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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 26 gennaio 2015

Azione 05

Società e Territorio Intervista alla psicoterapeuta Manuela Trinci

Politica e Economia Siria, snodo di tutte le crisi mediorientali e occidentali

Ambiente e Benessere Il nuovo Solar Impuls a marzo decollerà da Abu Dhabi per fare il giro del mondo in 25 giorni di volo

Cultura e Spettacoli Quattro straordinari ritratti al Poldi Pezzoli di Milano

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Franco forte: quali effetti su Migros Ticino?

La rinuncia a sostenere l’euro peserà su tutta l’economia

di Lorenzo Emma, direttore di Migros Ticino

di Ignazio Bonoli

Keystone

Pur avendo qualche aspetto positivo, l’impatto, a corto e medio termine, sarà negativo. Difficile dire quanto: dipenderà dal livello al quale si assesterà il cambio, da come evolverà l’economia in generale e da come reagiranno i consumatori. Il vantaggio risiede nel fatto che Migros Ticino può acquistare e quindi vendere merce d’importazione a condizioni più vantaggiose, cosa che sta già avvenendo. Una possibilità che però è limitata dal fatto che il grosso di quanto commercializzato proviene dalla Svizzera, solo il 10% dalla zona euro. Una situazione dovuta soprattutto a scelte di politica nazionale prese per proteggere una produzione agricola che assicuri almeno in parte l’indipendenza alimentare del Paese e che contribuisca alla cura del territorio fornendo prodotti di qualità, sicuri e sempre più sostenibili, ma tendenzialmente più cari rispetto a quelli della concorrenza estera, che dispone di zone agricole più grandi, più soleggiate e più piane, oltre che dover sostenere costi di manodopera più bassi. Da qui la decisione politica di limitare e tassare (fino a far raddoppiare il costo) le importazioni di prodotti agricoli per mantenere ad un certo livello i prezzi della carne, di diversi tipi di frutta e verdura, dei cereali e di conseguenza anche dei diversi prodotti lavorati a base di queste materie prime come pane, biscotti, pasta e derivati. A questo aspetto va ad aggiungersi il fatto che diversi produttori di marca esteri (cosmetici, detersivi e alimentari) impongono al commercio svizzero prezzi di acquisto maggiorati rispetto a quelli offerti ai commercianti esteri: una situazione, purtroppo legale, che permette a queste aziende di approfittare del potere d’acquisto degli svizzeri, notoriamente più alto che altrove. Un problema sul quale stiamo lavorando, non senza difficoltà: di fronte all’opposizione di ridurre i prezzi non possiamo automaticamente togliere i loro prodotti dall’assortimento perché la clientela non è disposta a rinunciarvi. L’aspetto più importante della questione è però che la concorrenza d’oltre frontiera si è trovata con un improvviso vantaggio a livello di prezzo, che rischia di alimentare un turismo degli acquisti che negli ultimi anni ha già assunto dimensioni importanti: attualmente, su 10 franchi di spesa il ticinese spende più di 1 franco oltre confine, il che causa la perdita di circa 1000 posti di lavoro solo nel commercio al dettaglio del cantone, senza tenere conto delle ripercussioni sui fornitori dei commerci – imprese agricole e alimentari; grafici, agenzie pubblicitarie e giornali; architetti, imprese edili e artigiani, ecc. Per quantificare tutto ciò, nel caso di Migros Ticino per ogni franco incassato, la cooperativa reimmette 40 centesimi nell’economia ticinese, il che corrisponde a circa 250 milioni di franchi all’anno. Una conseguenza, quella del turismo degli acquisti, spesso liquidata con un «io penso al mio borsellino, non è quel poco che compro io che fa crollare l’economia ticinese e poi i prezzi in Svizzera sono troppo alti!». Un aspetto del quale si parla spesso. Venerdì scorso Patti chiari ce l’ha ricordato citando alcuni esempi, tra i quali ha però dimenticato il costo del canone televisivo della RSI, ben quattro volte superiore a quello della RAI! È prassi considerare i prezzi superiori quale problema, ma si sorvola sulla questione dei salari più alti, grazie ai quali, nonostante tutto, in Svizzera il potere d’acquisto è tra i più elevati al mondo. Purtroppo non è il caso di tutti e per questo motivo si deve e può migliorarlo ulteriormente, anche abbassando i prezzi, ricordandosi però che ciò è possibile soprattutto aumentando la competitività e quindi la produttività e l’efficienza delle imprese, il che ha però la conseguenza di mettere fuori mercato (facendole delocalizzare) le attività economiche più deboli ed i relativi posti di lavoro che sono generalmente i meno qualificati, un esercizio nel quale la Svizzera si è per altro dimostrata particolarmente brava. Ritornando al titolo di questo scritto: difficile al momento fare pronostici su come andranno a finire le cose. In questo momento Migros Ticino sta lavorando per ottenere le riduzioni di prezzo sulla merce importata e adattando i relativi prezzi di vendita (i primi sono già avvenuti, per altri ci vorrà ancora qualche giorno, il tempo di ricevere le prime forniture con i nuovi prezzi). Come già menzionato, i margini di manovra sul grosso dell’assortimento sono però limitati dal fatto che per ogni 100 franchi incassati, la Cooperativa realizza mediamente un utile netto di soli 2 franchi, una redditività minima che deve essere assicurata per finanziare gli investimenti e quindi il futuro dell’azienda e dei suoi posti di lavoro. A dipendenza degli sviluppi sarà forse necessario operare anche a livello di costi aziendali, un aspetto che al momento lasciamo da parte per concentrarci su tutto quanto può contribuire a fare sì che i nostri clienti siano soddisfatti e ci rimangano fedeli, nella speranza che questo scossone valutario non abbia conseguenze troppo negative sull’economia svizzera e in particolare ticinese: la salute e il destino della cooperativa è, in quanto azienda ticinese, infatti strettamente legata a quella del cantone.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Società e Territorio La comunicazione in casa anziani Un progetto di formazione per operatori sanitari ha dato vita a un convegno e al libro Parlo curando e curo parlando

Archeologia industriale La Tipografia Elvetica di Capolago nacque nel 1830 e divenne un punto di riferimento per la battaglia nazionale dei patrioti italiani

Volontariato fai da te Alcune riflessioni sul tema del volontariato dopo la vicenda di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli pagina 8

Il tempo delle petizioni Mendrisio Zona Valera, parco di Villa Argentina e piazza del Ponte: tre progetti ostacolati da altrettante petizioni.

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È una situazione inedita per le autorità del borgo dove solo la raccolta di firme contro il progetto di biblioteca nello stabile ex Filanda non è riuscita

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Roberto Porta Rotonda del Fox Town a Mendrisio, domenica 18 gennaio 2015: sono da poco passate le due del pomeriggio e uno dei nodi stradali solitamente più congestionati del canton Ticino appare libero da auto, quasi fossero le due di notte. L’assenza degli abituali ingorghi è da ricondurre dritta dritta al repentino ritorno del franco forte, con la «volpe» di san Martino chiamata anch’essa a fare i conti con il cambio che rende lo shopping oltre confine un concorrente difficile da domare. Ma il problema non riguarda solo il Fox Town, gli altri centri commerciali e di fatto l’intera economia del canton Ticino. Il guaio del nuovo cambio tocca a Mendrisio anche una delle infrastrutture costruite in questi ultimi tempi proprio per far fronte al grande afflusso di clienti verso i centri commerciali. Che ne sarà con il «franco fortissimo» della neo-inaugurata stazione ferroviaria di san Martino, ora che l’esodo verso il polo commerciale momò deve fare i conti con il nuovo cambio? Questa struttura rischia forse di essere sottoutilizzata? Domande a cui risponderà nel concreto solo la realtà dei fatti. Di certo non bisogna farsi prendere dal panico e correre verso conclusioni affrettate, come del resto ha affermato a Berna anche il ministro dell’economia Schneider-Ammann. Occorre però affrontare la realtà, e quella della fine della soglia minima del cambio tra franco e euro solleva anche interrogativi sull’effettivo utilizzo della nuova stazione di San Martino. In questo movimentato inizio di 2015 e indipendentemente dai nuovi equilibri valutari la nuova città di Mendrisio si trova a dover affrontare anche il futuro di altri suoi progetti, legati al suo vasto territorio. Progetti in cui spesso le autorità politiche dovranno trovare il bandolo di una matassa davvero aggrovigliata. Basti pensare a quanto sta capitando attorno al comparto di Valera, situato lungo il fiume Laveggio, tra i quartieri di Genestrerio, Stabio e Ligornetto. Un’area di circa 190 mila metri

Il diritto alla fatica Bambini Intervista alla psicoterapeuta

Manuela Trinci autrice insieme a Paolo Sarti di La giusta fatica di crescere

Eliana Bernasconi Una panoramica sul mondo dell’infanzia e sulla cultura «bambinocentrica» che ci circonda, sugli oggetti inutili e le attenzioni superflue che attendono i nuovi nati, è questo il terreno poco rassicurante sul quale si muove Manuela Trinci nel suo ultimo libro. Psicoterapeuta infantile e appassionata studiosa dell’infanzia, Manuela Trinci segue da anni l’evoluzione del mondo dei bambini e dei genitori, è collaboratrice di quotidiani e periodici e autrice di molti saggi. Il libro, scritto con il pediatra Paolo Sarti, si intitola La giusta fatica di crescere (ed. Urra Feltrinelli) e in pochi mesi ha quasi esaurito la seconda edizione. Nelle sue pagine si parla di giocattoli che imitano i battiti del cuore materno che il bambino sentiva nell’utero, di baby monitor o baby phone che permettono ai grandi di controllare sempre la sua culla, di tappetini multisensoriali e di morbidi cubi pensati per stimolare la sincronia dei movimenti, di pupazzetti interattivi e pesci vibranti, si parla anche del body che elimina i disagi delle vecchie camiciole, delle scarpine senza lacci e della forchetta che arrotola da sola gli spaghetti. Tutti oggetti che quando non hanno qualche finalità educativa sono appositamente studiati per anticipare e prevenire ogni bisogno, per eliminare ogni difficoltà. Nel libro sono poi descritte anche le varie tipologie di genitori, da quelli confortevoli, protettivi o accomodanti a quelli «avviluppanti» (tutti insieme nel lettone modello extra large) a quelli che tengono a bada la loro ansia precipitandosi a ogni minimo pianto del pupo. Ma, si chiedono preoccupati gli autori, a questo bambino «saturo di giochi, gadget e griffe», assunto spesso al rango di royal baby cui tutto è concesso per diritto, non viene tolto qualcosa di fondamentale? Non viene privato della libertà di sperimentare la vita senza condizionamenti, di conoscere la fatica, la frustrazione, la possibilità di scontrarsi e lottare con gli ostacoli che consentono di crescere?

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Dottoressa Trinci, poche generazioni fa all’interno della famiglia il bambino non occupava un posto centrale come ora, da cosa dipende questa trasformazione?

La famiglia è uno scacchiere, se cambi un pezzetto di questo scacchiere tutto cambia: i papà che erano un tempo la figura portatrice di norme e di regole hanno mutato modalità di essere, sono diventati permissivi, sicuramente sono diventati più teneri e empatici ma questo ha portato anche un grande cambiamento: ai bambini non viene più dato un limite all’interno della struttura della famiglia. Ci sono veramente genitori timorosi di non essere all’altezza?

Facilmente possono credersi inadeguati, vorrebbero essere sempre impeccabili, indotti a ciò dal contesto sociale. Il bambino viene coinvolto nella loro ansia, nel timore di non corrispondere a modelli ideali, si vuole per esempio che apprenda tutto, sempre e subito. Cosa è cambiato in questi ultimi decenni?

È cambiato il concetto di bambino che è considerato competente fin dall’inizio della sua vita e visto come un interlocutore adulto. Un tempo era considerato quasi un piccolo tonto: questo cambiamento fondamentale fa sì che si voglia istruirlo dalla nascita mettendogli a disposizione una miriade di giochi educativi. In proposito noi parliamo di deriva del gioco infantile. Ci fa qualche esempio?

I bambini hanno migliaia di proposte, dal cagnolino «ridi e impara» grazie al quale apprendere musica, alfabeto, numeri e colori alla minichitarra che serve a stimolare la coordinazione, o ancora al rotolo per facilitare il gattonamento del bebé! Ma davvero tutto questo serve? O piuttosto non impoverisce e toglie spazio all’immaginazione, favorendo omologazione e conformismo? Come gioca un bambino?

In realtà i bambini possono giocare con tutto, il vero gioco è quello che investe gli oggetti di altri significati rispetto a quelli propri, che crea uno Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Pollicino in un’illustrazione di Alexander Zick. (Wikimedia)

spazio privato segreto: la fantasia è salva quando il tavolo può diventare una casa sotto cui inscenare tante avventure. Bastano pochi oggetti semplici come la bambola se si impara ad averne cura e a riporli quando il gioco è finito, non servono oggetti usa e getta da sostituire continuamente con altre novità. Nel libro descrivete una generazione che molti psicologi e pedagogisti chiamano «creattivi», che cosa significa?

Si tratta di bambini sempre attivi ma solo per raccogliere stimoli che vengono dall’esterno, bambini intrappolati in falsi desideri indotti, abituati a raccogliere sempre nuove stimolazioni ma Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

quadrati, da anni in attesa di riqualifica dopo essere stata penalizzata per decenni dalla presenza di diversi depositi di idrocarburi. Il Municipio vorrebbe destinare una parte di questo fondo – circa 90 mila metri quadrati – ad attività economiche e logistiche. Il resto è pensato come zona verde, agricola e di svago. Una visione sonoramente bocciata sul finire dell’anno scorso dal Dipartimento del territorio, che ritiene Valera una zona da proteggere e da destinare interamente al verde. Un parere di peso ma non vincolante che dà comunque ragione ai 6850 cittadini della regione che hanno di recente sottoscritto una petizione per salvare questa area dalla ruspe e dal cemento. Tocca ora al Municipio tentare di sciogliere questo nodo e non sarà compito semplice, anche perché dovrà mediare tra visioni a prima vista inconciliabili. Da una parte ci sono gli interessi dello stesso Municipio, che si aspetta nuove entrate fiscali dalle aziende che dovessero semmai installarsi a Valera. Ci sono poi le rivendicazioni degli ambientalisti e degli agricoltori e quelle, di segno opposto, difese dai proprietari di quei terreni, che sperano di poter presto venderli. Ma il Municipio dovrà tener conto anche della nuova legge federale sulla pianificazione del territorio, entrata in vigore il primo maggio dell’anno scorso. Una nuova normativa che è stata alla base della decisione del Dipartimento del territorio e che chiede di proteggere con maggiore oculatezza rispetto al passato le zone non ancora costruite. Come si vede su Valera si intrecciano interessi e visioni diametralmente opposte. E lo stesso vale per un altro dei progetti in attesa di una risposta a Mendrisio, quello del parco di Villa Argentina, al centro di una diatriba che si trascina ormai da anni. Anche qui c’è stata una raccolta di firme importante, con 2870 cittadini che hanno chiesto nel 2009 di valorizzare il parco nella sua globalità come spazio verde e luogo di svago per l’intera popolazione. Per il Municipio e per l’Accademia di architettura questo obiettivo può essere

Nell’immediato futuro Mendrisio dovrà affrontare molte sfide infrastrutturali. (Ti-Press)

raggiunto anche se su questo terreno dovessero trovare spazio i nuovi edifici, pensati per soddisfare le esigenze del campus universitario, da tempo in cerca di nuovi spazi. Tra i problemi da risolvere c’è anche qui, come a Valera, quello dei proprietari privati di una parte del parco. Per Villa Argentina si ipotizza un esproprio di questa parcella da parte del comune con un investimento stimato ad un massimo di 8 milioni e mezzo di franchi. Ma le sfide infrastrutturali per Mendrisio non finiscono qui. Tra i progetti più importanti c’è anche quello di Piazza del Ponte, situata in pieno centro ai piedi della chiesa parrocchiale. Il Municipio definisce questa piazza «l’anello irrisolto della riqualifica del centro storico». Per ridisegnare questo spazio – che oggi si fa oggettivamente fatica a chia-

mare piazza – è stato indetto un concorso di architetti, dal quale è uscito vincitore uno studio di urbanisti di Londra. Il progetto con la variante di piano regolatore è stato presentato alla popolazione lo scorso mese di settembre. Il problema, per il Municipio, è anche in questo caso rappresentato dall’opposizione di una parte della popolazione. 3300 cittadini che hanno sottoscritto una petizione perché il progetto presentato farebbe anch’esso troppo uso del cemento, cancellando definitivamente la speranza di creare nel centro del Borgo una vera e propria piazza. Tre progetti, dunque, e tre petizioni, ed è un fatto decisamente inedito nella storia del comune. L’unica raccolta firme che non lascerà il segno è quella lanciata dalla Lega dei Ticinesi contro la realizzazione di una nuova

insidie. E le insidie si superano attingendo alle proprie risorse interiori: l’immaginazione, la creatività e la magia di quella matita rossa, che fa nascere – quando servono – una barca, una mongolfiera, un tappeto volante. Però non si tratta di un viaggio fine a sé stesso, perché questa è anche una storia di coraggio e generosità. Nel momento più drammatico, per colpa di un «cattivo», la bambina perderà la sua matita... e sarà proprio la creatura che lei aveva aiutato, a riportarle la matita e a ricondurla sulla strada di casa, facendole varcare, in senso inverso, un’altra magica soglia. Ma nella sua ritrovata città grigia la bambina non si sentirà più sola, perché c’è in serbo un’altra sorpresa per lei, e una nuova avventura. Certo, l’idea (di materializzare, grazie al disegno, un altrove in cui entrare) non è nuova, e vengono in mente i deliziosi libri Harold e la matita viola (1950) e Spiaggia magica (1965) di Crockett Johnson, che probabilmente influenzarono anche Walt Disney per certe scene di Mary Poppins, tuttavia

Aaron Becker (non a caso collaboratore Disney e Pixar) crea un libro con una sua indiscutibile autonomia espressiva, di cui in America è già uscito il seguito, Quest.

biblioteca cantonale nell’edificio della ex Filanda. I leghisti di Mendrisio sul finire dell’anno scorso sono riusciti a raccogliere soltanto 1300 delle 1600 firme necessarie per la riuscita del referendum che avevano lanciato. E questo malgrado di appelli lanciati su social media dal municipale leghista Massimiliano Robbiani, che si era messo alla ricerca di persone disposte a raccogliere firme, anche a pagamento. Cosa che aveva suscitato un’eco di polemiche anche fuori dai confini momò. Mendrisio avrà così una nuova biblioteca. La cultura è pertanto l’unico punto fermo, l’unica vera certezza tra i diversi progetti che abbiamo elencato. A ben guardare si tratta di una buona base di partenza, perché la cultura può di certo aiutare a capire i bisogni della popolazione e del suo territorio.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani non a rielaborarle in maniera soggettiva. Non c’è la creatività come contatto con sé stessi, c’è un bambino stracolmo di cose e balocchi legati a competenze cognitive, forzato a crescere nell’apprendimento, a usare giocattoli che gli danno l’illusione che il mondo sia a una sola dimensione. Lei suggerisce ai genitori un’ancora di salvezza: la vera letteratura per l’infanzia che insegna ai bambini come si può ancora pensare con la propria testa, libri dove incontrare Pollicino, Gian Burrasca, Pippi Calzelunghe e altri straordinari personaggi…

Sì, è vero, Pollicino ad esempio è una fiaba di formazione che dimostra molto Tiratura 98’645 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

bene come un bambino che si perde nel bosco delle emozioni riesce a districarsi nelle situazioni più difficili e come si salva con la sua sola intelligenza, non certo per l’intervento degli adulti. Quanto a Gian Burrasca temo purtroppo che oggi lo porterebbero subito dallo psicologo e non sfuggirebbe a molte definizioni, perché è matto come un cavallo da corsa, è irriverente nei confronti degli adulti e oggi queste cose non si sopportano più. Bibliografia

Manuela Trinci e Paolo Sarti, La giusta fatica di crescere, Urra Feltrinelli 2014.

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–

Aaron Becker, Viaggio, Feltrinelli. Da 5 anni Pare che persino Obama l’abbia scelto in libreria mentre faceva acquisti natalizi con le figlie, di certo è un libro che è stato per settimane nella bestseller list del «New York Times» perché ha affascinato grandi e piccini. È un silent book, cioè tecnicamente un albo illustrato senza parole. Un libro dove a raccontare sono solo le illustrazioni. Ma non crediate che la lettura delle immagini sia più facile, anzi spesso richiede al lettore più fatica e più collaborazione nel notare i dettagli e nel ricostruire le vicende. È una fatica tuttavia ripagata dall’immersione totale, attraverso lo sguardo, nei mondi narrati. Il lettore di questo libro, in pratica, fa proprio come la bambina protagonista, ossia fa un «viaggio», come dice il titolo, attraverso mondi fantastici, i quali, pagina dopo pagina, conducono a nuove avventure. La piccola protagonista vive in un mondo grigio, in cui nessuno sembra avere tempo per lei: non il papà, ipnotizzato

dal computer, non la mamma, che sfaccenda e telefona, non la sorella, che ha gli occhi fissi su un tablet, e nemmeno il gattino, che ronfa beato. E allora lei cosa fa? Attingendo alle risorse che hanno i bambini, lei un altro mondo se lo crea. Con la sua matita rossa, unica nota di colore, disegna una porta sulla parete della sua cameretta. E, dopo averla disegnata, ne varca la soglia. Ed è qui, in questo attraversamento di soglia, che sta il senso di questo libro. Nel mondo di là un viaggio l’attende: meraviglioso, certo, ma non privo di

Tante storie di… , collana L’oca blu, Edizioni Il Castoro. Da 2 anni Se avete la fortuna di avere attorno a voi dei bambini piccoli a cui regalare la vostra voce che racconta una storia, i nuovi libri del marchio L’oca blu possono davvero essere una risorsa preziosa. Portano la firma di autori italiani per l’infanzia esperti e apprezzati, come Guido Quarzo, Janna Carioli, Giovanni Caviezel, Luisa Mattia. Sono cartonati dai bordi stondati, adatti a manine piccolissime, hanno tante illustrazioni colorate e raccontano, ognuno, tante storie brevi ma non per questo banali. Anzi, il pregio sta nel coniugare la semplicità assoluta di queste storie con la vivacità, l’umorismo, la poesia di una narrazione originale, divertente e sempre ben costruita.

Emanuela Bussolati cura per il Castoro questa nuova collana L’oca blu, perfetta per le prime letture condivise tra adulto e bambino e divisa per argomenti. Finora sono usciti quattro libri: Tante Storie di Tirannosauri, Diplodochi e…; Tante Storie di Gru, Trattori, Caterpillar e…; Tante Storie di Gatti, Conigli, Ranocchi e…; Tante Storie di Maghi, Draghi, Principesse e…. Davvero per tutti i gusti!


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Società e Territorio

La centralità della parola Formazione Un progetto sulla comunicazione sperimentato con un gruppo di operatori sanitari della Casa Anziani

Malcantonese ha portato a un convegno e alla pubblicazione di un libro

Stefania Hubmann Prendersi cura del sé prima ancora dell’altro. Un gruppo di operatori sanitari della Casa Anziani Malcantonese di Castelrotto ha sperimentato con successo una nuova cultura delle cure attraverso un progetto sulla comunicazione condotto per tre anni. Parlo curando e curo parlando è il titolo del volume che riassume questa innovativa esperienza, sfociata anche in un convegno organizzato lo scorso ottobre a Lugano. L’investimento nella formazione promosso dall’ente Malcantonese è infatti un esempio per gli altri istituti che operano sul territorio ticinese, case per anziani in primis, ma non solo. Progetto e libro portano la firma di Barbara Sangiovanni, docente di Epistemologia Operativa della Formazione Continua all’Università degli Studi di Padova, e di Simona Lingeri, infermiera professionale, responsabile della formazione presso l’istituto Malcantonese che riunisce casa anziani e ospedale. Entrambe sono attive anche presso la Scuola Club Migros Ticino, la prima come responsabile della Formazione dei Formatori di Adulti (FFA), la seconda quale docente. Il nuovo approccio proposto da Barbara Sangiovanni ha potuto essere sperimentato grazie alla sensibilità e all’impegno di Roberto Perucchi, direttore dell’istituto e pedagogista di formazione. Si è così creato un team affiatato ed entusiasta che ci ha reso partecipi di questo percorso iniziato nel 2011. I veri protagonisti sono però i quarantacinque operatori sanitari che sull’arco di tre anni hanno partecipato ad altrettanti cicli di formazione. Il gruppo dell’edizione pilota riassume la svolta scrivendo: «Siamo arrivati da vari luoghi/ Con diverse aspettative/ Ci si guardava con timore/ Avevamo qualche pregiudizio/ Ma ci abbiamo creduto!/ Investire in noi stessi è solo un processo liberatorio!/ Ogni incontro è stato un passo di conoscenza/ Con-

sapevolezza/ Dei nostri limiti/ Delle paure e ferite/ Ma ha anche risvegliato qualità un po’ sopite … La Cura è Relazione/ Noi vogliamo continuare a mantenere questo tipo di legame/ In un percorso di sviluppo e di crescita/ In questa Via di Cura». Il processo, come confermano i nostri interlocutori, è ormai irreversibile. Le relazioni tra i membri del gruppo che ha seguito la formazione, tra quest’ultimo e i residenti, rispettivamente le loro famiglie, come pure i rapporti istituzionali, hanno scardinato schemi e abitudini, acquisendo naturalezza e vitalità. «La necessità di incontrarsi, confrontarsi e parlare è sicuramente il bisogno principale venuto alla luce. È inoltre stata espressa l’esigenza di affrontare il tema della morte, la questione del confronto gerarchicoistituzionale e la gestione delle emozioni negative. Il corso ha permesso di trovare tempo e spazio per esternare i propri sentimenti, rabbie e frustrazioni comprese, perché anche queste emozioni devono poter emergere. Attraverso questo processo, che ha comunque evidenziato più luci che ombre, si è valorizzato un lavoro impegnativo dal punto di vista umano e non adatto a tutti». Partendo dal vissuto personale, dal sé, il gruppo ha progressivamente ampliato la riflessione su azioni e pratiche a livello di équipe sanitaria prima e d’intera istituzione poi. Grazie al convegno, che ha riunito 150 partecipanti (direttori di case per anziani, infermieri, responsabili e assistenti di cura, funzionari cantonali) si è condivisa l’esperienza su più ampia scala, veicolando una vera e propria cultura della cura. Il riscontro del convegno mostra che questa via è praticabile e soprattutto auspicabile. Così come Roberto Perucchi tre anni fa ha ritenuto maturi i tempi per un simile approccio nella struttura da lui diretta, oggi tale opportunità è presa in considerazione a livello cantonale. Anche durante il convegno Barbara Sangiovanni, autrice del progetto, ha

L’illustrazione di Armando Boneff sulla copertina di Parlo curando e curo parlando.

sperimentato mezzi e tecniche innovativi, promuovendo un tipo di comunicazione che passa attraverso la parola e il corpo. Dal teatro al video, alla messa in situazione, per rimescolare le carte, anche gerarchiche, e riflettere a piccoli gruppi sulla centralità della relazione riferita a dipendenti, residenti e familiari. A questo scopo durante il corso sono stati utilizzati anche romanzi e film, citati nel volume e sin dall’inizio molto apprezzati dai partecipanti. Concretamente nella Casa Anziani Malcantonese è nata la «Biblioteca delle emozioni», i cui testi sono a disposizione del personale in un accogliente salotto ricavato da un anonimo corridoio su iniziativa del gruppo pilota. Si è così definito anche uno spazio dove potersi incontrare e proseguire il confronto avviato durante il corso. Corso che sarà sicuramente riproposto. L’esperta esterna, Barbara Sangiovanni, ha raggiunto il suo scopo, perché ritiene che a

questo punto il progetto possa diventare autonomo. Simona Lingeri, che nelle prime tre edizioni ha svolto il ruolo di tutor, può ora prendere le redini di una nuova edizione del ciclo formativo. «Anche il libro è nato in quest’ottica – precisano il direttore e le due formatrici – per offrire la medesima opportunità di formazione ad altre istituzioni. L’interesse da parte del personale (che fra casa anziani e ospedale raggiunge le 250 unità) non manca. Finora la partecipazione ha interessato maggiormente gli operatori sanitari della casa anziani, ma è tempo di estenderla anche ai responsabili delle cure e ai coordinatori degli altri settori, per permettere alle buone pratiche messe in atto dal gruppo di essere estese a tutte le figure professionali che operano nell’istituto. Da rilevare, che alcune di esse ricoprono anche un ruolo educativo nei confronti degli apprendisti». Come ben raffigurato nell’imma-

gine di copertina del libro, firmata dal grafico Armando Boneff, il residente della casa anziani si trova sospeso su un’altalena che oscilla in un gioco di luci e ombre, attorniato da un lato dai familiari e dall’altro dal personale dell’istituto. Un nuovo linguaggio per sottolineare l’importanza della relazione fra tutti i protagonisti della vita in casa anziani. Un luogo, ribadiscono i nostri interlocutori, dove si vive pienamente, con la soddisfazione in alcuni casi di vedere migliorare le condizioni di salute e benessere degli ospiti. Per rafforzare l’armonia tra tutte le persone che animano questo luogo di vita, la direzione già da diversi anni ha puntato sulla formazione, affidandone la responsabilità a Simona Lingeri. Con l’innovativo progetto di comunicazione elaborato da Barbara Sangiovanni, la parola ha ritrovato il suo valore e il motto Parlo curando e curo parlando è diventato una vivace realtà.

Il museo che prende vita Anteprima Nei cinema ticinesi il terzo film della fortunata serie interpretata da Ben Stiller Cosa succederebbe se diorama, animali e oggetti conservati nei musei di storia naturale diventassero reali e riprendessero vita? È una domanda che sicuramente si sono posti in molti e una risposta parziale possono averla avuta dopo aver assistito ai due film di grande successo Notte al museo e Notte al museo 2: la fuga. Tra pochi giorni la saga cinematografica, che conta di confermare la popolarità raggiunta in passato, sarà completata da un terzo, attesissimo episodio, Notte al museo 3: Il segreto del Faraone, in uscita anche nei cinema ticinesi a partire dal prossimo 28 gennaio. In questo nuovo film, diretto come i precedenti da Shawn Levy, l’attore Ben Stiller riprende i panni del custode notturno Larry Daley e sarà chiamato ad affrontare un compito difficile: restaurare la tavoletta magica che dà vita alle creature del museo. Per fare ciò dovrà anche intraprendere un viaggio oltreoceano, fino al British Museum di Londra. Il segreto del Faraone è infatti stato girato anche negli spazi interni ed esterni del celebre museo londinese, dove tutta la troupe si è recata in trasferta. E rispetto ai film suoi predecessori, questa ulteriore avventura si avvarrà di una serie di spettacolari effetti speciali che sapranno suscitare un’interminabile serie di nuove sorprese e nuove emozioni negli spettatori.

Uno degli elementi che attirerà l’interesse sul film sarà sicuramente la presenza dell’attore Robin Williams, che, come tutti sanno, è scom-

parso dopo il termine delle riprese. Come nelle due precedenti pellicole, l’attore americano interpreta il personaggio del presidente americano

Theodore Roosevelt. Trasformato da riproduzione in cera a figura in carne ed ossa, il presidente prenderà di nuovo sotto la sua ala protettiva il coraggioso custode e cercherà di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi. Il film ha offerto tra l’altro l’ultima occasione di apparire in pellicola anche a un altro grande attore della storia del cinema americano, il celebre Mikey Rooney. Come detto, il film uscirà nei cinema del cantone a partire dal prossimo 28 gennaio.

Altre informazioni e curiosità sul suo cast, insieme a preview filmati sono disponibili sul sito web www.nightatthemuseum3.ch.

Gadget in palio per i nostri lettori In occasione dell’uscita in Ticino il 28 gennaio di Notte al museo 3: il segreto del Faraone (www. nightatthemuseum3.ch), la Twentieth Century Fox in collaborazione con Migros Ticino mette in palio: 5 activity set 5 scimmiette Dexter in peluche 5 set per colorare 5 bocce decorative

La locandina.

Regolamento: partecipazione riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghi concorsi promossi da «Azione» nel corso degli scorsi mesi. Per partecipare al concorso telefona allo 091 8217162 mercoledì 28 gennaio dalle 10.00 alle 12.00.

Buona fortuna!


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Società e Territorio

La Tipografia Elvetica di Capolago

Notizie brevi

Archeologia industriale La tipografia, fondata nel 1830, diventò un importante

punto di riferimento per il Risorgimento italiano Laura Patocchi-Zweifel A Capolago, sulla sponda meridionale del Lago di Lugano, tra la strada cantonale e la ferrovia, si erge un imponente edificio bianco – sobrio sul davanti e baroccheggiante sul retro. Il palazzo costruito nel 1670 dalla famiglia Maderni, su parte del sedime dell’antico castello distrutto per ordine dei Confederati, divenne in seguito sede estiva per il clero della diocesi di Como che gli valse la denominazione di Badìa. Nell’ottobre del 1830 nello stabile s’insedia la Tipografia Elvetica, «una società di commercio per lo stabilimento e l’esercizio di una tipografia e negozio di libreria». Fondata da Vincenzo Borsa di Melano con altri azionisti ha per scopo di pubblicare «opere istruttive con assoluta esclusione di quelle dirette contro la religione e il buon costume» che era una dichiarazione comune a tante altre stamperie del tempo all’atto del loro sorgere, ma anche di «mantenersi imparziale nel conflitto di partiti che potessero insorgere o rialzarsi nella Repubblica». Appena fondata, la tipografia, in concorrenza con quelle luganesi, pubblica un suo giornale, «L’Ancora», bisettimanale politicamente difficile da collocare e dal linguaggio talvolta ingiurioso che finisce per dispiacere a tutti, liberali, moderati e conservatori, tirandosi addosso querele e interpellanze in Gran Consiglio, e dopo appena due anni di vita burrascosa il giornale deve cessare la sua attività. Da allora la tipografia non tenta altre avventure giornalistiche, e continua indisturbata la sua impresa con edizioni in proprio, oltre a quelle commissionate e una libreria di interscambio con altre case editrici. Fin dall’inizio, l’Elvetica può contare sulla collaborazione preziosa di tre profughi piemontesi, l’avvocato Carlo Modesto Massa di Asti, che in seguito a una cospirazione e condanna a morte in contumacia, con impiccagione in effigie, trova riparo a Rovio, l’avvocato

Il palazzo costruito nel 1670 dalla famiglia Maderni ospita oggi la Casa d’arte Miler. (CdT - Maffi)

Francesco Romagnoli di Alessandria amministratore stabilitosi a Melano, e l’abate Tubi di Oleggio approdato a Castel S. Pietro. Il Massa, caduta la speranza di un rimpatrio, dopo un primo rifiuto accetta di assumere la gestione della Tipografia fino a diventarne azionista e comproprietario. Con il decesso del Romagnoli e il rimpatrio del Tubi nel 1839, il Massa resta a lungo la mente direttiva della Casa. A lui infatti si deve la serie sistematica delle Collane (con ristampe anche in edizioni economiche, oggi diremmo tascabili) che già in questo contraddistinsero la tipografia di Capolago da quelle luganesi. Le collane comprendevano i classici antichi, la letteratura e gli storici e persino Hegel che viene così introdotto in Italia. Fin dal 1839, la prima società azionaria dei cinque ticinesi fondatori si è sciolta e tutte le azioni passano nelle mani del Massa e del genovese Alessandro Repetti, che nel dicembre del 1847

diventa unico proprietario dello stabilimento. Già nel 1844, con l’immediata ristampa di un’infelice edizione francese delle Speranze d’Italia di Cesare Balbo, l’Elvetica acquista una sua precisa voce per la battaglia nazionale dei patrioti italiani. Da quel momento si rivela una delle più importanti tipografie risorgimentali in particolare con le collane dirette dal profugo milanese Carlo Cattaneo che nel 1849 inizia una stretta collaborazione col Repetti. Le collane comprendenti i Documenti della guerra Santa d’Italia, l’Archivio triennale delle cose d’Italia e Le carte segrete e Atti ufficiali della polizia austriaca in Italia, sono state considerate da alcuni fra le maggiori imprese editoriali patriottiche del tempo. La Tipografia era venuta in possesso di una raccolta imponente e allora insuperata di documenti del malgoverno austriaco in Italia. Queste edizioni clandestine entravano in Lombardia grazie a uno dei principali

collaboratori, il cospiratore romantico comasco Luigi Dottesio. Il Dottesio aveva organizzato una squadra di contrabbandieri che si calavano dalla Svizzera per il Bisbino e la valle d’Intelvi, e negli zaini portavano tabacco e sale sotto i quali erano nascosti volumi e opuscoli rivoluzionari. La merce scottante veniva depositata in un padiglione della Villa d’Este di Cernobbio frequentato da nobili e borghesi. Parecchie signore e signorine simpatizzanti dei patrioti contrabbandieri, valendosi delle dimensioni abbondanti degli abiti di allora, nascondevano nelle amplissime campane che reggevano i pizzi delle sottovesti, o nelle fitte pieghe dei mantelli e degli scialli, i volumetti incendiari che poi divulgavano nei salotti milanesi. L’arresto e la condanna alla forca a Venezia nel 1851 di Luigi Dottesio, fu un colpo fatale per l’Elvetica. I taccuini trovati sul Dottesio, colmi di appunti mettevano finalmente nelle mani dell’Austria la prova della pericolosità dell’officina capolaghiana, e solo si aspettò l’occasione per esigerne ufficialmente la chiusura. L’occasione venne col tentativo mazziniano, largamente preparato a Lugano, di far insorgere Milano il 6 febbraio del ’53. Fu facile allora all’Austria estorcere alla Svizzera attraverso i suoi commissari mandati nel Ticino, l’espulsione, che fu pressoché generale, degli esuli rifugiati nel Cantone e insieme la chiusura della tipografìa nel 1853. Dopo diversi utilizzi, fra cui il Ristorante del Lago, l’edificio ristrutturato ospita attualmente la Casa d’arte Miler. Bibligrafia

Mario Redaelli-Mario Agliati, La storia di Capolago, Comune di Capolago, 1991. Centocinquanta anni di attività grafico-editoriale 1830-1980, Cavallotti, Milano, 1981. Rinaldo Caddeo, La Tipografia Elvetica di Capolago, Milano, 1931.

Doppio dibattito sulla coesione nazionale Possiamo parlare di una crisi della coesione nazionale in Svizzera? Quale ruolo hanno svolto i nazionalismi nell’unire e nel dividere il Paese? In quale misura, il confronto fra spazi alpini e spazi urbani tende a dividere piuttosto che ad avvicinare? In che modo le appartenenze religiose svolgono un ruolo di collante nazionale piuttosto che di divisione? Sono queste alcune delle principali domande che verranno dibattute durante due serate pubbliche organizzate da Coscienza Svizzera e dal suo gruppo di lavoro «Frontiere e Culture» sotto il titolo Verso la crisi della coesione nazionale? Ripensare la Svizzera. I due appuntamenti sono previsti lunedì 26 gennaio e mercoledì 28 gennaio alle 17.45 nella Sala del Consiglio comunale di Lugano. Oggi si parlerà di Fratture e ricomposizioni culturali nella Svizzera moderna con i relatori Orazio Martinetti, Marco Marcacci e Alberto Bandoli (modera Raffaella Castagnola). Mercoledì invece il tema sarà Orizzonti elvetici nella globalità: territorio, economia e politica con i relatori Martin Schuler, Remigio Ratti e Oscar Mazzoleni (modera Roberto Porta). Concorso fotografico Tra le età L’associazione ticinese terza età (Atte) e Pro Senectute Ticino e Moesano promuovono un concorso fotografico dedicato all’importanza del dialogo tra persone di età e generazioni diverse. Il concorso nasce nell’ambito della rassegna cinematografica Guardando insieme (che si terrà dal 2 al 5 marzo 2015 al Cinema Forum di Bellinzona) e la partecipazione è gratuita (le opere dovranno pervenire entro il 23 febbario 2015 all’indirizzo concorso@ guardandoinsieme.ch). I promotori intendono stimolare una riflessione sull’intergenerazionalità vissuta attraverso la reciproca conoscenza ed evitare l’isolamento di determinate categorie di persone o di interi gruppi sociali. Informazioni e regolamento sono consultabili all’indirizzo www.guardandoinsieme.ch Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi L’imperatore, il papa e la contessa No, non si tratta oggi di una nuova arcana variante del gioco dei tarocchi, ma di un evento storico che, per le vie misteriose della cultura popolare, è rimasto nella coscienza collettiva come modo di dire anche se – sfido – pochi saprebbero dire di preciso a che cosa ci si riferisca. Ovvero: alzi la mano chi, in vita sua, non sia mai andato a Canossa. Per quanto riguarda i più, Canossa potrebbe essere su Marte o sulla Luna invece che sulle ridenti colline di Reggio Emilia (dove sta) che cambierebbe poco o niente. «Canossa» è un luogo della biografia individuale che implica ripensamento e umiliazione, genuino esame di coscienza e opportunismo, pentimento e strategia di vendetta: un topos dell’anima insomma ambiguo e complesso, di difficile interpretazione ed ancor più difficile messa in atto – un

passaggio obbligato che ci si vorrebbe risparmiato e che invece «ci tocca». I fatti: il 25 gennaio 1077 l’Imperatore del Sacro Romano Impero Enrico IV giungeva stremato alle porte del Castello di Canossa. Inverno, fuori un freddo bestia e nessuno che venisse ad aprire: dentro, al calduccio dei camini del castello (si malignerà più tardi addirittura che i due fossero amanti) Papa Gregorio VII e Matilda di Canossa – donna formidabile, di quelle come Elena, Cleopatra e Nefertiti capaci di cambiare la storia. L’antefatto: Gregorio VII era determinato a rivendicare alla Chiesa il diritto di nomina dei vescovi ed altri alti prelati ecclesiastici di contro alla volontà di Enrico di continuare il costume ormai consolidato secondo il quale era l’Imperatore ad avere l’ultima parola sulle nomine ecclesiastiche. Risultato:

Enrico dichiara il Gregorio decaduto e Gregorio scomunica Enrico e lo depone al Sinodo di Lenten del 1076. Enrico già aveva problemi coi suoi grandi feudatari che minacciavano di eleggere un nuovo re: perdere l’appoggio della Chiesa equivaleva – come dicono gli inglesi – a spararsi nei piedi da solo. Un primo approccio avrebbe dovuto esserci ad Augsburg, ma il Papa non si presentò, preferendo rimanere al di qua delle Alpi aspettando lo scadere dell’ultimatum secondo il quale se un anno ed un giorno dopo la scomunica Enrico non si fosse presentato pentito, la stessa sarebbe diventata irrevocabile. L’alternativa: bisognava passare le Alpi. Ed Enrico decise di farlo in maniera spettacolare: superate le Alpi al Moncenisio, prese ad indossare un saio di lana grezza, si dette al digiuno (che impose

anche al suo entourage, tanto perché qualcuno fra i baroni non si facesse venire delle idee) ed arrivò, scalzo ed emaciato, fino alle porte del maniero canossiano. Tre giorni gli toccò star lì fuori, al freddo, al gelo e digiuno. Il terzo giorno – era il 28 gennaio – Gregorio dette ordine di aprire il portone: Enrico gli si buttò ai piedi chiedendo perdono. Il Papa lo assolse e la sera lo storico terzetto – Papa, Imperatore e Contessa – presenziarono ad una messa solenne nella quale condivisero la comunione nella cappella castellana di Sant’Apollonio. Storia a lieto fine, allora? Tarallucci e vino per tutti? Mica tanto. Le conseguenze: se Enrico si aspettava che da allora Papa Gregorio lo sostenesse nella lotta contro i baroni stava fresco. Al contrario, un gruppo di potenti vescovi e feudatari sassoni

dichiararono che proprio a Canossa l’Imperatore avesse perso la dignità del rango e che per questo se ne dovesse andare. Guerra civile e seconda scomunica di Gregorio. Nuovo passaggio delle Alpi, ma stavolta («adesso gliela faccio vedere io») a capo di un esercito ancor più formidabile della formidabile Contessa: nel 1085 Roma fu messa al sacco, Gregorio dovette fuggire e l’Antipapa Clemente III salì al soglio pontificio. Martin Lutero definì Enrico IV «il primo protestante» per essersi opposto agli abusi del papato. E noi? Beh, la prossima volta che il vostro miglior nemico si presenterà e, con un sorriso tirato vi dirà imbarazzato, fra i denti, «sono venuto a Canossa…», ditegli pure, soavemente, che ripassi più tardi – che la storia è vecchia…

di donne (come AvaEva e Dialogare incontri) che possono aiutarla a vincere l’isolamento e a spezzare la spirale di sospetti che le soffoca la mente. Comunque siano andate le cose, suo marito le ha offerto una vita serena, ha tutelato la sua tranquillità e mantenuto la sua fiducia. Il resto non conta. Di fronte a certe situazioni immodificabili (il passato è irreversibile) bisogna saper concludere la vicenda dicendo: «Quello che è stato è stato» e guardare avanti perché il futuro è quello che ci sappiamo costruire. E poi il tempo è un grande terapeuta. Pare che Freud abbia risposto, a un collega che gli chiedeva la ricetta della felicità: «buona salute e memoria corta». I ricordi sono una grande ricchezza e la nostra identità risiede soprattutto nella nostra storia, ma guai se diventano pretesto di ruminazione, se li recuperiamo per metterli sul banco degli imputati. Tutti noi siamo composti di bene e di male, di luci e di ombre, di esperienze realizzate oppure solo pensate. Per ringraziarla per la fiducia che mi accorda, voglio dedicarle una

poesia di Luzi, un poeta che amo molto per il senso di pace che sa infondere alla nostra tormentata esistenza.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Il lutto e la colpa Cara Silvia, un mese fa ho subito un grave lutto: è morto mio marito dopo quarant’anni di matrimonio felice, o che credevo tale. Nei primi giorni gli impegni delle esequie, dell’eredità e qualche tranquillante mi hanno impedito di pensare. Ma ora mi guardo intorno e sento un terribile vuoto. Con sgomento mi sto rendendo conto che lui non c’è più, che non ci rivedremo mai e che sarò sempre sola. Ripenso al passato, a tanti momenti belli, e vorrei cessare di esistere. Ma improvvisamente, nel dormiveglia, ho rivisto con gli occhi della mente le scene del funerale: chi c’era e come si comportava. E con grande meraviglia mi è balzato davanti il comportamento di un’amica di famiglia che si disperava troppo per una morte che non avrebbe dovuto riguardarla più di tanto. Invece singhiozzava clamorosamente ed è stata la prima a toccare la bara, a baciarla e a sostarle davanti più di tutti gli altri. Da lì la memoria è andata indietro nel tempo e ho «visto» molti episodi sotto una luce diversa. Probabilmente tra i

due c’era una relazione che ignoravo e che ora mi sembra lampante. Ma mi sento colpevole per accusare mio marito solo adesso che non si può difendere. Vorrei tirare il sipario su quella vicenda ma non ci riesco. Mi viene voglia di andare a parlare alla presunta rivale, di chiederle chiarimenti, di conoscere la verità. Ma temo di essere pazza, che cosa posso fare? Mi aiuti lei. / Elena Cara Elena, è difficile accettare un lutto così grave senza attraversare un terreno minato di emozioni ambivalenti e controverse. Innanzitutto, per la parte infantile della nostra mente, chi muore è colpevole di averci abbandonato. E, trovare un pretesto cui aggrapparsi, a torto o a ragione, ci permette di relativizzare la perdita e attutire il rimpianto. Come lei sa, anche se non vuole ammetterlo, è inutile aprire un’inchiesta che le procurerebbe solo umiliazione. Può darsi che l’amica di famiglia abbia espresso un lutto così evidente perché ogni morte ne richiama al-

tre, a grappolo, e ognuno di noi reagisce al mistero della fine, allo sconvolgimento che provoca la scomparsa di una persona cara, secondo il suo temperamento. Le persone più passionali trovano conforto nel compiere rituali un tempo necessari ma che, in un’epoca di cultura laica e razionale come la nostra, possono sembrare eccessivi. Ma non per questo sono da condannare. Attualmente, cara Elena, lei non è in grado di rievocare il passato in modo obiettivo perché la sua mente è sconvolta dal dolore. Si conceda il tempo necessario: per elaborare il lutto ci vuole almeno un anno. Ma se cerchiamo di evitare il dolore mentale rischiamo di affidare al corpo questo difficile compito e finiamo con l’ammalarci. Cerchi di ritrovare serenità occupandosi dei parenti colpiti quanto lei dalla perdita del vostro congiunto e, se possibile, cercando di aiutare chi si trova in difficoltà, come un anziano rimasto solo, un malato non autosufficiente, un bambino bisognoso di assistenza. Ci sono in Ticino molte associazioni

Ora che tutt’intorno, a ogni balcone, / la donna compie riti / di fecondità e di morte, / versa acqua nei vasi, immerge fiori, / ravvia le lunghe foglie, schianta / i seccumi, libera i buttoni / per il meglio della pioggia, / per il più caldo del sole, / o miei giovani e forti, / miei vecchi un pò svaniti, / dico prego: sia grazia essere qui, / grazia anche l’implorare a mani giunte, / stare a labbra serrate, ad occhi bassi / come chi aspetta sentenza. / Sia grazia essere qui, / nel giusto della vita, / nell’opera del mondo. Sia così Augurio, Mario Luzi Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Volontariato fai da te: un’illusione? È stata la cronaca, con la forza incontrastabile dei fatti accaduti, a dare una risposta lampante a quest’interrogativo. Proprio il caso di Greta e Vanessa, le due ragazze italiane, scese in Siria per aiutare bambini vittime di una guerra oscura e poi, a loro volta, vittime di oscuri guerriglieri, dimostra quanto illusoria, addirittura controproducente, possa essere una scelta, affidata a sentimenti generosi ma vaghi. E sono quelli che animano, appunto, il volontariato fai da te, una tendenza che sembra esprimere umori oggi più che mai nell’aria. Nell’era dell’antiautoritarismo, cresce infatti l’insofferenza nei confronti delle grandi organizzazioni umanitarie: Croce Rossa, Unicef, Caritas, persino Médecins sans Frontières vengono considerate alla stregua di multinazionali che sprecano risorse negli apparati burocratici e consolidano un loro dominio anche ideologico. È, insomma, il «chissà dove andranno a finire quei soldi,» che ritorna spesso nei nostri discorsi. Meglio allora mobilitarsi per proprio conto, liberi

da etichette e da vincoli disciplinari, in grado di recare un aiuto efficace direttamente nei luoghi dove si soffre? Ne erano convinte anche Greta e Vanessa che, però, messe alla prova da una realtà ben più grande di loro, hanno dovuto arrendersi. A confermare

Le giovani volontarie Greta e Vanessa da poco rientrate in Italia. (Keystone)

che con la sola buona volontà non si fa un volontario, semmai un velleitario. Non è un gioco di parole: definisce la distinzione fondamentale fra disponibilità intenzionale e capacità effettiva. Certo, il dilettantismo delle due improvvisate cooperanti ha fatto notizia, e poi polemica, per le circostanze in cui si è manifestato: un teatro di guerra sotto i riflettori dei media internazionali. Ma è un tema discusso anche alle nostre più tranquille latitudini, dove il volontariato si trova alle prese con forme di disagio sempre nuove. Basti pensare all’emergenza immigrati, alla fragilità delle coppie, all’invecchiamento della popolazione, alla dipendenza dalla tecnologia. E via enumerando sofferenze, privazioni, solitudini che chiedono interventi per forza di cose mirati: specifici, anche se non specialistici, complementari a terapie mediche e a sostegni assicurativi. Appunto qui si colloca il ruolo particolare del volontario, capace di ascoltare più che d’imporre, di avvicinarsi senza invadere, ricorrendo a mezzi che vanno oltre la

sensibilità spontanea, la solidarietà da porta a porta: come si diceva una volta, quando fra vicini ci si dava una mano. Queste premesse, per così dire naturali, non bastano più. Dunque, anche volontari si diventa, accettando le regole di un’associazione che prepara a una funzione da indirizzare verso obiettivi precisi. Si tratta di assumere un impegno che può scoraggiare. Sulla scorta dell’esperienza vissuta, Marco Varini, fondatore dell’associazione Triangolo per l’assistenza oncologica dichiara: «In teoria siamo un popolo di volontari, in pratica di volontari c’è sempre penuria. Un’urgenza percepita anche dai politici con il progetto 2013/15, in cui Berna ha precisato i compiti che spettano alle associazioni impegnate nella formazione di volontari, figure indispensabili nella nostra realtà sociale». Dove, tuttavia, occupano un posto a parte. La loro funzione, meglio definita negli obiettivi, rimane pur sempre gratuita e, quindi, fa capo a motivazioni individuali, d’ordine psicologico, culturale e soprattutto religioso. Ha,

infatti, radici religiose il movimento volontaristico medievale che, come spiega Bernardino Fantini, direttore dell’Istituto di storia della medicina di Ginevra, era nato dal bisogno di aiutare collegato a un riscatto morale: un rapporto colpa-espiazione, accortamente sfruttato dalla chiesa. Tradotto in termini moderni, si deve parlare di impegno, di solidarietà, di diritti dei pazienti, dei disabili, degli anziani. Fatto sta che mettendosi al servizio di categorie umane svantaggiate si prova una soddisfazione intima, una forma di autostima: come dire, aiutando il prossimo si aiuta se stessi. In un bel saggio di qualche anno fa, Il volontariato (Feltrinelli), l’autore Bepi Tomai osservava: «Il confine fra altruismo ed egoismo è molto difficile da tracciare: le ragioni per le quali un militante s’impegna nell’azione altruistica possono essere le più diverse, comprese quelle a componente narcisistica». La fierezza di fare del bene, insomma. A loro modo, l’esibivano anche le due ragazze, sequestrate in Siria.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Ambiente e Benessere In Persia con Hotelplan Dieci giorni in Iran a esplorare un Paese ricco di storia e cultura, dal 1. al 12 aprile 2015

Fra capre astratte e capre vere Da qualche nozione astrologica della cultura cinese, alcune riflessioni su un animale molto presente nel nostro territorio

Il metodo della vasocottura Una tecnica moderna e antica allo stesso tempo, che si rifà alla tradizione della cottura lenta

Grand Prix Migros Airolo Ultimi giorni per potersi iscrivere all’attesa competizione sciistica dedicata ai ragazzi

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Solar Impulse

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Il lungo volo di Solar Impulse Aviazione verde Finalmente arrivato l’anno del giro del mondo senza carburante Loris Fedele Gli scritti di questi ultimi anni sull’aereo solare Solar Impulse erano messi nei giornali sotto la voce aviazione. In effetti, di aviazione si tratta: tuttavia la cosa ha fatto pensare a qualcuno del pubblico che l’operazione intendesse promuovere un nuovo mezzo di locomozione a costo energetico zero per portare nei cieli i passeggeri. Ebbene non è questo: Solar Impulse è uno spot pubblicitario e ideologico per le energie rinnovabili. «Se i governi avessero il coraggio di promuovere le tecnologie pulite su larga scala, la nostra società potrebbe simultaneamente ridurre la sua dipendenza dai combustibili fossili, creando posti di lavoro e stimolando la crescita sostenibile». Sono le parole di Bertrand Piccard – ideatore e realizzatore, insieme ad André Borschberg, del programma Solar Impulse – pronunciate all’indomani di un memorabile volo di collaudo. Era il 7 luglio 2010: alle 6,50 del mattino, l’aereo HB-SIA Solar Impulse spiccava il volo con le batterie caricate al massimo dall’aeroporto di Payerne per atterrarvi il mattino del giorno dopo alle 9.00. Per oltre 26 ore il pilota André Borschberg lo aveva mantenuto in volo sopra la Svizzera alla ridicola

velocità media, per un aereo convenzionale, di 43 km/h. Quel Solar Impulse, però, di convenzionale non aveva proprio nulla: i suoi 4 motori erano esclusivamente elettrici e alimentati dalla corrente prodotta da quasi 12mila celle solari, incollate sulle ali. Ali lunghe 63,4 m per un aereo che pesava solo 1600 kg e portava solo il pilota. La sfida voluta da Piccard all’indomani del suo trionfale giro del mondo in pallone aerostatico, avvenuto nel 1999, segnava così un passo fondamentale verso la sua realizzazione. L’obiettivo finale, fissato nel 2004 con la firma dei primi sponsor, era quello di fare il giro del mondo con un aereo ancora tutto da costruire, super-ecologico perché non consuma una goccia di benzina e sfrutta solamente l’energia fornita dal Sole. Una sfida tecnologica e umana importante che Piccard, maestro in questo genere di operazioni, ha saputo lanciare e reclamizzare agli occhi del mondo intero. Per restare in volo anche di notte, quando il Sole non carica più le batterie del velivolo, l’aereo solare deve guadagnare di giorno il massimo di quota possibile e incamerare abbastanza energia per viaggiare di conserva anche nel buio, fino a quando il nuovo sole del mattino possa ricaricarlo, ricominciando il ciclo. Proprio questo è

avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 luglio 2010, quando l’aereo è riuscito a restare in volo, dimostrando la fattibilità dell’impresa. Ha raggiunto una quota massima di 9235 m, con un guadagno di altitudine di 8744 m. Da notare che la cabina di pilotaggio di Solar Impulse non è né pressurizzata né riscaldata. Superata questa prova bisognava pensare alla costruzione di un nuovo prototipo: l’aereo per un giro del mondo previsto in tappe dai 3 ai 5 giorni l’una. Nel test HB-SIA aveva percorso in 26 ore una distanza pari alla Payerne-Palermo: il nuovo aereo avrebbe dovuto essere più potente e performante. Anche per il pilota le cose dovevano cambiare: un conto è restare un giorno intero sveglio, mangiando poco e non eliminando dal corpo altro che un po’ di urina, altra faccenda è farlo per 3 o più giorni consecutivi. Bisognava anche poter aumentare il peso della struttura per accrescere il carico, ma a quel punto ci volevano più celle solari. Da ogni problema ne nasceva un altro. Ma tutti sono stati superati con livelli di sofisticazione tecnologica mai raggiunti prima. Grazie anche all’arrivo di nuovi sponsor, che affiancano i precedenti, si è costruito a Dübendorf, nei pressi di Zurigo, il nuovo Solar Impulse: HB-SIB in fibra di carbonio, con un’apertura

alare di 72 m e un peso a vuoto di 2300 kg. La cabina di pilotaggio è di soli 3,8 metri cubi. 17’248 celle solari fotovoltaiche alimentano i 4 motori elettrici, di 17,5 CV l’uno, e caricano le batterie al litio che sosterranno il volo durante l’oscurità della notte. Si continuano a utilizzare tecnologie esistenti, ma si sono sviluppati nuovi materiali e nuovi metodi di costruzione; si sono inventati elettroliti che hanno permesso l’aumento della carica delle batterie, si sono usate fibre di carbonio più leggere delle precedenti e si è fatto uso delle nanotecnologie. In un cruciale test della primavera 2012, tuttavia, si rompe un’ala. Il volo intorno al mondo previsto per il 2013 è rinviato e si approfitta della nuova tregua temporale per effettuare prove di volo e per reclamizzare la filosofia di Solar Impulse, cercando appoggi politici e sponsorizzazioni. Nascono così i viaggi del 2012 fino in Marocco e quello del 2013 negli Stati Uniti, definito epico dagli interessati. Per la prima volta si smonta l’aereo per trasportarlo con un Boeing 747-8 di una importante compagnia cargo europea fino a San Francisco. Da lì, in 5 tappe di volo tra maggio e luglio, Bertrand Piccard e André Borschberg lo portano fino a New York, attraversando l’America da costa a costa. Nei vari scali incontrano politici

influenti, senatori e deputati degli Stati toccati, giornalisti, opinion leader e uomini d’affari, studenti universitari e semplici cittadini, cercando di mostrare a tutti quanto si possa fare con lo spirito innovativo e le energie pulite. Nel dicembre 2013, un’altra tappa importante: per 72 ore consecutive Bertrand Piccard pilota il nuovo Solar Impulse in un simulatore che ricostruisce esattamente il cockpit di HB-SIB. Anche questo è un passo indispensabile, perché nel volo attorno al mondo ci vogliono 3 giorni per traversare l’oceano Atlantico e 4 o 5 per superare il Pacifico. Anche i piloti Piccard e Borshberg hanno verificato la propria resistenza. Il 6 gennaio 2015 il nuovo HB-SIB smontato lascia Payerne (VD) a bordo dello stesso Cargo che aveva portato in America il suo predecessore. È accompagnato da un team tecnico di 80 persone. Raggiunge Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi da dove, una volta rimontato e provato, il prossimo marzo si librerà per l’avventura del giro del mondo. Percorrerà 35mila chilometri in 25 giorni di volo nell’arco di 5 mesi, con scali in Oman, India, Myanmar, Cina, traversata dell’Oceano Pacifico via Hawaii, Stati Uniti. Poi Oceano Atlantico e Nord Africa, per tornare infine al punto di partenza.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Ambiente e Benessere

Gli splendori della Persia

Tagliando d’iscrizione

Viaggio Per i lettori di «Azione», Hotelplan organizza una settimana

Desidero iscrivermi al viaggio dal 1. al 12 aprile 2015

di esplorazione attraverso un Paese ricco di storia e cultura, dal 1. al 12 aprile 2015 * Serata informativa nella sala conferenze del Garage

Nome

19.00 Winteler a Giubiasco: lunedì 2 febbraio alle

Prezzi incluse; tutti i trasferimenti in loco con bus e guida locale (in italiano); sistemazione in hotel 4****, in camera doppia con servizi privati; trattamento di pensione completa dal pranzo del primo giorno al pranzo dell’ultimo; tasse e percentuali di servizio e pacchetto completo copertura viaggio.

Quota per persona in camera doppia: CHF 3655.–. Supplemento camera singola: CHF 445.–. Visto Iran: CHF 120.–. Spese di dossier Hotelplan: CHF 60.–. Il prezzo comprende Trasferta in bus all’aeroporto di Milano e ritorno; volo di linea da Milano Malpensa (con scalo) per Teheran e ritorno, in classe economica; volo interno tasse

Il prezzo non comprende Pasti e bevande ove non menzionati; mance ed extra in genere; spese agenzia; visto Iran.

suoi giardini e il bazar coperto – da cui partirà l’escursione all’antica Persepoli, grandiosa capitale spirituale dell’Impero degli Achemenidi. Si farà poi tappa alla necropoli di Naqsh-e-Rustam per visitare le tombe dei sovrani achemenidi e ammirare i rilievi sassanidi di Naqshe-Rajab. Si visiterà quindi la provincia di Kerman, che comprende parte del deserto sabbioso di Dasht-e-Lut ed è famosa per le coltivazioni di palme da dattero. Si riparte poi verso sud, Raye: cittadella interessante grazie alle mura che la circondano, alle sedici possenti torri, e alla divisione in quartieri. Si proseguirà quindi verso Mahan e il mausoleo di Nur-ed-Din-Nimat Allah, per fare poi una sosta ai Giardini del Principe. Si attraverserà la steppa e il deserto, interrotto qua e là da oasi, si visiterà la moschea del Venerdì, del tempio del Fuoco, si sosterà alle «Torri del Silenzio» e poi via, verso Nain e il suo museo etnografico. Quindi si andrà ad Ardestan e infine si raggiungerà Isfahan, considerata la capitale artistica dell’Iran e per secoli crocevia di commerci e carovane. L’ultimo giorno, prima di partire, si percorreranno 440 km circa per raggiungere Teheran, passando per

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Viale Stazione 8a 6500 – Bellinzona T +41 91 820 25 25 bellinzona@hotelplan.ch

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Cognome Alireza Javaheri

quali centri cardinali lungo la Via della Seta. Hotelplan accompagnerà i lettori di «Azione» che vorranno lasciarsi guidare alla scoperta di questo fantastico caleidoscopio di esperienze indimenticabili e trionfo di cultura antica. Secondo il programma, saranno molte le mete che verranno visitate: Teheran in primis. Qui si visiteranno anche il palazzo Golestan e il museo dei gioielli. Poi toccherà a Shiraz – con i

Un viaggio straordinario attraverso le meraviglie della Persia, come le città museo di Teheran, Isfahan e Shiraz, vere perle dell’architettura islamica. L’Iran racchiude la maggior parte delle bellezze architettoniche di quest’area geografica. È inoltre ricco di storia e splendidi monumenti di arte islamica, dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Annovera alcune delle città più antiche del mondo, molte delle

Via NAP

Kashan, dove si potranno visitare i «giardini del Re», una vera oasi in una regione desertica. Sosta poi a Qom, dove si visiterà il magnifico mausoleo dell’Ayatollah Khomeini. Da Teheran si tornerà infine a casa. * Per partecipare alla serata informativa, l’iscrizione è obbligatoria: basterà rivolgersi alla propria agenzia di riferimento entro il 30 gennaio.

Località Telefono e-mail Sarò accompagnato da … adulti

Programma di viaggio Mercoledì, 1. aprile. Ticino-Teheran. Ticino-Milano, torpedone. Volo di linea (con scalo) e arrivo a Teheran. Giovedì, 2 aprile. Teheran-Shiraz. Visita di Teheran. Volo per Shiraz. Venerdì, 3 aprile. Shiraz-Persepoli. Naqsh-E-Rustam. Escursione di circa 60 km, tra templi, palazzi e tombe. Rientro a Shiraz. Sabato, 4 aprile. Shiraz. Visita della città. Domenica, 5 aprile. Shiraz-Kerman. Partenza per la provincia di Kerman (550 km ca.). Lunedì, 6 aprile. Kerman-Rayen. Mahan-Kerman (200 km ca.). Visita di Kerman, Raye, Mahan e rientro a Kerman.

Martedì, 7 aprile. Kerman-Yazd. Partenza per Yazd. Mercoledì, 8 aprile. Yazd-Nain. Ardestan-Isfahan. Si va a Nain, Ardestan e Isfahan (300 km ca.). Giovedì, 9 aprile. Isfahan. Giornata intera per visitare la città. Venerdì, 10 aprile. Isfahan. Proseguimento della visita di Isfahan. Sabato, 11 aprile. Isfahan-Kashan. Teheran (440km ca.). Partenza per Kashan, Qom, e arrivo a Teheran. Nella notte partenza con il volo per Milano. Domenica, 12 aprile. Teheran-Ticino. Arrivo in mattinata, e trasferimento in torpedone in Ticino.

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Orari d’apertura: lu–ve 8.00–18.30 / gi 8.00–21.00 / sa 8.00–17.00 tel.: +41 91 605 65 66


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Ambiente e Benessere

Sotto il segno della Capra Maria Grazia Buletti Il nuovo anno cinese si festeggia tra il 21 gennaio e il 19 febbraio. Periodo che decreterà pure il cambio della guardia fra gli animali dell’oroscopo orientale. Di fatto, ci siamo appena lasciati dietro le spalle il 2014 caratterizzato dal segno del Cavallo e quest’anno saremo accompagnati da uno dei più comuni – almeno in Svizzera – fra i dodici animali prescelti da Buddha: la Capra.

Fra le capre vere, e non astrologiche, a rischio di estinzione anche una tutta ticinese, cioè la capra Nera Verzasca Questo zodiaco differisce molto da quello occidentale, che si basa invece sui segni zodiacali tradizionali come ariete, toro, gemelli e tutti gli altri. Non si basa, infatti, sui transiti planetari, bensì su concetti differenti come le energie dello Yin-Yang e sui noti cinque elementi (legno, fuoco, terra, metallo, acqua) dominati a loro volta da Giove, Marte, Saturno, Venere e Mercurio. Ciononostante, per analogia con le nostre previsioni astrologiche, anche in Cina ci si prepara a comprendere quali saranno le migliori previsioni per i nati sotto questo segno, così come pure per gli altri. Tutto il mondo è paese, insomma, e la regola vale anche per lo scetticismo; tuttavia la classica osservazione «non ci credo, però una

sbirciatina… così, tanto per…» vale in Cina come da noi. Per questo riassumiamo dalla voce di differenti fonti qualificate le caratteristiche salienti di chi è nato sotto il segno della Capra: si tratterebbe di «persone dall’indole istintiva e ricche di inventiva, che tuttavia necessitano di stimoli costanti e di commissioni per portare a termine i progetti, nonché di qualcuno che sappia incanalare nel miglior modo le qualità artistiche e produttive di questo segno». Sempre secondo l’Oroscopo cinese, i nati sotto il segno della Capra sono estremamente affascinanti e accattivanti. Inoltre sono abili nel creare gruppi di lavoro accomunati dagli stessi intenti, anche se spesso dal loro carattere potrebbe emergere un lato oscuro: «L’altra faccia della medaglia: il pessimismo». Tra il serio e il faceto ci siamo divertiti a introdurre qualche nozione astrologica della cultura cinese su un animale molto presente nel nostro territorio. La Svizzera, infatti, ha il pregio di essere una nazione pionieristica in materia di allevamento caprino moderno. Lo afferma la Federazione Svizzera di Allevamento Caprino (FSAC) che, dati alla mano, dimostra il continuo aumento degli effettivi: «Negli ultimi anni, e al 1° giugno 2014, sul Libro genealogico risultavano registrati 33’458 animali». Autorevole nel suo lavoro sul territorio, la FSAC fu fondata nel lontano 1906 e i suoi soci sono annoverati fra le associazioni regionali e cantonali di allevamento caprino, i consorzi singoli o le stazioni di allevamento. Ricono-

Non ci credo, però… La capra è l’ottavo animale che arrivò da Buddha e i nati sotto questo segno avranno un temperamento affettuoso, sensibile, timido, gentile e generoso. Secondo le credenze dell’oroscopo cinese, essi raggiungeranno tutti gli obiettivi che si prefiggono, facendo leva sulla loro innata diplomazia. Non amano affatto le discussioni, rifuggono dalle polemiche e sono creativi e fantasiosi. Per questo, saranno sempre innamorati della vita, meglio se comoda e sedentaria. Proverbiali

ritardatari, si fanno perdonare per la loro timidezza e per il loro misticismo che li porta verso il buongusto e l’eleganza. Quali i difetti? Sempre secondo l’oroscopo cinese, i nati sotto il segno della capra sono estremamente pessimisti e tendono a soffrire per ogni cosa, entrando in crisi di fronte ai racconti delle sofferenze altrui. Chi si riconosce? Oppure: chi non ci crede, ma ha letto questo profilo fino all’ultima parola? Buon anno della capra!

Elia Stampanoni

Mondoanimale Persone dall’indole istintiva e ricche di inventiva: sono i nati nel 2015 per l’oroscopo cinese

sciuto dalla Confederazione, il sodalizio in Svizzera promuove la redditività di questa attività, svolgendo parecchi compiti, a cominciare dalla tenuta del Libro genealogico (LG): «Inoltre, ci occupiamo dell’esecuzione di esami funzionali del latte, per animali d’allevamento, della stima dei valori genetici, della valutazione della conformazione, delle famiglie di allevamento e quant’altro». Tutto questo, si aggiunge alla promozione inerente la detenzione, l’allevamento e la salute dei caprini, come pure la vendita di animali d’allevamento da reddito e i loro relativi prodotti. La FSAC si occupa infine anche di organizzare corsi di formazione, conferenze e consulenze per gli allevatori e detentori di capre, rappresentando in tal modo al meglio gli interessi degli allevatori associati presso le autorità federali e cantonali, l’Unione svizzera dei contadini, la Proviande e altre organizzazioni. Una pianifi-

cazione capillare che ha ragione d’essere poiché la Svizzera, nonostante il suo territorio ridotto, presenta una notevole varietà di razze caprine: «La maggior parte di esse è di origine svizzera e sono: la razza caprina di Saanen, di Appenzello, del Toggenburgo, la Camosciata delle Alpi, la Striata grigionese, la Pavone, come pure la Capra dagli stivali e la Capra grigia». La FSAC puntualizza inoltre che, ad eccezione delle ultime due, tutte le altre razze menzionate fanno parte del Libro genealogico. Riassumendo: le principali razze di capra svizzere sono la Camosciata delle Alpi, la capra di Saanen e la capra del Toggenburgo, che costituiscono circa il 70 percento dell’effettivo caprino LG totale. E purtroppo ci sono anche razze caprine a rischio di estinzione: «Si possono definire così qualora la consistenza numerica della loro popolazione sia sotto le mille unità o qualora siano minacciate dall’elevata consanguinei-

tà». Tra queste, si annoverano la Striata Grigionese, la capra d’Appenzello, la Pavone, la Vallesana dal collo nero e pure una capra tutta ticinese: la capra Nera Verzasca. A tutte queste razze indigene vanno ad aggiungersi sul nostro territorio pure due razze caprine di origine estera: la Anglo-Nubian e la capra Buren. La FSAC ci spiega infine che «una volta l’allevamento caprino serviva maggiormente all’autosostentamento, mentre col passar del tempo hanno preso piede e si sono sviluppate la produzione e la vendita di delicati prodotti caprini, che tuttora sono considerate come un settore di attività secondaria o principale dell’agricoltura svizzera». Siccome «Svizzera, paese di capre» potrebbe non suonare molto bene, diciamo però che la nostra nazione ospita e alleva moltissime razze, più o meno comuni, di questo simpatico animale. E che il 2015 sarà proprio il suo anno, almeno secondo l’Oroscopo cinese.

Ambasciatrice di un nuovo linguaggio stilistico Motori La Volkswagen presenta la sua nuova Cross Coupé GTE

Mario Alberto Cucchi Il 25 gennaio ha chiuso i battenti il Salone dell’auto di Detroit. Tra le molte novità presentate al North American International Auto Show anche un’automobile con motorizzazione ibrida Plug-In da oltre 350 cavalli targata Volkswagen. «La Cross Coupé GTE è l’ambasciatrice di un nuovo linguaggio stilistico della Volkswagen sviluppato per gli Stati Uniti» spiega Klaus Bischoff, responsabile del design del marchio tedesco. «Molti dettagli suggeriscono come immaginiamo i nostri futuri Suv». Sulle rive del fiume Detroit è stato mostrato un prototipo in versione coupé del Suv a sette posti che sarà prodotto proprio in USA, esattamente negli stabilimenti del Tennessee, a partire dalla fine del 2016. Definito un mid-size (taglia media) in realtà questo Suv misura ben 4 metri e 85 centimetri per 2,07 metri di larghezza. Sotto il cofano, come accennato prima, si trova un motore elettrico, anzi due. Il primo

è posizionato all’anteriore ed eroga 54 cavalli mentre al posteriore se ne trova un secondo che è in grado di fornire 114 cavalli. Utilizzando solo questi ultimi si possono percorrere 32 chilometri in modalità esclusivamente elettrica. Il

propulsore principale è invece un motore sei cilindri benzina aspirato da 3.6 litri in grado di erogare 276 cavalli e spingere questo «bestione» sino a una velocità massima di 209 chilometri orari.

La più fotografata del Salone di Detroit è stata la nuovissima Ford GT.

Il sistema di guida permette di selezionare quattro profili e cinque modalità di guida. Nel primo caso si hanno gli schemi On-road, Off-road, Sport e Snow. I profili On-road e Offroad consentono a loro volta di accedere alle opzioni Comfort, Eco e Rocks, Sludge&Sand e Gravel. Il conducente può anche selezionare le modalità EMode, Hybrid, GTE, Off-road e Battery Hold/Battery Charge, ciascuna delle quali vanta un’impostazione specifica: in E-Mode si utilizza per quanto più possibile il motore elettrico, in GTE viene accentuata la ricerca delle prestazioni e in Hybrid si massimizza l’efficienza, grazie alle funzioni coasting e di recupero dell’energia in fase di frenata. «Uno dei modelli Volkswagen più importanti degli ultimi anni». Così Cross Coupé GTE è già stato definito dalla Casa tedesca che nel 2014 ha venduto in America 367 mila auto. Dal Salone dell’Auto di Detroit è arrivata anche la conferma della svolta ibrida per Alfa Romeo e Maserati che vedranno debuttare sui loro pros-

simi modelli la doppia alimentazione benzina-elettrico. Sergio Marchionne, rispondendo a un giornalista del quotidiano economico italiano «Sole 24 Ore», ha confermato che la tecnologia ibrida entrerà nelle auto del suo Gruppo a partire da un minivan di prossima introduzione sul mercato americano. FCA ovvero Fiat Chrysler Automobiles ha inoltre portato al debutto americano la nuova Fiat 500 X che ha catturato tutti gli sguardi dei più giovani assieme alla velocissima Mini John Cooper Works da 231 cavalli e alla elegantissima Alfa Romeo 4C Spider. Riflettori puntati anche sulla nuova Audi Q7 più leggera e agile rispetto al passato: pesa ben 325 kg in meno. Ma la più fotografata in assoluto è stata la nuovissima Ford GT ispirata al passato ma con forme modernissime e affascinanti. Il motore è da muscle car americana: posizione centrale e motore posteriore con una potenza massima disponibile superiore a 600 cavalli da gestire attraverso un cambio automatico sette marce a doppia frizione.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Ambiente e Benessere

La moderna tecnica della vasocottura Sempre più persone parlano di vasocottura. Ragioniamoci insieme. La vasocottura è una preparazione di cibi a «circuito chiuso», che avviene dentro un vaso incoperchiato (ma non sempre), come dice la parola stessa; anche se a volte una parte della cottura, la prima, può avvenire in maniera tradizionale, cioè in padella. Si tratta di un’evoluzione sofisticata della cottura a pressione che usa il vapore in modo meno aggressivo e che ben si adatta a tutti gli alimenti.

Questo metodo di cottura usa il vapore in modo meno aggressivo e si adatta a tutti gli alimenti È una tecnica moderna e antica allo stesso tempo, che si ispira alla tradizione di preparare il cibo cuocendolo lentamente in contenitori di terracotta, di ghisa e quant’altro coperti e posti sotto le braci. Come il tajin d’origine berbera. Di grande attualità è invece il contenitore scelto: un vaso di vetro, mai grande, che diventa un vero e proprio espositore di cibo bello da vedere e buono da mangiare, perché la temperatura di cottura, sempre delicata, permette di mantenere inalterati i colori naturali ed esalta i sapori autentici delle pietanze. Detto ciò, per procedere è giusto suddividere questo fenomeno in quattro metodi: sempre di vasocottura si tratta, ma sono abbastanza diverse. 1. Cuocere in un vaso e poi portare a tavola il vaso caldo per gustare subito la pietanza. Questo è il caso più semplice e più diffuso. Il vaso è il contenitore per la cottura e al contempo per la somministrazione. In linea di massima il vaso con la pietanza si cuoce nel microonde, a bagnomaria o nel forno a bassa temperatura. 2. Cuocere «il giorno prima» oppure 2 o 3 giorni prima, quando si ha tempo,

per poi condividere una cena. L’unico punto delicato di questa procedura è che per essere conservato in frigorifero, il barattolo deve raggiungere prima la temperatura ambiente. I ristoranti lo possono fare velocemente, impiegando un abbattitore, ma noi no, perché nessuno ha un simile apparecchio in casa. Comunque sia, lo possiamo fare raffreddare con tempi più lunghi. Certo, quest’operazione genera un aumento della massa batterica, ma d’altronde lo facciamo da sempre, quindi direi di non preoccuparcene più di tanto. Semmai per ovviare a questo possibile problema, alla fine il vaso, possiamo sanificare la pietanza ricuocendola di nuovo prima di servirla. 3. Idem come punto 2, ma tenendo il barattolo in frigorifero anche per un mese. Non è impossibile, sia chiaro, ma bisogna ragionare sul come farlo al meglio. Una soluzione ad esempio potrebbe essere quella di aggiungere qualcosa di acido, ma ne parleremo una delle prossime volte. Questa procedura non è comunque da fare a cuor leggero. 4. Cuocere e poi conservare anche un anno, come in fondo facciamo con la salsa di pomodoro o la confettura – e come fanno le aziende che ci vendono barattoli di vetro con lunghe scadenze. Le aziende riescono a farlo perché hanno gli autoclavi che per noi privati costerebbero troppo, sebbene siano più che abbordabili anche per una piccola azienda. Per sanificare bene occorre arrivare a una temperatura al cuore della pietanza di 121 gradi, con l’autoclave è semplice, ma farlo in casa non è possibile, nemmeno mettendo il barattolo chiuso in forno a 130° o più gradi: c’è troppa differenza di pressione positiva tra l’interno e l’esterno, quindi il tappo salta. Una soluzione, ma è ancora in fase di studio grazie a dei bravi ricercatori, è ricorrere alla cosiddetta tindalizzazione, cioè portare a 70 gradi il vaso chiuso per tre volte consecutive, facendolo raffreddare ogni volta. Al momento però teniamoci lontano da questa procedura: è troppo pericolosa per noi casalinghi. Resta tuttavia un argomento interessante. Ne riparleremo.

CSF (come si fa)

Kagor

Allan Bay

Gandydancer

Gastronomia L’evoluzione sofisticata della cottura a pressione si adatta a tutti gli alimenti

La smetana è una panna acida dal sapore delicato. Si tratta di una salsa molto diffusa, per non dire onnipresente, nell’Europa dell’Est: in Russia la usano come noi italiani usiamo il formaggio grana, cioè dovunque. Può essere usata per preparazioni dolci o salate. Vediamo come prepararla. Anzitutto soffriggete in una noce di burro 1 cipolla mondata e tritata. Sfumate

con un bicchiere di vino bianco, fate ridurre a metà e filtrate. Unite 250 g di panna a temperatura ambiente e altrettanto iogurt greco (qui ci vuole proprio lo iogurt greco) e cuocete a fuoco dolcissimo per 5’. Niente sale o pepe, li metterete nel piatto che sarà arricchito con la smetana. Se volete alla fine aggiungete un cucchiaino di succo di limone filtrato. Servite la salsa come accompagnamento di carne di maiale, di manzo e vitello, di agnello e montone o di pollame vario, insomma con tutta la carne. Variante: salsa di smetana alla paprika. Per 6 persone. In una terrina emulsionate 5 dl di panna a temperatura ambiente con il succo di 2 limoni filtrato, unite un pizzico di sale e paprika dolce o forte, a piacere, ma tanta. Fate liquefare una noce di burro in una

casseruola, aggiungete un’abbondante punta di concentrato di pomodoro e, per ultimo, la panna acida. Cuocete a fuoco basso per circa 8’. Servitela come la smetana base. Concludiamo con una bavarese di smetana. Per 4 persone. Mettete 10 g di gelatina in fogli a mollo in acqua fredda per 10’. Mescolate in una casseruola 150 g di zucchero a velo con il succo filtrato di 2 limoni, unite una presa di vaniglia e scaldate a fuoco basso. Unite la gelatina ben strizzata e mescolate finché si sarà sciolta completamente. Lasciate raffreddare il composto. Nel frattempo montate 2 dl di panna mescolata con 150 g di mascarpone. Unite delicatamente la crema montata al succo di limone, versate il composto in piccoli stampi da budino e passate in frigorifero a consolidarsi.

Manuela Vanni

Oggi un piatto a base di orata e paprika dolce – che è più un antipasto che un secondo – e un piatto unico a base di sovracosce di tacchino, anch’esso impreziosito con la paprika.

Manuela Vanni

Ballando coi gusti

Orata alla curcuma e alla paprika

Tacchino con salsa di iogurt alla paprika

Ingredienti per 4 persone: 1 orata già eviscerata da 800 g · farina · curcuma · pa-

Ingredienti per 4 persone: 2 sovracosce di tacchino · 240 g di riso venere · 150 g

prika dolce · zucchero · 2 spicchi d’aglio · prezzemolo · aceto di mele · olio di sesamo · sale.

di cipolla bianca · 125 g di iogurt intero · 2 cipollotti · paprika dolce · olio di oliva · sale e pepe.

Lavate l’orata, squamatela e praticate sui lati due o tre tagli con un coltello affilato, poi infarinatela leggermente, scrollandola infine per eliminare l’eccesso di farina. Cospargete di sale, paprika e curcuma i tagli e la parte interna del pesce. Scaldate 1 filo d’olio in una casseruola, unite l’orata e rosolatela uniformemente. Unite 2 cucchiaini di zucchero e 2 di aceto, quindi cuocete coperto per 5’, mescolando delicatamente. Servitela cosparsa di prezzemolo. A piacere, accompagnate con riso bianco.

Mondate, lavate e tritate la cipolla, stufatela con olio, sale, pepe e poca acqua, a metà cottura unite la paprika, spegnete, fate intiepidire ed emulsionate lo iogurt a temperatura ambiente. Cuocete il riso in abbondante acqua leggermente salata per 45’, scolatelo e saltatelo in padella con olio e la parte verde del cipollotto. Tenete in caldo. Disossate le cosce di tacchino, tagliatele a fettine e saltatele in padella con poco olio per 4’, regolate di sale. Mettete il riso nei piatti, sopra il tacchino e nappate con la salsa.


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Ambiente e Benessere

Il testamento spirituale di Messner Editoria La vita secondo me: in un libro

le riflessioni sul suo percorso esistenziale

Mario Curti

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M Grand Prix Migros ad Airolo Sci alpino L’ottava tappa è prevista per domenica 15 febbraio;

è possibile iscriversi fino al 31 gennaio

Tutti gli appassionati dello sci alpino si stanno apprestando a vivere a distanza le emozioni del 43° campionato del mondo che andrà in scena negli Stati Uniti a partire dalla prossima settimana (dal 2 al 15 febbraio), a Vail / Beaver Creek. Ma anche da noi c’è chi trepida per prendere parte a una gara di sci. Grazie alle recenti nevicate che hanno imbiancato le cime delle nostre montagne, infatti, quasi tutte le stazioni sciistiche al sud delle Alpi hanno potuto aprire gli impianti di risalita. Gli stessi rimasti tristemente chiusi, almeno in parte, fino a metà gennaio. La mancanza di neve stava infatti condizionando entrambe le manifestazioni, dato che interessava non solo le nostre latitudini ma era estesa su tutto l’arco alpino. Un pericoloso comune denominatore che ha rischiato di compromettere sia il programma dei Campionati del Mondo sia per l’appunto quello delle prime gare del Grand Prix Migros. Airolo Pesciüm – che domenica 15

Calendario appuntamenti 2015 Gennaio

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Febbraio

1 Grindelwald/ Wengen 7 Obersaxen 15 Airolo 21 Stoos

Marzo

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Crans Montana Sörenberg Les Diablerets Schönried Riederalp

Adelboden Wildhaus Lenzerheide Nendaz Finale a Les Crosets

Mario Curti

Renato Facchetti

febbraio ospiterà l’unica tappa di questa importante manifestazione nella Svizzera italiana – ha invece aperto i suoi impianti già lo scorso 22 novembre e le condizioni delle piste sono davvero ottime. L’invito quindi a tutte le famiglie di giovanissimi appassionati di sci che non l’avessero ancora fatto, è quello di iscrivere bambini e ragazzi al Grand Prix Migros. È possibile farlo ancora fino a sabato 31 gennaio tramite il sito www.gp-migros.ch. La quota d’iscrizione di 20 franchi dà la possibilità di partecipare per alle categorie dagli 8 ai 16 anni (nati tra il 1999 e il 2007); tutte le annate gareggeranno in categorie separate e non è necessario fare parte di uno sci club. Bambini e bambine di 6 e 7 anni (nati nel 2008 e 2009) potranno partecipare alla Mini Race, su una pista e un tracciato che permetterà a tutti di divertirsi senza grandi difficoltà tecniche; per queste categorie il costo dell’iscrizione è di 10 franchi. Il Grand Prix Migros non deluderà certo le centinaia di partecipanti e di coloro che si troveranno tra il pubblico, al di fuori delle piste per puro di-

vertimento. Nel villaggio degli sponsor Migros, Thomy, Vacanze Migros, Leki, Toko, Nordica, Blizzard e Swiss-Ski, tutti avranno la possibilità di giocare e vincere simpatici premi; ma anche di provare gli ultimi modelli di sci Nordica e Blizzard. L’iscrizione comprende pure il buono pranzo e la giornaliera a tariffa ridotta. Swiss-Ski, promotore di questa manifestazione, ha pensato proprio a tutto. Il grande lavoro organizzativo dello Sci Club Airolo e della Valbianca SA, sapranno soddisfare anche quest’anno le aspettative di concorrenti e accompagnatori. Per coloro che non potessero partecipare alla tappa di Airolo del Grand Prix Migros, il calendario 2015 offrirà la possibilità di qualificarsi per la grande finale in programma a Les Crosets il 28-29 marzo, iscrivendosi a uno dei successivi cinque appuntamenti (vedi calendario a lato).

Grand Prix Migros, 15 febbraio, Airolo Pesciüm

Anche in Ticino è noto soprattutto per aver scalato per primo tutti i 14 «ottomila» dell’arco himalayano. Reinhold Messner, altoatesino e cittadino del mondo, ha appena compiuto i settant’anni e affida a un nuovo libro, La vita secondo me (edizioni Corbaccio, 331 pagine), le riflessioni sul suo percorso esistenziale. Con la centralità della montagna e dei suoi abitanti, ovviamente, ma anche con le esperienze raccolte nelle pianure, da quelle densamente abitate fino a quelle che si perdono in orizzonti sconfinati, come i deserti o il mare di ghiaccio. Una sorta di testamento spirituale, dove fa testo la ricerca costante della libertà. Sentimento di difficile definizione, che ognuno personalizza a modo suo: per Messner è il vivere in pace con sé stessi, seguendo impulsi dettati dalla curiosità del «conoscere oltre». Nel senso di utilizzare informazioni storiche, sul divenire dell’uomo e dell’umanità, per ricercare nuovi orizzonti. E rendere partecipe, grazie alla indiscussa capacità mediatica, sviluppata nel corso dei decenni, una cerchia di potenziali interessati. Che magari, come diceva un suo recensore «non hanno scalato nulla di più impegnativo dello sgabello di un bar». Sul piano della comunicazione, anche laddove l’aria diventa sottile (sopra gli «ottomila» metri l’uomo può rimanere solo per brevi momenti) bisogna riconoscere a Messner una capacità comunicativa che non è molto comune. Nel raccontare i cosiddetti «percorsi interiori», quelli dello spirito e dell’anima, più che dar conto di verticalità e di tiri di corda per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il libro si divide in capitoletti contraddistinti da parole chiave: ad esempio «Prudenza», «Segreto», «Azzardo», «Invecchiare», «Rinuncia». Il settantenne Messner, con più di cento «prime» e 3500 vette raggiunte in tutti i continenti, esploratore, politico (eurodeputato a Bruxelles) scende in campo per i diritti delle comunità montane. Lo fa con il bagaglio di esperienze acquisite soprattutto nella prima infanzia e adolescenza, nella nativa valle di Funes. Sicuramente anche i settantenni (e oltre) ticinesi, cresciuti in situazioni analoghe, possono facilmente riconoscersi: il campo da gioco era la montagna, con la sua vastità e i suoi pericoli. I giochi bisognava inventarseli, le regole erano fatte proprie dal «gruppo», anche perché chi sgarrava correva il rischio di lasciarci le ossa. L’autoresponsabilità era sovrana, dettata dalle leggi dell’ambiente. E Messner annota come nel corso degli ultimi anni questo

Reinhold Messner. (A. Savin)

atteggiamento si sia parecchio allentato, di fronte a una serie di agevolazioni che tendono a facilitare il godimento della quota, anche da parte di persone alle quali nulla interessa della «cultura» montana. Quel capitale di conoscenze, acquisite istintivamente, è poi servito a Messner per incontrare e capire «montanari» di altri continenti, dove le analogie nello stile di vita sono più marcate delle differenze. Lo scetticismo messneriano sull’esistenza di Dio viene temperato da una riflessione in cui «rimango possibilista, e non escludo né ammetto il divino nella mia idea del mondo».

Il settantenne Messner, con più di cento «prime» e 3500 vette raggiunte, si racconta come uomo curioso ed esploratore In montagna l’individualismo deve confluire nella cordata dove «si condividono le paure. Le decisioni vengono prese insieme, spesso tacitamente. Si concretizza un doppio ideale: quella piccola comunità mette in pratica le leggi della natura umana e ci si aiuta a comprendere quel che abbiamo dentro. Poi, con gli anni, le azioni diventano impossibili, perché la malattia e la vecchiaia erigono barriere più alte dell’Everest. Ci chiudono come in una gabbia, ci sostengono nel renderci conto della nostra limitatezza. Non sono mai stato un selvaggio: piuttosto un disadattato, un uomo alla ricerca del senso, degli ideali, dell’estetica. Un uomo curioso». Negli ultimi anni Messner, oltre che storico dell’alpinismo e alpigiano (nella sua tenuta di Juval), ha trasformato caserme dismesse in musei destinati a raccogliere testimonianze di vita in montagna. È pure sceso in campo dichiarando che «l’alpinismo classico e morto e defunto, rimangono solo gare di arrampicata indoor e turismo d’alta quota». Esplicita l’allusione a quanto avviene sul percorso classico di accesso all’Everest, dal versante nepalese. Gli sherpa trasformati in «carne da cannone» (come ha titolato «El Paìs») per tracciare itinerari e stendere corde, nell’intento di agevolare l’accesso alla cima più alta del mondo ad eserciti di maldestri aspiranti alla vetta. Un attestato messneriano di incapacità – nei confronti delle giovani generazioni – di individuare nuovi orizzonti nelle scalate, sempre nel rispetto dei fair means, i mezzi leali di confrontarsi con la montagna. Qualcuno ha obiettato che la visione di Messner è troppo autoreferenziale, e che «le nuove scoperte e tecnologie consentiranno anche all’alpinismo un progresso e uno sviluppo». Per esempio viene citato il primo tentativo sul pilastro del Masherbrum in stile alpino da parte di tre giovani climber (David Lama, Peter Ortner e Hansjörg Auer) che provengono dall’arrampicata sportiva e si sono spinti a scalare una parete rocciosa verticale e inviolata di quasi 8mila metri. Gli spagnoli Inarrategi, Vallejo e Zabalza hanno salito una parete di oltre mille metri, fino a quota 7mila, «exploit assoluto e impensabile fino a pochi anni fa». Dove va l’alpinismo? Come tutte le altre discipline, sportive e non, evolve secondo gli interpreti delle nuove generazioni.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Ambiente e Benessere

In attesa di un grande «Shaq» Sportivamente L’attaccante rossocrociato Xherdan Shaqiri, passato dalla panchina del Bayern a quella dell’Inter,

vuole ritrovare la fiducia del tecnico Mancini dopo aver perso quella di Guardiola Alcide Bernasconi Ci crederete o no, ma, nonostante tutto quanto succede nel mondo, l’altra sera attendevo qualcosa su una rete privata che dedica grande spazio al gioco del pallone (direi, anzi, al calcio parlato) circa l’ingaggio del rossocrociato Xherdan Shaqiri da parte dell’Inter. Credo che i tifosi interisti, da quanto avevo sentito in una trasmissione tv sul calciomercato degli scorsi giorni, fossero più eccitati di vedere lui arrivare all’aeroporto della Malpensa piuttosto che Lukas Podolski, nazionale tedesco campione del mondo, proveniente dall’Arsenal, che pure era stato bene accolto da una piccola folla nerazzurra.

Il kosovaro non vuole essere titolare soltanto con la maglia della Nazionale rossocrociata e ha tanta voglia di giocare dimostrando tutto il suo valore Shaqiri sembra però aver acceso le speranze dei sostenitori nerazzurri come pochi altri prima di lui, come i vari brasiliani considerati veri e propri assi del pallone. Tuttavia i fan sono attenti e preparati: essi sapevano di quali prodezze è capace anche il kosovaro che ha deciso di giocare per la nazionale svizzera. Forse l’avevano pure ammirato ai Mondiali in Brasile, dove l’ex giocatore del Basilea e del Bayern Monaco si era distinto con un paio di magiche conclusioni a rete, oltre che cercando con insistenza le giocate che potessero lanciare la Svizzera verso la vittoria. Anche in Champions, col Ba-

silea, Shaqiri aveva lasciato il segno, dimostrandosi giocatore superiore alla media. La squadra bavarese, pur avendolo acquistato dal Basilea per 12 milioni di euro, poteva però concedergli poco spazio, tenuto conto dell’alto numero di campioni di cui dispone. Così «Shaq» (come, credo, lo chiamino già i nuovi compagni di gioco oltre che i tifosi) alla lunga s’è intristito. Lui ha bisogno di giocare: ha 23 anni e una gran voglia di andare a segno, di mostrare le prodezze di cui è capace, l’inventiva che caratterizza il suo gioco, il fiuto del gol. L’allenatore del Bayern, Guardiola, lo ha capito. Non poteva però togliere dal campo Robben o Ribéry, per non fare che due nomi, soltanto per far tornare il sorriso sul volto dello svizzero che giostra quale centrocampista o all’ala. Grazie anche all’ottimo rapporto che il dirigente del Bayern KarlHeinz Rummenigge ha mantenuto con l’Inter, di cui fu pure uno dei leader in campo anni fa, Shaqiri ha così trovato presto l’accordo con il club milanese. A volerlo contattare per conoscerne le intenzioni, è stato l’allenatore Roberto Mancini, al quale lo svizzero-kosovaro (come ha precisato un cronista tv) ha risposto con entusiasmo. In Italia – ha dichiarato lui – non avrebbe scelto altra squadra. E i fan, accorsi in quattrocento alla Malpensa, hanno sottolineato la loro soddisfazione anche con l’acquisto delle prime magliette che si sono vendute in un battibaleno. Speravamo, dunque, di vedere all’opera al più presto il nostro attaccante rossocrociato. Mancini ha però voluto attendere che «Shaq» si ambientasse nella sua nuova squadra tenendolo in panchina al suo esordio al «Meazza» per non schierarlo poi che negli ultimi dieci minuti contro l’Empoli, in un incontro chiusosi sullo 0-0. La de-

della Nazionale, per perforare le difese avversarie con geniali incursioni in area, tanto per cercare la conclusione personale quanto per imbeccare i compagni con assist sottoporta. Le tv italiane per ora non si sbottonano. Noi, che aspettavamo il servizio sull’arrivo di Shaqiri alla Malpensa, per circa un’ora e mezzo abbiamo dovuto vedere mille volte le immagini del fuorigioco che aveva permesso alla Juve di andare a segno, un offside millimetrico per alcuni osservatori, di svariati centimetri invece per altri. Il calcio parlato alla fine ci aveva messo k.o. tanto da non poter vedere il servizio su Xherdan Shaqiri. Speriamo in meglio per le prossime settimane. Anche perché ci stiamo avvicinando sempre più ai playoff di hockey e pure noi corriamo il rischio di vedere e rivedere in tv reti annullate, falli non rilevati o altri «inventati»; presunti errori arbitrali sui quali discutere a non finire. A volte dubitiamo perfino della bellezza del gioco ora che la velocità ci toglie il modo di capire come abbia fatto il puck a finire in rete se non ci fossero le immagini al rallentatore. Perciò ci rifugiamo nel tennis, dove, fra tanti colpi dentro o fuori dal tempo per una questione di millimetri, se anche i protagonisti in campo hanno qualche dubbio sul giudizio dell’arbitro, ecco l’immagine rallentata che non lascia scampo a nessun’altra interpretazione. Così mi accomodo davanti alla televisione per l’avvio di una nuova stagione: la Coppa Davis, conquistata contro la Francia in una finale che è ormai entrata nella storia dello sport svizzero, sembra volermi suggerire – ma è soltanto una presa in giro di uno spettatore anziano – che anche noi un po’ di tennis l’abbiamo nel sangue.

Shaqiri esulta per la sua prima rete con l’Inter contro la Sampdoria (Keystone)

lusione dei fan interisti – cui si aggiungono gli albanesi riparati in Italia che simpatizzano con il kosovaro originario della loro nazione – si è fatta subito sentire con una massiccia contestazione nei confronti del tecnico nerazzurro. I telespettatori di alcune reti tv, che si occupano essenzialmente di calcio nelle ore serali, hanno inviato messaggi espliciti. «Via Mancini! Quanto tempo attendono ancora prima di cacciarlo? Da quando gli è stata affidata la squadra, non ha fatto certo meglio del suo predecessore Walter Mazzarri». E aggiungono: «Da 14 anni mai così male l’Inter». Più delusione che rabbia, insomma. A chi chiede come mai i nuovi acquisti siano per ora illustri panchinari, si fa notare come da un mese a questa parte essi siano stati praticamente fermi. E l’ex giocatore della Juve, Massimo

Mauro, ora opinionista di un canale privato che si occupa di sport, è stato molto sbrigativo esprimendo la sua valutazione sui giocatori chiamati a rinforzare l’Inter: «Salvatori della patria? Non lo sono certamente. L’Inter deve fare un salto di qualità e servono altri giocatori». Chiaro e tondo, insomma. Eppure noi continuiamo ad attendere Shaqiri. Ha certamente i numeri per emergere nel campionato italiano, sempre che possa scendere in campo regolarmente. Per la nazionale elvetica è importante che giochi. I due anni e mezzo trascorsi al Bayern l’hanno probabilmente fatto maturare sul piano del carattere e dell’esperienza, ma ora «Shaq» non può ritrovarsi a dover fare ancora il panchinaro come al Bayern. Deve al più presto ritrovare il peso forma e l’agilità che lo hanno contraddistinto quale punto di forza del Basilea e

ORIZZONTALI 1. Impuro, corrotto 7. Si segue... a tavola 8. La minore delle isole Cicladi 9. 505 romani 10. Andate alla latina 11. Quando cantano sono confessi 12. Fanno coristi... in crisi 13. Lo può essere un albero 18. Lo sono i ginnasti 20. Una... cricca di amici 22. Fu il primo in assoluto 24. Un liquore 25. Titolo di laurea abbreviato 27. Tintura in farmacia 29. Prefisso che vuol dire «al di là» 30. Una casa freddissima

Sudoku Livello medio

Giochi Cruciverba Come andrà il nuovo anno? Nonostante le circostanze, molto bene perché la felicità è un … Trova il resto della frase leggendo, a cruciverba ultimato le lettere in evidenza. (Frase: 4, 2, 6, 8, 4, 6)

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Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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VERTICALI 1. Il creatore dell’universo 2. La cantante di Io per te 3. Si raccolgono nel frutteto 4. Il gigante figlio di Poseidone 5. Ci seguono in cucina 6. Logico, evidente 9. Si scrive con una X 11. Dispositivo per circuiti elettrici 13. Residuo centrale 14. Le iniziali dell’attrice Chiatti 15. Sistema stellare nella costellazione di Perseo 16. I raggi del poeta 17. Il Morricone musicista 19. Uomo vanesio 21. Insieme di arnesi essenziali 23. Composizioni poetiche 26. Le iniziali dell’attrice Rinaldi 28. Le iniziali della cantante Grandi

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Scopo del gioco

Soluzione della settimana precedente

A tu per tu con la natura – l’apertura alare dell’aquila reale è di: circa due metri e trenta.

A M E N

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶26 gennaio 2015¶N. 05

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Politica e Economia Golpe nello Yemen Uno dei principali serbatoi del terrorismo islamico traballa paurosamente sotto i colpi dei ribelli Houthi pagina 17

Narcos Connection Quinta puntata sul traffico di droga in Sud America. Qui si racconta la storia della carretera de la muerte in Bolivia, la pericolosissima via usata dai corrieri della droga, che collega La Paz con las Yungas

Uno shock da digerire La decisione della BNS di abbandonare la difesa della soglia di 1,20 franchi per euro crea problemi a tutta l’economia

Il Polentagraben Uno studio sull’identità svizzera mostra chiare differenze tra Svizzera tedesca e Romandia da una parte e Ticino dall’altra

La rivoluzione yemenita Medio Oriente Il golpe compiuto dai guerriglieri Houthi va inquadrato come

una nuova affermazione dell’Iran a danno dell’Arabia Saudita nel grande conflitto regionale tra sciiti e sunniti

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Marcella Emiliani

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«Mi dimetto perché lo Yemen ormai è piombato in una impasse totale». Con queste parole il 22 gennaio ha lasciato la propria carica il presidente yemenita Abdrabbuh Mansur Hadi dopo tre giorni terribili. Con lui si sono dimessi anche il primo ministro Khaled Bahhah e l’intero governo. Tutto è precipitato il 21 scorso quando Hadi si è ritrovato prigioniero dei guerriglieri Houthi nel palazzo presidenziale, in pieno centro di Sana’a, mentre la sua guardia pretoriana se l’era già data a gambe il giorno prima, dopo l’ennesimo conflitto a fuoco coi suddetti guerriglieri. «Sequestrato» il presidente, col premier Bahhah sparito non si sa dove, il leader delle milizie tribali in questione, Abdel Malik al-Houthi si era esibito in un proclama televisivo in cui aveva spiegato che gli Houthi intendevano far rispettare gli Accordi di pace siglati il 21 settembre 2014 col governo sotto gli auspici dell’Onu e del Consiglio di cooperazione del Golfo, ma pretendevano di aver maggior voce in capitolo nel processo decisionale del Paese. In parole povere chiedevano un reale power sharing attraverso la creazione di un governo di unità nazionale. Solo allora avrebbero tolto l’assedio a Sana’a, caduta nelle loro mani fin dal settembre dell’anno scorso. In sovrappiù, al-Houthi accusava Hadi di essere un tiranno corrotto e di aver «favorito» la penetrazione di al-Qaeda in ogni provincia del Paese. E – concludeva – «lo Yemen, ormai, è sull’orlo del baratro».

Il presidente siriano al-Asad (terzo da destra). (AFP)

Sulla via di Damasco Scenari La Siria è oggi lo snodo di tutte le crisi che investono il mondo islamico e il nostro rapporto

con le comunità musulmane in Europa

Lucio Caracciolo Damasco è oggi lo snodo di tutte le crisi che investono il mondo islamico e il nostro rapporto con le comunità musulmane in Europa. Lo è dal punto di vista del «califfo» Abu Bakr al-Baghdadi, per il quale quella è la capitale del primo califfato – quello vero della dinastia omayyade – dove lui stesso vorrebbe insediarsi a vittoria ottenuta sul miscredente al-Asad e i suoi sostenitori. Lo è poi per la diplomazia internazionale, perché intorno al tentativo di soluzione della guerra che sta devastando la Siria si incontrano in questi giorni i fili del negoziato gestito da Mosca – grande sponsor del dittatore di Damasco – e dalle potenze occidentali. Lo è anche per l’Iran, che sostiene il regime di al-Asad perché se perdesse la sua influenza in Siria Teheran vedrebbe cadere, tra l’altro, il collegamento con il Libano e i suoi alleati di Hezbollah, e soprattutto lo sbocco sul Mediterraneo. Infine, lo è per l’emergenza jihad in Europa, dato che la Siria è la palestra favo-

rita dei giovani «guerrieri di Dio» che fanno avanti e indietro fra le nostre metropoli e quei campi di battaglia, come insegnano le stragi di Parigi. Esaminiamo in sintesi questi quattro fronti. Per lo Stato Islamico (Is) del «califfo» al-Baghdadi le frontiere non esistono, specie quella tracciata cent’anni fa da inglesi e francesi a marcare la nascita dei due Stati satelliti di Siria (sotto il controllo di Parigi) e Iraq (sotto Londra). È nel cosiddetto Siraq, ossia il territorio a cavallo del confine siroiracheno, che al-Baghdadi sta cercando di strutturare le basi del suo «califfato». Qui sorgono le sue amministrazioni, il suo peculiare «welfare» islamista, le sue corti islamiche, qui si comincia a battere persino una moneta. Tutto grazie ai traffici clandestini di petrolio e reperti archeologici e agli aiuti sotterranei che vengono all’Is dal mondo arabo sunnita, sauditi compresi. Sul piano militare, è in Siria che le milizie «califfali» avanzano, mentre in Iraq sembrano tenute sotto scacco dai bombardamenti ame-

ricani e dalla strana coalizione di truppe irachene, milizie curde e pasdaran iraniani che combatte l’Is su terra. Sul fronte della diplomazia internazionale, qualcosa comincia a muoversi. La principale novità è la disponibilità di Obama a intrecciare un vero dialogo con Teheran, che passa inevitabilmente per la soluzione del caso siriano. La Casa Bianca sembra pronta a ripartire da un compromesso che lasci in piedi al-Asad. La sua caduta si tradurrebbe infatti nel trionfo del «califfo». Fra i due mali, a Obama alAsad oggi pare il minore. Questo porta gli americani a scontrarsi con sauditi e turchi, alleati informali (i primi) e formali (i secondi) con cui questa amministrazione è in rapporti sempre più tesi. Soprattutto, incontra la resistenza di Netanyahu, indisponibile a salvare il riferimento dell’Iran nella regione. Gli europei, invece, sono con Obama. In generale, per noi occidentali il controterrorismo prevale su ogni altra considerazione riguardante gli equilibri regionali.

Teheran guarda con interesse alla partita siriana, perché sa che dal suo andamento dipende anche l’esito del negoziato sul suo programma nucleare. L’Iran e i suoi sei interlocutori (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e Germania) si sono dati tempo fino a giugno per sciogliere quel nodo. Obama pare orientato a trovare infine un accordo sul nucleare, che reintegrerebbe l’Iran a pieno titolo sulla scena geopolitica e geoeconomica globale. Israeliani e sauditi stanno facendo il possibile per sabotare questa prospettiva, perché entrambi considerano l’Iran un nemico irredimibile, una minaccia esistenziale. E perché essendo entrambi potenze nucleari di fatto – Israele ha un suo arsenale non dichiarato, l’Arabia Saudita lo condivide con il Pakistan – non vedrebbero di buon occhio l’avvento di un terzo incomodo. Sicché faranno di tutto per sabotare sia il negoziato su Damasco che quello con Teheran. Infine, noi europei. Le stragi di «Charlie Hebdo» e del supermercato

kosher a Parigi sono la conferma che nelle pieghe dell’immigrazione musulmana si è incistato il terrorismo jihadista. È una partita estremamente delicata, che non può essere gestita nel clima di paura e di esasperazione inevitabile in queste settimane. Ma un punto è chiaro: bisogna tagliare per quanto possibile i collegamenti fra i jihadisti nostrani e i loro soci che combattono nelle terre di nessuno africane e asiatiche. A cominciare dalla Siria. La nostra sicurezza non si gioca solo nel controllo delle cellule islamiste in Europa, ma nella nostra capacità di individuare i foreign fighters e di intercettarli alla partenza, o almeno sulla via del ritorno, quando preparano attentati e cercano nuovi proseliti per la loro causa. Per questo occorre un grado di cooperazione fra servizi segreti e polizie europee dal quale siamo molto lontani. Ma prima o poi questa pagina dovrà essere aperta, se non vogliamo che il libro degli impegni occidentali contro il terrorismo non si riduca a pura predica.

L’Iran sta tentando di costruirsi un impero, dall’Iraq alla Siria, dal Libano al Bahrein fino allo Yemen Mentre il segretario generale dell’Onu Ban-ki Moon deprecava l’accaduto, il presidente in carica del Consiglio di sicurezza, il cileno Cristian Barros Melet, metteva immediatamente in chiaro che per la comunità internazionale lo Stato era ancora rappresentato dal presidente Hadi, ed inviava di corsa a Sana’a un proprio emissario, Jamal Benomar, a tentare una mediazione in extremis. I suoi sforzi già la sera dello stesso 21 gennaio parevano essere andati a buon fine, perché Hadi aveva garantito ai suoi sequestratori di essere disposto ad esaudire le loro richieste. In cambio gli Houthi avrebbero dovuto togliere l’assedio alla capitale, cosa che invece i guerriglieri si sono ben guardati dal fare. A quel punto il presidente e il primo ministro non se la sono sentita di prendersi la responsabilità di governare coi mitra puntati alle tempie e se ne sono andati, lasciando lo Yemen allo sbando più totale. Mentre il parlamento rifiutava le dimissioni di Hadi e del governo, con notevole improntitudine un portavoce dei ribelli proponeva la creazione di un governo di unità nazionale di cui però avrebbe dovuto assolutamente far parte Abdel Malik al-Houthi: una proposta che ora diventa più difficile accettare perché gli Houthi, anche se adesso fanno paura davvero, per il resto dello Yemen rimangono solo una delle tante tribù, per

Un uomo regge il ritratto del leader delle milizie tribali Adbel Malik al-Houthi nella capitale Sana’a. (AFP)

di più sciita, in un Paese a stragrande maggioranza sunnita. In attesa di ulteriori sviluppi, cerchiamo di capire cosa c’è dietro il caos yemenita perché dalle sorti dello Yemen dipende l’equilibrio già abbondantemente dissestato dell’intero Medio Oriente. Il perché è presto detto: lo Yemen è alleato degli Stati Uniti nello scacchiere del Golfo e collabora (o dovrebbe collaborare) attivamente alla lotta contro il terrorismo islamico sunnita rappresentato in loco da al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap). Ricordiamo, en passant, che la strage dei fratelli Kouachi nella redazione di «Charlie Hebdo» a Parigi, il 7 gennaio scorso, è stata rivendicata appunto dall’Aqap. Lo Yemen è inoltre alleato dell’Arabia Saudita, ugualmente interessata a sbaragliare gli estremisti islamici che intendono rovesciare il regime degli al-Saud e, più in generale, di tutti i ricchi emirati della penisola. Ma sempre sulla pelle dello Yemen si consuma la vera e propria guerra in atto al cuore dell’Islam tra sunniti e sciiti e la proxy war tra Arabia Saudita e Iran, che sta minando dalle fondamenta la stabilità della regione tutta. Gli Houthi – ripetiamo – sono una piccola tribù sciita del profondo Nord (la provincia di Saada), e militano in Ansar Allah (i Partigiani di Dio), il loro movimento ribelle che ufficialmente lotta non solo per ottenere l’autonomia della propria regione d’origine, ma anche per difendere le ragioni degli sciiti – dal 20 al 30% della popolazione – in un Paese in cui i sunniti, sostenuti dall’Arabia Saudita, schierano in campo oltre alle forze armate numerose milizie dove – non dimentichiamolo – «milita» in campo sunnita anche al-Qaeda che più volte ha attaccato i guerriglieri e le roccaforti Houthi. Dal canto loro, non è un mistero che gli Houthi ricevano armi e aiuti da Teheran, anche se loro negano. Non illudetevi che sia finita qui.

La situazione è ancora più complessa e lo si capisce meglio se si ripercorre l’irresistibile ascesa degli Houthi e di Ansar Allah. È dal 2004 che combattono contro il regime di Sana’a, quando alla presidenza c’era ancora l’apparentemente inamovibile Ali Abdullah Saleh e il loro leader era Hussein Badr al-Din al-Houthi. Morto ammazzato Hussein nello stesso 2004, la guida della tribù e del movimento è passata al fratello, il focoso Malik, che ha saputo mantenere unite le proprie fila negli anni neri in cui gli Houthi erano nel mirino dell’esercito nazionale, dell’Arabia Saudita (che li bombardava con raid aerei oltre confine), dei movimenti salafiti sunniti finanziati e armati da Riyad ed infine della stessa al-Qaeda. Un minimo di tregua arrivò solo nel 2010 quando siglarono un cessate il fuoco col governo. Nessuno pensava a loro nel 2011, quando anche in Yemen scoppiò la primavera araba, ma per gli Houthi quella primavera ha rappresentato il vero momento magico per passare al contrattacco. Non solo hanno fatto propri gli slogan dei giovani yemeniti contro la corruzione e il malgoverno che allora li ha fatti «apprezzare» a livello nazionale, ma hanno contribuito nel 2012 alla cacciata di Saleh (subito rimpiazzato alla presidenza dal suo vice di sempre, Abdrabbuh Mansur Hadi). Nel caos generale però ne hanno approfittato per allargarsi fino ad arrivare a controllare oltre a tutta la provincia di Saada anche quella vicina di Amran, feudo della tribù rivale degli al-Ahmar. Questo ha fruttato loro uno strapuntino al tavolo dei negoziati della Conferenza per il dialogo nazionale, incaricata di redigere la nuova Costituzione ed anche qualche poltrona ministeriale. Ma proprio la bozza costituzionale è divenuta il nuovo casus belli. Come annunciato dal presidente Hadi nel febbraio dell’anno scorso, essa prevedeva di trasformare lo Yemen in uno Stato fe-

derale di sei regioni, cosa per nulla gradita agli Houthi che dal 2011 ambiscono a un ruolo nazionale di ampio respiro, ritenendosi i veri depositari dello «spirito» della primavera yemenita, e soprattutto non vogliono più restare confinati e ghettizzati in un Nord estremamente povero di risorse. Il 21 gennaio scorso Hadi aveva promesso a Malik al-Houthi di rimettere mano anche alla Costituzione, ma non è servito a niente. La Costituzione, del resto, non è gradita nemmeno a parte del Sud dove dal 2007 si è rifatto vivo il movimento secessionista al-Hirak , guidato da Hassan al Ba’aum che vorrebbe tornare ai bei tempi dei due Yemen, tornare cioè a quella che si chiamava – prima della riunificazione del 1990 – Repubblica Democratica Popolare. In ballo non c’è più l’ideologia, ma il gas, perché proprio nel Sud, nella provincia del Mareb (che col suo petrolio già fornisce il 50% del fabbisogno energetico nazionale) sono stati scoperti enormi giacimenti di gas che rappresentano l’unico miraggio di ricchezza per lo Yemen, il paese più povero in assoluto del Medio Oriente. E il 22 gennaio scoppiavano seri disordini proprio nella provincia del Mareb, una bomba esplodeva ad Aden (roccaforte di Hadi), il tutto causato, stando alle dichiarazioni dei capi tribali locali, dal tentativo degli Houthi di penetrare anche nel loro territorio. Detto in parole povere, nel giro di quattro anni dalla primavera yemenita il Paese si è spaccato lungo tutte le sue faglie tribali, regionali e confessionali. Una situazione che inquieta l’intera penisola arabica, soprattutto perché con la morte di re Abdallah dell’Arabia Saudita, avvenuta nella notte del fatidico 22 gennaio, anche il principale «padrino» dello Yemen entra in una delicata fase di transizione. L’unica a gongolare per questa sequela di disastri è al-Qaeda che dal prevedibile caos ha tutto da guadagnare.

Notizie dal mondo Obama parla all’America: voltiamo pagina «Stasera voltiamo pagina»: così Barack Obama lancia la sfida per gli ultimi suoi due anni alla Casa Bianca, annunciando nel suo sesto discorso sullo stato dell’Unione l’apertura di una nuova fase. «L’America è risorta dalla recessione». Obama ribadisce la necessità di sostenere la classe media, «non accettando un’economia che dia vantaggi enormi solo a pochi». E invita a impegnarsi «per un’economia che generi un aumento dei redditi». «Siamo da 15 anni nel nuovo secolo. E per molti è stata dura e lo è ancora», fra il «terrorismo», «due lunghe e costose guerre e una recessione» afferma Obama, sostenendo tuttavia che gli Stati Uniti «stasera voltano pagina. Con un’economia in crescita, un deficit in calo e un boom della produzione energetica, siamo emersi dalla recessione più liberi di scrivere il nostro futuro». «Accetteremo un’economia – mette d’altronde in evidenza Obama – che funziona bene solo per pochi? O ci impegneremo per un’economia che fa salire i redditi e aumenta le chance per chi fa sforzi. Il verdetto è chiaro: è l’economia della classe media, ovvero l’idea che questo Paese va meglio quando tutti hanno possibilità, quando tutti fanno la loro parte e quando tutti giocano secondo le stesse regole». «Nessun Paese straniero, nessun hacker sarà in grado di paralizzare le nostre reti, rubare i nostri segreti commerciali, o invadere la privacy delle famiglie americane». Dice Obama chiedendo al Congresso di approvare le «norme necessarie per combattere le minacce di cyber attacchi. Se non agiamo il Paese e l’economia saranno vulnerabili». Sul piano internazionale Obama lancia la sua sfida all’Isis: «Gli Stati Uniti lo sconfiggeranno». Il presidente chiede al Congresso di «mostrare al mondo che siamo uniti nella missione di approvare una risoluzione per l’uso della forza contro l’Isis». Sul fronte della politica estera Obama ha affrontato i temi riguardanti Cuba e l’Iran. Per il primo caso ha citato Papa Francesco: «Il Congresso dovrebbe iniziare a lavorare per mettere fine all’embargo a Cuba. Come sua Santità, Papa Francesco, ha detto: la diplomazia è un lavoro fatto di piccoli passi. Questi piccoli passi aprono una nuova speranza per il futuro di Cuba». E a proposito di diplomazia, proprio per non intralciarla ha annunciato il suo veto alle nuove sanzioni decise dal Congresso contro l’Iran. «Non hanno senso e garantiranno solo un fallimento della diplomazia, alienando gli Stati Uniti dagli alleati e assicurando che l’Iran riavvii il suo programma nucleare, ha spiegato. È per questo che opporrò il veto». Ha rivolto inoltre un appello al Congresso: «È ora che le donne vengano pagate come gli uomini a parità di lavoro». «Provate a sostenere una famiglia lavorando a tempo pieno e guadagnando meno di 15’000 dollari l’anno». Per la prima volta in un discorso sullo Stato dell’Unione il presidente pronuncia le parole «transgender» e «bisessuale». Nel 2010 era stato il primo presidente a pronunciare, in questo contesto, il termine «gay». «Come americani – ha affermato – condanniamo la persecuzione di donne, minoranze religiose, lesbiche, gay, bisessuali e transgender».


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Politica e Economia

La via boliviana della coca 5. Narcos connection Una striscia di terreno pericolosissima ricavata dalla roccia, che collega l’altopiano di La Paz

con las Yungas, è percorsa dai trafficanti di droga per evitare i controlli della polizia

La carretera de la muerte, zona di transito per i corrieri della droga. (Keystone)

Angela Nocioni Si chiama la strada della morte. È famosa per essere «la strada più pericolosa del mondo». Ma non è nemmeno una strada. È una striscia sottile di terra ricavata sotto la roccia. Da un lato la parete irregolare della montagna, coperta di una vegetazione che si fa rigogliosa via via che si scende verso il basso. Dall’altra il nulla, un buco immenso di verde indistinto interrotto, qua e là, dalle carcasse dei camion volati di sotto. Fino a sette anni fa era l’unico modo per arrivare in auto dall’altopiano di La Paz, quota 4200 metri, alla regione cocalera della Yungas, al livello del mare. Dalle Ande al tropico. Dai lama alle orchidee. Il percorso è tortuoso, una curva dietro l’altra, rocce a spiovente, tronchi d’albero nel mezzo, sassi, polvere e cuore in gola.

Nella regione di las Yungas, clima umido e temperato, ci sono grandi coltivazioni di coca non autorizzata dallo Stato Da quando il governo di Evo Morales ha aperto una strada nuova, un percorso alternativo che collega in maniera molto più sicura l’altopiano di La Paz con las Yungas giù in basso, la strada della morte è diventata la strada del narcotraffico. «Non c’è altra ragione per percorrerla che voler evitare i controlli della polizia» racconta Felipe Vandez Roque, piccolo imprenditore del trasporto di La Paz che per anni ha mandato i suoi camion su e giù per la «ruta de la muerte» per trasportare a la Paz i prodotti agricoli coltivati giù in basso. Nell’area de las Yungas, clima umido e temperato, ci sono grandi coltivazioni di coca non autorizzate dallo Stato. Non quelle destinate alla coca da uso tradizionale, la fogliolina che

masticano gli indigeni dell’altopiano, ma la coca destinata a diventare cocaina e a passare il confine con il Brasile e l’Argentina. Quaggiù, in fondo alla strada della morte, il famoso trafficante «Loco» Barrera, (il Pazzo Barrera) ha trasferito anni fa la narco-amministrazione del suo impero e vi ha radicato la famiglia allargata del suo socio «Martin Llanos». Secondo le indagini dell’antidroga colombiana, che ha seguito fin qui le tracce di una rete mai smantellata del tutto, molte delle aziende agricole di quest’area sono in realtà una copertura per i traffici di Alirio Zarate, l’addetto della famiglia Barrera al lavaggio del denaro. La strada è ormai abbandonata. Fino a poco tempo fa ci si incontrava ancora Timoteo Apaza, un uomo dolcissimo che di mestiere fa il semaforo. Per anni ha trascorso i suoi giorni lì in piedi, sull’orlo di un burrone profondo cinquecento metri, in compagnia di due racchette di plastica. Una rossa e una verde. Segnalava alzando le braccia il via libera agli autisti sospeso sugli abissi della strada maledetta, un filo di ciottoli e terra a strapiombo su un buio verde di cui non si vede il fondo. Mille morti l’anno, un incidente a settimana, una fila interminabile di croci. In ferro, in legno sottile, incisioni sulla roccia, fiori di plastica, sassi con un nome e una data soltanto. Due, sei, dieci, diciotto. Quando arrivi a centocinquanta, sei alla curva del diavolo. Una curva a gomito appoggiata sul precipizio. Lì ho trovato un pomeriggio Timoteo Apaza. Con la paletta rossa e quella verde, il cappellino di cotone in testa, un telo di plastica a proteggersi dalla pioggia. Le auto rallentavano appena, il tempo di lanciargli qualche moneta sulla racchetta che lui avvicinava al finestrino come una mano tesa. Timoteo parlava volentieri e sempre a voce bassa, sorridendo. Questo è il suo racconto. «Arrivo tutte le mattine qui, nella curva più difficile, prima delle nove. Chiedo un passaggio lungo la strada, giù in fondo, il primo che passa mi por-

ta. Scendo qui o laggiù dietro la gru. Segnalare il via libera con il verde e il rosso serve a evitare che le auto in salita e in discesa rimangano incastrate tra il vuoto e la roccia. Ma non evita gli incidenti. Molti vanno di sotto perché sbagliano una curva, scivolano sui sassi o non ce la fanno in salita. Non posso farci niente. Io li aiuto solo a incrociarsi nei pochi punti in cui c’è spazio per due». Allarga le braccia. «Ho visto due camion cadere giù dietro questa curva. La strada era bagnata, si sono fermati, hanno iniziato a scivolare e sono precipitati nel burrone». Passa un furgone carico di legna, chissà cosa c’è sotto i tronchi, chissà perché non fa l’altra strada, quella nuova. Timoteo alza gli occhi al cielo e non risponde. L’autista lancia una moneta. Lui la prende al volo. Sorride. Un dollaro. Difficile che un autista di legna maneggi dollari. «Qualcuno collabora, qualcuno fa finta di niente» dice lui. «Passa, guarda la racchetta e nemmeno saluta». Non lo racconta, ma trenta anni fa è finito pure lui di sotto. Lavorava su un camion di frutta come aiutante dell’autista. Era seduto dietro, sopra le casse, lontano dalla cabina. A una curva fu sbalzato fuori. Volò per trecento metri. L’autista non si accorse di nulla e

continuò a scendere. Arrivato in fondo alla strada, a Yolosa, dieci case di legno costruite lungo un fiume, vide che Timoteo non c’era e cominciò a cercarlo. Lo trovarono in fondo a un precipizio. Straziato, ma vivo. Di quel terribile volo rimane solo qualche cicatrice e uno sguardo da angelo sulla vita degli altri. «Ho cominciato a fare il semaforo dopo che un autobus era finito qui sotto con quaranta persone» racconta indicando col dito il vuoto sotto la roccia su cui sta accucciato. «Era l’estate del 1992. Mi aveva chiamato la compagnia proprietaria della corriera per chiedermi di venire qui a vegliare i morti per evitare che arrivassero i ladri a rubare ai cadaveri. Ci sono rimasto per 23 giorni». Il cielo si chiude in una cappa nera. Inizia a piovere. Timoteo non ha nulla con cui ripararsi perché la piccola casupola di latta che gli avevano regalato appoggiata su uno spiazzo sotto la montagna gliel’hanno distrutta. Un dispetto cattivo. L’unico riparo è un telo di plastica sorretto da due pali sul gomito della curva. Prima una pioggerella sottile, senza vento. Poi d’improvviso un acquazzone. La temperatura si abbassa rapidamente. Grandina. Si sente il rumore di un motore che arriva dal basso. Non si vede a distanza di tre metri. Sotto la

Timoteo Apaza, l’uomo semaforo sulla carretera de la muerte. (Luigi Baldelli)

curva è tutto bianco. Resta il rombo del motore lontano, ma non avanza. «È rimasto impantanato» sospira Timoteo. Pianta la racchetta rossa nella direzione opposta. Un furgone sta scendendo dall’alto. Vede il segnale rosso. Si ferma. Timoteo si avvia a piedi lungo la roccia sotto la pioggia. Quando alla fine il camion riparte, lui saluta con la mano, come un padrone di casa appoggiato sull’uscio. Si gela. Prima di vivere dell’elemosina dei passanti Timoteo ha fatto di tutto. «Ho lavorato in una miniera. Quando mi hanno chiamato per vegliare i cadaveri della corriera ho accettato perché i minatori erano in sciopero. Cercavamo l’oro. Chiedevamo strumenti di lavoro. Stavamo scioperando perché non volevamo scavare con le mani». «So fare il pane. Ho lavorato come panettiere». Adesso però preferisce fare il semaforo. Ce l’ha un po’ con quelli che gli hanno copiato l’idea. In alto, nelle prime curve che si incontrano scendendo, si sono piazzati altri semafori. Sono bambini. Sono cinque. I due più piccoli lavorano insieme. Si chiamano Miguel e Rodrigo. Vivono in un villaggio sotto le Ande. Come Timoteo tutte le mattine fanno l’autostop per piazzarsi su una curva con le pale colorate. «Non è per cattiveria – dice Timoteo – però da quando ci sono loro guadagno di meno. Gli autisti di mestiere lo sanno che sono io il semaforo e sanno che mi incontrano nel punto più pericoloso. Ma chi scende per la prima volta paga i bambini e quando arriva alla curva del diavolo a me non dà nulla». Quando hanno aperto la strada nuova il governo avrebbe potuto trovargli un lavoro alternativo, un modo per sopravvivere. Ma lui non vuole chiedere riconoscimenti. «No, non chiedo soldi al governo. Non l’ho nemmeno votato». Dice che tutto dipende dai «transportistas», gli autisti. Ha l’aria di affidarsi al caso. Spera che continueranno a lanciare monete passando. «Finché ci sarà traffico qui – sorride malinconico – ci sarà sempre bisogno di un semaforo».


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Politica e Economia

Anno nuovo, economia vecchia? Scenari Dal ritorno degli USA ai vertici dell’economia mondiale,

Ci vorrà tempo per assorbire lo shock BNS L’improvviso abbandono della soglia

di 1,20 franchi sull’euro crea problemi a molti alla crisi del debito europeo, fino al ruolo di Svizzera e Gran Bretagna comparti dell’economia svizzera. Secondo la BNS, questa politica – di tipo eccezionale – non era più sostenibile cioè la nazione più indebitata al mon- Anche in questo caso, non si può non

Edoardo Beretta

È risaputo come gli economisti da sempre formulino previsioni sull’andamento di variabili economiche significative come il tasso d’inflazione, il tasso di disoccupazione, il trend di (de) crescita del PIL. Sovente, però, proprio tali proiezioni si sono rivelate inadeguate, cioè hanno sotto- o sovrastimato l’incidenza di alcune variabili. Ne è scaturito, quindi, che la crisi economico-finanziaria, che ha investito con più fasi acute l’economia globale dal 2007 fino ai giorni nostri, non sia stata diffusamente pronosticata a tal punto che il 5 novembre 2008 la stessa Regina d’Inghilterra Elisabetta II si sia rivolta ad alcuni economisti della prestigiosa London School of Economics chiedendo esplicite spiegazioni sui motivi della mancata previsione. Detto ciò, la realtà economica fatta di incertezze e timori passeggeri o semplicemente cambiamenti repentini di visioni è spesso troppo complessa per essere efficacemente intercettata da qualsivoglia modello economico, che trae al contrario conclusioni semplificando l’eterogeneità della società. Questo scenario incerto non impedisce, però, di esprimere riflessioni puntuali su alcuni trend, che l’anno nuovo sembrerebbe già a pochi giorni dal suo inizio presentare.

Sovente le previsioni economiche si rivelano inadeguate, perché si sovra- o sottostimano variabili importanti È, quindi, ipotizzabile che il 2015 consolidi il ritorno prepotente sulla scena economica globale degli Stati Uniti d’America, nel cui caso le previsioni afferenti al 2014 paiono confermare un tasso di crescita reale del PIL pari a 2,2%. A corroboramento della ripresa economica americana giunge l’irrilevanza delle relazioni commerciali con la Russia – quindi, il mancato autodanneggiamento dalle sanzioni impostele – e la scarsa competitività dell’Eurozona nell’arena internazionale. Sembra, dunque, come gli USA,

do e «culla» della recente crisi economico-finanziaria globale, abbiano accantonato con successo e a forza di iniezioni di liquidità da parte del Federal Reserve System ogni andamento recessivo per imboccare nuovamente la via della crescita. L’opposto scenario, invece, continua a dominare «a macchia di leopardo» nell’Unione Monetaria Europea, che non soltanto stenta nel suo complesso a ritornare ai livelli pre-crisi, ma la cui «locomotiva», cioè la Germania, sembra limitarsi a segnare un tasso di crescita reale del PIL pari a 1,4% nel 2014. Se ciò a prima vista può comunque apparire come un risultato positivo, tale conclusione è decisamente ridimensionata al paragone con la ripresa americana: più esplicitamente ancora, tali previsioni statistiche insinuano il dubbio che il rigore economico tedesco (e, di converso, europeo) sia stato provvisoriamente meno fruttifero rispetto alle politiche aggressivamente espansionistiche americane. Per ora, dunque, sembrerebbe che la minore attenzione americana ai livelli debitori abbia reso di più che il focalizzarsi sulla riduzione esasperata di disavanzi pubblici così come avvenuto nell’Area Euro. Quest’ultima è – al contrario del competitor americano – anche gravata dalle recenti sanzioni imposte alla Russia, che evidentemente danneggiano sia la nazione importatrice sia quelle esportatrici (prima fra tutte, la Germania). Al contempo, l’Euro (seppur attualmente in flessione) ingiustificatamente forte rispetto al Dollaro statunitense non facilita certo il processo generalizzato di ripresa economica a livello europeo: tassi di cambio EuroDollaro superiori a un rapporto uno a uno (1:1) appaiono difficilmente spiegabili a partire dalla mera logica economica, se si considera come l’Eurozona presenti una pletora di nazioni anche sistemiche (Cipro, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Portogallo e Spagna), che risentono tuttora più o meno fortemente della crisi del debito. L’incertezza europea è poi ulteriormente aggravata dal ritorno dello spauracchio Grexit, cioè di una possibile uscita della Grecia dall’area Euro a dipendenza dell’esito del voto nazionale del 25 gennaio 2015.

constatare come il problema greco non sia una questione nuova, ma sia il frutto reiterato della gestione scomposta della cosiddetta Troika. Per così dire: anno nuovo, economia vecchia. Quale ruolo potrebbero rivestire la Svizzera e il Regno Unito all’interno di questo scenario economico per il vecchio continente? Certamente, il Franco svizzero continuerà ad essere sottoposto a pressioni al rialzo fintanto che l’Euro sarà al centro del dibattito politico comunitario, che ne pone spesso persino in dubbio la continuazione nell’utilizzo per alcune nazioni (come, appunto, la Grecia). Certamente, la Banca Nazionale Svizzera dovrà continuare prestare la massima attenzione al mantenimento di un adeguato bilanciamento in termini di detenzione di titoli in Euro: infatti, legami troppo durevolmente a «doppio filo» fra il Franco svizzero e l’Euro – al netto della recente decisione del 15 gennaio 2015 di svincolamento valutario – potrebbero risultare pregiudizievoli per l’economia rossocrociata, che renderebbe la propria moneta eccessivamente dipendente dalla già scricchiolante Eurozona. Al contempo, le concessioni in materia di segreto bancario, che nolens volens costituisce una peculiarità dell’economia svizzera, potrebbero avvantaggiare altre piazze finanziarie, fra cui in primis quella londinese e britannica in generale. Infatti, qualora il Regno Unito uscisse dall’Unione Europea in seguito all’esito del referendum da tenersi prima del 2017, Londra e le numerose isole a fiscalità privilegiata connessevi potrebbero ben presto fungere da polo attrattivo per parte dei capitali esteri. Insomma, l’anno nuovo vedrà presumibilmente la riaffermazione economica di alcune nazioni (prima fra tutte, degli USA) e il continuo oscillare da uno stato di speranza ad uno di turbolenza finanziaria nell’Eurozona, la cui sopravvivenza nella sua forma attuale risulta essere tutt’altro che garantita nel medio-lungo termine. Anche la Svizzera e il Regno Unito potranno avere un ruolo cruciale nell’evoluzione all’interno di questo trend macroeconomico continentale: spetterà a loro individuare la loro opportuna collocazione.

Alexis Tsipras, capo del partito di sinistra greco Syriza, attuale spauracchio della zona Euro: una sua vittoria alle elezioni potrebbe portare la Grecia ad abbandonare l’euro. (Keystone)

Ignazio Bonoli «Si è trattato del primo tuono di un temporale violento e dalla durata incerta» è il commento del ministro dell’economia, il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, dopo l’annuncio della Banca Nazionale Svizzera di abbandonare l’obiettivo del tasso di cambio a 1,20 franchi sull’euro. Lo stesso ministro è stato avvertito delle intenzioni della BNS solo pochi minuti prima della decisione che, in pratica, significa lo sganciamento del franco dall’euro e, quindi, dalla politica monetaria della Svizzera da quella dell’Europa. «Si dovrà ora aspettare e vedere come evolveranno i tassi di cambio nei prossimi giorni, naturalmente nella speranza che andranno a situarsi a un livello sopportabile per la Svizzera», ha poi precisato il responsabile dell’economia. Anche un tasso di 1,10 franchi per un euro sarebbe molto impegnativo, per esempio per l’industria delle macchine. Tutta l’industria d’esportazione aveva però già fatto sforzi di adeguamento al livello di 1,20 franchi, contando comunque su un sostegno di questa politica da parte della Banca Nazionale. In realtà, la decisione della BNS ha provocato un vero e proprio shock su vari mercati. Il continuo indebolimento dell’euro e le intenzioni della Banca Centrale Europea di immettere liquidità sul mercato europeo, tramite l’acquisto di titoli di Stato, in particolare dei Paesi più indebitati, poteva lasciare supporre che la BNS non sarebbe rimasta fedele all’obiettivo di 1,20 franchi per un euro, senza però pensare che la decisione sarebbe stata così drastica e così improvvisa. L’annuncio di giovedì mattina 15 gennaio, per la precisione alle 10.28, ha perciò provocato due giorni di forti fibrillazioni su vari mercati. I più impressionati sono stati ovviamente quelli svizzeri: il franco si è prontamente rivalutato, spingendo le quotazioni dell’euro fino a 85 centesimi e quelle del dollaro, che nei giorni precedenti era tornato sopra la parità col franco, pure a meno di 86 centesimi. Di colpo, la BNS ha visto una tremenda svalutazione delle sue riserve valutarie, stimata in circa 60 miliardi di franchi. Anche la borsa svizzera ha subito un tremendo contraccolpo, con l’indice SMI che ha perso in giornata fino al 14%, per poi chiudere con una perdita dell’8,67%. Particolarmente colpiti i titoli industriali, tra cui Richemont (–15,5%) e Swatch (–16,4%). La tendenza si confermava anche il giorno seguente, con l’indice SMI nuovamente in calo del 6% e i due titoli citati in ulteriore perdita del 6,74 e del 7,9%. La settimana seguente era poi caratterizzata dall’attesa delle prime decisioni concrete della

Banca Centrale Europea sull’acquisto di titoli di Stato dei Paesi dell’area euro, previste per giovedì 22 gennaio, giorno in cui – non certo per caso – era prevista l’applicazione della decisione della BNS di introdurre interessi negativi sui depositi delle banche in conto giro, portati nel contempo al –0,75%. Di fronte alle molte reazioni immediate, il presidente della direzione della BNS Thomas Jordan (in primo piano nella foto) ha allora precisato che le pressioni sul franco svizzero avevano raggiunto livelli tali da richiedere misure immediate. Secondo la BNS, una difesa del franco a questi livelli (in pratica un aggancio all’euro e, quindi, alla politica valutaria della BCE) non era più possibile. Gli ulteriori cali dell’euro dopo le decisioni della BCE avrebbero messo in seria difficoltà la BNS e avrebbero rischiato di far perdere il controllo della politica monetaria a lunga scadenza. La difesa del tasso di cambio del franco svizzero, introdotta nel 2011, era una misura eccezionale e si poteva prevedere che un giorno sarebbe terminata, anche per non compromettere lo statuto di moneta indipendente del franco. Al rimprovero di aver perso credibilità con questa mossa improvvisa, la BNS risponde che proprio il carattere provvisorio della misura di difesa del franco avrebbe compromesso la credibilità della politica monetaria se fosse diventata duratura. Quanto ai tempi scelti, la BNS ha ritenuto urgente decidere prima che fosse troppo tardi e senza dare tempo agli speculatori di provocare danni maggiori. Oggi la situazione non è paragonabile a quella del 2011. L’industria d’esportazione ha avuto tempo per prepararsi e, in alcuni settori, si sono visti aumenti di produttività e parecchie innovazioni. Chiaramente, vi sono però settori che soffriranno di più, come le piccole e medie industrie, il turismo e sicuramente anche il commercio al minuto. Sarà ora necessario un periodo di adeguamento, nella speranza che l’euro e il dollaro non ritornino ai valori dell’inizio della scorsa settimana, ma riescano a risalire la china. Se a 1,20 sull’euro il franco svizzero era già considerato sopravvalutato, sotto la parità diventa insostenibile. Sembra di rivivere i tempi delle svalutazioni degli anni Settanta, in cui la ricerca del franco come moneta-rifugio era diventata spasmodica. Se è vero – come sembra – che il tasso di cambio del franco ha già anticipato quanto la Banca Centrale Europea avrebbe potuto decidere il 22 gennaio, le speranze di miglioramento possono essere considerate concrete. Per il momento, però, buona parte dell’economia reale deve sopportare le conseguenze della speculazione.


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Politica e Economia

Deduzioni fiscali per 10 miliardi La consulenza della Banca Migros

Albert Steck

Imposte sul reddito di 50 miliardi

Sono alla ricerca di consigli per la mia dichiarazione dei redditi. In particolare mi piacerebbe sapere come utilizzare correttamente le deduzioni fiscali. Mi aiuta a orientarmi?

— Entrate fiscali totali (armonizzate) — Imposte sul reddito — Pil (armonizzato)

28 miliardi CHF

1990 Dati: DFF

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Molti di noi hanno l’impressione di pagare troppe tasse. A prima vista sembra senz’altro plausibile: nel 1990 gli Svizzeri hanno pagato imposte sul reddito per 28 miliardi di franchi. Nel frattempo la cifra è salita a circa 50 miliardi. Questo aumento appare enorme, tuttavia deve essere relativizzato. Più precisamente non bisogna dimenticare che anche il benessere nel nostro Paese è notevolmente aumentato. Dal grafico risulta che dal 1990 anche il prodotto interno lordo è cresciuto di un considerevole 75 percento. Il grafico dimostra inoltre che, rispetto a tutte le entrate fiscali dello Stato, le imposte sul reddito dei privati sono aumentate nettamente al di sotto della media. L’intero volume fiscale si è infatti praticamente raddoppiato e nel frattempo ha raggiunto i 130 miliardi di franchi. Il raffronto dimostra che il fisco si basa più di prima su altre fonti di entrate, in particolare l’imposta sul valore aggiunto e l’imposizione delle imprese. Le imposte sul reddito pagate dai privati rivestono una quota decrescente nelle entrate statali per due motivi: prima di tutto l’inasprita concorrenza

50 miliardi CHF

Incremento

1995

2000

2005

2010

2015

Dal 1990 le imposte sul reddito dei privati sono aumentate da 28 a 50 miliardi di franchi, leggermente al di sopra della crescita del prodotto interno lordo (Pil). Tuttavia le entrate fiscali totali dello Stato hanno registrato un progresso ancora maggiore.

fiscale tra i Cantoni, in secondo luogo l’importanza molto maggiore delle deduzioni fiscali.

Il sistema fiscale sempre più complicato L’ottimizzazione di queste deduzioni fiscali è diventata sempre di più uno «sport nazionale». Solo nelle imposte federali dirette le agevolazioni concesse raggiungono all’incirca 10 miliardi di

franchi l’anno. Persino l’Amministrazione delle contribuzioni dispone unicamente di stime di massima per questo dato. Considerando la molteplicità delle deduzioni, che tra l’altro cambiano continuamente, molti contribuenti hanno perso l’orientamento. Chi sa, per esempio, che una seconda formazione professionale facoltativa potrà essere dedotta a partire dal prossimo anno? Per facilitare la compilazione della dichiarazione fiscale, nel blog della Banca Migros (all’indirizzo www. blog.bancamigros.ch) è pubblicato quindi un elenco di 50 consigli utili. Le

deduzioni fiscali sono state suddivise in cinque categorie diverse: lavoro, previdenza, proprietà abitativa, investimenti finanziari e famiglia. Ecco un esempio per questo ambito: nel Cantone di Berna la somma deducibile per i figli è quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni. Il fisco ha dunque anche slanci di generosità. Ma bisognerebbe conoscerli per beneficiarne davvero. Novità su blog.bancamigros.ch: ■ 50 consigli utili per le tasse. ■ Come giudicate il nostro sistema fiscale? Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Più Polenta che Röstigraben Point de Suisse Il Ticino e la Svizzera: le questioni aperte da un sondaggio condotto sulla falsariga

del questionario Gulliver all’Esposizione nazionale del 1964 a Losanna

René Levy1) In occasione dell’Esposizione nazionale del 1964 a Losanna, un gigantesco Gulliver di cartapesta invitava visitatori e visitatrici a rispondere a un questionario sulla loro visione della Svizzera e di sé stessi. Mezzo secolo dopo, il sondaggio «Point de Suisse» ha ripreso quell’esercizio. Nel giugno scorso, un campione rappresentativo della popolazione del Paese è stato invitato a rispondere a 25 domande riguardanti un’ampia gamma di preoccupazioni e aspettative attinenti alla Svizzera d’oggi. Il sondaggio e i suoi principali risultati sono documentati sul sito www. pointdesuisse.ch. Andando oltre i risultati generali, uno sguardo più attento rivela che i Ticinesi si distinguono nettamente dal resto degli Svizzeri. Benché la rappresentanza ticinese del campione poggi soltanto su un centinaio di interviste su 1000 (che comunque statisticamente corrisponde a circa il doppio della percentuale di abitanti del cantone sull’intera popolazione elvetica), le differenze sono sufficientemente coerenti per prenderle sul serio. Quali sono le qualità del «buono Svizzero»?

Come fece Gulliver durante l’Expo del ’64, Point de Suisse ha chiesto agli interpellati quali requisiti dovrebbe possedere un «buono Svizzero» (domanda H2)2). Le risposte evidenziano un certo scostamento rispetto ai cliché e un atteggiamento più rilassato di 50 anni fa. Nel 2014, infatti, si può senz’altro essere dei buoni confederati pur parlando una sola lingua nazionale (lo pensa l’80%) o essere naturalizzati (80%), non cantare l’inno nazionale (75%) né assolvere il servizio militare (73%) e perfino alzandosi alle 9 di mattina (73%)… Si può addirittura esserlo – seppur con riserva – se si è finiti in prigione per reati minori (57%) o si vive grazie all’assistenza sociale (56%). Solo il fatto di non andare mai a votare è scarsamente accettato (36%), sottolineando così una norma civica ampiamente diffusa: per l’insieme della popolazione la principale unità di misura del «buon Svizzero» è oggi il suo impegno di cittadino. Le risposte a questa domanda non evidenziano praticamente differenze degne di nota tra la Svizzera romanda e la Svizzera tedesca, mentre ce ne sono di marcate tra queste due regioni linguistiche e la Svizzera italiana. Le risposte ticinesi vanno nel senso di un attaccamento più forte a quella che si potrebbe chiamare una visione conformista borghese di quel che costituisce la cosiddetta «svizzeritudine». La tolleranza nei confronti di tendenze «devianti» rispetto alle norme del tradizionale buonsenso elvetico sembra chiaramente meno pronunciata in Ticino che nel resto del Paese. Il celebre Röstigraben, tanto caro

ai mass media, non emerge in alcun modo in queste risposte, dove invece sembra delinearsi qualcosa che assomiglia a un «Polentagraben». Un Ticino che fa più affidamento sulle istituzioni nazionali

Un’altra domanda (H15) sondava invece la fiducia verso una serie variegata di istituzioni. In generale, la popolazione sembra nutrire riserve nei confronti della grande economia (rappresentata da ABB, UBS, WEF e forse anche dagli USA), mentre le istituzioni nazionali beneficiano di una marcata fiducia (FFS, Posta, franco svizzero). Ed anche questa distinzione tra istituzioni economiche internazionalizzate e istituzioni a carattere nazionale emerge in modo più accentuato in Ticino. Nel medesimo ordine di idee, i Ticinesi più del resto dei Confederati fanno appello allo Stato per garantire una serie di compiti (H10: difesa nazionale e delle frontiere, protezione civile, dei dati, contro le calamità naturali e gli incidenti nucleari, garanzia del minimo esistenziale). Allo stesso modo, sono particolarmente numerosi a sostenere la scuola in tutti suoi compiti (H17: trasmettere una cultura generale, diffondere e salvaguardare le tradizioni, incentivare lo spirito critico, formare cittadini dotati di senso del dovere, preparare a un mondo altamente tecnologico, incoraggiare la tolleranza e la convivenza, sviluppare una volonterosità). Un Ticino più sociale, ma più severo verso gli esclusi dal mondo del lavoro

Le risposte ticinesi sono più severe nei confronti dei disoccupati che, secondo loro, dovrebbero essere maggiormente obbligati ad accettare qualsiasi lavoro (H13). Parallelamente, però, sono più disponibili ad un alleggerimento delle condizioni di lavoro (H13): più degli altri Svizzeri, infatti, i Ticinesi ritengono che si dovrebbero ridurre le ore di lavoro ufficiali e rendere flessibile l’età della pensione (H13). Si mostrano altresì più favorevoli all’uso sociale delle imposte (H12), essendo più numerosi del resto della popolazione elvetica a dirsi d’accordo di pagare più tasse se i soldi fossero spesi per la scuola, la protezione dell’ambiente, la custodia dei bambini, l’aiuto allo sviluppo, la cultura, l’integrazione degli stranieri. Un Ticino più preoccupato dalla presenza degli stranieri

Se da un lato i Ticinesi non reagiscono in modo sistematicamente più xenofobo che le altre regioni linguistiche (H9), e si mostrano tendenzialmente più aperti anche nei confronti dell’Islam (H16), d’altro canto nutrono maggiori riserve nei confronti dell’idea di facilitare la naturalizzazione degli stranieri, contro la quale sarebbero più numerosi a ricorrere all’arma dell’iniziativa o del referendum (H5).

Si può essere un buono Svizzero e …

Il «fossato» che divide il Ticino dal resto della Svizzera in realtà è la catena alpina, simbolizzata dal San Gottardo. (Keystone)

Ci si può chiedere se l’insieme di questi risultati esprima meno un atteggiamento difensivo emozionale piuttosto che una valutazione approfondita della situazione locale, avendo il Ticino una proporzione particolarmente elevata di abitanti immigrati da altri cantoni e nazioni. In particolare, meno della metà dei Ticinesi indicano di essere cittadini svizzeri sin dalla nascita (D6: 48%) e sono particolarmente numerosi quelli che hanno degli immigrati tra i nonni (D7: solo il 28% dei Ticinesi hanno tutti e quattro i nonni svizzeri), mentre questa proporzione è del 47% sul totale della popolazione del Paese. Inoltre, la presenza di frontalieri nella manodopera cantonale è particolarmente forte: con il 25,6% il Ticino supera Ginevra che si attesta al secondo posto, mentre la media elvetica è del 5,7% (dati UST 2013). Röstigraben o Polentagraben?

Esiste in Svizzera un Röstigraben? Abbiamo visto che esso non emerge con frequenza sottoforma di una sistematica differenza delle risposte, soprattutto in relazione alla domanda su ciò che fa di uno Svizzero un «buon Svizzero». Ma si tratta di una griglia di lettura piuttosto popolare, dato che lo pensa un’ampia maggioranza di intervistati: quando gli si chiede cosa bisogna fare per colmare il Röstigraben (H3), soltanto il 22% ritiene che la questione

non sia pertinente perché non esiste; mentre ben tre quarti (78%) percepiscono tale fossato. Tra le soluzioni proposte, in testa vi è, con quattro voti su dieci, la promozione delle lingue nazionali nelle scuole. In seconda posizione troviamo la proposta di accordare più peso alle due regioni latine a livello di Confederazione. Secondo le minoranze linguistiche il Röstigraben è anche un problema di rappresentanza politica

Ad ogni modo l’appoggio fornito a questa idea, di stampo più politico, è sfumato: la condivide soltanto il 22% tra gli Svizzero-tedeschi, ma un terzo tra i Romandi (33%) e i Ticinesi (35%). Provvedimenti meramente simbolici, come introdurre un’unica lingua nazionale ufficiale o un nuovo inno nazionale nelle quattro lingue del Paese, non appaiono invece pertinenti alla grande maggioranza degli interpellati e non raccolgono che qualche manciata di preferenze. Agli occhi della maggioranza svizzero-tedesca, il Röstigraben appare essenzialmente una questione di conoscenze linguistiche, mentre per le minoranze latine si tratta anche di un problema di rappresentanza politica iniqua. Qual è la particolarità ticinese?

Come interpretare le differenze relativamente importanti che caratterizzano

Gli Svizzeri e l’Islam

Svizzera (totale) Ticino

…essere naturalizzato

…parlare una sola lingua nazionale

…non cantare l’inno nazionale

…non prestare servizio militare

…alzarsi alle 9

…essere stato in prigione per reati di piccola entità

…vivere dell’assistenza sociale

…non andare mai a votare

Svizzera (totale) Ticino

I musulmani prendono la loro religione più sul serio che i cristiani (% no)

Il Corano è meno tollerante che la Bibbia (% sì)

Il numero di musulmani in CH giustifica il riconoscimento dell’Islam dallo Stato (% no)

L’Islam è compatibile con la nostra democrazia (% no)

La critica degli islamisti della cultura occidentale è giustificata (% no)

L’Islam è una religione che opprime le donne (% sì)

il Ticino rispetto alle altre due regioni linguistiche? I risultati consentono di porre degli interrogativi, ma non di fornire delle risposte. Osiamo cimentarci, quindi, in questo esercizio un tantino speculativo, soprattutto per stimolare le lettrici e i lettori a rifletterci a loro volta. Potremmo dire che il Ticino si caratterizza per una sorta di «svizzeritudine» spinta all’eccesso? Forse perché i suoi abitanti si sentono più esposti agli stranieri, soprattutto ai frontalieri, e contemporaneamente meno ascoltati in patria? Oltre alla cospicua presenza di immigrati tra la popolazione e la manodopera, i Ticinesi hanno altre ragioni per sentirsi emarginati nel loro Paese, ragioni che non sono solo simboliche. Dal 1999 non c’è più un consigliere federale ticinese. Sulla stessa linea, viene regolarmente deprecata la scarsa attività di traduzione dei documenti ufficiali della Confederazione in francese e, a maggior ragione, in italiano. Senza parlare della colonizzazione del cantone da parte degli «zücchin»… A questi aspetti particolarmente visibili si aggiunge il fatto, molto importante, che gli intervistati ticinesi hanno un livello di reddito più basso (D12). D’altronde, la garanzia del minimo vitale è giudicata come un compito importante della Svizzera dal 61% delle persone, contro un po’ più del 40% nelle altre due regioni linguistiche (H10_g). Tutti elementi suscettibili di spiegare questo fossato, finora poco tematizzato a nord del Gottardo. Esiste davvero un Polentagraben? Quali ne sono le cause? E quali rimedi si possono ipotizzare? Spetta naturalmente ai Ticinesi stessi rispondere alle questioni sollevate dai risultati presentati in questa sede. Note

1) Ex professore di sociologia all’Università di Losanna, consulente scientifico di Point de Suisse. 2) Indichiamo i numeri delle domande per facilitare la consultazione a coloro che desiderano prendere visione del questionario che si trova sul sito Internet del sondaggio (www.pointdesuisse.ch).


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Politica e Economia Rubriche

Affari Esteri di Paola Peduzzi La Francia del dopo «Charlie» Gli ebrei pensano di lasciare la Francia, troppo antisemitismo, troppa paura, quelli uccisi nei giorni degli attacchi sono stati sepolti in Israele, la Francia non è più terra buona per la tomba di un ebreo. François Hollande, il presidente con il muso lungo che è riuscito nell’impresa di tenere (più o meno) unito il Paese, li invita a rimanere e chiede ai francesi di ripensare il proprio modello di integrazione e di assimilazione, nel momento in cui le forze centrifughe, anti immigrazione e anti islam, diventano più forti. Ora i francesi lo ascoltano, il loro presidente, che è uscito più forte dai giorni degli attacchi a «Charlie Hebdo» e degli assedi, ha fatto il rassembleur che aveva sempre sognato di essere, ha usato i toni giusti, ha riunito a Parigi un G40 improvvisato di pura solidarietà, non ci sono state sbavature, le polemiche – che pure non sono mancate – non lo hanno toccato. I sondaggi registrano questa popolarità, e ora l’obiettivo di Hollande e del suo governo è di proiettare il nuovo consenso su tutto il resto, l’economia, l’antiterrorismo, le guerre, sperando di non sperperarlo. Manuel Valls, il premier che usa la pa-

rola come un valore, dice no al termine «islamofobia» e denuncia «l’apartheid sociale ed etnico» che affligge la Francia, ha proposto una legge contro il terrorismo che arriverà all’Assemblea nazionale a marzo (non si può nemmeno accennare a un Patriot Act, espressione che rimanda a un passato che l’Europa non belligerante vuole dimenticare, pur non avendo ancora dato una risposta al suo bisogno di sicurezza). Le misure prevedono: 2680 di posti di lavoro in tre anni per sorveglianza e controllo antiterrorismo; la creazione

persone ai confini esterni dell’Unione europea che ora sono vietati si riesce a essere tutti sulla stessa linea. Ogni Stato sarà più o meno lasciato a sé stesso, considerando che le collaborazioni in termini di scambio di informazioni e di documenti sono piuttosto basse, con la speranza che i sistemi di allerta americani – che sono quelli che hanno anche permesso di sventare il plot in Belgio, da cui partirono le armi usate da Coulibaly nel supermercato ebraico – continuino a funzionare alla grande. In Francia la discussione si riempie di sfumature politiche, in vista di un voto presidenziale che è ancora lontanissimo ma che risuona in ogni dibattito di oggi. Marine Le Pen, coriacea guida del Front national, uscirà più forte? Molti dicono di sì, è la sua battaglia questa: meno Europa e più controlli, gli immigrati che non possiamo permetterci di mantenere restino nei loro Paesi. Altri sostengono che invece l’intolleranza frontista si è mostrata in tutta la sua bruttezza, tra invocazioni di pene di morte e destrutturazione di Schengen, e che non ci sarà più assimilazione all’aumentare dell’intransigenza. Una risposta certa al

quesito non c’è, molto sta anche in quel che faranno gli altri partiti, l’Ump di Nicolas Sarkozy e ovviamente i socialisti. Sarkozy cerca di non farsi rubare il tema della sicurezza dalla vorace Le Pen, ricorda che contro la «racaille», che sia delinquenziale o a maggior ragione islamista, non c’è nessuno più preparato di lui, ma ormai tutto quel che dice l’ex presidente è coperto da un velo di opportunismo politico che sminuisce un po’ le sue parole. Il governo socialista invece si gioca tutto. La chance di poter ancora contare – e questa pareva ormai esaurita – e la possibilità di fare davvero qualcosa di efficace: le misure proposte da Valls sono un inizio, ma nella comprensione di quel che è accaduto a Parigi dal 7 gennaio in poi rientrano anche riflessioni su quanto si deve rinunciare alla propria privacy per avere più sicurezza, sul tessuto sociale, sulle contraddizioni francesi rispetto alla libertà d’espressione e sulla politica estera, con le piazze arabe che hanno iniziato a bruciare di risentimento antifrancese e la massima allerta rispetto a cellule dormienti in terra europea che ormai non dormono più.

per mano di altri svizzeri. Questa dolorosa constatazione portò gli svizzeri a decidere di non immischiarsi più negli affari europei. «Quando due leoni si scannano – si diceva nel Seicento – la volpe furba se ne sta da parte e viene lasciata in pace». Di fatto, però, la scelta per la neutralità era, in quei tempi di lotte religiose, soprattutto una scelta per garantire la pace interna, per metter fine ai combattimenti tra cantoni cattolici e cantoni protestanti. Schierandosi per la neutralità gli svizzeri poterono così evitare di dover battersi per un credo o per l’altro e evitarono molti dei disastri legati alle guerre religiose, in particolare quelli della ferocissima Guerra dei trent’anni. La scelta degli svizzeri per la neutralità non disturbava per niente le potenze europee che continuare ad accordarsi con i cantoni svizzeri per ottenere i loro contingenti di mercenari che sulla carta avreb-

bero dovuto essere utilizzati solo per difenderle da possibili invasioni, ma che di fatto vennero impiegati anche in guerre di conquista. Grazie alla scelta per la neutralità la Svizzera non venne quasi mai invasa – la sola eccezione è costituita dalle lotte religiose nei Grigioni – dagli eserciti delle potenze in guerra. Così la neutralità costituirebbe di fatto uno dei piloni essenziali dell’affermarsi della Svizzera come nazione e una delle premesse indispensabili alla sua indipendenza. Ma questa è soltanto una versione della storia della neutralità. L’altra versione è un po’ meno enfatica e sostiene che la neutralità svizzera esiste di fatto solo nella misura in cui viene imposta e tollerata dalle grandi potenze europee. Anzi, per essere più precisi, solo nella misura in cui serve agli interessi delle loro politiche di affermazione internazionale. Prova ne sia che quando Napoleone,

alla fine del Settecento, ebbe bisogno del sostegno elvetico, per impedire agli eserciti nemici di attraversare le Alpi, non si fece nessun scrupolo a invadere la Svizzera e a tenervi i suoi eserciti per più anni. Solo con il Congresso di Vienna la neutralità del nostro Paese venne definitivamente riconosciuta anche a livello internazionale. Per le potenze che firmarono quel trattato era vitale che i passi alpini svizzeri non fossero controllati da nessuna di loro. Di conseguenza si accordarono per imporre alla Svizzera lo statuto di neutralità che il nostro Paese aveva già scelto, per un suo calcolo di convenienza interna, trecento anni prima. Come dire che la neutralità svizzera è un concetto relativo: viene rispettata nella misura in cui non tocchi gli interessi delle grandi potenze. Ieri di quelle europee, oggi di quelle che dominano la scena mondiale.

un universo nuovo, fatto di scambi e di telecomunicazioni iperveloci (internet), di modi di produzione non più fondati sull’impiego fisso e indeterminato ma su attività flessibili e revocabili, di processi decisionali determinati da poteri superiori, estranei alle comunità, «sradicati» e quindi non controllabili. Questo «disgelo» non poteva non ribaltarsi sugli orientamenti ideali e quindi sulle scelte. L’allentamento delle consuetudini ha liberato un sacco di voti, scompaginando appartenenze e logiche ataviche. Le macchine ideologiche che fino all’altro ieri legittimavano le strategie politiche si sono inceppate. Risultato: un vuoto di prospettiva e la consegna delle chiavi della politica a minoranze fortemente motivate e… interessate. Le prime indiscrezioni sui temi che i partiti s’apprestano a cavalcare in vista delle federali di ottobre non sorprendono: saranno gli stranieri,

la fiscalità e l’Europa, in particolare le relazioni con i Paesi circonvicini. L’Unione europea, com’è noto, raccoglie sempre meno consensi, dentro e fuori i suoi confini, e in ogni caso scava solchi profondi all’interno di partiti e movimenti. L’euroscetticismo fa breccia in tutte le formazioni, persino nel Partito socialista, europeista per storia e tradizione. Non bisogna infatti confondere le posizioni dei vertici con quelle serpeggianti nella base, tra i militanti che ogni giorno misurano la distanza tra l’olimpo dei princìpi e la ruvida scorza della realtà. Un altro partito sempre più distante dall’europeismo dei padri fondatori è quello dei Verdi: anche qui, gli ultimi sondaggi danno una maggioranza di euroscettici, se non addirittura di eurofobici. Nemmeno i due maggiori partiti di centro – liberali e democratici cristiani – intendono insistere su questi punti, ritenuti impopolari.

Insomma, nessuno, il prossimo ottobre, punterà un centesimo su un rapporto sereno e dialogante con l’Ue: più o meno tutti vorranno fare la faccia torva e intransigente, l’unica considerata pagante elettoralmente. Ma liberarsi del tutto di questo ingombrante convitato di pietra, l’Europa della moneta unica, non sarà facile. Esistono mille e una ragione per non condividere la linea politica adottata a Bruxelles, o la rotta finanziaria tracciata dalla Banca centrale europea. Tant’è vero che fino a qualche anno fa, nelle piazze e nei convegni, s’invocava a gran voce la costruzione di un’altra Europa, basata su altri princìpi, più democratici e federalistici, più vicini alle esigenze dei lavoratori, delle donne, dei giovani. Adesso perfino le voci critiche tacciono. Come se il vecchio/ nuovo antieuropeismo elvetico avesse chiuso ermeticamente tutti gli oblò che si affacciano sul continente.

di un sito che informi i francesi su quel che serve per contrastare il jihadismo; la creazione di un file speciale per chi è stato condannato per terrorismo; una «riflessione transpartigiana» sulla possibilità di creare un reato di «mancanza di dignità nazionale». Le misure costeranno 425 milioni di euro in tre anni, e saranno compensate con risparmi sulla spesa pubblica. Più controllo, quindi, più sorveglianza, più persone dedicate all’antiterrorismo, mentre a livello europeo l’accordo si fa difficile, nemmeno sui controlli sistematici delle

Marine Le Pen, presidente del Front National.

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi 2015: i due anniversari della neutralità Quest’anno sentiremo senza dubbio parlare molto della neutralità. Non solo perché il 2015 è un anno elettorale e il concetto di neutralità fa parte del bagaglio propagandistico di diverse formazioni politiche di stampo nazionalistico, ma soprattutto perché quest’anno ricorrono i 500 anni dalla battaglia di Marignano e i 200 anni dal congresso di Vienna. La neutralità degli svizzeri è nata si può dire sul campo di battaglia di Marignano (oggi Melegnano), il 13 e 14 settembre 1515, ma ha avuto la sua vera consacrazione solo 300 anni dopo nelle risoluzioni del Congresso di Vienna, tenutosi tra il novembre del 1814 e il giugno del 1815. È una storia che merita di essere raccontata perché aiuta a capire perché esistono di fatto almeno due interpretazioni della neutralità. La prima è quella interna che viene, a ogni piè sospinto, bandita dai par-

titi dell’area nazionale. Stando alla stessa, la Svizzera avrebbe scelto, dopo Marignano, unilateralmente, di essere neutra e di rinunciare a una politica internazionale di alleanze perché non è mai interesse dei piccoli di allearsi con le grandi potenze. La storia è conosciuta. A Marignano gli svizzeri, che si battevano per conquistare il ducato di Milano, subirono una cocente sconfitta per mano della coalizione franco-veneta. Si calcola che persero sul campo di battaglia più di 14’000 uomini. A rendere ancora più amara questa sconfitta – che di fatto chiuse l’epoca dell’espansione svizzera verso sud – ci fu la constatazione che nelle file dei vincitori avevano combattuto numerosi mercenari svizzeri. Di fatto, quindi, sul campo di Marignano, gli svizzeri avevano combattuto dalle due parti e non si può escludere quindi che in quella battaglia svizzeri perirono

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Il convitato di pietra Sulle questioni ad alto tasso emotivo, il Paese si spacca regolarmente in due. Le poste in gioco divisive sono il rapporto con le organizzazioni internazionali e l’Unione europea, gli immigrati e i rifugiati, la salvaguardia dell’ambiente. Metà dei votanti che si schiera a favore, l’altra metà contro. Questo sul piano generale. Poi ci sono le fratture multiple, trasversali e mutevoli: linguistiche (francofoni/germanofoni), geografiche (città/campagna), generazionali (attivi/ pensionati), di genere (donne/uomini), lavorative (garantiti/precari), sociali (scala di reddito), culturali (grado di scolarità). C’è la frattura civica: tra chi vota e chi getta il bollettino nel cestino, tra chi partecipa e chi si astiene. E c’è infine, non ultima per rilevanza, la frattura tra gli autoctoni titolari dei diritti politici e la folta schiera degli esclusi, gli stranieri, che come si sa non sono pochi nella Confederazione. Un tempo decifrare il comportamen-

to elettorale era un gioco da ragazzi. Bastava sovrapporre alla distribuzione dei voti la griglia delle «famiglie partitiche» e tutto, o quasi, combaciava. C’erano i conservatori, i liberali, i socialisti, tre grandi spicchi che andavano ad occupare quasi tutto il quadrante. Alle frange estreme, di destra e di sinistra, rimanevano solo gli spazi residuali, ricavati ai bordi dei principali schieramenti. Gli analisti sapevano fin dall’inizio come elezioni e votazioni sarebbero andate a finire. C’erano i cantoni cattolici e i cantoni protestanti, le città più aperte al progresso, le campagne più chiuse e diffidenti: uno schema collaudato e cementato da un ordine superiore, la Guerra fredda. Crollato il Muro di Berlino, implosa l’Unione Sovietica, l’ingranaggio delle relazioni internazionali si è rimesso in moto. Sono cadute ideologie e frontiere, rendite di posizione e alibi di comodo. Ma parallelamente si è affermato anche


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Cultura e Spettacoli Dal manoscritto al thriller Sascha Arango ha orchestrato un libro che si è rivelato un vero e proprio caso letterario

Una pièce complessa A Milano è in scena La donna che legge di Renato Gabrielli per la regia di Lorenzo Loris

Inossidabile gentleman Bryan Ferry ritorna sulla scena musicale con Avonmore, un album non del tutto convincente

Diavolo e acquasanta Fra le novità discografiche ticinesi, anche gli ottimi Peter Kernel e il Coro Calicantus pagina 27

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Le dame dei Pollaiolo Mostre Riuniti al Poldi Pezzoli di Milano

i quattro dipinti

Gianluigi Bellei Il Museo Poldi Pezzoli di Milano, assieme al Bagatti Valsecchi, è probabilmente uno dei più intriganti della città. Bello, anche. A misura d’uomo. Con parecchi capolavori. Uno di questi è sicuramente il Ritratto di giovane donna: preziosissimo profilo di una bellezza candida e avvolgente. Una sorta di icona del museo stesso, glorificata, riprodotta, ammirata da sempre. Occhi scuri, capelli chiari ordinati e racchiusi in una veletta trasparente contornata da un filo di perle. Naso birichino, orecchie piccole, collo lungo, anch’esso con un filo di tre perle bianche alternate ad una d’oro che termina con un rubino. Bocca civettuola leggermente rientrante. Il corpetto scollato è impreziosito da figure damascate. La carnagione è chiara e dorata e fa da contraltare allo sfondo azzurro solcato in basso da rade nubi. Una splendida fanciulla di nobile lignaggio. Ma chi è l’autore del dipinto? Difficile dirlo. Negli ultimi anni il nome più accreditato è stato quello di Antonio del Pollaiolo. Ma non è sempre stato così. All’inizio dell’Ottocento il dipinto viene attribuito a Bramante. Poi Cavalcaselle parla di Piero della Francesca, mentre Gustavo Frizzoni sostiene che sia di Filippo Lippi. Wilhelm Bode nel 1879 indica Piero del Pollaiolo e poi ci ripensa e dice che è di Domenico Veneziano. Bernard Berenson propone il nome di Andrea del Verrocchio. Poi sempre Gustavo Frizzoni propende per Bartolomeo della Gatta, allievo di Piero della Francesca per poi avanzare il nome di Antonio del Pollaiolo. Roger Frey nel 1930 ripropone il nome di Piero del Pollaiolo, e così via in una girandola di nomi che coinvolge i maggiori storici e conoscitori dell’arte. I conoscitori, per intenderci, sono quegli studiosi che, in mancanza di una documentazione certa, attribuiscono un dipinto a un determinato artista in base allo stile dell’opera. Uno dei maggiori conoscitori puri è stato Bernard Berenson che dopo anni di ricerche nelle chiese e nei musei del mondo ha stilato un elenco delle opere delle quali risulta certo l’autore e di quelle altre non particolarmente sicure alle quali ne attribuisce uno. Poi ci sono i conoscitori-storici come Pietro Toesca e Roberto Longhi per i quali l’attribuzione «assume il carattere di giudizio critico e storico» contemporaneamente. In sintesi, per ogni opera si cerca di dare un nome di riferimento. Se il dipinto non è di qualità eccelsa a volte si inventa un

nome fittizio come per esempio Maestro della Natività; negli altri casi si valuta una corrispondenza con artisti di maggior consistenza. Orbene, la questione della dama del Poldi Pezzoli attribuita ad Antonio del Pollaiolo inizia con le Vite di Giorgio Vasari, una delle fonti alle quali attingono tutti gli studiosi. Negli anni Settanta del Quattrocento a Firenze operano due botteghe: quella del Verrocchio e quella dei fratelli Pollaiolo. Il Vasari dedica la maggior parte del suo scritto ad Antonio che fa l’orefice. Seguendo una sua particolare logica che distingue le tecniche artistiche secondo una rigida gerarchia, dalla più bassa alla più alta, ritiene che l’orefice Antonio a un certo punto della sua vita voglia fare il salto di qualità dedicandosi appunto alle tecniche artistiche più qualificate come la pittura e la scultura. Solo come orafo Vasari non gli avrebbe certo scritto la biografia come avviene per Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti i quali inizialmente sono a bottega come orafi ma che aspiravano a molto di più. Antonio ha avuto tre fratelli: Piero, Silvestro e Giovanni. Silvestro ha lavorato come orafo accanto ad Antonio e Piero si è dedicato alla pittura, ma in maniera non certo rimarchevole essendo rappresentato come un «fedele e scialbo gregario». Da tutto ciò ne deriva che lo splendido dipinto del Poldi Pezzoli non può essere stato realizzato che da Antonio. Bene, per cercare di fare un po’ di luce in questo intricato aspetto della vicenda il Museo ha organizzato una mostra che mette a confronto le opere dei due fratelli. Non solo: per la prima volta, fatto eccezionale, sono qui riuniti i tre ritratti di donna che hanno le stesse caratteristiche stilistiche di quello di Milano e provenienti rispettivamente dalla Gemäldegalerie di Berlino, dal Metropolitan Museum of Art di New York e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze. Un’occasione unica per vederli uno accanto all’altro. Una mostra «rara e preziosa», come scrive Annalisa Zanni in catalogo. Ed è proprio qui che si riscrivono la vita e si prospettano nuove attribuzioni per le opere di Antonio – nato a Firenze nel 1431/1432 e morto a Roma nel 1498 – e Piero di Jacopo Benci – nato a Firenze nel 1441 e morto nel 1496 – detti del Pollaiolo perché il padre vendeva polli al mercato della città. In sintesi Antonio appare sempre più come un orafo e lui stesso ci tiene ad essere ricordato così, come

Piero del Pollaiolo, Ritratto di giovane donna. (Gemäldegalerie Berlino)

risulta dalla documentazione del catasto di Firenze al quale si presenta come «horafo» che ha una «botegha in Vachereccia». Aldo Galli poi corregge il Vasari che riporta l’epitaffio scritto da Antonio per la sua tomba a Roma nel quale è descritto quale «pictor», come in seguito tutti hanno riportato. In effetti si tratta di una svista perché la parola non inizia con la p ma con la f e quindi è da leggere «fictor», cioè scultore che modella. Mentre Piero, che non ha lavorato con il fratello ma in una «chasetta» in piazza degli Agli dove ha avuto bottega, viene sempre descritto come «pictor». In mostra molte opere da vedere. Iniziamo con la straordinaria Croce di Antonio del Pollaiolo e Betto di Francesco del 1457-59 per poi proseguire con La battaglia dei dieci nudi di Antonio del 1465, una delle prime storiche incisioni firmate dall’autore, cosa inusuale fino all’Ottocento, tutta incentrata sull’esaltazione delle masse muscolari. Sempre di Antonio le due piccole tempere su tavola Ercole e l’idra ed Ercole

e Anteo del 1470-75 provenienti dalla Galleria degli Uffizi. Quest’ultima è sicuramente una delle sue maggiori interpretazioni pittoriche che richiama l’altro capolavoro e cioè il bronzo Ercole e Anteo dello stesso periodo e proveniente dal Bargello. La contorsione muscolare, la dinamica delle figure e la loro «bilicazione composta», come scrive Leonardo nel suo Trattato della pittura tracciandone un rapido schizzo, lo pongono ai massimi livelli della scultura di quel periodo. Seguono i dipinti di Piero, o comunque a lui attribuiti in quest’occasione, dal San Michele Arcangelo e il drago del 1465 proveniente dal Museo Stefano Bardini di Firenze al David vincitore del 1465-70 della Gemäldegalerie di Berlino. L’ultima sala è dedicata ai quattro Ritratti di giovane donna. Francesco Bonami, alla fine del catalogo, sostiene giustamente che «chi le avrà viste assieme non lo potrà dimenticare e rivederle singolarmente obbligherà a una nuova lettura», perché separate non saranno più le stesse.

Detto questo, su quali argomenti si basano le attribuzioni? Innanzitutto sulla preparazione delle tavole che sono in pioppo e coperte da un’imprimitura di gesso e colla molto sottile, poi sulla stesura del colore che è sempre densa, compatta, materica, ricca di legante oleoso. Lo stesso Aldo Galli in ogni caso ha esitato nelle attribuzioni per «approdare alla ragionevole conclusione che esse spettino ad un medesimo pittore, e che questi sia Piero». Sarà probabilmente l’unica occasione per vedere le quattro dame assieme e per confrontarle, quindi conviene non perderla; anche se alla fine un dubbio sulla loro paternità potrà rimanere. Dove e quando

Le dame dei Pollaiolo. A cura di Aldo Galli, Andrea di Lorenzo, Annalisa Zanni. Museo Poldi Pezzoli, Milano. Fino al 16 febbraio. Orario: me-lu: 10.00-18.00. Chiuso martedì. Catalogo Skira, euro 39.–. www.museopoldipezzoli.it


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Cultura e Spettacoli Un particolare della copertina del libro di Sascha Arango.

Il mestiere del traduttore Pubblicazioni L’opera del traduttore come

quella dell’interprete di un pezzo musicale nella guida pratica di Daniele Petruccioli

Stefano Vassere

Quei manoscritti che valgono oro Narrativa In La verità e altre bugie il tedesco-colombiano Sascha

Arango si avvicina al manoscritto in modo molto originale Mariarosa Mancuso Di manoscritti ritrovati è piena la letteratura. Gli scrittori usano il trucchetto per garantire l’autenticità del racconto in prima persona («non ho aggiunto nulla, mi limito a trascriverlo o a tradurlo») e insieme per prendere le distanze («se qualcosa non quadra, la colpa è di un altro»). C’è un manoscritto ritrovato nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, in La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, nel Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (per essere onesto lo annuncia fin dal titolo, il lettore può orientarsi su qualcosa che più gli aggrada).

L’escamotage del manoscritto ritrovato ha sempre fatto gola a molti scrittori, anche se con risultati altalenanti C’è un manoscritto da ritrovare nel bellissimo romanzo dello scrittore ginevrino Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert, mentre Il nome della rosa di Umberto Eco comincia così: «Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet». (L’ultimo romanzo del semiologo, Numero Zero, è invece costruito attorno a un quotidiano, e parla di complotti come Il pendolo di Foucault: il passaggio dal medioevo e da Aristotele a un giornale che potrebbe chiamarsi «Repubblica» è duro da reggere anche per il lettori affezionati). I manoscritti si trovano dove uno non aspetterebbe di trovarli, e l’occasione fa l’uomo ladro. Orfano e senza amici, Henry Hayden passa la notte del suo trentaseiesimo comple-

anno con una sconosciuta. In cerca del suo calzino sinistro per filarsela di soppiatto – non ha nessuna voglia di scambiare convenevoli mattutini, chiusi dalla domanda «quando ci rivediamo?» – trova un pacco avvolto in carta da forno. Comincia a leggerlo, la smania di fuggire si placa. Accende la stufa, sistema i rubinetti gocciolanti e la tenda della doccia, mette in ordine la cucina e prepara le uova per il risveglio di Martha. Lei lo scambia per il fidanzato ideale, accetta di vivere con lui. La notte, si sveglia e si mette alla macchina per scrivere, senza una cancellatura o un rifacimento. Salvare un manoscritto non è come scriverlo – gli altri erano in cantina, tra cacchette di topi. Ma non è moralmente riprovevole, visto che a Martha pubblicare non interessa. Henry continua a fare i lavori di casa e manda a quattro editori scelti sull’elenco telefonico il romanzo intitolato Frank Ellis. Pubblicato, diventa un bestseller, con contorno di assegni, villa con parco e macchine di lusso. Un bestseller come il thriller dello scrittore tedesco-colombiano Sascha Arango, conteso dagli editori internazionali alla fiera di Francoforte: per l’Italia se l’è aggiudicato Marsilio, che lo pubblica in questi giorni con il titolo La verità e altre bugie. «Tacere è contrario alla natura umana»: così comincia il manoscritto dell’unica scrittrice al mondo – ma si tratta di fiction, nella vita non succede, tutti vogliono pubblicare e possibilmente un bel libro rilegato, a dispetto dei proclami l’editoria digitale sta molti passi indietro nella fiera delle vanità – che non vuole comparire (perfino i falsari, che per statuto dovrebbero stare nascosti dopo aver fabbricato, fatto autenticare e fatto circolare l’opera fasulla, spesso non resistono alla tentazione di autoaccusarsi: ingannare gli esperti è bello, dire «sono io che vi ho tratto in inganno» è meglio).

Non aveva nulla in contrario ad apparire come autrice dei suoi quadri invece Margaret Keane, protagonista dell’ultimo film di Tim Burton, che per serendipity – il gioco delle coincidenze che ci mettono sotto il naso quel che non cerchiamo – è uscito in sala qualche settimana fa. Si intitola Big Eyes, così furono ribattezzati i quadri, popolarissimi nell’America degli anni 60, spacciati dal marito Walter come propri: ragazzini macilenti con gli occhi grandissimi, il massimo del kitsch. Lui non sapeva dipingere, se non banali scorci parigini da pittore della domenica. Quando lo costrinsero a farlo, per dirimere la questione, finse un dolore alla spalla. Margaret intanto aveva dipinto in tutta fretta uno dei suoi orribili mocciosi e vinse la causa. All’inizio di La verità e altre bugie, il bestsellerista Henry Hayden scopre che l’amante – nonché sua editor ufficiale, anche se da editare c’è niente – aspetta un figlio da lui e intende tenerlo. Lo scrittore che si fa bello con le piume altrui (lo dicevano di Shakespeare, noto per non aver mai costruito una trama sua, copiava allegramente e con quella penna poteva permetterselo) pensa per un attimo al divorzio dalla moglie Martha, ma c’è un problema: l’ultimo romanzo, attesissimo dall’editore, non è ancora terminato, mancano le ultime e decisive pagine. Sacha Arango, 55 anni compiuti a dicembre, non ha bisogno di un ghost writer per tenere alta la tensione. Va via veloce – qualche volta anche troppo, facendo apparire e sparire i suoi personaggi dal nulla – e accanto alla trama fornisce un piccolo trattatello sull’arte della bugia. Non originalissimo, ma sempre un ripasso gradito. Come lamentava Barney Panofsky in La versione di Barney di Mordecai Richler: «La prima volta che ho detto la verità sono stato accusato di omicidio, la seconda ho perso la felicità».

«Avete mai letto in una critica, sentito alla presentazione di un libro, ascoltato in un programma alla radio parole come “la traduzione di questo testo sottolinea” o “questa traduzione rivela” a meno che non si trattasse di un classico greco o latino? Una volta un critico mi ha chiesto come mai non scrivessi, e quando gli ho risposto che preferivo eseguire testi altrui ha taciuto, lanciandomi uno sguardo compassionevole e fugace». Questo Falsi d’autore è decisamente un libro a tesi e la tesi è la seguente: la traduzione, soprattutto la traduzione letteraria, dovrebbe essere come l’esecuzione della musica, perché c’è un autore e ci sono gli esecutori; le esecuzioni, poi, non sono tutte uguali, e anzi l’esecutore è parte integrante del prodotto musicale, tanto che c’è esecuzione ed esecuzione, e i musicisti che di volta in volta ne propongono una finiscono per definire un loro stile, che l’utente-ascoltatore ricercherà (o eviterà) nell’acquisto della sua musica. Ecco, la traduzione dovrebbe essere tutto questo ma non lo è; perché se nel cd del concerto numero cinque di Beethoven che acquistiamo al negozio c’è scritto in grande Krystian Zimmermann e Wiener Philarmoniker, lo stesso non si può certo dire per le edizioni tradotte dei classici della letteratura moderna. L’autore di questo saggio, Daniele Petruccioli, che di mestiere fa il traduttore, se ne duole con tanto di disegnino: il nome del traduttore non c’è qui e non c’è lì, e concretamente e per principio, non essendoci il nome del traduttore potremmo essere in teoria indotti a pensare che si tratti di un originale italiano (tutto questo solo a rigore, concediamolo, perché sappiamo sempre se un libro è tradotto o è in originale, su!). In Italia, c’è un Regio Decreto di attuazione della legge nazionale sul diritto d’autore del 1941; porta il numero 1369 e la data del 18 giugno 1942, che sappiamo sospetta, perché legge e decreto sono, va bene, fasciste. Però niente e nessuno sembra poterne mettere in dubbio la validità, in particolare per quanto imposto al secondo comma dell’articolo 33 dove si dice che «per le opere tradotte, sulla copertina o sul frontespizio dell’esemplare devono essere impressi, oltre il nome e cognome

La copertina del libro di Daniele Petruccioli.

del traduttore, il titolo dell’opera e la indicazione della lingua da cui è stata fatta la traduzione». Ora, qualcuno si ricorda di avere mai visto cose del genere sulle copertine o sul frontespizio di un libro che ha letto? No e poi no, certo. Ma non basta constatare il totale spregio della categoria, e il libro di Daniele Petruccioli si preoccupa di trovare i motivi perché: uno, non ci dicono chi ha tradotto un libro e, due, ogni tanto ce lo dicono. Non ci viene detto per snobismo oppure per ragioni editoriali e commerciali: per esempio, «quando una storia ci piace, quando fa vibrare le corde profonde del nostro animo, quando suscita in noi quella sensazione dolcissima e struggente che è il ricordo di una bellezza perduta, vogliamo poter mettere sull’altare una persona sola, l’autore. Non ci va di sentir parlare di nessun altro». Un po’ meno prevedibili, per contro, i motivi per i quali non nascondere e anzi ogni tanto giungere a ostentare il nome del traduttore: per moda, per atteggiamento scaricabarile, per qualche ragionamento o ravvedimento di editori più svegli degli altri che potrebbero giungere a dare alla traduzione e ai traduttori un valore in sé, perché diverse traduzioni di una stessa opera possono essere molto diverse una dall’altra, e questa diversità quasi ecologica potrebbe essere interpretata e cavalcata come una specie di «sale della letteratura» e aprire a prospettive, dimensioni nuove, addirittura guadagni. «Così come non possono esistere due musicisti che interpretino lo stesso brano nello stesso identico modo, così come mai ci saranno due messe in scena uguali dello stesso testo, alla stessa stregua non possono esistere due traduzioni identiche». Tra le numerose storie di traduzioni di cui rende conto questo libro, infine, c’è ne una che riguarda la traduzione in inglese de Lo scherzo di Milan Kundera, sottoposta a uno stravolgimento dell’ordine dei capitoli nell’intento di mettere in rilievo alcuni aspetti dell’opera a scapito di altri. Bibliografia

Daniele Petruccioli, Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti, Macerata, Quodlibet, 2014.


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Cultura e Spettacoli

Un singolare e conturbante triangolo di provincia

Cronaca di uno sterminio

Teatro Il nuovo testo di Renato Gabrielli messo in scena da Lorenzo Loris

rassegna sulla Shoa al Cinema Lux di Massagno

Giovanni Fattorini Si chiamano Giada, Federica e Mirco i personaggi delle dodici «sequenze» che compongono La donna che legge, la nuova opera teatrale di Renato Gabrielli. Mirco è un ex avvocato tra i cinquanta e i sessant’anni, nullafacente e molto ricco, che avendo deposto ogni ambizione letteraria (saggia decisione, a giudicare dai versi che recita nella sesta sequenza) dedica cinque o sei ore al giorno a camminare e ad osservare ciò che gli sta attorno, «ma con discrezione», in un’imprecisata città di provincia che si affaccia sul mare. Un giovedì, camminando lungo la spiaggia, poco prima del tramonto, nota una giovane donna che siede su un pedalò tirato in secco, immersa nella lettura di un grosso libro. Affascinato, chiede a Federica (avvocatessa quarantenne, sua ex collaboratrice ed ex amante) di incontrare la ragazza e domandarle – dicendosi incaricata da un facoltoso cliente che offre come «regalo» 500 euro – se il libro che stava leggendo in riva mare era l’Ulisse di Joyce. (Guardandola da lontano, Mirco ha evidentemente pensato a Leopold Bloom, che sulla spiaggia di Sandymount osserva non visto e sempre più eccitato la giovane Gerty MacDowell). L’anonimo cliente offre inoltre un compenso di 1500 euro perché si faccia rivedere il giorno dopo, nello stesso luogo e nello stesso atteggiamento di assorta lettrice. Figlia di un impresario fallito di recente, Giada si sente soffocare nella città di provincia in cui è cresciuta, e non ha alcuna intenzione di diventare la moglie di Roberto, un farmacista che non le va di chiamare «fidanzato». Vorrebbe tor-

nare in Irlanda per riprendere gli studi, ma non dispone del denaro necessario. Ragion per cui, dopo un primo inalberamento, accetta la proposta avanzata per tramite di Federica. Ha così inizio un rapporto perverso (che per certi versi coinvolge anche l’intermediaria), in cui le richieste voyeuristiche e le offerte pecuniarie di Mirco, via via crescenti (a un certo punto verrà tirata in ballo, come testo di lettura, anche la Bibbia), sono ben presto seguite dalle crescenti richieste di denaro di Giada, intenzionata a lasciare per sempre la città e l’Italia. La sequenza finale, che si svolge due anni e sette mesi dopo la morte di Mirco, getta una luce retrospettivamente rivelatrice sulla figura del voyeur, e ci ragguaglia sulle scelte di Giada. Nato a Milano nel 1966, e annoverato tra i più interessanti e originali drammaturghi italiani contemporanei, Renato Gabrielli ha concepito il suo nuovo lavoro come un «racconto teatrale in dodici sequenze» (così recita il sottotitolo). Perché «racconto»? Perché ciascuno dei tre personaggi – dice la nota premessa al testo – di quando in quando diventa narratore. In che modo? Prendiamo la prima sequenza, che si svolge sulla terrazza del caffè del porto. Giada sta aspettando l’arrivo di Federica. A tratti si rivolge al cameriere, a tratti esterna ad alta voce i suoi pensieri (la qual cosa, in un’opera narrativa, accadrebbe solo in momenti di alterazione psichica del personaggio). Le sue battute si intrecciano con quelle che Mirco e Federica si scambiano mentre quest’ultima si affretta all’appuntamento (a tratti auto-raccontandosi) e mentre dialoga con Giada. Mirco e Federica parlano fra loro come in un rapporto telepatico

Cinemando Una

Fabio Fumagalli

Alessia Giangiuliani e Massimiliano Speziani ne La donna che legge. (foto Dorkin)

(fisicamente distanti e mentalmente vicini). Durante l’intera sequenza, Mirco pronuncia alcune frasi che descrivono il luogo, i rumori ambientali, l’aspetto, i gesti e le reazioni di Giada. Più che delle descrizioni concise da narratore onnisciente, delle didascalie. A volte dice: «pausa». Per quale ragione? Perché un’effettiva sospensione del parlato farebbe «teatro realista»? Per allontanare l’ombra di Harold Pinter? (E per quale ragione nella messinscena di Lorenzo Loris le frasi che descrivono i rumori ambientali si accompagnano a un sottofondo di suoni concreti che stando ai propositi di Gabrielli dovrebbero risultare superflui?). Ci sarebbe parecchio da dire sugli aspetti linguistici e formali di questo «racconto teatrale», nelle cui «sequenze» (termine non casualmente mutuato dal cinema) si colgono le suggestioni di certo nouveau roman e di certa narrativa postmoderna. Ma occorre spendere qualche parola sui «contenuti». In tutti i testi di Gabrielli c’è al-

meno una scena che pecca vistosamente di didascalismo e di eccesso d’intenzioni. Qui la cosa si verifica nella nona sequenza, dove la comparsa di un teschio introduce in modo plateale il simbolo più ovvio della morte, e dove il denaro – attraverso le parole eccitate e concitate di Mirco – diventa lo strumento di uno stupro psicofisico consumato per lettera, a distanza. Massimiliano Speziani (Mirco), Cinzia Spanò (Federica) e Alessia Giangiuliani (Giada) sono bravi. Ma non mi so spiegare perché recitino quasi costantemente ad alta voce e così vicini tra loro (La donna che legge è un testo che pone seri problemi di prossimità e distanza, di rapporto tra sguardo e corpo dell’altro), né perché Mirco sia così frequentemente buffonesco e ammiccante. Dove e quando

A complemento della Giornata della Memoria, il Consiglio di Stato e il Delegato cantonale all’Integrazione degli stranieri invitano a una iniziativa preziosa. Una rassegna cinematografica composta da 8 film, alcuni dei quali ormai memorabili che, a 70 anni dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, indagano sull’origine del male. Sono lavori di registi come Roman Polanski, Bob Fosse, Radu Mihaileanu, Sean Mathias, Vittorio De Sica, Steven Spielberg, Leni Riefenstahl, Vicente Amorim che ripensano le ragioni che, nel cuore del mondo Occidentale tra il 1933 e il 1945, hanno permesso lo sterminio organizzato di milioni di persone, selezionate fra ebrei e disabili, omosessuali e oppositori politici, zingari o testimoni di Geova. Opere che testimoniano in presa diretta la propaganda, anche sapiente, del regime nazista, come il celebre Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl del 1935, o sublimano nel ricordo l’esperienza autobiografica come accade in uno dei capolavori di Roman Polanski, Il Pianista. Le 8 pellicole costituiscono uno specchio esauriente di come il linguaggio cinematografico, quando autentico e ispirato, riesca a prestarsi a ogni volontà di riflessione e dialogo. E così Vittorio De Sica ne Il

Milano, Teatro Out Off, fino all’8 febbraio.

Bertrand Bonello, maestro di universi misteriosi Cinema Il regista, compositore e musicista francese si è imposto all’attenzione della critica

internazionale con Le pornographe, L’Apollonide e Saint Laurent Muriel Del Don Potremmo definire Bertrand Bonello come un musicista delle immagini, un illusionista capace di creare mondi fantastici partendo dalle macerie di una realtà troppo ingombrante. Anziché essere un ostacolo, la sua formazione come musicista classico gli ha permesso di avvicinarsi al mondo delle immagini con una consapevolezza estetica «diversa», innovativa ed eterea, come la musica stessa. È grazie a Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch che Bonello scopre la magia del cinema, la bellezza di un universo fantastico e al contempo estremamente reale che, se ben dosato, può provocare nello spettatore emozioni forti, una sorta di eccitazione estetica quasi mistica. Il sensibile e misterioso legame tra immagini e musica sarà sviluppato dal regista francese in modo innovativo, personale e a tratti carnale. Il suo approccio al cinema è estremamente istintivo, diretto ed è giustamente questa «incoscienza» a spingerlo immediatamente nella fossa dei leoni. Bonello non indugia e comincia il suo ricco apprendistato cinematografico con tre cortometraggi e due documentari prima di affrontare finalmente, nel ’96, il suo primo lungometraggio Quelque chose d’organique, presentato al Festival di Berlino. La sua prima fatica gli regala un posto privilegiato nell’olimpo di quella nuova generazione di cineasti che affrontano in modo onesto e diretto

le relazioni tra corpo e mente, tra ragione e sentimenti (spesso estremi). La sua carriera comincia ad alta quota, sulle vette di quello che potremmo chiamare «cinema d’autore». Le pornographe, che permette all’inimitabile Jean-Pierre Léaud di ritornare sotto i riflettori, e che sarà presentato alla Semaine de la critique del festival di Cannes, consacra il suo talento con il prestigioso premio FIPRESCI. Con Le pornographe Bonello mette in scena le relazioni complesse tra padre e figlio o ancora le difficoltà legate al mestiere di cineasta (in questo caso un regista di film pornografici). Malgrado il successo riscontrato in vari importanti festival internazionali, il suo nome rimane però fin qui per molti ancora sconosciuto. Sarà più tardi (nel 2011) con L’Apol-

Bertrand Bonello e Helmut Berger a Cannes nel 2014. (Keystone)

lonide che Bonello svilupperà appieno la sua natura opulenta e misteriosa. L’Apollonide è un film dal profumo inebriante e decadente che scivola in modo lascivo su una colonna sonora che tocca direttamente le emozioni. Saint Laurent, la sua ultima fatica, marca forse l’apoteosi della sua carriera, e si impone grazie ad una miscela esplosiva, seducente e velenosa tra documentario e melodramma. Con i suoi film Bonello trasporta lo spettatore in un mondo fatto di frammenti di realtà e di momenti di puro onirismo. La sua libertà artistica l’ha spinto verso la sperimentazione, alla ricerca di un universo che lo rappresenti: a tratti ermetico, sibillino ma sempre impregnato di una forte dose di emotività e di umanità. Che si tratti dell’universo claustrofobico delle case di tolleranza (L’Apollonide) o ancora del mondo barocco e decadente di un artista all’apice della sua carriera (Saint Laurent), Bonello riesce sempre a trasformare il reale in qualcosa di diverso, di misterioso e sublime. Come dice lui stesso, «tra saggezza ed emozione sceglierò sempre l’emozione». Il ruolo del regista è quello di riappropriarsi dei codici propri del reale per infine stravolgerli, reinventando la quotidianità grazie alla forza dell’immaginazione. Questa presa di posizione è particolarmente evidente nel film Saint Laurent dove molte scene non sono che evocazioni, slittamenti, invenzioni sostenute però da un fondo di verità. In tutto ciò la musica diventa un vettore fondamentale

del cambiamento, della volontà di stravolgere le regole, di far esplodere i codici. La colonna sonora produce un momento sospeso nella narrazione, una pausa sublime dalla realtà, un salto improvviso nel mondo intimo dei personaggi. Nel caso di L’Apollonide, che si svolge alla fine del XIX secolo, Bonello sceglie di avvolgere le immagni con una sensuale colonna sonora soul che sottolinea perfettamente l’animo tormentato e profondo delle protagoniste. Malgrado l’anacronismo tra contesto storico e musica, la scelta del regista regala al film uno strato emotivo supplementare. Per Saint Laurent Bonello sceglie invece una miscela di musica operistica e di Northern Soul. Un condensato di pezzi pieni di riverberi, diretti e provocanti, allo stesso tempo tesi e molto sentimentali che sottolineano perfettamente il carattere complesso del protagonista. La malinconia, il sentimento di perdita che si provano quando qualcosa scompare sono il leitmotiv dei suoi film, impregnati di quel tocco decadente che ricorda a tratti Visconti o l’universo languido di Proust. Il suo non è però mai un atteggiamento nostalgico ma piuttosto la ricerca delle tracce lasciate da un passato maestoso che non esiste più se non nei ricordi. Bonello riesce a ricreare attraverso le immagini il sentimento della perdita, la malinconia di un mondo che non si nutre che di ricordi. Un miracolo sublime e spaventoso.

Viggo Mortensen nella locandina di Good , l’indifferenza del bene.

giardino dei Finzi-Contini attinge alla fonte letteraria del romanzo di Giorgio Bassani, mentre il grande Bob Fosse usa la commedia musicale, come in Cabaret. Qualcuno dei registi ha il coraggio di ricorrere all’ironia, ed è il caso di Radu Mihaileanu in Un treno per vivere; o, ancora, un maestro del cinema moderno americano come lo Steven Spielberg di La lista di Schindler recupera il proprio senso della fiaba impossibile per raccontare il fatto autentico di un industriale al quale riuscì di salvare 1098 ebrei dall’Olocausto. Accanto a queste pellicole che, per una ragione o l’altra, segnano la storia del cinema, ve ne sono altre, tutte da scoprire. L’inglese Bent (1997) di Sean Mathias – tratto dall’opera teatrale di Martin Sherman – come nel film di Bob Fosse narra la partenza dall’universo dei cabaret berlinesi nel 1934 per descrivere l’itinerario che conduce a Dachau. Durante la serata conclusiva invece sarà proposto Good – l’indifferenza del bene di Vicente Amorim, con Viggo Mortensen nei panni di un professore di letteratura afflitto da demenza senile, che affronta uno dei temi tipici del nazismo, ossia l’eutanasia, prima di sfociare nella presa di coscienza.


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Cultura e Spettacoli

Ferry, il ritorno del gentleman

Tutti i fiori del faraone

Musica L’artista inglese e la confortante sicurezza

dedicata all’antico Egitto

Mostre A Basilea una curiosa esposizione

dell’abitudine all’eleganza Marco Horat Allestire un’esposizione sull’antico Egitto è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché il tema si presta a molte possibili declinazioni e poi perché è scontato il successo di pubblico. Difficile se si vuole trovare un approccio originale attraverso il quale mettere in luce l’antica civiltà dei faraoni. Il discorso si fa ancora più complicato se si vogliono trovare agganci la nostra realtà culturale, apparentemente così lontana dalle sponde del Nilo. A Basilea sono riusciti nell’impresa di coniugare i diversi aspetti della questione, riprendendo – e modificandone in parte l’impostazione originale con l’aggiunta di reperti provenienti prevalentemente dalle collezioni dell’Antikenmuseum stesso – la mostra allestita un anno fa al Laténium di Neuchâtel, dedicata alle parures funerarie rinvenute nelle tombe egizie. Partire dai ritrovamenti archeologici avvenuti nelle tombe per tentare di conoscere meglio la società e la vita quotidiana, sia dal punto di vista sociale sia da quello ambientale. Non solo fiori secchi, dunque. Una bella storia da raccontare che prende avvio alla fine dell’800 con la scoperta di un nascondiglio, rimasto celato nei secoli ai tombaroli, dove erano state raccolte le mummie di alcuni sovrani egizi con i loro corredi funerari; tra questi una serie di frammenti di ghirlande e addobbi floreali che accompagnavano il corpo dei sovrani, conservatisi nel tempo grazie al clima secco del deserto. Protagonista della scoperta uno dei grandi nomi dell’archeologia Bryan Ferry alla Baloise Session lo scorso ottobre. (Keystone)

Benedicta Froelich Vi sono, all’interno del panorama poprock internazionale, alcuni rari nomi destinati da sempre a distinguersi per innata grazia e raffinatezza – caratteristiche oggigiorno quantomeno rare, e che conferiscono spesso al lavoro di tali soggetti un sapore irrimediabilmente «old-fashioned». Si tratta di personaggi che da anni si possono definire come rappresentativi di una certa tendenza stilistica e di costume, e che attraversano la scena musicale senza mai deviare dal proprio percorso, quasi il passare del tempo non li toccasse minimamente. A quasi settant’anni, Bryan Ferry resta uno dei rappresentanti più interessanti di questa ristretta cerchia di gentlemen: dotato di una voce aggraziata ed estremamente melodica e di una naturale eleganza, questo dandy dei tempi moderni ha ammaliato il pubblico fin dall’epoca delle sue esuberanti avventure discografiche con la band dei Roxy Music, tuttora amatissima dai cultori. Anche in seguito, la sua carriera solista si è presentata come perfettamente in linea con l’immagine pubblica e artistica prescelta dal cantante: Bryan ha infatti deciso di concentrarsi soprattutto sulla qualità formale ed «estetica» della sua musica, dedicandosi alla creazione di atmosfere nostalgiche e d’altri tempi, per certi versi quasi cinematografiche, esemplificate dai vari album di rivisitazioni di classici anni 20-30 incisi nel corso degli anni. In questo processo, l’artista ha volutamente messo in secondo piano il versante delle sperimentazioni elettroniche che i Roxy Music avevano sovente tentato con successo – il che ha portato alcuni a lamentarsi dello stile «manierato» di Ferry, molto diverso da quello di un tenace rocker anni 70. Il nuovo Avonmore non fa differenza, presentandosi come un’ulterio-

re incursione di classe nell’universo personale di Bryan, il quale torna alla composizione dopo l’ennesimo album di standard del passato (The Jazz Age, 2012): e la scelta stilistica è confermata fin dalla traccia di apertura, l’enigmatica e suadente Loop De Li. Certo, il rischio che un simile approccio comporta è quello di produrre musica magari tecnicamente ineccepibile, ma un po’ troppo «patinata» e forse poco emozionale; ma in un modo o nell’altro, la maestria e l’esperienza di Ferry gli impediscono di cadere in un simile errore, poiché questo Avonmore non disdegna brani dal forte voltaggio emotivo – su tutti, una piccola gemma come Soldier of Fortune, ballata elegante e toccante firmata in coppia con l’ex Smiths Johnny Marr. O, ancora, il lento Lost, che nello spazio di un minutaggio minimo riesce appieno nel compito di trasmettere un senso di dolente, ineluttabile impotenza.

Forse l’artista inglese dovrebbe impegnarsi maggiormente nel songwriting, dal momento che a mancargli non sono né talento né esperienza Purtroppo, per quanto riguarda il resto della tracklist, bisogna ammettere che, dal punto di vista compositivo, questo disco non può competere con precedenti sforzi dell’artista quali, ad esempio, l’eccellente Frantic (2002), di cui, in termini di suggestioni liriche e musicali, Avonmore sembrerebbe un ideale seguito. E, pur ritrovando qui molte delle sonorità da sempre care a Bryan – come gli immancabili assoli di sassofono e le lunghe ed eleganti variazioni

ritmiche tra strofa e ritornello – alcuni dei brani sembrano mancare di una linea melodica definita: tanto che, a tratti, l’impressione è che si proceda quasi per inerzia, sulla base della forte professionalità ed esperienza di Ferry (si vedano brani come Driving Me Wild, francamente un po’ banale, o la stessa title track Avonmore). Le vere sorprese di quest’album sono perciò le immancabili cover di turno: l’amara Send in the Clowns (originariamente un brano di Stephen Sondheim) e una sorprendente e godibilissima versione lenta del classico anni 80 Johnny and Mary di Robert Palmer, in cui il brano uptempo che tutti conosciamo diventa un’irresistibile prova da crooner. Ed è in esercizi stilistici di questo tipo che l’innegabile classe e maestria di Ferry brillano più che mai, anche perché, dal punto di vista musicale, gli arrangiamenti sono a dir poco perfetti. Del resto, Avonmore beneficia della collaborazione di una «supporting crew» di prestigio, comprendente il già citato Marr e l’eclettico Nile Rodgers (i quali, seppur mai troppo invadenti, lasciano la loro impronta distintiva sulla tracklist), a cui si aggiungono inoltre guest star occasionali del calibro di Mark Knopfler e Flea dei Red Hot Chili Peppers. Così, anche se non si può dire che Avonmore rappresenti una delle vette artistiche del Ferry solista, l’album riesce comunque a mantenere desto l’interesse dell’ascoltatore – non solo grazie alla consumata abilità di interprete e cantastorie del capace Bryan, ma anche all’eccellente produzione di sempre, che presenta un sound per certi aspetti perfino più corposo del solito. Forse, Ferry avrebbe semplicemente bisogno di dedicare al proprio songwriting la stessa cura quasi maniacale che riserva alle amate reinterpretazioni di classici del passato: e poiché il suo talento merita di più, questa è una scelta che deve a se stesso, prima ancora che ai propri fan.

mondiale: quel Gaston Maspéro che, pur essendo francese, diventerà il direttore del Dipartimento delle antichità del Cairo grazie ai suoi meriti scientifici, e una delle personalità più in vista dell’egittologia moderna. Una parte di questi reperti fu da lui donata qualche anno più tardi al Giardino botanico di Zurigo che conduceva studi sulla flora lungo i fiumi; da allora l’istituto tigurino li ha conservati talmente gelosamente... che per un secolo e più se ne sono praticamente perse le tracce. Fino a quando nel 2010 una studiosa di archeobotanica li rintraccia nei magazzini della sua facoltà all’Università di Zurigo: un piccolo tesoro torna così alla luce, forse meno spettacolare di altri reperti archeologici ai quali pensiamo quando si parla di Egitto antico, ma dal profilo scientifico molto significativo, perché ci fornisce indicazioni precise sull’ambiente dell’epoca e sulle credenze legate alla sepoltura. I fiori simboleggiano il rispetto e la devozione verso il defunto, la caducità della nostra esistenza ma anche la speranza in un aldilà. E c’è di più: scrivendo a suo tempo della mostra al Laténium avevo parlato dell’opportunità di conoscere da vicino la flora che cresceva lungo il Nilo, quali piante venivano utilizzate dall’uomo e con quali scopi: in definitiva l’orizzonte culturale dentro il quale si muovevano gli individui e la società. Una riflessione quindi sulla funzione economica e religiosa del giardino egizio, sulla simbologia delle piante, il ruolo e il significato dei profumi e degli odori che dovevano accompagnare i riti prima e durante una sepoltura reale. Discorso complesso realizzato grazie alla collaborazione tra egittologi, archeologi, storici e botanici di diverse istituzioni svizzere. Temi affascinanti presentati al pubblico con un contorno di sarcofagi e reperti provenienti da ritrovamenti tombali, di suoni e immagini che danno un indispensabile riscontro visivo all’insieme. Dove e quando

Fico sicomoro 18ma/19ma dinastia, 1300 a.C.). (Museo botanico Zurigo)

Blumenreich, Wiedergeburt in Pharaonengräbern. Basilea, Antikenmuseum und Sammlung Ludwig. Fino al 2 febbraio 2015. www.antikenmuseumbasel.ch

Top10 Libri

Top10 CD

1. Jeff Kinney

1. Marco Mengoni

Diario di una schiappa Sfortuna nera, Castoro

Parole in circolo 2. Claudio Baglioni

2. Massimo Gramellini

D’amore (2 CD) / Novità

Avrò cura di te, Longanesi 3. Gianna Nannini 3. Umbero Eco

Hitalia

Numero zero, Bompiani 4. Vasco Rossi 4. Gianrico Carofoglio

Sono innocente

La regola dell’equilibrio, Einaudi 5. Modà 5. Wilbur Smith

2004-2014 L’originale (2 CD)

Il Dio del deserto, Longanesi 6. Pink Floyd 6. John Grisham

I segreti di Gray Mountain Mondadori

The Endless River 7. Pino Daniele

Titoli vari 7. Alberto Angela

I tre giorni di Pompei, Rizzoli

8. Fedez

Pop-Hoolista 8. Camilla Läckberg

Il guardiano del faro, Marsilio

9. One Direction

Four 9. John Green

Colpa delle stelle, Rizzoli

10. Francesco De Gregori

Vivavoce (2 CD) 10. Benedetta Parodi

Molto bene, Rizzoli


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Cultura e Spettacoli

Donna in bacheca con soldati In scena Die Soldaten, capolavoro di Bernd Alois Zimmermann, al Teatro alla Scala

Alla Rsi serve una come Christa Visti in tivù Lo

si è visto a Zurigo, l’ex Miss Svizzera è ormai una conduttrice matura

Sabrina Faller È certamente uno dei titoli più accattivanti della stagione scaligera questo Die Soldaten coprodotto con il Festival di Salisburgo, capolavoro del compositore tedesco Bernd Alois Zimmermann (1918-1970), che lo trasse dall’omonima commedia settecentesca (e prerivoluzionaria) di Jacob Michael Lenz, sfortunato protagonista della stagione dello Sturm und Drang. La peculiarità del testo è nel deliberato sganciarsi dal vincolo della triplice unità di tempo, spazio, azione. All’autore ciò che importa è «l’unità d’azione interiore», ovvero «quell’unità costituita da passato, presente e futuro … che, nella sua estensione spirituale, oltrepassa la fugacità del momento, inglobando passato e futuro in un presente permanente». La vicenda si svolge in parte a Lille, in parte altrove. Marie, ragazza borghese fidanzata con Stolzius, un giovane del suo stesso ceto, si invaghisce di Desportes, un barone ufficiale, che dopo averla sedotta lasciandole credere di sposarla, la «passa» al suo attendente. Inizia così per Marie la discesa negli abissi della prostituzione, che la porteranno a diventare una «puttana da soldati», infelice e irriconoscibile perfino per suo padre.

È la prima volta che Die Soldaten approda alla Scala: è l’occasione per scoprire un’opera sconosciuta Un dramma sulla lotta di classe, ma per Zimmermann prima di tutto una costruzione drammaturgica nuova, che lo porta ad adattare il libretto a una partitura tesa a sottolineare quella «unità» o simultaneità spaziotemporale attraverso il linguaggio della musica seriale. Una partitura densissima e ricca di citazioni, da Bach alla musica jazz,

Antonella Rainoldi

Una scena di Die Soldaten. (Brescia-Amisano © Teatro alla Scala )

sottolinea la compresenza di più eventi nella stessa scena e ha un assunto per così dire filosofico: ogni personaggio è rinchiuso in una situazione esemplare, a partire dalla quale subisce eventi ai quali non può sfuggire. Non è il destino, ma piuttosto la compresenza di più elementi legati alla propria costellazione e dettati da censo, circostanze, carattere. Il dramma di Lenz presenta così nella struttura drammaturgica una grande modernità; lo capì Büchner che si ispirò a lui per il suo Woyzeck, così come Zimmermann rispetto ad Alban Berg. Ciò che più colpisce è che a metà degli anni Sessanta un compositore dotato abbia partorito un’opera così impositiva e sicura dei propri mezzi, al punto che Zimmermann era convintissimo di aver aperto una strada nuova all’opera, non di averla chiusa in quanto epigono di quella stessa dodecafonia a cui faceva appello. Epigono, ma capolavoro e come tale degno di rispetto e conoscenza.

La Scala ha fatto bene a coprodurre Die Soldaten, che non aveva mai calcato la scena milanese. Il regista lettone Alvis Hermanis, noto per aver portato sulle nostre scene spettacoli di prosa di grande successo come il suo cavallo di battaglia Sonja al Festival Internazionale del Teatro di Lugano e Le signorine di Wilko a Chiasso, era alle prese con la sua prima regia d’opera quando nel 2012 l’allestì per i Salzburger Festspiele. Certo, lo scenario era allora uno dei luoghi più suggestivi della cittadina austriaca, la Felsenreitschule, con le sue gallerie nella roccia e il maneggio ricostruito sullo sfondo. Gli spettatori dovettero emozionarsi quando una trapezista in alto, sospesa nel vuoto di fronte alla facciata, attraversava la scena sul filo. La stessa scena – ed Hermanis ne è responsabile insieme a Uta Gruber Ballehr – riprodotta fedelmente sul palcoscenico del Teatro alla Scala – lascia freddi. È tuttavia apprezzabile il senso estetico profondo del regista che affida

il suo allestimento a un delicato lirismo postespressionista. Costruita su due piani, la scena, unica , propone un primo piano «abitato» quasi esclusivamente da soldati colti nelle loro diverse attività, mentre al pianterreno elementi di mobilio ottocentesco borghese indicano lì una camera, là un salotto, e nel mezzo balle di fieno sempre più numerose e pesanti invadono la scena. Marie finirà proprio in quel fieno, a farsela con i soldati, in un intreccio comico e grottesco. Campeggia isolata, mobile e regale, la bacheca di vetro – oggetto feticcio dell’estetica di Hermanis – che ospita la donna desiderata dai soldati, il sogno realizzabile. Troppo illustrativa, la regia di Hermanis è comunque sempre elegante e mai banale. Ingo Metzmacher sul podio e Laura Aikin in scena nel ruolo di Marie hanno convinto il pubblico, se non ad amare, almeno ad ascoltare con curiosità e interesse un’opera quasi sconosciuta. Si replica fino al 3 febbraio.

Tra angeli del cielo e diavoli della terra Musica Le nuove produzioni discografiche di Peter Kernel e Coro Calicantus

Zeno Gabaglio Il diavolo e l’acquasanta. Così potrebbero apparire – se incautamente accostate – le due recenti produzioni discografiche del Coro Calicantus e del gruppo Peter Kernel. Da un lato le angeliche tonalità di un coro di voci bianche, dall’altro le chitarre distorte di una band art-punk; da un lato le celesti armonie senza peso né età, dall’altro il più autentico e rumoroso lamento del sentire contemporaneo; da un lato la spontanea gioia dell’infanzia che sboccia nell’adolescenza, dall’altro la piena maturità di un’articolata vita musicale. Eppure c’è qualcosa che – intimamente ma assai prosaicamente – unisce Peter Kernel e Coro Calicantus: sono due tra le poche eccellenze musicali prodotte dalla Svizzera italiana nell’ultimo decennio. E a dirlo non sono solo gli amici o gli amici degli amici, ma soprattutto i numerosi operatori nazionali ed esteri (organizzatori, promotori, giornalisti) che regolarmente cercano ed entusiasticamente accolgono le loro produzioni. Peter Kernel – Thrill addict

Della parabola progressiva e crescente di Peter Kernel – nome che sembra di persona fisica ma che in realtà è alter ego del duo formato da Aris Bassetti

Aris Bassetti dei Peter Kernel.

e Barbara Lehnhoff – ci è già capitato più volte di scrivere, collegandola anche al parallelo successo dell’etichetta On the Camper Records e del sideproject Camilla Sparksss. Innumerevoli sono infatti i concerti in tutta Europa – ma anche negli Stati Uniti e in Canada – così come i premi e le lodi della critica che hanno scandito il loro ormai decennale percorso di creazione musicale. E il punto è proprio lì: chi crea, non chi ripete in eterno cose inventate da altri, ma chi compie lo

sforzo di incanalare la propria persona, il proprio luogo e il proprio tempo in un manufatto artistico, segno di vitale umanità ad uso del presente e a vantaggio della retrospezione futura. Un percorso, quello della continua autoanalisi creativa, ineludibile per qualsiasi società che voglia far proprio il modello culturale dell’Occidente, e che dalle nostre parti troppo spesso tendiamo ad ignorare facendoci belli con l’arte prodotta nell’altrove spazio/temporale. E questa volta i Peter Kernel hanno fatto un passo decisivo nella caratterizzazione della propria identità; è solo un piccolo passaggio in una sezione di un unico pezzo – You’re Flawless – ma quella specie di filastrocca con echi di dialetto ticinese fa sì che il perfetto mosaico indie-rock costituito dal disco Thrill addict si colori di un tono culturale che nessun altro prodotto (britannico? giapponese? americano?) potrebbe mai avere. Coro Calicantus – O Filii et Filiae

Dare o meno dignità e senso artistico a un prodotto musicale è un dubbio necessario e ampiamente condiviso, spesso risolto dall’individuazione della professionalità in chi il prodotto lo ha confezionato. Ci sono però casi specifici in cui il criterio della professionalità non può essere applicato, per ragioni specifiche legate alla natura

della musica o sociologiche legate ai contesti in cui certe musiche maturano, come le musiche delle varie civiltà che non hanno mai contemplato un professionismo musicale, o le musiche delle tradizioni popolari. O ancora le musiche prodotte da giovani esseri umani che non possono essere professionisti in nessuna delle cose che fanno. Questo è il caso dei cori di voci bianche, formati in genere da bambini fino ai sedici anni: non diplomati e non professionisti, ma non per questo meno capaci e tutti uguali. Il lavoro ventennale condotto da Mario Fontana con il Coro Calicantus si è infatti distinto per gli importanti riconoscimenti raccolti a livello internazionale, prelibato frutto di una capillare presenza formativa sul territorio. Testimonianza di questi traguardi è il recente disco O Filii et Filiae, ottimo nel repertorio propriamente corale (da Palestrina e Gabrieli fino a Ivo Antognini, il nostro più celebre autore vocale che il Calicantus ha contribuito a rivelare al mondo intero), stimolante negli arrangiamenti dalle tradizioni popolari dell’est europeo e un po’ meno convincente nelle trascrizioni da brani popular: il suono riverberato e distante tanto opportuno per un Ave Regina non riesce purtroppo a rendere giustizia alle creazioni intime e vicine di Crosby, Stills e Nash.

Avevamo in mente di muovere qualche appunto su Tempi Moderni, il nuovo magazine economico prodotto e condotto da Gianni Delli Ponti, ma dopo la visione delle prime due puntate ci siamo detti: la cosa più corretta è quella di dare tempo al programma di crescere (RSI La1, venerdì, ore 22.25). A lume di naso, ancora due o tre settimane e ci siamo. Nell’attesa, facciamo un salto indietro nel tempo per recuperare la cerimonia di premiazione degli Swiss Award, il massimo riconoscimento nazionale alla politica, all’economia, alla cultura, allo showbiz e alla società. La serata, giunta alla sua tredicesima edizione, è stata trasmessa in diretta televisiva dalle tre unità aziendali SSR lo scorso 10 gennaio, con il commento in lingua italiana di Davide Gagliardi. Non vogliamo qui parlare dello spettacolo, anche perché le cerimonie di premiazione si assomigliano tutte: un manipolo di cantanti, l’elogio dei vincitori, un’infornata di famosi, il trionfo del kitsch. Verrebbe da dire: il risultato è sempre e soltanto la storia di una noia annunciata, e la sua durata, due o tre ore, di certo non aiuta. Preferiamo parlare di Christa Rigozzi, conduttrice della serata insieme con Mélanie Freymond e Sven Epiney. La ex Miss Svizzera di Monte Carasso è cresciuta molto negli ultimi anni: padroneggia la scena, si trova a proprio agio con i ritmi e i tempi televisivi, dimostra scioltezza e facondia, non si lascia intimidire da presenze ingombranti, ha confidenza con le lingue come pochi altri. Ormai è una presentatrice matura, pronta per nuove avventure. Mentre la seguivamo sul palco dell’Hallenstadion di Zurigo, avvolta in una bandiera bianconera, ci tornava alla mente lo speciale dell’ultimo dell’anno organizzato dalla RSI. Uno straordinario momento di allucinazione per alcuni, un’esperienza di indimenticabile estraniazione per altri. A noi questo supplemento di memoria serve solo per sottolineare come a Comano manchi una come Christa Rigozzi. L’intrattenimento, inutile girarci intorno, avrebbe un estremo bisogno di conduttori brillanti. La conferma ulteriore è arrivata il 31 dicembre. È probabile che la RSI continui a riflettere sul suo lavoro ma, per intanto, perché non cerca di promuovere Christa Rigozzi? Il pubblico della Svizzera italiana non avrebbe nulla da obiettare.

Didier Burkhalter, svizzero dell’anno per il 2014, e Christa Rigozzi. (srf.ch)


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Aromi «sostenibili» per la cucina di tutti i giorni Novità Due erbe aromatiche essiccate nostrane sono entrate a far parte dell’assortimento

di Migros Ticino: il prezzemolo e l’origano. Sono prodotte dall’Orto il Gelso di Melano, struttura protetta della Fondazione San Gottardo. Tre domande ad Antonio Aiolfi, responsabile di questo laboratorio agricolo

La Fondazione San Gottardo, nata nel 1996, attraverso le sue differenti strutture si occupa di accogliere e accompagnare, in via transitoria o permanente, persone maggiorenni inabili a condurre adeguatamente i loro rapporti in famiglia, nel lavoro e nella vita sociale, a causa di patologie congenite o acquisite. Le accompagniamo, partendo dalle loro potenzialità, verso la maggior autonomia possibile. Una delle vostre strutture è l’Orto il Gelso di Melano…

Esatto. L’Orto il Gelso è un laboratorio agricolo dove gli utenti hanno la possibilità di esercitare un ruolo lavorativo adeguato alle loro potenzialità e risorse. Le attività agricole sono interamente effettuate dai nostri 25 utenti con l’accompagnamento di un team di educatori. Qui coltiviamo, su una superficie di 24’000 metri quadri, un’ampia gamma di ortaggi, erbe aromatiche ed erbe officinali; tutte certificate Bio Suisse. Gran parte degli ortaggi sono destinati al consumo interno, mentre una buona parte delle erbe sono utilizzate per produrre aromi e le tisane vendute anche da Migros Ticino. L’intero processo pro-

duttivo delle erbe, dalla semina alla piantagione, dalla cura alla raccolta e fino all’essiccazione è effettuato presso l’Orto il Gelso. Quanto è importante per i vostri utenti essere occupati in questa attività lavorativa?

Il lavoro in quanto tale è considerato come il primo approccio terapeutico, in grado di gratificare il disabile e di mantenere e sviluppare le sue risorse. La possibilità di collaborazione offertaci da Migros costituisce per noi e per i nostri utenti un grosso fattore di valorizzazione dei nostri prodotti e del nostro lavoro, ed in senso più ampio dà loro la possibilità di sentirsi veramente più utili, soddisfatti, presenti e, di conseguenza, maggiormente integrati. Indirettamente questa importante collaborazione porta beneficio non solo agli utenti attivi presso l’Orto il Gelso, ma a tutti i 108 utenti di tutte le nostre strutture grazie alla visibilità data dalla presenza dei nostri prodotti sugli scaffali di Migros Ticino.

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Flavia Leuenberger

Signor Aiolfi, cosa caratterizza la vostra fondazione?


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Idee e acquisti per la settimana

L’HCAP allo SportXX Serfontana Appuntamenti Tre giocatori della squadra leventinese ospiti mercoledì pomeriggio

28 gennaio del negozio specializzato Migros

Alain Birbaum.

Michael Flückiger.

I tifosi dell’Hockey Club Ambrì Piotta o i semplici appassionati di disco su ghiaccio non possono mancare all’appuntamento previsto questo mercoledì presso lo SportXX del Centro Shopping Serfontana. Il negozio specializzato Migros, infatti, avrà il piacere di ospitare dalle 14.00 alle 15.30 tre giocatori della squadra leventinese – il portiere Michael Flückiger e i difensori Alain Birbaum e Francis Bouillon –, i quali si metteranno a disposizione del pubblico per fotografie e autografi. Inoltre, durante l’incontro vi sarà la possibilità di acquistare gadgets esclusivi dell’HCAP, come pure articoli più tradizionali quali magliette, felpe, sciarpe e cappellini. Vi aspettiamo numerosi.

Francis Bouillon.

Non è carnevale senza chiacchiere

Crea la tua maschera

Chiacchiere 200 g Fr. 2.80

Tra le specialità più apprezzate durante il periodo carnascialesco non possiamo certo tralasciare le chiacchiere. Questi croccanti dolci, già conosciuti dagli antichi Romani con il nome di «frictilia», sono realizzati con ingredienti semplici quali uova, zucchero, burro e farina e successivamente fritti nell’olio. La friabile leccornia viene infine gene-

rosamente cosparsa di zucchero a velo affinché diventi ancora più invitante. Se il termine «Chiacchiere» è ormai diffuso un po’ in tutte le regioni italiane, in altre parti la specialità è meglio conosciuta con i nomi di «Bugie» a Torino e Genova; «Frappe» a Roma e Ancona; «Galani» in Veneto; «Intrigoni» a Reggio Emilia; «Sfrappe» nelle Marche e «Rosoni» in Romagna.

Come creare maschere veramente divertenti e originali? Semplice, basta partecipare al laboratorio creativo di carnevale dedicato ai bambini tra i 5 e 10 anni, evento organizzato i prossimi tre mercoledì pomeriggio in alcune filiali Migros in collaborazione con Parisfamily e ticinoperbambini.ch. Personale qualificato seguirà i piccoli artisti durante tutti gli appuntamenti.

Il programma dei laboratori è il seguente: 28 gennaio, Migros Agno 4 febbraio, Migros Serfontana 11 febbraio, Centro S. Antonino I laboratori saranno suddivisi in due gruppi: uno dalle ore 14.30 alle 15.30; l’altro dalle 16.00 alle 17.00. Iscrizioni su: www.ticinoperbambini.ch/atelier


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Idee e acquisti per la settimana

Vitamine à gogo Novità Spremute d’arance freschissime ora anche presso i reparti frutta delle Migros di Bellinzona,

Locarno e Serfontana grazie allo speciale apparecchio spremiagrumi servisol

La spremuta di puro succo così ottenuta – senza semi o polpa – va conservata in frigorifero e consumata entro 24 ore. Inoltre, prestate attenzione alle date di degustazione in calce affinché possiate testare di persona la bontà di queste spremute freschissime. Per l’occasione il giorno della degustazione nelle filiali indicate è previsto il 30% di riduzione.

Dopo il successo riscontrato nei supermercati di Lugano e S. Antonino, ora potrete fare il pieno quotidiano di vitamine anche nei punti vendita Migros di Bellinzona, Locarno e Serfontana. Anche qui, infatti, grazie allo spremiagrumi servisol, avrete la possibilità di prepararvi da soli una freschissima e sana spremuta d’arance bionde in men che non si dica. Il funzionamento è semplice: non dovete fare altro che posizionare la bottiglia monouso messa a disposizione, da mezzo o da un litro, sotto il beccuccio di uscita del succo e premere il pulsante.

Spremuta d’arance bionde fresca 5 dl Fr 4.– Spremuta d’arance bionde fresca 1 l Fr. 7.–

Degustazione di spremute d’arance fresche

Nicola Richina, responsabile marketing agrario per Migros Ticino, vi invita ad assaggiare la spremuta d’arance fresca. (Giovanni Barberis)

Giovedì 29 gennaio

Migros Lugano

Sabato 7 febbraio

Migros S. Antonino

Venerdì 13 febbraio

Migros Bellinzona

Giovedì 19 febbraio

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Giovedì 19 febbraio

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Idee e acquisti per la settimana

Il chicco che ha conquistato il mondo Il Brasile è uno dei principali Paesi coltivatori di caffè. Ma la strada è lunga, prima che i chicchi arrivino sugli scaffali della Migros

Il Brasile è il maggiore produttore di caffè del mondo.

SERIE

Cultura del caffè – Quarta puntata L’affascinante mondo del caffè, dalla sua coltivazione in Sudamerica fino allo Swiss Coffe Championship. Oggi: Dalla piantagione ai negozi Migros.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti molto apprezzati, tra cui gran parte del caffè in vendita nelle filiali.


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Idee e acquisti per la settimana

4. COMMERCIO INTERNAZIONALE

New York o Londra ESPERTO

Dai principali paesi di produzione il caffè viene spedito in tutto il mondo. Riserve di caffè verde sono immagazzinate in quasi tutti i grandi porti internazionali. Le due più importanti borse del caffè si trovano a New York e Londra. A New York si tratta la varietà Arabica, mentre a Londra il caffè Robusta. Le oscillazioni dei prezzi fanno parte della quotidianità del commercio di questa materia prima e, fatta eccezione per cause ambientali imprevedibili, sono provocate principalmente dalla speculazione e da costi aggiuntivi dovuti, per esempio, al rincaro del petrolio o all’apprezzamento del dollaro USA.

1. ZONE DI PRODUZIONE

La cintura del caffè La zona di produzione comprende oltre una settantina di paesi della cosiddetta «cintura del caffè», una fascia che si estende tra il 25° grado di latitudine a Nord e a Sud dell’equatore. All’interno di questa cintura si trova il clima alternato secco/umido adatto alla coltivazione del caffè. Oltre a un terreno ricco di sostanze nutritive, questa pianta richiede temperature costanti tra i 19 e i 22 gradi, sufficiente umidità nell’aria e almeno 1500 mm di precipitazioni all’anno.

Bruno Feer, addetto agli acquisti di caffè verde presso Delica La Delica AG con sede a Birsfelden (BL) è un’azienda dell’Industria Migros ed è una delle torrefazioni più grandi e di successo della Svizzera. Fondata nel 1954 (come magazzino della Cooperativa Migros), Delica lavora ogni anno circa 12’000 tonnellate di caffè verde. Bruno Feer, com’è nata la sua grande passione per il caffè?

Sono approdato nel reparto del caffè per caso. Quando cinque anni fa la Delica procedette ad alcuni cambiamenti nell’organizzazione, diventai addetto all’acquisto di caffè verde. Con le mie nuove mansioni sono arrivati anche l’entusiasmo e la passione per il caffè.

2. RACCOLTA

A mano In ogni stagione dell’anno da qualche parte del mondo si raccolgono i chicchi di Arabica o di Robusta. Vi sono vari metodi di raccolta: con il cosiddetto «stripping» tutte le bacche – mature, immature o troppo mature – vengono strappate dal ramo con un unico gesto, mentre con il «picking» vengono prelevate una ad una solo le bacche arrivate al giusto punto di maturazione. Naturalmente il metodo del «picking» è quello che garantisce la maggiore qualità, ma richiede anche il maggiore sforzo, perché contadini e raccoglitori devono ripassare la pianta più volte. Le grandi piantagioni usano macchine che rastrellano i rami.

5. TORREFAZIONE

Quanti container le vengono spediti via mare ogni anno?

La tostatura determina il gusto

All’incirca 600. Vale a dire circa 12’000 tonnellate di caffè acquistate annualmente dalla Delica.

Prima di poter fare un caffè, i chicchi verdi devono essere tostati. Durante la torrefazione il loro colore cambia, diventando prima giallastro e poi marrone. Più si tostano più diventano scuri, fino a diventare neri dopo una tostatura molto spinta. Contemporaneamente, il calore modifica anche il gusto e il profumo dei chicchi. Gli oli aromatici vengono rilasciati, facendo risaltare il gusto del caffè.

La tostatura avviene esclusivamente a Birsfelden?

Sì. Che si tratti di caffè in grani, in polvere o in capsule, tutta la produzione si svolge a Birsfelden. Va anche a visitare i suoi fornitori sul posto?

Nel commercio del caffè il contatto personale è importantissimo. Molto si basa infatti sulla fiducia reciproca. Una stretta di mano, un’occhiata o un colloquio personale direttamente nei paesi di coltivazione sono spesso insostituibili. Creano le basi per una buona collaborazione all’interno dell’intera filiera. Caruso Oro in chicchi 500 g Fr. 9.50

La pianta del caffè La Coffea sempreverde si sviluppa come arbusto o come albero e può raggiungere i 15 metri. Per facilitare la raccolta a mano dei chicchi, nelle piantagioni la pianta viene potata ad un’altezza di 2,5 metri. A dipendenza della varietà, il processo di maturazione dal fiore alla bacca dura dai sei ai dieci mesi.

Come preferisce bere il caffè e quale la zona di produzione predilige?

Io bevo caffè espresso, nero e senza zucchero. Ed amo i caffè africani, che hanno spesso un carattere unico e il cui gusto si distingue da quello degli altri caffè. Intervista: Heidi Bacchilega

Exquisito in chicchi 500 g Fr. 7.50 3. TRASPORTO

6. VENDITA

Il trasporto

Ad ognuno il suo caffè

Spesso sottovalutato, ma estremamente importante: il trasporto via nave deve avvenire in condizioni di fresco e asciutto. Si tratta di un fattore determinante per preservare la qualità del caffè verde. Con un immagazzinamento improprio può verificarsi della muffa, che influenza in modo significativo la qualità. Prima che il caffè giunga nei silos di Birsfelden, vengono prelevati alcuni campioni per stabilire se il caffè soddisfi i requisiti di qualità.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros TicinoÂś26 gennaio 2015ÂśN. 05

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Idee e acquisti per la settimana

Dolci peccati Con le sue frittelle di carnevale, Migros è leader sul mercato svizzero. Queste leccornie ormai di culto, che valgono un dolce peccato non solo per i nottambuli carnevaleschi, sono tradizionalmente disponibili solo fino al Morgestraich, quando inizia il carnevale di Basilea Testo: Anette Wolffram Foto: Yves Roth Styling: Marlise Isler

Frittelle di carnevale 6 pezzi 216 g Fr. 2.90

Ben note in tutto il paese: nella loro scintillante confezione, le frittelle di carnevale non passano inosservate nelle filiali Migros.


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Idee e acquisti per la settimana

SERIE

Noi firmiamo. Noi garantiamo. Parte 3 Dal detersivo di culto fino alla barretta di cioccolato e al famoso tè freddo. Questa settimana: Frittelle di carnevale

IN CIFRE

1935 le frittelle di carnevale erano disponibili per la prima volta alla Migros. 18’000’000 di frittelle sono state vendute nel 2013 alla Migros. La quantità corrisponde a un peso totale di 700 tonnellate. 19 persone lavorano oggi alla produzione delle frittelle, in maggioranza collaboratori di lunga data. Quando si imballava ancora a mano, erano 50.

L’ANEDDOTO (2)

«La pulizia dell’impianto dura due mesi»

80’000 uova di gallina da allevamento al suolo sono utilizzate in un unico giorno di produzione.

«Fino al 1982 imballavamo a mano, poi arrivò la prima macchina imballatrice», racconta Ruedi Zeller*. «Alla fine della produzione, che durava circa due mesi, dovevamo sempre smontare tutte le macchine e ogni singolo pezzo veniva messo a mollo in un bagno di lisciva a 80 gradi, per eliminare l’olio. Solo la pulizia di tutti i pezzi richiedeva due mesi di tempo. La ricostruzione di tutto l’impianto durava ancora un altro mese.»

38 giorni è il periodo di conservabilità delle frittelle di carnevale.

L’ANEDDOTO

«Indossavamo maschere e nasi rossi»

* Ruedi Zeller (61 anni) di Benken/SG ha lavorato dal 1978 fino al pensionamento nel maggio 2014 quale meccanico manutentore nella produzione di frittelle.

Durante il lavoro cantavamo molto», ricorda Martha Bleiker*, collaboratrice Midor in pensione. «E nella pausa a volte abbiamo anche fatto passare cervelat e pizza nell’impianto di produzione. Oggi non lo permetterebbe più nessuno. Da noi lavoravano molte italiane, e una pizza era ancora qualcosa di particolare. Perché noi donne svizzere non la conoscevamo affatto. Nel periodo di carnevale ci divertivamo anche. Indossavamo maschere, nasi rossi e appendevamo dappertutto palloncini e stelle filanti.» * Martha Bleiker (68 anni) di Männedorf/ZH è stata attiva 38 anni nella produzione di frittelle.

In origine le frittelle erano imballate in carta pergamena. Questa foto storica risale agli anni 50.

L’industria Migros produce numerosi prodotti Migros molto apprezzati, tra cui anche le frittelle di carnevale.

L’antica tradizione di preparare frittelle nel periodo carnascialesco ha indotto la Migros nel 1935 a offrire ai clienti frittelle di carnevale prodotte in proprio. Venivano prodotte nella Produktion SA (oggi Midor AG) a Meilen. Allora come oggi le apprezzate frittelle sono disponibili come specialità stagionale fino al termine del carnevale in Svizzera, quindi fino al carnevale basilese. Col Morgestraich, che quest’anno cade il 23 febbraio, si cesserà quindi la produzione. Una volta le collaboratrici spianavano la pasta a mano e la tiravano sopra il ginocchio, prima di friggerla in singole padelle sulla fiamma del gas. Negli anni della guerra si dovette interrompere la produzione, perché a causa del razionamento generale dell’olio non era disponibile olio alimentare. Nel 1946, quando si riprese la produzione, la direzione della ditta fece riciclare una macchina per tagliatelle, che venne utilizzata per

lavorare la pasta. Dieci anni più tardi la Migros concesse all’azienda un credito per costruire una macchina per frittelle. Il processo di produzione è un segreto aziendale

Oggi in una giornata si producono circa 900’000 frittelle. A tal scopo la Midor SA utilizza 9 tonnellate di farina di frumento, 4 tonnellate di uova, 8,5 tonnellate di olio di girasole e 3,5 tonnellate di zucchero al velo come pure sale, yogurt e kirsch in piccole quantità. Affinché la forma, la formazione delle bolle e la croccantezza riescano sempre uguali, il processo di fabbricazione dev’essere controllato esattamente. Gli ingredienti sono i medesimi da decenni, mentre il procedimento è stato sviluppato ulteriormente in seguito alla modernizzazione degli impianti di produzione e ai progressi nella tecnologia di cottura. Si tratta di un segreto aziendale.

Dal 1982 le frittelle di carnevale vengono imballate a macchina. Nei periodi di punta sono 900’000 al giorno.

Frittelle di carnevale Mini 6 pezzi 90 g Fr. 1.65* invece di 2.10 * Azione dal 27.1 al 2.2


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Idee e acquisti per la settimana

Cioccolata chai Per 5 tazze da ca. 2 dl

Ingredienti 1 l di latte 10 grani di pepe nero 1 anice stellato 1 chiodo di garofano ½ bastoncino di cannella 1 cucchiaino di semi di cumino ¼ di cucchiaino di cardamomo macinato 200 g di cioccolato amaro ½ dl di panna intera Preparazione Portate a ebollizione il latte con le spezie fino al cardamomo compreso e cuocete a fuoco bassissimo per ca. 5 minuti. Tritate finemente il cioccolato e aggiungetelo al latte. Scaldate mescolando di continuo, finché il cioccolato si è sciolto. Montate la panna bene ferma. Distribuite la cioccolata nelle tazze passandola attraverso un colino. Guarnite con la panna montata e a piacere un po’ di cardamomo. È Ottima accompagnata con frittelle di carnevale. Tempo di preparazione ca. 15 minuti Per persona ca. 9 g di proteine, 23 g di grassi, 31 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal

Ricetta di

Cioccolata chai e frittelle di carnevale: un abbinamento perfetto.


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Idee e acquisti per la settimana

Alto fattore «coccoloso» Gli ammorbidenti Exelia garantiscono una biancheria fresca e profumata, proprio come piace alle svizzere e agli svizzeri. Non è un caso, perché anche questi balsami sono svizzeri autentici Nel nostro paese Exelia è la marca di ammorbidenti più venduta. La clientela apprezza l’alta qualità di questo balsamo trattante prodotto in Svizzera che risponde ai più elevati requisiti. Lo sviluppo del prodotto si basa su pluriennali ricerche ed esperienze nel campo della cura dei tessili. Sono utilizzati esclusivamente ingredienti di pregio. Gli ammorbidenti Exelia esistono in dieci varianti. La profumazione è data da microcapsule, le quali durante il processo di lavaggio si fissano ai tessili, rilasciando poi il profumo quando si accarezza il tessuto. Grazie alle loro particolari proprietà gli ammorbidenti Exelia proteggono le fibre tessili dall’usura e riducono le cariche elettrostatiche. Il bucato risulterà morbido, vellutato e facile da stirare. / AW

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Avvolge i capi con un tocco di rose fiorite: Exelia Florence 1,5 l Fr. 6.50

Un profumo delicato come i fiori di orchidea: Exelia Orchid 1,5 l Fr. 6.50

È stato sviluppato appositamente per le pelli delicate e sensibili e non contiene coloranti: Exelia Sensitive 1,5 l Fr. 6.50

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Idee e acquisti per la settimana

I nuovi Minis hanno la grandezza giusta per essere suddivisi e per soddisfare la voglia di cioccolato quando si è fuori casa.

Il piacere del cioccolato in mini formato Per due classiche tavolette di cioccolato esiste ora anche la pratica variante in dimensioni ridotte Talvolta la voglia di cioccolato è talmente grande che un Napolitaine da sette grammi non è proprio in grado di soddisfarla. Ecco perché la Chocolat Frey ha lanciato con i Minis una confezione in una nuova grandezza. Le classiche tavolette di cioccolato al latte finissimo e Noxana sono ora disponibili anche nel formato da 25 grammi, confezionate in un astuccio di cartone richiudibile contenente quattro mini tavolette. Le tavolette sono imballate singolarmente, quindi facili a comode da porzionare. Un vantaggio anche quando si è fuori casa: in caso di languorini improvvisi non c’è pericolo di sporcare la borsetta o lo zainetto. I Minis si differenziano dalle tavolette da 100 grammi solo nel formato, le ricette sono le medesime: il cioccolato al latte finissimo si caratterizza per la sua particolare consistenza cremosa, mentre Noxana si distingue per il contenuto di croccanti scaglie di nocciole. / DH

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Azione 5 del 26 gennaio 2015  

Azione 5 del 26 gennaio 2015  

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