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ISOLA #32

Luglio 2018


#32 ISOLA EDITORE Associazione Culturale Deaphoto REDAZIONE _AREA TEMI Paolo Contaldo Responsabile Sabrina Ingrassia Redattrice Giulia Sgherri Photoeditor _AREA RECENSIONI Diego Cicionesi Responsabile Sandro Bini Comunicazione Alberto Ianiro Webmaster Paolo Contaldo Grafica PROGETTO GRAFICO Niccolò Vonci IMMAGINE DI COPERTINA Pier Francesco Gnot


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_indice PAOLO CONTALDO Introduzione alle immagini Pg. 5

_portfolio ANNA D’ELIA Just Breathe Pg. 7 LUDOVICO POGGIALI Scirocco Pg. 16 PIER FRANCESCO GNOT Alicudi Pg. 36 FEDERICA ZUCCHINI Lessico Famigliare Pg. 52 ELISA MODESTI Isola(to) Pg. 68 MARCO LORINI Rifugio per la mente Pg. 84 CAMILLA ROSSI Lost in me Pg. 96 NICCOLO’ VONCI Gibellina, L’isola che non c’è Pg. 114 LUANA RIGOLLI Linosa Pg. 132 ROMINA ZANON Don’t Break my Heart Pg. 146

_rubriche: sources of vision ROBERTA BALDARO a cura di DIEGO CICIONESI Pg. 165


v _introduzione PAOLO CONTALDO

Morbida e leggera. Visione e proiezione in equilibrio gentile. Anna dipinge capace, sospende e stupisce. Ludovico ci fa rimanere incollati allo schermo. Sono immagini analogiche e potenti, come vento caldo e polveroso. Alicudi di Pier Francesco. Un filo unico di perle di rara bellezza, Un tessuto morbido e fresco per avvolgere e lasciar andare. Federica ti prende per mano, si mostra mamma e donna. Torniamo nei campi, figli amati e leggeri. Isola come luogo isola-to. Schietta Elisa nel raccontare la distanza tra le cose i pensieri e le persone. Marco parla di Mario. Un uomo che trova la sua pace in un’isola personale. Caos ordinato e rassicurante. Lontano è arrivare vicino, vuoto è tornare pieni. Cura dello sguardo e dell’anima per immagini. Grazie Camilla. Niccolò ci racconta una sfida. Gibellina post terremoto, scenario e palco per sogni infranti. Cemento e vento. Linosa, piccola e distante. Luana ci mette davanti a una vera e propria resistenza… Romina ci porta a casa di Federica. Sulla sua isola c’è traccia di difficoltà e sogno. Reale e immaginario in musica.

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JUST BREATH _Anna d’Elia Nella continua ricerca sulle mie origini e il mio destino ritorno costantemente al mare. Il suo essere sempre uguale e insieme mutevole mi spingono a interrogarmi sul confine tra l’essenziale e il transitorio. Naufrago e infine riemergo alla superficie ora illuminata delle cose. Resta la vera me stessa, il mio intimo rifugio, che è approdo, isola, casa.

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BIO Lavoro tra Roma e Milano. Sono una giurista con la passione della psicologia, un amore senza fine per la letteratura e le arti visive, studi ininterrotti di Fotografia. Ho incentrato la mia ricerca sui temi introspettivi dell’identità e del confine. M’interessano i concetti d’inquietudine, fragilità, bellezza, felicità. Sono affascinata dal limite invisibile tra il dentro e il fuori di ogni individuo e da come le percezioni si sviluppino da un groviglio di ricordi sommersi. La fotografia è per me una forma di conoscenza legata al dis-velare l’essenziale che è profondamente in me, imprimendo sul sensore o sulla pellicola la sua permanenza. Ho esposto progetti personali in importanti manifestazioni in Italia e ottenuto vari riconoscimenti in contesti internazionali. In questo periodo sono impegnata in un nuovo progetto personale e ho avviato una nuova ricerca tra cinema e fotografia nel Gruppo di Ricerca Fotografica Satantango, organizzato da Punto di Svista e curato da Maurizio De Bonis.

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v SCIROCCO _Ludovico Poggiali sci·ròc·co/ sostantivo maschile 1. Vento caldo di sud-est, tipico delle regioni mediterranee, che soffia dal Sahara e che giunge sulle coste francesi e italiane impregnato dell’umidità del Mediterraneo. 2. Nella rosa dei venti, altra designazione del sud-est. Origine: Dall’arabo magrebino šulūq •sec. XIII. Lo scirocco è, secondo il dizionario, un vento, uno dei tre errori di Dio per un vecchio El-bano, un fastidio per molti, una sensazione per alcuni pazzi. Li troverete a cercarlo sulla cresta delle onde o in cima alle montagne, fuggendo le pianure dove non si degna di soffiare, li vedrete offrirgli il viso accettando l’inquietudine e la nostalgia che porta loro, li vedrete allargare le braccia per cercare di trattenerlo. Se lo chiederete vi diranno che è il vento degli amanti, degli alberi storti, dei sogni in-franti, della rabbia e della malinconia. E’ la donna sbagliata a cui non sanno rinuncia-re, magnifico e capriccioso, il più umano dei venti, quello che più gli somiglia. Tra loro ce n’è uno che corre con una mac-china fotografica in mano, lo giuro, l’ho vi-sto spesso riflesso nell’acqua, ho visto la sua ombra mentre camminava tra le nuvole; continuava a fotografare il vento che acca-rezzava i suoi affetti, che modellava le onde, che giocava con le nuvole, che scacciava i pavidi. E intanto ripeteva, benvenuto Scirocco, benvenuto amico mio.

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BIO Ludovico Poggioli, nato nel 1973 in Umbria, dove vivo e lavoro, perennemente distratto e profondamente innamorato. Spesso cammino con una fotocamera al collo e i miei due cani al guinzaglio, ogni tanto scatto una foto che mi piace ancora il giorno dopo. Ho scelto la fotografia analogica perché mi da il tempo di dimenticare perché ho scattato, perché in ogni rullo che sviluppo trovo uno scatto che mi sorprende, perché stampare le proprie foto in camera oscura è emozionante e ogni stampa è unica.


ALICUDI _Pier Francesco Gnot Alicudi è come una parte della tua città, come il quartiere in cui abiti, là dove riconosci le storie e le cose che ti circondano, sei dentro il paesaggio che diventa uno spazio mentale ed esperienziale. Le relazioni umane non sono mai scontate e sono basate su meccanismi non consueti poiché lì si mescola l’antico villaggio tribale con l’attuale comunità allargata e aperta. Sono due tempi storici e mentali diversi e spesso in contrasto fra loro che convivono e agiscono in un piccolo luogo. Alicudi è uno spaesamento, un andare a scoprire idee e sensazioni dimenticate o mai sperimentate. Questo lavoro fotografico mette in posa i loro volti, il corpo e gli occhi di un posto esclusivo che non si trova poi così lontano. Ringrazio tutti gli Arcudari che si sono fatti ritrarre definendo l’immagine dell’isola in questi anni. Fotografie del 2008

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BIO Firenze 1965 Ha studiato fotografia presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze. Dal 1995 al 1999 ha insegnato tecnica di camera oscura e critica e sviluppo stilistico presso la stessa scuola. Allo studio marangoni ha insegnato fotografia anche a studenti stranieri di S.A.C.I, Sarah Lorence e N.Y.U. Ha inoltre collaborato, come insegnate di fotografia, con il Centro di Formazione Professionale della Provincia di Firenze e con la Galleria Dryphoto di Prato. Nel Luglio 2002 gli è stato assegnato il premio “ miglior portfolio del giorno ” della Galerie D’ Essay durante i Rencontres Internationales de la Photographie d’Arles. Nel 2003 ha avuto una personale allo “Spazio foto” del Credito Artigiano di Firenze. Nel dicembre 2004 inaugura lo Spazio di Arte Contemporanea “Quarter“ a Firenze con il lavoro ”Passages” (a cura di Sergio Risaliti e Maria Antonia Rinaldi). Nel 2006 lavora per una commissione della società autostrade Torino-Savona dal titolo “Inventare gli spostamenti“. Nel 2009 esegue un lavoro per Slow Food chiamato Slow Stills. Dal 2010 collabora con il curatore Pietro Gaglianò al progetto The Wall (Archives) sviluppando delle performance radiofoniche dal titolo Irradiazioni. Nel 2013 inaugura la galleria Xenos con una mostra dal titolo: Aesthetic instinct. L’ultima performance, ”Incatenamenti”, la esegue a Villa romana per la giornata del contemporaneo il 15 ottobre 2016.


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LESSICO FAMIGLIARE _Federica Zucchini Lessico famigliare è il racconto semplice e spontaneo di una madre che affonda le proprie radici nel terreno dissodato della sua famiglia: è un racconto silenzioso, fatto di gesti di bambini che crescono come gli asparagi selvatici, di geografie, di stagioni, di memoria incessante e ricerche senza fine. E’ un canto d’amore. Chi racconta è dunque donna e madre: si perde e si ritrova tra nuvole di desideri, fabbrica ricordi con devota perseveranza, custodisce dentro ampolle di vetro trasparente il mistero insondabile dei figli e tiene aperto per loro un orizzonte di mondo.


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BIO Federica è nata in pieno inverno. Ama la primavera, quella stagione operosa che spalanca porte e finestre, che dipinge i muri e mette il rossetto sulle labbra. Ha quarantatré anni, ma per lei il tempo si è idealmente fermato nel momento in cui è diventata madre per la prima volta: era il 2004, aveva ventinove anni e l’henné rosso sui capelli. E’ madre di tre figli. Si prende cura di loro con amore; le spine che trafiggono i fianchi non mancano, le piace moltissimo fare la mamma. E’ imprenditrice agricola, gestisce con suo marito una piccola azienda che produce olio extra vergine di oliva. E’ fotoamatrice per vocazione, racconta con devota ostinazione la vita, la famiglia, la maternità. Ama la natura, camminare sulle montagne, sedersi accanto alle croci e mangiare pane e salsiccia. Ama leggere e immaginare tutte le vite possibili.


ISOLA(TO) _Elisa Modesti Siamo in un’isola, mondo completo e indipendente, nel quale la miniaturizzazione rende più visibili, e quindi meglio trattabili, le relazioni e i processi. Immaginiamo di essere lontani dagli schemi che regolano la società moderna, lontano dalle influenze delle tecnologie digitali dove al centro di tutto sta l’individuo. Il suolo diventa un condominio, i confini sono mura e gli abitanti inquilini. Individui complessi, uomini liberi e dalle ideologie radicate, le esperienze che si adagiano sulle spalle e fluiscono piacevolmente dalle labbra attraverso racconti di altri tempi. Individui singoli che nonostante la convivenza forzata non sempre costituiscono una società, un organo organizzato e ben composto. Siamo lontani dal concetto di collaborazione e unione delle forze, nonostante il numero limitato di esseri umani che la popolano. Due ritmi diversi che si scontrano e poi coesistono pacificamente: quello accelerato del turismo, degli esercizi commerciali, dei lavoratori, e quello lento, rilassato dei nativi, di chi ha sempre abitato il proprio luogo. Ho conosciuto questa realtà per un racconto fortuito e sono andata a conoscerla con un preconcetto. Immaginavo assistenzialismo tra un gran numero di anziani che vivono in un luogo dove non esistono alimentari, dove non c’è un medico. Immaginavo uno spirito di collaborazione che invece non ho percepito. Al suo posto storie di astio e di querele, ma anche di serenità, di scelte, di attaccamento alle radici. Nessuno a ripopolare, non un bambino che porti speranza, solo uomini adesso imprigionati dall’avanzare dell’età e dall’abbandono della societàdell’età e dall’abbandono della società.

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BIO Elisa Modesti, giovane autrice Toscana. Laureata in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Siena, affianca al rigore della carriera commerciale, un percorso di ricerca artistica che si concentra sull’indagine della figura umana nelle sue più svariate forme: dal reportage sociale, passando per life style, sino ad arrivare alle collaborazioni con Festival e associazioni culturali che la portano a contatto con il mondo degli eventi live. Realizza progetti presentati in numerose sedi espositive di Arezzo, Cortona e Firenze. Attualmente il suo lavoro si focalizza sulla ricerca dell’identità territoriale. Dopo un corso di foto progettazione a Firenze, approda al Master in Fotografia allo IED-Istituto Europeo del Design di Milano coordinato da Silvia Lelli, grazie al quale espone il suo progetto 250.000 M2, indagine sul confine dell’Io, in relazione alle sue radici.


RIFUGIO PER LA MENTE _Marco Lorini Mario ha novantuno anni e da alcuni la sua situazione cognitiva sta peggiorando. E’ affetto da demenza senile. Mario ha lavorato per cinquanta anni come elettrauto nella sua officina ed è stupefacente come, nel progressivo annullamento della memoria, certe azioni ripetute negli anni siano ancora ben presenti. Il suo rifugio, dove si sente ancora attivo, sono quei 25mq sotto una tettoia. “La mia officina” la chiama. Qui partorisce idee per far fronte alle limitazioni che gli pone l’avanzare degli anni, biciclette per trasportare l’immondizia o carrelli per oggetti pesanti. Quei 25mq sono la sua isola felice, il suo rifugio e la sua fuga dall’oblio della sua condizione mentale.

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BIO La mia fotografia, iniziata negli anni 80, riprende con interesse nel 2011 frequentando il circolo Photo Club Mugello. Ho frequentato workshop e corsi con Sara Munari (progettazione fotografica), Deaphoto (Street Photography), Antonio Manta (Scatto e Stampa) e sempre con Antonio Manta e Tommaso Pacetti (Dallo scatto alla Stampa Van Dick). I generi che prediligo sono la fotografia architettonica, minimalista ma principalmente fotografia di strada e reportage.

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LOST IN ME _Camilla Rossi Le crisi personali sono portate dall’evolversi dei sentimenti nel mezzo di un cambiamento e questo a volte porta al disastro interiore, quello che ti annienta e il mio rifugio dal caos mentale è stato il silenzio e questa isola me ne ha dato anche troppo. Questi spazi incontaminati, vuoti ma pieni mi hanno fatto sentire sulla pelle che si deve amare, sognare, perdersi, bruciare e vivere tutto in una volta sola. Sono scappata perché mi ero persa, ma li ho respirato e toccato la solitudine e sono tornata piena. Per me la libertà è l’acqua, il vuoto, l’espressione, il sentimento e questa isola mi hanno dato tutto questo, mi sono fermata e ho capito che non dovremmo mai farlo. Forse ho capito me stessa e quello che mi circonda, ogni luogo mi dava un’emozione diversa e questo mi portava risposte; perdendo la strada ho dato spazio alla mia espressione.

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BIO La mia passione per la fotografia nasce da bambina quando era intesa solo come una distrazione, ma con il passare del tempo ho capito che era qualcosa di più e dopo il diploma in economia scelgo di trasferirmi a Firenze dove in questo periodo frequento il terzo anno presso la LABA, libera accademia di belle arti, seguendo l’indirizzo di Fotografia. Cerco di raccontare il cambiamento così come il sentimento. Ho compreso che fotografare mi permette una ricerca espressiva soggettiva, anche se per adesso non è etichettabile la fotografia che pratico.


GIBELLINA, L’ISOLA CHE NON C’E’ _Niccolò Vonci “Nella notte fra il 14 e il 15 gennaio del 1968, un terremoto distrusse decine di centri della Valle del Belice, tra i quali Gibellina. Il primo problema che si pose, innanzi a chi era corresponsabile della rinascita di questa città, fu quello di restituire la forza della speranza a gente che fuggiva per ogni parte del mondo temendo di non più tornare. Il Governo offriva le navi per andare in Australia o in Venezuela. Il Genio Civile aveva affidato alle ruspe il compito di distruggere tutto quel che il terremoto aveva lasciato in piedi. La sfida era resistere a Gibellina contro ogni speranza. E che cosa, se non l’arte, la cultura, la musica e la poesia potevano tessere le trame della rinascita? Non dimentichiamo che era il 1968, l’epoca delle grandi utopie. Una città non si ricostruisce con un disegno e una bacchetta magica, imponendo uno stile su un altro. Una città si ricostruisce negli anni, nei secoli. Sono passati meno di vent’anni dalla ricostruzione di Gibellina. Questo, per Gibellina, è solo l’inizio di un cammino. Cominciammo a scavare non più nelle sole macerie del passato, della memoria, ma nelle radici della nostra storia complessiva: non soltanto dunque in quella di Gibellina e del Belice, ma nella storia della Sicilia, del Mediterraneo.”

Ludovico Corrao, Sindaco della ricostruzione Brano tratto dall’introduzione al libro “I Maestri di Gibellina” di Davide Camarrone, 2011

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BIO Fiesole (FI), 1980 Fotografo consapevolmente dal 2010, quando ho iniziato a dedicarmi a progetti personali relativi alla mia famiglia. Dal 2013 al 2018 ho fatto parte dello Staff dell’Associazione Culturale Deaphoto, occupandomi di assistenza alla didattica nei corsi Base e Progettazione Fotografica. Progressivamente è arrivato l’interesse per la fotografia di Architettura, e nel 2017 decido di frequentare il Master in Fotografia di Architettura e Interni presso Spazio Labò di Bologna, con docente Luca Capuano. Attualmente lavoro come fotografo freelance


LINOSA _Luana Rigolli Linosa è un’isola di appena 5,5 km quadrati. Si raggiunge solo via mare da Porto Empedocle, da cui distano circa sette ore di traghetto; in alternativa si raggiunge da Lampedusa, dove bisogna fare scalo per proseguire con due ore di traghetto. Senza dubbio posso definire Linosa “l’isola più isolata d’Italia”. Gli abitanti più giovani vivono la loro comunità con un continuo sdoppiamento: da un lato la necessità di trasferirsi altrove per mettere in pratica le ambizioni anche più banali, dall’altra la volontà di rimanervi, per mantenere amori, famiglia, vita privata. La condizione d’isolamento si accentua anno dopo anno e impatta su tutta l’economia dell’isola. Da quando lo scalo vecchio è stato giudicato non idoneo all’attracco, infatti, i traghetti devono entrare nello scalo di Pozzolana, impossibile da raggiungere quando il mare e agitato, tipicamente da ottobre a marzo, lasciando l’isola in “isolamento” anche per diversi giorni. La conseguenza e che tutti vivono in attesa dei tre mesi estivi, periodo in cui i collegamenti sono più frequenti e in cui l’isola si popola dei turisti.

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BIO Vive e lavora tra Milano e l’Emilia, classe ‘83. La formazione scientifica e gli studi in Ingegneria civile la portano a prediligere soggetti di architettura e d’interazione dell’uomo con il paesaggio. Fa parte del Collettivo DiecixDieci di Gonzaga (MN), con cui dal 2015 organizza l’omonimo Festival di Fotografia Contemporanea. Nel 2015 è stata selezionata per partecipare alla residenza d’artista con il fotografo di Magnum Photos Harry Gruyaert, organizzata dalla Regione Piemonte in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e Leica Akademie Italy. Nel 2017 frequenta il Corso di Fotogiornalismo presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze, docenti Collettivo Terraproject. Nel 2017 è stata selezionata per la Campagna fotografica “Etnografia delle società complesse - Il caso dell’Unione Rubicone e mare” organizzata dall’”Associazione Cultura e Immagine” di Savignano sul Rubicone e a cura di Aniello Barone.


DON’T BREAK MY HEART (ongoing project) _Romina Zanon You took me by surprise Just like a rainbow in the night. When I looked in your eyes I could see diamonds shining bright. I never realized you’d be the one to make it right. You got me hypnotized Before my life was black and white. (Don’t break my heart – Den Harrow) Federica, dopo la perdita della madre, cade nel buio del dolore. Smarrita, senza punti di riferimento, è costretta a iniziare una nuova vita da sola, a partire per un lungo viaggio dove il tempo si colora di memorie dolorose e di una quotidianità impossibile da ricostruire in autonomia. Un giorno, come un’epifania, scopre la musica di Den Harrow (Stefano Zandri) che traccia la via per uscire dall’angoscia in cui è imprigionata. Le canzoni di Den Harrow diventano una via di fuga, l’amore per lui un dolce rifugio. Giorno dopo giorno, le sue note rischiarano il buio e la speranza di un incontro con il musicista riempie l’assenza di una dolce attesa.

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BIO Artista visiva, da anni utilizza la fotografia il video e il disegno, per realizzare progetti artistici e di comunicazione. Ha all’attivo varie pubblicazioni di carattere artistico. I suoi progetti fotografici e video hanno ottenuto vari riconoscimenti e hanno preso parte a numerosi festival, mostre collettive e personali di respiro nazionale e internazionale: Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, TIMELINE International Film Festival di Milano, OnArt Gallery di Firenze, Nucleika gallery di Catania, Galleria d’arte moderna Fogolino di Trento, Centro Culturale Italiano di Cluj Napoca (RO), Villa Belvedere (Acireale), Dorfkirche di St.Moritz, Pala Arrex di Jesolo, ecc.


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_rubriche

Sources of Vision Spesso nella vita dei fotografi un’opera letteraria, musicale o cinematografica hanno costituito un elemento chiave o di svolta nello sviluppo della loro visione. Convinti dell’utilità di un approccio multidisciplinare alla fotografia chiediamo ai fotografi di rispondere a tre semplici domande al fine di raccogliere e pubblicare un archivio prezioso di contributi e di testimonianze sulla capacità di ispirazione di fonti e contenuti extrafotografici. a cura di Diego Cicionesi

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_ROBERTA BALDARO

Quale romanzo, opera letteraria, cinematografica o musicale hanno inciso profondamente sulla tua identità, pensiero e visione del mondo? Il mio lavoro nasce multidisciplinare, perché è frutto dalla fusione di fotografia e disegno a matita. Certamente la poesia, scrittura concisa seppur densa, mi ha insegnato a limitare gli elementi dentro l’inquadratura, educandomi all’asciuttezza e all’evocazione. Emily Dickinson, tra i poeti, è stata forse la più efficace: L’acqua è insegnata dalla sete./La terra, dagli oceani traversati./La gioia, dal dolore./ La pace, dai racconti di battaglia./L’amore da un’impronta di memoria./Gli uccelli, dalla neve (poesia “135”). Altre evocazioni, quelle di Louis-Ferdinand Céline, che con i suoi deliri, le ossessioni e la profonda solitudine è quanto di più stimolante abbia mai letto, impossibile riassumerne la potenza visiva, ma queste poche righe possono rendere l’idea: quel che interessa in un quadro viene collocato sullo sfondo, nell’inafferrabile, là dove si rifugia la menzogna, questo sogno colto sul fatto, unico amore degli uomini (“Viaggio al termine della notte”).


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Quale specifico passaggio, testo o brano musicale ti hanno cambiato e ispirato? Da anni la musica scandisce i ritmi del mio lavoro (soprattutto la fase del disegno), spesso contribuendo alla costruzione stessa della narrazione fotografica. A Piero Ciampi (al quale ho dedicato la serie “Acquoso”) devo alcuni degli spunti più corrispondenti alla mia metodologia di lavoro. In particolare penso al brano in cui, il cantautore livornese, chiede il sostegno di un merlo per comporre, lasciandosi così guidare da stimoli inaspettati: (…) Tu, merlo, cantami una canzone/da portare all’editore/perché sono senza una lira (“Il merlo”). Ed è sempre Ciampi a ricordarmi di quanti slanci disparati sia fatto ogni singolo progetto: (un artista) se incontra un disperato/non chiede spiegazioni,/divide la sua cena/con pittori ciechi, musicisti sordi,/giocatori sfortunati, scrittori monchi (“Ha tutte le carte in regola”).


In che modo hanno inciso, da lì in poi, nel tuo lavoro di fotografa? Poesia, letteratura e musica, influiscono sul mio lavoro, così come molto cinema. Ma è forse ad un regista in particolare che penso quando ho in mente un nuovo progetto: Peter Greenaway. Intendiamoci, il suo lavoro è diametralmente opposto al mio, non è fonte d’ispirazione, né per scelte formali, né tantomeno per tematiche. Eppure, due aspetti mi avvicinano a Greenaway: il rigore e l’inganno. Il rigore ossessivo nel metodo di ricerca e costruzione del lavoro e l’inganno dichiarato nel suo fare cinema, che non finge mai il reale ma è quel che è: un’illusione. La disciplina permette al regista di film come “Lo zoo di venere” o “Il ventre dell’architetto”, di orchestrare tutti gli elementi di un film (storia, scena, azioni, parole, musica) in un meccanismo perfetto, ineccepibile, che rende plausibile anche la più assurda bugia. Il mio lavoro è un ordinato tumulto, fotografia e disegno: un inciampo dello sguardo disciplinato dalla mano.. .

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BIO (Catania 1975) Vive a Cesena dal 2009. Tra le recenti esposizioni si segnalano il Festival Fotografico Europeo, Castellanza (VA), “I sensi del Mediterraneo” Hangar Bicocca di Milano, “Video. it” alla Fondazione Merz di Torino, “Festival Internazionale del Videoracconto” alla Fondazione Pistoletto, “Milano in digitale” (menzione speciale) alla Fabbrica del Vapore Milano e le personali “Tramare” da Wundergraphik, Forlì e “Posto nuovo”, Collegate di Fotografia Europea, Reggio Emilia. Opere allegate: _dalla serie “Domicilio” 2011/12, fotografia analogica b/n, stampa digitale su carta, disegno a matita, 15 foto/disegni, cm 41x27, tiratura 1/1 _dalla serie “Acquoso” 2015/16, fotografia digitale, stampa digitale su carta, disegno a matita, 27 foto/disegni, cm 28x28, cm 13x13 e cm 28x13, tiratura 1/1 _dalla serie “Volano” 2017, fotografia digitale, stampa digitale su carta, disegno a matita, 5 foto/disegni, cm 20x15, tiratura 1/1


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Isola #32  

Clichè #14 Luglio 2018 ISOLA

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