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I GIOCHI E LE SIMBIOSI IN ANALISI TRANSAZIONALE I giochi inconsci che i pazienti psicotici effettuano con le proprie figure di riferimento al fine di mantenere modalitĂ  relazionali simbiotiche funzionali alla non destrutturazione della patologia. Luglio 2004

Diana Gallo Counselor professionista ad indirizzo Analitico Transazionale

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Premessa Questo studio nasce dal lavoro di ricerca teorica su testi e di osservazione effettuato sui pazienti in rapporto alle loro famiglie, le relazioni che si instaurano fra vari partner all’interno di gruppi terapeutici di pazienti, gruppi di operatori, medici e volontari professionisti del terzo settore. Dall’osservazione delle relazioni attraverso la lente di lettura dell’A.T. le dinamiche di gioco, come messa in atto sociale nel gioco delle relazioni dei copioni personali, mi ha permesso di fare alcune osservazioni e di appuntare degli spunti di riflessione teorica che possono essere approfonditi nella teoria e nella pratica clinica se ritenuti validi spunti creativi per l’evoluzione dell’analisi dei giochi come terapia dei pazienti psicotici e dei familiari. Il Gioco Le definizioni che si avviciniamo maggiormente al concetto di gioco in A.T., implicano il concetto di una relazione di competizione tra due o più persone regolata da norme e con una posta in gioco, la cui posta, dipende dall’abilità e dalla fortuna (che possiamo tradurre con tornaconto, conoscenza di sé e copione di vita); e si aggiunge il complesso di regole che deve essere osservato in un determinato gioco, l’idea di situazione ostile, ma anche di burla, comunque di recita cioè di non autentico, che si lega a un'idea di piacevolezza di finzione e artificialità. Quello che colpisce nella differenza fra il concetto berniano e quello che nel linguaggio comune per gioco è l’idea di un gioco non liberamente scelto, ma imposto da meccanismi copionali inconsci da cui ci si può liberare solo attraverso una profonda e attenta conoscenza di sé attraverso l’analisi stessa del copione ( dinamiche intrapsichiche ) e dei giochi ( dinamiche relazionali), l’idea di un gioco non legato al piacere nel senso di soddisfacimento di bisogni infantili del “ far finta” e dell’imitazione adulta per apprendere modelli e diventare grandi, ( secondo i modelli psicodinamici che indicano l’importanza dei giochi per la crescita sana di un bambino ), il concetto di gioco legato all’idea di tornaconto, sperimentazione di emozioni parassite, cioè inautentiche rispetto alla situazione, come surrogato di una intimità che non si riesce a vivere se non come obbligatorietà di una messa in atto inconscia del proprio copione, da cui ci si libera solo attraverso la consapevolezza di una ridecisione copionale e il coraggio di provare emozioni autentiche e non parassite. Già nel 1953 Berne individua il concetto di transazione ulteriore e quindi di gioco, dando importanza agli aspetti non verbali informali, ambigui e irrazionali della comunicazione. Alla fine degli anni ’50, nel 1958 individua il primo gioco, “Perché non…si ma” individuato all’interno dei gruppi da lui condotti, e delinea la prima definizione “ un gioco può essere definito come una serie ricorrente di transazioni, spesso ripetitive, apparentemente razionali e con una motivazione nascosta…una serie di operazioni con un trucco”. Caratteristiche dei giochi: 1) Ripetitività: Il gioco preferito è giocato più e più volte, cambiano i giocatori, ma lo schema del gioco rimane; 2) I giochi sono giocati senza la consapevolezza dell’adulto; 3) Alla fine del gioco si sperimentano emozioni parassite; 4) I giochi propongono uno scambio di transazioni ulteriori tra i giocatori: a livello psicologico (messaggio segreto) succede qualcosa di diverso che a livello sociale (messaggio manifesto). 5) I giochi comportano un livello di sorpresa o confusione; sembra che ci sia stato uno scambio di ruoli. 2


I giochi possono essere giocati a differenti gradi di intensità:  1° grado, strutturano le feste; possono essere condivisi socialmente,  2° grado, un po’ più pesanti, si preferisce non condividerli in pubblico  3° grado, si conclude in clinica, all’ospedale o all’obitorio; La formula G Berne ha individuato una formula che attraversa una sequenza di 6 fasi e cui un gioco deve rispondere per definirsi tale: G+A=R-S–I–T Gancio più anello uguale risposta, scambio, incrocio, tornaconto. Il gancio è il messaggio non verbale espresso all’inizio del gioco che invita l’altro a giocare, l’anello riguarda la disponibilità del giocatore a giocare quel gioco ( punto debole di copione che porta una persona a entrare ad incastro nel gioco di un’altra), la risposta è una serie di transazioni nella struttura del gioco che può durare un attimo o andare avanti per anni, lo scambio avviene in un momento di pausa in cui non si sa più cosa effettuare c’è una sorpresa che fa determinare l’incrocio, lo scambio di ruoli nel gioco ( Es. vittima – carnefice e/o salvatore, carnefice e/o salvatore – vittima, triangolo drammatico di Karpman). Subito dopo la confusione dell’incrocio si raccoglie il tornaconto fatto di emozioni parassite. Nell’incrocio si effettua nello scambio di ruoli che avviene nel gioco, in questo triangolo il cliente non è nel qui e ora, ma nel passato e utilizza attraverso l’inautentictà dei ruoli, vecchie decisioni copionali prese da bambino. Berne definisce la formula G in “Ciao!…e poi?”, e aggiunge che “tutto quello che corrisponde a questa formula è un gioco, quello che non vi si adatta non lo è” ( p.29). In “Principi di Terapia di gruppo” Berne aveva definito gioco così: “Un gioco è una serie di transazioni ulteriori che conducono ad un tornaconto ben definito” ( p. 264). In “ Ciao! …e poi?” si cita lo scambio e l’incrocio come essenziali per definire un gioco in “Principi di terapia di gruppo” no, la definizione più completa è quella rappresentata dalla formula G. Nel 1961 in “Analisi Transazionale e psicoterapia”, Berne esplicita le funzioni psicodinamiche del gioco e una prima formulazione dei guadagni: “ …Freud descrive tre tipi di guadagni offerti dalla malattia: uno primario interno, uno primario esterno ed uno secondario..”C’è inoltre un guadagno sociale ed uno biologico, nel 1964 in “A che gioco giochiamo” si distinguono le manovre dei giochi e si arriva ad aggiornare la teoria dei guadagni come funzioni stabilizzatrici, ci sono 6 vantaggi del gioco: psicologico interno ed esterno, sociale interno ed esterno, esistenziale, biologico. Solo la situazione psicoterapica permette di capire adeguatamente un gioco. Nel 1966 in “Principi di terapia di gruppo” Berne definisce i Giochi clinici “ Seducenti tranelli pseudoterapeutici presentati dai clienti”, anche il terapeuta è esposto al rischio di gioco, cadendo nel tranello o organizzandolo egli stesso. Nel 1970 in “Fare l’amore” Berne descrive la pseudobiologicità del gioco, i compensi non sono goduti immediatamente, ma anche messi da parte come buoni premio, in “Ciao…e poi “ si collegano giochi a posizioni esistenziali, es. la seconda posizione “( + -) arrogante, può provare con “Stavolta ti ho beccato”, nella terza (- +) depressiva con “prendimi pure a calci”… 3


Giochi e simbiosi Numerosi autori hanno contribuito ad arricchire ed articolare il concetto di gioco ci soffermiamo in particolare sugli studi effettuati da Jaqui Lee Schiff circa il rapporto tra lo scopo del gioco e la simbiosi. “ Giochi sono tentativi di vivere rapporti simbiotici non risolti…oppure una reazione di rabbia a questi rapporti. Rivivere una relazione simbiotica dà un senso di sicurezza…i giochi che derivano dalla rabbia verso il rapporto simbiotico in realtà lo rinforzano perchè non lo interrompono, essenzialmente queste persone ripropongono la relazione simbiotica sull’altra parte coinvolta nel gioco”. ( Schiff, 1975). Nella simbiosi ciascun giocatore svaluta se stesso e l’altro. Per giustificare la simbiosi si mantengono convinzioni grandiose del Genitore e del Bambino come “ Io non posso fare niente” oppure “ Vivo solo per te”. Il gioco è così un tentativo di mantenere una simbiosi non sana o una rabbiosa reazione contro la simbiosi. Nel gioco simbiotico l’adulto è fuori uso. Si usano i giochi per giustificare una simbiosi infantile e mantenere il sistema di riferimento della posizione di vita scelta nel proprio copione e delle emozioni parassite. Ogni bambino attraversa il processo di sviluppo senza che lungo il cammino siano esauditi tutti i suoi bisogni, per questo ogni simbiosi è un tentativo di avere esauditi dei bisogni legati allo sviluppo che non sono stati esauditi nell’infanzia della persona. La persona in simbiosi usa strategie superate nel tentativo di vedere i propri bisogni esauditi. Dall’osservazione di dinamiche familiari tra pazienti psicotici e congiunti ho rilevato l’esistenza di rapporti simbiotici di primo e secondo ordine camuffati dall’esistenza del sintomo. Il sintomo, espressione diretta del disturbo tenta di camuffare il gioco simbiotico che in realtà è alla base della relazione patologica. Lavorando sulla consapevolezza ( là dove è possibile) dei giochi sottesi alla relazione è possibile iniziare un processo terapeutico che avvia il percorso verso la risoluzione del sintomo che sta lì a coprire e camuffare la sofferenza di una relazione simbiotica che è materia di lavoro in terapia. Il sintomo riguarda il lavoro intrapsichico che il paziente deve fare di sé e sui suoi oggetti interni, per determinare il cambiamento, il gioco riguarda la relazione simbiotica, la sofferenza di una relazione disturbata e si introduce il concetto di messa in atto dei giochi inconsci come mantenimento di equilibri patologici fra pazienti psicotici e loro familiari. La comprensione delle dinamiche inconscie che portano il costituirsi del sintomo come necessario allo stare al mondo e l’analisi dei meccanismi inconsci che sottendono i giochi sono una strada da percorrere per il buon esito di una terapia con pazienti psicotici. Esiste la possibilità di un sistema teorico di riferimento basato sulla presa di consapevolezza del familiare guidato dal terapeuta. Aiutare il congiunto alla comprensione dei meccanismi del gioco potrebbe essere di aiuto per smantellare risposte inadeguate al paziente e non cadere nei tranelli o nei giochi che vengono messi inconsciamemente in atto reciprocamente nella simbiosi patologica. Il paziente mette in atto inconsciamente i giochi per non abbandonare la fissazione alla simbiosi e al sistema cognitivo ad essa collegato, con la costellazione dei sintomi correlati, il familiare non patologico intrapsichicamente, ma patologico nelle risposte relazionali, cade nei tranelli psicologici a cui il paziente lo espone al di là della propria consapevolezza partecipando anch’egli inconsciamente al sistema. Il meccanismo di giochi inconsci messi in atto da paziente e familiare coinvolge stati dell’io Genitore e Bambino del familiare e del paziente in elementi copionali non risolti. La presa di consapevolezza di questi elementi potrebbe aiutare l’intero processo terapeutico, agevolare il paziente ammalato a depotenziare i sintomi, aiutare il familiare a non cadere e a non produrre 4


ganci per i giochi e a dare risposte più adeguate. Il familiare consapevole dei giochi può evitare il proprio tornaconto così da far snaturare l’importanza del sintomo. Il sintomo senza tornaconto ed emozione parassita perde energia, forse il paziente senza il gioco familiare è costretto a costruire nuovi modelli relazionali.

Bibliografia Berne, E. (1957) “Guida per il profano alla psichiatria ed alla psicoanalisi”- Roma , Astrolabio 1969. Berne, E. (1961) “ Analisi tramnsazionale e psicoterapia”- Roma , Astrolabio 1961 Berne, E. (1964) “ A che gioco giochiamo”- Milano Bompiani. 1957. Berne, E. (1957) “Principi di terapia di gruppo” - Roma , Astrolabio 1986. Berne, E. (1961) “Ciao…e poi?” - Milano Bompiani. 1979. Schiff, J.L. ( 1975) “Analisi transazionale e cura delle psicosi”- Roma , Astrolabio 1980. Rivista di Neopsiche , “Cronologia dei giochi una teoria in evoluzione”- Immacolata Savastano.

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I GIOCHI E LE SIMBIOSI IN ANALISI TRANSAZIONALE