sfruttando a pieno le bellezze interne della struttura nonché il panorama che si gode dalle terrazze. Rimanendo nella zona Est di Roma, procedendo lungo la via Polense, si giunge al piccolo ma splendido paese di San Gregorio di Sassola, dove troneggia il castello della famiglia Brancaccio. Le notizie più antiche della sua presenza si perdono alla metà del X secolo, quando si parla di un luogo di difesa di un nucleo abitativo che doveva essersi già sviluppato nella zona. La sua funzione difensiva con il tempo venne meno e tra il XV ed il XVII secolo, ad opera soprattutto del Cardinale Prospero Pubblicola Santacroce (1567 – 1586) e del Cardinale Carlo Pio di Savoia (1655 - 1689), subì

Il 13 Febbraio 1991, grazie all’atto notarile n. 58348, firmato dalla Principessa Fernanda Ceccarelli vedova Brancaccio come cedente e dal Sindaco Luigi De Cinti come parte acquirente, la proprietà del Castello è passata in modo definitivo al Comune. Da quella data, grazie soprattutto ai contributi della Comunità Europea e della Regione Lazio, è stato possibile restaurare e ristrutturare il Castello. La sua gestione è affidata a privati ma vincolata a finalità culturali: durante i vari eventi che vengono organizzati dal Comune, in particolare durante le varie sagre che si svolgono proprio nella piazza antistante l’antico ponte levatoio, il Castello viene aperto al pubblico ed è possibile visitare la corte interna e le sale del pian terreno. Alcune sale sono anche adibite alla celebrazione di matrimoni civili e alcuni uffici del Comune hanno sede qui.

nella pagina accanto: il Castello di Lunghezza in una foto del 1930.

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ARCHEOLOGIA

SIBARI di Gabriele Romano

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Nel territorio odierno della Calabria ionica, tra gli attuali comuni di Cassano Ionico e Conegliano Calabro, Sibari aveva una posizione assolutamente privilegiata nella vasta pianura lungo la costa marina che ne facilitò l’espansione territoriale. Inoltre commerci e fertilità del suolo permisero alla città di prosperare economicamente. Uno dei principali motivi di questa prosperità di Sibari deve trovarsi essenzialmente nel ruolo di città mediatrice che subito ebbe nei rapporti commerciali e culturali tra la Ionia dell’Asia Minore e l’Italia tirrenica come riportato e sottolineato dallo storico greco Erodoto che evidenzia gli ottimi rapporti tra Sibari, Mileto (in Asia Minore) e gli Etruschi. Ulteriore conferma di questo ruolo e della sua ricchezza è data dal ritrovamento di iscrizioni con patti di alleanza tra i vari popoli e Sibari e la coniazione

ra i fiumi Crati e Sibari (odierno Coscile), sulla costa del Mar Ionio, verso la fine dell’VIII secolo a.C. un gruppo di Achei, guidato dall’ecista Is di Elice, fonda la colonia di Sibari. A questi si aggiunsero Trezeni dell’Argolide e Locresi. Dal 730-720 a.C., data presunta della fondazione, fino al 510 a.C., data della distruzione, Sibari vive un periodo di straordinaria e raffinata ricchezza. La città doveva avere un perimetro di circa 9 km e una popolazione compresa tra i 100.000 e i 300.000 abitanti. Secondo le notizie riportate dal geografo antico Strabone Sibari arrivò a comprendere nel suo dominio 25 città e quattro popoli diversi. Fondò inoltre le sub-colonie di Metaponto, Poseidonia, Lao e Scidro. 12


di monete proprie, stateri con l’effige del toro. Inoltre sappiamo che offrì dediche e thesauri nei santuari di Olimpia e Delfi. Questa potenza comunque fu osteggiata dalla vicina città di Siri che però venne distrutta nel 570-560 a.C. dall’alleanza tra Sibari, Crotone e Metaponto. La fine della città, che secondo le fonti antiche fu dovuta soprattutto all’estremo lusso e alla rilassatezza dei costumi, fu alquanto violenta visto che venne distrutta dalla vicina Crotone. Alla fine del VI secolo a.C. infatti il tiranno di Sibari Telys muove guerra a Crotone, ma con la battaglia sul fiume Traente nel 510 a.C. Sibari viene sconfitta e, dopo un breve assedio, distrutta. Secondo Strabone i Crotoniati arrivarono addirittura a deviare il corso del fiume Crati per far passare le sue acque sulla città di Sibari, in modo da non lasciarne alcuna traccia. La popolazione scampata si rifugiò nelle sub-colonie di Lao e Scidro e qualche anno dopo la disfatta, nel 453-452 a.C., alcuni superstiti cercarono di rifondare la città, ma furono fermati da Crotone. Così respinti decisero di chiedere aiuto ad Atene e Sparta e i coloni inviati da Pericle fondarono Thurii nel 444-443 a.C., poco lontano dal sito di Sibari, prendendo il nome dalla sorgente Thouria, sul luogo indicato dall’oracolo di Apollo a Delfi. Cittadino illustre di questa nuova co-

lonia panellenica fu il grande storico Erodoto di Alicarnasso che nella sua opera si definisce proprio cittadino di Thurii e che dopo la morte fu sepolto nell’agorà della città. Altri illustri protagonisti della storia della nuova colonia furono il sofista Protagora, che ne redasse la costituzione, e Ippodamo di Mileto, che ne pianificò l’urbanistica e divenne cittadino onorario. La nuova colonia fu subito protagonista di una guerra contro Taranto per il controllo del territorio in precedenza sotto il controllo di Sibari. La guerra finì nel 433-432 a.C. con la fondazione congiunta di Eraclea Lucana sul sito dell’antica città di Siri. Nel IV secolo a.C. entra a far parte della Lega Italiota contro Siracusa e le popolazioni italiche. Nel 282 a.C. chiede l’aiuto di Roma contro i Lucani e, dopo la vittoria, i romani lasciano nella città un presidio militare che provoca la reazione di Taranto che saccheggia Thurii e provoca la guerra con Roma. L’ultima vicenda della colonia panellenica è legata alla seconda guerra punica, quando Annibale nel 204 a.C. trasferisce gli abitanti a Crotone. Verrà ripopolata nel 194 a.C. con la colonia romana di diritto latino di Copiae, che andrà ad occupare metà della precedente città. Saggi di scavo vennero eseguiti nel 1932 nella località chiamata Parco del Cavallo, altro scavo

nella pagina accanto: moneta (statere incuso) di Sibari.

qui accanto: pianta dell’area archeologica di Sibari

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qui accanto: foto d’epoca degli scavi di Sibari; sotto: veduta dell’area archeologica; nella pagina accanto, in alto: una delle strade antiche della città antica; nella pagina accanto, in basso: pianta dell’area del teatro di Sibari; alla fine dell’articolo: disegno ricostruttivo del teatro di Sibari.

fatto in località Stombi, ma l’identificazione certa del sito della città avvenne solo con scavi estesi che vennero condotti tra il 1969 e il 1976 e poi con indagini seguenti. È stato infatti così possibile ritrovare i resti di Sibari, della rifondazione di Turi e della città romana di Copia che sostituì Turi. I dati archeologici permettono di confermare la datazione all’VIII secolo a.C. della colonia greca, caratterizzata da edifici privati (a pianta rettangolare con ambienti dalle murature di mattoni crudi e nervature di legno, coperti da tetti a doppio spiovente) e edifici pubblici (rimangono resti della decorazione di edi-

ficio templare riutilizzati negli edifici romani). Per la fase successiva invece a Turi appartengono i resti che vanno dal V secolo a.C. al II secolo a.C., su un sito spostato più a sud-est rispetto la precedente città e liberato dall’avanzamento della linea costiera. Sono stati ritrovati resti degli isolati che costituivano l’impianto ortogonale (ippodameo) della città e alcune strade delle quali sappiamo con esattezza i nomi visto che sono citate da Diodoro: Eraclea, Afrodisia, Olimpiade e Dionisia (dalla presenza probabile di santuari vicini) per le quattro vie principali; Eroa, Turia e Turina per le tre starde minori.

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Interessante il ritrovamento di un santuario extraurbano situato circa a 15 km verso nordovest dalla colonia dedicato ad Atena, come confermato da un’iscrizione di bronzo fatta da un Kleombrotos che dedicò la decima parte della vittoria ad una Olimpiade nella metà del VI secolo a.C. Nei dintorni di questo santuario sono stati trovati resti di un insediamento dell’età del Bronzo e resti di capanne attribuibili all’età del Ferro con necropoli. Questo insediamento è documentato fino all’VIII secolo a.C., cioè fino alla deduzione della colonia di Sibari, e probabilmente la popolazione indigena venne assorbita

dalla nuova città. Per quanto riguarda la città romana di Copia, che si sovrappone a Turi conservandone l’impianto ippodameo, si trovano resti dal II secolo a.C. fino al V-VI secolo d.C., con edifici privati con mosaici pavimentali, delle terme, un teatro, la cinta muraria di II-III secolo d.C. e la necropoli. La vita di questa colonia continua fino al VI secolo d.C. quando si assiste al progressivo abbandono della città e al successivo impaludamento di tutta la zona zona.

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Curiosità STORIA

LA COLONIZZAZIONE GRECA NELL’ITALIA MERIDIONALE di Gabriele Romano

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scambi con la creazione di scali commerciali presso le popolazioni indigene che abitavano nell’Italia meridionale: Enotri, Opici, Villanoviani, Iapigi, Choni, Siculi, Elimi e Sicani. Tutte popolazioni che verranno poi integrate o assimilate dalle colonie greche.

’intensa colonizzazione greca nei territori dell’Italia meridionale e nelle isole, in Sicilia specialmente, è testimoniata benissimo da un passo di Ovidio nel quarto libro dei Fasti dove La colonizzazione vera e proscrive che “Ciò che chiamano pria inizia nell’VIII secolo a.C. Italia era Magna Grecia” (Itala A guidare queste spedizioni nam tellus Graecia maior erat). sono gli ecisti, o fondatori delle Magna Grecia è infatti il terricolonie, personaggi aristocratitorio coincidente praticamente ci che, seguendo i vaticini di un con tutta l’Italia del sud che fu oracolo divino (Delo o Delfi), teatro di fondazione di numeguidano i coloni sul luogo desirose colonie greche nel periognato e creano la città. Queste do compreso tra l’VIII secolo colonie hanno piena autonoa.C. e il V secolo a.C. In questo mia politica, ma restano legate periodo infatti sorsero città alla madre patria da vincoli renelle attuali regioni della Camligiosi, di sangue, di dialetto e pania, della Basilicata, della tradizioni. Infatti le colonie soPuglia, della Calabria e della no fondate da diverse stirpi Sicilia. Ma già prima di questo provenienti dalla Grecia: i priperiodo sono testimoniati dai mi coloni a sbarcare in Magna resti archeologici contatti tra il Grecia sembrano provenire mondo greco e il territorio itadalla regione dell’Eubea e fonliano, con ben 78 siti in cui dano Pithecusa (Ischia), poi I Bronzi di Riace compare ceramica micenea e Kyme (Cuma) in Campania che consente di datare questi contatti almeno al (rispettivamente nel 760 a.C e nel 750 a.C.), poi XVI – XV secolo a.C. La ripresa dei viaggi verso fondano in Sicilia Naxos (734 a.C.) e Zancle l’Italia ebbe luogo poi intorno al IX secolo a.C. e (Messina) nel 730 a.C. e Rhegion (Reggio) in Caviene generalmente chiamata fase di precololabria nel 720 a.C. Genti di stirpe Achea fondanizzazione, durante la quale vennero ripresi gli rono invece Sybaris (Sibari, 720 a.C.) e poi a Kro17


accanto: mura greche di Rhegion (Reggio Calabria); sotto: laminetta orfica da Hipponion (Vibo Valentia).

ton (Crotone 710 a.C.) in Calabria. Coloni spartani fondarono la città di Taras (Taranto, 706 a.C.) in Puglia. I Locresi fondarono Lokroi Epizephyroi (Locri Epizefiri, 710-690 a.C.) in Calabria. La stirpe dei Dori fonda Siracusa (734 a.C.) con i Corinzi in Sicilia. Gli Ioni di Colofone fondano Siris (690 a.C.) in Basilicata. Rodi e Cretesi fondano Gela nel 688 a.C. in Sicilia. Queste città a loro volta fondano poi delle subcolonie per controllare i territori conquistati e si moltiplicano in questo modo le città. In Sicilia per frenare l’espansione di Siracusa la città di Naxos fonda le sub-colonie di Lentini e Catania, i reggini fondarono Pyxus (Policastro) in Campania; i locresi fondarono Medma (Rosarno), Città-forte (Polistena) e Hipponion (Vibo Valentia) in Calabria, i sibariti rivitalizzarono i centri indigeni di Laos e Skydros in Calabria e fondarono Poseidonia (Paestum), in Campania; i crotoniati fonda-

rono Terina e Skylletion (a Roccelletta di Borgia) e parteciparono alla fondazione di Kaulon (Caulonia) in Calabria; gli zanclei fondarono Metauros (Gioia Tauro) in Calabria. Gela fonda Agrigento (580 a.C.), Imera (650 a.C.) nasce da Siracusa e Zankle, mentre Selinunte (628 a.C.) è sub-colonia di Megara Iblea. Sul versante adriatico avviene la stessa cosa con le colonie di Ankon (Ancona) e di Adria (Adria). Ne seguono altre e per dare un’idea tra colonie e subcolonie si arriva a circa una sessantina di città greche che sconvolgono il territorio prima abitato dalla popolazioni indigene menzionate in

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precedenza. Queste colonie si alleano e si scontrano tra loro per il dominio del territorio circostante e solo l’espansione dell’influenza di Roma pone fine al potere delle colonie greche su tutto questo territorio intorno al 280 a.C. e durante la seconda guerra punica avviene la fine

della libertà della Magna Grecia, precisamente quando Siracusa si allea con i Cartaginesi e viene così assediata e distrutta nel 212 a.C. dalle legioni al comando di Marco Claudio Marcello.

Pianta delle principali colonie greche (in rosso) nell’Italia meridionale.

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MOSTRE PITTURA

ALMA TADEMA E I PITTORI DELL’800 INGLESE. COLLEZIONE SIMON PEREZ di Elvira Damiani

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Burnes Jones, fino al genio di sir Alma Tadema e i suoi dipinti dedicati al mondo della Grecia e della Roma Imperiale, ma anche i lavori di sir Frederic Leighton, ispirati alla mitologia e permeati da introspezione profonda come nella magnifica "Antigone"; ma anche John William Waterhouse, che unisce lo stile preraffaellita all’impressionismo, il pittore di "La sfera di cristallo", delle leggende celtiche e delle fiabe inglesi, dipinti di un simbolismo incantatore.

ella collezione di Pérez Simòn fanno parte le 50 magnifiche opere che si potranno ammirare nelle sale del Chiostro del Bramante a Roma per un’esposizione che, reduce dal successo parigino, approda in Italia per volare poi a Madrid: ALMATADEMA E I PITTORI DELL'800 INGLESE. COLLEZIONE PÉREZ SIMÒN a cura di Véronique Gerard-Powell.

L’Aesthetic Movement si sviluppa nell’Inghilterra vittoriana e ottiene subito un grande successo grazie anche all’interesse di Oscar Wilde che gli dedica alcune conferenze. I quadri di questi pittori entrano nelle case del nuovo ceto

Fino al 5 giugno 2014 il visitatore potrà apprezzare e conoscere il mondo creato dai padri dell'Aesthetic Movement, da Millais e Rossetti, i padri preraffaelliti, insieme al poco più giovane 20


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sociale ricco, la borghesia inglese, ma con il tempo questi artisti verranno dimenticati per riemergere solamente negli anni Settanta del Novecento grazie all’interesse del mecenate messicano Juan Antonio Pérez Simòn e a sir Andrew Llloyd Webber, il celebre compositore di musical.

cia gli ospiti sotto una cascata di rose. La resa è dettagliatissima e la ricostruzione precisa dell’ambiente è ricavata dalla descrizione di Gibbon, grande storico del mondo romano, e gli elementi decorativi sono statue antiche vere come il Bacco dei Musei Vaticani. Le donne sono al centro di ogni quadro di questi artisti, ritratte come muse ispiratrici, streghe, principesse o incantatrici. Sono il soggetto principale dell’Aesthetic Movement che viene ritratto all’interno di scenari e paesaggi non inventati, ma documentati perché questi pittori viaggiano in Italia, in Grecia ed in Oriente dove conoscono e ritraggono in dettaglio templi antichi e scenari reali. Questi viaggi ov-

I quadri esposti ruotano per la maggior parte intorno al tema della mitologia, del Medioevo e dei drammi shakespeariani, ma rappresentano anche scene di vita quotidiana e, soprattutto della storia antica. Emblematico è il quadro di Alma Tadema “Le rose di Eliogabalo”, una tela colossale esposta nel 1888 alla Royal Academy, nel quale l’imperatore schiac-

nelle pagine precedenti: Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888; nella pagina precedente: Frederic Leighton, Creanaia, 1880; in alto: Frederic Leighton, Antigone, 1882; a sinistra: Arthur Hughes Una nube passa, 1895; a destra: William Watherhouse, La sfera di cristallo, 1902. nella pagina accanto, in alto: William Clarke Wotner, La suonatrice di saz, 1903; nella pagina accanto, in basso: Alma Tadema, Esedra, 1869.

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viamente sono finanziati dai mecenati della nuova borghesia inglese e l’esempio più calzante è quello del deputato John Aird che comprò “Le rose di Eliogabalo” di Alma Tadema e invitò il pittore a seguirlo in un viaggio in Egitto. I quadri esposti abbracciano un arco cronologico che va dal 1860 al 1915 e dopo questa data cala il sipario su questi artisti che ormai non rispondono più al mutato gusto artistico. Solo in anni recenti si stanno riscoprendo a livello di critica d’arte i lavori di questi artisti grazie, come accennavamo alla passione di Simon Perez soprattutto, che li ha riuniti nella sua collezione. Una mostra su Alma Tadema è stata fatta a Napoli nel Museo Archeologico Nazionale nel 2008 e un’altra, grandiosa, al Victoria & Albert Museum di Londra nel 2011 dedicata agli artisti dell’Aesthetic Movement. Dopo Roma la mostra dal 25 giugno al 5 ottobre sarà al Museo ThyssenBornemisza di Madrid.

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Curiosità PITTURA

SIR LAWRENCE ALMA TADEMA di Elvira Damiani

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Pompei. Da questo momento la sua pittura si specializza verso la rappresentazione del mondo antico greco-romano ricreato attraverso scenari ricostruiti minuziosamente all’interno dei quali c’è la presenza costante della figura femminile raffigurata sempre raffinata sensuale e seducente. Per la sua straordinaria capacità di ricreare le scene antiche viene definito “marbellous artist”, un gioco di parole che richiama la bellezza marmorea dei suoi dipinti.

asce in Olanda nel 1836, figlio di un notaio di cui doveva seguire le orme, ma che per l’enorme talento artistico si dedicò alla pittura. Viene considerato, nonostante la sua nascita nei Paesi Bassi, come uno degli artisti vittoriani inglesi più rappresentativi, questo perché lavorò in Inghilterra ottenendo la nazionalità britannica nel 1873 e numerosi titoli onorifici tra cui quello di Sir.

Grazie alla sua abilità i suoi lavori ottengono un grandissimo successo e Alma Tadema può permettersi tutti gli agi della sua società e riesce a personalizzare la sua dimora di St. Jhon’s Wood risistemandola come una villa romana. Grazie alla sua abilità e al successo ottenuto divenne membro della Royal Academy nel 1876 ed assunse una cattedra nel 1879. Nel 1907 venne incluso nel cosiddetto Order of Merit. Divenne

Cresciuto alla scuola di artisti come E. C. G. Wappers e N. De Keyser lo troviamo poi apprendista nello studio di J. A. H. Leys con il quale realizza degli affreschi nel 1859. Fino a questo momento preferisce dipingere scene di genere storico con soggetti medioevali, ma la svolta nel campo artistico avviene dopo una visita, effettuata nel 1863, nel sito archeologico di 24


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anche cavaliere al merito in Germania, in Belgio, in Baviera, in Prussia e ufficiale della Legion d'Onore in Francia, oltre che membro della Royal Academy di Monaco, Berlino, Madrid e Vienna. Ricevette medaglie a Berlino nel 1874, a Parigi nel 1889 e nel 1900 in occasione dell'esibizione internazionale e divenne membro della Royal Society of Watercolors. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1912, il successo delle sue opere fu fortemente ridimensionato e soltanto intorno agli anni Settanta del Novecento la sua reputazione torna a salire. Tra le sue numerosissime opere segnaliamo l’Autoritratto che apre questo articolo, la Primavera (nella pagina precedente), Il discorso (qui accanto a destra), Rivali inconsapevoli (qui sotto), Un bacio (nella pagina seguente in alto) e L’amante dell’arte romana (nella pagina seguente in basso).

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MUSICA E SPETTACOLO

L’OPERA DI ROMA ALLE TERME DI CARACALLA di Francesca Ramoni

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terme romane e quest’anno il progetto, approvato a febbraio dal Consiglio di Amministrazione, prevede un ripensamento totale col fine di aumentare sì gli incassi, ma anche la fama del teatro a livello internazionale. Il piano è stato presentato dal nuovo soprintendente Carlo Fuortes, che ha parlato innanzitutto di cambiamenti logistici, in un palcoscenico già di per sè unico per la sua atmosfera, specialmente di sera, ma che nei posti delle ultime file soffre un po’ a livello di acustica. Previsto, dunque, un miglioramento di quest’ultima e un aumento dei posti a sedere di circa il 40%, il tutto concertato con la Soprintendenza archeologica per decidere insieme come e dove dislocare palco e platea in un modo che tenga conto delle condizioni strutturali del luo-

a location è tra le più esclusive della città di Roma: l’antico complesso monumentale delle Terme di Caracalla. L’occasione è tra le più ghiotte: il rilancio del teatro dell’Opera di Roma. Il teatro si avvale di 3 luoghi per le sue rappresentazioni: il teatro dell’Opera, in Piazza Beniamino Gigli 7, conosciuto anche come teatro Costanzi (impresario edile che ne volle l’edificazione nel 1879); il teatro Nazionale, situato su Via del Viminale angolo Via Agostino Depretis, e appunto le Terme di Caracalla durante l’estate. La stagione estiva punta da anni sulle opere e sui balletti messi in scena presso le originarie

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tenga conto delle condizioni strutturali del luogo in cui ci si trova.

In ultimo i biglietti, finora divisi in 3 categorie di posti e costi a seconda delle file, subiranno un’ulteriore diversificazione e si punterà su abbonamenti e prezzi scontati per avvicinare famiglie e studenti. Si sta anche pensando a una sorta di biglietto cumulativo che consenta di visitare gli scavi e assistere in seguito allo spettacolo serale previsto.

La programmazione, che ora viene resa pubblica a ridosso dell’inizio dell’estate, verrà comunicata con largo anticipo. In questo modo sarà più facile per il pubblico acquistare i biglietti, soprattutto per gli stranieri che potranno così inserire la serata all’interno della pianificazione della loro visita nella capitale. Tour operator e agenzie specializzate potranno anche organizzare viaggi ad hoc. Questa dovrebbe perciò essere l’ultima estate in cui si sa solo a maggio cosa sarà in scena da giugno ad agosto.

Un rilancio alla grande, dunque, che speriamo avvicini sempre più gente al mondo dell’opera e del balletto.

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Curiosità SPETTACOLO

ARCHEOLOGIA E SPETTACOLO di Francesca Ramoni

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che possano verificarsi dei danni. Il sito non è nuovo ai grandi eventi: tra i maggiori ricordiamo i festeggiamenti per lo scudetto della Roma nel 2001, quelli per la Nazionale per la vincita dei Mondiali di Calcio del 2006 e il concerto dei Genesis nel 2007.

he l’Italia sia un museo a cielo aperto, si sa, e non stupisce che antichi monumenti e resti archeologici vengano usati come location d’eccellenza per eventi culturali quali concerti e simili. Il risultato è garantito, ma non va dimenticato che si tratta di antichità e che vanno prestate mille e più attenzioni prima di inscenare qualsiasi spettacolo.

Anche il Colosseo, uno dei simboli della capitale, ha ospitato artisti come Biagio Antonacci, il tenore Andrea Bocelli, il ballerino classico Roberto Bolle e Paul McCartney, ex Beatles ancora in ottima forma musicale. In quest’ultimo caso le date erano state addirittura due: una a inviti all’interno dell’arena e una gratuita sulla limitrofa Via dei Fori Imperiali.

Di pochi giorni fa la polemica relativa all’evento del 22 giugno, quando il Circo Massimo di Roma vedrà protagonisti i Rolling Stones nell’unica data italiana del loro ultimo tour mondiale. La Soprintendenza statale per i Beni archeologici di Roma e il Sindaco Marino hanno dato il loro assenso, sottolineando la ricaduta positiva dell’evento anche a livello di conoscenza dei monumenti, ma le Belle Arti temono comunque

Sempre gli antichi Fori Imperiali, il Foro di Augusto per l’esattezza, vedranno quest’anno la celebrazione del bimillenario della morte dell’imperatore e dal 21 aprile (Natale di Roma) 30


al 21 ottobre sarà possibile assistere a “Foro di Augusto. 2.000 anni dopo”, una grande ricostruzione storica con supporti multimediali, musica, proiezioni e ricostruzioni virtuali accompagnate dalla narrazione di Piero Angela.

Siracusa non è da meno, grazie alla fondazione INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico che da esattamente 100 anni si ripropone di dar nuova vita agli antichi drammi: tra le tragedie più rappresentate ci sono Agamennone e Coefore di Eschilo, Edipo Re e Antigone di Sofocle e Medea e Baccanti di Euripide. L’attività della fondazione non si limita alla sola città di Siracusa, ma abbraccia tutto il territorio nazionale: altri teatri greci o romani come Segesta, Palazzolo Acreide, Taormina, Tindari, Pompei, Tuscolo, Benevento, Gubbio, Fiesole, Luni e Trieste o in Parchi Archeologici come quelli di Agrigento, Selinunte, Morgantina, Donnafugata, Paestum, Urbino e addirittura Malta e Atene.

Uscendo dai confini di Roma e del Lazio, incontriamo diversi luoghi dell’archeologia italiana che fanno da sfondo a spettacoli e a eventi di vario genere. La più famosa è forse l’Arena di Verona, che ogni anno vede messe in scena opere come la Traviata, il Rigoletto, la Turandot e l’Aida, per poi spaziare dalla musica pop al rock e dal musical al balletto. La splendida Sicilia ospita gli altrettanto splendidi teatri greci di Taormina e di Siracusa. Nel primo troviamo musica, rappresentazioni teatrali, danza, film e mostre. La Programmazione di quest’estate prevede la Cavalleria Rusticana e la Tosca, affiancate in cartellone da nomi come Laura Pausini, Gianni Morandi, Simple Minds e James Blunt. Il punto su cui sorge è spettacolare: da lì si ammirano infatti l’azzurro del Mar Jonio e l’imponente profilo dell’Etna.

Concludiamo con la Valle dei Templi di Agrigento, che quest’anno non ha nessuno spettacolo in cartellone, ma che in passato ha ospitato Max Pezzali, Max Gazzè, Massimo Ranieri, Fiorella Mannoia, oltre a diverse opere teatrali e diversi spettacoli comici.

sopra: spettacolo all’interno del Teatro di Taormina; nella pagina accanto: concerto all’interno del Colosseo.

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RECENSIONE CINEMA

“THE MONUMENTS MAN” di Manuela Ferrari

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bombardamento alleato). Gli viene concesso di mettere in atto il suo progetto ma senza alcun tipo di aiuto o di soldati a loro disposizione per l’impresa. E così Stokes inizia a formare il suo gruppo ed individua e recluta uomini perfetti per l’impresa: uno storico, un esperto d’arte, uno scultore, un mercante, un architetto ed un pilota (James Granger, Rich Campbell, Walter Garfield, JeanClaude Clermont, Donald Jeffries). Durante il loro addestramento militare in Inghilterra, prima che la missione prenda vita, si aggrega al gruppo anche un soldato ebreo tedesco, Preston Savitz, che farà loro da interprete. La loro impresa si rivela da subito ardua, sia perché nessuno è un vero militare, sia perché sono tutti abbastanza attempati e perché non hanno null’altro su cui contare che le loro forze. Tutto questo però non li ferma e partono alla volta del fronte bellico. Essendo in pochi decidono di dividersi in gruppi da due per cercare di controllare una zona più vasta mentre uno di loro, James Granger, viene inviato a Parigi per cercare di scoprire cosa e quanto sia già stato portato via. Granger viene messo in contatto con la signorina Rose Valland, curatrice di museo, che ha assistito alla razzia di tutte le opere presenti nel “suo” Museo. All’inizio è ostile nei confronti di Granger perché non crede al fatto che, se

orna nelle sale italiane a partire dal 13 febbraio 2014 George Clooney, regista, sceneggiatore (insieme a Grant Heslov) e protagonista della pellicola “The Monuments Men”, basata su un fatto reale, traendo spunto dal libro “The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves and the Greatest Treasure Hunt in History” scritto da Robert M. Edsel nel 2009. Durante la Seconda Guerra Mondiale per volere di Hitler i Nazisti fanno razzia delle più pregiate e preziose opere d’arte presenti nei vari paesi d’Europa da loro invasi e le trasportano in Germania per creare il Museo personale del Furer. I soldati hanno l’ordine di recuperare il più possibile e di nasconderlo ma, in caso di caduta del Reich, hanno anche il dovere di distruggere quanto preso. Per fermare tutto questo, il prof. Stokes propone a Roosvelt di creare una squadra da inviare sul fronte di guerra per salvaguardare le opere d’arte ed i monumenti non ancora razziati dai Nazisti, recuperare quelli già portati via per restituirli ai legittimi proprietari e cercare anche di evitare che si possano colpire nuovamente monumenti dell’umanità senza che ve ne sia necessità (come avvenuto all’abbazia di Monte Cassino, della quale mostra una diapositiva del prima e del dopo il

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mai il suo gruppo dovesse riuscire a recuperare le opere trafugate, queste verranno poi effettivamente restituite ai legittimi proprietari ma poi si ricrede, quando legge sul giornale la notizia che il nazista responsabile della razzia di tutte le opere del suo museo è stato arrestato proprio grazie ai Monuments Men. Decide quindi di affidare a Granger il suo prezioso diario: tra le sue pagine Rose aveva annotato in maniera quasi maniacale tutte le opere presenti nel Museo, quando erano state trafugate e dove erano dirette. Tale scritto si rivelerà di fondamentale importanza per l’identificazione ed il recupero dei beni, per lo più nascosti in luoghi impensabili, come le miniere di sale o minerali sparse per la Germania.

mettere in risalto opere meno note di artisti famosissimi (come ad esempio la Madonna con bambino di Michelangelo conservata a Bruges) e un voler sottolineare ripetutamente quanto l’Arte sia espressione della storia umana e vada considerata come un valore supremo. Non a caso nel discorso che Stokes fa ai suoi per incoraggiarli e spronarli ad andare fino in fondo ricorda che “Puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, ma troveranno sempre una via di ritorno. Ma se distruggi la loro cultura, la loro storia, è come se non fossero mai esistiti.” Il gruppo di studiosi volontari e salvatori del patrimonio dell’umanità protagonista di questa pellicola è realmente esistito: nel 1943 il presidente Roosvelt e il generale Eisenhower formarono una divisione delle forze armate con l’importante compito di proteggere le opere d’arte. Questi uomini furono definiti “Monuments, Fine Arts and Archives section of the Allied Armies” e alla fine della Guerra il gruppo era composto da 345 tra uomini e donne provenienti da 13 paesi diversi, prima di tutto storici dell’arte, curatori o conservatori e solo poi anche soldati. Nell’ultimo anno di guerra e in quelli immediatamente successivi riuscirono a recuperare e restituire più di cinque milioni di opere d’arte rubate dai Nazisti per volere di Hitler. Il loro ruolo fu di vitale importanza e senza precedenti: di molti si conosce l’intera biografia mentre di altri, purtroppo, soltanto il nome. Ancora oggi il gruppo esiste e porta avanti la missione perché ci sono moltissime opere trafugate che ancora non sono state ritrovate.

In questa nuova fatica Clooney abbandona i toni di “Good Night & Good Luck” (2005) o de “Le Idi di Marzo”(2011) mentre si rifà allo spirito acuto e divertente presente ne “In amore niente regole”(2007). Sicuramente notevoli sono i riferimenti e le ispirazioni tratte da “Il treno” di John Frankenheimer (1964) e “La grande fuga” diretto da John Sturges nel 1963, soprattutto per la presenza di protagonisti con forti personalità tra loro contrastanti Per il cast il regista ha scelto attori di fama internazionale: Matt Damon (James Granger), Bill Murray (Rich Campbell), John Goodman (Walter Garfield), Jean Dujardin (Jean – Claude Clermont), Hugh Bonneville (Donald Jeffries), Bob Balaban (Preston Savitz) e Cate Blanchett. (Rose Valland). Le riprese del film sono durate circa sei mesi (da Marzo a fine Giugno 2013) e le sequenze sono state girate sia in Germania (Postdam, Berlino, Merseburg, Goslar, Halberstadt e Osterwieck) che nel Regno Unito (Camber e Rye). Ultimata la fase di montaggio, il film viene distribuito agli inizi del 2014. La produzione è affidata a Smoke House, Sony Pictures Entertainment e 20th Century Fox, la quale si occupa anche della distribuzione. Tutto il film, nonostante l’ambientazione sia in uno dei periodi più cupi della storia umana dell’ultimo secolo, risulta piacevole, a volte quasi comico, con battute ironiche e scene leggere a contrastare e attenuare il sapore amaro che lascia, ad esempio, quella del ritrovamento, insieme alle opere d’arte, di due barili che contengono anelli e denti d’oro degli Ebrei deportati. Sicuramente esilaranti e degne di nota sono la scena nella quale Jeffries e Campbell si trovano a dover fronteggiare un soldato tedesco disperso che punta loro contro il fucile: i due riescono a cavarsela offrendo al ragazzo delle sigarette per fumare e mettendosi tutti seduti a terra, parlando con le uniche parole in inglese che il soldato conosce: John Wayne. Altra buffa scena è quando Garfield e Clermont riescono a catturare il nemico che gli sta sparando contro da una finestra: si tratta di un ragazzino impaurito che si arrende non appena viene scoperto. Tutta l’opera è una continua lezione sulla Storia dell’Arte, un

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PITTURA

Caronte e i dannati del Giudizio Universale di Michelangelo di Gabriele Romano

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ulla parete di fondo della Cappella Sistina, dietro l’altare, si trova l’immenso affresco di Michelangelo che rappresenta il Giudizio Universale. Il lavoro richiese sei anni per essere completato (1536-1541) e venne prima commissionato da papa Clemente VII che però morì nel 1534 e venne confermato dal successore Paolo III. Quindi sistemata la parete e montati i ponteggi Michelangelo cominciò la sua opera nel 1536. Il settore preso in esame qui si trova in basso a destra, dove Michelangelo rappresenta l'Inferno, con Caronte che a colpi di remo insieme ad altri demoni percuote e fa scendere i dannati dalla sua barca per spingerli al cospetto del giudice infernale Minosse, con il corpo avvolto dalle spire del serpente. È evidente in questa parte il riferimento all'Inferno della Divina Commedia di Dante che infatti abbiamo riportato nell’articolo successivo. I demoni sono rappresentati orridi e grotteschi, come figure che fanno le smorfie; i dannati invece hanno espressione terrorizzata o inebetita, e come animali al macello, vengono trascinati con gli arpioni. Michelangelo nel rappresentare questa scena si concentra sul groviglio di cor-

pi, che lascia trapelare tutta la disperazione dei dannati davanti alla condanna eterna, un tormento tutto psicologico reso egregiamente con l’espressione terrorizzata dei volti.

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Sul remo di Caronte si legge la firma di Domenico Carnevale e la data 1566, messa dopo un restauro per la sistemazione di alcune lesioni.

stamento dei dannati lo punisce mordendogli l'organo sessuale. Tradizione vuole che Biagio da Cesena, sentendosi umiliato, si lamentò col papa il quale disse di non avere nessuna autorità sull’Inferno e per tutta risposta si disinteressò della questione.

Secondo il Vasari, nella figura di Minosse che chiude idealmente la scena, Michelangelo ritrasse il Maestro di Cerimonie del Papa, Biagio da Cesena, dopo che quest’ultimo aveva criticato il groviglio di corpi nudi che secondo la sua opinione "sì disonestamente mostran le loro vergogne" e sono "da stufe (bagni termali) e d'osterie", quindi non adatti ad un luogo sacro come la Cappella Sistina. Così il volto di Minosse divenne quello del Maestro di Cerimonie con l’aggiunta di orecchie d’asino e del serpente che oltre ad aiutarlo nello smi-

Ad un attento esame della scena si arrivano a contare fino a sessanta figure, che testimoniano, ove ve ne fosse il bisogno, il talento compositivo di Michelangelo.

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POESIA

Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321) )

INFERNO - CANTO III (v. 82 - 129)

Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: "Guai a voi, anime prave!

Caron dimonio, con occhi di bragia, loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s'adagia.

Non isperate mai veder lo cielo: i' vegno per menarvi a l'altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

Come d'autunno si levan le foglie l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie,

E tu che se' costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti". Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

similemente il mal seme d'Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo.

disse: "Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti".

Così sen vanno su per l'onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s'auna.

E 'l duca lui: "Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare".

"Figliuol mio", disse 'l maestro cortese, "quelli che muoion ne l'ira di Dio tutti convegnon qui d'ogne paese:

Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio.

Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che 'nteser le parole crude.

Quinci non passa mai anima buona; e però, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona".

Bestemmiavano Dio e lor parenti, l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme di lor semenza e di lor nascimenti. Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch'attende ciascun uom che Dio non teme. 36


Sir Lawrence Alma - Tadema

Tra le rovine, 1902-4 Collezione Privata

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Cultura 2.0 n. 2