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Vito Salierno

L’Islam nel Mediterraneo Incontro-scontro di civiltà

Capone Editore


Capone Editore

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Š Copyright 2012 ISBN: 978-88-8349-161-0 Stampa: Tiemme - Manduria - aprile 2012

Il duomo di Palermo, XII sec. (da Demetrio Salazaro, Mezzogiorno medievale. Monumenti, artisti, personaggi, a c. di A. Ventura, Capone Editore 2003)


Introduzione

La Mecca.

Nel 732 d. C., un secolo dopo la morte del Profeta dell’Islam, Muhammad, (Maometto per l’Occidente), stando alle cronache medievali, Carlo Martello fermava a Poitiers l’espansione musulmana, sconfiggendo le truppe arabe di ‘Abd ar-Rahman al-Ghafiqi. Nella realtà, secondo studi più recenti, pare che la battaglia non abbia mai avuto luogo, almeno così come è stata descritta: gli Arabi che avevano raggiunto la Francia meridionale via Spagna, qualche migliaio con al seguito donne e bambini – il che ci fa pensare alla loro volontà di stabilirsi nel paese – dopo un primo scontro in cui avevano avuto la peggio, vista l’impari lotta, si sarebbero ritirati nottetempo evitando una impossibile battaglia in campo aperto. Secondo la storiografia araba, i musulmani, in gran parte berberi delle Asturie e dei Pirenei cui si erano aggiunti elementi arabi della regione di Saragozza e della Marca Superiore, superato il passo di Roncisvalle vicino a

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Pamplona, attaccarono Arles giungendo sino a Bordeaux che oppose solo una debole resistenza. Il duca Ottone cercò di tenerli lontano dall’Aquitania, ma fu sconfitto nei pressi dei fiumi Dordogna e Garonna, dove la maggior parte del suo esercito perì. Riuscito a fuggire, si rivolse a Carlo Martello in cerca di aiuto, e questi, accogliendo la richiesta, avanzò contro al-Ghafiqi: la notizia del suo arrivo raggiunse i musulmani mentre si apprestavano a conquistare la città di Tours. I due eserciti si trovarono uno di fronte all’altro nel mese di ramadan del 114 dell’égira (ottobre 732): dopo alcuni giorni di scaramucce i musulmani furono sconfitti e lo stesso al-Ghafiqi morì sul campo. Con il favore delle tenebre i sopravvissuti riuscirono a sganciarsi dirigendosi verso la Spagna a piccoli gruppi.1 Comunque siano andate le cose, l’espansione non fu fermata dall’esercito franco ma dalla logistica militare – più le truppe musulmane si allontanavano dalle loro basi di partenza, più aumentavano le difficoltà di rifornimento, soprattutto di forze fresche, sia a causa delle distanze da coprire sia per la reazione cristiana – e dagli antagonismi interni delle forze composite arabe, in particolare dalla discordia tra Arabi e Berberi, nonché dalle rivalità esistenti tra i comandanti arabi dipendenti di nome dal lontano califfo di Damasco, in realtà indipendenti, tutti fattori che in ultima analisi favorirono i regni cristiani nella futura reconquista. Prima di Poitiers c’erano stati altri tentativi con successo: nel 718 truppe arabo-berbere avevano superato i Pirenei entrando nella Settimania e nella Provenza; dal 720 al 759 avevano occupato Narbonne, a pochi chilometri dal mare, facendone un centro di operazioni, con scorrerie e razzie (ghazwah) sino a Bordeaux, Béziers, Nȋmes e Arles, saccheggiando famosi monasteri della zona; nel 725 Carcassonne, ad ovest di Narbonne, dovette pagare un forte tributo, e Nȋmes fu data alle fiamme; nel 734 fu occupata Avignone e nel 743 Lione. Eppure i segnali di questo minaccioso affacciarsi degli Arabi nel Mediterraneo, il bahr al-Rum, c’erano stati appena quattro anni dopo la morte del Profeta: il 20 agosto 636 un esercito bizantino guidato dall’imperatore Eraclio era stato sconfitto presso le rive del fiume Yarmuk, un affluente del Giordano; poi, tra il 639 e il 642 i Bizantini persero l’Egitto da dove, a partire dal 650, gli Arabi iniziarono la islamizzazione del Nordafrica che culminò con la conquista della Tunisia nel 670 (fondazione di Qairawan) e di Cartagine verso il 700; nel 705 il loro dominio si era già esteso fino all’Atlantico. L’Occidente non parve turbarsi ritenendo, forse a torto forse con soddisfazione, che si trattasse di un problema riguardante l’Islam e Bisanzio: si rese conto del pericolo solo dopo il passaggio degli arabo-berberi sulla penisola iberica. La storiografia occidentale, in particolare l’opera di Edward Gibbon, av-

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valorò, esagerando pro domo sua, la tesi secondo la quale la battaglia di Poitiers aveva arrestato l’avanzata musulmana e segnato la vittoria del cristianesimo: Una marcia vittoriosa di oltre mille miglia aveva portato i saraceni dalla rocca di Gibilterra alle rive della Loira; il ripetersi di una pari distanza li avrebbe portato sino ai confini della Polonia e agli altopiani della Scozia; attraversare il Reno non è più difficile di quanto non lo siano il Nilo o l’Eufrate, e la flotta araba avrebbe potuto giungere sino alla foce del Tamigi senza dover sostenere alcuna battaglia navale. Forse oggi nelle scuole di Oxford si insegnerebbe l’interpretazione del Corano e i docenti illustrerebbero ad un popolo di circoncisi la santità e la verità della rivelazione di Maometto.2

Da parte franca, lo storico ufficiale Paolo Diacono (720 ca-799) creò il mito di Poitiers parlando di 375.000 saraceni uccisi (?) contro 1.500 franchi quando i due eserciti non potevano contare ognuno, al massimo, che un paio di migliaia di combattenti. È il solito problema che ha afflitto gli storici medievali di esagerare e sopravvalutare sia la densità della popolazione sia la quantità degli uomini impiegati in guerre e battaglie. Vantandosi di cifre impossibili da controllare, il vincitore cercava di mettere in luce i propri successi, il vinto di addebitare la propria sconfitta alla superiorità numerica dell’avversario. In particolare, in una lotta ideologica o religiosa sotto mentite spoglie come quella tra Cristianesimo e Islam, quello che contava era l’effetto psicologico: nel mondo della comunicazione medievale, e non solo, le notizie viaggiando si ingrandivano e di rado potevano essere controllate, anche perché a nessuno interessava controllarle. Era sufficiente l’impatto che il dato numerico esercitava sulla fantasia del popolo e sulla mente degli ascoltatori fossero essi illetterati o gente di potere: ai primi interessava il racconto che ne facevano i cantastorie sulle piazze, ai secondi interessavano i dettagli per i loro fini di governo. Pochi i riferimenti a Poitiers da parte degli storici arabi attenti a registrare con scrupolo l’espansione militare dei musulmani, in particolare quelli di matrice andalusa; tranne ‘Abd al-Hakam (803-871) che menziona l’episodio come uno scontro modesto, indicando non il toponimo ma semplicemente la “Contrada dei Martiri” (Balat al-Shuhada), l’episodio fu pressoché ignorato nella storiografia araba: ‘Ubayda [il governatore dell’Ifriqiyya] aveva dato il governo della Spagna ad ‘Abd ar-Rahman ibn ‘Abd Allah al-‘Akki, un uomo di valore,

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che aveva condotto varie spedizioni contro i Franchi, i più lontani tra i nemici della Spagna. Egli ottenne un ingente bottino e li sconfisse […]. In seguito intraprese una spedizione nella quale egli ed i suoi compagni subirono il martirio per l’Islam. Morì nell’anno 115 [733-732].3

Ben più importanti erano per i musulmani Costantinopoli e Roma: se a Poitiers si erano affrontati poche migliaia di franchi e di saraceni in uno scontro tra retroguardie di frontiera, a Costantinopoli le forze opposte erano costituite dagli eserciti bene organizzati del califfo e dalle truppe greche che si difendevano per sopravvivere. Meno importante dal punto di vista logistico, ma non meno significativo, era il richiamo dell’altra Roma per il fascino che emanava sia come erede dell’impero romano sia come sede del papato. Non per nulla, Roma fu l’obiettivo costante di attacchi saraceni: nell’estate dell’846 un esercito sbarcò a Ostia e mosse contro la capitale che resistette, anche se furono saccheggiati i sobborghi della città e la basilica di San Pietro. L’impresa fu ripetuta nella primavera dell’849, ma la flotta congiunta di papa Leone IV e di Napoli fermò le navi saracene ad Ostia; anche in questo caso, come già a Poitiers, la vittoria cristiana fu ignorata dai cronisti arabi ma enfatizzata da parte occidentale – nel Cinquecento fu celebrata da Giulio Romano nelle Stanze raffaellesche del Vaticano. La situazione non migliorò di molto se venticinque anni dopo papa Giovanni VIII (872-882) si vide costretto a pagare ai saraceni per un biennio un compenso di 25.000 mancusi d’argento contro l’impegno a non molestare i territori della Chiesa. I papi successivi provvidero a pattugliare le acque antistanti il Lazio; ciò malgrado, le incursioni non cessarono. Addirittura, nell’ottobre del 1516 papa Leone X sfuggì per un soffio alla cattura sul litorale romano da parte di predoni al soldo del rais turco Kurtogali. Ancor più idealizzata di Poitiers fu la scaramuccia di Roncisvalle, assurta al mito di una battaglia epica. Sfruttando le discordie di alcuni capi arabi nei confronti dell’emiro di Còrdoba, Carlo Magno si era spinto sino a Saragozza in una conquista temporanea della città; di ritorno in Francia, la retroguardia dell’esercito franco cadde in un’imboscata al passo di Roncisvalle il 15 agosto 778. L’attacco fu opera di baschi della zona, forse collegati con i saraceni: la retroguardia fu annientata e vi trovò la morte il capo, il paladino Orlando, duca di Bretagna. Anche in questo caso, un comune scontro diventò un epos con la Chanson de Roland, l’argomento prediletto di una lunga serie di cantori e di scuole poetiche succedutisi nei secoli. L’avvenimento storico autentico è solo la cornice, il tema del racconto di fantasia è il dissidio tra Rolando e il patrigno Gano, personaggi reali; il resto è solo finzione che si gioca sul tema

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Istanbul (da Matrakci Nasuh, XVI sec.).

dell’odio, del tradimento, della vendetta. Due secoli dopo Poitiers, le incursioni, questa volta di predoni e via mare, si intensificarono lungo le coste e contro le isole del Mediterraneo. Il territorio franco vide per alcuni decenni un insediamento saraceno (ribat) sulle coste della Provenza, noto alle cronache locali e arabe come Frassineto4 (La Garde Freinet), da dove partivano le scorrerie contro le zone circostanti: la loro vittima più illustre fu l’abate di Cluny, San Maiolo, che, verso il 972-973, di ritorno dall’Italia al suo monastero in Francia, fu preso in ostaggio lungo la strada del Gran San Bernardo e liberato dopo il pagamento di un riscatto di mille libbre di argento. Un ricordo di questi insediamenti saraceni resta nella toponomastica locale, con nomi quali les Bernes des Sarrazins, non lontano da Courmayeur, il Pas des Sarrazins, presso Modane, il Roccasso del Sarrasin, una località ai piedi del Colle d’Adua, poco distante dalla Certosa di Pesio, situata a 10 km da Cuneo. Fu a proposito di questo ribat che causava notevoli danni ai traffici da e verso l’Italia che l’imperatore Ottone I inviò nell’anno 953 un’ambasceria al califfo di Còrdoba per chiedergli di richiamare i suoi uomini. Questa richie-

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sta, che non ebbe riscontro, dimostra che i Saraceni di Frassineto erano sì degli irregolari ma dipendenti dal califfato còrdovano, o comunque agivano nella sua sfera di influenza. Le trattative dovettero protrarsi per alcuni anni poiché nel 965 fu il califfo di Còrdoba ad inviare un’ambasceria ad Ottone I: della delegazione faceva parte Ya‘qub al-Isra‘ili al-Turtushi, forse un ebreo di Tortosa, cittadina costiera della Catalogna, nei pressi di Barcellona. Compì un lungo viaggio per la Francia, l’Olanda, la Germania settentrionale, la Boemia, la Polonia, l’Italia, imbarcandosi infine a Trapani per far ritorno in Spagna: la narrazione dei popoli e delle cose viste è andata perduta, ma dai frammenti citati da due geografi andalusi dell’XI secolo, al-Bakri (m. 1094) e al-‘Udhri (m. 1085), doveva essere un’importante fonte di notizie della storia dei paesi da lui visitati.5 Gli scambi di ambascerie tra l’imperatore e il califfo ebbero anche un risvolto culturale: ad una ambasceria da Còrdoba nel 950, l’imperatore Ottone rispose inviando due suoi rappresentanti, tra i quali un monaco, Johannes di Gorze, che compirono il viaggio dal monastero di Gorze vicino Metz, via Langres-Digione-Lione, poi lungo il Reno, i Pirenei, Barcellona, Tortosa, Saragozza. Johannes, che rimase a Còrdoba per tre anni, era uno studioso e fu di certo in contatto con Hasdai ibn Shaprut, il medico ebreo del califfo ‘Abd ar-Rahman III. Dell’ambasciata di risposta fece parte Recemundo, alias Rabi ibn Zaid, il futuro vescovo, che alla corte di Ottone incontrò lo storico longobardo Liutprando, persuadendolo a scrivere l’Antapodosis, una storia generale dell’Europa, in latino, dall’anno 888 al 950; l’opera fu poi dedicata allo stesso Recemundo. È da questi scambi culturali che apprendiamo chiaramente l’esistenza di un commercio di schiavi tra l’Europa e l’Andalus nel quale erano coinvolti mercanti cristiani e musulmani senza alcuna remora di tipo religioso o morale; d’altronde all’epoca gli individui fatti prigionieri in guerra o catturati in mare erano considerati una merce vera e propria. Gli attacchi alle coste europee provenivano dalle basi saracene della Spagna e della Sicilia, due territori dar al-Islam (la casa dell’Islam) a tutti gli effetti, e dalle isole del Mediterraneo in mani arabe o con insediamenti arabi (ribat): l’emirato di Creta (827-961), Pantelleria (700-1123), le Baleari (903-1235), Malta (870-1090), i campi fortificati di Agropoli e del Garigliano (fine IX secolo-inizi X secolo), gli emirati di Bari (847-871) e Taranto (840-880). Sino alla fine del VII secolo il Mediterraneo era stato in predominanza un mare greco e fenicio, romano e bizantino; con l’affacciarsi degli Arabi sulle coste settentrionali dell’Africa agli inizi dell’VIII secolo le cose mutarono sensibilmente anche se gradatamente. Da terricoli gli Arabi si erano tramutati in marinari: l’aveva capito il primo sovrano della dinastia ommiade, Muʻawiya,

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che nei suoi quarant’anni di potere, venti come governatore della Siria e venti come califfo (641-680), aveva aperto cantieri navali a Beirut e ad Alessandria. In breve tempo la flotta araba fu pronta ad appoggiare l’azione degli eserciti e a portare oltre il cosiddetto Bahr al-Rum (Mare dei Romei) la minaccia alle isole e alle coste del Mediterraneo ad occidente e a Costantinopoli ad oriente. La Siria, dove Muʻawiya aveva trasferito la sede del governo, era un paese di antica civiltà: la cultura islamica era nata dall’interesse per il Corano. Lo studio e la raccolta dei materiali per spiegare il testo sacro portarono alla nascita di scuole teologiche e giuridiche, di filologia e lessicografia; e, naturalmente, anche alla necessità di creare biblioteche pubbliche e private. Di Muʻawiya e della sua biblioteca parla il geografo e viaggiatore al-Masʻudi (m.956): Dorme solamente un terzo della notte, poi si alza e si fa portare i libri che trattano le biografie, le gesta eroiche, le guerre e gli espedienti dei sovrani. Ha degli impiegati che vengono retribuiti per conservare i libri e leggerglieli.6

Con la conquista dell’intera fascia meridionale del Mediterraneo, dalla Siria (635) all’Egitto (641), dai paesi del Maghreb (670) alla Spagna (711), nonché di molte isole, cui si aggiungerà la Sicilia (827), tutte le sponde dell’Africa settentrionale e della penisola iberica orientale diventarono musulmane sino ai confini con la Francia o passarono sotto il controllo degli Arabi, come avvenne per le grandi isole della Sardegna, della Corsica, delle Baleari. Famosa e controversa al tempo stesso fu la teoria di Henri Pirenne del Mediterraneo occidentale, “divenuto un lago musulmano”,7 accettabile se ci si riferisce solo al secolo VIII e per determinati periodi, ché anche in quel secolo il commercio marittimo si svolse regolarmente anche se in volume limitato; d’altronde, se non ci fosse stato un commercio, sia pure fatto in prevalenza di generi di prima necessità e meno di prodotti di lusso che ad ogni modo non mancarono, senza escludere il commercio degli schiavi che fu sempre fiorente, non sarebbe esistita la pirateria e non ci sarebbero stati gli assalti musulmani nel Mediterraneo. Si potrà semmai parlare di spostamenti delle vie commerciali, dall’Oriente al Mediterraneo orientale (si consideri il ruolo svolto da Venezia) e da lì verso la zona occidentale, verso il meridione dell’Italia, i porti del Tirreno (Amalfi, Napoli, Gaeta, Salerno, Pisa, Genova) e dell’Adriatico (Venezia, Ancona, Bari, Brindisi, Taranto), con un eventuale tramite della Sicilia, e verso la penisola iberica e le coste dell’Africa settentrionale. Nel complesso, dal VII al IX secolo, i periodi di tranquillità furono

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molto più lunghi di quelli di ostilità, e comunque si trattò di instabilità locali e di limitata durata, senza parlare dei pellegrinaggi che non furono mai interrotti. Il Mediterraneo, anziché dividere, continuò “a legare i popoli che vivevano sulle sue rive, e il suo dominio continuò ad essere diviso tra Croce latina, Croce greca e Mezzaluna”.8 Se nella prima fase espansionistica araba sembra esserci stato un ristagno del commercio, nella seconda fase, dopo una stabilizzazione delle conquiste territoriali, il commercio non solo si svolse regolarmente ma aumentò di volume malgrado la rarefazione monetaria aurea nei territori franchi: gli Arabi che avevano necessità di legname e materie prime per la costruzione di una flotta sempre crescente, oltre che di manodopera qualificata e di schiavi, ne facevano incetta con mezzi pacifici (commercio) e con mezzi violenti (razzie). Inoltre, il nuovo assetto territoriale portò ad un’espansione culturale di cui beneficiarono tutti gli Stati del Mediterraneo, i cui frutti maggiori si ebbero nel periodo dell’impero di Federico II. Senza essere diventato un lago musulmano, il Mediterraneo, dopo la conquista di Creta, della Sicilia e di Malta, passò sotto il controllo degli Arabi e il commercio marittimo poté svolgersi senza intralci dalle coste della Spagna e del Maghreb a quelle dell’Egitto e della Siria: i porti europei avevano, a quel tempo, una scarsa importanza, limitata ad un traffico ridotto con l’Ifriqiyyah e la Spagna. Pur non trovandosi più sotto il controllo del califfato di Baghdad, la Spagna non incontrò alcuna difficoltà nelle relazioni tra l’Est e l’Ovest musulmano, tanto più che molti Siriani continuavano a trasferirsi in al-Andalus e nel Levante, mantenendo i legami con i paesi d’origine. Nell’ambito del Mediterraneo l’Ifriqiyyah occupava un posto speciale sia per la sua posizione tra i due bacini di questo mare sia perché era il punto di arrivo, a Gabes e a Gafsa, delle principali piste carovaniere del Sahara; altre piste conducevano a Sijilmash, situata sulla via dell’oro, del sale e degli schiavi nel Maghreb occidentale, nel Marocco.9 Con la perdita della Sicilia e l’inizio della reconquista in Spagna la situazione nel Mediterraneo diventò di sostanziale equilibrio: anche le crociate che pure furono viste all’epoca come scontri di religione, furono in realtà, tranne la prima e neppure completamente, guerre di conquista per motivi economici, demografici, feudali, espansionistici, adombrati in frasi di convenienza, quali il celebre motto “Dio lo vuole” e simili. Nella storiografia araba non si parla affatto di “crociata” e “crociati” ma di Franchi (Franj) tout court o di infedeli; la stessa cosa avvenne all’inizio anche in quella occidentale dove la parola “crociata” non fu affatto pronunciata da papa Urbano II al concilio di Clermont del 27 novembre 1095 (il termine “crociata” apparirà solo nel XV se-

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Palermo, lapidi dalla necropoli di San Giovanni degli Eremiti. Le epigrafi sono in greco, latino e arabo.

colo). Il risultato della prima crociata fu la conquista di Gerusalemme il 15 luglio 1099 (22 sha‘ban 492) in un bagno di sangue: nessun musulmano scampò al massacro e l’intera comunità ebraica, asserragliata nella sinagoga principale, fu arsa viva. Nei rapporti tra Europa e Islam le crociate non furono che episodi sfortunati in un’alternanza di vittorie e di sconfitte, di battaglie e assedi, di rapine e stragi da ambe le parti, con episodi di valore ma spesso anche di ferocia e di disonore, come avviene in ogni guerra dove l’ignoranza delle masse, e non solo delle masse, sfruttata abilmente dall’avidità dei potenti, serve a incitare contro il nemico del momento e a servire i propositi di conquista. Furono due secoli di crociate e anticrociate, viste come uno scontro tra Cristianesimo e Islam, due civiltà basate entrambe su un atteggiamento spirituale e su categorie mentali sostanzialmente uguali, sospinte l’una contro l’altra, irrigidendole nei momenti di crisi fino al fanatismo.10 Il tutto sullo sfondo di interessi di parte, di dominio e predominio per scopi politici ed economici, ostentatamente religiosi, in un flusso e riflusso di conquiste e riconquiste.

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Gerusalemme, la Cupola della Roccia. 1. A. D. TAHA, L’espansione dell’Islam. Insediamenti nel Nord Africa e in Spagna, Genova, ECIG, 1998, p.179. 2. E. GIBBON, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, vol.VII The Normans in Italy and the Crusades, London, 1989, p.34. 3. Futuh Misr wa akhbaruha (Le conquiste dell’Egitto e notizie relative), edited by C. C. Torrey, New Haven, 1922, pp.216-217. 4. B. LUPPI, I Saraceni in Provenza, in Liguria e nelle Alpi Occidentali, Bordighera, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Museo Bicknell, 1952; ristampa 1983, pp.70-73, 99-111. 5. B. LEWIS, I musulmani alla scoperta dell’Europa, Milano, Rizzoli, 2004, pp.120-121. 6. Muruj-adh Dhahab (I prati d’oro), cit. da M. CASSARINO, Traduzioni e traduttori arabi dall’VIII all’XI secolo, Roma, Salerno editrice, 1998, p.30. 7. H. PIRENNE, Maometto e Carlo Magno, Roma, Newton Compton, 2008, p.241. 8. G. MUSCA, Carlo Magno ed Harun al Rashid, Bari, Dedalo Litostampa, 1963, p.111. 9. R. MANTRAN, L’espansione musulmana dal VII all’XI secolo, Milano, Mursia, 1978, p.136. 10. F. GABRIELI, Storici arabi delle crociate, Torino, Einaudi, 1957, p.XIII.

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Capitolo settimo

Corsari e pirati nel Mediterraneo Il monumento a Ucciallì ad Isola Capo Rizzuto in località Le Castella.

Nella pagina precedente: il versante meridionale del Gargano indicato nella mappa come “Regione di Puglia” o Vilayet-i Puliye (1): da est a ovest, un monastero (2), il borgo di Mattinata (3), capo Sant’Angelo (4), la città di Manfredonia (5), la foce dell’Ofanto con le due torri di guardia (6) e la città di Barletta (7) (da Vito Salierno, Il Mediterraneo nella cartografia ottomana. Coste, porti, isole negli atlanti di Piri Reis, Capone Editore 2010).

La pirateria sui mari è un fenomeno sempre esistito; nel mare Mediterraneo diventò una guerra di corsa di grandi proporzioni a partire dal XVI secolo, in coincidenza con l’espulsione dei musulmani dalla Spagna e con l’avvento degli Ottomani sul Bosforo. Il campo d’azione non era ristretto solo alle distese marine, ma allargato alle coste – golfi, porti, litorali, insenature, canali, isole, piccoli centri abitati, talvolta anche all’interno quando gli scopi e i fini erano precisi. Le prime spedizioni arabo-berbere a scopo di bottino, anche se camuffate sotto l’etichetta di guerra santa (jihad), risalgono alla metà del VII secolo, molto prima della conquista della Spagna e della Sicilia; e furono, a dire il vero, controbilanciate da quelle bizantine, anche se in tono minore perché era minore la consistenza numerica delle loro navi. Partivano di solito dalle coste

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africane, con mèta le isole: Pantelleria, la Sicilia, la costa calabra, la Sardegna. Con la conquista della Spagna nella prima metà dell’VIII secolo, le scorrerie aumentarono di numero: le mète preferite diventarono le Baleari, la Corsica, la Provenza, le isole di Ponza e Ischia, le città della costa orientale della Sicilia, le zone rivierasche della Calabria. Si salvarono, almeno all’inizio, solo i possedimenti della Chiesa grazie all’azione di pattugliamento in mare delle navi del papa e dell’imperatore e alla costruzione di torri e rocche fortificate. Una volta conquistata la gran parte della Spagna e tutta la Sicilia, i pirati saraceni ebbero buon gioco nel Mediterraneo occidentale e furono in grado di costituire vari insediamenti permanenti (ribat), simili a quelli africani, sorta di enclavi dove trovare rifugio dopo le scorrerie: i nomi che ricorrono sono quelli di Amantea e Tropea in Calabria, di Castelmezzano, Tricarico e Tursi in Basilicata, di Agropoli in Campania, di Minturno alla foce del Garigliano al confine tra Lazio e Campania, di Saracinesco in provincia di Roma, per non ricordare che quelli di più lunga durata e di maggiore impatto nella vita del meridione d’Italia. Solo verso la fine dell’XI secolo ci fu una forte reazione contro le scorrerie, ma fu una breve fiammata, anche se di grande impatto psicologico. Le repubbliche marinare di Genova, Pisa e Amalfi, preoccupate di un calo del commercio, aderirono ad una cosiddetta crociata di papa Vittore III contro la città di Mahdiyya, la capitale del regno zirita; il 6 agosto 1087 una flotta congiunta sbarcò un forte esercito nei pressi della città, che sconfisse l’emiro Tamim. Allo scontro non prese parte il normanno Ruggero sia perché impegnato nella riconquista della Sicilia sia perché era in buone relazioni commerciali con i paesi del Maghreb. Dal punto di vista letterario ci rimane un lungo carme in latino,1 opera di un diacono Guido, in cui sono descritti lo sbarco, l’episodio dei leoni liberati dai musulmani contro i cristiani, la morte in battaglia di Ugo Visconti che per primo prese terra, l’assalto finale alla fortezza di Tamim. Per i due secoli XII e XIII l’attività corsara continuò indisturbata anche se si trattò di episodi non rilevanti ma continui; alle basi africane si aggiunsero quelle spagnole, in particolare Almeria, Denia e le isole Baleari, dalle quali partivano le spedizioni contro le coste della Francia meridionale, della Corsica, della Liguria e della Toscana. Agli inizi del XII secolo fu organizzato un attacco congiunto contro le isole Baleari, questa volta dei Pisani assieme a vari signori delle coste francesi: Maiorca fu conquistata nella primavera del 1115, ma poco dopo la situazione ritornò come prima. L’effimera vittoria2 fu ricordata nel Liber Maiolichinus de gentibus Pisanorum illustribus, un poema in versi di esaltazione patria. L’ultima grande impresa del XIII secolo ebbe una causa composita: Luigi

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IX di Francia organizzò nel 1270 una nuova crociata per la riconquista del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Suo fratello, Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, pensò di approfittare della situazione; dichiarandosi disposto a partecipare alla crociata, chiese a Luigi IX di fare una diversione per attaccare Tunisi. La spedizione approdò a Cartagine il 17 luglio 1270 e rimase in attesa dell’arrivo di Carlo I, che giunse solo il 25 agosto, ma inutilmente: la peste aveva decimato l’armata portandosi via Luigi IX. Re Carlo si trovò costretto ad affrontare l’emiro Mustansir Billah: vinse ma al ritorno a Trapani una nuova recrudescenza della peste decimò nobili e plebei. E la pirateria continuò, come sempre, dalle basi di Orano ed Algeri, di Bougie e Bona, di Biserta e Tunisi, di Hammamet e Susah, dell’isola di Jerba e Tripoli. L’unica possibilità di contemperare e frenare le razzie furono per gli stati cristiani i patti e gli accordi commerciali con i pirati barbareschi, anche se spesso non venivano rispettati. Si era dovuto fare ricorso alla diplomazia perché le perdite di uomini, donne e bambini si erano stabilizzate nell’ordine di dieci a uno: erano quindi gli occidentali a recarsi nell’Ifriqiyyah per riscattare gli schiavi dai bagni penali disseminati lungo le coste. Tra i primi stati a stipulare un accordo con Tunisi fu Pisa che aveva nell’isola di Tabarqa, tra Biserta e Bona, una colonia di lavoratori per la pesca del corallo: il trattato di pace valido per trent’anni risale al 1230. Nello stesso anno fu firmato un uguale accordo tra Genova e Tunisi, rinnovato nel 1250 e nel 1265; e l’anno dopo fu addirittura Federico II a volere un accordo per proteggere i mercanti siculi dalle vessazioni da parte dei pirati nord-africani notoriamente collusi con l’emiro tunisino. Nel 1250 fu Venezia ad istituire un fondaco a Tunisi con un console; fecero seguito Firenze nel 1252 e gli Aragonesi nel 1270. Furono questi i primi accordi che diedero il via ad una serie di fondachi occidentali, sorta di consolati dove poter concordare i riscatti e gli scambi degli schiavi; per contro, non esisteva una simile organizzazione in Europa dato che le catture erano nella proporzione del 90 per cento a danno dei cristiani e del 10 per cento a danno dei barbareschi. *** A partire dal XVI secolo l’avvento degli Ottomani sul Bosforo portò ad un più ampio controllo turco del Mediterraneo orientale e la diaspora di centinaia di migliaia di musulmani dalla Spagna all’Africa settentrionale causò un incremento nelle file dei corsari barbareschi che diventarono padroni del Mediterraneo occidentale. C’era una tacita connivenza tra la Sublime Porta e i suoi vassalli, i governatori (bey) di Algeri, Tunisi, Tripoli, che versavano nelle

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casse dei sultani il quinto delle razzie. L’Europa, che esisteva come tale solo dal punto di vista geografico, era politicamente divisa: la Francia di Francesco I, alleato della Turchia di Solimano, era in guerra con la Spagna di Carlo V; gli Stati italiani si preoccupavano del proprio “particulare” e facevano causa comune solo in determinate occasioni quando era il papa a muoversi e a creare una Lega Santa contro i Turchi; Venezia infine costituiva un caso a sé, sempre in bilico tra la sua vocazione commerciale con l’Oriente e la sua appartenenza all’Occidente, interessata com’era la Serenissima al controllo delle rotte nell’Adriatico e alla difesa dei territori nel Mediterraneo orientale, in particolare di Corfù – città insulare, Venezia dipendeva da approvvigionamenti dall’esterno e quindi dal commercio. La pace è un’illusione: il fenomeno della pirateria si accentua in misura tale da diventare la nota dominante della vita mediterranea. Gli spostamenti delle squadre turche nel bacino occidentale diventano sempre più frequenti; dal canto loro le flotte cristiane cercano di controbattere penetrando nelle acque del Levante non ancora acquisite alla supremazia turca.3 Gli unici a fare qualcosa verso la metà del Cinquecento furono la Chiesa e la Spagna, ma si trattò di misure che portarono solo a successi temporanei. Il papa, Paolo III, nei primi anni del suo pontificato (1534-1549), per tranquillizzare la popolazione e proteggere Roma, in particolare dagli attacchi del Barbarossa, diede ordine di creare una “cinta bastionata alla moderna”; un suo successore, Pio IV (1559-1565), fece costruire un torrione alla foce del Tevere ed una serie di torri litoranee, una cinquantina, ripartite in egual numero tra il Circeo, Anzio e lo sbocco del Tevere. Poca cosa in forma difensiva, un deterrente più psicologico che pratico. L’imperatore, Carlo V, scelse anch’egli la difesa passiva nel Regno di Napoli: continuò il progetto di fortificazioni murarie già intrapreso dagli Aragonesi dopo la vicenda di Otranto. I viceré spagnoli rinforzarono le città portuali, Palermo, Siracusa, Reggio, Tropea, Amantea, Sorrento, Napoli, Gaeta, Gallipoli, e attuarono il progetto di una costruzione a catena continua e costante di torri marittime.4 Nel 1535 Carlo V intraprese l’unica azione offensiva contro Tunisi, una sorta di nuova “crociata”: una flotta di 250 navi, sotto il comando dell’imperatore in persona e dell’ammiraglio Andrea Doria, con il viatico di papa Paolo III, salpò per le coste africane. Lo sbarco dell’armata avvenne il 16 maggio a 50 km da Tunisi: il Barbarossa, a conoscenza dei preparativi dell’impresa, si era fatto inviare soccorsi da Costantinopoli. La Goletta, l’isola fortificata che sbarrava la strada per la capitale, capitolò il 14 luglio: una settimana dopo Carlo V entrò a Tunisi. Fu una vittoria parziale perché il Barbarossa riuscì a riparare ad Algeri da dove rientrò a Costanti-

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nopoli, lasciando ai suoi aiutanti il compito di corseggiare nel Mediterraneo. Due anni dopo ci fu la vendetta turca: ai primi di luglio 1537, al comando di una flotta di Solimano, il Barbarossa attaccò e conquistò il porto di Castro, situato a metà strada tra Otranto e la punta di Leuca: si temette una nuova Otranto, stando alle parole del qapudan pascià, che intendeva assalire le Puglie e giungere in pochi giorni a Napoli. La situazione rimase fluida per alcuni anni, sino a quando nell’ottobre 1541 Carlo V decise una nuova spedizione, questa volta contro Algeri: l’insuccesso chiuse il ciclo offensivo della Spagna che si era trovata a combattere su due fronti, quello turco e quello francese. Lo dimostrò appieno l’ultimo viaggio nel Mediterraneo della flotta turca al comando del Barbarossa nell’estate del 1543. Nel viaggio di andata da Costantinopoli verso i porti dell’alleato francese il qapudan pascià attaccò Reggio, conquistò Nizza, appartenente ai Savoia, proseguendo poi verso Tolone dove svernò; nella primavera dell’anno seguente ebbe inizio il viaggio di ritorno. Accompagnato da una squadra francese di otto galere, il Barbarossa saccheggiò le coste liguri, impose un riscatto a Genova, distrusse la fortezza di Castiglione della Pescaia sulla costa toscana, incendiò il borgo di Talamone, attaccò le isole dell’arcipelago toscano, tentò senza successo di prendere Civitavecchia, distrusse Ischia e Lipari, mentre la squadra francese se ne stava prudentemente al largo, giungendo infine a Costantinopoli dove si ritirò carico di onori e ricchezze; morì nel maggio 1546. Anche la vittoria di Lepanto nel 1571 non risolse il problema della pirateria: fu solo un grande scontro navale, che servì più dal punto di vista propagandistico che pratico poiché le potenze occidentali non furono capaci di sfruttare il momento favorevole. *** I secoli successivi, sino all’occupazione francese di Algeri nel 1830, videro un crescendo della pirateria; tramontate le speranze turche di un’occupazione o di una presenza stabile in Occidente, finita la connivenza della Sublime Porta con le Reggenze barbaresche, la guerra di corsa fu opera personale di pirati che trovavano accoglienza sulle coste del Maghreb o che si erano stanziati lì con la forza. Come al solito, le zone più colpite furono quelle rivierasche e in particolar modo le isole del Mediterraneo e le coste del meridione d’Italia: le navi spagnole, francesi, liguri, toscane, papali, con il supporto di quelle dei Cavalieri di Malta, non rimasero inoperose. Si trattava ora di difendere le rotte commerciali e di rendere sicure le vie di comunicazioni marittime, ripulendo l’in-

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tero Mare Nostrum: l’azione della marina occidentale mirava anche a contrastare la flotta turca che operava soprattutto nello Jonio e nell’Adriatico a sostegno dell’avanzata ottomana verso l’Ungheria. Alla flotta spagnola inoltre toccava un altro compito gravoso, la difesa della rotta con l’America: nelle acque delle Azzorre e delle Canarie e alla foce del Tago i corsari assalivano i galeoni con i preziosi carichi. Il problema più grave da risolvere erano le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli, strutturate come stati assoluti, dove la volontà del bey era legge: mentre i Barbareschi imperversavano nel Mediterraneo, le potenze occidentali si preoccupavano di salvaguardarsi mediante trattati “di pace, d’amicizia e di commercio”, il più delle volte inutili, che venivano stipulati solo per avere un rappresentante in loco in grado di avvisare il proprio governo dell’uscita in mare di flotte barbaresche. Dopo la parentesi napoleonica, la pirateria si intensificò: mutato il tipo e armamento di navi, in possesso di velieri più forti e veloci, i corsari erano in grado di spingersi in alto mare in qualunque stagione, persino d’inverno. I vari stati italiani ripresero a discutere di misure difensive e anche di una nuova lega; alla fine si adattarono alla consuetudine di pagare riscatti e concludere i soliti trattati di pace. La situazione fu presa in considerazione nel 1815 al Congresso di Vienna: tra i tanti punti all’ordine del giorno fu discusso anche il problema turco-barbaresco. La pratica di pagare riscatti e offrire donativi alle Reggenze era diventata una palese perdita di prestigio: interprete del generale desiderio degli Stati partecipanti al Congresso, l’Inghilterra inviò nel Mediterraneo nell’aprile 1816 una forte squadra navale al comando di Lord Exmouth che con la persuasione o le cannonate avrebbe dovuto costringere Algeri, Tripoli e Tunisi a cessare la pratica della schiavitù. I bey di Tripoli e Tunisi acconsentirono a firmare la dichiarazione inglese, il dey di Algeri si rifiutò ma fu ridotto all’obbedienza dopo un duro bombardamento: il risultato tangibile fu la liberazione di migliaia di schiavi che poterono rientrare alle loro sedi in Italia. Cessato il pericolo, le Reggenze africane ripresero la guerra di corsa, questa volta nei confronti delle navi di quei governi che non avevano stipulato un trattato con loro, in particolare il governo pontificio. Malgrado gli scrupoli, la Santa Sede firmò un trattato con Tripoli nel 1818;5 la stessa cosa fece il Granducato di Toscana nel 1821;6 in precedenza, nel 1816, il Regno delle Due Sicilie aveva stipulato un trattato con le tre reggenze. La situazione migliorò, ma la piaga turco-barbaresca non cessò. La cattura di schiavi ed i riscatti erano la voce principale degli introiti delle Reggenze:

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rinunciarvi avrebbe significato la loro fine economica. Se i bey di Tripoli e Tunisi cercavano di mantenere un modus vivendi con le potenze interessate, non così agiva il dey di Algeri, poco incline ai Francesi e in rotta con il bey di Tunisi contro il quale si preparò ad una guerra nel 1827. Il contrasto con la Francia era inoltre acuito da una sorta di guerra fredda nelle relazioni commerciali: carichi di derrate da Algeri a Tolone erano spesso depredati lungo il percorso o giungevano avariati a destinazione per i costanti ritardi. Fu la Francia a giocare un ruolo predominante nello scontro intestino tra le Reggenze: navi pirate presero a salpare da Algeri per rapinare bastimenti tunisini. Intervenne la Francia in aiuto del bey di Tunisi: ma il dey di Algeri, alle prese con difficoltà interne, ordinò severe misure di ritorsione contro i Francesi, e ciò su istigazione del console inglese che mal sopportava la crescente influenza francese sugli Stati barbareschi e nel Mediterraneo. Oltre a pretendere la liquidazione di conti di provvigioni somministrate nel 1799 a Napoleone per la campagna d’Egitto, il dey minacciò di distruggere tutti gli stabilimenti della Compagnia francese d’Africa. Sicuro di sé, in una udienza con il console francese il 27 aprile 1827, alla risposta negativa del risarcimento, il dey schiaffeggiò il rappresentante diplomatico. Giunti a questo punto, il governo di Parigi decise di porre fine a quella situazione. Due mesi dopo una squadra navale francese mise in atto il blocco del porto di Algeri e delle coste da Bona ad Orano che durò sino alla primavera del 1830 quando, dopo ripetuti insulti e rotture di tregue, la Francia, con l’assenso di tutte le potenze europee compreso la Russia, ad esclusione dell’Inghilterra, inviò un’imponente spedizione navale. Lo sbarco dell’esercito ebbe inizio il 13 giugno; il 5 luglio Algeri si arrese.7 Finiva così la pirateria turco-barbaresca nel Mediterraneo che per secoli aveva condizionato la vita delle popolazioni lungo i litorali della penisola e nelle isole. 1. Per il testo latino e traduzione in italiano, cfr. F. GABRIELI – U. SCERRATO, Gli Arabi in Italia, Milano, Credito Italiano-Libri Scheiwiller, 1979, pp.718-724. 2. Nella chiesa di San Vittore a Marsiglia fu apposta un’iscrizione a ricordo dei pisani morti nell’attacco, oggi ad Avignone. Cfr. F. GABRIELI – U. SCERRATO, op. cit., p.718. 3. A. TENENTI, I corsari in Mediterraneo all’inizio del Cinquecento, in “Rivista Storica Italiana”, LXXII, 1960, pp.261-262. 4. V. SALIERNO, I Musulmani in Italia (secoli IX-XIX), op. cit., pp.180-184. 5. L. VECCIA VAGLIERI, Santa Sede e Barbareschi dal 1814 al 1819, in “Oriente Moderno”, Roma, XII, 1932, pp.465-484. 6. G. FINAZZO, Il trattato di pace fra il Granducato di Toscana e la Reggenza di Tripoli di Barberia (21 aprile 1821), in Studi arabi e islamici in memoria di Matilde Gagliardi, Milano, Is.M.E.O., 1995, pp.115-122. 7. R. PANETTA, Il tramonto della mezzaluna. Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum, Milano, Mursia, 1984, pp.235-243.

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Indice Introduzione

3 Capitolo primo

L’Islam e la Spagna

13 Capitolo secondo

L’Islam e la Sicilia

43 Capitolo terzo

L’Islam e la Puglia

58 Capitolo quarto

La meteora di Federico II

66

Capitolo quinto

Gli Ottomani e l’Italia

77 Capitolo sesto

La sultana pugliese

87 Capitolo settimo

Corsari e pirati nel Mediterraneo

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Capitolo ottavo

Il Corano in Italia

104 Capitolo nono

Dante e l’Islam

113 Capitolo decimo

La geografia islamica del Mediterraneo

118

Bibliografia

135



"L'Islam nel Mediterraneo", di Vito Salierno (2012)