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LA GRANDE FOTOGRAFIA DI PAESAGGIO

INTERVISTA CON MARIO CRESCI

di ANGELA MADESANI

A 34 anni da Viaggio in Italia, rendiamo omaggio alla straordinaria operazione editoriale e fotografica promossa da Luigi Ghirri ed Enzo Velati, che si tradusse in una grande mostra alla Pinacoteca Provinciale di Bari e in un libro pubblicato da Il Quadrante di Alessandria. E lo stiamo facendo con una serie di interviste con i protagonisti di quella vicenda – da Giovanni Chiaramonte a Guido Guidi, fino a Vincenzo Castella. E ora, Mario Cresci.

N

ato a Chiavari, in provincia di Genova, nel 1942, Mario Cresci partecipa a Viaggio in Italia con alcune immagini a colori che hanno per soggetto Matera e la Basilicata [a destra, Stigliano, Potenza, 1983], dove vive per molto tempo, a partire dagli Anni Settanta. Gli abbiamo innanzitutto chiesto del suo rapporto con Luigi Ghirri, che conosce a Milano nel 1972. Nello stesso giorno, tu e Luigi Ghirri avete inaugurato una mostra in via Brera: Ghirri al Diaframma di Lanfranco Colombo e tu alla 291 di Daniela Palazzoli. Vi siete scambiati le visite in galleria e avete iniziato a frequentarvi. Ricordi la sua mostra?

Quando l’ho vista, ho pensato: “È bravo ma vuole fare l’americano”. Poi ho compreso la sua grandezza: l’eredità di Walker Evans nel suo lavoro, la sua intelligenza critica. Veniva spesso a Bari, sono stato io a creare le premesse affinché la mostra Viaggio in Italia venisse fatta proprio là. Ghirri era un uomo molto gradevole sul piano dei rapporti umani e andavo volentieri a trovarlo a Modena, dove aveva uno studio di grafica

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ATTUALITÀ

con Paola Borgonzoni, sua futura moglie. Discutevamo di tutto, fuorché di fotografia. Ne sapeva molto di musica americana: Joan Baez, Bob Dylan; e di cinema: Wim Wenders, che in Italia ancora nessuno conosceva, e amava Peter Handke. Culturalmente era un onnivoro.

modo di pormi e, anche se lavoravamo in senso opposto, c’era in noi un comune desiderio di far entrare nel discorso fotografico altre discipline, altri saperi. Come sei arrivato alla fotografia? Partiamo dalla tua formazione.

Dopo il Liceo Artistico Barabino a Genova ho lavorato per un paio d’anni in uno studio di ingegneria. Poi nel 1963 mi Sì, ci conoscesono trasferito Dopo cent’anni, vamo ormai a Venezia per da oltre diefrequentare, la fotografia aveva ci anni. Un con una borsa bisogno di respirare giorno mi ha di studio del con una modalità proposto di Rotary della diversa mia città, il andare a Bari Corso Superiore a un convegno di Industrial Dedi fotografia e in sign nato poco temquell’occasiopo prima. Non sapevo ne, dopo un mio intervento neanche cosa fosse il design e mi abbastanza duro, mi ha chiesto: incuriosiva il pensiero di scoprire “Perché odi la fotografia?”. Ho ciò che non sapevo. Lì ho inconrisposto che non odiavo la foto- trato la fotografia, nel corso di grafia, ma che mi piaceva conta- Italo Zannier. minarla con altri linguaggi: dopo oltre cent’anni dalla sua inven- Quindi hai iniziato a fotograzione, pensavo avesse bisogno di fare a Venezia? respirare con una modalità diver- A Venezia nasce la mia prima sa. Il pensiero è dentro l’immagi- sperimentazione: la storia dei sene. A lui è piaciuto molto questo gni (Avvicinamento, Traslazione, Quando ti invitò a partecipare a Viaggio in Italia vivevi a Matera?

Rotazione dalla serie Movimenti), le alterazioni del quadrato e del cerchio (la serie Geometria non euclidea del 1964), che si sviluppano nel pensiero del design, non della fotografia. Nel frattempo frequentavo i giovani del Gruppo Enne di Padova, Massironi e Chiggio, che erano sostenuti da Argan. Intanto nella città lagunare stava nascendo il gruppo di lavoro che sarebbe andato poi a Tricarico per lavorare al Quaderno del Piano (1967). Tutto merito del calabrese Aldo Musacchio, sociologo molto bravo, che già insegnava a Padova, e che poi è venuto a insegnare da noi, alla scuola di design. Il suo approccio intrecciava l’antropologia, l’urbanistica e la programmazione del territorio. Nel gruppo chiama anche due giovani architetti, Ferruccio Orioli e Raffaele Panella. A me viene affidata la parte fotografica. Era il 1967. Tutti, guadagnando pochissimo, dovevamo stare sul campo. Dovevamo interrogare, interagire costantemente con la popolazione, indagare il territorio. Era una bella idea, utopica. Ruotava tutto intorno a Venezia?

No, nello stesso 1967 avevo lavorato come grafico con Gae Aulenti

Artribune Magazine #43  

Altro che Berlino: ora è Milano la città più sexy d’Europa. Come c’è riuscita? Ne discutiamo nel nostro talk show. Intanto, a Palermo è temp...

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