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DON PAOLO a cura di Giovanni Tonucci e Roberto Ansuini

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INDICE

Presentazione pag. 005

Biografia pag. 009 Dopo di Lui

pag. 013

I suoi scritti

pag. 015

Lettera dal Brasile: Un posto dove abitare

pag. 017

Il dramma del Marotinho

pag. 025

I profeti

pag. 043

Cittadinanza onoraria di Salvador

pag. 045

Inaugurazione del Tribunale del Lavoro

pag. 049

Premio “Fortuna d’oro”

pag. 051

Alla nuova Amministrazione di Camaçari

pag. 057

Il primo di maggio 1993

pag. 059

Riflessione Mariana

pag. 061

Decimo anniversario Commissione Giustizia e Pace

pag. 063

Saluto prima di lasciare il Brasile

pag. 067

Agata Smeralda

pag.069

L’avventura cristiana

pag. 071

L’ultimo saluto

pag. 087

Paolo nella riflessione della Chiesa

pag. 089

Hanno detto di Lui

pag. 125

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PRESENTAZIONE “Mi sono sentito prete impegnato nell’evangelizzazione celebrando la Messa, annunciando la parola di Dio, lavorando nella scuola professionale, protestando quando venivano distrutte le baracche delle famiglie, facendo amicizia con gli operai, con i disoccupati, gli universitari, i professori di università”. Questo breve ritratto, che Don Paolo Tonucci diede di se stesso quando, il 19 ottobre 1992, gli fu consegnato a Fano il premio “La Fortuna d’Oro”, illustra bene la sua personalità e quindi le ragioni per cui, a dieci anni dalla sua morte, continuiamo a riflettere su di lui e sulla testimonianza della sua vita. Chi lo ha conosciuto ancora bambino, ricorda bene che Paolo ha sempre voluto essere prete. Quello che inizialmente poteva sembrare un’infatuazione infantile, niente più di un gioco, è diventato un impegno serio. La Signora Castellani, indimenticabile delegata dei Fanciulli di Azione Cattolica, ricorda, in una sua pagina: “Oggi Paolo mi ha confidato che vuole entrare in seminario”. Questa volontà è diventata ferma e concreta e si è manifestata precocemente, quando, durante l’estate del 1951, Paolo parlò con il rettore del seminario minore, Don Domenico Astolfi, per precisare i tempi e i modi del suo ingresso. I genitori non volevano, ma egli vinse la loro resistenza, contando anche sull’appoggio complice di Don Costanzo Micci, allora parroco del Duomo e direttore spirituale suo e di quasi tutto il resto della famiglia. Nei lunghi anni di seminario, il suo desiderio è cresciuto e si è maturato, definendosi sempre meglio nella dimensione di donazione missionaria, che lo ha portato a scegliere di partire per l’America Latina solo tre anni dopo l’ordinazione sacerdotale. Aveva allora 26 anni, e per i restanti 29 anni della sua vita ha lavorato in Brasile, nell’arcidiocesi di São Salvador de Bahia. In quell’ambiente, fortemente segnato da ingiustizie secolari, dall’arroganza dei prepotenti, dalla violenza di una dittatura militare spietata, Paolo ha modellato poco a poco la sua comprensione dell’impegno che, in quanto prete, egli doveva assumere, per dare a quella gente oppressa una testimonianza credibile del Vangelo. Con una iniziale sorpresa, che divenne poi una convinzione precisa, scoprì che nella vita di coloro che egli voleva evangelizzare, gli ideali cristiani erano già una realtà tangibile, frutto dell’intuizione di cuori semplici, più che di una predicazione che era stata spesso di qualità limitata e che si era orientata ad esortazioni pietistiche e consolatorie. Don Paolo ha vissuto la sua dimensione di cristiano e di sacerdote con grande intensità. Ha avuto una straordinaria capacità di lavoro, che gli ha permesso di prendersi cura di parrocchie molto estese e popolose. Nello stesso tempo, non ha mai trascurato lo studio, a cui dedicava ogni ritaglio di tempo libero. Studio della Parola di Dio, della teologia, della storia della Chiesa e delle culture dei popoli latino-americani. Studio che non era destinato a una promozione accademica, ma che era rivolto a dare sostanza alla sua predicazione, ai ritiri spirituali che dirigeva con frequenza, ai libretti che redigeva illustrandoli con i suoi tipici disegnini, ingenui ma efficaci. Quando si scorre il materiale che ci ha lasciato - appunti, note, testi completi o appena iniziati - ci si rende conto di quanto fossero ampie le sue conoscenze, profonde le sue percezioni, originali le sue elaborazioni. Affrontava i temi teologici senza mai perdere di vista la realtà quotidiana, entrava in pieno nei drammatici conflitti sociali senza mai dimenticare le verità della rivelazione cristiana. Uno studente universitario, impegnato nella politica e che si affermava non credente, un giorno gli disse: “Certamente neppure tu credi in una cosa come la verginità di Maria!”. La risposta fu: “Invece ci credo! E ora dimmi tu: tra noi due chi è più rivoluzionario?”. Paolo è stato un rivoluzionario vero, di quelli che credono nella possibilità di cambiare il mondo con il Vangelo e per questo vanno avanti senza rinunciare alle proprie idee e senza deflettere dal proprio cammino. Sempre di più, nella sua ricerca e nel suo approfondimento della storia della Chiesa universale, e in particolare della presenza del cristianesimo in Brasile e nell’America Latina, Paolo sviluppò

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un interesse per la spiritualità, della quale voleva dimostrare la dimensione fortemente incarnata, impegnata nella vita quotidiana e non identificabile con le facili semplificazioni di “fuga dal mondo” o di “palliativo per gli oppressi”. Questo libro raccoglie una selezione di scritti di Don Paolo, tra tanti che ha lasciato e che meriterebbero di essere conosciuti. Essi vanno dai primi studi da lui svolti sulla situazione sociale delle popolazioni della periferia di Salvador, fino alle più mature riflessioni sulla spiritualità cristiana, alle quali si dedicava a Fano durante i mesi di cura contro il cancro. Ad essi, seguono alcune testimonianze di persone che, avendolo conosciuto, hanno voluto esprimere il loro pensiero sulla sua personalità e sul suo lavoro, per lo più dopo la sua morte. Le fotografie, scelte tra le molte disponibili, documentano vari momenti della vita di Paolo ed alcune delle realtà che egli ha incontrato nel Brasile di quegli anni. Queste pagine sono ora pubblicate, con la speranza che servano per ricordare e far conoscere meglio Don Paolo Tonucci, a dieci anni dalla sua morte, e per farne apprezzare le qualità di uomo e di sacerdote, anche al di là del cerchio delle persone che lo hanno conosciuto in vita. Giovanni Tonucci Roberto Ansuini

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8 Dicembre 1952 - Paolo insieme alla mamma Amelia , al babbo Bruno ed ai fratelli Francesco, Giovanni e Marco nel giorno in cui riceve la veste talare.

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Cattedrale di Fano ,29 giugno 1962 – Paolo viene ordinato sacerdote dal suo antico parroco, Mons. Costanzo Micci, all’epoca vescovo di Larino.

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BIOGRAFIA Paolo Maria Tonucci nacque a Fano il 4 maggio 1939, da Bruno e Amelia Muratori. Fu il loro primo figlio, seguito poi da Francesco, Giovanni e Marco. Subito dopo il matrimonio, Bruno e Amelia si erano alloggiati in un piccolissimo appartamento in Via Flaminia, 7. Vi rimasero fino al 1952, quando si trasferirono in un appartamento delle case popolari del “Piano Fanfani”, in Via della Libertà, 10. Durante la seconda guerra mondiale, al passaggio del fronte, quando, nel 1944, la città fu abbandonata, la famiglia si trasferì a San Liberio, sotto Montemaggiore al Metauro, ospite dei Signori Vichi, mentre Bruno restava a Fano, a lavorare come infermiere nel Seminario Regionale. Quando poi gli sfollati rientrarono in città, negli ultimi mesi della guerra, Paolo, pur avendo solo cinque anni di età, insieme con altri bambini, frequentò privatamente la prima elementare, sotto la guida della maestra Elvira Ascani. Con l’avvento della pace, la situazione si normalizzò, le scuole furono riaperte, ed egli entrò direttamente in seconda, guadagnando un anno di scuola. Fin da piccolo, Paolo aveva manifestato il desiderio di diventare sacerdote. Tra i suoi giochi preferiti, c’era quello di “dire messa”, adoperando strofinacci da cucina come paramenti. I fratelli lo seguivano, sia pure talvolta malvolentieri, dato che egli chiedeva da loro molta serietà nel compimento delle rispettive funzioni. Con tutta la famiglia, frequentava allora la parrocchia del Duomo, dove la sua crescita spirituale fu guidata dal giovane parroco, don Costanzo Micci, e dalla delegata del Fanciulli di Azione Cattolica, la Signora Anna Castellani. A undici anni, terminata la prima media, entrò nel Seminario Diocesano di Fano, forzando per questo la volontà dei genitori, che avrebbero preferito che aspettasse ancora qualche anno. Dal Seminario Minore, dopo il Ginnasio, passò al Seminario Regionale, dove frequentò i tre anni del Liceo Classico, l’anno di Filosofia e i quattro anni di Teologia. Terminati gli studi fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Fano il 29 giugno 1962, dal suo antico parroco, Mons. Costanzo Micci, che era allora vescovo di Larino. Per tre anni fu vice parroco della parrocchia della Cattedrale, dove fu collaboratore di don Stefano Mariotti. Seguì i settori giovanili dell’Azione Cattolica, animò spiritualmente gruppi sportivi e stabilì con molte persone un’amicizia profonda che continuò per tutta la vita. Nel desiderio di servire i più bisognosi, ottenne dal vescovo di Fano, Mons. Vincenzo del Signore, il permesso di partire come missionario per l’America Latina. Fu destinato al Brasile, nella diocesi di São Salvador de Bahia e, dopo un periodo di preparazione presso il CEIAL di Verona, lasciò l’Italia dal porto di Genova, il 19 ottobre 1965. Dopo un periodo di inserimento e di studio della lingua portoghese, fu destinato alla parrocchia di Nossa Senhora de Guadalupe, nella città di Salvador. Ci lavorò per quindici anni, insieme con don Renzo Rossi, con il quale era arrivato in Brasile, e poi anche con don Sergio Merlini e con altri sacerdoti, per lo più provenienti dall’arcidiocesi di Firenze. Nella distribuzione delle responsabilità, Paolo si dedicò soprattutto al quartiere di Fazenda Grande, dove stabilì la propria residenza, in una stanza dietro la cappella. A Fazenda Grande fu raggiunto da Delia Boninsegna, laica volontaria di Bolzano, che lo accompagnò per tutta la sua esperienza brasiliana a Camaçari e lo assistette quindi a Fano fino alla morte. A Fazenda Grande istituì la scuola professionale “Primero de mayo”, per la formazione di giovani tecnici e l’alfabetizzazione degli adulti. Fu fra i fondatori e quindi il responsabile della Commissione Arcidiocesana “Giustizia e Pace”, per lo studio delle situazioni di ingiustizia e la difesa dei diritti umani.

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Nel 1981 lasciò la città di Salvador, si trasferì a quaranta chilometri di distanza nella cittadina di Camaçari, divenendone parroco. La città, in passato luogo di villeggiatura per le famiglie facoltose di Salvador, era diventata un importante centro industriale, con la creazione nella zona di un enorme complesso di trasformazione di prodotti petroliferi. Attirando immigranti dalle zone del Nord-Est del Brasile, che vi confluivano in cerca di lavoro, era cresciuta a dismisura ed era passata in breve dagli originali quindicimila abitanti a oltre centomila. Nel desiderio di identificarsi ancora di più con la gente con la quale lavorava, per due volte Paolo chiese la cittadinanza brasiliana, prima durante la dittatura militare e poi in tempo di democrazia. Ambedue le volte la sua richiesta fu respinta “per indegnità”, in quanto negli archivi della polizia erano ricordati, come fattori negativi, i suoi interventi in difesa dei senzatetto, proditoriamente espulsi dalle loro baracche proprio dalle forze dell’ordine. Il 19 ottobre 1992 il Comune di Fano gli assegnò il premio “Fortuna d’oro”, con la seguente motivazione: “Al missionario Paolo Maria Tonucci, per la sua attività umanitaria e spirituale a favore delle popolazioni povere del lontano Brasile e per aver saputo coraggiosamente lottare contro gli ostacoli e le incomprensioni di una dittatura militare. Lontano dalla sua terra natale ha saputo conservare il vivo ricordo e gli affetti familiari dei tanti suoi amici e coetanei e della propria amata città”. Nel mese di agosto 1993 gli fu diagnosticato un tumore al cervello. Tornato in Italia fu sottoposto alle terapie necessarie presso l’Ospedale civile di Fano dove fu assistito con particolare attenzione dai suoi amici medici Roberto Ansuini, Giulio Gradoni e Stefano Lombardini. Tornò in Brasile nella primavera del 1994 e vi restò fin dopo Pasqua. Dovette rientrare urgentemente in Italia, per il rapido sviluppo di un secondo tumore. Dopo una lunga degenza nell’Ospedale San Orsola di Bologna, fu trasferito a Fano, dove morì alle ore 7 e 55 di domenica 9 ottobre 1994. Lo assistevano i fratelli Francesco e Marco, la zia Paolina, Delia Boninsegna, Roberto e Marzia Ansuini, e il Vescovo di Fano, Mons. Mario Cecchini, presente insieme con don Giovanni Frausini. La Messa esequiale, celebrata nella Cattedrale l’11 ottobre seguente, fu presieduta dal fratello Giovanni e concelebrata dal Vescovo di Fano, dal suo antico compagno di seminario, Mons. Antonio Maria Vegliò, allora Nunzio Apostolico in Senegal e ora Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali in Vaticano, e da un grande numero di sacerdoti. Fu sepolto a Fano, nel cimitero dell’Ulivo.

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Cattedrale di Fano ,29 giugno 1962 – Il giorno dell’ordinazione tra padre Domenico Tonucci, zio di Paolo, alla sua destra, e don Vittorio Tommasetti, vice rettore del Seminario Regionale ora Vescovo di Fano, alla sua sinistra.

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Genova, 19 ottobre 1965 : Paolo si imbarca per il Brasile: sono con lui da sinistra Don Enzo De Marchi, Don Renzo Rossi , e Don Alfredo Nesi, un sacerdote amico di Don Renzo.

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DOPO DI LUI Durante tutta la sua vita di uomo e di prete don Paolo ha portato conforto, ha difeso gli umili, si è battuto al loro fianco per la difesa della dignità umana e dei diritti di ogni uomo. Il suo lavoro pastorale nella parrocchia di Camaçari è stato portato avanti, dopo la sua morte, da Don Marco Presciutti della diocesi di Fano e Don Luigi Carrescia della diocesi di Jesi. Per il coraggio, l’impegno e la determinazione con la quale lottò instancabilmente a fianco delle persone più povere ed emarginate, Don Paolo è rimasto per sempre nella mente e nel cuore dei Brasiliani e di quanti, in Italia, lo hanno conosciuto ed apprezzato. Alla sua morte quanti hanno collaborato e vissuto con lui, sostenuti da tanti amici italiani, hanno dato continuità alla sua opera costituendo due associazioni a lui intitolate che vogliono essere un ricordo ”vivo” della sua presenza in mezzo a noi e un segno di ringraziamento a chi ha lanciato il seme di un impegno a favore della vita, della libertà e della dignità di ogni persona: l’associazione Paolo Tonucci “APITO” nella città di Camaçari nello Stato della Bahia in Brasile, e l’Associazione “Centro Scuola Don Paolo Tonucci”, in Italia. L’Associazione “Centro Scuola Don Paolo Tonucci si costituisce il 5 dicembre 1996, con lo scopo di migliorare attraverso molteplici iniziative di solidarietà e di promozione cristiana, umana e sociale, le condizioni di vita delle persone più povere residenti nella città di Camaçari nello Stato della Bahia. L’Associazione, legalmente costituita e riconosciuta come ONLUS, in Italia è presente in diverse città quali Merano (BZ), Fano (PU), Jesi (AN), Milano, Saronno (VA) Riva del Garda (TN), Catania, Treviso ed in altre località del Veneto. La costruzione di un asilo, denominato appunto “ Centro Cultural Para Infancia Pe. Paulo Tonucci”, è sembrata l’opera che potesse maggiormente rappresentare la figura di don Paolo, che “ha privilegiato sempre i più piccoli ed i più indifesi”. Dal 1996, anno di inizio della costruzione dell’asilo, (ma anche molto prima in forme diverse) circa 350 famiglie di tutta Italia si impegnano mensilmente a versare un contributo che viene impiegato anche per il funzionamento dell’asilo. In Brasile l’Associazione “APITO”, che in brasiliano significa “fischietto”, con le donazioni dei sostenitori Italiani e di alcune amministrazioni pubbliche italiane (Comune di Fano (PU), Fondazione CARIFANO – FANO (PU), Comune di Saronno (VA) – Regione Trentino Alto Adige, Provincia Autonoma di Bolzano, Comune di Merano (BZ), ha attivato diversi programmi con lo scopo di creare le condizioni che permettano alle persone di crescere e di trovare da sole le soluzioni ai loro problemi. I programmi che attualmente vengono portati avanti sono: FAMI-APITO Si occupa della cura di famiglie bisognose (ca. 360 ), in cui i genitori sono disoccupati, con figli di età inferiore ai 12 anni. I requisiti richiesti affinché le famiglie siano inserite nel progetto è che esse siano presentate attraverso un responsabile, che abbiano volontà di cambiare la loro situazione, e che si impegnino a partecipare alle attività proposte. CENTRO-APITO Programma di educazione per l’infanzia, attualmente vi partecipano a tempo pieno 140 bambini (dai 3 ai 6 anni) che frequentano giornalmente il “Centro Cultural Para Infancia Pe.

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Paulo Tonucci” dove oltre all’alfabetizzazione ricevono 3 pasti quotidiani ECO-APITO Programma di complemento scolastico, attualmente vi partecipano 120 bambini di età compresa tra i 7 e 12 anni, in due turni. Il programma vuole essere un veicolo di trasmissione di valori etici, che trasmetta ai bambini la consapevolezza del valore di una vita giusta, ricca di allegria, di rispetto, di affetto, di speranza e di pace. I programmi sono realizzati attraverso la partecipazione a dei laboratori, dove i bambini imparano che “ciò che è condiviso si moltiplica”. L’obiettivo principale dei laboratori è indirizzare i bambini a percepirsi come una parte integrante del mondo creato da Dio. ARTE-APITO Consiste in un biennio professionale, al quale possono accedere i ragazzi a partire dai 14 anni. (circa 80 ragazzi) Il programma si sviluppa nell’ottica di recuperare il divario esistente tra età e grado di istruzione (es: un ragazzo di 16 anni che frequenta la 4° elementare), con lo scopo di effettuare una reale alfabetizzazione dato che essa non è conseguita nella scuola pubblica. Il corso di insegnamento si svolge attraverso la partecipazione a dei laboratori e prevede inoltre lo studio di una seconda lingua.

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I suoi scritti

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LETTERE DAL BRASILE Riportiamo, sul problema della casa vissuto in quei bairros, due testimo­nianze significative, una presa da Lettere n.13 (estate-autunno 1975) e l’altra da Lettere n. 14 (primavera 1976). Sono esperienze che potrebbero inserirsi come in una pagina della vita di Gandhi, o indicarsi come episodio applicativo del Vangelo vissuto nel popolo. « Lettere dal Brasile » è uno stampato che usciva senza periodicità stabilita e veniva edito dal Villaggio Scolastico del Quartiere Corea in Livorno.

Un posto dove abitare Salvador, primavera 1975 Le piogge dell’aprile dell’anno scorso, con le tragiche conseguenze, rimarranno sempre nel nostro ricordo. Da più di 11 mesi 117 famiglie vivono, in una situazione disumana, il loro dramma. Questo dramma vissuto dai “senza-tetto”, ci ha dato l’occasione di scoprire che i “desabrigados” avevano molti amici; abbiamo scoperto la solidarietà dei poveri e di quelli che veramente sono gli amici dei poveri. Gli abitanti dei quartieri della nostra parrocchia, comunità religiose, gruppi di protestanti, studenti, professionisti sono rimasti sempre vicini ai senza-tetto che lottavano alla ricerca di una soluzione al loro problema. Se da un lato si sono manifestati gli amici, dall’altro si sono definiti i lontani: le autorità, alla ricerca di soluzioni che potevano salvare la faccia, senza risolvere il problema; i benpensanti che giudicavano i “desabrigados” come persone prive di ini­ziativa e sfaccendati; tutti insomma con la paura di guardare in faccia la realtà e so­prattutto con la paura di volerla affrontare. Infine la grande massa di quelli che non volevano prendere parte, soddisfatti perché avevano aiutato con qualche “elemosi­na”, senza capire però che il problema è molto più profondo. Parlando di questo grave problema non si può dimenticare la storia di tutti quel­li che qui in Salvador hanno sofferto e lottato per un posto dove abitare. Il problema della casa, che nella città di Salvador oggi ha raggiunto punte di estrema gravità, ha assunto spesso aspetti di calamità pubblica. Nel 1940 il popolo emarginato si trovava in difficoltà per l’alto costo della vita, per i bassi salari (quando aveva un impiego, perché è molto forte il tasso di di­soccupazione). La soluzione al problema della casa, ritrovata dalla gente, fu di oc­cupare dei terreni che appartenevano al municipio; si trattava quasi sempre di scar­pate o di avvallamenti acquitrinosi. L’occupazione dei terreni — che veniva fatta in tutta fretta, come in fretta veni­vano costruite le baracche per avere anche dal punto di vista giuridico, maggiore sicurezza — non avvenne senza violenza. Con l’intervento della polizia varie occupa­zioni furono represse; si sono registrati anche dei morti. Malgrado tutte le forme di repressione, il popolo continuava, però, a cercare dispe­ratamente una pur minima via di uscita ai propri problemi più urgenti. Di fronte all’aumento dei prezzi, alla disoccupazione sempre più forte, alla diffi­coltà di trovare alloggio, aumentando il tutto con l’inizio dell’esodo rurale, l’occupazio­ne rappresentava una soluzione di alcuni problemi. Alla fine, la resistenza degli “occupanti” aveva il sopravvento sulla pressione del governo e lo

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Salvador Bahia 1966 - Paolo commenta così queste foto : “queste foto rappresentano molto poco la miseria degli alagados: potete farvi un’idea migliore pensando che sotto di noi c’era l’acqua nera, sporca e puzzolente , e che in ognuna di quelle case vivono come minimo 10-12 persone, la maggioranza bambini, che moriranno in buona parte prima di aver raggiunto i 10 anni. Come vedete dalla foto io sto molto bene.”

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stesso governo doveva cedere con la donazione del terreno invaso. In questa maniera sono sorti gli “alagados” ! L’inizio fu nel 1949, quando gli aumenti continui degli affitti provocarono l’esodo dei poveri dai quartieri del centro e l’avventura che tutti noi conosciamo. In un primo momento, in maniera timida, poi con sempre maggiore sicurezza, gli emarginati cercarono un posto nell’acqua, costruendo le “palafitte”, dato che non era loro consentito di avere un pezzo di terra. Anche questa volta la storia registra la violenza della polizia: ci furono morti e feriti tra gli occupanti. Alla fine il governo dovette cedere davanti all’azione di rivolta del popolo e lasciare gli abitanti tranquilli nelle proprie “case” . Il dramma delle inondazioni Le case dei poveri in Salvador, costruite col fango, col legno, sulle scarpate, sono soggette ad un problema permanente. Le forti piogge, che periodicamente si abbat­tono su questa città, mettono a nudo la fragilità delle baracche che, invase da acque, cadono per lo smottamento, causando morti e lasciando centinaia di famiglie senza tetto. Evidentemente, la causa di tutto questo, se da un lato si deve alla situazione geografica di Salvador, col suo terreno collinoso, dall’altro e soprattutto, è dovuta al fatto che le condizioni di vita sub-umane della popolazione povera, gli stipendi bassi, la disoccupazione, la sottoccupazione, l’assurdo costo della vita, non permettono di costruire case sicure e in luoghi adatti. Nell’ultimo decennio questi fatti si sono ripetuti in continuità. Noi ricordiamo le piogge del 1966, del 1971 (che provocarono, solo nella nostra parrocchia, 52 morti). Dopo queste tragedie, malgrado i ripetuti appelli alle autorità, non furono prese iniziative per tentare di risolvere il problema delle scarpate. Tutto, come sempre, fu dimenticato. Il 29 aprile 1974 si è ripetuto lo stesso problema. Le piogge si abbatterono sul­la città, provocando smottamenti, allagamenti e, come conseguenza, centinaia di fa­miglie rimasero senza tetto. In Bom, ci furono sei morti. I “desabrigados” si recarono, il giorno dopo la tragedia, in commissione com­posta da 60 persone, dal sindaco perché aprisse una scuola per “ospitare” provviso­riamente i senza tetto. In un primo momento il sindaco tentò di non ricevere la commissione, ma di fron­te alla insistenza di tanta gente, accettò di ascoltare e finalmente cedette, ordinando che fosse aperta la Scuola Municipale “Prazeres Calmon” . 125 famiglie trovarono così un “alloggio”. 125 famiglie in nove aule!!! In un’aula normale di scuola erano “ospitate” fino a 23 famiglie... Altre famiglie furono raccolte in una scuola di Capelinha, in un vecchio barac­cone delle ferrovie e nelle dipendenze di un vecchio aereoporto. Una settimana dopo, le famiglie che erano state ospitate nel vecchio aereoporto, ricevettero da un ufficio governativo un aiuto in denaro (da Cr. 400,00 a Cr. 1.300,00 = da Lit. 40.000 a Lit. 130.000) e furono obbligate a lasciare il locale con minacce di questo tipo: “se non ve ne andate subito, chiameremo i pompieri che vi sloggeranno con gli idranti”. Molte famiglie ritornarono negli stessi posti dove prima abitavano, nelle case condannate. Di fronte a questo fatto gli altri “desabrigados” presero coscienza del pericolo che esisteva: la minaccia di essere buttati fuori dai vari rifugi, come era stato fatto con quelli raccolti nell’aereoporto. Si unirono in commissione e decisero di fare un nuovo appello al sindaco perché risolvesse

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la situazione nell’unica maniera possibile, la donazione di un terreno per­ché ognuno potesse costruire la propria casa. L’appello fu firmato da quasi tutti i “desabrigados” e contò sulla solidarietà del­la gente della parrocchia (in un giorno furono raccolte 2.000 firme!), di studenti, re­ligiosi, professionisti. Il 10 maggio il sindaco ricevette la commissione dei senza tetto e promise che avrebbe risolto in modo umano il grave problema, dando un terreno a chi aveva già una casa, mentre avrebbe dato tre mesi di affitto agli altri che prima abitavano in case d’affitto. Promise anche che avrebbe riunito i senza tetto in locali adatti, men­tre veniva procurato il terreno dove costruire le case in condizioni di sicurezza. Nel frattempo, la situazione nella scuola Prazeres Calmon e negli altri locali dove erano raccolti i “desabrigados “ divenne sempre più difficile. I servizi igienici erano fuori uso; molti bambini, soprattutto i più piccoli, erano febbricitanti, con dissenteria e vomito. La mancanza di alimentazione, l’assenza di assistenza medica e sociale, in una situazione di promiscuità, davano inizio ad una tragica e dolorosa via crucis. Malgrado le promesse del sindaco, la situazione continuava inalterata. Le assisten­ti sociali del Municipio dicevano di non conoscere quello che il sindaco aveva pro­messo e che l’unica soluzione era che ogni famiglia ricevesse Cr. 210,00 per tre mesi di affitto (quando in media l’affitto di una casa modesta è di Cr. 300,00 al me­se = Lit. 30.000... Lo stipendio base corrisponde a Cr. 300,00!!!). Alla fine di maggio, un clima di tensione si abbatté sui senza-tetto. Le assistenti sociali avvertirono che entro tre giorni i vari locali dovevano essere abbandonati e se i “desabrigados” non avessero lasciato le scuole e il baraccone, sarebbe intervenuta la polizia. Di fronte ad una decisione così disumana, i senza-tetto dichiararono ai giornali che non sarebbero usciti dalle scuole neppure con la polizia e che, nel caso di un intervento, avrebbe posto i bambini come scudo. Il segretario di Sanità del municipio, di fronte alla fermezza della gente dichiarò ai giornali che la colpa di tutto era dei religiosi della parrocchia di N.S. di Guada­lupe, perché incitavano i senza-tetto a non accettare di uscire dalle scuole con le condizioni proposte dal municipio (cioè, 210,00 Cr. = Lit 21.000 per tre mesi di affitto...). L’attacco del segretario, che si sentiva frustrato di fronte alla resisten­za della gente che non accettava la “soluzione” presentata, provocò un’ondata di proteste sui giornali, da parte di alcuni sacerdoti, di gente del popolo e degli stessi “desabrigados “. La reazione dei ”desabrigados” e dell’opinione pubblica prevalsero. Il 29 mag­gio le assistenti sociali tornando nella scuola Prazeres Calmon, si mostrarono gentili e comprensive. La minaccia di espulsione non si realizzò. Alla fine di maggio era regi­strata la morte del primo dei 7 bambini deceduti durante la permanenza dei senza-tetto nella scuola .La situazione diventava sempre più tragica. Il 10 giugno, di sera, le assistenti sociali del municipio, arrivarono nella scuola improvvisamente con l’ordine di abbandono immediato del locale. Alcune famiglie prese alla sprovvista e disperate accettarono il misero aiuto finanziario offerto af­fermando che “qualsiasi cosa era migliore che morire di stenti nella scuola “. Alla fine di giugno, dopo la ritirata di un buon numero di famiglie dai locali, la situazione si presentava così: nella scuola Juraci Magalhaes (Capelinha) 33 famiglie con 188 persone presenti di cui 120 minori di 15 anni; nella scuola Prazeres Calmon, 93 famiglie con 514 persone presenti, di cui 331 minori di 15 anni; nel baraccone delle ferrovie, 38 famiglie, con 166 persone presenti di cui 107 minori di 15 anni. Il ritardo da parte delle autorità di presentare una soluzione, le malattie, l’aggra­varsi dei pro-

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blemi provocati dalla convivenza in quella situazione, la mancanza asso­luta di igiene, la paura sempre presente di una possibile espulsione dai locali, non facevano che rendere ancor più drammatica l’attesa dei senza-tetto. Finalmente ,il 15 di agosto uscì sul Diario Official una ordinanza del sindaco che do­nava ai “desabrigados” un terreno vicino all’aereoporto. Con questa donazione però non finivano i problemi. lì terreno localizzato lontano dalla città, la difficoltà dei mezzi pubblici di trasporto, non aiutavano certo le perso­ne, in particolare quelle con un lavoro in città. Molte donne erano lavandaie e l’abi­tare quasi in centro città aiutava un po’ a trovare qualcosa da fare... Le preoccupa­zioni non finivano lì. Quali erano le condizioni del terreno donato? Quando e come sarebbe stato consegnato?... Fino al 15 di agosto erano già morti 5 bambini. All’inizio di settembre i giornali davano la notizia che nella scuola Prazeres CaI­mon era iniziata una epidemia di morbillo, con più di 20 bambini colpiti, alcuni in stato grave (il morbillo qui diventa una malattia mortale per il fatto che trova orga­nismi già deperiti e incapaci di reagire alle conseguenze). Dopo la denuncia, un medico del municipio fece una visita ai “ desabrigados”: prescrisse alcune medicine, che la maggior parte delle famiglie non poteva comprare per mancanza di soldi, e promise di tornare.., ma non si fece più vivo! Il fatto culminò con la morte di una bambina di due anni e mezzo. In questa situazione, premuti dall’urgenza di una soluzione, i senza-tetto fe­cero un nuovo appello al sindaco. Chiedevano che tenesse in considerazione le con­dizioni finanziarie già misere e che ora erano state scosse dalla catastrofe, la situa­zione precaria vissuta in quei cinque mesi.., e che ordinasse quanto prima la costru­zione di case. Il sindaco ricevette la commissione il 1° ottobre. Confermò la donazione del ter­reno, ma ricusò la costruzione di case. Un altro appello in favore dei “desabrigados”, perché fossero costruite le case dal municipio, fu fatto dalla gente del quartiere di Fazenda Grande, appoggiato da studenti, religiosi e professionisti... Questa volta il sindaco, ricevendo la commissione alla fine di dicembre, disse che non disponeva di stanziamenti per la costruzione delle case e che comunque non poteva deviarli per tale fine, perché se avesse fatto una cosa di questo genere poteva finire in prigione. Dichiarò che non spettava al Municipio preoccuparsi di questo problema e che il venire incontro alle esigenze delle famiglie dei senza-tetto sarebbe stato segno di paternalismo politico. A questo punto, la situazione già carica di tensione veniva aggravata perché le assistenti sociali del Municipio, dalla lista ufficiale dei senza-tetto che avrebbero ri­cevuto il terreno, avevano escluso 16 famiglie. Altri appelli, altre proteste sulla stampa e finalmente, dopo due mesi, il sindaco considerava senza valore la lista preparata dai funzionari del Municipio e ne accet­tava un’altra preparata dalla Parrocchia. Malgrado tutte le difficoltà, e la percezione sempre crescente che le autorità vo­levano vincerli con la stanchezza, i “desabrigados” continuarono a rimanere nella scuola e nel baraccone delle ferrovie, consci che la loro presenza era un atto di ac­cusa alle autorità e una spina nel fianco. Nel mese di gennaio, agli appelli dei senza-tetto, della gente del quartiere, degli studenti, si unì un gruppo di architetti che propose al sindaco un progetto di costruzione delle case. Dopo tante insistenze, il sindaco cedette e i primi di marzo (15 giorni prima di lasciare l’incarico) dava inizio ai lavori. Sembrava finalmente che la via crucis stesse per finire: dopo 11 mesi di soffe­renze i “desabrigados” avrebbero ricevuto la sospirata casa! Quando il 19 marzo un gruppo di senza-tetto si recò sul terreno per la lega­lizzazione della

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Salvador Bahia 1966 - “Questo è il rimedio delle autorità: scaricare in mezzo alle case le immondizie della città così si forma la terra ferma. In mezzo all’immondizia ho trovato anche carogne di animali morti”:

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proprietà, furono colti da sorpresa e ribellione: il terreno era acquitri­noso (dichiarazioni di gente del posto dicevano che nella stagione delle piogge veniva totalmente allagato); le case in costruzione erano di 7m x 2,50m ! Ma la cosa più terribile era che mentre in un primo progetto ogni famiglia avrebbe ricevuto un ter­reno di 12 m x 15 m per poter ampliare la casetta e utilizzare il resto come orto, adesso il terreno era ridotto a 60 metri quadrati, il che non offriva assoluta­ mente condizioni di ampliamento. Per finire questo triste quadro, venivano costruite solo 80 case, quando le famiglie dei “desabrigados” sono 117! Nel momento in cui scriviamo — particolarmente delicato per il cambiamento di governo nel municipio e nello stato, l’azione dei senza-tetto è di mobilitare le nuo­ve autorità, perché si decidano a dare una soluzione definitiva e umana a questi gravi problemi. Quanto tempo dovrà ancora durare la via crucis dei “desabrigados” ? A questa domanda nessuno sa dare una risposta. Solo una buona dose di testar­daggine ci aiuta a continuare in questa lotta. *** Il problema della casa di Salvador, aggravato dalla situazione dei “desabriga­dos” tornò alla ribalta negli ultimi mesi. In agosto accompagnammo con apprensione il dramma di decine di famiglie che non trovando un posto dove abitare, invasero un terreno del municipio. La polizia in­tervenne in maniera brutale e le case furono demolite. Negli ultimi mesi dello scorso anno un’altra invasione di grandi proporzioni comin­ciò in un terreno confinante con Fazenda Grande. Ai primi di marzo, in un terreno incolto di Fazenda Grande, si verificò una nuova invasione. Più di duecento famiglie iniziarono la pulizia e la limitazione del terreno, e la co­struzione di rudimentali baracche. La polizia, ancora una volta intervenne con la consueta brutalità.., ma l’invasio­ne continuò!!! Dopo l’intervento della polizia, “gli invasori “ tornarono sul luogo e ri­cominciarono i lavori. Sempre a Fazenda Grande, cominciò un’altra invasione. Questa volta l’intervento della polizia fu particolarmente brutale e disumano. La gente che stava cominciando i lavori fu sorpresa dalla violenza dei tutori dell’ordine: uomini indifesi, donne incinte e bambini furono bastonati e presi a calci. Adesso la situazione è di attesa. Un invasore, un giovane che guadagna 240,00 Cr. al mese (= Lit. 24.000) diceva che avrebbe di nuovo tentato, perché tutti hanno diritto ad un pezzo di terra dove poter costruire un “barracco”. *** Da alcuni giorni le piogge hanno cominciato di nuovo a cadere sulla città... Ci sarà una nuova tragedia? Per i “desabrigados” dell’aprile ‘74 ci sarà una soluzione che ripaghi tanti mesi di angustia, di malattia, di fame e di disperazione...? Quale sarà il loro futuro...? e quello degli occupanti?

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Salvador Bahia 1966 - “Una foto terribile: ragazzi che vanno cercare in mezzo ai rifiuti le bottiglie e qualcosa da mangiare. Nella ricerca sono accomunati tutti: il terribile è che trovano questo la cosa più normale di questo mondo”

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Nei primi mesi del 1976, in un quartiere della periferia di Salvador, parte della parrocchia in cui lavorava Don Paolo, si svolse un episodio di lotta popolare, per il diritto alla casa, da parte di un gruppo di senzatetto, che avevano occupato un terreno di proprietà del comune. Minacciati di espulsione da quella zona, gli abitanti del Marotinho opposero una resistenza pacifica ma ferma e organizzata. Paolo fu presente nella lotta, animando gli abitanti del Marotinho e suscitando l’interesse di vari gruppi di persone influenti alla vicenda. Per il ruolo da lui svolto in questo episodio, le autorità brasiliane gli rifiutarono la cittadinanza. La lettura di queste pagine, redatte subito dopo i fatti da Paolo stesso, sono utili per capire alcune allusioni che si trovano in altri documenti di questo libro.

Il dramma del Marotinho Salvador - marzo 1976 OPINIAO

CANTO Dl RIVOLTA

Podem me prender, podem me bater... podem até deixar-me sem comer; que eu nao mudo de opiniao daqui do morro eu riao saio nao. Se nao tem égua, eu furo um poço. Se nao tem carne, eu compro um osso e ponho na sopa... e deixa andar. Falem de mim quem quiser falar. Aqui eu nao pago alugue! Se eu morrer ahanha, seu doctor estou pertinho do ceu. Podem me prender, podem me bater podem até deixar-me sem comer. Que eu nao mudo de opiniao daqui do morro eu nao saio nao.

Possono arrestarmi, possono picchiarmi... possono lasciarmi anche senza mangiare; ma io non cambio la mia decisione: da qui, dal “morro“, io non vado via. Se non c’è acqua, io scavo un pozzo. Se non c’è carne, io compro un osso e lo metto nel brodo.., e lascio correre. Parli di me chi vuoI parlare. Qui non pago l’affitto! E se domani io muoio, signor dottore, sono già vicino al cielo. Possono arrestarmi, possono picchiarmi... possono lasciarmi anche senza mangiare, ma io non cambio la mia decisione; da qui, dal ”morro” io non vado via.

Eravamo riuniti in casa di Natanael per festeggiare il suo 3I° compleanno. Molti, che vivevano nell’ “ invasione “, si erano dati appuntamento per passare un sabato sera un po’ allegro. Non certo molto allegro però, perché pesava su tutti la minac­cia di espulsione dal terreno che avevano occupato “abusivamente” per costruire le loro case. Dopo la presentazione dei regali (il corredino per l’ottavo figlio che la sposa di Natanael stava aspettando per quei giorni) eravamo passati alla danza e ai canti. Edna, una cartomante, che era stata scelta dalla comunità come maestra della scuola ele­mentare in costruzione (di taipa, naturalmente), cominciò a cantarellare il samba ”opiniao”. Tutti sentirono che quel samba, composto per ricordare la resistenza dei “favelados” di Rio de Janeiro al “piano” del governo che aveva deciso di demolire le favelas per rendere turisticamente più bella la città, esprimeva

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esattamente la stessa esperienza e decisione. “Opiniao” fu subito scelto come inno ufficiale da quegli uomini che da circa un anno stavano lottando per avere un pezzo di terra dove abitare. Quando cantavano “da qui, dal morro io non vado via..,”, molti avevano le lacrime agli occhi. Erano ferma­mente decisi a resistere e a difendere il proprio diritto ad una casa, ma sapevano che la lotta non sarebbe stata facile. Contro la loro determinazione di “rimanere”, c’era infatti la decisione del sindaco di buttarli fuori. Di fronte al loro desiderio di vedere rispettato il diritto alla casa, sia pure poverissima, c’erano gli interessi economici dei “grandi” .

Cosa è l’invasione e come è sorta Fin dal 1940. la popolazione emarginata di Salvador, in difficoltà per l’alto costo della vita e degli affitti e per i bassi salari, cerca di dare una soluzione al problema dell’abitazione occupando terreni abbandonati, di proprietà pubblica, situati sempre lungo scarpate o in avvallamenti acquitrinosi. L’occupazione di questi terreni, avviene generalmente in fretta e furia, come in fretta vengono costruite le baracche, per avere, dal punto di vista giuridico, maggiore garanzia, anche perché una povera casa già costruita, a volte durante una sola notte, c’è più speranza che la polizia la rispetti. Varie occupazioni furono infatti represse con l’intervento della polizia, registrando anche dei morti. Molte volte la resistenza degli occupanti ebbe il sopravvento sulla pressione del governo, per cui questi dovette cedere donando il terreno invaso. Si era così creata una specie di giurisprudenza sociale: una occupazione illegale, una volta realiz­zata, diventava definitiva. Ciò avveniva, quasi sempre, fino a dodici anni fa, fino quando cioè i governi, pur rappresentando gli interessi dei ricchi dell’interno e della città, eb­bero bisogno del voto popolare nell’epoca delle elezioni. Attualmente i sindaci delle capitali e i governatori sono nominati di autorità dal Presidente della Repubblica (nominato a sua volta dalle Forze Armate) e perciò non c’è più bisogno di accattivarsi la simpatia dei poveri attraverso scelte demagogiche. Malgrado tutte le forme di pressione, il popolo continuerà però a cercare sempre, disperatamente, una via d’uscita, sia pure provvisoria, ai suoi problemi più urgenti. Di fronte all’aumento dei prezzi, alla disoccupazione sempre più estesa, alla diffi­coltà di trovare un alloggio, aggravandosi il tutto con l’esodo rurale e la conseguente massiccia immigrazione dai campi alla città, l’occupazione dei terreni (“invasione “) rappresenta molte volte l’unica via d’uscita. È evidente che il problema delle invasioni non può essere considerato fuori di un contesto più ampio per il fatto che non si tratta solo di un problema urbano. È un problema nazionale in stretta relazione con questioni basilari, quali il problema agra­rio, il modello di sviluppo, l’occupazione e anche la legislazione sulla proprietà che permetta un uso migliore del suolo. La crisi urbana brasiliana porterà a risultati esplosivi. La soluzione del problema è impossibile dentro gli attuali presupposti giuridici e politici che risultano dal mo­dello economico brasiliano, preoccupato di accumulare i beni in mano di pochi a sca­pito della maggioranza. Oltre alla necessità di un nuovo modello economico che miri più ad una migliore distribuzione e meno alla grandezza apparente (in beneficio solo di alcuni), sarà necessaria una nuova coscienza, una nuova politica urbana che abbia alla base il principio che la città è un bene di tutti in vista del futuro e non può quindi esser monopolizzata da alcuni, né depredata dalla generazione di oggi. L”invasione” continua ad essere così il tentativo disperato dei settori più poveri della popo-

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lazione per assicurarsi un rifugio, anche se precario e instabile. In questa maniera sono sorti gli “ alagados” e molti quartieri periferici di Sal­vador, tra cui quasi tutta la parrocchia di Nossa Senhora di Guadalupe, dove opera la nostra comunità di preti e laici italiani. E così stava nascendo anche il bairro della Baixa do Marotinho. Questa zona si trova in una piccola valle tra le colline di Fazenda Grande e Sao Caetano sempre nell’area della parrocchia di N.S. de Guadalupe. L’acqua per bere e per lavare è tratta da cinque fonti scavate dalle stesse persone che hanno occupato la “ Baixa “. In mezzo alla valle passa un rigagnolo alimentato dalle acque piovane e dagli “scoli” provenienti dai due quartieri sovrastanti (è utile ricordare che non esiste in Salvador una vera rete di fogne...). Questo fiumiciattolo corre verso Bom Juà, altro quartiere molto povero e popo­loso e, nell’epoca delle piogge (aprile-giugno), è il responsabile delle piene annuali che provocano spesso inondazioni con morti, e la conseguente perdita della casa da parte di tante famiglie. Oltre al cattivo odore, il fiumiciattolo trasmette ogni specie di malattie nei bam­bini che ci giocano tutto il giorno. Quando piove, il rigagnolo ingrossa e straripa, inondando le case costruite sui margini. Questo terreno, di proprietà del municipio, completamente abbandonato, coperto di una fitta vegetazione, era diventato un covo di ladri, che vi nascondevano la refurtiva, e di drogati. Gli abitanti dei quartieri vicini avevano paura a passare da quella zona. L’occupazione abusiva della Baixa do Marotinho cominciò all’inizio di marzo del 1975. Le prime abitazioni, una ventina di baracche, furono costruite nella parte più alta del terreno, perché considerata la più adatta per non essere raggiunta dalle inonda­zioni del rigagnolo, anche se di fatto il terreno è ugualmente pericoloso; la scarpata infatti è molto ripida e nella stagione delle piogge c’è la possibilità di smottamento, tanto più che tutta la zona è terra di riporto. In questo periodo arrivarono alcuni funzionari del municipio avvisando gli inva­sori che ”non potevano occupare la parte più a monte perché i lotti erano stati dati dal municipio ai suoi funzionari”. Quando Josè racconta il dramma vissuto da lui e dagli altri per difendere il pezzetto di terra dove costruire la casa, preparato con tanto sacrificio, si commuove. Dove costruì la casa (una baracca fatta di tavole messe insieme alla meno peggio), prima c’era un grosso albero. Dopo otto giorni di lavoro per abbattere l’albero e preparare il terreno, con i bambini e la moglie, all’aperto, sotto la pioggia, Josè riuscì a costruire la baracca, nella quale passò ad abitare il 12 marzo 1975. In quell’epoca venne la polizia per distruggere le baracche in costru­zione, che già erano più di 30, “però io ero l’unico che avevo terminato il lavoro”. Josè ricorda l’episodio: guarda i suoi nove figli e la moglie che sta aspettando il decimo, e comincia a piangere: “Un giorno, di martedì, ai primi di aprile, stavo facendo un lavoro in Sao Caetano per portare a casa il pane per i miei bambini. Arrivò all’im­provviso una delle mie bambine dicendo: babbo, è arrivata la polizia... Quando arri­vai, i funzionari del municipio mi dissero che dovevo far uscire tutti di casa perché l’avrebbero demolita. Disperato, chiesi che mi dessero il permesso di togliere io stesso le tegole, perché così potevo salvare qualcosa, e allo stesso tempo imploravo perché avessero compassione dei miei figlioli. Ma mi risposero che obbedivano a ordini su­periori. Allora avevo nove figli, uno dei quali di tre mesi”. Josè insistette tanto che i funzionari decisero di non distruggere la sua casa, men­tre continuavano a demolire le altre baracche in costruzione. Il giorno dopo, mercoledì, tornarono per distruggere le poche case rimaste in piedi. Ritornarono di nuovo dopo un mese, questa volta con l’altoparlante, ma ormai il nu­mero delle abitazioni era molto aumentato e la gente aveva imparato una forma dl re­sistenza e di difesa contro l’azione delle autorità: appena terminata la costruzione pas­sava subito ad abitarci. Minacciarono di tornare con una ruspa, ma non tornarono più.

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L’ invasione cresce malgrado le minacce All’inizio di luglio, una donna e due uomini vennero nell’ invasione e, dichiaran­dosi funzionari del municipio, presero il nome di tutti quelli che avevano occupato il terreno e costruito la propria baracca. Dicevano che i nomi sarebbero serviti al sin­daco che voleva urbanizzare e legalizzare il terreno, vendendolo agli stessi ”invasori”. “Noi, con la speranza di avere una casa in regola, abbiamo dato i nostri nomi e lo dettero anche quelli che ancora non avevano finito di costruire la casa”. Il totale fu di 153 persone. “Ma invece di regolarizzare la situazione del terreno, si servirono dei nomi per denunciarci!” Nello spazio riservato al Tribunale di Giustizia nella Gazzetta Ufficiale del 25 di­cembre 1975, uscì una nota del giudice con l’intimazione a 153 persone e altri scono­sciuti, rei di essersi appropriati di un terreno del municipio, localizzato nella Baixa do Marotinho, di sloggiare entro 30 giorni, I colpevoli avrebbero potuto presentare la loro difesa, ma l’azione giudiziale già permetteva alla parte lesa (il municipio di Salvador) di esigere, anche con la forza, la restituzione della proprietà e distruggere le case ivi costruite abusivamente. Bastava solo un semplice ordine del giudice per usare la “forza pubblica”. In questa situazione di costante insicurezza, gli abitanti della Baixa do Marotinho (ormai più di 300 famiglie) stavano imparando che solo nell’unione potevano trovare il coraggio per continuare a lottare. Qgni settimana si riunivano perciò in assemblea per dibattere sugli eventuali problemi della comunità e per portare avanti la lotta in di­fesa di un posto dove abitare. La prima iniziativa, che mostrò il desiderio di formare una vera comunità, fu l’ini­zio della costruzione della sede dell’associazione degli abitanti della Baixa do Maro­tinho. Costruzione di una sala che sarebbe servita per le assemblee e per la scuola dei bambini. Una costruzione fatta da loro stessi con sacrificio e portata avanti malgrado le minacce di distruzione del quartiere. In data 1” gennaio scrissero una lettera al sindaco. ” Noi abbiamo bisogno - di­cevano - del terreno che abbiamo occupato. Non lo vogliamo gratis, lo vogliamo com­prare secondo le nostre possibilità. Siamo stati costretti a invadere perché non siamo in condizione di pagare una casa di affitto. Quello che guadagniamo non basta per man­giare, ancor meno per pagare la casa. Il costo della vita aumenta ogni giorno... Abbiamo patito la fame per costruire le nostre baracche e adesso siamo minacciati di rimanere senza tetto, con moglie e figli sulla strada. Sappiamo che la legge è con il municipio, ma crediamo che l’uomo è superiore alla legge”.. La risposta del sindaco non si fece attendere: ripeté la ferma decisione di but­tare fuori gli invasori, insensibile ai problemi che stavano all’origine delle occupa­zioni dei terreni. Mostrando di non avere voluto capire la frase ”l’uomo è superiore alla legge” dichiarò davanti ai giornalisti: “Se gli uomini sono superiori alla legge, chi sarà sotto le leggi?... gli animali?.....” Consci che il problema non era solo giuridico, ma eminentemente sociale e poli­tico, gli abitanti della Baixa do Marotinho si scelsero un avvocato di difesa, attraverso l’Assistenza Giuridica Gratuita, e si dettero da fare perché l’opinione pubblica appog­giasse la loro richiesta e il diritto ad un posto dove abitare. Durante i mesi di gennaio e febbraio, i giornali cittadini dedicarono una particolare attenzione al problema umano e sociale vissuto dagli “ invasori”. Nel frattempo un gruppo di tecnici, sempre in collaborazione con gli abitanti della Baixa, fece una ricerca socio-economica per preparare un documento da presentare al sindaco da parte dell’avvocato. Chi sono gli “ invasori “? Nel tempo in cui fu fatta la ricerca (gennaio 1976) vivevano nella Baixa do Maro­tinho 234 famiglie per complessive 1272 persone.

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Salvador Bahia 1966 - “….certo i volti tristi dei bambini sono un dito accusatore per noi! Nel giorno del giudizio Cristo ci dirà «ero nudo, affamato ….cosa avete fatto per me ? ››. Il bambino porta i segni della fame che lo accompagnerà per tutta la vita”

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Più del 50% degli abitanti hanno un’età inferiore a 14 anni (675). Il grado di istruzione dei capi-famiglia è molto basso: su 234, solo 21 sono riusciti ad andare oltre il corso primario; circa 138 non sono riusciti neppure a termine le elementari e, di que­sti, 59 sono completamente analfabeti. Il 70% dei capi-famiglia ha un lavoro stabile. Ma quale il reddito familiare...?: 35 famiglie (il 15%) arrivano a mezzo salario minimo mensile (=Lit. 14.000); 93 famiglie (il 40%) percepiscono da mezzo a un salario minimo mensile (=Lit.28.000); 75 famiglie (il 32%) da uno a due salari minimi (=Lit. 56.000): 21 famiglie (il 9%) da due a tre salari minimi(=Lit. 84.000); solo 10 famiglie (il 4%)più di tre salari minimi (=Lit 98.000). Questi dati presentano un quadro gravissimo e inaccettabile di emarginazione economica e sociale, che purtroppo non è un fenomeno isolato. Per comprendere ancora meglio la situazione di disagio è utile vedere l’oscilla­zione dei prezzi di alcuni generi di prima necessità: Un mese fa i prezzi erano questi: zucchero (1 kg) riso (1 kg) insalata (1 kg) olio d’oliva (latta media) patate (1 kg) caffè (1 kg) carne fresca (1 kg) salsiccia (1 kg) cipolle (1 kg) carote (1 kg) fagioli (1 kg) farina di mandioca (1 kg) latte in polvere (latta piccola) burro (1 kg) pasta (500 gr) uova (12) pesce congelato (1 kg) pane (1 kg) lardo (1 kg) pomodori (1 kg)

Cr. 2,50 » 5,30 » 1,00 » 18,50 » 3,00 » 33,20 » 18,00 » 24,00 » 4,40 » 6,40 » 5,80 » 5,50 » 10,50 » 19,00 » 3,50 » 5,70 » 6,20 » 4,40 » 8,80 » 3,50

(200 Lit.) (440) (80) (1.540) (250) (2.760) (1.500) (2.000) (360) (530) (480) (450) (870) (1.580) (290) (470) (510) (360) (730) (290)

In questa settimana 15-21 marzo 1976 i prezzi sono questi: Cr. 3,20 » 5,30 » 1,20 » 21,30 » 4,70 » 33,20 » 18,00 » 34,00 » 6,50 » 13,00 » 12,50 » 6,00 » 10,90 » 22,60 » 3,95 » 7,50 » 15,00 » 4,40 » 12,00 » 4,70

(260 Lit.) (440) (100) (1.770) (390) (2.760) (1.500) (2.830) (540) (1.080) (1.040) (500) (900) (1.880) (320) (620) (1.250) (360) (1.000) (390)

(da Jornal da Bahia del 16 gennaio 1976)

e il salario minimo è a 417,00 (= lit. 34.750). Le 234 case hanno un’area che non supera in media i 20 m2; 211 case ( il 90%) non hanno nessun tipo di installazione sanitaria. Non esiste acqua corrente, luce elettrica, fognature. L’accesso al locale è difficile e pericoloso. Piccoli rigagnoli trasportano in basso gli scarichi delle case costruite più a monte. I bambini convivono con porci e altri animali domestici.

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Il fatto che queste famiglie vivono in baracche di taipa (legno e fango), costruite in maniera precaria, in condizioni fisiche e sociali inferiori a quella che dovrebbe es­sere la condizione umana normale, rende spontanea la domanda: “che cosa ha spinto queste famiglie a cercare in tal modo una soluzione al proprio problema abitaziona­le...?” 145 famiglie (il 62%) hanno risposto che è stata l’impossibilità di pagare l’af­fitto; 20 famiglie (il 9%) che erano state sfrattate; 19 famiglie (18%) che erano senza tetto. Possiamo perciò dire che le famiglie non hanno fatto una scelta libera, ma sono state spinte verso la Baixa do Marotinho dalla impossibilità di far fronte ai costi degli affitti in continuo aumento. Dichiarava Wilson: “Quando cominciò I’ invasione io dovevo al padrone due mesi di affitto. Mi son messo d’accordo con mia moglie, abbiamo fissato il posto e co­minciato la lotta. lo lottando per guadagnare il pane dei bambini, lei coi bambini co­struendo la casa. Oggi in questa baracca mi pare di essere in cielo “. Wilson, 32 anni, è muratore, non ha un lavoro fisso. La sua venuta nel Marotinho permise di portare più pane sulla tavola, “ l’affitto toglieva il cibo ai bambini“. Alla ricerca di una soluzione umana... Conoscendo la situazione gravissima in cui stavano vivendo gli invasori, il Club di Ingegneria e l’istituto degli Architetti, ai primi di febbraio, con una lettera al sin­daco, si posero a disposizione del municipio per cercare insieme una soluzione umana al problema. Anche gli studenti di diritto dell’Università Federale, ponendosi al fianco degli abi­tanti della Baixa, in una lettera al sindaco, dettero una lezione di buon senso: “ non servirà a niente espellere i baraccati senza offrire un’alternativa dove possano abitare, perché dovranno, necessariamente, costruire poi altre baracche altrove”. Appoggiato dalle lettere del Club di Ingegneria, dell’Istituto di Architettura e de­gli studenti, l’avvocato degli invasori si incontrò il 13 febbraio con il sindaco. Fu un dialogo faticoso; durante due ore, alla presenza dei giornalisti, l’avvocato cercò in tutte le maniere di sensibilizzare il sindaco sul problema di tante famiglie minacciate di rimanere senza tetto da un giorno all’altro. li sindaco, dicendosi cosciente della si­tuazione di estrema gravità in cui vivevano gli abitanti della Baixa do Marotinho, af­fermò che “... dalla ricerca fatta, risulta trattarsi di famiglie in un certo senso integrate nella società e nel sistema produttivo, perciò è giusta la nostra posizione di non dare un trattamento preferenziale a quelli che invadono con la forza un terreno altrui per ri­solvere il problema della casa che tutti sanno, non riguarda solo 200-300 famiglie, ma migliaia. Se permettiamo che queste famiglie, che hanno invaso il terreno, rimangano, faremmo un’ingiustizia alle altre migliaia che si trovano in situazione economica uguale o peggiore“. Di fronte alla previsione che l’espulsione degli invasori non risolverà il pro­blema perché essi cercheranno di invadere un’altra area, provocando nuovi problemi, forse ancor più gravi, il sindaco disse: Se mi domando dove andranno le famiglie espulse dal Marotinho, posso dire solo che torneranno nella situazione uguale a quella in cui si trovavano prima di invadere il terreno che non appartiene loro…”. Di fronte alla insensibilità del sindaco, gli abitanti della Baixa non si dettero per vinti e continuarono a lanciare appelli... Andarono dai governatore, che non li rice­vette, e dal Cardinale Arcivescovo, che promise di parlare con il sindaco. Nel loro ap­ pello chiedevano che il Governatore e il Cardinale intercedessero presso il sindaco che “ ha il cuore di pietra, perché abbia compassione dei nostri figli...” . Dicendo che avevano occupato il terreno per pura necessità, ricordavano: “… già scrivemmo una lettera al sindaco della nostra bella città, chiedendo che legalizzasse la nostra situazione nel terreno; non vogliamo che ce lo doni, siamo disposti a pagarlo secondo le nostre possibilità. Lui non vuole aiutarci e ha messo il caso nelle mani del

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Salvador Bahia, parrocchia Fazenda Grande, aprile 1966 – “ Siamo nella mia parrocchia…. il paesaggio è africano ma la miseria è tutta latino-americana”

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giudice. Il sindaco non vuol capire che noi rimarremmo coi nostri figli sotto i ponti, sui marciapiedi e sotto gli alberi..”. Nel frattempo, tutta la popolazione della città accompagnava sui giornali il dramma degli abitanti della Baixa do Marotinho. Il 24 febbraio, un gruppo di animatori delle comunità della Parrocchia, scriveva al sindaco: “I nostri fratelli della Baixa do Marotinho hanno sofferto molto, hanno speso gli ultimi soldi per realizzare il loro sogno di avere una casa propria (che adesso voi volete distruggere). Signor sindaco, pensi, rifletta molto sulla situazione di queste fa­miglie che saranno espulse, pensi a questi bambini che dovranno dormire all’aperto, e che sono il futuro del Brasile...” Le continue assemblee in cui erano discussi i problemi e studiati i passi da farsi, l’appoggio della popolazione della città aumentavano negli “invasori” l’unione e la determinazione di lottare fino alla fine. Natanael diceva che all’inizio aveva paura, ma ”adesso noi abbiamo fiducia nel­l’Associazione degli abitanti del quartiere, che ci dà orientamento e ci difende..”. Pedro, che vive alla giornata, diceva: ”lo non ho paura che il sindaco demolisca le nostre baracche, chi ha fiducia in Dio non può avere paura, non gli può capitare niente di male. Dio Padre non permetterà che io rimanga coi miei figli senza tetto. Il sindaco non può fare quello che ha promesso. In nome di Dio non lo può fare! Cioè lui può anche farlo, ma c’è qualcuno superiore a lui...” Atto finale Giovedì, 26 febbraio, gli abitanti del Marotinho ricevettero la visita di due ufficiali di giustizia accompagnati da dodici poliziotti, mentre una ventina, armati di mitraglia­trice, rimasero all’entrata dell’invasione. Molte persone furono prese dal panico e alcune donne svennero. Gli ufficiali di giustizia avvisarono che gli invasori avreb­bero dovuto abbandonare pacificamente il luogo; il municipio avrebbe messo a disposi­zione dei camion per trasportare il materiale (mobili, ecc…) dove volessero. Se gli ”invasori” non avessero obbedito, il giovedì seguente, alle 8 del mattino, il munici­pio avrebbe iniziato l’opera di espulsione, usando anche la forza. Per quelli della Baixa do Marotinho, quest’anno non c’è stato carnevale. L’allegria spensierata, così comune nei Brasiliani, fu sostituita da una profonda tristezza. “Che importa che il municipio si preoccupi delle nostre case, dal momento che sloggerà vecchi e bambini e persone che con molto sacrificio riuscirono ad alzare quat­tro pareti, qui nel Marotinho...”. Mentre l’avvocato stava dandosi da fare per smuovere il sindaco dalla sua deter­minazione, gli ”invasori” assicuravano che non avrebbero reagito a nessuna aggres­sione e che sarebbero rimasti dentro le case, malgrado le minacce dei funzionari del municipio che ”la ruspa passerà sulle case costruite..”. Maria Dalva scrisse una let­tera al sindaco: “I figli degli abitanti che lei vuole buttare sulla strada dell’amarezza, saranno gli uomini di domani. Potranno essere sindaci, governatori o presidenti. Si ricordi che quando lei starà scendendo i gradini del potere, potrà incontrare uno di loro che sale... Si arriva così al giovedì 4 marzo. Gli invasori non hanno nessuna intenzione di resistere alla polizia, ma non obbediranno all’ordine trasmesso dal municipio. Aspette­ranno l’arrivo dei soldati con l’inaugurazione della prima scuola dell’invasione: la “ Scuola Buona Speranza ~, e con la bandiera nazionale che sventola all’entrata dell’ invasione. Molti bambini seduti sui banchi di scuola rappresentavano meglio di tanti discorsi il ca­rattere pacifico dell’occupazione del terreno

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e il desiderio di quella gente di avere una vita normale. Dona Elza, incinta di sette mesi, madre di cinque figli, va avanti prendendo tran­quillanti. La sua decisione è di non abbandonare a nessun costo la sua casa, costruita con tanto sacrificio: ”non lascio la casa, perché non ho nessuna intenzione di portare i miei figli sotto un ponte” I giornali escono con titoli in prima pagina: “IL MUNICIPIO IMPLACABILE DI­STRUGGE IL MAROTINHO” “UNA INVASIONE IN MENO NELLA CITTÀ”. Il Jornal da Bahia, che normalmente appoggia il sindaco, nel suo editoriale ha parole dure: “a nessun amministratore è dato il diritto di porre la lettera fredda della legge sopra gli interessi umani legittimi”. “Nessuno, e ancor meno il sindaco, potrà avere la co­scienza tranquilla, dopo avere ordinato che le ruspe demoliscano centinaia di case che ospitano, non occasionali, ma capi di famiglie poverissime, donne, bambini, malati, persone che esigono dalla pubblica amministrazione un’attenzione maggiore, perché non hanno una casa dove abitare. Se questo è il diritto più elementare anche tra i selvaggi... che dire in una comunità civilizzata...?” ‘ Quando, alle nove del mattino di giovedì arrivarono nell’area della Baixa do Ma­rotinho 50 soldati della polizia e 14 camion del municipio, con cento operai per aiutare nel trasporto del materiale, una piccolo folla era ad attenderli. Con gli “invasori” c’erano i preti della parrocchia, l’abate di Sao Bento, deputati, i presidenti dell’istituto degli Architetti e del Club di Ingegneria, l’avvocato e molta gente dei quartieri vicini, accorsa per mostrare la propria solidarietà a quelli che erano minacciati di espulsione. C’erano anche reporters e fotografi dei giornali locali e dei maggiori giornali del sud, e ”locatori” delle radio baiane. I funzionari del municipio non si aspettavano certamente tanta gente ad aspettarli e per questo non si erano neppure preoccupati di richiedere al giudice l’ordine di espulsione con utilizzazione della forza. Di fronte all’avvocato che esigeva la presentazione di tale ordine scritto prima di dare inizio al­l’operazione, di fronte alla forza che l’unione di tanta gente mostrava, il “ maggiore della polizia dichiarò che avrebbe dato ordine di demolire solo dietro presentazione del mandato giudiziario. L’ordine non era stato ancora emesso dal giudice e perciò tutto fu trasferito al giorno successivo. Gli abitanti della Baixa sentirono che era stata ottenuta una piccola vittoria: il sindaco pensava di potere sloggiare più di 300 famiglie con facilità, ma aveva incontrato resistenza. Questa resistenza pacifica degli abitanti del Marotinho e di tutti quelli che si erano uniti a loro aveva provvisoriamente interrotto l’ordine di espul­sione. Avrebbero trascorso un’altra notte di incertezza. Alcuni pensavano che c’era an­cora speranza che il sindaco riconsiderasse la propria decisione ma questa speranza si faceva sempre più debole. Il sindaco aveva fatto del problema della Baixa un punto di orgoglio e di prestigio e di freddo principio, arrivando perfino a dichiarare che se non fosse riuscito a demolire “l’invasione” avrebbe presentato le dimissioni. Riunendosi in fretta, la sera, gli “invasori” prepararono una nuova proposta da pre­sentare al sindaco, come ultimo tentativo perché desistesse dalla decisione di distrug­gere il Marotinho. In questa proposta chiedevano che, oltre a sospendere l’azione di espulsione, il municipio facesse una lista completa degli attuali abitanti, controllasse se tutti erano veramente bisognosi, distribuisse poi dei lotti in un altro posto conce­dendo uno spazio di tempo tale che permettesse a tutti di trasferirsi dalla Baixa do Marotinho. Venerdì 5 marzo A niente servirono le proteste dei vari settori della popolazione, il pianto delle donne e dei bambini e neppure le due bandiere nazionali che sventolavano dall’alto della collina dell’invasione. Gli abitanti della Baixa do Marotinho, più o meno 2000 persone (negli ultimi due mesi altre famiglie si erano aggiunte), furono così sloggiati da più di 100 operai del municipio, che si servivano di 15 camion per il trasporto dei mobili, sotto la prote­zione di 300 poliziotti. Nessuno

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sapeva dove sarebbero andate queste perso­ne. Il municipio aveva messo a disposizione un locale soltanto per depositare mobili e materiali di costruzione, ma molti preferirono non servirsi di questo “aiuto” per paura di essere derubati anche di quelle poche cose. Ecco come si svolse l’espulsione: al comando di un colonnello, la truppa della po­lizia arrivò dopo le 8 dei mattino. I soldati circa 300 erano armati di fucili, mitraglia­trici e bombe lacrimogene. La loro missione, secondo il colonnello, era di garantire la vita degli operai del municipio. Sembrava una vera operazione di guerra, malgrado il “nemico” fosse una popolazione indifesa e senza alternativa. Divisi in vari gruppi, i soldati circondarono tutta l’area, impedendo l’accesso agli estranei. Quelli che volevano entrare nell’area dovevano essere identificati e, se non abitavano nell’invasione, non potevano entrare. Solo ai giornalisti, ai preti della parrocchia, al gruppo degli amici era permesso l’ingresso, ma erano controllati a vista da elementi della polizia in borghese e della polizia segreta. Dopo un po’ arrivarono gli ufficiali di giustizia con il mandato del giudice, sollecitando la forza della polizia per l’evacuazione dalle baracche. ”Giuridicamente tutto è in ordine”, disse l’ufficiale di giustizia, “ma umanamente non è tutto in ordine”. completò un invasore. Alle 9,10 tutto era pronto per l’inizio dell’operazione. Sul piazzale che domina dal­l’alto tutta la Baixa do Marotinho erano riuniti gli operai del municipio, incaricati di entrare in tutte le baracche e trasportare mobili e materiale fino ai camion, e gli uo­mini della polizia incaricati di mantenere l’ordine. Il colonnello, dopo aver fatto leggere a voce alta l’ordine del giudice, intimò: “Si cominci l’operazione. Lasciate le bandiere sul posto, perché non fanno male a nes­suno. La scuola non si tocca”. Senza pensare che ormai la scuola poteva anche essere distrutta perché una scuola non ha nessuna utilità in una ”favela” deserta. E ag­giunse: “Se qualcuno reagirà, saremo costretti ad usare la forza, il che per noi sarà molto sgradevole”. Tante persone, compreso Paolo e i giornalisti, in quel momento drammatico, piansero. Così il sogno di più di trecento famiglie svanì. In gruppi di quattro, gli operai del Municipio cominciarono ad entrare nelle ba­racche, protetti da otto soldati armati. Gli operai cercavano di consolare gli abi­tanti: ”non siamo noi a volerlo, sono loro che lo vogliono”. Analice, con un figlio di appena 15 giorni, non poteva alzarsi dal letto. Era in uno stato pietoso per le forti emozioni di quei giorni. Lei abitava in una baracca molto pic­cola, con la mamma, un fratello e tre figli: “Non ho un posto dove andare. Non ho ma­rito e mio fratello è disoccupato”. Più tardi su una barella senza lenzuola, era traspor­tata sul piazzale dove già erano accumulati poveri mobili, fornelli, vecchi vestiti... Maurizio, un bambino magro, di cinque anni, di fronte alla disperazione della mamma vedova, che con gli altri tre bambini piangeva davanti alla casa vuota, da un momento all’altro si trasformò in un uomo già fatto e corse in difesa della propria fa­miglia. Con un sasso in mano, gridando parolacce. tentò invano di resistere all’azione degli operai che ritiravano le ultime cose rimaste. La reazione del bambino commosse tutti quelli che erano presenti. Alla fine, impotente, si avvicinò alla mamma e ai fra­telli, non piangeva più e i suoi occhi erano pieni di odio. Non comprendeva perché la sua mamma non avesse diritto ad una casa. Una vecchia di 80 anni, seduta su una sedia, non riusciva a rendersi conto di quello che stava succedendo. In mezzo alla disperazione, Elza contemplava la sua casa che stava per essere demolita:” Solo il Signore sa come abbiamo faticato io e mio marito per costruire la nostra casina. Tutto questo è costato molte notti senza dormire e adesso siamo sulla strada..”. “È la fine del mondo,

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è la fine del mondo - diceva un soldato davanti ad una donna abbracciata ai suoi figli- lo sono un miserabile come voi,...” ripeteva. Mentre nella Baixa do Marotinho tutto procedeva secondo l’ordine del giudice, ese­guito da cento operai e da trecento poliziotti, un gruppo di “ invasori “, accompagnati dall’avvocato e dall’abate di Sao Bento tentavano inutilmente di incontrarsi col sindaco perché recedesse dal suo proposito, accettando la proposta formulata dalla commissione il giorno prima. La proposta alla fine fu consegnata al Cardinale che nel primo pomeriggio, dopo aver ricevuto di nuovo i preti della parrocchia, si incontrò col sindaco e col governa­tore. Il cardinale insistette in tutte le maniere, ma il sindaco affermò che era prati­camente impossibile modificare la sua posizione. “Alla fine — confessò lo stesso cardinale — non potevo più insistere di fronte ad una posizione che rifletteva una men­talità rigida di un burocrate. Il sindaco è sicuro di avere preso il cammino giusto come amministratore”. Anche l’ultima speranza cadeva. I giornali che continuavano a parlare del fatto con titoli che mostravano la coster­nazione e la protesta della città intera, mettevano in evidenza allo stesso tempo che il municipio aveva speso Cr. 1.400.000,00 (Lit. 100 milioni) per abbellire la città durante il carnevale e che analoga spesa era stata fatta dal Governo dello Stato. La demolizione continua Nelle giornate di sabato 6, domenica 7 e lunedì 8 marzo, continuò l’espulsione de­gli “ invasori”, e la demolizione delle case. Il clima nella Baixa do Marotinho era di grande desolazione. Centinaia di persone dormivano all’aperto, vicino ai propri mobili. Ormai erano gli stessi abitanti a demolire le case, per tentare di recuperare qualcosa del materiale da costruzione. Per facilitare il movimento dei camion che trasportavano mobili, legname e te­gole, una ruspa aprì in poche ore una larga strada. “Il sindaco — dicevano gli ex baraccati — non ha voluto far niente per aiutarci, adesso apre una strada per facili­tare la nostra espulsione!”. Verso le ore 16 di sabato, il Cardinale arrivò alla “Baixa do Marotinho” per ren­dersi conto personalmente della situazione e dare la sua solidairietà ai senza-tetto; era accompagnato da d. Renzo e d. Paulo che molto avevano fatto per assistere gli abi­tanti dell ‘invasione. La presenza del cardinale servì anche di appoggio ai sacerdoti della parrocchia che erano stati accusati, al mattino, dalla polizia in borghese, come“agitatori” . A Paulo, nella stessa mattinata di sabato, era stato infatti proibito di entrare in contatto con la sua gente, ragion per cui si era sparsa tra gli stessi “invasori” la no­tizia del suo arresto. Fu necessario che Renzo. dopo avere ottenuto a fatica dal co­lonnello il permesso di visitare le famiglie, passasse di famiglia in famiglia per assi­curare gli “ invasori” che la notizia era falsa. Tanti piangevano... Il Cardinale volle sapere dal rappresentante del sindaco quale era il destino di tante famiglie rimaste senza tetto. La risposta tranquillizzante e ottimistica del fun­zionario fu smentita dai vari invasori. Non era vero che tutti avevano trovato un nuovo tetto, molti avevano dormito all’aperto, molti si erano rifugiati in baracche, già troppo piccole. di parenti e amici...; molti avevano perso il lavoro per essere rimasti as­senti vari giorni perché “non me la sentivo di lasciare mia moglie e i miei bambini qui da soli in mezzo al pericolo..” Domenica pomeriggio la Baixa do Marotinho si presentava come una città dopo il terremoto. Il silenzio che regnava in tutta la vallata era rotto dal motore delle ru­spe che demolivano le case che ancora erano in piedi e dai colpi di martello dei nuovi senza-tetto che cercavano di recuperare un po’ del materiale, con la speranza di riu­scire ad ottenere un nuovo pezzo di terra e costruire così una nuova baracca.

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Salvador Bahia ,marzo 1966 - Paolo è con don Renzo Rossi e con un amico e scrive: “questa foto la scattata il Giubbi il 3 marzo quando è venuto a trovarci. Quella specie di marines americano in mezzo è un nostro carissimo amico , padre evidentemente italiano che è parroco all’interno. a 700 Km. Come vedete quando ci si trova l’allegria non manca ed è veramente sincera, anche P. Nilo, il padre il questione, ha dovuto viaggiare su un omnibus squassato per 17 ore consecutive”.

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Alcuni abitanti, ormai senza casa, chiedevano un po’ a tutti, ai soldati, agli abi­tanti dei quartieri vicino, alle persone che si trovavano nel luogo, qualche soldo per comprare un po’ di pane per i bambini o per andare in cerca di una casa d’affitto. La solidarietà, che la popolazione di Sao Caetano e Fazenda Grande diede, evitò che ci fossero scene di grande disperazione. In mezzo a tanta desolazione un uomo, padre di otto figli, impazzì. Aveva visto la ruspa avanzare per distruggere la sua casa, e seppur circondato da soldati gridava che era disposto a morire, ma prima voleva ucci­dere il sindaco... Dramma ancor maggiore fu quello di Josè. Lavorava in una impresa di costruzione a Feira di Santana (120 km da Salvador) e non sapeva quello che stava succedendo nella Baixa do Marotinho dove aveva la sua baracca. Con una borsa piena di viveri si era avvicinato e aveva cercato la sua famiglia: la moglie e sei figli erano spariti. La ba­racca era stata distrutta e nessuno sapeva dargli informazioni. Buttò la borsa per aria e andò via correndo e piangendo. In questa desolazione faceva impressione la tristezza di quegli uomini così allegri prima, così comunicativi. Molti lavoravano per demolire le proprie case e... piangevano. Aiutavano i vicini, cercavano di farsi coraggio a vicenda... Si capiva che la comunità della Baixa do Marotinho malgrado le contrarietà e il dramma, rimaneva ancor più unita. Tra tanta tristezza c’era sempre la ferma decisione di continuare a lottare, fino alla fine. E tutti ricordavano agli altri che il lunedì sera ci sarebbe stata, come sem­pre l’assemblea. lì discorso comune era questo: ”Abbiamo lottato, abbiamo resistito, per ora siamo stati sconfitti, ma non vogliamo che la sconfitta sia definitiva, voglia­mo continuare a lottare fino alla vittoria” . Diceva uno degli invasori: “Il sindaco è riuscito a distruggere le nostre case, ma non riuscirà a distruggere noi e la nostra unione!..”. Gli invasori, che avevano finora dimostrato di essere una vera comunità, con­tinuavano a resistere con la non-violenza dei poveri e con il coraggio della speranza. L’abate di Sao Bento che aveva accompagnato tutto il dramma ed era stato an­che fisicamente vicino agli invasori, dichiarò ai giornali: “ Adesso, quello che più mi rattrista è la sorte dei membri della comunità del Marotinho, che era una comunità umana che aveva invaso un terreno pubblico spinta dalla necessità radicale di una casa dove abitare. Questa da sola è una legge del diritto naturale e si situa al li­vello proprio della sopravvivenza umana. Marotinho era una comunità vera con i suoi capi e cosciente dei suoi diritti. Lamento profondamente la distruzione e la disper­sione di questa comunità e credo che la società non debba ignorare il problema, ma cercare i mezzi legittimi perché il potere pubblico faccia il suo dovere. E uno dei doveri del potere pubblico è la difesa dei deboli”. Il Consiglio dei Rappresentanti degli Studenti dell’Università Federale di Bahia manifestò in una nota ufficiale la sua posizione di fronte a questo dramma: ”Il po­polo baiano è rimasto traumatizzato dalle recenti aggressioni sofferte dagli abitanti dell’ invasione del Marotinho. Ancora una volta, la violenza e l’arbitrarietà delle autorità sono utilizzate per andare contro gli interessi del popolo”. Dopo aver ricor­dato la via crucis sofferta dalla gente del Marotinho aggiungevano: “Gli operai del municipio e gli stessi soldati della polizia manifestarono la loro rivolta di fronte agli ordini ricevuti. In fondo anche loro soffrono le conseguenze dei bassi salari. Di fronte all’appoggio e solidarietà che prestavano agli .invasori la polizia reagì mi­nacciando i sacerdoti e membri del partito di opposizione, e bastonando un giorna­lista. Mentre avvengono queste aggressioni, non conosciamo nessuna misura da parte delle autorità contro la fame, la mancanza di abitazioni popolari, l’abbandono dei bam­bini, la disoccupazione, la estrema miseria che da sola è una violenza. Violenza so­prattutto perché tale miseria e impoverimento crescente della popolazione si realizza con l’arricchimento di una minoranza. Cresce, ogni giorno più forte, l’indignazione dei Brasiliani di fronte al diffondersi della violenza utilizzata dalle autorità per spegnere la lotta del popolo in favore dei suoi diritti. Recentemente, noi studenti, quando in sciopero lottavamo contro le pessime condizioni dell’insegnamento, abbiamo assistito all’invasione dell’università

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da parte dello stesso apparato poliziesco che oggi è lan­ciato contro la gente del Marotinho. Di fronte a questi fatti, gli studenti baiani ma­nifestano totale solidarietà agli abitanti del Marotinho, e comprendendo che il proble­ma dell’ invasione, invece di essere risolto, si è aggravato, vedono la necessità di assumere insieme una presa di posizione, capace di far fronte a questo stato di cose”. In un articolo di giornale, un padre gesuita, professore di filosofia all’università federale di Bahia, dopo aver ricordato che sopra le leggi esistono i diritti universali, inalienabili e inviolabili, affermava che: “se famiglie affamate e senza tetto si ap­propriano di un terreno pubblico per sopravvivere, non commettono una invasione, ma fanno valere un loro diritto primario, quello cioè di usare dei beni di questa terra. Invasione sarebbe quando qualcuno, avendo possibilità di comprare un terreno, oc­cupasse un terreno altrui, per pigrizia o per cupidigia. Questi principi non sono co­munisti, ma provengono dalla dottrina dei Padri più antichi della Chiesa... È chiaro che ci potrà essere chi se ne approfitta, ma questo non impedisce che esistano ca­si in cui questi principi possano essere legittimamente applicati. E questo è il caso del Marotinho. Perciò l’espulsione realizzata alcuni giorni fa non può essere affatto dichiarata come giuridicamente perfetta , a meno che non si qualifichi come giuri­dico un legalismo formale e meschino. Il municipio non ha il diritto di espellere dal­le baracche e buttare sulla strada uomini, donne e bambini che non hanno un posto dove abitare, il terreno che occuparono in una situazione disperata è loro, qualsiasi cosa possa allegare la giurisprudenza umana. Sarebbe desiderabile che mai si arri­vasse a questo punto cosi tragico per i poveri, per le autorità e per la stessa so­cietà. I poteri pubblici devono prevedere e programmare queste operazioni di trasfe­rimento. C’è tanta preoccupazione e si spendono tanti soldi per preparare il carne­vale...: perché non si dovrebbe usare almeno un’attenzione uguale per preparare le espropriazioni...? Un aggruppamento di case qualsiasi che deve essere trasferito non può essere considerato come un terreno incolto dove la ruspa entra liberamente, abbattendo alberi e facendo fuggire gli animali. Ma soprattutto che mai succeda che il potere pubblico metta sul lastrico quelli ai quali per dovere- esiste infatti per que­sto- deve offrire condizioni umane di vita”.. Vittoria! Il lunedì sera all’assemblea c’erano quasi tutti i senza-tetto della Baixa do Marotinho. Il clima però non era di disperazione.., c’era fiducia e speranza. Quel po­meriggio infatti alcuni assistenti sociali del Governo di Stato avevano cercato di met­tersi in contatto con i senza-tetto avvisandoli che il governatore aveva deciso di cedere, a carattere provvisorio, dei lotti per quelli che erano rimasti senza casa. La notizia, che dapprima sembrava assurda, fu confermata e il giorno dopo un gruppo di assistenti sociali chiedeva che la chiesa di Fazenda Grande, che finora era servita come sede per le assemblee, servisse ora come ufficio del governo per la distribuzione dei documenti che dessero diritto a ricevere i lotti. Sorsero immediatamente delle difficoltà: il governo non aveva una relazione com­pleta degli abitanti del Marotinho, l’unica lista (ricavata dalla ricerca fatta dalla par­rocchia in gennaio) non era completa perché alcune famiglie in quel mese non erano presenti: erano arrivate sul luogo da poco tempo. Malgrado queste difficoltà, aumentate dal fatto che i lotti previsti erano appena 150 (le famiglie erano più di 300...) il clima era di euforia. Con il succedersi delle assemblee tutti ormai erano d’accordo di rimanere uniti per continuare la lotta ed ottenere così piena vittoria in modo che tutti gli invasori ricevessero un pezzo di terreno e questo venisse successivamente urbanizzato. Perché il Governatore aveva preso questa decisione, in contraddizione con la posi­zione del

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Salvador Bahia 1966 – Paolo e Renzo nella prima residenza di Alto do PerÚ, un quartiere di Salvador.

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sindaco? La cosa risulta ancor più enigmatica se si pensa che il sindaco è nominato di autorità dallo stesso Governatore e quindi si tratta di una persona di sua fiducia. E perché il Governatore aveva preso questa decisione solo dopo che gli invasori erano stati espulsi? Se l’avesse presa prima avrebbe eliminato l’impressione di insensibilità e disumanità dell’autorità e si sarebbe presentato come l’amico del po­polo povero. Il motivo è che l’autorità municipale e dello Stato non si aspettavano una reazione così generale e massiccia. Non solo i giornali locali, ma anche quelli del sud - Rio e Sao Paulo - avevano parlato ogni giorno del dramma del Marotinho e dell’insensibilità delle autorità! Alla fine l’opinione pubblica era stata colpita dalla ragione profonda del popolo. L’etichetta che il municipio voleva dare agli ”invasori” di profittatori, di gente mossa da agitatori, si è dimostrata completamente falsa e infondata ed è perciò stata respinta. Il popolo con la sua “non-violenza” ha saputo dare una lezione e ha saputo vincere la violenza dell’apparato poliziesco. E il governatore, preoccupato per le ele­zioni del novembre prossimo, nella previsione che il partito di opposizione potesse approfittare della situazione a proprio favore, ha preso una decisione all’ultima ora ed ha così riconosciuto, sia pure in ritardo, che il popolo aveva ragione. La decisione del governatore non è stata una iniziativa, un regalo: è stata vera­mente una vittoria conquistata dal popolo. Il popolo della Baixa do Marotinho non aveva mai perso la speranza e adesso si è accorto che una lotta serena dà sempre dei risultati. Quello più evidente sono i lotti di terreno ricevuti, ma c’è un risultato più profondo e che non si può misurare: la coscienza della propria forza, il sentire che durante tutto lo svolgersi dei fatti e della lotta i poveri non sono mai rimasti soli: tutta la città ha partecipato alla loro sofferenza e alla loro speranza. Gli “invasori” in ogni circostanza, anche quando erano circondati dalla polizia, anche quando le loro case, costruite con tanto amore e sacrificio, venivano distrutte hanno sempre dimostrato una grande maturità. Escono adesso da questo episodio doloroso come vincitori e con un bagaglio prezioso di esperienza per continuare le proprie giuste rivendicazioni di fronte al di­ritto alla vita. Domenica scorsa siamo stati nel terreno che il governo ha dato per costruire di nuovo le baracche. C’era grande animazione. Tutti al lavoro per preparare il terreno, per impiantare i pali che erano stati recuperati nella demolizione. Cominciava una nuova tappa nell’esistenza di questi uomini marcati dalla sofferenza. Per noi che abbiamo accompagnato da vicino la lotta, che abbiamo sofferto e spe­rato, rimane questa grande lezione: il popolo unito non sarà mai vinto! Ci sarà la scon­fitta del venerdì santo, l’angustia del sabato, ma arriverà poi anche la gioia dell’alba di Pasqua: Cristo ”libertador”, continua così la sua Passione e la sua Risurrezione attraverso i poveri. E in loro la speranza non morirà mai.

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Fazenda grande 1967 – Paolo, Josè Melo (diacono permanente) e altri danno inizio ai lavori per costruire la chiesetta di Fazenda Grande


I PROFETI Le pagine che seguono sono la conclusione di un libretto su “I Profeti”, nel quale è presentato il fenomeno dei profetismo nella Bibbia e sono riassunti i messaggi dei diversi profeti, scrittori e non, sottolineando soprattutto il tema della liberazione degli oppressi dalle diverse forme di schiavitù. Gli ultimi capitoli fanno capire come il profetismo sia una realtà ancora viva nella storia dell’umanità e della Chiesa. Il libretto non reca nessuna indicazione dell’anno in cui fu pubblicato, ma sembrerebbe essere stato composto tra il 1977 e il 1978. Il profeta si impegna Il profeta non resta alla finestra a guardare gli avvenimenti. Non si limita a parlare delle cose che accadono, e a trasmettere la parola di Dio. Egli si impegna con la parola di Dio. Egli si impegna con la lotta del popolo. Egli è presente negli avvenimenti più importanti della storia sociale e politica del popolo. Il fatto di essere uomo di Dio, di annunciare il suo messaggio, fa sì che il profeta partecipi attivamente alle lotte del popolo. Per la sua partecipazione attiva, il profeta è condannato, perseguitato, emarginato… Un esempio di questo è il profeta Geremia. Egli fu sempre presente negli avvenimenti del suo tempo in un periodo tragico che si concluse con la caduta del regno di Giuda. Egli predicò, minacciò, preannunciò la rovina di Israele. Avvertì i re di non allearsi con nazioni straniere. Voleva che il popolo confidasse più in se stesso e nel suo Dio. Arrivò ad essere accusato di sovversione dai militari. Fu perseguitato e fu arrestato. La storia di Geremia si ripete nella storia di molti profeti. Nella Lettera agli Ebrei troviamo l’elogio di questi testimoni: “Altri infine subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, segati (questo supplizio sarebbe stato inflitto al profeta Isaia dal re Manasse), furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra” (Eb 11,36-38). Con tutto quello che abbiamo scoperto fino ad ora, possiamo dire che il profeta fa parte di un movimento che cerca di mantenere viva la speranza della liberazione. Cerca di mantenere viva la parola di Dio, lotta perché essa non rimanga vuota e astratta. Invita costantemente alla fedeltà, alla giustizia e all’amore, alla lotta per cambiare la situazione. Insieme con una piccola minoranza, il profeta è l’agitatore, il perturbatore del popolo – soprattutto dei suoi dirigenti – che desidera restare tranquillo. Il profeta denuncia il peccato del popolo. Per questo, perché disturba, il profeta è combattuto da tutti e specialmente dai grandi, dai ricchi, dai potenti. Il profeta vuole che sorga una nuova religione, la religione liberatrice. Una religione fondata sulla giustizia, la santità – cioè la vera conoscenza di Dio -, la pace, l’allegria, l’amore, la bontà; una religione preoccupata di costruire un mondo nuovo, conforme alla volontà di Dio. Il profeta oggi Dopo aver ricordato chi furono gli antichi profeti, cosa fecero, possiamo affermare che anche oggi ci sono profeti! Già il profeta Gioele diceva: “Dopo di questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (Gl 3,1). San Paolo ricorda che: “Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apo-

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stoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri” (1 Cor 12,28). I cristiani, la comunità cristiana, sono profeti, perché su di loro è stato infuso lo Spirito di Dio che li rende capaci di divulgare la volontà di Dio tra gli uomini, per testimoniare e trasmettere la sua parola. I cristiani sanno che la parola di Dio non è conservata in un libro, essa vive negli avvenimenti. I cristiani, riuniti in comunità, illuminati dalla Bibbia, orientati dagli apostoli, cercano di scoprire negli avvenimenti quale sia la volontà di Dio, quale il messaggio che Dio vuole trasmettere. E’ in questo modo che i cristiani sono profeti. Il cristiano è profeta quando cerca di trasmettere la parola di Dio nel quartiere, nel lavoro. Il cristiano è profeta quando, per esempio, unendosi ai vicini, discutendo con loro ed essendo illuminato dalla Bibbia, scopre che deve fare una petizione comune per migliorare il quartiere o per esigere un salario più giusto. E’ profeta quando si unisce con i vicini per costruire la casa di una vedova o di un compagno di lavoro. E’ profeta quando si unisce con i compagni per esigere giustizia nel lavoro. Egli è profeta perché cerca di leggere negli avvenimenti la volontà di Dio. Egli è profeta perché lotta per costruire un mondo nuovo. Egli è profeta perché ha la certezza in fronte, la storia in mano, imparando e insegnando una nuova lezione. I profeti criticano e pongono domande Criticano e pongono domande alla Chiesa, perché la Chiesa corre sempre il rischio di adattarsi, di pensare che tutto è sicuro, che nulla deve essere cambiato, migliorato. Durante secoli nella Chiesa la Messa fu celebrata in latino. Nessuno capiva… Ci furono profeti che si alzarono e criticarono… Non furono ascoltati subito. Alcuni furono combattuti, ma alla fine furono loro che vinsero. Durante secoli la Chiesa appoggiò i ricchi, gli sfruttatori. Ci furono però sempre profeti che misero in questione tutto questo. I profeta mette in discussione sempre il modo di agire e di pensare che c’è nella Chiesa. Il profeta, però, non critica solo la Chiesa e quello che accade dentro la Chiesa. Egli critica tutto quello che è contro il piano di Dio. Denuncia il razzismo, lo sfruttamento, la mancanza di rispetto per la vita, le precarie condizioni di vita. La comunità cristiana deve unirsi per guardare a ciò che accade attorno, per scoprire se è d’accordo con il piano di Dio. E se non è d’accordo, la comunità cristiana dovrà essere profeta, criticherà non solo con parole, ma unirà le proprie forze per eliminare quello che è sbagliato, per costruire qualcosa di diverso, di nuovo. Come possiamo riconoscere i profeti? Come potremo riconoscere se la comunità cristiana è profeta? Riconosceremo i profeti per l’umiltà e per la coerenza della loro vita, per le opere di giustizia e di pace che fanno e che insegnano a fare. I profeti cercano di promuovere tutti e lottano contro il desiderio di potere o di denaro. I profeti hanno l’impegno attivo di promuovere e di liberare tutti gli uomini da tutte le prigioni, in vista di costruire un mondo nuovo, un mondo più giusto. In questa costruzione avremo la collaborazione non solo dei cattolici, ma anche dei protestanti, degli atei… perché lo Spirito del Signore suscita profeti anche fuori dei limiti della Chiesa. Proprio perché promuove la giustizia, l’uguaglianza, il profeta non è accettato dai potenti, da tutti quelli che non vogliono cambiare nulla, che sono interessati a che le cose continuino come sono. Molte volte i profeti sono perseguitati, sempre emarginati dai potenti. Se qualcuno è molto stimato e valorizzato dai potenti, vuol dire che non è profeta. Si ripete allora il dramma di tutti gli antichi profeti: per essere fedeli alla parola di Dio, affrontano lotte, opposizioni, persecuzioni. Noi tutti, quindi, siamo chiamati ad essere profeti. Quale sarà la nostra risposta?

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Quale sarà la nostra azione?

DISCORSO DI DON PAOLO TONUCCI IN OCCASIONE DELLA DICHIARAZIONE DI CITTADINO ONORARIO DI SALVADOR DE BAHIA

4 Giugno 1986 Amici miei, E con molta emozione che questa sera ricevo il titolo di cittadino della città di Salvador. Ringrazio voi, signori Consiglieri, e voi che siete venuti fino a qui per prendere parte con me a questa gioia. Nel mese di Novembre del 1965 arrivai a Salvador, rispondendo alla chiamata di Cristo, e cominciai ad essere affascinato da questa città, piena di bellezza e di misteri, che ancora perdurano, nonostante tutti i tentativi dei suoi amministratori di rovinare il paesaggio e l’arte coloniale della città. Arrivai qui e pian piano cominciai a entrare in contatto con la gente delta periferia, vivendo con loro drammi, problemi e gioie. Scoprii un popolo con un grande potenziale di umanità, di cultura, che difficilmente possono essere definiti se non con la parola che caratterizza tutto questo, e che per noi è motivo di orgoglio: essere baiano. In questa città vive un popolo accogliente, che, nonostante il razzismo della cultura dominante, seppe fare la sintesi delle tre razze e delle tre culture: la india, la negra, la europea. In questa città vive un popolo lottatore, che continua la storia della rivolta del gruppo dei “malês”, di Dona Zeferina, donna negra, animatrice del quilombo (villaggio di negri ex-schiavi, fuggiti dai padroni) di Urubu e della “Società protettrice degli Emarginati”. Sono vissuto insieme a questa gente. Ero venuto per trasmettere il messaggio di Cristo, il messaggio dell’amore, ma devo riconoscere che ho ricevuto molto di più, perché questa gente vive già il messaggio di Cristo nel suo misticismo, nella sua religiosità, nelle sue credenze. Ho imparato la bellezza dell’amicizia, dell’accoglienza, della famiglia. Avevo lasciato una famiglia in Italia, ho guadagnato qui una famiglia molto più grande. In molte delle vostre case mi sento come a casa mia: per me voi siete i miei fratelli, i miei padri, le mie madri. Sono vissuto insieme a questa gente e ho avuto l’onore di partecipare alle sue lotte. E se, in questo momento, siamo qui riuniti non è solo per festeggiare uno straniero che si sente baiano e che diventa cittadino di questa terra. La nostra presenza qui è un segno di protesta. Protesta contro il Servizio Nazionale di Informazione (servizi segreti brasiliani), contro la polizia politica. Nel 1982, al tempo dell’apertura democratica lenta, graduale, progressiva, ricevetti una risposta negativa alla mia richiesta di cittadinanza brasiliana. Questo faceva capire che l’apertura era ancora molto timida. Quest’anno, quando già era vigente la nuova Repubblica, ricevetti un secondo veto alla rinnovata richiesta di cittadinanza, e fu quindi chiaro che la democrazia è ancora solo una parola e che i resti dell’autoritarismo sono ancora forti in Brasilia. Una delle ragioni per non concedermi la cittadinanza fu l’appoggio che avevo dato agli invasori del Marotinho. La mia partecipazione, in quell’episodio, fu di appoggiare e non di fomentare. Le famiglie del Marotinho occuparono l’area tra Fazenda Grande e San Gaetano, spinti non da un sacerdote ma dalla miseria, dai bassi salari, dalla speculazione immobiliare, insomma dalla politica del Governo. Se al Marotinho ci furono dei responsabili dell’invasione, questi furono le autorità che provocarono e continuano a provocare l’esodo dalle campagne e non danno condizioni minime di vita alla grande massa degli abitanti delle città. Ho appoggiato le famiglie del

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Marotinho non mosso da motivi o ideologie politiche, ma per la mia fede in Cristo, perché sono cristiano e perché sono sacerdote. Nella Bibbia è chiara l’opzione di Dio per i poveri. Nella Bibbia, attraverso la parola dei Profeti, Dio dichiara: “Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese” (Is. 5, 8). Nel Vangelo di Matteo, Cristo dice: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato...” (Mt. 25, 35). Oggi potremmo aggiungere: ero senza casa, senza lavoro, senza trasporti, senza educazione, senza garanzie politiche, senza garanzie di impiego. E voi cosa avete fatto? E aggiunge: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt. 25, 40). L’appoggio dato alla gente del Marotinho, ai senzatetto a causa delle piogge, alle lotte contro la carestia o per una vera democrazia, fu ed è la conseguenza della fede in Cristo presente nel fratello, la risposta alla sfida che ogni giorno riceviamo dal volto di Cristo, sfigurato nel volto degli emarginati nella periferia delle città che soffrono la fame, mentre vedono il lusso dei ricchi; sfigurato nel volto dei sottoimpiegati e dei disoccupati, cacciati dal lavoro dalle imprese, che guardano prima di tutto al lucro e che non si interessano dei lavoratori e delle loro famiglie. Volto di Cristo sfigurato nel volto dei giovani, frustrati soprattutto nelle regioni dell’interno e nei quartieri poveri delle città, che non hanno possibilità di successo né nella scuola né nel lavoro. Volto di Cristo sfigurato nel volto dei bambini, segnati dalla povertà ancora prima di nascere, che non potranno svilupparsi, irrecuperabili per tutta la vita; bambini abbandonati e molte volte sfruttati. Volto di Cristo sfigurato nel volto dei vecchi, ogni giorno più numerosi, emarginati dalla società del progresso, perché non producono più e così si pensa che non servono più. Volto di Cristo sfigurato nel volto delle donne, considerate inferiori all’uomo, emarginate, disoccupate e che, facendo lo stesso lavoro, guadagnano meno dell’uomo, che sono costrette a prostituirsi per poter sopravvivere, semplicemente considerate oggetto di piacere. Volto di Cristo sfigurato nel volto degli indigeni, i pochi che restano, che vivono in condizione disumana e sono ancora espulsi dalle loro terre. Volto dei negri emarginati, in vita disumana, che possono essere considerati i più poveri tra i poveri. Volto di Cristo sfigurato nei volti dei contadini espulsi dalle loro terre dai grandi proprietari che vogliono aumentare il loro latifondo; volto di braccianti che non hanno terra, che vendono la loro giornata per un niente; volto di operai, quasi sempre con salari bassi, impediti di organizzarsi nella difesa dei loro diritti. L’impegno per la giustizia, per i diritti, contro l’oppressione, lo sfruttamento, la corruzione è conseguenza del nostro essere cristiani, della nostra fede. Un altro motivo per non ricevere il riconoscimento della cittadinanza brasiliana fui la pubblicazione di un bollettino delle comunità, considerato sovversivo. Durante tutti gli anni che ho trascorso a Salvador, lavorando nelle comunità di Fazenda Grande, di Fonte do Capim, del Marotinho e nelle aree vicine, ho cercato di favorire la presa di coscienza e l’organizzazione indipendente della gente. Cristo, allora, apri gli occhi dei ciechi. Oggi noi abbiamo l’obbligo di aiutare le persone a rendersi conto della propria situazione, a chiedersi il perché di quello che sta succedendo e a organizzarsi in maniera indipendente per difendere i suoi legittimi interessi. Anche questa attività, genuinamente cristiana, richiamò l’attenzione perché è molto più facile dominare un popolo quando è ignorante, quando non è cosciente della propria dignità, quando non conosce i propri diritti, quando non sa difendersi. Questa attività continua a richiamare l’attenzione, oggi come ieri, perché l’autorità può cambiare di persona e di colore politico, ma difficilmente cambia di atteggiamento. Gli interessi personali, o di gruppo, o di partito, fanno in modo che la gente sia considerata

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Salvador Bahia gennaio 1968 – La chiesa di Fazenda Grande : scuola di catechismo all’aperto

Salvador Bahia, Natale 1968 – celebrazione a Fonte do Capim

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massa di manovra per realizzare la rivoluzione pianificata da un gruppo scelto di intellettuali. È molto facile e comune decidere in una riunione del Consiglio o in una cellula di partito quello che è bene per la gente, è molto difficile lavorare perché cresca il livello della coscienza, perché sia il popolo a decidere la direzione da prendere. E molto facile usare slogan e continuare a opprimere la gente. Due mila anni fa’, una ragazza umile della Galilea diceva: “Dio ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc. 1, 52). È una sfida lanciata a tutti noi cristiani di lottare sempre perché queste parole diventino realtà, perché non succeda che quelli che stavano all’opposizione ed erano oppressi, diventino, un giorno al potere, oppressori dei loro fratelli. La sfida che riceviamo spinge ciascuno di noi a non essere mai soddisfatto di quello che si fa. E normale che noi cristiani stiamo sempre all’opposizione dato che il progetto che abbiamo, il Regno di Dio, supera sempre le diverse realizzazioni. Siamo con voi all’opposizione, ma nel giorno in cui voi foste maggioranza, nel giorno in cui voi foste al potere, potete essere sicuri che vi combatteremo, perché questa è la nostra collaborazione, una collaborazione critica, che non può identificarsi con questo e quel partito, con questa o quella corrente o tendenza. Ringrazio per la concessione del titolo di cittadino di Salvador che mi onora molto, e approfitto del momento per me tanto importante per affermare che dedico questo titolo a tanti lottatori anonimi che con il loro sangue, il loro sudore stanno costruendo una società nuova. Questo titolo appartiene a loro. Voglio solo menzionare due amici: Eugenio Alberto Lyra Silva, avvocato del Sindacato dei Lavoratori Rurali di S. Maria da Vitoria, assassinato il 22 Settembre 1977, da sicari comandati dai propietari terrieri della regione per le sue attività in favore dei piccoli. Questo delitto è ancora impunito. Voglio ricordare anche Alcibiade Ferreira Couto, animatore del Marotinho, che all’inizio dello scorso anno fu barbaramente bastonato e colpito da una pallottola dalla polizia e fino ad ora si trova immobilizzato nel suo letto. Anche questo delitto è ancora impunito. Davanti a loro e davanti a voi, fratelli di Fazenda Grande, di Fonte do Capim, del Marotinho in Salvador, fratelli di Camaçari, di voi che siete qui presenti, rinnovo il mio impegno. Non sono pentito di quello che ho fatto in favore del popolo. Avendo l’occasione, farei lo stesso, che lo vogliano o no i servizi segreti e le autorità. Continuerò a stare alla vera opposizione, criticando, lottando perché le nostre città diventino città di uomini, dove i cittadini possano vivere come fratelli, ed essere interpreti responsabili della loro storia. Grazie

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INAUGURAZIONE DEL TRIBUNALE DEL LAVORO Per l’inaugurazione del Tribunale del Lavoro, nella città di Camaçari, Paolo fu invitato a benedire il nuovo edificio. Come sempre, accettò di farlo a condizione che gli fosse permesso di rivolgere ai presenti alcune parole. (Non ne conosciamo la data). E’ una tradizione della nostra religiosità benedire un edificio, invocando, nel nostro caso, la protezione di Dio sul lavoro che sarà svolto, su coloro che lavoreranno in questo edificio, su quelli che verranno qui a cercare la giustizia. Quello che tutti desideriamo è che qui e dappertutto regnino la pace e la fraternità. A volte si pensa che la benedizione sia qualcosa di automatico: è venuto il prete, ha benedetto, quindi è benedetto. Se prendiamo in mano la Bibbia, ci rendiamo conto che Dio benedice le persone a condizione che essi osservino i suoi comandamenti, i suoi ordini. Quindi questo edificio sarà benedetto, nella misura in cui quelli che ci lavorano cercheranno di vivere nell’amicizia, nel servizio dei fratelli, nella ricerca del bene. Qui sarà amministrata la giustizia del lavoro. Nel mondo turbato nel quale viviamo, il vostro compito è duro e difficile perché esistono molti che reclamano perché la dignità del lavoro è violata, perché c’è disoccupazione, perché non sono valorizzati il lavoro e i diritti del lavoro, soprattutto il diritto a un salario giusto, la sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia. In passato esistevano, senza dubbio, molte ingiustizie. Oggi, purtroppo, sono state create nuove ingiustizie ancora peggiori. Oggi la tecnica e le macchine occupano un posto molto importante nel mondo, possono persino causare la distruzione del mondo e, senza arrivare a tanto, possono provocare la distruzione di tante vite, la diminuzione della vita come succede con l’inquinamento, con le malattie professionali qui nel Polo. Il nostro obbligo, come persone illuminate dalla Parola di Dio, è sempre quello di ricordare che il lavoro, o meglio il lavoratore è più importante del capitale. Il mondo voluto da Dio è un mondo di giustizia; l’ordine che deve guidare le relazioni tra gli uomini deve essere incardinato nella giustizia, questo ordine deve essere continuamente impiantato nel mondo a mano a mano che aumentano e si sviluppano le situazioni e i sistemi sociali, a mano a mano che sorgono nuove condizioni e possibilità economiche, nuove possibilità della tecnica e di produzione, e allo stesso tempo nuove possibilità e necessità di distribuzione dei beni. Chiediamo a Dio che aiuti voi, giudici, avvocati, fiscali, uscieri, a mettersi a servizio dei lavoratori che ancora cercano la giustizia. Ricordiamoci che nella Bibbia fare la giustizia significa proteggere e difendere gli indifesi, liberando i poveri e i deboli, che sono la maggioranza della gente. Nel salmo 82 (81) Dio si dirige alle autorità e in modo speciale ai giudici di quel tempo: “Fino a quando governerete ingiustamente, sostenendo i privilegi dei malvagi? Fate giustizia al debole e all’orfano, difendete il povero e lo sfruttato! Liberate il debole e l’oppresso, strappateli dalle mani dei prepotenti”. Ricordiamoci che tutti, un giorno, saremo giudicati da Cristo. Egli giudicherà i preti, i sindaci e anche i giudici. Egli dirà ai giudici: ero oppresso e vittima di ingiustizia, cercai la giustizia del lavoro: che cosa avete fatto per me? Vi siete messi al mio lato o a lato di quelli che mi stavano perseguitando? Perché tutto quello che avete fatto o non avete fatto a uno di questi piccoli, uno di questi emarginati, “l’avete fatto o non l’avete fatto a me” (Mt 25). Ricordiamoci che Dio prende parte nelle situazioni di conflitto. Prende la parte delle vittime. In un mondo pieno di parzialità, la parzialità di Dio costituisce la forma di realizzazione della sua giustizia. Egli prende parte in favore dei deboli, di quelli che non hanno come difendersi e che sono ignorati dall’organizzazione della società e dello Stato. “Non approfittare del povero perché

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è povero e non umiliare il miserabile in tribunale. Il Signore difenderà la causa del povero e farà morire quelli che l’hanno derubato” (Prov. 22, 22-23). Preghiamo: O Dio nostro Padre benedici questo luogo dedicato all’esercizio della giustizia, benedici tutti coloro che qui lavorano perché si pongano a servizio dei fratelli, soprattutto dei più poveri, dei senza giustizia, benedici tutti coloro che vengono in questa casa alla ricerca della giustizia. Che qui regni sempre la vera fraternità e la pace. La giustizia brilli come un faro. Che tutti sappiano riconoscere il Signore Gesù, oggi presente nei fratelli più bisognosi, domani nostro giudice. Amen.

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PREMIO “LA FORTUNA D’ORO” Il 19 ottobre 1992 il Comune di Fano concesse a don Paolo il premio “La Fortuna d’oro”, per sottolineare il lavoro svolto e i meriti acquisiti. Dopo aver letto la motivazione del premio, il sindaco Giuliano Giuliani aggiunse queste parole: “Io oso sperare che tra i suoi amici, non coetanei, Don Paolo voglia enumerare anche chi vi parla. Proprio in vista di questo incontro sono riandato con la memoria ad una lontana estate del ‘49 o ’50, se la memoria non mi inganna. Insieme ad un gruppo di ragazzotti e di adolescenti andammo i gita al fiume Metauro. Allora c’era qualche giovanotto che dedicava un po’ del suo tempo ai ragazzini, agli adolescenti, per aiutarli, come allora si diceva, a crescere dal punto di vista umano e religioso. Ebbene, durante questa passeggiata, a un certo punto Paolo mi confidò, con tanta semplicità ma con tanta fermezza, che, alla riapertura delle scuole, sarebbe entrato in seminario, perché aveva avvertito la vocazione di farsi sacerdote. Francamente questa confidenza mi ha gratificato, perché ho capito che nonostante la differenza di età - tra me e lui corrono circa dieci o undici anni - che Don Paolo mi considerava suo vero amico. Questa amicizia, questo sentimento di amicizia non è mai venuto meno, nonostante gli anni passati ne sono passati tanti caro Don Paolo, da allora -, e nonostante la lontananza - sono migliaia di chilometri -, anzi direi che si è rafforzata. Questa sera veramente con grande gioia, io, come sindaco di Fano, mi accingo a consegnarti la “Fortuna d’oro” quale espressione autentica della città di Fano, di ammirazione, di apprezzamento della tua opera umanitaria a servizio di popolazioni spesso diseredate e affrante dalla miseria e anche dalla dittatura militare, come tu hai ricordato in una lettera di risposta al sindaco Baldarelli, quando ti disse che il comune di Fano si apprestava a conferiti questo riconoscimento. La prova migliore di questa tua dedizione, di questo tuo impegno civile, oltre che religioso, è data dal fatto che quando undici anni fa chiedesti la cittadinanza brasiliana ti venne rifiutata perché l’autorità del tempo, totalitaria e militare, te la negò dicendo che eri una persona di cattiva condotta. È un fatto che ti fa onore, caro Don Paolo, perché dimostra in maniera direi irrefutabile il tuo attaccamento ai valori di libertà, la tua dedizione per il riscatto anche economico di quelle lontane popolazioni”. Alle parole del Sindaco, Giuliano Giuliani, Paolo rispose con questo discorso, nel quale delinea la sua vita ed i principi che hanno guidato la sua opera come missionario. Voi dovete pensare che Giuliano Giuliani è stato il mio Delegato Aspiranti, e ha una certa responsabilità sulla strada che ho fatto. Mi ricordo che da ragazzini lo ammiravamo molto e seguivano questo esempio di persona dedicata alla nostra educazione. Io vi ringrazio. In questo momento è difficile rimanere tranquillo, sereno ed esprimere tutto quello che sento. Ma scusate: comincio a leggere perché a parlare di getto non ci riesco bene. Per me questa data del 19 ottobre è una data molto importante, perché 27 anni fa, proprio il 19 ottobre, partivo da Genova per andare in Brasile. E senz’altro in quel tempo andavo un po’ all’avventura. Mi sentivo chiamato a lasciare la mia terra per essere missionario, missionario in un mondo che non conoscevo, tra gente che non conoscevo. Oggi, 27 anni dopo, mi viene chiesto di parlare della mia esperienza e vi confesso che non è molto facile. Sono andato in Brasile come missionario, cioè per compiere una missione a cui mi sentivo chiamato. All’inizio credevo che avrei dovuto portare qualcosa: il messaggio cristiano, rivestito, incarnato in una cultura. Pian piano mi sono reso conto che il contatto col popolo mi arricchiva,

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Salvador Bahia , dicembre 1968 – Visita del Cardinale Benelli di Firenze a Fonte do Capim

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mi trasformava. Io che ero arrivato per portare qualcosa, stavo ricevendo molto di più da quella gente. Mi sono reso conto che la missione era e continua ed essere quella di servire la gente. Scoprire tutto quello che di bello, di valido c’è nella cultura, nella religione dei brasiliani. cosciente che Dio è presente, si manifesta e lavora anche quando noi non ci siamo. Dopo 27 anni mi accorgo di essere uno straniero. Straniero anche a Fano, perché il mio punto riferimento adesso è il Brasile, e molti problemi che voi vivete mi trovano distante, assente e non partecipante. Però mi sento straniero anche in Brasile, questo è un trauma. Non solo per il mio accento fanese, che non ho perduto e non voglio perdere, ma perché la mia storia è e sarà sempre diversa da quella della gente con cui vivo. Per servire la gente, per stare insieme con la gente, ho fatto molte cose, ma soprattutto ho cercato di ascoltare, di vedere, di capire questo popolo. Questo popolo brasiliano che è un miscuglio di razze e di culture differenti: la india, la negra, la bianca. Capire questo popolo esuberante ma continuamente ridotto al silenzio, la cui cultura viene molte volte ridotta a un po’ di folklore per i turisti, capire questo popolo ricco ma impoverito dal colonialisti di ieri e di oggi. Questo popolo fiero per quello che gli è specifico in cultura, in religione, ma continuamente umiliato da quelli che non vogliono ascoltare e capire. È sorta, proprio per rispondere alle esigenze della popolazione, negli anni ‘70, una scuola professionale: la scuola professionale 1° Maggio. E qui vorrei aprire una parentesi per manifestarvi un po’ la difficoltà che a volte esiste per capire quello che stiamo facendo giù in Brasile. Questo nome della scuola professionale 1º Maggio era stato scelto dagli alunni, da operai brasiliani, per ricordare il giorno dei lavoratori. In Brasile la festa del 1° Maggio è stata sempre organizzata dal Governo, anche al tempo della dittatura militare, e non ha mai avuto un significato di celebrazione comunista. Ebbene, un gruppo italiano di Bologna ha smesso di aiutarci a partire da una visione italiana, perché ha ritenuto che fosse una scuola di tendenze marxiste, quando si cercava solo di aiutare la gente e per noi questa idea del 1° Maggio non aveva nessun significato di contestazione. Vedete come è facile giudicare gli altri a partire dai nostri preconcetti, dalle nostre visioni, dai nostri punti di vista. Ebbene, è sorta questa scuola professionale ed ha funzionato per quasi 20 anni, anche dopo che avevo lasciato la parrocchia di Salvador per trasferirmi a Camaçari, a 40 km di distanza. Durante questi anni la scuola ha formato molti elettricisti industriali, idraulici, dattilografi, sarte. Ha insegnato a leggere e scrivere a moltissimi alunni. Soprattutto al tempo della dittatura militare, la scuola è diventata un centro di incontro, di studio, di solidarietà. Amici sacerdoti, avvocati, operai, sindacalisti venivano nella scuola per discutere, trovare appoggio, mangiare insieme un piatto di fagioli. E quello che è stato bello è che la scuola era inserita nella parrocchia, nel territorio, era diventata qualcosa non solo per me, per il prete, ma per tutta la gente. C’è stato anche l’impegno di difesa degli invasori, cioè delle famiglie che avevano occupato terreni pubblici per costruire le proprie baracche. Invasori che hanno visto le proprie baracche distrutte dalla polizia. Mi ricordo di una invasione di 400 famiglie. Dopo un anno che queste famiglie avevano occupato un terreno pubblico, quando le cose erano già state migliorate, quando la vita sembrava ormai normale, quando sembrava che la comunità potesse respirare tranquilla, è arrivato l’ordine del sindaco e una forza di 200 poliziotti. In due giorni la favela è stata completamente distrutta. In quell’occasione sono riuscito a non essere arrestato perché il Cardinale del luogo è venuto anche lui a darci l’appoggio. Però, come ricordava il sindaco, quando ho chiesto al governo brasiliano la cittadinanza, mi hanno risposto, sia al tempo della dittatura - perché l’ho chiesta due volte - e sia dopo, che non ne ero degno per cattiva condotta. L’impegno della scuola, l’impegno nella scuola, la difesa dei senzatetto, mi ha messo in contatto con gruppi di oppositori al regime. C’erano operai e universitari, cattolici e marxisti, e con tutti c’è sempre stato dialogo e rispetto reciproco. Un’amicizia che mi ha arricchito e che è rimasta anche dopo tanti anni. Tre di questi amici adesso sono deputati al Parlamento Federale, una è diventata il Rettore Magnifico dell’Università di Salvador, altri sono professori dell’Università, altri

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sono impegnati nella difesa dei diritti umani. Ma quello che ci unisce, anche se non sempre pensiamo nella stessa maniera, è una stima reciproca e il desiderio di lottare sempre per cambiare le strutture ingiuste del peccato. La maggior parte del tempo di questi 27 anni li ho dedicati all’educazione, alla formazione. Mi sono sentito prete impegnato nell’evangelizzazione celebrando la Messa, annunciando la Parola di Dio, lavorando nella scuola professionale, protestando quando venivano distrutte le baracche delle famiglie, facendo amicizia con gli operai, con i disoccupati, gli universitari, i professori di università. Mi sono sentito educatore ed evangelizzatore non solo parlando ma anche compiendo gesti di solidarietà e di liberazione. Ho cercato di aiutare gli operai, gli animatori di comunità, i catechisti, i giovani, a rendersi autonomi nel proprio impegno e nella propria fede. Mi sono impegnato così in corsi, incontri di formazione, di programmazione, di revisione, perché la gente diventasse sempre più capace di gestire la propria storia. Mi sono preoccupato perché la società e la comunità cristiana fosse costruita all’insegna della collegialità, della corresponsabilità, della condivisione, dello scambio. Sono sempre più convinto che dobbiamo costruire un nuovo modo di essere Chiesa, soprattutto nelle comunità ecclesiali di base, dove la parola di Dio è luce che orienta il cammino, dove lo sguardo approfondito sulla realtà deve essere costante, dove la risposta alle sfide deve essere data da una comunità unita, dove il capo, il maestro, è il Signore e dove tutti sono fratelli, ciascuno dando una sua parte di collaborazione, secondo le proprie qualità. Una comunità dove il prete, il vescovo è un fratello, compagno del cammino, che serve e non comanda, che cerca di capire la ricchezza e la potenzialità del popolo. L’impegno di costruire la comunità cristiana e una società nuova dove esista comprensione, condivisione, partecipazione, comunione ha significato animare incontri, dibattiti, riunioni. Fin dall’inizio ha significato accompagnare i gruppi con libretti che aiutassero a riflettere, a pensare, a imparare. All’inizio i libretti erano ciclostilati, adesso sono diventati libri stampati dalle editrici brasiliane (ne ho fatti più di 15, e qui ce ne sono alcuni che ho portato per la biblioteca). Libri che parlano a livello popolare del catechismo, della Bibbia, della teologia della liberazione, della storia del Brasile, dei popoli che vissero nel nostro continente prima della conquista. Sono libri nati un po’ per caso, sarebbe meglio dire nati per necessità, proprio per aiutare la gente semplice a conoscere un po’ più la storia, la teologia, la religione, per acquistare maggior indipendenza e autonomia. Libri sofferti, perché scritti nei ritagli di tempo, tra un incontro e l’altro, nel tempo che resta ad un povero prete con una parrocchia di più di centomila abitanti. Mi è stato fatto osservare che molte volte, presentando la realtà in cui vivo, la dipingo con colori un po’ neri, trasmettendo un certo pessimismo. È evidente che le cose non vanno bene: la povertà della gente povera aumenta sempre di più, la spogliazione del paese, del continente è sempre maggiore, non si vedono segnali di speranza all’orizzonte. Ma malgrado tutto noi abbiamo una speranza. Siamo dei testardi, la nostra è la speranza del chicco di grano che deve essere messo sotto terra e morire per dare frutto. La speranza che viene alimentata dalle piccole vittorie del popolo che si organizza per esigere i propri diritti, dalle comunità ecclesiali di base, dove la vita cristiana è gestita dai laici, dove persone analfabete animano il culto, spiegano il Vangelo, organizzano l’aiuto ai fratelli. Personalmente ho speranza e per questo ritorno in Brasile, per questo da 27 anni sono laggiù. Mi è stato fatto osservare che a volte quello che dico può scandalizzare, rivelando errori che sono stati commessi dalla Chiesa (per esempio sulla schiavitù, nei 500 anni della conquista). Ebbene, non ho paura di parlare di queste cose perché vedo che la gente capisce, anche in Brasile; la gente è capace di comprendere e l’amore alla Chiesa diventa così più adulto, più maturo, più responsabile, direi più cristiano. Sugli errori commessi nel passato dobbiamo riflettere per non ripeterli oggi. E poi non dobbiamo mai aver paura della verità. E qui mi piace ricordare San Gregorio Magno che diceva: “È meglio suscitare uno scandalo che tacere la verità”.

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L’avermi dato questo premio è un segno di bontà da parte vostra e un grande onore per me. Io lo vedo anche come segno di fiducia nel lavoro che cerco di portare avanti, un segno di impegno, di condivisione del comune e del popolo di Fano. Segno che anche voi volete assumere, appoggiare questo servizio ai poveri, con l’educazione, la formazione, la vera liberazione. Per questo premio, ma soprattutto per l’amicizia, per l’appoggio, per il vostro impegno che spero possa continuare, grazie”

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8 Febbraio 1969- Paolo in viaggio verso il Perù e la Bolivia . Così scrive: “ Non si vede bene la barba ,ma è abbastanza lunga (quasi alla Che Guevara)….sul treno merci che ci ha portato in Bolivia …. 200 Km in 11 ore !”

Cuzco, Machupicchu (Perù)1969

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19 ottobre 1992.

ALLA NUOVA AMMINISTRAZIONE

All’inizio del 1993, a Camaçari, una nuova amministrazione comunale iniziava la propria gestione quadriennale. Nell’occasione, si tenne un incontro di preghiera ecumenica, nel corso del quale Paolo rivolse questa esortazione. Fratelli, Oggi, eletti dal voto popolare, voi assumete l’amministrazione del municipio di Camaçari. Il popolo vi ha dato fiducia, aspetta molto da voi, ma ricordatevi: un giorno questo stesso popolo vi giudicherà. Oggi voi ricevete una missione. La Parola di Dio offre orientamenti per la vostra azione. “Come sapete, quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni. Le persone potenti fanno sentire con forza il peso della loro autorità. Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande si faccia servo di tutti” (Mc 10, 42-43). Siete stati scelti per servire la gente, per prendere cura dei suoi interessi, soprattutto degli interessi dei più poveri, degli emarginati, di quelli che non hanno né voce né partecipazione. Ricordate che i ricchi, i potenti hanno già molti amici e protettori. Ricordate che, più importanti della città con le sue strade, piazze, edifici e spiagge, sono i cittadini che vi hanno eletti e che vi giudicheranno. Gesù, vedendo la città di Gerusalemme, pianse su di essa (Lc 19, 41). Oggi Gesù guardando Camaçari non ha molte ragioni di gioia... Noi, la gente di Camaçari, speriamo che diate priorità all’educazione, dalla scuola infantile alle secondarie, prima di pensare all’Università, dato che le basi sono le più importanti. Priorità all’educazione significa investire nei maestri, perché ricevano un salario decente e siano aggiornati; investire nella qualità dell’insegnamento e non permettere che gli interessi dei politici (o meglio dei politicanti) continuino a comandare nell’educazione di Camaçari. Speriamo che investiate nella salute, fisica e mentale, che investiate sempre di più nella salute preventiva, principalmente per le gestanti, i bambini, gli alunni, i lavoratori. Speriamo che termini lo scandalo di un ospedale, costruito secondo i criteri più avanzati per un funzionamento moderno e adeguato, ma che continua a prestare servizi precari. Speriamo che ci sia una preoccupazione reale per la difesa della salute della popolazione di Camaçari e in favore dell’equilibrio ecologico, ambedue gravemente compromessi dalle industrie impiantate nel territorio del comune. Ricordate che siete stati scelti dal popolo di Camaçari e non dai dirigenti del Polo Petrolchimico. Speriamo che investiate nel sociale, non in modo paternalista ed elettorale, ma rispettando la gente, aiutandola a rafforzarsi e a costruire la propria storia, secondo il vecchio detto: invece di offrire un pesce, insegnate a pescare. Speriamo che diate importanza alle associazioni degli abitanti, rispettandole, anche quando non appartengono ai vostri partiti. In ossequio alla legge organica del Municipio, speriamo che sia installato l’Ufficio della Donna. Speriamo che rispettiate le tradizioni della nostra gente, nelle sue feste e non mettendo al primo posto gli interessi di un turismo che distrugge i nostri valori culturali. Speriamo che valorizziate i contadini e i pescatori, aiutandoli a commercializzare i loro prodotti, fornendo loro sementi e concime. Speriamo che gli insediamenti dei lavoratori della campagna nelle terre loro consegnate siano realizzati in collaborazione con il Sindacato dei lavoratori rurali. È giusto ricordare che Camaçari non è soltanto la città e le spiagge, ma è anche i villaggi con le loro tradizioni di agricoltura e di pesca. Ricordatevi del trasporto pubblico nella città, nei villaggi e anche della sicurezza dei cittadini. Speriamo che il denaro pubblico, prodotto dal sudore e dal sangue del nostro popolo, sia usato per servire agli interessi del popolo e non per la propaganda dell’amministrazione e il finanzia-

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mento degli interessi politici. Speriamo che gli impiegati pubblici sentano l’orgoglio di lavorare nel municipio, a servizio della gente: che ricevano un salario giusto. Ricordate le parole dell’apostolo Giacomo: “Voi non avete pagato gli operai: questa paga rubata ora grida al cielo, e le proteste sono arrivate fino agli orecchi di Dio, il Signore Onnipotente” (Giac. 5, 4). Speriamo che consideriate come un aiuto le critiche che vi saranno rivolte e che i critici non siano per questo discriminati. So che questa vostra missione non sarà facile. Tutti noi che siano qui, vogliamo aiutarvi. La Comunità cattolica di Camaçari, seguendo l’esempio dei suo patrono, San Tommaso di Canterbury, chiede e continuerà a chiedere le benedizioni del Signore, perché facciate un buon governo. Essa si impegna, in un atteggiamento di rispetto e senza preconcetti, ad aiutarvi, ma continuerà ad alzare la sua voce, quando si renderà conto che i diritti del popolo non sono rispettati, dato che è cosciente della sua missione di essere “sale della terra e luce del mondo” (Mt 5, 13-16). Auguriamo che, di qui a quattro anni, possiate dire: abbiamo compiuto la nostra missione, usciamo meno ricchi in denaro e in beni, ma ricchi in amicizia e onestà. Che la vostra amministrazione, indipendentemente dal risultato delle future elezioni, termini il giorno 31 dicembre 1996, con tutti gli impegni rispettati, fino all’ultimo giorno di governo. Quello che desideriamo è che facciate un buon lavoro, a servizio del popolo di Camaçari.

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IL PRIMO DI MAGGIO Una emittente locale, “Radio Metropolitana”, trasmetteva ogni giorno una riflessione religiosa. In occasione del 1º Maggio (forse del 1993), Paolo incise questo messaggio, dedicato al significato della Festa dei Lavoratori. Buon giorno a tutti voi che, attraverso la Radio Metropolitana, state seguendo questo programma “Incontro di fede”. Oggi è sabato, 1° Maggio, festa dei lavoratori. Un buon giorno del tutto speciale per te lavoratore, per te che lotti e lavori per costruire un futuro migliore per te e per la tua famiglia. Oggi desideriamo fermarci un po’ per riflettere su questo giorno. Il 1° Maggio nacque come festa dei lavoratori alla fine del secolo scorso, quando i lavoratori erano trattati come parti di una macchina, sfruttati dal padrone. Per difendersi essi diedero vita a un grande movimento di unione e di solidarietà. Cercarono la solidarietà tra tutti i lavoratori, soprattutto dell’industria, e così poterono ottenere una grande vittoria: le otto ore di lavoro. Per conseguire questa vittoria affrontarono una repressione molto dura, operai furono arrestati e uccisi. Ma essi reagirono e la reazione degli operai fu giusta. Fu contro l’umiliazione dell’uomo, che è autore del lavoro, contro lo sfruttamento per il lucro, contro le cattive condizioni di lavoro e di previdenza. Il mondo operaio si unì in una grande solidarietà. Furono create associazioni e sindacati, per aver peso nelle decisioni che riguardavano il salario e le condizioni di lavoro. I lavoratori con la loro unione e solidarietà riuscirono a cambiare le condizioni del lavoro e di rimunerazione e anche la legislazione sociale. Questo accadde nel passato, ma oggi ancora esistono molte ingiustizie. Col passare del tempo si sono create nuove ingiustizie ancora peggiori, quindi i lavoratori devono dar vita a nuovi movimenti di solidarietà nell’agricoltura e nell’industria. La solidarietà dei lavoratori tra di loro e con altri gruppi deve essere presente dove c’è sfruttamento, dove l’uomo è umiliato, dove c’è miseria e persino fame. Perché esistono poveri ovunque è violata la dignità del lavoro umano, dove c’è disoccupazione, dove non sono valorizzati il lavoro e i diritti del lavoro, soprattutto il diritto a un salario giusto, dove non è garantita la sicurezza di un lavoratore e della sua famiglia. Quando vediamo tutte queste cose, la Chiesa non può restare estranea a questa problematica. So che molte persone continuano a dire che la Chiesa deve predicare sul Cielo. Ma la Chiesa deve soprattutto essere fedele al messaggio di Cristo, che non ha pensato solo alle anime ma anche ai corpi, e che ha detto che saremo giudicati sull’amore, sulla comprensione, sulla valorizzazione dell’uomo. Quindi noi della Chiesa, difendendo la causa dei lavoratori stiamo compiendo la nostra missione, perché in questa maniera proviamo la nostra solidarietà a Cristo e facciamo in modo di diventare davvero la Chiesa che deve essere la Chiesa dei poveri. È per questo che la Chiesa si schiera insieme ai sindacati, insieme ai lavoratori per dare il suo appoggio, la sua collaborazione, il suo servizio alla causa dei lavoratori, perché vogliamo che i lavoratori siano rispettati, perché nella misura in cui l’operaio sarà rispettato, nel suo valore e nella sua dignità, sarà rispettato anche Cristo, e noi vogliamo che Cristo sia rispettato sempre e in ogni luogo. Celebrando il 1° di Maggio stiamo celebrando una festa anche religiosa perché l’uomo è figlio di Dio e deve essere trattato come figlio di Dio, egli che ha una grande dignità e che è chiamato da Dio a creare un mondo nuovo. Chiudiamo ora il nostro programma dirigendo il nostro pensiero, la nostra preghiera a Maria, madre di Cristo, madre di tutti noi, madre dei lavoratori. Dirigiamole la nostra supplica: Ave Maria...

RIFLESSIONE MARIANA

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Fazenda Grande 1970 - Paolo, Josè Melo e Joaquim in occasione dell’inizio dei lavori di costruzione della Scuola Professionale ”1° di Maggio”. Joaquim, poi, è stato istruttore del corso di falegnameria nella stessa scuola

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La seguente riflessione sulla Madonna è del 3 Maggio 1993. In essa, Paolo fa riferimento a vari titoli attribuiti alla Vergine Maria dalla devozione popolare: alcuni sono familiari anche in Italia, altri sono tipici del mondo brasiliano e latino-americano. Anche i nomi di donna, ispirati ai diversi momenti della vita di Maria, non sono sempre ugualmente usati qui come in Brasile. La “litania” che conclude era stata proposta il giorno seguente, 4 Maggio 1993. Oggi è lunedì 3 Maggio. Buongiorno a tutti voi che attraverso la Radio Metropolitana state ascoltando questo programma “Incontro di Fede”, a voi che festeggiate il compleanno, a voi che siete infermi, a voi che avete problemi: ricordatevi sempre che Dio è Padre, che cammina al nostro fianco, ci cura, ci protegge e sempre si preoccupa di ascoltare la nostra supplica, le nostre richieste. Siamo nel mese di Maggio, il mese che la devozione popolare ha sempre dedicato a Maria, madre di Dio e madre di tutti noi. Vogliamo parlare un po’ proprio di Maria, perché Maria è quella che accettò dal Signore la grande missione di essere la madre del Salvatore. Quando Dio pensò di salvare il mondo, scelse una donna, e questa donna era Maria. Maria fu scelta per essere la madre del Salvatore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Maria fu invitata e accettò la grande missione di collaborare per salvare il mondo, Maria ascoltò la voce di Dio Spirito Santo e collocò tutta la sua vita a servizio della liberazione del mondo. Per questo, l’affetto dei figli verso la Madre, ha unito il nome di Maria a tutto quanto apparteneva alla condizione della vita. La Madonna, lungo i secoli, ha ricevuto molti nomi dai suoi figli: ha ricevuto il nome di Vergine del Buon Parto, perché deve essere presente nella dura ora del parto. Maria viaggiò verso le montagne, verso Betlemme, verso l’Egitto, e per questo è invocata come la Madonna del Buon Cammino. Maria vuole aiutare sempre i suoi figli, e per questo è chiamata la Madonna del Perpetuo Soccorso. Maria è aiuto, è consiglio, è protezione, per questo è chiamata Madonna dell’Aiuto, Madonna del Buon Consiglio, Madonna Protettrice. Maria vuole vedere i suoi figli in buona salute, Maria dà il rimedio, consola nel dolore, assiste alla morte: per questo la nostra gente l’invoca come Madonna della Salute, Madonna dei Dolori, Madonna della Consolazione, Madonna della Buona Morte, Madonna della Buona Ora. Maria ha compassione di chi è solo, di chi è prigioniero, di chi è in disgrazia, sconfitto, per questo Maria è chiamata Madonna della Pietà, Madonna della Liberazione, Madonna delle Grazie. Il nome di Maria è unito ai luoghi dove lei ha vissuto e dove è venerata: di qui i nomi di Madonna di Nazaret, Madonna di Betlemme, Madonna di Fatima, Madonna di Lourdes. Tutti i nomi di Maria mostrano il grande affetto della gente verso la madre della vita e della speranza. Tutti i nomi della Madonna sono nomi che la gente dà secondo la situazione della vita. Però esiste solo una Madonna, quella che Dio scelse perché fosse la madre di Gesù, la madre del nostro Salvatore. Non è vero che Maria fa parte delle nostre famiglie? Quante ragazze, quante signore che sono qui , in mezzo a noi, hanno il nome della Madonna, Madre del cielo: Maria, Maria José, Anna Maria, Maria di Fatima, Maria Aparecida (patrona del Brasile), Maria di Lourdes, Maria das Dores ( dei Dolori, equivalente al nostro “Dolores”), Maria della Concezione (Concetta), Maria del Rosario, Maria dell’Annunciazione (Annunziata). Maria, la madre di Gesù, fa parte della nostra famiglia o meglio noi facciamo parte della famiglia di Maria, la madre di Gesù. In questo modo, noi siamo i fratelli , le sorelle di Gesù. E con questa intenzione, con questa volontà, con questo desiderio di restare vicino a Maria che vogliamo iniziare il nostro mese di Maggio, mese dedicato a Maria, la nostra madre del cielo. E ora mi piace proporvi, come preghiera, una litania:

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Maria, Madre di Cristo Liberatore, prega per noi; Maria, Madre di Cristo risuscitato e vivo in mezzo al suo popolo, prega per noi; Maria, Madre di tutte le comunità cristiane, prega per noi; Maria, Madre di tutti gli uomini che hanno cuore di povero, e sguardo puro, prega per noi; Maria, Madre degli affamati, dei senzatetto, degli emigranti, prega per noi; Maria, Madre dell’operaio della città e dell’uomo della campagna, prega per noi; Maria, Madre di tutti quelli che vivono nell’insicurezza, prega per noi; Maria, Madre dei disoccupati, delle vedove e degli orfani, prega per noi; Maria, Madre degli infermi e di chi vive nella solitudine, prega per noi; Maria, Madre di tutte le madri che portano il peso di una vita di sofferenza, prega per noi; Maria, modello delle donne di casa e delle madri di famiglia, prega per noi; Maria, esempio di servizio fraterno, prega per noi; Maria, che canti la libertà, prega per noi; Maria, che annunci il Dio che rovescia i potenti, libera gli oppressi, esalta gli umili, prega per noi; Maria, speranza degli oppressi e consolazione dei poveri, prega per noi Maria, che fai giustizia all’uomo offeso nei suoi diritti, prega per noi; Maria, avvocata di coloro che non hanno né voce né partecipazione, prega per noi; Maria, protettrice della gente che vive negli acquitrini e sulle palafitte, prega per noi; Maria, forza di quelli che vivono le beatitudini di Gesù, hanno fame e sete di giustizia e costruiscono la vera pace, prega per noi; Maria, regina della speranza e della pace, prega per noi. Con questa litania concludiamo il nostro incontro, la nostra preghiera. Che Maria, la Madre di Cristo, accompagni sempre la nostra vita. E per voi, una buona giornata.

DECIMO ANNIVERSARIO DELLA ISTITUZIONE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA

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E PACE Nel mese di Maggio 1993, l’Assemblea Legislativa dello Stato di Bahia tenne una speciale commemorazione del 10º anniversario della fondazione della Commissione di Giustizia e Pace dell’Arcidiocesi di Salvador. Paolo, che ne fu l’iniziatore e il responsabile, rispose con queste parole al discorso pronunciato dall’on. Nelson Pellegrino. Onorevoli Signori, Prima di tutto desidero ringraziare il deputato Nelson Pellegrino per la sua segnalazione e gli altri deputati per il consenso a concedermi questa distinzione. La ricevo anche a nome dei compagni della Commissione di Giustizia e Pace, dato che voi avete voluto rendere omaggio a coloro che, durante questi dieci anni, militando nella Commissione, hanno lottato in difesa dei Diritti Umani, a fianco di tutti quelli che la nostra società emargina. In questo momento desidero ricordare Dom Avelar che fu l’ideatore della nostra Commissione e Dom Lucas Moreira Neves, che è il nostro Presidente. Durante questi anni, noi della Commissione “Giustizia e Pace” abbiamo cercato di stare a lato di quelli che non hanno voce, di quelli che nella città sono obbligati a sopravvivere in baracche, in insediamenti illegali, senza sicurezza e nella fame, di quelli che nella campagna continuano a lottare per conquistare la terra, minacciati da assaltatori che molte volte sono appoggiati dalla polizia e dal potere giudiziario, dei lavoratori della canna da zucchero, veri schiavi del secolo XX. Vedo in questo riconoscimento un modo che questa Camera trova per rettificare momenti della sua storia quando essa non seppe appoggiarci nella difesa dei Diritti dei lavoratori rurali, delle vittime dell’ingiustizia: non dimostrò di essere la Casa del popolo. Naturalmente, mentre faccio questa affermazione voglio sottolineare l’atteggiamento costruttivo di difesa dei diritti umani di una minoranza di deputati, atteggiamento che merita il nostro riconoscimento e la nostra gratitudine. Dichiaro questo stimolato dalle parole del Profeta Isaia, che diceva: “Guai a coloro che chiamano male il bene e bene il male, cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, rendono dolce l’amaro e amaro il dolce... Guai a quelli che si lasciano corrompere per assolvere il colpevole e per far condannare l’innocente” (Is 5, 20.23). Dichiaro questo basandomi nei vari interventi fatti dalla Commissione “Giustizia e Pace”, che però non trovarono in questa Camera una risposta e un atteggiamento efficace. Per fare un esempio, ricordo la verifica dei crimini commessi nella Fattoria Sipa, nel comune di Lauro de Freitas, nel 1991, da Nelson Taboada e dal suo ‘capataz’ Valdemar Silva. In questo caso, l’Assemblea Legislativa non utilizzò i poteri costituzionali di cui dispone per obbligarli almeno a comparire per deporre di fronte alla Commissione d’Inchiesta che investigava sulle violenze commesse contro gli occupanti di quell’area. L’inoperosità di questo potere in relazione agli interessi dei lavoratori rurali apparve evidente nei diversi casi di violenza che hanno coinvolto le fattorie Engenho Novo (Simões Filho), Telha (Lauro de Freitas) e Petecaba (Candeias). Questa passività, però, non è privilegio del Legislativo. Nel caso della fattoria Petecaba è la Soprintendenza per lo Sviluppo dell’Industria e Commercio, una agenzia statale, quella che perseguita gli occupanti installati in lotti di terreno demarcati dallo stesso Interba, anch’esso organismo governativo. I danni lì comprendono la distruzione di baracche e di campi coltivati, minacce di morte e imprigionamenti illegali. Vedo questo riconoscimento come un impegno dei deputati per correggere questa mancanza, dando più importanza alle giuste rivendicazioni della gente. Siamo in un periodo turbolento della nostra storia, di scoraggiamento, di mancanza di fiducia nelle istituzioni, soprattutto nei politici. Il numero dei voti nulli nelle elezioni dimostra in modo molto chiaro la sfiducia della gente in quello che voi state facendo. Purtroppo il denaro speso

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da molti nella propaganda dimostra che il voto continua ad essere un giogo obbligatorio. Quello che vogliamo, che desideriamo è che questa situazione sia cambiata. Desideriamo che questa Camera ricuperi la sua dignità e la sua credibilità. Per questo è necessario che voi, che siete i rappresentanti del popolo, siate veramente servi del popolo, dato che voi siete pagati, e pagati molto bene, col denaro del popolo. Tutti noi che siamo qui non vogliamo che siano ripetute le parole di Isaia, che verso il 700 a. C. alzava, in nome di Dio, una voce di denuncia: “Guai a voi che fate leggi ingiuste per opprimere il mio popolo. Così negate la giustizia ai poveri e li private dei loro diritti; sottraete alle vedove e agli orfani i loro beni” (Is 10, 1-2). Vogliamo che la nostra voce sia, allo stesso tempo, critica all’ingiustizia, ma anche una voce che animi la speranza, secondo Isaia 65, 17-23: “Io sto per creare un nuovo cielo e una nuova terra. Non si ricorderà più il passato, non ci si penserà più. Gioite ed esultate per quel che creerò: una Gerusalemme entusiasta e un popolo pieno di gioia. Mi rallegrerò per Gerusalemme e gioirò per il mio popolo. Non si sentiranno più in essa pianti o grida di dolore. Non morranno più neonati e gli adulti avranno una lunga vecchiaia. Morirà giovane chi morirà a cent’anni. Se uno non arriverà a cent’anni vorrà dire che io l’ho punito. La mia gente costruirà case e le abiterà, pianterà vigne e ne mangerà l’uva. Non costruiranno più case perché un altro vi abiti, non pianteranno più vigne perché un altro ne mangi l’uva. Il mio popolo vivrà a lungo come un albero secolare. I miei fedeli si godranno il frutto del loro lavoro. Tutto quel che faranno riuscirà bene, non metteranno al mondo figli per poi vederli morire. Saranno un popolo benedetto dal Signore, essi e i loro figli”. È per questo che vogliamo lavorare, lottare. E davanti a voi vogliamo riaffermare l’impegno e rinnovare le richieste che già abbiano fatto perché questa Casa sia davvero la casa del popolo e voi gli amici, i servitori del popolo.

SALUTO PRIMA DI LASCIARE IL BRASILE

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Salvador Bahia , marzo 1971 - Don Paolo, insieme ad alcuni amici: al centro Delia Boninsegna (“ultimo nostro acquisto” ) che poi affiancherà don Paolo nella sua missione.

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Salvador Bahia 1972 – Paolo con don Giuseppe Ceccherini “Beppe” , sacerdote fiorentino nella casa di Alto do Perù

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Il 13 Agosto 1993, Paolo lasciò una prima volta il Brasile e tornò in Italia, per sottoporsi alle cure mediche necessarie per combattere il tumore dal quale era stato colpito. Prima di partire, incise questo messaggio di saluto. Oggi, mentre state ascoltando questo programma, io sto già viaggiando e ho lasciato il Brasile. Sto andando nella mia terra per sottomettermi a una operazione, per curare la mia salute. Ma ho voluto incidere questo programma per restare in mezzo a voi proprio fino alla fine. Se Dio vuole, da lunedì sarà il P. Edmundo, Parroco di Villa de Abrantes, ad assumere questo programma e la responsabilità della parrocchia di Camaçari. Auguro come sempre un giorno felice per tutti: che per tutti noi il giorno di oggi sia benedetto da Dio, che ognuno di noi oggi cerchi di incontrarsi con i fratelli, con quelli che condividono la nostra vita. Che oggi sia un vero incontro, un incontro di pace e di molta felicità. Ogni tanto nella nostra vita accadono cose che ci colpiscono molto: una malattia, la perdita di una persona cara, un incidente, qualsiasi cosa. Ma noi cristiani, anche se sentiamo queste deficienze e infermità, dobbiamo mantenere sempre il coraggio, la fiducia, perché Dio è Padre. Egli sta sempre al nostro fianco, non si allontana mai da noi anche quando noi ci allontaniamo da lui. Egli resta vicino a noi per darci la grazia, la forza, l’energia, il coraggio di cui abbiamo bisogno per non scoraggiarci di fronte alle difficoltà. Vorrei chiedere a Dio che tutti possiamo avere questo stesso coraggio. Siamo divisi ora da chilometri di distanza, ma penso che ogni volta che ci uniamo nella preghiera, quando stiamo pregando e ascoltando la Parola di Dio siamo vicini, perché Dio è al di là di ogni distanza e ascolta le nostre suppliche in qualsiasi posto siamo. Dio è Padre, non si allontana mai da noi e sempre ascolta le nostre preghiere, le nostre suppliche. Con molta fiducia dirigiamo a lui la nostra lode e anche il nostro ringraziamento, perché egli ha fatto cose meravigliose per noi. Talvolta non pensiamo a questo e pensiamo a Dio solo come a colui che deve offrirci qualcosa. L’importante per Dio è che noi seguiamo il suo esempio, che cerchiamo di spargere un po’ di amicizia, di amore, di comprensione, che cerchiamo seguire la sua bontà, dato che il nostro fine nella terra è appunto di costruire sempre di più nella nostra famiglia, nella nostra vita, attorno a noi, il Regno di Dio. Nella misura in cui il Regno di Dio sarà costruito, abbiamo la sicurezza e la garanzia che stiamo costruendo la felicità non solo per noi ma anche per tutti i nostri fratelli. È chiaro che il mio viaggio creerà un pochino di difficoltà. Ma credo che anche queste difficoltà siano fatti positivi, perché abituano la gente delle comunità ad assumere i propri impegni. Molto spesso noi aspettiamo troppo dagli altri. Il prete è qualcuno che aiuta, ma la comunità non è solo il prete: siamo tutti noi e tutti abbiamo una grande responsabilità per portare avanti il cammino dei Regno di Dio. Il P. Edmundo sarà abbastanza sovraccaricato, ma l’importante è che tutta la comunità gli sia vicina. Vorrei anzi chiedervi di avere con lui la stessa amicizia che avete avuto con me, che lo aiutiate dato che merita molto. Dirigiamo ora a Dio la nostra preghiera. Oggi è sabato, giorno dedicato a Maria, nostra patrona, nostra madre e madre di Gesù. Diciamo a lei il nostro amore perché ci aiuti a incontrare Cristo, come lei incontrò Cristo facendosi la serva del Signore: Ave Maria...

AGATA SMERALDA

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Fazenda Grande 1973 – Paolo con Don Alvar e Don Timoteo in occasione dell’inaugurazione della Scuola Professionale I° Maggio

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Il Progetto Adozioni a distanza “Agata Smeralda”, con base a Firenze, ebbe in Paolo un convinto sostenitore. Le sue riflessioni sul tema sono una traccia che egli ha lasciato per lo svolgimento di questo servizio, profondamente evangelico. Per il Natale, Paolo aveva preparato questo scritto, che fu pubblicato su “Toscana oggi” il 25 Dicembre 1994. “Andarono dunque senza indugio a trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, che giaceva nella mangiatoia” (Lc 2, 16). Da duemila anni noi cristiani ricordiamo l’incontro di un gruppo di poveri pastori, gli emarginati dell’epoca, con il Figlio di Dio, venuto da poco alla luce, nella mangiatoia di Betlemme. I pastori, ascoltando la voce dell’angelo, lasciarono il loro accampamento, la propria sicurezza, per ricevere un bambino... In quel tempo doveva essere uno scandalo per i ben pensanti che il Salvatore del mondo venisse in mezzo agli uomini, come un bambino, nuovamente uno che non contava, un emarginato. Dopo duemila anni, noi ricordiamo il Natale con musiche melodiose, in chiese riscaldate e illuminate, tra il lusso delle pellicce, dopo aver speso soldi in regali inutili, comprati in negozi addobbati per il Natale... e non ci accorgiamo che il Bambino Gesù non è lì. Perché anche oggi lui è un emarginato dalla società, ricusato dai cittadini per bene (come un emigrante, un extra comunitario), perseguitato dai potenti come lo fu da Erode. Celebrare il Natale non vuol dire ricordare solo un fatto del passato, commuoverci per il freddo e il gelo patiti allora dal Bambino Gesù, perché Gesù continua a morire di freddo e di fame in Bosnia, negli accampamenti palestinesi, di Aids e di fame in Africa, di denutrizione e di sterminio in America Latina. Celebrare il Natale vuol dire ripetere il gesto dei pastori, che vanno alla ricerca del Bambino per portargli dei doni. E come allora bisognerà avere il coraggio si ascoltare la Parola di Dio, uscire dalla propria comodità, dalla propria sicurezza, dal proprio “accampamento”, per cercare Gesù dove si trova. Si tratterà di fare un gesto di bontà, che coinvolge la nostra vita, che richiede una rinuncia, un sacrificio - per portare un po’ di gioia, un po’ di speranza a chi non conosce né gioia né speranza. Vi possiamo garantire che anche voi ritroverete una maggiore gioia e speranza, perché tutte le volte che un atto di bontà viene fatto qualcosa migliora in noi e intorno a noi. Voi che appartenete alla grande famiglia degli adottanti a distanza, pensate sempre che ogni aiuto che date a un bambino perché abbia una buona alimentazione, un nuovo vestitino, un sorriso gioioso, è un aiuto che date a Gesù, ripetete il gesto dei pastori, fate e celebrate il vero Natale. Un Natale forse diverso da quello che ci è proposto dalla società dei consumi, ma un Natale vivo, vero, perché sarà un incontro con Gesù vivo nei fratelli.

L’AVVENTURA CRISTIANA

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Salvador Bahia 1974 – Paolo con Mariuccia, moglie del fratello Francesco

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Durante il tempo trascorso in Italia, dal mese di agosto 1993 al momento della sua morte, Paolo ha lavorato alla stesura di uno studio sulla spiritualità cristiana. Utilizzando le sue conoscenze e la bibliografia che aveva potuto radunare in quelle circostanze, egli aveva cominciato a descrivere lo sviluppo della coscienza cristiana nelle sue diverse manifestazioni, a partire dalla predicazione e dalla testimonianza di Cristo e continuando con i diversi modi in cui il messaggio cristiano si era incarnato, era stato interpretato e, talvolta, travisato, nel corso dei secoli. Il testo, redatto in lingua portoghese, è rimasto interrotto al capitolo 50, dedicato alla “Chiesa sotto il potere dei signori feudali”. Riportiamo i primi cinque capitoli dell’opera, che offrono una sintesi del primo annuncio di Cristo e altri due, dedicati al fenomeno del monachesimo primitivo ed alla figura di un santo non molto conosciuto, Paolino da Nola. Il testo è stato tradotto in italiano senza apportare nessuna modifica, per lasciare tutta la freschezza della prima redazione, probabilmente non corretta o rivista dallo stesso autore.

1. Introduzione Durante venti secoli, uomini e donne hanno vissuto un’avventura che ebbe inizio quando Gesù di Nazaret chiamò alcune persone a seguirlo e, come nuovo popolo di Israele, a costruire il Regno di Dio. Quelli che erano stati chiamati compresero ben presto che seguire Gesù significa entrare – mossi dallo Spirito – in un “cammino” di fede, rinuncia, decisione ferma, ricerca del Regno, radicalità, preghiera impegnata, servizio. Compresero anche che il “cammino” conduce alla risurrezione attraverso la croce. I seguaci di Gesù vivono nel mondo, in un tempo, in luoghi determinati, e a partire da questa situazione hanno sempre cercato e cercano di rispondere alle sfide della vocazione cristiana, La loro fedeltà a Cristo, che è anche fedeltà al Regno, fu, è e sarà sempre vissuta in un modo diverso a seconda del tempo, del luogo e anche della personalità di ciascuno. Lo Spirito che toccò e fece i profeti è lo stesso che educa e muove coloro che sono stati scelti nel nostro tempo, con i loro doni differenti. Lo stile di vita assunto come risposta alla vocazione di Gesù di Nazaret fu chiamato “cammino”, “vita spirituale”, “vita ascetica e mistica” (1), “spiritualità” (2). Alcuni seguaci di Cristo diventarono maestri, orientatori per gli altri. Alcuni crearono scuole di vita spirituale, formarono fraternità, fondarono ordini religiosi. La maggioranza, i cui nomi sono scritti nel cielo (Lc 10,20), non lasciò nessun ricordo registrato della propria avventura cristiana, se non nella religiosità e spiritualità popolare che, arricchite da eredità anteriori al cristianesimo (3), continuano a suscitare “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani” (Ap 7,9). Nello stesso modo in cui esiste una sensibilità e una cultura teologica, diffusa in tutta la comunità cristiana, esiste anche un’esperienza di Dio, che si estende alla comunità umana e che produce, in ciascuno e in tutti, una competenza spirituale, una sapienza di vita (4). Naturalmente la storia – sempre scritta da coloro che detengono il potere – conserva la memoria di Santi Papi, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e Religiose. La vita di ogni giorno, la vita normale delle famiglie, dei poveri, degli ultimi, è dimenticata, non presa in considerazione (5). Pochi sono i “laici” proclamati santi; ancora di meno gli sposati (6). Ma, senza dubbio, arrivando in Paradiso, avremo sorprese gradevoli anche in questo punto. Il maschilismo entra anche in questo campo. E’ interessante notare che, nel calendario eccle-

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siastico, mentre i santi uomini sono definiti per la loro funzione propria (vescovo, pastore, confessore, martire), le donne sono definite nella maggioranza in relazione al sesso e all’uomo (vergine, vedova); la relazione della donna con Dio è quindi definita dalla sua relazione sessuale con l’uomo e attraverso le strutture patriarcali della famiglia e della Chiesa (7). Lungo la storia si formarono diverse scuole di spiritualità. Ancora prima dell’epopea dei monaci e delle monache del deserto, gruppi di uomini e donne accompagnarono un maestro nella sua maniera di vivere l’avventura cristiana. Ricordiamo così, tra le altre, la spiritualità che ebbe come ispiratori e ispiratrici Basilio, Macrina, Agostino, Girolamo, Benedetto, Scolastica, Gregorio, e quindi Francesco, Chiara, Ignazio… E’ importante mettere in risalto che nessuna risposta – nessuna spiritualità – può esaurire tutta la ricchezza che il Vangelo suscita nei discepoli e nelle discepole… Per questo, nessuno potrà pensare che la sua maniera di rispondere alla chiamata di Cristo, attraverso lo Spirito Santo, sia l’unica e la migliore. Ciascuno dovrà realizzare il proprio “cammino”, sempre in comunione con i fratelli, e ammirare i “cammini” degli altri, riconoscendo che lo Spirito Santo è presente ed opera anche in essi. Ricordando il passato, la storia, capiamo come la Buona Novella ha spinto uomini e donne a dare una risposta specifica per quel luogo e in quel tempo, e siamo sfidati a dare anche noi una risposta “nostra” oggi e qui. 2. Gesù di Nazaret ha fatto una proposta di vita. Gesù è vissuto in un paese e in un’epoca determinati. In quel tempo, la Palestina era dominata dai romani. Essi esercitavano il loro potere attraverso persone di fiducia, che godevano di una certa autonomia, ma che dovevano avere una fedeltà profonda agli interessi romani. La dominazione dei romani diventava sempre più insostenibile. Il governo locale, il Sinedrio, nelle mani degli anziani, dei gran sacerdoti e degli scribi, doveva servire per occultare e rendere meno pesante la dominazione romana. Ma la gente capiva sempre di più che i suoi dirigenti erano a servizio dell’impero, degli oppressori. L’uomo della campagna diventava sempre più povero, i governatori rubavano quello che potevano, le imposte erano alte (1a), aumentava la mancanza di rispetto per la religione dei giudei… Tutto questo provocava la rivolta, e vari movimenti di ribellione furono repressi dai romani. In questa situazione, aumentava sempre di più la miseria della gente. Oltre alle imposte ricevute dai romani, c’erano 24 tipi di tributi per finalità religiose. Naturalmente, tutte queste imposizioni ricadevano sulle spalle della maggioranza, i più poveri, e alimentavano la ricchezza e il lusso dei più ricchi, della minoranza. Nella famiglia, chi aveva una autorità totale era il padre. Il marito era il padrone della moglie. La moglie era considerata inferiore all’uomo in tutto. La moglie diventava proprietà del marito, ma non schiava. Il diritto di ripudio era quasi esclusivamente del marito. La nascita di un figlio maschio era considerata una benedizione, mentre la nascita di una bambina era un segno di castigo (2a). Il celibato era completamente al di fuori della mentalità corrente. Il popolo, la sua vita e le sue attività, avevano come centro e riferimento la religione. Davanti alla legge di Dio e del tempio, i giudei avevano atteggiamenti diversi. C’erano tre gruppi principali: i farisei, i sadducei e gli esseni. I farisei erano la forza rinnovatrice della religione, volevano che la Legge fosse praticata in tutti gli aspetti della vita pubblica e privata. Alcuni di loro si giudicavano superiori a quelli che non conoscevano la Legge, che essi chiamavano “gente del popolino”. In questa realtà segnata dal peccato, all’interno della loro propria comunità, e dall’oppressione dei romani, il popolo manteneva la speranza in Jahvè, che avrebbe inviato un “unto”, o Messia,

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per liberarlo. La gente viveva questa speranza con i piedi in terra e sognava la venuta del Messia, come garanzia di un futuro di pace molto concreta, quando “sederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà” (Mi 4,4). Tutto questo naturalmente garantito dalla vittoria sui romani, in una società che avesse un re che avrebbe amministrato con giustizia e competenza. In questa situazione Gesù visse e presentò il suo progetto (3a). “Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: ‘Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua’” (Mc 8,34). Egli chiamò un gruppo DISCEPOLI. Marco insiste nel sottolineare che i Dodici non sono chiamati prima di tutto per una missione, ma invece “che stessero con lui” (4a). Dai suoi seguaci Gesù esigeva, e continua ad esigere, la radicalità, cioè il rinunciare agli affetti, alla famiglia, alle ricchezze, alla sicurezza. Esigeva l’indissolubilità del matrimonio, l’amore ai nemici, suggeriva il celibato per il Regno di Dio. Gesù valorizzò la donna, il bambino, il povero, il peccatore, valorizzò giustamente quelli che la società e la religione emarginavano… E’ interessante notare che Gesù non presentò mai la donna come qualcosa di cattivo, in nessuna parabola rappresentò la donna in una visione negativa, non mise mai i suoi discepoli in guardia sulla tentazione che una donna poteva provocare. In questo modo, Gesù si distanziava dalla mentalità corrente, dagli scribi giudei (5a) e dalla maggioranza dei maestri religiosi che erano vissuti prima e vissero dopo di lui, orientali e occidentali. Agendo così, Gesù ignorava anche le affermazioni di disprezzo sulla donna, che si trovano nelle Scritture (Eccl, 25-30; Sap 19,2; 22,3 e 42,14). Il fatto che Gesù ammettesse donne al suo seguito era un comportamento molto scandaloso nell’ambiente palestinese e nella mentalità dell’epoca. Questo spiega il cambio che gli evangelisti operarono nel ruolo ricoperto dalle donne nella risurrezione di Cristo, per correggere “l’atteggiamento errato” del Maestro. I Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), più antichi, raccontano che le donne ricevettero l’annuncio pasquale e furono incaricate di trasmetterlo agli altri discepoli. Già nel Vangelo di Giovanni, posteriore ai sinottici, le donne non hanno ricevuto l’annuncio pasquale al sepolcro e non hanno avuto il coraggio di entrare in esso: sono andate rispettosamente a dare la notizia a Pietro e al discepolo amato, perché fossero essi i primi a testimoniare il sepolcro vuoto. Finalmente, Paolo trasmise la formula ufficiale del Credo e in essa si dichiara che “Cristo morì, è risuscitato, apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1 Cor 15,3-5). Non si parla più delle donne che, senza dubbio, erano state le prime testimoni di tutti questi fatti. Però la loro testimonianza era considerata senza valore, poteva essere persino controproducente e quindi si pensò più conveniente che il loro posto fosse occupato da Cefa e dai Dodici (6a). Gesù volle che i suoi seguaci radicali vivessero IN COMUNITA’. La comunità di Gesù è il nuovo popolo di Israele; per questo egli scelse i dodici apostoli, continuatori dei dodici patriarchi, segno di riferimento per il nuovo popolo. Il suo progetto comunitario va contro le parole di Caino: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gen 4,8). La comunità è orientata dalle parole di Gesù, che raccomanda: “Amatevi gli uni gli altri”, ricordando che tutto quello che faremo al più piccolo dei nostri fratelli lo avremo fatto a lui. La comunità è segnata soprattutto dall’esempio di Cristo, che dà la sua vita per gli uomini, che lava i piedi dei suoi discepoli. Come segno, Gesù ricorda che quando due o tre persone saranno riunite nel suo nome, egli sarà presente. Lo Spirito Santo, iniziatore e creatore della comunità cristiana, fu ricevuto con i suoi doni, quando i discepoli erano riuniti. Gesù chiamò un gruppo di seguaci radicali perché vivessero in comunità, IN MEZZO AD UN MONDO INGIUSTO. Fin dall’inizio della sua missione, egli ebbe coscienza di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia, dal peccato, e che ha bisogno di conversione. Non ha avuto paura di denunciare i ricchi e predicò chiaramente che il bene della persona sta al di sopra di tutto, anche delle leggi religiose più sacre. Per questo curò, in modo provocante, l’uomo dalla mano paraliz-

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zata, di sabato (Mt 12,9-14). Nella purificazione del tempio, espellendo i commercianti, denunciò la falsità e l’egoismo che si erano introdotti nel culto e nel tempio (Gv 2,13-22). Fin dall’inizio la predicazione di Gesù fu profondamente segnata dall’annuncio che sarà sempre centrale: “Il tempo è compiuto e il REGNO DI DIO è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc1,15). Senza dubbio, la parola Regno favoriva l’ambiguità (rafforzando la speranza materialista dei giudei). I vangeli ci offrono esempi di questo: Gesù fu crocifisso perché aveva affermato di essere il “re dei giudei”; la moglie di Zebedeo sollecitò degli incarichi di fiducia per i suoi figli, nel Regno; finalmente, quando Gesù entrò a Gerusalemme, la gente gridò e lo salutò come re e successore di Davide… ed egli non la corresse. Il Regno annunciato da Gesù non è solo spirituale, e il suo contenuto politico minacciava le autorità politiche e religiose, le quali, per questo, vollero difendere il proprio potere con la morte del “sovversivo”. Per le parole di Gesù, il Regno è qualcosa che deve venire, ma che è anche vicino. Significa una nuova relazione con Dio e con gli altri. Il Regno non è il risultato del lavoro degli uomini, ma della grazia di Dio, che però esige la collaborazione degli uomini. Il Regno non è descritto, ma annunciato con immagini (Nuova Alleanza, seme, fermento, raccolto, grande banchetto, nozze reali). E’ il Regno della giustizia piena, della libertà, dell’amore, della riconciliazione universale. Il Regno è il tempo della salvezza, della realizzazione, del perfezionamento, della presenza di Dio. Il Regno è beatitudine per i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati, ed è però cattiva notizia per i ricchi, i soddisfatti, gli accomodati… Nel contesto di Israele, Gesù fu un “politico” molto più rivoluzionario, con il suo messaggio religioso, degli zeloti, con la loro attività più direttamente rivolta alla sovversione. Gesù chiese ai suoi seguaci di VIVERE I VALORI ALTERNATIVI DEL REGNO. Egli non chiese che compissero determinati obblighi, ma che fossero sale della terra e luce del mondo. Ricordò che una persona diventa impura non per quello che viene da fuori – vestito, cibo, professione, classe sociale – ma per la coscienza, che crea i progetti e dà una direzione alle cose (Mc 7,14-23). Egli vuole che i suoi seguaci vivano nel mondo senza appartenere al mondo (Cfr. Gv 17,15-16), 3. Quali sono i valori del Regno? Il discepolo di Gesù di Nazaret è orientato dalla logica della gratuità, della generosità e non della equivalenza: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Le parabole della misericordia ricordano non solo la bontà di Dio, ma la bontà che deve guidare il cristiano (Mt 18,23-25). Per il seguace di Cristo, l’essere umano è al di sopra di tutto. Con le guarigioni operate di sabato, Gesù mostrò, in maniera provocatoria, che la religione, nella misura in cui si dimentica dell’uomo, diventa una religione falsa (Mc 3,1-6; 7,9-13). “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20). Per questo Gesù pose l’amore del prossimo al di sopra di tutto (Mt 25,31-46). Le guarigioni che Gesù operava erano segni della bontà di Dio, segni che il Regno stava arrivando. Gesù, uomo di orazione profonda, si mantenne fedele per tutta la vita alla preghiera del suo popolo. La sua preghiera non era alienante: raccomandò di pregare ed insegnò il Padre Nostro come modello, come orientamento. Insegnò che pregare non significa ripetere parole, poiché Dio sa di che cosa abbiamo bisogno (Mt 6,7-15). Le nostre preghiere non sono fatte per fornire informazioni a Dio, ma per ravvivare la coscienza che tutto viene da lui e da lui deve essere attinto. Giovanni Crisostomo diceva che la preghiera “non è perché tu insegni a Dio, ma perché Egli si abbassi fino a te, affinché, con la frequenza della supplica, tu gli diventi familiare, tu ti

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umili, tu ricordi i tuoi errori” (1b). La preghiera è dialogo con Dio, di qualcuno che loda, ringrazia il Signore, cerca di scoprire la Sua volontà e tenta di compierla, e dopo presenta le sue richieste. Come segno, esiste un modo di verificare se la preghiera è autentica: essa deve essere promotrice del Regno di Dio (2b). La preghiera è l’unico atteggiamento che, essendo proprio dell’uomo, dato che abbraccia tutta la sua esistenza e tutte le sue relazioni con Dio, rende l’uomo più cosciente di sé e della sua natura, avvicinandolo di più a Dio, fino a raggiungere l’unità con Lui. Un’altra caratteristica del Regno è la rinuncia ad ogni tipo di dominio. Accettare Dio come l’unico Padre significa sovvertire criticamente tutte le strutture di dominio, anche quelle patriarcali (Mt 23,8-12). Gesù ha dichiarato che un bambino è il più grande nel Regno (Mt 18,1-4); ha condannato il dominio intellettuale degli scribi e dei farisei, che impedivano agli uomini di entrare nel Regno (Mt 23). Ricordando il suo esempio – “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” – chiese che tra i suoi seguaci la relazione fosse di servizio (Mc 10,42-45). Finalmente, nell’ultima cena, prima di consegnarsi come vittima, Gesù lavò i piedi dei discepoli, insegnando che, “come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,1-17). Noi ripetiamo sempre che Gesù, nell’ultima cena, ha usato la “stola” come sacerdote, dimenticando che ha usato anche il grembiule del servo. Altra caratteristica dei discepoli deve essere la corresponsabilità, la collegialità. Nella comunità, i problemi sono di tutti e la loro soluzione deve essere affrontata da tutti. (Mt 18,15-20). Quello che ci deve essere, prima di tutto, è la comprensione e il perdono, la ricerca della pecora perduta (Mt 18,10-14). La riconciliazione deve essere intesa come esercizio specifico per la vita comunitaria. Nella comunità non ci dovrà essere monolitismo né centralismo e neppure uniformità, ma una profonda passione per l’unità (Mc 9,38-40: Gv 17,20-23). I seguaci di Cristo dovranno rinunciare ai beni, alla ricchezza, alla sicurezza: i missionari non devono portare borsa né bisaccia (Lc 10,4): devono rinunciare ad ogni tipo di violenza: per questo non avranno sandali (per fuggire) né bastone (per difendersi). I cristiani compresero molto bene i messaggio di umiltà che Gesù ha trasmesso con la sua vita e la sua morte. Nelle loro riunioni liturgiche, fin dai primi tempi, usavano un inno che, in seguito, fu inserito nella lettera ai Filippesi:

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil, 2,5-11).

Tutti coloro che partecipavano alle riunioni della comunità e cantavano questo inno, e tutti coloro che leggevano la lettera, capivano molto bene il legame tra “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” e “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte

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di croce”, dato che la crocifissione era la punizione degli schiavi e, come tale, il simbolo della umiliazione, della vergogna e delle torture estreme. In modo che la morte era affrontata come l’ultima e amara conseguenza dell’ ”assumere la condizione di servo”. Per questo, proclamare il Messia crocifisso significava affermare la “solidarietà” dell’amore di Dio con le sofferenze di tutti quelli che sono torturati e uccisi dalla crudeltà degli uomini. Significava anche assumere l’impegno di “avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, impegno di solidarietà con le sofferenze dei fratelli, nella fiducia che, come il Padre ha esaltato Cristo contro tutte le attese, a partire dal suo abbassamento, così il Padre esalterà i cristiani, a partire dal loro abbassamento liberatore. Ireneo, in polemica con i cristiani che volevano conservare le tradizioni dei giudei, diceva: “Cosa ha portato di nuovo Cristo? Egli ha portato ogni novità capace di rinnovare l’uomo e il mondo”. Il cardine di questa novità è la nuova relazione che si stabilisce con Dio, la nuova Alleanza, l’Alleanza dello Spirito che rinnova l’uomo da dentro, rendendolo figlio (Gal 4,4ss; Rm 8,15). Con questa nuova relazione resta abolita la vecchia religione e le sue manifestazioni, come il culto e tutto quello che è cultuale: sacerdozio, tempio, altare, sacrifici, etc. Si inaugura il culto definitivo, in Spirito e Verità. Sarà la vita delle persone, integrate in solidarietà e fraternità, il tempio nel quale si offre il vero culto al Padre (3b). La conseguenza immediata di tutto questo è la libertà. La libertà che Gesù ha avuto davanti agli interpreti ufficiali della legge non si presta a equivoci. I farisei, gli scribi e i sadducei sono stati attaccati da Gesù come classe dominante, che teneva indebitamente il potere di interpretare la legge. Gesù condannò la loro funzione sociale, volle spezzare il loro potere, e in questo mostrò chiaramente la radicalità della sua libertà. La sua ribellione contro i maestri della legge fu una ribellione in favore dei piccoli (4b). 4. “Beati voi, poveri” (Lc 6,20). La buona novella annunciata ai poveri (Lc 4,18-19) e le beatitudini si inseriscono nella grande tradizione biblica che ha nell’Esodo il suo momento forte. Il termine “povero” nei Vangeli non si riferisce esclusivamente a quelli che erano sprovvisti economicamente, ma senza dubbio li include. Nella Palestina del tempo di Gesù, i poveri erano, prima di tutto, i mendicanti. Essi erano i malati e gli storpi, che ricorrevano alla mendicità perché non avevano la possibilità di essere impiegati e non avevano parenti che potessero e volessero mantenerli. Poi c’erano le vedove e gli orfani. Tra gli economicamente poveri erano inclusi anche gli operai giornalieri non qualificati, che si trovavano frequentemente disoccupati, e i contadini che lavoravano la terra. In generale, la sofferenza dei poveri non era la privazione e la fame assolute, ma invece la vergogna e il disprezzo. Quelli che erano economicamente poveri dipendevano totalmente dalla “carità” degli altri. Per un orientale, più ancora che per un occidentale, questo era e continua ad essere terribilmente umiliante. Nella società ebraica, ogni persona che, per qualsiasi motivo, si allontanasse dalla legge e dai costumi tradizionali della classe media (gli istruiti e i virtuosi, gli scribi e i farisei) era trattata come inferiore, come classe bassa. I peccatori erano una classe sociale ben definita, la stessa classe sociale dei poveri nel senso più ampio della parola. E non c’era in pratica nessuna via di uscita per il peccatore: egli restava per sempre come peccatore e come conseguenza era emarginato dalla società. Anche i malati erano considerati peccatori e, per questo, dovevano essere emarginati, dato che si pensava che le malattie, le disgrazie erano mandate da Dio come castigo per il peccato. Gesù non era, per nascita e per educazione, uno dei poveri ed oppressi, ma si mescolò con gli ultimi degli ultimi e si identificò con essi (1c). Gesù mostrò, con alcune parabole, la nuova prospettiva del Regno di Dio dato ai poveri.

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Oggi, dopo secoli di cristianesimo, siamo ancora agli inizi, nel tentativo di capire pienamente quello che significa “Dio sceglie i poveri”. Questa prospettiva suscitava – e suscita ancora oggi – reazioni di sorpresa e di perplessità. Per prevenire queste reazioni o resistenze, Gesù raccontò due storie, quella degli operai chiamati a ore differenti per il lavoro nella vigna (Mt 20,1-16) e quella del padre e i due figli (Lc 1,511-32). In questo modo, Gesù presentò l’immagine di un Dio che è radicalmente buono e libero non solo per dare dove non ci sono diritti, ma anche per crearli. La bontà di Dio dà fondamento ai diritti di ogni essere vivente, che è scelto non perchè buono e capace, ma perché Dio lo scegli gratuitamente. Non è molto importante stabilire se Gesù dichiarò: “Beati i poveri in spirito” o “Beati voi, poveri”. L’importante è percepire che i poveri sono beati perché Dio, fin da ora, si impegna a stabilire il suo Regno di giustizia e di pace, al fine di favorirli. Finalmente, Gesù partecipò alla condizione dei poveri nella forma della morte in croce. Fa l’ultima conseguenza della sua fedeltà nella solidarietà: fedeltà a Dio fino in fondo, restando solidale con la storia umana, che è fatta di malati, deficienti, bambini, peccatori, emarginati, molte volte in condizioni sub umane, a causa del peccato (2c). Tutto questo presuppone una certa parzialità evangelica, una preferenza, senza escludere dalla chiamata alla conversione e dalla perfezione nessuna persona e nessun popolo. Gesù fu sempre libero, andava in molti luoghi, pranzava con i ricchi, pernottava in casa di Lazzaro, saliva sulla montagna e prendeva la barca nel lago, predicava in Galilea, in Giudea o a Gerusalemme, ma restava con l’intelligenza, con il cuore e con la pratica al lato dei più bisognosi (3c). Nel capitolo 25 di Matteo, Gesù si identifica con il povero, con l’oppresso. Nei sinottici, Gesù si identifica con le persone che non avevano valore per la società (Cfr. Mt, 18,5; 11,28; Mc 9,37; Lc 9,48; 10,16). In Mt 11,25-27, Gesù loda il Padre che nasconde la sua rivelazione ai saggi farisei e si manifesta alla gente da poco (4c). 13. Sono fuggiti dalle città per protestare. Nel tempo della persecuzione dell’imperatore Decio, nel 250, molti cristiani di Egitto fuggirono dalle città e si addentrarono nel deserto. Quando la persecuzione terminò, non tutti tornarono a casa, convinti che il deserto fosse il luogo più adeguato per la vita perfetta. Quando più tardi la pace di Costantino e la conversione in massa del mondo pagano abbassarono il tono eroico della vita cristiana, quando cominciò l’epoca della stabilizzazione e dell’organizzazione della Chiesa, molti fedeli andarono ancora un volta nel deserto, per mantenere alto il livello morale, ereditato dal tempo dei martiri. Andarono nel deserto, in luoghi separati dal mondo, per protestare contro il rilassamento dei costumi cristiani che seguì la pace costantiniana. Andarono nel deserto, al margine dell’istituzione ecclesiastica, per ricordare a tutti che i cristiani devono vivere nel mondo senza appartenere al mondo. Questi cristiani furono chiamati monaci (1d). Il monachesimo non fu mai dominio esclusivo degli uomini, ma anche qui notiamo l’influsso del maschilismo. Si parla molto di Antonio (morì nel 356, all’età di 105 anni), che visse gli ultimi anni della sua vita non lontano dal Mar Rosso, nel monte Kolzim, ai piedi del quale si formò un grande colonia di eremiti. Ma non si parla di una sorella di Antonio che divenne punto di riferimento e incentivo per la vita monastica femminile, che si sparse con molta rapidità. La seconda coppia che deve essere ricordata è Pacomio (292-356) e sua sorella Maria. Fino alla fine del secolo 4°, l’Egitto, dove era nato il movimento, era pieno di eremiti, monaci e monache. Si calcola che ci fossero fino a 20 mila monache in Egitto, 10 mila solo in Ozyrrynchus, nell’Egitto centrale.

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Salvador Bahia 1974 – Celebrazione eucaristica a Fazenda Grande

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Monaci e monache cercavano nella vita monastica una partecipazione mistica dell’esperienza dei martiri. Credevano che la perfezione cristiana si conseguisse nel martirio; ora, chi non si aveva la possibilità di spargere il proprio sangue per Cristo, poteva affrontare il martirio – senza spargimento di sangue – della vita ascetica. Fuggendo da una società profondamente corrotta, i monaci avevano la certezza che sarebbero stati di Dio, nella misura in cui si fossero allontanati dal mondo. Chiesero un giorno all’abate Arsenio: “Perché ti sei allontanato da noi?”. Egli rispose: “Dio sa che vi amo, ma io non posso stare nello stesso tempo con Dio e con gli uomini”. Gli scritti dell’epoca affermano che i monaci conducevano una vita angelica, perché vivevano una esistenza celestiale nella ricerca di Dio, nella lode continua e nel distacco dalla terra. Erano considerati profeti perché manifestavano un messaggio di penitenza e di perdono, di speranza e di vigilanza; ricordavano ai cristiani distratti che tutti sono in cammino verso la vera patria. Essi conducevano una vita evangelica perché l’esempio e la dottrina del Maestro era la loro unica norma. Erano apostoli perché lasciavano tutto per restare sempre vicino a Gesù e per seguirlo ovunque nella rinuncia più completa e nell’amore più devoto. Infine erano testimoni perché per amore di Dio proclamavano agli uomini la veracità del Vangelo, la possibilità della sua osservanza radicale con l’aiuto del Signore onnipotente. I monaci, con la loro vita, ricordavano a tutti i cristiani le esigenze fondamentali della vocazione cristiana, affermavano che la vita nella terra è passaggio per il Regno definitivo, proclamavano la necessità dell’imitazione di Cristo, del distacco e della mortificazione, l’impegno del dialogo amoroso con il Padre, il desiderio della venuta del Regno e del trionfo finale di Dio. *** Senza dubbio, i monaci, che iniziarono la loro esperienza in Egitto, erano influenzati dall’ambiente spirituale che si viveva in Alessandria. Questi uomini che affrontarono il deserto davano una grande importanza alla conoscenza, alla purificazione continua, valorizzando l’anima con un certo disprezzo del corpo, per giungere alla contemplazione di Dio. E fu soprattutto Origene che influenzò la spiritualità monastica. Il disprezzo dei monaci per il corpo rifletteva la tradizione filosofica dell’epoca, che affrontava il corpo nella sua inclinazione per il peccato (2d). Questi uomini cercavano la unione con Dio nella rinuncia, nell’a umiltà, nel silenzio, nell’orazione, coscienti che stavano conducendo una lotta contro il demonio. Per i monaci, il deserto era un rifugio lontano dalla corruzione delle città, nel ricordo della bontà di Dio, che condusse il suo popolo attraverso il deserto, per realizzare l’alleanza – e quindi era il luogo dell’incontro con Dio – ma era anche l’abitazione dei demoni e proprio nel deserto i monaci affrontavano Satana per vincerlo nel suo territorio, continuando l’azione redentrice di Cristo (Cfr. Mt 4,1-11) (3d). Nel deserto i monaci furono tentati dalla lussuria, dall’avarizia, ma anche dallo sconforto, dal disgusto, furono tentati di lasciare il deserto. Nella misura in cui riuscivano ad acquistare fermezza di fronte alle tentazioni, diventavano adatti per la contemplazione. I monaci del deserto ci hanno lasciato più la testimonianza delle loro lotte contro i demoni che della contemplazione legata alla preghiera. Le frasi dei padri del deserto parlano dei fenomeni mistici con molto pudore: “Un certo fratello andò nella cella dell’abate Arsenio in Cetia. Guardando dalla finestra, vide l’anziano come in mezzo al fuoco (il fratello era degno di questo spettacolo). Quando bussò alla porta, l’anziano venne ad aprire e vide il fratello completamente trastornato. Gli disse: “E’ da molto che stai bussando? Hai qui visto per caso qualcosa?” L’Altro rispose di no. E allora conversò con lui e lo rimandò (4d). Poche volte i padri del deserto erano ministri ordinati (5d), dato che avevano una grande resistenza, ispirata dall’umiltà, a ricevere gli ordini (6d). Però in ogni monastero c’era un presbitero

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per presiedere alla liturgia oppure uno era chiamato da un luogo vicino. Essi, che erano andati nel deserto per santificarsi, erano convinti che nessun genere di vita e neppure i posti santificano. Per questo raccomandavano: “Per santificarti, cambia l’anima, non il posto”. Madre Sincletica diceva: “Molti vivono in montagna e si comportano come quelli che vivono in città e si perdono. E’ possibile, vivendo in mezzo alla folla, essere solitario nel pensiero e, vivendo solo, vivere in mezzo a una folla con il pensiero” (7d). Alcune direttrici orientavano il loro cammino di ricerca della perfezione. La prima era che le persone si formano vivendo con gli altri. Quando un novellino arrivava nel deserto, non poteva istallarsi come voleva e dove voleva; doveva, innanzitutto, esercitarsi alla scuola di un “anziano”. Doveva aprirsi con lui e manifestargli tutti i pensieri che si agitavano in lui. Con l’anziano, imparava a “discernere gli spiriti”, era cioè aiutato a percepire, in quello che sentiva, in quello che faceva, quello che è ispirato da Dio o dal demonio o dalle passioni o illusioni. Solo dopo essere diventato “uomo spirituale” avrebbe potuto distaccarsi dall’anziano e andarsi a istallare in un luogo diverso. Era combattuta ogni forma di autoritarismo, come qualcosa che viene dal demonio, e il discepolo aveva una giusta libertà (8d). Un monaco chiese all’abate Poemen: “Alcuni fratelli vivono con me; vuoi che dia degli ordini?”. Egli rispose: “No! Diventa per loro un modello, non un legislatore” (9d). L’autorità massima per questi uomini e donne si trovava nella Parola di Dio, presente nella Bibbia e nell’anziano che interpretava e attualizzava la volontà del Signore. Accogliendo la parola di Gesù, che invita a seguirlo rinunciando “ a tutti i suoi averi” (Lc 14,33), i monaci lasciavano le persone, le cose, i lavori, gli stili di vita e i progetti incompatibili con la volontà di Dio. Quanto più ci familiarizziamo con la vita di Sant’Antonio – scriveva Bouyer – percepiamo che la finalità, il senso della vita monastica è vivere l’affermazione di San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). La penitenza, la santità, il cielo, la perfezione morale o religiosa, la vita contemplativa non riescono ad esprimere, nella sua pienezza, il senso della vita monastica, senza questo proposito di vivere la vita di Cristo”(10d). “Monaco” deriva dalla parola greca “monos”, che significa solo, solitario, isolato, indica qui colui che è votato all’unità, poiché il monaco cerca l’unità in un dialogo continuo con Dio, e per questo si allontana dagli altri. Secondo la dottrina di Platone, il filosofo deve vivere solo, per non essere distratto. 29. Sposato, monaco e vescovo. In un periodo ricco di personalità significative per la Chiesa, Paolino di Nola merita un risalto tutto particolare. Purtroppo abbiamo poche notizie su di lui e ancora meno su sua moglie Terasia, ma a partire dagli scritti e dalla corrispondenza che egli mantenne con Agostino, Martino di Tours e Suplicio Severo, scopriamo un esempio di matrimonio fuori serie e una maniera molto originale di vivere la spiritualità coniugale (1e). Nato da un ricchissima famiglia senatoriale nel 354 in Francia, percorse una carriera promettente. Giovane senatore, a ventiquattro anni era console, l’incarico politico più alto dopo l’imperatore. Nel 381 era governatore della Campania. In questa epoca entrò in contatto con la città di Nola e con il culto ivi praticato al martire Felice (2e). Questo fatto segnò profondamente la sua vita. Due anni dopo lasciò la brillante carriera politica. Fu in Spagna che conobbe Terasia. In lei trovò la compagna amabile che ebbe influenza decisiva nel matrimonio, nella vita, nelle scelte importanti che presero insieme. Ambrogio, vescovo di Milano, in una lettera, dichiarava: “Seppi di Paolino che vendette i beni

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suoi e della sposa per distribuirli ai poveri… Dicono che scelse la solitudine della città di Nola, per passare lì il resto della sua vita, lontano dai tumulti del mondo. La sposa non fu inferiore a lui per virtù e generosità di propositi… Non avendo figli, allevarono una posterità con le opere buone” (3e). Senza dubbio le decisioni della coppia furono causate anche da esperienze dolorose, come la morte dell’unico figlio, Celso, otto giorni dopo la nascita. Più o meno nell’anno 393, dopo aver ricevuto il battesimo, Paolino cominciò con Tarasia una vita nuova, un’esperienza di vita monastica. Alcuni anni dopo, cedendo alle insistenze della comunità di Barcellona, fu ordinato presbitero. In seguito, la nostra coppia formò una piccola comunità monastica a Nola, insieme con altre coppie, Turzio e Avita con i figli già grandi, Piniano e Melania con la madre Albina. Mentre il primo piano del monastero era riservato alla vita comune, “il piano terreno rimane sempre aperto ai bisognosi, in modo che noi, che viviamo sopra, possiamo offrire ai poveri ogni assistenza e alimento, mentre essi, con i loro meriti, alleviano le nostre ferite spirituali: noi ci prendiamo cura fraternamente dei loro corpi, essi, con la preghiera, garantiscono la salvezza della casa nella quale sono ospitati” (4e). Naturalmente alcuni autori scrissero che, nel monastero, Paolino visse con la sua sposa in perfetta castità e rigorosa ascesi monastica (5e), ma alcune espressioni dei suoi poemi sollevano dubbi su queste affermazioni, almeno un poco gratuite. In un poema dedicato alla sposa, Paolino esprimeva tutto il suo amore e affetto: “Ti prego, compagna inseparabile della mia vita, doniamo al Signore la nostra corta esistenza, piena di preoccupazioni::: Ringrazierò sempre il Signore e a lui darò onore; la lode del Signore fiorirà sempre nella mia bocca. E tu, cara compagna, che Dio ha collocato come aiuto per me infermo, preparati con me per la battaglia della vita. Frenami con ogni sollecitudine se mi percepisci orgoglioso, consolami se mi percepisci scoraggiato. Dobbiamo essere, uno per l’altro, esempio di vita pia. Sii tu il guardiano del tuo guardiano. Sosteniamoci a vicenda. Alzi quello che cade, rafforzati da quello che si alzò, non abbiamo in comune solo la stessa carne, ma anche la stessa mente e uno stesso spirito alimenti due anime” (6e). La coppia era unita in un amore forte e divino, maturato nel tempo, nella sofferenza e nella pratica quotidiana della vita spirituale. A Terasia Paolino dedicava sempre le sue poesie e, in tutte le sue lettere, univa il suo nome a quello della sua amata sposa. Anche le lettere che ricevevano erano indirizzate ai due. Il vescovo Agostino ne dà un esempio. In una sua lettera, così si rivolgeva ai due sposi: “Saluti nel Signore a Paolino e Terasia, fratelli molto amati e veramente santi per la grazia del Signore” (7e). Agostino li amava molto e chiedeva loro frequentemente consiglio. Con il passare del tempo, il monastero di Nola era diventato un centro di spiritualità molto stimato e molto conosciuto, al quale si dirigevano persone semplici e molto importanti, che lì incontravano orientamento religioso e spirituale, insieme con un esempio di vita. Quando aveva 55 anni, Paolino dovette lasciare la solitudine tanto amata del monastero per apostolato di maggiore impegno, poiché, morto il vescovo locale, gli abitanti di Nola lo scelsero come loro vescovo. Di Terasia non abbiamo più notizie. Era già morta o continuò con la sua presenza discreta e determinante a lato dell’amato, ora vescovo? Di Paolino vescovo resta la testimonianza di Gregorio di Tours: “Nella dignità episcopale fu pieno di umiltà, sapendo che Dio lo avrebbe elevato, nella misura in cui egli si fosse abbassato. Distribuì ai poveri tutte le rendite della Chiesa” (8e). Gregorio Magno racconta che, durante l’invasione dei vandali, una povera vedova chiese a Paolino di intervenire a favore del figlio che era stato ridotto in schiavitù. Non avendo più nulla per pagare il riscatto, il vescovo ottenne la libertà del ragazzo in cambio della sua. Inviato a lavorare nell’orto del padrone, guadagnò la simpatia di tutti con la sapienza e la nobiltà che lasciava trasparire, nonostante tutte le avversità. Una profezia richiamò l’attenzione del capo degli invasori, che volle conoscere la vera identità del vecchio, La rivelazione che si trattava di un vescovo cristiano suscitò tanta meraviglia che

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i padrone gli chiese perdono e insistette perché accettasse un regalo. Paolino allora chiese e ottenne che fossero liberati anche gli altri prigionieri e che insieme potessero tornare a casa (9e). Il vescovo Paolino morì nel 431.

Note Capitolo 1 1 Ascetica significa lo sforzo della persona al fine di collocare la sua vita in armonia con la sua fede. Senza condannare il mondo materiale né il corpo, il cristiano si ricorda delle parole di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Solo in questo modo, l’amore decaduto, capace solo di desiderare, di prendere tutto per sé, potrà essere dominato dall’amore divino, che dona e si dona… Mentre l’ascetica ci aiuta a portare la croce, la mistica inaugura, in questa vita, la vita che viene dalla croce. La mistica cristiana è la vita di grazia che diventa esperienza, partendo dalla fede e nella fede (Bouyer, L., Introduction à la vie spiritualle, Desclée et C.ie, Tournai). 2 La parola “spiritualità” viene dall’epoca dei padri e significa la maniera di vivere conforme allo Spirito di Dio. Un testo attribuito a Girolamo, ma probabilmente di Pelagio, consiglia: “Comportati in modo da progredire nella spiritualità” (Cfr. Leclerq, J., La spiritualità nel Medioevo, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1986). Solo a partire dal secolo 17° cominciò ad essere usata l’espressione “teologia spirituale” per indicare la scienza che parla dell’ascetica e della mistica e che ha come finalità la perfezione spirituale dell’uomo (Cfr. De Guibert, I., Theologia spiritualis, ascetica et mystica, Romae, 1952).

3 Le Goff, J., La nouvelle histoire, Retz-Cepl, Paris, 1979. 4 Rizzi, A,, Dio in cerca dell’uomo, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1989. Legrand D’Aussy faceva già queste considerazioni nella “Histoire de la vie privée des Français”, pubblicata nel 1782. 5 Qualcuno tentò di fare una ricerca e scoprì che, di mille santi, solo 75 avevano avuto una vita di famiglia e di questii 32 erano stati re o regine, e la loro vita famigliare non era stata determinante per essere riconosciuti come santi. 6 Abbiamo ancora circa 30 vedovi o vedove, che passarono alla storia per quello che fecero dopo la morte del coniuge. Solo 15 su mille sono delle persone che potrebbero essere di esempio per il Popolo di Dio, costituito da famiglie (Cfr. Comunità di Caresto, i santi sposati, Ed. O.R., Milano 1989). 7 Aguirre, R., La mujer en el cristianismo primitivo, “Diakonia”, 47, CICA, Managua, 1988.

Capitolo 2 1a La burocrazia romana a volte era obbligata a reprimere gli abusi degli esattori di imposte, secondo l’espressione di Tiberio: “Dobbiamo tosare il gregge, non togliergli la pelle” (Svetonio, Tiberio, 32). 2a “Maledetto sia quello che ha figlie femmine” (Quiddushin B. 82b). 3a “Un celibe non è un uomo nel pieno senso della parola” (Ber. r. 17,2). 4a Alegre, X., La Iglesia que Jesus queria, in Diakonia, 51, CICA, Managua, 1989. 5a Martini – Vanhoye, Biblia e vocaçao, Ed. Loyola, Sao Paulo, 1987. 6a Le donne non avevano diritti, erano considerate come cose e non come persone, legate alle categorie sub umane del tempo (schiavi e bambini). “Esseri puzzolenti”, non ricevevano le benedizioni, non potevano pregare la grande orazione della “Shemà”, non potevano pregare insieme con gli uomini la preghiera dei pasti, non erano obbligate a compiere il pellegrinaggio a Gerusalemme nelle grandi feste dell’anno e, nella sinagoga, avevano un posto a parte, separato dagli uomini. Inoltre la donna era considerata bugiarda per natura, e, per questo, non poteva servire come testimone (Cfr. Maggi, A., Nostra Signora degli eretici, Cittadella Editrice, Assisi, 1990). 7a Aguirre, R., La mujer en el cristianismo primitivo, in Diakonia, 47, CICA, Managua, 1988. Capitolo 3 1b Comm. In Mt. 6,8: Hom. 19: PG 57,278. 2b Nella cultura greco-romana, le relazioni con le divinità erano simili a quelle che esistevano nelle relazioni con i potenti, sovrani, padroni. Il primo dovere era salutare gli dei con la mano, passando davanti alla loro immagine. La preghiera più frequente vellicava l’amor proprio degli dei, quanto al loro potere: “Giove, accontentami, dato che tu puoi”. La relazione con gli dei somigliava più a un contratti (“guariscimi e riceverai una

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Coititè (interno della Bahia) 1975 - Da sinistra Delia, Hildalino, Maria Josè, Paolo, Fransisco, Salgado e don Giovanni Tonucci, in occasione dell’ordinazione sacerdotale di Hildalino.

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Salvator Bahia, Fazenda Grande, 1976 - Il bairro del Marotinho prima della distruzione da parte dei soldati.

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offerta”). Il fedele pagava nella misura in cui era soddisfatto e offriva un ex-voto come saldo del debito (Cfr. Historia da vida privada, I. Companhia das Letras, Sao Paulo, 1989). 3b “Il culto divino più autentico del cristianesimo è l’amore” (Cfr. Ratzinger, J., El nuevo pueblo de Dios, Herder, Barcelona, 1972). 4b Aguirre, L.P., Anti-confisiones de un cristiano, Ediciones Trilce, Montevideo, 1989. Capitolo 4 1c Nolan, A., Jesus antes do cristianismo, Ed. Paulinas, Sao Paulo 1987. 2c Fabris, R., A opçao pelos pobres na Biblia, Ed. Paulinas, Sao Paulo, 1991. 3c Ellacuria, I., El autentico lugar social de la Iglesia, in Diakonia, 25, Managua, 1989. 4c Rivera, F.L., Mateo 25,31-46 i la teologia sinoptica, in Diakonia, 20, Managua, 1981. Capitolo 13 1d Guillaumont, A., Aux origines du monachisme chrétien, Spiritualité Oriental, 30, 1979. 2d Spidlik-Gargano, la spiritualità dei Padri greci e orientali, Borla, Roma, 1983. 3d Guillaumont, A., o.c. 4d Palavras dos Antigos, Ed. Paulinas, Sao Paulo, 1985. 5d Galileia, S., A sabedoria do deserto, Ed. Paulinas, Sao Paulo, 1986. 6d Guillaumont, A., o.c. 7d Palavras dos Antigos, Ed. Paulinas, Sao Paulo, 1985. 8d Guy, J.Cl., Les Apophtègmes des Pèeres du désert, Bellefontaine, (Spiritualité Orientale 1), 1966. 9d Detti inediti dei Padri del deserto, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1992. 10d Spidlik-Gargano, o.c. Capitolo 29 1e Comunità di Caresto, I santi sposati, Ed. O.R., Milano, 1989. 2e Altaner-Stuiber, Patrologia, Ed. Paulinas, Sao Paulo, 1972. 3e Ambrogio, Lettera 58. 4e Paolino di Nola, Poema, 21. 5e Altaner-Stuiber, o.c. 6e Paolino di Nola, Poema “ad coniugem”. 7e Agostino, lettera 31. 8e Gregorio di Tours, De gloria confessorum. 9e Grégoire le Grand, Dialogues, Téqui, Paris, 1978.

L’ULTIMO SALUTO Durante la sua permanenza nell’Ospedale di Bologna, verso la fine di Settembre 1994, Paolo incise faticosamente questo ultimo saluto per i parrocchiani di Camaçari. Fu ascoltato in Brasile il 10 Ottobre, dopo la morte di Paolo. È con profonda emozione che mi rivolgo a voi, amici miei, dopo un lungo periodo di silenzio.

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Municipio di Camaรงari 1984 - Paolo, Gianni Boscolo e tre suore di Firenze durante un incontro per trattare problemi del progetto Agata Smeralda

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Sono nell’ospedale per affrontare la seconda tappa del trattamento contro il cancro. Ăˆ un periodo abbastanza duro ma sono tranquillo e offro a Dio le sofferenze. Siamo uniti anche alle sofferenze di Cristo e di tutti i fratelli, sapendo che hanno un valore immenso davanti a Dio. Spero che quello che stiamo facendo ora abbia un valore molto grande. Vorrei trasmettervi la gioia che sento in questo momento nel comunicarmi con voi, con molta gratitudine verso di voi. Un bacio e un abbraccio.

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Paolo nella riflessione della Chiesa

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I FUNERALI I funerali di Don Paolo furono celebrati nella Cattedrale di Fano, l’11 Ottobre 1994. La Santa Messa, presieduta dal fratello Giovanni, fu concelebrata dal Vescovo di Fano, Mons. Mario Cecchini, dal Nunzio Apostolico in Senegal, Mons. Antonio Maria Vegliò, antico compagno di seminario di Paolo, e da un grande numero di sacerdoti. L’omelia, pronunciata da Giovanni, era stata preparata insieme ai fratelli, Francesco e Marco. Il Signore ha chiamato a sé don Paolo di domenica, quando la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo. Così era stato per mamma e anche per babbo. Nel momento del dolore, sono queste delle piccole carezze con le quali Dio Padre ci ricorda che non dimentica, non trascura. E proprio quando la sua mano sembra pesante, egli ci fa capire che quello che accade è parte di un progetto di amore. Vogliamo vivere questo incontro attorno all’altare del Signore come un momento di ringraziamento. Francesco, Marco ed io, fratelli di Paolo, con gli altri suoi familiari, invitiamo tutta la grande schiera di coloro che l’hanno conosciuto, e per questo l’hanno amato e apprezzato, a lodare insieme con noi Dio per il dono della vita e dell’opera di don Paolo, a servizio della Chiesa e dei poveri. La morte è un’esperienza difficile per tutti. Quan­do ci tocca da vicino e quando sembra non rispondere a nessuna logica, il cuore vuole ribellarsi e chiedere spiegazioni che restano senza risposta. In questo momento, ci sostiene il pensiero che anche Cristo, in croce, ha rivolto al Padre il suo “Perché?”, e Dio l’ha lasciato senza risposta fino a tre giorni dopo, al momento della risurrezion­e. La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci guida nella riflessione. Sono pagine che la stessa Provvidenza ci ha indicato: una dalla liturgia dell’ultima Messa celebrata da Paolo, il 25 Luglio scorso (2 Cor 4,715); l’altra della domenica nella quale è morto (Mc 10,1730). Pensiamo alla chiamata: “Gesù, fissatolo, lo amò”. L’amore di predilezione di Gesù, che nell’episodio del Vangelo ha incontrato un rifiuto, ha trovato in Paolo una risposta generosa. Non il triste allontanarsi per voler preferire altri valori, ma il “Sì” gioioso, offerto una volta e confermato ogni giorno. E’ bello ricordarlo qui, in questa Cattedrale dove nel Battesimo egli è nato alla fede; dove ha ricevuto la prima Comunione e la Cresima; dove, ancora bambino, ha sentito sorgere il desiderio di essere sacerdote; dove è stato ordinato, ormai più di 32 anni fa. Ed è qui che, servendo come vice parroco, ha confermato la sua scelta per la missione, alla quale si è dedicato fino alla morte e alla quale, ne siamo certi, continuerà a donarsi anche nella dimensione di amore pieno in Dio. Nella missione che Paolo ha scelto, niente è stato facile: le condizioni di vita dure, lo spogliamento continuo a vantaggio dei più poveri, l’ostilità dei prepotenti con i quali non è mai sceso a patti, l’isolamento da parte anche dei buoni, che non sempre hanno saputo o voluto capirlo. Ha vissuto in sé le parole di San Paolo: “Noi veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne”. Chi lo conosce da tempo, sarà certo d’accordo con me se sottolineo, come suo atteggiamento costante, la coerenza della sua vita. Dal 1962, anno della sua ordinazione, sono cambiate tante cose: condizioni sociali, linee teologiche, movimenti politici, slogan, mode. Quante ondate di ribelli e contestatori sono apparse e scomparse nello spazio di una stagione. Lui ha continuato, attento all’evoluzione delle situazioni ma fedele allo stesso vangelo che ha servito sempre, senza servirsene mai. Tutto questo Paolo lo ha vissuto in modo ancora più evidente nei mesi della malattia, accettata con una serenità contagiosa, che ha fatto tanto bene a coloro che hanno potuto restare in contatto con lui. Valga per tutte la testimonianza davvero speciale di Maria Grazia, che scrive

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anche a nome di Danielino: “Don Paolo, eri una brava persona. Con la tua presenza ci hai fatto riflettere. Tu eri un grande amico”. La sua sofferenza l’ha vissuta come il resto della sua vita, senza gesti clamorosi e senza ostentazione. Proprio pochi giorni fa, dettandomi faticosamente alcune parole per Marco e Luigi e per tutti i parrocchiani di Camaçari, si riferiva alla sua condizione dicendo solo: “Che si faccia la volontà del Signore”. La volontà del Signore si è fatta. Per Paolo, che ha lasciato tutto per il regno di Dio, si è avverata la parola di Gesù: “Riceveranno cento volte tanto”. Ora in modo speciale vediamo che Dio gli ha dato una famiglia più grande: tanti fratelli e sorelle, qui a Fano, in altre parti d’Italia, in Brasile e dovunque c’è qualcuno che l’ha conosciuto ed è stato toccato dalla sua gioia contagiosa di essere cristiano e sacerdote. Attorno a lui si è manifestata tanta bontà: il nostro Vescovo è andato a trovarlo in Brasile, terminando una volta per tutte l’isolamento nel quale era stato lasciato, e ci ha dato poi la consolazione di essere presente al suo transito; vari gruppi di amici, a S. Pio X, in Cattedrale e in diverse altre parrocchie della diocesi ne hanno accompagnato l’attività; una corona di persone buone gli sono state vicine nella malattia, al punto che po­teva dire di loro: “Mi fanno sentire ancora utile”. Ora Paolo vive in Dio e celebra nell’eternità quello che ha creduto e che ha voluto costruire qui sulla terra. Noi che restiamo, vogliamo vivere i suoi stessi ideali e la sua stessa donazione gioiosa e generosa. Preghiamo Dio perché il seme gettato in terra dia frutto. Perché non si spenga l’impegno dei buoni in favore di una missione che continua. E perché cuori generosi raccolgano la sfida di Cristo: “Vieni e seguimi”, così che il vuoto lasciato da Paolo sia riempito da altri ancora, “perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio”.

Le omelie che seguono sono state pronunciate dal fratello Giovanni in occasione della sua visita

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a Camaçari e in occasione degli anniversari della morte di Don Paolo

OMELIA NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI CAMAÇARI, SAN THOMAS DE CANTUARIA

29 gennaio 1995

Geremia 1, 4-5.17-19 1 Corinti 12, 31-13, 13 Luca 4, 21-30 Cari fratelli, Come ogni domenica, anche oggi la Chiesa ci propone delle letture della Sacra Scrittura per guidarci nella scoperta del cammino che un cristiano deve percorrere per vivere la vocazione di discepolo di Cristo. Ogni volta è un passo in avanti nella comprensione, e deve essere un passo in avanti anche nella vita concreta, che seguirà questo incontro di tutti noi con il Signore. Domenica scorsa avevamo visto Gesù proclamare, nella sinagoga, che in lui si realizzava quello che aveva annunciato tanto tempo prima il profeta Isaia: era ormai venuto il tempo di far conoscere a tutti il messaggio della salvezza e della liberazione. L’annuncio era di grande speranza, perché rispondeva alle attese del popolo di allora, che da molto tempo desiderava essere liberato dalla oppressione. Dobbiamo però ricordare come sono andate le cose: all’inizio “tutti gli rendevano testimonianza”; alla fine invece, proprio gli stessi avevano l’intenzione di gettarlo giù dal precipizio. Siamo agli inizi della missione di Gesù, ma già da ora si vede che gli entusiasmi scompaiono alla svelta, gli appoggi superficiali si esauriscono in poco tempo. Ci sono poi delle verità che anche noi non vogliamo ascoltare, se mettono in difficoltà il nostro modo di vivere e anche il nostro modo di vedere e di sentire la nostra relazione di fede con Dio. In questo caso, la decisione è quella di non ascoltare chi ci parla in nome di Dio, di non prendere in considerazione la verità, ma piuttosto eliminare il profeta che ci parla, in modo che possiamo continuare tranquilli nella nostra vita di sempre, sicuri con il modo di vivere e di pensare che ci siamo costruiti e che ci vogliamo illudere che sia la volontà di Dio per noi. Gesù, nell’affrontare le difficoltà di non essere creduto e accettato, stava rispondendo alla sua vocazione: la predicazione della buona novella di salvezza non era per lui una idea originale che aveva voluto seguire, ma una precisa richiesta di Dio Padre consegnatagli fin dal principio. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Fin dall’inizio, Dio che lo manda gli fa capire che incontrerà ostacoli e opposizione: “Ti muoveranno guerra”. Ma Dio sarà sempre con il suo inviato e quindi i nemici non potranno vincere contro di lui. È questa una lezione che ci fa capire qual ’ è la nostra missione, quale la sua finalità, quali le difficoltà che possiamo incontrare. Per ciascuno di noi Dio dice: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo”. Siamo venuti al mondo come frutto di un pensiero di amore di Dio e come portatori di un suo progetto di salvezza. La nostra vita, fin dall’inizio, è destinata ad essere una risposta al progetto di amore di Dio. Il Signore vuole contare su di noi e ha deciso che la liberazione del mondo da ogni forma di schiavitù passerà attraverso l’impegno e la buona volontà di

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Camaçari 1988 – Casa parrocchiale.

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noi, sue creature. Dio ha voluto aver bisogno degli uomini, e sta quindi aspettando che ciascuno di noi risponda al suo impegno, compia la sua missione, vada incontro generosamente alle sfide continue che la storia, della quale siamo parte, ci impone. C’è poi un dettaglio che, una volta di più, ci fa sentire tutta l’attenzione che Dio ha verso di noi. Una volta indicato il cammino, la liturgia ci viene incontro per rispondere alla difficoltà che possiamo sentire di fronte alle esigenze della missione che ci è affidata. Qual ‘ è il modo in cui possiamo evitare gli ostacoli? In che modo possiamo affrontare la durezza di un compito che incontra opposizione anche violenta? San Paolo ci ha risposto, con quella pagina che tutti chiamano “l’inno della carità”, dato che si tratta non solo di parole profonde e significative, ma anche belle e piene di gioia per chi è capace di ascoltarle, più con il cuore che con le orecchie: “La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia”... E così avanti, fino alla fine, quando esclama: “La fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità”. Vediamo quindi una direzione chiara che Dio ci indica: impegno nella missione di annunciare con la vita il Vangelo, impegno di testimoniare in ogni momento la carità del Signore, perché il linguaggio dell’amore è l’unico che tutti sono disposti a capire e accettare. Spero che nessuno di voi si sorprenderà se faccio un riferimento alla ragione della mia presenza qui. Sapete che sono il fratello di Don Paolo. Ero già venuto altre volte per condividere con lui qualche giorno di contatto con questa realtà tanto bella e impegnativa come è Camaçari. La ragione di questa ultima visita è un’altra, ma non toglie, nel fondo, la gioia di stare qui e di condividere qualche momento di fede con voi. Credo che l’insegnamento sull’impegno profetico di ciascuno di noi, che oggi la Chiesa ci imparte, sia stato una dimensione di vita costante nella esistenza di Paolo, nel suo modo di vivere il suo sacerdozio e la sua presenza in mezzo di questa comunità, che egli ha servito per anni come sacerdote. Chiaro nell’insegnamento, ha incontrato ostacoli e opposizioni. Forse più di una volta qualcuno ha potuto reagire contro di lui dicendo: “Ma chi crede di essere?”. Anche in mezzo a incomprensioni e difficoltà, come Gesù, egli ha proseguito il suo cammino. Ed è stato fedele alla sua vocazione, con la quale in Signore lo aveva chiamato “prima di formarlo nel grembo materno”. I limiti sono inevitabili in una persona. Ma tutto è assorbito e superato nella carità, come atteggiamento costante di donazione ai fratelli. Una carità che non cerca il proprio interesse e non serba rancore, una carità que non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. A tutti voi vorrei dire un grazie sincero per tutto quello che avete fatto in questi anni per aiutare Paolo a svolgere la sua missione: lui è stato utile a voi e voi siete stati molto utili a lui, per definire e orientare il suo impegno missionario. Allo stesso tempo, esprimo il desiderio che l’insegnamento che egli vi ha lasciato, con la sua parola e con il suo esempio, possa durare, al di là dell’affetto e del ricordo. È quello che Paolo stesso desidera per tutti voi, con un amore che non scompare con la morte: “La carità non avrà mai fine”.

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Camaçari 1988 - Paolo parla a rappresentanti del “Sindacato Rurale” di Camaçari ed a politici: a fianco di Paolo con le braccia incrociate, Caetano che divenne poi sindaco di Camaçari.

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OMELIA IN OCCASIONE DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

Cattedrale di Fano, 8 Ottobre 1995. Habacuc 1, 2-3; 2, 2-4 2 Timoteo 1, 6-8. 13-14 Luca 17, 5-10

“Anche voi, quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Spesso la realtà del mondo in cui viviamo ci lascia sgomenti, perché non ci piace, la sentiamo imposta, vediamo che ci spinge in una direzione che sappiamo sbagliata. Allora è spontaneo rifugiarci in una considerazione banale, che però ci dà sicurezza e ci giustifica: “In fondo le cose sono sempre andate così, non si riesce a cambiare, il desiderio di avere qualcosa di diverso è solo un’illusione, un’utopia”. Gesù invece vuole un cambio e vuole che capiamo che Egli è quello che può provocarlo. Per questo ci chiede solo un pizzico di fede in Lui: una quantità minuscola come un granellino di senapa, che è tanto piccolo da sembrare sabbia. Ma è vivo, e capace di crescere. Sembra niente, ma può fare molto: può fare una vera differenza. Questo poco di fede in Cristo può sembrare niente, qualcosa di irrilevante che non può modificare il cammino demolitore della storia umana. Eppure è qualcosa che può fare la differenza: può spostare gli alberi, muovere le montagne, e, cosa ancora più difficile, può cambiare i cuori e, attraverso i cuori, cambiare le strutture. Anche quelle strutture di ingiustizia che sembrano essere talmente parte della nostra società al punto da identificarsi con essa. La liturgia di oggi ci ha fatto ripetere l’invocazione: “Fa che ascoltiamo, Signore, la tua voce”. Talvolta la fede diventa tiepida e poi appasisce e muore proprio perché non sappiamo alimentarla e stimolarla con il contatto con la Parola di Dio. Il messaggio del vangelo diventa per noi lontano o debole, o forse ci serve solo come se fosse una esercitazione dialettica. Ma senza impatto forte nella nostra vita quotidiana, che scorre seguendo altre idee, altri pensieri, altri sistemi, altre soluzioni concrete. San Paolo chiede a Timoteo proprio questo tipo di impegno: “Ravviva in te il dono di Dio; agisci con forza, con amore, con saggezza; non vergognarti di rendere testimonianza al Signore; non vergognarti di me, che soffro per il vangelo”. Parole dette a ciascuno di noi, per superare la tentazione dell’appiattimento, dell’abitudine, del già visto e sentito. E anche la tentazione di aderire solo timidamente alla fede, quasi sentendo vergogna, nel timore di essere segnalati come ingenui e retrivi. Tutte queste parole con cui la Provvidenza ci fa incontrare oggi, le sentiamo riflesse in modi diversi nella vita di coloro che ci hanno preceduto nel cammino verso Dio, e che nella loro esistenza hanno cercato di interpretare la risposta da dare alla chiamata del Signore per lavorare nel Suo campo. In modo particolarmente forte le leggiamo ora nella vita di Don Paolo: nella sua scelta di fondo e poi in tanti dettagli che hanno confermato e reso concreta la decisione iniziale. Una scelta di fede, di speranza e di amore, che non può essere capita né condivisa se non

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nell’ambito della stessa fede. L’affetto per lui, che è tanto in noi e, lo so, anche in voi, ci rende forse incapaci di giudicare i fatti di una vita con la necessaria obiettiva serenità. Ma senza voler idealizzare nessuno, dobbiamo riconoscere che in lui si è manifestata sempre la convinzione che la fede può davvero cambiare il mondo, che il vangelo non è un’illusione ma una parola concreta, che le montagne, anche le più grandi e apparentemente inamovibili, possono essere buttate in mare. Montagne spaventose che sovrastano su persone e popoli interi: la prepotenza, l’ingiustizia, la discriminazione, la smania di profitto, la corruzione. Paolo ha lottato contro queste cose per tutta la vita e ha creduto nella sua battaglia, ha creduto sempre che ne valeva la pena. La morte ha forse messo un punto finale a questa lotta? Certamente no, perché da quando Cristo è risorto, la morte è solo un passo necessario per la vittoria. Ognuno di noi sa di essere solo uno strumento, un servo e un servo inutile. Ma il cammino della Chiesa nel mondo, il cammino della costruzione del Regno di Dio, il Regno di giustizia e di pace, di amore e di solidarietà, è segnato dai passi benedetti di questi servi inutili. L’opera che Paolo ha compiuto deve continuare: in ciascuno di noi possono vivere i suoi ideali di evangelizzatore e la sua donazione generosa ai fratelli, nei quali ha saputo vedere l’immagine più autentica del Dio della Vita; in noi può continuare a vivere la sua fede, quel granello di senapa che in lui ha dato frutto, un frutto che ancora vive; in noi può continuare a vivere la sua speranza in un mondo migliore. Queste dimensioni Paolo le ha vissute e ora le lascia a noi, perché ora a lui non servono più. Dato che in Dio la fede e la speranza non hanno ragione di esistere: in Dio resta solo la carità.

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OMELIA IN OCCASIONE DEL SECONDO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

Cattedrale di Fano, 9 Ottobre 1996

Galati 2, 1-2. 7-14 Luca 11, 1-4 “Signore, insegnaci a pregare”. Rivolgiamo a Dio la stessa domanda dei discepoli, perché il dialogo con Lui, per tante ragioni, diventa spesso difficile, arido, addirittura senza senso. Il fatto è che quasi sempre la nostra invocazione è piccola, limitata a pochi interessi immediati, rivolta al mondo ristretto delle nostre realtà quotidiane. Nella sua risposta, Gesù ci apre prospettive infinite: ci dice di chiamare Dio “Babbo”. E poi ci presenta l’immensa missione affidata a tutti coloro che partecipano alla sua vita divina: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno”. Il regno di Dio è un dono, ma un dono che non possiamo semplicemente attendere ma che dobbiamo conquistare ogni giorno; è una costruzione che dipende da noi - o meglio: per la quale Dio vuole dipendere da noi. La nostra risposta alla vocazione cristiana è lo strumento necessario perché Dio stabilisca nel mondo il suo regno di amore, perché siano realtà concrete la giustizia e la pace conquistate da Cristo nella sua Pasqua. San Paolo, nel brano della lettera ai Galati che abbiamo ascoltato, racconta i suoi sforzi per annunciare un Vangelo chiaro e senza compromessi di comodo. Addirittura ricorda lo scontro avuto con Pietro, che egli menziona con il nome che ne sottolinea il primato: Cefa, la Roccia. “Mi opposi a lui a viso aperto”. Ammiriamo la coerenza dell’apostolo, quando erano in gioco i valori della verità del Vangelo, che dovevano garantire la salvezza di “tutti i popoli”. La costruzione del regno di Dio ha bisogno di chiarezza e di sincerità, anche quando queste possono sembrare scomode. Anche quando possono infastidire ritmi abituali e modi di fare ormai acquisiti. In questa circostanza, e di fronte agli stimoli che ci sono proposti dalla Parola di Dio della liturgia odierna, mi sembra bello condividere con voi alcune parole pronunciate da Don Paolo nel 1986. Ricordate forse che, quando chiese la cittadinanza brasiliana, questa gli venne rifiutata per due volte dalle autorità nazionali “per indegnità”. La città di Salvador de Bahia volle in qualche modo coprire la vergogna di quella decisione, dichiarando Paolo suo cittadino onorario. Nella cerimonia di investitura, Paolo pronunciò un discorso che ho ritrovato proprio in questi giorni. Merita di essere letto per intero, ma ve ne faccio ascoltare ora alcune parti, che mi sembrano un commento adeguato alla Parola di Dio che è stata ora proclamata: così l’omelia di questa Messa sarà Paolo stesso a farcela. Dopo alcune frasi di introduzione e di apprezzamento del popolo di Salvador, Paolo dice: “Sono vissuto insieme a questa gente. Ero venuto per trasmettere il messaggio di Cristo, il messaggio dell’amore, ma devo riconoscere che ho ricevuto molto di più, perché questa gente vive già il messaggio di Cristo nel suo misticismo, nella sua religiosità, nelle sue credenze. Ho imparato la bellezza dell’amicizia, dell’accoglienza, della famiglia. Avevo lasciato una famiglia in Italia, ho guadagnato qui una famiglia molto più grande. In molte delle vostre case mi sento come a casa mia: per me voi siete i miei fratelli, i miei padri, le mie madri. Sono vissuto insieme a questa gente e ho avuto l’onore di partecipare alle sue lotte. E se, in questo momento, siamo qui riuniti non è solo per festeggiare uno straniero che si sente baiano e che diventa cittadino di questa terra. La nostra presenza qui è un segno di protesta. Protesta contro il Servizio Nazionale di Informazione (servizi segreti brasiliani), contro la polizia politica”.

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Capelinha 1989 - Paolo con don Renzo Rossi e Sergio Merlini: sullo sfondo la baia di Salvador con i vecchi “alagados�

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Ricorda qui le due richieste di cittadinanza che erano state respinte. E continua: “Una delle ragioni per non concedermi la cittadinanza fu l’appoggio che avevo dato agli invasori del Marotinho. La mia partecipazione, in quell’episodio, fu di appoggiare e non di fomentare. Le famiglie del Marotinho occuparono l’area tra Fazenda Grande e San Gaetano, spinti non da un sacerdote ma dalla miseria, dai bassi salari, dalla speculazione immobiliare, insomma dalla politica del Governo. Se al Marotinho ci furono dei responsabili dell’invasione, questi furono le autorità che provocarono e continuano a provocare l’esodo dalle campagne e non danno condizioni minime di vita alla grande massa degli abitanti delle città. Ho appoggiato le famiglie del Marotinho non mosso da motivi o ideologie politiche, ma per la mia fede in Cristo, perché sono cristiano e perché sono sacerdote. L’appoggio dato alla gente del Marotinho, dato a coloro che avevano perso la casa a causa delle piogge, dato a chi lottava contro la carestia o per conquistare una vera democrazia, fu ed è la conseguenza della fede in Cristo presente nel fratello, la risposta alla sfida che ogni giorno riceviamo dal volto di Cristo, sfigurato nel volto degli emarginati nella periferia delle città; sfigurato nel volto dei disoccupati; sfigurato nel volto dei giovani, che non hanno possibilità di successo né nella scuola né nel lavoro. Volto di Cristo sfigurato nel volto dei bambini, segnati dalla povertà ancora prima di nascere; Volto di Cristo sfigurato nel volto dei vecchi, emarginati dalla società del progresso; Volto di Cristo sfigurato nel volto delle donne, considerate inferiori all’uomo; Volto di Cristo sfigurato nel volto degli indigeni, i pochi che restano; nel volto dei negri, che possono essere considerati i più poveri tra i poveri. Volto di Cristo sfigurato nel volto dei contadini espulsi dalle loro terre; nel volto di braccianti, che vendono la loro giornata per un niente; nel volto di operai, impediti di organizzarsi per la difesa dei loro diritti”. Don Paolo ricorda poi che un altro motivo per non ricevere la cittadinanza brasiliana era stata la pubblicazione di un bollettino delle comunità, che si volle considerare “sovversivo”. Per Paolo, l’opera di educazione era sempre stata fondamentale, in modo che la gente sapesse prendere coscienza della propria dignità di persone. E afferma: “Cristo aprì gli occhi dei ciechi. Oggi noi abbiamo l’obbligo di aiutare le persone a rendersi conto della propria situazione, a chiedersi il perché di quello che sta succedendo e a organizzarsi in maniera indipendente per difendere i suoi legittimi interessi. Anche questa attività, genuinamente cristiana, richiamò l’attenzione perché è molto più facile dominare un popolo quando è ignorante, quando non è cosciente della propria dignità, quando non conosce i propri diritti, quando non sa difendersi. Questa attività continua a richiamare l’attenzione, oggi come ieri, perché l’autorità può cambiare di persona e di colore politico, ma difficilmente cambia di atteggiamento. Gli interessi personali, o di gruppo, o di partito, fanno in modo che la gente sia considerata massa di manovra per realizzare la rivoluzione pianificata da un gruppo scelto di intellettuali. È molto facile e frequente decidere in una riunione del Consiglio o in una cellula di partito quello che è bene per la gente; è molto difficile lavorare perché cresca il livello della coscienza, perché sia il popolo a decidere la direzione da prendere”. Cogliendo lo spunto dalle parole della Vergine Maria, Paolo descrive quale dovrebbe essere l’atteggiamento dei cristiani, come coscienza critica della società, sempre tesi a un ideale superiore, quale è la costruzione del regno di Dio: “Due mila anni fa’, una ragazza umile della Galilea diceva: “Dio ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc. 1, 52). È una sfida lanciata a tutti noi cristiani di lottare sempre perché queste parole diventino realtà, perché non succeda che quelli che stavano all’opposizione ed erano oppressi, diventino, un giorno al potere, oppressori dei loro fratelli. La sfida che riceviamo spinge ciascuno di noi a non essere mai soddisfatto di quello che si fa. È normale che noi cristiani stiamo sempre all’opposizione dato che il progetto che abbiamo,

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il Regno di Dio, supera sempre le diverse realizzazioni. Siamo con voi all’opposizione, ma nel giorno in cui voi foste maggioranza, nel giorno in cui voi foste al potere, potete essere sicuri che vi combatteremo, perché questa è la nostra collaborazione, una collaborazione critica, che non può identificarsi con questo e quel partito, con questa o quella corrente o tendenza”. Concludendo, Don Paolo dedicava il titolo ricevuto ai “tanti lottatori anonimi che con il loro sangue, il loro sudore stanno costruendo una società nuova”. Ne ricordava poi due per nome, l’uno assassinato da sicari e l’altro reso per sempre paralitico dalle percosse ricevute dalla polizia. E concludeva: “Davanti a loro e davanti a voi, fratelli di Fazenda Grande, di Fonte do Capim, del Marotinho in Salvador, fratelli di Camaçari, di voi che siete qui presenti, rinnovo il mio impegno. Non sono pentito di quello che ho fatto in favore del popolo. Avendo l’occasione, farei lo stesso, che lo vogliano o no i servizi segreti e le autorità. Continuerò a stare alla vera opposizione, criticando, lottando perché le nostre città diventino città di uomini, dove i cittadini possano vivere come fratelli, ed essere interpreti responsabili della loro storia”. Sono parole forti, talvolta anche dure. Sentiamo vibrare in esse la santa violenza dei profeti, la coerenza sferzante di San Paolo, la verità luminosa di Cristo. L’invocazione che ripetiamo nel “Padre nostro”: “Venga il tuo regno” era così resa concreta da Don Paolo nelle circostanze della società del Brasile di quegli anni. Di fronte alla Parola che abbiamo ascoltato, resta anche per noi una domanda che non può lasciarci tranquilli: a che cosa mi impegna ora e oggi, nelle mie condizioni di vita, nel mio ambiente di lavoro o di studio, l’invocazione: “Venga il tuo regno”? Ognuno di noi ha una propria risposta da dare. L’esempio di Don Paolo ci serve di stimolo per uscire dalla passività di un’attesa sterile, per affrontare la lotta quotidiana con dedizione piena e appassionata, non seguendo mode o ideologie, ma semplicemente come risposta alla nostra vocazione. “Per la mia fede in Cristo, perché sono cristiano e perché sono sacerdote”.

OMELIA IN OCCASIONE DEL TERZO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

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Cattedrale di Fano , 9 Ottobre 1997 Malachia 3, 13-20a Luca 11, 5-13 Nei giorni scorsi, mi sono dedicato a mettere in ordine le lettere che Don Paolo scriveva dal Brasile a babbo e mamma. Sono tante e ci vuole tempo anche solo per metterle in fila. Immaginate poi per cercare di leggerle, tutte o almeno in parte. Dato che siamo in famiglia - e intendo la speciale famiglia degli amici di Paolo - spero che non vi dispiacerà se faccio qualche riferimento a quello che egli scriveva nei primi sei anni della sua permanenza a Salvador, per informare e per manifestare i propri sentimenti di fronte alle notizie, talvolta belle ma spesso anche dolorose, che riceveva da Fano. Nelle lettere si parla di avvenimenti diversi, come innamoramenti, fidanzamenti, matrimoni, nascite. Ci sono riferimenti a un mondo che è ormai lontano: i saluti per tante persone che allora vivevano e lavoravano nell’ambito della parrocchia, e sono ora in vari modi lontani; il ricordo di istituzioni che esistevano allora e che ora sono dimenticate: chi di voi, per esempio, ricorda il “Bertin Club”? E poi nomi anche di gente di quel tempo, e che ora è tornata: “Se non vi scomoda, dovreste portare i dischi a D. Tomassetti in Seminario Regionale, perchè possa gustare la musica di qui” (4 Apr 1966). Capite bene che si tratta del nostro Vescovo Coadiutore, Mons. Vittorio Tomassetti. Ho trovato anche annotazioni colorite, per spiegare ai genitori, evidentemente preoccupati, il diverso modo di vivere e di pensare in Brasile, dove, in quei tempi, Vescovo, preti e suore andavano insieme alla spiaggia. In questo contesto, mi è capitata anche una frase, forse non molto gentile, ma certo simpatica. Paolo manda a casa delle foto e commenta: “Così potrete vedere le facce delle ragazze italiane, facce che non fanno davvero venire nessuna tentazione” (23 Apr 1966). C’erano spesso commenti sulla frequenza delle lettere. Nella lista dei buoni: “Gino e Rossana sono quelli che rispondono di più” e, dall’altra parte dello spettro, tra i cattivi: “Da Giovanni le lettere vengono col contagocce, ma cerco di scrivergli lo stesso, anche se penso che di tempo ne abbia meno io” (7 Dic 1971). A proposito mio, in quei primi anni dell’assenza di Paolo dall’Italia, successero delle cose importanti: l’ordinazione sacerdotale, la chiamata a Roma, la partenza per il Cameroun. I commenti di Paolo arrivavano puntuali e sinceri. Ve ne faccio sentire alcuni, in successione: sono molto personali ma credo che valga la pena che anche voi li ascoltiate: “Ho fatto vedere ai miei parrocchiani le foto della Ordinazione di Giovanni, avevano già pregato per lui e mi hanno detto che sarebbe molto bello se mi venisse ad aiutare” (23 Apr 1966); poi, quando venni chiamato a Roma per entrare nel servizio diplomatico: “Mamma, mi chiedi una impressione sulle decisioni di Giovanni. Ho già scritto all’interessato dando il mio appoggio perché so che ci saranno alcuni che cominceranno a dire che vuol fare carriera ecc. Penso che la strada che ha scelto sia molto difficile, non so se avrei il coraggio di affrontarla, anche perché penso che dopo il Concilio il servizio diplomatico della Santa Sede sia superato come la bugia nella messa del Vescovo. Certo avrei preferito, sarei stato molto contento se fosse potuto venire quaggiù a darmi una mano. Non è stato possibile, pazienza! Per me Giovanni ha fatto una scelta che è una missione difficile e perciò voglio essergli più che mai vicino perché possa continuare a realizzarsi sempre di più e a sentirsi appoggiato anche in mezzo alle sofferenze che ha e che avrà” (25 Apr 1968). Partenza per il Cameroun: “Capisco che la partenza di Giovanni sia stata una bella botta per voi, ma penso anche che possiate esser contenti perché, anche se in posti differenti e così lontani, stiamo cercando di fare qualcosa per la costruzione del Regno di Dio” (25 Set 1971);

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e ancora, più tardi: “Ho anche ricordato i sei anni di Messa di Giovanni. Ho celebrato per lui in mezzo alla mia gente e anche la gente ha pregato per lui. È bello che ci sentiamo vicini anche se tra noi c’è un mare d’acqua! Mi sento sempre di più vicino a Giovanni. È chiaro che il lavoro che facciamo è un po’ differente, ma è sempre per la medesima finalità, costruire il Regno del Signore e in questa costruzione c’è posto per tutti. L’importante è che cerchiamo, veramente, di essere uomini di Dio in mezzo ai fratelli, persone che danno la testimonianza di quello che credono” (27 Mar 1972). Sarebbe stato bello, in quegli anni, se avessi saputo che Paolo aveva scritto queste parole! Ora ancora una guardatina ad alcune espressioni che, una volta scoperta l’immensa dimensione della povertà e dell’ingiustizia che regnano in Brasile, mostrano già il formarsi in Paolo di un impegno preciso per l’evangelizzazione nella promozione umana. Il potere era allora in mano ad un governo militare. I giudizi sono lucidi e le scelte molto chiare: “Qui a Salvador la situazione sembra un po’ più calma. Naturalmente io mi sento tranquillo. Penso che dobbiamo continuare il nostro lavoro, perché dobbiamo obbedire non agli uomini ma a Dio” (24 Lu 1971); “Domenica scorsa ha fatto l’ingresso in diocesi il nuovo arcivescovo Dom Avelar. Mercoledì è venuto in parrocchia a visitare i sinistrati, è stato più di un’ora in parrocchia. Un fatto abbastanza strano per l’ambiente, perché Dom Eugenio non andava mai in mezzo al popolo. Vedremo come sarà questo nuovo vescovo. Per ora sembra molto alla mano. Lascia parlare e sta a sentire. Speriamo che stia un po’ di più in mezzo alla gente e un po’ di meno in mezzo ai generali” (4 Giu 1971); “Il posto medico continua sempre chiuso. Non vedo possibilità di riapertura ma credo che sia bene perché così la gente mi vede meno come assistente sociale e più come prete e poi si deve accorgere che l’assistenza è compito del governo, che non vuol far niente” (19 Giu 1971); “Ma non credete che lavori solo a costruire chiese di terra: il catechismo continua in 4 posti, ogni posto con almeno 4 gruppi di bambini” (21 Nov 1966); “Non crediate che il lavoro si riduca solo a cose materiali, per es. stasera faremo per la prima volta a Fazenda Grande un’ora di adorazione” (7 Mar 1968). Detto tra parentesi, quando Paolo lasciò Fazenda Grande, l’ora di adorazione si svolgeva regolarmente due volte alla settimana. E ancora, dopo l’uccisione di un prete a Recife: “Noi si continua come prima il nostro lavoro, solo con un po’ più di prudenza che non vuol però dire vigliaccheria” (2 Giu 1969); “Certo, babbo, tu dirai che devo essere prudente, ma altro è la prudenza, altro è l’essere conigli e mi pare che di conigli la Chiesa abbondi” (26 Mag 1969); e infine: “A Salvador la situazione almeno per il clero è buona perché il Vescovo è amico del governo. Ma non so fino a che punto questo sia bene perché la gente più cosciente si sta allontanando dalla Chiesa che si vende al governo” (16 Sett 1969). In tutto questo, possiamo riconoscere già la linea di una missione che Paolo ha vissuto con coerenza fino in fondo. L’affetto della gente l’ha accompagnato fin dall’inizio, addirittura con delle esagerazioni. Sentite questa: “La gente mi vuole un bene che io ritengo abbastanza immeritato. Pensate che ad una mia domanda: ‘Chi è il Buon Pastore?’ la risposta è stata: Padre Paolo. Ho dovuto faticare non poco per dimostrare che il buon Pastore è prima di tutto Gesù” (13 Ap 1972). E sentite come Don Renzo Rossi lo descriveva in una lettera ai nostri genitori, già nel 1966: “Paolo è davvero un ragazzo eccezionale, pieno di generosità e di entusiasmo. Lasciatelo dire a me che sono vecchio (41 anni!) e che i preti li conosco. Ha solo il difetto di voler lavorare troppo. Vi chiedo dunque il permesso di prenderlo a nocchini, quando è necessario” (26 Apr 1966). Mi sono dilungato in una rievocazione che può sembrare fuori dal tema, e me ne scuso con voi. Non era comunque fuori dall’impronta del messaggio evangelico. Ma ora torniamo alla pagina di Vangelo che abbiamo ascoltato. È una pagina tutta dedicata all’importanza della preghiera. Preghiera che deve essere insistente e fiduciosa, perché Dio è un Padre buono, e desidera che i suoi figli abbiano quanto serve per la loro felicità. Certo, rimaniamo perplessi quando, nell’ultima riga, il Signore conclude: “Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che

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6 gennaio 1990: udienza privata concessa dal Papa Giovanni Paolo II alla famiglia in occasione della ordinazione arcivescovile del fratello Giovanni

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glielo chiedono”. Verrebbe da dire: ma noi chiediamo a Dio altre cose, più terra terra, ma che ci sembrano volta per volta importanti per la nostra vita. I piani di Dio sono talvolta difficili da capire; il dolore e la morte sono parte inevitabile della nostra esperienza, anche se noi vorremmo farne a meno. Dio non ci chiede di capire né di vivere le esperienze difficili con una allegria che non potrebbe che essere bugiarda. Egli ci chiede solo di accettare, con i sentimenti di Cristo, e di attendere, proprio come frutto della sconfitta della morte, la vittoria della risurrezione. L’invito quindi è a pregare, con insistenza e con fiducia. In ogni sua lettera Paolo ripeteva l’invito a pregare per lui e più spesso a pregare insieme con lui: “Restiamo sempre uniti nella preghiera” è la frase che chiude quasi tutte le sue lettere. “Ricordiamoci nella preghiera, soprattutto nella Messa, perché allora le distanze non contano più e siamo più vicini che mai” (4 Mag 1972). Una convinzione che ha vissuto sempre e che ha manifestato ancora alla fine quando, partendo dal Brasile per tornare in Italia a curarsi, diceva ai suoi parrocchiani: “Siamo divisi ora da chilometri di distanza, ma penso che ogni volta che ci uniamo nella preghiera, quando stiamo pregando e ascoltando la Parola di Dio siamo vicini, perché Dio è al di là di ogni distanza e ascolta le nostre suppliche in qualsiasi posto siamo. Dio è Padre, non si allontana mai da noi e sempre ascolta le nostre preghiere, le nostre suppliche” (13 Ago 1993). L’atteggiamento costante di preghiera appare specialmente a commento delle diverse notizie ricevute circa la morte di persone care, notizie rese più dolorose dalla distanza e dall’impossibilità di avere un contatto diretto con chi era colpito dal lutto. È una lista molto lunga: il nonno, lo zio, la zia, il piccolo Michele, il piccolo Andrea, la Signora Castellani, il padre di..., la madre di... Non ho mai trovato parole che cercassero di dare delle spiegazioni alla sofferenza e al dolore. C’è solo l’assicurazione che lui era vicino con la preghiera, e talvolta con la richiesta di offrire la sofferenza per motivi apostolici: “Offriamo le nostre sofferenze con questa finalità” (21 Feb 1972). “Mi dispiace per Don Domenico, spero oggi stesso di scrivergli una lettera, comunque ditegli che gli sono vicino e che offra un po’ della sua sofferenza per il mio lavoro quaggiù, per i seminaristi, per la mia gente” (24 Ap 1967). E ancora: “Sono vicino a te, a zia Paolina in questo momento di dolore. Ho pregato e continuerò a pregare per l’anima della zia. Domani celebrerò la S. Messa per lei. Quando ci troviamo di fronte ad una morte è sempre difficile trovare parole di conforto, parole di spiegazione. Penso che l’unica cosa sia continuare a pregare il Signore perché l’accolga nel suo Regno. In queste circostanze sento ancora di più il fatto di stare lontano da casa, ma penso che debba offrire al Signore questo sacrificio” (10 Mar 1971). Lo stesso diceva alla sua gente molti anni dopo, nell’ultimo saluto da Bologna, quando era ormai vicino alla morte: “È un periodo abbastanza duro ma sono tranquillo e offro a Dio le sofferenze. Siamo uniti anche alle sofferenze di Cristo e di tutti i fratelli, sapendo che hanno un valore immenso davanti a Dio” (Sett 1994). Paolo aveva la coscienza chiara dell’importanza della preghiera, non come pausa di riposo, ma come momento fondamentale nel lavoro apostolico. La preghiera è indispensabile per assicurare l’efficacia e la continuità della missione. Solo se siamo convinti che chi opera è Dio, mentre noi siamo Suoi strumenti, possiamo andare avanti anche di fronte a difficoltà e insuccessi. Il nostro lavoro ha limiti e difetti, può toccare alcuni e lasciare molti indifferenti. Ma la nostra preghiera apre spazi a Dio per incidere nel cuore dei tanti che hanno bisogno di conversione. Le mode cambiano e le ideologie invecchiano; gli impegnati di ieri possono essere oggi comodamente seduti, ripensando magari con disillusione ironica alle convinzioni del passato. L’impegno di fede resta invece costante e non si interrompe, perché è sempre basato su una ragione precisa: Dio, che è Padre, darà ai Suoi figli lo Spirito Santo e, attraverso il dono dello Spirito, la vera liberazione, la salvezza piena.

OMELIA IN OCCASIONE DEL QUARTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

Chiesa di S. Maria del Suffragio, 9 ottobre 1998

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Galati 3,7-14 Luca 11,15-26 La lettura del Vangelo ci colloca al centro della lotta tra il bene e il male, che ha segnato lo svolgimento della vita di Cristo e che segna oggi il cammino della Chiesa. Ognuno di noi è parte di questa lotta, sia nella nostra esistenza individuale sia come componenti di una realtà più vasta, la società umana, della quale viviamo in noi le contraddizioni, gli aspetti positivi e i difetti. Gesù opera la salvezza nel suo significato più completo. Egli guarisce tutto l’uomo, nelle sue infermità fisiche e nelle sue debolezze morali. Sana un paralitico, dicendogli: “Sono perdonati i tuoi peccati”, e perdona i peccati di un altro, quando gli dice: “Alzati e cammina”. Di fatto, l’espressione che usiamo comunemente: “Salvare l’anima”, ha un significato approssimativo, perché di per sé quello che Dio vuole è la salvezza della persona intera, corpo e anima, che nella sua totalità è destinata alla Gloria del cielo, seguendo l’esempio di Gesù, asceso al cielo, e di Sua Madre Maria, assunta in cielo, l’uno e l’altra nella totalità delle loro persone. Fa riflettere l’accusa fatta a Gesù: “I suoi miracoli hanno origine dal demonio”. E’ vero che, a quei tempi, molte malattie erano attribuite direttamente alla presenza del demonio. Comunque sia, in ogni episodio di guarigione, di liberazione da qualche forma di infermità, da ogni tipo di schiavitù, si doveva vedere un passo in avanti nella vittoria contro il male. Quello che si doveva quindi capire, come dice Gesù, era che “il dito di Dio” stava agendo e che il Regno di Dio era in mezzo a noi. Non è facile portare avanti con costanza e coerenza questa lotta contro il male, in tutte le sue forme. Più di una volta si può avere l’impressione che stia accadendo proprio quello che dice ancora Gesù. Di fronte a un primo successo del bene, le forze del male si coalizzano, reagiscono con una violenza nuova e inaudita, in modo da far retrocedere ancora il bene e da dare l’impressione che le forze siano sproporzionate, che sia inutile lottare e che comunque il male sarà sempre il vincitore. Qualcuno potrebbe adesso venire fuori a ricordare le pretese profezie di qualche spirito debole, impressionato dall’avvicinarsi della fine del millennio, che annuncia entro breve un attacco di fondo di Satana nel mondo. Come se il male di cui siamo testimoni non fosse sufficiente e quasi che la presenza del demonio fosse per noi più importante di quella di Cristo Salvatore. Checché ne sia di queste fantasie, fabbricate al di fuori della fede della Chiesa, resta a noi l’imperativo di essere con Cristo e di agire con lui per affermare la presenza del Regno di Dio nel mondo. Lo scoraggiamento di fronte agli insuccessi è comprensibile ma non è accettabile. Se andiamo avanti non è perché contiamo sui nostri successi, ma perché ci basiamo sulla vittoria di Cristo sul male e sulla morte. In questa prospettiva di fede, guardiamo al significato della vita di quelli che abbiamo conosciuto, che sono stati importanti per noi e che ci hanno preceduto nel cammino verso il Signore. Sono tanti, per ciascuno di noi. Tanti nell’ambito della nostra famiglia, tanti di più nel cerchio delle persone che abbiamo sentito amiche e con le quali abbiamo condiviso qualcosa delle nostre speranze, delle nostre pene, della nostra crescita umana e cristiana. Oggi, in modo speciale, ricordiamo Paolo, che è morto quattro anni fa, in quella mattina di Domenica 9 ottobre, che molti di noi non potremo mai dimenticare. Di lui, di loro ci chiediamo: che senso ha avuto la loro vita, ora che sono morti e che a noi resta solo il loro ricordo? Di Paolo, in particolare, vorrei ora cogliere una lezione, legata proprio al Vangelo che abbiamo ascoltato. Egli ha capito che la liberazione portata da Cristo riguarda tutta la persona. La fede non ci amministra una consolazione per lasciarci tranquilli di fronte a tutto quello che non possiamo ottenere, ma è anzi uno stimolo costante per lottare e continuare nella lotta, per non illuderci nei successi e non farci abbattere dalle sconfitte, cominciando sempre da capo e mantenendo

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Camaรงari 1990 - Celebrazione di un battesimo nella chiesa parrocchiale.

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intatti gli ideali e viva la speranza di un trionfo certo, che nasce dalla croce e dalla risurrezione di Cristo. San Paolo ci ha ricordato: “Sta scritto: maledetto chi pende dal legno”, ma proprio attraverso la maledizione di Cristo giunge a noi la benedizione. Negli anni di missione in Brasile, Paolo ha cominciato molte cose, progetti e programmi, del quali alcuni si sono esauriti o forse hanno fatto fiasco, mentre altri sono andati avanti. Ha studiato la realtà ed ha maturato diverse risposte, sempre riviste, corrette, talvolta cancellate del tutto ma più spesso migliorate. Negli anni più duri della dittatura militare ha mantenuto contatti con coloro che lavoravano nella clandestinità, e lo ha fatto con coraggio e senza bravate, correndo seri rischi per la sua vita. Quando poi la situazione cambiò, fu pronto a indicare la necessità di un atteggiamento diverso, per l’avvicinarsi di altri tempi e di altri modi di impegno. Aveva in sé la speranza che fosse possibile cambiare le cose cambiando le persone, istillando ideali grandi ed esigenti. Ha ottenuto risultati, ha conosciuto delusioni. L’importante è che non si è mai arreso, non si è mai ripiegato in se stesso, ed è sempre andato avanti con una fede piena nei valori del Vangelo e con grande fiducia nei mezzi soprannaturali. Ho sotto gli occhi la testimonianza di un suo amico in Brasile, che scrive: “La sua meta e il suo obiettivo non sono mai stati la conquista del potere o di incarichi, la sua missione era quella di lavorare per la costruzione del Regno, dove tutti potessero avere la gioia e la libertà dei figli di Dio, e questa utopia lo rendeva radicale nelle sue scelte e nelle sue strategie... Per questo non si lasciava condizionare, non accettava di essere incapsulato in un modello prestabilito... Nel lavoro pastorale capiva ma non appoggiava la frammentazione esistente tra i vari gruppi. A suo vedere, lo specifico non poteva trasformare i gruppi in ghetti, ciascuno a fare le proprie cose e a misurare il proprio territorio, e il lavoro si può solo capire quando si finalizza nella costruzione delle comunità, diventando quindi un servizio più amoroso e competente per la costruzione del Regno... Nelle sue obbligazioni personali di sacerdote era rigido, recitava sempre il breviario, celebrava e annotava tutte le messe celebrate, viveva il suo celibato con serenità e senza complessi, le sue amicizie si estendevano a tutti, giovani e vecchi, uomini e donne. Aveva un’attenzione spciale per i bambini e per i semplici, tanto che gli piaceva dire che il suo primo figlio era Albertino” (un giovane universitario, regredito in uno stato di inebetimento per le percosse ricevute dalla polizia, che ricuperò qualcuna delle sue capacità e la sua dignità grazie a molti anni di cure attente e amorose di Paolo). Aggiunge poi un episodio gustoso, che la dice lunga sul come Paolo sentiva e affrontava le accuse e le calunnie: “Una volta P. Renzo arrivò preoccupato e agitato, come faceva lui, e chiamando Paolo da una parte, tutto allarmato gli disse: Paolo, dicono che tu qui hai dei figli! E Paolo, guardandolo con uno sguardo divertito, gli rispose: Renzo, non ti preoccupare che sono un buon padre. Come vedi, fino ad ora nessuna madre è venuta a reclamare gli alimenti per i bambini”. Un impegno costante, perché fondato su una scelta di fede. Paolo ha fatto molto, credendo nella persona umana e credendo nella possibilità della conversione, anche nelle situazioni più crudeli e sclerotizzate, umanamente impossibili. E fino alla fine ha creduto nel valore di quello che faceva: lavorare, pregare, soffrire – quando quel lavoro, quella preghiera, quella sofferenza erano unite al lavoro, alla preghiera e alla sofferenza di Cristo. Nel ruolo che a ciascuno di noi è stato affidato dalla Provvidenza, cerchiamo di imitare il suo esempio e di portare avanti la sua opera. La morte interrompe l’opera di uno, ma la missione della costruzione del Regno continua, ed è affidata da Dio alle mani e al cuore di ciascuno di noi.

OMELIA IN OCCASIONE DEL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

Cattedrale di Fano, 9 Ottobre 1999

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Camaçari 1990.- Paolo con Ruan che ha sempre considerato suo “figlio adottivo”.

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Isaia 25, 6-10a Filppesi 4, 12-14. 19-20 Matteo 22, 1-14 “Il Regno dei cieli è simile a un re”. Questo inizio delle parabole di Gesù ci è familiare, dato che le parabole del Regno sono varie e tutte insieme servono a farci capire che cosa significa questa espressione, che ci indica insieme la nostra appartenenza, il nostro destino, la prospettiva di gioia alla quale siamo destinati in futuro e che nello stesso tempo dobbiamo costruire già qui in questa nostra vita. Il banchetto di nozze è una immagine che ci parla del dono che Dio ha preparato per noi, della salvezza offerta a tutti, ma che molti ancora rifiutano, presi come sono da altri interessi e altre preoccupazioni. La sala piena di gente, chiamata da ogni parte per godere della generosità del re, ricorda l’universalità della salvezza, che è aperta a tutti, ma con la sola condizione di avere l’abito adatto. Ricordo che, per questo particolare, questa pagina non andava bene a babbo, che la contestava: “Purett, lu cu sapeva che ce vleva el vestit? No, gnent da fa: de fora, e pianto e stridore di denti”. Il fatto è che nelle parabole non dobbiamo cercare la logica in ogni dettaglio, ma un messaggio, che, in questo caso, è quello della necessità di una risposta adeguata, un cambio concreto di vita, quello che chiamiamo la conversione. I primi invitati hanno tradito la fiducia riposta in loro, e sono l’immagine del popolo eletto, ma anche tra i secondi, quelli chiamati dopo, che siamo noi, ci può essere chi si trova fuori posto, perché non prende sul serio l’impegno di adeguare il comportamento quotidiano alla chiamata divina. Una parabola piena di gioia, quindi, ma con una esigenza forte. La ascoltiamo oggi, già al vespero della domenica, quando uniamo il nostro pensiero e la nostra preghiera nel ricordo di Don Paolo, a cinque anni dalla sua morte. Il ricordo di lui si accompagna a quello di tanti altri, in una litania che diventa ogni anno più lunga e più affettuosa. Non c’é altro modo per capire il dolore degli altri che quello di provare lo stesso dolore, direttamente, nella nostra propria carne. Solo allora si vede che le parole, anche se belle e sincere, servono a poco. La vicinanza silenziosa, la preghiera di fede, la disponibilità nel bisogno sono le cose che contano e che servono a consolare. Cinque anni dopo, faccio ad alta voce due domande, che mi sono state rivolte. La prima è questa: cosa resta adesso della testimonianza di Don Paolo, quando i ricordi si sfumano e l’interesse diventa meno immediato? La seconda: è stato capace il tempo di curare la ferita che ha rappresentato per te, per voi, la sua perdita? Ambedue le domande vanno nella stessa direzione, al di là delle sensazioni soltanto umane, e toccano il terreno della fede, quello per il quale Paolo è vissuto e ha dato la sua vita intera. Innanzitutto, cosa resta? Non è il caso di fare riferimento, in questa circostanza, ai ricordi di ciascuno, agli episodi forti e toccanti, o magari a quelli divertenti, che formano il tessuto di ogni relazione umana. Ciascuno di noi ha certamente qualcosa ancora da raccontare, dei contatti avuti con Paolo, qualcuna delle sue frasi taglienti, senza compromessi, delle sue condanne persino feroci, che lui poteva pronunciare perché la testimonianza della sua vita glielo permetteva. Oppure delle battute ironiche o allegre, nei momenti di serenità e di confidenza. Da parte mia, sento spesso la spinta che mi viene dalla coerenza che Paolo ha mostrato in tutta la sua vita, dalla sua fedeltà fino in fondo e, in momenti difficili o polemici, mi dico spesso: “Facciamo in modo che mio fratello possa essere fiero di me”. In genere, ne nascono dei guai, ma sono guai salutari.

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Non è di questo che voglio parlare adesso, ma di qualcos’altro, ispirato, non a caso, proprio dal Vangelo. La parabola dice che il re inviò i suoi servi, a chiamare prima gli uni poi gli altri. Il lavoro dei servi non è stato facile, dato che, in qualche caso, sono stati insultati e persino uccisi, poi altri si sono sobbarcati il compito di chiamare ogni tipo di gente, anche di bassa lega, anche dai crocicchi delle strade. Ma, alla fine, hanno avuto la soddisfazione di vedere la sala piena, la festa che comincia, la gioia del re di avere ospiti e la gioia di tutti di essere nelle grazie del re. Paolo, come ogni sacerdote e missionario, è stato uno di quei servi. È andato a chiamare, a insistere, perché molti, anche tra quelli che erano rimasti fuori fino ad allora, perché nessuno li aveva invitati, potessero conoscere la voce del Padre buono e potessero prendere parte alla festa della misericordia di Dio. Per questo, se ci chiediamo: “Cosa resta di lui?”, dobbiamo pensare a tutti quelli che sono stato l’oggetto dei suoi sforzi missionari, della sua ansia di evangelizzare, del suo desiderio di raggiungere tutti e di far conoscere a tutti il messaggio della liberazione conquistata da Cristo. È stato il desiderio che lo ha spinto ad andare in Brasile e che lo ha fatto andare avanti per tutti gli anni del suo ministero, con una energia che sembrava inesauribile e un entusiasmo che andava al di là della stanchezza e delle tante delusioni. Un desiderio che lo ha posseduto fino alla fine, quando, anche durante la malattia, cercava di toccare il cuore di chi era apparentemente lontano e che avrebbe potuto essere sensibile ad una testimonianza estrema. In questo tipo di cose, i risultati non si vedono, non si possono contare o pesare, perché appartengono al mistero dello spirito umano, che solo Dio conosce. Ma, lo so, di questo lavoro da servo che va a chiamare, di strumento che cerca di far passare la Parola di un Altro, come me siamo in molti a poter dire, nel silenzio della coscienza, che, sì, di Paolo resta ancora molto ed è un qualcosa che non si esaurisce, perché continua come un’onda che si allarga, passando da noi ad altri ancora, e si diffonde con una forza che si rinnova sempre. E l’altra domanda: è stato capace il tempo di curare il dolore della sua perdita? La mia risposta è semplicemente che certe cose non si superano mai; cambia forse il modo di sentirle, e quindi ci sia abitua ad una assenza. Ma la sensazione di vuoto e lo sgomento di fronte alla morte, a questa morte, resta e continua. Le manifestazioni esterne si addolciscono, forse, ma la pena interiore resta la stessa, e si interiorizza sempre di più, in un rapporto che è vero e in cui l’affetto e la tenerezza si ampliano, in cui il dialogo continua, ma in cui cresce insieme la coscienza dell’assenza e quindi della mancanza di una risposta immediata. Tocchiamo qui il problema del dolore, il “perché” più terribile e più difficile, che ci accompagna sempre e che non trova mai una spiegazione soddisfacente, almeno quando si tratta del nostro dolore e non di quello di altri. Se ne possono dire tante, di cose, tanti argomenti utili e interessanti. Persino convincenti, quando guardiamo il tema nella sua teoria. Ma quando il dolore e la morte ci toccano direttamente, le domande restano senza risposta. Ascolto, seguo il ragionamento, lo accetto, tutto mi sembra vero, ma alla fine continuo a dire: “Non capisco”. Ci sono morti che si accettano più facilmente, ed è quando la vita ha avuto il suo corso e ormai ha poco da aggiungere. Ma quando vediamo la morte di bambini o di giovani o di persone ancora nel pieno delle loro energie, che potevano dare molto al mondo, alla Chiesa, a me, allora non capiamo e ci chiediamo dove è la logica, dov’è il progetto di Dio e quale ne è il senso. Ci chiediamo perché un tale spreco e perché Dio sia così poco attento ai suoi propri interessi. Ripensando alla morte di Paolo, o a tante altre morti, sarebbe così facile fare delle proposte alternative - perché lui, perché non altri, perché non io -, cercando di insegnare a Dio quello che lui stesso dovrebbe fare, per essere un Dio credibile. Ce ne sono stati molti, nella storia tragica dell’umanità, che hanno cercato di correggere gli “errori

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di Dio” con la loro propria logica: errori geografici, errori genetici, errori ideologici. Ne abbiamo una bella collezione, di questi che hanno cercato di mettersi al posto di Dio, anche in questo solo ultimo secolo del secondo millennio. Torna alla mente il libro di Giobbe, nella Bibbia: tanti tentativi di spiegazione per capire qualcosa, e alla fine tutti i ragionamenti cadono, non di fronte alle risposte, ma di fronte alle domande di Dio: “Dov’eri tu quando creavo il mondo? Che ne capisci tu di queste cose?” Alcuni giorni fa, in un discorso, il Papa ha detto una cosa bella proprio sulla morte: “Nel suo livello più profondo, la morte assomiglia alla nascita: entrambe sono momenti di passaggio, critici e dolorosi, che si aprono verso una vita più ricca dello stato precedente. La morte è un esodo dopo il quale è possibile vedere il volto di Dio, proprio come un neonato, che è in grado di vedere il volto dei suoi genitori” (Giovanni Paolo II, 30 Settembre 1999). Se il bambino non ancora nato potesse esprimere un atto di volontà, egli probabilmente non vorrebbe lasciare la sicurezza e il calore del seno materno, in cambio di qualcosa che non conosce ancora e che, se lo conoscesse, potrebbe persino spaventarlo. La promessa di una vita più vera e più piena dopo la morte non toglie l’angoscia di fronte a un passo definitivo, che ottiene una giustificazione solo attraverso l’adesione di fede. E qui torniamo quindi al punto di partenza: il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze. Possiamo leggere la parabola anche nella dimensione delle realtà ultime, nella prospettiva della consumazione piena del Regno nella vita eterna. L’invito di Dio può arrivare in un momento in cui ci sembra inopportuno. Di fatti, quel tipo di invito ormai definitivo sembra arrivare sempre fuori tempo. Ma per quelli che entrano nella sala della festa, c’è gioia, c’è il senso dell’opera finita, della missione compiuta. Per noi che siamo ancora in cammino verso la meta finale, la scomparsa di qualcuno che è per noi un punto di riferimento crea difficoltà, ci rende il cammino meno agile, più insicuro. Ma la direzione è quella, e sappiamo che la dobbiamo mantenere e sappiamo che, alla fine, quello che ci accompagna e nello stesso tempo ci aspetta è un Padre che ci vuole bene. Due domande e due risposte di fede: non vedo i risultati di una vita, ma credo che ci sono e sono veri; non capisco il perché di una morte, ma credo che anche essa sia parte di un progetto di amore. I particolari della nostra storia umana, i diversi episodi di questa nostra avventura ci sfuggono, non li sappiamo spiegare, non siamo capaci di vederci una logica. Ma la fede ci parla di un Dio che è Padre, che ci ama e che ci precede sempre con il suo amore. Anche il dolore, quello che non sappiamo accettare, quello di fronte al quale non riusciamo nemmeno a dire: “sia fatta la tua volontà”, anche quello è parte di un piano di bene che nasce dal cuore di Dio Padre, che ci ama. Paolo, e insieme con lui i tanti altri che ricordiamo nella preghiera, e per la cui assenza soffriamo, tutti loro vivono già nella gioia definitiva e, loro sì, capiscono ormai quello che per noi è ancora misterioso. Ma quello che anche noi sappiamo è che, nel ricordarli, nell’unirci a loro con la preghiera, nel sentire ancora viva la pena per la loro assenza dalla nostra vita, in tutto questo noi non offendiamo Dio, che capisce il nostro non capire. L’oscurità della fede è il nostro piccolo contributo a quel cammino di amore e di dolore che in Cristo ha significato il Getzemani, il Calvario e la Tomba. Sono momenti che aspettano anche noi, con il loro impatto drammatico, ma pur sempre con la promessa di un ultimo atto che è la Risurrezione, la vita vera, la vittoria totale. “Il Regno dei cieli è simile a un re”: il re ci invita e, costi quello che costi, non mancheremo alla festa del suo amore.

OMELIA IN OCCASIONE DEL SETTIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

Cattedrale di Fano, 9 Ottobre 2001

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1991 – Paolo viene ferito con un coltello al collo, probabilmente da uno squilibrato

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Giona 1, 1-2, 1.11 Luca 10, 25-37 “Maria ha scelto la parte migliore”. Questa pagina del Vangelo di San Luca, con i diversi atteggiamenti delle due sorelle, è spesso utilizzata per cercare di chiarire il rapporto che c’è tra due stili di vita, ambedue legittimi e validi, presenti fin dall’inizio nella tradizione della Chiesa, e scelti tuttora per servire Dio e vivere il Vangelo: la vita attiva e la vita contemplativa; quella che si dedica soprattutto alle attività necessarie per la diffusione della parola di Dio, e quella di chi invece impiega tempo ed energie nella riflessione sulla realtà di Dio e al contatto con lui nella preghiera. Marta, lo abbiamo ascoltato, si dà da fare con le faccende di casa, che sono necessarie se si vuole che l’ospite sia trattato bene e si possa sentire a casa sua; Maria invece lascia perdere tutto il resto per stare ad ascoltare Gesù, e in quell’ ascolto e in quel contatto dimentica tutto il resto. Il contrasto è evidente, ed è facile pensare che i due modi di vivere così rappresentati esistano davvero e che siano in contrasto l’uno con l’altro. E che quindi ci possano essere quelli che vivono la loro vita cristiana dedicandosi sempre e soltanto all’attività, e mai alla contemplazione; e che dall’altra parte ci siano quelli che si dedicano alla contemplazione, senza la preoccupazione di lavorare nella missione di annunciare il Vangelo. Non è così e non può essere così. Il lavoro missionario, del quale abbiamo tutti la responsabilità, non è un impegno come ogni altro: si tratta di portare ai nostri fratelli la salvezza che Cristo ha conquistato con la sua morte e risurrezione. Non è un lavoro che possiamo risolvere da soli, con la nostra capacità e attraverso la nostra buona volontà e le nostre qualità personali: toccare la coscienza della gente non è qualcosa che possiamo ottenere da noi, ma è soltanto opera di Dio. Quello che noi possiamo fare e cerchiamo di fare, là dove il Signore ci chiama a servirlo, è semplicemente preparare il terreno, in modo che la grazia del Signore possa toccare il cuore dei nostri fratelli ed essi possano accogliere il dono della fede. L’annuncio del Vangelo non cammina solo attraverso la predicazione e la testimonianza della carità, ma è sostenuto dalla preghiera continua, in modo che il contatto con Dio, che non può scaturire da mezzi umani, venga facilitato dall’intercessione. Con il nostro lavoro, suscitiamo le condizioni perché il miracolo della grazia possa avvenire; con la preghiera, imploriamo da Dio l’intervento che, se la libera scelta della persona interessata lo permette, dà luogo all’ingresso della salvezza nella vita di quell’uno. Una cosa che è interessante notare, nell’episodio del Vangelo, è che l’atteggiamento delle due sorelle era comunque orientato a Gesù: l’attività di Marta voleva dare una risposta generosa a tutti i desideri che Gesù, in cammino verso Gerusalemme, poteva avere; Maria non era assorta in una riflessione su se stessa, ma era all’ascolto dell’insegnamento del suo Maestro. Nella vita cristiana, vita attiva e vita contemplativa sono sempre orientate a Cristo e al suo messaggio. Per questo un missionario non dovrebbe mai essere identificato, e non dovrebbe mai identificarsi, con un assistente sociale, perché il fratello che ha davanti a sé non è mai un caso, uno tra i tanti, semplicemente un numero che fa statistica, ma è sempre una presenza di Gesù: che è nel fratello sofferente, bisognoso, alla ricerca di risposte, con le ferite di un cuore offeso. Ugualmente, un contemplativo o una contemplativa non potrà mai essere confuso con un seguace dei metodi di meditazione trascendentale o di preghiera orientale, perché questi sono basati su un esercizio di astrazione dalla realtà, di dimenticanza dei problemi e delle esigenze della vita, e non su un dialogo interpersonale con Dio e con la sua creazione. La contemplazione cristiana non ha come fine il farci dimenticare l’esistenza del mondo e dei drammi che si vivono in esso, ma vuole invece darci gli strumenti più potenti per dare a quei drammi delle risposte concrete ed efficaci.

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Pensando a Don Paolo e ai suoi lunghi anni di lavoro in Brasile, ricordo il ritmo, talvolta frenetico, della sua attività, e vedo quindi la necessità che egli aveva di lasciare tante cose da parte, per orientare tutte le sue energie all’urgenza del servizio del prossimo. In quelle condizioni, la tentazione di mettere da parte la preghiera è forte, ed è una tentazione facile, nella quale si cade spesso e volentieri. La scusa, che può valere in circostanze del tutto eccezionali, è quella di dirsi che: “il lavoro è la mia preghiera, l’impegno sociale è la mia predicazione, il servizio è la mia testimonianza di fede; e non ho quindi bisogno di dare del tempo all’incontro silenzioso con Cristo”. Diverse volte avevamo discusso di questo, anche in riferimento ai testi che lui scriveva per la catechesi parrocchiale, ispirandosi a quella “teologia della liberazione” che ha qualche volta dato motivo a critiche, proprio per la difficoltà di capire quale potesse essere, in quel sistema, il ruolo della preghiera e della contemplazione. Delle ambiguità c’erano, e per questo le litigate tra di noi non mancavano mai, e davano sempre un doppio risultato: lui correggeva qualche espressione, ne aggiungeva qualche altra e chiariva alcuni orientamenti; io mi rendevo conto, una volta di più, che Paolo aveva in proposito delle idee molto precise e solide, e che le trasmetteva alla gente che serviva, in tutta la loro completezza. Quando lavorava a Fazenda Grande - il quartiere della parrocchia che gli era stato affidato - una volta messa in piedi una modesta chiesetta fatta di pali di legno e di terra, aveva cominciato a celebrare lì l’Eucaristia, prima con un piccolo gruppo di persone, e poi con una comunità che diventava sempre più numerosa. In seguito, ogni giovedì, la gente si riuniva con lui per un’ora di adorazione: un’ora intera di preghiera silenziosa davanti al Santissimo Sacramento. Anche in questo caso, i pochi fedeli dell’inizio divennero un gruppo considerevole. E qualche tempo dopo, le ore di adorazione settimanale divennero due. Non ci vuole molto a capire che questa forma di preghiera, che umanamente non ha senso ed appare soltanto come una perdita di tempo, si giustifica solo in un piano di fede: quello in cui ha senso perdere tempo con Dio. A Camaçari, Paolo aveva trovato una situazione molto diversa, dato che i sacerdoti che avevano lavorato lì prima di lui si erano dedicati molto alla promozione sociale, trascurando invece l’evangelizzazione e l’amministrazione dei sacramenti. Per questo, egli, ogni settimana, ha voluto dedicare l’intero giorno del venerdì alla preghiera ed al colloquio sacramentale della riconciliazione. La gente ne era stata avvertita e chi voleva approfittarne sapeva che Don Paolo sarebbe rimasto in chiesa tutto il giorno. Il primo anno, lo vedevo partire per la chiesa con libri e quaderni per appunti: lui c’era, ma la gente non si vedeva, e allora doveva trovare il modo di passare quelle ore: pregando, leggendo, scrivendo. Poi, pian piano, la situazione è cambiata: la gente cominciò a cogliere il messaggio, cominciò a capire il senso dei sacramenti, cominciò a capire il valore della preghiera e del tempo passato in chiesa. L’ultima volta che ero stato a Camaçari, Paolo non aveva bisogno di portare strumenti per trascorrere la giornata di venerdì in chiesa: la gente ci andava in continuazione e non gli lasciava nessun momento libero. L’unico tempo disponibile era a mezzogiorno, quando scappava a casa per un pranzo preso alla svelta. Vorrei ricordare anche un altro episodio, successo diverso tempo prima della sua morte, quando, durante un periodo trascorso da Don Paolo in Italia, insieme con Don Stefano eravamo andati in un convento di suore di clausura, nel sud delle Marche, per qualche giorno di ritiro. Durante una conversazione con la comunità delle suore, una di loro ci disse che, poco prima, avevano chiesto a un missionario, anche lui al lavoro in un paese di America Latina, se sarebbe stato contento se esse avessero aperto una loro comunità nella sua missione. La risposta era stata: “Se venite ad aiutarmi nel lavoro della parrocchia, siete le benvenute; ma se venite per restare nella clausura, tanto vale che restiate qui”. Le suore c’erano rimaste male, e volevano sapere cose ne pensavamo noi. Paolo rispose subito e spiegò che, se le suore potevano aprire una loro comunità in America Latina, dovevano farlo per vivere laggiù la loro vita di contemplazione, e non cambiare la loro vocazione specifica. Il dono della loro preghiera e della loro testimonianze sarebbe stato un arricchimento per la Chiesa locale, e non era affatto lo stesso vivere

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la loro vita in Italia o in Brasile. Quella era la risposta giusta, la risposta cristiana. Il parere dell’altro missionario, chiunque egli fosse e per qualunque ragione avesse detto quello che aveva detto, era semplicemente sbagliata, profondamente sbagliata. Ci sono sempre dei momenti di crisi nella vita della Chiesa, e questi si manifestano anche con l’appassimento di una delle sue dimensioni fondamentali. Là dove tutti si rifugiano nella solitudine e nella contemplazione, sembra apparire un atteggiamento di fuga dal mondo e di rifiuto dell’impegno di evangelizzare. Dove tutti si dedicano all’attività e nessuno alla contemplazione, c’è certamente una lettura solo sociale della vita cristiana, che indica anch’essa una situazione malata. Storicamente, anche in anni recenti nella vita della Chiesa, ci sono state situazioni del genere, che stavano a dimostrare che qualcosa, in certe comunità, stava andando male. E lo sviluppo seguente di alcune Chiese locali ha dimostrato che quella concentrazione univoca e squilibrata delle vocazioni rivelava una mancanza di autenticità, che ha poi mostrato apertamente la grossa crisi che si stava preparando in esse. “Maria ha scelto la parte migliore”: l’insistenza di Gesù è importante, perché noi tendiamo piuttosto all’attivismo e lasciamo da parte la preghiera; ammiriamo il lavoro intenso, e guardiamo con senso critico, o almeno con dubbio, la vita di contemplazione. Lasciatemi ricordare, allora, quello che Paolo diceva in diverse circostanze, proprio per sottolineare questa doppia dimensione della vita cristiana: “Mi sono sentito prete impegnato nell’evangelizzazione celebrando la Messa, annunciando la Parola di Dio, lavorando nella scuola professionale, protestando quando venivano distrutte le baracche delle famiglie”. Partendo per l’Italia, per la prima fase di cure contro il cancro, diceva alla sua gente: “Siamo divisi ora da chilometri di distanza, ma penso che ogli volta che ci uniamo nella preghiera, quando stiamo pregando e ascoltando la Parola di Dio, siamo vicini, perché Dio è di là di ogni distanza e ascolta le nostre suppliche in qualsiasi posto siamo. (...) Con molta fiducia dirigiamo a lui la nostra lode e anche il nostro ringraziamento, perché egli ha fatto cose meravigliose per noi. Talvolta noi pensiamo a Dio solo come a colui che deve offrirci qualcosa. L’importante per Dio è che noi seguiamo il suo esempio, che cerchiamo di spargere un po’ di amicizia, di amore, di comprensione, che cerchiamo di seguire la sua bontà, dato che il nostro fine sulla terra è appunto di costruire sempre di più nella nostra famiglia, nella nostra vita, attorno a noi, il Regno di Dio”. E infine, pochi giorni prima di morire, dall’ospedale di Bologna, diceva ancora alla gente di Camaçari: “È un periodo abbastanza duro ma sono tranquillo e offro a Dio le sofferenze. Siamo uniti anche alle sofferenze di Cristo e di tutti i fratelli, sapendo che hanno un valore immenso davanti a Dio”. Proprio in questi giorni, quando l’enormità di quello che accade nel mondo ci fa sentire inadeguati e impotenti, non dimentichiamo questa dimensione di amore orante, e cerchiamo di opporre alle campagne dell’odio e della vendetta una campagna di amore, vissuta nella preghiera e nella contemplazione, nell’offerta delle sofferenze in unione con quelle di Cristo, nell’intercessione per i tanti fratelli nel dolore e nelle tenebre. L’importante è guardare a Cristo, unirsi a lui, inserire del tessuto vivo in un organismo putrefatto, per dare una vita nuova all’impegno di trasformare il mondo attraverso una epidemia di amore.

OMELIA IN OCCASIONE DELL’OTTAVO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PAOLO

Cattedrale di Fano, 9 Ottobre 2002 Galati 2, 1-2. 7-14

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Camaçari 1992 - Paolo con Mons. Cecchini, vescovo di Fano, e Don Giancarlo De Santi (responsabile del Centro Missionario Diocesi di Fano). Il bambino sulle spalle di Don Giancarlo è Ruan.

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Luca 11, 1-4 In questa pagina del Vangelo, San Luca ci presenta la sua versione del modello di preghiera che Gesù ha insegnato, come risposta alla domanda di uno dei discepoli: “Insegnaci a pregare”. Noi siamo abituati al testo del Padre Nostro come lo presenta San Matteo, mentre quello di Luca è più breve e forse, secondo alcuni commentatori, riflette meglio il nucleo e lo schema originario delle parole del Signore Quando ascoltiamo o ripetiamo questa preghiera, la familiarità che abbiamo con essa fin da bambini ci toglie forse la possibilità di renderci conto di tutta la forza che essa ha, specialmente nel fatto di rivolgersi a Dio in modo così nuovo e mai ascoltato prima. Noi siamo invitati a chiamarlo appunto “Padre”, con una espressione che sembra tradurre l’aramaico “Abbà”, l’appellativo con cui il bambino chiamava suo padre: “Babbo, babbino”. Anche se l’immagine di Dio come Padre era stata usata da qualcuno dei profeti, rivolgersi a lui in un tono così familiare era impensabile, prima di Gesù. Questo solo fatto ci fa capire come fosse Gesù, il Maestro che camminava per le strade della Palestina, che aveva il potere di rivolgersi a Dio come Abbà, e che invitava ad essere partecipi del Regno di Dio pubblicani e peccatori, insegnando loro a ripetere questa parola, Abbà, padre (Jeremias). Proprio facendo il confronto con il testo del Padre Nostro di San Matteo, notiamo in questa redazione di San Luca l’assenza di una frase, quella che è, senza dubbio, la più difficile da pronunciare, quando, almeno, pensiamo al significato di quello che diciamo: “Sia fatta la tua volontà”. Il pregare con quelle parole dovrebbe voler dire che noi siamo sempre pronti ad accogliere quello che la Provvidenza dispone per noi, con la stessa apertura con la quale Gesù ha detto nel Getzemani: “Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). Parole difficili, dure da dire e più dure ancora da accettare. Ma Luca non le usa. A pensarci bene, però, le due espressioni che precedono: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno”, contengono in sé anche l’altra richiesta. Il chiedere a Dio di santificare il suo nome significa chiedergli di rivelare se stesso e il suo mistero nella nostra storia quatidiana, in modo che tutti gli uomini lo possano riconoscere, lodare e amare, e lo possano celebrare come il Santo, come il Signore. Per questo, la Bibbia nella traduzione interconfessionale in lingua corrente rende la frase con: “Fa’ che tutti ti riconoscano come Dio”. Quanto all’altra invocazione, “Venga il tuo regno”, anche essa va nella stessa direzione, dato che la volontà divina ha per oggetto l’attuazione del regno di Dio. Questa espressione, “regno di Dio”, è stata privilegiata dalla teologia della liberazione latinoamericana, come parola chiave per indicare il fine dell’azione della comunità dei discepoli di Cristo. È il tema fondamentale nella predicazione di Gesù, che indica così il progetto divino per il mondo e per l’umanità, e quindi per ciascuno di noi. La costruzione del regno di Dio è nello stesso tempo un dono di grazia, qualcosa che cresce nel silenzio e nel nascondimento - come il seme affidato alla terra -, ma è anche il risultato del nostro impegno e della nostra apertura al progetto di Dio. Di ognuno di noi, se rispondiamo con disponibilità alla proposta di amore di Dio, si può dire che stiamo costruendo il regno di Dio, che diamo per esso il nostro contributo, piccolo o grande, in un luogo o in un altro, svolgendo una mansione o un’altra. Quello che ci definisce non è tanto il ruolo ricoperto, che dipende da scelte che spesso non sono neppure nostre, ma la sincerità nel porci a disposizione di un progetto, e nel fare in esso quello che possiamo, perché il seme cresca, si sviluppi e dia frutto.

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Dato che oggi commemoriamo insieme sia babbo sia don Paolo, non è fuori posto ricordare che tutti e due, pur seguendo degli itinerari di vita molto diversi, hanno lavorato per la costruzione del regno di Dio qui in terra, e solo Dio può sapere chi dei due ha vissuto la sua vita di discepolo di Cristo in maniera più piena e più coerente. Il Signore ha chiamato uno alla vita di famiglia, per essere sposo e padre, e ad una vita nel lavoro professionale, nel caso specifico come infermiere, a contatto con medici e malati. Lo stesso Signore ha chiamato l’altro al ministero sacerdotale, in una scelta di vita celibataria e missionaria, nel servizio a persone di terre lontane, nelle zone povere del Brasile. La santità non è indicata dal “cosa” e dal “dove”, ma soltanto dal “come”: qualunque sia la chiamata, come è stata la mia risposta? Pensando alle diverse parabole di Gesù, mi chiedo: Con quale generosità ho disposto dei talenti messi a mia disposizione? Con quale premura mi sono preso cura del prossimo abbandonato e bisognoso? Con quanta attenzione ho mantenuto accesa la lampada della fede? Sono questi i punti sui quali dobbiamo esaminarci, per capire come anche noi stiamo dando il nostro contributo alla costruzione del regno. Se questo sia accaduto in casa o nel posto di lavoro o nella corsia di un ospedale o in chiesa, a Fano, in Brasile o in Africa, è un fattore secondario: l’importante è nell’aver acconsentito ad andare là dove il Signore chiama, a fare quello che il Signore mi chiede di fare. “Venga il tuo regno”. Riflettendo ancora sulle letture offerteci oggi dalla liturgia del giorno, non ho potuto fare a meno di notare, nella prima lettura, il passaggio della lettera di San Paolo ai Galati, nel quale l’Apostolo difende la sua missione contro le critiche dei suoi nemici e ricorda un episodio che lo ha visto entrare in contrasto proprio con Simon Pietro, quello che lui stesso aveva definito una delle “colonne” della Chiesa (Gal 2,9). Dato che di questa storia conosciamo solo la versione di San Paolo, dobbiamo accoglierne la testimonianza per come lui ce la presenta: si trattava di una questione di atteggiamento, più o meno prudente, più o meno dialogante; qualcuno direbbe, con un’espressione che non mi piace: più o meno diplomatica. Pietro cerca forse di salvaguardare le diverse sensibilità e i difficili equilibri interni di una comunità ancora incerta nel cammino da prendere; Paolo è radicale e non disposto alle sfumature e ai compromessi. Vi leggo un commento su questo passo, scritto dal biblista Gianfranco Ravasi: “Il rapporto di Paolo con Pietro è esemplare. Da un lato, egli riconosce a Kefa la funzione di ‘colonna’ per la verità del vangelo; d’altro lato, però, non esita a scegliere la via della contestazione, quando le decisioni concrete pastorali sono ambigue o discutibili. Obbedienza e libertà, indipendenza e comunione non si escludono, quando chiara è la scala di valori in cui esse si esplicano” (La buona novella, p. 216). Anche don Paolo, nel suo libro sul Nuovo Testamento, si riferisce al fatto e scrive: “Possiamo criticare la durezza della posizione di Paolo, ma dobbiamo riconoscere il grande merito per aver lottato per liberare il vangelo di Cristo dalle pastoie del giudaismo” (Das comunidades de ontem às comunidades de hoje, p. 116). Questo passaggio, ci fa riflettere sul rapporto che, all’interno della Chiesa, può esistere tra le diverse componenti, tutte ugualmente conquistate dalla parola del Signore e dedite alla missione di annunciare il vangelo al mondo intero, ma talvolta divise da modi differenti di vedere soluzioni pratiche, cammini da percorrere, accenti da mettere o da togliere. Non si tratta, ovviamente, della diversità che esiste tra la fede della Chiesa e quella di coloro che vorrebbero costruirsi una propria religiosità, nella quale si accetta solo quello che siamo disposti ad accettare. È quella che, da qualche parte, si definisce come religione da super-market, composta cioè da tutto quello che fa comodo prendere su, a seconda dagli interessi personali e delle tendenze o delle mode del momento. Pur essendo un fenomeno molto frequente, esso è tristemente superficiale e non ha niente a che vedere con il doloroso dissenso di coscienza, che ci indica ora la Parola di Dio. Mi riferisco infatti alla sofferenza di chi, entrando in contrasto con altri nella Chiesa, sente il conflitto di coscienza di fare presenti le proprie osservazioni critiche e anche il proprio disaccordo,

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pur sapendo che essi potranno essere mal accolti e mal interpretati. San Paolo si oppose a San Pietro “a viso aperto”. In qualche modo, certamente meno drammatico, questo è successo spesso a babbo, che era sempre pronto alla critica, per lo più costruttiva, e non nascondeva le sue osservazioni ai parroci, che avevano imparato ad essere pazienti con lui, ma che sapevano anche apprezzarne l’acume e l’onestà. Lo stesso, in misura molto diversa e molto più grave, è accaduto a don Paolo, che, per non nascondere le proprie scelte e per vivere con sincerità la comunione ecclesiale, ha sperimentato lunghi momenti di amarezza e di isolamento, proprio nella difficoltà di capire e di essere capito da altri cristiani come lui, sacerdoti come lui, sinceri forse come lui, e come lui dediti alla missione di evangelizzare. È l’esperienza dolorosa di chi soffre la persecuzione non ‘per la Chiesa’ ma ‘dalla Chiesa’, quando elementi certamente troppo umani si confondono con le rette intenzioni della missione, quando si mescola il vino schietto della Parola di Dio con la molta acqua delle nostre prudenze o delle nostre ambiguità. Una cosa è certa: ad essere sinceri c’è spesso da rimetterci, anche nella Chiesa. Ma è soltanto con lo sforzo sofferto della sincerità e della chiarezza che si possono compiere i passi in avanti: attraverso la continua revisione delle nostre scelte operative, attraverso la correzione fraterna, attraverso l’accoglienza aperta delle opinioni degli altri, attraverso la purificazione costante delle nostre intenzioni. La sclerosi delle convinzioni facili, non più verificate con la realtà, può rendere inefficace il nostro ministero, facendoci confondere tradizioni umane con parole divine, abitudini superate con comandamenti immutabili, metodi di azione con finalità assolute. In occasione della consegna del premio “La Fortuna d’oro”, don Paolo aveva fatto riferimento a questo problema ed aveva detto: “Non ho paura di parlare di queste cose, perché vedo che la gente capisce, anche in Brasile; la gente è capace di comprendere e l’amore verso la Chiesa diventa così più adulto, più maturo, più responsabile, direi più cristiano. (...) E poi non dobbiamo mai avere paura della verità. E qui mi piace ricordare San Gregorio Magno che diceva: ‘È meglio suscitare uno scandalo che tacere la verità’”. Torniamo alle parole del Padre Nostro: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno”. In queste richieste presentate a Dio sta la definizione del nostro impegno di vita, dato che, se la nostra domanda a Dio è sincera, questo vuol dire che noi mettiamo noi stessi a sua disposizione per far sì che il suo nome sia santificato e perché il suo regno venga. Ognuno di noi ha un suo contributo, piccolo a grande, da offrire. E una cosa è certa: questo ideale non diventerà concreto senza la nostra collaborazione. Se la mia parte di lavoro resterà incompiuta, per la mia mancanza di buona volontà, nessun altro potrà compierla al posto mio, e la crescita del regno di amore e di pace, di fraternità e di giustizia resterà frustrata per colpa mia. L’esempio di chi ci ha preceduto nell’incontro al Padre ci serve di esempio e di stimolo. Parliamo di povere persone, con i loro limiti e i loro difetti. Ma li abbiamo visti impegnati a compiere il loro rispettivo dovere, coscienti di fare la volontà di Dio; li abbiamo apprezzati nella loro onestà e sincerità, pronti a testimoniare la verità ‘a viso aperto’. Questo esempio ci incoraggia a fare, ciascuno di noi nel proprio ruolo e nella propria collocazione storica, la nostra parte nella costruzione del regno. E a questo proposito, vorrei concludere usando ancora una citazione di don Paolo, tratta dalle parole che aveva detto ai fedeli di Camaçari al momento di partire dal Brasile per tornare a Fano, nella prima fase della sua malattia: “Talvolta pensiamo a Dio solo come a colui che ci deve offrire qualcosa. L’importante per Dio è che noi seguiamo il suo esempio, che cerchiamo di spargere un po’ di amicizia, di amore, di comprensione, che cerchiamo di seguire la sua bontà, dato che il nostro fine nella terra è appunto di costruire sempre di più nella nostra famiglia, nella nostra vita, attorno a noi, il Regno di Dio. Nella misura in cui il Regno di Dio sarà costruito, abbiamo la

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sicurezza che stiamo costruendo la felicità non solo per noi ma anche per tutti i nostri fratelli”. “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno”. Amen.

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Camaçari 1992 - Paolo, Mons. Cecchini e Don Marco Presciutti, che poi proseguirà l’opera di Paolo a Camaçari.

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Hanno detto di lui

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Paolo con donna Vittoria di Fazenda Grande: la mamma “nera� di Paolo


Lettera a un prete nato a Fano Caro Paolo, o don Paolo, scegli tu, avrei dovuto scriverti da tempo per ringra­ziarti del calore e dell’amicizia fraterna con cui mi hai accolto in Brasile, nella tua grande par­rocchia di centomila abitanti, a Camaçari, Salva­dor de Bahia. E poi dell’aiuto che mi hai dato per realizzare il mio lavoro, di tutto insomma. Ma sai com’è, noi fanesi conserviamo sempre quel fondo di timidezza, anche dopo venticinque anni di Roma come me, o diciott’anni di Brasile come te, quel fondo di timidezza che ci fa diffi­dare dei sentimenti gridati o troppo espressi, o forse che ci permette di dire le cose anche senza dirle. A litigare sì, siamo capaci, a fare i vulòn, a gridare per i nostri diritti e per i nostri rovesci, un po meno a ringraziare e ad aprirci il cuore. Non ti ringrazio quindi, ma ti dico che so­no fiero di essere stato vicino, per qualche gior­no, a quel tuo meraviglioso perderti per gli al­tri in una terra straniera per me ma non per te, che è ormai la tua terra. E ne approfitto per ricordarti un momento, una frazione di tempo o un’eternità non importa - una frazione di tempo o un’eternità sono la stessa cosa - che abbiamo vissuto insieme. Il cortiletto della casa parrocchiale, al Duo­mo. La mamma, mia mamma, alle prese con tan­ ti bambini, io già grandicello ad aiutarla e te, il primo, il più limpido dei suoi “Fanciulli di Azio­ne Cattolica”, questa era la dizione ufficiale al­lora. Credo che mia mamma pensasse di essersi calata in un’organizzazione, di perseguirne i fini e di applicarne i metodi con quella sua gioia mo­desta di servire, con quella sua intelligenza viva, penetrante, acuita dalla bontà. E ritengo non si sia mai accorta di averla inventata lei quell’asso­ ciazione, quell’esperienza, irrepetibile come tutte le esperienze autentiche, quel gruppo sui generis di bambini di varia età, dai quattro ai nove an­ni, in una lezione di vita dove le commedie di burattini, le parole dette e non dette, l’esempio, il sorriso illuminante, la bontà profonda, le poe­sie per il Natale e le festicciole con la tazza di cioccolata, le piccole recite, le continue e rinno­ vate invenzioni si mescolavano e unificavano in una pedagogia non codificata, non spocchiosa, non colta perché più colta. Una storia di Fano, come quelle vissute ogni giorno dai fanesi, e come quella vissuta fuori di Fano da tanti altri fanesi, da me o da te. Perché la storia è come un enorme fiume che raccoglie anche i rivoli più insignificanti e privati. Sono passati più di trent’anni e per un attimo ci siamo ritrovati insieme in una realtà così diversa, così lontana, da pensare allo scherzo di un genietto, di quelli assurdi delle favole che si divertono a fare gesti assurdi. Sotto una tenda di plastica arancione sorret­ta da sei pali di legno, nello stato di Bahia, nord-est del Brasile. Si celebra una Messa: tu sei il prete e spieghi Gesù a un gruppo di bam­ bini, donne, uomini dalla pelle assortita in una gradualità di toni marrone. E’ festa in una pic­cola comunità di operai che fabbricano foratoni, sperduta in mezzo al Brasile. Non hanno visto un prete da molti mesi, per altri mesi non lo vedranno più. E come potresti: solo, o quasi, parroco di centomila abitanti. Io non molto lontano da te, con tre compagni di la­voro che mi aiutano a documentare questa real­tà, così esotica e così semplice. Cos’è la Messa?, scandisci nel tuo dolce portoghese che non con­serva neppure un’eco lontana del fanese che par­lavi da bambino. “E’ un incontro” rispondono in coro. “E con chi ci incontriamo? Con Dio. E Dio? E’ nostro padre”. A documentare questa realtà, legata a tante altre che tu mi hai insegnato a conoscere in po­chi giorni: la realtà di una terra rigogliosa e po­vera, esuberante e avara, dello sfruttamento del­l’uomo sull’uomo che può assumere aspetti e di­mensioni da civiltà precristiana dopo 2000

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anni di cristianesimo. Mi viene alla mente un pensiero a incalzare il pensiero precedente: se mia mamma sapesse. Chissà se avrebbe mai potuto immaginarselo: trent’ anni dopo, io e te a condividere questo mo­mento, questo “incontro”. Sono domande alle quali chi ha fede risponde sì. Leandro Castellani -1983

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Jornal de Camaçari - 1986. “Partecipando attivamente, da quasi cinque anni, alla vita di Camaçari, al dibattito e alla ricerca di soluzioni per i gravi problemi della città, Padre Paolo, senza mai prendere posizioni partitarie, ha comunque svolto un ruolo importante nel processo di cambiamenti socio-politici del municipio. Ha messa in pratica la sua opzione pastorale aiutando la Comunità a leggere la realtà alla luce del Vangelo, o come lui stesso dice: « a... guardare la realtà in maniera critica e agire di conseguenza per cambiarla. E continua: Far si che il Regno si concretizzi in Camaçari è un lavoro di formica. fondato su tre priorità: formazione delle piccole comunità (CEBs), appoggio ai movimenti popolari, e servizio di assistenza sociale. Il risultato di questo lavoro è una presenza viva della chiesa nei vari quartieri, con uno spirito critico e una maggiore partecipazione. L’appoggio ai movimenti popolari si basa sul principio che la chiesa deve prendere posizione a servizio dei poveri, pur mantenendo la sua autonomia e indipendenza, e che deve aiutare i ricchi a cambiare mentalità ››. Coerente con questo principio, la sua parrocchia è sempre stata presente e solidale nelle manifestazioni e rivendicazioni popolari, mentre ha sempre rifiutato di benedire fabbriche, banche, negozi... e Padre Paolo spiega:«Non accetto benedire questi locali senza un criterio, perchè credo che Dio non può dare la sua benedizione quando in questi locali domina lo sfruttamento e l’oppressione. Dio maledice chi semina e sostiene l’ingiustizia ›› Convivendo nel quotidiano, a contatto con le difficoltà e problemi della popolazione, Paolo oggi ha una visione chiara della situazione ed è sempre coerente nella sua azione. ”.

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Camaçari, chiesa di Nossa Senhora da Libertacäo,1991 - Celebrazione eucaristica presieduta dal S.E.Cardinale Lucas Moreira Neves, Arcivescovo di Salvador Bahia, e da S.E. Giovanni Tonucci, Arcivescovo di Torcello e Nunzio Apostolico in Bolivia. Sullo sfondo padre Jurandir, sacerdote nativo di Camaçari.

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Lettera inviata dal Cardinale Lucas Moreira Neves, O.P., Arcivescovo di São Salvador de Bahia, alla famiglia, nel giorno della morte Visitando il nostro Padre Paolo, a Bologna, il 30 Settembre u.s., e intrattenendomi con lui circa la nostra Arcidiocesi e circa la sua Parrocchia di Camaçari, pur vedendolo atrocemente provato dalla malattia, non potevo credere che la sua dipartita sarebbe stata così rapida, così vicina. Ieri ho ricevuto, tramite Padre Marco Presciutti, la notizia che il nostro Don Paolo si era spento poche ore prima. Mi sono subito raccolto a pregare per lui e il mio primo pensiero è andato a voi, suoi fratelli, cognate e nipoti. Voi, sua famiglia, avete partecipato alla sua missione nel Brasile e a Salvador grazie alla generosa e amorosa disponibilità a lasciarlo partire, ancora giovane, per il nostro beneficio. Questo è stato il merito principale dei genitori, ma anche vostro, solidali tutti nella scelta e vocazione di Padre Paolo. Adesso che egli è ritornato al Padre e al “gaudium Domini sui”, l’Arcivescovo, i Vescovi Ausiliari, il Clero e l’intera Arcidiocesi hanno un cordiale riconoscente pensiero alla carissima famiglia. Noi vi diciamo grazie per i sacrifici fatti lungo questi 30 anni di presenza e di fervida attività pastorale di Paolo Maria. Venerdì prossimo sarò a Camaçari per pregare con i parrocchiani, suffragando affettuosamente l’anima del buon e fedele servo di Cristo, sacerdote e pastore. Sarà il momento di invocare per voi, familiari e congiunti, consolazione nel dolore e speranza cristiana. Con animo grato + Lucas Card. Moreira Neves, O.P., Arcivescovo Salvador, 10 Ottobre 1994

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Lettera scritta da Delia agli amici di Camaçari, il giorno dopo il funerale di Paolo. Fano, 12 ottobre 1994 Cari Amici, sorelle e fratelli della parrocchia di Camaçari e di Salvador, tento di scrivere qualcosa per dirvi quanto abbiamo qui sentito la presenza di tutti voi ieri, durante la Messa e la sepoltura di P. Paolo. Durante tutto il tempo in cui sono stata al lato di Paolo, gli dicevo sempre: “Sono qui in nome di tutti gli amici del Brasile”, e lui sentiva la presenza di tutti voi; ricordava tutti e sognava, fino agli ultimi giorni, di poter tornare in mezzo a voi per poter continuare la sua missione. Ringrazio Dio che mi ha permesso di stare a fianco di Paolo fino al suo ritorno alla casa del Padre. Sono stati giorni di molta grazia e di profondo arricchimento, che spero posso condividere a mia volta con voi. Fino alla fine, l’esempio di Paolo è stato di grande fede e una testimonianza per tutti di profonda fiducia e di accettazione della volontà del Padre. Ringrazio anche Luigi e Marco, che mi hanno lasciata partire con profondo appoggio e affetto. E ringrazio tutti voi, che continuando fermi nell’impegno e nella dedizione, mi avete dato questa grande opportunità di essere qui.. Durante le ultime settimane, la cosa che più pesava a Paolo era di non vedere. Chiedeva sempre che accendessi la luce e diceva: Quello che vorrei è qualcosa che nessuno di voi può darmi: la luce”. Ora Paolo ha raggiunto la luce eterna, ora egli è nella luce piena e credo che continuerà ad essere in mezzo a noi, illuminando il nostro cammino che ci conduce alla casa del Padre. Un abbraccio fraterno a ciascuno personalmente e in questo momento sentiate la stretta di mano che a Paolo piaceva tanto dare a tutti alla fine delle messe. Questa stretta di mano non sia un saluto in più ma il segno che Paolo vuole continuare ad essere unito a noi. A presto, Delia

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Don Marco Presciutti e Don Luigi Carrescia, sono i due sacerdoti che, andati in Brasile nell’autunno del 1993 per collaborare con Paolo nella parrocchia di Camaçari, ne hanno continuato il lavoro. Il 10 Ottobre inviarono questa lettera ai fratelli di Paolo e a Delia. Mai come in questo momento le parole si rivelano povere, incapaci di comunicare per intero i sentimenti che le animano, ma, vista la distanza, sono l’unico mezzo a nostra disposizione per esprimere anche nel segno la partecipazione più sincera e commossa alle celebrazioni di saluto di un amico e di un fratello che ci precede nel ritorno a Dio. Vorremmo innanzitutto trasmettere l’affetto e la gratitudine, la stima e l’amicizia profonda di tante persone di Camaçari, di Salvador, del Brasile che hanno conosciuto e amato padre Paolo, che hanno pregato incessantemente desiderandone il ritorno, che con lui e grazie a lui sono cresciute nella fede, nella speranza e nell’amore, che hanno con lui sognato lottato per fare strada al Regno, in questo Paese così profondamente marcato dalla morte e dalla miseria, tante volte impoverito dall’ingiustizia e dalla violenza. Quello che lui ha seminato come Padre e come uomo germoglia già in segni forti di speranza. Ereditiamo il “mantello del profeta” di cui parla la Bibbia, per continuare a battere lo stesso cammino e gridare lo stesso Vangelo con ancora più ardore, con maggiore disponibilità, perché stimolati dal ricordo vivo di lui e dalla sua testimonianza. Siamo vicini in maniera tutta speciale a Don Giovanni, a Marco, a Francesco, ai parenti di padre Paolo, a Delia e alla grande famiglia degli amici, al Vescovo e alla Chiesa diocesana tutta, condividendo il dolore e l’inevitabile tristezza di questi momenti. Sono lo stesso dolore e la stessa tristezza di tanti brasiliani. Insieme a voi vorremmo ringraziare il Signore perché ci ha fatto il dono di questo amico, e attraverso di lui ci si è manifestato come amante dei poveri, appassionato per la vita e per la pace, eternamente coinvolto in ogni lotta a favore dell’uomo. Se padre Paolo è morto la mattina del “giorno del Signore”, all’inizio del giorno in cui la morte è morta per fare spazio alla vita senza fine, è per ricordarci che la tristezza non può avere il sopravvento, è per aprirci alla speranza. Per questo la Chiesa di Camaçari si unisce alla Chiesa di Fano nella celebrazione dell’unica fede in Cristo Gesù, crocifisso e risorto. È la fede nella Pasqua, nella potenza del Regno che feconda la storia che ha marcato i giorni e la vita di Paolo, amico e prete. Marco e Luigi

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Don Renzo Rossi, dell’Arcidiocesi di Firenze, giunse in Brasile con Don Paolo nel 1965. Fu per molti anni parroco della parrocchia di Nossa Senhora de Guadalupe, parte della quale erano i quartieri di Fazenda Grande e Fonte do Capim, affidati alla cura pastorale di Paolo. Carissimi Giovanni, Francesco, Marco e Delia, noi, sacerdoti, suore e diaconi della parrocchia di “Nossa Senhora de Guadalupe”, insieme a tutte le “comunità” e a tutta la popolazione, vi siamo tanto vicini in questo momento così doloroso, sia per voi, cari amici, sia per tutti noi. Don Paolo è indimenticabile, un grande dono di Dio. Gli siamo sempre stati vicini nella sua sofferenza, certi che anche lui era vicino a tutti noi. Ora lo pensiamo in Paradiso, più di sempre accanto a noi. Con S. Girolamo diciamo: “Non ci lamentiamo, Signore, perché ci hai tolto Paolo, ma ti ringraziamo di avercelo donato durante 29 anni, qui in Brasile”. Grazie a Delia per essere presente costà a nome di tutti noi. Domenica prossima ricorderemo Paolo durante tutte le S. Messe. Un grande abbraccio. Renzo Rossi prete

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Fano 19 ottobre 1992 , Sala della Concordia – Don Paolo riceve il premio “Fortuna d’oro” dal sindaco Giuliani ( nella foto assieme all’assessore Isotti) con la seguente motivazione “per la sua attività umanitaria e spirituale a favore delle popolazioni povere del lontano Brasile e per aver saputo lottare coraggiosamente contro gli ostacoli e le incomprensioni di una dittatura militare. Lontano dalla sua terra natale ha saputo conservare il vivo ricordo degli affetti familiari, dei tanti suoi amici e coetanei e della propria amata città”

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Humberto Henrique Garcia Ellery è sindaco del comune di Camaçari. La sua testimonianza è particolarmente significativa, dato che viene da una persona con la quale Paolo ha frequentemente avuto degli scontri, per le ragioni che lo stesso sindaco espone. La morte di Padre Paolo Tonucci ci ha rattristati tutti. Purtroppo se ne è andato quando aveva ancora molto da dare ai suoi fratelli. La nostra convivenza in Camaçari è stata lunga: più di dieci anni. Ed è stata una convivenza molto ricca. Non perché concordassimo in tutto, ma perché sapevamo affrontare le divergenze. Padre Paolo era uno di quegli uomini radicalmente intransigenti. E non lo dico con un tono di censura. Lo faccio, al contrario, con profonda ammirazione. Difendeva le sue idee con un ardore insuperabile. Ci credeva, alla stessa maniera in cui credeva in Dio che amava. Nella sua attività pastorale mantenne una preferenza: i poveri, i non favoriti dalla sorte, i miserabili. E su questo non aveva dubbi. Non so se la sua opzione per i poveri fosse Teologia della Liberazione o semplicemente la coerente interpretazione degli insegnamenti di Cristo. Forse pensava continuamente al Discorso della Montagna. Forse credeva che un giorno il pane potesse essere spezzato per tutti. Forse credeva che quando dava protezione a un piccolo accoglieva lo stesso Cristo. Forse pensava necessaria l’espulsione dei venditori dal tempio per intronizzarvi gli affamati e gli assetati di giustizia. Con le autorità, anche con me, entrava in contatto per rivendicare miglioramenti a favore della gente. Non chiedeva: reclamava diritti negati in una società ancora tanto ingiusta. Conversava con le autorità mettendosi sempre dalla parte degli abitanti dei vari quartieri. Era un organizzatore del popolo, oltre ad essere un evangelizzatore. Il mio compito di servire il popolo l’ho svolto nell’esercizio di diversi mandati esecutivi. È una missione spinosa, come tutti sanno. Non furono poche le volte che Padre Paolo mi criticò, né poche le volte che le sue critiche mi aiutarono a correggere la direzione, mi furono utili per lo svolgimento corretto del “munus” di governare. Vite come quella di Paolo fanno l’esistenza umana più bella e infinita. Ci ricordano che in un mondo profondamente segnato dall’egoismo, dallo spirito competitivo che non riconosce il prossimo, dal predominio del mercato e della merce, possono ancora nascere persone che si lasciano inquietare dalla miseria, dalla fame, dall’esclusione di milioni di esseri umani dai benefici dello sviluppo. Vite come quella di Padre Paolo sono eterne. Perché di lui si parlerà sempre. E sempre si dirà che seppe amare e che, sapendo amare, fu felice. Ed essendo felice fu umano, essendo umano si mantenne vicino al Creatore, unito a Cristo, il quale desidera che gli uomini non ignorino il prossimo ma lo amino. Riposa in pace, Padre Paolo. Humberto Henrique Garcia Ellery

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Le espressioni che seguono, sono state scritte da alcuni parrocchiani di Fazenda Grande e di Camaçari, dopo aver appreso la notizia della morte di Paolo. “Padre Paolo, sempre ti ricorderemo, perché non sei stato solo un parroco che è venuto per farsi carico della nostra parrocchia. Tu, prima di tutto, sei stato un amico, una persona semplice che si è mostrata uguale a noi, che ha lottato a favore degli umili, che ha catechizzato tanta gente, mostrando ed essa il cammino che ci porta al Padre.” “Padre Paolo, tu ci hai dato il coraggio per testimoniare l’amore ai fratelli e ci hai insegnato a stimarci come persone.” “Al principio non aveva un’abitazione, qui a Fazenda Grande, e così veniva tutti i giorni in bicicletta dal quartiere dell’Alto do Perù e andava a mangiare in casa dei parrocchiani.” “Attraverso i suoi insegnamenti, ci ha fatto persone capaci di capire il messaggio evangelico, che ci spingeva al servizio dei fratelli. Ci ha dato sempre esempio di semplicità e umiltà.” “Con i suoi consigli ha portato la pace in molte famiglie in crisi.” “Ha sempre lottato a fianco dei disoccupati e dei senzatetto.” “In mezzo a noi ha seminato tutto questo e ora questo seme sta dando i suoi frutti.” “Padre Paolo è stato un buon cammino per la nostra città e un buon esempio per tutti i cristiani.” “Padre Paolo, il nostro parroco, ha scelto il Brasile come sua Patria e Camaçari come sua città. Non lo dimenticheremo mai per tutto quello che qui ha vissuto e insegnato.” “Amore per la vita, amore per la libertà, amore per la fraternità, amore per la giustizia, amore per i poveri, amore per la pace e, al di sopra di tutto, amore per la Parola di Dio. Fedele alla Parola di Dio, ai suoi ideali, alla sua intransigente passione per la lotta popolare, fedele infine a se stesso e al suo Dio.” “È stata una vita di lavoro e di amicizia insieme. Una cosa sola devo dire: grazie, Paolo, grazie.”

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Salvador Bahia 1993 – . Paolo con Sergio Merlini in occasione del Decennale della fondazione della Commissione di Giustizia e Pace dell’Arcidiocesi di Salvador. Paolo ne fu l’iniziatore e il responsabile.

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Stralci di lettere di amici, dopo la morte di Paolo “Nessuno potrà riempire il vuoto che Paolo ha lasciato. La sua personalità ricca e generosa, la sua intelligenza e la sua sensibilità erano superiori, eccezionali. E la sua malattia lo ha dimostrato: Ci ha dato una lezione di grandezza morale che non dimenticheremo”. “Anche per me i momenti di Bologna sono stati pieni di emozioni contrastanti; ma troppi interrogativi restano senza risposta. Perché Paolo ha dovuto soffrire cosi....? Dove ha trovato lo serenità per affrontare tutto questo senza mai un lamento...? Come ha fatto a trasformare la sua tremenda malattia in un incontro di amore....? Questo si respirava nell’aria. Lui riusciva a tirar fuori il meglio dalle persone e quelle visite all’ospedale divenivano proprio delle occasioni d’incontro profondo”. “È stato come un lampo l’addio di Paolo.... Ma la sua tenacia, quel suo fare sicuro e, perché no, affascinante, mi lega a lui ora più di prima! Voglio pensare che ora lui ci guardi e ci parli; lui può e a noi non resta che ascoltarlo”. ‘Tante volte mi ha detto che non dovevo mitizzarlo, ma dopo questa esperienza è praticamente impossibile. Mi mancano la sua ironia, il suo sorriso e i suoi consigli”. “... Sono passato nel mio ufficio ed ho trovato te e Paolo presenti nella tua lettera. Non ti dico quello che sto provando con lui che dal suo paradiso dice giustamente quello che dice a te che vivi nella desolazione:... è proprio come - ora lo è per me - se non ci fossero nè distanze, nè separazioni!”. È bellissima l’amicizia”. “Quando due vite si uniscono profondamente, si vive in simbiosi, in dipendenza reciproca, anche se non sembra. La condivisione della vita in tutto e per tutto, porta inevitabilmente ad una stupenda dipendenza. Ci si accorge di questo solo quando l’altro se ne va: allora si vede solo il deserto, il buio, non c’è più nulla, e verrebbe voglia solo di urlare la propria solitudine. Però continuiamo a vivere. Questo è il problema ed anche la certezza, e nessuno si accorge di questo dramma. Ma forse tutti aspettano la resurrezione. Ogni persona che ha amato Paolo, lo terrà nel cuore, agirà seguendo la sua guida, ciò che da lui ha imparato e ricevuto”. “È veramente straordinario - quante volte ci si accorge tardi ! - il venir a conoscere l’ampiezza e i rapporti di Paolo. Dietro una maschera che, a volte, nascondeva un certo distacco, riusciva a porre le parole e i gesti che conquistavano. Non si può dire “poco a poco dimentichiamo; il lavoro ci assorbirà ...“. Noi non dobbiamo dimenticare ... rimarrà sempre il riferimento a lui, e un legame per quella realtà costruita da Paolo, fatta di pensieri, progetti, iniziative, valutazioni, che continua a muovere, creare, far sentire in un modo tutto particolare. Ci sono presenze nella vita che non puoi descrivere se non continuandole secondo un’originalità personale. Per cui da Paolo dovremmo apprendere più lo stile che le idee. Anche le sue idee si sono modificate con il passare degli anni, degli avvenimenti, delle situazioni e delle esperienze. Questo è intelligenza e sapienza. Eppure lui è rimasto lo stesso: la serenità del suo lavoro, il suo

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essere prete con tutti (bellissima la sua testimonianza nella cartolina-ricordo!) ,la sua generosità, l’amicizia e fedeltà e coerenza. Per me è stato maestro ancor prima che amico”.

“È vero che Paolo non sarà mai un ricordo. La sua presenza, il suo messaggio limpido e forte continua ad accompagnarci, ma non ha più la veste umana di cui noi tutti abbiamo tanto bisogno”.

“Paolo c’è, sarebbe inutile e impossibile sostituirlo ma per continuare la strada con lui e verso lui, ci vuole aiuto. Bisogna imparare a bere da tutte le sorgenti che Dio vorrà porre sul nostro cammino, per poter continuare a far crescere chi ci è vicino senza mai inaridirci”. “Spesso penso a Paolo con tanta dolcezza; mi manca, ma ne ho un bellissimo ricordo e questo sicuramente aiuta anche se non consola”. “Non c’è giorno che per un motivo o l’altro noi non parliamo di Paolo a cui abbiamo voluto bene come a un fratello. E d’altra parte era difficile rimanere indifferenti al suo entusiasmo, al suo calore, alla sua carica umana. Lo abbiamo sempre davanti agli occhi col suo sorriso di eterno ragazzino: è un’ immagine che ci consola in ogni momento. Ma non sempre il pensiero che lui sia in un luogo migliore riesce a colmare il vuoto”. “Tutto ci parla di lui e grande è il vuoto che ha lasciato, ma lui stesso continua a colmarlo. Questa è una grande consolazione e insieme una ferita sempre aperta. Questa sofferenza è il prezzo da pagare per intensificare la comunione con lui. La fedeltà del ricordo ora costa molto, moltissimo, ma rende sempre più forte, limpida, purificata la comunione”.

“Devo a Paolo l’aver ripreso a pregare. Ho mantenuto con Paolo una corrispondenza di più di 12 anni. Le sue lettere venivano da tutte le parti quasi sempre nei momenti che io più avevo bisogno di conforto. Paolo aveva una grande capacità di ascoltare e capire e forse è stato il mio migliore amico. Voglio ricordare Paolo forte, allegro, sempre pronto a raccontare barzellette, ma serio quando era necessario. Mi mancano le sue lettere e le sue parole sempre opportune nei momenti più difficili, che mi aiutavano a mantenere la fede, a imparare di nuovo a pregare, ad avere fiducia in Dio. Penso che lui vorrebbe che noi oggi fossimo felici nel ricordo e che parlassimo con lui quando la tristezza e la solitudine ci assalgono”.

“La lettera e le foto di Paolo richiamano molti ricordi. E difficile portare da soli l’utopia di Paolo. Ma non é così che continua a vivere? Lui vive e solo può essere incontrato in ciò che ha sempre tentato di fare e ha vissuto. E cosi che ricordiamo Paolo. Lui non voleva morire, ma ha accettato anche questa possibilità. Il difficile è, per chi è rimasto”.

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Fano, Eremo di Monte Giove, inverno 1993 – Don Paolo (già malato) con Mario Bartoletti e padre Alberico (camaldolese).

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La seguente testimonianza, da parte di membri del Movimento Familiare Cristiano, è stata pubblicata su “ATUAÇÃO”, bollettino del MFC, n. 80, marzo/aprile 1995. Abbiamo incontrato Paolo per la prima volta nel lontano 1966, nel quartiere “Alto do Perù”, dove andavamo a fare dei corsi per fidanzati. A vedere Paolo, con la sua faccia da ragazzino, che aveva scambiato la sua Fano per un quartiere periferico di questo Brasile del Terzo Mondo, ci chiedevamo perplessi: “Che cosa viene a fare tra noi questo prete-ragazzino? Che cosa capirà della povertà di qui, delle nostre tradizioni popolari? Uno che viene dalla lontana Italia, cresciuto ed educato in quella cultura millenaria, che è abituata a dominare i popoli del mondo intero... che esperienza potrà trasmetterci?” Questa è stata la nostra prima reazione con Paolo. Il tempo passava e Paolo, a poco a poco, si rivelava. Erano gli anni della repressione. E allora, dove c’era un perseguitato, un fuggitivo, un ricercato, Paolo era presente. Accogliendo, confortando, nascondendo. A fianco dei piccoli e degli abbandonati sempre c’era Paolo. Dove crollava una baracca, dove mancava cibo e assistenza, insieme alle vittime dell’ingiustizia, a fianco degli “invasori” e dei disoccupati, sempre Paolo era presente. Contestatore, sfidava i potenti e l’arbitrio; non conformandosi all’ingiustizia sociale di questa società perversa, difendeva i perseguitati, gli abbandonati e i nullatenenti. Aumentavano i nostri dubbi e le perplessità: oltre che ragazzino e straniero, era anche sovversivo! 1968: è stato in occasione di una tragedia che abbiamo potuto conoscere meglio Paolo. Una violenta tromba d’acqua si era abbattuta su Salvador, concentrando la sua furia soprattutto nella parrocchia dei preti italiani e lasciando un triste bilancio di frane, crolli, morti, feriti, senzatetto. E poi fame e rischio di epidemie. I primi ad accorrere e a soccorrere le vittime furono Renzo e Paolo. Noi, con altri amici, facemmo parte del gruppo di soccorso, e così abbiamo potuto stare insieme ed essere testimoni dell’azione di Paolo. Dinamico, infaticabile, presente dappertutto, sempre attento a chi aveva bisogno. Cercando di trasferire alcuni e di riunire famiglie disperse, mettendo ordine e organizzando i primi soccorsi, distribuendo alimenti e facendo da infermiere per curare i feriti: là c’era Paolo. A poco a poco il nostro giudizio su Paolo cambiava. In seguito l’abbiamo incontrato con più frequenza, in riunioni diocesane, incontri, dibattiti, conferenze. Nel giugno 1981 Paolo lasciò Fazenda Grande e si trasferì come parroco a Camaçari, sede del Polo Petrolchimico, città in rapida espansione, con un afflusso enorme e disordinato di immigranti, in cerca di fortuna e di lavoro. Area di conflitti e di contraddizioni, dove convivono il moderno e l’antico, la tecnologia più avanzata e i mezzi più rudimentali, il dottore e l’analfabeta. Una volta di più Paolo mise la sua energia e la sia dedizione a disposizione dei “piccoli del Regno”, degli emarginati. Un bel giorno, sia ringraziato il Signore, Paolo si decise di collaborare con il Movimento Familiare Cristiano. A partire da quel momento, i nostri contatti diventarono più assidui e costanti. Ha organizzato un gruppo del Movimento a Camaçari; è stato assistente regionale e poi nazionale. Ha partecipato e lavorato nell’organizzazione degli incontri nazionali e regionali e per ultimo dell’incontro latino-americano. Provocava, stimolava, discuteva calorosamente. Rispettava le nostre posizioni quando erano diverse dalle sue. Camminava con noi e tra noi, e così aumentava la reciproca conoscenza e una amicizia fraterna. Per Paolo ciò che contava era la costruzione del Regno, una società dove non ci fossero né ingiustizia né esclusi. Rivedendo il cammino fatto, costatiamo quanto dobbiamo a Paolo di ciò che oggi siamo.

Da vari anni, Paolo collaborava alla redazione di testi di storia

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Il “Centro Cultural Para Infanzia Pe. Paulo Tonucci” realizzato a Camaçari dall’Associazione “Centro Scuola Don Paolo Tonucci “ nel 1996

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brasiliana e latino-americana, all’interno del Cehila, un comitato di ricercatori che si dedicava a studiare i diversi aspetti della storia del continente ed a pubblicare libretti scientificamente accurati ma di facile lettura anche per persone non colte. Eduardo Hornaeert, sacerdote belga che da anni vive in Brasile, pubblicò questa testimonianza, sul “Boletim da Cehila”, n. 50, Maggio 1995. Il lavoro di Paolo ha avuto sempre come caratteristica la preoccupazione di comunicare con quelli che non hanno l’abitudine di leggere. Paolo faceva tante ricerche con molto impegno e serietà, ma pochi documenti, raccolti un po’ da tutte le parti. Fu così che è riuscito a mettere insieme una ricca biblioteca di libri di storia dei popoli latino-americani, sempre in una prospettiva di lotta, conquista e resistenza. Paolo non lavorava esclusivamente per la Cehila - popular. Il suo mondo era quello della pastorale nella Bahia. In questo ambito, molte furono le sue pubblicazioni. Il suo amico, l’abate benedettino Dom Timoteo, diceva di lui: “Anche se con grande discrezione, l’esegesi scientifica si trova presente nei suoi lavori. Ma è una scienza che si rifiuta di sovrapporsi alla vita. La pastorale della Bahia deve molto a Paolo”. Paolo non era uno scrittore accademico. Si distinse per il senso di realismo e per questo la sua più grande preoccupazione era quella di scrivere per la base, per chi non è abituato a leggere. Per questo il ricorso al disegno, a brevi capitoli di facile consultazione e la costante raccomandazione che faceva agli editori di pubblicare con caratteri grandi. La presenza di Paolo tra di noi, anche se sempre discreta, è stata segnata da una accentuata originalità. Paolo aveva capito, come per intuizione, che la maggior parte dei problemi e delle difficoltà incontrate dalla teologia della liberazione derivano da una incapacità di comunicare con gli strati maggioritari della popolazione. Per questo non si preoccupava molto delle strutture gerarchiche della Chiesa, che accettava con spontaneità, né con pesanti discussioni teologiche, che lo stancavano. Non era un radicale di sinistra né molto meno un adepto delle tesi di destra. Faceva parte del mondo clericale senza essere un clericale nel senso negativo della parola: da qui la sua accettazione del mondo laico e universitario. In fondo il tema che lo interessava di più era quello della comunicazione con la massa. Era come se si chiedesse sempre: “Come posso capire quelli che sono diversi da me?”. È una buona domanda per chi vive nella Bahia, dove la cultura bianca è in contatto quotidiano con la cultura nera. Questo ha affascinato Paolo: la differenza, la diversità. E forse è stato per questo che l’italiano Paolo si è trovato così bene nella Bahia, perché ha sempre cercato forme nuove di comunicazione con la gente. Non si può dire che fu Paolo a catechizzare, a influenzare e formare il popolo con il quale viveva, ma piuttosto che fu il popolo che ha trasformato Paolo. La Bahia, in un certo modo, ha forgiato la vita di Paolo e ha fatto sì che fosse quello che veramente è stato. Eduardo Hornaeert

Bira, un avvocato impegnato durante la dittatura con i prigionieri politici così parlava di Paolo durante il seminario che

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la Facoltà di Storia dell’Università di Salvador gli dedicò il 5 ottobre 1995: Io comprendo come e perché Paulo sosteneva tutti i partiti della sinistra, ma non si impegnava con nessuno di loro e perché egli si permetteva di criticare ciascuno, di metterli in dubbio, perché egli testimonia va che c’era qualcosa di più importante dei partiti, e di questo essi oggi lo ringraziano molto.

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Camaçari 2003 - Bambini di Camaçari a scuola al “Centro Cultural Para Infanzia Pe. Paulo Tonucci”


Finito di stampare nel mese di settembre del 2004


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