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PUBBLICAZIONE QUADRIMESTRALE ANNO 2013 - € 15,00 - ANNO XVIII - N. 2 - DICEMBRE 2013 - REDAZIONE: VIA CALZECCHI, 2 - 20133 MILANO

Mons. PIETRO PAROLIN Segretario di Stato

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CARITÀ POLITICA già e non ancora

Anno XVIII – N.2 Dicembre 2013 Rivista Quadrimestrale dell’Associazione Carità Politica

Francesco Maria Greco Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede

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Direttore Responsabile: Alfredo Luciani Coordinamento redazionale: Rossella Semplici Edito da: Associazione Internazionale Missionari della Carità Politica V.le Milizie 140 - 00192 Roma - Tel. 06 3723511 Redazione: Via Calzecchi 2 - 20133 Milano Redazione: caritapolitica@caritapolitica.it Siti: www.caritapolitica.it; www.caritapolitica.com; www.caritapolitica.org Registrazione Tribunale di Milano n. 536 del 27/11/93 Progetto Grafico: Bravo Communications - Verona Stampa: Stamperia Editrice commerciale srl - Bergamo

Mariano Palacios Alcocer Ambasciatore del Messico presso la Santa Sede

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Jean-Claude Michel Ambasciatore del Principato di Monaco presso la Santa Sede

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José Cuadra Chamorro Ambasciatore del Nicaragua presso la Santa Sede

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Bogdan Tătaru-Cazaban Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede

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Daniel Ramada Piendibene Ambasciatore dell’Uruguay presso la Santa Sede

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uesta è l’ora della carità sociale e politica capace di disegnare le strade della pace, della giustizia e dell’amicizia tra i popoli Giovanni Paolo II

Germán Mundaraín Hernández 33 Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Santa Sede

L’Osservatore Romano - 30 ottobre 2004

SOMMARIO Alfredo Luciani

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Mons. Pietro Parolin La diplomazia è l’arte della speranza

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Mons. Pietro Parolin La diplomacia y el arte de la esperanza

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PROGETTO EXPO 2015

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COOPERAZIONE INTERNAZIONALE IN AGRICOLTURA

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Juan Pablo Cafiero Ambasciatore della Repubblica Argentina presso la Santa Sede

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Esigenze di sviluppo e risposte operative 1° INCONTRO – Vaticano, 16 ottobre 2013 Esistenza morale e cooperazione Mons. Giovanni Pietro Dal Toso

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Théodore Comlanvi Loko Ambasciatore del Benin presso la Santa Sede

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Esteban Kriskovich Ambasciatore della Repubblica del Paraguay presso la Santa Sede

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Carlos Federico De La Riva Guerra Ambasciatore della Bolivia presso la Santa Sede

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Carl-Henri Guiteau Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede

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Denis Fontes De Souza Pinto Ambasciatore del Brasile presso la Santa Sede

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Dott. Maurizio Gardini Presidente Confcooperative

Germán Cardona Gutiérrez Ambasciatore di Colombia presso la Santa Sede

15

16 Fernando F. Sánchez Campos Ambasciatore della Repubblica di Costa Rica presso la Santa Sede

2°INCONTRO – Vaticano, 14 novembre 2013 Card. FRANCESCO COCCOPALMERIO Presidente Pontificio Consiglio Per i Testi Legislativi

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Carlos Federico De La Riva Guerra Ambasciatore di Bolivia presso la Santa Sede

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Alfonso Roberto Matta Fahsen Ambasciatore del Guatemala presso la Santa Sede

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Dott. PIETRO MARIA BRUNETTI Direttore Relazioni Esterne e Istituzionali FERRERO S.P.A.

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Carl-Henri Guiteau Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede

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Padre J. Joblin Sj Università Gregoriana

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Carlos Ávila Molina Ambasciatore di Honduras presso la Santa Sede

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Bahar Budiarman Ambasciatore di Indonesia presso la Santa Sede

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Giustizia solidarietà e sviluppo, nelle tre grandi religioni monoteistiche Mohammad Taher Rabbani Ambasciatore della Repubblica di Iran presso la Santa Sede

Mohammad Taher Rabbani Ambasciatore della Repubblica di Iran presso la Santa Sede

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Habeeb Mohammed Hadi Ali Al Sadr Ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede

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Evrony Zion Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede

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Mons. Zygmunt Zimowski Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari La Fede: una forza consolante nella sofferenza

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n ente come l’Associazione Internazionale Carità Politica che ha il compito <<di collegare gli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, fomentando la collaborazione tra di loro, e organizzando incontri per l’approfondimento di tematiche di carattere internazionale>> (Decreto del Pontificio Consiglio per i Laici, 8 dicembre 2001), non può non manifestare il suo riconoscimento del valore del contributo dato da Sua Eccellenza, Mons. Pietro Parolin, alla comprensione della natura specifica della diplomazia pontificia.

n ente como la Associazione Internazionale Carità Politica que cumple con la tarea de <<poner en contacto a los Embajadores acreditados ante la Santa Sede, promoviendo la colaboración entre ellos, y organizando encuentros para la profundización de las temáticas de carácter internacional>> (Decreto del Pontificio Consejo para los Laicos, 8 de diciembre 2001), no puede dejar de reconocer el alto valor de la contribución dada por Su Excia. Mons. Pietro Parolin a la comprensión de la naturaleza específica de la diplomacia pontificia.

L’interesse e l’attenzione con cui fu seguita la Conferenza su <<La diplomazia è l’arte della speranza>> che Mons. Parolin tenne nella domus Carità Politica, (il 5 novembre 2008), ci spinge a riprodurla con il commento di alcuni Ambasciatori presso la Santa Sede, consapevoli di soddisfare solo in parte il debito di riconoscenza che tutti noi, dell’Associazione Carità Politica, abbiamo nei suoi confronti.

El interés y la atención con la cual fue seguida la Conferencia <<La diplomacia es el arte de la esperanza>> que Mons. Parolin diera en la Domus Carità Politica, (el 5 de novembre de 2008), nos lleva a reproducirla aquí con el comentario de algunos Embajadores ante la Santa Sede, todos ellos conscientes de satisfacer sólo en parte la deuda de reconocimiento que nosotros, de la Asociación Carità Politica, tenemos hacia él.

Il titolo <<La diplomazia è l’arte della speranza>> esprime nella sua più semplice sintesi, una visione alta della diplomazia, che richiede un impegno esigente, per gettare le basi di una società solidale. Ora che quello Spirito che <<spirat ubi vult>> , ha voluto che Mons. Parolin si dedicasse totalmente alla Segreteria di Stato, ci rallegra molto, e suona un po’ come un <<riportarcelo>> più vicino. Un grazie caloroso va agli Ambasciatori che hanno collaborato a questo numero speciale che intende essere a un tempo testimonianza, omaggio e felicitazioni della nostra Associazione a Sua Eccellenza Mons. Pietro Parolin.

Alfredo Luciani

El título <<La diplomacia es el arte de la esperanza>> expresa de manera breve y simple una alta visión de la diplomacia, que requiere un compromiso serio para poder sentar las bases de una sociedad solidaria. Ahora que el Espíritu <<spirat ubi vult>> ha querido que Mons. Parolin se dedicara totalmente a la Secretaría de Estado, nos hemos alegrado mucho, y nos parece tenerlo “más cerca” nuestro. Un gracias caluroso merecen los Embajadores que han colaborado en este número especial que tiene el objetivo de ser al mismo tiempo un testimonio, un homenaje y una felicitación de parte de nuestra Asociación a Su Excia. Pietro Parolin.

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LA DIPLOMAZIA È L’ARTE DELLA SPERANZA Mons. PIETRO PAROLIN Segretario di Stato

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1. i è stato affidato il compito di offrirvi alcune riflessioni sul rapporto fra diplomazia e speranza, più precisamente su come la diplomazia possa essere – secondo l’espressione usata dal Santo Padre Benedetto XVI nel discorso di quest’anno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede – « in un certo modo, l’arte della speranza» (Discorso del 7 gennaio 2008). Ritengo utile per « intus-legere », cioè per penetrare con l’intelligenza questa affermazione, fermarmi ad analizzare i termini di questa frase: speranza, diplomazia, e arte. Cosa si intende per speranza? Si tratta qui della speranza cristiana o della speranza, o meglio delle speranze, che nutrono gli uomini, anche quelli che non credono? Ancora: quale diplomazia è tale da poter divenire « arte della speranza»? Infine: in che modo la diplomazia può essere « arte della speranza »? 2. Nel comune modo di parlare è frequente sentire parlare di speranza. Quante volte ripetiamo: «Speriamo! » Con ciò indichiamo, soprattutto in situazioni personali o sociali di difficoltà, l’attesa che ciò che si presenta come negativo non sia l’ultima parola, che ci sia una via d’uscita verso il positivo. E ciò lo attendiamo dal nostro impegno, dall’aiuto degli altri, dal caso, forse da Dio. Questo tipo di speranza è fondamentalmente un’attesa di bene in questo mondo. Prendiamo ora in mano il Catechismo e interroghiamolo su cosa sia la speranza cristiana. Vi troviamo la seguente risposta: « La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo » (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1817). Senza voler fare un’analisi esaustiva di questa descrizione, balzano subito agli occhi le differenze fra i due tipi di speranza. Nella speranza umana si attende qualcosa di positivo in questo mondo, mentre, invece quella cristiana ci fa desiderare « il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità ». La prima si fonda preferibilmente sulle capacità nostre o altrui, mentre la seconda ci fa riporre « la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e… sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo ». Per questo nell’Enciclica « Spe Salvi » il Papa osserva che

« chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2, 12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio » (n. 27). Ne dobbiamo allora concludere che non vi è nessuna continuità fra speranza umana e speranza cristiana, fra speranza per questo mondo e speranza per la vita eterna? Sarebbe una conclusione affrettata. Infatti, la speranza umana è in fondo una modalità, sia pure imperfetta, talvolta perfino erronea, di dare risposta al desiderio di felicità che ogni uomo porta in sé. Ebbene proprio qui sta il punto di incontro fra i due tipi di speranza che consideriamo. Infatti, lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica afferma: « La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al Regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità » (n. 1818). A questa conclusione ci conduce anche l’analisi che troviamo nell’Enciclica « Spe salvi » di Benedetto XVI. Mi permetto di ripercorrerla con voi: « L’uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze – più piccole o più grandi – diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze … Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere. In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile … Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l’uomo ha bisogno … Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano. Innanzitutto ci si rese conto che questa era forse una speranza per gli uomini di dopodomani, ma non una speranza per me. E benché il « per tutti » faccia parte della grande speranza – non


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posso, infatti, diventare felice contro e senza gli altri – resta vero che una speranza che non riguardi me in persona non è neppure una vera speranza. E diventò evidente che questa era una speranza contro la libertà, perché la situazione delle cose umane dipende in ogni generazione nuovamente dalla libera decisione degli uomini che ad essa appartengono. Se questa libertà, a causa delle condizioni e delle strutture, fosse loro tolta, il mondo, in fin dei conti, non sarebbe buono, perché un mondo senza libertà non è per nulla un mondo buono … Ancora: noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere » (nn. 3031). Potremmo concludere che nella visione cristiana le varie speranze umane hanno consistenza solo se non vengono assolutizzate, ma messe in rapporto con la speranza che si fonda nell’amore eterno di Dio per gli uomini. Allora le prime, siano esse speranze per il singolo o per la società, riescono a corrispondere pienamente a quel desiderio del cuore umano, creato libero da Dio e da Lui destinato ad una felicità che non sia solo parziale, ma piena ed eterna. 3. Possiamo ora passare al secondo elemento delle nostre considerazioni: la diplomazia. Si tratta di una realtà complessa, fatta di persone, istituzioni e regole, e che vanta una storia plurisecolare. Potremmo, in estrema sintesi, dire che si tratta di uno strumento per realizzare le relazioni fra i soggetti internazionali. Ora, come ogni strumento messo nelle mani dell’uomo, anche la diplomazia può essere usato bene o male. È chiaro allora che la diplomazia può essere « arte della speranza » solo se viene usata per il bene di tutti coloro che essa coinvolge. Purtroppo non sempre è così, e nell’opinione pubblica circola talvolta una considerazione critica e negativa della diplomazia. Ecco come l’allora Mons. Giovanni Battista Montini nel discorso per il 250.mo anniversario di fondazione della Pontificia Accademia Ecclesiastica, l’istituto per la formazione dei diplomatici della Santa Sede, sintetizzava una concezione e una prassi negativa dell’azione diplomatica: « La diplomazia è l’arte di riuscire; per riuscire ogni mezzo spesso inavvertitamente diventa buono; e perciò rappresenta una forma d’azione in cui la morale riporta facilmente delle ferite; e quando la si vuole difendere, si hanno molte difficoltà da sciogliere… È ancora presente nella nostra memoria tutto quello che di male si è detto della diplomazia in se stessa, della sua capacità di estrarre dalla parola, che dovrebbe essere lo specchio della realtà e della verità, di estrarre, dico, invece una pluralità di sensi, una ambiguità di espressioni,

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una elasticità di intenti ecc. da fare della parola non il riflesso e la trasmissione, ma piuttosto il velo del pensiero ». Ma il futuro Paolo VI invitava a « farsi un concetto più esatto delladiplomazia ». Essa è infatti «l’arte di creare e di mantenere l’ordine internazionale,cioè la pace; l’arte, voglio dire, d’instaurare rapporti umani, ragionevoli, giuridici fra i popoli, e non per via di forza o di inesorabile contrasto ed equilibrio d’interessi, ma per via di aperto e responsabileregolamento ». E aggiungeva: «quel giorno che venisse meno lafunzione del diplomatico, quel giorno che il rapporto fra gli Stati lo congedasse,o gli Stati cadrebbero, l’uno rispetto all’altro, nell’assenza di relazioni degne di tal nome, nel caos internazionale, nel duello irrazionale delle forze brutali industrializzate, motorizzate, scientificamente potenziate per la sopraffazione; ovvero essi avrebbero da dire l’un l’altro: regoliamo i nostri interessi con misure di forza. E se è vero che la diplomazia non basta a regolare, a portare la pace, ed a consolidarla; a questo tuttavia essa tende, per questo lavora, per questo fatica, per questo moltiplica, e non si stanca, i suoi tentativi; è l’arte della pazienza, è l’arte del saper durare, è l’arte del produrre una pace, che a stento vuol introdursi negli animi e nelle relazioni internazionali ». Questi concetti ritornano quasi vent’anni dopo in bocca allo stesso oratore, divenuto nel frattempo il Sommo Pontefice Paolo VI, di cui lo scorso 6 agosto abbiamo ricordato il 30.mo anniversario della morte. Infatti, nel suo discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede dell’8 gennaio 1968, il Pontefice ritornò sul tema della vera natura della diplomazia e delle sue contraffazioni. «Esiste, – notava – è vero, una certa forma di diplomazia che sarebbe bene considerare come superata ed abolita. È quella a cui resta attaccato nella storia il nome del troppo celebre gentiluomo fiorentino Nicolò Macchiavelli; quella che si potrebbe definire “ l’arte di riuscire a qualsiasi prezzo ”, anche a scapito della morale; quella di cui l’unica molla è l’interesse, l’unico metodo l’abilità, l’unica giustificazione il successo; quella che, quindi, non esita a servirsi della parola non per tradurre, ma per celare il pensiero; quella che nell’azione non recede davanti all’uso del raggiro, dello stratagemma, dell’inganno ». Papa Montini non esita a definire questa «una forma degenerata, per non dire un’indegna caricatura » della vera diplomazia. Questa è tale quando tende alla pace, lavora per la pace, usando « le sue forze e il suo genio, inventando senza sosta nuove iniziative, con una pazienza, una perseveranza, una tenacia che costringono all’ammirazione e che, in ogni caso, meritano di attirarle il rispetto e la riconoscenza dell’umanità, oggi come ieri… Il diplomatico di oggi, cosciente della situazione dell’umanità, pratica ben più che l’arte di riuscire, quella – altrimenti difficile – di fondare e mantenere un ordine internazionale, l’arte di instaurare relazioni umane ragionevoli fra i popoli ». Per Paolo

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VI l’agente diplomatico moderno deve configurarsi come « l’artigiano della pace, l’uomo del diritto, della ragione, del dialogo, e del dialogo sincero ». Anzi egli ritiene che «la vera diplomazia, quella che si ispira a criteri morali e mira al vero bene della comunità internazionale, essa ha già agli occhi della Chiesa – per riprendere la celebre espressione di Tertulliano – un’ « anima naturalmente cristiana». 4. È dunque questa la diplomazia che può diventare « arte della speranza », perché, come ha ricordato Benedetto XVI agli Ambasciatori presso la Santa Sede, « vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui » e « deve dare speranza ». Infatti, la diplomazia si impegna attraverso il dialogo, l’incontro, la discussione razionale a cercare vie di incontro fra le parti e così a trovare soluzioni positive a problemi e conflitti. Essa fa appello a ciò che è razionale, positivo, costruttivo per aprire prospettive future. Ad essa si possono applicare altre parole di Paolo VI, nella Lettera Apostolica Octogesima Adveniens (n. 37), dove mette in confronto utopia (che è in generale un sogno irrealistico che sottrae a responsabilità immediate e ostacola un’azione efficace) e speranza, capace di « percepire nel presente le possibilità ignorate che vi si trovano iscritte e … orientare gli uomini verso un futuro nuovo; tramite la fiducia che dà alle forze inventive dello spirito e del cuore umano essa sostiene la dinamica sociale ». Non a caso il fallimento della diplomazia porta sovente a ricorrere all’uso della forza, della violenza e anche alla guerra. Quindi, nel suo senso migliore, esercitare la diplomazia è tenere aperte all’umanità prospettive di speranza, cioè prospettive di pace, di giustizia, di progresso. Siamo qui, dunque, al livello di quelle speranze o attese umane, che, per riprendere il già citato passo del Catechismo della Chiesa cattolica, « ispirano le attività degli uomini ». Esse sono sì distinte dalla speranza cristiana, ma di per sé non si oppongono ad essa perché il loro oggetto, se non viene assolutizzato, è buono e voluto da Dio e può diventare una via che conduce a Lui, riconosciuto come sorgente e garante di tutto ciò che è vero e bene. Su questo terreno, il terreno della « razionalità aperta al trascendente » di cui spesso parla Benedetto XVI, avviene l’incontro ed è possibile la collaborazione anche in campo diplomatico fra credenti e uomini di buona volontà. Per il laico cristiano che svolge la professione del diplomatico vi è poi l’apporto che riceve dalla virtù teologale della speranza vera e propria anche nella sua attività diplomatica. L’esercizio di questa virtù cristiana offre a chi opera in questo ambito un supplemento di forza, di ottimismo, di fiducia, fondato sulla certezza dell’avvento definitivo del Regno di Dio. Infatti, per mezzo della speranza – che è dono di Dio posto nel cuore dell’uomo al momento del Battesimo, insieme alla fede e alla carità, ed è, allo stesso tempo, talento affidato all’impegno del cristiano fecondato dalla

Grazia – gli scopi e i mezzi dell’autentica diplomazia vengono purificati da ogni egoismo, sono protetti contro il possibile scoraggiamento, sono mossi da un amore autentico per ogni uomo e per tutta la famiglia dei popoli e sono sostenuti dalla certezza che i beni, « quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno ed universale » (Cost. Past. Gaudium et Spes, n. 39). In un cristiano che opera nel mondo diplomatico sperare « la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla », come dice l’Atto di Speranza, approfondisce il significato e il valore della definizione della diplomazia come « arte della speranza ». Vorrei, infine, aggiungere che quanto detto per tutti i diplomatici e per i diplomatici cristiani vale anche per gli agenti diplomatici della Santa Sede. Inoltre, dato che essa ha una fondamentale dimensione ecclesiale, la diplomazia pontificia è «arte della speranza » nel senso che essa mira a garantire in tutti i Paesi e nel generale contesto internazionale il libero esercizio della missione della Chiesa, alla quale è stato affidato da Cristo il compito di annunciare e donare al mondo la speranza eterna. I diplomatici della Santa Sede, che sono in genere sacerdoti e vescovi, con il loro specifico ministero rendono possibile che questa missione si svolga libera da ogni coercizione e ostacolo e si compia nell’unità con il Successore di Pietro, il Papa, di cui sono i Rappresentanti presso le Chiese locali delle diverse Nazioni. 5. Possiamo concludere che, quando il Santo Padre nobilita la diplomazia cogliendo in essa la possibilità di divenire « arte della speranza », in fondo Egli ricorda che cosa questo strumento debba sempre essere e come esso debba essere usato soprattutto da parte di coloro che svolgono dei compiti in questo ambito. Si tratta di una visione alta della diplomazia, che richiede un impegno esigente; ma è oggi più che mai necessario avere questa visione se si vuol contribuire a dare una risposta alle sfide sempre più globali e sempre più drammatiche per un’umanità, che ci appare per questo soprattutto bisognosa di poter continuare a sperare. (Domus Carità Politica – 5 novembre 2008)


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LA DIPLOMACIA Y EL ARTE DE LA ESPERANZA Mons. PIETRO PAROLIN Segretario di Stato

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1. e ha sido confiada la tarea de presentarles algunas reflexiones sobre la relación existente entre diplomacia y esperanza, más concretamente, sobre cómo la diplomacia puede ser – según la expresión usada por el Santo Padre Benedicto XVI en el discurso de este año al Cuerpo Diplomático acreditado ante la Santa Sede – “en cierto sentido, el arte de la esperanza” (Discurso del 7 de enero de 2008). Considero útil para “Indus-legere”, es decir, para asimilar con inteligencia esta afirmación, detenerme a analizar los términos de esta frase: esperanza, diplomacia, y arte. ¿Qué se entiende por esperanza? ¿Se trata de la esperanza cristiana o de la esperanza, o mejor dicho, las esperanzas que nutren los hombres, incluso los no creyentes? Más aún: ¿Qué diplomacia es tal que pueda llegar a ser “arte de la esperanza”? Por último: ¿En qué modo puede ser la diplomacia el “arte de la esperanza”? 2. En el lenguaje común, es frecuente oír hablar de esperanza. Cuántas veces repetimos “¡Esperemos!” Con ello indicamos, sobre todo en situaciones personales o sociales de dificultad, la expectativa de que lo que se presenta como negativo no sea la última palabra, que exista una salida hacia lo positivo. Y esto lo esperamos de nuestro empeño, de la ayuda de los demás, del caso, tal vez de Dios. Este tipo de esperanza es fundamentalmente una expectativa del bien en este mundo. Aferremos ahora el Catequismo y preguntémosle cómo es la esperanza cristiana. Encontraremos la siguiente respuesta: “La esperanza es la virtud teologal por la que aspiramos al Reino de los cielos y a la vida eterna como felicidad nuestra, poniendo nuestra confianza en las promesas de Cristo y apoyándonos no en nuestras fuerzas, sino en los auxilios de la gracia del Espíritu Santo”. (Catequismo de la Iglesia católica, n. 1817) Sin tratar de hacer un análisis exhaustivo de esta descripción, vemos inmediatamente las diferencias entre los dos tipos de esperanza. En la esperanza humana se espera algo positivo en este mundo, mientras que, en cambio, la cristiana nos hace desear “el Reino de los cielos y la vida eterna como felicidad nuestra”. La primera se funda preferiblemente en nuestras capacidades o en las de los demás, mientras que la segunda nos hace deponer “nuestra confianza en las promesas de Cristo y… en la ayuda de la gracia del Espíritu Santo”. Por ello en la Encíclica “Spe Salvi”

el Papa observa que “quien no conoce a Dios, aunque tenga múltiples esperanzas, en el fondo, está sin esperanza, sin la gran esperanza que sostiene toda la vida (cf. Ef 2,12). La verdadera, la gran esperanza del hombre que resiste a pesar de todas las desilusiones, sólo puede ser Dios” (n. 27). ¿Debemos, por tanto, concluir que no existe continuidad alguna entre esperanza humana y esperanza cristiana, entre esperanza de este mundo y esperanza de la vida eterna? Sería una conclusión apresurada. Efectivamente, la esperanza humana es en el fondo una modalidad, si bien imperfecta, a veces incluso errónea, de dar respuesta al deseo de felicidad intrínseco en cada hombre. Pues bien, precisamente aquí está el punto de encuentro entre los dos tipos de esperanza que analizamos. Efectivamente, el mismo Catequismo de la Iglesia católica afirma: “La virtud de la esperanza corresponde al anhelo de felicidad puesto por Dios en el corazón de todo hombre; asume las esperanzas que inspiran las actividades de los hombres; las purifica para ordenarlas al Reino de los cielos; protege del desaliento; sostiene en todo desfallecimiento; dilata el corazón en la espera de la bienaventuranza eterna. El impulso de la esperanza preserva del egoísmo y conduce a la dicha de la caridad” (n. 1818) A esta conclusión nos lleva el análisis que encontramos en la Encíclica “Spe Salvi” de Benedicto XVI. Me permito analizarla con ustedes: “A lo largo de su existencia, el hombre tiene muchas esperanzas - más grandes o más pequeñas - diferentes según los períodos de su vida. A veces puede parecer que una de estas esperanzas lo llena totalmente y que no necesita de ninguna otra… Sin embargo, cuando estas esperanzas se cumplen, se ve claramente que esto, en realidad, no lo era todo. Está claro que el hombre necesita una esperanza que vaya más allá. Es evidente que sólo puede contentarse con algo infinito, algo que será siempre más de lo que nunca podrá alcanzar. En este sentido, la época moderna ha desarrollado la esperanza de la instauración de un mundo perfecto que parecía poder lograrse gracias a los conocimientos de la ciencia y a una política fundada científicamente…. Esta esperanza parecía ser finalmente la esperanza grande y realista, la que el hombre necesita…. Pero a lo largo del tiempo se vio claramente que esta esperanza se va alejando cada vez más. Ante todo se tomó conciencia de que ésta era quizás una esperanza para los hombres del mañana, pero no una esperanza para mí. Y aunque el « para todos » forme parte de la gran esperanza –

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no puedo ciertamente llegar a ser feliz contra o sin los otros–, es verdad que una esperanza que no se refiera a mí personalmente, ni siquiera es una verdadera esperanza. También resultó evidente que ésta era una esperanza contra la libertad, porque la situación de las realidades humanas depende en cada generación de la libre decisión de los hombres que pertenecen a ella. Si, debido a las condiciones y a las estructuras, se les privara de esta libertad, el mundo, a fin de cuentas, no sería bueno, porque un mundo sin libertad no sería en absoluto un mundo bueno…. Así, aunque sea necesario un empeño constante para mejorar el mundo, el mundo mejor del mañana no puede ser el contenido propio y suficiente de nuestra esperanza. A este propósito se plantea siempre la pregunta: ¿Cuándo es « mejor » el mundo? ¿Qué es lo que lo hace bueno? ¿Según qué criterio se puede valorar si es bueno? ¿Y por qué vías se puede alcanzar esta « bondad »?., …. Más aún: nosotros necesitamos tener esperanzas –más grandes o más pequeñas–, que día a día nos mantengan en el camino. Pero sin la gran esperanza, que ha de superar todo lo demás, aquellas no bastan. Esta gran esperanza sólo puede ser Dios, que abraza el universo y que nos puede proponer y dar lo que por nosotros mismos no podemos alcanzar” (n. 30-31) Podemos concluir que en la visión cristiana las diferentes esperanzas humanas tienen consistencia sólo cuando no se les da absolutidad, sino que se ponen en relación con la esperanza que se funda en el amor eterno de Dios por los hombres. De este modo, las primeras, ya sean esperanzas para el individuo o para la sociedad, pueden corresponder plenamente a ese deseo del corazón humano, creado libre por Dios y por Él destinado a una felicidad que no sea sólo parcial, sino plena y eterna. 3. Podemos entonces pasar al segundo elemento de nuestras consideraciones: la diplomacia. Se trata de una realidad compleja, hecha de personas, instituciones y reglas, que cuenta con una historia plurisecular. Podríamos decir, en extrema síntesis, que se trata de un instrumento para realizar las relaciones entre sujetos internacionales. Ahora bien, como todo instrumento puesto en las manos del hombre, también la diplomacia puede ser usada bien o mal. Está claro, entonces, que la diplomacia puede ser “arte de la esperanza” sólo si se usa para el bien de todas las personas implicadas. Desgraciadamente no siempre es así, y en la opinión pública circula, a veces, una consideración crítica y negativa de la diplomacia. Veamos como el entonces Monseñor Giovanni Battista Montini, en el discurso para el 250° aniversario de la fundación de la Pontificia Academia Eclesiástica, el instituto para la formación de los diplomáticos de la Santa Sede, sintetizaba una concepción y una praxis negativa de la acción diplomática: “La diplomacia es el arte de conseguir; para conseguir, cualquier medio, a menudo inadvertidamente, es bueno; y, por tanto, representa una forma de acción donde la moral reporta fácilmente

heridas; y cuando pretende defenderse, se deben resolver muchas dificultades… Todavía podemos recordar todas las cosas malas que se han dicho de la diplomacia en si misma, de su capacidad de extraer de la palabra, que debería ser el espejo de la realidad y de la verdad, de extraer, digo, en lugar de una pluralidad de sentidos, una ambigüedad de expresiones, una elasticidad de intenciones, etc… hacer de la palabra, no el reflejo y la transmisión, sino más bien el velo del pensamiento”. Pero el futuro Pablo VI invitaba a “formarse un concepto más exacto de la diplomacia” Ella es, en efecto “el arte de crear y mantener el orden internacional, es decir, la paz; el arte, quiero decir, de instaurar relaciones humanas, razonables, jurídicas entre los pueblos, y no por vía de la fuerza o del inexorable contraste y equilibrio de intereses, sino por vía del abierto y responsable reglamento”. Y añadía: “el día en que viniera a faltar la función del diplomático, el día en que la relación entre los Estados lo removiera… los Estados, uno respecto al otro, en ausencia de relaciones dignas de dicho nombre, o caerían en el caos internacional, en el duelo irracional de las fuerzas brutales industrializadas, motorizadas, científicamente potenciadas por el abuso; o bien tendrían que decirse los unos a los otros: reglamentemos nuestros intereses con medidas de fuerza. Y si es cierto que la diplomacia no basta para regular, para obtener la paz y para consolidarla; aún así es a eso que tiende, para eso trabaja, por eso fatiga, por eso multiplica, sin descanso, sus intentos; es el arte de la paciencia, es el arte del saber durar, es el arte del producir una paz, que a mala pena quiere introducirse en los espíritus y en las relaciones internacionales; Estos conceptos retornan casi veinte años después, por mano del mismo orador, que entre tanto se había convertido en el Sumo Pontífice Pablo VI. De quien el pasado 6 de agosto hemos recordado el 30° aniversario del fallecimiento. Efectivamente, en su discurso al Cuerpo Diplomático ante la Santa Sede del 8 de enero de 1968, el Pontífice volvió a retomar el tema de la verdadera naturaleza de la diplomacia y de sus falsificaciones. “Es verdad que existe – notaba cierta forma de diplomacia que sería bueno considerar como superada y abolida. Es aquella a la que quedó unida en la historia el nombre del demasiado célebre gentilhombre florentino Nicolás Maquiavelo; la que se podría definir como “el arte de triunfar a cualquier precio”, aun a costa de la moral; aquella cuya única instancia es el interés, el único método la habilidad, la única justificación el éxito; aquella que, desde entonces, no vacila en servirse de la palabra, no para expresar sino para disfrazar el pensamiento; la que, en la acción, no retrocede ante el uso de la intriga, de la astucia, del engaño”. Papa Montini no duda en definir esta “una forma degenerada, por no decir, una indigna caricatura” de la verdadera diplomacia. Esta es tal cuando tiende a la paz, trabaja por la paz, usando “sus fuerzas y su ingenio, creando sin cesar nuevas iniciativas, con una paciencia,


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una perseverancia, una tenacidad que suscitan admiración y que, en todo caso, merecen el respeto y el reconocimiento de la humanidad, hoy como ayer… El diplomático actual, consciente del estado de la humanidad, más que el arte de triunfar a todo precio, practica el mucho más difícil arte de fundar y mantener un orden internacional, el arte de instaurar relaciones humanas razonables entre los pueblos”. Para Pablo VI el agente diplomático moderno se debe configurar como “el artífice de la paz, el hombre del derecho, de la razón, de diálogo, y del diálogo sincero” Más aún considera que “la verdadera diplomacia, la que se inspira en criterios morales y tiende al verdadero bien de la comunidad internacional, tiene ya, ante los ojos de la Iglesia – para hacer nuestra la célebre expresión de Tertuliano – un “alma naturalmente cristiana” 4. Es esta, por tanto, la diplomacia que puede llegar a ser “arte de la esperanza”, porque, como ha recordado Benedicto XVI a los Embajadores ante la Santa Sede, “vive de la esperanza y trata de discernir incluso los signos más tenues” y “debe dar esperanza”. Efectivamente, la diplomacia, a través del diálogo, el encuentro, la discusión racional, se compromete a encontrar puntos de encuentro entre las partes y de este modo encontrar soluciones positivas a problemas y conflictos. Hace un llamamiento a lo que es racional, positivo y constructivo para abrir perspectivas futuras. A ella se pueden aplicar otras palabras de Pablo VI, en la Carta Apostólica Octogesima Adveniens (n. 37), donde compara utopía (que es en general un sueño irreal que sustrae a responsabilidades inmediatas y obstaculiza una acción eficaz) y esperanza, capaz de “percibir en el presente las posibilidades ignoradas que existen y… orientar a los hombres hacia un futuro nuevo; por medio de la confianza que da a las fuerzas inventivas del espíritu y del corazón humano, la misma sostiene la dinámica social” No es un caso que el fracaso de la diplomacia lleve frecuentemente a recurrir al uso de la fuerza, de la violencia e incluso a la guerra. Por tanto, en su mejor sentido, ejercer la diplomacia es tener abiertas a la humanidad perspectivas de esperanza, es decir, perspectivas de paz, de justicia y de progreso. Nos encontramos ante aquellas esperanzas o expectativas humanas, que, para retomar el ya mencionado paso del Catequismo de la Iglesia católica, “inspiran las actividades de los hombres”. Si, son distintas de la esperanza cristiana, pero de por si no se oponen a ella porque su objeto, si no se vuelve absolutista, es bueno, querido por Dios y puede llegar a ser una vía que conduce hacia Él, reconocido como fuente y garante de todo lo que es bien y verdad. En este terreno, el terreno de la “racionalidad abierta al transcendente” de la que frecuentemente habla Benedicto XVI, tiene lugar el encuentro y es posible la colaboración, incluso en campo diplomático, entre creyentes y hombres de buena voluntad. El laico cristiano que desempeña la profesión de diplomático, cuenta además con la aportación que recibe de la virtud teologal de la esperanza, propiamente

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dicha, incluso en su actividad diplomática. El ejercicio de esta virtud cristiana ofrece a quien trabaja en este ámbito un suplemento de fuerzas, de optimismo y de confianza, fundado en la certeza de la venida definitiva del Reino de Dios. Efectivamente, por medio de la esperanza – que es don de Dios puesto en el corazón del hombre en el momento del Bautismo, junto con la fe y la caridad, y es, al mismo tiempo, talento confiado al compromiso del cristiano fecundado por la Gracia – los objetivos y los medios de la auténtica diplomacia se purifican de todo egoísmo, están protegidos contra el posible desazón, están movidos por un amor auténtico hacia todos los hombres y toda la familia de los pueblos y están sostenidos por la certeza de que los bienes “tales como la dignidad del hombre, la comunión fraterna y la libertad, es decir, todos los buenos frutos de la naturaleza y de nuestra laboriosidad, después de haberlos difundido en la tierra en el Espíritu del Señor y según su precepto, los encontraremos de nuevo pero purificados de toda mancha, iluminados y transfigurados, cuando el Cristo entregará al Padre el Reino eterno y universal” (Cost. Past. Gaudium et Spes, n. 39). En un cristiano que trabaja en el mundo diplomático, esperar “la vida eterna y las gracias necesarias para merecerla”, como dice el Acto de Esperanza, aumenta el significado y el valor de la definición de diplomacia como “arte de la esperanza”. Quisiera agregar, por último, que cuanto he dicho para todos los diplomáticos y para los diplomáticos cristianos, vale también para los agentes diplomáticos de la Santa Sede. Considerando, además, que la misma, tiene una fundamental dimensión eclesial, la diplomacia pontificia es “arte de la esperanza” puesto que mira a garantizar en todos los países y en el general contexto internacional, el ejercicio libre de la misión de la Iglesia, a la cual ha sido confiado por Cristo el deber de anunciar y donar al mundo la esperanza eterna. Los diplomáticos de la Santa Sede, que son en general sacerdotes y obispos, con su específico ministerio, hacen posible que esta misión se desempeñe libre de toda coerción y obstáculo y se cumpla en la unidad con el Sucesor de Pedro, el Papa, de quien son representantes ante las Iglesias locales de las diferentes Naciones. 5. Podemos concluir que cuando el Santo Padre ennoblece la diplomacia viendo en ella la posibilidad de convertirse en “arte de la esperanza”, en el fondo Él recuerda lo que debe ser siempre este instrumento, y cómo debe ser usado, sobre todo por parte de aquellos que realizan labores en este ámbito. Se trata de una visión alta de la diplomacia, que requiere un compromiso exigente; pero hoy, más que nunca, es necesario tener esa visión si queremos contribuir a dar una respuesta a los retos cada vez más globales y cada vez más dramáticos para una humanidad, que se nos presenta por ello, necesitada sobre todo de poder seguir esperando. (Domus Carità Politica - 5 de noviembre de 2008)

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S.E. JUAN PABLO CAFIERO Ambasciatore della Repubblica Argentina presso la Santa Sede

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urante l’incontro con il Corpo Diplomatico del 2008, Papa Benedetto XVI definì la diplomazia “l’arte della speranza”. Lo scritto di Mons. Parolin, allora Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, approfondisce questa definizione suggerendo una precisazione che personalmente ritengo molto importante. Mons. Parolin ci invita a riflettere sul fatto che la diplomazia può essere definita “Arte della Speranza” solo quando viene usata per il bene di tutti coloro che coinvolge. “Nel suo senso migliore - precisa Mons. Parolin- esercitare la diplomazia significa tenere aperte all’umanità prospettive di speranza, cioè prospettive di pace, di giustizia, di progresso”. Mentre, al contrario, “il fallimento della diplomazia porta sovente a ricorrere all´uso della forza, della violenza e anche la guerra”. Questa riflessione mi ha subito riportato alla mente il discorso pronunciato da Papa Francesco in occasione dell’incontro con il Corpo Diplomatico del 22 marzo scorso. In quella occasione il Santo Padre ha chiesto a noi diplomatici di lavorare per costruire ponti tra luoghi e culture distanti, al fine creare spazi di autentica fraternità. La collaborazione tra le nazioni è infatti secondo Papa Francesco l’unica strada percorribile per combattere il problema della povertà nel mondo e quindi della disuguaglianza. Quest’incontro è stato per me particolarmente significativo, poiché sono profondamente convinto che il senso del mio lavoro possa essere riassunto proprio dalla metafora usata dal Papa. A mio avviso, infatti, la diplomazia consiste nella costruzione di ponti fra popoli, nazioni e culture tra loro distanti, ma che in realtà fanno parte di quello stesso soggetto collettivo che è l’umanità. Ritengo inoltre che, con l’elezione di Papa Francesco, la chiesa abbia assunto e continuerà ad assumere un ruolo sempre più attivo sulla scena internazionale a sostegno della pace, della solidarietà e della fratellanza fra i popoli. Due eventi sono particolarmente rappresentativi di questo nuovo indirizzo e oserei dire, più in generale, di questo nuovo papato. Mi riferisco alla visita apostolica del Santo Padre a Lampedusa dell’otto luglio scorso e alla veglia internazionale di preghiera per la pace in Siria del sette settembre. In entrambe le occasioni il Santo Padre ha infatti lanciato un appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà affinché superino l’idolatria del potere che porta alla violenza, al conflitto e all’indifferenza verso il prossimo e si facciano uomini e donne di

riconciliazione e di pace, capaci di piangere per il dolore dei propri fratelli e di mostrare solidarietà e accoglienza. Nell’omelia pronunciata durante la messa a Lampedusa, Papa Francesco non si è limitato a denunciare ancora una volta la “globalizzazione dell’indifferenza” derivata dalla cultura del benessere che ci porta dimenticare le sofferenze di quanti fuggono da situazioni difficili in cerca di pace e di  un posto migliore per sé e per le loro famiglie. Citando la Genesi il Santo Padre ci ha infatti invitati a riflettere sul fatto che questa indifferenza, come pure la violenza e il conflitto, nascono in realtà dalla smania di potere dell’uomo e dal suo desiderio di sostituirsi a Dio che si riflettono anche nel suo rapporto verso gli altri. «Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Per questo il Santo Padre ha chiesto perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere, ma anche, più in particolare per quanti “con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi”. Così facendo il Santo Padre ha preso una posizione chiara non solo in materia di politiche economiche, ma anche riguardo ad uno dei grandi temi dell’agenda politica globale quello dell’immigrazione e dell’accoglienza. In quella occasione e in molte altre a seguire – basti ricordare le parole pronunciate durante l’Angelus di domenica tre novembre – il Pontefice si è fatto dunque portavoce di una proposta concreta di cooperazione e solidarietà internazionale, lanciando appello affinché l’Europa adotti una nuova politica di migrazione che eviti il ripetersi di nuove tragedie del mare e snellisca le procedure per l’accoglienza dei superstiti. Quanto all’altro grande tema dell’agenda internazionale, quello della pace e del ruolo delle Nazioni Unite come arbitro nei conflitti e garante della tutela dei diritti umani, il Santo Padre durante la veglia di preghiera per la pace in Siria si è espresso con altrettanta chiarezza e decisione citando, non a caso, sempre lo stesso brano della Genesi: «Dov’è Abele tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere.


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Percorrere la strada della pace è però ancora possibile. Appellandosi alla Genesi il Santo Padre ci ha ricordato infatti che «Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande fondamentali che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Esse rappresentano pertanto un invito a rinnovare il nostro patto con Dio e a costruire di epoca in epoca una società più umana. Per raggiungere questo scopo è necessario – spiega infine Papa Francesco - che i fratelli delle altre religioni fratelli delle altre Religioni, così come pure tutti gli uomini e le donne di buona volontà, credenti o non credenti superino l’indifferenza verso l’altro e si aprano al dialogo, lavorando tutti, in ogni ambiente, per la riconciliazione e per la pace. Ora occorre notare che, al fine di per favorire il dialogo che invoca, lo stile pastorale del Santo Padre ha bisogno di una componente diplomatica. La base di questo dialogo dev’essere infatti priva di ambiguità, non dobbiamo aspettarci interventi poco chiari. Al contrario, è tempo di dire la verità, perché il mondo che soffre si aspetta un discorso diretto che riporti i suoi problemi sul tavolo dei negoziati. C’è una parte della la società che si aspetta un aggiornamento della chiesa e un ritorno suo ritorno alle origini, al Vangelo. Una chiesa lontana del potere, ma molto più attenta a tutti i fenomeni economici e politici che minacciano la dignità umana. Lo stile pastorale del Pontefice, schierato decisamente a fianco del poveri e degli emarginati, critico con il potere, ma alieno da posizioni ideologiche, lancia un messaggio forte in questo senso. Per questo, nel campo delle relazioni internazionali il rapporto diretto tra il Pontefice e la società, con i credenti e i non credenti, rappresenta una grande speranza. Noi ci collochiamo nel solco di questo insegnamento e, coerentemente, ci adoperiamo per tradurlo in politica quotidiana. Una politica che deve avere come strada maestra, per tutti i politici, l’abnegazione, la sobrietà e la trasparenza.

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S.E. THÉODORE COMLANVI LOKO Ambasciatore del Benin presso la Santa Sede

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’attenta lettura della chiara Conferenza svolta da Mons. Pietro Parolin, alla Domus Carità Politica, mi ha sollecitato questa riflessione su “la diplomazia tra l’orizzonte del avere et quello del essere”. <<Quanti poveri ci sono ancora nel mondo! E quanta sofferenza incontrano queste persone! Sull’esempio di Francesco d’Assisi, la Chiesa ha sempre cercato di avere cura, di custodire, in ogni angolo della Terra, chi soffre per l’indigenza e penso che in molti dei vostri Paesi possiate constatare la generosa opera di quei cristiani che si adoperano per aiutare i malati, gli orfani, i senzatetto e tutti coloro che sono emarginati, e che così lavorano per edificare società più umane e più giuste. Ma c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi. È quanto il mio Predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini. E così giungo ad una seconda ragione del mio nome. Francesco d’Assisi ci dice: lavorate per edificare la pace! Ma non vi è vera pace senza verità! Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra.>> Papa Francesco, Discorso nell’Udienza ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 22 marzo 2013 Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite sono otto obiettivi che tutti i 191 stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere per l’anno 2015. La Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite, firmata nel settembre del 2000, impegna gli stati a: 1. Sradicare la povertà estrema e la fame 2. Rendere universale l’istruzione primaria 3. Promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne 4. Ridurre la mortalità infantile 5. Migliorare la salute materna 6. Combattere l’HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie 7. Garantire la sostenibilità ambientale 8. Sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo. Ciascuno degli obiettivi ha specifici target dichiarati e date precise per il raggiungimento degli stessi. Per accelerare i progressi, i ministri delle Finanze dei paesi del G8 hanno deciso nel giugno 2005 di fornire fondi sufficienti alla Banca Mondiale, al Fondo monetario internazionale (FMI) e alla Banca Africana di Sviluppo (ADB) per annullare di un ulteriore 40-55.000.000.000

$ il debito da parte dei Paesi poveri fortemente indebitati (HIPC) per consentir loro di destinare nuove risorse ai programmi sociali per migliorare la salute e l’istruzione e per alleviare la povertà. (Millennium Development Goals o MDG, o più semplicemente Obiettivi del Millennio) «Quando Cesare ( Lo Stato ) vuol diventare un secondo Padrone , in opposizione a Dio , Gesù proibisce allora di dare a Cesare quello che egli pretende , e cioè Gesù ingiunge di contrastare e di trasformare la Città Terrena fino a che essa non si trovi in armonia con la città celeste . Che è appunto quel che diceva Papa Giovanni Paolo II quando esortava a “ instaurare l’ordine temporale secondo il disegno di Dio” e a “inscrivere la legge di Dio nella Città Terrena” . Bisogna dare a Cesare Non quel che vuole, ma tutto e solo ciò che consente di dare a Dio quel che è di Dio. Bisogna costruire il Mondo della politica in modo che esso sia un Mondo Cristiano . Cesare ( Lo Stato ) deve essere un Cesare Cristiano , cioè subordinato a Dio e alla rivelazione di Cristo, altrimenti sarebbe Mammona. Cesare non è solo lo Stato , ma è anche la Natura e la Ragione dell’Uomo.» (Primavera del 1987, Papa Giovanni Paolo II commentando un celebre principio evangelico: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»


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S.E. CARLOS FEDERICO DE LA RIVA GUERRA Ambasciatore della Bolivia presso la Santa Sede

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unque el trabajo de Mons. Pietro Parolin fue hecho a finales del año 2008, al leerlo hoy constato que tiene vigencia y es pertinente. Disculpen que repita el argumento: el mundo ha sufrido cambios muy severos, profundos y demasiadas cosas han sucedido, como para no cuestionarnos el tema de la Diplomacia, quizá este tema con alta proridad. Mons. Parolin hace una descripción sobre dos conceptos, la Esperanza y la Diplomacia. La Esperanza la presenta como el horizonte al que se debe siempre aspirar porque será ésta quien dará sentido pleno a las cosas que hagamos y digamos. Y de la Diplomacia nos dice que ésta debe ser el conjunto de palabras y acciones que busquen el bien de todos, la digna relación entre los pueblos y la regulación de este accionar. En resumen nos presenta un modelo al que nos deberíamos dirigir, éste debería ser el sentido de hacer Diplomacia. Si hacemos una rápida mirada a nuestra realidad Diplomática y la confrontamos con el horizonte que nos muestra Mons. Parolin, enseguida percibiremos que hay una distancia gigante entre lo que se hace y lo que debería hacerse, entre la manera de actuar y la manera en la que se debería actuar. Son los hechos los que nos muestran que el afán diplomático aún se dirige al predominio de unos sobre otros, al aprovechamiento injusto de unos sobre otros, al uso de las artimañas, a conservar espacios de poder político, económico, social y hasta cultural, Puedo colocar muchos ejemplos concretos, tanto para lo grande como para lo pequeño, solamente enunciaré el asunto del espionaje internacional. Este asunto es una muestra clara de la honda desconfianza entre los pueblos y las personas, detrás de este hecho existe una visión de Diplomacia, muy distante de aquélla que Mons. Parolin nos presenta. Por esta razón es que considero pertinente su propuesta. Ojalá que esta circunstancia pueda permitir una revisión seria del actual accionar diplomático del mundo para que se vaya encontrando una nueva visión, una mueva mirada que nos acerque con honestidad y fraternidad a desarrollar prácticas diplomáticas que hagan realidad el Arte de la Esperanza.

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S.E. DENIS FONTES DE SOUZA PINTO Ambasciatore del Brasile presso la Santa Sede

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intetico ed, al tempo stesso, ricco dal punto di vista dei possibili spunti di riflessione, il testo di Monsignor Parolin sulla diplomazia come “arte della speranza” colpisce per il lucido accenno ai campi d’azione ed a tutti gli agenti di politica estera. Ovverosia, il “dialogo sincero”, “l’incontro” che mette insieme parti diverse intorno ad obiettivi e valori da condividere. Certo, la diplomazia della Santa Sede può ricorrere e fare appello in modo esplicito a mezzi ed obiettivi che trascendono la definizione puramente razionale e, “strictu sensu” politica, di “bene comune”. Anche se soltanto dal punto di vista strettamente razionale e dialogale, Monsignor Parolin, ricorda l’importanza di un discernimento concreto, tipicamente diplomatico, capace di “aprire prospettive future” di “soluzioni positive a problemi e conflitti”. Ossia, di un discernimento in grado di ancorare il lavoro diplomatico alla speranza – e, dunque, spostando un po’ il suo senso più profondo, prendo qui in prestito la bella espressione paolina, ricordata di recente da Papa Francesco in una delle sue celebrazioni nella Capella della Casa Santa Marta. Nel caso specifico della relazione del mio Paese con la Santa Sede, questa prospettiva razionale e dialogale costituisce un solido piano di convergenza, nella quale entrambi gli Stati possono avanzare congiuntamente. Dal punto di vista della Santa Sede, come scriveva nel 2008 l’attuale Segretario di Stato, la diplomazia si mostra come “l’arte della speranza”, per esempio, servendo il tentativo di “garantire in tutti i paesi e nel contesto internazionale più ampiamente, l’esercizio libero della missione della Chiesa”. Dal punto di vista del Brasile, è naturale e desiderabile che questa garanzia di libertà religiosa sia contemplata dall’esemplare Accordo siglato da entrambi gli Stati nel 2008, nel mentre della visita dell’allora Presidente Lula al Vaticano. La stessa convergenza continua a verificarsi nel piano in cui si da lo straordinario lavoro intrapreso dalla diplomazia vaticana a beneficio degli obiettivi condivisi con il Brasile. Come ha ricordato la Presidente Dilma Rousseff, nell’accogliere Papa Francesco a Rio durante la Giornata Mondiale della Gioventù del 2013, vi è un terreno esteso da coltivare insieme “a favore dei valori che condividiamo di giustizia sociale, diritti umani e pace”. Nel contesto latino-americano, è importante ricordare il messaggio contenuto nel Documento di Aparecida – risultato della V Conferenza Generale dell’Episcopato

Latino-Americano e dei Caraibi – CELAM, tenuta ad Aparecida, Brasile, nel 2007 - nel menzionare che “nel cuore e nella vita dei nostri popoli pulsa un forte senso di speranza, nonostante le condizioni di vita che sembrano offuscare ogni speranza.” Questo sentimento di speranza, tuttavia, “si nutre nel presente grazie ai doni e segnali di vita nuova che condivide; si compromette nella costruzione di un futuro di più grande dignità e giustizia ed aspira “a nuovi cieli ed una nuova terra” che Dio ci ha promesso nella sua dimora eterna”. Pur emanato da un documento che si riferisce primariamente ad una realtà regionale, questa forma di unire la speranza di ottenimento di un bene comune, al risultato di un’azione concertata nel presente per ottenere risultati positivi, si applica molto bene a tante azioni governative i cui obiettivi, oltre a puntare al benessere dei suoi connazionali cercano, al tempo stesso, di raggiungere il livello più alto possibile di interazione con altri paesi, obiettivo maggiore della diplomazia. È, di fatto, una grata soddisfazione – completamente affine al testo di Monsignor Parolin – poter contribuire, nei limiti del mio mandato di Rappresentante del Brasile presso la Santa Sede, a questo esercizio prospettico, razionale, speranzoso, dunque, volto alla costruzione di spazi di vita associata che contemplino il bene comune nelle linee di intercessione dei grandi interessi e valori della Santa Sede e del Brasile, sia nella sfera della gestione della cosa pubblica, tipica dello Stato, sia in quella della relazione trascendente, tipica della Chiesa.


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S.E. GERMÁN CARDONA GUTIÉRREZ Ambasciatore di Colombia presso la Santa Sede

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g. Professore Luciani hacemos referencia a su solicitud, con el fin de hacer llegar algunas reflexiones relacionadas con la disertación que hiciera Monseñor Pietro Parolin, sobre la diplomacia como arte de la esperanza. En nuestra opinión Monseñor Pietro Parolín como experto diplomático aborda de una manera profunda y acertada sus reflexiones sobre las relaciones de la diplomacia y esperanza, aludiendo a la frase pronunciada por el Papa Benedicto XVI en el saludo cuerpo diplomático acreditado ante la Santa Sede el 7 de enero de 2008, de acuerdo con la cual la diplomacia es en cierto modo el arte de la esperanza. En primer lugar analiza apropiadamente y por separado el significado de esperanza haciendo distinción entre lo que él llama esperanza humana y la esperanza cristiana como virtud teologal, pero al mismo tiempo no las separa, sino que por el contrario en su razonamiento detenido y metódico, encuentra puntos de convergencia y complementariedad. Coincidimos con Monseñor Parolín en el sentido de que la diplomacia es una realidad muy compleja, que involucra instituciones, personas y reglas que permiten a un Estado fomentar sus relaciones con otros sujetos del derecho internacional, y que a pesar de que ésta se ha instituido para promover la paz y la cooperación internacional, a veces se corre el riesgo de pueda ser utilizada negativamente. Igualmente compartimos en su totalidad el razonamiento conclusivo al calificar la diplomacia en esa alta visión de la que hablaba y ennoblecía Su Santidad Benedicto XVI, cuando ésta se ejerce con disciplina, con dedicación, con el fin de dar respuesta a los desafíos globales y dramas que vive la humanidad actual. Solo en ese caso tendría la posibilidad de convertirse en el arte de la esperanza, como la diplomacia que ha venido desplegando el Papa Francisco al promover en su discurso el diálogo y la negociación como los caminos para edificar la paz, la invitación que ha hecho a todos los Estados para luchar contra la pobreza, ayudar a los más débiles y a construir puentes combatiendo la globalización de la indiferencia.

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S.E. FERNANDO F. SÁNCHEZ CAMPOS Ambasciatore della Repubblica di Costa Rica presso la Santa Sede

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eflexiones sobre sabias reflexiones a la búsqueda de una diplomacia que sea esperanza para todos. “la diplomacia es tener abiertas a la humanidad perspectivas de esperanza, es decir, perspectivas de paz, de justicia y de progreso”. Mons. Pietro Parolin Ha sido para mí una agradable sorpresa tener acceso al preclaro texto “La diplomacia y el arte de la esperanza” escrito por Monseñor Pietro Parolín durante su periodo como Subsecretario para las Relaciones con los Estados de la Santa Sede. Ya a partir del título se deja entrever un viaje sobre un concepto de diplomacia que nos obliga a reflexionar a los representantes laicos que hemos sido honrados para dialogar, a nombre de nuestros Estados, con la Santa Sede y, en el caso de Costa Rica, luchar conjuntamente en los organismos internacionales a favor del desarme y de un mundo más pacífico y respetuoso consigo mismo y su medio ambiente; elementos que conjugan muy bien con la esperanza. Esta, siguiendo al Catecismo de la Iglesia Católica, se entiende como ese impulso que preserva del egoísmo y conduce a la dicha de la caridad; esa que, de acuerdo al Papa Emérito Benedicto XVI, es esencial “porque un mundo sin libertad no sería en absoluto un mundo bueno”. Así, esperanza y libertad se dan la mano en el difícil arte de la diplomacia contemporánea, en la cual la Santa Sede da una lucha paciente, sabia, de extraordinaria experiencia plurisecular enseñándonos a los representantes diplomáticos una vía ética para conducir nuestro quehacer utilizando las justas palabras que reflejen nuestro sincero pensamiento, para no ofender el profundo amor eterno de Dios por los hombres. Me sobrecoge su profundidad y da brío a mi cotidianidad desprender del escrito en cuestión que puedo y que debo, como ferviente católico y diplomático, ser no sólo un agente para las relaciones entre sujetos internacionales, sino también practicar ese “arte de la esperanza” para propiciar el bien común y, al decir del Papa Francisco, luchar para vencer la globalización de la indiferencia. Soy Embajador de un país que decidió desarmarse no por pobreza económica ni por irresponsabilidad internacional, sino por un compromiso ético consistente con la lucha por la paz y el desarrollo integral de la persona humana. Cuando inició ese peligroso período posbélico al finalizar la década de los ’40, un inspirado Jefe de Estado abolió el ejército para que nunca más los hijos de la patria se dedicaran al arte de la defensa de los intereses nacionales a través de la violencia y la muerte, sino que perseverantemente y con infinita paciencia contribuyeran a crear un estado de derecho donde precisamente el diálogo y no la fuerza, reine. Esto, como señaló incisivamente Monseñor Montini antes de saber siquiera de su excelso futuro, para practicar “el arte de crear y mantener el orden

internacional, es decir, la paz; el arte, quiero decir, de instaurar relaciones humanas, razonables, jurídicas entre los pueblos, y no por vía de la fuerza o del inexorable contraste y equilibrio de intereses, sino por vía del abierto y responsable reglamento”. Pero aún antes, cuando el imperio español se desboronaba ante la incesante expansión napoleónica y se recurre a llamar desde las provincias de las Américas a sus elegidos diputados para participar en las Cortes de Cádiz, la naciente visión de un estado respetuoso del derecho “de todos”, la dio nuestro representante (no por casualidad sacerdote), de humildes orígenes llamado Florencio del Castillo. Este, inclusive, llegó a alcanzar la Presidencia del foro. Desde ahí contribuyó a la gestación de la base de las que serían las Constituciones republicanas de la actual América Latina, y desde ahí proclamó “(…) que jamás perderé de vista estos detestables objetos de vil opresión de la racionalidad y derechos del hombre y los sagrados deberes que me impone la patria, con quien me hallo ligado por todos respetos”, mientras declaraba que el Congreso protegería la jurisdicción espiritual de la Iglesia y solicitaba que se permitiera (a Costa Rica) estructurar su propia política. Es así que nuestro diputado en las Cortes no sólo previó la formación del Estado costarricense, sino que rescató el concepto de derechos del hombre para integrarlo en las Constituciones. Un presbítero que se convierte en el primer diputado en las Cortes y que, al ser el primer enviado al exterior, me atrevo a afirmar que fue nuestro primer diplomático, para la honra de sus connacionales. Cuando Monseñor Parolin nos dice que “la diplomacia es tener abiertas a la humanidad perspectivas de esperanza, es decir, de paz, de justicia y de progreso” no puedo más que sentirme completamente identificado con el mensaje que traigo como Embajador de un país que cree en el desarrollo integral del ser humano, en el diálogo, en la protección de nuestro entorno vital y la constante construcción de la paz; y que busca practicar estos valores y hacerlos respetar en el ámbito internacional. Valga decir que Costa Rica y la Santa Sede están abiertamente hermanados en la defensa de estos valores en el concierto de las naciones. Me queda claro, luego de revisar el documento con interés, que llega a la Secretaría de Estado un hombre amplio, un noble hombre de orígenes humildes, que a fuerza de fe y de temperamento, se construyó un presente quizá ya indicado en su primer destino pastoral en la Iglesia de la Santísima Trinidad. No me cabe duda que, de la mano de la Providencia, será el colaborador ideal para el Santo Padre Francisco, y que pronto se convertirá en pilar que sostenga sin descanso las iluminadas iniciativas de un Papa que quiere a la Iglesia cerca de todos.


Carità

P o l i t i c a 17

S.E. ALFONSO ROBERTO MATTA FAHSEN Ambasciatore del Guatemala presso la Santa Sede

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eseo manifestar mi reconocimiento a la Asociación Internacional Caridad Política, por la invitación que me hiciera a reflexionar sobre el texto “diplomacia y el arte de la esperanza”, escrito por el entonces subsecretario para las Relaciones con los Estados, Monseñor Pietro Parolin, y que por su trascendencia se vuelve a editar con motivo de darle la bienvenida a su nuevo cargo.   Agradezco la oportunidad que se me brinda de poder, antes que nada, felicitar por este medio al ahora nuevo Secretario de Estado, Arzobispo Pietro Parolin, a quien desde estas líneas deseo auspiciar que en el desempeño de sus actividades pueda ser de gran ayuda para Su Santidad el Papa Francisco y,  por ende, de beneficio para nuestra Santa Madre Iglesia.   La diplomacia es un área que, en todos los tiempos, ha despertado y despierta gran interés, y en sus reflexiones el Exelentísimo Monseñor Pietro Parolin destaca las principales áreas de interés y trabajo de un Embajador, haciendo, no sólo un discernimiento magistral, sino también una profundización sobre un tema crucial, cual es la relación entre la diplomacia y la esperanza, y la determinación de qué esperanza se está hablando.   Considero muy acertada su postura al definir como primer paso, las vertientes que puede tomar el significado de la palabra ‘esperanza’ en todo su contexto; pero lo que más llama la atención, por su importancia, es el planteamiento de qué tipo de esperanza estamos tratando, es decir, la esperanza cristiana o la esperanza humana.   Es cierto que los hombres y con ellos los gobiernos, depositan su confianza en el ‘hombre-diplomático’ al encargarle una delicada misión en la que estén comprometidas vidas humanas, porque esperan que su intervención redunde en la salvación de esas vidas, utilizando todos los medios lícitos para ello.   En cambio la ‘esperanza’ vista desde su raíz teologal, es muy distinta, valdría decir, que se trata de una esperanza ‘finita’ <la humana> y una esperanza ‘infinita’ como muy claramente lo expresa Benedicto XVI en la Encíclica “Spe Salvi” mencionando una serie de hechos que llevan al extremo de las situaciones sin esperanza que vivían, por ejemplo, los Efesios, porque se encontraban en el mundo <sin Dios>, o Santa Josefina Bakhita, quien en el momento de conocer a Dios, al verdadero Dios, asevera con toda vehemencia, que ese es el significado de “verdadera esperanza”.   De igual manera comenta las consideraciones sobre la

diplomacia, alertándonos de su complejidad, ya que de ella participan un conjunto de personas caracterizadas por su habilidad y sagacidad, así como instituciones, con intereses opuestos la mayor de las veces, pero con la finalidad de alcanzar un acuerdo que satisfaga a ambas partes. Y nos alerta de su buen o mal uso. Y aquí cito sus palabras: “Está claro, entonces, que la diplomacia puede ser ‘arte de la esperanza’ sólo si se usa para el bien de todas las personas implicadas”.


18 C a r i t à

Po l i t i c a

S.E. CARL-HENRI GUITEAU Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede

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n exposant une vision de la diplomatie comme pratique de l’art de l’espérance compatible avec  le catéchisme de l’Eglise Catholique en la matière,   l’Archevêque Pietro Parolin inscrit ses propos au cœur  d’une problématique aussi vieille que l’histoire des nations.   La finalité de la diplomatie dans un monde de plus en plus à la merci de la loi du plus fort.   Un monde qui, au fil du temps, fait de moins en moins de place à l’ESPERANCE de millions d’hommes et de femmes en de  meilleurs lendemains.  Aspiration légitime au bonheur en ce monde qui se réalise pleinement, comme l’a si bien établi le conférencier, quand elle se fonde sur la foi en l’Amour Eternel de Dieu pour tous les hommes.   Problématique d’une cuisante actualité aujourd’hui vu le nombre grandissant de conflits qui émaillent la carte du monde . Etat de fait qui illustre les conséquences meurtrières d’une vision de la diplomatie privilégiant la défense d’intérêt par la ruse, le mépris de la personne humaine... par la force.   Aussi, aujourd’hui plus qu’hier,  est-il impérieux d’actualiser et de vulgariser l’approche prônée par l’Archevêque Pietro PAROLIN. Approche qui fait de l’ESPERANCE, cette aspiration que Dieu a inscrit dans le cœur de chaque homme, la boussole d’une vision de la diplomatie au service de la Paix.   Ainsi, consciente de la situation de l’humanité, cette diplomatie par sa culture du dialogue, par son sens de l’initiative, sa patience et sa persévérance, s’évertuerait à construire des relations humaines authentiques et durables entre les peuples. S’inscrivant ainsi au cœur du processus qui désormais ne détruira plus l’espérance, mais la confortera.   Dans ce monde globalisé, fondé sur l’inégalité et générateur de conflits, la pratique de l’art de l’espérance est et demeure une exigence morale. Exigence morale à laquelle ne saurait se dérober une diplomatie qui se veut l’artisan d’un monde délivré de l’égoïsme et de la cupidité... d’un monde de tolérance et de paix.


Carità

P o l i t i c a 19

S.E. CARLOS ÁVILA MOLINA Ambasciatore di Honduras presso la Santa Sede

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n el escrito, Moseñor Parolin nos ofrece una visión que orienta la práctica de recursos diplomáticos con los valores y principios personales cristianos que en el mundo deben estar presentes pues no importando el entorno en que se desenvuelvan ni el espacio o momento en que se ejecuten sus intervenciones, primordialmente a quienes corresponda ejecutar funciones diplomáticas, por la diginidad de que están investidas primordialmente como personas, por su pertenencia a la comunidad universal y como representantes de sus conciudadanos corresponde el comprender el que mantener y defender siempre el respeto y cuido del bienestar de su prójimo debe ser tarea diaria, comprometiendo el empleo de sus dones en la procura de lograr primero ante sí mismos y luego ante sus representados la decisión de velar porque siempre se priorice el bienestar de todos en su justa medida y equilibrio, permitiendo el que la confraternidad prime siempre. Porque la FE sin obras no evangeliza, no puede menos que identificarse en el escrito de Monseñor Parolin el llamado de la Santa Iglesia a que quienes reciben el honor de pertenecer al Cuerpo Diplomático, puedan poner su humilde cuota de contribución al servicio de la gran comunidad universal defendiendo no esperanzas humanas vanas y finitas o intereses particulares sino poniendo todo su empeño en la búsqueda incesante del BIEN COMUN en la humanidad que, con el ejemplo digno que genere la diplomacia conducida por la FE, identifiquen la esperanza cristiana como unico fin último en su búsqueda de la felicidad, que será también la felicidad de todos. No pueden concebirse fuera de esa finalidad las relaciones diplomáticas en las que, quienes forman parte de la comunidad diplomática tengan siempre presente el que sus intervenciones deben ser para, a la luz de la práctica de principios y valores, ser promotores del diálogo constructivo que parte de entregar primero de sí y de sus representados antes de exigir de las contrapartes puesto que, como nos promueve la oración de San Francisco de Asís; “... dando es como recibimos...”. Es precisamente el desprendimiento voluntario y con dolor el que destruye las acciones erroneamente emprendidas en el camino de que “el fin justifica los medios”. El escrito nos confronta además al pensar en lo difícil que resulta entender, desde la óptica del prójimo, la dimensión de sus necesidades e intenciones y mucho mas difícil se torna el comprender intereses en los

que no existe la transparencia que permita develar su razón de ser o sus intenciones, generando que los constructores de los acuerdos sean encomendados a defender y ganar posiciones utilizando todos los recursos que sean necesarios para alcanzarles, muchas veces comprometiendo valores éticos y morales. Es en este contexto en que los recursos diplomáticos deben construirse y cimentarse con y en la esperanza representada por la fe en que el prójimo debe recibir comprensión de sus propuestas velando siempre porque las mismas contribuyan siempre al BIEN COMUN. La diplomacia, como “instrumento para realizar las relaciones entre sujetos internacionales” debe significar un compromiso por mostrar siempre, a la luz de la esperanza cristiana, visiones y argumentos que faculten el transitar por un camino en el que la confianza entre las partes nutra el encuentro de voluntades y brinde amplios senderos en donde construir de lo impensable, reconocimientos y comprensiones para equilibrar intereses. Es pues el escrito, una re afirmación de que la diplomacia puede y debe ser el arte de la esperanza si quienes intervienen en ella son fieles a sus principios y amor al prójimo y actúan no como piedra de tropiezo en la búsqueda de la armonía de intereses sino mas bien como luz y fermento ante sus representados y luego ante el prójimo.


20 C a r i t à

Po l i t i c a

S.E. BAHAR BUDIARMAN Ambasciatore di Indonesia presso la Santa Sede

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iplomacy as the “art of hope”. After a careful reading of the speech that H.E. Mons. Pietro Parolin gave at Domus Carità Politica, on the occasion of the conference regarding the encyclical letter of His Holiness Benedict XIV, I was inspired to put some reflections on paper. Addressing to the diplomatic corps in 2008, Pope Benedict XVI himself said, “Diplomacy is, in a certain sense, the art of hope.” Furthermore he concluded with one short key sentence: “diplomacy must give hope.” The fact is diplomacy needs process to reach its goal. Common goals of international community need a long process and may be felt as a never ending process, such as the issues of poverty eradication, justice and peace. The above situation can make people lose their hope in a long wait. A long process to find solutions for certain international issues can eradicate the hope of many peoples for an expected settlement. It may create frustrations among them. The emergence of the state of mind of “diplomacy is the art of hope” can remind the international community on their duty to keep their diplomacy alive. Starting from this point, in a certain sense, it is true that diplomacy must give hope. When the diplomatic machine start working to find a solution to an important international issue, all eyes observe the process closely. It gives hope, but the result is not that easily reached, it may take years. Diplomacy should play an important role to convince all peoples through its continue works and tireless efforts that the truth will come, the justice will prevail, and the welfare can be pursued. I think, the ideal purpose of international relations, either bilateral or multilateral, is aimed to fulfill the hope of all mankind for creating a better world with a better life, common goals of the international community. Therefore, diplomacy should never lose its hope from time to time to reach its common goals. The most logical consequence if peoples lose their hope is the disruption of their faith. I believe that if peoples lose their hope and faith, practically they lose everything. They lose the valid reason to live on and to believe their God. Therefore, the failure of diplomacy will negatively affect both people’s hope and faith. Diplomacy as “art of hope” has given a religious touch in the realm of diplomacy. Apparently, it is the way of Pope Benedict XVI to remind to the international community that “an art of hope” contains awareness of the divine presence in any good effort for mankind. Thank you.


Carità

P o l i t i c a 21

S.E. MOHAMMAD TAHER RABBANI Ambasciatore della Repubblica di Iran presso la Santa Sede

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Nel Nome di Dio

onsignor Pietro Parolin, Segretario di Stato, nel suo articolo pubblicato nel volume Spe Salvi, dedicato all’Enciclica di Benedetto XVI, espone una riflessione chiara e pastoralmente illuminante sul concetto di vera diplomazia che è tale solo se si ispira agli insegnamenti religiosi. Egli, citando Paolo VI, scrive infatti che “la vera diplomazia è quella che tende alla pace, lavora per la pace, quella che si ispira a criteri morali e mira al vero bene della comunità internazionale” e aggiunge che “esercitare la diplomazia del suo senso migliore è tenere aperte all’umanità prospettive di speranza, cioè prospettive di pace, di giustizia, di progresso. In qualità di Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Santa Sede ritengo che la concezione della diplomazia presentata da Monsignor Pietro Parolin dovrebbe diffondersi soprattutto nel mondo d’oggi, afflitto da difficoltà e problemi così gravosi che per uscirne c’è per l’appunto bisogno di trarre profitto dalla diplomazia della speranza. Anche il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Ruhani nel suo programma politico, con la sua coraggiosa parola d’ordine Speranza e Discernimento, definisce lucidamente il concetto di diplomazia della speranza. Nel breve periodo che intercorre dalla sua elezione si è già visto il frutto di tale diplomazia nell’accordo nucleare raggiunto a Ginevra il 24 novembre scorso tra il Gruppo 5 + 1 e senza dubbio altri positivi risultati verranno conseguiti nel più lungo periodo. Con l’aiuto di Dio e con la solidarietà delle Guide religiose - in particolare con Papa Francesco – l’Iran, in qualità di Presidente di turno del Movimento dei Paesi non Allineati, può mettere a disposizione le proprie grandi potenzialità e svolgere un ruolo fondamentale nel creare un’alleanza mondiale di pace di contro alla violenza e all’estremismo proprio per instaurare a livello internazionale e regionale una pace duratura. A questo fine propongo la costituzione di un modello di diplomazia multilaterale ispirata ai valori religiosi - che usando espressioni di S.E. Hassan Ruhani, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, e di S.E.R. Mons. Pietro Parolin, Segretario di Stato, mi è caro definire Diplomazia della speranza e del discernimento - che sia di aiuto alla comunità internazionale per superare le gravi crisi sociali, economiche e spirituali.

Tale diplomazia, come viene sottolineato negli insegnamenti religiosi, deve perseguire gli alti e sublimi ideali di giustizia, della pace, della solidarietà e dello sviluppo, il cui fulcro è rappresentato dalla difesa della dignità umana. Nella nostra epoca la realizzazione di questa diplomazia è possibile attraverso il confronto e l’incontro tra gli uomini di religione. La Repubblica Islamica dell’Iran, in quanto ordinamento fondato sugli insegnamenti religiosi e morali dell’Islam, molti dei quali comuni al cristianesimo, e la Santa Sede come centro religioso che guida la Chiesa cattolica di tutto il mondo, possono fornire il meccanismo atto a elaborare il progetto suddetto di una diplomazia multilaterale ispirata appunto ai valori religiosi. Colgo l’occasione della pubblicazione di questo numero speciale di Carità Politica per formulare a Mons. Pietro Parolin le mie più sentite felicitazioni per la sua nomina a Segretario di Stato.


22 C a r i t à

Po l i t i c a

S.E. HABEEB MOHAMMED HADI ALI AL SADR Ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede

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apa Benedetto XVI ha individuato il nocciolo della questione quando ha identificato la diplomazia con l’arte della speranza, questo perché la diplomazia professionale, concreta e saggia è in grado, oltre di risolvere la crisi e creare iniziative di pace, di effettuare e realizzare i diritti delle persone, i loro interessi e i loro benefici. La diplomazia professionale non è una logica di minaccia e di intimidazione, ma opera attraverso il dialogo sobrio, la comprensione costruttiva, il rispetto reciproco prendendo in considerazione i punti di convergenza comune. Il buon negoziato è quello che ha la capacità di convincere, di persuadere ed è pieno di informazioni necessarie a raggiungere i suoi obiettivi per questo la diplomazia coincide con l’arte del negoziato rappresentando quindi scienza e arte allo stesso tempo... Scienza le cui regole vanno imparate, Arte i cui enigmi vanno scoperti. Basandoci su questo fondamento possiamo dire che la diplomazia è diventata la scelta strategica per eccellenza prima di qualsiasi altra. Senza questa scelta strategica non si può trovare un accordo tra conflitti d’ interesse e divergenze di opinioni. Per l’importanza della scelta e la sua inevitabilità bisogna accrescere la consapevolezza cognitiva in questo settore attraverso convegni, conferenze, tavole rotonde, workshops e tramite ricerche diplomatiche ufficiali e scientifiche sia palesi che segrete, oltre ad avvalersi della diplomazia parallela in mano ai comitati per le relazioni esterne nel consiglio dei deputati e nelle organizzazioni della società civile e dei gruppi in grado di influenzare gli uomini d’affari. Per questo Papa Paolo VI ha considerato la diplomazia l’arte di instaurare relazioni umane, ragionevoli fra i popoli. Non bisogna dimenticare che la diplomazia, finché si attiene al bene comune, può realizzare la pace internazionale avvalendosi della benedizione apostolica perché presente sia nel quadro storico disegnato dai grandi pontefici sia in quello di Mons. Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, sin dal tempo della sua nomina a sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati avvenuta il 7 dicembre 2008. La diplomazia opportunistica astuta, che crede nella teoria del fine giustifica i mezzi e vuole costruire gli interessi personali a scapito degli altri, viene invece rifiutata dalla comunità apostolica perché fuori dall’insegnamento religioso cattolico. Quindi in mancanza della benedizione di Dio e del suo sostegno, i nostri sforzi diplomatici non potranno mai raggiungere risultati positivi ed è per questo che noi

diplomatici dobbiamo riscoprire Dio dentro di noi e rafforzare la nostra fede all’interno della nostra anima. Solo allora saremo in grado di vedere la luce in mezzo alle tenebre e, guidati dal contenuto della fede divina, palpare la salvezza quando suona il campanello della perdizione. In mancanza di una visione basata sulla fede e su poteri metafisici si assiste dunque al crollo di ciò che era considerata la soluzione radicale. Tutte le profezie divine ci ammoniscono di fare attenzione all’egoismo dell’essere umano e di non basare le nostre scelte personali su principi indipendenti da Dio perchè le profezie hanno disegnato una strada retta che è rappresentata dalla fede sostenuta da determinazione, buona volontà e discorso equilibrato


‫‪P o l i t i c a 23‬‬

‫‪Carità‬‬

‫‪S.E. HABEEB MOHAMMED HADI ALI AL SADR‬‬ ‫‪Ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede‬‬

‫"الدبولماسية الرشيدة في المنظور الرسولي"‬ ‫بقلم‪ :‬حبيب محمد هادي الصدر‬ ‫سفير جمهورية العراق لدى الفاتيكان‬ ‫لقد أصاب قداسة البابا (بندكتس السادس عشر) كبد الحقيقة عندما عرف (الدبلوماسية) ب ـ (فن إبتكار األمل) ذاك ألن‬

‫الدبلوماسية المهنية الواقعية الحكيمة قادرة فعال على إحقاق الحقوق ورعاية المصالح وتبادل المنافع ونزع فتيل األزمات وبسط‬ ‫مبادرات السالم‪ .‬ليس بمنطق التهديد والوعيد بل من خالل الحوار الرصين والتفاهم البناء واإلحترام المتبادل وتلمس نقاط التالقي‬

‫ال مشتركة‪ .‬فالمفاوض البارع الذي يمتلك ناصية اإلقناع واللباقة واللياقة والمدجج بالمعلومات الالزمة عن الطرف اآلخر هو الذي‬ ‫يتمكن من بلوغ مراميه‪ ،‬حتى أصبحت الدبلوماسية مقترنة ب ـ (فن التفاوض) للوصول الى ما هو ممكن ‪ ،‬فهي علم وفن في ذات‬

‫الوقت ‪ ...‬علم يجب تعلم قواعده وفن يتعين الوقوف على أس ارره‪ .‬وعلى هذا األساس أصبحت الدبلوماسية هي الخيار‬

‫اإلستراتيجي األول يسبق التفكير بأية خطوة أخرى‪ .‬إذ ليس من الممكن بدونه التوفيق بين المصالح المتعارضة ووجهات النظر‬

‫المتباينة وتجنب غوائل اإلحتماالت السلبية‪ .‬وألهمية هذا الخيار وحتميته البد من تنمية الوعي المعرفي في هذا المجال عبر‬ ‫تنظيم الندوات والحلقات الثقافية وورش العمل واعداد البحوث والدراسات بمتطلبات الدبلوماسية الرسمية ببعديها العلني والسري‬

‫فضال عن الدبلوماسية الموازية التي تضطلع بمهامها لجان العالقات الخارجية في المجالس النيابية ومنظمات المجتمع المدني‬ ‫وجماعات الضغط وأصحاب المصالح من رجال األعمال‪ .‬وعلى أساس هذه المعطيات إعتبر قداسة البابا الراحل (بولس‬ ‫السادس) الدبلوماسية بأنها (فن توطيد العالقات اإلنسانية بين الشعوب)‪ .‬كما الننسى أن الدبلوماسية ما دامت تسعى إلى الخير‬

‫المشترك وتحقيق السلم الدولي فإنها يمكن أ ن تحظى بالمباركة الرسولية ألنها تندرج في اإلطار الذي رسمه األحبار المعظمون‬

‫وسلط عليه المونسنيور (بارولين) سكرتير عام الدولة لحاضرة الفاتيكان الضوء مذ كان يشغل منصب وكيل أمين سر العالقات‬

‫بين الدول بتاريخ ‪ 1002/21/7‬م ‪.‬‬

‫أما الدبلوماسية اإلنتهازية الماكرة التي تؤمن بنظرية (الغاية تبرر الوسيلة) والتي تريد بناء المصلحة الذاتية على حساب‬

‫اإلضرار باآلخرين فهي الدبلوماسية التي تمقتها األوساط الرسولية ألنها ال تتسق مع مبادىء التعليم المسيحي‪ .‬حيث أن الثقافة‬ ‫الكاثوليكية تؤكد لنا على الدوام بوجوب التمسك بالنزاهة والمصداقية واألمانة الموضوعية وفوق ذلك التحلي ب ـ (الرجاء) الذي هو‬

‫إنعكاس إليمان المرء باهلل "عز وجل"‪.‬‬

‫فمهما بذلنا من مجهودات دبلوماسية مضنية فإن لم تنل مباركة اهلل وتأييده فإنها لن تؤتي بما نتطلع إليه من نتائج‪ .‬لذا‬

‫يتعين علينا نحن معشر الدبلوماسيين أن نعيد إكتشاف اهلل فـ ـ ـي أعماقنا وأن نع ـ ـ ـزز مخزون اإلي ـ ـمان في نفوسنا فحينئذ نستطيع‬

‫أن نبصر نو ار وسط الظالم الحالك وأن نتلمس الخالص حين يدق ناقوس الضياع‪ ،‬إسترشادا بمضامين هذه المعادلة اليقينية‬

‫اإللهية‪ .‬ففي ظل غياب ال رؤية اإليمانية وتجاهل القوى الغيبية فإننا قد نشهد إنهيار ما كنا نحسبه إنجا از مبه ار أو حلوال جذرية‪.‬‬ ‫فكل النبوءات السماوية المقدسة تحذرنا من اإلتكال األحادي على المساعي البشرية لحل المعضالت المعقدة واحالل السالم‬ ‫المنشود‪ .‬ألنها رسمت لنا الطريق القويم وهو اإليمان المدعم بالعزم الخالص والسعي الدائب والخطاب المتوازن‪.‬‬ ‫‪1‬‬


24 C a r i t à

Po l i t i c a

S.E. EVRONY ZION Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede

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onsignor Parolin, come è noto, è un ottimo diplomatico e nel suo incarico passato, in Segreteria di Stato di sotto-segretario della sezione per i rapporti con gli stati, si è occupato di seguire, tra le altre cose, i rapporti tra Israele e Santa Sede. Apprezzo molto l’iniziativa dell’Associazione Carità Politica di dare il benvenuto all’Arcivescovo Pietro Parolin nel suo nuovo incarico di Segretario di Stato e ho letto con interesse le Sue riflessioni sul tema: “La diplomazia è l’arte della Speranza”. La speranza è un sentimento che accomuna tutta l’umanità ed è ben presente nel testo biblico a partire dal momento della creazione. Gli ebrei nel corso della loro storia millenaria, nonostante tutte le avversità, hanno sempre saputo mantenere viva la speranza. Il nostro inno nazionale “Ha tikvà” è un inno che parla di speranza. Il popolo ebraico ha pregato e sperato per il suo ritorno alla Terra di Israele, per duemila anni. Secondo lo scrittore Erri De Luca, originariamente la parola ebraica per dire “speranza” “tikvà” significava anche “corda” ed esprimeva l’idea di un legame, una consapevolezza di non essere soli, la necessità di intrecciare nodi, relazioni. L’arte della diplomazia consiste anche nella capacità di costruire rapporti, legami, di non reciderli, mantenendo così vivo un dialogo. Come sostiene Monsignor Parolin nel suo discorso la diplomazia “può essere arte della ‘speranza’ solo se viene usata per il bene di tutti coloro che essa coinvolge.” Monsignor Parolin, inoltre, evidenzia che “il fallimento della diplomazia porta sovente a ricorrere all’uso della forza…Quindi nel suo senso migliore, esercitare la diplomazia è tenere aperte all’umanità prospettive di speranza, cioè prospettive di pace, di giustizia, di progresso.” Anche la diplomazia presenta imperfezioni, un rovescio della medaglia e, monsignor Parolin, a tal proposito, cita le parole di Paolo VI in riferimento ad un’idea della diplomazia legata al pensiero di Nicolò Machiavelli dandone una connotazione negativa. Concordo con le conclusioni del discorso che ci invita ad avere una “visione alta della diplomazia” e ci ricorda che è necessario “contribuire a dare una risposta alle sfide sempre più globali e sempre più drammatiche per un’umanità, che ci appare per questo soprattutto bisognosa di poter continuare a sperare”: Per la diplomazia Israeliana, adesso, la speranza più grande è riuscire a raggiungere la pace con tutti i nostri vicini, ma specialmente con i palestinesi.


Carità

P o l i t i c a 25

S.E. FRANCESCO MARIA GRECO Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede

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esidero premettere che la definizione della “diplomazia come arte della speranza” ha suscitato in me indubbia emozione, per il profondo significato che essa attribuisce alla professione a cui ho già dedicato quaranta anni di vita. La lettura dell’interessante e suggestivo intervento del Segretario di Stato, S. E. l’Arcivescovo Pietro Parolin, mi ha ricordato uno dei testi più importanti adottati in occasione del Concilio Vaticano II, di cui abbiamo appena celebrato il 50° anniversario, ossia la Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes”. Voglio in particolare soffermarmi sul capitolo dedicato alla promozione della pace nella comunità internazionale. In esso si richiama il dovere di ogni essere umano, e dei cristiani in primis, a collaborare per stabilire una pace fondata sulla giustizia e sull’amore e ad apprestare i mezzi necessari per il suo raggiungimento. E la diplomazia è proprio uno dei principali strumenti per raggiungere tale scopo, come arte del negoziato e del dialogo. Essa può a volte risultare ridondante, con i suoi Vertici e le sue Conferenze internazionali, ma proprio perseverando nel dialogo, anche quando ci si trova in una situazione di stallo, essa riesce spesso, con un lavoro minuzioso, a individuare vie alternative all’uso della forza. Tale perseveranza è il più chiaro esempio di come la diplomazia sia l’arte del coltivare la speranza. Lo stesso diritto internazionale, che della diplomazia è figlio, non è altro che il frutto della speranza di porre ordine in quell’ambito, di per sé caotico, della convivenza fra nazioni, sostituendosi alla legge del più forte. Le parole del Papa Emerito, da cui la riflessione prende spunto, ci richiamano però anche a un imperativo ulteriore: nel compiere il suo dovere il diplomatico risponde certamente agli ordini del proprio Paese, al servizio del quale presta la sua opera e a cui è legato da un obbligo di fedeltà; ciò non toglie che egli dovrebbe essere altresì guidato dal senso di una responsabilità più alta, che trascende i confini del suo Stato estendendosi all’intera comunità internazionale. Quando l’operato dei diplomatici si ispira, oltre che agli interessi nazionali, ai valori della giustizia, della libertà, della tolleranza e del rispetto reciproco, allora anch’essi possono diventare operatori di pace. Il fine supremo della diplomazia dovrebbe quindi essere il mantenimento della pace fra i popoli, perché l’umanità possa vivere in prosperità senza essere travolta dagli orrori dei conflitti; ciò ancor più per il nostro Paese, che ai sensi dell’Art.11 della Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. In breve, cercare un equilibrio fra princìpi e interessi, fra valori e realpolitik.

Del resto la diplomazia non si dispiega solo ai massimi livelli, per risolvere le controversie tra Stati, ma anche in azioni apparentemente minori e meno conosciute, ma non per questo meno importanti; si pensi all’attività consolare e all’assistenza prestata a persone in gravi difficoltà, come ad esempio il trasferimento di emergenza di un malato grave da un Paese ad un altro o l’attività svolta in occasione di catastrofi naturali. Anche in questo caso il diplomatico diventa strumento della speranza di salvezza. Voglio concludere ricordando una grande ed emozionante pagina della storia diplomatica più recente, scritta dal Santo Padre Francesco, le cui iniziative assunte in prima persona per opporsi all’intervento armato in Siria hanno certamente avuto una straordinaria portata politica destinata ad andare oltre la crisi in atto in quel Paese.


26 C a r i t à

Po l i t i c a

S.E. MARIANO PALACIOS ALCOCER Ambasciatore del Messico presso la Santa Sede

Que nadie se haga ilusiones de que la simple ausencia de guerra, aun siendo tan deseada, sea sinónimo de una paz verdadera. No hay verdadera paz sino viene acompañada de equidad, verdad, justicia, y solidaridad. Juan Pablo II

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l epígrafe del beato Juan Pablo II da en escasas líneas un diagnóstico inapelable sobre la realidad internacional de nuestros tiempos y condensa el espíritu que infunde a México y a la Santa Sede en su actuación internacional. Por ello, acojo con gusto la invitación que me formula la Asociación Internacional Carità Politica para comentar el artículo que Mons. Pietro Parolin, entonces Subsecretario para las Relaciones con los Estados, dio a la imprenta en 2008 y que dedicó a la diplomacia de la Santa Sede como ulterior instrumento pontificio para mantener viva la esperanza y alcanzar la paz. Ello me complace particularmente, por hallar innumerables coincidencias en el ejercicio de la diplomacia de la Santa Sede y de México, que nos hermanan en torno a los valores universales y a su práctica como herramienta privilegiada para servir a la familia humana. Los principios de política exterior consagrados en la Constitución nacional, establecen como elementos rectores de nuestra actuación internacional la búsqueda constante por la solución pacífica de las controversias; la proscripción de la amenaza o el uso de la fuerza en las relaciones internacionales; la igualdad jurídica de los Estados; la cooperación internacional para el desarrollo; el respeto, la protección y la promoción de los Derechos Humanos y la lucha por la Paz y la Seguridad Internacional, entre otros, que compartimos plenamente con la Santa Sede en la acción común por brindar esperanza a la familia humana y a la Comunidad de Naciones. Así, gracias a una visión compartida y al inalterable deseo por construir un mundo justo y equitativo, nuestra actuación común en los últimos años ha dado abundantes ejemplos de colaboración estrecha que incluyen la lucha contra el tráfico de armas y de personas, la abolición universal de la pena capital, la desnuclearización, el desarrollo sostenible y el deseo por alcanzar las metas post 2015, la protección al medio ambiente, a los migrantes y otros temas que contribuyen a fincar la “verdadera paz” a la que aludía Juan Pablo II. Para los teóricos de las relaciones internacionales, formados bajo las rígidas doctrinas de pensadores como Cohen, Aron, Nicolson, Berridge o Morgenthau y divididos entre las corrientes del realismo o del idealismo, tradicionalistas o behavioristas, la definición

que Mons. Parolin desglosa sobre la diplomacia como el “arte de la esperanza”, ofrece calidez y sosiego en contraposición a conceptos ásperos como “elemento de poder nacional”, “búsqueda de equilibrio”, “impulso del interés patrio” y otras definiciones surgidas de una sociedad internacional confrontada que apunta a la defensa de lo propio, a la expansión sobre lo ajeno o a la búsqueda de una cuidadosa mesura para no alterar el status quo prevaleciente. La diplomacia entendida como lo apunta el actual Secretario de Estado, sintetiza en un concepto el anhelo colectivo de una sociedad internacional globalizada consciente de las carencias del sistema actual que clama por mayor justicia, equidad y responsabilidad compartida en la solución de los problemas que a todos nos aquejan. No resulta ajeno para el observador internacional, el constatar el peso que la comunidad de naciones concede a la Santa Sede para moderar y normar criterios en el ámbito internacional, por ello, la definición que sobre diplomacia se nos ofrece como el “arte de la esperanza” debe conformar la base sólida para una nueva, urgente y necesaria teoría de las relaciones internacionales que responda a los retos que impone el siglo XXI, guiando a nuestras sociedades y gobiernos a ejercer una diplomacia constructiva y propositiva, solidaria, abierta al diálogo y a la prevalencia del Estado de Derecho. Sólo así, podrá cimentarse la verdadera paz acompañada de equidad, verdad, justicia que tanto ansiaba Karol Wojtyła. México y la Santa Sede, convencidos de la necesidad de trabajar juntos para alcanzar las metas que protegen, fortalecen y benefician a la familia humana en todos sus aspectos, no cejarán esfuerzos por hacer de su diplomacia una herramienta útil que para la consecución de la paz, binde siempre un ramo de olivo.


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S.E. JEAN-CLAUDE MICHEL Ambasciatore del Principato di Monaco presso la Santa Sede

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i fronte a un’esegesi così completa ed esaustiva come quella dell’attuale Ecc.mo Segretario di Stato, appare arduo anche solo commentare un documento così ben calibrato e ricco di contenuti. La speranza, certamente, nella comune accezione “laica” del termine è certamente l’auspicio che una situazione di difficoltà personale o generale possa essere superata attraverso una “mediazione” diplomatica, un colloquio una coincidenza di situazioni favorevoli, che portino, mercé l’impegno umano, ad una positiva conclusione dell’evento. Di certo, la speranza, cristianamente intesa, è ben altra cosa, è come noto, una delle Virtù Teologali, cioè l’aspirazione dell’uomo ad un perfetto sodalizio con Dio, la speranza appunto, “per la quale desideriamo il Regno dei Cieli e la vita eterna come nostra felicità”. È ovvio che c’è ben poco di Macchiavelli in tutto ciò. È Dio il baricentro della “speranza” cristiana. Non c’è dubbio almeno per i credenti. In che modo poi la diplomazia possa divenire “arte della speranza” è non facile spiegare. Trovo, però, fondamentale che se la diplomazia viene utilizzata come tramite, strumento per il bene comune, o almeno per il bene di coloro che si identificano come il “popolo”, ecco che in quel momento, si realizza la meravigliosa sintesi tra la speranza del cristiano e quella della cosiddetta società civile. Mutuo e condivido perfettamente, sebbene con il dovuto reverenziale rispetto, le parole di Papa Paolo VI quando definisce l’agente diplomatico moderno come <<l’artigiano della pace, l’uomo del diritto, della ragione, del dialogo, e del dialogo sincero>>. È con questo spirito che bisognerebbe sempre porsi al proprio interlocutore (e non antagonista), aggiungo con l’umiltà e la saggezza che sono propri di questa plurisecolare “missione” che ho l’alto onore di condividere con i colleghi di molti Paesi del mondo presso il Vicario di Cristo, Successore dell’Apostolo Pietro e la Santa Sede.

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S.E. JOSÉ CUADRA CHAMORRO Ambasciatore del Nicaragua presso la Santa Sede

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e honra tener la oportunidad de exponer y al mismo tiempo agradecerLe Prof. Luciani, por su amable comunicación, sobre todo de poder compartir junto a Ustedes reflexiones sobre temas tan importantes, signficativos en nuestro cotidiano vivir, a nivel general, en nuestas representaciónes, con personas de la vida cotidiana, encontradas en nuestras oficinas, como también con personalidades muy en el ambiente, como sòn las relaciones con otros Estados. Retomo las palabras de S.E. Mons. Parolin, “..... me ha sido confiada la tarea de presentarles algunas reflecciones....”, con este sentir, le puedo agregar mis reflecciones sin entrar en mérito a lo expuesto en lo que es definir los términos, de estas temàticas, puntos importantes para saber y acordarnos de qué hablamos, y sobre todo, que hablamos del mismo tema. Pienso que la “Diplomacia es un Arte”, aqui agrego poco de mi parte, ya que en el artìculo se expresan la mayor parte de los conceptos, compartidos, en modo claro; aquì me permito solo agregar que ésta – la Diplomazia” -, nos lleva a realizar lo mejor, lo bello, lo grandioso por compartir caminos a fines, en particular a la dedicaciòn del fin ùltimo, la “Persona HUMANA”, que pone toda su esperanza, como humano y Cristiano:... poniendo nuestra confianza en las promesas de Cristo (Catequismo de la Iglesia católica, n. 1817). Es a la luz de este concepto, fundamental, que nuestro camino se desarrolla en dedicarnos a un “deber de proteger”, (Benedicto XVI, 18-04-2008, ante la Asamblea General de la ONU ), a cualquier costo, el derecho a construir un mundo mejor, un mundo en el cuàl la construcciòn de la Paz sea para todos nosotros, deber y derecho hacia la Libertad Humana, Cristiana o no Cristiana, en la cuàl se concretizan nuestros esfuerzos necesarios, eficaces y sobretodo eficiente en nuestras relaciones, de tipo politico, econòmico, intercultural, religioso (otras religiones no Cristianas). Es asì que la Diplomazia como arte y el arte de ponerse como un Diplomàtico, comprende el deber y el derecho hacia la persona a la luz de la vida cristiana en funciòn del ùnico modelo “Cristo como cabeza de la Iglesia” y centro del universo de nuestras relaciones: a nivel nacional o de situaciones internacionales, hacia las exigéncias no solo teòricas, sino en uniòn a las exigéncias de nuestra vida real, cotidiana, actualizàndonos al mundo en el cuàl hoy vivimos, hacia el servicio del bien comùn, hacia el servicio de la persona.

Concludo estas pocas reflecciones, Agradeciéndo nuevamente, y hago propicia, la oportunidad para testimoniarLe, a S.E. Mons. Parolin las seguridades de mi alta y distinguida consideración. Que en este su nuevo camino, como Secretario de Estado de Su Santidad, nuestras oraciones, lleguen junto al amparo de nuestra madre la Virgen Marìa, para que seàn motivo de fortaleza.


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S.E. BOGDAN TĂTARU-CAZABAN Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede

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ans un de ses plus beaux essais, le philosophe Gabriel Marcel faisait ces remarques subtiles et particulièrement pertinentes sur l’espérance  :  «  Il est manifeste qu’il y a dans l’espérance quelque chose qui dépasse infiniment l’acceptation, ou plus exactement on pourrait dire qu’elle est une non-acceptation, mais positive, et qui par là se distingue de la révolte. La nonacceptation peut en effet n’être qu’un raidissement ou une contracture ; pour autant qu’elle est cela, elle est une impuissance, elle peut devenir comme son contraire, l’abdication, une façon de se défaire ou de se démettre. La question capitale pour nous est de savoir comment elle peut prendre ce caractère positif. Comment, n’acceptant pas, puis-je non pas me crisper, mais au contraire me détendre dans cette non-acceptation ? »1. L’analyse de Gabriel Marcel ne s’arrêtait pas là. Elle introduisait des notions telles que «  patience  », «  confiance  », «  fidélité  » pour mieux déceler le mystère d’une réalité intérieure qui peut produire, par sa force invisible, des fruits au plan des actions concrètes. Cette réalité apparemment fragile et pauvre n’est autre que l’espérance, « cette petite espérance qui n’a l’air de rien du tout »2, trop souvent mal comprise comme optimisme, naïveté, excès de confiance, manque de réalisme et d’attitude critique. Mais étant donnée cette confusion assez répandue entre l’espérance et sa caricature ou ses falsifications, est-ce qu’on peut envisager un rapport entre diplomatie et espérance, entre l’action prudente et avertie et ce qu’on est enclin à entendre comme une disposition d’âme pieuse ? La réflexion que monseigneur Pietro Parolin a menée en 2008 à partir d’une suggestion de Benoît XVI adressée au corps diplomatique, nous encourage à poursuivre ce chemin  ; il approfondit d’une manière convaincante, évoquant plusieurs fois la pensée de Paul VI, la possibilité et la pratique de la diplomatie en tant qu’ « art de l’espérance », mettant en relief les vertus et les moyens de le réaliser : le dialogue, la rencontre, l’appel à la raison, la capacité de mettre ensemble les parties qui s’opposent et trouver des solutions positives aux conflits3. Dans cette perspective, la diplomatie est appelée à répondre non seulement aux intérêts, mais d’une façon plus fondamentale aux aspirations légitimes des personnes qui se trouvent dans des situations dramatiques, marquées par la violence et l’humiliation. C’est ainsi que le travail diplomatique, lorsqu’il se met au service de la dignité de la personne et qu’il prend en considération l’urgence des situations humainement intolérables, entre dans un rapport essentiel et efficace avec l’espérance et devient son instrument : « Quindi, nel suo senso migliore – nous rappelait à juste titre monseigneur Parolin – esercitare

la diplomazia è tenere aperte all’umanità prospettive di speranza, cioè prospettive di pace, di giustizia, di progresso »4. Donc, espérance veut dire – dans le langage de la diplomatie – paix, justice, progrès au sens du développement intégral de la personne. Il s’agit certainement d’un devoir envers l’humanité de l’homme qui n’accepte pas l’impossibilité de trouver une solution à la violence et à l’injustice. Car dans l’espérance il y a, malgré les confusions, cette approche critique qui s’ouvre toujours vers le dépassement d’une situation qui tient en captivité l’humain – une nonacceptation, dont parlait Gabriel Marcel, qui ne s’arrête pas à la négation, mais qui œuvre, fidèle à la vocation profonde de l’homme, en faveur d’une solution de dignité. N’est-ce pas cela l’art d’explorer le possible là où l’impossible semblerait définitif ? Or, cet effort implique patience, confiance dans l’autrui, créativité pour le bien commun, capacité de susciter le sens de la fraternité. Ce sont les ingrédients de l’espérance comme vecteur de la transcendance, comme pouvoir de percer vers un horizon qui dépasse les blocages du présent. On peut saisir ainsi le sens de la vision du Pape François sur la « dimension prophétique » de l’action diplomatique qui est précisément une dimension d’espérance : « non si tratta di abbandonare quel sano realismo che di ogni diplomatico è una virtu non una tecnica, ma di superare il dominio del contingente, il limite di un’azione pragmatica che spesso ha sapore dell’involuzione. Un modo di pensare e di agire che, se prevale, limita qualsiasi azione sociale e politica e impedisce la costruzione del bene comune. La vera utopia del bene, che non è ideologia né sola filantropia, attraverso l’azione diplomatica può esprimere e consolidare quella fraternità presente nelle radici della famiglia umana e da lì chiamata a crescere, a espandersi per dare i suoi frutti»5. Penser la diplomatie en termes d’espérance, qui n’est pas « de l’optimisme », mais avant tout « un risque  », «  une vertu risquée  »6, comme nous a récemment rappelé le Pape François, relève d’une démarche essentiellement éthique dans les relations internationales. C’est le travail patient et persévérant d’un « artigiano della pace, l’uomo del diritto, della ragione, del dialogo, e del dialogo sincero »7 qui se met au service de la dignité de la personne et du bien de la « famille des nations ». Ce sont là les traits d’un portrait de la diplomatie pontificale qui participe depuis des décennies à la construction de la paix et de l’ordre juridique international avec la conscience d’un service rendu à l’humanité toute entière et qu’incarne de façon éminente S. E. Monseigneur Pietro Parolin, Secrétaire d’Etat de Sa Sainteté.

1 - Gabriel Marcel, « Esquisse d’une phénoménologie et d’une métaphysique de l’espérance  », in Homo viator. Prolégomènes à une métaphysique de l’espérance, Aubier-Montaigne, 1944, p. 51-52. 2 - Charles Péguy, Le Porche du mystère de la deuxième vertu (1929), Gallimard, 1986, p. 21  : «„Ce qui m’étonne, dit Dieu, c’est l’espérance./Et je n’en reviens pas./Cette petite espérance qui n’a l’air de rien du tout/ Cette petite fille espérance./ Immortelle ». 3 - Mgr. Pietro Parolin, «  La diplomazia è l’arte della speranza  », in Associazione Carità politica, Spe salvi. Riflessioni di Responsabili dei dicasteri della Curia Romana e di Ambasciatori accreditati presso la santa sede sull’Enciclica di Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2009, p. 76.

4 - Idem. 5 - Pape François, « Prefazione al libro del Cardinale Tarcisio Bertone sulla diplomazia pontificia », in L’Osservatore Romano, 10 novembre 2013. 6 - Cité par la Radio Vaticana, http://www.news.va/fr/news/le-pape-francoiset-lesperance-chretienne. 7 - Paul VI cité par mgr. Pietro Parolin, «  La diplomazia è l’arte della speranza », p. 75.


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S.E. DANIEL RAMADA PIENDIBENE Ambasciatore dell’Uruguay presso la Santa Sede

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aro Profesor Alfredo Luciani es para mí un honor, y al mismo tiempo una alegría, responder a vuestro pedido de hacer un breve comentario sobre la ponencia que el flamante Secretario de Estado de la Santa Sede, S.E. Mons. Pietro Parolin, realizara en noviembre de 2008, con ocasión de un encuentro de Carità Politica, sobre la diplomacia y el arte de la esperanza. Antes que nada se trata de una exposición que conjuga en forma profunda y armónica la doctrina magisterial reciente sobre la esperanza como virtud teologal, con el sentido de las esperanzas humanas en el contexto plural de la sociedad internacional. Inscribe, además, la tarea diplomática, en el marco teológico que funda la acción eclesial al tiempo que subraya los ejes que orientan la labor profesional de quienes la ejercen desde una opción confesional cristiana. Un mundo complejo y fragmentario En continuidad con el texto recibido y como fruto de la reflexión que motivó su lectura, quiero centrarme en la tarea del diplomático ante el desafío de la llamada sociedad multipolar y en especial de la complejidad internacional en la fase de posmodernidad que sucedió a la Guerra fría. La reflexión será breve, casi al límite de lo esquemático, dada la pequeña dimensión asignada a los textos solicitados. Gaudium et Spes enseñaba, hace casi cincuenta años, que “los gozos y esperanzas, los dolores y las angustias los hombres de nuestro tiempo, sobre todo de los pobres y de cuantos sufren, son a la vez gozos y esperanzas, tristezas y angustias de los discípulos de Cristo.”1 Este texto, mayor, del Concilio Vaticano II, leído, meditado y repetido casi como una letanía por este “discípulo de Cristo”, sigue suscitando nuevas reflexiones.2 Veamos algunas: Para fundamentar que sí existe un espíritu del Concilio –o al menos existió y debería seguir siendo cultivado– subrayo con frecuencia a colegas e interlocutores que el texto original del célebre Esquema XIII comenzaba diciendo Gaudium et luctus.3 Esta formulación fue modificada a posteriori para que el nombre de la Constitución reflejara el mensaje de esperanza que movía a los Padres conciliares y que Pablo VI definió, pocas horas después de su solemne promulgación, como una visión deliberadamente optimista del hombre.4 Por otro lado, los hombres de este tiempo posmoderno, en cierto modo, no viven en la misma sociedad de los

hombres de aquel tiempo entre los que, por razones generacionales, también yo me contaba en el lejano 1965. “Nuestro tiempo” en las palabras del Concilio alude a un mundo que, de alguna manera, ya no existe más. Sin embargo, “los pobres y cuantos sufren” no sólo siguen existiendo, en realidad se han multiplicado sobre la faz de la tierra. En 1967 Herbert Marcuse reflexionaba sobre “El fin de la utopía”5 y en 1992 Francis Fukuyama nos anunciaba “El fin de la Historia”.6 Entre tanto Ernst Bloch7 y Karl Mannheim,8 desde sus tiempos, habían interrogado a los hombres de aquellas generaciones sobre la relación entre ideología, utopía y esperanza. La esperanza, como virtud teologal, pasaba a desdoblarse en el terreno secular y político. Moltmann se sumó a la reflexión desde el ángulo de la dogmática protestante9. Sin embargo, terminada la guerra fría el mundo bipolar se fragmenta en multipolaridades que sumergen a la sociedad en una nueva era, llamada global, en la que el método discursivo de la comunicación escrita como eje principal de reproducción cultural y civilizatoria pasa a ser desplazado por el mundo de las imágenes, un bombardeo icónico de todo tipo de informaciones –no importa si verdaderas o falsas, pertinentes o impertinentes, reales o adulteradas por programas informáticos de procesamiento gráfico, convenientes o inconvenientes para públicos de temprana edad– que llegan desde los más diversos ángulos y aparatos electrónicos en “tiempo-real”.10 Se trata de una cultura, sincrónica, del impacto sensorial directo en un puro presente. Tiempo real equivale a un cúmulo de flashes y momentos sucesivos que no vienen de una memoria ni dejan huellas más allá de su fugacidad. En realidad no dejan huellas en la incorporación del conocimiento como proceso diacrónico, pero sí dejan heridas que pueden ser profundas. Carl Gustav Jung decía que la etimología es el camino que lleva de la palabra al arquetipo. El método discursivo de incorporación del conocimiento mediatizaba el impacto visual mediante el filtro de los conceptos. El nivel profundo, arquetípico, quedaba protegido por un itinerario epistémico donde la decodificación era mediatizada en términos semánticos por un proceso lingüístico, oral y escrito. En cambio en el aprendizaje icónico –que para los niños de este tiempo comienza antes incluso de desarrollarse el lenguaje hablado– el mensaje visual y auditivo impacta inmediata y directamente en el plano profundo, simbólico, arquetípico. Finalmente, la multipolaridad posmoderna parece


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esconder cierta mono-polaridad centralizada en el poder financiero. De hecho una simple noticia virtual generada en un diminuto puñado de agencias evaluadoras de riesgo –nuevamente: verdadera o falsa, transparente o camuflada, consistente o manipulada a través de variables sobre o sub calificadas– trae como consecuencia instantánea (“tiempo real”) la quiebra de bancos, la caída del empleo en países o empresas, el crecimiento de la pobreza y aún la miseria en las periferias reales del sistema social, que durará hasta que los mismos centros consideren que es oportuno decretar o declarar la finalización del ciclo. El fin de las utopías –que supongo irreversible como proceso civilizatorio– trae la fragmentación y hasta la banalización de las esperanzas. La diplomacia en el contexto de la cultura posmoderna Se acaba de enumerar algunos de los desafíos del momento (kairós) que le toca vivir al diplomático en el mundo contemporáneo. Ahora bien ¿es posible ejercer la función de mediación y proyección hacia el acuerdo de partes en un universo de interacción entre sujetos de derecho marcado por la inestabilidad, el vértigo y hasta la fugacidad? Pienso que sí. Sin embargo hay que descubrir el cómo. El tiempo de la guerra fría, de la bipolaridad, dejó marcas y cicatrices en nuestro modo de vivir y de percibir la realidad social y política que se reflejan en un tipo de cultura aún portadora de reflejos heredados de la era bipolar. Es necesario superar este marco de incorporación de los fenómenos y sanar las heridas que dejó la fase civilizatoria del desarrollo mediante la guerra o la confrontación. Lo más relevante –urgente e impostergable– es, a mi juicio, dejar atrás como instrumento analítico un paradigma de confrontación donde la alteridad es concebida en términos de choque de antinomias. Se trata de una precepción, sincrónica, que opera sobre el siguiente mecanismo: el éxito de una parte y su realización depende de la derrota, la postergación o la renuncia de otra parte o del resto del sistema. Más aún, puede llegar a imaginar la supresión identitaria y hasta física del otro, sea en el nivel personal sea en el colectivo, como presupuesto de desarrollo de las sociedades. Si observamos un poco más detenidamente el fenómeno, esta convicción constituye mucho más un presupuesto paradigmático (por no decir un prejuicio) que un dato de la realidad. Fomentar el bien común a través de una cultura del encuentro pasa por desactivar en las sociedades y en sus dirigentes o personeros esta convicción fundada en una óptica obsoleta de percepción y convivencia.

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Por suerte la capacidad de destrucción masiva, total, de las armas nucleares, llevó a las sociedades a tomar consciencia que una guerra mundial equivale a la destrucción inevitable de los contendientes. Sin embargo, el fin de la guerra total no canceló el reflejo bélico. Identificar “diferente” con “obstáculo” o “adversario” con “enemigo”, permanece frecuentemente como premisa analítica. La aniquilación del otro pasó a las guerras de “baja intensidad” y, con frecuencia, a la destrucción –icónico-virtual– de la identidad de quienes se oponen a los poderes monopólicos, sean éstos mediáticos, financieros o corporativos. Más allá de juicios de valoración política, en general inconvenientes por su potencial dimensión polémica, el diplomático puede comenzar su trabajo mostrando la limitación de los marcos en el terreno analítico. Su tarea crítica se debe orientar a los presupuestos que anteceden el diagnóstico de situación. El siguiente paso en su labor de artífice del encuentro, es mostrar la deficiencia que implica la identificación a priori de alteridad con rivalidad o enemistad. Que cada uno de los otros que nos rodean –sean personas, sean naciones, culturas, sociedades o sujetos de derecho y organizaciones jurídicas colectivas– constituyan entes diversos, diferentes en aspectos variados y hasta profundos, no quiere decir que sean, ex-officio, obstáculos, adversarios o enemigos. El primer reflejo del diplomático ha de ser buscar los ámbitos de coincidencia como punto de partida para establecer una relación convergente. Educar para la negociación responsable significa comprender que no existen problemas insolubles. Existen problemas mal o deficientemente planteados, a veces, quizás en forma subrepticia o deliberada, para disimular conflictos de intereses. Cuando un conflicto se presenta bajo la apariencia de la insolubilidad, fuera de la confrontación de antinomias excluyentes, lo que hay que revisar son las premisas que estructuran su formato. Otro terreno donde es necesario superar una percepción deficiente, es el que funda el binomio consumosatisfacción. El trabajo diplomático pasa aquí por generar la consciencia de que la búsqueda, mediante el consumo, de una satisfacción inmediata del impuso de posesión de un objeto que estimula el plano subjetivo y arquetípico –análogo a la inmediatez de la circulación de impactos sensoriales visuales y sonoros en tiempo real– debe considerarse una de las principales causas del actual desequilibrio ambiental. Un mecanismo económico de funcionamiento de la sociedad basado en la producción de bienes orientados a satisfacer por fugaces instantes impulsos primarios –incluso inducidos y fomentados mediante la imagen– pero destinados a su inmediato descarte, exige a la


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naturaleza un esfuerzo incompatible con los tiempos de reconstitución de los equilibrios biológicos. Paradójicamente, aún en su propia dinámica, el binomio consumo-descarte termina generando insatisfacción espiritual por agotamiento o saturación del estímulo psicológico. Nadie ignora, además, que por esta vía entran otros mecanismos substitutivos como el alcohol, el juego, la drogadicción, etc. En este aspecto, la cuantificación estadística de ingreso y consumo como indicadores básicos de desarrollo puede ser revisada. El diplomático debe convertirse en agente de persuasión entre sus pares y en el nivel de los organismos multilaterales de negociación mostrando la inconveniencia, para todos, de agredir la naturaleza como mecanismo de inclusión social mediante la movilidad vertical por posesión de objetos destinados rápidamente al olvido, el descarte o la destrucción.

Dada la brevedad exigida, baste decir que para cultivar la esperanza como instrumento del arte diplomática es necesario educarse en la percepción diacrónica de la realidad que nos rodea recuperando en la dimensión colectiva del imaginario social, una visión a la vez totalizadora y plural. En el mundo actual, secularizado, fragmentario, diverso y global, éste puede ser un camino viable para desarrollar, mediante el ejercicio de una auténtica actividad diplomática, la cultura del encuentro. De ello debemos ocuparnos como formadores de futuros colegas.

Por último una breve mención a la espiritualidad del trabajo diplomático. Una práctica que deje atrás el reflejo de la destrucción o supresión de la diversidad debe encontrar el camino para fundar su propuesta de encuentro en un nivel de raíces, a la vez, antropológicas y teológicas. Sin confundir ni separar. El aporte, en este caso cristiano, al trabajo diplomático, pasa tanto por el conocimiento de la propia identidad como por el respeto de la ajena. Llegar a ser artífice del encuentro significa ascesis. Supone cultivar el desprendimiento o “indiferencia” en relación a los medios. Saber distinguir entre triunfo y servicio, entre éxitos y resultados, entre principios abstractos y situaciones humanas, entre el bien común y el sufrimiento empírico. El diplomático cristiano se alimenta de la permanente contemplación en la acción que busca en el compromiso histórico – irrenunciable pero frágil, provisorio y pasajero– los signos de una Alianza sub specie æternitatis. En pocas palabras: vocación y respuesta, discernimiento y disponibilidad, firmeza y humildad, renuncia a su propia gloria en busca de la mayor gloria de su Creador y Señor que lo llama a hacer visible y audible el dolor de los que no tienen voz. Todos los seres humanos tenemos aspectos, opiniones y valores en común. Así sean mínimos, ellos constituyen la única base sólida para encarar el camino del encuentro. En realidad la experiencia muestra que las áreas de convergencia son mayores de lo que estamos acostumbrados a suponer. Allí hay siempre un punto de partida practicable. 1 - GS, nº 1. 2 - En un trabajo reciente, “El desafío epistémico de Gaudium et Spes”, he analizado algunas de las consecuencias doctrinales que se siguen de la irrupción del paradigma posmoderno en relación con el contexto cultural que rodeó a los padres conciliares del Vaticano II. La perspectiva actual no sólo no cancela las afirmaciones textuales del Concilio sino que exige, precisamente, una lectura que tome en cuenta su alcance disciplinario en el plano epistémico. 3 - Gaudium et luctus, spes et angor hominum huius temporis. 4 - “Verum id est aperte fatendum, nostrum hoc Concilium, cum suum fecerit de homine iudicium, magis in serena hac eius fronte quam in tristi contuenda esse versatum; in quo quidem res omnes in optimam sane partem scienter esse interpretatum. […] ut Concilium, non infaustis usum ominibus, sed nuntiis spei ac fiduciae verbis, huiusce memoriae homines alloqueretur.” Pablo VI; Homilia ad Patres conciliares habita a Summo Pontefice, missae

concelebratione peragente, in ultima Œcumenicae Synodi publica sessione (subrayado del texto: nuestro). 5 - Marcuse, Herbert; Das Ende der Utopie, Berlín, 1967. 6 - Fukuyama, Francis; The End of History and the Last Man, New York, 1992. 7 - Bloch, Ernst; Geist der Utopie, Munich, 1919. 8 - Mannheim, Karl; Ideologie und Utopie, Bonn, 1929 9 - Moltmann, Jurgen; Theologie der Hoffnung, Untersuchungen zu Begründung und zu den Konzequenzen einer christlichen Eschatologie, Munich, 1964. 10 - Surge la pregunta: ¿Aquel tiempo conciliar de los “hombres de nuestro tiempo” no era real? Quizás a la adulteración de las informaciones icónicas haya que agregarle un adulterio lingüístico por corrupción del campo semántico.


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S.E. GERMÁN MUNDARAÍN HERNÁNDEZ Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Santa Sede

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uando suenan los tambores anunciando los conflictos bélicos, es cuando se hace más necesario hablar y promover la paz. Por interpretación analógica, en tiempos de desesperanza es indispensable hablar y promover la esperanza. De forma tal, que resulta pertinente abordar en el presente esta temática. Vivimos una realidad tan convulsionada, que militar en la esperanza constituye un verdadero reto. Es suficiente solo con revisar los principales indicadores económicos y sociales a nivel mundial, o simplemente mirar los principales titulares de los periódicos, para que el pesimismo nos invada inmediatamente. Y es precisamente este panorama apenas descrito, lo que da mayor fuerza e impulso a las palabras expresadas por Mons. Pietro Parolin, en su artículo «La diplomacia es el arte de la esperanza» en el marco del Ciclo de Conferencias auspiciado por la Asociación Internacional Carita Política, con la intención de profundizar las enseñanzas recibidas por Benedicto XVI a través de su Encíclica Spe Salvi (2008-2009). Hoy más que nunca, la diplomacia está llamada a ser el arte de la esperanza, en un mundo que se caracteriza por ser un espacio dinámico, en constante movimiento y en proceso de cambio, lo cual no necesariamente supone evolución o superación. Día a día y por diversos medios, estamos siendo penetrados por infinidad de mensajes negativos, que se concretan en mecanismos publicitarios dirigidos a “vender” falsas esperanzas asequibles por dinero. Vemos como la gran maquinaria capitalista se ha reducido a promover la esperanza individual consumista, exacerbando el individualismo, con las promesas ofrecidas por la ciencia, o al simple anhelo del confort. Apartando el bien colectivo y olvidando que «no podemos, en efecto, llegar a ser felices en contra y sin los otros», recordando las palabras de Benedicto XVI, a quien oportunamente cita Mons. Pietro Parolin en su artículo. En ese mismo orden de ideas, Mons. Pietro Parolin, nos interroga con ánimo de reflexión: «¿Cuál diplomacia puede ser tal, capaz de convertirse en “arte de la esperanza”?». La Iglesia, equipada de fe y esperanza, constituye un punto de referencia sólido sobre este respecto y sobre muchos otros. En esta época contemporánea, la Iglesia ha sabido conjugar las nuevas realidades que vive la humanidad, con los valores primordiales de la vida: Justicia, paz

e inclusión, entre otros; que son los ideales para la completa dignificación de la sociedad y los principios que guían su acción diplomática. Es necesario reconocer que la Diplomacia de la Iglesia es limitada. Pero efectiva a la vez, y alcanza todos los estratos que componen la sociedad. No solo a su feligresía. Con todas sus limitaciones la misma viene resultando positiva. Fundamenta su acción entre otras razones, en el mensaje evangélico, y en defensa de los valores universales. La eficiencia de la Iglesia en materia diplomática, nos brinda infinidad de ejemplos sobre todo en la actualidad reciente. El caso de Siria, es uno de ellos. La Iglesia con métodos religiosos, jugó un papel decisivo en evitar un desastre de magnitud incuantificable, abogando por los principios universales de paz, inclusión, pluralidad y respeto a la vida humana. Se colocó siempre a favor de una solución política y diplomática, que evitara la pérdida innecesaria de vidas humanas. Y ha propugnado por abrirle la puerta al diálogo como camino a una solución constructiva y pacífica, logrando ganarle el corazón y las mentes, a los pueblos del mundo, a quienes incentivó a participar en su iniciativa pacifista. La anterior referencia de significancia universal y multilateral, se observa en sintonía con la realización bilateral desarrollada por Mons. Pietro Parolin en mi país, la República Bolivariana de Venezuela. El, en su condición de Nuncio Apostólico de Su Santidad, desplegó una acción diplomática donde edificó las condiciones para que se construya una relación dialogante entre representantes de la iglesia venezolana, y representantes del gobierno, privilegiando los intereses de la comunidad. El Ex Nuncio, y ahora Secretario de Estado, construyó con paciencia y dedicación un espacio para el diálogo, no conformándose con la labor tradicional de los diplomáticos. No estuvo en Venezuela para sacar provecho ni para los representantes de la iglesia local, ni para los representantes del gobierno. Fue a Venezuela para con su ejemplo evangelizar predicando por el diálogo y la conciliación como estandarte. Obtuvo con su esfuerzo y el de muchos otros, el relanzamiento de las relaciones entre la Iglesia venezolana y el Gobierno venezolano; bajo los principios de respeto a sus


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espacios de acción. Estimuló la colaboración en las áreas que le son comunes. Fortaleciendo de esta forma las relaciones basadas en los principios universales que predica la Iglesia, y que son compartidos por el Gobierno de Venezuela; contribuyendo de esta manera, al fortalecimiento de los vínculos entre el Estado y la Iglesia. Logró con su esfuerzo el reconocimiento de todos quienes anhelamos el entendimiento y armonía, entre quienes confiamos en el evangelio como un instrumento liberador. En estos dos ejemplos podemos concluir, que la Diplomacia puede ser el arte de la esperanza, cuando su acción brinda soluciones. Los pueblos conservan pese a las decepciones sufridas, la esperanza que la diplomacia evite los conflictos y brinde soluciones para construir un mundo mejor y sobretodo garantizar la paz.


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PROGETTO DI CARITÀ POLITICA PER EXPO 2015 – MILANO

PUBBLICAZIONE QUADRIMESTRALE ANNO 2013 - € 15,00 - ANNO XVIII - N. 1 - LUGLIO 2013 - REDAZIONE: VIA CALZECCHI, 2 - 20133 MILANO

Verso un nuovo ordine di rapporti umani

Cooperazione internazionale in a griColtura Sviluppo e risposte operative

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COOPERAZIONE INTERNAZIONALE IN AGRICOLTURA. Esigenze di sviluppo e risposte operative.

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n occasione dell’EXPO 2015, l’Associazione Internazionale Carità Politica, di diritto pontificio, ha ritenuto suo dovere elaborare il Progetto: << Cooperazione Internazionale in Agricoltura: esigenze di sviluppo e risposte operative>>, dove morale, riflessione e azione si richiamano e si fondono. Su questo argomento la Carità Politica ha un suo specifico apporto da dare, che si fonda sul pensiero sociale cristiano.

MORALE

RIFLESSIONE

I Logica dell’etica: line di orientamento Ricerca di valori comuni e condivisi –Rapporto tra principi e valori Morale ed economia Valori e responsabilità del proprio operare –Progresso tecnico e nuove responsabilità Approccio all’azione culturale e all’educazione – Educazione alimentare La via della carità politica – Un umanesimo integrale e solidale II Sfide e punti di appoggio La crisi del rapporto tra uomo e ambiente – Un creato da amare e custodire Una comune responsabilità Dramma della fame e sicurezza alimentare (sana e sufficiente per tutto il pianeta) Povertà e fame non sono una fatalità – Lotta alla povertà Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente Dialogo interreligioso e sviluppo dell’uomo La Cooperazione internazionale per lo sviluppo –integrale, solidale e sostenibile Promozione dello sviluppo rurale Il mondo agricolo e il diritto al lavoro La famiglia protagonista del mondo rurale

III Proposte concrete L’Associazione Carità Politica si adopera, nell’ambito della sua missione, per favorire una simile cooperazione e per promuovere scambi stimolanti e opportune iniziative, specialmente in collaborazione con gli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, Ministeri per l’agricoltura, Università, Istituzioni, come pure le Aziende, Consorzi, Confcooperative del settore agroalimentare

AZIONE

Università Progetti di sperimentazione e di ricerca di comune interesse – Biotecnologie e lotta contro la fame Miglioramento della produzione agricola mediante tecniche agronomico-culturali Ecosostenibili Progetto: <<Produzione di cibo appropriato: sufficiente, sicuro e sostenibile>> con attività in Paesi a diverso grado di sviluppo Aziende Storia – Le attività di ricerca e sviluppo dei prodotti, processi e tecniche di produzione Eccellenza nella qualità e sicurezza dei prodotti – Tutale ambientale e sostenibilità Consorzi Storia – Zone di produzione e i prodotti – Riconoscimenti Confcooperative Agricole Fedagri - Confcooperative – Storia – Cooperazione nell’agroalimentare, articolazione per settori – I servizi delle Aziende – Istanze e bisogni ARTE pittorica <<Arte e fede nel mondo rurale>>

Una più vasta ed efficace azione per l’incontro dei popoli, per la cooperazione secondo le loro libere ed autentiche caratteristiche nazionali, ma nella logica dell’etica.


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Le sessioni di lavoro in preparazione dell’EXPO ESISTENZA MORALE E COOPERAZIONE L’ITER DEI LAVORI 1° INCONTRO – Vaticano, 16 ottobre 2013 Relatori: Mons. GIOVANNI PIETRO DAL TOSO S.E. ESTEBAN KRISKOVICH S.E. CARL HENRI GUITEAU Dott. MAURIZIO GARDINI

Mons. GIOVANNI PIETRO DAL TOSO Pontificio Consiglio <<Cor Unum>>

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ingrazio per l’invito ad essere qui e anche per questa iniziativa. Devo precisare che <<Cor Unum>> non è un’agenzia di aiuti e in questo senso si distingue dagli organismi come le Caritas o come Caritas Internationalis. È vero che <<Cor unum>> dà degli aiuti mirati in nome del Papa, soprattutto in caso di emergenze naturali, di crisi, di conflitti e così via. Ci sono state affidate inoltre due fondazioni: la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, contro la desertificazione del Sahel, la Fondazione Populorum Progressio per l’America Latina, specialmente a favore dei campesinos e degli indios. Lo scopo di questa attività, oltre che di soccorso concreto, è di indicare una presenza del Papa in situazioni di difficoltà. Si tratta di manifestare l’attenzione del Papa verso i più bisognosi. Inoltre queste opere hanno un carattere di segno. In questo senso ci aiutano a chiederci – e questo è un altro dei nostri compiti fondamentali – cosa qualifichi un progetto fatto da un’agenzia cattolica rispetto a un altro tipo di agenzia. Quali sono i criteri fondamentali della nostra azione di carità? Su questo vorrei intervenire dopo. Prima devo precisare che l’altro grande campo di attività di <<Cor Unum>>, quello che forse ci richiede più impegno, è l’orientamento e il coordinamento degli organismi di carità, che sono moltissimi nella Chiesa cattolica. Il più grande e conosciuto è Caritas Internationalis, che è una Confederazione di Caritas nazionali e ha come punto di riferimento nella Santa Sede il nostro Pontificio Consiglio. Ci sono poi per la verità molti altri organismi, ma sarebbe molto lungo

elencarli, sia per il livello nazionale che per quello diocesano. Benedetto XVI nella sua enciclica Deus Caritas Est dice che il nostro Pontificio Consiglio ha il compito di orientare e coordinare questi grandi organismi di carità o meglio la pastorale di carità della Chiesa. In questo senso cosa vuol dire orientare e coordinare le grandi agenzie di carità? Coordinare. Forse gli esempi spiegano meglio le funzioni. Stiamo cercando di intervenire nell’ultimo anno molto fortemente nella crisi siriana per il coordinamento delle agenzie caritative operanti a favore degli sfollati interni, dei profughi nei paesi vicini e, in genere, della popolazione siriana. Dopo una riunione a Beirut nel novembre dell’anno scorso indirizzata primariamente ai soggetti operanti sul posto, all’inizio di giugno di quest’anno abbiamo tenuto una riunione con i Direttori e i Presidenti degli Organismi umanitari cattolici con alcuni obiettivi fondamentali. Il primo obiettivo è quello di conoscersi reciprocamente perché l’attività della Chiesa cattolica nel contesto della crisi siriana a livello umanitario è molto forte. Occorre considerare che ci sono alcune decine di organismi attivi e più di 70 milioni di dollari in denaro investito. Però c’è bisogno di conoscersi di più reciprocamente e informarsi sui diversi campi di intervento. Le due grandi riunioni hanno avuto come frutto anche quello di istituire a Beirut un ufficio di informazione al riguardo, operante dall’inizio di settembre presso gli uffici della Caritas del Medio Oriente. L’ufficio raccoglie e distribuisce informazioni sugli interventi della Chiesa cattolica in Siria e nei Paesi vicini contestualmente alla crisi siriana.


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Questo è un esempio di coordinamento, che però non sempre è possibile. Ma è utile che nella Santa Sede ci sia un’istanza capace di convocare le singole agenzie e le raccolga in questi momenti di particolare difficoltà. Orientare. Ciò significa mettere l’accento su alcune questioni fondamentali che toccano il modo di lavorare degli organismi cattolici. Mi riferisco anche a quanto accennato prima sulla distinzione, o meglio sull’apporto specifico di un’agenzia cattolica di aiuto rispetto alle altre in campo secolare. Un aspetto fondamentale, che richiede sempre maggiore attenzione, è la questione antropologica. Si parla molto di sviluppo, ma quello che è meno chiaro è il modello di sviluppo o più precisamente il modello di persona che si vuole promuovere. Non è la stessa cosa se vogliamo promuovere la persona secondo i criteri della rivelazione o secondo criteri di altre filosofie. Dunque stiamo concentrando un po’ la nostra attenzione sulla questione antropologica, che tra l’altro negli ultimi tempi i Papi hanno sollevato spesso. Questo deve avere un riscontro anche nella progettazione e nell’attuazione dello sviluppo umano. Un altro tema che nell’orientamento ci sembra molto importante è il reciproco completamento, il reciproco richiamo tra vangelo e carità. La carità cristiana non è uguale alla filantropia, e non è semplicemente fare del bene al prossimo. Questi sono dei bellissimi inizi, ma riteniamo che la carità cristiana vada oltre e diventi testimonianza di Cristo. Questo è un compito centrale della missione della Chiesa e ogni organismo ecclesiale di carità deve potersi porre la domanda circa il legame della sua azione con la missione della Chiesa in quanto tale. Torno ora all’aspetto antropologico per cercare di concretizzarlo. Lo scorso anno, il 10 dicembre 2012, è entrato in vigore il motu proprio “Intima Ecclesiae natura”, voluto da Benedetto XVI per dare un ordinamento canonico organico alle attività di carità della Chiesa. La nuova normativa è preceduta da alcune considerazioni che il Papa fa di carattere più spiccatamente teologico. Vi troviamo una frase molto importante per caratterizzare, almeno parzialmente, il modo in cui la Chiesa cattolica svolge la sua azione umanitaria. Vi si legge: “E’ importante tenere presente che l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. Pertanto nell’attività caritativa le tante organizzazioni cattoliche non devono limitarsi ad una mera raccolta o distribuzioni di fondi, ma devono avere una speciale attenzione alla persona che è nel bisogno e svolgere altresì una funzione pedagogica”. Quando noi parliamo di questione antropologica non ci riferiamo solamente all’ispirazione culturale, all’antropologia che promuoviamo, ma

compatibilmente con questa c’è un metodo che la Chiesa cattolica persegue nella sua attività a favore della persona. Il metodo si esprime esattamente nel servizio alla persona. Ciò significa che per la Chiesa non è fondamentale la questione strutturale, ma la questione centrale è come aiutiamo la persona concreta. Nel metodo ciò implica che se non c’è un incontro fattuale da persona a persona, non c’è vero sviluppo. La nostra visione di sviluppo è orientata, prima che alla struttura, all’incontro con la persona e alla promozione della stessa. Non intendo neppure la società in quanto tale, ma la persona in quanto tale, perché se la persona non viene toccata nel suo intimo, non può essere motore del proprio sviluppo ed autore di una società nuova. Se la persona non è toccata nel suo “essere persona”, non può svilupparsi pienamente. Da questo consegue la priorità della formazione. Vorrei fare un passo oltre - e questa è già la lezione di Paolo VI nella Populorum Progressio quando cerca di dare una spiegazione del concetto di sviluppo: se è vero che per la Chiesa cattolica non c’è sviluppo se non si tocca il cuore della persona, dobbiamo anche riconoscere che al cuore della persona c’ è il fatto religioso. Dunque il vero sviluppo non può prescindere dal fatto religioso, anzi deve anche favorire la persona nella sua dimensione religiosa, perché la dimensione religiosa è al cuore della persona. Mi permetto di ricordare in questo senso il discorso di Giovanni Paolo II all’ONU nel ’94. Per questo, l’azione di carità non può essere separata dall’azione di testimonianza del Vangelo: se il cuore della persona è la questione religiosa, se vogliamo il bene della persona, noi non possiamo prescindere dal Vangelo se vogliamo il bene della persona. Questo non vuol dire che la Chiesa cattolica svolga proselitismo o che l’azione di carità sia una strumentalizzazione. Per togliere ogni dubbio in proposito, Benedetto XVI è molto chiaro al riguardo nella sua prima enciclica del 2006, Deus Caritas Est, nella quale ha riflettuto profondamente sull’attività caritativa della Chiesa. Nessuno ci può togliere la possibilità di dare una testimonianza. Il proselitismo è obbligare, è coartare la libertà, è mettere delle condizioni per ottenere un aiuto. La Chiesa cattolica non mette mai delle condizioni per aiutare, e non fa discriminazioni di razza o religione o cultura. Tuttavia chiede di poter dare una testimonianza integrale, magari anche silenziosa. E testimonianza integrale vuol dire testimonianza del vangelo proprio nell’azione di carità. Infine vorrei ribadire che l’attività della Chiesa in questo campo non è un’attività semplicemente sociale. Quello che la Chiesa fa per la persona si sottrae alle semplici categorie del sociale. In questo Benedetto XVI ci viene di nuovo in aiuto nella enciclica Deus Caritas Est. L’azione della Chiesa cattolica, anche quella caritativa, risponde a criteri che non sono solo quelli della tutela sociale. La Chiesa va oltre i criteri della società e dunque della dottrina sociale, perché i


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veri criteri ispiratori dell’attività caritativa della Chiesa sono nel Vangelo, sono di carattere primariamente teologico e quindi si sottraggono a una considerazione puramente sociale. Questo ci aiuta anche a considerare la Chiesa non come un contropotere rispetto allo Stato, ma ciò che essa è: una comunità di credenti che testimonia. Benedetto XVI, nella stessa enciclica, scrive al riguardo che non è compito della Chiesa inserirsi nella lotta politica per il cambiamento della società. Piuttosto il nostro compito è quello di fare il possibile per rendere presente il Vangelo nella promozione della persona, e così di testimoniare Dio. Che è il principio di ogni autentica carità.

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S.E. ESTEBAN KRISKOVICH Ambasciatore della Repubblica del Paraguay presso la Santa Sede

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ingrazio l’Associazione Internazionale Carità Politica per avermi dato l’opportunità di partecipare a questo Convegno sul tema “Esistenza Morale e Cooperazione”. Nel termine esistenza morale, sembrerebbe esserci una contraddizione. L’esistenza fa riferimento all’essere delle cose e la morale al “dover essere”. Indubbiamente non è così. C’è relazione tra l’essere e il dover essere e viceversa. Nell’etica, che è lo splendore della verità, l’essere si perfeziona e si converte nel motivo per il quale venne creato, realizzandosi. Analizzeremo in seguito la cooperazione e la solidarietà dal punto di vista ontologico e non deontologico. Come sosteneva il filosofo tedesco Max Scheler, ogni atto che realizziamo nella vita assomiglia un po’ all’atto di tirare un sasso in un lago. Solo fino a una certa distanza possiamo percepire l’impatto della pietra con l’acqua e le onde del sasso tirato attraverso la vista, l’udito e il tatto; un esperto in materia saprà analizzare fisicamente e chimicamente il fenomeno, ma solo Dio sa la reazione dell’impatto nell’universo. Sicuramente ha richiamato l’attenzione di tutti il documento della NASA riguardante le trattative di pace risalenti all’8 settembre del 2013, in seguito alla giornata di pace convocata da Papa Francesco. Superficialmente possiamo affermare che ciò che accade in Piazza San Pietro ha un impatto in Siria come in tutto il mondo. Noi uomini abbiamo dei limiti di conoscenza, gli esperti saranno sicuramente più informati, ma solo Dio conosce l’impatto che questo evento ha avuto nell’universo. Cooperare significa operare con gli altri, lavorare e collaborare nell’agire con l’altro. Cooperazione – cooperazione. A partire dalla II metà del XX secolo, e in seguito con la caduta del muro di Berlino, si sono registrati numerosi processi di regionalizzazione e globalizzazione. Molti di questi si basano sulla cooperazione, ma il Papa Francesco ci ha ricordato la diffusione di una globalizzazione dell’indifferenza. Lo scorso luglio a Lampedusa, affermò: “Faccio un appello contro la globalizzazione dell’indiffernza”. “Chi ha pianto per la morte dei nostri fratelli e sorelle, per tutti coloro che viaggiavano su quei barconi, per le giovani madri con i propri figli, per tutti gli uomini che erano alla ricerca di qualunque cosa, qualunque ricchezza per mantenere le famiglie”. “Viviamo in una società che ha dimenticato cosa significhi piangere. L’illusione per ciò che è insufficiente, per ciò che è provvisorio ci porta all’indifferenza verso gli altri. Ci porta alla globalizzazione dell’indifferenza”. “Chi è il responsabile della morte di questi esseri umani? Nessuno. Rispondiamo tutti. Io no, saranno gli altri.

Quanti di noi hanno pianto per la morte di questi fratelli e sorelle, per tutti coloro che viaggiavano su quei barconi in cerca di fortuna, per le ragazze madri con i propri figli?”. “L’illusione di ciò che è insignificante ci porta all’indifferenza verso gli altri”. (Viaggio apostolico di Papa Francesco a Lampedusa). Dunque, dalla concezione ontologica alla cooperazione e solidarietà si può conoscere e capire il significato, e non come un peso, ma come un compito necessario che deve essere svolto quotidianamente per il futuro dei popoli. Dal significato ontologico e non meramente deontologico della cooperazione intuiamo che quei popoli chiusi nell’avarizia non hanno un futuro e moriranno. Quelle popolazioni che si aprono alla cooperazione avranno molti fratelli e un aiuto per sconfiggere le avversità. Gli organismi nella cooperazione devono lavorare onestamente e devono essere aperti alla fedeltà e non seguendo altri interessi (di lucro, controllo dei popoli, ecc…) La cooperazione può prevenire il grave problema legato ai flussi migratori attuali. Secondo il Compendio della dottrina Sociale della Chiesa numero 22 “Alla gratitudine dell’agire divine, storicamente efficace, si lega costantemente il compromesso dell’Alleanza, proposta da Dio e adottato da Israele. Sul monte Sinai, l’iniziativa di Dio venne plasmata con l’Alleanza con il suo popolo al quale dettò i Dieci comandamenti rivelati dal Signore. I dieci comandamenti esprimono l’appartenere a Dio stabilito dall’Alleanza. L’esistenza morale è la risposta all’iniziativa amorosa di Dio. È un riconoscimento, un omaggio a Dio e culto di grazia. È cooperazione con il piano di Dio nella storia”. Sempre secondo quanto testimoniato nel Compendio i dieci comandamenti, simbolo dello straordinario cammino della vita, indicano le condizioni più sicure per un’esistenza libera dalla schiavitù del peccato. “Ci insegnano allo stesso tempo la vera umanità dell’uomo. Mettono in risalto i doveri essenziali e i diritti fondamentali inerenti alla natura della persona”. Definiscono la morale universale dell’uomo. I dieci comandamenti che Gesù ricorda al giovane ricco nel Vangelo, costituiscono le regole primordiali di tutta la vita sociale”. “Dal Decalogo nasce il compromesso che implica non solamente ciò che è legato alla fedeltà per l’unico e vero Dio, ma anche a tutte quelle relazioni sociali all’interno della Comunità dell’Alleanza. Queste ultime vengono regolamentate in maniera specifica da ciò che viene denominato “diritto del povero”. Se c’è un povero tra i vostri fratelli, non chiudete il vostro cuore, non ritirate la mano, ma accoglietelo tra le braccia e prestategli tutto ciò di cui hanno bisogno. Lo stesso discorso vale per il forestiero. “Allo straniero che vive nella


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vostra comunità, residente nella vostra terra, non lo cacciate. Guardatelo con gli stessi occhi con i quali guardate un vostro fratello e amatelo come amate voi stessi, perchè anche voi eravate forestieri in Egitto. Io, Yaveh, il vostro Dio. Il dono della liberazione e della terra promessa, l’Alleanza sul Sinai e il Decalogo sono relazionati da quelle norme e quella prassi che regola lo sviluppo della società israelita nella giustizia e nella solidarietà. I comandamenti non sono un “no”, ma un “sì” (come hanno affermato più volte Benedetto XVI e Papa Francesco). Non si può capire la morale come nemica della libertà umana o del proprio progresso personale, ma come collaboratrice per la sua piena realizzazione conforme alla sua vocazione. Io con gli altri e gli altri con me, e non io con me e per m stesso, come ricordava Papa Francesco in un discorso rivolto ai giovani ad Assisi. Esiste una dignità ontologica e una dignità deontologica. Una dell’essere e una del dover essere. L’aspetto deontologico è presente in tutti gli uomini e nella comunità e fa sì che attraverso le azioni umane (educativa, sociale, affettiva, sanitaria, psicosociale) raggiunga la sua piena realizzazione. Questo il fine ultimo dell’educazione. “L’educazione deve seguire un processo di personalizzazione che parte dallo stesso soggetto e che deve servire per introdurlo nella propria cultura con i suoi valori e tradizioni. Deve aiutare a conoscere e comprendere altre culture senza sminuire la propria identità. Educare significa accompagnare l’essere durante la sua crescita, nella coscienza di sé, nella libertà, nell’autonomia, nella responsabilità. Inoltre lo aiuta a essere protagonista della sua crescita e a cooperare per la crescita di tutta la società. Bisogna collaborare per la solidarietà, bisogna superare gli egoismi che portano alla povertà e al deterioramento del tessuto sociale e della morale”. Martin Fierro sosteneva: “Che i fratelli siano uniti, perché questa è la prima legge, che siano uniti veramente e al di là del tempo, perché se discutono e litigano tra loro vengono divorati dagli altri uomini”. In una società nella quale si vuole uccidere l’immagine di Dio, Dio Padre, finiamo di essere umani. Una forma di uccidere Dio la ritroviamo nelle seguenti parole: “Se Dio esiste non importa, il luogo di Dio viene occupato dai Super Uomini (i politici con i propri interessi economici presenti nei grandi Organismi internazionali per esempio) che dettano norme fini a loro stesse e alle quali tutta la popolazione mondiale deve sottostare”. La coscienza e la verità: “Esiste nelle nostre società il fenomeno della decomposizione tra progresso scientifico-tecnico e crescita della morale. Bene, quanto più potere acquista l’uomo, più alta e necessaria sarà la responsabilità morale. La qualità della vita umana, della cultura umana è essenzialmente di ordine morale. La coscienza è la norma più affine al comportamento morale, come insegna la dottrina comune. Ma è pur vero che la coscienza in queste circostanze si comporta da baluardo della libertà di fronte a tutte quelle norme

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morali. La sincerità della coscienza non la verità posseduta sarebbe il criterio da seguire per agire moralmente. In questo modo si rinuncia alla verità per la convinzione contrastata, per l’indolenza, per l’autocertificazione, per le persuasioni superficiali, per l’opinione dominante. Ma la coscienza non è chiara in sé; alla coscienza interiore appartiene quel luogo sacro dove la persona percepisce la verità, la luce e tutte le esigenze dettate dal Creatore. La coscienza viene relazionata alla verità e all’autorità della verità. Per questo la condotta morale si rinforza consolidando il vincolo dell’uomo alle norme morali. I due consigli suggeriti da Papa Francesco sono i sguenti: La cultura dell’austerità e della solidarietà: Lo scorso Luglio in Brasile, Papa Francesco affermò tali parole: “Ricordiamoci sempre che solo quando siamo capaci di condividere, otteniamo la vera ricchezza; tutto ciò che condividiamo si moltiplica. Pensiamo alla moltiplicazione dei pani di Gesù. La grandezza di una società si determina dal comportamento che ha verso il più disagiato, colui che non possiede altro che la sua povertà (…). Quando un affamato bussa alla vostra porta, siate generosi da dividere il companatico. Come dice il proverbio, “si può sempre aggiungere acqua a los frivole”. Si può aggiungere acqua? Sempre? Lo si deve fare con amore e solo così si scopre che la vera ricchezza non la si trova nelle cose, ma nel cuore. Il popolo brasiliano, in particolar modo le persone più umili, possono insegnare al mondo cos’è la solidarietà, una parola, un termine spesso dimenticato e omesso perché considerato incomodo. Sembrerebbe un termine quasi raro. Solidarierà. Mi piacerebbe fare un appello a coloro che in terra hanno maggior potere e più mezzi, ai pubblici poteri e a tutti gli uomini di buona volontà che operano per la giustizia sociale, affinché non si stanchino di lavorare per un mondo più giusto, più equo e più solidale. Nessuno può rimanere indifferente davanti al problema della disuguaglianza che tutt’oggi esiste nel mondo. Affinché ognuno, in base alle proprie possibilità e responsabilità, offra il suo contributo per mettere fine alle numerose ingiustizie sociali. Non è, non è la cultura dell’egoismo e dell’individualismo che spesso regola la nostra società, quella cultura che costruisce un mondo più vivibile; non è questa, ma è la cultura della solidarietà. E la cultura della solidarietà non è vedere nell’altro un nemico, un avversario, ma un fratello. E tutti noi siamo uomini.” Umiltà: “Quando i leader dei vari organismi mi chiedono un consiglio, la mia risposta è sempre la stessa: dialogo, dialogo, dialogo. Il dialogo è l’unico mezzo che fa crescere una società, che fa avanzare la vita dei popoli e la cultura dell’incontro, una cultura nella quale tutto il mondo può apportare e introdurre buoni propositi, e in cui tutti possono ricevere qualcosa di buono in cambio. L’altro ha sempre qualcosa da darmi quando mi avvicino a lui mostrando il mio


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atteggiamento aperto, disponibile e senza pregiudizi. E proprio questa attitudine aperta, disponibile e senza pregiudizi, la definirei umiltà dal quale nasce il dialogo. Solo così si diffonde e si sviluppa un’intesa tra le culture e le religioni, la stima dell’una per l’altra senza pregiudizi gratuiti e sempre nel rispetto dei diritti di ciascuno. Oggi, o si “scommette” sul dialogo o si “scommette” sulla cultura che favorisce l’incontro con l’altro o perdiamo tutto quello che abbiamo. Da qui inizia il cammino impegnativo e fecondo”. L’austerità e l’umiltà verso la cultura dell’incontro, ovvero la cultura della cooperazione e non quella del confronto.


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S.E. CARL-HENRI GUITEAU Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede

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ono state necessarie, nel corso della prima metà del XXmo secolo, due guerre mondiali per portare le nazioni del mondo occidentale ad uscire dalla logica esclusiva dei rapporti di forza militare per stabilire le loro differenze. Questi ultimi due tumulti maggiori faranno da preludio alla creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che darà un quadro istituzionale nel regolamentare potenziali conflitti tra le Nazioni. Le catastrofi umanitarie, sociali, economiche e ambientali indotte dalle due guerre mondiali sopramenzionate, se hanno fatto emergere l’urgente necessità di definire un quadro istituzionale e giuridico a vocazione preventiva non hanno altrettanto saputo infondere un carattere umanista ai nuovi strumenti che dovevano regolare i rapporti tra gli Stati. Carattere umanista che porterebbe la persona umana al centro delle preoccupazioni dei decisionisti politici di ogni costa. Inoltre, la legge dei rapporti di forza è perdurata adattandosi ai contorni delle nuove frontiere politiche, sociali e economiche definite nel quadro degli accordi di Yalta. Ne è risultato un nuovo ordine economico mondiale i cui strumenti di cooperazione internazionale consacrati dagli Accordi di Breton-Woods (1944) saranno al servizio degli interessi politici e economici delle potenze emerse dal caos della Seconda Guerra mondiale. In un tale contesto, le preoccupazioni d’ordine etico solo totalmente estranee agli ideatori di nuove regole di cooperazione internazionale. Nonché le istituzioni (OMC–BM-FMI) che mettono in cantiere questa cooperazione internazionale in particolare al livello dei ( o con i ) paesi in via di sviluppo occultando generalmente i bisogni prioritari di quest’ultimi. I/I RAPPORTI NORD-SUD: ASSISTENTATO? DIPENDENZA? INGERENZA? O COOPERAZIONE? Gli assi della cooperazione internazionale quali definiti e implementati dalle istituzioni internazionali (FMI,BM,OMC..) non fanno posto ad un scambio altrimenti equilibrato del non equo Nord e Sud. Le politiche di aggiustamento strutturale (SAPѕ) imposte dai finanziatori di fondi internazionali nel 1980 che implicavano: - la liberalizzazione degli scambi commerciali; - la riduzione delle spese legate ai programmi sociali (cure sanitarie, educazione..) - l’éliminazione delle sovvenzioni

all’agricoltura alimentare; - l’aumento dei prezzi dei prodotti dedicati all’esportazione Hanno sistematicamente, durante due decenni, impoverito le popolazioni dei paesi del Sud e reso fragile il loro apparato istituzionale. Aprendo inoltre la porta alla dipendenza all’aiuto esterno, motivo di ingerenza nella vita politica di questi paesi.. spingendoli a volte fino all’ assistentato. Questo stato di fatto che costituisce una perversione del concetto di cooperazione consacra la violazione di un dei diritti più importanti della persona umana : il diritto alla VITA. Infatti, questa cooperazione animata dalla logica del mercato e dalla corsa sfrenata al profitto, consuma le risorse naturali distruggendo l’ambiente. Mettendo così in pericolo la vita di miliardi di donne, uomini e bambini. In più l’impoverimento delle popolazioni del Sud dovuto alle esigenze dei PAS e alla cattiva governance ha lasciato milioni (870, fonte FAO) di esseri umani ai tormenti della fame. La fame che costituisce: - il primo rischio sanitario nel mondo (OMS 2011 Statistiche sulla fame..) uccidendo ogni anno più dell’ AIDS – la malaria – la tubercolosi messe insieme; - la causa di 1/3 dei decessi di bambini di meno di 5 anni nei paesi in via di sviluppo (UNICEF 2011) Ossia 10 millioni, 5 all’anno di cui la quasi totalità nei paesi in via di sviluppo e la metà in Africa. Questo costante mettere in pericolo la vita umana contribuisce a vedere male il Piano MILLENIUM 2015 delle Nazioni Unite, che progetta, a quella scadenza, la riduzione di metà dell’estrema povertà nel mondo. Un’estrema povertà la cui persistenza costituisce una sfida permanente al rispetto dei diritti fondamentali della persona umana e una negazione costante di ogni etica che darebbe finalmente un volto umano alla cooperazione internazionale. II/ QUALE PARTENARIATO PER UNA COOPERAZIONE DAL VOLTO UMANO? Ogni approccio della cooperazione internazionale tendente allo sviluppo durevole dei paesi del SUD dovrebbe mettere al centro delle preoccupazioni i bisogni prioritari della persona umana. Cioè il bisogno di nutrirsi in maniera sana, il bisogno di un livello di vita che favorisca la realizzazione sociale e culturale di ogni donna, di ogni uomo. Ciò presuppone una condivisione equa delle ricchezze del pianeta attraverso una dinamica di partenariato che sarebbe la sola a preservare la dignità delle popolazioni


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impoverite. Presuppone soprattutto che il Nord smetta di assistere i paesi in via di sviluppo depredandoli delle loro risorse naturali o scatenando conflitti per controllarli meglio. Questo generalmente con la complicità delle oligarchie dei paesi del Sud. L’insuccesso delle Politiche di Aggiustamenti Strutturali come strumento di sviluppo è sempre più condiviso nelle stesse istituzioni che le implementavano. Nonostante ciò, tenuto conto gli obblighi imposti dal processo di mondializzazione, il concetto di partenariato fa difficoltà ad emergere a livello di queste istituzioni che gestiscono la cooperazione internazionale. Inoltre le prospettive di sviluppo di una cooperazione dal volto umano si situa nel livello di una cooperazione SUD-SUD; Una cooperazione rispettosa : De l’identità culturale; Delle mentalità; Dei meccanismi sociali; dell’ambiente ; e che stimoli l’organizzazione sempre più democratica delle società, favorendo la loro crescente implicazione nei movimenti sociali. Questa volontà di una cooperazione dal volto umano cristallizzata nelle aree altermondialiste porta in essa i fermenti del mondo di domani in cui il « bene comune dell’umanità » sarebbe regolato da : un rapporto più rispettoso verso la nature; dei valori economici di utilizzo piuttosto que scambio; la democrazia generalizzata a tutti i supporti sociali; la « multi culturalità ».(1) Si tratta di sicuro di un’utopia. Un’utopia che lascia ancora speranza ad desiderio di « VIVERE bene » dell’umanità.


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Dott. MAURIZIO GARDINI Presidente Confcooperative

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razie, perché poterci confrontare su questi temi è sicuramente un’occasione di crescita e di divulgazione e soprattutto fornisce la possibilità per rifocalizzare quelle che sono le urgenze, le emergenze e ciò che si traduce in iniziative imprenditoriali e in iniziative politiche per il futuro. Non ho particolare passione per i numeri, però vorrei fornirne qualcuno per identificare il profilo di Confcooperative prima di entrare nel merito di alcuni temi importanti che sono stati identificati da chi mi ha preceduto, Mons. Giovanni Dal Toso e l’Ambasciatore di Haiti. Confcooperative è la principale organizzazione di rappresentanza del movimento cooperativo in Italia e ha quasi 100 anni di storia, ma le cooperative sono nate anche prima. La Rerum Novarum è stata l’allevatrice di una serie di cooperative ed è stato l’incubatore di una serie di esperienze che sono nate nelle parrocchie. Esperienze fondamentalmente di tre tipi: il credito, quindi la necessità di dare una risposta alle difficoltà economiche delle popolazioni meno agiate e all’usura con la nascita delle prime banche di credito cooperativo, che allora si chiamavano casse rurali; il consumo, perché c’era la necessità di mettersi insieme per poter avere la forza e il credito per comprare insieme; e poi l’esperienza della cooperazione agricola nata agli inizi del ‘900 ma che poi ha avuto un ruolo molto significativo nel secondo dopoguerra. Le Cooperative di Confcooperative oggi sono circa 20.000 in Italia, sviluppano un fatturato di quasi 70 miliardi di euro, hanno più di 3 milioni di soci e circa 550.000 addetti. Mi piace velocemente identificare quelli che sono gli ambiti principali e altrettanto velocemente quale è stato il contributo che la cooperazione ha fornito in termini di sostanza, di valori e di idealità senza tralasciare quello che è stato il contributo alla coesione sociale che la cooperazione ha fornito e alla formazione di valori applicati all’economia e all’esperienza d’impresa. Il credito cooperativo rappresenta sicuramente una delle eccellenze, con 400 banche di credito cooperativo che rappresentano circa il 20% del sistema bancario italiano. Una cooperazione agricola che rappresenta la parte maggioritaria dell’agricoltura del nostro Paese. Il 60% di uva da cui si produce il vino; l’80% del latte che si munge per il latte fresco o farne formaggi, segno del made in Italy; quasi il 50% dell’ortofrutta; il 90% dell’allevamento di polli, la parte meno significativa di zootecnia pesante ma una parte molto sensibile. La cooperazione ha consentito – in una situazione dove la struttura agricola del Paese era molto frammentata – di dare una prospettiva. Senza l’esperienza di

aggregazione tipica della cooperazione – e lo dico con orgoglio – non avremmo un panorama di aziende agricole italiane che oggi sono 1 milione e mezzo ma erano 4 milioni solo 20 anni fa. Queste aziende piccole, talvolta micro-aziende, non avrebbero avuto la possibilità di stare sul mercato. Sono particolarmente attaccato all’esperienza nel Trentino, dove abbiamo la migliore qualità della vita del nostro Paese. La tenuta di questo sistema è legata alla cooperazione: le aziende agricole sono grandi poco più di 1 ettaro, e non metterebbero nessuno in condizione di vivere. Il sistema agricolo che si è costruito sulla cooperazione ha fatto di quelle due province il centro della coltivazione della mela in Italia con la formazione di un marchio e di un’identità che ha contribuito a fornire un grande valore economico. La cooperazione di abitazione ha fatto in modo (nel dopoguerra, con la ricostruzione del Paese) di garantire la casa a oltre un milione di famiglie. Fare la casa in cooperativa significa costruire e distribuire la casa senza il reddito speculativo di impresa, mediamente con un costo inferiore al 20% rispetto al mercato. Della cooperazione di consumo ho già detto: oggi si è fortemente evoluta e sono 7 milioni complessivamente in Italia i soci delle cooperative di consumo; questa è una cooperazione che è più tipica dell’esperienza della Lega delle Cooperative. E poi le esperienze delle cooperative sociali, esperienza che nasce nel 1980 e che si è sviluppata attraverso l’affermazione e il riconoscimento di una legge speciale che abbiamo fortemente voluto. Questa legge, la 381/91, inquadra le attività delle cooperative sociali e ha costruito un nuovo sistema di Welfare nel nostro Paese negli anni 90 e negli anni 2000. Un sistema di cui poco si parla, un sistema che sicuramente nell’intreccio con le istituzioni pubbliche ha consentito di fare molto con l’assistenza domiciliare agli anziani, l’assistenza alle persone non autosufficienti, le esperienze nelle scuole e l’assistenza e l’educazione ai minori, il superamento dei “manicomi” che ha trovato una risposta nelle nostre cooperative, dove sono stati accolti anche molti ex ospiti degli ospedali psichiatrici-giudiziari, che in gran parte sono stati accompagnati all’interno di centri gestiti dalle nostre cooperative. Proprio la settimana scorsa ho visitato uno di questi centri, una bellissima casa, dove sono accolti 22 ex detenuti dell’ospedale psichiatrico-giudiziario che sono nella quasi totalità avviati a tornare a una vita normale. La cooperazione oggi ha un sogno, che è quello di costruire un sistema di welfare migliore, un sistema di welfare che continui a dare delle risposte anche più efficaci rispetto a quelle che abbiamo già dato e che si


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rende interprete di una riscrittura del sistema sanitario nazionale. La cooperazione vuole fare la sua parte, attraverso un’applicazione lineare della sussidiarietà, per contribuire alla “chiamata” dei cittadini. Dopo questa parentesi sulla Confcooperative e sull’esperienza della cooperazione italiana che si identifica dalla Rerum Novarum in poi nella dottrina sociale, vorrei cogliere l’occasione per ribadire alcuni concetti, che sono stati anche richiamati in ultimo dall’Ambasciatore di Haiti. Noi sentiamo una grande responsabilità, che è la responsabilità di garantire la sostenibilità del pianeta, la giustizia e la coesione. Io sono un imprenditore agricolo e sono molto preoccupato della dinamica che si sta sviluppando nel mondo. Cerco di dirlo in questi termini: la fame non è ancora vinta, la povertà è ancora una realtà molto consolidata, c’è un processo nella globalizzazione che vede la domanda di cibo aumentare del 4,6% all’anno, l’offerta di cibo aumentare del 2,4%, con un differenziale del 2,2%. Ciò significa che tra 10 anni questo differenziale non farà altro che accentuare quelle che sono le differenze tra Nord e Sud del mondo, non farà altro che aumentare la forbice tra chi sta bene e chi muore di fame e quindi porrà un problema di qualità del cibo e quantità di cibo. Questa secondo me è l’emergenza che noi abbiamo di fronte a noi, ed è un’emergenza che facendo riferimento a quello che il Prof. Luciani diceva in apertura, l’EXPO mette al centro della riflessione del mondo. Riportare all’interno di queste dinamiche, di questa dialettica, la risorsa “cibo” come una risorsa che deve essere garantita a tutti: penso che questo sia l’elemento più forte di un’azione che parte come tensione etica, riaffermazione valoriale e che deve trovare in noi, che siamo espressione e braccia operative di una dottrina e di un insieme di valori vissuti, le risposte operative. La Cina ha comprato milioni di ettari in Africa a bassissimo costo perché la Cina ha capito che la quantità di cibo diventerà sempre più l’elemento discriminante fra chi sta bene e chi muore di fame e forse sarà il cibo, e non più il petrolio, l’elemento che determinerà la potenza economica. Ecco perché, allora, diventa fondamentale un impegno per il cibo: attraverso una cooperazione internazionale che sappia aiutare e accompagnare il processo di crescita e di creazione del cibo e l’affermazione di un modello agricolo che accompagna, sostiene, “aiuta” la creazione di cibo. Penso che la cooperazione sia strumento in tutti i paesi. Penso che questa possa essere la chiave in occasione dell’EXPO, perché occorre pensare al tema dello sviluppo nell’ottica della sostenibilità e della salvaguardia dell’ambiente, uno sviluppo che crea coesione fra chi sta meglio e chi sta meno bene. Penso che questo possa essere lo spirito di un messaggio,

lo spirito di un impegno su cui Confcooperative si rende disponibile ad offrire il proprio contributo. Stiamo facendo già da anni nell’ambito di rapporti cofinanziati con il Governo italiano e con l’Unione Europea attività di Cooperazione Internazionale. C’è un’esperienza consolidata da parte di alcune nostre strutture, già operative con propri volontari, con propri giovani che dedicano gli anni migliori del loro impegno per queste attività, con imprese che hanno fatto azione di tutoraggio, di accompagnamento. Mi piace ricordare un Progetto, il Progetto Milk for Tanzania sponsorizzato da una nostra grande Cooperativa del latte, che ha costruito una piccola filiera del latte in Tanzania. Oppure mi piace ricordare un altro Progetto che ha portato alla creazione di pozzi per l’acqua per i villaggi o per le irrigazioni per rendere le coltivazioni più abbondanti e soddisfare l’autoapprovvigionamento alimentare. Sono esperienze che cito perché è da azioni di partenariato che ci può essere una crescita complessiva, una crescita che non è sfruttamento ma che è accompagnamento verso la creazione di un mondo più equo, più giusto e con delle dinamiche che ci possono garantire maggiormente dal punto di vista della stabilizzazione dell’economia, della politica e soprattutto della coesione.


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2°INCONTRO – Vaticano, 14 novembre 2013 Relatori: CARD. FRANCESCO COCCOPALMERIO S.E. CARLOS FEDERICO DE LA RIVA GUERRA Dott. PIETRO MARIA BRUNETTI

CARD. FRANCESCO COCCOPALMERIO Presidente Pontificio Consiglio Per i Testi Legislativi

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l tema «Esistenza morale e cooperazione», così come suona, è vastissimo e generico. È necessario precisarlo. Lo farei prendendo i due termini: esistenza morale e cooperazione. Esistenza morale significa per un cristiano esistenza secondo il Vangelo. E cooperazione può specificarsi come servizio verso gli altri, cooperazione non tanto come operare insieme, co-operare, quanto piuttosto come cooperare, cioè fare delle attività a favore di altri. Ecco, lo interpreto così, servizio verso gli altri, attività di amore per gli altri. Questa è, dunque, l’interpretazione mia dei due termini: vivere secondo il Vangelo e fare attività di amore per gli altri. Inizialmente ho pensato di prendere in considerazione la enciclica “Deus Caritas est” e di commentarne alcuni passi. Però questa enciclica è universalmente nota e anche abbastanza studiata. E allora, per non ripetere cose ormai risapute, ho ritenuto opportuno prendere l’ultimo documento riguardante l’attività caritativa (essendo, qui, nella sede centrale della Caritas Internationalis il tema riesce abbastanza consono anche in questo senso). Se prendiamo i due termini di operare secondo il Vangelo e di compiere attività di carità, allora possiamo considerare uno degli ultimi documenti e cioè il Motu Proprio “Intima Ecclesiae natura” di Benedetto XVI dell’11 novembre del 2012. Il Motu Proprio ha, come sottotitolo, “Sul servizio della carità”. D’altra parte questo documento si rifà in modo stretto, alla “Deus Caritas est” e vorrebbe darle applicazione da un punto di vista pratico. Il documento è opera del Pontificio Consiglio «Cor Unum», che è il Dicastero della Curia Romana che si occupa, appunto, dell’esercizio della carità e del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi per cui c’è stata una collaborazione tra i nostri due Dicasteri. E allora mi pare utile fare una lettura guidata di questo documento per vedere qual è attualmente la posizione della Chiesa sulla tematica che ci è stata affidata. Il documento contiene un proemio e poi 15 articoli. Dall’esame di questo insieme vorrei offrirvi uno sguardo sull’attuale pensiero della Chiesa sulla carità e sul fare la carità. Dividerei la lettura in sei punti. Innanzitutto il richiamo all’identità della Chiesa. Dice l’inizio di questo documento “L’intima natura della

Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della parola di Di (kerigma-martyria), la celebrazione dei sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia)”. Sono tre attività della Chiesa che indicano la sua identità. La Chiesa si identifica a motivo di queste tre attività. Dice il testo “Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati uno dall’altro” (Lettera enciclica “Deus Caritas est”, 25”). Continua il testo “anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza (ibid)”. In altre parole, se la Chiesa non compisse atti di carità non sarebbe la Chiesa, sarebbe un’altra realtà, ma non la Chiesa. Quindi questo è il primo punto irrinunciabile che spiega tutti gli altri. Un secondo punto sono i soggetti che operano la carità.. Questi soggetti sono di due tipi: sono soggetti singoli e sono soggetti comunitari. Questo è da tenere molto ben presente perché l’esercizio della carità è qualcosa che riguarda tutti. Dice il testo, sempre nel Proemio: “Tutti i fedeli hanno il diritto e il dovere di impegnarsi personalmente per vivere il comandamento nuovo che Cristo ci ha lasciato (cf. Gv 15,12), offrendo all’uomo contemporaneo non solo aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima” (anche qui ci si riferisce alla “Deus Caritas est” al numero 28). Insieme a questo primo soggetto che sono tutti i fedeli intesi come persone singole, ci sono le comunità ecclesiali. Continua il testo dicendo: ”All’esercizio della diaconia della carità, la Chiesa è chiamata anche a livello comunitario, dalle piccole comunità locali, alle Chiese particolari, per esempio le Diocesi o le Conferenze episcopali fino alla Chiesa universale”. Quindi abbiamo i singoli fedeli e le comunità ecclesiali a tutti i livelli e questi sono soggetti attivi di esercizio della carità. Perché, altro è dire che la Chiesa è chiamata a compiere la carità, altra cosa è specificare che la Chiesa significa soggetti singoli e soggetti comunitari a tutti i livelli. Per quanto riguarda i soggetti, c’è un altro punto interessante. Dice il documento: “...nei vari luoghi sono sorte molteplici altre iniziative, scaturite dal libero impegno dei fedeli, che in forme differenti vogliono contribuire con il proprio sforzo a testimoniare concretamente la carità verso i bisognosi”. Questo è da tenere sempre ben presente, perché spontaneamente si delega ad altri l’esercizio della carità. Si dice: esistono tante organizzazioni della Chiesa, tante attività delle


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comunità ecclesiali e allora io sono dispensato. No. Ogni fedele è tenuto a questo e ha il diritto di farlo. Un terzo punto: i soggetti devono esercitare la carità con uno stile ecclesiale che qui viene messo in risalto, perché il documento dice: “È importante, comunque, tenere presente che «l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo» (questa è ancora l’enciclica numero 34). Pertanto, nell’attività caritativa le tante organizzazioni cattoliche non devono limitarsi a una mera raccolta o distribuzione di fondi, ma devono sempre avere una speciale attenzione per la persona, per la persona che è nel bisogno e svolgere altresì una preziosa funzione pedagogica nella comunità cristiana, favorendo l’educazione alla condivisione, al rispetto e all’amore secondo la logica del Vangelo di Cristo. L’attività caritativa della Chiesa, infatti, a tutti i livelli deve evitare il rischio di dissolversi nella comune organizzazione assistenziale, divenendone una semplice variante” (cf. ibid 31). Questo testo fa capire che tutti i soggetti, sia i soggetti singoli sia i soggetti comunitari, devono svolgere questa attività caritativa, questo servizio agli altri, con uno stile tipicamente evangelico, cioè attenzione alla persona, nella quale (qui non lo dice il testo, ma lo affermiamo noi) riconosciamo la presenza di Cristo stesso, come dice il Vangelo secondo Matteo al capitolo 25 «avevo fame e mi avete dato da mangiare, mi avete visitato, mi avete confortato»; perché l’attenzione alla persona significa attenzione a Gesù. Poi giustamente il documento dice: “Questo stile di carità deve diventare anche diffusivo di sé”, cioè chi esercita la carità, soprattutto le comunità ecclesiali, devono far sì che questa attività diventi pedagogica per gli altri e diventi capace di suscitare imitazioni. Quindi, allora, per quello che riguarda i soggetti che operano la carità, soggetti singoli e soggetti comunitari, questo è lo stile che il documento mette bene in relazione. Altro punto: si afferma che i soggetti singoli possono costituire o associazioni o fondazioni. Questo è molto importante perché questi soggetti esercitano la carità non soltanto come singoli, come persone fisiche, ma la esercitano peculiarmente come soggetti associati, e quindi come associazioni o come fondazioni. Alle associazioni e alle fondazioni il documento offre alcune importanti indicazioni che sono espresse in triplice forma: “Oltre ad osservare la legislazione canonica, le iniziative collettive di carità… sono tenute a seguire nella propria attività i principi cattolici e non possono accettare impegni che in qualche misura possano condizionare l’osservanza dei suddetti principi” (Art. 1, § 3). Questo è stato detto perché ci sono a volte associazioni o fondazioni, che agiscono magari per finalità ritenute soggettivamente giuste, ma che non sono compatibili con i principi della dottrina cattolica. In questo senso bisogna che stiano attenti a evitare possibili deviazioni. Altra indicazione: “Negli Statuti di ciascun organismo caritativo… oltre

alle cariche istituzionali e alle strutture di governo… saranno espressi anche i principi ispiratori e le finalità dell’iniziativa, le modalità di gestione dei fondi, il profilo dei propri operatori (il profilo evidentemente deve essere spirituale), nonché i rapporti e le informazioni da presentare all’autorità ecclesiastica competente” (Art. 2, § 1). E altro avvertimento: “Un organismo caritativo può usare la denominazione di «cattolico» solo con il consenso scritto dell’autorità competente” (Art. 2, § 2). E inoltre: “Gli organismi promossi dai fedeli ai fini di carità possono avere un assistente ecclesiastico, nominato a norma degli Statuti” (Art. 2, § 3), secondo i canoni che prevedono questo. Quindi, è interessante vedere che l’autorità ecclesiale dà a questi fedeli, che costituiscono associazioni o fondazioni, dei principi operativi precisi, che si ispirano profondamente al Vangelo e richiedono fedeltà alla dottrina della Chiesa. Altro punto molto interessante è quello che il documento dice sull’attività dei soggetti comunitari. Ci sono innanzitutto le cosiddette Caritas, che si pongono a tutti i livelli, al livello parrocchiale, al livello diocesano, al livello nazionale di Conferenza episcopale e a livello internazionale di Santa Sede. Le Caritas sono l’espressione del servizio di carità della Chiesa. La Chiesa si esprime certamente attraverso queste strutture, e però il documento dice: “Sono possibili tante altre organizzazioni messe in opera dalle autorità competente”. Una preoccupazione che la Chiesa ha è quella della vigilanza su queste strutture, su questi soggetti, su queste attività. Nel documento l’attenzione è puntata su due livelli: quello diocesano e quello sopra-diocesano. È molto sviluppato il discorso sul livello diocesano. Si dice che il Vescovo diocesano è il responsabile dell’attività caritativa nell’ambito della diocesi, quindi nell’attività svolta da soggetti singoli, da soggetti che costituiscono associazioni o fondazioni e da tutte le attività della diocesi stessa e cioè dalle Caritas, sia parrocchiali che diocesane. Il Vescovo ha sostanzialmente quattro compiti: è il primo responsabile dell’esercizio della carità e qui ci sono testi molto significativi, come, per esempio: “ È compito del Vescovo diocesano coordinare, nella propria circoscrizione, le diverse opere di servizio di carità, sia quelle promosse dalla gerarchia stessa, sia quelle rispondenti all’iniziativa dei fedeli” (il duplice piano), fatta salva l’autonomia che loro competesse secondo gli Statuti di ciascuna, in particolare “che la loro attività mantenga vivo lo spirito evangelico”. Non solo il Vescovo deve curare il coordinamento, ma prima ancora il Vescovo diocesano esercita la propria sollecitudine pastorale per il servizio della carità della Chiesa, perché “favorisce e sostiene iniziative ed opere di servizio al prossimo nella propria Chiesa particolare, e suscita nei fedeli il fervore della carità operosa come espressione di vita cristiana e di partecipazione alla missione della Chiesa” (Art. 4, § 2).


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Il Vescovo diocesano è, dunque, il primo responsabile che tutto vada bene, ma è altresì responsabile che ci sia l’attività caritativa, che i fedeli corrispondano alla loro vocazione di operatori della carità. Mi sembra davvero molto importante. E, inoltre, nella sua attività di vigilanza il Vescovo faccia in modo che tutte le iniziative di carità seguano quei principi, di cui abbiamo parlato sopra, e siano veramente attenti alla persona nella quale vedano la presenza di Cristo e si comportino sempre in coerenza con la dottrina della Chiesa evitando quelle deviazioni, che a volte sono compiute in modo soggettivamente incolpevole, però che possono comunque creare difficoltà. E, ultima cosa, il Vescovo vigili sull’osservanza delle leggi canoniche a anche di quelle civili, perché è importantissimo che tutte le attività di carità avvengano in accordo alle normative canoniche, ma anche rispettino la legislazione civile (cf. Art. 5). Il Papa in questi ultimi tempi ha richiamato l’importanza di non compiere atti di carità se non si sono compiuti prima i doveri nei confronti per esempio della legislazione tributaria pagando le imposte che le leggi civili mettono a carico anche di questi soggetti di carità. Ci sono, poi, le autorità superiori al Vescovo diocesano: c’è la Caritas nazionale che è sotto la responsabilità della Conferenza episcopale e poi c’è un’autorità centrale, che come accennavo all’inizio, è il Pontificio Consiglio «Cor Unum» da cui dipendono tutte queste attività caritative, tutta l’attività di cooperazione nell’ambito della Chiesa, e la Caritas Internationalis, che dipende (non può non dipendere) dal Pontificio Consiglio «Cor Unum» (cf. Art. 15). Allora, dalla lettura anche rapida di questo Motu proprio possiamo trovare sostanzialmente tre grandi direttive. Innanzitutto la Chiesa è tenuta a esercitare la carità, evidentemente in tutte le dimensioni, deve preoccuparsi di tutte le persone che hanno bisogno del suo aiuto. Se non esercitasse la carità non sarebbe la Chiesa, dove per la Chiesa s’intendono non soltanto i soggetti comunitari, ma anche la Chiesa in quanto soggetti singoli persone fisiche. Questa attività caritativa deve essere esercitata in modo ordinato, quindi secondo normative sia canoniche generali sia canoniche particolari a cui essere fedeli, tenendo conto anche delle normative civilistiche. E terza conclusione: l’attività caritativa della Chiesa è peculiare nel senso della sua ispirazione da parte della fede. La Chiesa compie queste attività perché vede nella persona la presenza di Cristo stesso; se non fosse così non sarebbe l’esercizio della carità ecclesiale.

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S.E. CARLOS FEDERICO DE LA RIVA GUERRA Ambasciatore di Bolivia presso la Santa Sede

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o accettato di scrivere qualcosa sull’argomento che oggi ci riunisce perché per venti anni ho lavorato in un’istituzione fondata dai gesuiti in Bolivia che aveva come finalità quella che i contadini e gli indigeni poveri del paese raggiungessero il “potere”. Questo lavoro ricopriva le aree di: istruzione, sindacalismo, produzione. Durante il primo anno, 1971, si è iniziato a lavorare nell’Altopiano Boliviano (La Paz), ma nell’istituzione si aveva il progetto di fare questo lavoro in altre zone e si è concretizzato il lavoro nella zona orientale (Santa Cruz), nella zona delle pianure (Cochabamba) e infine nella zona tropicale-amazonia (Pando e Beni). Come potrete apprezzare, la mole di lavoro, di personale e infrastrutture è grande. Oggigiorno l’istituzione può dire di aver raggiunto in buona parte il suo obiettivo, voi sapete che la Bolivia è governata da un contadino-indigeno (quechua), sono i poveri a stare al potere. Tutto questo è stato fatto anche grazie alla cooperazione internazionale di organizzazioni non governative europee, laiche ed ecclesiastiche, specialmente dell’Olanda, Germania, Belgio, Italia, Regno Unito e altri paesi, non solamente apportando denaro ma anche persone volontarie. Per tanto, ciò che dirò in questa piccola esposizione condiziona molto l’esperienza vissuta. È importante sottolineare che il titolo di quest’incontro ci chiede di vedere il tema della cooperazione sotto l’aspetto di base delle realtà etico-morali, per tanto, dobbiamo ponderare e giudicare la cooperazione tenendo in considerazione se questa è “buona” o “cattiva”, se è stata realizzata in condizioni etiche oppure no. Personalmente ritengo opportuno fare questa riflessione alla luce della realtà etico-morale come anche farla in questo momento in cui percepiamo che il mondo ha subito profondi cambiamenti è che questi incideranno direttamente non solo nelle politiche ma anche nelle pratiche concrete della cooperazione. 1. Cooperazione “buona” È quella in cui il cooperatore e il cooperato (donante e ricevente) hanno stabilito come politica il dialogo costruttivo per ottenere i cambiamenti-risultati desiderati. Quest’attitudine rende possibile quanto segue: i soggetti della trasformazione sono i cooperati; il cooperatore ha in maniera visibile una sincera sensibilità nei confronti della realtà del cooperato; i cooperati disegnano le strategie, le politiche e le tecniche per raggiungimento dei loro obiettivi; il cooperatore apporta con la sua conoscenza ed esperienza in quello che è accettato dal cooperato; il cooperatore non sposta la sua visione sul cambiamento in modo lineare ma la confronta con il cooperato; il

denaro è una risorsa per mettere in pratica l’aspirazione del cooperato. Mi azzardo a dire che questi aspetti che ho descritto sono quelli che possono costituire in modo buono il concetto, solidarietà. Voglio dare un piccolo contributo qui. Questa descrizione che ho realizzato non è qualcosa che c’era nel cooperante ed il cooperato, no. Io credo che sia il risultato del permanente dialogo tra le due parti. Questo dialogo ha permesso una maturità politica e sociale delle parti, è stato costruito grazie alla circostanza concreta che si voleva trasformare. Quest’attitudine descritta io l ho percepita nelle istituzioni non governative europee, non in tutte, ma posso affermare che nella maggior parte di esse. Non posso dire la stessa cosa per esempio sulla cooperazione bilaterale o multilaterale. 2. Cooperazione “cattiva” Forse sto entrando in un terreno tortuoso ma l’eticamorale ce lo esige. Il tema della cooperazione è delicato come mostrerò in seguito, per tanto, dobbiamo assumere una posizione critica col fine che non si ripetano esperienze poco gradevoli, che hanno fatto più male che bene. Cosa intendo per cooperazione “cattiva”. Permettetemi di ritornare alla decade degli anni ’50 - ’60. Gli Stati Uniti hanno messo in atto un programma di “cooperazione” chiamato “Piano per il Progresso”. Hanno investito molto denaro in Bolivia, principalmente nelle infrastrutture, per esempio strade. Il popolo intuiva che il paese del nord era nostro alleato, che voleva la crescita del paese. Ciò che non intuiva era quel che c’era dietro a questo atteggiamento cooperativo, cioè la sottomissione della Bolivia agli interessi politici ed economici degli Stati Uniti. Era una cooperazione condizionata. Questa realtà per esempio ci ha portato come paese ad “affrontare” altri paesi di orientamento comunista (Cina, Russia, Cuba). Avevamo rapporti con loro non per scelta propria bensì per un’esigenza acquisita legata alla cooperazione. Una cosa simile succedeva con la cooperazione multilaterale, il BID per esempio. I suoi finanziamenti non erano solamente nefasti per la Bolivia per via degli interessi e dei termini di scadenza ma inoltre li dedicavano ad opere che avevano a che fare con gli interessi delle società nord-americane che svolgevano i lavori. Hanno cooperato con noi per far sì che loro stessero meglio e noi vincolati per anni con il dubbio. Oltre a questa realtà bisogna aggiungere che la gestione indiscriminata del denaro fatta dai nostri governanti,


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specialmente durante i vari governi di fatto, militari. Meno male che una parte di questo dubbio ci ha “condonato” ma noi consideriamo il fatto come un’azione di giustizia. Però ci sono state anche istituzioni non governative (ONG) che svolgevano una cooperazione condizionate non da aspetti economici bensì da realtà ideologiche, religiose, culturali. Tutta la promozione del controllo delle nascite, dei diritti degli omosessuali, sette religiose, era nelle mani di queste istituzioni non governative, che hanno imposto una visione della vita estranea al nostro modo “tradizionale” di vedere, hanno trasformato gli elementi principali della nostra cultura. Alcune di loro, non poche, si sono dedicate alla promozione e rinforzamento dei partiti politici, sia di destra che di sinistra. Hanno trascurato l’interesse collettivo per supportare l’interesse dei partiti, settario. Per esperienza sappiamo che molte di queste istituzioni sono scomparse eccetto quelle che hanno avuto l’opportunità di aprirsi all’interesse collettivo. 3. La cooperazione nell’attuale contesto storico Quanto finora detto corrisponde al passato, quanto è successo. Dopo che sono stati ottenuti i risultati dell’esperienza, creo che sia necessario chiederci se oggi la cooperazione è ancora pertinente. La cooperazione che io giudico come fuori discussione è quella che interviene in momenti di tragedia nazionale o regionale, principalmente mi riferisco a tragedie causate da effetti naturali; ricordiamoci quanto è successo recentemente nelle Filippine. Sembra che il buon senso porti a solidarizzarsi tempestivamente per mitigare, nel modo migliore, la sofferenza di migliaia di persone, in modo speciale, non esclusivo, in paesi che hanno limitazioni economiche e logistiche. Voglio cogliere questo momento per menzionare qualcosa che non ho detto prima, il problema della corruzione. Certamente non si può generalizzare ma, purtroppo, ci sono stati casi in cui questa cooperazione è stata l’occasione perché degli individui e anche dei gruppi, abbiano usato tali risorse a beneficio personale o di gruppo, sviando in modo grave l’intenzione del donante. Tremendo peccato. Attenzione, questo atteggiamento che manca ad ogni principio etico, non soltanto si è verificato in istituzioni statali ma anche in istituzioni non governative (ONG) e, addirittura, nella chiesa. Ritengo opportuno dire questo in quanto al momento di decidere una cooperazione dobbiamo anche decidere le istanze mediatrici. Non farò una descrizione su come sia il mondo di oggi, quali caratteristiche ha. Ma dirò, invece, che il mondo di oggi è cambiato e continua a cambiare. Tutti noi abbiamo una percezione del mondo di oggi. Ad esempio, Europa non è la stessa Europa di venti

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anni fa; America Latina non è l’America Latina di 20 anni fa. In questo nuovo contesto diventa opportuno chiederci se la cooperazione è ancora necessaria oppure no. Io tendo a pensare che sia ancora necessaria e ancor più necessaria di prima, e dico questo per i seguenti motivi: il divario tra quelli che hanno molto denaro e quelli che non hanno quasi nulla è sempre più ampio, più profondo; abbiamo messo l’ambiente in alto rischio. Problema che colpisce tutti, ricchi e poveri; la distanza tecnologica trai paesi è sempre più grande, è impensabile che quelli che non possiedono la tecnologia la possano generare più velocemente da quelli che ce l’hanno; finalmente, le forti crisi attuali hanno mostrato che il margine di “sicurezza” in cui i popoli sviluppati vivevano, ormai non è così certo. Oltre ai motivi che ho esposto nel paragrafo precedente, io capisco e ritengo che esiste un principio vitale di cooperazione nell’umanità. Tutti abbiamo bisogno degli altri, nessuno può negare questo principio. Pertanto, il problema di fondo sarà quello di stabilire le basi e le modalità concrete della cooperazione. Tema molto delicato come abbiamo visto nei punti 1 e 2 di questo modesto contributo. 4. Un’iniziale valutazione della cooperazione Possibilmente il mondo di oggi sarebbe molto peggio se non ci fossero state tante iniziative di cooperazione, ad esempio, ricordo i numerosi posti de salute in zone rurali della Bolivia, iniziativa della Chiesa Cattolica; senza di esse la mortalità infantile e materna non sarebbe diminuita; Tanti programmai di alfabetizzazione sostenuti dalla cooperazione internazionale (comprese le chiese) che hanno fatto possibile la riduzione dell’analfabetismo in modo evidente; è comprovato che molte comunità contadine della Bolivia hanno avuto un aumento delle loro entrate economiche familiari da 200 a 1300 dollari, grazie a programmi per il miglioramento produttivo. Sostenuti dalla cooperazione. E, potrei dare diversi esempi ancora. Cosa voglio dire: che esistono risultati positivi generati, grazie alla cooperazione, ma, allo stesso tempo, dobbiamo accettare che gran parte della cooperazione non ha beneficiato per “garantire” uno sviluppo adeguato alle necessità nazionali, regionali e locali ma ha beneficiato in modo scandaloso le realtà cooperatrici. Questa affermazione la faccio grazie a studi che sono stati fatti e mostrano con numeri, dei casi concreti di cooperazione. Cooperavano con mille e guadagnavano oltre tremila. 5. La cooperazione solidale Se ciò che ho detto fino ad ora è valido, tenterò dei postulati che dovranno essere presi in considerazione per qualsiasi iniziativa di cooperazione. Capisco anche che questi postulati devono essere accettati da


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entrambe le parti, da chi ha intenzione di cooperare e chi è beneficiario della cooperazione: Bisogna terminare qualsiasi cooperazione “condizionata” perché aggredisce e ferisce la dignità delle persone che si vuole “aiutare”. La cooperazione non deve avere “un’intenzionalità” a priori essa deve essere il risultato del dialogo costruttivo di entrambe le parti. Questo dialogo permetterà che i beneficiari si approprino dei progetti e le azioni e si potranno generare condizioni di sostenibilità. Quante opere abbiamo visto funzionare per un periodo per poi scomparire (opere buone), questo è dovuto al fatto che i beneficiari le vedevano come estranee. L’offerta di cooperazione riguarda necessariamente la totalità della realtà in cui si vuole agire. In questa maniera garantiamo che l’intervento contribuisca positivamente alla crescita di tutti. Non è un’opera isolata bensì integrata nell’insieme delle altre azioni. La cooperazione non dovrebbe essere ciò che mi avanza bensì quello di cui hanno bisogno gli altri. La cooperazione riguarda necessariamente lo sviluppo, la sostenibilità della realtà in cui si agisce. La cooperazione non deve dividere le realtà umane, non può essere causa di divisione. Quante opere abbiamo visto dividere comunità di contadini. La cooperazione non dovrebbe essere svolta in modo isolato, “indipendente”, solo. La cooperazione dovrebbe avere istanze di coordinazione. In questa maniera si evitano azioni parallele, doppi sprechi, rivalità. La cooperazione non deve generare piani di sviluppo paralleli, al contrario, la cooperazione deve sommarsi allo sforzo nazionale, regionale o locale. Ritengo che siano stati persi molto tempo e risorse dato che ogni cooperatore faceva ciò che considerava essere meglio. La cooperazione deve essere il risultato di un atto “gratuito”. Se io coopero, l’unica cosa che cerco è che l’altro cresca.


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Dott. PIETRO MARIA BRUNETTI Direttore Relazioni Esterne e Istituzionali FERRERO S.P.A.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi della relazione del Dott. Pietro Maria Brunetti, volto ad illustrare il modello di crescita della Ferrero da sempre ispirato dagli stessi valori e principi.

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i permetto di portare a questa conferenza alcuni esempi su che cosa faccia un’Azienda e soprattutto quale sia lo spirito che la anima, Azienda per la quale io lavoro da oltre 25 anni. Ferrero, sicuramente forse tutti la conoscerete, nasce nella provincia di Cuneo nel 1946. Lo spirito che da sempre ha animato la famiglia proprietaria è stato la fonte di quella spinta sociale ed umanitaria che ha segnato la sua storia e di cui è stato l’anticipatore il Fondatore dell’azienda Pietro Ferrero. Fin dall’inizio della sua attività, dedica parte dei frutti della sua intuizione imprenditoriale al sostegno di chi si trova in condizione di sofferenza e di difficoltà. Da Pietro Ferrero quindi scaturivano quei sentimenti di solidarietà che si sono tramandati a suoi successori, il figlio Michele con la moglie Maria Franca e i loro due figli Pietro e Giovanni. Sotto la guida di Michele la Ferrero ha conosciuto un’espansione continua, dapprima in Italia, quindi in Europa e infine nel mondo, espansione chiaramente che è andata di pari passo con l’ampliamento delle attività e soprattutto delle attenzioni che l’Azienda ha sempre rivolto alle persone bisognose. Direi che questo successo trova le sue fondamenta in alcuni principi basilari, il grande senso di responsabilità sociale dell’Azienda che ha sempre motivato la famiglia Ferrero e che ha ingenerato soprattutto in tutti i collaboratori la consapevolezza di appartenere ad un’unica grande famiglia e chiaramente essendo Ferrero una multinazionale che fa dei prodotti alimentari, certamente la grande tensione di responsabilità all’innovazione, le attenzioni chiaramente dei consumatori che portano quindi alla creazione di prodotti unici e soprattutto della più alta qualità. Oggi, brevemente, il gruppo guidato da Giovanni Ferrero figlio di Michele e Maria Franca Ferrero, purtroppo il primo genito morì due anni e mezzo fa in un tragico incidente in Sud Africa. Oggi il gruppo ha un fatturato che lo colloca al 4° posto tra le grandi Aziende mondiali del settore dolciario e questa è una posizione che è stata raggiunta, esclusivamente attraverso una crescita organica, una crescita avvenuta attraverso uno sviluppo per linee interne e mai senza acquisizioni o fusioni con altre società.

Ferrero ha acquisito la leadership in Italia, Germania, Francia posizioni poi ben radicate su tutti i mercati mondiali. Oggi il gruppo opera con 41 sedi commerciali, 20 stabilimenti produttivi nel mondo e nell’esercizio 2012-2013 sono stati realizzati oltre un milione e centomila tonnellate di prodotti dolciari. Il gruppo si avvale di una struttura di più di 29.000 collaboratori, incluse le riserve esterne, e circa lo stesso numero nell’indotto. Vediamo forse più in profondità i principi e come la Ferrero ha raggiunto questo successo. Ferrero è un’Azienda che si è imposta nel mondo attraverso dei prodotti inimitabili e soprattutto perché ha saputo creare al suo interno quel contesto umano basato su principi e valori che si sono tramandati di generazione in generazione e che sono diventati parte integrante della sua stessa cultura; quindi ha saputo fondere con lo spirito imprenditoriale un elevato senso di coesione che si è radicato nelle coscienze delle persone che lavorano per questo gruppo, creando quindi un genuino e profondo legame tra i membri della famiglia proprietaria e tutti i collaboratori. Ogni relazione, secondo noi, si caratterizza, soprattutto sempre per la sua qualità e capacità di cura e promozione della vita di ciascun attore coinvolto. E questo chiaramente ha conferito a questa Azienda la sua fisionomia distintiva. Sulla base di questo spirito nel 1983, nasce l’opera sociale Ferrero. L’opera sociale Ferrero è inizialmente una piccola struttura per accogliere i dipendenti Ferrero in pensione, infondere loro un senso ancora di continuità, di appartenenza all’Azienda. L’opera sociale si è poi progressivamente ingrandita con la crescita, l’espansione del gruppo, divenendo da opera sociale a Fondazione. Ma la Fondazione che è un ente no-profit porta il nome degli iniziatori dell’Azienda, nasce da quel profondo senso di responsabilità sociale della famiglia Ferrero ed è guidata dalla Signora Ferrero. Molto della Fondazione Ferrero è “lavorare, creare, donare”, con questa espressione si è voluto esaltare, in ricordo del Fondatore Pietro Ferrero, il senso dell’origine, l’onore al lavoro, il culto alla creatività alle idee, la missione filantropica umanitaria. Oggi la Fondazione Ferrero ha ampliato il suo raggio d’azione, i suoi orizzonti, sino a diventare una centro sociale educativo-culturale, che irradia la sua attività in tutta l’Italia e altri Paesi d’Europa. La profonda consapevolezza dei principi etici e sociali insiti nella cultura del Gruppo Ferrero sono state le fonti ispiratrici di Michele Ferrero nella costituzione delle Imprese Sociali. Lo scopo del progetto Imprese Sociali è di estendere l’impegno della Ferrero nel


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contribuire concretamente al miglioramento delle condizioni di vita e di sviluppo delle popolazioni delle aree più povere del mondo, partendo dal presupposto che la povertà e le sue disastrose conseguenze si combattono efficacemente soprattutto creando posti di lavoro e fonti di produzione. Sono iniziative chiaramente indirizzate alla tutela della salute, della crescita educativa e sociale dei bambini dei ragazzi al recupero delle persone. Le imprese sociali hanno quindi una missione che si sviluppa secondo due direttrici fondamentali: la prima che è la creazione di posti di lavoro, quindi con questo impegno le imprese sociali oltre ad offrire la possibilità di ottenere un reddito che consente di affrontare il costo della vita per sé e per la propria famiglia, danno a chi lavora un senso di dignità e soprattutto la capacità di diventare protagonista del proprio destino; assicurano una formazione professionale e una capacità lavorativa, creando la cultura del lavoro fonte di progresso di evoluzione civile. Con gli insediamenti produttivi si favoriscono le attività indotte, coinvolgendo quindi le imprese industriali del territorio. Inoltre, sempre per la produzione, vengono utilizzate preferibilmente materie prime locali. Ne deriva quindi che la creazione di ulteriori posti di lavoro innesca sempre una spirale virtuosa verso lo sviluppo economico e di benessere per tutta la comunità locale. Le imprese sociali danno proprio a chi lavora questa capacità di diventare protagonista del proprio destino. Ho detto due sono le direttrici fondamentali, la seconda è la realizzazione di progetti ed iniziative di carattere sociale ed umanitario, in quanto per raggiungere concretamente questo obiettivo è prevista la costituzione di un fondo, questo per Statuto, che verrà definito sulla base dei volumi annualmente prodotti dallo stabilimento e questa somma viene trasferita su un apposito conto di una banca locale e sarà impiegata quindi per la realizzazione di specifici soggetti sociali, individuati con le autorità istituzionali locali, chiaramente avvalendosi anche della consulenza della Fondazione Ferrero. Dove si trovano le imprese sociali? Ad oggi le imprese sociali Ferrero sono in Camerun, dove Ferrero ha messo in piedi il potenziamento del reparto dell’ospedale pediatrico di Saint Martin de Porres, in Sudafrica dove si è posto in essere, il finanziamento di un progetto, con degli incontri dedicati ai giovani sulla prevenzione dell’AIDS, dove Ferrero per il compimento del 94° compleanno di Nelson Mandela, visto che la richiesta di Nelson Mandela era stata fatta a tutte le Aziende presenti di restaurare una Chiesa, La Ferrero ha restaurato una Chiesa. In India il sostegno ad un Centro di accoglienza rivolto a bambini abbandonati per dare loro una educazione professionale.

Vorrei dare due numeri, nel senso di che cosa fanno esattamente. In Camerun l’impresa sociale Ferrero è un centro produttivo che è stato avviato nel maggio del 2005, si producono dei semi lavorati, attraverso l’utilizzo delle materie prime e l’impresa sociale si avvale di 178 persone. In Sudafrica nel 2006 iniziano le prime produzioni e noi nel 2009 abbiamo avviato lo stabilimento di Walkerville, ad oggi in Sudafrica comprese le risorse esterne sono 380 le persone che vi lavorano. In India abbiamo iniziato le nostre imprese sociali nel 2007 e nell’ottobre del 2011 abbiamo inaugurato questo stabilimento a Baramati, oggi tra le risorse interne ed esterne è uno stabilimento con oltre 2.280 persone. È questo quindi lo spirito di queste imprese sociali che sono sotto il cappello della Ferrero, sono delle Aziende Ferrero, ma con questo modello di voler trovare il benessere degli individui, il rispetto della dignità di chi vi lavora, e non il perseguimento della ricchezza il fine ispiratore che guida le nostre imprese sociali. Grazie


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Padre J. JOBLIN SJ Università Gregoriana

ACTUALITE DU MOUVEMENT COOPERATIF

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e phénomène associatif va de pair avec la vie. Aussi loin que porte le regard sur le passé on constate que les hommes se regroupent en associations ; cellesci prennent des formes diverses mais elles sont toujours présentes car aucun être humain n’a jamais existé seul et pour soi : chacun vient au sein d’une famille et son développement sera d’autant plus poussé qu’il aura été en contact avec d’autres. Cette vérité est confirmée par le roman et le cinéma ; les sauvageons qu’ils présentent comme ayant vécu seuls dans la forêt ne deviennent vraiment hommes et ne se développent qu’une fois intégrés dans la société des hommes. Nature et diversité du phénomène associatif. Cette constatation élémentaire vaut pour tous les êtres vivants : les plantes dépendent de la terre dans laquelle elles ont été plantées et nous distinguons les animaux d’après les relations qu’ils établissent entre eux en se soumettant aux règles de l’instinct. Tandis que la manière de s’associer semble immuable chez tous les vivants, il en est un, l’homme, chez lequel ce phénomène naturel est maîtrisé en tombant sous l’empire de la raison. Les hommes se regroupent par nécessité certes mais en même temps ils se fixent des objectifs à atteindre qui seraient autrement hors de leur portée ; ils se distinguent ainsi de tous les autres vivants. II n’y a pas de société humaine sans associations au sein d’une organisation politique dont les traits peuvent être sans cesse remis en question ; mais il y a deux manières de concevoir le rôle des associations au sein d’une société politique, dans la dépendance ou dans la liberté. Dans la dépendance, par exemple quand les hommes et les femmes sont regroupés au sein d’organismes qui permettent au pouvoir d’imposer ses vues ; tel est le cas des sociétés dites primitives dans lesquelles l’équilibre avec le milieu ambiant est si fragile que la survie de la communauté humaine demande de suivre des règles strictes que les Anciens ont charge de faire respecter et de freiner toute innovation ; de même les régimes totalitaires du siècle dernier ont offert un autre exemple de cette situation en enrôlant les citoyens dans des associations qui dépendaient entièrement du pouvoir politique. Mais le phénomène associatif peut aussi se réaliser dans la liberté ; il en est ainsi lorsque le régime politique assure la participation libre et organique des citoyens aux décisions du pouvoir. Les associations dans un système démocratique. L’association apparait ici tellement essentielle qu’on en a fait un droit. La société du XIXème siècle, dominée par les idées libérales et individualistes, avait favorisé l’établissement de conditions de travail

vraiment inhumaines. Dès 1839, le bienheureux Ozanam dans son cours de droit commercial, professé à Lyon, dénonçait l’  «  esclavage  » dans lequel se trouvaient les travailleurs de l’industrie, car ils étaient sans défense devant leurs employeurs du fait qu’ils n’avaient pas le droit d’avoir des associations propres. La revendication du droit d’association est devenue progressivement un leitmotiv des mouvements sociaux  ; ils affirmaient ainsi la nature spécifique et sociale du travail puisqu’il devait s’effectuer dans des conditions donnant droit, comme le dit Léon XIII dans Rerum Novarum, à obtenir un revenu suffisant pour faire vivre le travailleur et sa famille. Rôle actuel des associations. La démocratie contemporaine est née de l’opposition faite à ceux qui détenaient l’autorité dans les sociétés traditionnelles et commandaient à leurs inférieurs qui, eux, devaient obéir car ils disaient détenir leur pouvoir directement de Dieu et ne devoir compte qu’à lui seul de la manière dont ils en usaient. La démocratie substitue à l’inégalité consacrée hiérarchiquement par des structures ad hoc confiant à quelques privilégiés le droit de décider souverainement ce qui convient à tous un contrôle des autorités politiques par le peuple ; contrôle préventif quand il s’agit de décider quels seront ceux qui auront la responsabilité du groupe et un contrôle a posteriori pour voir si les décisions prises sont conformes à l’intérêt général. La liberté d’association en est la base ; elle implique toutes les autres libertés ; celle de former des groupements indépendants des pouvoirs politiques, celle de définir ses statuts, celle de se réunir, celle de définir ses principes d’action. La liberté religieuse entre dans cette catégorie ; elle en est même le fondement car c’est elle qui permet un fonctionnement parfait du régime démocratique. Alors que les autorités politiques sont toujours tentées de prendre le contrôle des associations qui se forment sur son territoire et de conditionner la pensée et la réflexion des citoyens – on a même formé à ce sujet le mot de politically correct pour stigmatiser ce conformisme de la pensée – la liberté religieuse marque la limite qu’un pouvoir qui se veut démocratique ne peut dépasser. Elle apparait ainsi comme le meilleur garant de la liberté car elle oppose les droits irréfragables de la conscience aux dispositions de la loi. La liberté d’association en est le corollaire puisqu’elle permet aux hommes et aux femmes de se regrouper selon leurs convictions et d’apporter leurs vues sur le devenir de la société dans les décisions qui seront prises. Le régime démocratique est en opposition avec celui des princes traditionnels ; ceux-ci gouvernaient le plus souvent pour accroître


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leur renommée ou leur puissance et voyaient dans les populations ceux qui leur en donnaient les moyens principalement en s’acquittant de leurs impôts. C’est ce système de dépendance que les révolutions des siècles précédents ont entendu abolir. Rôle à venir des associations corporatives. Les réflexions ci-dessus permettent de situer l’actualité des associations coopératives dans le monde d’aujourd’hui et de comprendre la manière nouvelle dont elles sont appelées à jouer son rôle dans la société. Elles opposent une structure à la volonté de certains Etats de tout contrôler  ; celle-ci repose sur l’ordre naturel des choses car la société est le lieu d’épanouissement des personnes ; elles sont indispensables à leur développement matériel comme à leur progrès spirituel qui dépend du plein exercice de leur liberté et de l’exercice de leur liberté dans le milieu où elles vivent. « Les unités coopératives » peuvent assurer « les avantages des grands domaines » sans les inconvénients des entreprises monopolistiques remarquait Pie XII dans un message du 1 septembre 1944. Il y a là une doctrine constante dans l’Eglise mais elle a reçu une expression très claire dans ce qu’on appelle le principe de subsidiarité formulé par Pie XI en 1931 dans l’encyclique Quadragesimo Anno Tout en reconnaissant qu’aujourd’hui l’évolution des conditions sociales et économiques fait que bien des choses qu’on demandait à des associations de base, comme les coopératives, ne peuvent plus être accomplies que par de puissantes collectivités, le pape ajoute : « Il n’en reste pa s moins indiscutable qu’on ne saurait ni changer ni ébranler ce principe si grave de philosophie sociale : de même qu’on ne peut enlever aux particuliers, pour les transférer à la communauté, les attributions dont ils sont capables de s’acquitter de leur seule initiative et par leurs propres moyens, ainsi ce serait commettre une injustice, en même temps que troubler d’une manière très dommageable l’ordre social, que de retirer aux groupements d’ordre inférieur, pour les confier à une collectivité plus vaste et d’un rang plus élevé, les fonctions qu’ils sont en mesure de remplir eux-mêmes  ». Ainsi pour l’enseignement social de l’Eglise, le rôle de l’Etat estil d‘agir « par » les mouvements organisés, c’est-à-dire de mobiliser au service du bien général leurs activités, leurs compétences, leurs intérêts sans les priver de leur liberté en se dotant de règles d’action commune dans le cadre des lois existantes ; ces dernières sont là pour permettre à chacun de s’associer à d’autres personnes « Que l’autorité publique abandonne donc, poursuit Pie XI, aux groupements de rang inférieur le soin des affaires de moindre importance..(afin d’) assurer plus efficacement les fonctions qui n’appartiennent qu’à elle ». Les collectivités doivent s’organiser de « façon supplétive » afin d’assurer dans les meilleures conditions la « participation organique » (Paul VI) de tous à la responsabilité sociale. Les sociétés actuelles présentent aujourd’hui le danger

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de soumettre les hommes et les femmes à un nouveau conformisme. Elles enserrent leurs membres dans des règlements et institutions ad hoc en vue d’une tâche commune limitée à des horizons terrestres. C’est le corps social tout entier qui s’efforce de contrôler le mouvement naturel de la nature et de l’orienter selon une fin ; or celle-ci peut être imposée par le pouvoir politique comme ce fut le cas avec le nazisme et le communisme ou choisie démocratiquement selon le vœu des nations occidentales à la fin de la dernière guerre mondiale. Dans ce cas, elles doivent être structurées de manière à mobiliser les énergies de tous en vue de la réalisation d’un monde meilleur pour chacun. La fameuse encyclique de Paul VI Populorum Progressio a montré que les chrétiens pouvaient être à l’aise avec cette philosophie de l’action s’ils se sentaient responsables de construire une société respectueuse de de « tout l’homme et de tous les hommes », c’est-à-dire faisant de chacun « l’artisan principal de sa réussite ou de son échec » ; il parle alors de cette « vocation » de l’homme et de la femme à se comporter comme un agent actif pour la transformation de la société. Les changements qui sont en cours ont une incidence capitale sur la vie des familles et leur rôle dans les sociétés puisqu’elles doivent prendre une part active à la formulation des valeurs qui seront communes. Tel est le fait d’ordre moral, selon l’expression de JeanPaul II, parce qu’appelant à l’exercice d’une nouvelle responsabilité dans la société, sur lequel il convient de réfléchir; il concerne tout particulièrement les coopérateurs.

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S.E. MOHAMMAD TAHER RABBANI Ambasciatore della Repubblica di Iran presso la Santa Sede

Estratto dalla Conferenza di S.E. Mohammad Taher Rabbani tenuta al Convegno su: “Giustizia solidarietà e sviluppo, nelle tre grandi religioni monoteistiche”, organizzato dall’Associazione Carità Politica in collaborazione con l’Università per le Religioni di Qom (Iran) in Vaticano il 19 giugno 2013.

I

l mondo contemporaneo si trova in crisi e cerca un ordine nuovo o il ripristino degli assetti attuali, ora il quesito a cui bisogna dare una risposta è: quale sia il ruolo dei leader e pensatori religiosi nel proporre una soluzione a questa crisi e alla ricostruzione degli ordini sociali, nazionali e internazionali. La spiegazione dei significati di giustizia, solidarietà e progresso nella cornice del dibattito interreligioso, inerente alle tematiche di giustizia e di sviluppo, che ha assunto una forma speciale nelle direttive di Ayatollah Khamenei, la guida spirituale della Repubblica Islamica dell’Iran, e di Sua Santità Papa Francesco, la guida spirituale dei cattolici nel mondo, trova continue conferme e può illuminare la nostra strada per giungere verso la realizzazione di una concreta collaborazione fra le religioni, mostrandoci il metodo con cui si possa – in qualità di leader o di pensatore musulmano, cristiano o ebraico – arrivare ad un agire comune sull’asse del monoteismo e della carità verso tutti gli individui delle società umane. Ora intendo riassumere le linee generali di questa collaborazione: 1) La necessità di un dialogo fra i pi�� eminenti uomini di religione per giungere ad una collaborazione concreta che abbia lo scopo di definire una lista programmata delle più importanti ed attuali difficoltà delle varie società. 2) La creazione di un istituto che abbia come scopo il dialogo interreligioso mondiale, composto dai più eminenti uomini di religione e pensatori delle tre grandi fedi monoteistiche, e che possa trovare una soluzione per risolvere tali difficoltà e proporre politiche provenienti dagli insegnamenti del monoteismo, della spiritualità ed ispirati dalla ragione. 3) Rafforzare la voce mite, ispirata dalla ragione e dal pensiero religioso tra i fedeli delle tre grandi religioni monoteistiche, tramite la pubblicazione e la diffusione di lavori intellettuali e culturali nell’ambito internazionale, come la spiegazione e la presentazione di progetti comuni sulla comprensione del concetto di giustizia, solidarietà e sviluppo. 4) Condanna di ogni sorta di movimento e di atto insolente accompagnato dal pensiero deviante che prendono forma in nome della religione, ma il loro effetto sugli uomini non rappresenta altro che guerra,

prigionia, odio e violenza; poiché il messaggio religioso non è altro che la diffusione della giustizia, il rifiuto dell’oppressione, la promozione del bene comune e la ricerca di pace per tutti i componenti delle società umane, e in tale cornice ciò che prenda forma in nome della religione ed abbia intenti differenti contraddice le reali intenzioni delle religioni. Considerando quanto detto, affermo chiaramente che ogni sorta di atto terroristico da parte di alcuni gruppi estremisti che in nome della religione uccidono innocenti, e non hanno pietà nemmeno per i credenti della loro stessa fede, dal punto di vista islamico, sono in errore e la loro attività è considerata illegittima e peccaminosa. Ancora una volta pongo l’accento sul fatto che noi, in qualità di pensatori e uomini di religione, dobbiamo proporre al mondo un modello di sviluppo che sia condiviso, completo, giusto e solidale, affinché, nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, il nostro lodevole ruolo di religiosi sia più forte ed efficace del passato. E in questa direzione, rivolgendo l’attenzione verso il mio paese che ha l’onere di avere la presidenza di turno del Movimento dei Paesi non allineati – che è composto da 120 nazioni in cui vivono i fedeli delle grandi religioni della terra, in modo particolare i musulmani, i cattolici – e con l’intento di moltiplicare i benefici di questa moltitudine di religioni e culture che vi partecipano, propongono che venga costituita un’assemblea permanente formata dai più eminenti dotti e pensatori delle nazioni membri di questo movimento, con lo scopo di dare seguito al dialogo costruttivo che tenda alla ricerca della giustizia e della solidarietà per realizzare una pace duratura nel mondo.


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CENTRO MORALE per promuovere la ricerca di relazioni armoniose tra le persone e i popoli Con lo scritto dell’Ambasciatore Mohammad Taher Rabbani che qui presentiamo, intendiamo avviare una riflessione a più voci per approfondire la costituzione di un Centro Morale delle tre grandi religioni monoteistiche per favorire l’avvento di un mondo dove il dialogo, il rispetto delle differenze, la salvaguardia della dignità umana, l’amore della verità costituiscano la <<grammatica>> dell’umana convivialità per oggi e domani. Il Centro intende sviluppare particolarmente: il dialogo delle opere e della collaborazione attraverso obbiettivi concreti di carattere sociale economico e politico.


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ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE “CARITA’ POLITICA” CONVEGNO “La Fede: una forza consolante nella sofferenza” Mercoledì, 30 ottobre 2013 - h. 17,00 Roma, Università Cattolica del Sacro Cuore

S.E. Mons. Zygmunt Zimowski Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari

Desidero ringraziare il Prof. Alfredo Luciani, Presidente dell’Associazione Internazionale “Carità Politica” per avermi invitato questa sera ad illustrare un tema così impegnativo ed interessante, quale: “La Fede: una forza consolante nella sofferenza”. Saluto tutti i presenti, in modo particolare l’Ambasciatore di Uruguay presso la Santa Sede ed i Docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Per meglio comprendere il significato e la profondità di quanto Papa Francesco scrive nella sua prima enciclica “Lumen Fidei”, sulla forza e sulla luce che dalla Fede può venire nella sofferenza (Lumen Fidei, 56-59), sarebbe importante contestualizzarne la riflessione sia nell’insieme dello sviluppo dell’Enciclica sia in continuità con le Encicliche di Benedetto XVI sulla carità (Deus Caritas est) e sulla speranza (Spe Salvi), oltre che con l’ampia riflessione sulla sofferenza esposta da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Salvifici doloris”. Evidentemente il presente intervento si limiterà ad alcune accentuazioni e ad aprire alcune prospettive. 1. Una prima considerazione Una prima considerazione sul rapporto della fede con la sofferenza, come presentata nell’Enciclica da Papa Francesco, riguarda la stessa collocazione della riflessione nella quarta parte (“Dio prepara per loro una città”) dove si sottolinea come la fede non sia una realtà astratta, ma sia per la vita e per portare luce in tutte le situazioni esistenziali. Essa “illumina il vivere sociale, essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama” (Ivi 55). La fede non allontana dal mondo e dai suoi problemi reali. Offre, anzi, un servizio per edificare una umanità e una società dove prevalga la giustizia, il rispetto e la tutela della dignità di ciascuna persona, l’educazione a una fraternità sociale che cerchi il bene

comune, l’attenzione e la cura delle fasce più deboli, in condizione di povertà e di particolari sofferenze. Il richiamo, quindi, al rapporto della fede con la sofferenza non appare per nulla isolato. Anzi la “sofferenza” sembra diventare “luogo” ed “esperienza” per interrogarci, sia sulla verità della fede e la sua forza illuminante sia sull’autenticità o meno del nostro vivere umano e delle nostre relazioni sociali. Sembra risuonare con forza una affermazione di Benedetto XVI nella Enciclica “Spe Salvi”: “la misura della umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far si che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (Ivi 38). Ma la sofferenza, sottolinea Papa Francesco, si presenta anche come “luogo di fede, di speranza e di amore. Luogo dove, nella esperienza dell’apostolo Paolo (Cf 2Cor 4, 7-12), la sofferenza e la stessa debolezza diventa luogo per annunciare e vivere la fede, riconoscendo la presenza e la potenza di Dio che supera la nostra debolezza ed è capace di darci forza, luce e consolazione nella stessa sofferenza (Ivi 56). 2. Alla base: “il credere all’Amore” e “partecipare allo stesso sguardo di Gesù” (Vedi ivi: 16-22; 56). La fede che illumina ogni situazione esistenziale è la fede che viene riconosciuta e accolta come rapporto di amore con Dio. “La fede coglie nell’amore di Dio manifestato in Gesù il fondamento su cui poggia la realtà e la sua destinazione ultima (Ivi 15). E’ necessario partire dal mistero di Dio, rivelato pienamente nel suo Figlio Gesù Cristo che per amore ha donato la sua vita sulla Croce ed è risorto, per poter illuminare il mistero della nostra umanità, come umanità redenta, e in essa poter vivere nella speranza anche la condizione e l’esperienza della sofferenza. “La morte di Cristo svela l’affidabilità totale dell’amore di Dio alla luce della sua risurrezione… proprio perché


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Gesù è il Figlio, perché è radicato in modo assoluto nel Padre, ha potuto vincere la morte e far risplendere in pienezza la vita” (Ivi 17). Si comprende perché l’Apostolo Paolo riassuma la “Buona notizia del Vangelo” nella “Parola della Croce” (Vedi 1Cor 1, 17-18). “Contemplando l’unione di Cristo con il Padre, anche nel momento della sofferenza più grande della Croce (cf Mc 15, 34) il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù” (Ivi 56). Il Beato Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica “Salvifici doloris”, ha sviluppato nella prospettiva della redenzione, la solidarietà di Dio nella sofferenza del Figlio, sottolineando come, in Gesù Cristo Crocifisso e Risorto, la sofferenza è vinta nell’amore (cf ivi 14-28). 3. La fede può dare senso e consolazione nella sofferenza. Anche se la sofferenza non può essere eliminata, la fede cristiana può aiutare a darvi una senso fino a poter “diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore” (Ivi 56). La fede non ha spiegazioni da dare sulla sofferenza, ma a essa può dare senso e forza per viverla. “La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi e questo basta per il cammino” (Ivi 57). Anche per il faticoso cammino nella sofferenza, dove Dio non ci lascia soli, ma sa camminare al nostro fianco: “all’uomo che soffre Dio non dona un ragionamento che spiega tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce a ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce. In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per vedere in essa la luce” (Ivi 57). Secondo una felice espressione di San Bernardo “Dio non può patire, ma può compatire”. “L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; di lì si diffonde in ogni sofferenza la “consolatio”, la consolazione dell’uomo partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza. (Spe salvi, 39). 4. La sofferenza scuola di fede, di vita e di umanità. Illuminata dalla fede e aperta alla speranza, la stessa sofferenza può essere riscattata dal rischio della rassegnazione e della chiusura, per diventare una scuola di fede e di vita, di impegno nella lotta contro quanto è male e impoverisce la nostra umanità. Così come può diventare riconoscimento di quanto le

stesse persone che vivono situazioni e condizioni di sofferenza possono dare per una crescita in umanità a coloro che se ne prendono cura. La stessa corresponsabilità sociale e una vera fraternità umana rischia di venir meno quando non si riconosce “che in ogni uomo c’è una benedizione per me, che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello”, così come la fede ci insegna a vedere (Lumen Fidei, 54). La sofferenza sembra davvero presentarsi come luogo dove la fede, mentre viene interrogata, diventa in realtà portatrice di senso, di consolazione, di forza, di amore e di speranza. Luogo dove la Chiesa e i cristiani sono chiamati costantemente a riconoscersi e ad agire come Chiesa e come credenti radicati nel mistero del Dio dell’Amore, abbracciati al Cristo Crocifisso e Risorto. Chiesa che si sente inviata per annunciare a tutti il Vangelo, prendersi cura di tutti a partire dai più fragili, sofferenti, poveri e malati. La sofferenza, nella fede, diventa anche il luogo dove apprendere a testimoniare la speranza. Nella relazione con le persone che soffrono, la speranza si impegna nell’amore e da esso viene nutrita: “dal nostro operare scaturisce la speranza” (Spe salvi 35) per noi e per coloro che siamo chiamati ad aiutare. Per questo, come opportunamente e con chiarezza sottolinea Papa Francesco nella Enciclica, “la sofferenza ci ricorda che il servizio della fede al bene comune è sempre servizio di speranza, che guarda in avanti, sapendo che solo da Dio, dal futuro che viene da Gesù risorto, può trovare fondamenta solide e durature la nostra società” (Lumen Fidei, 57). 5. Riscoprire e vivere il dinamismo di “Fede, Speranza e Carità”. La fede si rivela così sempre più congiunta alla speranza e alla carità. Un dinamismo, quello di “fede, speranza e carità”, che mentre ci rende consapevoli della grandezza della nostra vita battesimale, ci fa così anche “abbracciare le preoccupazioni di tutti gli uomini nel nostro cammino verso quella città “il cui architetto e costruttore è Dio stesso” (Eb 11, 10), perché “la speranza non delude (Rm 5, 3)” (Ivi 57). E’ nella Chiesa, “Madre della nostra fede” (vedi: ivi 37ss), che a noi viene la conoscenza del mistero di Dio e del suo Amore. In essa abbiamo ricevuto il dono della fede. Una fede che viene a noi trasmessa, donata, sostenuta e nutrita particolarmente con la celebrazione dei sacramenti. Nella Chiesa “si comunica una memoria incarnata, legata a luoghi, a tempi della vita associata con tutti i sensi; in essi la persona è coinvolta, in quanto membro di un soggetto vivo, in un tessuto di relazioni comunitarie” (ivi 40). I sacramenti fondamentali dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Confermazione, Eucarestia), con i quali


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veniamo immersi nella vita stessa di Dio, ci permettono di vivere la stessa sofferenza nel dinamismo di Fede, Speranza e Carità. In questa luce si comprendono meglio i sacramenti della guarigione e della consolazione (il sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi) anche per il sostegno che dalla celebrazione di questi sacramenti viene nelle situazioni di malattia e di sofferenza. Così come i sacramenti della missione e del servizio (Ordine e Matrimonio), illuminati dalla fede. “La natura sacramentale della fede trova la sua espressione massima nell’Eucarestia. Essa è nutrimento prezioso della fede, incontro con Cristo presente in modo reale con l’atto supremo di amore, il dono di se stesso che genera vita…” (ivi 44). I Padri della Chiesa dicono che l’Eucarestia è la “speranza dell’immortalità” (S.Ireneo), “il seme della immortalità” (S. Gregorio di Nissa). “Nell’unità con la fede e la carità, la speranza ci proietta verso un futuro certo, che si colloca in una prospettiva diversa rispetto alle proposte illusorie degli idoli del mondo, ma che dona nuovo slancio e nuova forza al vivere quotidiano. Non facciamoci rubare la speranza…” (ivi 57). Un invito perchè insieme tutti ci impegniamo a fare in modo che a nessuna persona, in qualunque situazione di vita, venga tolta la speranza. 6. Papa Francesco conclude la sua prima Enciclica “Lumen Fidei” con una preghiera a Maria, Madre della Chiesa e Madre della nostra fede, che può servire per i malati ed i sofferenti, specialmente nel momento dell’abbandono o della morte: Aiuta, o Madre, la nostra fede! Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata. Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa. Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede. Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare. Semina nella nostra fede la gioia del Risorto. Ricordaci che chi crede non è mai solo. Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino. E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!

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Ausiria is involved in international financial market to assist italian company in activities of the construction and development and management of Italian and foreign real estate public and private projects. Now we are honoured to show you an our customer in real estate active from several years a dynamic and experienced group with along-standing tradition in real estate development. Mirabella S.G. Group – Naples – is a leading Italian group of companies primarily involved in the activities of the construction and the development and management of real estate and tourist project. With over 60 years of experience in the Southern Italy, since the mid ‘90s, Mirabella S.G. has evolved from a traditional construction company into a group of companies involved in the development and management of integrated real estate and infrastructural projects.

This independent village enjoys first-quality infrastructures, such as main and secondary roads, water and electric systems, parks, etc.. . The entire complex is fenced and lit and is provided with a doublecarriage road, both internally and externally. The facilities have been leased to the US Government for a period of 30 years. Only the hospital has been sold to the US Government, under its expressed request. The bank that has financed the project is Aareal Bank Ag – Wiesbaden. The Group has been appointed for the ordinary and extraordinary maintenance of the entire site, for a total revenue of app. 7 Millions Euros. TECNOCAMPUS BUSINESS DISTRICT – CASERTA –

Over the years the Mirabella S.G. Group has developed over 1.000.000 sm. (the equivalent of 10.000.000 square feet) of residential, office, retail, resort and recreational facilities, operating mainly on a regional scale, developing all its project within the Campania Region. The Mirabella S.G. Group, through its various companies, is currently promoting several major real estate development project and at the same time owns a substantial diversified portfolio f real estate assets. Among the real estate development projects that the Group has developed in the recent years, the three most significant include:

This project calls for the reconversion of a 43-hectare former industrial area in the town of Caserta, in the Campania Region. The local town planning allows the development of 152.000 square meters for business activities, a commercial gallery of 40.000 square meters, 88.000 square meters for productive activities, a congress centre of 75.000 cubic meters, a residential complex with 115 apartments, a 320-room hotel and 80.000 square meters for parking areas.

-The city Naval Support Site in Gricignano di Aversa, close to Naples and its airport. This is a fully infrastructured and serviced community, leased in its entirety to the United States Government. The complex includes app. 1.000 residential units, two schools, a hospital, retail and commercial facilities, a large hotel, offices, sports and leisure facilities etc.. . The project, started in 1996 and presently completed, has been developed by Mirabella S.G. S.p.A. on a 85-hectar area located in Gricignano di Aversa, along the main road that links the Autostrada A1 to the Street Domitiana, on the coats. The Support Site is a self contained residential and service village with 995 units, a school complex for 1.500 students for a total surface of 21.000 square meters, a shopping centre of 50.000 square meters, the community centre (that includes a 100-room hotel, church, library, and gym), a residential building of 10.000 square meters, a hospital of 85.000 meters, besides 11 service buildings that include the following facilities: telephone and tv-radio centre, maintenance office, warehouse, bowling, cinemas, fire brigade, garage, etc.. .

The development of this business district, started in 2003, has been completed at 60%: the offices already completed have been let to leading private and public companies; such us: Provincial Tax Committee, Ministry of Labour, Italian Post Company, Regional Ministry of Health, Ministry of Economy and others. Two attached buildings have been sold to the Caserta Provincial Government, that has transformed them into its headquarter. The hotel is fully operating, mainly focusing on the business and conventional segments (the main convention room can host up to 700 seats). The hotel is managed by Marina di Castello S.p.A., under a franchising agreement with Intercontinental Hotel Group, with the 4-star superior Crowne Plaza brand. The completion of the entire project is scheduled for 2017. All the area has been provided with new infrastructures (roads, public lighting, water system, public parks and green areas and public infrastructures handed over to the local municipality). The project has been financed by : Aareal Bank AG – Wiensbaden –. NATURALLY THIS IS ONLY TO GIVE AN EXAMPLE.

AUSIRIA CONSULTING S.R.L. International Finance Consulting Bank of Italy Register N. M173 Via Giotto,19 - 20145 Milano essedue@miol.it - info@hdconsortium.org

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Le protocole comprendra un premier projet agricole intégré avec l’exploitation du terrain mis à disposition par la Communauté Rurale et la création d’une ferme d’élevage, la gestion des produits végétaux et animaux qui seront mis sur le marché sénégalais et, éventuellement, de l’extérieur; l’énergie nécessaire au fonctionnement de la ferme et de ce que concerne le projet sera l’objet d’étude et de réalisation de la part de Confederaziende.

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Le projet aura un accent sur l’emploi des jeunes et en particulier pour les femmes et, par conséquence, comme le suggère Mme MBECKE on s’attend à intégrer le projet d’une crèche ou d’autres formes pareilles de bien ètre pour l’enfance, pour aider les mères qui seront occupées dans la ferme. Confederaziende aura la gestion du projet dés l’étude de faisabilité jusqu’à sa réalisation effective, notamment la structuration et l’apport du financement nécessaire à sa mise en œuvre et le démarrage.

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Rivista di carita' politica 2013 dicembre