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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 10 agosto 2015

Azione 33

Società e Territorio Architettura dello spettacolo: i cinema storici ticinesi: il Cittadella di Lugano

Ambiente e Benessere Expo 2015: alla scoperta del Biodiversity park, ovvero l’ala verde dell’esposizione universale di Milano

Politica e Economia L’uomo e il cosmo, dai miti alle astronavi: storia di un rapporto mutato nei millenni

Cultura e Spettacoli D’Antoni e Labouret in mostra: all’arte lo sconfinato potere dell’immaginazione

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Pinacoteca Com. G. De Nittis, Barletta

La cena, pardon, l’arte è servita

di Gianluigi Bellei pagina 26

Grecia, il fardello si appesantisce di Peter Schiesser Dopo aver tenuto con il fiato sospeso l’Europa per sette mesi, la Grecia sta spianando la strada al terzo pacchetto di aiuti europei, ottemperando alle richieste di riforme strutturali avanzate dai creditori internazionali. Anche se una minoranza del partito al potere Syriza sta rendendo la vita difficile al primo ministro Tsipras, il realismo e il sostegno dei maggiori partiti d’opposizione partoriranno una maggioranza parlamentare in favore delle riforme. La chiusura delle banche durata tre settimane (il traffico dei pagamenti resta ancora molto limitato) ha immobilizzato l’economia e i greci hanno capito che una bancarotta dello Stato e del sistema bancario avrebbe avuto conseguenze imprevedibili. Presto potranno quindi cominciare i negoziati veri e propri per il terzo pacchetto d’aiuti, di 82-86 miliardi di euro. Crisi risolta, Grexit evitato, dunque? C’è da dubitarne: il nuovo credito gonfierà ulteriormente il debito della Grecia (oggi di 320 miliardi di euro) e non prevede piani per stimolare l’economia. Una parte servirà per evitare il collasso del sistema bancario (si stima tra i 10 e i 25 miliardi di euro), una parte

per ripagare debiti al Fondo monetario internazionale e ad altri creditori. Resta poi da vedere se il riattivato programma di privatizzazioni frutterà davvero i 50 miliardi di euro sperati, se l’aumento delle imposte sui ricchi, la lotta all’evasione fiscale e la futura riforma del sistema pensionistico avranno gli effetti desiderati. Intanto, gli industriali lanciano continui allarmi: in assenza di capitali, una buona fetta delle imprese greche non sopravviverà oltre l’estate. In sostanza, i nuovi aiuti sono un’aspirina somministrata ad un malato di cuore: l’Unione europea non si è mossa di un centimetro dalla sua filosofia – austerità a tutti i costi – che ha soffocato una seria ripresa economica della Grecia. E questo mantiene viva la questione di fondo: può resistere una costruzione politica come l’Ue e un impianto economico come l’Eurozona senza trovare una cura definitiva ai mali del suo anello più debole? Si dice che una collana sia solida quanto il suo anello più debole. La consapevolezza che la Grecia non potrà mai ripagare i suoi debiti è ormai diffusa, eppure l’Eurozona e l’Ue non ne prendono atto, non sembrano intenzionate a modificare le proprie regole interne secondo cui una cancellazione del debito non è prevista dalle norme che reggono l’Eurozona. Al

contrario, gli Stati membri più forti – Germania in testa – tengono in maggior conto gli umori dei propri cittadini, poco propensi a condonare debiti alla Grecia e a concedere nuovi crediti. Non sarebbe più costruttivo, non darebbe più speranze alla Grecia un pacchetto di aiuti che preveda sì serie riforme interne ma che al contempo sancisca un forte abbattimento del debito? Oggi come oggi i greci sanno di dover fare altri enormi sacrifici ma senza potersi scrollare di dosso i debiti. Deprimente e umiliante. La Grecia si confronta quindi con due grossi problemi: una politica economica europea dai tratti liberisti, appiattita sui criteri della globalizzazione, e uno strisciante razzismo del nord dell’Europa verso il sud (in Germania, e non solo, domina l’immagine del greco pigro, inefficiente e spendaccione). L’elemento comune dei due problemi è l’assenza di solidarietà all’interno dell’Unione europea. Un fatto grave, se consideriamo che l’Ue è nata per unire i popoli d’Europa e disinnescare l’antica inimicizia tra Germania e Francia. In queste condizioni c’è da temere che i problemi della Grecia non trovino soluzione e che l’idea di «Unione europea» si svuoti ulteriormente di valori e ideali.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

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Società e Territorio Il Ticino della carta stampata Seconda puntata di una serie di tre sulla stampa ticinese: le origini del «regionalismo» nei quotidiani del cantone pagina 5

Guardia Svizzera, temuta e riverita Perché gli Svizzeri erano così ambiti come mercenari? Quali tattiche militari e quale spirito di gruppo li hanno resi imbattibili?

Decidere sempre della propria vita

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Autodeterminazione Croce Rossa Ticino offre un nuovo servizio di consulenza sulla redazione delle Direttive

anticipate, documento che esprime la volontà del paziente sulle cure mediche in caso di incapacità di discernimento

Simone Mengani

Simone Mengani

Simone Mengani

Stefania Hubmann

«Sei l’ultimo dei Mohicani» Cinema storici Il Cittadella di Lugano nei ricordi del direttore Andrea Incerti

Oliver Scharpf «Al Cittadella passano i titoli di coda» titolava il «Corriere del Ticino» nel taglio basso di prima pagina di lunedì ventidue giugno. Si sapeva da mesi, arrivo un po’ all’ultimo minuto, ancora in tempo però. E così verso la fine di giugno, una mattina dal cielo azzurrissimo spazzato a dovere dal vento di ieri, svolto a piedi da via Giuseppe Buffi, in corso Elvezia. Il Cittadella è ancora lì come al solito in un edificio bianco e modesto a pochi passi dal bel porfido rosa di Figino con cui è stata costruita negli anni Venti la Basilica minore del Sacro Cuore. La vicinanza non è casuale visto che il Cittadella nasce alla fine degli anni Cinquanta proprio per volere della Fondazione Basilica del Sacro Cuore, alla quale è ancora legato. Tra l’altro questo è il quarto cinema originariamente parrocchiale del nostro tour cantonale di sale giunto alla settima puntata. Alle dieci e trentacinque, come segna l’orologio senza cifre in ferro battuto nero sulla facciata perpendicolare al

Cittadella, incontro il direttore Andrea Incerti. Nessuna locandina fuori, l’ultimo spettacolo sarà questo giovedì: la premiazione delle neodiplomate assistenti di farmacia. «Verranno trecento persone, c’è anche il consigliere agli Stati Fabio Abate» mi dice Incerti che a sedici anni era apprendista presso la Farmacia Bianchi in via Nassa. A quell’epoca lavorava qui come maschera e una volta gli è capitato di accompagnare in sala Totò, quando il famoso attore comico napoletano abitava sopra il night-club Cecil di Paradiso. «Più che per la paga di quattro franchi e le mancette che ricevevamo, il bello era che potevi vedere i film gratis» mi dice con la polo del coccodrillo color melone. Seduti nell’ultimo tavolino di marmo bianco del foyer mi racconta poi di Massimo Boldi. «Andrea difendimi» gli diceva alla prima di Vacanze di Natale (1983) – il primo della serie di film di Carlo Vanzina etichettati dalla critica come «cinepanettoni» – in mezzo alla ressa di fan scatenati. Curioso come Boldi facesse attenzione alle risate del pubblico: se erano di più dopo

una sua battuta o se veniva battuto da Christian De Sica. «Fammi poi sapere» gli ha detto alla fine di un’epica cena a base di pesce al Faro di Paradiso, sempre a proposito delle risate degli spettatori. Bei tempi, ora se non succede un miracolo, il Cittadella verrà tirato giù per far spazio a una palazzina di sette piani. Il destino del Cittadella è stato segnato dai due milioni necessari per ristrutturare lo stabile e avere i requisiti tecnici odierni come sala teatrale. Senza entrare di certo nel merito della questione, in breve, non si è trovato un accordo con la città di Lugano che come grattacapo finanziario ha già avuto il Lac, dove si sposteranno tutti gli spettacoli teatrali andati finora in scena qui. Infatti negli ultimi anni, più che il cinema la vocazione del Cittadella, con i suoi 426 posti, è stata il teatro. Ad ogni modo va detto, a Lugano e dintorni hanno tirato giù edifici ben più meritevoli e distrutto non poche cose degne di nota. Penso proprio agli affreschi della cupola del cinema-teatro Kursaal, ex teatro Apollo, oggi casinò. Per non parlare della fabbrica Campari,

villa Branca, eccetera. Ma dalle parole di Incerti si capisce che il Cittadella è stato un punto di passaggio obbligato per molti abitanti di Molino Nuovo. Ai tempi non c’era ancora né Palacongressi né Cinestar, dunque il Cittadella era l’unica alternativa al Kursaal. Tra i bei ricordi, il signor Incerti mi dice subito: «la Incontrada». Vale a dire Vanessa Incontrada – modella, attrice, e conduttrice televisiva spagnola naturalizzata italiana classe 1978 – che era venuta qui in occasione della tourné di Zelig. Ma anche Claudia Koll: attrice famosa per le sue curve mostrate in Così fan tutte (1992) di Tinto Brass e ora nota per la sua sbandierata fede cattolica. «Bellissima, era a fianco a me alla cena Al Portone dopo lo spettacolo». La bellezza femminile riaffiora ancora, intervistando al volo il signor Rinaldo, storico custode-cineoperatore che citando a braccio i nomi che hanno calcato questo palcoscenico – De Filippo, Ugo Pagliai, Gassmann e altri – aggiunge a sorpresa e con un altro tono di voce: «la sorella maggiore di Gassmann». Alla fine degli anni Set-

tanta, mi racconta ancora Incerti, per risparmiare sui costi di spedizione delle pellicole, s’incontrava in cima al Ceneri con Cirillo Beretta del cinemateatro Blenio. Un singolare scambio di film oggi impensabile. «Sei l’ultimo dei Mohicani» gli ha detto una volta Marco Solari citando il titolo di un romanzo d’avventura di James Fenimore Cooper (1789-1851) uscito nel 1826 e dal quale hanno tratto cinque film e diverse serie televisive, in occasione dell’abituale rassegna al Cittadella dei film del festival di Locarno. Tra una cosa e l’altra, questa volta, mi dimentico di dare la tradizionale occhiata alla sala deserta. Sono stato solo un paio di volte al Cittadella, una delle quali per ascoltare le suites per violoncello di Bach suonate da Mischa Maisky che ricordo con camicia alla coreana di seta lucida blu elettrico. Ho frequentato di più l’ormai storico bar Oops dietro l’angolo, dove ci dirigiamo adesso per bere un caffè al bancone. Lì il signor Incerti mi dice che conserva la «pia illusione» di una rinascita del Cittadella un po’ come «l’Araba fenice», dalle sue ceneri.

Riuscire a far rispettare le proprie volontà di paziente anche quando non si è più in grado di intendere e volere. È questo lo scopo delle Direttive anticipate, dichiarazione firmata sulle cure mediche valida solo se si perde la capacità di discernimento. Fino a quel momento tali disposizioni, oltre a poter essere modificate, sono sempre subordinate a quanto il paziente esprime personalmente. La loro base legale è rappresentata dal diritto di protezione degli adulti (autodeterminazione), iscritto nel Codice Civile Svizzero il 1. gennaio 2013, uniformando così la materia a livello nazionale e permettendo di concretizzare il principio attraverso diverse forme di dichiarazione. Che cosa significa rispondere alle domande del formulario sulle Direttive anticipate affrontando questioni di ordine etico ed esistenziale? Come confrontarsi con terminologie mediche e scelte delicate? L’abbiamo scoperto grazie alla testimonianza di una donna che ha compiuto questo percorso con il sostegno del nuovo Servizio di Croce Rossa Ticino. Abbiamo incontrato la vivace signora negli uffici dell’ente a Lugano, in compagnia della direttrice Josiane Ricci e dei consulenti Maria Cattaneo e Massimo Magnini. Quest’ultimo lo scorso anno l’ha accompagnata con professionalità e discrezione nella redazione del documento di Croce Rossa Svizzera (CRS), elaborato a livello nazionale da esperti del settore medico, giuridico ed etico. Il Servizio, dai costi contenuti, assicura consulenza e sostegno in una scelta ancora poco diffusa e guardata con scetticismo (o paura?) dai più, ma che invece la nostra interlocutrice considera come massima espressione della sua libertà. Residente da sola in Ticino, a 67 anni si sente ora a suo agio anche nei frequenti viaggi all’estero, in particolare in Asia, senza la preoccupazione di quello che potrebbe accaderle. «Dopo alcune ricerche ho scelto il documento proposto da CRS, perché il suo emblema è conosciuto nel mondo intero. La tessera che ho ricevuto con la croce rossa ben in vista è custodita nel

Copertina della guida per la redazione delle direttive anticipate. (Croce Rossa Svizzera)

portafoglio e rappresenta la mia migliore carta di credito!» Riguardo alle motivazioni, la nostra interlocutrice aggiunge che rappresentano la reazione a eventi dolorosi e il desiderio di non dover affidare decisioni difficili alla sorella in caso di incidente o grave malattia. Il formulario di CRS è a disposizione sul sito dell’associazione, accompagnato da una guida e da un glossario. Volendo, quindi, ognuno può compilarlo in modo autonomo. L’intervistata è giunta fino a questo punto, rendendosi poi conto del forte impatto emotivo di questa operazione e della necessità di beneficiare di un aiuto per riflettere e chiarire alcuni dubbi. Di qui, il contatto con il Servizio di CRS. «Il consulente, appositamente formato, rappresenta il plusvalore della prestazione proposta da Croce Rossa Svizzera», spiega la direttrice Josiane Ricci, che ha seguito personalmente il corso di formazione assieme a cinque collaboratori già attivi in altri servizi dell’ente. «In questo modo posso capi-

re meglio quanto viene vissuto al fronte», precisa la direttrice. «L’entrata in vigore dei nuovi articoli (360 e 456) del Codice Civile Svizzero ha permesso di sviluppare questa prestazione anche in Ticino. Abbiamo iniziato l’attività lo scorso anno dopo un’approfondita preparazione. Al corso teorico, suddiviso in cinque moduli dedicati ad altrettanti temi, è stata abbinata un’esperienza pratica interna». Il formulario, in un primo tempo lungo e dettagliato, è già stato rivisto e suddiviso in due parti. Il modulo obbligatorio riguarda le questioni essenziali comprendenti dati e valori personali, come pure le volontà relative alle decisioni mediche (misure di rianimazione e obiettivi terapeutici), il nome del medico curante e quello di una persona di fiducia consenziente chiamata, se necessario, a partecipare al processo decisionale. La seconda parte entra in maggiori dettagli, fornendo un quadro più ampio delle disposizioni del paziente anche in caso di decesso. Il fil rouge del

documento non è però la parola «morte», bensì «vita». Più fedele allo spirito di questo nuovo diritto è la denominazione inglese «Living will», composta dalle radici di vivere e volere. Questi e altri aspetti ancora poco familiari all’opinione pubblica possono essere messi a fuoco grazie al ruolo del consulente. I due rappresentanti intervistati confermano che il loro compito è di fornire informazioni, chiarire dubbi, riportare l’assistita/o al pensiero originale, evitare contraddizioni e aiutare a sintetizzare i pensieri nelle risposte scritte. Maria Cattaneo e Massimo Magnini spiegano che «le persone tendono a perdersi nelle loro riflessioni. Con un atteggiamento neutrale si cerca di riportare il pensiero alle questioni essenziali, evitando pure di drammatizzare le decisioni. Parenti e amici, ad esempio, non possono offrire questo supporto, poiché troppo coinvolti emotivamente». L’implicazione personale nel definire le aspettative rispetto alla pro-

pria vita in situazioni tanto critiche è rilevante. Lo ribadisce anche la testimonianza di colei che già è riuscita ad avvicinarsi alla procedura con consapevolezza e determinazione. Da ambo le parti si giunge alla medesima conclusione: la redazione delle Direttive anticipate è il frutto di un processo che può durare anche qualche mese. «Si tratta di una sfera intima, dove motivazioni e decisioni riflettono le singole esperienze di vita, trasformando ogni consulenza in un caso a sé stante. C’è chi desidera evitare conflitti in famiglia e chi pensa alle sofferenze di coloro che potrebbero essere chiamati a prendere decisioni tutt’altro che facili, a volte tormentati dalla contrapposizione tra le aspettative del congiunto e i propri desideri». Il documento compilato è sottoposto alla verifica di uno specialista per assicurarne chiarezza e validità formale. Può inoltre essere depositato presso CRS che in questo caso ogni due anni invita a verificare se le intenzioni sono immutate. Tutti concordano che per compiere questo passo non è mai troppo presto. Al momento si lavora soprattutto con un target di giovani anziani (oltre i 60 anni), ma l’obiettivo è quello di abbassare la soglia. La sensibilizzazione sul tema e l’evoluzione culturale faciliteranno l’introduzione di questa pratica, sostenute dal ruolo cruciale di medici e personale ospedaliero. Il medico di famiglia è un ottimo interlocutore per affrontare l’argomento, così come negli istituti sanitari cresce la motivazione a rispettare il più possibile la volontà del paziente, purché non venga infranta la legge. Da rilevare, inoltre, che alcune farmacie della Svizzera tedesca le segnalano già sulle schede dei clienti ed è pure allo studio la medesima procedura per le tessere dell’assicurazione malattia. Le Direttive anticipate rappresentano quindi un nuovo strumento di comunicazione fra paziente, famiglia e personale curante destinato a essere sempre più diffuso. Informazioni

www.crocerossaticino.ch/direttiveanticipate direttiveanticipate@crocerossaticino.ch Tel. 091 973 23 00

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Andrea Tullio Canobbio, Ricci Scout, Salani. Da 7 anni C’è Riccio Pasticcio, e poi Riccio Unticcio, Riccio Bisticcio, Riccio Massiccio, Riccio Capriccio, Riccio Traliccio, Riccio Molliccio e persino Riccio Alticcio: una comunità di ricci creata in allegro rimeggiare da Andrea Tullio Canobbio, che non a caso è un autorevole linguista. Oltre all’attività accademica, Canobbio da ora pratica l’attività di scrittore per ragazzi, esordendo giocosamente con questa serie «Ricci Scout», che va a coprire una fascia d’età spesso un po’ sguarnita, quella grossomodo dei 6-8 anni. Caratteri non troppo piccoli, interlinea ben spaziata, storie snelle ma con avventure ben articolate e ricche di humour, in questo caso argutamente linguistico, e in grado di far emergere tutte le potenzialità creative dei giochi di parola. I piccoli lettori non potranno che apprezzare un linguaggio vivo, fresco, mai

sciatto, fatto di divertissements come «non ho mai visto nessuno che metta un bracciacomodino accanto a un braccialetto», ma anche di metafore originali e ispirate al contesto boschivo della storia: «sbiancò come un pinolo». I giovani ricci sono a Campo Castagna, un soggiorno estivo scout «nel cuore delle Terre Selvagge», capitanato dal prepotente Grande Riccio e dal suo assistente, il mellifluo Riccio Unticcio. I piccoli ricci, però, ognuno secondo le sue

peculiarità – ben scandite dai rispettivi nomi propri – sapranno trasformare quei rudi giorni in memorabili avventure, innescando solidarietà e collaborazione e riuscendo anche a disinnescare i dispetti di Riccio Posticcio, il falso riccio, misterioso millantatore. A questo primo episodio se ne aggiungeranno altri, dai promettenti titoli: Torrente Terrore, Ultima Spiaggia e Oltre la Barriera. Vanno citate, perché aggiungono valore alla serie, le illustrazioni di Alessandra Stanga. Alice Horn – Joëlle Tourlonias, Pronto, mamma?, Il Castoro. Da 3 anni Pronto, mamma? Quando vieni a casa? A ogni mamma al lavoro sarà capitato di sentirsi rivolgere questa domanda, non necessariamente con tono ansioso, ma anche solo un po’ trepidante e amorevole, com’è il caso della bimbetta sorridente che parla al telefono con la mam-

ma in ufficio. Bimba e mamma, nelle calde illustrazioni di Joëlle Tourlonias, sono vestite con gli stessi colori e hanno le stesse sembianze, come se l’una fosse l’alter ego cucciolo dell’altra, in perfetto equilibrio dentro questa storia tutta dialogica – una battuta la bimba, una battuta la mamma – in cui il «gioco delle parti» è rispettato ad ogni pagina, tanto che una lettura a due voci, bimba e mamma, potrebbe essere l’esecuzione naturale di questa delicata e tenera partitura scritta da Alice Horn. Un testo in cui il ruolo

più razionale è quello della bambina, che si diverte a riportare alla realtà le ipotesi fantastiche della mamma: «Mi arrampico su una scaletta, salto su una nuvola e volo da te» «Ma no mamma! Le nuvole non hanno la scaletta. Non sono come il camion dei pompieri!». I bambini sono così: tanto esperti e «habitués» di escursioni magiche nel quotidiano, da potersi permettere il vezzo malandrino di fare loro la parte di quelli con i piedi per terra. E questi «Ma no mamma!» diventano il leit-motiv umoristico della storia: «Hai ragione! Allora prendo il camion dei pompieri e guido fino a casa… a vele spiegate!» «Ma no, mamma! I camion dei pompieri non hanno le vele. Non sono come le barche!»… La mamma tuttavia persevera con le sue storie fantastiche, perché è proprio quello che si aspetta la bambina. E perché le storie, si sa, calmano le ansie da separazione, soprattutto se culminano in un abbraccio finale!


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Società e Territorio

Più che regionali, ticinesi Giornali Il modello introdotto negli anni Sessanta dal direttore del «Giornale del Popolo» don Leber è stato in seguito

adottato dagli altri quotidiani, chi ne pagò le spese furono i giornali partitici – 2. Parte

Una volta, in Ticino, ogni giornale aveva una sua tipografia: oggi una sola (il Centro Stampa di Muzzano, controllata dalla «Fondazione Corriere del Ticino») stampa tutti e tre i quotidiani e una buona parte della stampa periodica. I giornali venivano recapitati alle edicole o distribuiti dalla Posta (la «Neue Zürcher Zeitung» sfornava tre edizioni ogni giorno), ma per lo più a breve raggio: quasi nessuno leggeva il «Corriere del Ticino» a Locarno, nei bar di Lugano non si trovava «Il Dovere». I giornalisti erano quattro o cinque, tutta la cronaca era locale, nessuno dei quotidiani aveva redattori a tempo pieno fuori della propria regione. Chi ha letto il primo articolo di questa piccola serie ha potuto invece constatare che i tre quotidiani ticinesi, oggi, danno spazio quasi uguale alla cronaca delle tre regioni (prevale Lugano, perché è quella più abitata e più ricca, e il Mendrisiotto chiude la classifica perché non ha un centro urbano forte). Inoltre, hanno tutti uno spazio («Cantone») dove si riferisce di cose che riguardano il Ticino come insieme, non una singola regione. Pare dunque realizzata nei fatti, dopo duecento anni, quella solidarietà ticinese di cui Stefano Franscini deplorava la mancanza ai tempi suoi. Persino la pubblicità dei nostri tre quotidiani non è più quella locale – tipica, ieri, quella dei negozi degli ebrei venditori di stoffe e di corredi; oggi dominano i grandi distributori (Migros, Coop, gli importatori d’auto), che hanno le leve di comando Oltralpe. Perciò non è più esatto dire che il «Corriere del Ticino» è il giornale di Lugano, e neppure (vedete i rilievi statistici del primo articolo!) che «laRegione» è il giornale del Sopraceneri. Esiste ancora la rivalità tra Ambrì e Lugano nell’hockey, ma è un fatto di colore: tutti e tre i quotidiani (per non parlare della Radiotelevisione) si ritengono prima di tutto «ticinesi».

CdT - Demaldi

Enrico Morresi

Il cambiamento avvenne a partire dagli anni Sessanta. Ne conosciamo l’iniziatore: fu don Alfredo Leber, direttore del «Giornale del Popolo». Assistente generale dell’Azione cattolica, il Ticino lo percorreva da capo a fondo almeno una volta la settimana per animare i circoli di Azione cattolica. Il «Giornale del Popolo», fondato nel 1926, non aveva un centro: lo si leggeva all’ombra dei campanili, ossia un po’ dappertutto nel cantone. Di quella debolezza Don Leber fece una forza: aprì uffici di corrispondenza a Locarno, a Bellinzona, a Mendrisio, per ogni località mettendo a disposizione tutti i giorni un redattore e una pagina intera. I risultati gli diedero ragione: in capo al decennio 1960-70 il «Giornale del Popolo» superò il «Corriere» nella diffusione. Guido Locarnini, assunta la direzione

del «Corriere» nel 1969, benché più sensibile ad altre realtà (l’economia in forte progresso, per esempio) fece proprio il modello donleberiano. Un decennio dopo Sergio Caratti gli diede lo sviluppo e la solidità che le fiorenti entrate pubblicitarie del «Corriere» ormai consentivano. «Il Dovere» reagì in ritardo, i quotidiani politici non si accorsero che era girato il vento, perciò cominciarono a perdere terreno e dopo una penosa resistenza (e centinaia di migliaia di franchi spesi) chiusero bottega: «Gazzetta Ticinese» nel 1991, il «Popolo e Libertà» nel 1992, «Libera Stampa» nel 1993. Nel 2003 pubblicai sul «Giornale del Popolo» una ricerca in cui proponevo una concentrazione degli uffici di corrispondenza regionale. Come modello poteva servire la creazione della

Ti-Press SA, un’agenzia fotografica che lavorava per tutti e tre i giornali (GdP 20 marzo 2003). Non se ne fece niente, il modello «donleberiano» era ritenuto un assioma e il «Giornale del Popolo», che dei tre era il più debole, si imbarcò in una serie di disavanzi annuali che la Diocesi sopportò fino al punto di rottura, quando il Vescovo decise di legare il carro del giornale cattolico al «Corriere del Ticino». Attualmente, l’edizione del sabato del «Giornale del Popolo» sembra anticipare un modello di «settimanalizzazione». Con una frontiera politica a Sud e una linguistica a Nord, il Ticino sembra condannato dalla natura e dalla politica alla regionalità. I giornali ticinesi non sfuggono a questa «prigione», che però è anche una difesa contro la concorren-

za. La domanda allora potrebbe essere: i nostri giornali sono soltanto un effetto oppure anche una causa della chiusura psicologica che molti lamentano quando si parla del Ticino di oggi? L’evoluzione descritta nel primo articolo ne è in qualche modo responsabile? L’apertura delle redazioni regionali – che ha provocato la selezione a danno dei quotidiani politici, tutti scomparsi nel giro di pochi anni – non ha a mio avviso parentela alcuna con tale «chiusura». Don Leber e Guido Locarnini non erano regionalisti e tantomeno sciovinisti: avevano solo trovato il modo di espandere la diffusione dei loro giornali e vi erano riusciti. Neppure la fusione tra «Il Dovere» e «l’Eco di Locarno» – che diede nascita a «laRegione Ticino» nel 1992 – può essere considerata un’operazione di campanile: si voleva farne un giornale nuovo e forte nel Sopraceneri. La domanda si pone ora, perché il comportamento dei media che ha resistito ai cambiamenti e ho documentato nel primo articolo (più pagine sul Mendrisiotto che sulla Confederazione o gli Esteri!) appare, se non funzionale, almeno parallelo al fenomeno sociopolitico della chiusura? Molti dicono che le cose stanno precisamente così. Io qualche dubbio ce l’ho, perché altri fattori possono avervi influito: le narrazioni dialettali di un Paese piccolo che si ripiega su se stesso, la marginalità economica, le frizioni di frontiera, il dumping salariale, il gioco delle forze politiche… Storici e sociologi non hanno prodotto finora conclusioni importanti. Sul ruolo dei media potrebbe essere attivata l’Università, che possiede una facoltà di scienze della comunicazione finora poco attenta a quel che le succede sotto il naso. Continua, il primo articolo è stato pubblicato il 3 agosto 2015 (n. 32).

Noi e la storia dell’altroieri Editoria Nel numero di giugno dell’«Archivio storico ticinese» il resoconto di una giornata

di studio tenuta al Liceo di Lugano nel 2014 Alessandro Zanoli Le pubblicazioni che trattano di storia ticinese (lo segnalava Angelo Rossi in una delle ultime puntate della sua rubrica su «Azione») si incontrano sempre più di frequente in libreria. Nella grande quantità di studi legati al passato è relativamente raro trovare saggi, però, che si occupino della storia cantonale più recente. Per essere ancora così fresco e vicino il suo ricordo, sembra forse quasi superfluo occuparsene. Molto opportunamente, invece, «Archivio storico ticinese» pubblica nel suo ultimo numero, di giugno, i contributi di alcuni studiosi che aiutano a ricostruire il quadro della vicenda ticinese contemporanea. Gli anni che vanno dal 1980 al 2010, infatti, segnano un grande mutamento, un’importante discontinuità rispetto al trentennio precedente. E se tra il 1950 e il 1980 la realtà cantonale aveva compiuto un

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

incredibile balzo in avanti, economico e sociale, i tre decenni seguenti hanno destabilizzato in parte l’immagine che i ticinesi si erano fatti della loro patria. I contributi pubblicati si devono alle ricerche di Elio Venturelli, già direttore dell’Ufficio di Statistica del Cantone, di Sergio Rossi, docente di economia all’Uni di Friborgo, di Oscar Mazzoleni, docente di scienze politiche, del geografo Claudio Ferrata e della docente di storia all’Uni di Losanna Nelly Valsangiacomo. I saggi erano stati presentati durante una giornata di studio tenuta il 18 ottobre 2014 al Liceo 2 di Lugano. Raccolti nella rivista (e completati dalle considerazioni conclusive del giornalista Silvano Toppi) forniscono al lettore un quadro d’insieme di eccezionale interesse e, nonostante la loro brevità, di grande sostanza. Utilizzando gli strumenti delle rispettive discipline, i cinque studiosi espongono i dati della situazione

demografica ed economica, delineano i momenti più importanti della storia culturale e politica del cantone, permettendoci di vedere quali meccanismi di fondo hanno condizionato la congiuntura che stiamo vivendo. Dalla fase di sviluppo economica degli anni Ottanta, stimolata dalla nascita dell’economia globalizzata, che ha permesso alla nostra piazza finanziaria una serie di exploit incredibili, siamo passati negli anni 90 a una fase di crisi immobiliare e industriale, per approdare poi nel 2002 all’entrata in vigore degli Accordi sulla libera circolazione, che hanno dato il via all’«economia del frontalierato». Questi, secondo gli studiosi, i tre momenti «topici» che hanno scandito in modo decisivo la nostra realtà economica dello scorso trentennio. Un processo che ha anche influito sulla percezione di sé dei ticinesi stessi. Il cantone, vissuto come realtà urbana e non più rurale

(bella la frase di Aurelio Galfetti citata da Ferrata: «Un Ticino come una città che inizia in Piazza del Duomo e finisce al valico del San Gottardo»), suscita aspettative e desideri di modernità, mentre i progetti urbanistici ne modificano profondamente il territorio. Un Ticino che, colto dalla crisi degli anni Novanta, perde, insieme alla certezza del benessere, anche la fiducia nei partiti politici. Un Ticino, infine, che potrà ridefinire il proprio ruolo e la propria fisionomia anche attraverso la politica culturale, di cui però è importante individuare scopi e obiettivi. Lo suggerisce nel suo interessantissimo contributo Nelly Valsangiacomo: «Il termine di mediazione culturale, che presupponeva una volontà pedagogica della politica culturale, volta a una democratizzazione della cultura verso l’alto – con modalità anche paternalistiche – ha lasciato spazio a una politica dell’offerta, nella quale la cultura

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sostenuta dallo Stato può essere vissuta più come un territorio di consumo che come uno spazio pubblico di emancipazione o di riferimento, aspetti alla base di una definizione di politica culturale forte». Vale la pena di citare per esteso questo passaggio della sua relazione. Così come vale la pena di rileggere con attenzione tutti gli altri contributi che ci aiutano a rimettere nella giusta luce la nostra storia e la nostra realtà quotidiana.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Quando gli Svizzeri erano temuti Fino alle soglie dell’età moderna una buona parte delle armate non era formata da truppe nazionali, bensì da soldati di professione. L’essere mercenario è oggi considerato status men che onorevole, ma non è sempre stato così, anzi. La lealtà e la fedeltà che oggi si vogliono essere proprie del sentimento nazionale erano un tempo parte di un bagaglio culturale ben diverso. Invece di essere atteggiamenti dovuti nei confronti della Patria, erano invece prerogative del mestiere, «attributi della professione», per così dire. Così, a partire dal tardo Quattrocento, i mercenari svizzeri si distinsero per efficienza militare ed affidabilità presso molte corti europee: Francia, Spagna e Regno di Napoli ne fecero largo impiego fino alle soglie dell’età moderna con lo sviluppo delle armate di coscritti. Nel ’400 la Confederazione elvetica era fra i Paesi più poveri d’Europa, ed i suoi giovani sceglievano la carriera militare per sfuggire alla miseria. La fama delle truppe svizzere era dovuta ad una particolare tattica militare consacrata nelle lunghe lotte per difendere la Confederazione dagli appetiti dei signori feudali. Gli Svizzeri

erano montanari, e come tali combattevano a piedi. Armati di lunghe e robuste picche, formavano centurie disposte a quadrato di dieci per dieci combattenti. Come la cavalleria avversaria caricava, la fila anteriore si inginocchiava puntando le picche contro il terreno per lasciare alle file posteriori spazio per avanzare le proprie sopra le teste dei compagni: ne risultava così una sorta di porcospino insormontabile. Coordinati, disciplinati e sempre in addestramento, le centurie delle picche potevano cambiare direzione all’improvviso ed anche combinarsi con altre centurie fino a formare sbarramenti insuperabili. Cooperazione, interdipendenza, fiducia nei propri vicini, disciplina e precisione nel rispetto collettivo delle regole: traduzione in termini militari della cultura federale di contro alla cultura individualista del medioevo feudale, dove ciascun Signore giostrava contro amici ed amici pro domo sua al fine di dimostrare a tutti il proprio personale valore. Mal se ne accorse Carlo il Calvo di Borgogna alla battaglia di Nancy nel 1477: si era preso gioco della formazione svizzera

il palazzo reale non sapendo che Luigi XVI e la sua famiglia già lo avevano lasciato per rifugiarsi presso l’Assemblea Nazionale. E fu così che alle otto di mattina una folla composta da comuni cittadini – donne, vecchi e bambini compresi – armata di ogni sorta di accidenti si presenta minacciosa sulla piazza antistante il Palazzo. Sulle prime sembra si tratti di una passeggiata: l’avanguardia composta da insorti marsigliesi entra dai cancelli aperti e fraternizza con i membri della Guardia Nazionale, largamente favorevole agli insorti, che avrebbe secondo i piani dei lealisti dovuto difendere il cortile della reggia. Baci, abbracci, pacche sulle spalle e – pare – anche qualche brindisi alla neonata Rivoluzione. Rimane un’ultimo ostacolo: la Guardia Svizzera schierata a difesa dei piani superiori che portano all’appartamento reale. La scena surreale: gli insorti in fondo alle scale che chiedono di entrare, la Guardia Svizzera al piano di sopra che pensa sia una pessima idea. «Consegnate le armi ed avrete salva la vita» (gli insorti in fondo alle scale). (La Guardia Svizzera in cima alle scale): «Noi siamo Svizzeri

e piuttosto che separarci dalle nostre armi ci separiamo dalla nostra vita. Poi, con puntigliosa precisione (nota dell’Altropologo ) «Se i nostri servigi non sono più richiesti dalla Corona, che la cosa ci venga notificata per iscritto e noi usciremo di scena con le nostre armi e senza far male a nessuno». Seguono ore concitate: gli insorti si rendono conto che qui, senza documenti, ci scappa più di un morto e si danno da fare per far intervenire il Re. Un pizzino di Luigi XVI nel quale si fa cortesemente notare ai Confederati che forse è il caso di lasciar perdere ed ingiunge di soprassedere alla difesa del Palazzo arriva troppo tardi per fermare il peggio. Tira e molla, minacce e contro-minacce, (contro)cortesie e (contro)provocazioni si susseguono tutto il giorno fino all’escalation finale. Nessuno saprà mai chi abbia aperto il fuoco – e con tutta probabilità si trattò di un incidente non voluto da nessuno. Fatto sta che, alla fine della giornata, dei novecento della Guardia Svizzera ne restarono vivi solo trecento. Uscirono dal Palazzo con le armi in pugno e nessuno – ancor oggi – ci ha capito niente. Requiescant.

ne, risposta reticente o negativa dei ragazzi, sua reazione aggressiva cui fa seguito un sentimento di colpa che la induce a giustificarsi e a mediare. In questo processo lei svolge tutti i ruoli: è al tempo stesso il giudice, l’avvocato accusatore, quello difensore e, al limite, l’imputato. Ma la famiglia è un collettivo ove, secondo l’età, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Per evitare la guerriglia quotidiana, occorre richiamarsi a un riferimento obiettivo: le regole, da tutti concordate e approvate. Se, a turno i ragazzi, seguendo un calendario scritto, s’impegnano, ad esempio, ad apparecchiare, sparecchiare e portar fuori le spazzature, saranno loro stessi a imporsi queste mansioni, magari scambiandosele. Quando il regolamento non viene osservato, devono scattare immediatamente le sanzioni previste per i tra-

sgressori: niente paghetta, Tv spenta, cellulare sequestrato e così via. Inutile discutere, giustificare, mediare: i patti sono patti e, come accade nella vita extrafamiliare, chi sbaglia paga. Senza sanzioni le regole si riducono a inutili suggerimenti, a vane esortazioni. Mi raccomando, in ogni caso, di non indulgere a privilegi per i figli maschi, molto più abili delle sorelle ad aggirare gli impegni e a giustificare omissioni e negligenze. Nel tentativo di trovare punti di riferimento, lei cerca di comprendere i figli rievocando la sua infanzia e, applicando i metodi educativi che hanno guidato la sua adolescenza , ritiene di «essere corretta». Ma il confronto col passato vale solo per i sentimenti, che sono eterni, non per i comportamenti, che cambiano a secondo dei luoghi e dei tempi. I suoi figli sono disobbedienti, non perché facciano i capricci, ma

perché cercano, eseguendo un compito evolutivo dell’età, di affermare la loro indipendenza. Ma, se vogliamo evitare che la libertà degeneri in anarchia e in conflitto di tutti contro tutti, il loro slancio vitale deve trovare un limite. Spetta agli adulti contenere l’insofferenza dei ragazzi entro un sistema di regole che, senza ingabbiarli, li protegga e li indirizzi. Le assicuro che gli adolescenti stessi avvertono, anche senza ammetterlo, il bisogno di essere aiutati a comportarsi bene da una morale esterna finché, raggiunta la maturità, saranno in grado di seguire imperativi etici interiori.

è diventata una periferia, imbruttita dall’edilizia disordinata, trafficata, rumorosa, e in fin dei conti lontana dai centri dove succede qualcosa. Ciò che spiega un’inversione di tendenza, in cui ha avuto la sua parte un fattore culturale: la rivalutazione della città, per i suoi contenuti umani, i suoi valori storici e i suoi connotati estetici. Ed è così che, negli ultimi decenni, le città di ogni dimensione e importanza hanno vissuto, e ancora stanno vivendo, la riscoperta di sé: della propria identità, da ridefinire ed esprimere in termini concreti. Da qui la nascita di un nuovo filone creativo, parente prossimo dell’architettura e del design, qual è l’arredo urbano. La definizione ad ampio raggio ingloba impianti e oggetti svariatissimi: panchine, lampioni, contenitori, cartelloni pubblicitari, segnaletica, aiuole, fontane, e via enumerando i pezzi che compongono il mosaico delle necessità urbane. Si

tratta, ed è un’arte, di saperli utilizzare in modo adeguato, per rendere sempre più funzionali e accoglienti gli spazi pubblici. E farne luoghi d’incontro e di sosta riconoscibili. Addirittura biglietti da visita. Com’è avvenuto, per citare esempi famosi, con gli ingressi liberty della metropolitana a Parigi e con le cabine telefoniche a Londra, oggi convertite in ricariche per cellulari. Ma, al di là della conservazione di cimeli storici, l’arredo urbano si è impegnato per creare un proprio linguaggio: allestendo quello che è diventato il suo pezzo forte, il centro pedonale. Un’isola piacevole, destinata ai quattro passi fra le vetrine, ma omologata a un unico modello ormai su scala mondiale. Non è facile, del resto, conciliare esigenze diverse: rinnovare, come vuole una modernità senza confini, e rispettare le tradizioni regionali e locali. Che sia un’operazione fraintesa e rischiosa lo dimostra quel che sta

ritenendo che una truppa a piedi e per giunta senza arcieri non avrebbe mai potuto sconfiggere un’armata a cavallo supportata dagli archi, dalla fanteria ed anche dall’artiglieria quale era il suo esercito, reduce vittorioso dalle guerre di successione di Francia. I Confederati risposero con una carica repentina delle centurie, coordinate dal grido di guerra che permetteva loro di muoversi all’unisono. Carlo il Calvo morì nella battaglia che segnò l’inizio della prevalenza della fanteria nell’era della guerra moderna. Ma la prima centuria di picche svizzere a servire all’estero fu la famosa Cent Suisses Garde che servì la corte francese dal 1497 al 1817. Nel 1567 alla prima centuria fu aggiunto un intero reggimento, lo stesso che si sarebbe poi distinto due secoli e rotti più tardi nella sfortunata difesa del Palace des Tuileries il 10 agosto 1792 – duecentoventitre anni ieri da oggi. La cronaca di quei giorni confusi e concitati è complessa e dovremo procedere per capi sommissimi. Dopo una nottata di trattative tanto frenetiche quanto contraddittorie ed inconcludenti con i lealisti, gli insorti decisero di attaccare

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Come evitare la guerriglia quotidiana? Gentile Signora Vegetti Finzi, ho tre figli di età molto diverse, per cui anche le loro esigenze (sempre numerose) cambiano di volta in volta e di giorno in giorno. Ho un rapporto aperto e di grande confidenza con i miei figli, ma c’è un aspetto della nostra relazione che non funziona come vorrei. Mi rendo conto di avere delle serie difficoltà di gestione di quelli che spesso riconosco come semplici capricci, poiché non riesco ad essere mai abbastanza severa. Faccio fatica ad impormi con i miei figli, e quelle volte che riesco ad essere rigida e corretta (riprendendo le modalità con cui sono stata educata io), sono sopraffatta dai sensi di colpa. Mi chiedo immediatamente se non ho esagerato, e alla fine propendo per una ricerca di dialogo con loro cercando di mediare dei compromessi. Credo invece, e chi mi sta intorno me lo conferma, che otterrei più rispetto (e aiuto in casa) con

una maggiore coerenza e meno parole. Come uscire da questo conflitto di coscienza? / Mamma Stefania Cara Stefania, non conosco né l’età né il sesso dei suoi figli e pertanto non entrerò nei particolari. Ma noto subito che lei non accenna mai al padre. Ammettiamo che, come spesso accade, sia una presenza assente. Ma questo non esclude che debba essere coinvolto nell’impostazione dell’educazione, che si concretizza nelle regole di comportamento. Supponendo che i vostri ragazzi siano adolescenti, dovete stabilire patti chiari ed espliciti per vivere insieme in modo non conflittuale. Se lei interviene di volta in volta, affidandosi all’improvvisazione, rischia di avvolgersi in una spirale paralizzante che procede pressappoco così: richiesta ai figli di collaborazio-

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, «Azione», Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio La città si fa bella «Se vuoi farti una vita devi venire in città»: lo diceva Giorgio Gaber in una canzone dal titolo, allora controcorrente: Com’è bella la città. Si era nel 1969, e , proposto dalle avanguardie del costume, andava di moda il ritorno in campagna. Di cui si esaltavano le virtù materiali e morali: aria pulita e sane fatiche. Ma lui, Gaber da milanese doc, ribadiva il suo convinto attaccamento alla metropoli, luogo insostituibile, e non soltanto per mettersi alla prova professionalmente, ma proprio per vivere a titolo pieno, e condividere quest’esperienza con gli altri. A distanza di tanti decenni, quell’invito a godere le opportunità e persino la bellezza della città è ridiventato attuale. Con effetti oramai visibili anche alle nostre latitudini. Si assiste, infatti, a un movimento in senso opposto, rispetto a quello che, a partire dagli anni 60/70, aveva spinto schiere di volonterosi cittadini verso il verde dei dintorni, pron-

ti a goderne i vantaggi. Che dovevano rivelarsi illusori. Non soltanto perché, anche dell’orto e del pollaio, ci si può stufare, ma soprattutto perché la campagna non ha mantenuto le promesse:

Recinto erboso con lastra, a Lugano. (CdT - Fotogonnella)

succedendo a Lugano. La città, uscita dai decenni del risaputo boom economico-edilizio, si trova adesso in fase di recupero d’identità. In altre parole, si rifà il look. Ma quale e come? Dopo l’esperienza negli anni 90 della nuova pavimentazione, accuratamente progettata da Paolo Fumagalli e Gianfranco Rossi, adesso gli interventi sembrano atti di uno spettacolo senza regia. Con effetti a sorpresa. Alberelli piantati in contenitori provvisori e collocati fuori luogo, al pari di panchine e selciati coloratissimi, destinati a soste molto improbabili, selve di paletti, di pilastri, di cippi e, ultimo arrivato, un recinto erboso con lastra, collocato in mezzo a una via centrale. Lo scopo? Un ulteriore stop alle auto e persino un’occasione d’incontro per i cittadini, come hanno fatto sapere le autorità. Che, anche loro, a volte fanno dell’umorismo, magari inconsapevolmente.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

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Ambiente e Benessere Sui monti assieme ai lama Singolare trekking sul Monte di Comino grazie alla compagnia di simpatici… sudamericani

Bacco giramondo La Georgia e i suoi settemila anni di storia vinicola danno il via a una nuova rubrica sui vini

Come fare bella figura? Quando gli amici ti piombano in casa all’ora di cena è bene farsi trovare pronti a spadellare

In vacanza con fido Dove, come, con quali regole è possibile andare al mare con il proprio cane?

pagina 12

Trekking con i lama sul Monte di Comino Reportage Jean-Pierre e Marisa Bäschlin hanno allevato e addestrato sei lama che accompagnano bimbi

e adulti lungo percorsi che durano dall’ora e mezza ai tre giorni pagina 11

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Stefania Prandi

La facciata esterna della fattoria globale. (Elia Stampanoni)

C’è anche del verde a… Milano Expo 2015 Il parco della biodiversità e la Fattoria globale degli agronomi quali punto di partenza

per interessanti percorsi agricoli Elia Stampanoni Chi entra dalla porta ovest della fiera universale deve percorrere tutto il viale Decumano e poi, una volta in fondo, forse non avrà più tempo ed energie, ma sarebbe comunque un peccato non visitare anche l’ala verde dell’Expo di Milano. Il Parco della biodiversità e il padiglione dell’Associazione mondiale degli agronomi sono infatti a ridosso dell’entrata est, dove durante la nostra visita regnava una calma totale. Poca gente, anzi pochissima, e una sensazione strana, come quella di essere arrivati troppo presto o troppo tardi, come se tutto fosse ancora, o già, chiuso. Ma non è così, le porte si aprono e il personale cordiale invita alla visita. In piena contrapposizione con buona parte dell’Expo, affollata e per lo più commerciale, in questo settore si scopre un approccio interessante alla tematica dell’esposizione universale: «nutrire il pianeta – energia per la vita». Riferendo di questi pochi metri quadri non vogliamo di certo sminuire o disprezzare il resto dell’evento, che sicuramente ha pure dei luoghi (cluster, padiglioni o aree tematiche) che si fanno apprezzare e di cui

i media (e pure «Azione») hanno già riportato con ampi contributi. L’esterno, l’entrata e tutta l’architettura del Parco della biodiversità sono sfarzosi e imponenti, proprio come tutte le altre costruzioni che hanno trovato spazio sull’aera milanese di Rho Fiera. Il Biodiversity park si estende su una superficie di 8500 metri quadri ed è dedicato alla biodiversità: al suo interno un teatro e due padiglioni, quello del biologico e quello dedicato alla biodiversità. Lo scopo di quest’ultimo, ma pure di tutto il parco, è di valorizzare l’ambiente italiano e le sue peculiarità (agricole e di conseguenza anche agroalimentari) attraverso un percorso che racconta l’evoluzione e la salvaguardia della biodiversità agraria. Nella breve esposizione intitolata Storie di biodiversità troviamo filmati, pannelli e anche una scelta di prodotti agricoli con cui comprendere l’evoluzione (o involuzione) avvenuta nel settore. Dalla selezione di varietà e genotipi maggiormente adatti alla coltivazione (cultivar) si passa alla perdita di biodiversità per la crescente tendenza alla monocultura e all’utilizzo di pochissime specie e varietà. Il sorgo, la mela e il

mais sono solo degli esempi che fanno comprendere l’impoverimento dell’assortimento a disposizione e utilizzato in agricoltura. Tra le storie di biodiversità anche la xiloteca, ossia una biblioteca particolare di cui l’Expo espone una pagina. Si tratta di una collezione di libri in legno in voga tra il 1700 e la metà del 1900 dove, utilizzando determinate tecniche di intaglio e di pittura, si usava registrare le informazioni di una specie vegetale su un pezzo di legno della pianta stessa. Sulle pagine – dei pezzi di legno – venivano incise e disegnate le caratteristiche delle foglie, dei fiori e dei frutti delle diverse piante coltivate, in modo da rendere visibili anche particolari come venatura, colore o porosità. Gli esemplari esposti provengono della xiloteca Raffaele Cormio del Museo di storia naturale di Milano che conta circa 5mila pezzi, mentre le più ricche, secondo wikipedia, sono quelle di New Haven (Usa) e Tervuren (Belgio) con oltre 57mila pezzi tra tavolette di legno, legni illustrati, libretti di collezioni carpologiche, legni fossili, erbari dendrologici e altre raccolte. La mostra biodiversa dell’Expo si arricchisce con una serie di eventi,

esperienze multimediali e incontri. Vandana Shiva, attivista e ambientalista indiana, ha per esempio inaugurato il Parco con queste parole: «Più distruggiamo la biodiversità, più l’agricoltura diventa vulnerabile. Evitiamo di farlo» («Repubblica di Milano» del 16 maggio 2015). Il Biodiversity park vorrebbe quindi essere un «viaggio all’interno delle tante opportunità che la biodiversità e l’agricoltura biologica offrono per nutrire il pianeta, energia per la vita». Poco più in là ecco la Fattoria globale del futuro 2.0, curata dall’Associazione mondiale degli agronomi e dal Consiglio nazionale dei dottori agronomi e forestali (Conaf). Realizzata attorno al Farm lab, l’albero simbolico, l’esposizione intende sensibilizzare sul benessere del pianeta e propone un percorso dove il visitatore può partecipare a momenti di discussione e riflessione sul futuro del pianeta. Biodiversità e miglioramento genetico, sostenibilità e produttività, alimentazione e scarti alimentari, cambiamenti climatici e del territorio, sviluppo e identità locale sono al centro delle cinque postazioni proposte lungo il sentiero della fattoria. Una costruzione mo-

dulare che vuole rappresentare anche il «saper progettare dell’agronomo», come riportato nella presentazione. L’Associazione propone inoltre delle visite guidate all’interno di Expo, andando a unire alcune offerte legate al settore agricolo. Il primo dei tre percorsi visita il padiglione italiano (vini), francese (cereali) e spagnolo (olive) con l’intento di approfondire e sensibilizzare i visitatori sui delicati meccanismi di equilibrio tra quantità e qualità di queste produzioni tipiche dell’area mediterranea. Il secondo tracciato (fattorie zootecniche) conduce nel Regno Unito e nei Pesi Bassi con i loro allevamenti di bovini, mentre il terzo, nell’arco alpino (Austria e Slovenia), porta alla scoperta delle opportunità ma anche delle difficoltà dovute al clima più rigido delle regioni di montagna. Questi itinerari, di certo percorribili anche individualmente, sono solo una possibilità per visitare l’Expo da una prospettiva diversa, facendosi guidare da esperti del settore, che di certo vorranno evitare i percorsi classici. E l’ala verde è sicuramente il punto di partenza ideale.

Achil è il più dispettoso: quando resta da solo, con i denti, scioglie la corda che lo lega al recinto e dopo avere finito la sua razione mangia dalle ciotole degli altri. Lamir, invece, è il più responsabile: si occupa di tenere tutti in riga ed è anche capace di badare al gregge delle pecore. Con le persone è cortese: fissa dritto negli occhi, ma non vuole essere accarezzato senza preavviso. Bisogna aspettare che decida di avvicinarsi e allora si può affondare la mano nella sua lana soffice. Poi ci sono Slatan, che è curioso e mansueto, Jersey, che è testardo e vorrebbe prendere il posto da capo squadra di Achil, Tom, un coccolone e Vanir, il più piccolo del gruppo. Tutti insieme formano il gruppo dei sei lama che sono stati allevati e addestrati da JeanPierre e Marisa Bäschlin e che insieme a loro vivono sul Monte di Comino. La casa di pietra bianca, immersa nel silenzio dei prati secchi e dei boschi, dove i Bäschlin offrono infusi dissetanti a base di salvia, menta, timo, borragine, melissa, cannella e zenzero, sotto l’ombra fresca di una tenda blu, è il punto di partenza per i trekking. Si può camminare a fianco degli animali per percorsi brevi di un’ora e mezza oppure per gite più impegnative, che durano anche tre giorni. «I bambini adorano i lama, alcuni si affezionano così tanto che tornano dopo qualche settimana. Anche gli animali sono contenti di stare con loro. Per fare in modo che si crei velocemente un senso di confidenza, pri-

Achil, Lamir, Slatan, Jersey, Tom e Vanir, questi i nomi dei sei lama ospitati sul Monte di Comino. (Tutte le foto del servizio sono di Vincenzo Cammarata)

ma di tutto chiediamo ai più piccoli di spazzolarli. Poi si inizia a camminare a fianco degli animali che prepariamo con delle borse piene di cibo e bevande per il pranzo, oppure per il pic nic».

Risalendo il sentiero che dalla casa dei Bäschlin porta verso ovest, si raggiungono punti che offrono la vista del Monte Rosa e del San Bernardo. Per chi ama le avventure più lunghe, invece, c’è la possibilità di dormire all’Alpe Zotta, sopra Arcegno, in una capanna. Gli amanti della tenda possono sistemarsi sui prati vicini, che vengono concessi per l’occasione.

Un’avventura con vista sul Monte Rosa e sul San Bernardo trascorrendo delle notti nella capanna all’Alpe Zotta, sopra Arcegno, oppure in tenda «Ci chiamano dal Ticino, dalla Svizzera tedesca, dalla Germania, dalla Francia e anche dall’Inghilterra» racconta Jean-Pierre. «Costruiamo i percorsi in base alle diverse esigenze, in genere da maggio a settembre, ma se il tempo regge possiamo continuare fino a metà ottobre. L’autunno qui è la stagione più colorata: i boschi diventano rossi e si riempiono di funghi». Spesso sono i nonni a portare i nipotini a conoscere i lama. E poi ritornano anche con i figli, per camminare, ma soprattutto per stare all’aria aperta, lontano dal caos della città. «Qui ci sono prati secchi con un’elevata biodiversità» dice Jean-Pierre. «Si trovano piante come la salvia selvatica, l’orchidea, i narcisi, le genziane, la campanula barbata, le margherite, il timo, e poi molti insetti (ndr.: per la maggior parte la zona è protetta e pertanto non si può raccogliere nulla dal suolo). Ci sono diversi tipi di farfalle, alcune con dei

colori difficili da trovare altrove. Con il passare degli anni, il bosco si stava mangiando tutto. E allora noi che abbiamo qui la casa ci siamo chiesti come riprenderci il terreno. Servivano degli animali che pascolassero e che ci aiutassero a trasportare i pesi. Abbiamo scelto i lama dopo che li abbiamo conosciuti nei Grigioni. Incoraggiati dai nostri tre nipoti e dai nostri figli abbiamo deciso di intraprendere questa nuova avventura». I lama si sono rivelati animali perfetti per l’ecosistema del Monte di Comino. Infatti, consumano poca acqua: in gran parte la prendono dalla brina sull’erba che brucano la mattina. Mangiano anche fieno e hanno bisogno ogni giorno di sali minerali che qui però non ci sono, a differenza delle Ande. Come premio, dopo le gite, i Bäschlin gli danno dei cereali, di cui sono ghiotti. «Addestrarli non è stato semplice, ma ci siamo riusciti. Sono davvero degli animali educati e non

hanno mai sputato addosso a nessuno. Questa sembra essere la preoccupazione di molti, ma loro sanno che non devono farlo». Dai lama si ottiene una lana tre volte più leggera di quella di pecora e sette volte più resistente. «Dopo essere stata tosata, la lana viene lavata, cardata e filata» racconta Marisa. «Me ne occupo direttamente io. Non ha bisogno di essere tinta perché ha dei colori naturali che vanno dal color cammello al grigio». Un altro progetto che i Bäschlin stanno portando avanti è un allevamento in proprio. Per questo motivo, poco distante dal recinto dove vivono Achil, Lamir, Slatan, Jersey, Tom e Vanir ci sono quattro lama femmine che ancora non sono state addomesticate. Carmela, Solera, Carolina e Kitana non si avvicinano alle persone, eccezione fatta per Jean-Pierre e Marisa che oltre ad accarezzarle le coccolano distribuendo carote, di cui sono golose.


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Ambiente e Benessere

Migros richiama il gorgonzola dolce

La «culla del vino»

Bacco giramondo Un tuffo nella storia della Georgia vitivinicola

Affacciata a ovest del Mar Nero, la repubblica della Georgia presenta un territorio prevalentemente montuoso. Il clima, di tipo subtropicale sulla fascia costiera, si fa rigido sui versanti montuosi ricoperti da un fitto manto di foreste. Le favorevoli condizioni naturali, con inverni miti ed estati non troppo calde, piogge regolari, buona ventilazione ed eccellenti condizioni di luce, permettono un prospero andamento della viticoltura. Le vigne sono situate perlopiù a un’altitudine tra i 300-600 m e nelle zone meglio esposte si spingono fino a 1200 m sul livello del mare. Naturalmente, man mano che ci si addentra a Oriente verso le montagne, le condizioni climatiche cambiano facendosi più continentali. I terreni nelle principali zone di produzione, sono di tipo compatto e scuro, molto ricchi di humus e sostanze organiche. Con i suoi settemila anni di storia vinicola, dimostrati con la sorprendente scoperta di un’anfora contenente vinaccioli di uva datati appunto in quell’epoca, la Georgia può orgogliosamente definirsi la «culla del vino», lampante simbolo del Paese. La monumentale statua di Kartlis Deda, madre dei georgiani, posta sulle montagne che dominano la capitale Tbilisi, tiene in una mano una coppa di vino per gli amici e con l’altra brandisce una spada contro i nemici. È lei ad accoglierci in questo angolo di mondo, conosciuto nell’antichità con il nome di Colchide.

Chi di voi sui banchi di scuola non ha sentito parlare degli Argonauti, di Giasone e del Vello d’oro? L’antica Tiflis (situata sulla stessa latitudine di Roma) fu fondata nel V secolo e raggiunse il massimo splendore sotto il regno della regina Tamara nel XII secolo, che fonda l’Accademia Ichalto, dove preziosi documenti attestano la potenza economica grazie alla viticoltura della Georgia nel X secolo. Nel tempo, Mongoli, Ottomani, Russi, a più riprese hanno represso l’autonomia nazionale e purtroppo distrutto più volte la viticoltura. Il colpo più duro alla tradizione vitivinicola georgiana fu dato dalla campagna anti-alcol di Mikhail Gorbaciov, il quale fece trasformare 40mila ettari vitati in campi di meloni! L’influenza russa però non finì con l’indipendenza della Georgia il 9 aprile 1991. Tentò infatti di destabilizzare il Paese in differenti maniere, tra le quali anche un embargo sul vino decretato nel 2006. Fu un duro colpo per i produttori georgiani che commerciavano tra il 70 e l’80 per cento del loro vino con la Russia. Oggi la superficie viticola è di circa 72mila ettari e, a parte il Moscato, si trovano pochissimi vitigni europei. In Georgia si usano tre sistemi di vinificazione. Il metodo europeo implica la fermentazione del mosto senza le bucce. Il metodo imérétie consiste invece in una fermentazione parziale del mosto in grandi giare (kweri) interrate che ricordano il sistema delle tinagas in Spagna. Infine utilizzano anche il metodo locale chiamato kakhétie, dove le bucce riman-

La Georgia, grazie alla sua lunga storia botanica – si parla di circa 500 vitigni autoctoni differenti – si sta avviando adagio verso un moderno sistema di vinificazione con 38 vitigni autorizzati. L’uva rossa Saperavi è la varietà che dà migliori risultati producendo i vini migliori: la maggior parte sono dolci, ma se ben vinificata dà dei vini fini, con tannini setosi e longevi con note minerali che alle volte ricordano i vini di Bordeaux. Il Mtsvane è un vitigno che genera vini bianchi caratterizzati da una punta di verde dentro al giallo intenso, e vanta sentori di frutta con il nocciolo (come le prugne gialle). Inoltre, al pari di tutti i vini georgiani, ha molta mineralità data dal terreno. Il Mtsvane ha una buona capacità d’invecchiamento. Il Rkatsiteli è un altro vitigno che dà vini bianchi molto secchi con dei tannini che al nostro gusto non sono molto piacevoli, ma assemblato al Mtsvane viene prodotto un vino chiamato Tsinandali, che non è affatto male. Si dice che i vini della Georgia, grazie al loro alto contenuto di potassio, abbiano delle virtù salutari. I viticoltori georgiani sono consapevoli delle loro possibilità. Qualche innovatore sta incominciando a stoccare i vini giovani in barrique o in vetroresina per maturarli evitando l’ossidazione. Al momento la politica del Paese non favorisce molto l’industria vitivinicola, ma le uve, il clima, l’entusiasmo e il temperamento della Georgia hanno un potenziale veramente straordinario.

Roberto Strauss

Davide Comoli

Kartlis Deda posta sulle montagne che dominano la capitale Tbilisi.

gono a contatto con il vino dai tre ai cinque mesi. I vini bianchi prodotti (piuttosto ambrati e tannici) urtano i nostri gusti europei, ma in compenso fanno impazzire di gioia i georgiani. Non dobbiamo però dimenticare che la vecchia legge delle Repubbliche Sovietiche obbligava l’invecchiamento in botte, sia per i vini bianchi, sia per i rossi, per almeno tre anni prima dell’imbottigliamento. Ciò ci permette di comprendere quindi il motivo per cui i locali non hanno l’abitudine di ricercare la freschezza, le note vegetali e fruttate, né quelle floreali nei vini bianchi.

Nel corso di un controllo a campione sul gorgonzola dolce da 200 g è stata riscontrata la presenza di batteri del tipo listeria. Non si possono quindi escludere del tutto eventuali rischi per la salute. Per motivi di sicurezza Migros ha perciò deciso di richiamare tutte le varietà di gorgonzola dolce dello stesso fornitore. Il richiamo riguarda gli articoli indicati di seguito. Gorgonzola dolce, 200 g, 212584300000 , 3.10 franchi Gorgonzola dolce, 1/4, 212584306500, Vendita al bancone Gorgonzola dolce C. Leonardi, 1/4, 212586106500, Vendita al bancone Per ragioni di sicurezza, Migros invita i suoi clienti a non più consumare i tipi di gorgonzola summenzionati. La listeria può avere ripercussioni sulla salute. In alcuni casi il consumo di un prodotto contaminato può scatenare sintomi analoghi a quelli dell’influenza (febbre, emicrania, nausea). Consigliamo alle donne incinta e alle persone affette da un’immunodeficienza di rivolgersi a un medico qualora si presentassero tali sintomi. I clienti possono riportare i tipi di gorgonzola indicati qui sopra presso le filiali Migros: riceveranno il rimborso del prezzo di vendita. Tutte le altre varietà di gorgonzola in vendita non sono interessate da questo richiamo. Ulteriori informazioni per la clientela:

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Ambiente e Benessere

Volkswagen detronizza Toyota Motori Il costruttore tedesco conquista

la leadership nelle vendite mondiali

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Mario Alberto Cucchi È stato un lungo inseguimento per le strade di tutto il mondo quello tra il Gruppo Volkswagen e il Gruppo Toyota. Una gara all’ultima auto venduta. In questi giorni il costruttore tedesco ha detronizzato quello giapponese conquistando la leadership nelle vendite mondiali dei primi sei mesi del 2015. Ma vediamo i numeri. Il Gruppo Toyota ha annunciato che le vendite semestrali hanno registrato un calo dell’1,5% rispetto allo stesso periodo di un anno fa con 5,022 milioni di esemplari. Il Gruppo Volkswagen aveva già annunciato nei giorni scorsi il suo risultato che parla di 5,04 milioni di unità immatricolate, peraltro anch’esso in flessione dello 0,5%.

Volkswagen prosegue anche nel programma di elettrificazione della gamma Al momento, sembra invece fuori gioco il Gruppo americano General Motors che aveva mantenuto la leadership mondiale fino al 2007 per cederla al Gruppo Toyota fino ad oggi, con l’eccezione del 2011 quando Toyota era stata penalizzata dallo tsunami giapponese e dalle inondazioni thailandesi. La sfida tra Volkswagen e Toyota non è però conclusa. Sarà infatti appassionante questa seconda parte dell’anno e non è detto che Wolfsburg riuscirà a conservare l’esiguo vantaggio su Nagoya fino al termine del 2015. Volkswagen spinge però sull’acceleratore anche grazie alla nuova ecologica Passat GTE di cui in Europa inizia la fase di prevendita a un prezzo di circa 50mila franchi. Disponibile nelle carrozzerie berlina e

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Avant si tratta di un’automobile con tecnologia ibrida plug-in grazie alla quale la casa tedesca conta di cavalcare l’onda dell’ormai certo successo di questo tipo di alimentazione. Le vendite globali delle plug-in dovrebbero infatti quadruplicarsi entro il 2018, raggiungendo quasi le 900mila unità, per salire a circa 3,3 milioni di esemplari entro il 2022. E i volumi più rilevanti sono stimati proprio per i segmenti in cui rientrano sia la Golf sia la Passat. Grazie alla Passat GTE, esposta in anteprima mondiale al Salone di Parigi dello scorso autunno, Volkswagen prosegue quindi nel programma di elettrificazione della gamma. La nuova plug-in di Wolfsburg è equipaggiata con un motore turbo benzina 1.4 TSI da 165 cavalli abbinato a uno elettrico da 115 cavalli alimentato da una batteria agli ioni di litio della capacità di 9,9 kWh. La potenza totale di sistema è di 218 cavalli. La trasmissione automatica a doppia frizione DSG a sei rapporti è stata appositamente sviluppata per l’impiego ibrido. In questo caso, alla doppia frizione se ne affianca una terza che funge da frizione di separazione, capace di disinserire il motore TSI nella modalità cosiddetta di «veleggiamento». La Passat GTE può essere guidata in quattro diverse modalità: E-Mode, Hybrid, Battery Charge e GTE. Il conducente può verificare sul display multifunzione in che modalità si trova. Quando la vettura viaggia utilizzando esclusivamente il propulsore elettrico ha un’autonomia di 50 km a una velocità massima di 130 km/h. L’autonomia totale con il serbatoio di benzina pieno e utilizzando entrambi i motori è di oltre 1100 km. I consumi sono contenuti ad appena 1,6 litri per 100 km e le emissioni di CO2 sono limitate a 37 g/km. La velocità massima raggiungibile è di ben 225 orari.

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Ambiente e Benessere

Le scorte indispensabili Prima o poi, una congiunzione astrale particolarmente negativa produce i suoi effetti devastanti. Sono le 18 di un giorno festivo e succede che sei amici decidono di venire a cena da voi. Anche se oramai ci sono sempre più negozi aperti di domenica pomeriggio, diciamo che la sfortuna ha lavorato benissimo e nella vostra zona sono tutti chiusi: che fare? In realtà stiamo giocando, mentre più seriamente la domanda andrebbe posta in un altro modo: cosa bisogna avere come stock in casa per sopravvivere al meglio – facendo magari una bella figura – a questa eventualità? Il punto chiave è fare bella figura, cioè dobbiamo portare in tavola qualcosa preparato da noi. Ecco una proposta di sicuro successo (una sola anche se ovviamente ne esistono tantissime!).

Pasta buona; riso da risotti; farina di polenta; olio o burro; salsa di pomodoro; aglio e qualche erba profumata Incominciamo con l’elencare gli ingredienti che non devono mancare nella credenza: 1 kg di pasta buona, sia secca sia all’uovo, sia bianca sia colorata che fa tanto allegria; 1 kg di riso da risotti, quindi meglio il Carnaroli; 1 kg di polenta gialla macinata grossa, quella che ci mette anche un’ora e mezza a cuocere ma che è tanto buona (ndr: o la farina per polenta integrale, già precotta e altrettanto buona, dei «Nostrani del Ticino» che cuoce in una dozzina di minuti). Poi olio o burro, un’ottima salsa di pomodoro. Più aglio e qualche erba profumata, anche secchi. In freezer invece dovremmo tenere sempre: del brodo, va benissimo uno di verdure, conservato nelle bottiglie di plastica dell’acqua. La carne del brodo, eliminate le parti grasse e tagliata a cubotti, sempre in freezer. Delle verdure, tipo porri, sedano, carote, rape e via an-

dare, tagliate a cubotti o meglio tornite tonde, sbollentate un minuto poi passate in acqua e ghiaccio (si possono usare anche quelle del minestrone surgelato, vanno abbastanza bene ma non è la stessa cosa). Carne e verdure, surgelatele su di un vassoio di cartone, coi pezzi ben staccati uno dall’altro, e poi quando saranno dure come sassi mettetele in un sacchetto: non fanno massa, non riempiono il freezer, e potrete prendere la dose di cui avete bisogno senza problema. Quindi congelate una robusta dose di ragout, cioè uno spezzatino di carne cotto con gli odori canonici (cipolle, carote, sedano, erbe aromatiche) in poco brodo o vino e una cucchiaiata di concentrato di pomodoro. Va bene tutta la carne, ma un muscolo di manzo cotto nel vino rosso o l’ossobuco cotto con vino bianco sono perfetti (qualunque spezzatino va in ogni caso altrettanto bene). Mettete in freezer anche dei gamberetti surgelati ma anche degli scampi e delle cozze, oltre ad altri molluschi: va bene se li congelate voi ma si trovano oramai anche surgelate di ottima qualità. Poi pane, non quello fresco poi surgelato ma quello congelato comprato nei supermercati: dura di più. E alla fine un sorbetto. Si noti che carni e verdure devono essere tagliate a piccoli pezzi e poi messe in buste di plastica: così si scongelano rapidamente gettando i sacchetti in acqua fredda – lo so, non è canonico ma in emergenza si può fare. A questo punto, i giochi sono fatti. Potrete iniziare con un risotto con verdure e gamberi o con una pasta con gamberi, o il mollusco che avete in freezer, verdure e pomodoro e poi servire il ragout, che piace a tutti. Con brodo, verdure, carne bollita, pane seccato in forno e formaggio grattugiato avrete una specie di petite marmite, grande zuppa che, in dosi cospicue, diventa piatto unico. Sempre piatti unici il risotto, la pasta o la polenta conditi col ragout, arricchito con le verdure. Si chiude col sorbetto. Il figurone è assicurato. Mi sta venendo fame. Non dimenticate una riserva di vino! Nel dubbio, bollicine che si sposano bene con tutto.

CSF (come si fa)

jeffreyw

Allan Bay

Mr. Thinktank

Gastronomia Che cosa tenere come stock in dispensa per affrontare eventuali visite impreviste?

Gioacchino Rossini fu un compositore celebre per la sua musica ma fu anche celeberrimo ghiottone. Il grande musicista conobbe e fu amico di alcuni tra i più grandi chef parigini, tra cui Carême. Diverse ricette, a base di uova, funghi, soprattutto fegato grasso e tartufi, vengono oggi definite alla Rossini, anche se per pura analogia con il gusto dell’epoca o meglio perché

siamo convinti che lui le avrebbe apprezzate. Poche sono le preparazioni realmente ispirate dal maestro. L’unica sicuramente voluta sono i tournedos Rossini, di cui Rossini aveva suggerito la ricetta al proprietario del famoso Café Anglais. Il trucco di questo piatto è l’utilizzo del fondo di carne, quindi un brodo ricco, straconcentrato e legato con qualche addensante: se non lo avete, fate un altro piatto. Vediamo come si fa. Tournedos Rossini. Per 4 persone. Private dei bordi 4 fette di ottimo pancarré alte 1 cm, sciogliete a fuoco medio in una padella 40 g di burro e fatele rosolare 2’ per lato, poi scolatele e tenetele in caldo in forno a 80°: se però volete, tostatele all’ultimo momento, il risultato non cambia ed eviterete di usare tanto burro. Dopo aver lavato e

asciugato la padella, sciogliete al suo interno altrettanto burro e fate saltare 4 tournedos all’incirca 1’ e mezzo per parte (dipende dai gusti, ma devono essere belli rossi all’interno), poi scolateli e teneteli in caldo, sempre a 80°. Tagliate quindi un pezzetto di fegato grasso e un piccolo tartufo nero fresco in 4 fettine, rosolatele nella padella 20 secondi per lato, poi scolatele e tenetele in caldo. Deglassate il fondo con 2 dl di fondo di carne e 4 cucchiai di vino rosso corposo e secco sobbollito per 3’, fate addensare bene e regolate di sale. Disponete poi su ciascun piatto, che deve essere caldo, una fetta di pancarré, coprite con il filetto, guarnite con il fegato grasso e il tartufo e nappate con il fondo. Potete sostituire il fegato fresco saltato con 1 fetta di fegato grasso in terrina.

Ballando coi gusti Oggi, due insalate comunque un po’ saporite: possono aprire un pasto, mentre aumentandone le dosi possono diventare un adeguato pranzo estivo. Insalata di patate, verdure e formaggi

Insalata di pomodori, peperoni e tonno

Ingredienti per 4 persone: 2 patate · 2 carote · 2 zucchine · 150 g di spinaci · 1 cavol-

Ingredienti per 4 persone: 3 pomodori da insalata · 2 peperoni · 1 cipolla · 1 cespo

fiore (facoltativo) · 70 g di gruyère · 70 g di sbrinz · 70 g di emmental · qualche foglia di basilico · 1 tuorlo · il succo di 1 limone · 1/2 bicchiere di olio di oliva · sale e pepe

di indivia o altra insalata a piacere · 20 olive verdi denocciolate · 250 g di tonno al naturale · 2 cucchiai di olio di oliva · sale

Sbucciate le patate e cuocetele al vapore per 30’; cuocete allo stesso modo, separatamente, le carote per 10’, le zucchine per 3’, gli spinaci per 2’ e il cavolfiore per 5’. Scolate tutte le verdure e tagliatele ancora calde a cubetti, trasferendole poi in una capace insalatiera. Tagliate a cubetti i formaggi e uniteli alle verdure ancora tiepide, mescolando con cura. Infine unite il basilico spezzettato. In una ciotola sbattete il tuorlo, quindi emulsionatelo con l’olio versato a filo; insaporite con il succo di limone, sale e pepe. Versate la salsa sull’insalata, mescolate e servite.

Mondate, lavate e asciugate le verdure; tagliate i pomodori a spicchi, i peperoni a listarelle e la cipolla ad anelli; spezzettate l’indivia. Riunite tutte le verdure in un’insalatiera, aggiungete le olive, coprite con un panno umido e mettete in frigorifero per circa 30’. Sgocciolate il tonno dal liquido di conservazione in modo che risulti quasi asciutto. Al momento di servire, cospargete l’insalata con il tonno sbriciolato, condite con un pizzico di sale e l’olio, mescolate e portate in tavola.


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Ambiente e Benessere

Un’estate al mare Mondoanimale Buonsenso del proprietario e cane ben educato facilitano l’esperienza di condivisione

di una vacanza al mare Maria Grazia Buletti L’estate ben si sposa col desiderio di trascorrere le vacanze al mare. E un numero sempre maggiore di persone desidera farlo insieme al proprio cane, complice il suo ruolo sempre più acquisito di membro di famiglia a tutti gli effetti. Abbiamo chiesto a un discreto numero di proprietari se contemplano la soluzione di portare in vacanza anche il loro beniamino e quali siano le maggiori difficoltà che si possono incontrare con Fido al seguito. «Non rinuncerei per nulla al mondo alla compagnia di Diablo che vive con noi da quattro anni e che non abbiamo mai lasciato a casa quando siamo partiti per le ferie» racconta Samuele parlando del suo giovane Golden retriever, pur senza nascondere una punta di rammarico dovuta alla sua sensazione di restrizioni sempre maggiori dettate da alberghi e spiagge: «Ho l’impressione che stiano aumentando i divieti di passeggiare con i cani in spiaggia, forse perché alcuni proprietari non si sono distinti per autorevolezza verso i loro amici a quattro zampe e ora tutti ne paghiamo le conseguenze». La stessa impressione appartiene a Lucia che si fa accompagnare dal suo meticcio Bobo – un cagnolino di taglia media – e che vede comunque delle soluzioni: «Ci sono pur sempre alberghi e spiagge specifiche che, oltre a tollerare la presenza dei cani, la considerano benvenuta e li mettono a loro agio, soprattutto in Italia dove ho preso l’abitudine di recarmi al mare proprio perché non mi risulta difficile trovare una sistemazione adatta e bella». Pare davvero che nella vicina Penisola questa tendenza sia confermata e aumenta la sensazione che andare in vacanza in Italia con i nostri cani non sia più un problema. «Le spiagge cosiddette dog-friendly sono in continuo aumento» conferma Lara che le frequenta ogni estate con Milou, la sua Chihuahua. Le

Un tipico cartello che indica le spiagge che accettano i cani. (Taro the Shiba Inu )

parecchie indicazioni dei proprietari di cani ci hanno permesso di trovare conferma che, ad esempio, alcune regioni come la Sardegna o la Toscana contano già decine di spiagge «amiche dei cani». Innumerevoli, poi, le soluzioni pacchetto che propongono di affittare casa al mare con animali ammessi: abbiamo avuto conferma che solo in Italia se ne contano oltre duemila. Per portare qualche esempio indicativo, ci siamo affidati a Homeaway.it che non lesina alcuni utilissimi consigli. Le raccomandazioni sono le stesse dei nostri veterinari di fiducia, a cominciare dal verificare a priori lo stato di salute dell’animale, le leggi vigenti a proposito di vaccinazioni e la preparazione del libretto sanitario che deve accompagnarlo nella trasferta. Inoltre, si ricorda ai proprietari che rimangono responsabili unici per la condotta del

cane e dovranno rispondere per eventuali danni o lesioni a persone, animali e cose provocate dall’animale stesso. Un richiamo all’educazione così riassunto: «Il proprietario ha la possibilità di utilizzare adeguati strumenti di prevenzione come guinzaglio, museruola, gestione congrua e responsabile nei luoghi pubblici e aperti al pubblico». Manco a dirlo, gli si ricorda che: «Dovrebbe informarsi prima di adottare un cane e fare in modo che questo sia adeguatamente socializzato con persone e altri animali, nonché abituato agli ambienti che frequenta». Fatta questa premessa ovvia (ma evidentemente ancora necessaria), è inevitabile la rispolverata che riguarda il benessere del cane: «Molti proprietari sono tentati di fare il bagno col proprio cane, ma non tutti i cani si bagnano volentieri e non bisogna dunque mai

forzare l’animale a entrare nell’acqua». Sono pure elencate le situazioni in cui non sono indicati la passeggiata sulla spiaggia e il bagno stesso: «L’animale che non gode di buona salute, il cane anziano o il cucciolo vaccinato da poco potrebbero risentirne e in questi casi è meglio affidarsi al parere del medico veterinario». Il cane in vacanza rimane in primo piano: «Un cane in spiaggia ha bisogno di bere molta acqua: non fategliela mancare, insieme ovviamente alla sua ciotola preferita!». Si termina con un rimando ai possibili malanni legati all’ambiente marino: «Anche il cane, come le persone, può soffrire di eritema solare e può scottarsi: meglio usare una crema protettiva per pancia, orecchie e zone glabre, prestando particolare attenzione agli animali dal mantello chiaro».

ORIZZONTALI 1. Nati… pigri 7. Si manovrano con la pagaia 8. Elevati 9. Rendono uno… buono 10. Pronome personale 11. Quel di ferro non cuce 12. Due quarti dell’anno 13. Di San Pietro in Vaticano 18. Princìpi 20. La cantante australiana Levon 22. Il sole dei greci 24. Cibele lo risuscitò 25. Un tasto del computer 27. Cuore di vate 29. Se le dà lo spocchioso 30. Compiuto in ogni dettaglio

Sudoku Livello geni

Citando le fonti veterinarie Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani), infine, si ricorda il temutissimo colpo di calore: «I cani non sudano, ma possono accusare colpi di calore proprio come i loro padroni; per questo ricordiamo di fare attenzione all’eccessiva esposizione solare». E a proposito di spiagge, fra quelle proposte dai nostri vacanzieri, e dunque già visitate di persona e dai quattro zampe, abbiamo scelto l’esempio della Dog Beach di San Vincenzo (Li) che si trova in Toscana, definita dai gestori come: «Quello che avevate sempre cercato per passare in santa pace una vacanza col vostro peloso». Sarà vero? Samuele ci è stato con Diablo e racconta che «laggiù vigono solo poche chiare regole dettate per lo più dal buonsenso di convivenza e per il benessere del cane». Di fatto, i gestori ripetono: «Niente stupidi divieti come l’obbligo di tenerlo legato all’ombrellone o quello di fare il bagno solo in certe ore. Abbiamo un nostro regolamento che impone principalmente di avere un cane non aggressivo». E mettono in guardia: «Attenzione, aggressivo non vuol dire vivace, anzi più vivace è il cane e più si divertirà». Andare al mare con il proprio cane può essere dunque una piacevole esperienza per entrambi. La sensazione maturata attraverso le testimonianze di vacanzieri e proprietari di strutture che accettano di accogliere i quattro zampe ci riporta a un concetto imprescindibile legato al buonsenso del bipede (per quanto attiene la salute del suo protetto e le regole sociali di convivenza) e all’educazione che egli ha saputo impartire al suo amico a quattro zampe. Come spesso accade, l’accoglienza nei confronti di persone in vacanza coi propri cani è strettamente legata all’educazione dell’essere umano. Il cane, lui, si adatterà come sempre alle regole che gli sono state date.

Giochi Cruciverba Nei periodi di vacanza spostarsi da una località all’altra può provocare il così detto «mal da trasporto», sapresti dire come si chiama scientificamente e con cosa lo si può contrastare? Scoprilo risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 9, 7)

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VERTICALI 1. Ti porta su e giù 2. Certi, alcuni 3. Prefisso che indica opposizione 4. Pronome personale 5. Le iniziali dell’attore Eastwood 6. Simulacri 9. Un Claudio attore e conduttore tv 11. Un Fabio presentatore 13. Colpite da una stecca 14. Quelle in fondo 15. Allegri, gioiosi 16. Questo a Parigi 17. Sede di affetti e sentimenti 19. Perenni in alta quota 21. Una parente 23. Si portano sulle spalle 26. Le iniziali dell’attrice Rinaldi 28. Sul pulsante dell’accensione

Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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4 Soluzione della settimana precedente

Uragani, tifoni e cicloni sono la stessa cosa ma si chiamano in modi diversi: … A SECONDA DI DOVE SI VERIFICANO

A S L A P R O V S I N E P

E C C O D I R E I N E A G N O V A L V I I L E O S I R T A M A P I

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Politica e Economia Inflazione, la salvezza? La crescita dei prezzi è salutata perché stimola l’economia, ma rischia di impoverire i cittadini

L’uomo e l’universo Com’è cambiato lo sguardo sul cosmo nei millenni, ieri luogo mitologico, oggi di conquista pagina 19

La consulenza finanziaria Vale la pena investire in azioni? Sì, ma a medio-lungo termine, dice l’esperto di Banca Migros

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1. Agosto al Paradeplatz a Zurigo, davanti alle sedi centrali di Credit Suisse e UBS: le due banche sono sulla buona strada per evitare crisi sistemiche al sistema finanziario svizzero. (Keystone)

«Too big to fail»: a che punto siamo? Politica finanziaria In Svizzera il pericolo è stato disinnescato ma il problema non è risolto completamente, le grandi

banche con funzioni sistemiche, UBS e Credit Suisse, dovranno aumentare ancora i mezzi propri Ignazio Bonoli Sono ormai trascorsi sette anni da quando la Svizzera ha pesantemente dovuto intervenire per evitare spiacevoli conseguenze per la maggiore delle banche elvetiche e la messa in pericolo dell’intero sistema finanziario. Con il salvataggio di UBS, la Svizzera è stato il primo Paese che ha dettato nuove regole per le banche definite «sistemiche», adottando, sempre per prima, il principio del cosiddetto «Too big to fail» (cioè troppo grande per fallire). Queste nuove regole sono entrate in vigore nel 2011, accompagnate dall’impegno di una costante sorveglianza da parte delle autorità politiche e monetarie. Un primo bilancio di questa nuova esperienza è stato allestito per la «Neue Zürcher Zeitung» da Bertrand Rime, che è il direttore del settore «Stabilità finanziaria» della Banca Nazionale. Un bilancio che conferma la necessità di perfezionare ulteriormente le regole poiché, dice l’autore, anche un’applicazione completa delle nuove regole non basterebbe, da sola, a risolvere il problema del «Too big to fail». Le valutazioni degli effetti dell’intervento – che ha avuto riscontri positivi anche all’estero – sono state avviate

già con il rapporto del gruppo d’esperti capeggiato da Aimo Brunetti, il quale ha constatato l’impatto positivo dell’aumento del capitale proprio e della riduzione della grandezza dei gruppi delle banche «sistemiche», accanto alle misure preventive in caso di crisi. Nella pratica si sta però delineando la necessità di rafforzare ulteriormente il regime elvetico, in particolare mediante una più confacente calibratura dei mezzi propri delle banche. A seguito delle raccomandazioni del gruppo Brunetti, il Consiglio federale ha incaricato il Dipartimento federale delle finanze di dirigere un gruppo di lavoro che prepari le proposte integrative. I campi d’intervento sono definiti in un aumento del capitale proprio, un nuovo strumento definito «Bail-in» e la già citata prevenzione in caso di crisi. Il primo campo è già stato ampiamente discusso e applicato. Esso va comunque oltre le regole per i mezzi propri definiti negli accordi di Basilea III, mediante mezzi propri maggiori e meglio definiti in base al rischio. Per le due maggiori banche sistemiche in assoluto (la JPMorgan e la HSBC) il supplemento è del 2,5%, per raggiungere il 13% in totale degli attivi ponderati secondo i rischi. Gli Stati Uniti sono però

andati oltre, esigendo un supplemento del 4,5%. In questo settore la Svizzera è particolarmente severa. Per le due grandi banche, in base alla consistenza dei rispettivi gruppi, la percentuale è fissata al 17% e 18%. Molto dipende però dai mezzi presi in considerazione. In realtà, secondo le regole della FINMA per i singoli istituti, la percentuale media diventa del 14% ed evita così esigenze troppo alte per l’intero gruppo. Molto dipenderà comunque dalla «Leverage Ratio» presa in considerazione, in pratica la percentuale di capitale proprio non ponderata. Secondo le prescrizioni di Basilea III, in Svizzera il capitale proprio principale (Tier 1) deve raggiungere il 3%, indipendentemente dalla rilevanza sistemica. Tenuto conto delle leggi svizzere e di altri strumenti del capitale proprio (per esempio CocoBonds), le esigenze di «Leverage Ratio» per i gruppi delle grandi banche si situano al 4% e al 5%. Al di là di questi aspetti tecnici si giunge alla conclusione che un aumento del capitale proprio è necessario. Il giudizio va fatto, nel confronto internazionale, sulla base dell’importanza della banca nel sistema finanziario nazionale. Se il regime svizzero fosse applicato alla americana JPMorgan, la sua esigenza di

«Leverage Ratio» scenderebbe sotto il 3,5%. Ma il bilancio della JPMorgan è meno di un quinto del PIL americano, paragonabile quindi a quello del gruppo Raiffeisen in Svizzera. Il bilancio di UBS e CS è quasi il doppio del PIL svizzero! In altri termini, le esigenze di capitale proprio chieste alle banche sistemiche devono anche essere credibili. Il secondo pilastro del sistema è costituito dal cosiddetto «Bail-in». Una banca minacciata di insolvenza può ricapitalizzarsi esigendo una partecipazione al suo capitale da parte dei creditori. Questo per restare una banca sistemica e procedere al necessario risanamento. Ovviamente i debiti da considerare devono rispondere a determinati criteri minimi di credibilità (scadenza, rango nella gerarchia dei creditori, chiarezza delle condizioni del contratto). A queste condizioni il Financial Stability Board della Banca Nazionale aggiunge la capacità di assorbire eventuali perdite, al di là delle regole del Basilea III sul capitale proprio. La legge svizzera non prevedeva ancora queste possibilità, ma non era molto distante con l’uso dei Coco-Bonds, utilizzabili per il capitale proprio. Infine, la previdenza in caso di crisi presuppone una forte ingerenza delle autorità statali nell’organizzazione della

banca. Nella maggior parte delle legislazioni estere, le banche sistemiche devono presentare la loro possibilità di sviluppo. Se i piani non rispondono alle esigenze di sicurezza, devono ripresentarli e le autorità possono chiedere correzioni. Nell’agosto 2014 le autorità americane hanno esaminato i piani di undici grandi banche (comprese le due svizzere) e li hanno giudicati non abbastanza credibili, chiedendo una nuova versione. In Svizzera le autorità chiedono alle banche sistemiche un piano d’emergenza, che garantisca – se del caso – le funzioni sistemiche. La FINMA esamina i piani e può chiedere correzioni. Solo in casi estremi interviene nell’organizzazione operativa della banca. Tra i mezzi per migliorare la sicurezza è prevista una riduzione temporanea dei mezzi propri necessari. Le due grandi banche hanno creato un’apposita unità giuridica separata che si occupa delle funzioni sistemiche. Un passo nella buona direzione, ma non ancora completato secondo il rapporto Brunetti. In conclusione, si può ritenere che il problema del «Too big to fail» in Svizzera è stato disinnescato, ma non ancora risolto completamente. Sono quindi necessari aumenti dei mezzi propri, attivazione degli strumenti del «Bail-in» e un termine per i piani di previdenza in caso di crisi.


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Politica e Economia

L’arcano fascino dell’immenso L’uomo e lo spazio Riflessioni sull’evoluzione del nostro rapporto con l’universo, da luogo mitologico e divino

a «terreno» di esplorazione, ma pur sempre regno dei sogni e irraggiungibile

Alfredo Venturi L’amor che move il Sole e l’altre stelle. È l’ultimo verso della «Divina Commedia» di Dante, quello che chiude il poema, e poiché è stato scritto sette secoli or sono non c’è dubbio che racchiuda una straordinaria intuizione. Un’intuizione non certo scientifica ma poetica e linguistica: la visione dantesca è infatti rigorosamente tolemaica, la Terra è al centro dell’universo e tutto il resto le gira intorno a cominciare dal Sole, lo ministro maggior de la natura. Eppure il libero verso trascende il limite cognitivo rivelando un’ansia d’insospettabile modernità: il sole è una stella, come tutte quelle che popolano le nostre notti. Una stella che a differenza delle altre brilla di giorno, non è incastonata nel cielo notturno. Qualche filosofo dell’antichità lo aveva anticipato, Anassagora per esempio, ma un’idea così bislacca ben pochi l’avevano presa in considerazione. Il Sole, una stella? Ma le stelle sono fisse, non sfuggono alla loro sfera, conservano la loro posizione relativa nella volta celeste, ruotano compatte attorno a un punto misterioso. Come si può confonderle col grande astro della luce che attraversa sfolgorante il cielo per poi nascondersi e ricomparire la mattina dopo? Era tanto evidente la sua diversa natura che fu catalogato fra i plànetes, astri erranti secondo l’etimologia greca: vagabondi del cielo come la Luna, come quei punti di luce che si muovono ogni notte fra le stelle fisse e portano nomi divini: Hermes, Afrodite, Ares, Zeus, Crono, nomi che i romani proietteranno verso il futuro nella versione latina: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno. Il Sole pianeta, diurno fin che si vuole, ma pianeta.

Il cielo dell’emisfero australe non ha la caratura mitologica che conosciamo, le costellazioni hanno nomi di attrezzi o animali esotici Dopo quel verso dantesco, bisogna aspettare quasi tre secoli perché si faccia strada la percezione stellare del Sole. A costo di sfidare una tradizione che lo porterà al rogo, Giordano Bruno segnala la presenza nell’universo di infiniti soli che chiamiamo stelle, pochi anni più tardi Galileo rilancia Copernico perfezionando il quadro. Ancora tre secoli e mezzo e siamo ai nostri giorni: ecco l’impresa ai confini del sistema solare della sonda New Horizons, che si è avvicinata a Plutone trasmettendoci le immagini di questo «pianeta nano». Eppure la tecnologia non ha sconfitto il fascino arcano del cielo. Sprofondare nella volta stellata in una notte serena, inquinamento luminoso permettendo, ci riporta ai tempi del mito, quando l’imponente spettacolo suscitava insieme sgomento e ammirazione. Dicevano

La sonda New Horizons giunge nel punto più vicino a Plutone, il 14 luglio 2015, dopo un volo cominciato il 19 gennaio 2006. (Keystone)

gli antichi che se quello spettacolo non fosse fruibile da tutti, se fosse riservato e difficilmente raggiungibile, si farebbero carte false per assistervi. Se non altro perché ci induce a considerare il nostro rapporto con l’universo. A misurarci con l’infinito. Ogni volta che leviamo lo sguardo al cielo non possiamo non interrogarci su quella stupefacente armonia. Per esempio, quale relazione intercorre fra il cielo diurno e i misteri della notte? Una risposta suggestiva ci è offerta da una leggenda africana: quando a sera il Sole scompare si avvolge in una coperta, come un uomo che finita la sua giornata di lavoro si mette a dormire: ma sottili raggi di luce filtrano dalla trama del tessuto e quelle luci sono le stelle. Dall’altra parte del mondo, i maya immaginavano l’astro assente come un giaguaro, pronto a balzare dal suo nascondiglio notturno per illuminare nuovamente il cielo. Altre leggende, altri miti cercano di rispondere al fenomeno delle stagioni, con quelle giornate che vedono ridursi progressivamente la luce con l’avanzarsi dell’inverno. Non sorprende certo che il dio del Sole, il Deus Invictus dei romani, fosse oggetto di tanta venerazione, lui che a dicembre riusciva finalmente a fermare il progredire delle tenebre rovesciando il meccanismo e avviando il mondo verso la lontana primavera. Né sorprende che il solstizio invernale venisse celebrato con la grande festa pagana della luce sulla quale si è innestato il Natale cristiano. È quello stesso Sole che Orazio nel suo Carmen saeculare chiama a testimone della grandezza di Roma. E che può volare sul travolgente carro di Apollo, come nel racconto mitologico greco-romano, o sulla barca di Seth come voleva la tradizione egizia.

Lo ministro maggiore a volte prende la fuga, celandosi dietro un’ombra e precipitando in pieno giorno il mondo nelle tenebre. Le eclissi hanno sempre prodotto un terrore atavico, ancora oggi in Cina nell’imminenza del fenomeno si allertano le popolazioni dell’interno per evitare che cedano al panico. Anticamente da quelle parti l’eclissi veniva interpretata come un drago che divora il Sole. Già allora i calcoli permettevano previsioni accurate, ma nonostante questo l’evento suscitava spavento e se ne traevano pessimi auspici per il futuro. Era proprio per scansare questi auspici, per allontanarli dal capo dei potenti, che gli assiri nell’imminenza di un’eclissi sostituivano momentaneamente il sovrano con una controfigura, di solito un criminale o un prigioniero di guerra. Se la prendesse lui, la maledizione del giorno sopraffatto dal buio. Del resto questa maledizione scattava puntualmente al termine del fenomeno, quando il re tornava dal provvisorio esilio in campagna e il sostituto veniva giustiziato, e poi sepolto con protocollo regale. Anche il ritorno di Ulisse a Itaca è preceduto da un’eclissi, i cui effetti nefasti si ripercuoteranno sugli avidi pretendenti al trono e al letto di Penelope. È certamente il cielo notturno la fonte più potente d’ispirazione. Contemplando la volta stellata, l’uomo antico vi disegna le sue fantasie. Quello scintillante brulichio può ospitare qualsiasi rappresentazione, fra quei punti luminosi è facile scorgere immagini vive che illustrano la memoria collettiva. Basta unire le stelle con tratti immaginari, e il cielo come per incanto si anima, vibra di significati, si popola di creature divine, eroiche o mostruose, di candide fanciulle sacrificate, di storie appassionanti d’a-

more e magia. Nascono le costellazioni e l’atlante celeste diventa il catalogo della mitologia. Cominciano i mesopotamici delle antiche civiltà semitiche, i primi a interessarsi agli enigmi dell’universo. Sono sumeri e babilonesi i primi a nominare le stelle, a farne simboli permanenti delle loro divinità. Poi gli egizi, che nella coda del cane del dio Seth, la nostra Orsa Minore, individuano la stella immobile che indica sempre il nord. Davvero preziosa, per l’orientamento e la navigazione. Ma sono soprattutto i greci a riempire il cielo della loro effervescente narrazione mitologica. La volta notturna diventa il luogo delle leggende elleniche, localizzate e distribuite con molta fantasia. In un grumo di stelle viene individuato Ercole che lotta contro l’Idra, altrove, oltre la Via Lattea, ecco Andromeda in attesa che Perseo la venga a liberare dal mostro che la insidia. Al centro, cinque stelle ben visibili contro il biancore della galassia a noi sembrano niente altro che una W, o una M rovesciata, ma per gli antichi raffigurano la madre di Andromeda, la regina Cassiopea, la cui vanità ha scatenato l’incantesimo. La costellazione più facilmente riconoscibile, l’Orsa Maggiore, abbraccia buona parte del cielo: ma raffigura davvero un animale, o non piuttosto un carro, come sembrano suggerire le sette stelle centrali, o un mestolo o un aratro, come altre culture l’hanno interpretata? Quelle stelle che girano continuamente attorno alla polare i romani le interpretarono come septem triones, sette bovi, o forse altrettanti orsi: di qui il nome classico del nord. Quel nord che il piccolo carro, l’Orsa Minore, custodisce nella sua ultima stella, all’estremità del timone, l’astro centrale attorno al quale ruota tutto il cielo.

E che dire del senso di smarrimento che provoca quella volta celeste sconosciuta a noi che abitiamo da questa parte dell’equatore, autentica sorpresa ogni volta che passiamo nell’altro emisfero? È un cielo strano e diverso, illeggibile per chi è abituato alle nostre costellazioni, anche se come il nostro è attraversato dalla cintura scintillante della Via Lattea. Non ha la caratura mitologica del cielo boreale al quale siamo abituati, perché è stato letto e nominato in epoca successiva alle grandi stagioni mitiche, e dunque non vi si scorgono leggende. Animali esotici piuttosto, o attrezzi, quegli strumenti per la navigazione che permisero agli esploratori di andare a contemplare quell’altro mondo e quell’altro cielo. E così chiamiamo le costellazioni dell’emisfero australe, fra le quali spicca la luminosissima Croce del Sud, con nomi come Bussola, Squadra, Compasso, ma anche Tucano, Pavone, Uccello del paradiso. Mentre l’esplorazione spaziale all’interno del sistema solare permette il contatto fisico, con l’invio di sonde e potenzialmente di viaggiatori, al di fuori rimane affidata alle onde elettromagnetiche: radiotelescopi e spettroscopia. La missione New Horizons ha raggiunto, con l’obiettivo Plutone, i limiti estremi del sistema solare. Eppure siamo ancora per così dire nel cortile di casa. Il pianeta nano dista infatti da noi un po’ meno di sei miliardi di chilometri, un’inezia, una minuscola frazione degli oltre quattro anni-luce che ci separano dalla stella più vicina dopo il Sole, che brilla nella costellazione del Centauro. Tecnologia o no, la volta celeste rimane quello che è sempre stata, un altrove osservabile ma non raggiungibile, il luogo dei nostri sogni. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Inflazione, àncora di salvezza? Non proprio e non sempre Politica monetaria Il ritorno alla crescita dei prezzi è interpretato come segno di ripresa economica, tuttavia i tempi

in cui era accompagnata da regolari aggiustamenti salariali e delle rendite pensionistiche sono un lontano ricordo

Edoardo Beretta Nelle scorse settimane, sono molti i policymaker ad avere tirato un sospiro di sollievo, allorquando sono stati diffusi i più recenti dati statistici sull’andamento dei prezzi al consumo in molti Paesi dell’Eurozona: lo «spettro» della deflazione (da intendersi come prezzi in decrescita) sembra, infatti, essere scongiurato. Secondo la teoria dominante, ciò è motivo di ottimismo, poiché una leggera tendenza al rialzo dei prezzi è spesso ascritta a una tendenziale crescita economica. Tale (apparente) nesso causale sarebbe bastevole, se però vigesse ancora un approccio pratico sul modello degli anni Ottanta, in cui i principali valori economici fossero ancora indicizzati al tasso d’inflazione. Ipotizzato un simile scenario, molti ne potrebbero trarre un vantaggio. Ad esempio, i proprietari immobiliari vedrebbero crescere il valore di mercato dei loro asset, ma lo stesso varebbe anche per eredi e donatari. Nel contempo, cioè in presenza dell’auspicata indicizzazione, ci sarebbero altresì soggetti economici, che non verrebbero svantaggiati da un aumento dei prezzi: a titolo esemplificativo, i lavoratori dipendenti non vedrebbero scemare il proprio potere d’acquisto. Lo stesso discorso è valido per la categoria sociale – quella dei pensionati – spesso più esposta al sistematico assottigliamento del loro standard di vita. Investitori e risparmiatori – a meno che non abbiano attiva una linea di credito a tassi d’interesse variabili – non verrebbero menomati dalla ripresa dei prezzi al consumo, che sarebbe compensata da rendimenti crescenti (ad es., su titoli di

Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi: la BCE si è posta l’obiettivo di un’inflazione di poco inferiore al 2%. (Keystone)

Stato). In ogni caso, è evidente che l’inasprimento del costo della vita esponga l’economia locale anche a svariate criticità, fra cui i cosiddetti «effetti di spiazzamento» (crowding out effects). Le manifestazioni dell’inflazione odierna, però, sono ancora più striscianti, probabilmente subdole rispetto al passato e l’effetto erosivo del potere d’acquisto individuale è spesso sottovalutato. Contratti d’impiego a tempo determinato (caratterizzati da un livello inferiore di tutela del lavoratore), salari/ pensioni indicizzati sempre più rara-

mente o soltanto a determinate condizioni e tassi d’interesse a livelli prossimi allo zero contribuiscono all’indebolimento di molte fasce sociali. Che un margine d’inflazione sia spesso percepito come auspicabile è confermato dagli obiettivi statutari della Banca Centrale Europea con il suo noto target (Inflation rates of below, but close to, 2%1) o, ancor prima, da economisti quali J. M. Keynes con la sua preferenza per l’inflazione rispetto alla deflazione (Thus inflation is unjust and deflation is inexpedient. Of the two

perhaps deflation is [...] the worse2). Un simile approccio di pensiero non dovrebbe, però, far sottovalutare come livelli d’inflazione (apparentemente) trascurabili possano essere tollerabili durevolmente, soltanto se accompagnati da incrementi equipollenti di salari, pensioni e rendimenti: in caso contrario (o se non sistematicamente), ogni aumento dei prezzi diverrebbe per molti soggetti economici il tasso composto negativo, di cui decurtare i loro averi. Ipotizzando pure che si percepiscano salari/pensioni per 100 e si sia confron-

tati a beni/servizi di pari prezzo (100), un simile equilibrio non sarebbe ben presto più tale in presenza di entrate individuali non indicizzate sistematicamente – anche solo a fronte di una crescita annuale dei prezzi pari a 2%: in soli 5 anni, le merci prezzerebbero 110,41 a fronte di introiti invariati a 100. Immaginando ora che si volesse adeguare salari/pensioni di ben 10 punti percentuali al termine del quinquennio (fino a raggiungere 110), questi si attesterebbero comunque sotto il livello dei prezzi dopo 5 anni d’inflazione: ogni rincorsa dei rincari sarebbe, quindi, chiaramente destinata a fallire. Che dire, poi, degli anni di sacrifici per contrazione dei consumi da parte di lavoratori e pensionati? Sebbene l’indicizzazione strutturale sia spesso evitata dagli Stati per evitare spirali inflazionistiche e – ben più probabilmente – contenere le loro uscite di bilancio, non si tiene conto che salari/pensioni crescenti comporterebbero un maggiore gettito fiscale, mentre spese di consumo in aumento una migliore crescita economica. In molte nazioni dell’Eurozona, l’attribuzione delle politiche monetarie alla BCE e le restrittive prescrizioni di bilancio pubblico spingono da tempo ad un maggior ricorso alla leva fiscale (per supplire alle risorse mancanti della «mano pubblica»): consequenzialmente, però, il depauperamento del ceto medio appare ormai avviato. 1.

2.

https://www.ecb.europa.eu/mopo/ strateg y/pricestab/ht m l/index. en.html Keynes, J. M. (1923): A Tract on Monetary Reform, Londra, Macmillan (pp. 39-40)

Quali rischi con le azioni? La consulenza della Banca Migros

Albert Steck Gli Svizzeri non hanno mai tenuto così tanta liquidità. Molti di loro vorrebbero investire una parte dei risparmi a più lungo termine in azioni. Ma il rischio di perdita li spaventa. Quali sono i pericoli reali?

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Prima di tutto una domanda: nel grafico riportato qui sotto figurano due investimenti, rappresentati nei colori blu e rosso. Le curve indicano i rispettivi rendimenti annui negli ultimi 50 anni. Qual è l’investimento più redditizio, il blu o il rosso? Presumo che abbiate scelto il rosso, perché la curva è molto più regolare e non scende mai in territorio negativo. Per l’investimento blu, invece, si sono ripetutamente verificate pesanti perdite. Ecco la soluzione: si tratta dello stesso investimento, ossia un portafoglio ampiamente diversificato in azioni svizzere (rappresentate dallo Swiss Performance Index). Tuttavia c’è una piccola, ma fondamentale differenza: nel caso della curva rossa le azioni sono rimaste in deposito dieci anni, per quella blu solo tre anni. Per capirci meglio ho contrassegnato sulle due linee il punto con il rendimento inferiore: per la curva rossa si è verificato nel 2008. In altri termini, chi ha comprato azioni svizzere nel 1998 ha conseguito nei dieci anni successivi un rendimento medio annuo pari appena allo 0,2 percento. Il triennio peggiore si è concluso nel 2002: l’acquisto di azioni

Blu o rosso: dove investireste i vostri soldi? Rendimento annuo in %

La soluzione del grafico è indicata nel testo.

alla fine del 1999 ha provocato nei tre anni fino al 2002 una perdita annua del 13,6 percento (v. cerchio sulla curva blu). Queste cifre includono i dividendi. Che cosa si può dedurre dal grafico? Chi non ha la necessaria pazienza e tiene le azioni in deposito solo per pochi anni corre un grosso rischio di perdere denaro. Dopo gli scivoloni del 2002 e del 2008 molti investitori si sono lasciati

intimidire e hanno venduto i propri titoli. Con un investimento a lungo termine di dieci anni, invece, il rischio può essere notevolmente contenuto. Dal 1945 un periodo così lungo non ha mai portato a un rendimento negativo, sebbene le oscillazioni siano notevoli anche nella curva rossa, dove nel migliore dei casi l’utile annuo è pur sempre del 20 percento.

Ecco perché un vecchio detto consiglia di prendere un sonnifero quando si acquistano azioni, per verificare il guadagno ottenuto solo dieci anni più tardi. Leggete su blog.bancamigros.ch: ■ come ottenere con i dividendi un rendimento del 48 percento in dieci anni.


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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Difficoltà demografiche per la svolta energetica Come altre nazioni europee economicamente avanzate anche la Svizzera ha pianificato una svolta energetica importante. Nel corso dei prossimi 4 decenni vorrebbe abbandonare il nucleare. Per raggiungere questo obiettivo il nostro Paese deve, da un lato, promuovere le energie rinnovabili e, dall’altro, contenere la crescita del consumo di energia. La previsione dell’evoluzione del consumo di energia a lungo termine (ossia nei prossimi decenni) è quindi un dato di importanza strategica per la pianificazione della svolta energetica. Ma quali sono i fattori che influiscono sull’evoluzione del consumo di energia? Semplificando al massimo si può dire che sono tre: la crescita economica, i progressi nel campo del risparmio energetico, e, last but not least, la crescita della popolazione. Qualche settimana

fa, l’Ufficio federale di statistica, ha pubblicato le sue nuove previsioni per l’evoluzione a lungo termine della popolazione della Svizzera. È un esercizio che l’Ufs ripete ogni 5 anni per cercare di anticipare eventuali modificazioni importanti delle tendenze in corso. L’evoluzione di una popolazione nel lungo termine è influenzata dal saldo naturale (nascite meno decessi) e dal saldo migratorio (immigrazioni meno emigrazioni). Per le previsioni di evoluzione della popolazione della Svizzera la variabile più importante è il saldo migratorio. Questo saldo è costituito dalla somma del saldo migratorio della componente svizzera con il saldo migratorio della componente straniera della popolazione. Siccome, col tempo, una certa proporzione della popolazione straniera viene naturalizzata, le na-

turalizzazioni influiscono sull’evoluzione del saldo migratorio di ciascuna componente. Ricordo da ultimo che l’evoluzione del saldo migratorio della popolazione straniera dipende anche dalle misure di controllo sull’immigrazione. Mi permetto di dare queste sommarie indicazioni sul metodo di previsione per avvertire i lettori che stimare l’evoluzione della popolazione nel lungo termine comporta diverse difficoltà, non da ultimo perché l’evoluzione di una componente importantissima come il saldo migratorio della popolazione straniera può venir influenzata, da un giorno all’altro, da decisioni politiche difficilmente anticipabili. Nella variante di mezzo delle sue previsioni del 2010, l’Ufficio federale di statistica stimava che, nel 2060, la popolazione svizzera avrebbe

raggiunto i 9 milioni di abitanti. Nelle nuove previsioni, lo scenario di mezzo prevede che la popolazione svizzera raggiungerà i 10 milioni già nel 2040. Si tratta di un’accelerazione notevole del ritmo di crescita demografica che ovviamente avrà un impatto importante sulle pianificazioni politiche a lungo termine, prima su tutte quella relativa alla svolta energetica. È infatti evidente che con un milione di abitanti in più, il consumo energetico futuro potrebbe essere di molto superiore a quello che, per il momento, viene anticipato negli scenari di previsione sui quali si è basata sin qui la politica della svolta energetica. Anche le previsioni di evoluzione a lungo termine del consumo di energia vengono naturalmente riviste. Sembra tuttavia che le nuove stime non saranno disponibili prima del 2020.

La revisione verso l’alto delle previsioni demografiche e l’assenza di nuove stime per l’evoluzione del consumo energetico stanno creando un clima di incertezza che, sicuramente, si ripercuoterà sulla campagna per le elezioni federali. ECOPOP, l’associazione degli avversari della crescita demografica, che presenta liste in un paio di cantoni, ha già chiesto nuove misure di freno. Altri, invece, fanno notare che, nel periodo di maggiore crescita demografica, ossia negli ultimi dieci anni, grazie alle misure di risparmio energetico, in Svizzera il consumo energetico non è praticamente cresciuto. In altri termini, il risparmio energetico, sin qui, è quindi riuscito a bloccare l’aumento del consumo di energia provocato dall’espansione demografica. Lo saprà fare anche nei prossimi trent’anni?

garantito dal ricongiungimento delle famiglie; che però farebbe dell’immigrazione un costo e non un affare, sia pure per pochi, quale è. C’era e c’è da chiedersi: quando la sinistra capirà che il prezzo dell’immi-

grazione è pagato dalle classi popolari, dalle categorie già finite fuori mercato come le colf e da quelle che stanno per finirvi? Quando i partiti che dovrebbero difendere uomini e donne delle classi deboli avvertiranno che proprio loro sono esposte al rischio delle aggressioni all’alba alla fermata dell’autobus? Le immagini da Lampedusa sono dure e terribili. Ma quale contributo pensiamo possano dare alla crescita economica e civile del Paese un pugno di poveracci arrivati allo stremo delle forze su un barcone? Non saranno invece manovalanza per la mafie e il lavoro nero, oltre che un incentivo per i razzismi prossimi venturi? Davvero c’è qualcuno che pensa che il dramma di un continente da un miliardo di abitanti possa essere anche solo alleviato da qualche migliaio di clandestini messi a raccogliere pomodori in Campania o a cuocere piastrelle in Emilia? Quali altri prezzi pagheremo all’ipocrisia e all’ignavia? Dall’estate dell’indulto sono passati nove anni. E oggi viviamo in un’Italia dove il razzismo si tocca con mano. Mi ha colpito un episodio che mi è

accaduto in Sicilia. Il ragazzo appariva sicuro: «Ha visto cos’è successo a Catania?». No, non avevo visto cos’è successo a Catania. «Un immigrato nigeriano, o forse era marocchino, ha violentato una bambina di nove anni. Il padre s’è vendicato, gli ha tagliato i testicoli, e lo schifoso è morto soffocato. Ora però il padre l’hanno arrestato». Una storia orribile, però in effetti una storia: strano che i giornali non ne abbiano parlato. Ma i ragazzi non leggono i giornali, che in effetti non l’hanno scritto; «però l’ho letto su Facebook». Come se Facebook fosse un’entità astratta, e non una cassetta postale dove trovi quel che vogliono farti trovare. Infatti quella storia era inventata: una bufala. Ma non è solo questione di ignoranza. Quella storia è stata creduta vera da migliaia di persone perché rispondeva a uno stereotipo: la paura dell’immigrato, l’indignazione per le violenze sessuali, il fascino della giustizia sommaria, la rabbia per l’ignavia dello Stato. Chiediamoci come è stato prodotto questo fenomeno; e come possiamo porvi rimedio.

zione si aggirano sui 50 milioni annui. Si tratta di un collegamento oneroso, che giunge al capolinea dopo aver subìto interventi e ammodernamenti continui con manufatti di cemento armato e barriere antirumore. Per salvarlo, si è pensato di candidarlo a patrimonio Unesco dell’umanità (sarebbe la seconda tratta su suolo elvetico, dopo quella dell’Albula-Bernina). Purtroppo, e questo è già stato detto, la candidatura non ha possibilità di successo per le ragioni summenzionate: troppo moderna per poter figurare nell’elenco Unesco. Nel frattempo è nata qualche iniziativa per ricordare l’impresa di Favre. La «Museumsfabrik» diretta dal maggior specialista della ferrovia del San Gottardo, Kilian T. Elsasser, ha ideato per il comune di Göschenen un circuito storico-didattico in cui gli appassionati potranno rivivere alcune tappe dell’opera. Dalla stazione al cimitero, dagli antichi ponti alla chiesa Beata

Vergine dell’Assunzione, un insieme di «stazioni» riporteranno i visitatoripellegrini alla seconda metà dell’Ottocento, periodo in cui Göschenen (Cascinotta o Casinotta) divenne meta di migliaia di lombardi e piemontesi: minatori, tagliapietre, manovali, carpentieri. Un’umanità varia, che risaliva le rampe della Leventina con nelle carriole gli attrezzi di lavoro e che trovava alloggio dove capitava, in fienili e spelonche, oppure in case già sovraffollate e maleodoranti. Göschenen fu anche teatro di uno sciopero, represso nel sangue da una milizia urana che lasciò sul terreno quattro morti e diversi feriti. Tutto questo è già stato raccontato dal regista Villi Hermann nel suo meritorio «San Gottardo», lungometraggio del 1977. San Gottardo, strada d’Europa. Vero. Ma anche via crucis, fortuna e sfortuna, benedizione e maledizione. Una condizione che non ci abbandonerà tanto presto.

In&outlet di Aldo Cazzullo Immigrazione e ipocrisie Ricordo l’estate dell’indulto. Era il 2006. Nello stesso giorno di fine agosto, i giornali che informavano degli sviluppi dell’atroce assassinio di Hina – la ragazza uccisa dalla famiglia perché voleva vivere come un’italiana e non come una brava musulmana – scrivevano, in pagine diverse, che nella stessa Brescia e nello stesso giorno un cingalese aveva stuprato e assassinato una ragazza e un nordafricano aveva ammazzato un pittore, nel mentre che un peruviano ubriaco guidando contromano sull’autostrada del Brennero travolgeva l’auto di una donna uccidendola, un altro straniero aggrediva all’alba alla fermata dell’autobus una quarantenne milanese che stava andando a lavorare in ospedale, e il gip di Chieti incredibilmente liberava uno stupratore nordafricano il giorno dopo la denuncia della vittima. Lo feci notare e subito si levò un coro di giornalisti democratici che ricordavano come esistano anche assassini e stupratori italiani. Certo. E anche scippatori, rapinatori, estorsori, all’epoca definiti dal governo di sinistra «povericristi» e alleggeriti di tre anni

di pena, con il consenso della destra. Ciò non toglieva e non toglie che l’incidenza di stranieri tra chi commette reati sia elevata. E non potrebbe essere altrimenti, tra individui sradicati, liberi dal controllo sociale che sarebbe

Immigrati sbarcati a Lampedusa. (Keystone)

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti San Gottardo croce d’Europa Il San Gottardo agiterà le nostri notti anche l’anno venturo. Si inizierà, in primavera, con la votazione popolare sul raddoppio del tunnel stradale. E si finirà, in autunno, con l’inaugurazione della galleria di base ferroviaria tra Bodio e Amsteg. Il primo appuntamento non sarà una passeggiata. La campagna pro o contro il raddoppio sarà intensa per non dire aspra; d’altronde è in atto da tempo, fin da quando si è deciso di risanare il cunicolo storico. Il paradosso è evidente: per decenni il Ticino ha lottato con le unghie e coi denti per strappare alla Berna federale il traforo stradale, una rivendicazione avanzata già negli anni Trenta del Novecento e poi proseguita, attraverso missive, mozioni, convegni e manifestazioni, per tutti gli anni Cinquanta. Purtroppo, nel 1980, la galleria nasceva incompleta, benché l’ingegner Lombardi l’avesse progettata a due canne, come s’era fatto al Seelisberg. Allora la politica non comprese che bisognava

ragionare in un’ottica continentale (San Gottardo strada d’Europa) e non nazionale. Ora si è giunti alla resa dei conti, col rischio di tornare indietro nel tempo: si chiude una finestra dopo che il Ticino, per anni, si è dannato l’anima per aprirla. Non sarà, per il cittadino, una decisione facile. Infatti buone ragioni per sostenere l’una o l’altra causa non mancano. In ogni caso, scavare una nuova canna non significherà introdurre le quattro corsie, ma unicamente separare le carreggiate esistenti. Aumenterà la sicurezza (il che è un bene), ma non la scorrevolezza. In altre parole, le code ai due portali si riformeranno come prima. In autunno sarà il turno di AlpTransit, grandiosa e mirabile impresa ingegneristica, che la popolazione ha fortemente voluto, a suo tempo, non tanto per raggiungere più velocemente i caffè della Bahnhofstrasse di Zurigo, quanto per sgravare l’autostrada dal traffico

pesante. Questa infatti era la premessa e la promessa: trasferire gli autocarri dalla strada alla ferrovia. Possiamo dirci tranquilli su questo aspetto? Mica tanto. Si parla molto di passeggeri (di turismo e di sviluppo dei poli urbani), poco di merci. Eppure il nodo centrale sta qui, in questo passaggio dalla gomma alla rotaia, all’interno di una concezione dei trasporti che integri anche la ragnatela agganciata agli scali del Mediterraneo (porto di Genova). Se non dovesse avvenire a breve-medio termine, si tornerebbe alla casella di partenza, ossia alla congestione assoluta dei flussi di traffico. Tante incognite, tante incertezze. Una di queste riguarda il futuro della linea storica aperta nel 1882. Lo scenario peggiore ne prevede il progressivo smantellamento fino alla chiusura; lo scenario migliore una trasformazione in percorso turistico. Le ferrovie federali ne garantiscono l’esercizio fino al 2017, poi si vedrà. I costi di manuten-


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Cultura e Spettacoli La diffusione del dialetto Un recente saggio di Franco Fanciullo getta delle interessanti (seppur un poco sterili) basi per lo studio del dialetto

Il Sepik al Rietberg A Zurigo un’affascinante mostra celebra l’arte della Papua Nuova Guinea pagina 30

Il ritorno di Neil Young La recente fatica musicale del grande cantautore denota un profondo impegno

Apparire per essere Letteratura Per lo scrittore tedesco Thomas Mann il male non ha limiti; da questa convinzione sono nati

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una serie di personaggi letterari indimenticabili e avulsi dalla realtà Luigi Forte

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Un lungo viaggio fantastico Mostre Arts & Foods

alla Triennale di Milano

Gianluigi Bellei Nel 2009 il Musée du Louvre ha invitato Umberto Eco a disquisire sul tema della Vertigine della lista. Ne sortono un libro, edito da Bompiani, e una mostra di Christian Boltanski intitolata Mille e tre… a cura di Marie-Laure Bernadac sugli abitanti del Louvre. La mostra enumerava gli artisti esposti assieme ai collaboratori attuali del museo in ordine antigerarchico e paritario. Nel libro, invece, vari tipi di liste sono stati suddivisi per categorie, da Esiodo a Rabelais. L’uomo ha sempre amato le liste, da quelle per la spesa a quella sull’immensità dell’esercito greco descritta da Omero nell’Iliade. In occasione di Expo 2015 Germano Celant curatore della mostra Arts & Foods, in corso alla Triennale di Milano fino al 1. novembre, organizza una sorta di lista delle meraviglie legata al cibo e all’alimentazione che richiama il tema dell’Expo milanese: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Una mostra onnivora, tentacolare, immensa, dislocata lungo 7000 metri quadrati (il museo del Lac di Lugano, per fare un paragone, consta di una superficie di 2500 metri quadrati); sono presentati 1500 pezzi di design, 800 documenti, 300 foto, 800 artisti, 500 opere d’arte, 18 ambienti in scala reale. Hanno collaborato alla sua realizzazione 150 persone… Insomma un viaggio fantastico che cerca di creare un’occasione di conoscenza attraverso il mutamento della narrazione e l’unità delle arti. Un compito ciclopico, sostiene Celant, che presenta un percorso storico legato ai linguaggi rituali che ruotano attorno al cibo. Un’orchestra di immagini per entrare in una caverna zeppa di elementi disparati che si risolve aprendosi e saltando dentro la memoria e la storia dell’arte. Insomma, un abbraccio

culturale totale, onnicomprensivo che coinvolge pressoché tutte le culture, da quella contadina a quella borghese. Ma soprattutto «un’entità complessa di tutte le arti che convivono tra loro». Un tema, questo, particolarmente caro al curatore che già nel 2007 per l’inaugurazione del Museo d’arte moderna di Bologna con l’esposizione Vertigo sosteneva che il sistema dell’arte da valore elitario sta perdendo significato politico perché «corrode le radici della sua idealità e del suo ruolo etico e critico»; l’arte si trasforma così in un feticcio diventando prodotto di consumo con un mercato che «l’ha ridotta a merce di lusso». Il dissolvimento dei confini linguistici porta di conseguenza a una cannibalizzazione dei linguaggi e tutti i media si annullano nella «promiscuità del reale». E così le esposizioni devono riflettere l’andamento della società la quale mescola e rimescola l’alto e il basso, l’orizzontale e il verticale, tanto che dadaisticamente ogni cosa, ogni oggetto, ha il medesimo valore e si inserisce in un contesto pluralistico dove visualità, plasticità, ambiente, suggestioni sonore, olfattive e cinematografiche formano un tutt’uno ricco di essenza/assenza, coerenza/ disomogeneità. Entrare nel dettaglio delle opere di Arts & Foods risulta un po’ ostico e ovviamente soggettivo data la mole di materiale presente. Si potrebbero citare le opere maggiormente conosciute o solo quelle più eccentriche o magari unicamente quelle inusuali; ogni soluzione risulterebbe parziale e poco adatta. Basti sapere che il dossier per gli addetti ai lavori consta di un volumetto di cinquanta pagine e che il catalogo è di ben 960 pagine. Quello che forse è utile sapere è che, all’interno di questo grande mare magnum, ognuno può trovare quello che cerca, sele-

Chi è Felix Krull? Un ladro, un imbroglione, un trasformista? O non piuttosto il dio della seduzione, dell’incanto, della leggerezza? Un mago della metamorfosi che gioca con la vita come un eterno fanciullo, oltre il tempo, oltre la misura di ogni umano racconto? Forse Krull è tutto questo e molto di più. Ma per il premio Nobel Thomas Mann fu un’idea fissa, un’ossessione destinata a riemergere con gli anni senza mai trovare una conclusione definitiva. Forse perché un’utopia non conosce epiloghi, ma solo sconfinamenti. Thomas Mann iniziò a scrivere il romanzo Le confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull nel 1909, stimolato dall’autobiografia dell’avventuriero rumeno Georges Manolescu, e lo pubblicò incompiuto nel 1954, l’anno prima della sua morte. Per lui non era la storia di un ladro, ma l’apoteosi dell’artista, che Nietzsche definiva un impostore e che tra le pagine dello scrittore di Lubecca diventa un eroe positivo, uno che ha molte identità e dunque nessuna. Ingannare, sedurre, mutare pelle: ecco il suo segreto. E Felix incanta giovinette, gentildonne e nobiluomini, con il fascino della sua cangiante personalità. Da bambino giocava a fare l’imperatore e il principe. Da grande fa il fattorino, il cameriere e infine, su proposta dell’interessato, assume l’identità del marchese di Venosta. In viaggio fra Parigi e Lisbona a sbandierare il nuovo pedigree e a sperperare il denaro degli altri. Egli sembra prefigurare e poi, più tardi, incarnare l’ininterrotta dinamica creativa di Mann: ne è la metafora, l’immagine astratta. Che tuttavia fin da principio si arricchisce di spunti concreti, rigorosamente annotati: «Lavoro ora – si legge in un appunto del 1909 – ad un saggio che avrà come titolo Spirito e arte. E

Lo scrittore Thomas Mann fotografato insieme alla moglie Katia. (Keystone)

inoltre mi dedico a un piccolo racconto Il cavaliere d’industria che dovrebbe essere una sorta d’integrazione al mio romanzo sul principe». Dunque l’idea dell’Hochstapler si coniuga con il romanzo Altezza reale, che proprio quell’anno vede la luce, e ambedue rientrano nella più ampia riflessione sull’antinomia artevita, alla base del suo racconto giovanile Tonio Kröger. Il problema era serio: si trattava di definire il ruolo dell’artista nella società borghese. Ma l’approccio è declinato con graffiante ironia. Basta pensare alla figura di Axel Martini in Altezza reale, il «poeta della gioia di vivere», dall’aspetto malaticcio e disgustoso, che è la caricatura di tale antinomia: l’arte canta la vita, che però disdegna in nome di una severa disciplina, di una

forma di ascesi, come anche nel caso del «borghese traviato» Tonio Kröger che si chiede: «È poi un uomo, l’artista?». Lui non offre soluzioni; e anzi, nostalgia e malinconica invidia per la vita normale non fanno che accentuare il contrasto. A Mann sembrava ora importante spezzare quella sorta di incantesimo che imponeva ai suoi eroi l’isolamento dalla realtà, sia pure in chiave ironica o comico-satirica come nel finale del racconto Tristano quando il trasognato Detlev Spinell fugge inseguito dal robusto signor Klöterjahn. Dove andrà mai a finire il dilettante Spinell reo confesso di odiare «la vita stessa, la vita volgare, ridicola e pur trionfante (..) l’eterna oppositrice e nemica mortale della bellezza»? Le previsioni non sono confortan-

ti, ma certo è che il suo autore, qualche anno dopo, per il protagonista di Altezza reale, il principe Klaus Heinrich, una soluzione la trova: il matrimonio. L’isolamento del principe e con esso la correttezza formale del contegno e l’aristocratico senso di elezione si lasciano sedurre dalla bella Imma, figlia di un milionario americano. La favola e l’happy end alla Lubitsch non devono trarre in inganno. Dietro si cela infatti l’idea manniana che proprio il matrimonio sia l’ancora di salvezza per l’estraneità decadente dell’artista. Anche Mann nel 1905 aveva sposato una ragazza della buona borghesia ebraica di Monaco, Katia Pringsheim dagli «occhi, neri come la pece», gli stessi di Imma Spoelmann nel romanzo Altezza Reale, di Rachele nella tetralogia di

Giuseppe e i suoi fratelli e di Marie Godeau nel Doctor Faustus. Il matrimonio era in qualche modo un argine alle proprie oscure pulsioni omoerotiche proiettate su personaggi famosi come Gustav von Aschenbach, il protagonista della splendida novella Morte a Venezia, che si appaga di sguardi e desideri silenziosi di fronte alla figura del giovane Tadzio. Come Aschenbach e lo stesso Castorp, figura centrale del suo grande romanzo La montagna magica, Mann è esente da contaminazioni con la realtà. Ancora in una lettera del 1954, a quasi ottant’anni, confesserà: «Nemmeno con l’Apollo del Belvedere sarei potuto andare a letto». Ma allora la sua omosessualità, di cui discorre nei Diari, era tutto un bluff? Qualcosa avrà pur rimosso, ma essa resta un’ebbrezza da cogliere nella dimensione dell’utopia e del sogno. Forse una delle tante maschere che il personaggio di Krull porta a spasso per l’Europa. Il quale oggi, in un mondo di speculatori e truffatori d’alto bordo o di veri e propri delinquenti, non sarebbe che un povero untorello. Eppure anche lui era un professionista, ma con una vocazione più nobile: servirsi delle cose, approfittare del mondo che alla sua galoppante fantasia appariva come un Eldorado senza limiti. La sua amoralità è lieve e giocosa, il suo istrionismo la sostanza dell’arte come parvenza. In una società che ha degradato il ruolo a mero scambio economico, Krull esalta la suggestione del travestimento e i fasti della fantasia. Povera cosa a confronto della realtà odierna. Così, come intuendo che il male non ha limiti, Thomas Mann ha pensato bene di non finire il suo romanzo. Per lasciare spazio agli scandali futuri, alle nefandezze dei secoli a venire. Ma intanto ci ha anticipato uno degli imperativi della società mediatica: l’essere è l’apparire. Un po’ troppo poco per diventare veramente «felix».

Frank l’agente immobiliare Narrativa Anche Richard Ford, come molti altri grandi narratori, ha un suo alter ego

letterario: il suo si chiama Frank Banscombe

Mariarosa Mancuso Claude Monet, Le Chef Père Paul, 1882. (Mondadori Portfolio, Milano)

zionando e soprattutto passeggiando, come si fa in un supermercato, per scoprire un piccolo cammeo o una grande risorsa. Anche il catalogo, che contiene 64 saggi e oltre mille immagini, si presta ad una lettura trasversale che va dall’analisi di Charlotte Birnbaum sui grandi chef, iniziando dal mitico Carême, cuoco di zar e baroni vari – che riteneva la pasticceria una branca dell’architettura e una forma d’arte come la pittura o la scultura – per terminare con l’odierno Ferran Adrià, tanto rivoluzionario quanto sorprendente. Non mancano saggi alternativi come quello di Serge Latouche che affronta il tema della decrescita come sorta di «a-crescita», fra agricoltura biologica e biodinamica, con citazioni dello Slow Food di Carlo Petrini ma che riecheggiano altri squallidi populismi un po’ reazionari. Ma anche piccole chicche come quella dedicata alla raccolta Grossi che propone oggetti della cucina contadina padana del pri-

mo dopoguerra quando ancora ci si lavava nelle stalle e si pigiava l’uva con i piedi mentre i maiali razzolavano liberi; oggetti che sono una vera e propria opera d’arte. Insomma dal 1851, data della prima Esposizione universale di Londra, a oggi il mondo è cambiato. Dalla fame di progresso si è passati alla fame nel mondo; dalla prima macchina frigorifera alla produzione di massa. In mezzo la magniloquenza della borghesia, le avanguardie storiche, i ristoranti d’artista, la controcultura e la crisi economica. Quello che è certo è che fonti autorevoli ritengono il 2015 l’anno dell’Italia e non solo per l’Expo ma anche per la Biennale di Venezia che quest’anno vede come direttore Okwui Enwezor, unico curatore assieme ad Harald Szeemann ad aver guidato sia la Biennale sia la Documenta di Kassel. Senza dimenticare le altre grandi mostre milanesi, come quella su Leonardo, o quelle sparse in tutta la penisola.

Una bella esposizione da vedere – compreso il percorso vietato agli adulti – girovagando anche nel giardino con la restaurata fontana dei Bagni misteriosi di Giorgio De Chirico o pasteggiando all’ultimo piano nella rinnovata panoramica terrazza-ristorante dove lo chef Stefano Cerveni, una stella Michelin, propone i classici della tradizione italiana rivisitati in chiave moderna come il riso con salsa bianca ai frutti di mare o il petto di pollo alla griglia con stracciata di patate. Dove e quando

Arts & Foods. Rituali dal 1851. A cura di Germano Celant Milano. Padiglione Expo 2015 alla Triennale di Milano. Fino al 1. novembre. Tutti i giorni ore 10.00-23.00. Catalogo Electa, euro 60 www.triennale.org www.expo2015.org

John Updike ha Harry Angstrom detto Rabbit, protagonista di quattro romanzi dal 1960 (il titolo era Corri, Coniglio) al 1992: il titolo era Riposa Coniglio, a cui si aggiunge il racconto Rabbit Remembered (è sempre difficile staccarsi dalle proprie creature letterarie). Philip Roth ha Nathan Zuckerman: come narratore o come eroe compare in una decina di romanzi dello scrittore ormai felicemente in pensione per scelta, oltre che per smettere di rovinarsi la vita cercando le parole giuste e girando le frasi (va aggiunta un’apparizione da guest star in La terra sotto i suoi piedi di Salman Rushdie, assieme ad altri eroi di carta: la versione televisiva è la serie della BBC Penny Dreadful, dove Dr Jeckyll e Mr Hyde appaiono accanto a Victor Frankenstein). Richard Ford ha Frank Banscombe, altra controfigura letteraria che cresce assieme allo scrittore, cambiando mestiere e accumulando storie. Lo avevamo conosciuto come giornalista sportivo nel romanzo Sportswriter (uscito nel 1986, ha aspettato fino al 1992 la

traduzione italiana). In Il giorno dell’indipendenza, Frank Banscombe aveva lasciato le tribune per fare l’agente immobiliare – il suo motto era: «Non si vende una casa, si vende una vita». Continua a farlo in Lo stato delle cose, altro grande romanzo americano a partire dal mestiere del protagonista: da Arthur Miller a David Mamet, i commessi viaggiatori e le loro reincarnazioni hanno un posto d’onore nell’immaginario USA. Nell’ultimo romanzo appena uscito da Feltrinelli – Tutto potrebbe andare molto peggio, che leva di mezzo il gioco di parole del titolo originale Let Me Be Frank With You – Frank Banscombe è un agente immobiliare in pensione. Ha venduto anche la sua casa in una cittadina balneare sulla costa del New Jersey, con la seconda moglie si è trasferito nell’immaginaria città di Haddam (i due figli, ormai grandi, stanno lontani e non impensieriscono più, come accadeva in Il giorno dell’Indipendenza, con piccoli furti al supermercato per attirare l’attenzione). Ha sessantotto anni – tre meno dello scrittore, che è nato a Jackson, Mississippi, nel 1944 – e abbastanza denaro

per vivere tranquillo. Con le malinconie del caso: «D’ora in poi un pensiero su tre sarà dedicato alla morte», dice il mago Prospero nella Tempesta di Shakespeare, spezzando la bacchetta magica. Philip Roth aveva affrontato la materia scrivendo nel 1995 Il teatro di Sabbath (seguito da altre ruminazioni sulla vecchiaia e la morte, non tutte riuscite benissimo). Anche Harry – Coniglio – Angstrom ha avuto i suoi brutti momenti, prima che la morte mettesse a tacere le sofferenze. L’ultima casa venduta da Frank Banscombe era a Sea-Clift. Tipologia: la seconda casa che ognuno sogna: «un’imponente villa sulla spiaggia tutta vetro e sequoia, costruita davanti a un mare che sembrava benigno e luccicante». Sembrava, fino a che l’uragano Sally si abbattesse sulle coste nel New Jersey. Nell’entroterra, dove abita l’ex agente immobiliare, ha fatto pochi danni: un paio di querce (una era già morta, confessa ai lettori, assicurandosi che non ci siano assicuratori in ascolto), mezzo tetto della baracca per gli attrezzi, il parabrezza dell’automobile (anche quello già incrinato).

Lui e Sally se la sono cavata con pochissimo. Non così il cliente e amico Arnie Urquhart, che aveva pagato la villa affacciata sull’oceano quasi tre milioni di dollari (senza commissione, la vendita era tra privati, fa notare Richard Ford sempre attento ai dettagli: ha posseduto molte case in vita sua – ora ne ha una nel Maine e una a Harlem – e si capisce che è sinceramente curioso dei luoghi dove la gente vive). Il villone non esiste più: sparito, polverizzato dalla furia della tempesta. Non bastasse, nei dintorni si aggira un tipo poco raccomandabile che si offre di comprare le macerie per mezzo milione di dollari. Lido di Nagasaki e battaglia sulla spiaggia di Dunkerque sono i punti di riferimento per la catastrofe, mentre l’amico accusa Frank Banscombe di negarsi perfino al telefono. Non servono le parole di scuse: «Ti ho cercato tre volte». L’ex amico e compagno di università reagisce malissimo: «È come telefonare al cadavere per sapere se si sente bene». E comunque: «Non ho intenzione di spararti, se è questo che ti preoccupa». Il pensiero di Frank Bascombe corre a un

Il nuovo libro di Richard Ford.

fattaccio di cronaca: agenti immobiliari presi a revolverate mentre sedevano alle loro scrivanie, battendo a macchina i listini delle offerte». È l’inizio di una storia che non farà prigionieri (e del resto la vecchiaia e i bilanci di una vita prigionieri non ne fanno). Un romanzo bellissimo che fa seguito a un altro romanzo bellissimo – tale era infatti Canada: un quindicenne passa da solo il confine canadese, dopo che i genitori hanno tentato una ridicola rapina in banca. L’idea risale a vent’anni fa, Richard Ford racconta di aver conservato gli appunti nel freezer casalingo, tra fagiani, anatre, filetti di cervo.


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Cultura e Spettacoli

Lo sguardo immaginifico dell’arte Mostre La galleria De Primi espone le opere di Gino D’Antoni e Bruno Labouret

Alessia Brughera In uno dei suoi celebri aforismi, Oscar Wilde diceva che nessun vero artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, cesserebbe immediatamente di essere un artista. Ecco, davanti alle opere di Gino D’Antoni e di Bruno Labouret si ha la netta sensazione che la realtà non sia vista per quella che è, ma sia piuttosto percepita, o meglio scrutata, attraverso uno sguardo immaginifico, capace non tanto di sostituirla quanto di ribaltarla e riproporla in microcosmi naif governati dal sogno e dal gioco.

D’Antoni e Labouret condividono un’idea della vita secondo cui l’ordinario può diventare un palcoscenico giocoso Questa visione poetica e leggera dell’esistenza che accomuna i due artisti è il filo conduttore della mostra allestita negli spazi della galleria luganese De Primi Fine Art, non a caso intitolata Le magie del reale. Qui le sculture di D’Antoni incontrano gli acquarelli di Labouret, in un percorso fatto di delicati mondi variopinti in cui le forme appaiono in mutamento, come oscillassero tra il concreto e l’astratto, tra una dimensione tangibile e una immateriale.

Modellate in profili che sembrano fluttuare nella levità dell’aria o dipinte in sagome che si sciolgono in trasparenze cromatiche, queste opere accolgono memorie, indizi ed elementi della realtà, purificati però dalla loro contingenza e sottoposti all’influsso ammaliante della creatività. Nascono così piccoli universi in cui la quotidianità acquista un che di irrazionale, di onirico, e in cui le cose semplici diventano inaspettate perché viene meno la netta divisione tra ciò che è veritiero e ciò che è inventato. Gino D’Antoni, di origine siciliana, vive ormai da molto tempo in Ticino. Infermiere di professione, è artista autodidatta che ama sperimentare diverse tecniche. Le sue sculture, in particolare, hanno trovato di recente un prestigioso riconoscimento, da quando dal 2005 sono state selezionate come premio alla carriera dell’evento concertistico Estival Jazz. Nei suoi lavori esposti a Lugano, fatti principalmente in gesso e resina, le sembianze del reale vengono utilizzate dall’artista come punto di partenza da cui far nascere nuove forme: mezzelune, foglie e fiori si tramutano in silhouette essenziali e astratte dalle superfici a volte arcuate e ripiegate, a volte slanciate e protese verso l’esterno, a fendere dolcemente lo spazio circostante. Aeree e leggiadre, le opere di D’Antoni danno l’impressione di seguire un ritmo musicale, come se si stessero muovendo armoniosamente secondo una lenta melodia. A suggerirci queste cadenze sono anche alcuni

Selfies Multiple (2015) di Bruno Labouret.

dei titoli scelti dall’artista, per esempio Musica n.3 o Danza Classica. Gli elementi della realtà – siano essi antropomorfi o vegetali – sono fusi in una gioiosa e colorata sintesi e ammantati di valenze simboliche dal piglio ludico: ci sono fessure simili a grandi occhi che ci scrutano immobili, maschere stilizzate che diventano buffi volti, cerchi che assumono l’aspetto di piccole teste accostate tra loro e messe a far parte di un coro di canto, vele gonfiate dal vento che divengono mezzi per condurci verso nuovi orizzonti. Anche Bruno Labouret, nato in Francia ma da parecchi anni residente in Ticino, percorre quella linea fantastica che mescola veridicità e inven-

zione, cercando di trovare nelle pieghe dell’immaginario le analogie con il vissuto. Con ironica sensibilità l’artista dà vita nei suoi acquarelli a una narrazione genuina, quasi puerile, in cui le tracce prelevate dal mondo reale vengono depositate in un nuovo scenario fatto di imprevedibili convivenze. Il suo è uno sguardo stupito, che fa proprio il piacere dell’inatteso. Case, piante, nuvole si fondono tra loro nel tessuto cristallino del colore e tratteggiano ambienti diafani attraversati da un soffio malinconico. Le differenti versioni di Paysage immaginaire esposte in mostra, ad esempio, tutte del 2013, sono piccoli brani dominati da una natura pura e

incantata, dove gli alberi fanno da cornice a grandi arcobaleni o si stagliano sull’intenso blu di un cielo notturno. Seppur legati alla realtà, questi paesaggi superano la concretezza per convertirsi in visioni fiabesche, incontaminate, che solo un animo libero e innocente può concepire. Di un approccio decisamente più astratto sono i Selfies Multiple (un titolo tecnologico che richiama la serialità degli autoritratti fotografici scattati con gli smartphone), lavori in cui Labouret adagia sulla superficie delicate macchie di colore – ora dai contorni più stemperati, ora contenute in bordi più precisi – a delineare minuscoli ritagli di sogno che dilatano il loro senso nella dimensione mentale. D’Antoni e Labouret spartiscono così la medesima idea della vita e dell’arte, consapevoli come sono che l’ordinario può essere trasfigurato in un palcoscenico giocoso, dove presenze che provengono da luoghi diversi e apparentemente inconciliabili si possono incontrare in un tempo e in uno spazio mirabilmente sospesi fra le trame della magia. Dove e quando

Gino D’antoni e Bruno Labouret, Le magie del reale. De Primi Fine Art (Piazza Cioccaro 2), Lugano. Orari: da lunedì a venerdì 9.00-13.00/14.00-18.00, sabato su appuntamento. Fino al 15 settembre 2015. www.deprimi.ch Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Il dialetto di domani Pubblicazioni Solido ma forse un po’ immobile saggio di introduzione alla dialettologia del linguista

italiano Franco Fanciullo Stefano Vassere Per non essere sgarbati si potrebbe dire che la ricerca dialettale non è che ci lasci proprio quotidianamente stupefatti, a bocca aperta di fronte all’apertura di nuovi e coraggiosi territori, nel metodo e nei risultati. Diciamo che l’indagine sui dialetti vive da molti decenni della fortunata rendita accantonata in stagioni dove questo settore poteva vantare avanguardie e rigore che ad altre province della linguistica era concesso solo invidiargli. Poi però, poca roba, invero, poche novità. Così la per contro sorprendente rassegna finale di prospettive in questo Prima lezione di dialettologia di Franco Fanciullo si guadagna una strameritata ribalta: tra le cose di cui la dialettologia potrebbe occuparsi con profitto, tra «i punti di vista da cui ci si può accostare ai dialetti, e di cui non abbiamo fatto parola, tanti e variegati», ci sono nell’ordine: la percezione del dialetto e dei suoi valori rispetto all’italiano misurata tra i parlanti; la regressione del dialetto solo in certe aree mentre altre lo mantengono per il momento inspiegabilmente in vita, e i motivi di ciò; la diffusione del dialetto, in certe aree, anche nelle fasce sociali «alte»; alcune altre stranezze, come «la diversa pronuncia, da parte degli uomini e da parte delle donne, di certi suoni in certi dialetti», oppure ancora l’accordo di genere (maschio/ femmina) in alcune coniugazioni in parlate delle Marche meridionali. Peccato che tutto questo arrivi solo

Nel Veneto, come in numerose altre regioni d’Italia, il dialetto è ancora molto vivo.

a pagina 158, e ne manchino numero tre all’ultima. Come una specie di bouquet finale di fuochi d’artificio inesistenti, o, al contrario, come l’antipasto di un pasto mancante o l’ouverture di una sinfonia fantasma, queste avanguardie della ricerca dialettale e linguistica ci lasciano lì con un palmo di naso, senza una nota o una prospettiva

bibliografica. Così. Prima, nelle decine e decine di pagine, c’è – per carità! – la trattazione rigorosa e di dimostrata qualità delle acquisizioni alla ricerca dialettale degli ultimi decenni: le lingue antiche di sostrato, dialetti italiani e dialetti non italiani, gli innumerevoli vocalismi, l’immancabile raddoppiamento fonosintattico ecc. ecc.

Un dialetto non è una specie di deriva rovinata dell’italiano; un dialetto è per l’italiano piuttosto un fratello istituzionalmente meno fortunato, tra molti fratelli, tra molti dialetti: solo uno di loro, per un destino più che altro storico-politico e per una strada tortuosa e non certo breve, è diventato a un certo punto lingua nazionale. An-

che cose così, ci dice Franco Fanciullo, che è professore ordinario di Glottologia e Dialettologia nell’Università di Pisa, ed è pure direttore della rivista di casa, l’antica e gloriosa «Italia Dialettale». Il suo libro, si sa, è una Prima lezione, come dice il titolo, e chiedere grandi svolazzi era forse chiedere troppo. Il libro deluderà chi di dialetto sappia già qualcosa e attende, si potrebbe dire da troppi anni, che questa disciplina imbocchi finalmente nuove vie e nuovi territori, magari inventandosi per esempio una pragmatica del dialetto, una sintassi dialettale, studi sulla semiosi e sulle percezioni, altro. D’altronde si concederà che non è colpa di questo libro e tanto meno del suo autore se la dialettologia, da qualche tempo, non la si schioda più da fin troppo consolidate e riconosciute acquisizioni di metodo. Chissà quando torneremo a sorprenderci per quanto prodotto dalla ricerca sui dialetti, quando torneremo a dire «Toh! Però, ‘sta ricerca dialettale, anvedi!». Intanto, questa Prima lezione di Fanciullo, come prima lezione va bene, fin troppo bene. Poi, tra qualche anno, magari a qualcuno verrà in mente di imboccare una delle strade tracciate per la nuova dialettologia. Una Seconda lezione, insomma. Bibliografia

Franco Fanciullo, Prima lezione di dialettologia, Roma-Bari, Editori Laterza, 2014. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Sepik, un fiume di mille chilometri Etnologia Al Museo Rietberg di Zurigo un’affascinante mostra dedicata alle popolazioni che vivono

lungo il fiume Sepik, in Papua Nuova Guinea Marco Horat Vedendo la mostra attuale del Rietberg sulla Papua Nuova Guinea mi è tornato alla mente un curioso episodio accadutomi in Giordania anni fa. Camminavo nel Siq che porta al Tempio del Tesoro (quello di Indiana Jones per intenderci) nel cuore della Petra nabatea, mi precedeva un gruppo di uomini di piccola statura dalle gambe storte e la pelle molto scura; tra di loro parlavano una lingua incomprensibile. Mi spiegarono che provenivano da Port Moresby. Risposi: «Papua Niugini, fiume Sepik, il pijin come lingua franca, indigeni animisti e missionari cristiani, tradizione e modernità che si scontrano, città e campagne... qualcosa conosco». Meraviglia da parte loro. Mi chiesero se fossi australiano, stupendosi ulteriormente quando scoprirono che un europeo potesse conoscere, si fa per dire, la loro terra. A dire il vero avevo appena realizzato una serie di programmi dedicati al Museum der Kulturen di Basilea, che ospita una delle collezioni più importanti al mondo su quell’universo straordinario di isole compreso tra Cina e Australia: Nuova Guinea, Borneo, Timor, Flores, Java, Sumatra... Terre affascinanti e misteriose che evocano vacanze nei mari del Sud o pirati e tagliatori di teste; ma anche opere fantastiche scolpite nel legno e decorate con piume, denti animali e conchiglie che hanno appassionato artisti espressionisti, surrealisti e collezionisti di tutto il mondo; non da ultimo il nostro Serge Brignoni. Tesori

di arte popolare arrivati in Occidente seguendo strade diverse. Nel caso del museo di Basilea essi sono il frutto di spedizioni etnografiche iniziate già nel XIX secolo e proseguite fino in tempi recenti con lo scopo di salvaguardare quel mondo in trasformazione: sculture in legno, maschere, ritratti di animali totemici, oggetti rituali e di uso quotidiano, parti di edifici sacri o di imbarcazioni che illustrano la vita di popoli di lingua e culture diverse intimamente legati all’ambiente naturale e a credenze comuni come l’animismo e il culto degli antenati. All’interno del museo di Basilea è stata addirittura montata una gigantesca Casa degli uomini trasportata dall’Oceania sulle sponde del Reno. Detto tra parentesi, è curioso constatare come il nostro mondo votato alla velocità, al cambiamento e alla cancellazione delle differenze di genere, rimanga affascinato da queste culture non tecnologiche basate sulla conservazione dei valori e delle tradizioni da perpetuare all’infinito, e sulla separazione dei ruoli nella società... un inconfessabile rimpianto del passato? La mostra al Rietberg di Zurigo con oltre 170 opere, che si concentra sulla parte media e bassa del corso del Sepik, fa naturalmente capo alle collezioni storiche basilesi ma anche a quelle del Musée du Quai Branly di Parigi e del Museo di Etnografia di Berlino. Propone immagini di ieri e di oggi che documentano i mutamenti sociali in corso, filmati d’ambiente corredati da conferenze serali (in tedesco) tenute da specialisti europei.

Gancio con figura femminile, lingua Iatmul, villaggio Yentschemangua, raccolto da Adolf Roesicke nel 1912-13 © Museo Etnologico Berlino. (Claudia Obrocki)

La Papua Nuova Guinea o Papua Niugini, Stato indipendente da quarant’anni, comprende la parte est dell’isola della Nuova Guinea, dove confina con l’Indonesia, e alcuni arcipelaghi di isole ad est, tra le quali Bougainville. Il fiume principale è come detto il Sepik, 1200 chilometri di lunghezza, che fa da filo conduttore all’esposizione, lungo il cui corso vivono una novantina di etnie diverse. Si parte dalla grande imbarcazione scolpita nel legno dell’ingresso, lunga dodici metri, usata dalle popolazioni del fiume per spostarsi in cerca di cibo (pesci o selvaggina), ma anche di mogli e mariti appartenenti a gruppi etnici differenti (endogamia), per commerciare oggetti e mercanzie oppure per

fare la guerra ai vicini quando serve. Un fiume dai due volti: quello rassicurante della via di comunicazione e quello inquietante delle inondazioni e dei coccodrilli sempre in agguato. Si arriva poi in un villaggio tradizionale dove gli spazi sono definiti: c’è la Casa degli uomini riccamente decorata, attorno alla quale ruota il mondo maschile legato essenzialmente all’iniziazione dei giovani con i misteriosi rituali che possono durare mesi interi, accompagnati dal suono dei tamburi ad acqua, dei flauti di bambù lunghi fino a due metri sormontati da figure fantastiche che evocano le voci degli antenati, sempre presenti nella vita del gruppo. Un ruolo a parte lo gioca uno strumento primitivo, il rombo, attaccato

a una corda che si allunga o si accorcia mentre viene fatto ruotare velocemente e che emette note mutevoli quanto angoscianti: è la voce del coccodrillo. Suoni, immagini e oggetti: maschere dagli occhi stralunati, sculture, lance, strumenti di caccia e trofei zoomorfi fanno vivere al visitatore l’atmosfera di una di queste cerimonie di passaggio dei maschi alla vita adulta. I giovani che superano le prove porteranno sul corpo i segni (scarificazioni e tatuaggi) che testimoniano simbolicamente di come siano stati divorati dal coccodrillo-antenato e poi rigenerati. La Casa delle donne è invece un luogo più aperto alla comunità familiare e agli amici ed è lì che la vita quotidiana si svolge secondo i ritmi antichi, tra cura dei figli, cucina, tessitura e ceramica, in una ragnatela ben codificata di rapporti sociali. Molti gli oggetti e le immagini che ricordano questo aspetto importante della vita comunitaria. Infine il clou dell’esposizione: due sculture giganti che ritraggono figure di antenati mitici dai tratti talvolta animali e talvolta umani, a significare lo stretto rapporto tra gli uomini e la natura circostante, che permetteva ad entrambi di vivere e svilupparsi in un’armonia rassicurante che il cosiddetto progresso sta inesorabilmente cancellando anche lì. Dove e quando

Sepik, arte della Papua Nuova Guinea. Zurigo, Museo Rietberg (Gablerstrasse 15). Fino al 4 ottobre 2015. www.rietberg.ch Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Neil Young, per una buona causa Musica Il nuovo disco dell’infaticabile cantautore è un puro atto di denuncia contro le politiche

delle multinazionali USA in favore degli OGM

Benedicta Froelich Nell’arco degli ultimi anni, non sono in pochi a essersi sorpresi della rinnovata prolificità di un mostro sacro del rock come l’ormai 69enne Neil Young, i cui album si succedono a ritmi vertiginosi: al punto che la nuova opera dell’artista canadese giunge sugli scaffali dei negozi ad appena sette mesi di distanza dal precedente lavoro, il doppio album Storytone. Questo nuovo CD presenta, del resto, la tipica urgenza che pervade i cosiddetti «topical albums», ovvero quei dischi che, come accadeva ai tempi d’oro della musica di protesta, affrontano di petto argomenti particolarmente spinosi o di scottante attualità, consacrandosi alla critica sociale o politica. Nel caso specifico, il titolo dell’album – The Monsanto Years – è sufficiente a dare subito un’idea del tema, da tempo molto caro a Neil, così come a tanti altri esponenti dell’arte non solo musicale: l’intero disco costituisce infatti una forte invettiva contro la politica della multinazionale americana Monsanto, potentissimo colosso alimentare da tempo in guerra contro gli ambientalisti in quanto principale propugnatore della filosofia secondo la quale i famigerati OGM (organismi geneticamente modificati di cui l’azienda è la principale produttrice mondiale) debbano soverchiare le sementi tradizionali ed essere liberamente commercializzati. Una controversia di particolare rilevanza anche per noi europei, dato che, appena poche settimane fa, è stato infine approvato il disegno di legge denominato TTIP, per mezzo del quale molti temono che gli States saranno ora liberi di esportare OGM nel nostro continente senza alcun obbligo di dichiararne la natura «alterata». Ebbene, Young è comprensibilmente avverso a questa palese degradazione tecnologica, che potrebbe avere ripercussioni ancora sconosciute sulla

The Monsanto Years, la recente fatica di Neil Young.

salute dei consumatori; e quest’album costituisce una vera e propria dichiarazione d’intenti da parte del cantante, che (forse non a caso) lo ha inciso con la collaborazione di una formazione «giovane» come quella dei Promise for the Real – la quale, per la cronaca, in quest’occasione comprende nientemeno che Lukas e Micah Nelson, figli dell’icona del country Willie Nelson. E bisogna dire che, pur trattandosi di un album di denuncia, The Monsanto

Years non manca di brani non solo gradevoli, ma perfino delicati, come la ballata Wolf Moon, che costituisce, già dal titolo, un evidente richiamo ai tempi di Harvest Moon, a cui la melodia sembra alludere; anche se prevalgono indubbiamente i classici «inni» simil-epici del genere che Young tanto ama – si vedano il brano d’apertura A New Day for Love, l’orecchiabile title-track Monsanto Years, e, non ultima, l’efficace Big Box, un’apoteosi di chitarre rockeg-

gianti nel più puro stile dei tempi di Neil Young & Crazy Horse. Inoltre, la Monsanto non è l’unica multinazionale con cui Young se la prende: l’irresistibile A Rock Star Bucks a Coffee Shop è infatti dedicato al celeberrimo Starbucks, che oggi sostiene apertamente le politiche di Monsanto riguardo agli OGM. Tuttavia, le buone intenzioni di Neil non nascondono il fatto che questo disco soffre di alcuni limiti artistici tipici della produzione più recente

dell’artista; su tutti, il fatto che, dal punto di vista musicale, alcune delle composizioni suonano piuttosto risapute, richiamando troppo da vicino precedenti lavori di Young: è il caso di un brano piacevole ma un po’ banalotto come People Want to Hear About Love e del sostenuto Workin’ Man, dalla linea melodica non proprio brillante. Allo stesso modo, The Monsanto Years non è immune da quello che è divenuto il principale motivo di scontento tra i fan di questo artista, che da tempo lamentano la pochezza e l’ingenuità delle liriche di Neil – il quale, bisogna ammetterlo, non è mai stato un maestro nella scrittura dei testi, spesso piuttosto scarni e alquanto naïf. In questo senso, il nuovo CD non fa eccezione, sebbene il suo carattere di denuncia e la profonda vena critica che contraddistingue ogni singola canzone aiutino a dare forma e scopo alle liriche e a rafforzarne l’intenzione. In ogni caso, per chi, come la sottoscritta, ama la musica di spessore sociale, quest’album rappresenta un felice diversivo rispetto al materiale perlopiù «innocuo» che le uscite discografiche degli ultimi tempi ci hanno propinato; anche perché, con tutti i limiti che The Monsanto Years può avere, il trasporto e la sincerità che Young riversa in ogni brano restano innegabili, così come la sua abnegazione nei confronti del messaggio che cerca di trasmettere – tanto che riesce a regalarci anche un paio di tracce davvero eccellenti, come la suadente Rules of Change, costantemente sospesa tra un rabbioso ritmo rock e la delicatezza della ballata, e la suggestiva If I Don’t Know, brano di chiusura del CD. Tutti motivi che, al di là delle lodevoli intenzioni di Neil, dovrebbero spingere anche i più scettici a prestare orecchio e attenzione a un disco che, pur non costituendo forse un capolavoro, è animato da vera, genuina passione.

Viaggiare per spazio e tempo Destinazioni musicali Giuseppe Clericetti ci invita a un giro musical-culinario del globo non disdegnando

una tappa nel passato

Zeno Gabaglio Giuseppe Clericetti è voce di Rete Due. Ha curato l’edizione critica delle composizioni per organo di Andrea Gabrieli (Vienna 1996-2000, Doblinger) mentre per l’editore Zecchini ha

Il musicologo Giuseppe Clericetti.

dato alle stampe un saggio su CharlesMarie Widor (La Francia organistica tra Otto e Novecento, Varese 2010) e l’epistolario di Andrea Gabrieli (Cessate cantus, Varese 2014). Per la rivista Viola ha inoltre pubblicato tre esercizi oulipiani.

Il primissimo appuntamento è sulla sacra collina di Bayreuth: il rito dell’opera d’arte totale si compirà attraverso una nuova messa in scena di Tristan und Isolde, curata da Katharina Wagner. In gioco l’eterno abbinamento tra amore e morte nella celebre concezione del bisnonno Richard Wagner: dobbiamo attendere (e godere) quattro ore, prima di risolvere l’interrogativo armonico posto dalle prime misure della partitura. Nelle lunghe pause tra i tre atti, Würstel, Bretzel e Weissbier. Il tempo necessario a lasciar digerire lo spirito e il corpo per poi trasvolare l’Atlantico. Destinazione Città del Messico, per realizzare un’intervista alla bravissima direttrice d’orchestra Alondra de la Parra, che tanto ci entusiasma attraverso le sue interpretazioni così cliccate su YouTube: lo swing e il sorriso finalmente alleati a perizia direttoriale e leadership. Dopo il lavoro tacos, guacamole e tortillas, molto piccanti; ovviamente accompagnati da Tequila reposado. Ritorno in Europa alla volta di Parigi: dopo l’immancabile visita all’organo Cavaillé-Coll di Saint-Sulpice, accompagnato dalle improvvisazioni di Daniel Roth e Sophie Véronique

Cauchefer-Choplin, ci rechiamo nella nuova sala da concerti alla Villette, la Philharmonie, per ascoltare il suono dell’organo Rieger che verrà presto inaugurato: un pachiderma di 91 registri distribuiti su 4 tastiere e pedaliera. Scorpacciata di ostriche e foie-gras, con Muscadet e Sauternes. Arrivati a Vicenza entriamo nella macchina del tempo gentilmente prestataci da H.G. Wells, e raggiungiamo i 2000 gentiluomini accorsi il 3 marzo 1585 all’inaugurazione del Teatro Olimpico, ideato dal sommo Palladio. L’Accademia Olimpica è riuscita nell’impresa che sarà quella di Wagner: far confluire nel migliore teatro del mondo la somma eccellenza artistica, con la rappresentazione della più nobile tragedia che esista – l’Edipo tiranno di Sofocle – per la regia di Angelo Ingegneri e la musica di Andrea Gabrieli. La mente è appagata attraverso occhi, orecchi e narici; magnifica scena e ottima musica «con la compagnia di odori & profumi penetranti & soavi». Baccalà alla vicentina, preziosi vini dei Colli Euganei. Torniamo dal Cinquecento al presente, per la XII edizione de La Via Lattea, dal 19 al 23 agosto prossimi: Mario Pagliarani ci sta preparando

tre pianoforti a coda nei boschi del Serpiano, per una versione inedita del Catalogue d’oiseaux di Olivier Messiaen. Affettato rigorosamente nostrano con zincarlin e miele; Merlot di quello buono. Come ormai da apprezzata tradizione anche per l’edizione 2015 de La Via Lattea – la dodicesima in assoluto – il Percento Culturale Migros Ticino rinnova il proprio sostegno alla manifestazione. Il sempre fertile e sorprendente pellegrinaggio (musicale, ma non solo) ideato da Mario Pagliarani quest’anno si presenta con il titolo Macchina per cinguettare, stabilendo da subito una feconda relazione con una delle più particolari opere musicali mai scritte: il Catalogue d’Oiseaux di Olivier Messiaen. Gli appuntamenti sono per i giorni 19, 20, 21, 22 e 23 agosto tra Luganese e Mendrisiotto, ulteriori informazioni al sito www.lavialattea12.ch. Destinazioni musicali

1. Bayreuth 2. Ciudad de México 3. Paris 4. Vicenza 5. Serpiano


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

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Idee e acquisti per la settimana

shopping Pane leopardo, come in un film... la fantasia non ha limiti! Attualità Un pane versatile e giocoso, dalla colazione dei bambini alla cena a tema

ragus. «Durante il Festival di Locarno, per Cinema e Gioventù, iniziativa del Dipartimento dell'educazione per avvicinare i giovani alla settima arte, mi occupo della giuria dei cortometraggi composta da ragazzi tra i 16 e i 20 anni. Durante la rassegna la mia compagna Francesca rimane a casa con Noah, nostro figlio di quattro anni, e da subito è diventata una tradizione che durante i miei giorni di assenza porti a casa la mattina il pane leopardo fresco per la colazione e la merenda, un modo divertente e giocoso per stare vicino a mio figlio anche se sono assente. La crosta screpolata piace molto a Noah e la colazione diventa occasione per esercitare la fantasia, una cosa a cui io e Francesca teniamo molto in quanto gioco e immaginazione rivestono un ruolo importante nella nostra vita e nel nostro lavoro». Cogliete anche voi l'occasione per scatenare la vostra fantasia organizzando una cena a tema cinema per aggregare degli amici, magari proprio prima di uscire per una proiezione! Basta mettere in tavola delle pagnotte leopardo, fare i segnaposto con le foto dei divi, preparare un menù ispirato ad un grande classico del cinema. Pane del leopardo, il gadget indispensabile per tutti i cinefili! / Luisa Jane Rusconi

Riccardo Bernasconi acquista regolarmente il pane leopardo.

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Maestoso, dal passo felpato e dalla personalità mordente. L'avrete visto in questi giorni protagonista di cartelloni affissi un po’ ovunque: il leopardo, dal 1968 simbolo della celebre kermesse cinematografica locarnese. In maniera meno appariscente ma non per questo di minor successo, il felino è presente anche sugli scaffali della Migros. Il pane leopardo, da molti anni un classico dell'assortimento Jowa, è un pane curioso dalle origini incerte. Chiamato in America Dutch crunch bread, in italiano «pane croccante olandese», si presume sia nato dall'incontro della cultura fiamminga con quella asiatica da cui proverrebbe l'idea di ricoprire il pane con una pastella di acqua, farina di riso, zucchero e olio di girasole che in cottura si screpola, dando origine ad una crosta croccante e maculata che ricorda il manto del pardo. La mollica leggera e morbida di questo pane bianco si presta a qualsiasi abbinamento, dal dolce al salato, e ben fa da contrasto alla crosta spessa. Qualità per la quale, grazie ai suoi aficionados che non riescono a resistervi, la presenza del pane leopardo è rimasta invariata nelle maggiori filiali Migros ticinesi. Tra i suoi fans anche Riccardo Bernasconi, della casa di produzione Studio Aspa-


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Idee e acquisti per la settimana

Rinfrescante e benefica dolcezza mediterranea Attualità Le angurie sono il frutto perfetto per i caldi giorni estivi

Insalata d’anguria e pomodori

Dolce, rinfrescante, povera di calorie e sana: l’anguria d’estate riscuote sempre un grande successo tra gli amanti della frutta. Grazie al suo contenuto d’acqua di oltre il 90%, addentare un’anguria è come concedersi una bella bibita dissetante. Ma la polpa è anche ricca di antiossidanti, vitamine, potassio e betacarotene. Tagliata a fette si gusta soprattutto da sola, ma può essere anche abbinata a formaggi tipo feta, pomodori, cetrioli oppure è ideale per la preparazione di sorbetti, ghiaccioli, granite e cocktail. Alcune varietà di anguria possono raggiungere un peso di oltre 20 chilogrammi, mentre per le economie domestiche più piccole esiste la variante mini priva di semi, nota con il nome di Solinda. L’anguria selvatica è probabilmente originaria delle regioni dell’Africa Tropicale, dove è coltivata da moltissimi anni, ma si è diffusa piuttosto presto in tutto il bacino mediterraneo diventando di fatto, grazie all’alto tenore di acqua, uno degli alimenti principali per le popolazioni di quelle regioni dal clima secco. Consigli per il consumo: l’anguria è pronta al consumo quando, battendo la superficie, si avverte un rumore sordo. L’anguria non ama le temperature troppo fredde, pertanto si sconsiglia di tenerla in frigorifero. L’ideale è conservarla ad una temperatura tra i 15 e i 20 gradi e consumarla entro una decina di giorni. Infine, segnaliamo che nella mall del Centro S. Antonino da mercoledì a venerdì di questa settimana è prevista una vendita speciale con degustazione di angurie XXL.

4 porzioni Ingredienti 1 scalogno mezzo mazzetto d’erbe, ad es. coriandolo o prezzemolo 1 cetriolo 500 g di pomodori, ad es. rossi e gialli 500 g d’anguria 1 limone 4 cucchiai d’olio d’oliva mezzo cucchiaino di marmellata d’arance amare o di miele fleur de sel pepe dal macinapepe Preparazione Tritate lo scalogno e il coriandolo compresi i gambi. Tagliate il cetriolo e i pomodori a fette. Tagliate l’anguria prima a spicchi poi a fettine. Grattugiate la scorza del limone e spremete il succo. Mescolate lo scalogno con il coriandolo, il succo e la scorza del limone, l’olio e la marmellata. Condite con sale e pepe. Mescolate il cetriolo con i pomodori e l’anguria e condite con la salsa.

Ricetta di

Insalate che stuzzicano

Appetitosa e nutriente: l’insalata di spelta, pomodorini, feta e olive. (Flavia Leuenberger)

Le insalate già pronte appena introdotte ai reparti gastronomia Migros arricchiscono a meraviglia non solo la tavola estiva, ma sono anche ideali come spuntino sano e nutriente da portare con sé in piscina, al lago, in montagna, in ufficio… Sono preparate artigianalmente con ingredienti

selezionati e un tocco di creatività. La scelta, che non mancherà di stuzzicare anche i palati più difficili, include: l’insalata di spelta con pomodorini, feta e olive; l’insalata di orzo con fagiolini e pesto; l’insalata di riso al gelsomino con gamberetti e latte di cocco e il Cous Cous con verdure.


Ricetta e foto: saison.ch

Penne ai broccoli con pollo

Piatto principale per 4 persone

33% 15.– invece di 22.60 Sminuzzato di pollo Optigal in conf. da 3 Svizzera, 3 x 222 g

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Ingredienti: 400 g di broccoli, sale, 350 g di penne, 6 cucchiai di pinoli, 1 cipolla, 1 cucchiaio d’olio di girasole, 400 g di sminuzzato di pollo, 2 dl di latte, 2 dl di panna semigrassa, pepe Preparazione: dividete i broccoli in rosette. Lessatele in abbondante acqua salata per ca. 3 minuti. Estraetele, passatele sotto l’acqua fredda e sgocciolatele. Cuocete le penne al dente nell’acqua di cottura dei broccoli. Scolatele e sgocciolatele. Tostate i pinoli in una padella antiaderente senza aggiungere grassi, finché si dorano. Tagliate la cipolla ad anelli e rosolatela nell’olio. Aggiungete lo sminuzzato di pollo e continuate la rosolatura. Unite i broccoli, le penne, il latte e la panna. Portate a ebollizione, fate ridurre un poco la salsa e condite con sale e pepe. Cospargete di pinoli e servite. Tempo di preparazione ca. 30 minuti Per persona ca. 42 g di proteine, 32 g di grassi, 71 g di carboidrati, 3100 kJ/750 kcal


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Idee e acquisti per la settimana

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stenibili, completamente biodegradabili. Questi detergenti sono inoltre particolarmente delicati sulla pelle, ipoallergenici e confezionati in flaconi al 100% riciclabili. La gamma Chanteclair Vert include uno sgrassatore universale indicato per forni, cappe, grill, pentolame, piani di lavoro,

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Flavia Leuenberger

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Top10 CD

Top10 DVD

Top10 Libri

1. The Kolors

1. Cattivissimo me 1+2+Stressball

1. E. L. James

Out

Gli scorsi 28/29/30 maggio l’OBI di S. Antonino ha festeggiato i dieci anni di attività. E lo ha fatto in grande stile con offerte speciali giubileo, omaggi per la clientela, castelli gonfiabili e palloncini per i più piccoli, giornate di consulenza professionale ed una caccia al tesoro con in

Grey, Mondadori

palio 3 ambiti premi principali. Ecco i vincitori di quest’ultimo evento: 1° premio: Grill a gas Fire King Monaco del valore di Fr. 599.-, a Enea Casè di Gordola 2° premio: Idropulitrice Kärcher K5 Premium Car & Home del valore di Fr. 379.-, a Michele

Elsener di Gravesano 3° premio: Trapano avvitatore a batteria Bosch PSR 1800 LI-2 del valore di Fr. 199.-, a Sara Rodrigues di Lodrino Nella foto, Oliver Monti, sostituto gerente di OBI S. Antonino (a sinistra), consegna i premi ai fortunati vincitori.

Il barometro dei prezzi

Animazione 2. Jovanotti

Lorenzo 2015 CC 3. J-AX

2. Anna Todd 2. Insurgent The Divergent Series

After, Sperling

S. Woodley, T. James

3. Paula Hawkins

Il bello d’esser brutti

La ragazza del treno, Piemme 3. Home - A Casa

4. Tiziano Ferro

Animazione

4. Andrea Camilleri

La giostra degli scambi, Sellerio

Best of 4. Focus - niente è come sembra 5. Marco Mengoni

W. Smith, M. Robbie

5. Giorgio Faletti

La piuma, Baldini

Parole in circolo 5. Ma che bella sorpresa 6. Ligabue

C. Bisio, F. Matano

6. Sveva Casati Modignani

Migros riduce i prezzi di diversi articoli. Al contrario il fornitore dei bastoncini di tofu bio aumenta i suoi prezzi. Migros è costretta a riversare una parte di questo rincaro alla clientela, pertanto il prodotto sarà più caro

La vigna di Angelica, Sperling

Giro del mondo (2 CD+DVD) 6. Cinquanta sfumature di grigio 7. Briga

D. Johnson, J. Dornan

Never Again 7. Dracula Untold 8. Maroon 5

8. Marcello Simoni 8. La teoria del tutto

L’abbazia dei cento delitti, Newton

E. Redmayne, F. Jones

Perfetto

9. Luca Bianchini 9. Guardiani della galassia

10. Muse

Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi

L. Evans, S. Gadon

V (nuova edizione) 9. Eros Ramazzotti

7. Carlo Rovelli

B. Cooper, V. Diesel

Dimmi che credi nel destino, Mondadori

Drones 10. The Equalizer

D. Washington, C.G. Moretz

10. Glenn Cooper

La porta delle tenebre, Nord

Alcuni esempi:

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Idee e acquisti per la settimana

TerraSuisse

Il meglio del manzo

Se per il vostro arrosto di manzo utilizzate carne TerraSuisse, create il presupposto per servire un piatto di alta qualità. Ma non tutti i tagli di carne di manzo si prestano bene a questa preparazione. Eccovi qualche dritta

Severe linee direttive

Per un maggior benessere degli animali e una più alta qualità

Groppa 1 La carne della groppa è adattissima ad essere stufata, ad esempio per gli spezzatini e l’arrosto. Dalle parti posteriori, che si trovano vicino al controfiletto, si ricavano ottime bistecche (costaschiena). Controfiletto

2 Il controfiletto fornisce i tagli più

1

Biancostato o 6 piancostato Questa parte è utilizzata principalmente per il bollito. Il biancostato ha un’alta percentuale di grasso, il che rende la carne più saporita.

I contadini IP-Suisse che producono per il marchio TerraSuisse allevano i loro manzi in stalle comode e spaziose, nelle quali possono muoversi liberamente, e hanno sempre la possibilità di uscire all’aperto. Questo tipo di allevamento e l’alimentazione fornita agli animali, adatta alla loro specie, contribuiscono notevolmente alla qualità della carne. Inoltre, mediante misure ecologiche i contadini IP-Suisse incentivano la molteplicità paesaggistica e biologica (biodiversità).

3

2

Coerentemente svizzero Nel 2008 Migros ha lanciato il marchio TerraSuisse. I prodotti che lo distinguono provengono al 100 per cento dalla Svizzera.

Biancostato o piancostato di

7 pancia

apprezzati, perché tenerissimi, come filetto, entrecôte risp. roastbeef. Dalla lombata posteriore piana e dalle vertebre dorsali si ottengono le T-bone-steak, tipicamente americane.

Anche questo taglio presenta abbondanti venature di grasso e si presta quindi bene per preparare il brodo di carne, e in parte anche per salsicce e carne tritata.

Anca 3 Dall’anca si ricavano bistecche e la carne per lo sminuzzato, ma anche per arrosti o – dalla parte posteriore – per la picanha, tipico piatto brasiliano. La carne dell’anca è adatta anche per tagliarvi fettine da cuocere solo brevemente.

Coscia superiore 8 Dalla coscia superiore si ricavano le tenere fettine di manzo e la carne per sminuzzati, particolarmente adatta a una cottura breve. Se ne tagliano anche scaloppine da cuocere a temperatura media.

8 6

5

4

7

Petto

Collo 4 Dal collo si ottiene lo spezzatino, il quale – contrariamente allo sminuzzato – va cotto a lungo a bassa tempertura. Spalla

5 I tagli provenienti dalla spalla

Testo Claudia Schmidt; Foto Veronika Studer; illustrazione Mira Gisler

si possono brasare o cuocere facilmente. Grazie a una brasatura delicata, questa carne muscolosa diventa particolarmente tenera e saporita. È invece meno adatta ad essere cotta brevemente.

9 I tagli provenienti dal petto sono particolarmente adatti ad essere stufati o utilizzati per ottenere un buon brodo aromatico. La parte piatta del petto serve solitamente per il lesso.

9 10

11

Stinco

10 Lo stinco (geretto) ha un’alta percentuale di proteine del

11 tessuto connettivo. La sua carne va cotta a lungo e si presta alla preparazione di bolliti e spezzatini. Per preparare il noto gulasch ungherese è indispensabile utilizzare carne dello stinco.

TerraSuisse è simbolo di un’agricoltura rispettosa della natura e degli animali. Il marchio svizzero di sostenibilità si basa sulle linee direttive di IP-Suisse, l’associazione svizzera dei contadini che producono in modo integrato. Parte di


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Tagliata di manzo su insalata di melanzane e pomodori Piatto principale per 4 persone Ingredienti 4 entrecôte di ca. 200 g ciascuna 3 cucchiai d’olio d’oliva 2 melanzane piccole 1 cipolla rossa 500 g di pomodorini cherry 100 g di rucola Salsa 1 mazzetto di basilico 6 cucchiai d’olio d’oliva 2 cucchiai d’aceto balsamico rosso sale pepe

Preparazione Per la salsa, staccate le foglie di basilico dai rametti e frullatele finemente con l’olio e il balsamico. Condite con sale e pepe. Rosolate la carne in una padella unta d’olio ca. 3 minuti per lato. Estraetela e lasciatela intiepidire. Tagliate le melanzane a fette di ca. 0,5 cm e rosolatele in poco olio o grigliatele ca. 2 minuti per lato. Estraetele e lasciatele intiepidire un po’. Tagliate la cipolla ad anelli sottili. Dimezzate i pomodorini. Tagliate la carne a fette sottili e accomodatela nei piatti con le melanzane, i pomodori, la cipolla e la rucola. Irrorate con la salsa.

TerraSuisse sminuzzato di manzo al prezzo del giorno

Tempo di preparazione ca. 35 minuti Per persona ca. 49 g di proteine, 27 g di grassi, 8 g di carboidrati, 1950 kJ/470 kcal

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Entrecôte cotta brevemente, ancora rosa al centro, tagliata fine, su un letto di insalata e melanzane.

TerraSuisse entrecôte al prezzo del giorno

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Ricette di

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Idee e acquisti per la settimana

Agnesi e Ponti

Garanti del gusto Tradizione familiare, passione, spirito innovativo e amore per i propri prodotti: sono le caratteristiche delle aziende italiane le cui specialità hanno successo in tutto il mondo. Tra loro ci sono sicuramente il pastifico Agnesi e il produttore di aceto Ponti Testo Jacqueline Vinzelberg; Foto dpa Picture-Alliance

Il Nord Italia possiede specialità culinarie come pasta e aceto balsamico. Nella città ligure di Imperia (nella foto) Agnesi produce pasta per la Migros.

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Idee e acquisti per la settimana

1

2 Un collaboratore controlla gli spaghetti prima di metterli ad essiccare nel forno.

Fatti & cifre Sono 39 i prodotti Agnesi attualmente in vendita alla Migros. Tra questi c’è il sugo al basilico, di cui negli ultimi 12 mesi sono state smerciate 1,3 milioni di confezioni, diventando il prodotto Agnesi preferito dagli Svizzeri. Sono oltre 600 i tipi di pasta prodotti in tutto il mondo. Agnesi ne realizza una cinquantina. 3333 metri misura lo spaghetto più lungo del mondo. È stato realizzato nel 2004 in Svizzera, per la precisione a Siblingen (SG). 4000 anni fa si mangiava già la pasta. Non in Italia, ma in Asia: scavi archeologici in Cina hanno riportato alla luce una pentola di 4000 anni, il cui contenuto è stato indentificato dai ricercatori come resti di pasta. Si sarebbe trattato di una specie di spaghetti, lunghi circa mezzo metro. Durante la cottura la pastasciutta raddoppia o addirittura triplica di peso, a seconda della forma e della farina usata. Per un normale primo piatto ci vogliono circa 70 g di pasta secca oppure 150 g di pasta fresca. Ma come piatto unico si può arrivare a 200-250 g. Le diverse forme, lunghezze e superfici della pasta non hanno solo una ragione estetica. Si tratta anche di far aderire il sugo in maniera ottimale. Infatti, non ci sono paste che vanno bene per qualsiasi sugo o qualsiasi tipo di preparazione. Il generale vale il principio: per sughi liquidi si sceglie una pasta lunga e sottile, mentre per sughi più consistenti ci vogliono paste più corte e larghe.

Un giorno Venere entrò in una locanda tra Modena e Bologna. Incuriosito, il cuoco diede una sbirciatina attraverso il buco della serratura e vide l’ombelico della dea dell’Amore. Ne rimase completamente incantato. Poi, in preda all’eccitazione, corse in cucina e ne modellò la forma con la pasta. Ed ecco come, secondo la leggenda, nacquero i tortellini… Che la passione e l’amore per la pasta siano anche i requisiti del successo di Agnesi, lo dimostrano diversi fatti. Oltre a potersi vantare di aver sviluppato più di cento forme di questo popolare alimento, Agnesi è anche il più antico pastificio italiano tuttora attivo, che tra l’altro produce pasta in esclusiva per la Migros già da 62 anni. La prima pietra la posò Paolo Battista Agnesi, quando nel 1824 comprò nel paesino ligure di Pontedassio un mulino che gli consentiva di macinare 120 quintali di frumento al giorno e di produrre direttamente la pasta. Già all’epoca le paste Agnesi utilizzavano solo le migliori materie prime. Per potersele procurare non lesinarono sforzi e risorse. La fami-

glia armò una propria flotta di velieri per rifornirsi dall’Ucraina di «taganrog», che allora era considerato il miglior grano duro del mondo. A quel punto, divenne importante avere un sito di produzione direttamente sul mare, perciò la ditta si trasferì ad Imperia. Il veliero è rimasto nel simbolo dell’azienda e ricorda quei tempi su ogni confezione, benché dal 1999 questa azienda di grande tradizione appartenga al gruppo alimentare Colussi. Mentre la produzione della pasta all’uovo e quella di farina integrale si svolge nello stabilimento piemontese di Fossano, nella storica fabbrica sulle banchine del porto di Imperia si continua a realizzare la tipica pasta italiana di grano duro. Il segreto sta nell’essiccazione

Le pareti insonorizzate ospitano un impianto industriale tra i più moderni. Qui, ogni giorno della settimana, 24 ore su 24, si lavorano non meno di 18 500 tonnellate di frumento, proveniente principalmente dal Canada, come pure da Francia, Spagna e Italia. La farina di grano duro viene separata dagli altri

componenti e impastata. L’impasto viene tagliato e modellato a seconda dei tipi di pastasciutta, poi viene posato su ripiani o appeso a sbarre di metallo. La pasta è poi messa ad essiccare in appositi forni a temperatura relativamente bassa, dove resta anche per dodici ore prima di finire nelle confezioni. Il processo di fabbricazione sviluppato da Agnesi e la lunga essicazione garantiscono la qualità della pasta e la rendono particolarmente resistente alla cottura. Non c’è pasta senza sugo

Siccome anche la miglior pastasciutta ha bisogno del sugo giusto per sprigionare tutto il suo sapore, non stupisce che nell’ampio assortimento Agnesi non ci siano unicamente una cinquantina di formati di pasta, ma anche diverse varietà di sughi e pesti, che vengono continuamente affinati. E così, per esempio, in collaborazione con l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, in Piemonte, si studiano quali tipi di pasta e combinazioni di sughi si abbinano meglio alla tradizionale cucina ligure.

Foto Agnesi, Martino Lombezzi

3

1 Interno del pastificio Agnesi ad Imperia: alcuni collaboratori sorvegliano la linea di produzione. 2 Scorcio della banchina del porto di Imperia, dove Agnesi ha uno dei suoi due stabilimenti. L’altro si trova a Fossano, in Piemonte. 3 Nella collezione storica di Agnesi ci sono anche confezioni di pastasciutta dell’epoca in cui fu fondata l’azienda (foto sopra). L’immagine sotto mostra come si presentano ora le confezioni Agnesi. Nell’ambito dell’attuale rilancio, in corso dallo scorso mese di giugno, anche il logo originale degli anni cinquanta (foto centrale) è stato sostituito da un soggetto moderno. Tuttavia non si è voluto rinunciare al veliero, storico simbolo aziendale.


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Idee e acquisti per la settimana

1 1 L’aceto balsamico di Modena di Ponti è ai primi posti nei gusti della clientela Migros. 2 Uno scorcio del centro di Modena con il Palazzo Comunale e il portale del Duomo. 3 Più l’aceto balsamico matura in botte, più il suo aroma diventa intenso.

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2 Ponti

Balsamo per il palato Modena è celebre in tutto il mondo per il suo aceto balsamico. Anche l’azienda a conduzione familiare Ponti vi produce buona parte dei suoi aceti tipici. Una storia che ha quasi 150 anni Testo Jacqueline Vinzelberg; Foto Ponti, Fotofinder

La denominazione di balsamico la deve alle tante virtù terapeutiche che gli vengono attribuite. Per questo, sin nel Settecento, il duca di Modena Francesco IV ne portava sempre una bottiglietta con sé. La provincia di Modena è la patria dell’Aceto balsamico di Modena IGP, dove il suffisso «di Modena» rappresenta un’indicazione geografica protetta. Anche l’azienda a conduzione familiare Ponti produce le sue specialità di balsamico in questa zona dal clima ottimale. Giacomo Ponti, rappre-

sentante della quinta generazione alla guida della ditta fondata dal bisnonno, spiega il perché: «La calura estiva provoca un’elevata concentrazione, mentre il freddo invernale fa depositare le sostanze in sospensione». Gli sbalzi di temperatura stagionali, quindi, conferiscono all’aceto il suo carattere particolare. Un influsso ce l’hanno anche gli aromi sprigionati dai legni pregiati delle botti, come il rovere o il ciliegio, che si legano armoniosamente all’aceto che vi matura all’interno.

Al successo con l’aceto

Nel 1867, il viticoltore Giovanni Ponti iniziò a produrre aceto dalle sue uve di Sizzano, un paesino piemontese. «A quei tempi l’aceto era un prodotto estivo», racconta il suo bisnipote, «E spesso veniva usato anche per conservare delle verdure appena raccolte». Il fondatore aveva un talento talmente eccezionale nel produrre aceto, che presto divenne la sua occupazione durante tutto l’anno. Ciò gli valse il soprannome di «Giovanni d’la asei», ovvero «Giovanni dell’aceto» in

dialetto piemontese. Gli affari crebbero rapidamente e venne affiancato dal figlio Antonio. Alla fine degli anni ’30 del Novecento, la famiglia si lanciò su un nuovo segmento di mercato con la produzione di sottaceti, dimostrando spirito d’innovazione e sensibilità per le tendenze. Quando negli anni Ottanta l’aceto balsamico conobbe la sua apoteosi culinaria, Ponti acquisì la società Modenaceti di Vignola, specializzata nella produzione di Aceto balsamico di Modena, spianando la strada ad un futuro di successi.

Presenti in oltre 70 nazioni

La ricetta segreta di Ponti è da sempre la qualità. Ingredienti naturali e una lavorazione estremamente accurata sono alla base di tutti i prodotti del suo vasto assortimento. Oggi la sede aziendale si trova a Ghemme, un piccolo comune vicino a Sizzano. Qui e in altri tre stabilimenti, circa 190 collaboratori producono annualmente oltre 70 milioni di bottiglie di aceto, che vengono esportate in oltre 70 Paesi. La Migros annovera nel suo assortimento 12 specialità di aceto Ponti.


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3 per 2 33.60 invece di 50.40 Tutti i pannolini Pampers (confezioni giganti escluse), offerta valida per 3 prodotti con lo stesso prezzo, per es. Baby-Dry 3, 3 x 50 pezzi, offerta valida fino al 24.8.2015

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Tutto l’assortimento di prodotti a base di ovatta Primella o bio a partire dall’acquisto di 2 prodotti, –.40 di riduzione l’uno, per es. dischetti d’ovatta Primella, 80 pezzi, offerta valida fino al 24.8.2015

Cuscino laterale Noel imbottitura 100% poliestere, fodera interna 100% poliestere, fodera esterna 100% cotone, bianco, 900 g, 145 x 40 cm, offerta valida fino al 24.8.2015

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Mortadella Beretta, affettata, Italia, per 100 g 2.40 invece di 3.– 20% Bratwurst di vitello, TerraSuisse, in conf. da 3, 3 x 2 pezzi, 840 g 7.80 invece di 15.60 50% Prosciutto crudo di Parma Beretta in vaschetta maxi, Italia, 108 g 5.95 invece di 7.45 20% Petto di tacchino, affettato finemente, o carne secca di tacchino M-Classic in conf. da 2, per es. petto di tacchino M-Classic, affettato finemente, Brasile / Francia, 2 x 144 g 4.90 invece di 7.– 30% Carne di manzo macinata M-Classic, Svizzera, al kg 10.80 invece di 18.– 40% Sminuzzato di pollo Optigal in conf. da 3, Svizzera, 3 x 222 g 15.– invece di 22.60 33% Croccantini di pangasio M-Classic, ASC, d’allevamento, Vietnam, 700 g 9.60 invece di 13.85 30% * Luganighetta per il grill, Svizzera, imballata, per 100 g 1.10 invece di 1.85 40% Roastbeef cotto, Svizzera / Germania, affettato in vaschetta, per 100 g 4.85 invece di 6.95 30% Salametti a pasta fine, prodotti in Ticino, in conf. da 2 pezzi, per 100 g 2.95 invece di 3.70 20% Costine di maiale, Svizzera, imballate, per 100 g 1.20 invece di 1.80 33% Fettine fesa di vitello, Olanda, imballate, per 100 g 4.25 invece di 7.15 40% Galletto speziato, Optigal, Svizzera, in conf. da 2 pezzi, per 100 g 1.– invece di 1.45 30% Filetto di manzo, Australia, al banco a servizio, per 100 g 6.30 invece di 9.10 30% Orata reale 300–600 g, Grecia, per 100 g, fino al 14.8 1.60 invece di 2.30 30%

PANE E LATTICINI Panini del mercato M-Classic in conf. da 4, 4 x 70 g 20x 3.60 NOVITÀ *,** Pane ai cereali Harry, 20x 500 g 2.85 NOVITÀ *,** Il Burro, panetto da 250 g, –.20 di riduzione 2.85 invece di 3.05 Quark alla frutta M-Classic in conf. da 4, 4 x 125 g, per es. alla fragola 2.– invece di 2.40 15% Grana Padano, per es. pezzo, per 100 g 1.60 invece di 2.– 20% Grana Padano Gran Riserva, 20x per 100 g 2.75 NOVITÀ *,** Tilsiter dolce, per 100 g 1.05 invece di 1.35 20% Pecorino toscano, per 100 g 20x 2.35 NOVITÀ *,** Pane con 0,7% di sale, –.35 di riduzione 2.05 invece di 2.40 Pane Leopardo, –.30 di riduzione, 350 g 1.80 invece di 2.10 Tutto l’assortimento Galbani, per es. Mozzarella Galbani Maxi, in conf. da 250 g 2.65 invece di 3.85 30%

FIORI E PIANTE Rose, Fairtrade, disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo di 40 cm, mazzo da 20, 2.– di riduzione 10.90 invece di 12.90 Diverse orchidee, in vaso da 12 cm, la pianta 17.90 invece di 24.90 25%

ALTRI ALIMENTI Tutte le barrette Mars, Snickers o Twix in conf. da 12, 10 pezzi + 2 gratis, per es. Snickers, 12 x 50 g 4.15 invece di 5.– 15% Tavolette di cioccolato Frey da 100 g in conf. da 8, UTZ, Giandor o Noxana al latte, per es. Noxana al latte, 8 x 100 g 11.40 invece di 16.40 30% Stimorol in conf. da 2 con 14 pacchetti o Trident in conf. da 2 con 4 pacchetti, per es. Stimorol Spearmint in conf. da 2, 2 x 7 pacchetti 6.70 invece di 9.60 30% Tutti i biscotti Créa d’Or, a partire dall’acquisto di 2 prodotti, –.60 di riduzione l’uno, per es. bretzeli, 100 g 1.95 invece di 2.55 Confettura svizzera di lamponi Favorit, 350 g 20x 3.80 NOVITÀ *,** Tutti i birchermüesli Reddy o Migros Bio, per es. Reddy Fit, 700 g 3.80 invece di 4.80 20% Tutto l’assortimento Wasa, per es. sandwich Cream cheese & chives, 111 g 2.35 invece di 2.95 20% Farmer Nuts & Fruits ai cranberry, aha!, 20x 3 x 35 g 4.20 NOVITÀ *,**

Tutte le lasagne Buon Gusto o tutti i pasti pronti Yummie, surgelati, per es. lasagne alla bolognese Buon Gusto, 360 g 2.35 invece di 3.40 30% Filetti dorsali di merluzzo Pelican, MSC, in conf. da 2, surgelati, 2 x 400 g 14.55 invece di 20.80 30% MegaStar in conf. da 12, UTZ, vaniglia, mandorla, cappuccino, per es. mandorla, 1440 ml 9.– invece di 18.– 50% Tutte le bevande dolci Jarimba in conf. da 6, 6 x 1,5 l, per es. limone e sambuco 4.95 invece di 9.90 50% Tutte le bevande Oasis, per es. Cocktail Tropical, 6 x 25 cl 5.– invece di 7.20 30% San Pellegrino in conf. da 6, 6 x 1,5 l o 6 x 50 cl, per es. 6 x 1,5 l 3.80 invece di 5.70 33% Ice Tea in bottiglie di PET in conf. da 6, 6 x 1,5 l, per es. al limone 5.40 invece di 8.10 6 per 4 Tutti i tipi di purea di patate Mifloc, per es. 4 x 95 g 3.60 invece di 4.55 20% Tutte le salse Agnesi, a partire dall’acquisto di 2 prodotti, –.50 di riduzione l’uno, per es. al basilico, 400 g 2.40 invece di 2.90 Spaghetti Agnesi, 500 g, a partire dall’acquisto di 2 prodotti, –.50 di riduzione l’uno 1.30 invece di 1.80 Tutti i tipi di aceto e di salse Ponti o Giacobazzi, per es. aceto balsamico di Modena Ponti, 50 cl 3.40 invece di 4.25 20% Tutte le salse per grigliate M-Classic, per es. salsa cocktail, 250 ml 2.20 invece di 2.80 20% Tutti gli antipasti Polli, Le conserve della nonna o Dittmann, per es. pomodori essiccati in olio di girasole Le conserve della nonna, 340 g 3.75 invece di 4.70 20% Zuppa estiva al melone o alla fragola Bon Chef, per es. zuppa di fragole, 30x 60 g 1.90 30x PUNTI Tutte le salse Bon Chef, per es. salsa al curry in bustina, 30 g 1.10 invece di 1.40 20% Prodotti da spalmare in conf. da 2, per es. Crème Sandwich, 2 x 200 g 4.90 invece di 6.20 20% Ravioli M-Classic in conf. da 6, per es. alla napoletana, 6 x 870 g 8.70 invece di 17.40 50% Soba curry Nissin, 108 g 30x 1.70 30x PUNTI Chips Zweifel da 170 g, 280 g o 300 g, 1.– di riduzione, per es. alla paprica, 280 g 4.70 invece di 5.70 Pom-Bär in conf. da 2, 2 x 100 g, per es. Original 3.50 invece di 4.40 20% Tutti i fagottini alle pere, per es. Migros Bio, 150 g 1.50 invece di 1.90 20% Bretzel alla vaniglia M-Classic, 400 g 20x 5.30 NOVITÀ *,** Biscotti prussiani, 500 g 3.20 invece di 4.– 20% Berliner in conf. da 6, 6 x 70 g 3.90 invece di 5.85 6 per 4 Pasta per pizza Anna’s Best in conf. da 2, spianata, rotonda, con rotella tagliapasta gratuita, 2 x 260 g 3.80 invece di 4.80 20%

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Sandwich con pane arabo e hummus Anna’s Best Vegi, 20x 170 g 4.20 NOVITÀ ** Tutto l’assortimento di composte e succhi freschi Andros, per es. composta di fragole, 8 x 100 g 4.95 invece di 6.20 20% Tzatziki Anna’s Best Vegi, 20x 175 g 3.50 NOVITÀ ** Tortellini o trofie Armando de Angelis in conf. da 2, per es. tortellini al prosciutto crudo, 2 x 250 g 7.50 invece di 10.80 30% Pizza M-Classic in conf. da 4, per es. del padrone, 4 x 370 g 11.50 invece di 19.20 40% Amaretti Savaris, 250 g 3.75 invece di 4.70 20% Cornetti alla crema, 2 pezzi, 140 g 2.55 invece di 3.20 20%

NEAR FOOD / NON FOOD Alimenti umidi in bustina Exelcat in conf. da 24 (bontà in gelatina escluse), 24 x 100 g, 24 x 85 g o 24 x 50 g, per es. filetti grigliati di pollo, 24 x 85 g 15.80 invece di 19.80 20% Alimenti umidi Exelcat in bustina, bontà al pollo in gelatina, in conf. da 24, 24 x 100 g 15.80 invece di 18.60 15% Tutte le salviettine detergenti per il viso (prodotti Bellena, confezioni mini e confezioni multiple esclusi), a partire dall’acquisto di 2 prodotti, 1.– di riduzione l’uno, per es. salviettine detergenti per il viso I am per pelli secche e sensibili, 25 pezzi 2.90 invece di 3.90 ** Rasoio Gillette Venus, per es. rasoio Venus 7.25 invece di 12.10 40% ** Lame Spa Breeze Gillette Venus in conf. da 8 26.50 invece di 31.60 15% ** Tutti i rasoi da uomo Gillette (lame di ricambio, rasoi usa e getta o confezioni multiple esclusi), per es. rasoio Fusion ProGlide FlexBall, il pezzo 9.45 invece di 15.80 40% ** Tutto l’assortimento di prodotti a base di ovatta Primella o bio, a partire dall’acquisto di 2 prodotti, –.40 di riduzione l’uno, per es. dischetti d’ovatta Primella, 80 pezzi 1.50 invece di 1.90 ** Soluzione per lavaggio nasale Sanactiv, 125 ml 20x 12.90 NOVITÀ *,** Tutti i pannolini Pampers (confezioni giganti escluse), offerta valida per 3 prodotti con lo stesso prezzo, per es. Baby-Dry 3, 3 x 50 pezzi 33.60 invece di 50.40 3 per 2 ** Abbigliamento per il tempo libero, disponibile in diversi colori e misure, per es. pantaloni da jogging, grigio medio, tg. 140 12.90 ** Detersivi Total in conf. da 2, 2 x 2 l, per es. Color 25.40 invece di 31.80 20% ** Detersivi Total Limited Edition in conf. risparmio XXL, 7.5 kg, per es. Suisse Alpine 24.10 invece di 48.20 50% ** Detersivi per i piatti Handy in conf. da 3, per es. Classic, 3 x 750 ml 4.55 invece di 5.40 15% **


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Idee e acquisti per la settimana

Agnesi e Ponti

Viva la Pasta Una tavola senza la pasta è impensabile in Italia. Ne esistono 600 variazioni, servite calde o fredde, ma sempre e comunque «al dente». E magari con una spruzzata di aceto balsamico Testo Sonja Leissing; Foto e Styling Claudia Linsi; Illustrazioni Felice Bruno

Venezia

Insalata di pasta e carciofi Piatto principale per 4 persone

Suggerimento: Insaporite l’insalata con bocconcini di gorgonzola.

Ingredienti 400 g di pasta, ad es. Gnocchi n. 54 sale 1 mazzetto d’erbe miste, ad es. erba cipollina, prezzemolo e origano 6 cucchiai d’olio d’oliva 4 cucchiai d’aceto balsamico di Modena pepe 350 g di pomodori cherry 250 g di carciofi sott’olio Antipasti 100 g di gorgonzola Preparazione 1. Cuocete al dente la pasta in abbondante acqua salata. Scolate, passate sotto l’acqua fredda e lasciate sgocciolare. Per la salsa, tritate le erbe. Mescolate l’olio d’oliva con l’aceto balsamico e le erbe. Condite con sale e pepe. 2. Dimezzate i pomodori. Mescolate la pasta con i pomodori, i carciofi e la salsa. Spezzettate il gorgonzola sulla pasta e servite. Tempo di preparazione ca. 15 minuti Per persona ca. 21 g di proteine, 30 g di grassi, 75 g di carboidrati, 2750 kJ/660 kcal

Novità in edicola Adesso «Cucina di stagione» anche in abbonamento annuale; 12 edizioni per soli Fr. 39.– www.saison.ch o www.cucinadistagione.ch


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Idee e acquisti per la settimana

Le paste

Ad ogni pasta il suo sugo

Liguria e Toscana

Minestra di tortellini Antipasto per 4 persone

Ingredienti 100 g di fagioli borlotti secchi 1 cipolla 1 spicchio d’aglio 200 g di carote 100 g di verza 2 cucchiai d’olio d’oliva 4 cucchiai di concentrato di pomodoro 1,5 dl di brodo di verdura 150 g di tortellini, ad es. al prosciutto crudo Le lasagne sono delle sottili sfoglie di pasta, che vengono disposte a strati e condite con il tradizionale ragù alla bolognese, besciamella e parmigiano. L’impasto fresco si può anche arrotolare e farcire con ricotta e spinaci, trasformandolo così nei cannelloni.

Preparazione 1. Lasciate in ammollo i fagioli in acqua fredda per ca. 12 ore. Scolateli, metteteli in una pentola, riempite d’acqua fredda e precuoceteli per ca. 40 minuti. Scolate e mettete da parte. 2. Tritate grossolanamente la cipolla e l’aglio. Dimezzate le carote per il lungo e tagliatele a fettine. Tagliate la verza a bocconi. Fate appassire le verdure nell’olio. Unite il concentrato di pomodoro e rosolate brevemente. Versate il brodo. Unite i fagioli messi da parte e cuocete a fuoco lento per ca. 20 minuti. Versate i tortellini e cuocete a fuoco lento per ca. 12 minuti. Impiattate la minestra e servite. Accompagnate con pane. Tempo di preparazione ca. 15 minuti + ammollo ca. 12 ore + precottura 40 minuti + cottura a fuoco lento ca. 32 minuti Per persona ca. 13 g di proteine, 8 g di grassi, 36 g di carboidrati, 1000 kJ/250 kcal

Gli spaghetti sono il più classico dei formati di pasta. Ce ne sono di spessi o sottili, bucati o finissimi o addirittura dalla forma squadrata. Gli spaghetti vanno bene sia con un sugo di pomodoro che con una carbonara. Sempre molto in voga anche la popolare versione «aglio, olio e peperoncino».

Le tagliatelle rappresentano la pasta ideale per un saporito ragù di carne. In Toscana le si prepara con sughi a base di selvaggina, coniglio o anatra. Qui da noi piacciono molto anche al salmone. A proposito: le pappardelle non sono altro che delle larghe tagliatelle.

Suggerimento: Servite con parmigiano grattugiato.

Le cravattine chiamate anche farfalle, sono una pasta che si caratterizza per la sua forma particolare e che piace molto ai bambini. Alle cravattine si abbina bene un sugo cremoso.

I gemelli consistono in pratica in due corti bucatini attorcigliati tra loro. Conditi con un sugo di verdure fresche sono una prelibatezza, non solo per i vegetariani.

Gli gnocchi sono fatti con un impasto di patate o farina di frumento o di semola, con l’aggiunta di uova, ricotta o parmigiano a seconda della ricetta. Sono uno dei primi piatti classici della cucina italiana, conditi con leggeri sughi al pomodoro o con burro e salvia.

I tortellini farciti con carne, verdure o ricotta, in alcune regioni d’Italia vengono chiamati cappelletti. Un classico sono i tortellini in brodo o conditi semplicemente con burro e salvia.

Le penne sono una pasta bucata tagliata obliquamente, che si sposa alla perfezione con un sugo al pomodoro dal sapore forte, come per esempio all’arrabbiata. Assieme agli spaghetti sono uno dei formati di pastasciutta più popolari. Ricette di

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Idee e acquisti per la settimana

Emilia Romagna

Lasagne verdi ai funghi e alla salsiccia Piatto principale per 4 persone Per 1 teglia da ca. 2 l

Agnesi Spaghetti N. 3 500 g Fr. 1.80

Agnesi Tortellini 250 g Fr. 2.30

Ingredienti 30 g di burro 30 g di farina 5 dl di latte sale, pepe 1 cipolla 200 g di funghi misti, ad es. cardoncelli e champignon 2 salsicce di maiale, ad es. luganighetta di 200 g l’una 1 cucchiaio d’olio d’oliva 8 dl di sugo di pomodoro, ad es. alla napoletana 10 sfoglie per lasagne verdi, ca. 170 g 50 g di parmigiano grattugiato

Preparazione 1. In una padella sciogliete il burro a fuoco medio. Versate la farina. Tostatela brevemente a fuoco basso, mescolando di continuo. Versate il latte e portate a ebollizione, mescolando di continuo. Condite la besciamella con sale e pepe. Lasciate sobbollire a fuoco basso per 5 minuti, mescolando ogni tanto. 2. Tritate finemente la cipolla. Tagliate i funghi a fettine. Incidete la salsiccia per il lungo. Estraete la carne e tagliatela grossolanamente. Scaldate l’olio. Soffriggete a fuoco medio la cipolla, i funghi e la carne della salsiccia. Versate il sugo di pomodoro. Lasciate sobbollire a fuoco basso per ca. 3 minuti. Condite il sugo con sale e pepe. 3. Scaldate il forno a 200 °C. Accomodate a strati nella teglia il sugo di pomodoro e le sfoglie, iniziando con un po’ di sugo e terminando con la besciamella. Cospargete il parmigiano. Cuocete le lasagne su una griglia al centro del forno per 30-40 minuti. Prima di servire, lasciatele riposare per ca. 5 minuti. Tempo di preparazione ca. 30 minuti + cottura in forno 30-40 minuti Per persona ca. 37 g di proteine, 49 g di grassi, 55 g di carboidrati, 3400 kJ/810 kcal

Agnesi Gemelli integrale 500 g* Fr. 2.10

Agnesi Penne Rigate 500 g Fr. 1.80

Agnesi Penne Ricce 500 g Fr. 1.80

Agnesi Lasagne all’uovo 500 g Fr. 3.25

Agnesi

Per tutti i gusti Ci sono paste di ogni tipo, colore, forma e grandezza. E per chi vuole c’è anche il sugo più appropriato

Agnesi Pesto alla Genovese 185 g Fr. 3.70

Agnesi Pesto alla Calabrese 185 g* Fr. 3.85

Suggerimento: In combinazione con una croccante insalatina.

Agnesi Verdure 400 g* Fr. 3.60

Agnesi Arrabbiata 400 g Fr. 2.90

*Nelle maggiori filiali

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Idee e acquisti per la settimana

Aceto

Tre gusti per tutte le occasioni

Sicilia

Spaghetti con acciughe e pangrattato Piatto principale per 4 persone

Ingredienti 50 g di pane del giorno prima 500 g di pasta, ad es. Spaghetti n. 3 sale 60 g d’acciughe, sgocciolate 2 peperoncini 4 spicchi d’aglio 1,5 dl d’olio d’oliva ½ mazzetto di prezzemolo

Preparazione 1. Scaldate il forno a 180 °C. Accomodate il pane su una teglia foderata con carta da forno. Tostatelo al centro del forno per ca. 30 minuti. Lasciate raffreddare su una griglia. Grattugiatelo con la grattugia per rösti. 2. Cuocete al dente la pasta in abbondante acqua salata. Tritate grossolanamente le acciughe. Tagliate i peperoncini ad anelli e l’aglio a fettine. Scaldate l’olio in una padella capiente. Rosolatevi i peperoncini, l’aglio e le acciughe per ca. 2 minuti. Scolate gli spaghetti, uniteli ancora grondanti alle acciughe e mescolate. Se necessario, condite con sale. Cospargete con il pangrattato e il prezzemolo.

Suggerimento: Guarnite con olive snocciolate.

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + tostatura ca. 30 minuti Per persona ca. 23 g di proteine, 39 g di grassi, 95 g di carboidrati, 3450 kJ/830 kcal

L’aceto balsamico di Modena va bene con qualsiasi condimento per insalata, ma è ideale anche per piatti come uno spezzatino di coniglio o di selvaggina, così come per insaporire verdure e salse. Mentre l’aceto convenzionale è a base di vino bianco o rosso, il balsamico si ottiene bollendo il mosto d’uva. La provincia di Modena è la patria dell’aceto balsamico e la legge determina quali uve regionali possono essere usate per produrlo.

L’aceto dolce del tipo Dolceagro condimento è una miscela di aceto bianco e mosto bollito di uve aromatiche. La sua dolcezza infonde una fragranza particolare a un’insalatina di verdure. Dal momento che è incolore, l’aceto dolce si abbina al meglio a pietanze chiare e, per esempio, si può usare per insaporire una marmellata di pesche o come vinaigrette sulle ostriche.

La crema di aceto come per esempio la Glassa gastronomica all’aceto balsamico è ideale per dare un tocco aromatico al gelato alla vaniglia e fragole oppure per decorare dolci e bouquet d’insalata. Con il suo gusto dolce la crema di balsamico è perfetta anche per condire un’insalata di lenticchie o di Quinoa. Un paio di gocce su un formaggio di capra o di pecora ne fanno risalare il sapore.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶10 agosto 2015¶N. 33

Idee e acquisti per la settimana

Ponti

Ognuno ha il posto Cosa sarebbe una caprese senza uno spruzzo di aceto balsamico? Che sia fruttato, dolce, cremoso, aspro o amabile, l’aceto regala un tocco speciale non solo alle insalate Suggerimento: Usate spicchi di pesca al posto dei lamponi.

Ponti Aceto Balsamico di Modena IGP 500 ml Fr. 4.25

Ponti Aceto Balsamico di Modena IGP Bio 500 ml* Fr. 5.30

Ponti Aceto Balsamico di Modena IGP invecchiato 250 ml Fr. 8.90

Ponti Aroma Antico Aceto di Vino Bianco 500 ml Fr. 1.90

Ponti Dolce Agro Condimento Bianco Bio 500 ml* Fr. 5.90

Emilia Romagna

Gelato con balsamico Dessert per 4 persone Ingredienti 500 g di gelato alla vaniglia 40 g di crema di balsamico, ad es. Glassa gastronomica all’aceto balsamico 200 g di fragole 200 g di lamponi 1 cucchiaino di pasta di vaniglia 2 rametti di menta Preparazione 1. Trasferite a piacere il gelato in uno stampo da cake e lasciatelo scongelare a temperatura ambiente finché diventa mescolabile. Spruzzate la metà della crema di balsamico sul gelato, in modo che penetri leggermente. Passando il manico di un cucchiaio nel gelato, marmorizzatelo in modo uniforme. Mettete in congelatore per ca. 3 ore.

Ponti Aceto Balsamico di Modena IGP 250 ml Fr. 4.90

Ponti Aceto Balsamico di Modena IGP Spray 250 ml* Fr. 5.80

Ponti Dolce Agro Condimento Bianco 250 ml Fr. 3.10

Ponti Glassa gastronomica con Aceto Balsamico di Modena IGP 250 g Fr. 5.90

Ponti Crema Glassa gastronomica al succo di mela 240 g* Fr. 5.90

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2. Dimezzate le fragole. Distribuitele in coppette da dessert con i lamponi. Mescolate la crema di balsamico restante con la pasta di vaniglia e irrorate sulle bacche. Togliete il gelato dal congelatore. Accomodatelo sulle bacche. Decorate con le foglie di menta spezzettate e servite. Tempo di preparazione ca. 10 minuti + scongelamento + congelamento ca. 3 ore Per persona ca. 6 g di proteine, 17 g di grassi, 37 g di carboidrati, 1400 kJ/340 kcal

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Azione 33 del 10 agosto 2015  

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