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“Marlboro Day” – Allegato al giornale Osservatorio – Settembre 2000. Settembre 2000. Una delle estati più "calde" per Fasano è al capolinea. La città è ancora sotto shock: l' "Operazione Primavera" che ha debellato il contabbando da marzo a giugno è tutt'altro che un ricordo. I militari del Tuscania occupano ancora la periferia e gi snodi nevralgici del paese. L'economia stenta a ripartire dopo il colpo subito Un giovane Carmelo Trisciuzzi scrive un articolato racconto fantascientifico in cui le pedine cruciali dell'economia cittadina diventano protagonisti di un attacco alieno. Gli extraterrestri vogliono occupare Fasano. Vogliono i "giacimenti di bionde" presenti in città. Vogliono conquistare il mondo. Solo i contrabbandieri potranno impedirlo.


Il giorno in cui Fasano respinse lo sbarco alieno.

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GLI ALIENI - Pianeta MZ, nella galassia SS 16, ad 859 trilioni di km dalla Terra. Sede del Supremo Comando delle Forze di Invasione Extragalattica. «Comandante Supremo Ghiroflex, le truppe d’assalto sono pronte! Abbiamo individuato un altro pianeta compatibile con i nostri sistemi biologico-molecolari». «Di che pianeta si tratta, Capitano Zetamix?». «Dalle nostre intercettazioni radio intergalattiche e attraverso le esplorazioni delle nostre navi ricognitrici, abbiamo potuto scoprire che viene chiamato dagli indigeni “Terra”, e che possiede un’atmosfera ricca di nicotina, catrame e monossido di carbonio, il che fa supporre che esistano forti concentrazioni del propellente di origine vegetale che muove la nostra civiltà, ma che, incredibilmente, ci risulta non venga affatto utilizzato a tale scopo in quel corpo celeste. Pensi, Comandante Supremo, che sulla Terra si fa ancora uso di combustibili fossili e non si è ancora eliminata la carta igienica». «Incredibile! Ma, mi dica capitano, avete già individuato i centri di potere locali dai quali potrebbe essere coordinata una eventuale, anche se improbabile, difesa?». «Certo, li abbiamo localizzati in alcune città chiamate Washington, Londra, Mosca, Pechino, Tokyo, per citare le principali. Ma siamo pronti ad annientarle!». «Stia calmo Capitano Zetamix, si rilassi e stia sereno! Non vorrei che “si imbrogliasse” per la troppa foga. Sono perfettamente cosciente del fatto che siamo una very strong invasion force, ma non è il caso di precipitare le cose. Avete individuato sul globo terrestre la zona dove esiste la più alta concentrazione del nostro propellente vegetale, che ci risulterà indispensabile per le manovre delle astronavi?». «Certo Comandante Supremo… anche se saremmo portati a pensare che i nostri sistemi di rilevazione abbiano “preso acqua”, 2


elemento diffusissimo pure su quel pianeta. Si tratta di un’area apparentemente priva di coltivazioni del vegetale che ci interessa e che noi non riusciamo più a sintetizzare in quantità sufficiente, ma stranamente gli strumenti indicano una fortissima concentrazione di propellente, che i terrestri chiamano “tabacco”: è il territorio di Fasano». «Allora è lì che si insedierà la nostra base logistica ed è in quella città che creeremo la testa di ponte per la conquista della Terra!». Fu così che una spaventosa forza di invasione, composta da un’astronave madre del diametro di diverse decine di km, denominata “Stecca Volante”, con al suo interno una flotta di “Sigari Volanti”, partì alla volta del pianeta azzurro, con l’inquietante intento di farne una colonia del pianeta MZ. Era difficile pensare che gli extraterrestri ci potessero invadere più degli extracomunitari, ma era quello che, paradossalmente, stava per avvenire.

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I TERRESTRI Intanto sulla Terra un’altra catastrofe, forse ancora più terribile, era già in corso. «Pasquà, ce jì? Te vàide i nan t’affitte, jusce!» (traduzione: Pasquale, cos’hai? Ti vedo e non ti scorgo, oggi!). «Ce ’ava jèsse, Giuà? N’u vì ca na ne fàscene fadié pròprie? Ce contìnue accussì m’aggia scì ’cchié pròprie na fatèje, tande na sté cchiù nüdde da scareché!». (traduzione: Cosa dev’essere, Giovanni? Non vedi che non ci fanno lavorare proprio? Se continua così devo andare a trovarmi proprio un lavoro, tanto non c’è più niente da scaricare!). «Ce vé, pacce? Ce te déisce a cäpe? Quala fèmmene cchiü se n’ava venì pe tàie, doppe?». (traduzione: Che, vai pazzo? Cosa ti dice la testa? Quale donna più se ne verrà con te, dopo?). «Jé rasciàume, t’a fàscene uasté pròprie a cäpe, Giuà!». (traduzione: Hai ragione, te la fanno guastare proprio la testa, Giovanni!). «Mü t’àggia fé vedé ciò ca ’nge stàume a prepàrene a chisse, ca nan s’a vòlene fenésce de rombe u cazze! Altre ca “Premavàire”: ngi’ana fé sènde da mü u calle d’a staggiàume!». (traduzione: Ora ti faccio vedere ciò che gli stanno preparando a questi, che non se la vogliono finire di rompere l’organo genitale! Altro che “Primavera”: gli faranno sentire da ora il caldo dell’estate!). Ne erano passati di secoli, da quando il primo fasanese si aggirava semignudo nella sua terra, verde di ulivi, coperto soltanto da una foglia di tabacco, abbeverandosi alle polle d’acqua sorgiva del litorale, guardando il mare da cui traeva una delle sue principali fonti di sostentamento. Egli era politeista e i suoi dei erano la personificazione degli elementi della natura: il dio dell’acqua Eaap, 4


il dio del gas Conscoop; lo stesso ecosistema, incarnato nella dea regina dell’Olimpo fasanese: la fulgida Sogea. Egli li venerava, ma li bestemmiava anche pesantemente, perché essi spesso esigevano sacrifici troppo esosi. I secoli erano passati, ma il mare restava sempre e comunque la via salaria del fasanese. Ora però viaggiava in Mercedes ascoltando, con lo stereo a tutto volume, i brani di Rocksì (la madre dei Roxette), dei Becdesòrde Boys (cugini “pezzaioli” dei Backstreet Boys), e la musica poppt leccese. Vestiva Marlboro o Kim Top Line, beveva acqua “Sorgente Traficante” e sin da bambino sognava di fare l’unico mestiere che gli avrebbe consentito di realizzarsi pienamente: quello del contrabbandiere. Perché anche per i più piccoli erano loro, i sigarettari, i veri beniamini dei “cartoni”, certamente più dei Pokémon. Il fasanese tipo era persino presente al sito Internet www.bionde.com.. La sua religione era andata incontro a un processo di semplificazione. Il fasanese adesso era monoteista convinto, e la sua fede era più salda che mai. Adorava un solo dio, l’unico che ascoltasse tutte le sue invocazioni ed esaudisse i suoi desideri: l’onnipotente dio Pila. A lui era pronto a sacrificare tutti i suoi migliori valori morali. Egli era anche uomo di mondo. Frequentava il jet set, e uno degli appuntamenti più “in” a cui non mancava mai era il Gran Premio di Montecarlo di Formula Uno, durante il quale, da fervente sportivo, tifava Ferrari dalla tribuna d’onore della “Curva del Tabaccaio”. La vita fino ad allora era trascorsa tranquilla, tra sbarchi di sigarette e imbarchi di ragazze (con il fidanzato come optional) che, con i proventi delle loro public relations si davano alle spese più pazze, tanto da poter essere definite le spàise (spesa) girls della costa adriatica. Ora c’era chi voleva mandare in fumo tutto questo, ma l’evoluzione aveva ormai inesorabilmente fatto il suo corso e il gene contrabbandiero era stato acquisito dal corredo genetico del fasanese. Visto al microscopio, il gene era inconfondibile: era avvolto da una membrana tutta nera per mimetizzarsi, come fanno anche certi virus, tra i più scaltri; aveva la voce leggermente roca, tipico atteggiamento da boss, si esprimeva rigorosamente in 5


dialetto e faceva l’abuso a tutti gli altri geni. Nessuno di questi ultimi si permetteva il lusso di alterare a suo piacimento le cellule. Infatti - è risaputo - un organismo col Dna contrabbandiero è immune da ogni malattia. Tra tutte le forme di vita presenti nel Cosmo è la più immortale, persino più di Alien, l’obbrobriosa schifezza extraterrestre che non buttava mai il veleno nemmeno se gli davi da bere il seccatutto, e rispuntava sempre più viva che mai nelle pellicole di Alien 2, Alien 3, eccetera.

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GIORGIO CROCE Adesso un’ombra ciclopica si stava allungando sulla Luna: l’astronave madre aliena si trovava “alla fonda” a meno di 400.000 km dalla Terra. «Maggiore Minermix, avete provveduto ad oscurare i sistemi di rilevazione terrestri, per rendere non localizzabile la nostra posizione?». «È tutto sotto controllo, Comandante Zetamix. Abbiamo neutralizzato i sistemi di rilevazione radar e satellitare. Un virus informatico ci rende totalmente invisibili, anche negli spostamenti!». «Ok, maggiore! Mi esponga adesso i risultati degli studi condotti in passato sugli esseri prelevati a campione e trasferiti sulle nostre navi ricognitrici». «Sull’argomento, comandante, darei la parola all’ufficiale medico, il dottor Ittimar, specialista nella cura di tutte le specie, dalla più evoluta all’ultima “cozza”. Egli ha condotto personalmente gli esperimenti proprio sui fasanesi prelevati a caso negli ultimi anni». «In realtà, signori ufficiali, in qualità di medico e scienziato» disse Ittimar, «non mi sento di affermare che gli esperimenti condotti sulle cavie prelevate, mirati ad ottenere un ibrido compatibile con la nostra razza, abbiano avuto successo. Anzi, per onor del vero, bisogna ammettere che si sono rivelati una vera e propria fetecchia. Un individuo, dopo aver viaggiato a lungo con noi negli spazi siderali, ora, riportato nella sua città, non fa altro che chiedere passaggi nei pressi di un semaforo, sperando di ripetere l’esperienza. Un altro, intossicato dai gas di scarico delle nostre navicelle, è diventato “nicotinomane” e ferma tutti per strada chiedendo sigarette. Per questo è conosciuto come “la Finanza”. Fortunatamente nessuno ha capito che sono stati vittima di esperimenti e sono stati etichettati semplicemente come “quelli che non ci vanno bene”. Solo in un caso abbiamo ottenuto qualche successo. Abbiamo ragionevolmente plasmato a nostra immagine, anche nei tratti somatici, un altro esemplare, che ha subito mutazioni genetiche tali da farlo addirittura ribattezzare dai sui simili “Testa di polpo”. Purtroppo, però, i risultati delle ricerche sono 7


spariti con l’individuo, e con loro sono sparite anche molte altre cose, tra cui anche lo stereo della mia navicella privata». Il comandante, appurata dunque l’estrema difficoltà a creare un miscuglio fattibile tra le razze, un essere transgenico accettabile, che sarebbe risultato solo una terribile incapriata, sentenziò: «Purtroppo ancora una volta abbiamo avuto le conferme che ci aspettavamo. Non ci resta che pianificare l’invasione della Terra con l’annientamento della razza umana. Non prima però di aver fatto qualche volo di ricognizione in incognito per le ultime rilevazioni utili alla strategia di accerchiamento del territorio fasanese e alla localizzazione dei giacimenti di tabacco, da utilizzare per i nostri rifornimenti. Maggiore Minermix, affido a lei questa missione! Sarà affiancato dal Tenente Everything e dal Sottotenente Färgton. Che il nostro dio Bluver, il dio di tutti i polpi del Cosmo, sia con voi!». Fu così che a bordo di una piccola astronave da ricognizione i tre ufficiali si avviarono verso la Terra. L’atterraggio avvenne nella zona industriale di Fasano, alle prime luci dell’alba. L’equipaggio era pronto a scendere per l’esplorazione della zona, quando da una strada laterale sbucò una Uno bianca sinistrata con portabagagli. «Maggiore, che facciamo? Qui va a monte tutta la segretezza della ricognizione!». «Adottiamo il protocollo degli incontri ravvicinati del terzo tipo… speriamo di confonderlo». Come in un duello western, la navicella e la Uno bianca si trovarono contrapposte l’una all’altra, pronte a estrarre la loro arma al minimo movimento dell’avversario. La luce sempre più rossa dell’aurora conferiva alla scena quasi un’atmosfera da “mezzogiorno di fuoco”. A un tratto dall’astronave partirono i fatidici, classici cinque toni del linguaggio convenzionale extraterrestre. Un attimo di silenzio e la Uno rispose. Da un altoparlante scandrasciato un brano di musica leggera degli anni ’70 squarciò il silenzio, che fino ad allora era stato appena scalfito dall’accenno di melodia aliena. Poi si interruppe bruscamente castrando impietosamente una rima, e una voce emblematica annunciò: «...piccolo polipo, grande polipo, mediano polipo... tutti i colori dell’arcobaleno questa mattina...».

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Si trattava del mitico Giorgio Croce che, con linguaggio altamente cacofonico, tra una sparata di brani di Celentano e l’altra, alla faccia di ogni testo di grammatica, e assassinando preterintenzionalmente la lingua italiana, annunciava i termini di un non meglio precisato sbarco. «Ci ha smascherati!» concluse Everything. «È impossibile!» commentò Färgton, «abbiamo assunto sembianze antropomorfe e siamo anche protetti da uno schermo opaco. Non può vederci per come siamo veramente». «Qua se ci beccano siamo fritti» riprese Everything. «Certo non sarebbe meglio una vita da mediano polipo» intervenne il Maggiore Minermix, «comunque questi esseri devono essere dotati di sistemi di biorilevazione molto sofisticati. È meglio dileguarci subito, sperando che non ci sputtani» comandò. Gli alieni erano stati fortunati. Anche se, col suo tipico linguaggio immediato, il folcloristico Giorgio li aveva messi in seria crisi, nessun fasanese avrebbe potuto facilmente discernere la realtà dalla propaganda in un ipotetico messaggio d’allarme partito da quella fonte. I piani dello sbarco extraterrestre erano salvi, per il momento.

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IL CAVALLO DI RITORNO Dopo aver “toppato” sul luogo della prima esplorazione, l’equipaggio dell’Ufo scelse un posto apparentemente più tranquillo per prendere terra. Dopo aver sorvolato l’industria fasanese IAMA, che era stata rilevata dai giapponesi diventando la YAMAMOTO, e la Smith che, fondendosi con la Wesson, era diventata la Smith & Wesson (fabbrica di armi automatiche), si soffermò sulla zona ASI, sede dell’Agenzia Spaziale Italiana, e poi puntò sulla Selva. Fu qui che, dopo aver fotografato dall’alto le rovine della Casina Municipale, sito ormai di interesse solo archeologico anche per gli alieni, toccò terra silenziosamente. I tre ufficiali si allontanarono, seguendo sugli strumenti la traccia di un giacimento di tabacco. La loro assenza non durò che pochi minuti, ma furono sufficienti perché al loro ritorno al posto della navicella trovassero solo le sue impronte sul terreno. «Ci hanno fregato l’astronave!» esclamò Everything. «Per tutte le bavose dell’Universo, è vero!» continuò Färgton, «adesso chi glielo dice al Capitano Zetamix? Quello ci riduce tutti a mangime per polli!». I tre alieni, disperati e appiedati, si aggiravano increduli per le stradine della Selva, nel vano tentativo di trovare traccia del velivolo. All’improvviso sul loro telefono UCS (Universe Communications System), pronipote dell’UMTS, arrivò una chiamata: «Oòh, véide ca chèra spéice de dische volande u tenéime nòue! Ce u vuléite ’ndrite avéit’a mullé cinghe migliòume!» (Oh, vedi che quella specie di disco volante lo teniamo noi! Se lo volete indietro dovete mollare cinque milioni!). «Ma è un ricatto inaccettabile. Lei non sa chi sono io!» rispose fermamente Minermix. «Oòh, mü jì ca sté pisce fure d’u rennäle! Véide ca ce na päghe t’u tagghiéime i fascéime i pizze de recàmbie p’a Tuìnghe!». (Oh, mo’ è che stai pisciando fuori dall’orinale! Vedi che se non paghi te lo tagliamo e facciamo i pezzi di ricambio per la Twingo!). I tre alieni, interdetti e “incortinati”, non ebbero molta scelta. C’era ben poco da discutere. Invece di trovare il cavallo di Troia per 10


occupare con astuzia le prime posizioni per la conquista della Terra, dovettero pagare il “cavallo di ritorno” e “abbozzare”. Avevano avuto una prima avvisaglia (che avrebbero fatto bene a non sottovalutare) del fatto che i fasanesi, pur essendo di etnia completamente diversa da quella dei troiani, avrebbero avuto sicuramente maggior diritto di loro a essere considerati figli di quella mitica città. Per evitare che simili esperienze si ripetessero e non farsi più tignare altri soldi, riavuta la navicella furono anche costretti a dotarla del sistema di antifurto Block Shaft.

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I FASANESI Frastornati, i tre ufficiali alieni continuarono l’esplorazione e riuscirono a individuare parecchi depositi di tabacchi lavorati esteri, che per loro costituivano fonte di rifornimento, mappando così meglio il territorio da conquistare. Erano ignari però di quale fosse la specie di animale al quale stavano incautamente pestando la coda. La loro azione si andava sovrapponendo involontariamente a quella dei militari che tenevano Fasano in stato di assedio. I contrabbandieri però non facevano molta distinzione e, seguendo i loro spostamenti dalle torrette di osservazione sparse sul territorio, commentarono: «Mü ’nge ane rütte pròprie i palle, ’sti mbäme! Cè se crèdene, ca stéime dò pe fé benefecènze?» (Ora ci hanno rotto proprio le sfere questi infami! Che si credono, che stiamo qui per fare beneficenza?), preludendo con quella frase a qualcosa di terrificante. In effetti, ad onor del vero, la pressione a volte eccessiva delle forze dell’ordine stava creando non pochi disagi anche alla popolazione estranea alle attività illecite. Erano stati segnalati casi in cui i carabinieri avevano richiesto il permesso di soggiorno a coloro che portavano il cognome Albanese. Alcuni Cannone erano stati denunciati per porto abusivo d’arma da fuoco. I Cofano avrebbero fatto meglio a non fumare perché, riponendo distrattamente le sigarette in tasca, avrebbero potuto essere accusati di nascondere tabacchi lavorati esteri nel Cofano. Meglio non andava certo ai Quaranta, costretti spesso a sgomberare per assembramento sospetto e corteo non autorizzato, anche se erano da soli. Quelli di etnia Sasso invece erano stati severamente diffidati dall’avvicinarsi ai cavalcavia, perché nel malaugurato caso in cui a qualcuno di loro, in preda a una crisi depressiva, fosse balenata l’idea di suicidarsi lanciandosi nel vuoto, o fosse anche semplicemente scivolato giù, questi avrebbe commesso un reato gravissimo: il lancio del Sasso dal cavalcavia. Per via dello stress da controllo, poi, parecchi Orlando erano diventati furiosi. Nei giorni seguenti le rilevazioni aliene continuarono incessanti, intervallate comunque da momenti di distrazione. In uno di questi, gli esploratori trovarono anche il tempo di vedere il loro film preferito, Pulp fiction, in un cinema che si ergeva a ultimo baluardo 12


del comunismo in occidente, e nel quale, dopo la proiezione di Profondo rosso, non si era mai più cambiato colore. Una delle difficoltà principali che dovevano affrontare nei loro spostamenti era quella del parcheggio. Anche se teoricamente avrebbero avuto tutto il diritto di lasciare il velivolo in zona disco, preferivano evitare, per non incasinarsi con le sempre diverse disponibilità di tempo delle soste consentite e per non beccarsi dunque tra capo e tentacoli una di quelle multazze che implacabilmente i vigili urbani sanno a chi rifilare, infischiandosene di ogni rimostranza. In un parcheggio abusivo ricevettero però proposte oscene da pedofili, che avevano più tentacoli di qualunque polpo. In un’altra occasione riuscirono invece a cuccare. Si recarono in un luogo che ritennero a loro congeniale: la discoteca Modonovo. Fu lì che, essendo stati scambiati a loro volta per contrabbandieri dei clan emergenti per via della loro inusuale fuoriserie superaccessoriata, ebbero degli “incontri ravvicinati del quarto tipo”. Si imbatterono infatti in alcune devote della Madonna di Lourdes, le lurde, o, se vogliamo, le maddalene moderne, a favore delle quali sicuramente non ci sarebbe stato più Cristo che si sarebbe sentito di intervenire, fermando le mani desiderose di scagliare la pietra, ma alle quali Egli stesso avrebbe detto con forza: scaglia! E non c’era da meravigliarsi se loro, da alieni, erano riusciti così facilmente nell’impresa. Quelle donne, in fondo, non erano nuove a esperienze di quel tipo. Fin da prima che arrivassero loro ne avevano già fritti di polpi... Nel loro lavoro di osservazione delle popolazioni locali, gli extraterrestri maturarono inoltre la convinzione che tra le colline boscose del circondario si aggirassero anche esseri primitivi, simili a yeti, dato che riuscirono a intravedere strani individui semipelosi che si lanciavano in mutande da un albero all’altro nel folto della vegetazione, probabilmente appesi a liane, inseguiti da predatori in divisa. Nel loro diario di bordo chiamarono dunque quegli esseri indigeni della Selva o selvaggi, e non mancarono anche irrispettosamente di definire pezzenti gli abitanti delle zone rurali di Pezze Monsignore. Sentendo poi parlare di curdinnesi, e assistendo ad alcuni sbarchi di profughi, giunsero alla conclusione che nei paraggi ci doveva anche essere una colonia curda.

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Alla Forcatella presero un bagno colossale mangiando i ricci e conclusero che il nome di quella località lo si doveva sicuramente ai prezzi-capestro di tali echinodermi venduti a peso d’oro, pagando il conto dei quali si aveva la sensazione di salire sulla forca. Con raccapriccio scoprirono che gli abitanti di Torre Canne avevano istinti cannibaleschi nei confronti della loro razza, dato che si cibavano principalmente di panini al polpo che, come San Lorenzo, venivano giustiziati sulla graticola. Non se la sentirono però di invocare alcun santo del luogo per la loro incolumità, perché, scottati dal precedente episodio del furto dell’astronave, intuirono che non c’era niente di più facile che anche i santi fasanesi elargissero protezione solo in cambio del “pizzo”. Erano dunque così cattivi i fasanesi? La conferma ai loro sospetti venne quando, spacciandosi per forestieri con uno di loro, appresero che ogni fasanese diventava sicuramente cattivo allorché le imprese di pompe funebri gli mettevano nel loculo il consorte, e non solo quello, date le esose tariffe dei funerali. E nello stesso posto lo presero anche loro quando al Sottotenente Färgton, chinatosi per disinserire il Block Shaft, gli “sparò” il colpo della strega. Il malcapitato fu portato fuori dalla navicella, proprio mentre sopraggiungeva un cristiano. In realtà essi non potevano sapere se si trattasse veramente di un cristiano. Poteva anche essere un musulmano, date le presenze curde di cui avevano saputo prima. Questi non rimase insensibile alla scena. Si avvicinò prontamente ai tre, che rimasero colpiti da tale slancio altruista. Ma, contro ogni previsione, fissando Färgton piegato in due per il dolore, l’individuo esclamò: «Cumbä, t’ha cacäte?» (Compare, te la sei fatta addosso?). Si trattava dell’inclonabile Ambrogio, detto anche “Sisino”: l’indiscusso testimonial del confetto Falqui, il nemico giurato della diarrea, l’anello mancante tra l’Inferno e il Paradiso dantesco di un noto pub locale. I malcapitati erano caduti anch’essi sotto la terribile falce dei suoi commenti a briglia sciolta, o meglio, in due parole, asciolta. Essendo viaggiatori intergalattici e sfrecciando tra le meteore, i tre esploratori potevano anche soffrire di meteorismo, ma l’accusa di Sisino era decisamente troppo infamante. Data l’emergenza, l’alieno fu ricoverato presso l’Ospedale Civile, dove gli fu diagnosticata un’ernia del disco. Finito precipitosamente 14


sotto i ferri nel famigerato reparto ortopedico, fu poi, in seguito ad altri accertamenti, trasferito in chirurgia, dove gli vennero anche asportati dei polipi senza che nessuno dei suoi compagni potesse fiatare per non compromettere l’esito della missione, che ormai volgeva, nel bene e nel male, quasi al termine. Nella breve convalescenza del Sottotenente, prima di tornare all’astronave madre, i militari fecero un piccolo giro a Savelletri per far rimettere il malcapitato con aria di mare. Qui acquistarono qualche souvenir del posto: un modellino di blindato, uno della “gazzella” dei carabinieri ammaccata, uno scafetto con quattro fuoribordo. In quell’occasione vennero a sapere anche che un’antica azienda fasanese produttrice di trulletti di gesso, con oltre trent’anni di tradizione artigiana alle spalle, aveva dovuto chiudere per il momento i battenti, perché non riusciva più a vendere un pezzo. Aveva intenzione però di riaprire al più presto con nuovi, più attuali, calchi per il gesso, riconvertendo la produzione. Il rocambolesco soggiorno fasanese dei tre extraterrestri era dunque concluso.

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L'ATTACCO Al Quartier Generale alieno, sull’astronave madre, il Comandante Zetamix fece il punto della situazione davanti al Consiglio degli Ufficiali, sulla base del rapporto degli esploratori. «Bene signori, ormai l’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. Attaccheremo domattina all’alba. Capitano Eurospin, affido a lei il comando delle forze di invasione! Lei, Tenente Sudel, coordinerà le forze aeree, mentre lei, Tenente Excalibur, si occuperà del controllo della costa. Un giorno glorioso ci attende, spezzeremo le reni ai terrestri! Fasano sarà solo il primo, facile, passo verso il nostro futuro da padroni della Terra. Questa sarà “la madre di tutte le battaglie”». Fu così che, alle prime luci di un giorno cruciale per la storia dell’Umanità, la flotta di Sigari Volanti prese minacciosa il largo, staccandosi dall’astronave madre. Con i sistemi radar delle superpotenze, della Nato e dell’Onu completamente accecati, si posizionò a semicerchio lungo i confini del territorio fasanese, con le spalle al mare, pronta a puntare verso l’interno. «Avanti, figli di Emmezeta, il dio Bluver è con noi!», comandò il Capitano Eurospin, in poliposition sui mezzi da sbarco terrestri che, attraverso fasci di luce bluastra, si stavano riversando in gran numero al suolo dai Sigari Volanti. Nugoli di velivoli da caccia intanto si apprestavano ad assicurare la copertura aerea. Il cordone costiero di mezzi Ufo, comandato dal Tenente Excalibur, si ergeva quale Vallo Adriatico a fortificazione delle linee di retroguardia aliena. L’avanzata fu rapidissima, favorita dall’effetto sorpresa, e in brevissimo tempo tutto il territorio fasanese fu occupato e lo stesso Palazzo di Città volse in stato d’assedio. Per la prima volta, dopo molti anni, la leadership del sindaco si trovava veramente in pericolo ad opera di una coalizione avversaria. Però, quando ormai i giochi sembravano fatti e il destino di Fasano e del mondo intero sembravano segnati, accadde l’imponderabile. In rapida successione due forti sibili squarciarono quell’alba tragica e per due volte si udì un fragore terrificante. 16


«Eurospin chiama nave madre... Eurospin chiama nave madre…». «La riceviamo Capitano Eurospin. Cosa succede?». «Siamo stati attaccati!... Qualcosa ha colpito alcuni nostri veicoli terrestri sull’ala sinistra dell’accerchiamento... ripeto: siamo stati attaccati!». Due missili da crociera Cruise, modello Tomahawk, con precisione “intelligente”, avevano polverizzato due gruppi di cingolati alieni. Solo pochi attimi di quiete irreale, appena sufficienti per spegnere l’eco di quei rombi di tuono, e dal cielo riprese la devastante pioggia di fuoco. Un’altra ora era scoccata in un cielo parallelo, ancor più denso di nubi minacciose. Ironia della sorte, la flotta aliena aveva deciso di attaccare, più che strategicamente, tragicamente, proprio nel giorno in cui era iniziata la prima, grande controffensiva dei contrabbandieri, in risposta all’operazione “Primavera” delle forze di polizia. Un’azione di forza a sua volta denominata in codice “Il fumo nuoce gravemente alla salute”. I mezzi d’invasione alieni, per quanto inusuali, erano stati scambiati, a causa delle luci bluastre e delle strategie di occupazione del territorio, per veicoli delle forze dell’ordine, e come tali stavano pagando il conto di una repressione non più tollerabile dai “signori delle bionde”.

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LA PORTAEREI La prima superportaerei dell’epopea contrabbandiera, la Philip Morris, che incrociava nell’Adriatico, aveva aperto il fuoco con i suoi lanciamissili e cannoni da 127 mm all’indirizzo delle coste e dell’entroterra fasanesi. A scatenare un’improvvisa quanto inaspettata tempesta di proiettili su più linee, oltre all’ammiraglia, c’era un gruppo navale da battaglia, formato dagli incrociatori lanciamissili Rothmans, Lucky Strike e Golden American, dotati di missili Cruise e cannoni a tiro rapido da 203 mm; le possenti corazzate Marlboro, Chesterfield e John Player Special, armate, oltre che con i missili da crociera Cruise-Tomahawk, anche con nove cannoni da 381 mm, capaci di colpire alla distanza di 22 miglia nautiche; le fregate missilistiche (“procurate” a costo zero alla Marina Militare Contrabbandiera) Kent, Camel, Dunhill e Barclay. A proteggere la portaerei uno schermo di cacciatorpediniere formato dall’Astor Mild, dal Gauloises, dal Merit e dal Milde Sorte. In testa alla navigazione di conserva i due dragamine Multifilter e Pall Mall. A seguire il convoglio, la nave rifornitrice Ernte 23 e la nave cisterna Gallant. Operative e pronte ad aggregarsi al gruppo le unità anfibie. Tale forza navale costituiva la I Flotta Contrabbandiera, avente arsenale e basi logistiche in Montenegro. La cittadinanza onoraria di quello Stato, spettante a ogni trafficante che si rispettasse, unitamente a quella originaria italo-fasanese, era valsa ad ogni sigarettaro l’onorevole definizione di ambi-stato, appartenente cioè a due stati, più semplicemente ’mbistato. Il Capo di Stato Maggiore della Marina Contrabbandiera, che aveva istituito un’unità di crisi presso il suo governo in momentaneo esilio in quella regione della ex Jugoslavia, aveva impartito un ordine perentorio, riecheggiato prepotentemente su tutte le unità da combattimento della Contr Navy: «Uagnò, fascìteve arrespetté! Purcé pute fenèsce u münne, ma nàume u contrabbanne!» (Ragazzi, fatevi rispettare! Perché può finire il mondo, ma non il contrabbando!). Intanto, dall’astronave madre aliena, il Comandante Zetamix cercava di ristabilire il contatto radio con le forze impegnate nel controllo delle coste, guidate dal Tenente Excalibur, dato che l’onda lunga d’urto che aveva fatto da eco a quell’attacco aveva generato 18


una tempesta elettromagnetica che aveva oscurato tutti i loro sistemi di comunicazione. «Tenente Excalibur, qui astronave madre, rispondete! Cosa sta succedendo? ... Rispondete». «Qui è il Tenente Excalibur, vi riceviamo! Siamo sotto un infernale fuoco di fila... tentiamo di coordinare la risposta». «Alzate gli scudi elettromagnetici! Adottate le procedure di invisibilità!». «Abbiamo tentato, ma risultano inefficaci. Il nemico riesce a rilevare comunque le nostre coordinate!». La sofisticatissima tecnologia aliena risultava impotente contro la precisione balistica della flotta contrabbandiera. Una fittissima rete di “infiltrati” tra le linee nemiche, i commandos contrabbandieri, con alle spalle una pluriennale esperienza di “pali”, comunicava, da sicuri nascondigli, con precisione millimetrica, la posizione dei mezzi nemici: «Vinde mètre a dèstre d’i Cäse Biànche... Cenguanda mètre sotte a torrètte d’Anazze...» (Venti metri a destra delle Case Bianche... Cinquanta metri sotto la torretta di Egnazia...).

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ARMATE A CONTRONTO La guerra tattica degli extraterrestri cozzava contro i “pali” di quella pratica dei sigarettari. Solo in un caso un missile intelligente scucchiò, perché, intercettato da un Patriot alieno, deviò dalla traiettoria abbattendosi su una delle cosiddette “Case Bianche”. Questo fece incazzare neri i contrabbandieri. Nemmeno il presidente degli Stati Uniti se la sarebbe presa così tanto se ad essere colpita fosse stata la sua Casa Bianca. Per rappresaglia, una ondata di Tomahawk partì dalle corazzate Chesterfield e John Player Special, localizzò la batteria antimissile e la liofilizzò. Persino alcuni tentativi di trasferire nuovi, più potenti, virus extraterrestri nei sistemi informatici degli avversari, non sortivano alcun effetto. Anche nella guerra elettronica i virus contrabbandieri facevano l’abuso a quelli alieni: il millennium bug non si sarebbe nemmeno azzardato a “provarci” con loro, perché gli avrebbe solo fatto una “pipa”, tanto per restare in termini tabaccari. Echelon, il grande orecchio elettronico, capace di controllare tutte le comunicazioni del mondo, non era altro che un derivato della tecnologia sigarettara. Dopo uno sfiancante martellamento con i cannoni e i Cruise, si levarono in volo dalle basi montenegrine, dove ormai il livello di allerta era alla fase Delta, formazioni di bombardieri B-52, B-2 Spirit e B-1 Lancer, velivoli con capacità di lancio a lunga gittata, con micidiali carichi di ordigni convenzionali e bombe a grappolo. Le forze aeree aliene, al comando del Tenente Sudel, cercarono di creare uno scudo spaziale e di contrattaccare la flotta contrabbandiera, mentre i traccianti della contraerea tentavano di arginare quell’infittirsi di ondate di bombardieri. Ma nello stesso momento in cui nugoli di ordigni extraterrestri volavano sul mare incontro alle navi da guerra, i top gun dell’aviazione contrabbandiera diedero inizio alla “fase due” di quella che si andava rivelando la più grande operazione militare combinata dalla seconda guerra mondiale a oggi. Squadriglie di caccia F-16, F-18 ed F-22, appartenenti al 4º, al 7º e all’11º Stormo della Contr Air Force, ingaggiarono furibondi duelli aerei nei cieli dell’Adriatico.

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«Ecstra-làit Trài allu comandante d’a squedrìglie... neméiche a iàure nàue... cè cazze d’elecòttere porte mü a Fenanze? Me päre nu sigäre tuscäne!» (Extra-light Tre al comandante di squadriglia... nemico a ore nove... che razza d’elicottero porta ora la Finanza? Mi sembra un sigaro toscano!). «Ecstra-làit Iòume a Ecstra-làit Trài... allàure ana jèsse chire d’u “Tuscania”... U sé ce’ada fé? Fange prué i sigäre noste, véide ce ’nge piàscene...» (Extra-light Uno a Extra-light Tre... allora devono essere quelli del “Tuscania”... Sai cosa devi fare? Fagli provare i sigari nostri, vedi se gli piacciono...). E un missile aria-aria Sidewinder accese quell’insolito sigaro, avvolgendolo di fiamme gialle.

Per le missioni più rischiose, come quelle di distruggere le postazioni missilistiche avversarie, venivano anche impiegati nuovi modelli di F117 Stealth, armati di bombe laser, più invisibili di quelli americani, nei quali, è risaputo, l’aereo risulta invisibile, ma il pilota no. In quelli contrabbandieri, invece, non si vedeva nemmeno quello. E anche se si vedeva... nessuno aveva visto niente. Il ponte della Philip Morris era un incessante andirivieni di aeromobili da combattimento. Gli aerei in difficoltà avevano l’ordine di sganciare il loro carico di bombe in tratti di mare definiti, che corrispondevano a quelli maggiormente battuti dalle vedette della Guardia di Finanza. Conquistato il dominio dei cieli e messo fuori uso il 90% del sistema radar alieno, era la volta di creare corridoi per lo sbarco dei marines contrabbandieri. Vennero inviati allora nelle incursioni aerei più maneggevoli e da bassa quota per colpire sul terreno le forze nemiche, come i Sea Harrier a decollo verticale, dotati di missili Maverick, e i Thunderbolt A-10 anticarro, armati con missili teleguidati a testata d’uranio impoverito, capaci di perforare le corazze dei mezzi nemici e ridurre gli occupanti a polpi arrosto. I raid si protrassero implacabili fino al pomeriggio di quel giorno fatale. Poi la massiccia offensiva aeronavale sembrò fermarsi per un momento e su tutto il teatro delle operazioni belliche cadde un innaturale silenzio. 21


Fu giusto il tempo di una fumata di sigaretta e i portelloni degli hangar delle navi della componente anfibia della flotta, che nel frattempo avevano raggiunto il gruppo, la West, la Menphis, la Kim, la Lord Extra e la Peter Stuyvesant, si spalancarono per riversare sul mare i mezzi da sbarco della Contr Navy. Così quel tratto infuocato dell’Adriatico si riempì di innumerevoli scafi d’assalto, una volta tanto addirittura più numerosi dei gommoni dei clandestini, che diedero finalmente una visione completa della formidabile potenza d’urto delle forze contrabbandiere. Un’armata che poteva contare, solo nel contingente impegnato nelle operazioni di sbarco, su un organico composto da più di 5.000 effettivi e almeno altrettanti riservisti, e che in quel decisivo attacco rispondeva agli ordini del Comandante in Capo del Corpo di Liberazione Contrabbandiero: il contrammiraglio della portaerei Philip Morris. Mentre le forze aliene cercavano di riorganizzarsi concentrandosi lungo la costa, si levarono in volo, a copertura delle operazioni anfibie, gli elicotteri d’assalto. Erano macchine da guerra terrificanti, micidiali più degli Apache americani: i Cheyenne, così chiamati perché capaci di emergere all’improvviso in un terreno accidentato, colpire con i loro cannoncini anticarro e missili teleguidati, e tornare in copertura da possibile fuoco nemico prima di aver ingaggiato la contraerea, lasciando sulla bocca delle vittime solo tre parole: «Ma... cè jènne?» (Ma... che cos’erano?). Fu così che, in un tramonto rosso fuoco, le spiagge di Torre Canne, Forcatella, Savelletri, Case Bianche ed Egnazia, vissero la gloria che già fu di quelle denominate in codice Utah, Omaha, Gold, Juno e Sword il 6 giugno del 1944, data del D-day, lo sbarco in Normandia. Nel giorno di Santa Rita da Cascia, Santa Matrona dei sigarettari, il Corpo di Spedizione Contrabbandiero, tra le alte colonne d’acqua sollevate dall’artiglieria nemica, toccò le amate, natìe sponde, consacrando così il suo glorioso M-day, il Marlboro Day. Era evidente adesso, a secoli di distanza, in tutta la sua chiarezza, il perché di quella famosa venuta dei turchi a Fasano. Essi conoscevano il futuro, sapevano che da quel mare, dopo di loro, sarebbero sbarcati anche i sigarettari. Fasano aveva rappresentato dunque il loro mitico Eldorado, un Eden felice nel quale essi avrebbero potuto, per i secoli a venire, abbandonarsi a ogni sorta di vizio e di lascivia, fumando come turchi, quali essi erano, senza

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limitazioni. ChissĂ se scacciarli, a ragion veduta, non era stato un clamoroso errore storico da parte dei fasanesi.

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LO SBARCO Mentre le spiagge pullulavano di tubisti, lettricisti, frabbicatori, ferrari e piccoli imprenditori che avevano lasciato il rispettivo mestiere per arruolarsi come volontari nel glorioso Corpo dei Marines Contrabbandieri, la risposta delle forze extraterrestri si andava facendo più intensa in un ultimo, disperato, tentativo di fermare gli assaltatori sulla linea del bagnasciuga e riprendere in mano la situazione. Ma quello sbarco, simulato per settimane sulle spiagge montenegrine, era stato preparato in ogni dettaglio e contava inoltre su un’arma segreta infallibile: l’orgoglio contrabbandiero, ferito, umiliato da troppi giorni di cassa integrazione. Nel furore della battaglia si udivano le grida di incitamento degli ufficiali fasanesi: «Uagnò, muvéite i mäne, ca cüsse jì u sbarche chiù grusse d’a véita voste... Arrecurdìteve: jì mégghie na dì da contrabbannire, ca cind’anne alla pecuréine» (Ragazzi, muovete le mani, che questo è lo sbarco più grosso della vita vostra... Ricordatevi: è meglio un giorno da contrabbandiere, che cent’anni alla pecorina). Era uno scontro senza precedenti, al confronto del quale Battaglia per la Terra e Independence Day sembravano due filmetti di Stanlio e Ollio. Le linee di difesa costiera cadevano una dopo l’altra. Solo Forcatella, dove l’esercito alieno si era chiuso a riccio, resisteva ancora. Ma per spaccare quell’ultimo echinoderma della stagione, e non solo quello, fece la sua comparsa sul campo di battaglia la prima colonna di blindati sigarettari, appartenenti alla 3ª Divisione Corazzata Contrabbandiera. Più temibili dei carrarmati M-1 Abrams statunitensi, con i loro meccanismi spargi-olio e spargi-chiodi gettavano lo scompiglio tra i mezzi terrestri avversari e poi gli si avventavano contro come kamikaze, provocando disastrose collisioni che generavano danni quasi maggiori delle collusioni fra malavitosi e politici. Tutta la terra là intorno, nel momento propizio del conflitto, si mise ad eruttare plotoni di blindati che presero alle spalle le forze costiere al comando del Tenente Excalibur e accerchiarono le forze di invasione del Capitano Eurospin. L’ordine del comandante delle truppe corazzate, appartenenti alla 1ª, 2ª e 3ª Divisione Corazzata 24


Contrabbandiera, era preciso: «Uagnò, fascìmenge a tubìre... Arreccìmele accume i pülpe!» (Ragazzi, facciamogli il mazzo... “Arricciamoli” come i polpi!). Fu così che, con il supporto dei blindati e l’appoggio aereo dei Cheyenne e degli A-10 in volo radente sul teatro delle operazioni belliche, le teste di sbarco vennero consolidate. Primi reparti di Navy Seals contrabbandieri presero contatto con le linee intermedie delle colonne corazzate alleate, in una inarrestabile operazione di sfondamento che stava travolgendo le forze aliene.

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LA RITIRATA «Eurospin chiama nave madre... Eurospin chiama nave madre...». «Qui astronave madre. Parla il Comandante Zetamix... vi ricevo. Fate un rapporto sulla situazione». «Comandante Zetamix, qui è il Capitano Eurospin. Il bollettino di guerra è disastroso. Le forze aeree del Tenente Sudel sono quasi annientate, le difese costiere del Tenente Excalibur sono travolte. Resistiamo a fatica. Stiamo subendo forti perdite. Ci vogliono fare la tubiera... chiediamo l’ordine di ritirata». Fu in quel momento infausto per quella razza proveniente dalle profondità del Cosmo, che due poli opposti dell’Universo si misero allora in contatto, nonostante le proibitive tariffe intergalattiche. «Comandante Supremo Ghiroflex, qui è il Capitano Zetamix che parla dalla Terra... siamo costretti nostro malgrado ad abbandonare la missione. Qua con i terrestri non è cosa proprio. Possiedono congegni più avanzati dei nostri e dispongono di task forces di pronto intervento per le emergenze planetarie, formate da gladiatori pronti a tutto e armati fino ai denti, che non era possibile individuare e neutralizzare a priori. Ci hanno presi alla sichirdona. Stiamo subendo una reazione inaspettata». «Capitano Zetamix, sbaglio o era stato lei a scegliere codesto pianeta per l’invasione e a indurmi a ritenere Fasano un facile approdo per le nostre navi colonizzatrici? Da dove l’aveva scelta codesta sconosciuta città, da in mezzo al mazzo? Ora, mi dispiace, ma non posso accettare recessioni! Non è mai successo che il glorioso pianeta MZ si piegasse davanti a nessuno. Le ordino dunque di combattere fino alla morte, se necessario!». Passarono pochi secondi in cui il silenzio tra i due interlocutori fu scandito da fruscii e disturbi radio interstellari. Poi la risposta del Comandante Zetamix fu precisa e perentoria: «Spasmex motilix buscopan pursennid dulcolax laevolac guttalax nux vomica cascarasagrada!», che in lingua originale telepatica aliena voleva dire solo una cosa: «Ma vai a cagare!». Intanto il grosso delle truppe dei due schieramenti era venuto a contatto in un furioso a corpo a corpo. 26


«Pé, ma ce so’ chisse? Nan me pàrene ni basche virde, ni basche rosse!» (Peppe, ma chi sono questi? Non mi sembrano né baschi verdi, né baschi rossi!). «Tü nan te ’ngareché, späre i doppe addemànnenge ce so’!» (Tu non ti incaricare, spara e dopo chiedigli chi sono!). La coordinazione delle operazioni di contrattacco contrabbandiere era precisa e micidiale. Gli alieni usavano la telepatia per intendersi, ma i sigarettari non erano da meno. Si capivano con un solo cenno: manco la bocca dovevano aprire. Alla fine gli extraterrestri, stremati, ricevettero l’ordine di ritirata. Ciò che restava delle unità aliene si imbarcò sui Sigari Volanti da trasporto, che in questa fase finale della battaglia potevano benissimo essere definiti mozziconi volanti, e, protetto alla meglio da alcuni caccia schierati in posizione di copertura, si ritirò precipitosamente sull’astronave madre. Poi la Stecca Volante liberò la Luna della sua ombra ingombrante e si allontanò, scacciata a calci in culo negli spazi siderali, carica solo di meraviglia. Ai baldanzosi invasori alieni, di quella avventura terrestre restarono solo i souvenir del Bar Riviera e qualche pacchetto di Nazionali senza filtro, pagato fino all’ultima lira. Di chilometri ne avevano percorsi trilioni, per venire a fare la figura dei coglioni. Nei piani perfetti della loro guerra-lampo tecnologica c’era stato un piccolo particolare che era sfuggito ai loro strateghi: una pagliuzza di tabacco che si era fatta trave ed era andata a inserirsi tra le loro ruote e non solo in quelle. Del resto, a loro parziale discolpa, bisogna dire che nemmeno se avessero usato una bomba nucleare da attacco tattico da 350 chiloton avrebbero potuto distruggere Fasano. I fasanesi, e con loro il figlio prediletto, il contrabbando, avrebbero potuto sostenere tranquillamente anche una guerra atomica, arroccati nei numerosi bunker sotterranei e protetti da tonnellate di acciaio e cemento. E poi non s’era mai sentito che un fasanese morisse stupidamente con i funghi, nemmeno se atomici. Perfino Slobodan Milosevic, titolare della più grande impresa di pulizia etnica al mondo, così grande da far rabbrividire tutti i Testimoni di Geova, si era rivolto ai mastri artigiani fasanesi per mettere al sicuro le sue penne.

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Le Forze di Liberazione Contrabbandiere, con in testa i mezzi corazzati, annientato il nemico, giunsero trionfalmente in piazza Ciaia. Alle 23.55, ora di Speziale, Fasano era stata liberata. La bandiera a stecche e strisce fu issata sul pennone del Municipio. Ancora una volta la poltrona del sindaco, salda da piÚ legislature, era salva, a riprova del fatto che niente di questo mondo, e nemmeno di qualsiasi altro, sarebbe stato mai capace di farla saltare. Laddove erano risultati impotenti i dispositivi militari integrati di difesa delle superpotenze, della Nato e dell’Onu, quando ormai il destino di Fasano e della Terra intera sembravano segnati, un pugno di eroi, spinti alla guerra su carri fiammeggianti dal potente dio Pila, aveva preso in mano le proprie sorti e quelle di tutta la razza sua, si era coperto di gloria ed era entrato nella leggenda.

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IL GIORNO SEGUENTE Gli incauti extraterrestri non avrebbero mai potuto immaginare che quel tanto prezioso tabacco, che faceva muovere la loro civiltà, a Fasano avesse un potere ancora maggiore: quello di smuovere le montagne o, in mancanza, di non far tirare una bava di vento. Per questo i polpi alieni nulla avevano potuto contro la piovra fasanese, e l’avevano presa in faccia al naso. Alla fine di quella giornata fatale, spenti i clamori della battaglia, il vento, lievemente radioattivo per via dei proiettili all’uranio impoverito esplosi (che avevano gettato nel cesio e ricoperto di stronzio gli aspiranti invasori extragalattici), finalmente tornava a soffiare, muovendo la cigolante insegna di una vecchia pubblicità immobiliare nei pressi della porta nord di Fasano. Su quell’insegna il messaggio era inquietante ed emblematico: “Entra anche tu nel Marlboro Country”. E un alito di quella stessa brezza, dispettosamente, trascinò a balzelloni un pacchetto di sigarette vuoto in piazza Ciaia, fin sul gonfalone di marmo centrale, facendogli occupare il posto del Faso. Poi... si placò. Giorni dopo, due commercianti si trovarono a discorrere del più e del meno ai piedi del Municipio. «Sté, accume vé l’attevetä?» (Stefano, come va l’attività?). «Cè t’àggia déisce, Nardü. Putàie scì pòure mégghie... ca mangu mäle ca sté u contrabbanne a Fasciäne...» (Che ti devo dire, Narduccio. Poteva andare pure meglio... che meno male che sta il contrabbando a Fasano...).

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FINE Si ringrazia la Marina Militare Contrabbandiera per il prezioso contributo fornito alla realizzazione di questo reportage di guerra, concedendo ospitalità all’autore, in qualità di inviato speciale, a bordo della portaerei Philip Morris durante le fasi salienti del conflitto.

Carmelo Trisciuzzi

Nota dell’autore: I nomi appartenenti a personaggi e ditte realmente esistenti sono citati a mero scopo di satira, col solo intento di coinvolgerli, insieme agli altri aspetti della “fasanesità”, in un innocente gioco dallo spirito squisitamente goliardico, privo di allusioni di qualsiasi genere.

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Indice

Gli Alieni

Pag. 2

I Terrestri

Pag. 4

Giorgio Croce

Pag. 7

Il Cavallo di ritorno

Pag. 10

I Fasanesi

Pag. 12

L’ Attacco

Pag. 16

La Contraerei

Pag. 18

Armate a confronto

Pag. 20

Lo Sbarco

Pag. 24

La Ritirata

Pag. 26

Il Giorno seguente

Pag. 29

Fine

Pag. 30

31

Marlboro day - Il giorno in cui Fasano respinse lo sbarco alieno  

Settembre 2000. Una delle estati più "calde" per Fasano è al capolinea. La città è ancora sotto shock: l' "Operazione Primavera" che ha debe...

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