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arte | cultura | nuovi appetiti

Edizioni Archos srl | Anno 1 | Numero 2 | 2009 | Quadrimestrale - â‚Ź 15,00

numero 2 | 2009

il paesaggio

i paesaggi onirici di andrea mastrovito

l’occhio sul mondo di tre fotografi italiani

le architetture tropicali di milton braga

gli equilibri cromatici di paolo ghilardi

i paesaggi della memoria e quelli dell’abbandono


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5-10-2009

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Ognuno di noi porta in se la conoscenza ancestrale delle proprietà con cui i materiali naturali sollecitano i nostri sensi. Cocobeat® ne è l’esempio attraverso il tatto per percepirne le forme irregolari e naturali, l’udito per il suono evocale che porta con se questo legno, l’olfatto per la leggera essenza del siero di cocco, ma soprattutto la vista per le diverse texture con colorazioni cromatiche uniche, difficilmente riscontrabili in un legno ricavato dal guscio essiccato di un frutto. Ma pochi ancora fra noi sono coscienti delle capacità organolettiche dei materiali a fibra naturale, di quelle proprietà che sono percepite dai nostri sensi e che ci fanno attribuire un certo carattere a elementi e oggetti realizzati con questi materiali. Cocobeat® è tutto questo e molto di più… Ubaldo Gonella

Gonella Living S.r.l. Via Ruffilli, 15 - 24035 Curno (Bg) Italy Tel. +39 035.41.56.993 - Fax +39 035.613.081 info@gonellaliving.com - www.gonellaliving.com


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sommario 2 Editoriale | IL paesaggio non è mai immobile

ambiente 4 architettura 10

di Edoardo Milesi

Il paesaggio perturbato di Saverio Luzzi

Nuovi paesaggi tropicali

arte ambiente 20 fotografia 25 arte 30 di Carlo Pozzi

14 Lino Mannocci | cartolina da Viareggio a cura di Elena Rossi

Resistenza verde di Ilaria Rossi Doria

Il venditore di paesaggi di Salvatore Ligios

cinema37

di Michele Robecchi

La città nel cinema di Michele Milesi

40 arte poesia

Paolo Ghilardi – Il colore esce dalla tela di Carlo Curto

45 Oltre il giardino di Schubert Benno

46 Paesaggi residuali e di confine

botanica 48 storia53

di Massimo Agus

Elogio della diversità di Isabella Dalla Ragione

musica

cronache

Firenze, l’odore del passato di Sandra Fontana Semerano

58 Piano e forte

Conversazione con il Maestro Paolo Testa di Elena Rossi

61 Libri

62 Arte - Architettura e Design - Fotografia

fotografia

Andrea Mastrovito Quando l’arte gioca con la natura


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editoriale Il paesaggio non è mai immobile

Art|App Numero due - Anno I Registrazione al Tribunale di Bergamo del 29/01/2009 n. 3/2009 Direzione, Redazione, Amministrazione Via Valle del Muto 25 24021 Albino (Bg)

di Edoardo Milesi

È

Tel +39 035 772499 Fax +39 035 772429 redazione@archos.it www.artapp.it DIREZIONE Direttore editoriale Edoardo Milesi Art Director e direttore responsabile Aurelio Candido Coordinamento redazionale Elena Rossi Segreteria di redazione Elena Cattaneo REDAZIONE Comitato scientifico Franca Bertagnolli, Sonia Borsato, Barbara Catalani, Arialdo Ceribelli, Giuseppe Chigiotti, Giovanni Cutolo, Marco Del Francia, Donato Di Bello, Salvatore Ligios, Alfredo Padovano, Gianriccardo Piccoli, Carlo Pozzi, Dino Satriano, Silvana Scaldaferri, Angelo Signorelli, Livio Testa Hanno collaborato a questo numero Massimo Agus, Carlo Curto, Isabella Dalla Ragione, Sandra Fontana Semerano, Mary Grassenis, Salvatore Ligios, Saverio Luzzi, Michele Milesi, Carlo Pozzi, Michele Robecchi, Ilaria Rossi Doria, Michele Tavola, Martina Valenti Si ringraziano per le immagini Aurelio Candido, Carlo Curto, Nelly Dietzel, Laura Fantacuzzi, Nelson Kon, Luke Jerram, Michele Milesi, Davide Pagliarini, Thomas Reinhardt, Ilaria Rossi Doria, Gianfranco Rota, Valeria Scrilatti, Paolo Vandrasch, Massimo Minini, Galleria Ceribelli – Bergamo, Galleria Colombo – Milano, Galleria 1000eventi – Milano, Studio MMTT, Montasio Arte Stampa CTS Grafica Via Vito Vincenti, 23 Città di Castello - Perugia e-mail: cts@ctsgrafica.it ©copyright 2009 Edizioni Archos È vietata la riproduzione totale o parziale del contenuto della rivista senza l’autorizzazione dell’Editore

In copertina: Giovanni Chiaramonte Case sul mare. Trapani 1999 (dal volume Dolce è la luce, 2003) Dolce è la luce. È una raccolta di immagini scattate da Giovanni Chiaramonte nell’arco di diversi anni e riuniti in un progetto ambizioso che ha visto la luce nel 2003. La luce, appunto, come guida per l’uomo contemporaneo, stretto tra l’ansia di liberarsi dalla responsabilità di appartenere al mondo e il desiderio di partecipare da protagonista al destino dell’umanità. Il paesaggio diventa il luogo dove questo conflitto si alimenta e si rappresenta, con tutta la forza e l’ambiguità del dramma dell’esistenza. Nella segreta consapevolezza che il cuore e la luce sono le guide che segnano il cammino spirituale e fisico.

interessante leggere quello che dice Walter Benjamin sul nostro modo di percepire gli oggetti che ci circondano. Benjamin definisce col termine “inconsapevolezza ottica” il nostro modo apparentemente distratto di percepire la qualità di ciò che abbiamo davanti agli occhi. Tutto cambia quando l’atteggiamento diventa contemplativo, quando cioè l’oggetto raffigurato assorbe il nostro interesse al punto di estraniarci dal mondo che ci circonda. L’arte ha questo potere, il paesaggio in natura e nell’arte ha questo potere. Ma il paesaggio in natura muta, si trasforma continuamente. La luce e l’ombra non sono mai ferme (diceva Corot) e anche dal medesimo punto di vista il paesaggio non è mai immobile. Il paesaggio ritratto dalla fotografia non garantisce l’obiettività assoluta neppure mediante innumerevoli scatti uno dopo l’altro; tutt’al più si riduce a una serie di tracce stampate, niente a che vedere col mondo reale multidimensionale e in perenne movimento. Sarà per questo che i dipinti en plein air hanno un dinamismo diverso da quelli presi dalla memoria fotografica. Per questa ragione impressionisti e macchiaioli, consapevoli dell’inafferrabilità del vero, rappresentano il paesaggio come modo di vedere. È il cinema, che in sé riassume la narrazione visiva e quella letteraria, a dare maggiore movimento al paesaggio che tuttavia, così manipolato dall’uomo, appartiene sempre di più alla cultura e sempre meno alla natura. E poi la natura che passa dalla cinepresa è una natura diversa da quella che s’impone all’olfatto, al tatto, al gusto e a tutto uno spazio elaborato inconsciamente, fatto di proiezioni di immagini interiori, di visioni inespresse, di sensazioni profonde. Del resto nell’arte la rappresentazione del paesaggio subisce i condizionamenti della storia, degli eventi culturali, ideologici, delle guerre, delle scoperte scientifiche e geografiche, delle epidemie. Il paesaggio è ubbidiente anche a motivi di interesse e viene modificato dai riflessi della nostra personale sensibilità per l’arte, l’estetica, l’ecologia, la scienza. Questa presenza costante sul nostro orizzonte quotidiano è importante proprio perché in perenne modifica in quanto viva e vissuta. E proprio la certezza della sua non immobilità è garanzia della nostra sopravvivenza. Non a caso la punizione peggiore che


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Autore Gianfranco Ferroni Titolo “Studio” 1970 circa Tecnica olio su tela Misure cm82x97 Autore Gianfranco Ferroni Titolo " Lago d'Orta" 1984 Tecnica pastelli su cartoncino Misure cm25,5x23,5

l’uomo può fare a un altro uomo è privarlo della libertà e della vista del paesaggio. È il paesaggio il tema portante di questo numero di Art App. Paesaggio inteso non solo come panorama - pan “tutto”, horama “vista” – ma come mondo inevitabilmente interiore, sempre d’invenzione perché mediato dalla cultura dell’osservatore o da chi lo riproduce, mai oggettivamente naturale. Ancora una volta forse, come ritengono molti antropologi, conseguenza dell’innato desiderio dell’uomo di esercitare azioni di possesso sulle cose e sullo spazio. Il paesaggio rappresentato nella pittura, nella letteratura, nel cinema, subisce nella storia dell’uomo variazioni che l’uomo stesso gli attribuisce nelle differenti circostanze e nei differenti luoghi attraverso esperienze sensoriali dipendenti da una storia individuale e collettiva. L’architettura è nata per abitare la natura, così il paesaggio per l’uomo è sempre frutto di un lavoro progettuale nella natura con la natura, anche se il termine più usato è quello di “invenzione”. Questo molto tempo prima della presenza (nel paesaggio rappresentato) dell’uomo, della sua aa agricoltura e dei suoi edifici. ●

chi è | Gianfranco Ferroni Per Gianfranco Ferroni l’arte è sempre stata una scelta sofferta, un percorso interiore portato avanti contro i desideri della famiglia d’origine e vissuto in solitudine negli ultimi anni a Bergamo, dove morì nel 2001. Nato a Livorno nel 1927, dopo un’infanzia trascorsa nelle Marche, arrivò a Milano nei primi anni del dopoguerra, dove incontrò il gruppo di pittori - Ceretti, Romagnoni, Guerreschi, Vaglieri - che si raccoglieva nei locali di Brera e che furono suoi compagni nella nascita del movimento del “realismo esistenziale”. Le prime mostre risalgono alla metà degli anni ’50 e gli procurarono un importante riconoscimento alla Biennale di Venezia del 1968. Dopo un primo periodo colorato di una vena politico-sociale, i suoi dipinti riflettono uno spazio più interiore, spesso quello del suo studio, popolato di oggetti, della presenza/assenza dello stesso artista e soprattutto della luce che esalta i particolari più insignificanti. Oggi la figura di Ferroni uomo e artista ci viene restituita dal libro La luce dell’ateo, uscito nel 2009 per i tascabili Bompiani con prefazione e cura di Antonio Gnoli, giornalista di Repubblica. In meno di 200 pagine sono raccolti i suoi scritti, per lo più giovanili, che comprendono riflessioni filosofiche, brevi squarci di vita, ritratti, lettere e poesie, oltre a una selezione di immagini che vanno dai primi quadri a olio degli anni ’50-’60 a una serie di fotografie degli anni ’80-’90.

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Il paesaggio perturbato di Saverio Luzzi fotografie di Davide Pagliarini

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L’uomo modifica il paesaggio a seconda delle sue esigenze, ma a sua volta il paesaggio condiziona il modo di abitare e di relazionarsi con gli altri e con il territorio.

La crescente antropizzazione del paesaggio avvenuta nel XX secolo ha cambiato il profilo del nostro paese, spesso senza riguardo ai valori dell’ambiente e della convivenza sociale

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Contrada Alcerito (Vittoria), 2006 Rimesse agricole e ricoveri per gli attrezzi, riadattati ad abitazioni temporanee per braccianti immigrati

“La cosa più abbondante sulla Terra è il paesaggio. Anche se tutto il resto manca, di paesaggio ce n’è sempre stato d’avanzo”.

C

chi è | Saverio Luzzi Nato a Terni, ha conseguito la laurea in Lettere e il Dottorato di Ricerca in Storia Moderna e Contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo il saggio Salute e sanità nell’Italia repubblicana (Donzelli, 2004), ha pubblicato Il virus del Benessere (Laterza, 2009), in cui allarga l’indagine al rapporto con l’ambiente e a quello tra sviluppo e inquinamento, ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni di storia italiana e di politiche ambientali con ricchezza di dati, spunti di riflessione e citazioni di opere sia saggistiche che letterarie.

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osì José Saramago inizia il suo romanzo Una terra chiamata Alentejo (1980), vera e propria saga dei vinti ambientata nel Portogallo latifondista dall’inizio del XX secolo alla Rivoluzione del Garofani. L’affermazione dello scrittore lusitano è giusta: enorme, sconfinato, frastagliato, racchiuso, il paesaggio si presenta all’occhio dell’osservatore in decine e decine di modi, ognuno dei quali colpisce per un motivo diverso. Tuttavia, vi è una costante che unisce gli scorci paesaggistici di una nazione come l’Italia: in un paese come il nostro, infatti, in sostanza non esistono paesaggi che non siano marcatamente antropizzati e il processo di modellamento ambientale posto in essere dall’uomo affonda le sue origini in epoche remote. Nel suo Storia della natura d’Italia (Editori Riuniti, 2001), Fulco Pratesi ricorda che sette o ottomila anni fa la penisola italiana era un’unica e fittissima boscaglia dalla quale emergevano solo le falesie rocciose e le vette al di sopra dei duemila metri di altitudine. Solo l’avvento di civiltà via via più avanzate provocò l’inizio dei disboscamenti, i quali raggiunsero il loro apice in epoca romana. Ma l’antropizzazione del paesaggio (e, più in generale, la sottomissione dell’ambiente all’uomo) ha raggiunto ritmi e modalità vertiginose nel XX secolo, come evidenzia John McNeill nel suo Qualcosa di nuovo sotto il sole (Einaudi, 2006), in conseguenza della grande accelerazione capitalisticoindustriale. Quest’ultima ha comportato la realizzazione di fabbriche e capannoni, abitazioni, strade e opere varie di infrastrutturazione, dando il via a una trasformazione radicale degli scenari naturali terrestri. In ogni caso, mai il paesaggio è stato un elemento solo e semplicemente naturale: al contrario, esso ha sempre rappresentato e rappresenta la risultante


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“si sa che i paesaggi muoiono perch li ammazzano, non perch si suicidano” José Saramago Marina di Acate (Acate), 2006 L'area costiera ospita alcuni insediamenti informali, costituiti da seconde e terze case, abitate in prevalenza in estate

dell’interazione tra la natura stessa e la storia, tra gli elementi originari e il modo di rapportarsi ad essi da parte dell’uomo al fine di soddisfare le sue necessità primarie: produrre cibo, abitare, difendersi. In Una terra chiamata Alentejo, Saramago afferma un’altra verità: “si sa che i paesaggi muoiono perché li ammazzano, non perché si suicidano”. In Italia non sempre la qualità dell’antropizzazione ha salvaguardato la bellezza del paesaggio: su la Repubblica del 13 agosto 2009, Paolo Rumiz descrive la febbre edilizia che da anni investe la Calabria e che ha dato luogo allo sdoppiamento dei vecchi centri collinari, i quali hanno visto sorgere i loro alter ego sulle coste ionica e tirrenica, in un trionfo di speculazione edilizia, abusivismo e investimenti di denaro da parte delle ‘ndrine locali (si tratta degli stessi paesaggi mostrati da Gianni Amelio nel film Il ladro di bambini). Quella di Rumiz è solo l’ultima testimonianza in merito alle devastazioni edilizie in Italia. Il primo libro denuncia sotto questo profilo è stato I vandali in casa di Antonio Cederna, pubblicato nel 1956 da Laterza, e dopo di esso si sono susseguiti lavori volti a mettere in risalto la crescita sregolata del patrimonio abitativo italiano, tra i quali è doveroso ricordare quelli di Italo Insolera e di Alberto Caracciolo. D’altronde, lo sviluppo economico italiano del dopoguerra si è basato su pochi cardini: produzioni a basso valore aggiunto, salari contenuti e un’attività edilizia sfrenata e priva di un’adeguata regolamentazione normativa (basti pensare all’affossamento del progetto di riforma urbanistica presentato da Fiorentino Sullo alla fine della III Legislatura).

Marina di Acate (Acate), 2006 Ai margini degli insediamenti l’incompiutezza dei manufatti diviene più marcata, con fronti posteriori essenziali e disadorni

Contrada Alcerito (Vittoria), 2006 Dei 28.000 pozzi di prelievo idrico, circa 3.000 sono abusivi, costruiti vicino al mare e al di fuori delle aree irrigue consortili

Nel suo L’Italia maltrattata (Laterza, 2003), Francesco Erbani ha sostenuto che i nove decimi degli immobili presenti nel nostro paese sono stati edificati nell’ultimo mezzo secolo, a fronte di un incremento di popolazione che, tra il 1951 ed il 2001, non

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Punta Braccetto (Ragusa), 2008 Gli insediamenti appaiono fin dal principio estranei e indifferenti a raggiungere un'identità urbana compiuta

ha superato il 20%. Non a caso, i dati sul consumo di suolo sono allarmanti: secondo Legambiente, in Lombardia ogni giorno vengono cementificati o asfaltati circa 103.000 m2 di terreno, che diventano circa 200.000 se si prende in considerazione l’intera pianura Padana. Dal canto suo, Maria Cristina Treu, vice presidentessa della Fondazione del Politecnico di Milano, afferma che negli ultimi anni in tutta Italia le costruzioni avrebbero sottratto 2.800.000 ettari di terreno alle attività agricole. Tutto questo risulta un elemento di perturbazione del paesaggio. Fermo restando che non tutto ciò che è stato edificato è inutile o di pessima qualità (al contrario, piani di edilizia popolare come fu l’Ina-casa voluta da Amintore Fanfani rappresentano pagine meritorie della storia del nostro paese), va riconosciuto come una parte significativa del patrimonio immobiliare realizzato nel dopoguerra si integri poco e male con la natura, sia perché realizzato in economia e con criteri speculativi (si pensi a molti dei quartieri periferici delle nostre città più grandi), sia perché in Italia l’abusivismo edilizio rappresenta un fenomeno di proporzioni colossali, favorito dal ricorso alla politica dei condoni edilizi (secondo dati forniti dall’Agenzia del Territorio e riferiti da Il Sole 24 Ore nel gennaio 2009, un milione e mezzo di particelle catastali italiane contengono fabbricati non denunciati, e il dato è incompleto poiché la mappatura riguarda solo il 75% del territorio nazionale). Negli ultimi anni, poi, il paesaggio italiano sta conoscendo una nuova forma di alterazione, quella derivante dallo sprawl (o città diffusa), vale a dire lo sviluppo orizzontale delle aree metropolitane, anche di dimensioni non particolarmente rilevanti. Lo sprawl, di cui la diffusione delle cosiddette villettopoli è forse il massimo emblema, implica un elevato consumo di aree verdi e, visto che le abitazioni sorgono sempre più lontane dai luoghi di lavoro, anche un incremento

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del traffico automobilistico. Non solo: esso comporta la creazione di case del tutto isolate tra loro, prive di centri aggregativi (siano essi le piazze, le chiese, i circoli, i negozi) e quindi castranti sotto il profilo della relazionalità. Lo sprawl è al contempo causa ed effetto di quell’alienazione sociale perseguita attraverso il sezionamento delle attività umane e la zonizzazione delle città di cui Edoardo Milesi ha parlato nel suo editoriale Public art pubblicato nel n°1 di questa rivista. L’uomo chiuso ed estrapolato dal contesto sociale: questa è la tendenza che pare delinearsi osservando le più recenti modificazioni del paesaggio italiano. Per averne una conferma basta percorrere il tratto emiliano-lombardo dell’A1: chi si dirige verso nord, troverà il lato destro completamente chiuso dalla ferrovia, recentemente adeguata alle esigenze della cosiddetta Alta velocità e trasformatasi in una barriera artificiale in cemento armato che impedisce la visuale del paesaggio agricolo della pianura Padana: i suoi cascinali, le sue coltivazioni, e quindi la sua storia, il suo tessuto economico sono preclusi alla visuale dell’automobilista, il quale per chilometri e chilometri si ritrova estraniato e collocato in un ennesimo non-luogo (uno dei tanti della nostra vita) monodimensionale in cui conta solo l’aspetto produttivomonetario (recarsi il prima possibile al luogo di lavoro) e in cui ogni prospettiva di riflessione mediante l’osservazione è ritenuta non solo inutile, ma dannosa in quanto antieconomica perdita di tempo. Alcune dinamiche fondanti della società contemporanea come lo schiacciamento dell’esistenza umana sulla dimensione puramente economica, la cosiddetta fast life e la compartimentazione del nostro quotidiano si riflettono anche sul rapporto tra uomo e paesaggio. Forse, proprio un’analisi attenta di quest’ultimo potrebbe farci comprendere le distorsioni del nostro modello sociale e aa aiutarci a correggerle. ●


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la cosiddetta fast life e la compartimentazione del nostro quotidiano si riflettono anche sul rapporto tra uomo e paesaggio

chi è | Davide Pagliarini Nato nel 1976, si è laureato in Architettura al Politecnico di Milano, dove è docente a contratto di Progettazione Architettonica. Dal 1994 utilizza il mezzo fotografico per documentare le sue indagini sull’ambiente che nel 2002 l’hanno portato a fondare il laboratorio new landscapes con sede a Seriate (Bg). Al centro del progetto una mappatura del territorio costiero tra Gela e Ragusa, che si concentra sul rapporto tra uomo e ambiente e sulle trasformazioni in atto, con un lavoro sul campo che ha prodotto ricerche fotografiche e progetti di architettura. È autore del libro Il paesaggio invisibile - Dispositivi minimi di neo-colonizzazione, Librìa, 2008, ordinabile presso il sito di new landscapes, che raccoglie i risultati di una ricerca sull’abusivismo edilizio nella fascia costiera della Sicilia sudorientale, finalizzata al recupero di un patrimonio abbandonato nella prospettiva di nuove economie sostenibili. http://www.ilpaesaggioinvisibile.org/

Marina di Acate (Acate), 2008 Si assiste tuttavia a un ciclo perenne che vede riattivarsi all'inizio di ogni stagione erbe pioniere e arbusti

Costa Fenicia (Vittoria), 2006 Più che a una città si è di fronte a un allineamento di case, disposte perpendicolarmente alla costa secondo uno schema ripetitivo

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architettura “è necessario fare cantare il punto di appoggio” Auguste Perret

Residenza Mariante, veduta notturna

Nuovi paesaggi tropicali I progetti brasiliani . dello studio MMBB . ridisegnano . il rapporto tra città . e paesaggio legando la lezione . del razionalismo . europeo . a una sensibilità . per i luoghi .

di Carlo Pozzi fotografie di Nelson Kon

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’architettura contemporanea ha ricevuto i suoi più

importanti stimoli a modificarsi, a lasciare una straniante internazionalità modernista, buona per tutti i climi e tutte le latitudini, a partire da un diverso rapporto con il paesaggio, come indicato dall’insegnamento degli artisti che si sono sporcati le mani con la terra, personaggi come Christo o Robert Smithson, protagonisti della cosiddetta land-art. Già Le Corbusier, a contatto con il Punjab, mette a reagire le sue architetture plasmate nel cemento armato con un clima, delle abitudini, delle fedi totalmente altre rispetto alla pretesa centralità europea: il progetto per Chandigarh si costruirà a partire dalla redazione di una grille climatique che determinerà la giacitura degli edifici, la decisiva presenza e gli orientamenti dei brise-soleil, molteplici sistemi di areazione naturale. Bio-architettura ante-litteram o semplicemente architettura, come già negli insegnamenti di Vitruvio o di Leon Battista Alberti. Qualcosa del genere sarebbe accaduto dall’altro lato del mondo in America Latina, in quel Brasile che dopo la visita di

Corbu vede nascere un’architettura indubbiamente moderna ma profondamente radicata in un contesto paesaggistico tropicale. Invece di una presentazione “storica” del lavoro dei maestri fondatori dell’architettura brasiliana (ma si parla di storie recenti e talvolta contemporanee grazie alla longevità di Oscar Niemeyer e al prestigio rivestito dal premio Pritzker – il cosiddetto Nobel dell’Architettura – conferito a Paulo Mendez da Rocha qualche anno fa), si vuole presentare il lavoro di giovani progettisti attualmente operanti, riconoscendone le appartenenze culturali. Per un’intera giovane generazione, studiare nella facoltà paulista progettata da Villanova Artigas significa “sentire” questa presenza forte; la sua architettura e il rapporto di questa con la politica propongono una decisa linea di ricerca, riassumibile in uno slogan: “È necessario fare cantare il punto di appoggio” (Auguste Perret). Questo imperativo è rintracciabile tra i temi fondativi delle architetture di Milton Braga (studio MMBB), soprattutto nelle case unifamiliari: la questione strutturale è interpretata


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.... ... .. Foto di Nelson Kon

Per un’intera generazione, studiare nella facoltà paolista progettata da Villanova Artigas significa “sentire” questa presenza forte come una risposta miesiana per non contaminare il rapporto tra paesaggio e architettura, lasciandoli dialogare in modo autonomo con delicati contatti. Lavorare all’inizio della professione di architetto con Paulo Mendez da Rocha significa ricevere lezioni sul campo di geometria asciutta e di cemento armato a vista da un continuatore del moderno in chiave tropicale, rigoroso e lontano dai virtuosismi scultorei e sensuali di Niemeyer, architetto anti-star per antonomasia, che ho visto svolgere con totale semplicità il ruolo di tutor (a settant’anni!) nel seminario di Montevideo di dieci anni fa in cui proponeva un nuovo rapporto della città con il paesaggio attraverso il ridisegno della baia portuale con chiari e precisi segni di geometrie elementari. Come Mendez, Milton prosegue la grande lezione del Razionalismo attingendo senza mitizzazioni sia da Le Corbusier (il béton brût de La Tourette) che da Mies van der Rohe (la fluidità dello spazio interno e lo sguardo pieno verso la vallata dello Spielberg di casa Tugendhat). La ricerca sul campo dello studio MMBB si applica al rapporto determinante tra architettura e paesaggio, tramite un uso

Residenza Mariante, interno del living room

mirato della struttura dell’edificio che utilizza effetti di sospensione di prismi residenziali nel paesaggio e per il paesaggio per far “cantare il punto di appoggio”: una ricerca perseguita da altri giovani latino americani, come Klotz e Aravena. Sono semplici case unifamiliari in cui Braga sperimenta soluzioni strutturali per far librare l’edificio sul terreno, con un giusto contrappunto di sottili serramenti e grandi

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architettura

la ricerca sul campo dello studio MMBB si applica al rapporto determinante tra architettura e paesaggio, tramite un uso mirato della struttura dell’edificio

Sopra e foto grande a destra: Barrio Nuovo, i volumi residenziali in rapporto con i bacini d’acqua

superfici vetrate, con l’accostamento accurato di elementi minori e di materiali diversi (Souto de Moura nelle case di Alcanena e di Bom-Jesus). Nella residenza della fazenda S. Rita l’architettura è esplorata attraverso due muri di pietra e una piattaforma, lavorando su tipologie molto allungate (che ricordano di nuovo Souto ma anche il primo Libera); la residenza Mariante ad Aldeia nella Serra è riducibile a due solai cassettonati e quattro pilastri (Mendez, Lina Bo Bardi del Masp); villa Romana a Ribeirão Preto è una scatola sospesa fatta da pareti di cemento o di vetro. La ricerca prosegue nella scuola con una tesi di dottorato sul ruolo delle infrastrutture nelle trasformazioni urbane: tema che immediatamente riporta alla memoria gli interessanti esiti della ricerca INFRA sul rapporto tra architettura, paesaggio e insediamenti, svolta pochi anni fa con il coordinamento di dieci facoltà di architettura italiane. Milton utilizza nella stesura della tesi una forma di “trattatismo” che fa pensare ai Quattro Libri del Palladio ma anche a Vers une architecture di Le Corbusier: contamina e intreccia - in Brasile tutto è mixturado (mescolato) - la ricerca applicata alle aree metropolitane di San Paolo, Parigi, Chicago, Bogotà (metrò TransMilenio) con suoi progetti che vanno dalla passerella coperta del progetto per Coimbra alla grande scala urbana della nuova sistemazione del Barrio Nuovo in Agua Branca presso il rio Tiête a San Paolo (una sorta di Città Proibita perimetrata da un grande bacino d’acqua che è un quadrato perfetto). Ancora la secca geometria ordinatrice “alla Mendez” che taglia il nodo gordiano di ingarbugliamenti infrastrutturali, in

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direzione di un ridisegno paesaggistico alla scala metropolitana; poi ancora progetti con Mendez per alcuni terminal autobus e dei soli MMBB per il Garage Trianon. Le analisi messe in campo muovono da L’Architettura della Città di Aldo Rossi attraversando tutto il percorso che porta da Le Corbusier a Rem Koolhaas, via Virilio (mappa TGV dell’Europa deformata) e Augé: sono accompagnate da fotografie critiche da viaggiatore alla Chatwin e non da turista distratto e modaiolo. Il paesaggio diventa così grande protagonista di un progetto di architettura che non concede grandi rinunce, ma lo fronteggia senza invasioni, con disciplina e artisticità. Piuttosto che cedere alle lusinghe delle sirene dalle forme sensuali delle architetture di Niemeyer, l’architettura latinoamericana più recente incrocia l’eredità del razionalismo europeo, delle architetture che hanno costruito nel ‘900 il centro di città come San Paolo e Montevideo, con suggestioni dovute a una nuova cultura dei luoghi, a un’interpretazione del paesaggio, al giustapporsi dei materiali, all’uso di tecniche contemporanee. Il risultato non è un altro sradicato “International Style” o per converso un Regionalismo critico (Frampton), ma una nuova modernità attenta ai siti che finalmente ha messo radici in una terra fertile e giovane e che si appresta a dare ancor di più buoni frutti, dall’identità connotata da molteplici culture popolari in cerca di riscatto, a malapena sintetizzabili nella Pedagogia Popolare di Paulo Freire nella Teologia della Liberazione di Dom Helder Camara e Leonardo Boff, nel Tropicalismo musicale di aa Caetano Veloso e Gilberto Gil. ●

Residenza Mariante, veduta esterna


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Villa Romana, sezione

Villa Romana

chi è | Carlo Pozzi Carlo Pozzi, architetto, insegna Progettazione Architettonica presso la facoltà di Architettura di Pescara, Università di Chieti. È autore di diversi libri, tra cui Paride Pozzi architetto. La coerenza del mestiere (1921-1970), Dedalo 1985; Caro manuale. Pedagogie dell’architettura, Sala 1999; Ibridazioni Architettura/Natura, Meltemi 2003.

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arte lino mannocci Cartolina da Viareggio Un incontro con un.pittore.. che, pur vivendo.a Londra.. da oltre trent’anni,.. rivive con le suggestioni.. della memoria il legame.. con la sua terra.d’origine,.. la provincia.di Lucca.. a cura di Elena Rossi

Viareggio, 2008-09 Olio su tela (80x100 cm)

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n molte delle sue opere sono presenti dei paesaggi; ma come fa a dipingere un paesaggio un artista che lavora prevalentemente in studio, lontano dal suo soggetto? Con trepido distacco...? Non saprei, diciamo che i miei paesaggi sono strettamente legati ai miei ricordi e alle mie “preoccupazioni” più che ai canoni della bella “veduta”. Per molti anni ho dipinto solo interni; sono uscito “all’aperto”, per così dire, quando ho cominciato a lavorare al tema dell’ Annunciazione, che per altro è tradizionalmente rappresentato al chiuso. Ma ciò che a me interessava restituire di questo importantissimo tema della tradizione pittorica occidentale necessitava di due sorgenti di luce che illuminassero un grande spazio. Da questa esigenza nacquero i miei orizzonti curvi alle cui estremità apparivano una luce fredda e una più calda. Quando poi, ormai uscito dagli interni, iniziai a dipingere paesaggi della memoria, paesaggi che per certi versi uno potrebbe definire simbolici, gli orizzonti curvi e lontani erano diventati una soluzione formale adatta alle mie nuove esigenze.

Vero, forse questo dipende dal fatto che essendo cresciuto a Viareggio, vicino al mare, nelle pinete che delimitano la città, a due passi dal lago di Massaciuccoli e con le alpi Apuane sullo sfondo, il paesaggio lirico faceva comunque parte della mia memoria. Adesso poi vivo da oltre trent’anni in cima a un colle, Montigiano, che sovrasta questa meravigliosa natura, e quindi per tre mesi all’anno il mio sguardo si posa in continuazione sul bello. Senza parlare della mia sovraespozione ai paesaggi di Claude Lorrain.

Dice di non interessarsi alla bella veduta, ma i suoi paesaggi sono molto lirici, quasi romantici.

Luke Elwes, in un recente catalogo sui suoi paesaggi ha scritto “...la visione dall’alto favorisce

Malgrado questo per i suoi paesaggi si ispira spesso alle cartoline. Sì, è vero, lavoro da e su cartoline. Riconosco la perversione, purtroppo il confronto diretto col paesaggio mi blocca. Preferisco la contemplazione diciamo passiva per poi lavorare tramite il ricordo o la semplificazione che in qualche modo la cartolina, accuratamente selezionata, mi offre. C’è poi il mio lavoro sulle cartoline che ha tutt’altre finalità ma si riallaccia felicemente ai miei sforzi quando affronto una tela bianca con l’idea di dipingere un paesaggio.

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interviste lino mannocci Mare-Muro con nuvola (Sea-Wall with Cloud), 2007 Olio su tela, (50 x 50 cm)

Mare-Muro con figura (Sea-Wall with Figure), 2000 Olio su tela (30x 40 cm)

Mare-Muro (Sea-Wall9, 1998-99 Olio su tela (100 x 100 cm)

un avvicinamento del passato al presente; i dipinti, che agiscono attraverso il filtro della memoria, sono uno strumento per collocare se stesso oltre una certa distesa di tempo e di spazio. Questi dipinti hanno in sé un’evidente quiete e vastità, in cui il recupero selettivo dei dettagli della scena – la linea diagonale del canale, la barca a vela, la statua – è lievemente disturbato da ciò che è transitorio e da una fisicità elementare, le colonne di fumo, la terra asciutta e il vapore acqueo”. Che cosa ne pensa di questa lettura? Trovo sempre consolatorie le letture altrui, anche quando divergono dalle mie intenzioni iniziali, dato che in qualche modo ti offrono l’illusione di aver comunque raggiunto un qualche risultato. Diciamo che mi riconosco nel fatto che i miei paesaggi guardano al vero per rappresentare altro, uno stato d’animo o un’idea.

Mi riconosco nel fatto che i miei paesaggi guardano al vero per rappresentare altro, uno stato d’animo o un’idea

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Molti dei suoi dipinti hanno titoli semplici: Annuncio, Maremuro, Viareggio… ma mi ha colpito che alcuni hanno invece dei titoli che sembrano un intero romanzo. Mi può dire come nascono opere come Il corpo celeste di cui qui si discorre è di esistenza improbabile o quanto meno ipotetica? o “La nuvola è qui”, disse accendendo un fiammifero, “Qui ed ora” ribadì quando il fiammifero si spense? Il titolo arriva alla fine, a quadro ultimato, anzi per essere precisi, solo quando il quadro sta per uscire dallo studio per affrontare il mondo. A quel punto gli dò un nome, è vero, a volte piuttosto lungo. Da alcuni anni trascrivo su di un piccolo quaderno alcuni incipit dei libri che leggo o frasi di saggi e poesie che hanno su di me un impatto emotivo. Prima di una


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“La nuvola è qui, oggi, tra cielo e mare, domani, i colori delle Apuane”.

Smoke (con nuvole e cavaliere) (Smoke [with Cloud and Knight], 2000-3 Olio su tela (50 x 60 cm)

Cavaliere Rosso (Red knight), 2000 Olio su tela (40 x 40 cm)

Considero il titolo un percorso parallelo che però in qualche maniera, quando funziona, si sposa perfettamente, con il quadro in questione

chi è | Lino Mannocci Nato a Viareggio (Lu) nel 1945, vive e lavora tra Londra e Montigiano (Lu). Alla fine degli anni ’70 risalgono i primi lavori su vecchie cartoline postali, che ricopre parzialmente di colori a olio mettendo in evidenza alcuni particolari. Dagli anni ’80 a oggi le sue opere sono state esposte in numerose gallerie in Italia e all’estero e fanno parte delle collezioni di prestigiosi musei come il British Museum di Londra e l’Altonaer Museum di Amburgo. La mostra Lino Mannocci: Sea, Sky, Smoke presso il Mead Art Museum di Amherst (Massachusetts) sarà aperta al pubblico fino al 3 gennaio 2010.

Il sole slpendeva non avendo altra alternativa, sul niente di nuovo. (The sun shone not having another alternative, on nothing to report, 2004. Olio su tela (40 x 30 cm) numero 2

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interviste lino mannocci Let there be smoke, 2001 Olio su tela (80 x 80 cm) Piccola Conturbatio (Little “Contributatio”, or Disquiet), 2000 Olio su tela (40 x 40 cm)

mostra mi circondo dei quadri da titolare, tiro fuori il quaderno e inizio a mettere insieme parole e immagini. Non seguo un criterio fisso, anzi proprio non c’è criterio. Considero il titolo un percorso parallelo che però in qualche maniera, quando funziona, si sposa perfettamente con il quadro in questione. Spesso è un mistero perché funzioni, come del resto lo sono tante coppie felici legate da un matrimonio in cui sono più apparenti le contraddizioni che non le somiglianze. Diciamo che ormai per me è diventato un gioco serioso e misterioso.

Ganimede, 2003 Olio su tela (100 x 100 cm)

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In una recente intervista per il Mead Art Museum, dove espone un gruppo di suoi lavori, Elisabeth Barker le ha chiesto se è vero che i suoi paesaggi della memoria fanno parte di un processo di rivisitazione e riavvicinamento all’Italia e in particolare alle sue radici. Conferma questo desiderio? È un luogo comune che col passare degli anni si fa più forte il richiamo delle proprie radici e sicuramente anch’io sono condizionato da questa pulsione, ma non si tratta di nostalgia. È un desiderio di riappropriarmi in maniera più profonda di qualcosa che era ed è inesorabilmente mio, come lo sono i genitori, i compagni d’infanzia e così via. Nella stessa intervista afferma anche che non le piace usare il verde; continuerà comunque a dipingere paesaggi? Penso proprio di sì, per certi versi ho appena cominciato. Devo ancora dipingere Montigiano e il paesaggio che da lì guarda verso il monte. Con un minimo di accorgimenti dovrei riuscire a stare lontano dal verde; le Alpi Apuane offrono una splendida aa gamma di blu e di grigi. ●


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Smoke, clouds and figure, 2009 Olio su tela (60 x 80 cm)

Tutte le opere riprodotte in questo servizio fanno parte dell’esposizione presso il Mead Art Museum di Amherst, Massachusetts. Ăˆ la prima volta che il lavoro di Mannocci viene presentato negli Stati Uniti

Boschetto (Grove), 2007 Olio su tela (40 x 40 cm)

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Resistenza verde

La passione per il “Giardinaggio d’assalto o selvaggio” in Italia cresce per opera di gruppi Guerrilla Gardening e da tre anni a questa parte si è organizzato in una rete dal nome significativo di Critical Garden

di Ilaria Rossi Doria con la consulenza di Michela Pasquali e Nora Bortolotti

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paesaggi metropolitani

ambiente

“Esistono giardini, grandi come interi isolati o piccoli come un’aiuola, che nascono grazie all’iniziativa di gruppi e di singoli cittadini, spinti dal desiderio e dal bisogno di ridare vita a zone degradate della metropoli, trascurate dal corso degli interessi del momento e lasciate in stato di abbandono.”

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ichela Pasquali, nel suo libro sui Giardini di Manhattan (2008) li descrive come un “Esempio straordinario di verde urbano nascosto e inedito, li si potrebbe definire (…) soprattutto precari, marginali, anonimi, vernacolari. Precari perché instabili e di incerta durata, mutano e si evolvono nel corso del tempo, prodotto di bricoleur che agiscono, naturalmente, all’insegna dell’improvvisazione, senza i mezzi e le conoscenze adeguate”. Questi giardini caratterizzati dalla spontaneità sono luoghi fruttuosi di incontro e di scambio dove non si compra e non si consuma


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Guerrilla Gardening è un movimento. democratico che si oppone attivamente. al degrado urbano, intervenendo. con attacchi a sorpresa sugli spazi. vuoti trascurati e incolti.

Ilaria Rossi Doria architetto e paesaggista, vive e lavora a Roma

ma si “coltiva”, dove coltura e cultura ritrovano la loro radice comune con processi creativi estremamente liberi, spesso ricchi di un forte potenziale artistico. Ma sono anche luoghi da osservare, semplicemente lasciati all’opera delle erbe spontanee. Questo fenomeno è il risultato della reazione alle grandi città come luoghi “del consumo globale, (… ) vetrine di un benessere sempre più normativizzato” (F. la Cecla, 2008), alla ricerca di spazi vuoti, marginali, aree dimenticate, vere e proprie “crepe” nel tessuto costruito, per stabilire delle forme di “resistenza urbana”. L’uso del verde e delle attività di giardinaggio come “resistenza urbana” nasce negli anni ‘70 negli Stati Uniti come evoluzione di molteplici movimenti, a partire dai Community Gardens ottocenteschi, con l’obiettivo di rendere più vivibile la città attraverso la conversione di

vacant lots in giardini e orti puliti e sicuri. Alla base di questi movimenti collettivi c’è inizialmente la carica ambientalista e politica del tempo che ha già insiti risvolti visionari in cui arte, ecologia e cultura giocano ruoli primari. Oggi, insieme alle altre componenti, vengono riconosciuti anche valori di tipo paesaggistico e ambientale. La passione per il “giardinaggio d’assalto” o “selvaggio” in Italia cresce per opera di gruppi guerrilla gardening e da tre anni a questa parte si è organizzata in una rete dal nome significativo di Critical Garden. Critical Garden condivide un approccio alla città come esigenza collettiva di restituire allo spazio pubblico la sua funzione naturale di centro di aggregazione, di luogo catalizzatore di attività di gruppo sull’esempio di Critical Mass, movimento sociale noto e partecipato in tutto il mondo che ha come protagonisti

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Sintesi del manuale abusivo (tratto da Critical Garden) 1. Individuate un terreno abbandonato nella vostra zona. Sceglietene uno vicino a casa e adottatelo; sarà molto più facile prendersene cura. 2. Pianificate la vostra missione. Scegliete un giorno, invitate amici o degli sconosciuti che condividono le vostre idee annunciando l’attacco sul sito www.criticalgarden.com 3. Trovate un fornitore locale di piante a buon mercato o chiedetele gratis a un vivaio o a un amico con un giardino. Pensate a questi luoghi come a dei campi di addestramento per la grande avventura del crescere nel selvaggio suolo pubblico. Se vi avanza del materiale rendetelo disponibile ad altri mettendo un avviso nella pagina web. 4. Scegliete le piante per la battaglia in prima linea. Pensate a piante robuste – in grado di resistere alla mancanza di acqua e al freddo e di essere calpestate dai passanti! Per buona parte del tempo queste piante devono saper badare a se stesse. Pensate a un impatto visivo in modo che le piante creino un’area verde per buona parte dell’anno. 5. Procuratevi dei sacchi di plastica: vi aiutano a non sporcare le scarpe e sono essenziali per eliminare i detriti. 6. Innaffiate regolarmente. Il Critical Gardener di solito si porta dietro l’acqua per innaffiare. 7. Bombe di semi. Per le aree ad accesso difficile o dove non è possibile scavare, utilizzate una “bomba di semi”. Le istruzioni sono state scritte nel 1973 dal New York’s Green Guerrillas.

8. Passate parola. Fate sapere cosa avete fatto. Cercate di parlarne con i passanti. Accogliete con favore stampa e media locali.

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La metafora della “crepa” in ambito urbano è particolarmente calzante perché, oltre a suggerire quelle aperte da forme di vita vegetali marginali e non riconosciute, parla di quelle umane e sociali

ciclisti e biciclette alla riconquista dello spazio urbano. Tra i principali movimenti si citano il pioniere Landgrab di Milano e i 4Cantoni di Roma, mentre gruppi più ampi sono Badili Badola di Torino e provincia e il collettivo Crepe Urbane di Bologna, che è anche una rivista indipendente. La loro forza si fonda sulle possibilità offerte da internet con la diffusione di numerosi blog e siti collegati tra loro, di notizie e informazioni live sulle azioni degli attivisti al fine di stimolare la partecipazione e confrontarsi.

foto di Nelly Dietzel

Si tratta dunque di un movimento molto sfaccettato, caratterizzato dalla spontaneità e dallo scambio, un fenomeno i cui risultati sono spesso “giardini senza giardinieri” ma il cui valore è indiscutibile come occasione per riflettere su una nuova e diversa concezione della natura e del verde urbano in un momento storico in cui, fa notare Michela Pasquali, si è verificato un letterale ribaltamento delle condizioni del rapporto tra giardino e natura, dove oggi è la natura che dev’essere protetta e salvaguardata dalle attività umane urbane piuttosto che il contrario come avveniva storicamente. Nuove tendenze progettuali, nell’ambito delle iniziative volte al recupero dello spazio urbano collettivo, ripropongono l’approccio interdisciplinare dei Critical gardens alla città e vedono il paesaggismo strettamente legato all’urbanistica e all’architettura, ma anche all’arte e all’orticoltura, spazio “fertile” per una graduale presa di coscienza ed elaborazione di criteri alternativi nell’affrontare il tema degli spazi liberi, dei giardini e dei paesaggi urbani. Gli Atelier Le Balto, paesaggisti francesi che lavorano a Berlino propongono per esempio di “osservare la città con occhiali nuovi” e di trasformare il concetto storico di giardino, da giardino come meta a giardino come itinerario, percorso, processo, esperienza. Espressioni di questa ricerca sono progetti realmente “site specific”, spesso temporanei, flessibili e dimostrativi, di forte intensità espressiva, basati su materiali di recupero e interventi a basso costo. Protagonista di questi giardini contemporanei è un nuovo concetto di verde fondato sulle piante spontanee, nate e cresciute autonomamente negli interstizi del costruito, negli angoli dei marciapiedi, sul ciglio delle strade, nelle aree abbandonate, nelle crepe urbane, che riacquistano dignità con il riconoscimento dei loro molteplici valori ecologici ed estetici oltre che sociali.

“ricchi” degli ambienti che Bibliografia separano. La vegetazione urbana è Atelier Le Balto, ARCHIPEL, L’arte di fare giardini, quindi in quest’ottica 2008 oggetto di studi, viene Careri F., Walkscapes, osservata, salvaguardata e Camminare come pratica estetica, 2006 imitata, con la volontà di De Giorgi N., superare il concetto Il giardino metropolitano. dominante di un verde Analisi semiotica del movimento Critical urbano standardizzato, di Garden. Tesi di laurea, Rel. Prof. M.P. Pozzato, abbellimento o arredo, Corso di laurea in Discipline semiotiche, recintato e ad alta Università degli Studi manutenzione, che si di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, A.a. 2006/2007 contrappone al verde spontaneo considerato De Giorgi N., 6 giugno 2009 Secondo incontro nazionale “erbaccia”, “infestante”, di Critical Garden. Articolo, 2009, “parassita”. La Cecla F., in Pasquali M., cit. Oltre a suggerire una “nuova Pasquali M., I giardini di Manhattan, estetica” del verde, Storie di Guerrilla Gardens, 2008 l’obiettivo dei “guerriglieri Trasi M., Zabiello A., verdi” e di tutti coloro che si Guerrilla Gardening, Manuale di occupano di verde nelle giardinaggio e resistenza contro città, è quello di stimolare il degrado urbano, 2009 un dibattito su questioni Approfondimenti in rete: urbane urgenti e vere e http://criticalgarden.netsons.org/wp/ http://crepeurbane.noblogs.org/ proprie strategie d’uso dello http://landgrab.noblogs.org/ spazio pubblico, tra cui per http://4cantoni.blogspot.com/ prima la valorizzazione e la http://badinibadola.ing.com/ http://ww.greenguerillas.org/ moltiplicazione degli spazi collettivi e delle occasioni di partecipazione. Non trascurabili sono inoltre i risvolti che deriverebbero da questo approccio sulla riduzione dei problemi di sicurezza, con la moltiplicazione di spazi per la socialità e modalità di autogestione, e dei costi di gestione del verde pubblico grazie alla scelta di piante, fiori e arbusti compatibili con le difficili condizioni urbane e meno bisognosi di manutenzione. Ultima delle iniziative nella direzione di stimolare visioni e prospettive nuove nei confronti dello spazio pubblico in città è Giardiningiro (http://www.giardiningiro.it), la manifestazione che si terrà tra il 9 e l’11 ottobre a Torino a cui è collegato un concorso internazionale per la costruzione aa di 20 giardini temporanei.● "Dove non sono firmate o dell’autrice del testo, le foto sono tratte dai siti citati

La metafora della “crepa” e della “crepa fertile” in ambito urbano è particolarmente calzante perché oltre a suggerire quelle aperte da forme di vita vegetali marginali e non riconosciute, parla di quelle umane e sociali, che generano storie di amicizia tra piante e persone e tra persone e persone. I margini vengono riconosciuti come spazi dove si incontrano e si mescolano le diversità, come luoghi più

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fotografia Il venditore di paesaggi di Salvatore Ligios

Nascosto: dal volume Nascosto in prospettiva (2007) © Giovanni Chiaramonte

Un fotografo attento alla natura e all’interazione con l’uomo racconta gli scatti di tre fotografi che guardano al paesaggio con sguardi diversi per sensibilità, cultura e generazione di Salvatore Ligios

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el diario di Andrea Nunes Il venditore di paesaggi il protagonista ricorda alcuni episodi della sua adolescenza quando seguiva il padre, mercante di carte, mappe e itinerari esotici, in giro per il mondo. Lo incuriosivano le contrattazioni. Un rito sempre uguale e sempre diverso. Prima venivano mostrate le carte incise da abili artigiani del bulino, dove si vedevano animali fantastici mai conosciuti in quelle terre: rinoceronti coperti da bizzarre corazze borchiate, uccelli gobbuti con code variopinte, piccoli unicorni alati. Poi si passava alle mappe geografiche: diafanorami di siti archeologici con curiose tracce di antichità lontane. Infine venivano srotolate le vedute riprese dal pallone aerostatico: paesaggi inediti e affascinanti, città vere mai viste prima da quella prospettiva, estese vallate riprodotte in miniatura così ricche di dettagli da sembrare finte, inquadrature dinamiche che sfidavano la legge della

prospettiva, la natura immensa trasformata in spazio bidimensionale. Il fascino della nuova visione finiva per avere il sopravvento e la vendita andava sempre a buon fine. Il racconto del mondo intorno a noi accompagna il cammino dell’uomo e l’esercizio della sua rappresentazione testimonia la varietà di questo processo di conoscenza. L’idea di paesaggio concentra su di sé molti di questi interrogativi. La fotografia, arrivata dopo la letteratura e la pittura, entra nell’agone e partecipa con passione al dibattito. La produzione contemporanea è così estesa da rendere ardua qualsiasi classificazione e l’orientamento scelto risulta sempre arbitrario e viziato di incompletezza. In questa consapevolezza del limite resta valida la pratica dell’esercizio dello sguardo per alimentare la sete di conoscenza. Nella presente occasione si segnalano tre esempi, differenti tra loro per approccio disciplinare, tecnica e cultura di riferimento.

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Venezia: dal volume Come un enigma Venezia, 2006 © Giovanni Chiaramonte

Aria Acqua. Palermo 2002, dal volume Dolce è la luce, 2003 © Giovanni Chiaramonte

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Giovanni Chiaramonte (1948), milanese di Sicilia, formazione scolastica filosofica, imposta la rappresentazione del paesaggio lungo una riflessione che parte dagli anni ’60, avendo per compagni reali e ideali Paul Strand, Luigi Ghirri, Minor White, Paolo Monti, Andrej Tarkovskij, Joel Meyerowitz, Wim Wenders. Il suo sguardo cerca di raccontare l’avventura dell’uomo e spesso scritti e riflessioni teoriche si accompagnano alle campagne fotografiche. “Nella mia esperienza – dice – l’immagine è propriamente la coscienza che l’uomo ha di non poter coincidere con la realtà della natura data neppure con quella realtà che lui stesso è, nella consapevolezza della propria vita

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come di una dimensione irriducibile alla morte.” Qui si segnalano alcuni scatti tratti dai libri fotografici Come un enigma_Venezia (2006) e Nascosto in prospettiva (2007). Andrea Botto (1973), fotografo ligure, mette in campo una strategia all’apparenza semplice ma in realtà particolarmente raffinata. Il paesaggio è rappresentato proprio facendo leva sulla dichiarata scientificità del mezzo che produce, come ama ripetere l’autore, uno sguardo imperfetto. Realizza una serie di fotografie dove la narrazione visiva sembra compiuta ma, a ben guardare, trasmette segni e codici che rimandano ad altro. La precisione

di un luogo, l’esaltazione di un dettaglio, da soli non bastano a spiegare la visione. Lo sguardo dello spettatore diventa fondamentale per svelare l’arcano, il sapere di chi legge la fotografia è condizione indispensabile per poter entrare in relazione con essa. Il fotografo non è interessato a vendere verità preconfezionate ma sollecita uno sguardo di relazione, obbligatorio per entrare in dialogo con il paesaggio contemporaneo che ci sta davanti. Le immagini sono tratte da progetti apparsi negli ultimi anni: Paesaggi Instabili (2004), Goodbye, Alps! (2006), La stanza della memoria (2007). Per Massimo Mastrorillo (1961), romano piemontese, lo sguardo all’apparenza distratto nasconde una rigida costruzione sintattica declinata su elementi formali e simbolici. La visione si alterna tra i campi lunghi delle panoramiche esasperate e i dettagli minimalisti in formato quadrato in un ritmo che ricorda, quasi sfidandolo, il codice binario che oggi si è impossessato dell’uomo contemporaneo. In questa architettura di relazione lo scatto singolo, perno centrale ed essenza della fotografia, prende forza proprio dall’apparente debolezza di essere parte di una catena. Nel gioco della costruzione del racconto la visione d’insieme manifesta la sua forza narrativa e lo sguardo che si ferma su un singolo fotogramma ritrova tutto il fascino dei segni trascritti sulla carta argentata. Le immagini di Mastrorillo – qui si segnalano quelle di The Lives of the Cities (2008) – manifestano l’essenza dello sguardo e della cultura del suo tempo. La città-metropoli è lo scenario privilegiato per capire l’uomo, per riflettere sui grandi interrogativi della vita, su quale futuro ci aspetta. Utilizzando, per questo viaggio, una semplice trama composta da due elementi all’apparenza in antitesi: la città e il paesaggio.


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Il racconto del mondo intorno a noi accompagna il cammino dell’uomo e l’esercizio della sua rappresentazione testimonia la varietà di questo processo di conoscenza

Rio Piscinas, Arbus (CA), 2007 da "Atlante Italiano 007rischio paesaggio" © andrea botto

Piani di Praglia, Genova, 2006 - da “La stanza della memoria” © andrea botto

Diga artificiale del Lago Giovaretto, Alta Val Martello (Bz), 2006 da “Goodye, Alps!” © andrea botto Monte Giogo, Comano (MS), 2007 da “Atlante Italiano 007 rischio paesaggio” © andrea botto

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chi è Salvatore Ligios Nato nel 1949 a Villanova Monteleone (SS), dove dirige lo spazio culturale per la fotografia Su Palatu, è curatore della mostra annuale Menotrentuno, dedicata ai giovani fotografi. Fotografo egli stesso, ha pubblicato diversi libri legati all’identità della sua terra e alle sue tradizioni, tra cui alcuni volumi realizzati insieme a poeti sardi.

Su Palatu, Villanova Monteleone (SS), tel. 079 961005 www.supalatu.it Menotrentuno www.menotrentuno.it Shangai © Massimo Mastrorillo/Grazia Neri 28 Art|App

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Città-metropoli è lo scenario privilegiato per capire l’uomo, per riflettere sui grandi interrogativi della vita, su quale futuro ci aspetta

Las Vegas, la Città Sottile. A volte si ha l'impressione che il confine tra vero e falso sia incredibilmente sottile © Massimo Mastrorillo /Grazia Neri

Dubai: una città di confine tra due deserti, quello di sabbia e il mare del Golfo Arabico © Massimo Mastrorillo /Grazia Neri

Berlino: Alexander Platz © Massimo Mastrorillo /Grazia Neri

chi sono Andrea Botto Nato nel 1973 a Rapallo, vive e lavora nella città natale dopo aver studiato fotografia presso l’Istituto Europeo di Design di Torino. Attivo nel campo della fotografia di architettura e documentazione del territorio, collabora con enti pubblici e agenzie pubblicitarie del centro-nord Italia. Nel 2002 ha partecipato al festival internazionale di fotografia Photo España, nella sezione Descubrimientos. Fa parte dell’Archivio Giovani Autori della Fondazione Italiana per la Fotografia di Torino. Ha esposto in mostre personali e collettive e alcune sue opere sono conservate presso la Galleria Civica di Modena e la Bibliothèque Nationale de France di Parigi.

Giovanni Chiaramonte Nato a Varese nel 1948 da genitori di Gela, si trasferisce successivamente a Milano, dove risiede attualmente e insegna Drammaturgia dell’immagine allo IULM e a FORMA. Il suo interesse per il cinema e la fotografia nasce durante gli studi di filosofia alla fine degli anni ’60 ed è segnato nel 1973 dall’incontro con Luigi Ghirri e Carlo Quintavalle. Del 1974 è la prima mostra personale, cui seguono numerose personali e collettive in Italia e all’estero. Insieme a Luigi Ghirri è fondatore della casa editrice Punto e Virgola, poi assorbita da Jaka Book; oltre a questa, ha diretto diverse collane di fotografia per Federico Motta, S.E.I. e Meridiana. La sua collaborazione con riviste e istituzioni internazionali sui temi del paesaggio e dell’abitare gli valgono nel 2005 la Laurea Honoris Causa in Architettura conferita dall’Università di Palermo.

Massimo Mastrorillo Nato a Torino nel 1961, vive e lavora a Roma dopo essersi diplomato in fotografia presso l’Istituto Europeo di Design. Si occupa prevalentemente di reportage geografico e sociale, lavorando a progetti a lungo termine e collaborando con numerose testate italiane e straniere. I suoi reportage gli hanno procurato diversi riconoscimenti internazionali, come il World Press Photo e il Pictures of the Year International, entrambi del 2006. Dai lavori sulla diaspora kurda e sulla povertà in Mozambico sono usciti due libri (Kurdi, un popolo in esilio, Mazzotta 1999; Mozambico. Il futuro è possibile, Leonardo International 2003). È rappresentato dall’Agenzia Grazia Neri.

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Courtesy Galleria1000eventi, milano foto di Laura Fantacuzzi

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Che siano foreste misteriose che fanno da sfondo . a avventure oniriche, voli di farfalle di carta . o fiori da giardino che escono dalle illustrazioni . di un’enciclopedia, la natura è una presenza costante . nell’opera dell’artista bergamasco .

Andrea Mastrovito, quando l’arte gioca con la natura di Michele Robecchi

Assab One, Milano, Enciclopedia dei fiori da Giardino, 2009

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Courtesy Galleria1000eventi e Galleria Antonio Colombo, milano foto di Laura Fantacuzzi e Paolo Vandrasch

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La scuola di Atena (Dialogo sulla Contingenza) collage su tela e muro, 2006

Questo è meglio, lamina d’oro e collage, carta su tela e muro, 2006

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a natura ha sempre intrattenuto con l’arte un rapporto intenso e variabile nel corso dei secoli: musa ispiratrice e osservatorio della realtà in nature morte e paesaggi, valore da riscoprire nell’epoca del fallimento della macchina tra le due guerre, fino a diventare oggetto delle più diverse interpretazioni in epoca contemporanea. Da luogo di viaggi introspettivi per Hamish Fulton a tela macroscopica per Richard Long; da piattaforma di grandi interventi scultorei per Robert Smithson a manifesto sociopolitico per Joseph Beuys. Per Andrea Mastrovito la natura è un concetto presente in maniera costante anche

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In alto: Scorcio mostra In & Out Of Life, 2006

se talvolta misteriosa. Nei collage realizzati tra il 2002 e il 2006 è riproposta sottoforma di foresta ed è il teatro in cui l’artista incontra personaggi come tigri, guerrieri, filosofi e soprattutto se stesso. La natura selvaggia e labirintica in cui si avventura l’alter-ego di Mastrovito diventa una metafora per le difficoltà e le tortuosità che segnano il cammino esistenziale di una persona, una specie di eden immaginifico che funziona come dimensione parallela in cui confrontarsi con le proprie fantasie e le proprie ossessioni. In & Out of Life, la mostra presentata nelle gallerie 1000eventi e Antonio Colombo nel 2006, faceva un passo avanti, trasportando il

In & Out Of Life opera che ha dato il titolo all’intera mostra 2006

tutto su un piano tridimensionale. Negli spazi di Colombo, i già citati collage erano integrati da una serie di piante sagomate che contribuivano a ricrearne parzialmente l’atmosfera variopinta e intricata, mentre in quelli di 1000eventi si vedevano 500 farfalle di carta appese alle pareti mentre la proiezione di un cacciatore animato cercava di catturarle nell’oscurità. Questa seconda parte, oltre a segnalare l’effettiva incomunicabilità tra immagine e oggetto, introduceva anche un altro elemento caratteristico del lavoro dell’artista e cioè la ripetizione seriale ma manuale di un determinato motivo. Le 500


fe dato il titolo stra 2006

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Scenografie di alberi in In & Out Of Life, sullo sfondo si intravede Sempre stato sui coglioni, a me, superman, collage e acrilici, carta su tela, 2006

In alto: Scenografie di alberi in In & Out Of Life,

La natura selvaggia e labirintica in cui si avventura l’alter-ego di Mastrovito diventa una metafora per le difficoltà e le tortuosità che segnano il cammino esistenziale di una persona Michele Robecchi vive a Londra dove lavora come critico e curatore. Ha diretto la rivista Contemporary (2005-07) e attualmente segue le pubblicazioni d’arte contemporanea per Phaidon Press. È autore di una monografia su Sarah Lucas (Electa, 2007) e collabora con diverse riviste specializzate.

Dall’alto in basso: Guernica Installazione di carta, luce e ombra, 2006;

farfalle cartacee, così come le 3307 fotocopie che hanno ricostruito gli spazi della galleria Analix Forever a Ginevra nel 2007 o le 9317 che hanno ricreato fotogramma per fotogramma il cortometraggio Frankenweenie (1984) di Tim Burton (Nickelodeon, 2008), sono il risultato di un grande sforzo produttivo impressionante ma mai autocompiacente. La manualità è una presenza portante ma discreta; non mira a strappare boati di stupore come certa pittura iperrealista, né a rintanarsi nell’artigianalità tipica della scultura più conservatrice. È invece una forza trainante e integrante al discorso generale, oltre che un ingrediente

Le ragazze serie non ci sono più collage e aniline, carta su tela, 2006;

Per fare un albero ci vuole un fiore collage e acrilici, carta su tela, 2006

indispensabile per tenere vivo l’interesse dell’artista in fase di realizzazione. Il clima d’emergenza ambientale degli ultimi anni sembra invece aver dato a Mastrovito l’opportunità di instaurare una relazione più frontale con la natura, come testimonia la splendida mostra Enciclopedia dei fiori da Giardino presentata ad Assab (Milano, 2008). Gli spazi in questione, che una volta ospitavano le macchine tipografiche della GEA (Grafiche Editoriali Ambrosiane), rappresentano una sfida per ogni artista soprattutto per via dell’architettura che ha conservato intatti i sapori post-industriali che l’hanno generata. Si tratta forse della

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Courtesy Galleria1000eventi, milano foto di Laura Fantacuzzi

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Alcuni dettagli dell’installazione Enciclopedia dei fiori da giardino

I fiori stampati sulle pagine illustrate dei libri hanno per una volta la possibilità di “scappare” dalla gabbia di carta cui appartengono e recuperare la loro funzione originale

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località meno idonea per discutere di natura ma Mastrovito ci è riuscito partendo proprio dall’attività che per anni ha animato l’edificio. Entrato in possesso dei 500 volumi che costituiscono l’Enciclopedia dei Fiori da Giardino edita da Mondadori nel 2008, l’artista ha minuziosamente ritagliato e piegato ogni pagina in forma floreale per poi appoggiarla sul pavimento cementato della tipografia. I fiori stampati sulle pagine illustrate dei libri hanno quindi per una volta la possibilità di “scappare” dalla gabbia di carta a cui appartengono e recuperare la loro funzione originale. Occorre qui aprire una breve parentesi e fare riferimento a una scultura di un altro artista italiano, Marco Papa, che nel 1999 in

occasione di una collettiva di opere su carta aveva presentato dei cataloghi della Biennale di Venezia sotto forma di tronchi d’albero. Anche in questo caso si assiste a un triplo passaggio pianta-carta-pianta, ma la differenza fondamentale è che mentre nel caso di Papa l’operazione consisteva in una critica del sistema arte e dello spreco produttivo ed ecologico del catalogo d’arte, la scultura di Mastrovito offre delle riflessioni più generali e si conclude con un sottile ottimismo. Il giardino botanico artificiale proposto ad Assab non si limita a instillare una polemica. Si chiude con una morale tanto romantica quanto utopistica, restituendo alle piante floreali una posizione centrale e attaccando lo spazio ospitante


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La mostra è stata presentata nel 2009 nello spazio di Assab One, ex GEA - Grafiche Editoriali Ambrosiane

rispettandone al tempo stesso le caratteristiche. Come In & Out of Life, anche Enciclopedia dei Fiori da Giardino si basa sulla percezione degli oggetti e la loro immagine, una riflessione che il grande pittore surrealista René Magritte aveva portato avanti con successo in tutto il suo percorso e che in tempi più recenti aveva trovato ulteriore linfa anche se in maniera completamente diversa nel lavoro dell’artista concettuale Joseph Kosuth. Queste ultime considerazioni, pur svolgendo un compito importante, non intaccano la leggibilità o l’accessibilità dell’opera. Il lavoro di Mastrovito funziona su diversi livelli, e anche quando affronta tematiche

Migliaia di piante rifioriscono da 500 volumi da dizionario Mondadori (2008), disposti al suolo

particolarmente complesse o intrinseche al mondo dell’arte, lo fa con un certo aplomb. Sentimenti come nostalgia, fatica, gioia, sofferenza e giocosità sono immediatamente percettibili. Non transitano in maniera enfatizzata od occulta e stendono un ponte che permette un dialogo tra le mani dell’artista e l’occhio dello spettatore. In una delle sue affermazioni più discusse, Joseph Beuys disse fumosamente che siamo tutti artisti. Mastrovito ci ricorda invece che siamo tutti esseri umani e che l’arte è un mezzo per esplorare un patrimonio comune in cui fautore e ricevente giocano entrambi un aa ruolo importante. ●

chi è | Andrea Mastrovito Nato a Bergamo nel 1978, vive e lavora tra Seriate (Bg) e New York e ha al suo attivo diverse mostre in Italia, Francia, Svizzera e Stati Uniti. Nelle sue opere utilizza diverse tecniche, dal disegno al puzzle, dalla pittura al collage, fino ad arrivare alle installazioni cartacee e alle videoproiezioni. Nel 2009 ha realizzato un’animazione per il film Tutta colpa di Giuda del regista Davide Ferrario e a ottobre parteciperà all’installazione collettiva per il soffitto del Museum of Art and Design di New York dal titolo Slash/Paper under the Knife. www.andreamastrovito.com

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La città nel cinema di Michele Milesi

Presenza onnipresente, . la città è veicolo di emozioni, . personaggio che respira, . che si muove, che si trasforma, . che parla con i suoi rumori . e influenza i personaggi . che la attraversano .

Sopra, al centro, King Kong (1933) di M.C. Cooper e E. Schoedsack.

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Sotto in piccolo I 400 colpi, (1959) di F. Truffaut e Blade Runner (1982) di R. Scott

I

l vedere è una facoltà legata alla sopravvivenza, al guardare occorre essere educati. Con le ombre cinesi, le lanterne magiche, i tableaux vivants, l’uomo impara a “guardare”, il che significa legare le emozioni al principio di “vedere”. Alla fine dell’ ‘800, i fratelli Lumière inventano la “macchina meravigliosa” e impressionano sulla pellicola, per pochi secondi, l’uscita di alcuni operai da una fabbrica e l’arrivo del treno alla stazione della Ciotat: furono i primi a portare lo sguardo della gente a riflettere su una quotidianità alla quale non si presta sufficiente attenzione. Da quando è nato, il cinema insinua lo sguardo della macchina da presa nel paesaggio, instaurando con esso un rapporto viscerale e obbligato. Nei suoi centocinquanta anni di vita, l’immagine filmica ha subito molte modifiche, sia dal

punto di vista tecnico che linguistico; il “soggetto” che l’ha sempre accompagnata modificandosi con essa è il paesaggio. Il cinema partecipa contemporaneamente alla sfera del reale e a quella dell’immaginario, attestandosi come un interessante campo di lettura per entrambi gli ordinamenti. Da una parte si fa ricettacolo, serbatoio della memoria collettiva, rende possibile la concretizzazione delle strutture fantastiche che ogni epoca sviluppa, si fa testimone della storia, documento della spaziotemporalità della sua epoca. Spazio e tempo si modificano, suggerendo la possibilità di uno sguardo diverso sulle cose, rendendo reale il sogno, vivo ciò che è inanimato, familiare un viaggio fra oggetti del mondo che ancora non conosciamo o non potremmo mai conoscere. Come sostiene il critico Edoardo Bruno,

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“La città nel cinema contemporaneo non la si osserva più nel suo insieme, la si penetra, la si conosce consumandola, standovi dentro, agendo nel suo tempo e nei suoi ritmi” Gianni Canova

in Metropolis (1927)di F. Lang la città è la protagonista mostruosa che giunge al collasso

“l’immagine filmica dispone dell’attitudine ad affondare lo sguardo in superfici non viste, sotterranee, nascoste”. Questo scoprire, questo svelare il lato non visto significa per il cinema rivelare anche il lato segreto ed emozionale della realtà. In questo vasto mondo dell’immagine in movimento c’è sempre un paesaggio che fa da sfondo alla narrazione, che sia fantastica o neorealista, fantascientifica o d’ambientazione. Dai Lumière ai fratelli Coen, tutti hanno bisogno di un paesaggio per narrare la loro storia. A proposito della città nel cinema, dice Walter Benjamin: “Le nostre bettole e le vie delle nostre metropoli, i nostri uffici e le nostre camere ammobiliate, le nostre stazioni e le nostre fabbriche sembravano chiuderci irrimediabilmente. Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile a un carcere; così noi siamo ormai in grado di intraprendere tranquillamente avventurosi viaggi in mezzo alle sue sparse rovine”.

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L’immagine-movimento di un film, composta e ricomposta secondo una grammatica del tempo e dello spazio che si colloca al di fuori delle potenzialità del nostro sguardo, può risultare un mezzo efficace per la rappresentazione di quegli aspetti della natura urbana che sfuggono alla razionalità delle forme classiche e tradizionali della rappresentazione. L’esperienza della visione filmica permette all’occhio umano di diventare più mobile, più sensibile alle mille articolazioni che la città e il suo spazio ci offrono. Alla dimensione fisica della città si sovrappongono le espressioni culturali, sociali, economiche, simboliche dei suoi abitanti. Una delle immagini simbolo di questo concetto è il particolare dell’occhio del replicante in Blade Runner di Ridley Scott (1982) nel quale si riflette la luce pulviscolare della città, quasi una nebulosa di messaggi, codici, impulsi che si incrociano e si sovrappongono. Come afferma Gianni Canova, “la città nel cinema contemporaneo non la si osserva più nel suo insieme, la si penetra, la si conosce consumandola, standovi dentro, agendo nel suo tempo e nei suoi ritmi”. Potremmo aggiungere facendosi “consumare” da essa, instaurando un rapporto di dare/avere che deve trovare un equilibrio, spesso molto fragile. La città è l’insieme delle persone che ci vivono, dei loro stili, del modo in cui i gruppi entrano in rapporto fra loro; luogo di paura e desiderio, di sogno e realtà, luogo di centri e periferie, di silenzio e caos, di certezze e ansie, di energia e apatia. Il linguaggio cinematografico, dal neorealismo in poi, fa di tutti questi aspetti il suo modus operandi: da Rossellini, passando per la Nouvelle Vague al Nuovo Cinema italiano di Pasolini e Bertolucci, fino a Ridley Scott. Come lui molti registi degli anni ‘80 e di oggi vedono nella città il soggetto principale dove articolare la loro storia. Con Roberto Rossellini la macchina da presa esce dai teatri di posa, inizia a “girare” per la città con movimenti meno fluidi, ma realistici e sintomatici di una società che sta cambiando, coglie la città vera. In Paisà, girato durante lo sbarco degli alleati alla fine della seconda Guerra Mondiale, c’è un paese distrutto dal conflitto; come in uno specchio, nelle facciate semidistrutte e crivellate di colpi degli edifici, si legge la devastazione nell’anima di un popolo. Alla fine degli anni ’50, entro il gesto rosselliniano, si colloca la Nouvelle Vague, che mette in scena la sua “fiction” all’interno

di luoghi reali. Sono i luoghi della giovinezza degli autori; il nuovo approccio è la loro visione soggettiva e autobiografica della città. Una città che non ha più una valenza corale, ma che si concentra su un personaggio, trasmettendogli e specchiando emozioni, stati d’animo, paure, angosce e turbamenti esistenziali. Chabrol, il regista e critico dei “Cahiers du Cinema”, per girare Le Beau Serge ritorna nel suo villaggio d’infanzia e dice: “La topografia del villaggio era determinante. Volevo che gli spettatori seguissero gli attori nel loro andare e venire, che si riconoscessero nei luoghi, nei sentieri, nelle case. Per questo ho impressionato chilometri di pellicola” . L’intera azione di I Quattrocento Colpi di François Truffaut si colloca nel quartiere d’infanzia del regista parigino ed è proprio la città di Parigi, con la sua frenesia e le sue mille sfaccettature urbane, a essere espressione e veicolo dei sentimenti contrastati che abitano l’animo del giovane protagonista Antoine, fino alla scena finale che lo vede correre verso il mare aperto, metafora di un futuro incerto. Questo carattere autobiografico influenza anche gli autori del Nuovo Cinema italiano degli anni ‘60, che hanno in Pasolini e Bertolucci i principali precursori. Sfondo e personaggio delle “storie” del neorealismo rivisitato di Pasolini è Roma; con i suoi lunghi piani-sequenza il regista fa parlare la città attraverso i gesti, gli atteggiamenti e le vicende di chi le vive. Anche per Bertolucci lo spazio architettonico della mise en scene è fondamentale, sia


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Sotto, la Los Angeles disperata di Blade Runner

la Roma mondana di Fellini nel film La Dolce Vita (1960)

esterno che interno, ma il regista ferrarese va oltre, scoprendo un nuovo linguaggio che diventerà la sua firma e che sta alla base di tutto il cinema contemporaneo d’autore. All’interno dello spazio la macchina da presa diventa protagonista, si inventa una sua architettura, “disegna” con metodi e linguaggi sempre più attenti all’animo umano per provocare emozioni sempre più intime. In un’intervista il regista dichiara che la sua macchina da presa non sta mai ferma, si muove molto nel tentativo di ridisegnare un’altra architettura in cui le inquadrature si compongono quasi autonomamente. La città del cinema, dunque, è un aggregato di frammenti e come dice ancora Gianni Canova, “più che un corpo organico è un enorme set urbano” con i suoi flussi, le sue correnti e i suoi movimenti che la macchina da presa, guidata dall’autore-antropologo, segue e sfrutta generando e presentando aa emozionanti “giochi” di vita. ●

Michele Milesi (1983) risiede in provincia di Arezzo, compie studi di psicologia, musica e spettacolo. Si sta laureando in storia e critica del cinema con una tesi sul paesaggio urbano nel “Nuovo Cinema” italiano degli anni ‘60 presso l’Università di Lettere e Filosofia di Siena. Presidente della giuria giovani al F.E.D.I.C. Valdarno Film Festival 2009.

altre scene di Blade Runner

Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti di La dolce vita

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arte

le variazioni di forme nello spazio concepite da Ghilardi sono lontane da virtuosismi linguistici, ma espressione dei ritmi lineari e delle modulazioni cromatiche

Omaggio a G. (1967) olio su tavola

Paolo Ghilardi Il colore esce dalla tela S

Oltre sessant’anni . di sperimentazione . artistica hanno portato . l’artista bergamasco . a ridisegnare gli spazi . cittadini con le . suggestioni delle sue . geometrie colorate . di Carlo Curto

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i potrebbe avanzare un paragone fra l’evoluzione del linguaggio architettonico, oggi approdato a forme di minimalismo funzionalista con qualche licenza a morfologie organiche, con la ricerca di un artista come Paolo Ghilardi che, dopo un percorso giovanile dedicato alle nature morte e agli interni, alle figure nel paesaggio e ai ritmi musicali dello spazio, ha abbandonato il tradizionale campo della tela per spostarsi alle intere pareti, fino alla complessità degli ambienti architettonici, indirizzandosi sugli studi per linee spezzate e sui colori evocativi dell’universo, inquadrati secondo precisi linguaggi geometrici. Così svincolato dal rapporto naturalistico con l’immagine, l’originario ambiente del paesaggio viene trasformato dall’intervento artistico in un sistema di elementi puri, sviluppati e aggregati liberamente per

articolarsi secondo diversi equilibri percettivi. Le idee si strutturano su variazioni di forme sospese, su quadrati che oscillano nel vuoto e diagonali che si protendono oltre la superficie, con colori potenti che danno forza all’immagine e fanno da contrappeso, oppure da perno, rispetto alle altre forze cromatiche e geometriche dell’opera. L’evoluzione più radicale dell’uso del colore ha spinto la ricerca di Ghilardi oltre il quadro, attraverso infinite relazioni con lo spazio ambientale, da quello ristretto della galleria a quello esteso della città. Il passaggio dalla tela all’ambito architettonico si è posto come fondamento per proiettare il linguaggio pittorico verso una sperimentazione del colore a grande scala, come già intuì Mondrian coniugando pittura e architettura in un’unica entità estetica, lontana da vuoti esercizi di stile.


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il passaggio dalla tela all’ambito architettonico si è posto come fondamento per proiettare il linguaggio pittorico verso una sperimentazione del colore a grande scala Pianoforte rosso (1954) olio su masonite

Forme nello spazio (1964)

Acrilici su tela (dal 1971 al 1991)

Chi è | Carlo Curto Nato a Bergamo nel 1957, si è laureato in Architettura al Politecnico di Milano, dove ha svolto attività didattica e di ricerca presso la Cattedra di Allestimento e Museografia fino alla metà degli anni ’90. Ha poi avviato una propria attività professionale mirata alla tutela e al recupero del patrimonio architettonico e paesaggistico. Alla progettazione edìle e agli interventi di ingegneria naturalistica ha affiancato una crescente attività legata ai “piani del colore” commissionata da amministrazioni comunali, studi di progettazione e committenti privati, che sempre più prestano attenzione alle questioni cromatiche.

composizione spaziale (1970)

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l’originario ambiente del paesaggio viene trasformato dall’intervento artistico in un sistema di elementi puri, sviluppati e aggregati liberamente

Composizione spaziale (1970)

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In alto: Installazione alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (GAMeC) di Bergamo

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Ambiente (2007) modello in scala: pavimentazione e pareti per ambientazione alla GAMeC di Bergamo


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le idee si strutturano su variazioni di forme sospese, su quadrati che oscillano nel vuoto e diagonali che protendono oltre la superficie

Le variazioni di forme nello spazio concepite da Ghilardi sono lontane da virtuosismi linguistici, ma espressione dei ritmi lineari e delle modulazioni cromatiche che circondano l’uomo. Infatti se da un lato sperimenta combinazioni basate sul ritmo della diagonale, dall’altro lavora su percezioni date dall’ortogonalità, pur lavorando anche su quadrati con porzioni interne scomposte e ricomposte o approfondendo altre combinazioni e rotazioni geometriche, sia pur minime. Queste ultime servono all’autore per evidenziare l’energia che scaturisce anche dal linguaggio geometrico: minimi spostamenti possono creare sconvolgimenti di assetto allo stesso modo con cui brevi movimenti possono riportare all’ordine prestabilito, pur lasciando aperto all’osservatore il senso dell’immagine. L’opera infatti sollecita una lettura attiva, invitando a vedere ciò che apparentemente manca e l’immagine stessa ha la capacità di evocarne altre, smontando e rimontando secondo diversi ordini altri percorsi del aa labirinto spaziale. ●

Scultura in ferro e plexiglas (1993)

chi è | Paolo Ghilardi Nato a Bagnatica (BG) nel 1930, Ghilardi frequenta l’Istituto Tecnico Industriale e trova impiego come disegnatore meccanico all’Innocenti e poi alla Dalmine. Contemporaneamente coltiva la passione per le arti seguendo la scuola serale di Achille Funi, allora direttore dell’Accademia Carrara. Il suo linguaggio inizialmente figurativo si indirizza presto su concetti geometrici, sulla struttura delle forme del paesaggio più che sugli elementi che lo compongono, giungendo a un astrattismo sempre più coerente nella sua espressione. Nel ‘68 inizia l’insegnamento di Discipline pittoriche al Liceo Artistico Statale di Bergamo. Questo momento coincide con l’avvio di una continua e significativa attività espositiva, che si concretizza con le prime mostre personali, ma è l’incontro con Maria Cernuschi Ghiringhelli, conduttrice della galleria milanese Il Milione, a segnare una svolta per gli incontri e le durature amicizie con importanti artisti come Jean Leppien, Folon, Emilio Scanavino, Nangeroni, Mauro Reggiani. Dagli anni ‘60 fino ai giorni nostri è un susseguirsi di mostre e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. L’attività di Ghilardi si esprime anche con grandi opere, in spazi interni ed esterni sia privati che pubblici, contraddistinte dall’impiego innovativo di metalli e vetri colorati. Nel ‘77 inizia l’insegnamento di Teoria del colore e pittura all’Accademia Carrara di Bergamo e dal 1982 svolge l’incarico di consulente responsabile per il colore del centro storico per l’Amministrazione comunale di Bergamo.

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poesia

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Oltre il giardino di Schubert Benno

Entro Fioriture enfatiche mi accolgono Ora, nel colmo dell’estate, il giardino tropicale si mostra nella sua orchestrazione festosa e colorata In pieno campo, racchiuso tra alte canne, invisibile dall’esterno, fiorisce intensamente, solo per sé Alzo il capo Tra arbusti al di sopra di cespugli intravvedo il mondo esterno Là, nella luce vespertina, un capanno simile a un palazzo La torre dei piccioni di una villa e il paesaggio in scorci ampi o brevi In fondo, già scuri, i monti toscani più oltre, vicine, le onde statuarie delle boscose colline umbre più in là, si scorge una fila di pini Ecco, immersa nell’ambiente in toni smorzati, la costruzione in pietra e, se volgo la testa, una sottile striscia di terra bruciata dal sole Veli d’acqua su un oliveto Teatro fiorito, il giardino gioca il suo ruolo di contrasto, che estrania il paesaggio e lo fa leggere Ecco Sepoltaglia sopra Ossaia, racchiude il suo passato oltre, più distante, Cortona sul declivio Il cerchio si chiude, ma segmentato e smembrato statue distinte di un paesaggio, giacenti nella quiete frammenti staccati Einer rätselhaften Präsenz des Seidenden, di una enigmatica presenza dell’Essere fugace anch’esso, lo so

Foto di T. Reinhardt ©

Io barcollo fuori dal labirinto fiorito nel paesaggio e verso il buffet Arte, consapevolezza e appetito

Chi sono Schubert Benno ha 79 anni, nasce a Gleiwitz in Slesia, vive tra Francoforte e Cortona. Ha insegnato Storia e Storia dell’Arte a Berlino e a Francoforte. Scrive per riviste d’arte e per sé racconti e poesie. Thomas e Martina Reinhardt Nato a Santa Monica, in California, dopo una lunga esperienza in Germania, Israele e Stati Uniti, Thomas Reinhardt incontra la futura moglie Martina Kofoth nel 1982, come lui paesaggista ed esperta botanica. Titolari dell’impresa “Creative Landscaping Inc.” di “The Hamptons” (Stati Uniti), insieme progettano giardini di ampie dimensioni per ville private e nel 1999 si trasfericono in Italia. Nasce allora il progetto del Giardino e Parco Reinhardt in località Piazzano, a Tuoro sul Trasimeno, un lavoro di ricerca e sperimentazione in continua evoluzione che integra in un’unica armonia i boschi e i campi circostanti. www.giardinoreinhardt.com

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fotografia Paesaggi residuali e di confine di Massimo Agus

Luoghi abbandonati, marginali, svuotati della loro . identità, impongono la loro presenza all’occhio . dell’artista, testimoni silenziosi del segno dei tempi . e del rapporto dell’uomo con il territorio .

Chi è | Massimo Agus Nato a Cagliari (1948), Massimo Agus è architetto e fotografo specializzato in foto di scena e di spettacolo. Dopo un periodo di lavoro a New York, dal 1987 vive a Firenze; all’attività professionale e artistica affianca quella didattica. Insegna Storia e Tecnica della Fotografia all’Università di Siena e tiene numerosi corsi e workshop in Italia e all’estero.

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l concetto di confine è cruciale per la comprensione della nostra contemporaneità. Ci sono confini politici e geografici sui quali si consumano guerre, esodi, migrazioni, che dividono o avvicinano terre e popoli in un mondo in rapido mutamento. Ma ci sono confini anche all’interno del nostro mondo, che definiscono i termini di identità e di appartenenza, che dividono la sfera naturale da quella artificiale. E ci sono anche dei confini fisici, che delimitano gli spazi del paesaggio. Oggi questi confini tendono sempre più ad assottigliarsi, a diventare permeabili e trasparenti, e proprio per questo diventa sempre più urgente raccontarli e investigarli, per capirli nel loro continuo mutare, che li rende inafferrabili ed effimeri. Nel paesaggio contemporaneo, questi spazi possono essere definiti residuali e di confine. Si tratta di luoghi che non sono totalmente urbanizzati e nemmeno costituiti da elementi naturali, sono i limiti che separano le città dalle periferie o dalle campagne, sono paesaggi ibridi, senza una chiara identità e una precisa funzione. Per lo più abbandonati, si trovano ai margini, come qualcosa non più utile, consumato e accantonato al di fuori dell’uso quotidiano. Sono gli scarti che il mondo urbano produce e si lascia alle spalle, che non scompaiono ma restano come presenze silenziose, come luoghi che si riproducono in conseguenza dell’attività umana e dei suoi percorsi di sviluppo, da cui emergono come avanzi, come aree dismesse, sfruttate per il tempo che serve e poi abbandonate a loro stesse. Raccontare questi spazi residuali che circondano gli agglomerati urbani può dare la possibilità di portare alla luce il senso

profondo della nostra società, la sua inquietudine, il suo smarrimento. Indagando questi territori ibridi, incerti e ambigui, ci si accorge di quanto la loro vuota assenza sia in realtà segnata dalla presenza viva e costante nella nostra vita quotidiana, di come essi rappresentino l’emblema stesso del paesaggio contemporaneo, il luogo su cui focalizzare l’attenzione per capire il resto dello spazio circostante. Conoscere il territorio significa infatti anche guardare quello che può essere considerato scarto, la parte peggiore. Questi luoghi di transizione dove apparentemente nulla accade e sul quale si posa il silenzio di una condizione esistenziale di inutilità, si trasformano allora nel racconto dell’assenza, dalla quale far nascere storie e riflessioni, intrecci di elementi abbandonati, di dettagli, di rifiuti, di piccole tracce di artificio che rimandano inevitabilmente al nostro presente o al nostro passato. Per questo motivo questi paesaggi di confine sono divenuti terreno fertile per l’immaginazione e la fotografia e le altre arti li hanno raccontati con sguardi sempre più consapevoli mettendoli in relazione con la complessità del rapporto tra uomo e ambiente. Il margine, il residuo, il confine, proprio per la loro natura ambigua e per la loro indeterminatezza, si fanno metafora dei nostri tempi. Il fotografo che si propone di investigare questi spazi riesce a darci non solo l’immagine dei territori ma anche il senso e il modo nel quale l’occhio che ha scelto di rappresentarli li percepisce e li vive, interrogando se stesso e il proprio operare, cercando di definire un’identità per sé e per i suoi soggetti. Fotografare gli spazi residui presuppone infatti di registrare


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Residui affettivi, Pesaro 2009 di Valeria Scrilatti

“In arte niente è banale, e una vera fotografia di paesaggio è una metafora” Robert Adams

e

nell’immagine il legame che si crea tra lo sguardo e quello spazio fatto di silenzio e solitudine. E anche attraverso uno stile apparentemente impersonale e rigoroso è possibile leggere la disposizione del fotografo verso il soggetto, che inevitabilmente lo attraversa e lo conquista interiormente. Nelle immagini di questi spazi si concretizza la tensione che si viene a creare tra queste due dimensioni nel momento del loro incontro. I margini, i confini diventano il luogo in cui si materializza la questione dell’identità contemporanea, lo spazio nel quale la tensione dello sguardo trova un suo precario equilibrio. Si tratta di confini concreti, che riguardano lo spazio fisico ma che diventano confini simbolici, capaci di raccontare uno spazio interiore. A sua volta lo sguardo dell’osservatore è chiamato a compiere di fronte a queste immagini un processo di riappropriazione, senza proiettarvi ideali estetizzanti o sentimentali o ideologici. Il paesaggio di confine può essere visto dalla nostra percezione come qualcosa che sta lontano e sospeso, ma che si manifesta all’immaginazione come un deposito dell’inconscio, che può raccogliere segni e tracce prodotte dalla società e assumere forme sfuggenti, ibride e ambigue. Il viaggio in questi territori diventa allora un viaggio metaforico dentro gli spazi incerti dell’esistenza, un viaggio che è coinvolgimento fisico, personale e mentale, che nel rappresentare e raccontare questo paesaggio contemporaneo ne riconosce e ne certifica l’esistenza, accettandone la condizione di instabilità e di aa spaesamento di cui esso è portatore. ●

Chi è | Valeria Scrilatti Nata a Pesaro nel 1985 consegue nel 2008 il diploma di laurea triennale in Fotografia presso la Libera Accademia di Belle Arti di Firenze, dove è attulamente impegnata nella tesi di laurea specialistica sul tema dei Paesaggi di confine. La sua ricerca fotografica si concentra soprattutto sul paesaggio; ogni progetto è orientato a stabilire un rapporto tra la dimensione naturale e la dimensione umana. Nelle sue immagini, esposte in diverse mostre, la forma e lo spazio esterno si ibridano con gli spazi dell’inconscio.

Residui affettivi

È

un progetto sui paesaggi di confine che ruotano intorno alla città di Pesaro, luoghi che sono nati, si sono trasformati, sono stati lasciati. Molti sono effimeri, nascono e poi scompaiono in poco tempo, ma tutti in qualche modo segnano uno spazio silenzioso di abbandono. Il lavoro non è stata portato avanti scegliendo a priori il luogo da fotografare ma iniziando ogni giorno un percorso senza meta sulle strade confinanti la città. Andando in giro senza un punto d’arrivo, il modo di osservare il paesaggio muta radicalmente. Il fuoco dell’attenzione si sposta dall’orizzonte della strada verso il vuoto laterale del paesaggio che la costeggia. Vagare senza uno scopo avvicina il pensiero a quella condizione di inutilità che i paesaggi di confine possiedono. L’approccio dell’autore si legge nella scelta di essenzialità narrativa, nella descrizione di questi paesaggi come il risultato di un incontro tra il viaggiatore e lo spazio, nella ricerca di un linguaggio che possa raccontare lo stupore di una scoperta. Lo scatto è il termine del percorso e dell’appropriazione di un particolare territorio. Il legame che si crea nell’incontro con questo paesaggio nasce dunque da un’affinità, resa possibile dal silenzio che vige in questo spazio come una sorta di sospensione: sospensione del pensiero, del giudizio, della progettazione, in favore di una libera associazione di idee e di sensazioni che nasce dal vuoto e porta alla contemplazione della sua condizione di paesaggio inutile, nel quale il silenzio diventa momento di stasi e contemporaneamente di incontro.

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botanica

Elogio della diversità . In natura la varietà delle specie vegetali . è una ricchezza per la sopravvivenza . dell’uomo ma ha contribuito anche a costruire . la sua storia, la sua sensibilità e la sua cultura .

Volpine o giovanazze, bianche d’estate o tonde d’inverno, c’è una pera per ogni stagione

di Isabella Dalla Ragione

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ino a pochi decenni fa, salendo su un’altura qualunque, lo sguardo poteva spaziare sulla campagna coltivata e ci si poteva ogni tanto appoggiare, come un uccello stanco, sui grandi alberi da frutto, da legno e da ombra, sulle siepi che delimitavano i campi, sui brevi filari di pioppi cipressini, sugli aceri campestri che come mariti sorreggevano le loro viti-mogli, sui gelsi rigogliosi che davano il cibo per i bachi da seta, tra i salici dai lunghi rami colorati che servivano a legare le viti o a fare tutti i contenitori per le necessità familiari. Una trama fitta come un ricamo, frutto della capacità di ascoltare il mondo naturale, risultato di un sapiente e durissimo lavoro dell’uomo e dei suoi animali, di una conoscenza profonda, raffinata e quasi filosofica delle stagioni, della terra e delle piante. Come diceva il grande studioso Camporesi: “sottili fascinazioni euclidee, quali, diversamente dal caos silvestre, dal tumulto disordinato della boscaglia, emanano dall’impianto arboreo, razionale come la mappa di una città ideale, come una geometrica scacchiera, come un matematico labirinto dal ‘mirabile ordine’ delle colture predisposte dall’intelligenza che le combina e le intreccia seguendo antichi saperi ortensi.” Il paesaggio rurale era dunque mirabilmente ordinato ma straordinariamente complesso e vario, perché la complessità era assolutamente necessaria alla sopravvivenza delle popolazioni contadine ed era garanzia di futuro.

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Nulla era lasciato al caso; come la ricamatrice che intreccia senza sbagliare i suoi minuscoli fili, così gli agricoltori lavoravano i terreni disponendo ogni singola zolla nel giusto verso, disegnando un paesaggio meraviglioso, anche se questo era frutto di tanta fatica e tanta sofferenza, perché dalla sapienza e dall’esperienza dipendeva la vita di intere comunità. La complessità di tutti i paesaggi rurali, nelle diverse pedologie e molteplici tradizioni e saperi dell’Italia intera, si basava sulla coltivazione di tante specie e varietà diverse sia arboree che erbacee, per poter garantire ogni anno produzione e sopravvivenza; con tanta diversità la produttività poteva non essere elevata ma c’era una maggiore stabilità produttiva media data proprio dalla coesistenza di tante piante differenti resistenti alle diverse malattie o in grado di sopportare le une il caldo le altre il freddo, le une l’umidità le altre la siccità. Un immenso tesoro sviluppato dalle comunità locali in millenni di coesistenza tra l’uomo e le piante, che è in gran parte scomparso in pochi decenni sotto i colpi dell’industrializzazione, dell’intensificazione dell’agricoltura, dei cambiamenti socio economici. Molte erano ad esempio le specie arboree, ormai quasi dimenticate, che trovavano spazio nei terreni coltivati: i generosi fichi che ombreggiavano le concimaie e che, oltre ai soavi frutti che maturavano due o anche tre volte l’anno, davano legno per gli zoccoli dei bambini; i pioppi cipressini, i


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La spettacolare fioritura degli alberi da frutto: sopra, un melo; sotto, due testimoni muti e un pero di Montenero A fianco, boccioli di pero volpino, una varietà rustica, soprattutto da cottura e conserve

chi è Isabella Dalla Ragione Agronoma e consulente per regioni e Università, Isabella Dalla Ragione prosegue il lavoro di ricerca e manutenzione del frutteto avviato con il padre Livio. Insieme i due hanno scritto il libro Archeologia arborea – Diario di due cercatori di piante (ali&no editrice), uscito nel 1997 e ristampato per la terza volta nel 2006.

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. Per molto tempo le piante da frutto hanno . disegnato il paesaggio agrario con funzioni precise, . lungo i campi o accanto alle case: segni senza . i quali non riconosceremmo la nostra campagna .

Pero del curato dal frutto grande e allungato

cui lunghi tronchi erano adatti alla fabbricazione di travi, tanto che erano chiamati gli Alberi, per eccellenza; il generoso mandorlo che con le sue radici profonde poteva stare in terreni anche difficili, che nulla chiedeva all’agricoltore e in cambio dava frutti e legna per l’inverno; il modesto nespolo che con i suoi frutti segnava la fine della bella stagione o il maestoso sorbo, dal legno durissimo e dai piccoli frutti, preziosi per gli uomini e gli animali. E poi naturalmente tutti gli altri alberi fruttiferi importanti e ben conosciuti, come meli, peri, ciliegi dolci e ciliegi acidi, albicocchi e susini, coltivati sempre per funzioni molteplici; non solo produzione di frutta ma anche legno per i mobili e costruzioni, ombra per chi lavorava i campi in estate, segnali di confine, foraggio per il bestiame; presenze forti nel paesaggio, nella simbologia e nella tradizione. Per secoli si era diffusa la policoltura cosiddetta verticale, che associava colture erbacee a quelle arboree, con l’olivo e la vite maritata a olmi, aceri campestri e piante da frutto. I contadini coltivavano “sotto e sopra” (Desplanques H., Campagnes ombriennes, Colin 1969) e questo è stato per lungo tempo l’unico mezzo per intensificare la produzione

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e diversificarla per avere maggiore varietà di prodotti. Inoltre tutte le specie erano caratterizzate da una grande ricchezza genetica, un enorme mosaico di varietà ed ecotipi locali, numerosi quanto i fazzoletti di terra coltivati. Ogni zona aveva le proprie piante, adattate alle diverse situazione pedoclimatiche, ogni stagione la propria frutta. In situazioni spesso difficili venivano allevate le piante da frutto in varietà meno esigenti, più rustiche, che producevano il più a lungo possibile nel corso dell’anno, dando frutti che si potevano conservare facilmente per l’inverno. Migliaia di varietà strettamente connesse all’economia del podere ma anche al paesaggio, all’alimentazione umana e animale, alla vita quotidiana, sociale e religiosa. I grandi cambiamenti nel tessuto economico-sociale e in agricoltura, avvenuti con un ritmo incessante e frenetico negli ultimi decenni, hanno portato alla generale scomparsa di gran parte delle vecchie varietà locali. L’esodo dalle campagne, l’intensificazione colturale, la crescente distanza cittàcampagna, la concentrazione e la standardizzazione del mercato, i cambiamenti dei costumi alimentari, tutto

Una vite maritata a un acero e un pero dai frutti “brutti e buoni”


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Sopra, un vecchio mandorlo. Sotto, un melo panaia e un pero spina carichi di frutti

“Considerando io, che tra le cose nell’Agricoltura dilettano all’huomo, una delle maggiori che vi sia, sono gli arbori fruttiferi; percioché non solamente le frondi rendono dalle amene ombre soave freschezze, i fiori diversi molta allegria, e i frutti mirabili non poca delicatezza; ma etiandio quelli sono i propri alberghi d’infiniti uccelletti, i quali col loro dolcissimo gorgheggiare, ci fanno tante meravigliose musiche, che più non si può desiderare.” Agostino Gallo, 1569

questo ha provocato una disastrosa erosione genetica nell’ambito di tutte le specie coltivate. Molte varietà locali hanno dovuto soccombere e lasciare il posto a quelle poche la cui produzione poteva essere resa omogenea, concentrata e programmata. Questa perdita è stata tanto grave quanto definitiva; il cambiamento ha toccato tutti i livelli della nostra vita e l’allontanamento dalla conoscenza della natura e dei suoi ritmi ha colpito il nostro aa sentire più profondo. ●

Archeologia Arborea Non per nostalgia né per un vago romanticismo ma per salvare le nostre radici e la nostra memoria, oltre che per mantenere una risorsa strategica per la sicurezza alimentare futura, in questi decenni abbiamo svolto un lungo e paziente lavoro di ricerca e di studio sulle piante coltivate ma anche sugli aspetti sociali e culturali, sugli utilizzi e tradizioni. Tutto questo ha portato al frutteto attuale, chiamato proprio Archeologia Arborea da Livio Dalla Ragione che ha cominciato questo straordinario lavoro. A San Lorenzo di Lerchi, vicino a Città di Castello (Pg), sono state messe a dimora 400 piante da frutto di diverse specie e varietà locali. Il frutteto di Archeologia Arborea è in questo panorama uno scrigno prezioso, a testimoniare un enorme patrimonio ormai in gran parte perduto e vuole invitare a recuperare queste varietà per la coltivazione e il loro utilizzo. Così facendo pensiamo di consolidare le nostre radici colturali e culturali e che questo sia di grande importanza per il nostro futuro. Per sostenere l’attività di ricerca e conservazione della collezione e per diffondere e proteggere le vecchie varietà fruttifere, è stata fondata l’Associazione Archeologia Arborea i cui soci adottano, anche “a distanza”, una delle piante in collezione, potendo così consumarne i frutti tranne tre che vengono lasciati: uno per il sole, uno per la terra e uno per la pianta, secondo un’antica tradizione locale. www.archeologiaarborea.org I.R.D.

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Canti di Pietra Nella suggestiva cornice del Monastero benedettino di Siloe, su un’altura che domina la valle dell’Ombrone, si è svolto negli ultimi giorni di agosto il convegno sull’architettura monastica del Novecento e oltre, all’interno della Settimana della Custodia del Creato. Il monastero stesso è un esempio di architettura moderna che si ispira all’antica tradizione cistercense, suscitando emozioni profonde con le sue linee pulite e le geometrie semplici che si inseriscono con armonia nell’ambiente circostante. Il dibattito ha visto tra i relatori Enzo Bianchi, Mario Botta, Maria Antonietta Crippa, Edoardo Milesi, Giuseppe Russo, con la moderazione di Giovanni Gazzaneo e una significativa partecipazione del pubblico presente. Dopo una cena nella tradizione della comunità monastica, la serata è stata conclusa dalle magiche armonie che Pinuccio Sciola sa trarre dalle sue sculture di pietra, un altro canto mistico e insieme profondamente terreno.

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Firenze, l’odore del passato

O Giuseppe Gherardi Veduta da ponte Vecchio Firenze, 1825

La città cambiano ma la nostalgia per gli odori e i sapori della tradizione non ci inganni sul profumo del passato. di Sandra Fontana Semerano

ggi Firenze è come un sogno infranto. La capitale del Rinascimento ha iniziato da tempo una nuova vita più dimessa, la stessa che conducono Roma e Atene ai nostri giorni. Percorsa da carovane di pellegrini di ogni paese, guide turistiche, insegnanti e scolari annoiati, come tutte le città d’arte a forte vocazione turistica ha lentamente ma inesorabilmente perduto la sua identità. Aggirandosi per le strade del centro, ormai disertate dai residenti, gli odori e i sapori sono quelli delle pizzerie, dei ristoranti per carovane di bocca buona e delle paninoteche che hanno preso il posto di cinema, teatri e locali tipici. Sopravvive e prospera qualche banchino dei trippai, con le succulente rosette dall’aroma evocativo, ma la trippa e il lampredotto, la variante tipica di Firenze, sono per stomaci robusti e non piacciono a tutti. Anche i luoghi d’incontro sono cambiati: se prima si prendeva l’aperitivo da Giacosa e i panini tartufati da Procacci in Via Tornabuoni o un bicchiere di vino con qualche assaggino dai “vinaini” nei dintorni di Via della Vigna e di Via Calzaioli, adesso si privilegia l’Oltrarno e la zona limitrofa ai viali: Sant’Ambrogio e dintorni. Proprio qui troviamo un esempio di creatività, fantasia e ricerca: il Circo-lo Teatro del Sale, nato dall’incontro tra il patròn del Cibrèo, Fabio Picchi, e l’attrice Maria Cassi, dove il cibo ridiventa emozione e riscopre i profumi della tradizione. Tuttavia, se pur con le dovute eccezioni deprechiamo la globalizzazione di cibo rimpiangendo una mitica età dell’oro, sarebbe opportuno guardare al passato con occhi disincantati.

Torniamo alla Toscana del ‘700 sfogliando le carte di un personaggio complesso, uomo di scienza e attento osservatore dei problemi del suo tempo, Giovanni Targioni Tozzetti. Se molti conoscono il suo lavoro di naturalista, medico, storico della cultura, raccoglitore di una messe di osservazioni occasionali, infaticabile e dotto bibliotecario, pochi forse sono a conoscenza di un suo ruolo più dimesso ma fondamentale nell’ambito delle riforme lorenesi in qualità di medico fiscale e consulente scientifico. Le sue Relazioni forensi, raccolte in diverse cartelle, riguardano: “Alimenti viziati e nocivi”; “Sepolture, Camposanti e tumulazione di cadaveri”; “Esalazioni animali e vegetali nocive”; “Fogne, pozzi, maceri di guado, olii e vernici”. Un’ indagine a tutto campo volta “a proteggere gli uomini e gli animali che loro sono di aiuto dalle nocive conseguenze di una numerosa coabitazione ed a promuovere il loro benessere corporale”, con le parole di J.P. Frank, che nel 1779 promuoveva la stessa visione della medicina sociale nella Lombardia austriaca. Basta soffermarsi sugli “alimenti viziati e nocivi” per constatare che più che da odori e sapori, la città era invasa da pestiferi miasmi. Il Targioni, con la stessa passione con cui passeggiava raccogliendo piante per i suoi preziosi erbari, ormai quasi settantenne si aggirava per la città con animo quieto e curioso, a volte divertito, senza timore di imbrattarsi gli abiti o di sporcarsi le mani. Così come non ebbe timore di assaggiare un improbabile “pane da cani”, dopo averlo masticato e lasciato in acqua per 24 ore per

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Scuola fiorentina della prima metà del XVII secolo La piazza del Mercato Vecchio post 1617 Sotto: Villa Medicea dell’Olmo a Castello, 1599-1602 ca. di Giusto Utens

Particolare di San Pietro che risana lo storpio e resuscita Tabita (1425) Masolino da Panicale e Masaccio

Chi è | Sandra Fontana Sermeraro Sandra Fontana Semerano ha collaborato al Repertorio sulle prime edizioni francesi per il Gabinetto Letterario G.P. Viesseux di Firenze. Ha lavorato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dal 1970 alla sezione manoscritti e rari. Tra le sue pubblicazioni figurano il carteggio di Emilia Peruzzi per la Rassegna Storica Toscana, le carte di Giovanni Targioni Tozzetti per “Inventari e cataloghi toscani” e alcune schede storico-critiche per la serie “Le grandi biblioteche d’Italia - Biblioteca Nazionale di Firenze”. Ha curato altresì la pubblicazione dell’inventario delle carte Gentile Farinola per il “Bollettino della Società geografica Italiana”.

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meglio poterlo osservare. Il risultato possiamo facilmente immaginarlo: alimento nocivo e assolutamente improponibile. Di panificazione del resto si era già occupato nel 1767 nell’opera Alimurgia o sia modo di rendere meno gravi le carestie per sollievo dè poveri, dove suggeriva tra l’altro di mescolare alle farine già definite di qualità sospetta ghiande macinate e mezzo uovo per “carezzare lo stomaco”. La carne era l’alimento che dava maggiori problemi di conservazione ma anche la sua origine era spesso dubbia quando arrivava sulla tavola dei poveri. È del 1778 una relazione sopra la qualità di un bove che “pur non avendovi trovato vizzi” raccomandava “nella corrente costituzione sciroccale” di smerciare prontamente perché le carni “non si putrefacciano”. Nello stesso anno esaminò due vacche morte “avventrinate” presso il Canto alle Macine. Il giudizio in questo caso fu che le medesime avevano mangiato troppo senza poter evacuare (il che chiamasi “ventrina”). La carne poteva dunque essere smerciata senza pregiudizio a chi “l’usi per cibo”. Nel caso invece di alcuni piccioni “morti repentinamente”, stabilì che quasi sicuramente erano avvelenati e suggeriva per prudenza di non mangiarne, pur “considerando che ad eccezione del collo, tutto il rimanente è stato trovato sano”. Un’altra curiosa relazione riguarda la salubrità dei pesci dell’Arno: tinche, lucci, barbi e anguille. Pare che “i pesciuoli d’Arno pasturandosi d’immondizia e di cadaveri di

cani o di altri animali putrefatti debbano essere alimento poco gustoso ed anche in qualche maniera insalubre all’uomo”. Tuttavia pur ritenendo tale cibo “un poco schifo”, purché se ne faccia un uso “parco e raro come per necessità bisogna fare nel nostro paese”, il loro consumo non dovrebbe essere troppo dannoso. Nel 1766 esaminò certi “sermoni di cattiva qualità”. Oltre a valutare il colore sbiadito e la poca resistenza al taglio – “si spappola in una specie di poltiglia” – non esitò a farlo “bollire nel pentolo”; come si poteva immaginare “mandò fuori un puzzo grandissimo di fradicio, che per lungo tempo restò sparzo nella mia cucina: e il sermone cotto e condito con olio e con molto più aceto di quel che comunemente soglia praticarsi non diminuì il suo fetore troppo disgustante onde non mi volli azzardare ad assaggiarlo”. Possiamo ben immaginare lo stato d’animo della moglie, la signora Brigida (appartenente alla famiglia del pittore Vincenzo Dandini, scolaro di Pietro Da Cortona), che d’estate, nella sua casa di Via Ghibellina, era costretta a tenere le finestre ben serrate per evitare i miasmi provenienti dalle sepolture di S.Maria Nuova. Naturalmente il vino non poteva sfuggire all’attenta analisi del Targioni. Nel 1781, due anni prima della morte, esaminò due diverse qualità di vino rosso. Uno dei fiaschi sigillati conteneva “vino rosso di piano cioè assai dilavato”. In assenza totale di odore “rilevo il sapore assai spiacevole e misto di una specie di fradicio, come si suol dire, e di un acuto salso, che irrita il palato e le fauci e vi lascia per qualche tempo una senzazione molesta”. Certamente ad altre mense erano riservati cibi più raffinati e gustosi ma il popolo doveva in qualche modo arrangiarsi per sopravvivere a epidemie e terribili carestie. Proprio nella sua ricerca tesa ad alleviare le condizioni dei poveri Giovanni Targioni Tozzetti è stato un precursore, lasciando un contributo che non aa ebbe riscontro in altre città. ●

Nel retrobottega del Teatro del Sale dopo la cena gli spettacoli e le performances


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Alberto Severi recita Raccolta Differenziata al Teatro del Sale

Teatro, pane e coperto

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abio Picchi mi aspetta un’ora prima della cena nel suo “circo-lo creativo” nel quartiere di S.Ambrogio a Firenze. Il Teatro del Sale apre ai soci il 1 luglio del 2003, oggi ne conta più di 92000. Un grande retrobottega (come lo chiama Picchi) dove intrattenersi dopo cena con spettacoli teatrali, eventi musicali, convegni, letture. Per arrivarci passo davanti al mercato coperto e poi al rinomato e costoso (non caro, costoso: è diverso, mi dice) ristorante Cibreo, il Cibreino – l’osteria – e il Caffè del Cibreo, il bistrò. Appena lo vedo, affondato in una delle vecchie poltrone in cuoio del circolo, barba e capelli bianchi, vestito bianco da cuoco, mi viene spontaneo chiedergli perché ha scelto di farsi concorrenza da solo. “Meglio da sé che dagli altri” mi risponde. La voce e l’entusiasmo tradiscono l’aspetto da grande vecchio. È radioso. È appena rientrato da Parigi dove la moglie Maria Cassi, attrice di teatro e direttore artistico del Teatro del Sale, debutta al Thèatre du Rond-Point con Crepapelle- ou comment mourir de rire. Fiorentino, rivendica sangue livornese, garantendo che i fiorentini frenano la lingua solo davanti ai livornesi: taglienti e sconci anche nell’alta borghesia. Ascolto, mi dice, è la parola chiave del circolo creativo. Ascolto della musica, del guardare, del vedere, dello stare assieme, l’ascolto che fa crescere. Mentre parliamo arriva la prima recensione della pièce di Maria sul giornale Metro, distribuito gratuitamente sul metro di Parigi. Maria Cassi è paragonata a Jaques Tati, Charlie Chaplin e Roberto Benigni: un miscuglio dei tre comici più amati dai francesi. Picchi è visibilmente emozionato, non sembra lo stesso istrione che la volta scorsa, dalla finestra della sua fucina di sapori, tra gli annunci in strofa delle sue pietanze ricche di cultura popolare, ho sentito maledire pubblicamente un malcapitato turista troppo disinvolto col suo flash digitale. E.M.

Chi è | Alberto Severi Alberto Severi nasce a Firenze nel 1960, giornalista professionista, lavora dal 1991 per il Tg Rai della Toscana, collaborando anche alle testate nazionali. Tra i registi e gli attori che hanno messo in scena i suoi testi teatrali: Ugo Chiti, Sergio Staino, Andrea Mancini, Flavio Bucci, Paola Gassman, Andrea Buscemi, Ennio Coltorti, Francesca Gamba, Silvia Guidi, Roberta Geri, Alessio Sardelli, Amerigo Fantoni… Ha pubblicato tra gli altri il volume di racconti e aforismi La televisione fa male (1997),Il Morbo di Pardini (2003), Il Poeta e il Macellaio (2004)

Fabio Picchi distribuisce i suoi piatti di cucina toscana

Il Teatro del Sale Via dei Macci 111 Firenze www.teatrodelsale.com www.ambasciatateatrale.com

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Nove fiori, 2006, olio e pastello su carta intelata

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M A R I L Ù E U S TAC H I O presenze, assenze DIPINTI - DISEGNI 25 SETTEMBRE - 7 NOVEMBRE 2009 GALLERIA CERIBELLI

via S. Tomaso 86 - 24121 Bergamo tel. 035 231332 - fax 035 4137007 Orario 10-12.30 - 16-19.30 chiuso domenica e lunedì www.galleriaceribelli.com - galleriaceribelli@tiscalinet.it


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Festa in campagna per la presentazione del n. 1 della nostra rivista ART APP nuovi appetiti culturali. Domenica 7 giugno alla Tenuta Pianelli, tra Cortona e il lago Trasimeno, il regista Fabio Sonzogni accompagnato dal maestro Paolo Testa ha dato lettura al primo editoriale della rivista festeggiata da più di duecento amici pervenuti da tutta

Art App, la festa è qui Italia e qualcuno da fuori. Una cornice bucolica, un menù regionale, prosciutto di cinta senese stagionato 36 mesi, una targa di Vestri cioccolataio in Arezzo, vini di Toscana e Franciacorta, molti stranieri che si sono portati la rivista in patria. Uno scroscio d'acqua ha costretto un tempo della festa in una delle stalle allestite per l'occasione avvolgendo di intimità e complicità i primi vagiti di ART APP.

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Piano & Forte

di Elena Rossi

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usicista eclettico che passa dalla musica sacra alle composizioni per il teatro, inventore di un pianoforte in plexiglas che si avvale di una tecnica sofisticata; come riesci a conciliare i tuoi impegni artistici con la vita lavorativa? Per necessità mi dedico anche a lavori pratici, socialmente riconosciuti. Non mi “consuma” molto tempo ma è fondamentale affinché tutto funzioni. Osservo la realtà con una lente deformata e fantastica riscattando il lavoro, luogo dove nascono conflitti e alleanze, dove l’umanità pulsa. Nel contempo carico la testa di personaggi e situazioni che popoleranno poi i miei spartiti. Il continuo passaggio e cambio di atmosfere da un ambito a un altro genera “tensione creativa”. Le tue composizioni non hanno testi, ma i titoli dei brani sono suggestivi, con molti riferimenti alle forze naturali e a sensazioni come i profumi. Da dove nasce la tua ispirazione? La mia musica è descrittiva, è “paesaggistica” ma di quel che vedo mi rimane un’idea fantasiosa e sproporzionata più che dettagliata. Possono essere colori, le forme di certe persone o di alcuni oggetti, edifici che

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con paolo testa conversazione

In occasione della festa di Art App.. abbiamo rivolto qualche domanda.. al maestro Paolo Testa,.. inventore del PlexiPiano con cui.. ha intrattenuto gli invitati..

immagino di abitare, profumi, giornate di pioggia o una bella automobile... dipende. Con le note disegno delle sensazioni sul pentagramma, reinterpreto delle emozioni e ci deve essere più di un collegamento tra quel che vedo in giro e la mia scrittura. È come se finisse tutto quanto in un frullatore; alla fine non distinguo più i singoli elementi ma rimane un colore dominante, un sapore forte legato a qualcosa che ho vissuto. Per questo non potrei scrivere musica senza avere a disposizione gli ingredienti più disparati, se non vivessi realtà contrapposte e non avessi impressioni forti, avulse dal contesto propriamente musicale. Molti dei tuoi concerti si svolgono nella cornice di un luogo sacro come una chiesa o un monastero, ma passi altrettanto facilmente a situazioni più ‘profane’. Che rapporto hai con il luogo e dove ti piacerebbe suonare? Credo che occorra rivisitare i luoghi, gli spazi. Spesso sono destinati a un’unica funzione ma sono carichi di risorse insospettabili: l’abitudine li svilisce, la fantasia li interpreta. Prossimamente terremo un concerto in un’officina di carrozzeria, con un’acustica favolosa e un arredo sorprendente. Voglio però che nulla venga spostato, “sistemato”. Dovrà essere un concerto proprio “dentro”, con

l’archetto al posto della chiave inglese. Il committente chiede musica dedicata alla meditazione; io gli ho suggerito di non cercare lo spazio di una chiesa perché c’è già tutto quel che serve dove trascorre le giornate, nel suo “tempio”. Penso sia uno stereotipo “specializzare”, separare i luoghi e i tempi, mentre per l’arte questo non esiste. La musica sgorga da qualsiasi situazione e nello stesso modo può essere goduta: in un vigneto, come in un magazzino o in una chiesa. Mi piacerebbe suonare ovunque perché il paesaggio è totipotente: unico limite il buon gusto, l’equilibrio. Com’è nata l’idea del pianoforte in plexiglas che hai disegnato e realizzato per usarlo nei tuoi concerti? Sentivo l’esigenza di suonare sempre con lo stesso strumento, come accade per gli altri musicisti che si portano il loro violino. Oltretutto con un pianoforte a noleggio spesso non c’è empatia, lo strumento ti respinge. Ho scelto il plexiglas perché volevo un materiale trasparente, che rendesse “visibile” la tecnica di produzione del suono facendola diventare un elemento del concerto. Ho quindi ideato il “PlexiPiano”, realizzandolo grazie alla competenza della ditta “Trend” di Albano S.


Foto di Gianfranco Rota

musica

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Sao Paulo 2008, foto di Luke Jerram

chi è | Quintetto italiano

Paesaggi urbani

Il Quintetto italiano: Paolo Testa, Sonia Rovaris al primo violino, Germana Porcu al secondo violino, Claudio Ceriotti alla viola e Aurelio Pizzuto al violoncello

Play me, I’m Yours

Paolo Testa Diplomato in organo e composizione al Conservatorio Statale “Giuseppe Verdi” di Milano sotto la guida di Luigi Benedetti, Paolo Testa esegue la sua musica da solista e in formazione, sia al pianoforte che all’organo.

Alessandro. Il privilegio di vivere nel duemila va sfruttato, così questo piano si avvale di un software sofisticato, risultato di anni di ricerca presso i laboratori dell’Istituto Nazionale di Scienze Applicate di Tolosa. Il grande pregio consiste nella versatilità della manipolazione del suono, che adatto all’acustica dell’ambiente. Ho a disposizione una tavolozza ricchissima di colori e sfumature, di effetti, così riesco sempre a costruire lo strumento giusto per quel concerto. È come se avessi ogni volta un pianoforte diverso, ma con la comodità di suonare sempre lo stesso strumento. Parlaci del “Quintetto italiano” che hai fondato nel 2008. È stata una felice combinazione, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di lavorare stabilmente con ciascuno di questi musicisti. Il nostro scopo è trasformare i pallini neri del pentagramma nelle vibrazioni e sensazioni di cui sono carichi. Tirarli fuori dalla carta, tradurli in suono, liberare l’energia! Praticamente si tratta del processo inverso rispetto alla composizione. Le mie note servono a fissare sulla carta delle emozioni, lo spartito le custodisce, ma al momento opportuno noi le rimettiamo “in aa libertà”, spargendole nell’aria . ●

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i sono idee che si propagano per passa parola e, oggi anche grazie a Internet, raggiungono in un batter d’occhio migliaia di persone. Di solito sono idee semplici e quando vengono realizzate tutti si chiedono ‘come mai nessuno ci ha pensato prima?’ Questa è forse la natura del genio, o dell’arte, quella di raccogliere un’esigenza collettiva che appena trova modo di esprimersi suscita interesse e consensi. La domanda che si è posto Luke Jerram, artista, inventore e scienziato dilettante, è molto semplice: “Perché quando vado alla lavanderia pubblica vedo la stessa gente tutte le settimane eppure nessuno scambia una parola? Perché non conosco nessuno dei vicini che abitano di fronte a casa mia?” La risposta l’ha trovata con la musica: un certo numero di pianoforti usati sparsi in diverse zone di una città, dai parchi pubblici alle scuole, dalle biblioteche ai quartieri più degradati, dove chiunque può esibirsi in pubblico. Play me, I’m Yours sconvolge la percezione della gente degli spazi cittadini, la stimola a intrecciare relazioni e a riappropriarsi Giovane artista eclettico con del paesaggio urbano. base a Bristol, ha iniziato la carriera nel 1997, spaziando Il primo esperimento, promosso da My Fierce dalla scultura agli oggetti Festival, è stato fatto nel marzo 2008 a regalo e alle installazioni Birmingham, una città con un tasso di multimediali. Oltre all’attività disoccupazione che è il doppio della media artistica, collabora a nazionale, dove non sono molti quelli che programmi televisivi, progetti possono permettersi di avere uno strumento in educativi, studi di design e fiere scientifiche. Il suo casa. Visto il successo della manifestazione, che interesse per i meccanismi ha coinvolto persone di tutte le età tra cui anche della percezione, dato in pianisti di valore, l’esperimento è stato parte dal fatto che è riproposto nel corso dello stesso anno a Sao daltonico, lo ha portato a Paolo, in Brasile, nel gennaio 2009 a Sidney e a condurre esperimenti in collaborazione con prestigiosi Paramatta, in Australia, e a maggio nella istituti di ricerca come cittadina inglese di Bury St.Edmunds. l’Engineering and Physical Nonostante le difficoltà burocratiche, quest’anno Sciences Research Council e Jerram è riuscito a convincere il comune di l’Institute of Sound and Londra a collocare in diversi spazi cittadini trenta Vibration Research pianoforti che, dopo essere rimasti a disposizione dell’Università di Southampton. Una delle sue della popolazione per tre settimane tra giugno e installazioni più recenti, luglio, sono stati donati alle scuole. A settembre itinerante in tutto il mondo, è è stata la volta di Bristol, ma a giudicare dalle Dream Director - Il lettere inviate al sito. www.streetpianos.com, già modificatore di sogni, un altri si stanno attivando per riproporre l’idea in esperimento che mira a curare i disturbi del sonno tramite diversi paesi del mondo. Per fortuna anche le stimoli sonori. aa idee brillanti sono contagiose. M.V. ●

Chi è | Luke Jerram

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arte

Patrizia Novello Luoghi abbandonati, marginali, . svuotati della loro identità, . impongono la loro presenza all’occhio . dell’artista, testimoni silenziosi . del segno dei tempi e del rapporto . dell’uomo con il territorio . Michele Tavola (Lecco, 1973) è critico d’arte, collaboratore del quotidiano La Repubblica e curatore della rassegna “Prospettive”.

Le opere riprodotte fanno parte dell’installazione Landscape from her (2008) Courtesy Montasio Arte

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di Michele Tavola aesaggi interiori, istantanee senza tempo o, se si preferisce, fotografie dell’anima. Si potrebbero definire così le opere di Patrizia Novello, giovane artista milanese, classe 1978, che ha lo studio nel cuore della Bovisa, quartiere postindustriale ai bordi della città, ma che sa far viaggiare lo sguardo e le emozioni ben oltre i grigi scenari di periferia che la circondano. I suoi paesaggi, intimi e personalissimi, sono formati da frammenti di cartoncino di dieci centimetri per otto, con il bordo bianco e l’immagine quadrata al centro. A guardarli bene sembrano proprio delle polaroid ed è esattamente così che Patrizia li chiama. Ma rispetto alle famose istantanee, che restituiscono il positivo alcuni secondi dopo lo scatto, i suoi lavori non hanno assolutamente nulla di immediato: nascono solamente dopo una gestazione lenta, complessa e meticolosa, e soprattutto, a differenza delle fotografie, non riproducono fedelmente la realtà ma presentano indecifrabili macchie di colore. E dunque, ci si potrebbe chiedere, che paesaggi sono mai questi? Il punto di partenza, per l’artista, è sempre fisico e concreto. L’ispirazione può venire dagli squarci di mondo visti durante un viaggio speciale, dagli sfondi paesistici che fanno da cornice a famosi quadri del passato (come in In the manner of old masters) o dai ricordi di un lungo soggiorno a New York (come in Lanscape from her). In un secondo tempo l’immagine iniziale viene elaborata e rimane solo l’emozione che essa produce: quello che resta è la sintesi di un vissuto personale; è - potremmo dire - il suo precipitato poetico. Il modo in cui la Novello crea i suoi lavori potrebbe essere ritenuto già di per sé un’opera d’arte. Compone e smembra, fa e disfa, dando vita a una specie di performance che un giorno qualcuno dovrebbe prendersi la briga di filmare: prima dipinge splendidi cieli azzurri o dolci colline verdi su un grande cartone vegetale, ma, appena il dipinto è terminato, lo ritaglia per formare le piccole polaroid che vengono disposte secondo forme geometriche rigorose e mai casuali. Un’occasione per scoprire le opere di Patrizia Novello è offerta dall’esposizione allestita tra il 24 ottobre e il primo novembre negli spazi della settecentesca Villa Sirtori di Olginate (Lc), lungo le sponde dell’Adda, nell’ambito della manifestazione “Prospettive – Nuove Proposte Artistiche”. Oltre ai lavori qui descritti, in mostra si può vedere ogni aspetto della sua ricerca, che indaga anche il linguaggio e aa talvolta sconfina nella poesia visiva.●

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libri Due case molto speciali ue storie diverse che hanno al centro la visione personale di due grandi architetti e come cornice una tragedia personale e una collettiva. Protagonista di Mio amato Frank di Nancy Horan (Einaudi 2007) è Mamah Borthwick Cheney, una donna sposata che sfidò la società benpensante di Chicago per vivere la sua storia d’amore con Frank Lloyd Wright, anch’egli sposato. Se ben poco di questa figura compare nelle biografie dell’architetto, nonostante l’influenza che ebbe sulla sua ispirazione, l’autrice del romanzo le ridà vita attraverso i frammenti di cronaca e una decina di lettere scritte alla femminista svedese Ellen Key, di cui Mamah fu la portavoce in America, e traccia il ritratto di una donna divisa tra il dovere di madre e l’istinto che la spinge a scegliere la libertà e l’autodeterminazione. Taliesin, la casa piena di luce progettata per lei da Frank, che dall’alto di una collina domina la campagna del Wisconsin, appare come la promessa di una vita felice, di un’armonia con l’ambiente e le persone che la circondano, ma nello stesso tempo si rivela troppo fragile e avveniristica di fronte a un mondo che si affaccia ai primi decenni del XX secolo con i pregiudizi di un’altra epoca, alla malignità e alla follia.

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Altrettanto impotente a difendere i suoi abitanti dagli orrori della seconda guerra mondiale è la casa di vetro di Mésto, in Cecoslovacchia, costruita per la giovane coppia di sposi Viktor e Liesel Landauer. Dietro i nomi di finzione usati da Simon Mawer nel suo romanzo La casa di vetro (Neri Pozza 2009), si nasconde la famosa casa in vetro e acciaio costruita nel 1930 da Mies van der Rohe a Brno per i Tugendhat, facoltosi imprenditori ebrei che dovettero lasciarla nel 1938, poco prima dell’invasione nazista della Cecoslovacchia. La casa di Viktor e Liesel, nelle sue linee essenziali e nella perfezione delle forme, è uno spazio fatto di luce e giochi di trasparenza che rappresenta il luminoso futuro di una borghesia ricca e illuminata, aperta alle sfide della modernità. Ma le inquietudini personali della giovane coppia e del loro giro di amici, insieme alle notizie sempre più allarmanti che penetrano dal mondo esterno, preludono al temporale che si addensa sull’Europa. La casa di vetro verrà occupata da altri abitanti; trasformata in laboratorio dai nazisti, resisterà ai bombardamenti, diventerà accampamento dei russi e scuola di danza, “luogo di equilibrio e ragione” come un ideale al di fuori del tempo. La figura di Frank Lloyd Wright, una delle personalità più complesse e discusse del ‘900, ispirò anche un grande successo degli anni ’40, il romanzo di Ayn Rand La fonte meravigliosa, da cui venne tratto un film con Gary Cooper (1949) e che in anni recenti è stato ripubblicato in Italia da Corbaccio (2004). Se la scrittrice russo-americana

mette in luce il lato migliore del protagonista, facendone un genio e un eroe del progresso, un ritratto più ricco di chiaroscuri è quello che emerge da un altro romanzo ispirato a Wright e uscito nel cinquantenario dell’inaugurazione del suo capolavoro, il Guggenheim Museum (ottobre 1959): Thomas Coraghessan Boyle, Le donne, Feltrinelli 2009. Ritroviamo qui Mamah, insieme alla ballerina serba Ogilvanna e alla morfinomane Miriam, raccontate da un ipotetico apprendista giapponese che non è tenero nel descrivere egoismo, meschinità e tradimenti del genio da cui si sente schiavizzato. E.R. Piccole, poetiche felicità n ragazzino senza nome che segue il suo percorso d’iniziazione per diventare uomo; una Napoli immersa nel mito, poetica e violenta, che trova il suo riscatto nella ribellione popolare contro l’occupazione tedesca; un umile saggio che ‘riceve’ i pensieri delle persone e tante altre figure inquadrate dalla portineria di un palazzo napoletano. Con questi elementi Erri De Luca, nel suo ultimo romanzo Il giorno prima della felicità (Feltrinelli 2009) imbastisce una storia corale, alternando i ricordi della guerra di Don Gaetano con le esperienze del giovane protagonista, in una prosa musicale fatta di immagini e di dialoghi che suggeriscono più delle parole. Quasi seguendo un destino già tracciato, il giovane orfano percorre tutti i passi della maturazione: il primo gol parato, la prima uscita a pesca, la prima salita al vulcano, l’incontro con il sesso e quello con l’amore. Un amore sbagliato che lo porterà, attraverso la sfida e il distacco, a ripercorrere il viaggio del suo maestro e a superare, insieme all’equatore, l’ultimo limite dell’infanzia.

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L’uomo che piantava gli alberi, di Jean Giono (Salani 1996) è un racconto avvincente di poco più di 30 pagine, tratto dalla reale esperienza di un soldato di fanteria della prima guerra modiale, che tra le colline desolate della Provenza incontra l’uomo che gli cambierà la visione della vita. È Elzeard Bouffier, anziano e solitario contadino che, dopo la perdita prematura della sua famiglia, decide di dedicare la vita a una lenta e incredibile opera: ogni giorno semina sistematicamente un centinaio di ghiande, selezionate con cura maniacale, non curandosi dei risultati o del terreno in cui opera. La natura risponde in modo sorprendente a questo lento ma fruttuoso lavoro e lo stesso Giono, tornando sul luogo a intervalli regolari, ne rimarrà colpito al punto da farsene silenzioso custode. Una storia che colpisce il lettore per la sua incredibile innocenza, per l’impegno di un uomo che termina il suo cammino sereno, con la consapevolezza di aver ridato vita e gioia. G.M.

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cronache

A Galleria Borghese, Roma, doppia ricorrenza per Caravaggio e il pittore inglese Francis Bacon, due artisti accomunati da una visione rivoluzionaria per il loro secolo 1 ottobre 2009 - 24 gennaio 2010

arte

PAVIA

MILANO E ROMA

Hopper a Milano e Roma

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a grande mostra antologica che aprirà il 15 ottobre a Milano e toccherà Roma prima di proseguire per Losanna è un’occasione da non perdere per conoscere Edward Hopper (1882-1967), pittore emblematico del realismo americano. L’esposizione, senza precedenti in Italia, conta oltre 160 opere ed è curata da Carter Foster, conservatore del Whitney Museum di New York al quale la storia di Hopper è indissolubilmente legata. Il pubblico potrà ammirare olii, acquerelli, disegni e stampe per ricostruire la carriera di uno tra i più grandi artisti statunitensi del XX secolo secondo un percorso tematico e cronologico che va dal soggiorno parigino fino alle scene dell’american life. Il tutto all’insegna di un realismo iper-reale, tra paesaggi di provincia, praterie di frontiera fino agli antri cittadini, tutti carichi di una forte tensione psicologica.

L’aurea pittura spagnola

Firenze inganna ad arte

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arà la bella cornice del Castello Visconteo di Pavia a ospitare Da Velázquez a Murillo, il secolo d'oro della pittura spagnolo nelle collezioni dell'Ermitage. Sono 50 le opere in mostra che fanno parte dell’importantissima collezione del museo russo, storicamente il primo tra i grandi musei d’Europa ad aprire una galleria dedicata alla pittura spagnola. Si tratta della prima esposizione allestita all’estero,nata dalla collaborazione scientifica e dal protocollo internazionale siglato tra il Comune Pavia, con i suoi Musei Civici, il Museo Statale Ermitage e la Fondazione Ermitage Italia, e dal legame storico e culturale tra Lombardia e Spagna. Un’occasione unica per ammirare le tele di alcuni dei grandi protagonisti della scena artistica internazionale del XVI e XVII secolo, come Velazquez, Murillo, de Ribera, de Zurbaran e Pereda.

Pere Borrell del Caso

PALAZZO REALE, Piazza Duomo 12, Milano 15 ottobre 2009 | 24 gennaio 2010 FONDAZIONE ROMA MUSEO via del Corso 320, Roma 16 febbraio 2010 | 13 giugno 2010

CASTELLO VISCONTEO, Pavia 10 ottobre 2009 | 17 gennaio 2010

PALAZZO STROZZI GENOVA

Firenze inganna ad arte ROMA

L’universo mobile di Calder

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pproda a Roma il celebre artista americano Alexander Calder (Lawnton, Pennsylvania, 1898 – New York, 1976), noto per aver inventato i Mobile, nome dato da Marcel Duchamp alle sculture aeree tra le più celebri della modernità. A Calder sarà dedicata una retrospettiva monumentale che va dagli oli giovanili e dalle prima wire sculptures, costruite con il fil di ferro, ai bronzi degli anni ‘30, fino alla scoperta dell’arte astratta e all’invenzione degli stessi mobile e degli stabile. Saranno visibili oltre cento opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private e dalla Fondazione Calder, organizzate secondo un criterio cronologico mirato a indagare l’intero percorso creativo dell’artista a partire dagli anni ‘20. PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI via Nazionale 194, Roma 23 ottobre 2009 | 14 febbraio 2010

Morning Sun Edward Hopper, 1952 Palazzo Reale Milano Fondazione Roma Museo

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nganni ad arte. Meraviglie del trompe-l’oeil dall’antichità al contemporaneo è la prima mostra che abbraccia l’intero periodo di vita del trompe-l’œil, riunendo un’antologia di esempi che rappresentano i suoi diversi aspetti. Pitture su parete d’epoca romana illustrano i motivi dell’antichità classica che per prima ha spinto la verosimiglianza fino all’illusionismo. Si tocca poi l’antichità greca e si procede passando per i capolavori dell’arte moderna europea (con uno spazio dedicato per la prima volta in Italia ai pittori realisti dell’‘800 statunitense) fino ai giorni nostri: tra pittura, scultura e arti applicate sono 120 le opere in esposizione, provenienti da collezioni private e musei, sia italiani che esteri. Tra i maestri di questa tecnica si potranno osservare Tiziano e Veronese, Velázquez e Mantegna, Tiepolo e Tintoretto, Turrell e Pistoletto. PALAZZO STROZZI, Firenze 16 ottobre 2009 | 24 gennaio 2010

Francisco de Zubaran San Fernando, 1630–1634 Castello Visconteo Pavia

Otto Hofmann Palazzo Ducale Genova

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Otto Hofmann

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a mostra Otto Hofmann. La poetica del Bauhaus vuole essere un diretto riconoscimento alla memoria di Hofmann (19071996), oltre a un’occasione per approfondire aspetti poetici dell’arte astratta nel XX secolo tramite l’opera di un artista che ben rappresenta le caratteristiche di interdisciplinarietà che hanno segnato le avanguardie europee del secolo scorso. L’esposizione prevede una lettura completa dell’opera di Hofmann e del suo percorso storico e creativo dagli anni ‘20 agli anni ’90; organizzata in quattro sezioni, è composta da circa duecento opere tra dipinti, disegni, fotografie e ceramiche, provenienti da diversi musei europei, collezioni pubbliche e private e dallo studio dell’artista stesso. M.V. PALAZZO DUCALE Genova 16 ottobre 2009 | 14 gennaio 2010


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Giuseppe Piermarini. Dal 27 settembre al 10 gennaio la città di Milano ricorda l’architetto della Scala a 200 anni dalla scomparsa con una grande mostra a Palazzo Reale.

architettura

design

fotografia

Frank O. Gehry

Giovani designer in Triennale

Tre appuntamenti milanesi

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MILANO

a Triennale di Milano, nell’ambito di Triennale Architettura, presenta Frank O. Gehry dal 1997, a cura di Germano Celant. Si tratta della prima esposizione dedicata all’architetto canadese che riunisce la selezione dei progetti realizzati a partire dal 1997, data dell’importante svolta stilistica costituita dal Guggenheim Museum di Bilbao, fino a oggi. Le architetture in mostra, che costituiscono il culmine dell’opera di Gehry, saranno analizzate anche nel loro rapporto con il territorio attraverso filmati, fotografie, disegni, modelli relativi alle varie fasi di elaborazione del progetto e parole dell’architetto. TRIENNALE DI MILANO 27 settembre 2009 | 10 gennaio 2010

PADOVA

Zaha Hadid

MILANO

l Triennale Design Museum di Milano presenta uno dei designer più originali del panorama internazionale, che nelle sue realizzazioni coniuga scultura, design, artigianato e performances culinarie. Originario di Merano, Martino Gamper presenterà dal 6 ottobre all’8 novembre i progetti 100 Chairs in 100 Days, un “collage” di pezzi storici rimontati in nuove forme, Total Trattoria, che propone un nuovo spazio conviviale, e un inedito realizzato appositamente per Triennale Design Museum.

d aprire un ciclo dedicato alla fotografia contemporanea dalla Triennale di Milano è una retrospettiva di Roger Ballen (New York, 1950), fotografo statunitense che da anni lavora in Sudafrica. Un’ampia selezione di immagini in bianco e nero che vanno dal 1982 al 2008 ripercorre le tappe di questo fotografo. Le sue opere sono esposte nei grandi musei di Londra, Parigi e New York.

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egli spazi di MINI & Triennale Creative Set proseguono intanto gli incontri con il design italiano contemporaneo: dopo Ma dove sono finiti gli inventori? di Lorenzo Damiani (fino al 25 ottobre), dal 4 novembre all’8 dicembre sarà la volta delle realizzazioni del monzese Massimiliano Adami, che ha già esposto a Milano e a New York..

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a quarta edizione della Biennale Internazionale di Architettura “Barbara Cappochin” ha premiato quest’anno l’architetto Giapponese Hikohito Konishi . Ospite d’onore sarà l’architetta anglo-irachena Zaha Hadid, prima donna a vincere il Premio Pritzker nel 2004, considerata uno tra i più importanti interpreti mondiali del decostruttivismo architettonico. La mostra presenterà i numerosi progetti realizzati in tutto il mondo – si ricorda quello per il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, a Roma, che sarà ultimato alla fine del 2009. I 2500 mq del Salone del palazzo padovano, che vanta il tetto più largo d’Europa senza il supporto di un colonnato e un prezioso ciclo di affreschi, verranno trasformati da Hadid in una grande installazione dal forte impatto in cui coinvolgere gli spettatori.

ROGER BALLEN, 1982-2008 7 ottobre -15 novembre | Triennale di Milano na singolare galleria di ritratti con 200 immagini scattate da ventidue fotografi, tra i maggiori protagonisti della fotografia italiana a partire dagli anni ’60. I soggetti delle foto sono artisti italiani e internazionali che hanno avuto un particolare legame con l’Italia. Tra gli autori degli scatti, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Ugo Mulas, Mario Giacomelli, Uliano Lucas. La mostra, ideata da Massimo Minini, approda a Milano dopo il Musée d’Art Moderne di Saint-Etienne Metropole e il Palais des Beaux Arts di Bruxelles, arricchita da una sezione con ritratti di artisti contemporanei della giovane fotografa siciliana Michela Forte. UNITED ARTISTS OF ITALY 24 settembre 2009 | 31 gennaio 2010 Palazzo delle Stelline, C.so Magenta 61, Milano

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n percorso surreale sulle tracce del coniglio di Alice è quello che propone il fotografo scozzese Albert Watson negli spazi di Forma. Sia che ritragga i grandi personaggi dello spettacolo, da Mick Jagger a B.B.King, che si dedichi alla fotografia di moda, al paesaggio o a oggetti di uso comune, i soggetti sembrano appartenere a una dimensione ‘altra’, trasformati dalla luce, dalla brillantezza dei colori e dalla composizione.

L’universo immobile del mobile

PALAZZO DELLA RAGIONE Padova 26 ottobre 2009 | 1° marzo 2010

MILANO

100 Chairs in 100 Days Martino Gamber

IL CONIGLIO BIANCO: Albert Watson a Milano 18 settembre 2009 | 22 novembre 2010 Forma, P.za Tito Lucrezio Caro 1, Milano M.V.

Render allestimento Zaha Hadid Premio Cappocchin 2009 Palazzo della Ragione, Padova

Frank O. Gehry dal 1997, Walt Disney Concert Hall, Los Angeles Triennale di Milano

Claudio Abate, Jannis Kounellis, ritratto, 1989, fotografia ai sali d'argento, ©Claudio Abate, courtesy Massimo Minini

Callie il Coniglio, Sherman, Conn., 2008 ©Albert Watson

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nuovi appetiti?

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