REFLECT

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Il peso delle parole Avete mai pensato che una parola può essere pesante e FERIRE come un sasso scagliato? E che una parola può essere CONVINCENTE come un cono gelato gigante al cioccolato con panna? O ancora che una parola può farci star bene come un abbraccio o una CAREZZA delicata?


FA STARE BENE


parole-MURO vs

parole-PONTE Il giovane tiktoker BRIAN SIGNORINI con il suo video ‘Il foglio di carta’ ci ha regalato un’ottima lezione su cosa si intenda per BULLISMO. Se vuoi puoi guardarlo anche tu a questo LINK ▶


L’associazione no profit PAROLE O_STILI, nata nel 2016 a Trieste, ha redatto un Manifesto che ci piacerebbe poter vedere appeso in tutte le classi del nostro Istituto, ma anche al supermercato, in piscina, al parco. Eccolo. Leggilo e parlane con i tuoi familiari e amici: la rivoluzione comincia da noi!


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Ma allora chi è un RAZZISTA?!? AMARA LAKHOUS, uno scrittore algerino in Italia da oltre 20 anni nel suo libro “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” ce lo dice molto chiaramente.

ALBERT EINSTEIN:

“Io appartengo all’unica RAZZA che esiste: quella UMANA”

"Questa mattina Iqbal mi ha chiesto se conoscevo la differenza tra il tollerante e il razzista. Gli ho risposto che il razzista è in contrasto con gli altri perché non li crede al suo livello, mentre il tollerante tratta gli altri con rispetto. A quel punto si è avvicinato a me, per non farsi sentire da nessuno come se stesse per svelare un segreto, e mi ha sussurrato: «il razzista non sorride!».Ho pensato tutto il giorno al razzista che si riufuta di sorridere e mi sono reso conto che Iqbal ha fatto

un'importante scoperta. Il problema del razzista non è con gli altri ma con se stesso. Direi di più: non sorride al prossimo perché non sa sorridere a se stesso. E' proprio giusto quel proverbio arabo che dice "Chi non ha non dà"

Un razzista è un po’ come questo “camaleonte” che ha perso la capacità di cambiare colore e, insieme al colore, le idee. Rimane bloccato ad un unico colore, schiavo degli STEREOTIPI. STEREOTIPO:

idea preconcetta, non basata sull'esperienza diretta e difficilmente modificabile.


Con le valigie di Cartone

LE MIGRAZIONI DI IERI

La storia raccontata da D. Calì nell’albo “Mio padre il grande pirata” ci ha un po’ commossi.

Parla di sacrifici di donne e uomini del passato che erano costretti a fare scelte difficili, lasciando la propria terra e la propria famiglia per cercar fortuna altrove con una semplice valigia di cartone


MIGRANTI ITALIANI:

Non è grossa, non è pesante la valigia dell’emigrante… C’è un po’ di terra del mio villaggio per non restare solo in viaggio… Un vestito, un pane, un frutto, e questo è tutto. Ma il cuore no, non l’ho portato: nella valigia non c’è entrato. Troppa pena aveva a partire, oltre il mare non vuol venire. Lui resta, fedele come un cane, nella terra che non mi dà pane: un piccolo campo, proprio lassù… ma il treno corre: non si vede più.

‘La valigia dell’emigrante’, Gianni Rodari_dalla raccolta “Il treno delle filastrocche” del 1952

Agli inizi del 1900 molte famiglie italiane sbarcavano ad Ellis Island nella baia di New York in attesa delle visite mediche, con la speranza di trovare un lavoro come i gelatieri bellunesi o le balie dell’Agordino che lasciavano i loro neonati a zie e nonne per andare a prendersi cura dei figli di persone benestanti e mantenere così l’intera famiglia rimasta in patria


anche noi ci siam chiesti: e fossi io a dover partire, cosa metterei nella mia valigia di cartone?


ERRI

de luca ,


FENOMENI MIGRATORI OGGI

Oggi si migra come ieri, per terra e per mare. Insieme a MOHAMED BA ci siamo chiesti: perché un essere umano non può essere libero di partire o di rimanere?

► https://youtu.be/c6eleQy5Odo


I


MOHAMED BA



DAL BULLISMO AL RAZZISMO Il cartoon IL TRAGUARDO DI PATRIZIA ▶ https://www.raiplay.it/ programmi/ iltraguardodipatrizia ci ha mostrato come lo sport possa dare l’opportunità a tutti di essere valorizzati.

LO SPORT COME

INCLUSIONE

E la storia di IGOR TROCCHIA ci ha ribadito l’importanza del FAIR PLAY ▶ https://youtu.be/3l7na6rYrUA


LAVORO MIGRANTE Abbiamo conosciuto la storia di AGITU GUDETA, che dall’Etiopia ha scelto di venire a vivere in Trentino https://www.youtube.com/ watch?v=WdFHvemOE7w per allevare capre e riscoprire una antica tradizione producendo gustosissimi formaggi.

DIRITTI NEGATI

Ma abbiamo anche parlato di MAFIE e della storia di YVAN SAGNET che ha avuto il coraggio di opporsi al fenomeno del CAPORALATO. *CAPORALATO: sfruttamento dei lavoratori, spesso migranti di origine straniera, nel lavoro dei campi.


La storia di VALENTINA WANG ▶ https://youtu.be/oWhjsPI5XHU ci ha portati a chiederci: “E tu cha faccia hai?”

Risposta: L’italiano VERO è un MOSAICO


L’INTERVISTA DOPPIA

Valentina Wang e Igor Trocchia L’impegno concreto dei nostri ospiti

1.D: Nome?

3.D: Quanti anni hai?

R. V.: Valentina

R. V.: 21

R. I.: Igor

R. I.: 49

2.D: Soprannome?

4.D: In una parola, cosa fai nella vita?

R. V.: Vale R. I.: nessuno, che io sappia. Anche se a volte si ricevono soprannomi senza saperlo e che forse non gradiremmo

R. V.: studente - attivista

R. I.: sensibilizzo


5.D: Tre aggettivi per definirti R. V.: aiuto il prossimo, sono empatica, sono gentile R. I.: determinato, tenace, perseverante 6.D: Un tuo pregio? R. V.: sono altruista R. I.: l’empatia 7.D: Un tuo difetto? R. V.: sono permalosa R. I.: sono permaloso 8.D: Eri brava/o a scuola? R. V.: abbastanza R. I.: ero un fannullone e ora me ne pento 9.D: Che animale vorresti essere? R. V.: un cervo R. I.: un gatto 10.D: Il giorno più bello della tua vita? R. V.: il 1° settembre, per me è come il Capodanno, un re-inizio R. I.: il giorno in cui sono diventato padre per la prima e per la seconda volta

11.D: ll giorno più brutto della tua vita? R. V.: quando sono stata aggredita verbalmente sul treno R. I.: quando la mia seconda figlia a 3 anni di vita è stata operata al cuore. Ma ora sta benissimo! 12.D: La prima cosa che fai al mattino? R. V.: la colazione e poi corro a seguire le lezioni R. I.: mi preparo un buon caffè con la moka 13.D: L ’ultima cosa che fai la sera? R. V.: mi lavo i denti e poi rileggo gli appunti per l’esame dell’indomani R. I.: penso alle cose da fare del giorno dopo e mi organizzo mentalmente la giornata 14.D: Una persona che stimi? R. V.: tutte le persone discriminate che fanno del proprio dolore una battaglia di sensibilizzazione per evitare che accada ad altri R. I.: mia mamma Isella, donna dolce e sensibile


15.D: Una cosa che ti fa arrabbiare?

accusato ingiustamente di violenza.

R. V.: quanto gli altri sminuiscono R. I.: “L’arte di ascoltare” di Erich le parole che mi hanno ferita Fromm che mi ha aperto un R. I.: quando una persona con cui mondo. Ma ora “Igor Trocchia. Un calcio al razzismo” di Igor De sto parlando non mi presta Amicis e Paola Luciani per attenzione veramente, perché Einaudi Ragazzi (risata) ascoltare è un’arte 16.D: Le tre cose che noti subito in una persona?

19.D: Attore o attrice preferiti?

R. V.: il modo di vestire, se è una persona socievole o timida, gli occhi

R. I.: Raoul Bova

R. I.: la sua camminata o la gestualità, se è solare e socievole, se è sensibile agli argomenti in cui io credo come l’educazione, il rispetto, etc. 17.D: Dove vorresti vivere? R. V.: in Italia, perché è la mia terra, con tantissimi problemi, ma la amo

R. V.: Scarlett Johansson 20.D: Cibo preferito? R. V.: le lasagne R. I.: spaghetti alle vongole, ma quelle veraci 21.D: Un piatto che proprio non sopporti? R. V.: il tonno mi risulta indigesto, anche se una scatoletta di tonno mi potrebbe salvare parecchi pasti!

R. I.: in Italia. Vorrei poter tornare a vivere a Napoli da adulto

R. I.: l’insalata russa

18.D: Libro preferito?

R. V.: “Cigarette Daydreams” dei Cage the Elephant

R. V.: “Il buio oltre la siepe” della scrittrice Harper Lee. E’ la vicenda di un afroamericano

22.D: Canzone preferita?

R. I.: “Come saprei” di Giorgia


23.D: Ti piacciono di più i gatti o i cani? R. V.: i cani R. I.: li adoro entrambi 24.D: Quali sono i tuoi hobby? R. V.: leggere, imparare cose nuove (come ora l’uncinetto, anche se è un po’ da vecchi), camminare R. I.: tutto quello che è calcio. Alleno, gioco, tifo...

R. I.: quando sono soddisfatto di quello che faccio, vedere i miei figli felici, stare bene con gli altri 28.D: Per te “diversità” è uguale a... R. V.: poter imparare tante cose nuove e diverse dagli altri R. I.: arricchimento 29.D: Per cosa ti batteresti fino alla morte?

R. I.: il mare

R. V.: per sensibilizzare sui temi del contrasto al razzismo e ad ogni forma di discriminazione, anche perché i miei tre fratelli più giovani non debbano subire quello che ho subito io

26.D: Preferisci l'estate o l'inverno?

R. I.: per eliminare gli stereotipi nel mondo del calcio.

R. V.: l’inverno per la sua atmosfera, col camino acceso, e perché se hai freddo puoi coprirti, mentre d’estate col caldo non puoi strapparti via la pelle

E possiamo arrivarci solo con

R. I.: l’estate, perché la gente sta all’aperto e sembra più socievole

R. V.: tutto ciò in cui credo, considerare un’altra persona una tua pari al di là delle differenze

25.D: Ti piace di più il mare o la montagna? R. V.: la montagna

27.D: Cosa è per te la felicità? R. V.: raggiungere i miei obiettivi (laurearmi) e far felici i miei genitori

una offerta educativa efficace 30.D: Cosa significa per te la parola “rispetto”?

R. I.: accettare la diversità. Per me è il principio dell’inclusione


31.D: Definisci la parola “razzismo” R. V.: E’ una parola con tante sfumature, ma credo quando una persona si sente superiore agli altri e crede che la sua cultura sia più evoluta di quella degli altri R. I.: paura della diversità, spesso derivata dall’ignoranza. Come per esempio l’astio verso i meridionali. E io, venendo da Napoli, ma avendo ormai un accento bergamasco, sento spesso discorsi sui meridionali... 32.D: Cosa fai concretamente per combattere le discriminazioni? R. V.: mi impegno quotidianamente nella sensibilizzazione su questi temi, anche sui social R. I.: agisco, come 3 anni fa quando ho deciso di abbandonare il torneo con i miei ragazzi 33.D: Valentina, cosa ti ha segnata di più di quel brutto episodio in treno?

R. V.: mi ha fatto capire quanto ci sia ancora da fare nella lotta alle discriminazioni 34.D: Valentina, e se ti dovesse succedere di nuovo, cosa faresti? R. V.: Con l’arrivo del Covid c’è già stata un’ondata di discriminazioni verso i cinesi, visti come “untori”. Diciamo che rifarei tutto, denunciando nuovamente sui social 35.D: Igor, cosa ti ha insegnato l’episodio del torneo abbandonato? R. I.: Ho imparato che a volte è meglio agire prima che sia troppo tardi, anziché limitarsi a parlare, per dare un segnale forte 36.D: Provate a scambiarvi i ruoli.
 Tu Valentina, avresti abbandonato il campo dopo gli insulti rivolti al tuo giovane atleta? R. V.: Ammiro Igor, ma non riuscirei a mettermi nei suoi panni: non ho mai allenato una squadra. Ma apprezzo tantissimo il suo gesto: ha saputo dare un


messaggio forte. La vittima spesso viene invitata a sminuire il fatto a beneficio del carnefice, mentre il problema non va assolutamente spostato. La vittima non deve sentirsi “sbagliata” E tu Igor, come avresti reagito davanti agli insulti che in treno sono stati rivolti a Valentina? R. I.: E’ successo anche a me quando ero alle medie e io ho reagito accanendomi su quei bulli che mi insultavano perché ero del Sud. Ma poi ho capito che con le mani non si risolvono i problemi. Di certo ora non lo rifarei. 37.D: Dopo quel brutto episodio di razzismo, hai ritrovato la felicità? R. V.: Per fortuna ho sempre avuto molte persone a sostenermi, e questo mi ha scaldato il cuore. R. I.: Non ho subito io le offese direttamente quel giorno, ma sono una persona positiva e sì, ho ritrovato la felicità

38.D: Hai avuto l’appoggio di familiari e amici? R. V.: Gli amici mi hanno sostenuta, mentre i familiari meno, ma solo perché erano spaventati per quello che sarebbe potuto accadere e speravano io mi dimenticassi tutto R. I.: la famiglia mi ha sostenuto e anche gli amici veri, perché avevano capito che con un gesto avevo avuto l’opportunità di comunicare i miei valori, mentre molti conoscenti mi hanno detto di lasciar stare. 39.D: Che cosa vorreste dirci o insegnarci? R. V.: Vorrei solo ricordarvi di non sottovalutare mai il dolore altrui. Imparate ad essere empatici con gli altri, a non essere troppo presuntuosi, pensando di sapere sempre più di loro. Imparate ad ascoltare davvero l’altro. R. I.: non ho la presunzione di insegnarvi qualcosa. Avete insegnanti bravissimi che scelgono di rinunciare a ore di didattica per fare educazione


civica. Oggi Valentina ed io vi abbiamo raccontato le nostre storie, due esempi concreti di contrasto alle discriminazioni. E io sono felice e onorato di essere qui con voi oggi e di aver potuto conoscere Valentina e il suo impegno. Grazie a tutti voi! GRAZIE!
 Gli alunni della cl 1C e la prof.ssa Deborah Coen 7 maggio 2021


MOHAMED BA

LECTIO MAGISTRALIS 11 maggio 2021 In collegamento su MEET

Vi ringrazio molto per l’opportunità che mi avete dato e sono felice e contento di poter condividere con voi questo spazio. Come voi saprete mi chiamo Mohamed Ba e sono di origine senegalese, ma ormai amo definirmi un “senegaliano”, perché vivo e lavoro qui in Italia ormai da 20 anni, quindi posso affermare di essermi gradevolmente italianizzato. Tuttavia, però, mi muovo anche con la convinzione che un tronco d’albero può stare in acqua per secoli e non per questo diventare un coccodrillo. Cosa voglio dire con questo? Il fatto di stare qui con voi, nel vostro Paese, immerso nella vostra cultura, nella vostra storia, nelle vostre tradizioni, nei vostri usi e nei vostri costumi non ha tolto la mia origine africana della quale mi sono molto imbevuto. Quindi oggi io non sono solo quel ragazzo che partì dal Senegal tanti anni or sono e non

sono nemmeno italiano: io sono a cavallo tra due culture, ecco perché amo definirmi un “senegaliano”. Il mio percorso non è stato facile, perché nasco in una famiglia numerosa e non avevamo niente. E quel niente che non avevamo, invece di distruggerci, a me personalmente mi ha fortificato, perché il peggior incubo mio era andare a scuola la mattina. E quando parlo di scuola, dovete dimenticarvi della vostra. Provate ad immaginarvi di mettervi in cammino in piena savana, scalzi, camminare per 5-6 chilometri, e ad un certo punto vi ritrovate davanti ad una struttura con le pareti di lamiera. Quella è la scuola. Dentro non c’è una lavagna, non ci sono banchi, ci si siede per terra, e per lo più ci sono più di cento ragazzi di età diverse. Quindi l’insegnante unico dovrà darsi da fare per dividere i vari gruppi in base al loro livello, in base alla loro età e insegnare a tutti


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qualcosa di importante da portare a casa. Ebbene, stai lì fino a mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo, poi riprendi e te ne vai a casa. Sapete che da noi non esiste l’inverno e quando si parla di freddo da noi dovete immaginarvi 29-32 gradi. (…) Provate ad immaginarvi uno che sta seduto per 4 ore, senza nemmeno aver fatto la colazione, si ritrova a dover fare 4-5 chilometri a piedi sempre sulla sabbia bollente, arrivare a casa e nella tua testa frulla soltanto una cosa, perché hai fame, perché hai sete, perché hai le vesciche ai piedi. Ma quando entri nel cortile, io personalmente trovavo soltanto mia madre seduta che mi guardava con gli occhi spalancati. Io mi guardavo intorno: non trovavo nessuna pentola, nessun odore, nessun profumo, nulla. Nulla, se non quella madre col suo sguardo che era molto significativo, perché il suo sguardo mi diceva semplicemente che quel giorno non ci sarebbe stato da mangiare. E non fai domande, ci arrivi da solo. Allora fai lo sforzo, cerchi di bere un po’ d’acqua, bevi più che puoi e cerchi di dormire. Il giorno dopo ci riprovi di nuovo. Quindi la mia infanzia è passata in questo modo. E solo che ad un certo punto, quando arrivai a casa veramente stanco, stanco morto, ho sentito la mano di mia madre sulla mia spalla, che sussurrò alle mie orecchie: figlio mio, da oggi “divorzierai” dalla scuola, perché non ce la fai. Perché sapete, l’uomo è come un sacco: un sacco quando è pieno regge, ma una volta svuotato casca giù. E così ho cominciato a lavorare, a lavorare nelle discariche a raccogliere materiale da riciclare e da vendere nei mercati, aiutare le persone anziane a portare la borsa della spesa e poi mi davano la mancia e così, così… Poi dopo ci fu un vecchio insegnante che ebbe l’idea della “scuola popolare” cioè, cos’è la “scuola popolare”? Non erano i bambini poveri ad andare a scuola, ma era la scuola che andava a casa dei bambini poveri. E da lì ho avuto la fortuna di continuare ad imparare, a leggere, a scrivere, a ragionare, a pensare e così ho potuto partecipare ad un concorso letterario e il mio racconto vinse il

primo premio. E così mi ritrovai a dovermi allontanare da casa per la Francia, dalla Francia poi all’Italia. Quindi come ben vedete, il mio percorso non è mai stato facile, perché io già a 12 anni avevo la responsabilità di un adulto. La mia infanzia fu sacrificata, il mio diritto allo studio fu sacrificato, il mio diritto al gioco fu negato. Io avevo soltanto un dovere: cercare di andare a lavorare e portare un “soldo” a casa e aiutare la mamma con i fratelli. Ma quello non mi ha scoraggiato, perché capivo che nella vita ci sono momenti in cui niente è sicuro, neanche il peggio. Ma se non getti la spugna, subentrano poi momenti in cui niente dura, neanche il peggio. E se oggi mi ritrovo qua, da casa mia collegato con una scuola, io rivedo voi in me, vedo me stesso in voi, torno ad essere giovane come voi, torno ad essere colui che la famiglia ha mandato a cercare un po’ di indagare il mondo, a raccogliere conoscenza. Perché nella vita sostanzialmente c’è un triangolo: il sapere e l’essere, ma manca un punto che è il più importante, il saper essere. C’è un altro triangolo: il sapere e il fare, ma meglio il saper fare, perché spesso ci può capitare di trovarci in mezzo a tante persone e vederle rincorrere l’avere. No, voi dovete fare la scelta di rinunciare a seguirli e andare a rincorrere il sapere, perché se hai e non sai, chi è più furbo di te ti porta via tutto quello che hai. Ma se sai non ci sono problemi, ci saranno soltanto soluzioni. Ecco, questa è sempre stata la morale che ha guidato anche la mia etica e mi ha permesso oggi a voce alta di raccontare il mio passato e di esserne orgoglioso, perché non è una vergogna essere povero, ma è una vergogna arrendersi alla fatalità del caso che fa sì che qualcuno nasca in Senegal, in un paese povero e che quella medesima fatalità faccia si che qualcun altro, come voi, nasca in Italia ed abbia tutti i suoi diritti garantiti. E noi quello che dobbiamo fare è renderci conto che quanto ho vissuto io, ancora oggi tanti altri, come me all’epoca, continuano ancora a viverlo oggi, se non peggio. Allora, se vogliamo la pace, dobbiamo costruirla, ma il mattone della pace si chiama giustizia e


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conoscenza. Ma la conoscenza non andrete a raccoglierla da Maria De Filippi, Grande Fratello, Grande Sorella, Grande Nonna o cose del genere, assolutamente no, la conoscenza si raccoglie giorno dopo giorno sudando 20.000 camicie sui banchi di scuola, perché tutto quello che raccogli lì te lo porti addosso dovunque sarai nel mondo, non lascerai nulla alla scuola, se non un bel ricordo di te, semplicemente questo. E quindi questo ci tenevo a raccontarvelo un po’ per farvi capire quanto ha permesso anche a voi di conoscermi attraverso un episodio deplorevole, tragico, doloroso, però sono passato attraverso esperienze molto più forti, molto più dolorose, molto più profonde che hanno fatto sì che per me quello sia stato un episodio isolato, ma non ha cambiato in niente la mia fiducia nell’essere umano, altrimenti non sarei qua questa mattina a parlare con voi. Ecco, penso di avervi un po’ introdotto tutta la storia che c’è alle mie spalle. (…) Io penso questo, che l’essere umano non sia un algoritmo, ma che siamo una storia evolutiva e se andiamo ad analizzare la nostra comune storia ci renderemmo conto di non aver mai ereditato un mondo costruito sull’incontro, sull’interazione, sulla correlazione, sulla consapevolezza circa la coevoluzione. Abbiamo vissuto in un mondo dove c’era molta più prevaricazione, c’erano molte più privazioni, sottomissioni, sevizie, soprusi. L’essere umano, come diceva mio nonno, è l’unico animale che non sa di esserlo, quindi è molto facile che istintivamente reagisca esattamente come ha sempre reagito dinnanzi all’altro. L’altro che è il punto interrogativo. L’altro che è il diverso. L’altro che è colui che prega il dio diverso dal dio in cui credo io. L’altro che è colui che parla una lingua diversa dalla mia lingua. L’altro è colui che si veste diversamente da come io sono abituato a vestirmi e sono abituato a veder vestirsi le persone intorno a me. L’altro è colui che mangia pietanze totalmente

estranee a quelle che noi siamo abituati a mangiare da generazioni. Quindi l’altro è il punto interrogativo. Allora l’incontro è la cosa più difficile che ci sia, perché per incontrare una persona io non dovrei mai dare per scontato che quello che ho visto e vissuto valga più di quanto lui ha visto e vissuto. Come diceva il nonno, noi dobbiamo ricercare la congiunzione tra pensieri, desideri, sogni, speranze. Detto diversamente, la casa della fratellanza, come dice il Pontefice, fratelli tutti. Ma perché è importante che vi sia l’incontro, l’incontro va ricercato attraverso il sacrificio, attraverso l’investimento umano, perché il luogo dell’incontro non necessariamente deve essere la strada che passa sotto casa mia, ma non è tanto meno la strada che passa sotto casa vostra, ma all’incrocio di quelle due case, dove costruiremo una tenda, sedendoci a bere il tè o il caffè o a guardare la partita. Una volta finito, ognuno di noi se ne torna a casa tranquillamente, per riprendere i propri ritmi, le proprie abitudini, i propri vizi e tutto il resto. Saperci unire attorno a ciò che ci riunisce è la risposta da dare all’incapacità di stabilire una relazione sincera e concreta, perché per stare insieme abbiamo bisogno di essere empatici fra di noi, perché una società fondata soltanto da narcisisti non esiste. Tutte le società nel mondo hanno bisogno di persone empatiche tra di loro. Il problema è che la nostra maggior sensibilità, l’empatia, non è cresciuta in proporzione diretta con il danno antropologico che abbiamo apportato al mondo. Perché per quanto vecchio sembra il mondo, il futuro sorge sempre dal passato e chi non capisce il passato non può capire il presente. Come farà poi a pretendere un futuro? Ma prima che si arrivasse a domare il mare e il cielo, come vivevano i popoli? C’era una distanza abissale tra i popoli, i confini esistevano, ma erano molto più culturali che fisici. Ancora prima delle scoperte le popolazioni avevano delle organizzazioni sociali, politiche e religiose consone alle loro realtà, mettendo al centro la co-evoluzione e l’interdipendenza tra l’essere umano e tutti gli esseri viventi. Se penso


all’Africa. per esempio, vi era un’organizzazione sociale fondata sulla suddivisione dei ruoli all’interno della comunità, non determinato da qualcuno dall’alto, no, perché all’interno della comunità ognuno sceglieva di fare qualcosa che si sentiva più preparato a fare o che sapeva di poter fare meglio. Le caste sono nate in questo modo, sulla suddivisione del lavoro. Si parlava di collettività, di comunità. In Africa in quel tempo era vietato pensare “io”, ma molto usuale pensare “noi”. In Africa in quel tempo nessuno osava farsi la doccia, mentre il vicino di casa moriva di sete. Il lavoro comunitario era sapientemente gestito dalle donne e consentiva all’economia locale di crescere facendosi bastare il giusto necessario, niente di più e niente di meno. Prevalentemente si era contadini, cacciatori, pescatori. Siamo nel villaggio e tutta la comunità si riunisce. Il giorno dopo

si decide: penseremo a lavorare il campo di Mohamed, tutte le famiglie porteranno i loro figli e le mogli a casa mia, accudiranno i figli, prepareranno da mangiare e tutti gli uomini si ritroveranno nel mio campo, si lavorerà insieme tutto il giorno. E il giorno dopo si farà nel campo del vicino, e così via. Alla fine del raccolto tutto sarà messo insieme e saranno le donne a suddividerlo equamente e ad iniziare il baratto, cioè lo scambio: tu hai le carote e io le patate, a me servono le carote, me ne dai u. po’ e io ti do un po’ di patate. Solo dopo che la colonizzazione dell’Africa è subentrata l’idea del lavoro pagato con la moneta e quello ha cambiato la prospettiva di quelle popolazioni suddividendole in base a quante monete avevano in tasca, ma quando è l’avere che condiziona l’essere, chi non ha, non è, e non potrà nemmeno esistere.

Il risultato qual è? E’ che in pochi hanno tanto e in tanti non hanno niente.


LIQUIDAMBAR

ASSOCIAZIONE

➤ D. Aristarco, Io vengo da. Corale di voci

straniere, Einaudi Ragazzi ed., 2019
 ➤ A. Cripsta, D. Bonaiuti, Emigrania. I fiori del

mare, Becco Giallo ed., 2019
 ➤ A.A.V.V., A braccia aperte. Storie di bambini

migranti, Mondadori, 2016 ➤ K. Hosseini, Preghiera del mare, Soc. Ed.

Milanese, 2018 ➤ I. Scego e UNHCR (a cura di), Anche Superman

era un rifugiato. Storie vere di coraggio per un mondo migliore, Piemme ed., 2018

The DNA Journey https:// www.youtube.com/watch?v=2tWrVJPmBpI Trocchia su RaiPlay https://www.raiplay.it/ video/2019/01/Calcio-insulti-razzisti-lallenatore-ritira-la-squadra-a81811fed00e-449e-869d-d2f8715adacf.html Perché la festa dei lavoratori si celebra il 1º maggio? https://www.youtube.com/watch? v=cgSzL8IcGdY Cosa significa caporalato? https:// www.youtube.com/watch?v=nqzI1IEpKGo Storia di Yvan Sagnet Nuovi Eroi. RaiPlay https://www.raiplay.it/video/2019/01/NuoviEroi-bdf27004-518a-4c8d-9e00e2076fe07257.html


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ASSOCIAZIONE

Nati nel 2012, operiamo nei territori di Venezia e Padova. “Responsabilità”, “partecipazione” e “idea di comunità” le parole chiave che guidano i nostri progetti. “Diritti umani” e “contrasto ad ogni forma di discriminazione” il nostro faro quando proponiamo attività a bambini, ragazzi e adulti, attingendo idee ed energia dal magico mondo delle arti.

http://www.liquidambar.eu/ https://www.facebook.com/ AssociazioneLiquidambar https://www.instagram.com/ associazioneliquidambar/


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