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MILANO OLTRE MILANO

Racconti della città che cambia 1990–2005

Urbanistica e comunicazione pubblica Silvia Botti

Urbanistica in cerca di rappresentanza Matteo Bolocan Goldstein

Si parla e si scrive molto di Milano. Ci sono una produzione e una circolazione vasta Milano manca di un racconto pubblico. La città si è trasformata visibilmente negli e continua di informazioni e conoscenze sulla città. Però non si costruiscono giaciultimi decenni senza essere accompagnata da un confronto politico e culturale altretmenti di questo sapere. Ogni volta, si ricomincia da zero. Mancano luoghi permatanto percepibile sia dagli interessi più forti dell’arena decisionale, sia dall’opinione nenti, condivisi, accessibili e aggiornati dove la città si racconti e possa essere racpubblica, dai residenti innanzitutto ma anche dagli abitanti che popolano Milano solo contata. Luoghi dove le conoscenze si scambino e si arricchiscano per diventare in alcune ore della giornata o in alcuni momenti dell’anno. Il fatto che manchi un racpatrimonio comune della cittadinanza. conto riconoscibile potrebbe essere trascurato se non avesse implicazioni profonde La storia di Milano è caratterizzata da una regolazione politica debole. Ma in sull’identità e sul profilo più intimo della città. Il racconto, o meglio i possibili racaltre stagioni i partiti, le forze sociali, il tessuto dei circoli, le istituzioni politiche e conti del mutamento sono una dimensione che rimanda alle forme civili della rapculturali diffuse hanno saputo portare a sintesi la frammentazione del pensiero e presentanza; una rappresentanza culturale prima ancora che politica, la cui mancandelle conoscenze. Oggi la situazione è profondamente diversa, e a Milano è difficile za indebolisce i legami di appartenenza e la vitalità stessa di una società locale. persino condividere informazioni. Ma se la conoscenza è un bene pubblico e segna Le trasformazioni urbanistiche della città non fanno eccezione; anzi, tra i tanti profondamente la qualità di una società democratica, allora comunicare significa aspetti del mutamento urbano sono forse quelle che mostrano con più evidenza un contribuire a sviluppare una sfera pubblica ricca e partecipata. E diventa strategico paradosso: le sembianze urbanistiche di una città sono di dominio pubblico, delineaper una materia tecnica e complicata come l’urbanistica, per sua natura crocevia tra no materialmente le risorse e i vincoli spaziali che costituiscono il teatro della cittaditemi di rilevanza pubblica e saperi politecnici ma nei fatti chiamata a regolare gli nanza; e tuttavia le regole che presiedono la costruzione della città descrivono un aspetti spaziali della vita quotidiana dei cittadini. campo opaco, una dimensione non del tutto decifrabile. “Chi governa l’urbanistica?” Per questo la ricerca “Mercato urbano e sfera pubblica” realizzata da una rete di possiamo domandarci riecheggiando il titolo di un importante studio di Robert Dahl ricerca coordinata dal dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico sulla democrazia urbana statunitense degli anni cinquanta. Quali regole pubbliche e e promossa da EuroMilano con il sostegno della presidenza della Provincia di quali comportamenti concreti si manifestano nelle trasformazioni urbanistiche e nelle Milano – e di cui questo giornale è un’anticipazione – è stata pensata fin dall’inizio pratiche d’uso degli spazi urbani? Da queste domande muove il percorso di ricerca anche come un progetto di comunicazione. La comunicazione non è mai stata conche proviamo in parte a restituire nelle pagine di questo giornale. Una ricerca che siderata competenza settoriale e nemmeno una dimensione accessoria per vendere intende misurarsi con il campo delle trasformazioni urbanistiche milanesi degli ultimi un prodotto lavorato con altre logiche, ma un approccio al tema e uno stile di ricerquindici anni, ponendo al centro i processi decisionali e gli attori dell’urbanistica ma ca. E anzi, la circolazione delle informazioni è stato un vero e proprio strumento delanche gli effetti che tali processi inducono sullo spazio urbano concreto. l’indagine. Nelle varie fasi della ricerca sono state frequenti le occasioni di scambio I primi anni novanta sono gli anni di tangentopoli, caratterizzati da una crisi vertidei dati raccolti e le opportunità di riflessione con gli operatori del campo urbanicale di credibilità di Milano e delle sue élite dirigenti e dalla demolizione della vecchia stico, con gli esponenti del mondo della ricerca, con immagine di capitale morale. La stagione dei nuovi sinfigure di riferimento della scena culturale e politica daci eletti direttamente a partire dal 1993 muove i suoi milanese. Ora si è giunti a una prima restituzione pubprimi passi provando a lasciarsi alle spalle le pratiche e i Sommario blica della ricerca attraverso una forma insolita: un simboli del vecchio sistema. È una storia ancora da scriPagina 2 Geografie del mutamento giornale. È un modo per sottolineare il carattere atipivere e da raccontare che tuttavia mostra aspetti sinto1990-2005. Milano, una città mondiale incompiuta co, aperto e non definitivo di questo racconto della tramatici proprio trattando la vicenda urbanistica. Milano Pagina 5 Voci della città sformazione di Milano negli ultimi quindici anni. In esaurisce in questi anni il ciclo del riuso delle vecchie Frammenti milanesi. Immagini e opinioni in ordine sparso queste pagine trovano spazio due ampie inchieste che aree industriali dismesse, la città attrae volumi crescenti Governare il territorio. 1990-2005 Ricordi e riflessioni di quattro presentano, la prima, un’indagine di trenta grandi prodi investimenti immobiliari e il suo volto cambia radiassessori all’urbanistica Il lavoro degli uffici. Organizzazione della macchina comunale getti/cantieri che segnano la trasformazione della città; calmente con l’apertura di grandi cantieri e attraverso la seconda, tre itinerari rappresentativi dei cambiauna miriade di trasformazioni diffuse; eppure, negli ultiPagina 8 Inchiesta menti diffusi e largamente spontanei che caratterizzano mi anni, le tumultuose trasformazioni urbanistiche semTrenta grandi trasformazioni le nuove pratiche d’uso degli spazi urbani. Ampie brano domandare una nuova committenza politica. La I progetti e i cantieri che hanno caratterizzato Milano negli ultimi 15 anni. L’arena pubblica: attori, risorse e processi decisionali. sezioni sono dedicate alle “voci della città”, alle riflesmancanza della politica è il tratto oggi dominante: in una L’urbanistica: gli effetti fisici, città pubblica e città privata, sioni e ai giudizi di chi in questi anni è stato attore e città dinamica e in mutamento che rischia di non racterritorio e mobilità osservatore privilegiato dei cambiamenti, oltre che alla contarsi e di rimanere ancora orfana di rappresentanza. Pagina 16 Mappa della ricerca politica e ai temi in agenda per lo sviluppo dei prossimi anni. Un’altra dimensione portante della ricerca, in Pagina 18 Inchiesta grado di alimentare il percorso di indagine, è una croTre itinerari del cambiamento Promossa da: EuroMilano Spa Anticipazioni dalla ricerca Progetti, cantieri e pratiche d’uso dello spazio esemplari: nologia dettagliata delle vicende urbanistiche milanesi con il sostegno della “Mercato urbano e sfera Isola-Garibaldi, Savona-Tortona-Navigli e da Lambrate a San Donato. rapportate agli avvenimenti locali e nazionali che Presidenza della Provincia di pubblica” del Consorzio METIS Tre percorsi e molte “stazioni” della trasformazione diffusa. hanno segnato le cronache del quindicennio. Un Verso la costruzione di repertori tecnici dell’urbanistica milanese Milano. del Politecnico di Milano. estratto della cronologia scorre lungo le pagine centraPagina 27 Politica/politiche li di questo giornale. La versione completa, come tutti Con il supporto di: Promossa dal Diap-Dipartimento Governo a destra, governo a sinistra Assessorato alla Cultura della di Architettura e Pianificazione i dati raccolti dall’indagine, le voci dei protagonisti Parlano Maurizio Lupi e Carlo Cerami. Provincia di Milano, Hines Italia del Politecnico di Milano in milanesi, i grafici e le interpretazioni si trovano sul sito Idee, azioni e strumenti per lo sviluppo di Milano Srl, Mondo Immobiliare-Il Sole collaborazione con Cdrl-Centro www.milanoltremilano.it. Un sito permanentemente in 24 Ore, Parisi Ferrandi: Eretici, Documentazione e Ricerche per Pagina 28 Verso un’agenda di temi pubblici costruzione, da frequentare e arricchire con segnalaSkira Editore. la Lombardia, Unicredit Real zioni e contributi, che vuole provare a essere un nodo Pagina 31 Contributors Estate e Centro documentazione Rete di ricerca e ringraziamenti pubblico della rete di conoscenze della città di Milano. RCS.


Geografie del mutamento

MILANO OLTRE MILANO

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1990-2005. Milano, una città mondiale incompiuta Matteo Bolocan Goldstein

La città della quale parliamo non è affatto scontata. Non lo è in termini geografici e forse anche il periodo considerato suggerisce qualche cautela. Osserviamo infatti Milano alla fine di un quindicennio (gli anni che vanno dal 1990 al 2005) che in termini urbanistici ha segnato, e sta segnando, marcatamente il profilo della città. Dopo anni di immobilismo e di sedicenti difficoltà realizzative, dopo l’impasse di tangentopoli e la lenta ripresa edilizia della seconda metà degli anni novanta, Milano sembra oggi costellata da progetti e cantieri che investono tutte le grandi aree dismesse dalle precedenti funzioni produttive (dai vecchi impianti manifatturieri al recinto storico della fiera), ma che non risparmiano i tessuti urbani più consolidati con una miriade di trasformazioni diffuse, medie e piccole, che cambiano il volto di interi quartieri. La mappa nella pagina accanto restituisce un’immagine sintetica delle trasformazioni in corso, almeno le più significative in termini dimensionali, a conferma dell’impressione riscontrata in molte interviste svolte tra operatori e vari interlocutori della città: quella di trovarsi di fronte a un contesto dinamico ma sconnesso, investito da un cambiamento caotico non solo a causa dalle quantità in gioco, ma anche della elevata frammentarietà degli interventi e della mancanza di un quadro di riferimento unitario. Come si può notare, il campo territoriale della ricerca mette in relazione il territorio del Comune di Milano con quello della corona dei comuni di prima fascia, assumendo che tale dimensione geografica rappresenti il nucleo centrale di una regione urbana milanese assai vasta e dai confini non sempre precisabili. Quale città abbiamo di fronte Dal punto di vista economico Milano ha superato definitivamente gli assetti industriali che l’avevano caratterizzata nel corso del Novecento. Se a partire dagli anni settanta la città delle fabbriche è stata investita da una profonda crisi economica e spaziale, tale crisi ha incubato una metamorfosi altrettanto radicale nelle forme economiche e sociali della città superando la stessa idea un po’ banale di città terziaria. Senza sprofondare in un declino irreversibile che ha segnato il volto sociale e urbanistico di molte città occidentali, Milano ha saputo coniugare in forme inedite la sua propensione industriosa con un’economia dei servizi fortemente connessa ai circuiti della produzione e dell’innovazione tecnologica. Tale processo non è privo di un forte connotato territoriale: si pensi a Milano come nodo e portale di un reticolo di produzioni distrettuali a scala regionale e nazionale; si pensi ad alcune funzioni di servizio tipicamente urbane (dalla fiera alle banche, dalle strutture universitarie e della ricerca a quelle sanitarie) che sempre più spesso scelgono di localizzarsi nella regione milanese vasta generando nuove relazioni tra città centrale e territori. In sintesi, Milano esprime oggi un duplice volto: da un lato, città-gateway caratterizzata dalla presenza di funzioni strategiche con importanti effetti di filiera (si pensi, ancora, alle attività universitarie e di ricerca e sviluppo, o a quelle ospedaliere e medicali), dall’altro lato Milano rappresenta un significativo laboratorio di nuove forme del lavoro autonomo e della micro-impresa sociale. Dunque, un campo urbano segnato sia dalla presenza di importanti agenti funzionali fortemente strutturati, sia dalla massima frammentazione del lavoro e delle sue pratiche. Dal punto di vista delle dinamiche sociali Milano offre segnali contraddittori: per un verso la città invecchia e perde popolazione da molti anni (nel 2001, la popolazione residente contava 1.256.211 unità, un valore inferiore a quello del 1951; cfr. tabella riportata sotto); allo stesso tempo essa continua ad attrarre flussi immigratori (a Milano erano presenti al 2001, 87.590 Confronto delle dinamiche demografiche di Milano, dei comuni di prima fascia e della provincia milanese: 1951-2001

stranieri pari a circa il 7% della popolazione residente, appartenenti a più di cento differenti etnie) ed è quotidianamente utilizzata da diverse popolazioni metropolitane che trovano a Milano luoghi di lavoro, di consumo e di fruizione culturale di rango. Milano presenta indubbiamente un’identità sociale meno forte e decifrabile del passato, ma è divenuta un campo urbano di rilevanti trasformazioni dei modi e dei ritmi dell’abitare, laddove popolazioni residenti e popolazioni abitanti manifestano una pluralità di pratiche d’uso dello spazio urbano (alcune stanziali, altre nomadi e discontinue) che pongono in tensione la città e la sua organizzazione. A Milano inoltre si assiste a un’accentuata concentrazione della ricchezza (il 12% delle famiglie detiene l’85% della ricchezza) e all’emergere di nuove povertà che si affiancano a quelle tradizionali. Tale aspetto si affianca a una mobilità sociale che, diversamente dal passato, trova maggiori strozzature e difficoltà in una città che presenta un costo della vita tra i più elevati d’Europa. Da ultimo, osservando il paesaggio costruito, Milano manifesta con più evidenza alcune condizioni endemiche di sofferenza – innanzitutto scarsità di spazi pubblici e di verde di prossimità, oltre a decisive carenze infrastrutturali – per nulla alleviate dal recente rilancio edilizio che investe la città. Negli ultimi dieci anni si è sostanzialmente esaurito il ciclo del riuso delle vecchie aree industriali dismesse, che si era manifestato con maggiore evidenza durante gli anni ottanta, ma i numerosi cantieri e progetti che segnano la città sembrano incapaci di generare positivi effetti nel contesto. La maggior parte degli interventi si caratterizza per funzioni ripetitive (residenza orientata a segmenti di reddito medio-alti e a grandi supermercati) e per una certa incapacità di pensarsi come parti urbane inserite in un contesto preesistente e anch’esso in profondo mutamento: la logica del recinto che caratterizzava i vecchi impianti sostituiti dalle nuove trasformazioni urbanistiche sembra così sopravvivere nel tempo. Milano è inoltre una città spazialmente raccolta e la dilatazione storica del tessuto urbano si è saldata con la crescita dei centri urbani di prima fascia, manifestando fin dall’immediato secondo dopoguerra una specifica tensione tra le dinamiche urbanistiche e le partizioni amministrative. Questi fenomeni hanno accompagnato la lunga fase della crescita estensiva della città e si ripresentano oggi, nella fase della riconversione insediativa e funzionale, come tratti irrisolti e problematici. Milano, tra funzioni e territorio Milano oggi è senza dubbio il cuore geografico e funzionale di una regione urbana vasta, ma è anche un nodo attivo di una rete locale/globale di città; o meglio, è un nodo dello spazio mondiale contemporaneo pensato e organizzato come fitto reticolo urbano. Non è facile avanzare un’immagine sintetica della città. Anche quella emergente di “porta di accesso e di connessione” di beni, informazioni e conoscenze alle diverse scale non fa che sottolineare quanto storicamente Milano si sottragga a una rappresentazione semplice e unitaria. Città scambiatrice, prima ancora di essere investita dal decollo industriale di fine ottocento; città delle diverse produzioni e mai piegata alla presenza di un solo comparto prevalente; città dei servizi alla persona ma anche di qualificati servizi commerciali e finanziari a supporto della produzione; città culturalmente e politicamente controversa e “poliarchica” per l’articolazione dei poteri economici e sociali con i quali l’amministrazione si è di volta in volta confrontata. Milano appare dunque come una città strutturalmente poliedrica e plurale, ma questa constatazione fa oggi problema in modo diverso dal passato. Forse pro-

prio in ragione di quel profilo incompiuto: di città sospesa tra un dominio territoriale ampio esercitato su una regione policentrica dai confini estesi e variabili e il suo essere nodo funzionale all’interno di relazioni dinamiche del world city network (gli studi di Peter Taylor rivalutano la posizione di Milano tra le prime dieci al mondo in termini di servizi avanzati e di imprese multinazionali). Città mondiale incompiuta, dunque, e non solo per lo scarto esistente tra dimensione funzionale e territoriale. Milano evidenzia anche un deficit culturale: molti segmenti sociali e professionali di Milano sono consapevoli di essere parte attiva di un reticolo cosmopolita, ma questa consapevolezza non riguarda la città nel suo insieme, mancandole la coscienza collettiva di città mondiale. E manca una progettazione pubblica capace di sostenere la diversificazione funzionale e simbolica tipica delle città mondiali. Si pensi ai grandi progetti di trasformazione urbanistica, anche quelli indagati nelle pagine di questo giornale. Essi appaiono deboli proprio dove una città mondiale dovrebbe sapersi esprimere meglio: quali funzioni rappresentative e trainanti? Quali spazi per le nuove produzioni con elevato valore aggiunto, economico e simbolico? Quale attenzione all’ambiente urbano e alla progettazione dei suoi spazi pubblici in grado di qualificare il costruito e di accogliere una pluralità di popolazioni e di comportamenti sociali? Non sono affatto domande retoriche. Le grandi funzioni sembrano un pallido ricordo del dibattito un po’ ideologico degli anni ottanta, molte tra queste sono al palo o rappresentano solo volumi edilizi in cerca di attori (si pensi al centro congressi, alla città della moda o alla biblioteca europea); i supermercati rappresentano i nuovi landmark di quartieri residenziali senza qualità; le vecchie e le nuove produzioni non incontrano un’offerta di spazi adeguata; ovunque prevalgono logiche espansive individuali dei singoli agenti (dalle università agli operatori della moda o agli enti ospedalieri) che imprimono scelte poco inclini a relazionarsi con il contesto; il sistema della mobilità delle persone, delle merci e delle informazioni è drammaticamente in ritardo rispetto alle nuove domande delle popolazioni e delle imprese. Una ricerca in evoluzione Malgrado le criticità ora richiamate, il taglio di questa ricerca non è interessato a emettere sentenze definitive. Diversamente, sembra importante riflettere e ragionare sugli effetti dei processi in corso e su quanto essi domandino capacità e modalità di governo più avanzate. Da questo punto di vista, è evidente che Milano sia ancora impreparata, oscillando tra due percezioni scomposte: da un lato, quella consapevole dei punti manifesti di debolezza e di sofferenza della città; dall’altro, la percezione che la città beneficia largamente di processi spontanei e auto-generanti innovazione sociale e produttiva. È come se la società locale fosse strutturalmente incapace di perseguire una “modernizzazione riflessiva”, avendo piena consapevolezza tanto delle risorse presenti e attive nel contesto locale, quanto dell’urgenza di conseguire più elevati effetti di governo. I primi risultati della ricerca sembrano andare in questa direzione. Le inchieste condotte, le voci e i ragionamenti raccolti da una pluralità di interlocutori, il campo degli operatori immobiliari e quello dei leader politici locali sembrano insolitamente condividere la necessità pressante di una nuova progettualità pubblica. Avanzare un resoconto critico e documentato dei processi in corso rappresenta un primo passo importante per acquisire consapevolezza sul senso di marcia e sui necessari aggiustamenti. Con l’ambizione di contribuire a comporre quel racconto del mutamento urbano che ancora oggi manca a Milano.


Il dinamismo caotico dei cantieri La mappa riporta le principali trasformazioni urbanistiche riferite ai quindici anni considerati dalla ricerca (1990-2005). In colore verde sono evidenziati i trenta

interventi superiori ai 60.000 metri quadrati di superficie lorda di pavimento sui quali si è concentrata l’indagine empirica restituita nell’inchiesta contenuta nelle pagine 8-15. Come si può notare, tale insieme rimanda sia a interventi maturi e in fase avanzata di cantierizzazione (come Bicocca

o i Programmi di Riqualificazione Urbana di Certosa, Rubattino o dell’ex Om), sia a progetti che muovono i primi passi e sui quali si stanno allestendo cantieri che segneranno la città nei prossimi anni (valgano per tutti l’intervento di Garibaldi-Repubblica o quello di Montecity-Rogoredo). In chiaro,

vengono riportati numerosi altri interventi puntuali – in prevalenza Programmi Integrati di Intervento – di taglio medio. L’immagine testimonia un certo dinamismo caotico che sembra il tratto caratterizzante la Milano degli ultimi anni. Numerosi interventi segnano le diverse sezioni della

città contribuendo a cambiare il paesaggio urbano e le stesse percezioni diffuse dei differenti ambienti, e tuttavia questo processo sembra avvenire in modo silenzioso. Come se al rumore assordante dei cantieri corrispondesse un mutismo culturale della città.


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Conflitti Architettura Contemporanea in Italia a cura di Pierluigi Nicolin

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Voci della città

MILANO OLTRE MILANO

Frammenti milanesi. Immagini e opinioni in ordine sparso a cura di Luca Gaeta

Scenari immobiliari

“Il quadro è mutato anche per via della nuova compagine di sviluppatori, locali e internazionali, che agiscono secondo principi diversi: il prodotto immobiliare non è solo industriale ma anche finanziario; vengono perseguiti obiettivi di qualità che erano rimasti inespressi nel passato; le strutture tecniche comunali esprimono una nuova generazione che ha risposto adeguatamente alla sfida con la ricerca di qualità, nella salvaguardia degli interessi pubblici.” Paolo Caputo, architetto, 27 febbraio 2006

“La progettazione degli interni è divenuta altro rispetto alla tradizione dell’arredamento. Oggi si tratta di una attività fondamentale per il funzionamento della città contemporanea, nel quadro delle trasformazioni postindustriali che comportano dismissioni, abbandoni e usi impropri delle strutture architettoniche. Non c’è più un’architettura che funzioni in base ai criteri su cui è stata progettata. Negli ultimi dieci anni Milano ha assorbito senza grandi problemi e senza dispositivi normativi adeguati quasi un milione di metri quadri di aree dismesse. Questo ha configurato

Regole urbanistiche

“La disciplina degli standard è stata il momento finale delle regole immaginate per disciplinare lo sviluppo della città industriale e per contenere la sua espansione a macchia d’olio compatta. […] Quelle regole avevano l’illusione di governare qualcosa che si immaginava stabile nel tempo: offerta di manodopera e una forte concentrazione infrastrutturale. La logica della contabilità urbanistica legata agli standard diventa norma astratta perché non c’è più la città industriale che l’aveva generata. […] Il processo di riforma non è terminato. Non si sa come governare la città di oggi che non solo è caratterizzata da prevalenti attività nel settore dei servizi, ma che ha anche necessità pressanti di costruire relazioni con tutto il mondo. Di fronte a questa situazione è una vera illusione quella di ritenere che sia possibile decidere rigidamente a monte ogni dettaglio dello sviluppo di qualcosa che non si sa cosa sia.” Pier Giuseppe Torrani, avvocato, 10 settembre 2005

“Dal sindaco Albertini in avanti si è avuta una maggiore elasticità nel campo della politica urbanistica, una semplificazione delle procedure, il cambiamento di alcune norme, per cercare di rendere meno rigida la programmazione e ripensando alcuni grandi temi progettuali emersi negli anni ottanta: la Fiera, che dopo l’espansione del Portello sud ha realizzato il suo polo esterno e si appresta a riqualificare il recinto storico. Un altro

Riconfigurare Milano

“Milano sta soffocando per carenza di capacità nel progetto e nella realizzazione di nuove funzioni, assolutamente necessarie per mantenere il rango di città ‘globale’, nodo di reti lunghe. Possiamo attrarre investimenti esteri solo se ci proponiamo come una piattaforma di interscambio e

affrontiamo i temi irrisolti: una logistica adeguata, il commercio integrato di grande scala, centri terziari avanzati. Registro un’assenza di visione sulle funzioni pubbliche e di interesse pubblico nel corso dell’intero quindicennio.” Fabio Terragni, Amministratore delegato, Agenzia Milano Metropoli, 20 settembre 2005

Governo del cambiamento

“Spesso abbiamo in mente che fare progetti significa fare nuove costruzioni, imponenti e significative. Certo, anche la riqualificazione del tessuto urbano ha la sua importanza. […] Ma bastano i muri a rendere sostenibile la vita delle migliaia e migliaia di cittadini milanesi di nuova e antica adozione? Dove sta la sostenibilità della vita? Dove sta la sostenibilità dello sviluppo e del progresso nel suo insieme? Quale progetto complessivo per Milano e per la sostenibilità della vita – si capisce non solo sostenibilità economica! – a Milano, oggi e negli anni che verranno? C’è l’idea di una direzione di marcia? Credo sia giunto il tempo che le forze culturali, sociali, economiche, politiche, finanziarie di questa nostra città si incontrino per una riflessione seria e per un grande progetto che riguardi la ‘sostenibilità del vivere’ per tutti.” Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, 6 dicembre 2004

“Milano è un’area metropolitana che non sa di esserlo, che non ha gli strumenti adatti per comprendersi e autorappresentarsi come tale. Milano deve diventare grande altrimenti rischia di scomparire. Credo che sarebbe

Economia urbana

“La lettura del mercato del lavoro che da cinque anni avanziamo con il Rapporto della Provincia segnala due aspetti. Per l’area milanese un dato preoccupante. La crescita spontanea della piccola logistica, che vuole dire congestione e che è connessa all’organizzazione della produzione, sempre più legata alla fornitura just in time.

Per quanto riguarda Milano, si sta affermando un’economia dell’evento che funziona come una grande fisarmonica, in cui il capitale fisso deve essere dimensionato per sostenere un’accoglienza di grandi e discontinui flussi di visitatori, mentre il lavoro diventa iperflessibile e si attiva solo quando occorre.” Ermes Cavicchini, Direttore del Cdrl, 27 marzo 2006

Milano come un distretto dell’innovazione (moda, gallerie d’arte, nuove professioni) il quale, senza un’offerta immobiliare irregolare, avrebbe sofferto una crisi spaventosa, perché la richiesta di spazi flessibili, reversibili, non avrebbe trovato posto. Domanda e offerta hanno coinciso miracolosamente. La città dismessa funziona meglio della città programmata. Questo è un tema per la cultura del progetto, la definizione di spazi a basso livello di identità, continuamente riprogrammabili.” Andrea Branzi, architetto, 16 marzo 2006

“Le molte iniziative che hanno aperto cantieri o presentato progetti per la città cominciano ad assumere un contorno preciso. Si è messa in moto quella che i sociologi americani Logan e Molotch teorizzarono come growth machine, la macchina della crescita. Usando un termine più vicino al nostro linguaggio direi che Milano è diventata l’oggetto di un ‘progetto capitalista’, termine con il quale intendo in senso tecnico la disponibilità di capitali. Mi sembra evidente che in questo momento vi sono molte persone ed enti che si sono convinti che Milano presenti buone occasioni di investimento, soprattutto in

esempio è l’area Garibaldi-Repubblica, sulla quale ci fu l’annullamento della Variante del 1984, poi il concorso internazionale, poi un lungo stallo dovuto alla situazione proprietaria. Sulla stessa linea si colloca l’iniziativa Rogoredo-Montecity. Si tratta di un prolungamento e di una ripresa della programmazione, che in parte va attribuito anche a Formentini per quanto riguarda l’insediamento dell’università alla Bicocca. Usando uno slogan, direi che le idee degli enti locali hanno camminato molti anni dopo con le gambe dei privati.” Carlo Tognoli, Presidente della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano, 28 settembre 2005

“La città è cristallizzata sulla mobilità, perché non si è fatto niente di nuovo. Tutti si mettono contro ai progetti di nuova viabilità. Milano oggi è un tessuto densamente abitato: qualunque intervento tocca degli interessi, e quelli particolari prevalgono sui generali. Come nel caso dei parcheggi interrati. Alcuni sono bloccati da conflitti. Abitanti che protestano, soprintendenze artistica e archeologica che intervengono. Ci sono conflitti di competenze non risolti. Restano inalterate le competenze statali sul paesaggio, l’archeologia e i piani di assetto idrogeologico. In più ci sono le servitù militari, quelle degli aeroporti, delle ferrovie e delle grandi infrastrutture: tutte queste competenze sono autonome e sovrapposte. È un problema tipicamente italiano. All’estero le verifiche vengono fatte a monte.” Giuseppe Sala, avvocato, 4 marzo 2006

“Le evoluzioni urbanistiche di Milano vanno rappresentate, vanno messe in scena anche prima di essere realizzate. Devono poter essere immaginate dai cittadini. Questo è il vero comunicare. È un patrimonio di emozione per l’immaginario metropolitano. Vuole dire creare senso di appartenenza. È fondamentale mettere insieme

una campagna degli operatori per parlare della città che cambia.” Davide Rampello, Presidente della Triennale di Milano, 21 febbraio 2006

“Lo stock di ricchezza concentrato a Milano è il 40% della ricchezza italiana. Ma il tasso di produzione del reddito declina. Non si generano flussi

possibile ricostruire la città senza ricorrere a un metro quadrato di aree private. Esiste il demanio dello Stato, ma anche quello degli ospedali, delle fondazioni. Abbiamo aree di pertinenza dei parchi agricoli che in realtà sono terra di nessuno, mentre avremmo bisogno di grandi boschi. Una volta disegnati gli spazi verdi necessari, le aree indifferenziate si possono liberare per altre funzioni. Ma non riusciamo a fare questo per mancanza di poteri e di visioni.” Gianpiero Borghini, Assessore regionale alla Casa e Opere pubbliche, 6 settembre 2005

“La frammentazione istituzionale all’interno di Milano e al di fuori di essa, quella con i territori circostanti che insieme alla città identificano la Grande Milano, deve essere superata in via concreta anche a prescindere dai tempi necessari per le eventuali riforme istituzionali e modifiche legislative. Il superamento di questa frammentazione ha senso solo se non ne deriva un ulteriore livello di governo del territorio rispetto a quelli esistenti.” Gian Francesco Imperiali, Vicepresidente di Assolombarda, 29 marzo 2006

“Se penso a questi anni l’immagine è quella della perdita di identità produttiva di Milano connessa al processo di terziarizzazione. Inoltre, l’emergere della città dei servizi ha risvolti decisivi su temi quali la mobilità, il sistema delle infrastrutture a scala urbana e territoriale, e quello relativo agli strumenti flessibili di comunicazione, le reti tecnologiche e le infrastrutture soft. Su questi aspetti si gioca il

recupero dell’area milanese. Per quanto a Milano siano presenti molte eccellenze occorre investire nella ricerca e qualità del lavoro. In questa direzione le politiche devono necessariamente essere plurisettoriali, fidelizzare in forme nuove le imprese al territorio.” Onorio Rosati, Segretario generale della Camera del lavoro metropolitana, 14 marzo 2006

campo immobiliare.” Guido Martinotti, sociologo, 2 giugno 2004

“In termini più generali sembra che ci si sia messi alle spalle la fase del blocco post-tangentopoli, quando non si muoveva più nulla, e si sia passati a una fase esattamente opposta di massima fluidificazione dei processi di crescita e di sviluppo della città. Vengono attirati investimenti, si aprono cantieri in continuazione, ma al di fuori di un progetto pubblico riconoscibile.” Marco Garzonio, Presidente della Fondazione Ambrosianeum, 1 luglio 2005

“Il fatto è che una volta presa la decisione di fare l’università in Bicocca, la rete di trasporto deve seguire, deve necessariamente adeguarsi, piaccia o non piaccia. A Milano si sono avviati progetti privati che segnano la direzione in cui va la città nei prossimi anni. Ora deve subentrare la razionalità urbanistica per dare unitarietà a quello che le forze del mercato un po’ selvaggiamente hanno realizzato. Se si mette in moto anche il progetto di Sesto San Giovanni sulle aree ex Falck la necessità di una razionalizzazione urbanistica diventa ancora più importante.” Marco Vitale, economista, 28 giugno 2005

“Da parte dei privati i mix funzionali proposti sono stati di una banalità assoluta. La rilevanza delle operazioni è stata tutta affidata alla forma, e quindi all’architetto di fama. Il tutto senza affrontare il problema più rilevante dell’intervento sulla città costruita: come riuscire a saldare il nuovo e il vecchio. Spesso quindi i progetti attuali appaiono oggetti marziani, senza relazioni con il contesto. Ed è accaduto anche che i progetti che si sono occupati della relazione con il resto della città siano stati scartati.” Maurizio Mottini, Presidente Consorzio TPQ, 22 settembre 2005

“Ma di quali regole influenti parliamo? Il rapporto tra regole e comportamenti è mediato da una cultura del costruire che a Milano manca. Manca un’idea condivisa di come si costruisce la città. Le regole da sole non ce la fanno. Dipende da quello che chiediamo loro. Occorrerebbe organizzare il dibattito pubblico attorno a linee forti che permettano agli attori di muoversi in uno spazio culturale condiviso. La riflessione tradizionale è monodisciplinare, non è mai di sistema, oppure è poetica. Occorre un quadro di riferimento condiviso per il dibattito, una città colta che si metta in sintonia. Solo così possiamo costruire regole utili, non in quanto vincolanti ma in quanto memoria di ciò che è utile alla città.” Luigi Mazza, urbanista, 17 maggio 2005

per alimentare la ricchezza esistente, che viene consumata oppure viene posizionata in attività a basso profilo di rischio, che non generano una catena del valore. È molto positivo invece l’esempio di Dublino. Il sindaco ha preso un pezzo di città e lo ha chiamato financial district, esentandolo completamente dal pagamento di imposte. Poi hanno spedito una

struttura ministeriale in giro per l’Europa a cercare investimenti. Ora Dublino è arrivata ad avere due milioni di abitanti dei quali oltre un milione sono stranieri. È anche vero che la città ha notevoli risorse territoriali, buoni collegamenti aerei, è diventata una città globale.” Giovanni Landi, Amministratore delegato Nextra, 23 settembre 2005

“I processi di cambiamento riguardano tre aspetti principali. Il primo è la composizione sociale della città. Si è avuta una trasformazione del profilo sociale legata ai cambiamenti nella struttura del lavoro che hanno impattato sui rapporti con il territorio. Il secondo aspetto riguarda il cambiamento dell’impresa, l’esplosione delle libere professioni. Il terzo è l’impoverimento demografico della città centrale e l’allargamento dell’area metropolitana. Ora penso che abbiamo raggiunto la fine della fase di indebolimento politico e di complessificazione sociale. Entriamo in una fase nuova dove occorre governare l’onda finale della fase precedente. Metto l’accento su velocizzazione, complessità e indebolimento.” Mario Abis, ricercatore sociale Makno, 28 ottobre 2005

“Il punto centrale è che, da almeno vent’anni, Milano non è riuscita a ripensare una sua funzione strategica dopo la crisi industriale. I temi della qualità urbana e della cultura non sono mai stati visti come leve strategiche per lo sviluppo territoriale. C’è l’incapacità di pensare alle politiche culturali in questo senso. Ma non c’è città che possa competere internazionalmente se non investe in cultura.” Daniela Benelli, Assessore provinciale alla Cultura, 4 novembre 2005

“Gli urbanisti sanno che il mercato immobiliare è fluttuante ma non si sono mai curati di adattare esplicitamente i loro obiettivi e strumenti al variare della congiuntura. Questo limite è aggravato dal fatto che nel nostro regime di autonomia fiscale la capacità di spesa municipale dipende dal ciclo immobiliare. Anche a Milano, dal dopoguerra, le politiche urbanistiche hanno svolto una funzione pro-ciclica (di

amplificazione delle oscillazioni anziché di stabilizzazione del trend) perché hanno irrigidito vincoli e oneri in fase di stagnazione e deregolato e defiscalizzato in fase di crescita. Dovrebbe accadere l’opposto.” Fausto Curti, urbanista, 21 febbraio 2006


Voci della città

MILANO OLTRE MILANO

Governare il territorio 1990-2005. Ricordi e riflessioni di quattro assessori all’Urbanistica a cura di Matteo Bolocan Goldstein

Roberto Camagni

Assessore all’Urbanistica della giunta Pillitteri

Sugli anni ottanta. Il punto politico della fase che precede tangentopoli era stato il Piano Casa che cercava di promuovere la residenza in affitto attraverso un percorso di urbanistica contrattata che prevedeva una più ampia realizzazione di standard. Il Piano Casa si bloccò a causa di un’acquisizione monopolistica delle aree da parte di Ligresti. Su questo nodo cadde la giunta Dc-Psi e si formò nel 1988 una giunta di sinistra con i verdi che tornò a lavorare sui vecchi piani d’area avviati all’inizio del decennio. Sempre nella seconda metà degli anni ottanta si impose il tema delle aree dismesse con un Documento direttore che regolava il rapporto tra spazi e servizi, ma quel Documento si bloccò nel 1990 perché tra le aree industriali era stata inserita la tipografia del Corriere della Sera. Un’esperienza formativa. Per me l’urbanistica era un terreno nuovo attraverso il quale capire più a fondo la città. Ho tentato di rimettere ordine mediante un approccio realistico perché mancava un inquadramento di iniziative pur dignitose. Arrivavo in una fase favorevole, di passaggio dall’urbanistica dei progetti cartacei a quella operativa. In quel periodo ho quintuplicato gli oneri di urbanizzazione. Ricordo una riunione con Assimpredil nella quale mi dissero: “Va bene l’innalzamento degli oneri, ma fateci lavorare, dateci un quadro di certezze”. Io chiesi loro di aiutarmi a recuperare le periferie. La crisi sul caso Fiera. Nel settembre 1991 scrissi una lettera indirizzata a Comune, Provincia e Regione in cui affermavo che “soltanto le anime pie possono pensare che la Fiera da Milano non se ne possa andare”. Erano in ballo le aree di Berlusconi a sud di Milano, sostenute dal presidente della Fiera Vicari. Ma tutti capivano che la migliore localizzazione era a nord. Su questa scelta caddi. I socialisti non mi hanno sostenuto e in quel momento le aree di Rho-Pero non interessavano a nessuno. Tra le tante cose firmate, ho fatto approvare anche una delibera che obbligava l’assessore a dichiarare, all’inizio dell’anno, le sue priorità. Un altro tema caldo era quello relativo al cambiamento di proprietà delle aree: “se essa muta posso tornare sulle decisioni prese?”. Sull’oggi. La sensazione è che vadano avanti i singoli interventi senza “risarcimento”. Si rilasciano permessi di costruire su vecchie fabbriche senza rapportarsi al contesto. Milano è una città che è stata ferita e che ha bisogno di tornare a pensare. Occorre una strategia per riequilibrare e riconnettere i territori separati dalla ferrovia. Questo diventa un tema del futuro: il recupero delle aree ferroviarie, dando certamente in cambio adeguate volumetrie alle Ferrovie dello Stato, ma affermando un’idea-forza di trasformazione.

Elisabetta Serri

Assessore all’Urbanistica della giunta Formentini

Il post-tangentopoli. Sul fronte politico e in particolare economico vi era l’esigenza di vedere un segnale di attivismo edilizio che andava mediato con quello della Lega di riscrivere tutti i documenti urbanistici in prospettiva. Ho cercato di trovare gli strumenti idonei, perché rifare il Piano Regolatore Generale (PRG) significava impegnare anni di attività amministrativa. Tangentopoli aveva creato grossi problemi nell’affrontare i grandi progetti. Il caso del Portello è emblematico. Una lettura serena degli avvenimenti non era facile e mi sentivo in dovere di coniugare l’esigenza di una riforma complessiva con quella di una rimessa in moto della città. L’occasione dei PRU. Un’esigenza era la riforma delle regole generali per alcune grandi aree, per introdurre un’equivalenza dei diritti. I PRU (Programmi di Riqualificazione Urbana) furono una “manna dal cielo”. Ci fu l’azione del Ministero dei lavori pubblici che mise a disposizione un po’ di risorse e di regole flessibili a livello comunale per operare su grandi ambiti di riqualificazione. Prima abbiamo messo in cantiere un Documento generale di inquadramento, per individuare le aree e le quantità in gioco. Attendemmo le risposte dei privati, in alcuni casi negative, e con sorpresa notammo che per alcune aree non giungevano proposte. Lavorammo

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Fino al 1993 i partiti e gli equilibri politici interni alle diverse maggioranze di governo giocavano un ruolo sensibile. L’importanza di alcune scelte urbanistiche era tale che di frequente in consiglio comunale una maggioranza diventava minoranza e talvolta si aprivano crisi e mutamenti del quadro politico locale: nuove maggioranze, diversi assessori, nuovi sindaci. I primi scorci degli anni novanta rappresentano una sequenza significativa di eventi: l’ultima maggioranza rosso-verde capeggiata dal sindaco socialista Paolo Pillitteri, la crisi politica sul caso Fiera, la breve esperienza del sindaco Piero Borghini, l’esplosione di tangentopoli il 17 febbraio 1992, il commissariamento della città. Dopo il voto del 1993 – svolto con le nuove regole di elezione diretta del sindaco – si susseguono tre esperienze amministrative: quella della Lega Nord e del sindaco Marco Formentini (1993-1997) e le due amministrazioni di centro-destra guidate da Gabriele Albertini (1997-2001 e 2001-2006). Nel sito della ricerca (www.milanoltremilano.it) c’è la versione completa delle interviste svolte a quattro degli assessori all’urbanistica di questo periodo. Qui anticipiamo alcune loro posizioni e riflessioni decisive per la comprensione dei più recenti processi di governo urbanistico.

contro il tempo e non mancarono resistenze da parte di alcuni uffici che non gradivano il nuovo approccio. I Nove parchi per Milano. L’esperienza del laboratorio di progettazione si inserisce appena prima dei PRU. Era il tentativo di generare idee per la città. Scelsi io stessa i progettisti italiani, erano coinvolti anche alcuni stranieri (Ungers, Koolhas) che dopo una prima riunione non si fecero più vedere perché in Comune non avevano ricevuto una buona accoglienza. Scegliemmo come sede del laboratorio gli uffici di via Dogana, visibili a tutti. Non volevo che il laboratorio si isolasse. La mostra dedicata ai progetti non fu male, ma la cosa finì lì. Il senso dell’iniziativa. Il progetto è servito almeno a togliere alibi ai proprietari che continuavano a lamentarsi. Era un modo per dire loro: avanzate proposte. Alcuni si fecero avanti e si affacciarono i primi progetti. Dissi: “Bene, abbiamo nove parchi comunali e dei progetti privati, come è possibile combinarli?”. Ci fu allora un secondo problema. Gli operatori immobiliari gradivano assai poco il dettaglio di una progettazione suggerita, anche se si arrestava al planivolumetrico. Non ci sarebbe stato nulla che avrebbe tolto ruolo ai progettisti che sarebbero intervenuti dopo; quali regole prioritarie abbiamo avanzato: solo numeri o anche qualcos’altro? Era importante uno strumento preliminare, utile alla consultazione e alla partecipazione. Troppi contrasti politici e culturali. È un peccato che Lupi abbia abbandonato quella esperienza. Ci furono contrasti anche al momento di portare i PRU in consiglio comunale, dopo mesi di lavoro in commissione. Allora la giunta si rese conto che il progetto aveva un valore di alcuni miliardi e che aveva effetti sull’economia urbana, oltre a dare risposte in termini di residenza e servizi. Nel predisporli abbiamo cercato esiti non monofunzionali. Ho voluto applicare la monetizzazione delle aree a standard, ma in Comune mancavano i valori di riferimento. Siamo riusciti a ottenere le cessioni dovute anche se non sempre si trattava di aree eccezionali.

Maurizio Lupi

Assessore all’Urbanistica della prima giunta Albertini

La crisi della classe dirigente. Sebbene avesse una maggioranza solida la Lega dimostrò la sua incapacità di governo. E Milano giudica, anticipa l’intero paese, ma altrettanto rapidamente cambia strada. Nel 1993 la città era bloccata. Gli unici atti urbanistici furono le decisioni assunte dal commissario. La fiducia della classe dirigente era distrutta e la capacità di decidere era delegata alla magistratura. L’assessore Junginger cadde proprio sulla paralisi della città. La Serri portò con sé un minimo di progetto strategico, commissionò la ricerca dei Nove parchi, ma le mancò il coraggio dell’attuazione. Il problema simbolico delle aree dismesse. Milano subisce una trasformazione economica profonda spostandosi sul terziario durante gli anni ottanta, ma senza un governo. Le aree dismesse diventarono il luogo del degrado e con le torri di Ligresti si arrivò al terziario dismesso. La contrattazione con il privato appariva negativa. I PRU furono fondamentali perché con una legge nazionale si affrontò l’emergenza e si aggirò la rigidità del piano con gli Accordi di programma, dando dignità al rapporto pubblico/privato. La Serri, intelligentemente, con un minimo di disegno decise di intervenire puntualmente. Quando diventai assessore, questo approccio venne teorizzato: abbandonare il piano a favore di un Documento di indirizzo che non conforma la proprietà. Per questo ci sono i piani attuativi. La svolta del 1997. Nella competizione elettorale vinse Albertini ché rappresentava il ritorno alla pragmaticità milanese. Si agì per ricomporre la fiducia tra la città e l’amministrazione, e lo si fece partendo dalle piccole cose come la manutenzione. Doveva esserci uno shock che fu possibile anche grazie ai positivi cambiamenti delle leggi Bassanini, oltre che alla scomparsa delle tradizionali mediazioni dei partiti. Fu riorganizzata la macchina comunale, le concessioni non venivano più firmate dagli assessori. La città voleva decisioni nell’immediato. Così firmai tutti gli Accordi di programma dei PRU e scegliemmo di fare assemblee pubbliche per ribattere alle molte obiezioni. Partono i cantieri. Abbiamo avuto visibilità sulla stampa valorizzando il verde e il recupero e siamo intervenuti sul regolamento edilizio avvicinandolo ai cittadini. Abbiamo cercato di invertire la logica insita in parole come “concessione”, permettendo tutto ciò che non è vietato. Inoltre, abbiamo presta-

to attenzione alla qualità introducendo la contestualità tra concessione e opere di urbanizzazione. Il Documento d’inquadramento del 2000. Mentre lavoravamo capimmo che occorreva un piano strategico che offrisse un quadro di sviluppo della città. Tra gli obiettivi generali del documento: riportare la residenza in città e valorizzare le eccellenze (università, ricerca, sanità). Questo elaborato rappresenta lo sfondo degli attuali cantieri (dal Portello nord al Sieroterapico). Può rinnovarsi nel tempo e agisce con strumenti attuativi flessibili non definendo le quote delle funzioni perché ciò impedirebbe l’adeguamento dei progetti ai tempi di realizzazione. Flessibilità contro rigidità, con i rischi che un modello flessibile comporta. Le elezioni del 2001. Albertini ottenne un successo clamoroso. Io sono andato a Roma a occuparmi di urbanistica. Del Debbio rimase in giunta per poco tempo e Carrubba era sempre più isolato. La giunta perse contatto con la città. Si mantennero rapporti con alcuni interessi forti, dimenticando tutto il resto. Milano ha liberalizzato ma ha perso la spinta innovativa. Rispetto ai bisogni emergenti si tornò ai vecchi modelli come la “delibera casa”. Gli interessi non fanno sistema. Esiste un problema da risolvere nella concezione dell’impresa privata. La pubblica amministrazione deve obbligare le imprese a fare sistema. Milano si è sviluppata di più quando c’era una vera amministrazione di rango politico.

Giovanni Verga

Assessore all’Urbanistica della seconda giunta Albertini

Un ventennio grigio. È iniziato nel 1975 con la prima giunta di sinistra ed è terminato nel 1995 con i primi interventi di riqualificazione della città voluti dall’assessore Serri. Nel 1990 eravamo nel momento peggiore, nella fase culminata con tangentopoli. Sul fronte immobiliare non partiva nulla. Le cause del grigiore erano nel PRG del 1976 che formalizzò un disegno ideologico del “tutto pubblico” in contrasto duro con la cultura e la civiltà milanese nella quale è sempre esistita una storica collaborazione tra pubblico e privato (una sussidiarietà ante litteram). Non si potevano utilizzare le aree, nonostante le fabbriche fossero chiuse, perché solo il pubblico poteva decidere e anche il passante fu vittima del blocco ideologico. Buio fino al 1995. È la forza delle cose che impose di usare le aree sulle quali si era progettato per vent’anni. Ma è dal 1997 che le cose si mossero davvero. Arriva Albertini con una giunta innovatrice, si superano le tradizioni dei partiti e cambia anche la cornice del diritto amministrativo. Una svolta liberale. Si concretizzò con la legge 9/1999. Non si trattava più di programmi speciali. Il Documento di inquadramento venne approvato nel giugno 2000. Fu un anno chiave perché l’eccezionale divenne ordinario e oggi abbiamo centoventi Programmi Integrati di Intervento (PII) che stabilizzano il processo. Già con la mia legge del 1986 per la prima volta pubblico e privato collaboravano; adesso la nuova legge urbanistica regionale afferma il concetto di sussidiarietà: tutto quello che il privato può fare ben venga, dentro un quadro di garanzie sull’uso e la gestione. Una ribalta internazionale. Molti attori internazionali sono attenti a quel che succede a Milano. A Berlino, Parigi e Londra abbiamo registrato segnali di interesse. La percezione più viva l’ho colta nell’autunno 2001 a Francoforte quando annunciando la nuova Fiera, ho notato le preoccupazioni dell’assessore tedesco per la loro scelta di aver riqualificato la fiera in sito. Ed erano ancora più preoccupati quando ho detto che a Milano ci sono dieci università co 20.000 addetti e circa 180.000 studenti. C’è stata una mutazione silenziosa della città. Una mutazione di composizione sociale e di utilizzo del territorio. Si pensi alla quantità di spazi legati alla cura della persona e alla salute (le palestre sono quasi dei servizi pubblici). Pochissimi negozi che hanno mantenuto la stessa destinazione. Molti l’hanno cambiata più volte. Gli stranieri sono di tutte le etnie e di tutti gli strati sociali. Questo è importantissimo. Milano non ha mai ghettizzato come altre realtà e lentamente gli immigrati fanno impresa. L’attrattività di Milano è fatta di tante componenti. Oggi la città si sta ampliando perché le funzioni si territorializzano: la Fiera, il San Raffaele, le università – il Politecnico si è mosso intenzionalmente nelle province lombarde – e anche l’immobiliare comincia da Milano, poi anche nell’area milanese si hanno investimenti stranieri.


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Voci della città

MILANO OLTRE MILANO

Il lavoro degli uffici

L’azione amministrativa tra modelli e pratiche quotidiane

Organizzazione della macchina comunale

Intervista a Emilio Cazzani, economista, da più di trenta anni al Comune di Milano e oggi Direttore centrale della Pianificazione urbana

Guido Codecasa

Guido Codecasa

L’attuale configurazione della Direzione Centrale 10 (DC 10) rispecchia una visione ormai matura e rinnovata di quali debbano essere le funzioni di governo del territorio per il Comune di Milano. In buona parte questa visione asseconda la fortuna riscontrata dai Programmi Integrati di Intervento (PII), il riconoscimento attribuito al Documento di inquadramento come strumento di orientamento eminente per le politiche urbane; e non riflette necessariamente una concezione rinnovata di guida tecnica e politica delle trasformazioni urbane a Milano. Il consolidamento di nuovi strumenti esecutivi e generali nella “cassetta degli attrezzi” del Comune si innesta in un processo quindicinale di sperimentazione e cambiamento amministrativo. Oggi il Comune può gestire profittevolmente le proprie risorse contestualmente alle opportunità offerte dalla progettualità privata, dalla programmazione e dai provvedimenti di altre istituzioni, pur scontando alcune inerzie residue. In gioco è un ripensamento del tradizionale rapporto tra assessori e uffici, e dei ruoli che entrambi potranno ricoprire in futuro. In secondo luogo è in gioco la misura in cui la componente tecnica dell’amministrazione è in grado di ricavare una delega politica per seguire in modo autonomo e responsabile progetti di rilevante interesse per la collettività. I caratteri di questo nuovo impianto di gestione urbana possono essere riassunti a Milano in tre punti. 1. Un ampio coinvolgimento di settori e servizi, ma due sole Direzioni Centrali intese come regie e motori in grado di promuovere le principali operazioni di sviluppo territoriale. 2. La DC 10 rappresenta il nodo di tutte le principali operazioni di valorizzazione immobiliare del territorio milanese, e ricopre una posizione unica nell’influenzare la qualità e gli impatti degli investimenti del settore immobiliare. 3. La gestione delle trasformazioni urbanistiche si gioca su un tridente di settori, specializzati nell’interfacciarsi con gli operatori dei settori responsabili delle componenti specialistiche dei progetti che hanno saputo sviluppare capacità originali e competenze proprie. La formazione di tali unità di regia e interfaccia nelle operazioni di sviluppo immobiliare sono rese possibili anche dall’integrazione tra “le due metà del cielo” dell’amministrazione pubblica – il personale amministrativo e il personale tecnico – conferendo ai centri di progettazione la facoltà di curare in autonomia la gestione delle risorse e il controllo formale delle pratiche. Molti aspetti restano tuttavia scoperti e irrisolti. In primo luogo, c’è da chiedersi se la DC 10 oltre a essere in posizione di seguire tutte le trasformazioni per conto dell’amministrazione sia oggi anche in condizione di scegliere e privilegiare quei progetti convenienti per gli orientamenti dell’amministrazione. Il nuovo Piano di Governo del Territorio (PGT) dovrebbe rappresentare un riferimento influente per le scelte particolari e i progetti strategici dell’amministrazione. Tuttavia in questa fase di transizione, sono più le persone e la gestione per obiettivi a condizionare le scelte particolari e di merito del Comune. Come conseguenza, pesa molto l’intreccio di ruoli: le posizioni dirigenziali, l’influenza effettivamente esercitata dalla Direzione generale e dai componenti della giunta. Vi sono quindi ampi spazi per sviluppare e rafforzare una funzione di guida strategica delle trasformazioni urbane, in grado di orientare selettivamente l’amministrazione su temi e progetti di interesse. Resta ancora aperto il nodo delle relazioni intercomunali che potrebbe assumere un nuovo significato in una funzione di pianificazione territoriale di vasta scala. Rimane pure irrisolta la relazione tra gli interventi di fiscalità urbana e le procedure urbanistiche: attualmente attribuite a diversi centri, e su cui pesa l’assenza di nuove forme di contabilità decentrata per le singole Direzioni Centrali. Infine, l’attività di gestione urbanistica comporta anche un ricorso a professionalità e competenze variegate. Le amministrazioni hanno in parte incorporato queste conoscenze ma sono costrette anche a ricorrere a consulenze e a forme di collaborazione esterna, per attività che verrebbero difficilmente fronteggiate dal personale delle strutture ordinarie. Il nodo delle collaborazioni appare tuttora un campo che richiederebbe un trattamento esplicito e pragmatico, per esempio attraverso la costituzione di agenzie esterne di studi territoriali in grado di attivare e risolvere tempestivamente per conto del Comune le collaborazioni necessarie.

La struttura delle Direzioni Centrali del Comune di Milano. Un atlante

Guido Codecasa: Quali sono le aree dell’amministrazione coinvolte nella gestione delle trasformazioni territoriali? Emilio Cazzani: Il Comune è attualmente strutturato in tredici Direzioni Centrali (DC) che in genere intrattengono un rapporto privilegiato con un assessore. Ognuna di queste rappresenta un centro di regia gestionale per specifiche politiche di interesse locale e un raggruppamento di Settori e di Unità di progetto. Sono strutture che fanno capo a un proprio dirigente e che a loro volta si articolano in Servizi e Uffici. La DC rappresenta un’authority di gestione delle risorse e del personale che tiene le fila delle varie attività di settore. Gli uffici coinvolti nell’accompagnamento delle principali operazioni di trasformazione territoriale non sono pochi. Sicuramente esiste un’affinità tra temi del governo del territorio e le Direzioni Centrali “Mobilità e Ambiente” (DC 5) e “Urbanistica” (DC 10) che svolgono una funzione di regia tecnica per i principali progetti della città. Tuttavia molte altre strutture ricoprono responsabilità correlate alla gestione dei progetti. Ogni progetto urbano rappresenta un particolare intreccio di programmi e procedure di settore che devono essere tenuti insieme e richiedono una funzione competente di regia interna capace di definire contenuti e tempistica delle operazioni, e di consolidare accordi – su base tecnica, finanziaria, legale e politica – con i soggetti via via coinvolti. Il grado di ricchezza e di complessità dei progetti si traduce in un coinvolgimento maggiore da parte degli uffici, anche al di fuori delle tradizionali aree di competenza e dei confini d’azione delle singole Direzioni Centrali. GC: Attualmente quali attività sono svolte dalla DC 10? EC: In sintesi riguardano il monitoraggio, la negoziazione, la valutazione e l’approvazione formale di tutti quegli interventi che comportano l’esercizio o una modificazione dello stato di diritto sugli usi del suolo o di un immobile. Riguardano sia iniziative private sia operazioni a responsabilità pubblica, anche derivanti dalle scelte programmatiche di altre istituzioni come la Regione. Ogni trasformazione urbanistica comporta problemi specifici. Il contenuto delle relazioni interorganizzative, il tipo di negoziazione, i contenuti dell’intervento richiedono infatti la specializzazione di alcune “linee di prodotto”. La prima grande distinzione intercorre tra le maggiori operazioni d’area (le trasformazioni urbane) e le trasformazioni diffuse dell’edificato (interventi sul patrimonio edilizio). Il secondo tema risulta compatibile con logiche di sportello. Invece il tema delle trasformazioni urbane è più complesso e articolato. Oggi tre settori si sono specializzati in questo tema. In un caso, per i piani e programmi di proposta privata, l’amministrazione è chiamata a uno sforzo di valutazione e controllo sulla qualità degli interventi e a proiettare e iniettare una domanda di utilities e servizi; nel secondo caso, nell’ambito delle politiche per la casa, si cerca di attivare partenariati istituzionali per finanziare piani e programmi esecutivi di edilizia pubblica; nel terzo caso alcune trasformazioni combinano componenti di valorizzazione immobiliare alla localizzazione di funzioni rare e/o al trattamento di alcuni nodi infrastrutturali, acquisendo formalmente e politicamente una rilevanza strategica per l’amministrazione e quindi uno sforzo di disegno e di progettazione dedicato.

Gestione di un programma complesso. La regia pubblica segue un metodo da lungo tempo sperimentato e qui illustrato. Il settore capofila è uno dei tre costituiti per la gestione dei

programmi complessi all’interno della Direzione Centrale 10. I settori coinvolti invece possono provenire da una qualsiasi delle altre Direzioni Centrali

GC: Il ruolo di regia per i progetti appare particolarmente vario e complesso: come viene interpretato a Milano? EC: L’amministrazione ha costruito sul campo una vasta esperienza nella gestione dei diversi casi legati ai vari programmi urbanistici, e ha sviluppato un metodo efficace di regia sulle singole trasformazioni. Il principio è che nel momento in cui prendono forma delle proposte di intervento, il Comune ha la necessità di verificare se esistano o meno alcune domande e politiche pubbliche che considerano quel progetto come un ambito conveniente di soluzione. Il settore che segue l’intervento opera come interfaccia con i promotori dell’iniziativa e gli altri eventuali soggetti coinvolti, ma si occupa anche di fare una raccolta e una sintesi opportuna delle istanze di settore interne al Comune. L’obiettivo è quello di sollecitare e interrogare tutte le componenti dell’amministrazione potenzialmente interessate. Nella pratica una serie di riunioni interne determinano la formazione di un parere complessivo da parte dei settori dell’amministrazione, mentre un gruppo di coordinamento del progetto lavora in fase esecutiva.


Inchiesta

MILANO OLTRE MILANO

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Trenta grandi trasformazioni I progetti e i cantieri che hanno caratterizzato Milano negli ultimi 15 anni. L’arena pubblica: attori, risorse e processi decisionali. L’urbanistica: gli effetti fisici, città pubblica e città privata, territorio e mobilità

Il nucleo centrale della regione urbana milanese è segnato da numerose trasformazioni urbanistiche, molte delle quali tuttora in corso. Con l’obiettivo di mettere a fuoco il rapporto tra regole urbanistiche e città costruita abbiamo lavorato intorno a un campione composto da trenta progetti di grandi dimensioni. Una soglia pari a 60.000 metri quadrati di superficie lorda di pavimento (slp) ci ha consentito di selezionare la quasi totalità dei casi milanesi e una quota significativa dei casi situati nei comuni della prima cintura. La selezione ha dato avvio alla ricognizione sul campo, quindi alla raccolta e al vaglio delle informazioni e dei dati. Preziosa si è rivelata la disponibilità degli operatori immobiliari e delle amministrazioni comunali, il cui interesse per un’attività di corretto monitoraggio delle trasformazioni ci ha notevolmente agevolato. La trasformazione del territorio di Milano e dei comuni di prima cintura è caratterizzata dal crescente peso di una progettualità urbanistica puntuale rispetto al piano regolatore. La città cambia sempre meno in attuazione del disegno predefinito di un piano, e sempre di più a seguito della definizione e valutazione di progetti di trasformazione, la cui approvazione comporta la redazione di una variante. L’area milanese che vediamo trasformarsi attraverso i trenta casi analizzati è ben diversa da quanto prefigurato nei piani regolatori. Anche i più recenti Documenti di inquadramento sono spesso generici sulle modalità di trasformazione dei singoli ambiti, lasciando alle proposte dei privati la possibilità di innescare un processo di formulazione e verifica di ipotesi progettuali. Sono state selezionate alcune variabili – le funzioni insediate, le rispettive quantità (metri quadrati di nuova superficie), le popolazioni che i progetti insediano (distinguendo, per ora, tra residenti e addetti) – che permettono un confronto tra i progetti, le diverse parti del territorio interessate, e i differenti periodi di ideazione e realizzazione. Si tratta di una prima selezione di variabili che potrà essere ulteriormente articolata. Si osserva come i progetti di trasformazione prefigurino un diverso assetto del territorio incidendo marcatamente sulla nuova distribuzione dei resi-

denti e degli occupati all’interno della regione urbana. Esiti questi derivati da una combinazione di scelte pubbliche e comportamenti del mercato immobiliare che hanno teso alla realizzazione di residenza a Milano e incentivato la localizzazione di uffici nei comuni di prima cintura. I vari casi indagati presentano caratteristiche molto simili nella loro organizzazione interna, associando ad ampi spazi a verde pubblico alte densità edificatorie. Un aspetto, questo, da mettere in relazione con le regole degli strumenti urbanistici utilizzati. Le trasformazioni indagate sono state, inoltre, occasione per la localizzazione di grandi servizi che, in alcuni casi, hanno avuto un ruolo rilevante per il successo dell’operazione. È stata indagata anche la qualità dei progetti, intesa come capacità di produrre benefici pubblici (in termini di risorse generate, di servizi realizzati, di oneri versati), e di confrontarsi con altre politiche settoriali, ed è stato valutato il sistema di pianificazione che influenza, e in alcuni casi sembra determinare, sia le trasformazioni indotte dai progetti sia la loro qualità. Il crescente peso dei progetti di trasformazione rispetto al piano richiede una maggiore attenzione alla valutazione dei benefici pubblici e privati indotti dai progetti, che sappia mettere in relazione tra loro le funzioni previste dal progetto, gli effetti indotti da queste sul contesto, gli interventi necessari per governare tali effetti (anche alla luce della programmazione in corso), e le risorse attivabili dall’operazione. A questo proposito, si osserva, nei progetti più recenti, in particolare in alcuni Programmi Integrati di Intervento (PII), una maggiore attenzione al tema della realizzazione dei servizi pubblici da parte degli operatori immobiliari. Ancora, invece, poco esplorato è il tema della gestione dei servizi pubblici. Sempre di più i progetti di trasformazione partecipano alla realizzazione di progetti infrastrutturali, tramite cessione di aree o contribuendo al loro finanziamento. Si registra, infine, una crescente attenzione agli effetti indotti dai progetti sul contesto, in particolare sul sistema della mobilità, ma la valutazione di tali effetti non sembra, per ora, riuscire a incidere sulle caratteristiche rilevanti dei progetti (funzioni insediabili e relative slp), ma solo su aspetti più marginali. (Paolo Riganti)

Urbanistica

I caratteri delle trasformazioni Paolo Riganti, Valeria Lupatini I trenta progetti interessano, complessivamente, una superficie territoriale di 10 milioni di metri quadrati, a conferma dell’importanza del processo di trasformazione che si sta verificando, e della necessità di comprenderne i caratteri. La superficie territoriale media dei progetti a Milano è di circa 283.000 metri quadrati, nei comuni esterni è di circa 513.000 metri quadrati. La trasformazione del territorio appare, quindi, relativamente concentrata. Dei trenta casi analizzati, i sei più grandi (quattro a Milano – Santa Giulia, Bicocca, Maserati, Quartiere Adriano – e due fuori Milano – Nuovo Polo Fieristico, Falck) occupano il 50% della superficie ter-

ritoriale complessiva: cinque milioni di metri quadrati di aree, dentro e fuori Milano, si trasformano all’interno di sei grandi progetti urbanistici. Sono previsti nuovi insediamenti per 6,5 milioni di metri quadrati (nuova superficie lorda di pavimento [slp]), e ciascun progetto prevede, in media, 200.000 metri quadrati di nuove funzioni a Milano, e circa 245.000 metri quadrati fuori Milano, con un indice territoriale medio che a Milano è pari a 0,71 mq/mq, e nei comuni esterni è pari a 0,48 mq/mq. Sempre per quanto riguarda l’indice territoriale, a Milano molti progetti si allontanano dalla media, sia con valori mag-

Superficie territoriale, slp e indice territoriale nei trenta progetti/cantieri

I mix funzionali insediati nei trenta progetti/cantieri

altro

giori (alcuni Programmi Integrati di Intervento [PII] e alcuni interventi monofunzionali) che con valori minori (i Programmi di Riqualificazione Urbana [PRU], i quartieri Adriano e Rogoredo, ma anche qualche PII); fuori Milano invece gli indici variano meno dal valore medio. Se osserviamo le destinazioni funzionali previste, notiamo una marcata differenza tra i progetti dentro e fuori Milano. A Milano la residenza e il terziario rappresentano oltre il 60% delle nuove funzioni, mentre le stesse funzioni rappresentano meno del 40% nei comuni esterni dove aumenta di poco il peso delle funzioni commerciali e le funzioni produttive si sostituiscono alla residenza. Complessivamente, quindi, i progetti analizzati prevedono l’insediamento di circa 49.800 nuovi residenti (calcolati a partire da un parametro medio di 40 metri quadrati di slp residenziale per residente), e di circa 76.400 nuovi addetti (utilizzando, in questo caso, un parametro medio di 25 metri quadrati di slp di terziario, produttivo e commerciale per ogni addetto). A Milano nuovi residenti e nuovi addetti sono simili, pari a circa 40.000 unità, mentre nei comuni esterni i nuovi residenti (circa 10.000) sono meno di un terzo dei nuovi addetti (circa 35.000). Nuovi residenti e addetti che costituiranno, a tutti gli effetti, le nuove popolazioni che abiteranno o graviteranno nei nuovi insediamenti, alle quali si aggiungeranno gli utenti e i clienti delle funzioni insediate.

produttivo commercio terziario residenza

a cura di Angelo Armentano e Roberto Ricci


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Trenta grandi trasformazioni

MILANO OLTRE MILANO

Urbanistica

L’attuazione dei progetti Paolo Riganti, Valeria Lupatini I progetti urbanistici mediante i quali si stanno trasformando circa 10 milioni di metri quadrati di superficie territoriale sono, per quasi il 90%, in variante ai piani regolatori e richiedono, quindi, una modifica allo strumento urbanistico che regola l’uso del suolo. Questa modifica comporta il passaggio in consiglio comunale per l’approvazione. La relazione tra interventi in attuazione e in variante di piano, e quindi il livello di controllo che le amministrazioni svolgono sui progetti, è un tema centrale emerso dall’inchiesta e richiederà ulteriori approfondimenti, anche in relazione ai nuovi strumenti urbanistici introdotti dalla legge regionale 12/2005. Veri protagonisti delle trasformazioni analizzate sono i Programmi Integrati di Intervento (PII) che vengono utilizzati per trasformare ambiti specifici (è il caso, ad esempio, di Corsico e di Cinisello Balsamo), o come lo strumento per l’insediamento di funzioni residenziali all’interno di aree produttive dismesse, in particolare a Milano. All’esterno della città centrale si è invece fatto maggiormente ricorso a Piani particolareggiati, Varianti urbanistiche e Piani di lottizzazione. È possibile associare alle diverse tipologie di strumenti attuativi utilizzati alcuni caratteri dei progetti. In particolare a Milano, le trasformazioni avvenute mediante Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU) si differenziano dai PII, e definiscono due modelli ricorrenti di organizzazione funzionale del progetto. Nei PRU la residenza assume un peso maggiore (oltre il 60%), mentre nei PII il terziario ha una presenza comparabile a quella residenziale. In entrambi i casi i progetti di grandi dimensioni si caratterizzano per la presenza di una grande superficie di vendita, ampia area di cessione, ed elevate densità fondiarie. La differenza più importante tra i due strumenti risiede nelle modalità di cessione e di realizzazione dei servizi. Con i PII è richiesta la cessione delle aree da destinare a servizi e in alcuni casi la loro attuazione e gestione. I PII inoltre si sono rivelati più efficaci come strumenti capaci di integrare operazioni immobiliari e interventi pubblici, in primo luogo infrastrutturali, mediante la cessione di aree per le nuove infrastrutture, o mediante il loro finanziamento.

Attori

Gli operatori immobiliari giudicano i mutamenti del mercato e delle regole pubbliche Luca Gaeta Dodici operatori immobiliari, protagonisti delle maggiori trasformazioni in atto. Dodici voci interne al campo della nostra ricerca che tratteggiano le linee interpretative del quindicennio. Attraverso i loro giudizi prendono corpo elementi che spiegano una crescita repentina del mercato milanese, tanto chiaramente avvertita dall’opinione pubblica nei suoi effetti quanto discussa in modo confuso e approssimativo. La gran parte degli operatori individua un momento di reale discontinuità nel mercato milanese intorno alla metà degli anni novanta. Si tratta di un lento ritorno alla crescita dei valori e delle realizzazioni dopo gli anni di blocco segnati da tangentopoli e dai riflessi della crisi che ha scosso i mercati internazionali nel 1989. Il fattore più incisivo nella ripresa, secondo

pareri quasi unanimi, è il costo del denaro che si mantiene basso con ripercussioni positive sulla convenienza dei mutui. A partire dal 1997 cresce l’interesse degli investitori esteri per il patrimonio immobiliare delle grandi imprese italiane, concentrato nelle maggiori aree urbane. Le maggiori operazioni di spin off riguardano i settori dei servizi e della finanza: Eni, Enel, Telecom, Ras, San Paolo Imi, Unicredit, Fondiaria Sai e così via. Si tratta di operazioni inedite, che collocano Milano nella mappa degli investimenti internazionali. Il nuovo decennio si apre con l’introduzione della moneta unica europea, che riduce i rischi connessi al cambio e agevola la comparazione dei rendimenti immobiliari. Ulteriormente alimentato dal cattivo andamento del mercato azionario, il ciclo degli investimenti inizia a coinvolgere le aree di trasformazione. Progetti con storie diverse alle spalle entrano simultaneamente nella fase esecutiva. Ma non è un vero e proprio cambio di fase. Si tratta piuttosto di un’accelerazione che imprime tensioni al mercato residenziale, dove la crescita dei valori è più consistente.

Anche il quadro delle regole urbanistiche per i grandi interventi inizia a mutare significativamente dal 1995, con il Documento di indirizzo dei Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU) che apre, a Milano, la stagione degli strumenti negoziali. Occorre ricordare che Bicocca, unico grande progetto dei primi anni novanta, viene attuato mediante Piani di lottizzazione. Ai PRU fanno presto seguito i Programmi Integrati di Intervento (PII), utilizzati per normare le principali trasformazioni degli ultimi cinque anni. La flessibilità degli strumenti urbanistici suscita minore attenzione, tra gli operatori interpellati, rispetto alla riduzione dei tempi decisionali. Il fattore tempo, parametro fondamentale per chi investe, è ritenuto cruciale per l’allineamento di Milano agli standard di altre città europee. Prevale comunque un giudizio positivo sull’operato dei tecnici comunali, sfumato dalla residua frammentazione dei passaggi amministrativi. Se non emerge un peso determinante della regolazione urbanistica nella fase di innesco del ciclo di trasformazioni, è mancata a giudizio di alcuni un’effettiva capacità

Le funzioni previste dai Programmi di Riqualificazione Urbana e dai Programmi Integrati di Intervento considerati nei trenta casi

di indirizzo strategico da parte delle amministrazioni che si sono succedute alla guida della città. La presenza di nuovi attori sta alterando gli equilibri consolidati del settore immobiliare. All’inizio del quindicennio i costruttori erano protagonisti delle operazioni di sviluppo. Colpiti in pieno dalla crisi del 1992, oggi occupano ruoli subalterni con pochissime eccezioni. I fondi speculativi, dopo alcuni anni di investimenti su immobili a reddito, sono impegnati con i propri developer sulle aree più significative. Le società immobiliari italiane, sempre più spesso quotate, attribuiscono un peso crescente alla prestazione finanziaria degli assets rispetto alla fase industriale dello sviluppo. Anche per questa ragione il mercato milanese conosce un processo di specializzazione funzionale cui non corrisponde, tuttavia, la capacità degli operatori di attivare strategie collettive. Tutti gli intervistati concordano sulla netta prevalenza di comportamenti individualistici, come mostra peraltro la debolezza degli organismi di rappresentanza. Con la parziale eccezione dei costruttori e del movimento cooperativo, gli

operatori si coalizzano soltanto per attuare interventi superiori alle singole forze. La geografia del mercato immobiliare milanese presenta un nucleo assai denso e pregiato nella cerchia delle mura spagnole, mentre si registra una relativa indifferenza ai confini amministrativi anche dal punto di vista delle dinamiche insediative. Il quadrante nord contiene molte tra le operazioni più importanti. Qui in modo particolare si pone la questione dei confini, che appaiono stretti e pertanto di ostacolo al governo del territorio. La dimensione metropolitana del mercato immobiliare viene estesa oltre i confini provinciali, fino a includere l’aeroporto di Malpensa e città capoluogo come Bergamo. La condizione per rendere effettiva tale espansione

territoriale viene individuata nel sistema delle infrastutture di trasporto, che appare sottodimensionato e troppo radiocentrico. Quello della Grande Milano resta per ora un auspicio. Sono stati intervistati: Giuseppe Gatto, Gruppo di Risanamento; Gualtiero Giombini, Europrogetti; Antonio Napoleone, Europa Risorse; Marco Plazzotta, RAS Immobiliare; Carlo Alessandro Puri Negri, Pirelli Real Estate; Luciano Caffini, Alcab/Ancab; Ugo Debernardi, Citylife; Giuseppe Pasini, Gruppo Pasini; Matteo Cabassi, Brioschi Finanziaria; Maurizio Sabbadini, CCL; Piero Torretta, Assimpredil; Manfredi Catella, Hines Italia; Alessandro Pasquarelli, EuroMilano.

Basso costo del denaro Afflusso di investimenti esteri Cattivo andamento del mercato azionario Spin off immobiliare delle grandi imprese Ingresso dell’Italia nella moneta unica europea Disponibilità di aree dismesse significative Legge sul rientro dei capitali dall’estero Liberalizzazione del sistema bancario Cartolarizzazione degli immobili statali

57 49,5 46,5 46 45,5 39,5 37 34 26,5

La crescita impetuosa dei valori immobiliari Nella tabella: i fattori che a giudizio degli operatori immobiliari hanno determinato il rialzo massiccio dei prezzi degli immobili. Come si vede, un solo fattore – il costo del denaro – ha pesato molto.


Inchiesta

Gabriele Pasqui Il dibattito pubblico sui grandi progetti di trasformazione urbana a Milano si è dispiegato in questi mesi, anche in relazione alla scadenza del ciclo amministrativo del comune capoluogo: recenti interventi di autorevoli esponenti del mondo della cultura, delle istituzioni e della politica hanno evidenziato come la questione dei grandi interventi a Milano e nella regione urbana costituisca un terreno privilegiato di discussione nell’arena pubblica. In questo contesto, una delle poste in gioco riguarda l’interpretazione del ciclo di sviluppo urbano degli ultimi dieci anni e dei suoi esiti sotto il profilo progettuale e dal punto di vista dell’organizzazione e della regolazione del mercato urbano. La ricerca restituita in queste pagine permette di offrire alcuni elementi di riflessione rilevanti a questo dibattito, a partire da un’accurata esplorazione empirica delle reti e delle forme dei processi decisionali relativi a un numero significativo di grandi progetti urbani realizzati o avviati a partire dai primi anni novanta del secolo scorso. Una lettura degli esiti dell’analisi empirica dei processi decisionali di trenta casi di grandi interventi di trasformazione urbana (rappresentati nella mappa, vedi pp. 16-17) deve dunque collocarsi sullo sfondo di un’ipotesi di lavoro piĂš ampia: la crisi e la vera e propria “rotturaâ€? dei dispositivi di regolazione politica locale prima e dopo il 1992 e la ridefinizione delle regole e delle procedure urbanistiche nella seconda metĂ degli anni novanta hanno profondamente mutato il contesto in cui hanno operato gli attori del mercato urbano, contribuendo, insieme a processi di natura generale (i cicli macroeconomici, le dinamiche della globalizzazione e della finanziarizzazione) all’affacciarsi sulla scena di nuovi attori e al

Strategie e relazioni degli attori privati Un primo insieme di considerazioni riguarda il campo degli attori della trasformazione urbana. Come appare evidente dallo schema proposto nella figura in alto, le grandi operazioni urbanistiche attivate o concluse nei primi anni novanta sembrano caratterizzarsi per un campo di relazioni piĂš articolato che nei decenni precedenti, anche se l’emergere di nuovi attori non ha necessariamente significato una maggiore densitĂ delle reti di governance. La crescente articolazione del campo degli attori dipende da tre dinamiche principali: - la rilevanza nel mercato urbano milanese di nuovi attori privati relativamente “specializzatiâ€? (a partire dai developer e dagli operatori finanziari); - l’irrobustimento del ruolo di attori economici non specializzati, che si sono strutturati in modo diverso dal passato per affrontare i processi di modernizzazione del mercato immobiliare; - la presenza e il ruolo crescente giocato da alcuni grandi attori istituzionali, a partire dalle autonomie funzionali e dai soggetti della ricerca e dell’alta formazione. Per quanto riguarda in particolare gli attori privati, nel mercato milanese si affacciano per la prima volta alcuni global player, portatori di logiche in parte innovative. Si afferma una figura di developer che opera su aree di grandissime dimensioni (Falck a Sesto San Giovanni, Santa Giulia, Porta Vittoria o l’antico recinto fieristico a Milano), gestisce in prima persona le attivitĂ  di marketing e di

comunicazione, si concentra sulla valorizzazione delle aree. Accanto a questi big player, sovente operanti sui mercati internazionali, sono ancora attivi alcuni costruttori “storiciâ€?, che spesso sono proprietari di grandi aree inedificate e che nel corso degli ultimi anni in piĂš di un caso hanno saputo modificare efficacemente strategie e forme organizzative per rispondere alle dinamiche accelerate del mercato. Inoltre, attori tradizionali del mercato immobiliare italiano (dalle cooperative alle assicurazioni) attivano nuove alleanze e ridefiniscono il loro ruolo e la loro missione, cercando di rispondere a un’istanza di modernizzazione molto forte. Infine, si trasforma il ruolo del sistema creditizio, anche in relazione ai processi di finanziarizzazione del mercato che tuttavia appaiono ancora lontani dalla complessitĂ e articolazione che caratterizzano il mercato immobiliare nei paesi anglosassoni. Nel loro insieme queste dinamiche hanno accentuato fenomeni di trasformazione degli assetti e delle strategie societarie da parte di molti operatori privati, e alla costituzione di nuovi attori dai tratti inediti per il mercato immobiliare milanese e italiano. SocietĂ  e istituzioni tra dinamismo e vuoto strategico Per quanto riguarda gli attori sociali e istituzionali l’elemento forse piĂš significativo è la presenza, in un numero molto rilevante, di progetti di alcuni attori non tipicamente “milanesiâ€? (dalla Fiera alle universitĂ ), che si sono ritagliati nel corso degli ultimi vent’anni un ruolo centrale non solo come fruitori ma anche come promotori dei progetti. D’altra parte, con rare eccezioni (tra le quali la piĂš importante sembra essere quella della filiera dei servizi e della ricerca sanitaria e biomedica), il ruolo degli utilizzatori finali nei processi di trasformazione sembra essere modesto, anche in ragione della quasi totale assenza di una riflessione strategica sulle funzioni metropolitane che ha caratterizzato le pubbliche amministrazioni ma anche gli attori privati coinvolti nei grandi progetti

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Chi decide la città . Gli effetti dei grandi interventi sull’arena decisionale

riposizionamento strategico di quelli già presenti. In queste pagine proponiamo dunque alcune ipotesi su tre temi principali: innanzitutto, come sono mutati sia il campo degli attori sia l’arena decisionale nel mercato urbano milanese. In secondo luogo, quali caratteristiche hanno presentato i processi decisionali relativi ai grandi interventi di trasformazione. Infine, quale configurazione ha assunto la filiera della progettazione e della produzione edilizia nel corso degli ultimi anni e quali esiti in termini di modernizzazione del mercato.

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Attori

MILANO OLTRE MILANO

Il pattern di governance dei progetti Il grafico descrive il campo degli attori censiti nei trenta progetti, accorpati per categorie omogenee e rappresentati su un sistema di assi cartesiani che in ascissa presenta la tipologia di interesse prevalente

dell’attore e in ordinata il livello di governance prevalente in cui opera. A ciascun attore è associato il numero di casi nei quali è stato identificato. Si può osservare una netta prevalenza di attori sovralocali rispetto a quelli locali, un ruolo forte della Regione e anche del Governo, oltre che dei

Livello di complessitĂ dei progetti

Esito del processo

Il livello di complessità dei progetti Il livello di complessità è calcolato come prodotto del numero di tipologie di attori (interessi economici, sociali, tecnico-funzionali e istituzionali) e di livelli di governance (sovranazionale/nazionale, regionale, provinciale/metropolitano, comunale,

locale) presenti in ciascun progetto. Il livello medio complessivo della complessità cosÏ calcolata è abbastanza basso, con un valore leggermente piÚ elevato per i casi localizzati nei comuni di prima cintura rispetto a quelli collocati nel comune di Milano.

Comuni, un peso assai rilevante di attori portatori di expertise tecnica e delle autonomie funzionali (Fiera, universitĂ ), una ridotta presenza di attori economici estranei alla filiera edilizia, un ruolo nel complesso poco significativo degli attori locali.


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Trenta grandi trasformazioni

MILANO OLTRE MILANO

degli anni novanta, assenza che viene sottolineata nell’intervista a Bruno Dente. Nel complesso il ruolo delle amministrazioni comunali sembra essere più regolativo che strategico: gli enti locali appaiono più interessati a strutturare efficacemente i processi di scambio con i privati piuttosto che a delineare, attraverso i grandi progetti, scenari e visioni condivise della città. D’altra parte nel contesto milanese, con pochissime eccezioni (la più significativa delle quali è l’esperienza dell’Agenzia Sviluppo Nord Milano, ora Milano Metropoli), sono assenti attori pubblici costituiti “su missione” forti e legittimati, capaci di giocare un ruolo propulsivo nella gestione dei grandi progetti. Per quanto riguarda i comitati di cittadini e le forze sociali, esse sembrano esprimere in larga misura posizioni “difensive”. Inoltre, incerto e opaco appare il ruolo degli altri attori sociali della rappresentanza, mentre i partiti politici non sono in grado di esprimere un chiaro protagonismo, in ragione della crisi profonda della rappresentanza politica e dell’espropriazione del ruolo delle assemblee elettive. Complessità e conflitti nei processi decisionali Se si osservano i processi decisionali, pur in presenza di una crescente articolazione del campo degli attori, il livello di complessità – sotto il profilo della numerosità e della diversità delle tipologie di attori coinvolti nei processi – resta abbastanza basso, soprattutto se paragonato a quello di altri contesti urbani europei. Il livello medio di complessità sui trenta casi analizzati è di 9,46, rispetto a un livello massimo possibile di 20 (si veda la figura al centro). Nonostante un livello di complessità non troppo accentuato, molti processi decisionali si sono rivelati estremamente lunghi e “complicati” (per oltre due terzi si tratta di progetti incompiuti: si veda la figura in basso). Questa lentezza sembra tuttavia dipendere più da fattori di natura tecnica e regolamentativa (si pensi al tema dei costi e dei tempi di bonifica di molte aree) e dalla scarsa capacità

di “regia strategica” delle amministrazioni locali, più che all’esistenza di forti conflitti simbolici o strategici. In effetti, la maggior parte delle operazioni si caratterizza per l’assenza di forti conflitti. Laddove si presentino situazioni di questo tipo, solo molto raramente assumono una valenza generale e un significato politico non localistico (un’eccezione è il caso dell’area GaribaldiRepubblica). Talvolta i conflitti vengono istituzionalizzati (per esempio, attraverso il dispositivo del ricorso al Tar) o trattati nella logica dello scambio tra interesse pubblico e vantaggi privati; sovente la posta in gioco è ricondotta alle caratteristiche tecniche degli interventi (standard, impatto ambientale, oneri di urbanizzazione). Raramente diventano occasione di discussione nella sfera pubblica (se non sotto il profilo della qualità progettuale) e quasi mai assumono connotati di radicalità analoghi a quelli conosciuti in altri contesti metropolitani europei. Una modernizzazione in corso tra tradizione e innovazione Il mercato urbano milanese sta cambiando. L’analisi dei processi decisionali relativi ai grandi progetti di trasformazione urbana dimostra che un mercato sempre più segmentato sta compiendo un percorso nella direzione della modernizzazione, nel quale tuttavia sono presenti segnali di innovazione insieme a pratiche più tradizionali. Tra i segnali innovativi è possibile evidenziare: - l’internazionalizzazione degli investitori e l’apertura a nuovi attori; - la finanziarizzazione e l’introduzione di nuove logiche operative; - la specializzazione degli operatori e la segmentazione dei mercati; - la professionalizzazione e l’attenzione agli aspetti di marketing e di comunicazione; - l’introduzione di forme di negoziazione più articolate tra comuni e operatori privati. D’altra parte, la modernizzazione appare incompiuta, anche in ragione di alcuni tratti specificamente italiani e “milanesi” del sistema degli attori e dei pattern di

governance. In particolare è possibile rilevare: - la tradizionale incapacità degli operatori di “fare sistema”, in ragione della quale gli attori operano in modo indipendente e non è riconoscibile una “filiera”, con la parziale eccezione dei costruttori; - l’incertezza nella definizione delle regole e delle pratiche di negoziazione strategica e operativa tra pubblico e privato (soprattutto in assenza di una “regia strategica”); - la scarsa robustezza della cultura tecnica e di una comunità professionale e di pratiche sufficientemente riconoscibili e coese; - l’insufficiente trasparenza del mercato, sia nelle strutture societarie che nella comunicazione di prezzi, costi e rendimenti. Queste ipotesi sulla modernizzazione in atto sembrano coerenti con una lettura più generale dei processi di governo nella regione urbana milanese secondo la quale a una società dinamica si accompagna una scarsa capacità di visione strategica e di accompagnamento dei processi di trasformazione da parte di tutti gli attori coinvolti, a partire dalle pubbliche amministrazioni. Nell’ultima fase a un’accelerazione della capacità realizzativa si è accompagnato un impoverimento dell’orientamento strategico: Milano e la sua regione urbana hanno bisogno di buone idee e non solo di progetti “introversi”, per quanto sostenibili dal punto di vista finanziario e commerciale. La compiuta modernizzazione del mercato urbano costituisce una delle condizioni perché istituzioni, operatori e società siano in grado di utilizzare i grandi progetti come occasione di immaginazione strategica: ciò significa che la modernizzazione non può essere intesa solo come un dispositivo per rendere più efficienti i mercati e redditizi gli investimenti, ma deve aprire spiragli per attuare, nella trasparenza, processi innovativi visibili di generazione e rigenerazione di beni pubblici, oltre che di condizioni di “abitabilità”. (in collaborazione con Gianluca Nardone e Cristina Picco)

Urbanistica

Le funzioni insediate Paolo Riganti, Valeria Lupatini

I progetti presentano una certa varietà di funzioni. A Milano ricorrono maggiormente residenza, terziario e commercio, mentre fuori città, commercio, terziario e produttivo. Se osserviamo le percentuali rispetto alla superficie lorda di pavimento (slp) complessiva, notiamo che alcune funzioni – prime fra tutte quelle espositive e quelle connesse alla filiera sanitaria – quando sono previste tendono a caratterizzare fortemente i progetti, soprattutto nei comuni fuori Milano. Abbiamo provato a individuare alcuni mix funzionali, ricorrenti nei diversi progetti. I mix funzionali-tipo sono stati costruiti osservando la combinazione (peso in percentuale sulla slp complessiva) delle cinque funzioni più ricorrenti all’interno dei trenta casi, ovvero residenza, terziario, commercio, produttivo e ricettivo, contestualmente alla dotazione di verde. Al fine di semplificare la classificazione, la dotazione di altri standard (parcheggi ecc.) non è stata considerata come fattore discriminante. Sulla base di questa metodologia sono stati individuati tre mix caratterizzati da una varietà di funzioni (mix 1, 2 e 3), un mix monofunzionale (mix 4) e uno – definito “altro” – per i progetti prevalentemente destinati a nessuna delle cinque funzioni più ricorrenti. I primi due riguardano i progetti caratterizzati da una forte presenza di funzioni residenziali, e si differenziano per la diversa quota di terziario e di produttivo. Grosso modo il primo tipo di mix corrisponde ai Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU) e ad alcuni piani particolareggiati fuori Milano (in tutto otto progetti), il secondo ai Programmi Integrati di Intervento (PII) dentro e fuori Milano (sette progetti). La differenza risiede nel diverso peso di residenza e terziario, e nella presenza/assenza di funzioni produttive (sostituite nel secondo mix da funzioni più “originali”, quali ricettivo, ricerca e attività ricreative). Un’ulteriore differenza consiste nella diversa presenza di verde, maggiore nel primo mix funzionale. Quando la residenza non è presente (mix 3) le funzioni terziarie e produttive occupano ciascuna circa il 30% della slp. I quattro casi corrispondenti sono tutti localizzati fuori Milano, tra Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo. Da notare infine gli otto casi classificati come monofunzionali. Due residenziali (Milano), tre ospedalieri, due insediamenti terziari e uno ricettivo. I progetti monofunzionali sono quasi tutti in attuazione del Piano Regolatore Generale (PRG), o varianti urbanistiche che si attuano mediante concessione. I casi non riconducibili ad alcuna delle tipologie precedenti sono tre: Bicocca e Politecnico per la forte presenza di servizi didattici, Nuovo Polo Fieristico per la prevalenza (ma non esclusività) della funzione espositiva. In tutti i casi l’area a verde pubblico ha una dimensione che oscilla tra il 20% e il 50% della slp complessiva. Si osserva l’assenza di insediamenti residenziali monofunzionali, a favore di una maggiore compresenza di funzioni diverse. Un fatto sicuramente positivo, se pensiamo alle dimensioni degli interventi e al peso che assumono nella trasformazione di parti importanti di territorio. Inoltre, i progetti in Variante di piano presentano un mix funzionale più articolato dei progetti in attuazione di piano. I progetti considerati presentano un modello ricorrente di organizzazione spaziale delle diverse funzioni: ampi spazi aperti pubblici, che in alcuni casi assumono le dimensioni di veri e propri parchi urbani, insediamenti concentrati con elevate densità fondiarie che si sviluppano in altezza. Questo fatto è in buona parte attribuibile alle regole della trasformazione che, in particolare a Milano, prevedono la cessione a verde pubblico di almeno la metà dell’area.

Ricorrenza delle funzioni dei trenta progetti/cantieri

Milano Comuni esterni


Inchiesta

MILANO OLTRE MILANO

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Urbanistica

Benefici privati e pubbliche utilità Luca Gaeta In che misura i grandi progetti hanno contribuito alla produzione di beni pubblici? Partiamo da un dato aggregato: le aree destinate a standard misurano circa 5,5 milioni di metri quadrati. La maggior parte di queste aree servono per realizzare verde pubblico e parcheggi, ovvero attrezzature indispensabili alla qualità dello spazio urbano purché siano adeguatamente progettate e gestite. In alcuni casi, tuttavia, la collocazione degli spazi aperti privilegia l’introversione rispetto all’accessibilità. Alcuni parchi sono semplicemente relegati in aree poco adatte all’edificazione, mentre avrebbero potuto qualificare l’offerta immobiliare anche dal punto di vista della sua redditività. Il ricorso allo standard qualitativo è ancora limitato. A Milano viene usato in quattro Programmi Integrati di Intervento (PII), dando luogo a funzioni come il Museo del design nell’ambito del progetto Citylife. Un altro tema da non sottovalutare riguarda il crescente costo gestionale dei servizi e degli spazi pubblici generati dalla pianificazione dei grandi interventi. La strada degli accordi pluriennali con soggetti privati è stata praticata in casi molto limitati. In aggiunta alla cessione di aree a standard, gli operatori immobiliari versano nelle casse comunali delle somme, calcolate parametricamente, che servono a finanziare opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Molto spesso, negli interventi esaminati, gli operatori hanno versato oneri di urbanizzazione superiori a quanto è dovuto per legge. Accordi resi possibili dalle forme più recenti di pianificazione attuativa hanno garantito, in sedici casi, una riscossione di oneri doppia rispetto al dovuto. Se il rapporto tra oneri effettivamente ceduti e oneri dovuti appare in crescita nell’arco del quindicennio, ciò si deve anche alle diverse condizioni di mercato nelle quali i progetti hanno preso avvio. L’approvazione dei Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU) precede, ad esempio, la forte dinamica dei valori immobiliari che segna la stagione dei PII. E occorre ram-

Attori

Innovatività, governance e strategie nei grandi progetti per Milano Intervista di Gabriele Pasqui a Bruno Dente Bruno Dente, docente di Analisi delle politiche pubbliche al Politecnico di Milano e uno dei maggiori esperti italiani di processi decisionali, ha studiato negli ultimi anni i processi di governo nell’area metropolitana milanese a partire dall’analisi delle politiche e dei progetti attivati da una pluralità di attori pubblici e privati. Gli abbiamo chiesto una riflessione sulla complessità e densità della rete di attori nei grandi progetti di trasformazione urbana, anche in relazione agli esiti della ricerca nazionale da lui coordinata su

innovatività metropolitana, governance e capitale sociale in quattro contesti metropolitani italiani (oltre a Milano, Firenze, Napoli e Torino). Bruno Dente: Se si pone mente alla stagione progettuale degli anni settanta e ottanta (si pensi solo al Documento direttore del progetto Passante ma anche al ruolo svolto da un soggetto come l’Associazione Interessi Metropolitani nel tentativo di sbloccare l’area Garibaldi-Repubblica) sembra proprio che il decennio successivo abbia visto una certa banalizzazione delle proposte progettuali. In fondo le esperienze più emblematiche degli anni novanta sono stati i Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU), caratterizzati da un mix di destinazioni d’uso del tutto tradizionale: un po’ di verde, un po’ di

mentare che, a Milano, l’ultimo aggiornamento significativo degli oneri di urbanizzazione risale al lontano 1991. La negoziazione degli oneri diventa occasione per restituire alla collettività parte di una ricchezza che essa stessa contribuisce a creare e/o per mitigare gli impatti ambientali di trasformazioni che avvengono nel tessuto urbano denso. Da questo punto di vista sono pochi i progetti che prevedono un contributo diretto dei privati alla realizzazione di opere infrastrutturali, come ad esempio Santa Giulia e Milanofiori 2000. Una terza forma di utilità pubblica è quella derivante dall’offerta di edilizia residenziale convenzionata e pubblica. Quasi assente dai grandi progetti sviluppati nei comuni di prima cintura, questa tipologia di residenza si riscontra in una decina di progetti milanesi tra cui il quartiere Rogoredo, di matrice pubblica. Nei PRU era fissata una quota di residenza sovvenzionata pari al 25% della residenza totale. Questo meccanismo è stato superato dai PII, che consentono una maggiore flessibilità del mix funzionale. La residenza libera ha fatto la parte del leone, concedendo qualcosa alla residenza convenzionata e alla residenza temporanea per studenti universitari. L’utilità pubblica generata dai grandi progetti può essere valutata positivamente in termini assoluti. Non si può tuttavia trascurare l’esigenza di commisurarne l’entità in relazione ai benefici ottenuti dagli operatori privati. Con buona approssimazione, gli utili generati dallo sviluppo immobiliare si ripartiscono tra proprietario fondiario, promotore e collettività secondo proporzioni variabili, che dipendono dalle circostanze del processo decisionale e dai vincoli del sistema in cui la trasformazione avviene. Questo genere di valutazione richiede trasparenza e preparazione professionale in misura non sempre presente nelle pratiche negoziali, su entrambi i lati del tavolo. Molti passi incoraggianti sono stati compiuti nella direzione giusta. Molto lavoro e molto studio appaiono ancora necessari.

terziario, un po’ di commerciale, tanta residenza. Certamente il ruolo dei developer si è imposto, e in più di un senso soggetti come Pirelli Re o Risanamento sono nuovi, per il legame che stabiliscono tra operazioni immobiliari e operazioni finanziarie. Tuttavia dal punto di vista della governance dei processi il salto qualitativo era già stato compiuto e gli anni successivi appaiono abbastanza statici. Gabriele Pasqui: Quali attori giocano un ruolo innovativo nelle politiche di trasformazione urbana e quali invece appaiono attardati in logiche più tradizionali? Bruno Dente: Forse si può parlare di un ruolo potenziale: dei Comuni della regione urbana, forse della Provincia in funzione di supporto e poi delle fondazioni, delle università, più in generale della

cultura e della società civile. Ma, a parte piccole eccezioni (per sempio: il villaggio Barona, dove fondazioni e terzo settore, insieme alla cultura, hanno costruito un piccolo esempio di innovazione funzionale e processuale), non vedo attori con un ruolo trainante. Rispetto al passato c’è forse – ma non dappertutto – una maggiore attenzione alla qualità del segno architettonico, anche se declinata essenzialmente attraverso il ricorso ai “grandi nomi”. Di innovazioni funzionali non se ne vede traccia (basti pensare all’incerto futuro di un tentativo come la Fabbrica del Vapore, o a discutibili e forse improbabili innovazioni come la Biblioteca Europea e la Città della moda) e sotto il profilo simbolico forse l’innovazione più visibile resta l’ago e il filo di Oldemburg in piazza Cadorna.

Dotazione di verde attrezzato per abitante

GP: Quali sono le sfide che un’analisi dei grandi progetti attivati o in via di attivazione pone all’agenda di governo di Milano nei prossimi anni? BD: La sfida principale è far ripartire una dimensione intercomunale dell’innovazione. Dopo il blocco realizzativo degli anni ottanta, il prezzo pagato per la ripresa di efficienza è stato, da parte del comune capoluogo, una chiusura entro i propri confini che è estremamente pericolosa. È vero che c’è un nuovo protagonismo dei comuni minori, ma anch’esso è giocato, forse inevitabilmente, in chiave difensiva, come miglioramento della qualità della vita per i propri abitanti. Occorre ripartire dagli elementi di unità dell’area metropolitana (il cosiddetto “polo esterno” della Fiera, Malpensa, il sistema dei parchi, le grandi istituzioni culturali ecc.) e farne dei poli di

sviluppo dell’innovazione – anche simbolica e funzionale – in modo da ridare identità e visibilità alla vera dimensione di Milano. Ma per far questo manca nel modo più assoluto anche solo un embrione di sistema di governance. È da qui, credo, che bisogna ripartire, sapendo che le soluzioni sperimentate altrove – penso ai piani strategici di Barcellona o Torino – forse non costituiscono la strada più adatta.


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Trenta grandi trasformazioni

MILANO OLTRE MILANO

Urbanistica

Principali ambiti di trasformazione urbanistica e infrastrutturale

Trasformazione urbana e mobilità Paolo Riganti Gli investimenti in infrastrutture di trasporto collettivo che interessano direttamente i progetti/cantieri urbanistici considerati ammontano a circa 900 milioni di euro (escluso il passante ferroviario), dei quali circa il 45% ricadono all’interno del comune di Milano. La figura evidenzia cinque ambiti caratterizzati dalla compresenza di progetti di trasformazione e di investimenti infrastrutturali. Particolarmente importanti sono, oltre all’area centrale milanese dove si concentrano sei progetti urbanistici e la realizzazione del passante ferroviario: l’ambito nord-est, tra i Comuni di Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo con sette progetti urbanistici analizzati e la previsione della nuova linea metropolitana 5 e il prolungamento della linea MM1; e l’ambito nord-ovest, con un progetto analizzato, il Nuovo Polo Fieristico, integrato al prolungamento della linea MM1 e alla nuova stazione dell’alta velocità. Le trasformazioni in corso costituiscono, quindi, l’occasione per attuare una strategia di rilocalizzazione dei grandi attrattori di mobilità (in particolare le grandi funzioni di servizio) all’interno della più vasta regione urbana milanese, anche in relazione ai principali investimenti già in corso da parte di molti attori funzionali (si pensi alla Fondazione Fiera Sviluppo con la scelta del polo fieristico a Rho-Pero). Strategia necessaria anche per ridurre gli elevati livelli di congestione che caratterizzano il nodo centrale di Milano. Un primo confronto tra programmazione infrastrutturale e progetti urbanistici rileva una certa asimmetria tra il carattere intercomunale della programmazione di nuove infrastrutture, frutto di accordi tra i comuni interessati, e il carattere “localistico” dei progetti di trasformazione. Le nuove infrastrutture di trasporto sono frutto di un confronto tra le amministrazioni dei comuni interessati, mentre le scelte urbanistiche, anche quando interessano direttamente le nuove infrastrutture programmate, sono lasciate alla completa autonomia delle singole amministrazioni comunali. In assenza di una forte regia pubblica, la trasformazione urbana – anche in ambiti così significativi – tende a seguire le logiche del mercato immobiliare locale, privilegiando le funzioni per le quali c’è maggiore domanda. La scelta dei mix funzionali nei progetti analizzati è condizionata, infatti, dalle

Attori

La trasformazione degli attori e delle strategie: il caso di Sesto San Giovanni Intervista di Gabriele Pasqui a Fabio Terragni Fabio Terragni, Amministratore delegato di Milano Metropoli, l’agenzia di sviluppo territoriale sorta a partire dall’esperienza di ASNM Agenzia Sviluppo Nord Milano di cui è stato Presidente e Amministratore delegato, è uno dei protagonisti del processo di ridefinizione della missione di sviluppo di un gruppo di comuni collocati nella prima cintura a nord del capoluogo (Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Cologno Monzese e Bresso) che hanno attraversato una difficile transizione sociale e territoriale dal fordismo a

una nuova economia della conoscenza e delle varietà locali. Abbiamo chiesto a Terragni una riflessione sul tema dei grandi progetti di trasformazione degli stabilimenti industriali di Sesto San Giovanni, alcuni dei quali sono stati oggetto di studio di caso in questa ricerca. Fabio Terragni: Fin dalla vertenza per la chiusura della Falck, nel 1995, si è stabilita nel nord Milano una relazione particolarmente intensa e aperta tra amministrazione locale, sindacati e impresa. È grazie a questa intesa che è stato possibile affrontare la ricollocazione di 1700 lavoratori senza particolari problemi, e poi decidere di spostare il fulcro delle strategie di sviluppo locale dall’interno della fabbrica al territorio. In particolare la CGIL ha assunto un atteggiamento lungimirante, se confrontato con quello assunto in altri importanti

regole degli strumenti urbanistici e dalle dinamiche del mercato immobiliare, e non sembra tenere in adeguata considerazione le condizioni di accessibilità del territorio. Non mancano, tuttavia, esempi positivi di integrazione tra progetto urbanistico e investimenti infrastrutturali. Ad esempio, la realizzazione del nuovo polo espositivo di Rho-Pero ha messo in evidenza le potenzialità di una reale integrazione tra investimenti infrastrutturali e progetto urbano. Una strategia di livello regionale, di potenziamento e sviluppo del polo fieristico, si è attuata attraverso un progetto realmente integrato. Anche all’interno della città di Milano si può osservare come vi sia stata una maggiore coerenza tra funzioni insediate e livelli di accessibilità in presenza di una forte azione di indirizzo da parte dell’amministrazione comunale. L’integrazione e la coerenza tra progetti urbanistici e sistema della mobilità appare cruciale in un territorio che presenta livelli molto differenti di accessibilità alle reti di trasporto e una diversa capacità di assorbire nuove domande di mobilità indotta. Di questo si deve tenere conto nella definizione delle regole d’uso del suolo. Applicare uno stesso indice territoria-

casi nell’area metropolitana (per esempio la crisi dell’Alfa di Arese). Questo ha permesso di avviare rapidamente i progetti di re-industrializzazione e di mettere in moto nuove prospettive di sviluppo economico locale. Anche gli imprenditori hanno avuto un ruolo importante. All’inizio Assolombarda ha seguito da vicino la situazione, partecipando assiduamente al Forum degli attori locali. In un secondo momento sono entrati in scena i piccoli imprenditori locali, riunitisi nell’Associazione Imprenditori Nord Milano. Gabriele Pasqui: Il caso sestese anticipa gli elementi di innovazione e gli aspetti critici del ciclo del mercato urbano milanese? FB: Il caso sestese certamente anticipa alcune delle caratteristiche proprie del ciclo del mercato urbano milanese, con una rilevante eccezione. Non è

mancata la riflessione sulle funzioni strategiche, anzi: nel Concorso Internazionale di Idee sulle aree Falck, promosso nel 1998 da Comune, Provincia e Falck, le proposte riguardavano non solo le soluzioni urbanistiche ma anche le funzioni da ospitare; così anche per la prima proposta avanzata da Falck e curata da Kenzo Tange e per le numerose iniziative condotte da ASNM (Città della Comunicazione, incubatori, insediamenti di imprese, università ecc.). Queste proposte poi non hanno trovato spazio nella costruzione del Piano Regolatore Generale, che si è fermato alla tradizionale attenzione per indici e volumetrie. È mancata la capacità da parte dell’amministrazione di includere questa fertile riflessione negli strumenti cogenti di pianificazione. Inoltre un’adeguata progettazione di funzioni

le in ambiti tra loro molto diversi porta a sovraccaricare alcune infrastrutture e a sottoutilizzarne altre. I Programmi Integrati di Intervento (PII) milanesi rappresentano, da questo punto di vista, un’innovazione rispetto ai Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU), in quanto il Documento di inquadramento di Milano richiede che la formazione dei progetti derivi da un’attenta valutazione dei suoi effetti, ipotizzando che l’indice di base possa essere variato a seconda delle condizioni del contesto. Tuttavia il grado di flessibilità introdotto non sembra ancora sufficiente: l’indice territoriale ritenuto ammissibile dal Documento di inquadramento per PII in variante al piano in zona B (0,65 mq/mq), per quanto indicativo, viene considerato dai proprietari delle aree un diritto acquisito. Nell’attuale sistema di pianificazione, inoltre, l’uso di indici territoriali differenti a seconda dei casi può indurre forti sperequazioni, difficili da gestire per l’amministrazione. L’introduzione di un meccanismo perequativo esteso al territorio comunale può aiutare a spostare l’attenzione dal tema dei diritti dei proprietari a quello del progetto urbano, e di conseguenza alla coerenza tra nuovi insediamenti e sistema della mobilità. La possibilità di mettere in relazione nuovi insediamenti e livelli di accessibilità alle reti di trasporto richiede inoltre una politica della sosta coerente. Il territorio milanese presenta livelli di accessibilità molto diversi al trasporto collettivo e al trasporto individuale. Ad esempio, l’area centrale di Milano, caratterizzata da elevata accessibilità alla rete del trasporto collettivo, presenta una rete viaria molto congestionata. La possibilità di sfruttare appieno le potenzialità offerte da alcuni nodi infrastrutturali è condizionata, quindi, alla possibilità di limitare la loro accessibilità veicolare, tramite opportune politiche della sosta. Nei progetti analizzati l’offerta di sosta generata è stata calcolata, per i parcheggi pertinenziali, in base a quanto previsto dalla legge 122/89 e dalle norme tecniche dei rispettivi piani regolatori, e per i parcheggi pubblici dalla normativa nazionale e regionale di riferimento. Manca, invece, una valutazione degli effetti della nuova offerta di sosta sul traffico, e la possibilità di intervenire sulla sosta per governare e gestire la domanda di mobilità indotta dagli insediamenti.

avrebbe dovuto avvenire su scala anche metropolitana, regionale e nazionale. L’opportunità legata al riuso di tre milioni di metri quadrati avrebbe dovuto comportare il pieno coinvolgimento dei governi sovralocali, come è avvenuto per il polo esterno della Fiera di Milano. GP: Quale ruolo innovativo ha giocato l’ASNM? FB: Senz’altro ASNM ha svolto un ruolo particolarmente importante nell’avviare i primi progetti di re-industrializzazione, invertendo il sentimento prevalente in città, legato al lutto per la chiusura delle fabbriche e il venire meno del mito della Stalingrado d’Italia. Inoltre ha svolto un’importante opera di apertura e di relazione a livello nazionale e internazionale, ha dato continuità ed efficacia alle azioni concertate di trasformazione urbana, ha

coinvolto in modo permanente la popolazione e soprattutto le parti sociali, ha enfatizzato il tema – immateriale ed extraurbanistico – della transizione al post fordismo, ponendo l’accento sulle nuove produzioni legate all’economia della conoscenza. Ha certamente svolto un importante ruolo propulsivo per l’innovazione. I limiti della sua esperienza possono forse essere indicati nella mancanza di poteri delegati, nella inevitabile episodicità legata alle modalità di finanziamento per progetti, nella progressiva perdita di ruolo nella discussione e nelle decisioni relative alle trasformazioni urbanistiche: una volta usciti dall’emergenza, discussione e decisioni hanno teso a rientrare nell’alveo delle sedi tradizionali, perdendo in parte la loro carica innovativa.


Inchiesta

MILANO OLTRE MILANO

Urbanistica

Progetti e cantieri, dal disegno alla città costruita

Grandi servizi e funzioni eccellenti Paolo Riganti, Valeria Lupatini

Circa un terzo dei progetti urbanistici analizzati è caratterizzato dalla presenza di grandi servizi localizzati al proprio interno; servizi che hanno cambiato, o cambieranno, il volto dell’area metropolitana milanese. Gran parte di tali servizi è stata realizzata attraverso progetti a essi strettamente dedicati: la nuova espansione urbana della Fiera al Portello sud, il Nuovo Polo Fieristico a Rho-Pero, le tre strutture sanitarie del sud Milano (Policlinico, IEO e Humanitas). Altre rilevanti funzioni sono previste all’interno dei Programmi Integrati di Intervento: è il caso delle nuove sedi di Comune e Regione, e degli uffici provinciali che si localizzeranno nell’area Garibaldi-Repubblica, il centro congressi di Santa Giulia, la Biblioteca Europea di Porta Vittoria (già prevista dal precedente Programma di Riqualificazione Urbana e Sviluppo Sostenibile del Territorio [PRUSST]). Alcuni Programmi Integrati di Intervento (PII) prevedono, inoltre, l’inserimento di spazi culturali e per il loisir; tuttavia, spesso si tratta di musei di piccole dimensioni, cinema multisala, funzioni che non hanno rilevanza metropolitana. L’unica eccezione: il Teatro degli Arcimboldi alla Bicocca.

Attori

Quale conflitto: i Cantieri Isola e il progetto GaribaldiRepubblica Intervista di Gabriele Pasqui a Francesca Cognetti Francesca Cognetti è Presidente di Cantieri Isola e ricercatrice presso il Politecnico di Milano. L’associazione che presiede è formata da differenti soggetti provenienti da storici movimenti locali del quartiere Isola, intenzionati a contrastare il progetto dell’amministrazione comunale sull’area Garibaldi-Repubblica, e da realtà cittadine interessate alla vicenda. Il progetto per l’area Garibaldi-Repubblica rappresenta uno dei pochi casi di grandi interventi di trasformazione urbana a Milano nei quali è emerso un conflitto tra gli abitanti (non solo locali) e l’amministrazione

comunale; ciò ha permesso di costruire punti di vista e ipotesi diverse di utilizzo dell’area, oltre che un’attività rilevante di costruzione di beni comuni tra i cittadini e nell’intera città. In questa intervista si discute il processo relativo alla trasformazione dell’area dal punto di vista di un attore che ha cercato di dare risposta a un grande progetto di trasformazione, in un’ottica di cambiamento del punto di vista degli oppositori locali. Francesca Cognetti: A differenza del passato, i protagonisti di questa nuova vicenda, a partire dall’Associazione Cantieri Isola, hanno articolato le proprie iniziative fuori da una logica di stretta opposizione, tentando di uscire da una visione di azione locale giocata esclusivamente in risposta ai progetti amministrativi e fortemente connotata sul piano ideologico. Questa impostazione del lavoro ha preso avvio da

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Antonio Longo

Per quanto riguarda le attività universitarie, persa l’importante occasione del Politecnico nell’area dei gasometri alla Bovisa (analizzata tra i trenta casi, ma mai realizzata), si può riconoscere che – nel periodo considerato – i diversi atenei siano stati tra i promotori immobiliari più attivi dell’area milanese. Per quanto riguarda i casi considerati, si pensi alla trasformazione della Bicocca (con una superficie lorda di pavimento universitaria di oltre 134 mila metri quadrati) o all’influenza che l’università avrà nel caso dell’area ex Marelli di Sesto San Giovanni. In entrambi i casi con l’insediamento dell’Università degli Studi di Milano. Possiamo sinteticamente richiamare quanto la localizzazione di grandi servizi e/o di rilevanti funzioni a valenza pubblica nei diversi progetti (raramente prevista da documenti generali di piano) abbia in taluni casi rappresentato un importante componente per il decollo immobiliare dell’intervento. Una schematica rappresentazione del tema delle grandi funzioni può servire a porre in evidenza quanto le diverse scelte localizzative mostrino la mancanza di una strategia complessiva di carattere non solo locale e domandino una forte relazione con le condizioni di accessibilità territoriale.

una serie di valutazioni: i forti cambiamenti legati all’indebolimento dei centri di aggregazione sociale e politica all’interno del quartiere, la difficoltà di tenere in tensione la mobilitazione rispetto a una questione che il quartiere ha, in cinquant’anni, sempre visto inevasa, la scarsa capacità di affrontare il problema da parte delle rappresentanze politiche a scala cittadina. A partire da un’analisi delle carenze del tessuto locale, ma anche delle nuove energie meno legate ai nuclei politici e storici, si è quindi capito che la progettualità locale si poteva nuovamente catalizzare sovvertendo le tradizionali forme di opposizione “dal basso” e cogliendo il lancio del nuovo grande progetto urbano come una spinta positiva per rilanciare la scala del quartiere come possibile unità progettuale nella città, in cui il protagonismo degli abitanti diventava una risorsa, non tanto per disegnare un

controprogetto sulla carta, quanto piuttosto per promuovere un territorio e rilanciarlo come risorsa. Gabriele Pasqui: Quali strumenti avete utilizzato per promuovere il vostro territorio? Francesca Cognetti: In questo senso le prime azioni di Cantieri Isola si sono mosse nel quartiere attraverso la promozione di eventi artistici e culturali, momenti informativi e di dibattito. Un punto di svolta è segnato dalla pubblicazione del Piano Integrato di Intervento Lunetta-Isola che coinvolge direttamente l’area di confine del quartiere con il vuoto urbano denominato Garibaldi-Repubblica. A partire da questa novità Cantieri Isola ha cominciato a rivolgere una maggiore attenzione all’area minacciata più direttamente dal progetto Garibaldi-Repubblica, cercando delle modalità per agire intorno al tema del rafforzamento di un confine denso come quello

Non è semplice ricostruire il percorso che ha portato dall’ideazione alla promozione e alla realizzazione dei grandi progetti urbanistici degli ultimi quindici anni. Le procedure innovative introdotte hanno, da una parte agevolato le condizioni di fattibilità, rendendo più chiare alcune regole del rapporto tra pubblica amministrazione e operatori privati; dall’altra, hanno accentuato la distanza già normalmente presente tra il disegno sulla carta e le realizzazioni. Osservando la grande quantità di atti e disegni depositati negli archivi emerge come tendano a somigliarsi progetti che hanno origine in momenti diversi e con riferimento a differenti quadri procedurali. Ricorrono le tipologie edilizie, la conformazione dello spazio pubblico, le architetture degli edifici e quelle degli spazi aperti. Inoltre, le realizzazioni appaiono come spazi separati dal resto della città e dai contesti di riferimento. Si presentano come ambiti delimitati e astratti all’interno dei quali, le quantità non subiscono sostanziali variazioni nel corso dello sviluppo del progetto; mentre possono variare la forma, la disposizione e le funzioni delle singole parti. Un percorso progettuale e gestionale segnato da un quadro di opportunità sperimentali, ma anche da una condizione di forte incertezza, sembra aver causato la messa a punto da parte degli operatori di consuetudini di gestione del progetto volte al successo delle operazioni e alla massima riduzione del rischio. Queste prassi hanno avuto nella gestione finanziaria, legale ed edilizia il fuoco principale lasciando inespressa la dimensione del progetto urbanistico. La delimitazione del campo e l’astrazione non sono altro che l’esito di tali dimensioni prevalenti.

tra Isola e grande progetto urbano, lavorando su questo confine in quanto luogo “di cerniera”. Dall’idea di invenzione di un margine e di un vuoto nascono le attività promosse all’interno della Stecca degli Artigiani, prima temporanee e poi sempre più stabili. Un altro passaggio importante rispetto al progetto GaribaldiRepubblica è stato la partecipazione dell’Associazione, con il gruppo di Giancarlo De Carlo, al Concorso Internazionale di Architettura promosso dal Comune di Milano per l’area dei Giardini di Porta Nuova. GP: Che caratteristiche peculiari ha l’esperienza dei Cantieri Isola rispetto al “comitatismo” milanese? FC: Fin dall’apertura del laboratorio di quartiere le azioni di Cantieri Isola hanno rivolto l’attenzione alla messa in campo di strategie che portassero non tanto alla costruzione

di un prodotto finito in risposta alle politiche amministrative per l’area Garibaldi-Repubblica, ma alla costruzione di relazioni e di una rete di soggetti sensibili ai valori tradizionali e innovativi dell’Isola e all’avvio di una riflessione più ampia sul quartiere. L’attenzione, quindi, si è rivolta più al tema della valorizzazione del quartiere che a quello del conflitto aperto con il progetto, rafforzandolo dal punto di vista delle sue particolarità e potenzialità, giocando la sua qualità urbana come una risorsa collettiva, da rilanciare, oltre che ai suoi abitanti, alla città intera e all’amministrazione. Ragionare così sul rafforzamento della sua immagine e di una visione condivisa, sulla costruzione di conoscenza e relazioni, sulla promozione del territorio e di un progetto sociale comune.


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Trenta grandi trasformazioni

MILANO OLTRE MILANO

Il ridisegno di tre casi esemplari Antonio Longo, Federica Calò, Emanuele Ferrara

Nell’attuazione delle grandi trasformazioni milanesi degli anni 1990-2005 si possono riconoscere alcune caratteristiche ricorrenti ben rappresentate dai tre casi schematicamente ridisegnati nelle pagine che seguono, Bicocca, Rubattino e Portello nord. Tali caratteristiche sembrano riconducibili a tre diverse fasi di maturazione delle procedure utilizzate per dare avvio ai progetti: dapprima le Varianti di piano e Piani di lottizzazione parziali entro Accordi quadro, quindi i Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU) infine i Programmi Integrati di Intervento (PII). Nei progetti avviati attraverso Varianti di piano e sequenze di Piani di lottizzazione è stata possibile la definizione progressiva delle scelte planivolumetriche e funzionali relative alle singole parti che si sono sviluppate attraverso un disegno coerente e riconoscibile quando vi era continuità di operatore e progettista, come nel caso della Bicocca. I PRU sono stati guidati attraverso Accordi di programma dotati di allegati progettuali molto precisi in merito alle caratteristiche planivolumetriche e funzionali dei progetti. Ciò ha portato a una pressoché totale aderenza delle realizzazioni al disegno iniziale. Così problemi di natura urbanistica e gestionale non hanno potuto essere affrontati in sede di progettazione edilizia talvolta compromettendo le effettive possibilità di completa attuazione degli interventi che risultano spesso interrotti. Infine i PII connotati da una forte flessibilità e dalla possibilità di definire le regole e quantità sulla base del progetto che si intende perseguire, tendono a delimitare degli ambiti e delle scelte di trasformazione anche quando sarebbe possibile un coordinamento progettuale tra ambiti contigui.

Varianti di piano e Piani di lottizzazione: Bicocca Superficie territoriale: 663.000 mq (Unità 1) Slp prevista dal piano esecutivo 2003: 628.002 mq Indice di utilizzazione territoriale: 0,95 mq/mq

Programmi di Riqualificazione Urbana: Maserati Superficie territoriale: 504.469 mq Slp realizzata: 301.944 mq Indice di utilizzazione territoriale: 0,6 mq/mq

Varianti di piano e Piani di lottizzazione Nei grandi Piani di lottizzazione convenzionata, le previsioni si basano su schemi planimetrici che definiscono aree, quantità, funzioni, assetto infrastrutturale. I progetti si realizzano per parti definendo di volta in volta l'assetto planivolumetrico, le effettive quantità e funzioni. L'assetto finale del progetto è il risultato di un percorso non formalmente previsto, la coerenza e la continuità tra le parti è eventualmente garantita dalla continuità di operatori e progettisti.

Programmi di Riqualificazione Urbana I progetti sono molto definiti e precisi nelle previsioni planivolumetriche, infrastrutturali e funzionali, con limitate possibilità di variazione e adattamento. Le realizzazioni corrispondono alle previsioni, le parti che spesso non è stato possibile attuare (prevalentemente spazi e funzioni di interesse pubblico) si presentano come indefinite e problematiche e richiedono talvolta una ridefinizione del progetto d'insieme.

Programmi Integrati di Intervento Le caratteristiche morfologiche e funzionali del progetto vengono concordate attraverso la procedura di definizione del programma integrato, che include e sovrappone le fasi di ideazione, valutazione e pianificazione. Semplificazione procedurale e riduzione delle interferenze sono le qualità ricercate nei processi in cui le regole si costruiscono in "tempo reale". Ogni progetto è così paragonabile a un organismo autosufficiente. Il risultato, in una città che si trasforma per progetti di questa natura, è l'accostamento di "cellule" con una spiccata efficienza interna, che si moltiplicano ma che non sono in grado di aggregarsi per formare un tessuto.

Programmi Integrati di Intervento: Portello nord Superficie territoriale: 266.183 mq Slp realizzata: 151.725 mq Indice di utilizzazione territoriale 0,57 mq/mq


Trenta grandi trasformazioni


Inchiesta

MILANO OLTRE MILANO

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Tre itinerari del cambiamento Progetti, cantieri e pratiche d’uso dello spazio esemplari: Isola-Garibaldi, Savona-Tortona-Navigli e da Lambrate a San Donato. Tre percorsi e molte “stazioni” della trasformazione diffusa. Verso la costruzione di repertori tecnici dell’urbanistica milanese

Esplorare per itinerari Bertrando Bonfantini In una pagina del Demetrio Pianelli di Emilio De Marchi, uno dei personaggi percorre in carrozza le vie di Milano e osserva tra sé: “Gran cittadone, non c’è che dire”. È un’immagine vivida, nella quale, insieme al riconoscimento della pragmatica e alacre operosità milanese, germina sottile l’insinuazione che tra “gran cittadone” e “grande città” vi sia uno scarto sostanziale. È forse lo scarto che oggi segna lo iato tra l’ultimo fermento urbanistico di Milano, sotto gli occhi di tutti, e la sua abitabilità in crisi, ormai da più parti conclamata. La retorica delle grandi trasformazioni ha accompagnato il mutamento. Inaugurata dalla svolta urbanistica di fine anni settanta, la stagione più recente ha avuto al centro il rinnovamento di porzioni urbane unitarie di notevoli dimensioni. Grandi trasformazioni, nel generale scenario della dismissione e delocalizzazione industriale di fine millennio, dapprima quasi esclusivamente anelate (negli anni ottanta), poi sempre più effettivamente realizzate (dalla fine degli anni novanta). La conclusione del ciclo della città moderna e la generale ristrutturazione del suo impianto, per rilevanza fisica, sociale ed economica, si inseriscono tra i pochi principali punti di flesso che segnano l’evoluzione di un insediamento urbano. Bernardo Secchi in un editoriale apparso nel 1988 su “Urbanistica” sosteneva in modi espliciti la “necessità di un nuovo progetto urbanistico” per la città. Forse l’esperimento più organico, un decennio più tardi, ha preso corpo nel Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali del giugno 2000. Ma come ha sottolineato il suo principale estensore Luigi Mazza quel documento doveva rappresentare “un primo passo verso un piano strategico per la regione urbana”. Il tentativo non ha avuto l’esito sperato. La sua immagine spaziale non ha attecchito e il Documento di inquadramento è stato piuttosto interpretato “come strumento settoriale che rende più flessibili e riduce i tempi delle procedure urbanistiche”. La scena appare così per lo più dominata dalle grandi trasformazioni-evento. E tuttavia Milano negli ultimi quindici anni non è cambiata solo per effetto di esse. Anzi, alcuni dei più significativi mutamenti della città si sono manifestati in “fatti urbani” – singolari e ricorrenti, concentrati e diffusi – di grana più minuta, media, piccola, talvolta pulviscolare, le cui geogra-

fie, pur note ai suoi abitanti per esperienza diretta, nelle pratiche urbane di tutti i giorni, e anche ampiamente indagate dalla ricerca scientifica (gli addensamenti trasformativi della moda, del design, del divertimento, dei quartieri etnicamente caratterizzati...), non si sono significativamente intrecciate con la geografia delle “grandi trasformazioni”, nel costruire un’efficace interpretazione della Milano contemporanea “per parti” connotate. Oggi Milano appare ancora debolmente tematizzata nelle specifiche relazioni tra spazio e società (dotazioni, prestazioni e pratiche d’uso dello spazio urbano) che ne contraddistinguono differenti contesti, le pratiche urbanistiche (di pianificazione urbanistica) sono conseguentemente impermeabili a tale geografia e questo è uno dei fattori che produce disagio e insoddisfazione in termini di “abitabilità”. La strategia ricognitiva – esplorativa e interpretativa – sperimentata è quella dell’“itinerario” attraverso la città in mutamento, e il genere di riferimento assunto quello della “guida tecnica”. Gli itinerari (attraversamenti urbani) portano a guardare ai singoli fenomeni notevoli (le “tappe” che si dispongono lungo il percorso) come gli uni concatenati agli altri, anziché isolati e per se stessi significativi. L’itinerario induce, cioè, a considerare non solo i singoli episodi interessanti, ma le relazioni entro cui essi si rapportano. E lo stesso percorso, se non viene riduttivamente inteso come supporto strumentale allo spostamento da un fatto urbano notevole a un altro, diviene momento essenziale e determinante della visita che attraverso l’itinerario si compie e partecipa della costruzione dell’immagine di sintesi che nella visita si costruisce. Le pagine che seguono abbozzano tre itinerari attraverso Milano in mutamento: IsolaGaribaldi, Tortona-Savona-Navigli, l’“east end” da Lambrate a San Donato. Il loro svolgersi comincia a definire provvisoriamente caratteri di tre parti di città (o, piuttosto, dei modi in cui stanno cambiando) e a delinearne implicitamente un profilo specifico. Si tratta di luoghi particolarmente densi di fenomeni trasformativi e rigenerativi, la cui nuova immagine, nella percezione diffusa, è ormai forse consolidata per la parte imperniata su Porta Genova, mentre rimane più opaca e contraddittoria intorno al grande vuoto del “centro direzionale”, non ancora


Tre itinerari del cambiamento su fonti dirette) alludono, infine, anche le tre mappe che accompagnano questa apertura e che, in una sorta di cortocircuito, sovrimprimono i tre itinerari indagati sull’azzonamento “controdedotto” dell’ultima Variante generale del Piano Regolatore Generale (luglio 1978). Uno sguardo “laico” sul rapporto regole-città costruita può essere utile per osservare i modi di produzione effettiva di spazio nel palinsesto milanese, nel permanere, a fianco di procedure e regole “nuove”, di regole “vecchie”, che tuttavia continuano a trovare declinazione, pur in processi ormai lontani dal contesto in cui esse furono in origine prodotte.

Guide tecniche per Milano Bertrando Bonfantini

nitida e più scomposta nell’ampia porzione compresa tra i fasci infrastrutturali della ferrovia e della tangenziale est. Ogni itinerario, introdotto da una didascalia che ne descrive lo sviluppo, si dipana (talora con ramificazioni) intercettando dieci, quindici episodi trasformativi rilevanti. Tra questi, quattro per ciascun itinerario sono oggetto di una scheda. La selezione operata è un segnale di attenzione verso la varietà (e la non riducibilità) dei fenomeni incontrati e verso la costruzione di un profilo che si vorrebbe non stereotipato. Ad esempio, nell’itinerario Savona-Tortona-Navigli, Romolo mette a fuoco la sistemazione di un nodo urbano “eccezionale” (una convergenza di ferrovia, metropolitana e autolinee, con flussi consistenti di persone verso il vicino IULM imperniata su una “tradizionale” trasformazione terziaria, regolata da strumenti altrettanto “tradizionali” (un piano particolareggiato); villaggio Barona apre uno squarcio sulla “città sociale” e sui suoi possibili modi di prodursi oggi; Savona 10 porta a riflettere sulla riconosciuta mixtion di spazi, attività e pratiche che costituiscono una caratteristica specifica di lungo periodo di ampie porzioni del tessuto urbano milanese e sulla capacità di quest’ultimo di rigenerarsi dal proprio interno. Le schede monografiche, pur nella loro brevità (e nella non esauriente eterogeneità delle fonti), cercano di restituire alcuni principali elementi: la dimensione evolutiva (lo spazio trasformato, che cosa era in passato e che cosa è oggi); i caratteri della trasformazione nei suoi più rilevanti aspetti dotazionali (tipi di manufatti, articolazione e quantità) e prestazionali (come funzionano gli spazi), ma con attenzione alle pratiche sociali che ne contraddistinguono il nuovo uso; le “regole”, in senso lato, entro cui tali trasformazioni hanno preso corpo. Regole intese, cioè, non solo come norme e procedure urbanistiche, ma come l’insieme delle modalità operative e delle condizioni processuali entro cui la trasformazione è avvenuta (con recupero e riuso delle preesistenze, o con la loro sostituzione; con interventi incrementali o interventi unitari; con tempi dilatati o concentrati...). Allo sfondo regolativo delle trasformazioni recenti (un aspetto che merita affondi mirati,

L’uscita recente di Milano. La grande trasformazione urbana (Corinna Morandi, Marsilio, 2005) richiama l’attenzione su un genere – la guida (di architettura e urbanistica) – che nella bibliografia su Milano, come forse è normale, ha una sua consolidata tradizione: “Questo libro è pensato come una guida e quindi è strutturato in modo da accompagnare idealmente un visitatore curioso che voglia cogliere in modo sintetico ma non superficiale i caratteri salienti della città di Milano”. Le guide istruiscono visite, le quali possono compiersi concretamente, percorrendo lo spazio fisico, ovvero assumere le forme dell’esplorazione mentale. Sia nella visita che nella guida può, cioè, risultare talvolta preponderante la dimensione ludica della scoperta e della pratica curiosa di luoghi e spazi “esotici” o può invece prevalere la dimensione intellettuale di conoscenza e orientamento entro fenomeni che ci vengono selezionati, ordinati e in qualche modo disvelati. Ovviamente tra le due dimensioni, del piacere esperienziale e di quello intellettuale della visita, non esiste una cesura. Ma sulla linea ideale, lungo cui possiamo immaginare di disporre testi di questo tipo, potremmo con relativa ragionevolezza collocare ai due estremi le guide turistiche e le “guide tecniche”. Delle guide tecniche per Milano un numero importante si indirizza a descriverne e interpretarne criticamente il processo storico (tras)formativo recente, con attenzione specifica ai fenomeni architettonici e urbanistici che ne hanno segnato la stagione “contemporanea”. Tra le più note e apprezzate, Milano. Guida all’architettura moderna di Maurizio Grandi e Attilio Pracchi (Zanichelli, 1980) associa ai caratteri della “guida” quelli dell’“antologia” e del “museo”: “Questa guida, infatti, si rivolge al corpo costruito della città con l’intenzione analoga a quella che indirizza l’‘antologia’ nel selezionare un corpus letterario, decretando l’esemplarità di alcuni frammenti estratti da un contesto altrimenti vasto e articolato. Nello svolgere questa funzione [...] l’antologia, come la guida, costruisce attraverso la selezione una sorta di ‘museo’; un luogo cioè che obbliga la storia a quell’ordine classificatorio e comparativo, certo astratto, che è comunque la condizione che la cultura contemporanea prescrive per solito al giudizio”. Entro questo filone (cui può forse ricondursi anche l’antesignano, con esplicita tensione operativa, Milano 1800-1943 di Ferdinando Reggiori, Ed. del Milione, 1947) si colloca Milano contemporanea. Itinerari di architettura e urbanistica (M. Boriani, C. Morandi, A. Rossari, Designers Riuniti, 1986), guida contraddistinta dall’impostazione peculiare rimarcata dal sottotitolo, che la vede “Organizzata per itinerari tematici che selezionano parti relativamente omogenee di Milano”, con schede monografiche le quali “segnalano non tanto e non solo ‘il meglio’ della zona, quanto gli episodi più significativi della crescita urbana e architettonica”. Per il costante richiamo agli spazi e ai luoghi che fanno la geografia urbanistica milanese, di questo gruppo può far parte anche il libro “a tesi” di Federico Oliva (“L’urbanistica si fa con i piani […] ogni tentativo di superare questo approccio provoca, alla fine, un danno per la città”), guida implicita specificamente centrata sugli strumenti di pianificazione e i loro effetti, L’urbanistica di Milano. Quel che resta dei piani urbanistici nella crescita e nella trasformazione della città. Con sei itinerari (Hoepli, 2002). Altrettanto nutrito è il filone delle guide tecniche che potrebbero definirsi “di tendenza”, orientate cioè per lo più a documentare (nelle forme della rassegna e del repertorio) e talvolta a sostenere il rinnovamento urbanistico e architettonico della città, o a rappresentare i caratteri distintivi, prettamente “milanesi”, che le sono appunto più propri. Tra queste si può collocare il lontano Milano tecnica dal 1859 al 1884, edito da Ulrico Hoepli nel 1885 a cura del Collegio degli ingegneri ed architetti (volume collettaneo che l’editore descrive e presenta come raccolta di “Una serie di monografie riguardanti specialmente i più notevoli lavori edili eseguiti nella metropoli lombarda” negli ultimi venticinque anni), per giungere, attraverso la Antologia di edifici moderni in Milano: guida compilata da Piero Bottoni (Domus, 1954), ai recenti Milano. Un secolo di architettura milanese dal Cordusio alla Bicocca (Giuliana Gramigna e Sergio Mazza, Hoepli, 2001; “Gli edifici individuati e scelti per questa documentazione non sono soltanto quelli emergenti per un livello di particolare rilevanza stilistica, quanto quelli che, nel contesto generale del tessuto urbano, si identificano con la città, costituendone l’orditura che la caratterizza”), Milano. Nuova architettura (Sebastiano Brandolini, Skira, 2005) e alla serie Conoscere Milano promossa dall’Urban Center del Comune e dall’Associazione Interessi Metropolitani, con ormai numerosi volumetti pubblicati dal 2002 a oggi. Curata da Giorgio Fiorese alla metà degli anni ottanta, più isolata resta la serie incompiuta di volumi monografici dedicati alle zone del decentramento di Milano (MZ5 Ticinese, 1984; MZ7 Bovisa-Dergano, 1984; MZ10 Loreto-Monza-Padova, 1986; MZ2 Centro direzionale, 1987). Si tratta di ricognizioni che programmaticamente rifuggono dalla “settorializzazione” per adottare un approccio “meno separato e più sintetico” per cogliere i caratteri di corpi urbani fatti di spazio e società, insieme: vi si legge “Lo sforzo di identificare, nella storia e nell’attualità, ciascuna delle parti di Città prese in esame; il tentativo è di esaltarne le individualità, non di omologarne pregi e difetti a partire dalla comune appartenenza alla ‘grande Metropoli’”. È forse proprio a quest’ultimo filone cui possono apparentarsi i tre itinerari abbozzati nelle pagine di questo giornale, mosse iniziali verso una guida tecnica di Milano che tematizzi la città per parti riconoscibili, interpretandola per “situazioni urbane” specifiche e differenziate che possano alimentare un progetto urbanistico contestuale, con uno sguardo intermedio tra una visione aggregata d’insieme e una scomposta per singoli episodi e frammenti.


Inchiesta

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Isola-Garibaldi

Gli impianti ferroviari di Porta Garibaldi, ma anche il persistente vuoto del “Centro direzionale” costituiscono un grande intervallo tra due parti urbane storicamente disgiunte. Una costellazione ormai fitta di trasformazioni sta modificando gli spazi della parte più interna della città, ma anche i tessuti urbani misti oltre la ferrovia, coinvolgendo l’antico quartiere operaio dell’Isola, connotato da forte identità e tradizionalmente “indipendente”. È un arcipelago di episodi che si sviluppa intorno alla grande area di trasformazione di Garibaldi-Repubblica, i cui progetti per la Città della moda, per il polo istituzionale e un nuovo parco, una volta realizzati, ridefiniranno radicalmente il sistema delle relazioni urbane. L’itinerario si impernia sulla stazione di Porta Garibaldi e da qui si organizza secondo due principali percorsi. Il primo si dirige verso il centro per l’asse ora pedonale di corso Como e – attraversando una zona in cui si addensano ristoranti, boutique, discoteche e locali, gallerie d’arte, hotel – si spinge fino a intercettare, ormai nel cuore della città, le trasformazioni di La Foppa 2, della Mediateca di Santa Teresa, di Radio Center e Spazio Krizia, mentre una diramazione trasversale porta a episodi ai bordi del quartiere cinese, come Spazio NuLight e Fabbrica del Vapore. Il secondo percorso, attraversando l’Isola, in cui la Stecca degli Artigiani si fa laboratorio e incubatore (artigianale, artistico, culturale) di nuove vocazioni identitarie del quartiere, si dirige a ovest, su via Valtellina, per attestarsi infine sui due grandi interventi direzionali del Maciachini e del Bodio Center. Elemento di cerniera tra i due percorsi, che ricrea la continuità interrotta tra via Borsieri e corso Como, la stazione ferroviaria di Porta Garibaldi, con la sua recentissima ristrutturazione, si caratterizza non solo come grande snodo di flussi (convergenza di ferrovia, passante ferroviario, metropolitana, autolinee, linee urbane del trasporto pubblico) ma anche come attraversamento urbano e centralità potenziale di servizi.

a cura di Angelo Armentano

Sottotetti

Isola pedonale

Locali notturni

Spazio Krizia Spazio multifunzionale, rappresenta il primo intervento di recupero di un edificio produttivo, inserito nel tessuto urbano storico, da parte del settore moda.

Radio Center All’interno dell’ex sede della Montedison, rilevata alla fine degli anni novanta, si localizzano uffici di multinazionali e due emittenti radiofoniche nazionali: Radio 105 e Radio Monte Carlo.

Mediateca di Santa Teresa “Biblioteca senza libri” nata dal recupero e dalla rifunzionalizzazione di una chiesa sconsacrata, è una digital library con postazioni per la consultazione di cataloghi digitali e banche dati, servizi di ristorazione e sala conferenze.

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Corriere della Sera Progetto di trasformazione e recupero degli immobili della R.C.S. Editori su progetto della Gregotti Associati.

La Foppa 2 Intervento di recupero di un edificio residenziale storico, ospita unità abitative di lusso e gli uffici della @ubay SpA.

Porta Garibaldi Intervento di ristrutturazione e recupero funzionale della porta cittadina.

Spazio NuLight Edificio multifunzionale inserito all’interno di un tessuto urbano consolidato, prevalentemente residenziale, vede il proprio spazio interno ospitare eventi legati al mondo dell’arte, della cultura e della moda.

Spazio Sarpi 6 Un ex cinema recuperato e trasformato in spazio polifunzionale su due piani, per un totale di 1500 metri quadrati, è divenuto location di eventi culturali e della moda.


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Tre itinerari del cambiamento

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LSOA-Deposito Bulk Su una superficie di 8.000 metri quadrati ex sede di un deposito Enel, vi è uno dei centri sociali più attivi nel panorama politico e culturale milanese.

Fabbrica del Vapore L’intervento si colloca in un’area di circa 30.000 metri quadrati fino al 1935 occupata dalla Ditta Carminati, Toselli & C. L’area viene una prima volta dismessa e successivamente occupata da diverse attività produttive che modificano, ognuna autonomamente, i propri spazi, portando alla perdita dei caratteri strutturali originari della fabbrica. Rimasta per lungo tempo abbandonata, nel 1985 l’area entra a far parte di un Piano di lottizzazione. L’amministrazione comunale stipula, infatti, una convenzione con la Società Procaccini, per la cessione al Comune e la demolizione di alcuni edifici. Nonostante ciò, l’area rimane in stato di degrado fino agli anni novanta, quando di fronte alla richiesta di uno spazio dove possano insediarsi attività di produzione

artistica giovanile, il Comune decide di offrire il complesso per la realizzazione di un luogo di produzione e scambio culturale. Nel 2000 viene indetto un bando pubblico per individuare i soggetti gestori delle attività del centro: si insediano, così, associazioni e gruppi di lavoro, che insieme creano il marchio della “Fabbrica del Vapore”. La superficie lorda di pavimento è di circa 14.000 metri quadrati, di cui metà destinati a laboratori e l’altra metà ad attività espositive, di spettacolo e servizi aggiuntivi. Il grande edificio chiamato “Cattedrale”, uno spazio polifunzionale destinato a eventi, unisce idealmente questi due ambiti. Gli edifici che compongono la struttura si distribuiscono intorno a una piazza in grado di ospitare fino a 10.000 persone.

Gilli Cube È un edificio localizzato all’angolo tra viale Don Luigi Sturzo e via Melchiorre Gioia inserito all’interno della grande area di trasformazione Garibaldi-Repubblica. L’intervento ha visto la creazione di una tensostruttura adibita a spazio polifunzionale, progettata da Klaxon s.r.l. e realizzata dal Gruppo Ligresti con una concessione edilizia provvisoria prorogata più volte nel tempo, al centro di recenti polemiche per la richiesta di una reiterazione ulteriore. Le sue caratteristiche costruttive, alte pareti di pvc rivestite da pannelli pubblicitari, hanno modificato il paesaggio urbano, divenendo nel tempo il manifesto della trasformazione imminente sull’area circostante. L’edificio occupa una superficie di circa 1.200 metri quadrati e

si caratterizza per una struttura smontabile reticolare rivestita di teli. Di forma scatolare, alto 18 metri al colmo, è pensato per un uso flessibile degli spazi interni, costituiti da un foyer di 180 metri quadrati con due sale adiacenti di circa 450 metri quadrati. Nato come spazio per ospitare sfilate ed eventi per un massimo di 2.400 persone, si è affermato come luogo prediletto dagli operatori durante le settimane delle moda milanese e come location adatta alle più svariate attività legate allo spettacolo e al divertimento.

Progetto100 Stazioni Milano Porta Garibaldi Il sedime ferroviario di Porta Garibaldi, per caratteristiche e dimensioni, segna il tessuto urbano circostante, costituendo una barriera tra l’Isola e il centro della città. L’intervento di riqualificazione della stazione, concluso nel marzo 2006, interessa una superficie di circa 10.000 metri quadrati, di cui circa 4000 distribuiti tra il piano dei binari e il piano interrato della metropolitana, altri 4000 circa destinati agli spazi commerciali e ai servizi, e infine circa 1400 occupati dagli spazi che affacciano su via Ferrari. I lavori di adeguamento funzionale della stazione, per un importo complessivo di oltre 17 milioni di euro, sono stati finanziati da Centostazioni S.p.A. e Rete Ferroviaria Italiana e concessi mediante gara d’appalto alla

società vincitrice. Il progetto mira in primo luogo alla valorizzazione del fabbricato viaggiatori, l’edificio fulcro della stazione, attraversato dal maggior flusso di utenti. Qui, oltre alla modifica di alcune strutture di distribuzione interna e alla creazione di un pozzo di luce centrale, vengono aggiunti diversi servizi ed esercizi commerciali che ampliano l’offerta delle funzioni già esistenti. Il forte mutamento che negli ultimi anni ha investito e investirà quest’area negli spazi e nelle pratiche d’uso, con la pedonalizzazione del vicino corso Como e il progetto per la Città della moda, conferisce al Progetto100Stazioni particolare attualità, rispetto alla funzione di snodo di flussi che Porta Garibaldi già svolge e potrà svolgere nel nuovo assetto urbano.

Nuova Torno Internazionale Il complesso si localizza in una zona della città con una pesante eredità industriale, oggi immersa in un processo di notevole trasformazione: l’area dello scalo Farini, con i vicini interventi del Bodio Center e del Maciachini Center e, più a nord, la grande area di riqualificazione della Bovisa. Il progetto per la nuova sede della Torno Internazionale Spa, impresa di costruzioni di grandi opere civili, è stato ideato nel 2002 dallo studio Dante O. Benini & Partners. L’intervento ha previsto due momenti nel processo costruttivo: la ristrutturazione di un edificio esistente e la realizzazione sulla stessa area di un nuovo edificio. Il fabbricato già presente, risalente agli anni sessanta, è stato riqualificato, ed è caratterizzato su strada da una

facciata ventilata, rilevante dal punto di vista del risparmio energetico, così come tutti gli impianti. Il progetto della parte nuova del complesso, invece, è costituito da un edificio di otto piani interamente realizzato in struttura portante tubolare; è caratterizzato da un fronte laterale gradonato coperto da una scenografica vela rivestita in acciaio come gran parte dell’edificio. Per tutte le parti che compongono l’intervento sono stati utilizzati materiali high-tech, e principalmente ferro, acciaio e vetro.

Pergola Move e Reload Immobile residenziale storico occupato tra il 1989 e il 1990, si tratta di uno dei pochi centri sociali che è riuscito a pattuire un affitto con la proprietà attraverso una vertenza.

Corso Como 10 Edificio multifunzionale inserito in un tessuto urbano consolidato, al suo interno coesistono una galleria d’arte contemporanea, uno spazio mostre, una libreria e una boutique.

Alcatraz Discoteca e spazio per grandi eventi, inaugurato nel 1998, occupa una superficie lorda di pavimento di circa 1000 metri quadrati e rappresenta, in questa zona, il primo intervento di recupero di un edificio produttivo destinato a ospitare eventi musicali e culturali.

Stelvio 57 Il progetto di recupero di uno stabilimento artigianale, curato dagli architetti Gantes e Morisi, ha previsto interventi radicali e tecnologicamente avanzati sulla struttura esistente.


Inchiesta

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Savona-TortonaNavigli a cura di Silvia Giudici

Ex Ansaldo L’intervento, progettato da David Chipperfield, vincitore di un concorso internazionale, investe un isolato di circa 44.070 metri quadrati e prevede la creazione di una Città delle Culture.

Bergognone 53 Il complesso (circa 25.400 metri quadrati), ex sede delle Poste Italiane, è costituito da quattro edifici degli anni sessanta organizzati attorno a una corte interna. Il progetto di Mario Cucinella ha convertito questi spazi a uso uffici, ora affittati a Deloitte e Touche.

La parte di città intorno a Porta Genova e tra i Navigli è stata investita da un diffuso mutamento che, in particolare, ha coinvolto edifici industriali, magazzini, laboratori artigianali. Dismesse le funzioni originarie, questi spazi hanno accolto uno spettro ampio di attività, attratte dalla centralità del contesto. Nuovi uffici, residenze, spazi per la cultura, la moda, la pubblicità e il design hanno prodotto una trasformazione profonda, ma l’antica vocazione produttiva non si è persa, bensì modificata in una rete di offerte che, combinandosi con i consolidati caratteri di “distretto” del loisir serale, hanno contribuito a ricreare un ambiente urbano fortemente integrato. L’itinerario cerca di intercettare alcuni aspetti peculiari di questo processo attraverso episodi significativi, realizzati e progettati. Partendo dal caposaldo dello spazio aperto costituito dalla Darsena, e dal progetto di riqualificazione che ne interessa la sistemazione superficiale così come il sottosuolo (con la

Progetto Darsena L’ambito della Darsena occupa una superficie di circa 17.000 metri quadrati. L’Accordo di programma, sottoscritto tra Comune e Regione nel 2003, ha definito i caratteri essenziali degli interventi di recupero. Il progetto è stato affidato a Jean Francois Bodin, vincitore di un concorso internazionale.

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discussa previsione di un grande parcheggio), l’itinerario si ramifica in due principali percorsi, verso via Tortona e via Savona, da una parte, tra i navigli, dall’altra. Lungo il percorso si incontrano trasformazioni minute, come l’edificio a destinazione mista di via Savona 10 e interventi di più ampia portata, come quelli che, spingendosi in senso radiale fino alla circonvallazione, coinvolgono l’ex Sieroterapico e il nodo di Romolo: l’alternanza e la compresenza di funzioni residenziali, produttive, terziarie e commerciali si interrela al progetto di nuovi parchi urbani in connessione a quelli esistenti, consolidando un “cuneo” di spazi aperti che penetra nella città. Se ricorrono le nuove attività legate al mondo della moda e della fotografia, e in tal senso Superstudio 13 costituisce un intervento pioniere (1983), numerosi sono anche gli spazi per la cultura e l’arte (ex Ansaldo, parte dell’ex Riva Calzoni) e non mancano progetti che rideclinano temi della “città sociale” (villaggio Barona, quartiere Spaventa).

Università IULM L’Istituto Universitario di Lingue Moderne, fondato nel 1968, ha trasferito nel 1993 la sua sede principale nelle aree di via Filippo da Liscate per realizzare un campus universitario dotato di tutti i servizi su una superficie totale edificata di circa 39.000 metri quadrati.

Magna Pars L’edificio, progettato da Luciano Colombo, occupa l’intero primo piano di una palazzina novecentesca per una superficie di circa 3.000 metri quadrati. Ex sede di una fabbrica di profumi, è stato restaurato nel 1991 creando un centro congressi con spazi comuni e funzioni polivalenti.

Superstudio L’offerta è costituita da spazi per studi fotografici e convention nati da un’idea di Flavio Lucchini e Fabrizio Ferri. Sono stati creati così Superstudio 13, Industria Superstudio, e Superstudio Più, in via Forcella 13 e via Tortona 27.


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Tre itinerari del cambiamento

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Villaggio Barona Il quartiere Barona è un’area popolare della città incuneata fra i Navigli. La trasformazione investe un ex spazio industriale di circa 40.000 metri quadrati occupato precedentemente da depositi e distributori di carburanti. Il gruppo di progettazione, diretto dall’architetto Saccheri, ha previsto la realizzazione di un “villaggio” composto da quattro ambiti funzionali tra loro interconnessi. In un primo lotto di spazi commerciali e residenza sociale (11.410 metri quadrati) sono state realizzate ottantadue unità abitative di diverso taglio affittate a “canone concordato” e quattro mini-comunità alloggio. In un secondo e terzo lotto si collocano un pensionato sociale integrato e servizi alla persona (7.595 metri quadrati). Nel quarto verde pubblico e spazi pedonali (21.895 metri quadrati). I lavori, inaugurati nel 2003, si concludono nel 2005 e nel 2006 il nuovo insediamento entra in funzione.

Il villaggio Barona, è un progetto di iniziativa privata. L’intesa tra il Comune di Milano e la Fondazione Cassoni, proprietaria di gran parte dell’area, prevede l’utilizzo pubblico degli spazi e delle strutture di servizio, in primo luogo del parco. Il costo complessivo dell’intervento è pari a 23.370.000 euro. Un’attenzione particolare è stata rivolta ai costi d’intervento. Gli alloggi e le unità commerciali/artigianali del primo lotto sono stati realizzati con una spesa di circa 900 euro al metro quadrato al netto del costo dell’area, già di proprietà, e della nuova strada di servizio.

Progetto al nodo di Romolo Il Progetto Romolo risolve il punto d’incontro di due grandi aree verdi (il Parco urbano dei Navigli e il Parco Famagosta) e un nodo infrastrutturale strategico (cintura ferroviaria sud, MM2, autolinee per il sud Milano, linee Atm, parcheggio), luogo di smistamento di flussi di transito consistenti, cui si aggiungono quelli generati dalla recente nuova sede dello Iulm e dal nuovo edificio terziario costruito nell’ambito del progetto medesimo. La Società Romolo 88, il Comune di Milano, MM per la fermata della metropolitana e Ferrovie dello Stato per la fermata ferroviaria hanno collaborato alla trasformazione di un’area di circa 40.000 metri quadrati, con la creazione di una piazza su due livelli, percorsi alberati e ciclopedonali (10.000 metri quadrati), parcheggi (270 posti auto), uscite della metropolitana, spazi commerciali (3000 metri cubi)

e un edificio terziario a torre (27.000 metri cubi), progettato dallo studio Latis Architetti. L’intervento è inserito nel Piano particolareggiato per il nodo di Romolo assieme all’area dell’ex Sieroterapico, dello IULM, e ad altre limitrofe. La volumetria terziaria si è concentrata su una limitata area edificabile, in un blocco compatto con quattro fronti diversi. Il progetto dell’edificio ha consentito, tramite il meccanismo della cessione di aree a standard e dello scomputo degli oneri di urbanizzazione, il reperimento e la realizzazione degli spazi pubblici e delle attrezzature di servizio. Vengono infatti realizzati a costo zero per l’amministrazione, gli interventi sulla mobilità e sugli spazi aperti.

Ex Sieroterapico Nato nel 1896, l’Istituto Sieroterapico ha lavorato alla produzione di sieri e vaccini fino agli anni ottanta. Nel 2000 il complesso è stato rilevato dalla Brioschi Finanziaria, società del gruppo Cabassi. In quest’area è prevista la creazione di un parco urbano di 99.000 metri quadrati (progettato da Michel Desvigne), di spazi residenziali per 25.000 metri quadrati e funzioni di interesse pubblico e privato (progettati da Marco della Torre, Hugo Sillano, Gherardo Ghioni, Ciro Noja, Studio 5+1, Studio Benini & Partners). L’intervento ha previsto, nella prima fase, la riqualificazione e la bonifica dell’area, nonché il recupero degli edifici principali che affacciano su via Darwin. In un secondo tempo sono

stati realizzati i nuovi spazi che ospitano la Nuova Accademia di Belle Arti, la società SAS e altri gruppi che operano nel settore della moda. Anche l’area di via Segantini è stata bonificata in vista della conversione a parco urbano e dell’edificazione residenziale. È previsto inoltre il recupero della cascina Argelati e la realizzazione, su un’area di 2.400 metri quadrati all’interno del parco, di un Centro interattivo per bambini e ragazzi sui temi della natura e dell’ambiente. Il progetto per l’ex Sieroterapico fa parte del Piano particolareggiato d’iniziativa comunale che coinvolge anche il nodo di Romolo, lo IULM e altre zone limitrofe.

Savona 10 È un edificio, con una superficie di circa 4570 metri quadrati, occupato principalmente da residenza (ventidue unità di taglio da 30 metri quadrati a 50 metri quadrati, con eccezioni di 90 metri quadrati). Sono presenti, inoltre, il Teatro Libero (sala da cento posti e funzioni annesse, tra cui la scuola di teatro), alcuni spazi commerciali e funzioni secondarie. L’edificio è il risultato della conversione di una casa di ringhiera a destinazione mista industriale e residenziale. Bombardato durante la guerra, è stato ricostruito sulle fondazioni originali mantenendo la doppia funzione e, negli anni cinquanta, è stato modificato con un sopralzo residenziale con distribuzione a ballatoio. L’edificio di via

Savona 10 accoglie rilevanti innovazioni funzionali pur non avendo subito alcuna trasformazione urbanistica ed edilizia recente. Nella permanenza delle condizioni di proprietà, di gestione (affitti a prezzi di mercato) e morfologiche (spazi di taglio variabile), è stato possibile accogliere le funzioni più disparate che oggi rendono l’edificio una parte di città organizzata verticalmente. Di proprietà unica indivisa, è gestito dai proprietari che l’hanno interamente affittato, non concedendo locazioni difformi da destinazioni d’uso catastali e urbanistiche vigenti. Gli adeguamenti per la sicurezza sono gestiti dalla proprietà mentre la predisposizione dei servizi e delle condizioni di accessibilità (ascensore, scale esterne ecc.) dai singoli affittuari.


Inchiesta

MILANO OLTRE MILANO

Da Lambrate a San Donato

Questo terzo itinerario si differenzia dai due precedenti, a cominciare dalla sua estensione, che lo vede svilupparsi, con andamento nord-sud, dalla stazione ferroviaria di Lambrate a quella MM di San Donato Milanese. L’itinerario si limita a proporre una mossa esplorativa elementare. Individua un campo territoriale vasto, compreso tra la ferrovia e la tangenziale est, e tenta di attraversarlo longitudinalmente, concatenandone in un percorso le parti che lo costituiscono, laddove più usualmente dominano gli sguardi trasversali, lungo le radiali di uscita/ingresso alla città centrale. Il percorso intercetta luoghi e toponimi storici della città (Lambrate, Ortica, Rogoredo) ma anche un numero rilevante di grandi progetti (le trasformazioni del Programma di Riqualificazione Urbana (PRU) Rubattino e del Quartiere Affari di San Donato, il progetto del Programma Integrato di Intervento (PII) RogoredoMontecity). È un territorio caratterizzato dalle discontinuità, con interventi di rilievo che investono anche lo spazio aperto (il parco sotto la tangenziale, recentemente realizzato nell’area ex Maserati-Innocenti, il progettato ampliamento del Parco Forlanini). A questi grandi progetti l’itinerario alterna altri episodi trasformativi di notevole interesse, che articolano l’immagine in mutamento dell’est milanese: la trasformazione dell’ex Faema in via Ventura, che ha dato vita a nuovi modi di abitare e lavorare, il progetto per gli spazi dell’ex Richard Ginori, con la trasformazione di parte dei vecchi capannoni in loft, e gli interventi sulle aree dell’ex Caproni, con gli East End Studios e il progetto Mecenate 79. Le “resistenze” al difficile sviluppo longitudinale dell’itinerario portano a sconfinamenti trasversali verso la città (come quello che, attestandosi a Porta Vittoria, intercetta gli interventi sulle aree ex Motta ed ex Frigoriferi Milanesi) e a digressioni verso l’esterno (come quella che conduce all’“ecomostro” di via Vittorini, relitto alberghiero dei mondiali di calcio Italia ’90).

a cura di Roberto Ricci

Ex Ginori Si recuperano capannoni per spazi a uso residenziale e attività professionali per circa 33.000 metri quadrati.

Ex Nova Hotel Vero e proprio ecomostro milanese; relitto edilizio frutto delle politiche per i mondiali di calcio del 1990.

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Parco Forlanini Con il previsto ampliamento della superficie del parco da 600.000 metri quadrati a oltre 1.600.000 metri quadrati si realizzano aree ricreative, sportive e la riqualificazione di alcuni tratti degli argini del Lambro.

Quartiere Affari Su un’area di 30 ettari l’insediamento articola funzioni terziarie, residenziali e commerciali, su progetto urbanistico di Kenzo Tange.

PRU Rubattino Sull’area un tempo occupata dagli impianti della Innocenti Maserati si realizzano residenza, spazi commerciali e un parco urbano.


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Tre itinerari del cambiamento

MILANO OLTRE MILANO

PII Rogoredo Montecity Le aree un tempo occupate dalle acciaierie Redaelli e dalla Montedison sono oggetto di un piano urbanistico che prevede la creazione di una “città nella città” per un’estensione di circa 1.200.000 metri quadrati.

Mecenate 79 L’intervento di riqualificazione degli spazi dell’ex Caproni, fabbrica di aereoplani insediatasi nel 1908, si sviluppa su una superficie di circa 30.000 metri quadrati. Il nuovo complesso Mecenate 79, che prende il nome dalla via su cui si affaccia, è promosso dalla Società Unior S.p.A ed è stato progettato dallo studio +Arch (per un costo complessivo previsto di 150 milioni di euro). Il carattere peculiare della trasformazione consiste nel recupero architettonico degli edifici esistenti. Le uniche variazioni consistenti saranno la costruzione ex novo delle torri di vetro (hotel e residence) e la demolizione di alcuni edifici degli anni settanta privi di valore architettonico. Il nuovo complesso ospiterà negozi, centri commerciali, uffici e

palestre. Sarà presente un hotel di dieci piani fuori terra per una superficie di circa 8.000 metri quadrati, mentre 13.600 metri quadrati saranno occupati da laboratori, una galleria commerciale e un centro congressi. Per sottolineare ulteriormente la forte eredità storica del luogo, un edificio denominato “hangar”, caratterizzato da una struttura a campata unica di 40 metri, diventerà uno spazio polifunzionale per una superficie di circa 7.800 metri quadrati. Un piano interrato sotto l’edificio accoglierà fino a 250 posti auto; infine due torri di otto piani, affacciate su via Mecenate e su una via interna, saranno destinate a residence e saranno caratterizzate, così come l’hotel, da un rivestimento esterno in vetro. Ciascuna torre occuperà una superficie di circa 3400 metri quadrati.

East End Studios Il progetto di trasformazione dell’area precedentemente occupata dalla fabbrica Caproni inizia negli anni novanta con l’insediamento delle prime nuove funzioni. L’intervento per gli East End Studios ha trasformato questo luogo in location per importanti spettacoli televisivi, ed eventi culturali differenti. La superficie complessiva dell’area è di circa 22.000 metri quadrati, di cui circa 16.000 metri quadrati destinati a spazi coperti, con 250 posti auto. Il primo spazio per location a essere inaugurato è lo Spazio Antologico 84: la ristrutturazione è stata progettata da Dario Milana e Marek Nester Piotrowski, che coniugano il mantenimento delle caratteristiche originarie dei capannoni industriali con l’inserimento di elementi

aggiuntivi moderni e tecnologicamente avanzati; vengono accostati infatti pareti in mattoni a vista, travi in ferro e ampie vetrate. Anche gli altri ambienti che compongono gli East End Studios sono stati realizzati allo stesso modo: gli Studi 76/1 e 76/2, lo Studio 90, lo Studio 2000 e lo Spazio del Progetto 84 di circa 600 metri quadrati distribuiti su due livelli. Quest’ultimo è gestito in collaborazione con l’ADIAssociazione per il Disegno Industriale e accoglie eventi principalmente legati al mondo del design. Anche in questo caso, come per Mecenate 79, è stato ricercato il connubio tra archeologia industriale e spazi ex novo.

Ex Frigoriferi Milanesi L’intervento per l’area dei Frigoriferi Milanesi si inserisce nel programma di sviluppo del contesto di Porta Vittoria. È stata promossa la riqualificazione di questi spazi con una funzione ambivalente: da un lato la collocazione della società Open Care che si occupa della custodia di opere d’arte, dall’altro la prevista realizzazione di un’area di interesse pubblico. L’intero complesso di circa 16.000 metri quadrati, occupato dal 1899 fino agli anni cinquanta da una fabbrica produttrice di ghiaccio per derrate alimentari e, fino a quegli stessi anni, da un bunker per oggetti preziosi e pellicce, è costituito oggi da un complesso polifunzionale e un centro per l’arte e il restauro. Il gruppo di progettazione che ha seguito l’intervento, lo

Studio 5+1, ha pensato l’area come un sistema caratterizzato da parti private rivolte all’interno dell’isolato e spazi comuni aperti su strada. Il progetto nella sua prima fase, iniziata nel 2004, ha previsto la riqualificazione della bassa stecca edificata lungo via Piranesi, a cui viene sovrapposta una pelle di vetro rosso lacca. L’altra zona dell’intervento riguarda i caveau, un basamento posto sotto la quota zero dei due edifici; dall’esterno una rampa di accesso conduce al foyer e da qui si raggiunge il bunker per le opere d’arte. La seconda fase dei lavori, che si concluderà nel 2007, prevede il recupero del vicino Palazzo del Ghiaccio e la creazione di uno spazio pubblico sul tetto degli edifici dei Frigoriferi Milanesi.

Ex Faema L’ex sede storica dello stabilimento Faema, azienda produttrice di macchine per il caffè progettata dall’architetto Bagatti Valsecchi, è oggi occupata dal complesso di via Ventura 5 e 15, uno spazio di circa 20.000 metri quadrati su cui convivono differenti realtà commerciali, culturali, spazi per location ed eventi. I volumi originali della fabbrica sono stati mantenuti, ma frazionati e ristrutturati per creare nuovi spazi di diverse dimensioni a seconda delle esigenze, cortili, terrazzi ecc. L’area è sostanzialmente divisa in quattro comparti: lo Spazio Sud, sede della Galleria Zero, lo spazio Mimamoca, per eventi e convention, lo spazio Michetta, distribuito su tre piani, affiancato dalla Galleria Massimo De Carlo (presente dal 2003), e lo spazio Ventura

15, di circa 1700 metri quadrati che rappresenta il comparto più flessibile del complesso, vero e proprio esempio di archeologia industriale. L’ex Faema ospita poi altre attività importanti, come la sede di Abitare Segesta, prima azienda a insediarsi nel 2002, ArtBook, la Scuola Politecnica di Design dal 2004 e ulteriori attività commerciali nonché studi professionali e loft. Lo studio architettonico è accompagnato da un programma urbanistico predisposto da Mariano Pichler: sono state attivate quattro Dichiarazioni inizio attività (onerose) per i quattro comparti edificati ed è stata apportata una variazione di superficie lorda di pavimento per i sopralzi.

Stazione Lambrate L’intervento promosso da Centostazioni Spa, realizzato nel 2005, ha riqualificato la stazione di Lambrate attraverso la sistemazione interna degli spazi e l’aggiunta di nuovi servizi per i viaggiatori.

Stazione Rogoredo Si compiono alcuni interventi per l’inserimento delle linee ad alta velocità, di una linea merci e delle relative interconnessioni.


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Politica /politiche

MILANO OLTRE MILANO

Governo a destra, governo a sinistra a cura di Silvia Botti

Parlano Maurizio Lupi e Carlo Cerami Idee, azioni e strumenti per lo sviluppo di Milano

Tre domande agli intervistati: Profilo della città. In questa ricerca abbiamo tentato di mettere a fuoco la Milano degli ultimi quindici anni attraverso la vicenda urbanistica. Qual è la sua valutazione sui tratti caratterizzanti il profilo sociale ed economico della Milano di oggi? Con quale città la politica deve confrontarsi una volta messasi alle spalle la città industriale del secondo dopoguerra e forse anche la città terziaria degli anni ottanta? Urbanistica in prospettiva. Sul fronte urbanistico, ci indicherebbe tre aspetti della trasformazione futura della città che le sembrano decisivi per una nuova agenda di temi e di politiche per la città? Strumenti e azioni. In termini di strumenti e di azione amministrativa: quali sono le priorità di Milano? E quali dovrebbero essere – seconde lei – le prime mosse di una futura amministrazione locale?

Maurizio Lupi, deputato e Coordinatore di Forza Italia a Milano

Carlo Cerami, avvocato e Coordinatore della segreteria dei Democratici di Sinistra di Milano

Intervista a Maurizio Lupi

Intervista a Carlo Cerami

Profilo della città. A Milano sono in corso tendenze e processi che mostrano inequivocabilmente quanto la città sia sempre proiettata verso la trasformazione. Milano non è mai stata una città statica, ha sempre avuto la capacità di dare risposte a un mondo in continua evoluzione. Per prima ha intuito le potenzialità del terziario, per prima ha compreso e si è misurata con lo scenario delle nuove tecnologie. Oggi – da una parte – osserviamo la città che consolida i suoi primati e le proprie posizioni; dall’altra, esiste la città orientata verso l’innovazione. La sfida è sapere attrarre investimenti dall’estero. In altre parole, capire come – una volta passata la sbornia della finanza creativa – si possano trovare le energie per lo sviluppo futuro. Il tema vero per la politica è come promuovere lo sviluppo senza ingabbiare la città. A Milano è improponibile un schema preconfezionato; non potrebbe funzionare. Serve invece capire come lasciare ampi margini di libertà allo sviluppo. Lo si può fare individuando le sfide che si presenteranno nei prossimi anni. Le eccellenze milanesi sono il punto cruciale: se queste si sviluppano e si rafforzano la città resterà protagonista. E per eccellenze penso al capitale umano di cui Milano dispone, alla ricerca, all’innovazione, ai grandi poli universitari. Anche a livello sociale, Milano anticipa come sempre alcune grandi questioni. E oggi torna un tema che sembrava esaurito tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila: l’integrazione sociale unita all’emergenza casa. Questa città ha registrato il boom dell’acquisto di case e ancora oggi abbiamo un tasso molto elevato di proprietari rispetto alla media nazionale. Ha visto il grande sviluppo dell’edilizia popolare negli anni sessanta e poi di quella convenzionata. Oggi riemerge con forza il tema della casa per gli immigrati che qui vengono a lavorare, ma è anche un tema che riguarda il ceto medio in difficoltà e le fasce più giovani della popolazione. Forse, allo stato attuale, i problemi riguardano ancora una minoranza dei cittadini milanesi, ma se non vengono affrontati subito rischiano di diventare esplosivi. Però occorre un cambio di passo. Rispetto al passato queste domande sociali si connettono a una richiesta di grande qualità della vita. Le nuove emergenze sociali hanno una dimensione quantitativa e una qualitativa: questa è la novità. Ed è ancora più evidente quando pensiamo alla potenziale capacità di attrarre giovani da tutto il mondo nei nostri centri di eccellenza universitaria, della ricerca e dell’innovazione. Ragionare in termini di quantità e di qualità dei servizi erogati, delle risorse messe a disposizione, significa ritornare a investire sulla classe dirigente del paese. Per Milano attrarre popolazioni giovani può significare ridefinire il profilo di una città che guarda al futuro in modo diverso dal passato, perché oggi la partita si gioca sullo scenario internazionale. Il primato nazionale a Milano non basta più.

Profilo della città. Direi che l’aspetto economico prevale su quello sociale. Le trasformazioni che interessano la sfera economica mostrano l’orientamento di Milano verso la specializzazione tecnologica e l’economia della conoscenza. Con il suo apparato universitario e di ricerca privata, la robusta dimensione finanziaria e la propensione alla flessibilità delle imprese milanesi, la città ha una condizione di partenza superiore alle altre realtà italiane e competitiva rispetto alle capitali europee, in un quadro economico in cui la componente conoscitiva tende a prevalere su quella materiale. C’è poi una dimensione dei mestieri creativi assai forte – che deriva dalla moda, dal design e dalle professioni – e che fornisce conoscenze e talenti essenziali per generare innovazione. Oggi la città ha superato la sua fase terziaria pura. Le dinamiche dei servizi sono sempre più complementari a quelle della produzione e questa integrazione genera a sua volta nuove professionalità. Esistono componenti importanti nel processo produttivo che vengono assegnate a strutture esterne all’azienda. E c’è la finanziarizzazione dell’economia, che però sfugge alla cultura dell’imprenditore tradizionale e stenta a essere colta come opportunità. Tuttavia oggi nell’economia globale e di fronte alla sfida dei mercati orientali c’è bisogno di ripensare il sistema nel suo complesso. Non è più sufficiente il trasferimento tra processi conoscitivi e dimensione imprenditoriale. Occorrono strutture e servizi necessari a integrare e fare lievitare i diversi momenti della produzione (dalla brevettazione alla distribuzione del prodotto) per accrescere la massa critica delle diverse filiere produttive che rendono forte Milano nel mondo. Serve una sorta di ristrutturazione del sistema produttivo milanese che sappia cogliere e rilanciare il meglio delle filiere strategiche, tra cui moda, design, arte, cultura, biotech, informatica, finanza e servizi professionali. Questo per aumentare la capacità di attrazione delle imprese internazionali e per generarne di nuove nel nostro contesto. Milano non è in crisi, vive piuttosto una fase di sbandamento tipico di chi deve cambiare missione, abbandonando antiche rendite di posizione. Deve insomma fare leva sulle sue straordinarie potenzialità e sulla propensione all’innovazione dei suoi abitanti. Ma a dare spinta alla creatività e all’innovazione dei processi economici si ritrova oggi, dopo l’ubriacatura liberista del decennio trascorso, la sfera pubblica. In questa dimensione, vengono alla ribalta nuove visioni sociali e culturali che innovano la filosofia d’impresa: si pensi alle straordinarie occasioni offerte dall’avvio di un processo di riconversione ecologica dell’economia e di una rinnovata attenzione ai temi dell’ambiente e della qualità urbana. Questa concezione del fare impresa ha decisive implicazioni nella materia del governo del territorio, sia per quanto concerne la città costruita, sia per quanto attiene agli sviluppi dei Progetti di Riqualificazione Urbana, dove il bilancio ambientale deve diventare uno dei parametri decisivi della decisione politica. Vi è infine una vocazione da riscoprire e aggiornare, l’accoglienza: a partire dai giovani e dalle popolazione immigrate, anch’esse occasioni straordinarie di crescita civile, culturale ed economica della città. Se queste condizioni sono colte come opportunità verso l’innovazione e la crescita, Milano rappresenta la città con il maggiore capitale umano, cui vanno offerte condizioni di integrazione più agevoli, più flessibili e più governate di quanto non sia accaduto in passato. C’è una domanda di città low cost, la cui creazione dipende anche dalle decisioni del governo della città sui temi decisivi della casa e dei servizi.

Urbanistica in prospettiva. In primo luogo occorre concentrarsi sulle aree ancora a disposizione. Milano può giocare solo sul recupero e non sull’espansione, ma servono le grandi aree. La trasformazione diffusa è importante, certo, ma solo dalle grandi aree può passare un disegno complessivo, un nuovo volto della città che rafforzi la capacità di attrazione di investimenti e di risorse, di qualità della vita e di servizi di alto livello. Queste aree ci sono. Penso ad esempio ai mercati generali della Sogemi, di proprietà comunale, connessi alle aree di Porta Vittoria e al passante; penso anche all’area incompiuta a Bovisa, alle aree demaniali (come quelle delle caserme). Milano ha a disposizione un grande patrimonio in questo senso. Si devono poi realizzare servizi e tutto ciò che può declinare il tema della qualità della vita a cominciare dagli spazi a verde pubblico. Infine, la mobilità. Su questo tema due sono gli assets: lo sviluppo delle strutture della mobilità nel sottosuolo, a cominciare dalla metropolitana, e lo sviluppo del sistema aeroportuale. Ma dobbiamo ragionare in una dimensione non solo cittadina. La scommessa si vince solo in rapporto alla dimensione regionale. Per Milano, ad esempio, è fondamentale uno sviluppo delle reti su ferro che vadano verso le direttrici strategiche della regione. Penso, ad esempio, al nodo e alle connessioni del Nuovo Polo Fieristico di Rho-Pero. Il tema della mobilità milanese non può essere solo inteso come lo snellimento e la riduzione di traffico nella città centrale. Se si pensa a Milano come al motore della regione e del paese, non possiamo chiuderla. Dobbiamo pensare piuttosto al modo di non soffocarla e di aprirla territorialmente. Strumenti e azioni. Per prima cosa serve l’aggiornamento del Documento strategico previsto dalla nuova legge urbanistica regionale. A Milano dobbiamo essere capaci sia di pensare e riflettere sugli esiti delle politiche, sia di confrontarci con la città circa le strategie di sviluppo futuro. Dobbiamo chiederci e capire dove vuole andare la società milanese. In secondo luogo è urgente un’approvazione rapida di un piano dei servizi che sappia integrare quantità e qualità. Infine, occorre potenziare quella flessibilità dello strumento urbanistico che abbiamo per primi sperimentato e che ha permesso a Milano di ripartire e di aprire i suoi cantieri. L’obiettivo non può che essere quello di strumenti urbanistici sempre pronti ad adeguarsi all’evoluzione del rapporto tra la domanda e l’offerta.

Urbanistica in prospettiva. In materia urbanistica non si può più programmare senza considerare con estrema attenzione le implicazioni sulla mobilità delle attività umane. Non esiste più la possibilità di studiare una nuova localizzazione di un intervento o di una grande funzione senza avere presente l’accessibilità dei nuovi luoghi e la fruibilità degli spazi collettivi. La scelta progettuale deve dunque essere strettamente collegata al sistema della mobilità delle persone, ma anche delle merci e persino delle reti informatiche. Tutto quindi va ripensato nella logica dell’infrastrutturazione del trasporto, a partire dalle nuove linee metropolitane. In secondo luogo, vanno approntate iniziative di riqualificazione delle aree pubbliche che sono in via di dismissione per varie ragioni (dalle aree annonarie a quelle ferroviarie, dalle caserme alle carceri). In terzo luogo, è necessario anticipare le dismissioni promuovendo riconversioni. Siamo, infatti, di fronte a una fase economica diversa da quelle del passato, legate alla presenza dell’industria manifatturiera e dei servizi. L’economia della conoscenza si può e si deve coniugare con una seconda riconversione urbanistica, dopo quella legata al riuso delle aree industriali dismesse. È facile prevedere che i mutamenti degli stili di vita avranno incidenza anche sulle strutture di molti servizi: si pensi agli spazi della grande distribuzione e dell’intrattenimento commerciale sorti in questi anni, alcuni dei quali hanno modalità di gestione superate e sono quindi condannati all’estinzione. C’è una domanda di ricostruzione del tessuto urbano più accogliente, con la riscoperta “delle botteghe delle arti e dei mestieri” che stanno rianimando spontaneamente interi quartieri della città (da Lambrate all’Isola). Strumenti e azioni. La prima mossa dell’amministrazione locale deve essere l’avvio di un processo partecipato di formazione del piano di governo del territorio, dal documento di piano (un vero piano strategico della città), al piano dei servizi e a quello delle regole. Vanno aggiornate e incentivate le priorità, abbassata la guardia sulle modifiche funzionali ed elevata quella sulla protezione dell’ambiente e della qualità dei progetti. Occorre emanciparsi sin da subito dalla logica della negoziazione bilaterale estenuante sui singoli interventi per inaugurare una stagione collaborativa e progettuale forte e dinamica, con una pluralità di attori e investitori, pubblici e privati. In questo modo si compiranno anche passi significativi per stimolare la città a ritrovarsi e ad agire “in comune”, insieme con le forze sociali ed economiche. Vanno inoltre rimosse tutte le complicazioni burocratiche senza ridurre il controllo pubblico dei processi decisionali, che devono essere costretti dentro tempi certi e competitivi rispetto alle grandi città europee. Si deve quindi investire molto sulle competenze e sulle risorse umane degli uffici comunali.


Politica /politiche

MILANO OLTRE MILANO

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MILANO OLTRE MILANO

Politica /politiche


inContemporanea la rete dell’arte allo Spazio Oberdan In considerazione dell’impegno della Provincia nei confronti della cultura attuale, il programma di mostre e interventi dello Spazio Oberdan si concentrerà nei prossimi anni sull’arte contemporanea. Le attività dello spazio costituiranno così un elemento portante del programma di “inContemporanea”, progetto ideato dalla Provincia a supporto della produzione e promozione dell’arte e della cultura attuale. Si alterneranno artisti italiani e di altri paesi attraverso mostre personali e collettive tematiche. Tra le personali saranno realizzate sia mid-career exhibitions che mostre dedicate ad artisti che hanno segnato significativamente gli ultimi decenni. Le mostre collettive saranno invece l’occasione di mostrare il lavoro di artisti emergenti.

Spazio Oberdan si compone di un’area espositiva di 700 metri quadrati adatta a ospitare mostre di arte contemporanea e fotografia, una sala cinematografica da circa 200 posti affidata alla programmazione della Fondazione Cineteca Italiana nella quale sono realizzate anche

Questa la sequenza in programma: “Ecce Uomo. (33+1) artisti contemporanei da collezioni private a Milano”, dal 23 marzo al 21 maggio 2006, a cura di Gemma Testa e Sergio Risaliti, realizzata in collaborazione con l’Associazione Amici Arte Contemporanea-ACACIA. Ospiterà esclusivamente opere provenienti da collezioni private e farà parte del programma della manifestazione Numero zero, volta a presentare la nuova attività della Provincia e la rete dei suoi interlocutori privilegiati sul territorio: tra questi l’Associazione dei collezionisti rappresenta senz’altro una punta di eccellenza. “Tracey Moffatt”, dal 28 giugno al 24 settembre 2006, a cura di Filippo Maggia, monografia dedicata all’opera dell’artista australiana, già internazionalmente riconosciuta. “Wherever we meet (là dove ci incontriamo)” (titolo provvisorio): da ottobre 2006, collettiva dedicata all’idea di identità quale si viene a configurare nel nostro mondo attuale, decisamente interculturale e in vorticosa trasformazione. “Franco Vaccari”, da gennaio 2007, monografica. Con questa mostra si intende rendere omaggio alla figura esemplare di un artista che dagli anni sessanta ha precorso molti sviluppi delle attuali ricerche artistiche con un’opera autonoma, di grande vitalità e qualità. (info www.incontemporanea.it)

rassegne tematiche a cura della Provincia. Completano i servizi uno spazio informativo sulle principali manifestazioni culturali nazionali e internazionali, e una biglietteria che offre in vendita e prevendita spettacoli, mostre, ingressi ai musei in Italia e all’estero.

Spazio Oberdan Viale Vittorio Veneto, 2 Milano Telefono: 02.7740.6300


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Contributors

MILANO OLTRE MILANO Trenta grandi trasformazioni: Gabriele Pasqui (attori), Paolo Riganti (urbanistica), Luca Gaeta (operatori immobiliari), Guido Codecasa, Gianluca Nardone, Cristina Picco e Valeria Lupatini

Tre itinerari del cambiamento: Bertrando Bonfantini, Angelo Armentano, Silvia Giudici e Roberto Ricci

Documentazione cronologica: Silvia Botti, Angelo Armentano e Roberto Ricci

Rappresentazioni e grafica: Antonio Longo, Angelo Armentano, Federica Calò, Emanuele Ferrara e Roberto Ricci

Matteo Bolocan Goldstein Urbanista e geografo del dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano.

Silvia Botti Architetto e giornalista, è responsabile della redazione attualità di Amica.

Bertrando Bonfantini È ricercatore di Urbanistica presso la facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano. Svolge attività di ricerca nel dipartimento di Architettura e Pianificazione.

Federica Calò Laureata in Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale, ha frequentato il master “Società dell’informazione, comunicare attraverso l’interattività e i nuovi media”. Laureanda nella magistrale di Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale, collabora con il dipartimento di Architettura e Pianificazione.

Guido Codecasa Laureato in Pianificazione territoriale urbanistica ed ambientale, svolge attività didattica presso il Politecnico di Milano. Frequenta il dottorato in Progetti e politiche urbane. Si occupa di problemi gestionali, negoziali, organizzativi connessi alla realizzazione di progetti e piani territoriali, e di problemi di partnership pubblico-privata. È iscritto all’albo dei pianificatori.

Emanuele Ferrara Studente del Politecnico di Milano, frequenta l’ultimo anno della laurea triennale in Urbanistica. Sta svolgendo il tirocinio presso il dipartimento di Architettura e Pianificazione (Diap).

Luca Gaeta Laureato in Architettura e in Filosofia, è dottore di ricerca in Progetti e politiche urbane. Svolge attività di ricerca e tutorship presso il dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano. Collabora al periodico Il giornale dell’architettura.

Silvia Giudici Ha conseguito nel 2004 la laurea di primo livello in Architettura delle Costruzioni, è laureanda in Scienze dell’Architettura al Politecnico di Milano. Collabora con il dipartimento di Architettura e Pianificazione.

Antonio Longo Laureato in architettura, è dottore di ricerca in Pianificazione territoriale e urbanistica. Svolge attività di ricerca presso il dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano dove insegna Disegno urbanistico presso la facoltà di Architettura e Società.

Valeria Lupatini È laureata con lode in Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale presso il Politecnico di Milano. Frequenta il Corso di Laurea magistrale in Pianificazione urbana e politiche territoriali. Dal 2005 frequenta l’Alta Scuola Politecnica promossa in collaborazione dai Politecnici di Milano e di Torino.

Gianluca Nardone Laureato in Economia politica e in Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale, frequenta il dottorato in Pianificazione e politiche pubbliche del territorio presso l’istituto Iuav di Venezia. Dopo diversi anni di attività di consulenza è attualmente responsabile dell’unità di Advisory di Unicredit Real Estate Spa.

Gabriele Pasqui È professore associato di Gestione urbana presso la facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano.

Cristina Picco Laureata in Economia e in Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale, ha lavorato presso Banca Intesa. Attualmente è project manager di Unicredit Real Estate Spa. Ha collaborato con Andreas Kipar al Concorso Internazionale di Progettazione per il Parco Forlanini (2002) e ha partecipato al Progetto “Scena Creativa” di Assolombarda (2005).

Roberto Ricci Grafico pubblicitario, è laureando in Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale. Come esperto di tecniche di rappresentazione collabora con il dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano.

Paolo Riganti Architetto, svolge attività di ricerca e consulenza nel campo della pianificazione urbanistica, in particolare per la mobilità e la progettazione infrastrutturale. È consulente del Comune di Milano. Insegna Pianificazione e gestione della mobilità al Politecnico di Torino.

Buroni, Matteo Cabassi, Luciano Caffini, Roberto Camagni, Manfredi Catella, Ermes Cavicchini, Paolo Caputo, Daniela Castellani, Alessandro Caviglia, Emilio Cazzani, Carlo Cerami, Simona Collarini, Walter Colombo e i colleghi del Centro Documentazione Rcs, Francesco Conci, Davide Corritore, Elena Corsi, Pierluigi Crosta, Fausto Curti, Ferruccio De Bortoli, Andrea De Maio, Ugo Debernardi, Marino Del Vescovo, Fulvia Delfino, Bruno Dente, Paola Dezza, Gloria Domenighini, Massimo

Ferrandi, Bruno Ferrante, Cesare Ferrero, Luigi Franchini, Patrizia Gabellini, Guido Galardi, Clara Garibello, Marco Garzonio, Daniela Gasparini, Giuseppe Gatto, Gualtiero Giombini, Andrea Giovannini, Cristiana Guerra, Eugenio Iero, Gian Francesco Imperiali, Ornella Lachi, Giovanni Landi, Gad Lerner, Maurizio Lupi, Evelina Marchesini, Guido Martinotti, Luigi Mazza, Guido Minciotti, Mauro Montalbetti, Franco Morganti, Maurizio Mottini, Antonio

Napoleone, Angelo Nespoli, Patrizia Nodari, Luca Novara, Federico Oliva, Elisabetta Pacciarini, Roberto Parisi, Giuseppe Pasini, Alessandro Pasquarelli, Filippo Penati, Livia Piperno, Marco Plazzotta, Marco Porta, Carlo Alessandro Puri Negri, Davide Rampello, Roberto Raggi, Danilo Ratti, Giuseppe Redaelli, Renato Restelli, Onorio Rosati, Corrado Rossetti, Kelly Russell, Maurizio Sabbadini, Dora Sanrocco, Giuseppe Sala, Elisabetta Serri, Paolo Simonetti, Fabio Terragni, Alessandro

Tesio, Carlo Tognoli, Pier Giuseppe Torrani, Piero Torretta, Ermanno Tritto, Oliviero Tronconi, Carlo Valsecchi, Giovanni Verga, Marco Vitale, Emilio Vimercati, Fabio Visintin, Roberto Vitali, Pamela Warren, Francesca Zirnstein

© Consorzio METIS del Politecnico di Milano © 2006 Skira editore, Milano Tutti i diritti riservati

Rete di ricerca promossa dal dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano

Angelo Armentano È laureato in Urbanistica con una tesi dal titolo Milano città del consumo: quattro geografie urbane premiata al concorso “P.F. Melegari” promosso dalla Camera di commercio di Milano. Esperto di grafica e web design, collabora con il Centro Studi PIM e con European journal of planning (www.planum.net).

www.milanoltremilano.it

Milano oltre Milano. Racconti della città che cambia 1990-2005 Anticipazioni dalla ricerca “Mercato urbano e sfera pubblica” del Consorzio METIS del Politecnico di Milano. Da un’idea di Matteo Bolocan Goldstein, Silvia Botti e Carlo Cerami

Network La ricerca avviata nel gennaio del 2005 non sarebbe stata possibile senza il supporto di numerosi contributi e collaborazioni. Gli autori ringraziano per la loro disponibilità: Mario Abis, Enrica Baccini, Alessandro Balducci, Gabriella Barberio, Luca Beltrami Gadola, Daniela Benelli, Maria Raffaella Bertoli, Vittorio Biondi, Stefano Boeri, Caterina Boglione, Giampiero Borghini, Andrea Branzi, Enrico Bronzo, Lucia

Coordinamento generale: Matteo Bolocan Goldstein, Silvia Botti (responsabile pubblicazione) e Luca Gaeta

Finito di stampare nel mese di maggio 2006 a cura di Skira, Ginevra-Milano Printed in Italy www.skira.net

Rivolgiamo un ringraziamento particolare a Massimo Vitta Zelman, alla casa editrice Skira e a Luca Molinari, Elena Carotti, Flavio Ranzini, che hanno permesso la pubblicazione di questo giornale.


Skira perMilano Il Castello Sforzesco di Milano

Il Palazzo Reale di Milano

Palazzo Diotti a Milano Storia arte istituzioni

a cura di Maria Teresa Fiorio

a cura di Enrico Colle e Fernando Mazzocca

a cura di Nicola Raponi e Aurora Scotti Tosini

360 pagine, 118 colori e 151 b/n, cartonato

328 pagine, 124 colori e 186 b/n, cartonato

2 volumi in cofanetto, 520 pagine totali 232 colori e 219 b/n, cartonato

La Pinacoteca del Castello Sforzesco a Milano

La Collezione Jucker nel Museo del Novecento a Milano

Casa-Museo Boschi Di Stefano

a cura di Laura Basso e Mauro Natale

a cura di Silvia Bignami e Maria Fratelli

a cura di Maria Teresa Fiorio

248 pagine, 280 colori e 12 b/n, brossura

112 pagine, 70 colori e b/n, brossura

144 pagine, 81 colori e 49 b/n, brossura

La basilica di Sant’Eustorgio

La basilica di San Lorenzo Maggiore

Il Museo Diocesano di Milano

testo di Alessandra Campagna

testi a cura di Paolo Biscottini, Nadia Righi e Paola Venturelli

testo di Nadia Righi

96 pagine, 90 colori, brossura

96 pagine, 90 colori, brossura 104 pagine, 80 colori e b/n, brossura

La Galleria di Milano Lo spazio e l’immagine

La Stazione Centrale di Milano Il viaggio e l’immagine

La Fiera di Milano Memoria e immaginazione

a cura di Massimiliano Finazzer Flory e Silvia Paoli

a cura di Massimiliano Finazzer Flory

a cura di Massimiliano Finazzer Flory

136 pagine, 65 bicromie, cartonato edizione bilingue (italiano-inglese)

120 pagine, 71 bicromie e 2 colori, brossura edizione bilingue (italiana-inglese)

136 pagine, 60 bicromie, brossura edizione bilingue (italiano-inglese)

La Milano del Giovin Signore Le arti nel Settecento di Parini

Giuseppe Molteni e il ritratto nella Milano romantica Pittura, collezionismo, restauro, tutela

I volti di Carlo Cattaneo 1801–1869. Un grande italiano del Risorgimento

a cura di Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti

256 pagine, 176 colori e b/n, brossura

a cura di Fernando Mazzocca, Lavinia M. Galli Michero, Paola Segramora Rivolta

a cura di Franco Della Peruta, Carlo G. Lacaita, Fernando Mazzocca

232 pagine, 86 colori e 85 b/n, brossura

264 pagine, 210 colori e b/n, brossura

Milano dalla Restaurazione alle Cinque Giornate “Oh giornate del nostro riscatto” 272 pagine, 190 colori e b/n, brossura

Mario Botta, Elisabetta Fabbri, Franco Malgrande

Il Teatro alla Scala Restauro e ristrutturazione introduzione di Gillo Dorfles fotografie di Pino Musi

144 pagine, 134 colori e 98 b/n, brossura

Palazzo Casati Stampa, via Torino 61, 20123 Milano tel. 02 724441, fax 02 72444211, www.skira.net

Bombe sulla città Milano in guerra 1942-44 a cura di Rosa Auletta Marrucci, Massimo Negri, Achille Rastelli, Lucia Romaniello

Memorial della Liberazione di Milano 1945. La guerra è finita a cura di Giorgio Bigatti e Massimo Negri

328 pagine, 56 colori e 309 b/n, brossura

64 pagine, 58 b/n, brossura

Milano e il suo Conservatorio 1808-2000

Milano déco La fisionomia della città negli anni Venti

a cura di Guido Salvetti fotografie di Andrea Micheli

412 pagine, 130 colori e b/n, cartonato

a cura di Rossana Bossaglia e Valerio Terraroli

208 pagine, 191 colori e b/n, cartonato

Milano Oltre Milano  

Catalogo/Giornale - SKIRA Editore - Milano - maggio 2006

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