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«Quattro uomini, uccisi in una notte con cento coltellate, senza motivi apparenti. Una donna, Melissa, affascinante e gravemente seducente, accusata di omicidio plurimo. Uno psichiatra, che studia il confine tra follia e malvagità. Il processo, le testimonianze, i ricordi e il racconto della donna, la ricostruzione dei fatti, le conclusioni del Dottore…», Marina Conti. «È davvero da considerarsi “folle” chi abbia il coraggio di non andare contro la propria natura; chi non voglia forzatamente riversarsi in un’idea di moralità collettiva, spiegabile e, quindi, controllabile? O i pazzi siamo noi, che etichettiamo, condanniamo e giudichiamo gli altri, nello strenuo tentativo di giustificare la nostra codardia, per aver rinunciato a quella individualità che ci appartiene di diritto, sacrificando così ogni ricerca di felicità terrena?», Matt Baglio.

Myriam Caroleo Grimaldi, scrittrice e avvocato penalista, si sta specializzando in studi teorico-critici presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università «La Sapienza» di Roma. Autrice di successo, nel 2011 ha pubblicato per Edarc Apologia. Biografia del Diavolo con la prefazione di Alberto Bevilacqua. Dal romanzo è stata tratta una rappresentazione teatrale, presso il Teatro Quirinetta di Roma, con il patrocinio della Fondazione Biagio Agnes.

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ELECTI I Edizione ottobre 2013 Š 2013 Gruppo Armando Curcio Editore S.p.A., Roma Direzione editoriale: prof.ssa Cristina Siciliano Art direction: Mauro Ortolani Supervisione editoriale: Francesca Costantino Progetto grafico: Antonello Romeo ISBN 978-88-97508-86-1 Tutti i diritti sono riservati, incluso il diritto di riproduzione integrale e/o parziale in qualsiasi forma.

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A Leonardo e Bachisio. Il tempo non esiste.


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Prefazione

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he definizione può darsi alla follia? Sin dagli albori della civiltà, per l’uomo è sempre stato difficile classificare la condotta degli “irragionevoli.” Lo stesso Michel Foucault nella sua opera più importante – Storia della follia nell’età classica – definisce il concetto di follia, come costruzione della società e, pertanto, come qualcosa di non concreto né definibile, riservando alle strutture della società, il potere di determinarne la vera natura. Ma la “società” ha davvero a cuore il bene dell’individuo? Nel mondo classico, il pensiero filosofico predominante era quello di natura razionalista: l’uomo era ritenuto capace di raggiungere la felicità e il suo fine, attraverso l’uso della pura ragione. A rompere con questo concetto fu, tra i primi, Jean Jacques Rousseau, che stabilì, ancor prima di Darwin, che l’uomo, sebbene dotato di funzioni superiori come l’uso del linguaggio, doveva ritenersi pur sempre un animale e, in quanto tale, non adatto a essere disciplinato dai vincoli della ragione umana. Sigmund Freud azzardò di più: l’essere umano è animato da desideri primitivi, aggressivi e sessuali, insiti nel profondo della mente. Secondo lo scenario di Freud, era compito della società reprimere e controllare queste brame pericolose che,

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se non tenute a freno, avrebbero gettato l’individuo nel caos e verso la distruzione. Nella seconda metà del ventesimo secolo alcuni filosofi, tra cui Herbert Marcuse, superarono le teorie di Freud, affermando come le pulsioni innate di un individuo, non dovessero ritenersi ne’ malvagie ne’ distruttive, era piuttosto la società a trasformare questi istinti in qualcosa di negativo, proprio nel momento in cui essa li reprimeva. In questo modo, la fonte del male non era più il conflitto interiore dell’individuo; ma la società stessa. A partire da quel momento storico, compito dell’individuo divenne sfidarla, perché, in caso contrario, l’uomo sarebbe stato inevitabilmente vittima del male. Si potrebbe sostenere che questi ultimi cento anni siano stati dominati dall’irrazionalità: un secolo scandito da guerre e da un lento deterioramento di ciò che significa essere umani. Come documentato da Herbert Marcuse, le scoperte tecnologiche e la cosiddetta “società amministrata” sortirono un effetto deleterio sull’uomo. Se in passato l’umanità era formata da individui che si ponevano di fronte a delle scelte oggettive, ora l’uomo era diventato l’ingranaggio in un mondo “unidimensionale”, dove non vi era più spazio per l’espressione umana. Marcuse capì il pericolo che si celava dietro una società governata da un insieme di forze esterne, il cui scopo non era altro che esercitare il proprio potere, depredandoci della nostra aspirazione predominante, che rappresenta ciò che ci rende umani: il desiderio di libertà. In una società di questo tipo, sarebbe considerato folle voler vivere liberamente, lontano dai vincoli di un regime oppressivo di pensieri e regole che spogliano l’individuo della propria umanità? E questa ribellione non sarebbe, per sua stessa natura, la proclamazione di un atto profondamente umano?

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Sono questi alcuni dei temi centrali straordinario Centocoltellate di Myriam Caroleo Grimaldi, un romanzo che si snoda sullo scenario di uno scontro tra la società tirannica che annienta ogni individualità e una donna che, affermando con forza la propria diversità, ne rivendica l’umanità; mentre la società, incapace di uscire dai propri paradigmi culturali, non riesce a definirla. Dopo essere stata condannata per gli omicidi dei quattro uomini più importanti della sua vita – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – Melissa è in carcere, in attesa del processo dinnanzi alla Corte d’Assise d’appello. Tuttavia, non saranno i brutali omicidi a sconvolgere l’accusa e la società tutta, quanto il suo atteggiamento. Lei infatti, non mostra nessun segno di pentimento, rifiutando ogni tentativo di giustificarsi. Questo significa che Melissa è pazza; o il suo comportamento affonda le radici in qualcosa di più profondo? Per rispondere a questi interrogativi, la Corte d’Assise d’appello le assegnerà uno psichiatra chiamato a compiere una perizia, per stabilire se Melissa fosse stata capace di intendere e di volere o se sia semplicemente una pazza. Ma, per il Dottore, Melissa non è pazza: lei rappresenta il puro istinto umano, privo di ogni limite. In Centocoltellate le quattro vittime di Melissa divengono allora metafora delle istituzioni ecclesiastiche, che per prime hanno condotto l’uomo a sacrificare la propria natura per il bene della collettività; per poi arrivare a rappresentare le forze elementari della creazione: i quattro elementi naturali – acqua, fuoco, terra e aria – che nell’uccidere, Melissa assorbiva perché fosse completa e percepibile. E sarà proprio l’impossibilità di ricondurre il comportamento di Melissa a una precisa patologia, a obbligare il Dottore a dubitare della sulla sua stessa integrità mentale. E’ davvero da considerarsi “folle” chi abbia il coraggio di non andare contro alla propria natura; chi non voglia

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forzatamente riversarsi in un’idea di moralità collettiva, spiegabile e, quindi, controllabile? O i pazzi siamo noi, che etichettiamo, condanniamo e giudichiamo gli altri, nello strenuo tentativo di giustificare la nostra codardia, per aver rinunciato a quella individualità che ci appartiene di diritto, sacrificando così ogni ricerca di felicità terrena? Queste le domande fondamentali che Centocoltellate pone alle nostre coscienze. Avere o no il coraggio di rispondere, dipende solo da noi.

How can one define insanity? Since the dawn of civilization, humans have struggled with a way to categorize the actions of those who are considered to be “unreasonable”. But as Michel Foucault noted in his seminal work Madness and Civilization, the concept of insanity is more of a construct of society than a concrete, definable thing. As such, it becomes the controlling forces of any given society that truly determines the nature of insanity rather than any other force. But does “society” always have the best interests of the individual at heart? In the classical world, mankind was thought to be a rationalist, a being able to obtain happiness and purpose through the very act of reasoning. One of the earliest philosophers to break with this concept was perhaps Jean Jacques Rousseau, who stipulated long before Darwin that mankind, while having higher functions such as language, was still an animal at heart, and as such illsuited to be governed by the constraints of human reason. Sigmund Freud would take this concept a step further by stipulating that human beings were driven by primitive, aggressive, and sexual desires that were hidden deep inside their minds. Under Freud’s scenario, it became the job of society to repress and control these dangerous urges, which if left unchecked, would lead individuals toward chaos and destruction. In the latter half of

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the twentieth century several philosophers, including Herbert Marcuse, broke with Freud, stipulating that a person’s innate drives were neither evil nor destructive but that it was society who made them as such by suppressing them. In this way the source of evil was switched from inner conflict and onto society itself. From that historical moment on, it became the job of the individual to challenge society, and if not, then they were basically submitting to evil themselves. One could argue that the last hundred years have been a century of unreason, punctuated by wars and a slow deterioration of what it means to be human. As Herbert Marcuse documented, advances in technology and the “administered society” that has grown up to feed this machine, have had a massive deleterious effect on human nature. Where once man was an individual faced with objective choices, he now became a cog in a “one-dimensional” world where there was no room for human expression. What Marcuse saw so well was the dangers of a society governed by a set of external forces that wants nothing more than to perpetuate its own existence, and in so doing, to strip mankind of the one overriding desire for that which makes us human, our desire for self-autonomy. In such a society, would it be considered madness to want to live freely, away from the constraints of an oppressive regime that strips a person of their humanity? And wouldn’t such a rebellion by its very nature be the definition of a truly human act? These are some of the central themes in Myriam Caroleo Grimaldi’s extraordinary One hundred stabs, a book that deals with the clash between the vested interests of society that tends to annihilate every form of individuality, and one woman who has retained her own humanity in face of these tyrannical forces, which are incapable of defining her. Having been condemned for murdering the four most important men in her life – named Matthew, Mark, Luke and

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John – Melissa sits in jail, awaiting appeal. However it is not the brutal act itself that shocks the prosecutor and society at large as much as it is her attitude: she neither shows remorse nor does she try to justify herself. Does this mean she is insane, or do her acts represent something much deeper? In order to answer these questions, the State assigns a psychiatrist to interview her to decide whether or not she should be committed to a mental hospital. But for the doctor, Melissa’s acts don’t seem to be those of a crazy person, but of a type that the doctor has not yet encountered – human instinct without limits. One hundred stabs reveals that Melissa’s four victims are actually metaphors for the hierarchical and ecclesiastical controls that bind society and force humans to sacrifice their own nature for the betterment of society. They represent the elemental forces of creation: the four natural elements – water, fire, earth and air – and by killing them, Melissa has absorbed their elemental nature in order to become whole. Troubled by his inability to categorize her, the doctor is soon forced to question his own sanity. For is a person really insane if they refuse to go against their very nature to please society? Or are we the ones who are insane who label, condemn, and judge others so that we may feel better about our own cowardice at having given up so much to become “happy” members of society? Ultimately these are the fundamental questions that One hundred stabs puts to us all. Whether or not we have the courage to answer them is up to us.

Matt Baglio Giornalista e scrittore Dal suo Argo, l’omonimo film Premio Oscar di Ben Affleck

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È un pugnale questo che mi vedo davanti, col manico rivolto verso la mia destra? […] O sei soltanto un pugnale dell’immaginazione, un parto menzognero del cervello eccitato dalla febbre? […] Io ti vedo ancora; e sulla tua lama, sull’impugnatura, vedo stille di sangue, che prima non v’erano. No, non c’è nulla di simile. È l’atto sanguinoso che sto per compiere, il quale prende corpo, così, davanti agli occhi miei. Shakespeare, Macbeth

«E

cco, ora ho tempo da vendere e le turbolenze per farlo. Ho deciso di sentire, anche questa volta, l’inchiostro tra le dita. La Voce Narrante mi dice di scrivere, mi detta persino le frasi e io dovrei e vorrei farlo; ma scrivere, pensare, parlare, guardare, sentire e tutto il resto delle sensazioni che ho come ogni altro essere che vive su questa terra, scorrono insieme e si confondono. Eppure, quando mi hanno chiamata “Melissacentocoltellate”, nessuno avrebbe pensato che sarei stata in grado di farlo: di scrivere, di pensare… no. Io non ero che questo nome e questo nome ero di fatto io. Niente prima e niente dopo. So perché ho questo nome e ti dirò che, tutto sommato, mi piace, mi sta bene. “Melissacentocoltellate” da dire tutto d’un fiato, perché

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quando mi vedi poi ti manca l’ossigeno, temi che, guardandomi, la luce si spenga perché sono un’assassina, una di quelle che uccide a sangue freddo, che mira alle spalle, che non lascia spazio alcuno, nessuno, a niente e nessuna altra cosa. Sono pazza. Lo so che lo pensi, che lo hai pensato subito, appena mi hai guardato negli occhi. Lo hai pensato perché, nel mirare dentro di me, ti sei accorto che non ho nulla di anormale, che sono come il tuo riflesso davanti allo specchio, come tutti quelli che vedi intorno a te la mattina sotto casa. Per questo sono pazza: perché so benissimo fingere di non esserlo; ma per fare quello che faccio – che ho fatto – non si può non esserlo. Ecco, stamattina mi sono alzata e ho pensato a te, a questo modo che hai di fare, alla penna che tieni in mano come fosse l’unica, la sola confidente che hai, a quello che pensi quando ti parlo. Dovrei chiedertelo. Cosa pensi? E tu? Cosa mi risponderesti? Niente. Per questo non lo faccio. Per non sentire rispondermi: “Niente”. Allora penso: ma se mi risponde così, anzi se non lo fa per niente, è perché non ha niente da dirmi, perché non sa proprio che dire; insomma, forse i suoi non sono silenzi-parole, ma silenzi e basta. Nei momenti di silenzio si costruiscono i discorsi più importanti. Le cose più belle, le azioni perfino più eroiche nascono dai silenzi. Nel silenzio si edificano palazzi altissimi, si pensa all’equilibrio di una persona, al fatto che sia forte perché, per non dire, lo si deve essere di più che nel dire: è falso, una menzogna!

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Il silenzio è l’unica astuzia che ha la debolezza, la demenza, la paura. Che pensi? Dimmelo! Non puoi non dire niente: è stupido… Ti vedo mentre esci da qui. Mi affaccio e ti seguo per un bel pezzo con lo sguardo. Vedo come si muove l’orlo dei pantaloni e va a finire sulle scarpe. Vedo che non sorridi, che esci serio. Mi dici cosa dovrei avere da dirti ancora? Ci vediamo da settimane, settimane, settimane, sono mesi che ti racconto come sto: ma come vuoi che stia? Sto bene. Sto benissimo. Ora sì, lo puoi dire: sono proprio pazza, dillo. Questo almeno lo puoi dire: Melissa è davvero una pazza. D’altronde, è quello che tutti mi dicono di fare: la pazza. Allora mi chiedo che cos’è la pazzia, che cos’è la lucidità, l’intelligenza o l’ignoranza; che cos’è la vita. In una parola: cos’è mai la vita?». Melissa osservava, compiutamente, il movimento della sua mano che ogni tanto scriveva qualcosa sulla carta che aveva davanti. Ammira quella carta che contiene, più di ogni altra cosa, tutto ciò che accade dentro la circonferenza terrestre. La carta è come il mondo, come la terra stessa che la produce e dice tutto ciò che l’ha prodotta. Melissa trova quella mano estremamente attraente, le piace vederne le dita, la pelle, che è la sola parte di quel corpo di cui riesce a percepire i colori. Guarda i suoi occhi che stanno fermi dietro agli occhiali, fermi nell’attimo, come l’unica cosa costante, di quegli incontri in cui tutto si muove. Gli hanno dato quel Dottore, perché la Legge dice così. Non per atto di pietà, perché non se la merita proprio la pietà, lei che non ne ha avuta per nessuno. Non per atto di

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dovere verso qualcosa che abbia a che fare con la morale, ma per dovere universale, per la Legge che tutti dicono essere stata partorita dalla Morale, ma la madre nessuno l’ha mai vista partorire un bel niente. Allora Melissa attende, per tornare alla vita, la penna del Dottore, con la speranza che egli scriva e che lei riesca a ritrovarsi, a riconoscersi. Lo ha guardato la prima volta arrivare da lontano. Il Dottore non aveva voluto somministrarle niente. Nessun calmante, nessun medicinale. La voleva vigile, la voleva come lei era. La storia di Melissa lo aveva interessato. Era una donna affascinante, con classe, gravemente seducente, nel senso che ti conduce per mano verso un universo inesplorato, che però il Dottore conosceva, perché lo aveva studiato e aveva imparato che le malattie mentali spesso ti guidano altrove, allora devi tenere sempre con te la bussola, perché è facile perdersi in quei meandri. Il Dottore la osservava dritto negli occhi. Lui lo poteva fare perché era disarmata, senza nessun coltello di quelli usati per uccidere le persone. Lo poteva fare perché lì, Melissa, era completamente sotto il suo controllo. Secondo il Dottore, la malvagità non esiste, rientra nella follia: nemo sua sponte peccat. L’aveva vista in televisione mentre rendeva il proprio esame davanti a giudici, Avvocati, pubblico e aveva pensato che non era possibile che quella donna avesse ucciso quattro persone nella stessa giornata, senza nessuna ragione e senza neppure nessuna follia. «Allora, Melissa, facciamo così: da domani verrò tutti i giorni, faremo incontri registrati. Lei risponderà alle mie domande. Non mi costringa a utilizzare farmaci: io la voglio vigile, la voglio lucida, voglio che sia lei a rispondermi, solo lei, senza nessun artificio. Crede che sarà possibile?».

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«Va bene, Dottore». Il Dottore si alzò di fretta dalla sedia. Melissa sentiva un dolore allo stomaco tutte le volte che il Dottore se ne andava. Aveva attribuito quel suo malessere al fatto che avrebbe dovuto aspettare tanto tempo prima di rivederlo e che, da quel momento, avrebbe dovuto contare i secondi e le ore in uno spazio isolato. Una solitudine finta. La solitudine era un posto, non uno stato d’animo, un luogo in cui tutti ti vedono e nessuno lo fa. Il Dottore era l’unico appiglio che aveva della realtà, di se stessa; l’unica prova che fosse viva e che non era stata gettata all’inferno, dove tutti avrebbero voluto gettarla. Melissa poi è portata in manette fino alla sua cella, in mezzo all’oceano, all’universo di parole che la circondavano. Si sdraia di schianto sul letto. Versa i capelli tra il cuscino e la parete dove restano aggrappati, quasi fossero serpenti al tronco di un albero. Poi metterà le mani in alto, creerà disegni e figure con i colori offerti dall’ombra e con gli occhi aperti, i pensieri in fuga, si perderà in quel mondo inventato dalle forme nate sul soffitto. Là, tutto vive e tutto muore. Il tempo della noia: mai stato tanto denso.

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el ventre della città, esiste un popolo di vittime e di reduci di secondi o di minuti dalla guerra contro il tempo; di uomini a cui è stato negato ogni diritto a esserlo, ogni cittadinanza nel mondo, perché dissidenti dall’ordinamento civile, la cui obbedienza distingue l’uomo dalle bestie. L’uomo, dal folle. Il vivo, dal morto. Melissa è tra questi. Mentre Melissa entrava in carcere, le detenute erano rimaste a guardarla. Lo sapevano già da tempo che sarebbe venuta. Le voci erano rimbalzate per tutte le pareti dell’edificio e aspettavano il momento di quell’arrivo come fosse il giorno stesso dell’apocalisse. Chiunque la guardava, nel vederla, si sentiva in diritto di essere liberata. Mai nessuno avrebbe potuto fare quello che aveva fatto lei, uccidere spietatamente persone innocenti che le si erano affidate, che l’avevano amata. Al processo, c’era solo un uomo, un Giornalista, che la guardava in modo diverso da come lo facevano gli altri. Mentre rendeva l’esame, lei lo aveva osservato dritto negli occhi, come se fosse l’unico ad avere il diritto di poterla giudicare. Melissa si era immaginata la sua espressione durante la lettura della sentenza. Non aveva potuto vederla, ma se

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la raffigurava chiara nella mente. Lui doveva aver rivolto lo stesso sguardo che aveva offerto lei. Quel medesimo distacco dalla realtà. All’uscita dalla città, la cosa che più l’aveva tormentata era che non lo avrebbe forse più visto. Quella era una frustrazione irrisolvibile, perché avrebbe voluto che le fosse concessa la possibilità anche solo di un cenno di saluto, che le sue spalle avevano fatto, ma che forse lui non aveva visto né potuto capire. In quel caso, il silenzio era inaccettabile, un’interruzione categorica e senza confini, limiti, parole, allusioni: un vuoto assoluto. Il Giornalista era venuto tutte le volte a vedere Melissa. Forse aveva parlato con i suoi Avvocati, forse non lo aveva fatto. Forse pensava che lei fosse un’assassina come le altre, oppure aveva capito che non lo era, che non era affatto come le altre, che era diversa, di quella diversità che non ha punti di contatto con niente, che è cosa a sé e non può essere versata in alcuna categoria generale. Aveva magari ascoltato le parole di Melissa quando raccontava di come fosse riuscita a sorprendere le sue vittime, a non farle accorgere di nulla, a non fare venire a nessuno il sospetto che quella sarebbe stata la loro ultima notte insieme e anche la loro ultima notte e basta. Forse se ne era domandato il motivo profondo. Non la ragione superficiale, che spinge alle volte a commettere gesti per soddisfare qualche parte recondita di se stessi; ma quella viscerale, che si insinua, quella che non suggerisce: costringe! La necessità che è legata alla sopravvivenza. Centocoltellate, avevano intitolato i quotidiani. Melissa C., il giorno 15 marzo c.a., ha assassinato quattro uomini di età compresa tra i 27 e i 60 anni, colpendoli con un’arma da taglio lunga circa 30 cm al cuore e infierendo sulle vittime con, si pensa, cento colpi; ma la certezza verrà

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data dalla perizia disposta sui corpi delle vittime. Per il momento, la donna si trova in carcere, con l’accusa di omicidio premeditato. Il resoconto di quanto avvenuto era stato contratto in quelle poche righe e si era poi improvvisamente riempito di un’infinità di parole, che avevano costruito una storia diversa, diametralmente diversa, da quello che lei aveva vissuto. Il cellulare si era fermato davanti a un portone grande e di un colore divorato dal tempo, che si era aperto lentissimamente come era sopraggiunta la notte.

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Myriam Caroleo Grimaldi, scrittrice e avvocato penalista, si sta specializzando in studi teorico-critici presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università «La Sapienza» di Roma. Autrice di successo, nel 2011 ha pubblicato per Edarc Apologia. Biografia del Diavolo con la prefazione di Alberto Bevilacqua. Dal romanzo è stata tratta una rappresentazione teatrale, presso il Teatro Quirinetta di Roma, con il patrocinio della Fondazione Biagio Agnes.

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