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Indice Premessa Storica

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Analisi Urbana

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Approccio Filologico

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Riferimenti Progettuali

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Il Progetto

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Premessa Storica


La forma dell’insieme del comune di Corato trae origine dal nucleo centrale che appare irradiare, su tutta la superficie circostante, i condizionamenti spaziali e volumetrici della sua conformazione. In tal modo la regolarità e la continuità del perimetro di questo nucleo lungo lo “Stradone” (Corso G. Mazzini, Corso Cavour e Corso G. Garibaldi) diventano la regola per la formazione dei fronti opposti del tracciato viario determinando la sequenza di palazzi e di piazze e dando luogo allo sviluppo del costruito verso l’esterno della città e verso l’Estramurale (i Viali L. Cadorna, A. Diaz, IV Novembre, Vittorio Veneto, E. Fieramosca). Questo ultimo sembra riprendere il disegno del percorso circolare interno duplicandolo e collegando tra di loro una serie di strade a raggiera che, a loro volta, si aprono verso il territorio circostante. Qui una serie di frammenti urbani si appoggia sul sistema di radiali realizzando una fascia edificata periferica che sembra aver perduto la chiarezza e la significatività di disegno delle parti più interne. Regole ed esigenze particolari descrivono le condizioni alle quali si adegua ogni edificio sotto il profilo della forma urbana e di quella architettonica. L’architettura degli edifici, infatti, è costituita di pochi semplici elementi, distinguibili a seconda l’epoca cui risale la costruzione, ma non rilevabili per unicità ed originalità. Questa particolare situazione fa sì che ciascun edificio, più che proporsi come opera singola, concorra a un risultato d'insieme. Attraverso l’esame morfologico-comparativo del rilievo Rosalba e delle successive planimetrie catastali (1874 e 1898) si possono individuare: A. Una prima struttura a pettine, sviluppata su di un’asse est- ovest culminante nell’area del castello, costituita da isolati paralleli con alloggi disposti a spina. È ipotizzabile che questa organizzazione spaziale riguardi i secoli XII- XV. B. Una seconda struttura, disposta anularmente intorno al pettine, costituita da una doppia fila di isolati ad andamento mistilineo. Le abitazioni sono raggruppate intorno a profondi “claustri” e su di essi si affacciano; cosicché i percorsi principali hanno ramificazioni frequenti e tortuose che costituiscono evidenti incisioni nel tessuto edilizio compatto. Questo sviluppo è ipotizzabile nei secoli XV- XVII. C. Una terza struttura ad ovest, costituita da una serie di isolati di lunghezza variabile disposti parallelamente all’asse est- ovest. Gli edifici presentano alloggi disposti prevalentemente a spina, mentre le testate sono a volte occupate da unità residenziali affacciate su tre lati. Questo sviluppo è ipotizzabile nei secoli XVII-XVIII. D. Una quarta struttura, ad andamento curvilineo, posta a delimitazione interna degli attuali corsi anulari. Essa è il risultato della demolizione delle mura cittadine, avvenuta sul finire del XVIII secolo, e della edificazione di una quinta di palazzi. E. L’anello viene in seguito tagliato in direzione nord-sud dalla Via del Duomo che, riorganizzando lungo il suo asse i residui degli isolati interessati dallo sventramento, darà luogo ad una ulteriore struttura morfologicamente identificabile. Questa organizzazione, iniziata sul finire del XVIII secolo, è stata completata negli anni ‘60 del XX secolo con la realizzazione di edifici alti sul perimetro di fabbriche preesistenti, mentre sostituzioni e demolizioni hanno aperto vuoti non pianificati né architettonicamente definiti. La Città sorge a circa 232 m sul livello del mare, in quell’area territoriale denominata Murgia. La struttura del suolo essenzialmente calcarea Premessa Storica

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ne giustifica il paesaggio, all’apparenza povero e brullo, ma che rivela un fascino raro e prezioso fatto di silenzi, di ampi spazi aperti interrotti da cespugli o da alberi isolati. In questo paesaggio è facile incontrare segni di quel secolare connubio tra l’uomo e quella terra: muri a secco, antichi tratturi, trulli, jazzi, ma anche testimonianze più antiche come la necropoli di San Magno o il Dolmen dei Paladini, tracce di frequentazioni antropiche risalenti fin all’età protostorica. Non è agevole tracciare una rigorosa storia urbana di Corato: scarsi sono i documenti che riguardano direttamente la città e rare e piuttosto recenti le rappresentazioni grafiche dei luoghi. Difatti, diverse sono le tesi circa la nascita di Corato. C’è chi sostiene la presenza di una piccola comunità antecedente il periodo romano. A consolidare tale teoria vi sono ritrovamenti di frammenti di ossa risalenti al periodo preistorico e la presenza di un Dolmen tra Corato e Bisceglie, risalente al I millennio a. C. Tale struttura monolitica è formata da quattro lastre di pietra di cui due sono laterali, una si trova sul retro e l’altra poggiata superiormente. Tuttavia, osservando la città, almeno nel Centro Antico, è evidente un inquadramento ortogonale, frutto, probabilmente, di un insediamento diverso da quello romano poichè tale impronta non fu solo quella tipica dei “castra romanorum”, infatti, anche i bizantini erano soliti organizzare i loro insediamenti in questa maniera. Difatti alcuni studiosi affermano che la Città sia nata sotto l’Impero di Bisanzio e non con quello di Roma. A giustificare ciò vi è la totale o quasi assenza di documenti risalenti al periodo romano. Tra l’altro Orazio, nella Satira Quinta, scritta durante il viaggio tra Roma e Brindisi, segnala le città di Canusium e Rubi, non mansionando altre città in questo tratto lungo poco più di 40 km. Quanto appena detto, però, contrasta con ciò che narra la tradizione. Difatti, si tramanda che nel 61 d.C. San Pietro di Betsaida si mosse da Tyro, in Palestina, sino a Brindisi (Brindisum). Dal capoluogo pugliese iniziò un lungo cammino per la Via Traiana Antica, poi lungo la Via Egnazia (primo tratto pugliese della famosa via Traiana), incontrando Polinea (Polignano); Barium (Bari, povero villaggio di pescatori); Botuntum (Bitonto); la cittadella di Terricium (Terlizzi); Rubium (l’opulenta Ruvo, capitale regale della Peucetia, sede dei Re Peuceti). Proprio a Ruvo, S. Pietro predicò per primo il Cristianesimo e qui vi consacrò Vescovo S. Cleto, suo primo discepolo e seguace, poi divenuto Papa a Roma. Nel suo cammino S. Pietro intravide, oltrepassando Ruvo, il biancheggiare tra gli alberi di alcune casupole (un “pagus” dal pagano di villaggio colonico) di contadini, ma qui non si fermò. Questo villaggio era proprio la futura Corato. Lo storico Mommsen, nell’Ottocento, segnala una mansio budae (dal latino “stazione di sosta”) lì dove in età medievale sorse la città di Corato. Questa mansio budae sarebbe divenuta nei secoli successivi un borgo rurale di piccole dimensioni che avrebbe definito una contrada molto estesa con canali meno importanti disseminati in tutta l’area. Il villaggio esisteva da molto tempo ma fu definito come tale sono in epoca bizantina. L’etimologia del nome della Città si può attribuire alla forma del nucleo primordiale, quasi a forma di cuore, o cerchio, entro il quale è inscritto un quadrato o “Quadratum”. La tesi sostenuta dal Vangi, che non è confermata da nessun documento e, seppur valida, rimane sempre un’ipotesi, associa il nome


▪ Assetto urbano della Città nel periodo tra il XII e XV secolo; ▪ Assetto urbano della Città nel perioto tra il XV e XVII secolo;

▪ Assetto urbano della Citta nel periodo tra il XVII e XVIII; ▪ Assetto urbano della Città fino ai giorni nostri;

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della città a chora, quindi Coretum. Con tale termine era indicato un raggruppamento insediativo, cioè territorio o più propriamente villaggio. Poichè le incertezze sono moltissime e il materiale a disposizione è molto limitato e risalente, tuttavia, a epoche tra loro totalmente differenti, non è assolutamente errato affermare che ci fosse un insediamento abitativo già prima dell’XI secolo. L’ipotesi circa la nascita di Corato dello storico Salvatore Addario fa risalire l’origine della città all'epoca della Seconda Guerra Punica (201 a.C.), subito dopo la distruzione di Cartagine quando Scipione l'Africano divise, per premio, ai suoi soldati, i campi dauni e peuceti confiscati agli Apuli, delineando cosi le prime colonie romane in Puglia. In quel periodo esatto il territorio di Corato fu ceduto al patrizio romano Caius Oratus, dal cui nome e cognome, fuso e abbreviato, derivarono le voci Coratus, Coratum, Curati, Quarata e Quadrata fino a quando, con la dominazione di Federico II assunse la definitiva denominazione di Corato. Del periodo paleocristiano non si hanno fonti certe. Del tutto assenti sono i ritrovamenti di vestigia, reperti, vasi, tombe, date o iscrizioni sicure che attestino l’esistenza di un urbe romana e cristiana vera e propria. Pur non avendo a disposizione documenti storici circa le invasioni saracene, è lecito supporre che anche Corato, all’incirca nel 750 d.C., sia stata invasa dai musulmani. Risalente a tale periodo, è un’alta torre (Turris Lunga) posta un chilometro oltre il recinto urbano, con funzione di avvertimento, a difesa del villaggio. Arabi e Saraceni, nei trecento anni di dominazione in Italia conquistarono e invasero Sicilia, Calabria e Puglia. Questi furono poi sconfitti dai Normanni che nel 1042 d.C. occuparono Trani ad opera del conte Drogone (parente di Roberto il “Guiscardo”, Astuto il Normanno) Conte di Trani e di Venosa, con il fratello Pietro (Pietro il Normanno). I due fratelli decisero di espandere il dominio affinché anche Pietro avesse terre su cui signoreggiare. Nel 1042-1046 occupò senza molta violenza delle casupole di contadini e pastori sull’insediamento addossato alla collina pre-murgiana e, con statuto e cerimonia, fondò Corato divenendone signore col titolo di “Conte di Tani” ceduto dal fratello. Con l’avvento del duca Pietro il Normanno fu ordinato ai capomastri di erigere quattro torri angolari di guardia, quattro muri di cinta e quattro porte di accesso e di uscita dalla città con ponte levatoio e fossato. Il tutto fu realizzato con pietra proveniente dalle cave vicine per la costruzione delle strutture atte alla difesa. Realizzate con la bianca “Pietra di Trani” erano invece le sculture. A quel tempo le vie principali del caseggiato erano la “Via della chiesa” (attuale Via Duomo) e Via Roma, che andavano a formare una Croce Greca. Quest’ultima via, in particolare, ha direzione esatta Nord-Ovest. Su questa si apre la porta verso Andria, dalla quale ci s'incammina verso Canosa e Roma attraverso le vie Traiana e Appia. Verso Via Roma a Nord c’era la “Piazza del Grande Mercato” (Piazza di Vagno) e all’esterno una seconda piazza detta “Piazza Castello” (attualmente Piazza Sedile) per le adunanze popolari, le controversi forensi e le esecuzioni. Del 1046 d.C. è il primo documento storico appartenente alla Città: Petrus, S. “Condidit hic Andrium, frabicavit et inde Coretum, buxilias, bardum

▪ Federico II, dal libro “De arte venandi cum avibus”;

▪ Stemma della Città di Corato

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maris aedficavt in oris.” Avviene la fondazione di Corato intesa come città, nome e mura; contea di Pietro il Normanno. Esiste un secondo documento storico risalente a questi anni in cui è annoverata Corato. In quegli anni c’era a Trani la curia Arcivescovile, altrimenti detta Arcivescovado, con arcivescovo Bisanzio seniore. Il documento che cita la città fu scritto da Papa Alessandro II il 15 Maggio 1063, nel quale veniva affidato l’Arcivescovado a Bisanzio con i limiti della sua giurisdizione territoriale. Nessuna traccia, purtroppo, rimane dell’opera di fondazione e di fortificazione risalente a tal epoca, come tramandato dal cronista Guglielmo d’Apulia che li attribuirebbe a Pietro, fratello di Dragone Conte di Trani. Nel 1133 il Re Ruggiero occupò le terre di Goffredo (fratello di Pietro), affidando al suo segretario di stendergli una relazione nella quale, parlando di Corato, vi si legge: “Alla distanza di nove miglia dal mare le corrisponde entro la terra la città di Quarat (Corato) città bella, popolata, nobile e deliziosa abbondante di frutta e ferace di prodotti alimentari” (Edrisi, il primo dei geografi noti a nominarla). Nel 1128 d.C. fu realizzata la prima opera importante dopo l’edificazione della Città. Ci fu la donazione di San Magno alla Chiesa Santa Maria Maggiore, la chiesa matrice. Il sito scelto per la costruzione del nuovo tempio cristiano fu quello su cui persisteva un diroccato tempio pagano che era stato in uso sino al VII secolo d.C. Attualmente l’edificio conserva solo deboli tracce risalenti al periodo Medievale come, ad esempio, il portale a sesto acuto recante nella lunetta la raffigurazione del Cristo benedicente fra i due dolenti, il paramento murario in calcare della zona più bassa e il campanile, su tre livelli e terminante con la cella campanaria, traforata da una bifora e da una trifora rispettivamente nel secondo e nel terzo livello. La chiesa fu ultimata verso il 1240-50. La fabbrica primitiva fu restaurata in seguito al terremoto del 1627 e puntellata sul fianco sinistro da un arco rampante, tutt’ora esistente. L’assetto attuale della chiesa è determinato dai massicci interventi di restauro realizzati nel 1863 che hanno comportato un rialzamento della navata e modificando la parte alta della facciata con l’apertura di due oculi e la realizzazione del coronamento triangolare in tufo. Perifericamente si trovavano la chiesetta di S. Vito del XII secolo, chiesetta di Santa Maria siracusana Santa Lucia, protettrice della vista in via S. Lucia. Prima e durante il dominio dei Normanni in Puglia, esistevano presso le allora novelle città di Corato, Andria e Bisceglie vari Casati i quali venivano adibiti ad usi economici. Secondo il De Mattis e il Lojodice questi casati prendevano nome dal protettore cui erano dedicate le chiesette che ognuno di quei siti possedeva. Federico II, nipote di Federico Barbarossa, fu allevato a Roma alla corte papale di Innocenzo III. Era legittimo cittadino italiano, erede e successore del Regno Normanno-Svevo di Sicilia e Puglia, titolo che ereditò all’età di 14 anni. Nel 1215 sconfisse Ottone IV e poco più che ventenne fu incoronato Imperatore di Germania. Federico non si avvalse del titolo di imperatore di Germania contro l’Italia che amava molto, più della Germania. Si dedicò fondamentalmente alla cura e al riordinamento del Regno di Sicilia e Puglia attraverso le “Istitutiones


Regni Siciliae”, Costitutiones, politiche e giuridiche di Melfi, 1231, fu la più progredita e moderna forma di amministrazione politica e burocratica. Dopo la morte di Federico II, siamo nel 1250, Carlo D'Angiò impose il suo dominio nella parte meridionale d’Italia, dopo aver sconfitto Corradino di Svevia. Corato restò però fedele a Corradino, meritando da lui l'appellativo di 'cor sine labe doli' (cuore senza macchia di tradimento), motto sempre riportato sullo stemma della città. Tale stemma è di colore verde, al filetto in croce, che forma quattro-quarti ciascuno contenente una torre merlata di tre al naturale, con le aperture e le finestre di colore nero. Uno scudetto d'argento contiene un cuore fiammeggiante di colore rosso. Nel 1323 Corato passò agli Accjaiuoli di Firenze, sotto il Regno di Carlo Roberto II d’Angiò. Con gli Angioini di Napoli, Corato come tutto il resto del mezzogiorno d’Italia risentì del decadimento politico e sociale. Nel XIV secolo la città di Corato ebbe un forte aumento demografico regredendo purtroppo a livello sociale. Diretta conseguenza furono le misere condizioni di vita, carestia, siccità e pestilenze. Il Barocco ha dato alla città di Corato un fortissimo contributo, specialmente nell’architettura ecclesiastica. Risalenti a tale periodo, sono, infatti, le Chiese Santa Maria Greca e S. Giuseppe Santa Maria Greca ha una pianta a croce greca, senza transetto; le navate sono divise da archi ogivali sostenuti da massicci pilastri, e terminano in cappelle. L’altare è coperto da una volta a botte, mentre la zona presbiteria si conclude con una volta a vela unghiata. All’incrocio dei bracci è innestato un tamburo che termina con una copertura piatta. In prossimità della controfacciata, la navata destra si slarga, ospitando il fonte battesimale e una lunetta dipinta ad olio, raffigurante la Natività. La cripta si presenta come un ambiente unico con copertura a crociera, decorata con rilievi in stucco. La Chiesa di San Giuseppe, come si legge sul portale, fu fondata nel 1605. La struttura è a tre navate, divise da archi decorati a stucco. La navata centrale, con copertura a botte, presenta sul soffitto un dipinto raffigurante la Sacra Famiglia. Lungo le navate laterali si aprono le nicchie che ospitano le statue raffiguranti San Pietro, il Cristo Morto e l’Ecce Homo. Le nicchie della navata sinistra accolgono il gruppo statuario della Crocifissione, la statua del Sacro Cuore e un Cristo Portacroce. Una delle prime piante della città fu redatta il 22 Novembre 1753 da Giuseppe Cuoci, Francesco Antonio Zizzi e Ignazio Romito della Dogana Regia di Foggia a causa di una controversia tra il Duca di Andria, alcuni cittadini di Corato ed il Reverendo Capitolo di Corato circa le misure delle reciproche proprietà. Gli atti pubblici ci hanno permesso di localizzare il castello che si trovava dov’è ora Palazzo Gioia. Infatti, nella delibera decurionale del 22-7-1810 è avanzata, dal Sig. Giuseppe Gioia, la proposta di occupare un angolo di suolo pubblico a Nord del Castello per la costruzione del basamento della facciata dell’ edificio. Tale richiesta fu subito accolta poichè, dagli atti, tutta l’area, secondo l’intervento fatto dall’allora amministratore della città Nicola Tarantini, era adibita a immondezzaio e che, un edificio dall’aspetto nobile avrebbe ridato nuova luce alla piazza. Il palazzo fu impostato sulle mura medievali dell’antico Castello normanno risalente alla fondazione e fortificazione di Corato da parte del Conte Pietro Il Normanno. Il progetto e la ricostruzione di Palazzo Gioia furono interamente curati dall’architetto Giuseppe Mastropasqua di Giovinazzo per un periodo di tempo che

va dal 1834, anno di laurea dell’architetto, fino al 1847, morte dell’architetto). L’architettura del palazzo ben tenne in conto il fatto che l’edificio, in quella posizione, nei secoli aveva rappresentato un punto nodale nella storia della città. Si tratta di un edificio molto complesso nell’organizzazione interna ma regolare e simmetrico nell’aspetto esteriore; è un fabbricato su tre piani, caratterizzato sui quattro prospetti da un bugnato massiccio che evidenzia tutto il piano basamentale e gli spigoli. I due livelli principali sono ben scanditi dalla successione di pietra e intonaco; del terzo, il mezzanino ricavato tra gli altri due, sopra le alte volte dei locali del pianterreno, si intuisce la presenza dalle piccole bucature nel piano del basamento. Il palazzo si apre con due portali sia sul corso sia su piazza Sedile, allineati a coppie; due di questi sono posti in asse anche con via Roma, in modo che quando i portoni sono aperti si crea una interessante prospettiva che partendo da corso Mazzini , passando per piazza Sedile, rende visibile tutto lo sviluppo di via Roma che all’epoca della costruzione, ancor più di oggi, rappresentava uno degli assi portanti della vita della città. I due atri interni sono sostanzialmente asimmetrici, perché in passato erano adibiti a funzioni completamente diverse; il primo cui si accede dai portali posti in asse con via Roma aveva funzione di rappresentanza e ingresso ufficiale agli appartamenti; il secondo, il cui ingresso avviene dal portale di fronte alla biblioteca, era un atrio di servizio che serviva per aerare e illuminare gli ambienti più interni. Infatti, pur essendo geometricamente in asse, questi due portali non sono tra loro collegati. Il portone principale ha un ampio vano d’ingresso cui fa seguito una doppia fila di colonne che segna il percorso che conduce dal portone al cortile interno; le colonne, semplici nel loro disegno (che riprende le caratteristiche delle colonne delle monumentali sale ipostile degli antichi tempi egizi), sono tutte in pietra scolpita a blocchi sovrapposti di forma troncoconica conclusi da un sobrio capitello, decorato ad ovoli. I blocchi, inoltre, sono intervallati da fasce più sottili, motivo ripreso anche nel bugnato del cortile. Nel terzo intercolunnio, da entrambi i lati, salgono due ampi scaloni che s'incontrano, dopo una rampa, su un unico pianerottolo da cui tramite un’altra rampa si arriva su una loggia che oltre a dare accesso alle residenze si affaccia su un ampio cortile interno di forma trapezoidale. Notevole è l’accorgimento prospettico dell’architetto nel disegno del colonnato: le colonne, infatti, sono lievemente inclinate verso l’interno per accentuare il senso prospettico della vista di cui si poteva godere con l’apertura dei due portoni su via Roma. A oggi sono note le condizioni della città di Corato all’inizio dell'Ottocento grazie ad una lettera che l’ingegnere comunale di Altamura, Giannuzzi, scrisse al duca di Canzano, consigliere di Stato. In tale lettera l’ingegnere comunicava che la città si trovava in una vallata molto umida e che non ci fosse nelle immediate vicinanze nemmeno un pendio che rendesse “agitabile l’aria”. Parlava inoltre della struttura di fondazione che non aveva un appoggio stabile in superficie giacché il piano d’appoggio era tutto costituito da terreno paludoso che, a sua volta, era poggiato su uno strato di Arena rossa più compatta situata nel sottosuolo a circa 5 metri di profondità. Agli inizio dell’800 Gioacchino Murat diventa re di Napoli, e cio’ portera’ ad un periodo di progresso del Sud, durante il quale si sviluppano le prime attivita’ industriali ed il commercio.Da ciò deriverà un miglio-

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▪ 22 Novembre 1753, G. Cuoci e F. A. Zizzi disegnano la prima pianta del Territorio;


▪ Palazzo Tarantini, ‘900 L. Santarella; L’ing. L.Santarella nacque a Corato il 12/01/1886. Fu un precursore della tecnica del c.a. in Italia, promotore della prima scuola per le applicazioni del c.a. in Italia presso il Politecnico di Milano;

▪ Piante di Città Ideale, Giorgio Vasari il Giovane e Giorgio Martini;

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ramento netto delle vie di comunicazione: saranno aperte nuove e larghe strade e migliorate le esistenti, come la strada Corato-Trani (S.S. N. 378) nel 1812. Con l’abolizione del feudalesimo e la divisione dei beni feudali tra i cittadini, si raggiunge un nuovo benessere: sara’ quindi necessario lo sviluppo della viabilita’, per consentire nuovi rapporti per un nuovo progresso civile. Ma “la civilta’ costa denaro, se avessi agio e i mezzi lo consentissero, vorrei dare opera alla costruzione di un luogo di ritrovo con lo scopo di promuovere il riavvicinamento dei cittadini, lo scambio di idee, l’ingentilmento dei costumi, e quindi il miglioramento fisico e morale, il ben vivere sociale, senza di che l’uomo non differisce dai bruti”: cosi’ si espresse il Sindaco Giuseppe Patroni Griffi nel suo discorso programmatico del 24/10/1867 allorche’, all’indomani della terribile epidemia colerica dello stesso anno che miete’ in quindici giorni piu’ di mille e seicento vittime, inneggiando al progresso e alla civilta’ contro le spaventose condizioni igieniche dell’abitato e della popolazione che all’epoca sovraffollata il centro antico (si calcolano circa 30.000 abitanti), espose l’idea di un Piano Regolatore per il miglioramento urbanistico della citta’. L’attenzione recente per le espressioni artistiche e per l’architettura del XVI e XVII secolo a Corato è limitata a studi su singole architetture, senza che siano indagate le relazioni delle opere con la forma della città nel suo complesso. Seppure la città presenta edifici notevoli dei secoli XIII-XVII, come la chiesa di Santa Maria Maggiore, i palazzi Azzariti, Catalano, Patroni Griffi, Palmieri, Gentile oltre a bifore, portali, logge, e ancora a edifici dei secoli XVIII-XIX come i palazzi Lops, Gioia, Lamonica, non è mai stato affrontato uno studio dell’insieme della struttura come opera globale. Questa misconoscenza del valore del Centro Antico unitamente al degrado sociale, conseguenza di un elevato affollamento e di una diffusa povertà, condusse alle demolizioni indiscriminate, per motivi igienico-sanitari e statici, succedutesi dal 1860 fino ad oggi. Agli inizi del’900 sulla scia del nuovo stile architettonico, diffuso in Europa con il nome di “ Art Nouveau” ed in Italia quale stile “Liberty”, a Corato furono realizzati dal famoso Ing. coratino L. Santarella diversi edifici con la moderna tecnica del cemento armato. All'inizio di via Ruvo troneggia il palazzo progettato dall’ingegner Luigi Santarella tra la fine del’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il prestigio del suo progettista ben si abbina alle eleganti colonne che scandiscono la facciata principale. In esse troviamo forme ottocentesche applicate a tecniche costruttive straordinariamente moderne per l’epoca: la dimora signorile, di proprietà della famiglia Tarantini, in Italia fu uno dei primi edifici costruiti in cemento armato e destinati ad abitazione. L'edificio è suddiviso su due livelli: il piano terra ospita un ampio portale e due avancorpi laterali aperti in loggette. Queste ultime sono sorrette da quattro eleganti colonne con capitello, sormontate da una cornice marcapiano continua, decorata da eleganti motivi geometrici. Al primo piano invece, una grande balcone sovrasta il portale e tutt'intorno si affacciano finestre nelle loggette. Il palazzo è inoltre circondato da un verdeggiante giardino recintato. Corato fu tra i primi comuni in Italia ad avvalersi della legge 20.06.1865 n°2359 sui piani regolatori da attuare quali strumenti di ristrutturazione e risanamento di antichi quartieri nei quali vi fosse da

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attuare quali strumenti di ristrutturazione e risanamento di antichi quartieri nei quali vi fosse da rimediare a una viziosa disposizione. Il primo documento planimetrico di Corato fu fatto dall’ing. Rosalba e consegnato al Comune il 25 agosto 1868. La pianta mostra un nucleo centrale, quasi circolare, di costruzioni più antiche, circondato a sua volta da un largo Stradone sul quale sorgono i principali edifici ottocenteschi e due grandi piazze: Piazza Plebiscito e Piazza Vittorio Emanuele. Tale ingegnere ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo di Corato nella seconda metà dell’Ottocento. Egli si occupò del riassetto e ampliamento della Città. È così che il 28 maggio 1868 il Consiglio Comunale approvò il primo regolamento edilizio ; ritenuto il primo in assoluto in Puglia e tra i primi in Italia. Basti pensare che nelle più grandi citta’ italiane sono stati approvati i primi piani urbanistici a Firenze nel 1865, Roma nel 1873, Milano e Bologna nel 1889, Torino nel 1908. Rosalba esprime col suo progetto un vero sentimento geometrico che risponde al gusto del tempo in cui vive. La simmetria della pianta a forma regolare, l'aggruppamento quasi regolare degli edifici, il nucleo centrale quasi regolare richiamano senz'altro le piante delle città ideali formulate nei secoli da grandi architetti quali Giorgio Vasari il Giovane e Francesco Giorgio Martini. Rosalba si può considerare un precursore dell'architettura moderna, infatti leggiamo nella sua relazione: "Ciò non pertanto (Rosalba) poteva ben disegnare al completo l'ampliamento futuro della città, per il quale i mezzi non mai possibili nel momento sarebbero stati ritrovati in seguito con metodi e sistemi diversi e meglio convenienti alla futura generazione". Nella redazione del suo piano l’ingegnere detta le leggi per l’espansione urbana, frenandola a Sud e accentuandola a Nord, mantenendo l’equilibrio sia ad Est che ad Ovest. L’impronta decisiva fu data, tuttavia, nel progettare la strada esterna a forma decagonale, i cui spigoli si allargavano per avere funzione di piazza, nodi di svincolo di strade urbane con quelle comunali, provinciali e statali. Il piano regolatore dell’ing. Rosalba prevedeva, inoltre, dieci serbatoi di acqua nei dieci angoli del poligono di corso Fieramosca (l’extramurale). Il sindaco Patroni Griffi volle studiare prima il sistema dei pozzi artesiani (non potendo permettersi di pensare ai condotti di acque lontane). Fu invitato l’ingegnere idraulico Mauget, presidente della società francese dei Pozzi Artesiani. Serviva però un saggio di 6.000 lire ma il Consiglio Comunale respinse tale proposta. Furono così realizzati i serbatoi, all’incrocio con via Andria, con via Ruvo, accanto al Teatro e alla chiesa S. Cataldo e si ricavarono altri pozzi ovunque possibile. Con la fine dell’Ottocento, così come in altre città italiane ed europee, si avvertì il bisogno e l’esigenza di munire la città di acqua corrente nel centro abitato, quindi, tra le varie proposte progettuali e idee avanzate, nel 1877 venne presentata una idea molto valida e apprezzata, la proposta dell‘ing. Francesco Zampari che prevedeva la costruzione di un grande canale che incanalasse le acque della sorgente del Caposele nelle province di Barie e Foggia per oltre 200 km, tuttavia, le capacità del comune erano molto limitate. Soltanto nel 1902 con la legge 245 fu istituito il Consorzio fra lo Stato e le province di Bari, Foggia e Lecce cui si affidò il compito di manutenzione ed esercizio perpetuo dell’Acquedotto Pugliese. La costruzione dell'acquedotto fu affidata alla “Società Anonima Italiana concessionaria dell'Acquedotto Pugliese". Gli scavi furono


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▪ Prospetto su Corso Mazzini;

▪ Prospetto su Largo Plebiscito;

▪ Piano interrato;

▪ Prospetto Piazza Sedile;

▪ Piano terra;

▪ Piano ammezzato;

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▪ Primo piano;

▪ Secondo piano;

▪ Piano copertura;


concretamente avviati nel 1906 e l’opera fu terminata nel1915 ma, solo nel 1916 l’acqua del Sele arriverà in Città. Si pensò all’acquedotto ma non a un sistema di fogna. Proprio l’acqua del Sele portatrice di vita, benessere e civiltà fu poi la causa di un disastro urbanistico. Furono installate fontanine di acqua potabile a getto continuo, circa 20 nelle varie piazze di Corato. 21 fontanine versavano circa 25mc di acqua ciascuna, in 24 ore, cioè furono 500mc di acqua che, per 18 mesi, alimentarono la falda idrica sottostante. Nelle cantine di Corato cominciò a presentarsi il fenomeno dell’infiltrazione delle acque. Il 29 giugno del 1919 fu presentata una relazione, nella quale si avvertiva l’esigenza di poter avere sistemi di smaltimento dell’acqua accumulata nel sottosuolo. Si avanzarono diverse proposte risolutive e alcuni privati agirono per conto proprio con successo. I mesi passavano e il fenomeno diveniva sempre più preoccupante. Nel 1920, per la passività del governo, piccoli e grandi proprietari si riunirono in consorzio per evitare eventuali pericoli, ma arrivò un'ordinanza con la quale si diceva che sarebbe stato il Genio Civile ad occuparsi della questione. Per quanto riguarda tale problema sia il governo Nitti sia il governo Giolitti non fecero nulla. I primi allarmi sulla stabilità delle case furono lanciati dagli abitanti intorno al 1921. Cominciavano a manifestarsi le prime incrinature di architravi delle porte e delle finestre. Di questi giorni sono le testimonianze di alcuni quotidiani, nella fattispecie del “Quotidiano delle Puglie”. Diversi furono gli articoli pubblicati dalla testata giornalistica circa il disastro che aveva investito il comune pugliese. Le principali cause furono attribuibili al mancato consumo di acqua piovana e sorgiva e alla dispersione nel sottosuolo di una parte delle acque di risulta dell’Acquedotto, unite ad un eccezionale periodo di piogge durato gran parte dei mesi di Giugno e Luglio. Le notizie riguardanti la tragedia coratina superarono i confini nazionali e commossero i lettori americani. Verso la fine del 1921 l’ing. Bovio indicò il centro storico come la zona più minacciata della città poichè costruita male, sul vuoto. Dichiarava ancora che non fosse possibile fare drenaggi a profondità di 7,5-8 m in vie strette un metro o poco più. Ecco perchè i pozzi furono costruiti fuori Corato dove era meno difficile la loro realizzazione. Tale catastrofe modificò in maniera irreversibile la storia della città. Tanti edifici d'interesse storico artistico crollarono. Un esempio è “La pietà del Sacro Monte”. Anche nell’art. del 3 gennaio 1922 si parla dello sgombero degli arredi sacri della chiesa del Monte di Pietà. “Deposizione” o “Pietà del Sacro Monte” opera del 1614 di Oppido Giovanni Donato (il materano) e “San Nicola” del pittore Gaspar Hovic. Nella deposizione al centro del dipinto è la Vergine che sostiene il corpo morto del Figlio, riverso sull’omero sinistro. Tutti intorno si dispongono S. Giovanni Battista, La Maddalena, Maria di Cleofa, un angelo orante. Sullo sfondo è una croce fra due monti che si tagliano su un cielo serale.Nell’altra opera al centro vi è San Nicola, in abito da vescovo, seduto su un alto trono con dossale e baldacchino e benedice alla latina con la destra. A parte la Chiesa, quel giorno Corato vide andare distrutta una delle testimonianze di maggior pregio del suo patrimonio urbanistico-architettonico, in particolare dell’architettura rinascimentale Coratina, Il Palazzo Nuovo.Le rare foto dell’epoca mostrano un imponente fabbricato con un rivestimento esterno bugnato a punta di diamante, simile

▪ Rilievo della Città di Corato, ing C. Rosalba 1868

Premessa Storica

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al Palazzo de Mattis, o secondo la denominazione dilettale, ‘u palazz de re pète pezzute. Il palazzo eretto a fianco della Chiesa del Monte, era variamente indicato come Palazzo Ducale o Belgioioso o Della Noya o Nuovo. Quest’ultima denominazione si riferiva all’ultimo proprietario, il vinaio coratino Giuseppe Nuovo, soprannominato il “polvaiuolo”. Si trattava, secondo la descrizione di Clara Gelao, di “un gran palazzo a tre piani, con i due registri superiori completamente rivestiti, come in Palazzo Patroni Griffi, da un regolarissimo bugnato a punta di diamante". Di un certo rilievo è il portale principale che, in occasione della demolizione della fabbrica, fu smontato e salvato dalla distruzione: datato 1619, esso è formato da una coppia di lesene ritmate da medaglioni eroici, sostenuti l’architrave, secondo uno schema comune a molti palazzetti rinascimentali bitontini. Un’altra descrizione dettagliata di Saverio Renato Grossi del 1932: “Il grande portone, oltre alle diverse sculture ornamentali scolpite sul largo architrave, aveva sui pilastri sporgenti, due medaglioni di 80 cm di diametro, raffiguranti, quello di sinistra, un busto virile sbarbato, con il capo cinto da una corona d’alloro; e quello di destra, un altro busto, ma di un cavaliere vestito di corazza, dal volto fiero, ornato di baffi e pizzo, con la corona ducale in testa. Sugli angoli dell’architrave della finestra centrale del secondo piano, vi erano scolpiti altri due medaglioni, chiusi in riquadri e fermati da 4 chiodi romani, raffiguranti anche busti virili di età molto giovane con corazza; ma senza alcun ornamento sul capo. Detti medaglioni raffiguravano evidentemente i quattro fratelli De Franza i quali vissero sempre tutti uniti e concordi fra loro in quella casa; come rilevasi da una lapide di 60x30 cm esistente sul portale e, propriamente, sotto il finestrone centrale del primo piano, dove si osservava anche lo stemma di famiglia, fatto in uno scudo a punto diviso in tre parti. La volta dell’ampio portone poggiava su dieci archetti murali a stile acuto, terminanti su otto mensole, 4 raffiguranti bei fregi architettonici e 4 test di angeli con ali sporgenti da sotto il mento. Si accedeva al palazzo dall’ampia scalinata di tre rampe, situata in fondo al portone dal lato destro entrando, ornata all’inizio da un pilastrino istoriato con armi guerresche, dal quale cominciava il passamano in pietra. Al primo pianerottolo si vedevano ancora i cardini di pietra della porta di sicurezza, che serviva a mettere in salvo la casa facilitandone la difesa dalle feritoie esistenti in giro alle pareti per tutto il rimanente della scalinata. Agli angoli del palazzo, a 6 m da terra, sulla facciata di via Roma, vi erano due cariatidi, statuette alte 80 cm, raffiguranti guerrieri in corazza con braccia e gambe nude nella posa di sorreggere con la testa e con le mani la fabbrica soprastante, sulla quale si stendeva una balconata per tutta l’estensione della facciata. A sinistra del portone e intercomunicante con esso, esisteva un magazzino, adibito a suo tempo a cappella, come si rileva dalle tracce ancora esistenti di un altarino. Sull’architrave esterno di questa cappella, vi era una nicchia, con entro una bella statuetta dell’Immacolata”. Nel portone trovavano notturno ricovero i poveri senza tetto. Ecco, forse, perché era chiamato dal popolo il portone dei senza coppola. Nel disastro urbanistico-architettonico che colpì Piazza di Vagno, fu coinvolto anche un altro palazzo di un certo valore storico e artistico, quello dei Candido. Il palazzo era stato costruito nel 1711, come si rilevava dallo stemma di famiglia scolpito in pietra sul petto di una Sirena che si reggeva, con le mani, le sue due code rivolte in alto, e

lcon in testa la corona di marchese. . Detto stemma raffigurante due leoni coronati, in piedi sulle gambe posteriori poggiate su due colonne, reggenti con la zampa destra un’altra colonna con un ramo di alloro. La costruzione del palazzo tutta in pietra era di architettura semplice, sia nelle facciate come nel portone, il quale attualmente esiste trasformato nel magazzino segnato col n. 23 nell’odierna piazza di Vagno. Erano invece importanti gli stipiti e gli architravi di tutte le finestre, perché avevano artistici altorilievi e iscrizioni che feci appena in tempo a copiarmi dal vero, mentre nel 1922 il suddetto palazzo veniva, in gran parte, demolito dal Genio Civile, perché lesionato. Al primo piano della facciata prospiciente sull’attuale via Roma, vi erano dei balconi con colonnine tornite e pilastrini in pietra scolpita, raffiguranti fregi architettonici simmetrici e mascheroni che reggevano, in bocca, dei serti di fiori e di frutta, e due punti completamenti nudi. Interessante è la presenza di un portale rinascimentale con arco a tutto sesto, finemente scolpito e decorato negli stipiti e nell’archivolto da formelle a rosette; l’architrave presenta una decorazione a racemi. A seguito del disastro idrogeologico numerosi furono i finanziamenti che giunsero al Comune. Il Papa Pio XI inviò la somma di lire 15.000, mentre nel luglio dello stesso anno il Re Vittorio Emanuele III fece pervenire il suo “regale contributo”. Al prefetto di Bari arrivò da Carlo Barsotti, direttore del giornale “Il Progresso Italo-Americano”, in nome degli italiani residenti negli Stati Uniti, la somma di 20.000 lire (ma in America secondo una notizia del Corriere delle Puglie, si faceva speculazione sul disastro coratino). Sul “Progresso Italo-Americano”, diffuso giornale italiano a New York, fu pubblicata la falsa notizia che il teatro “Olympie” proiettava il film “Il disastro di Corato”. L’annuncio aggiunse che il film “veniva direttamente dall’Italia e rappresentava l'immane catastrofe di Corato, dove perirono centinaia di famiglie”. In realtà non ci fu, sul disastro coratino, nessuna ripresa cinematografica. Stampa a parte, dal punto di vista amministrativo, si giunse, dopo il dissesto idrogeologico del 1921- 22 causato dall’innalzamento della falda freatica, all'inclusione del Centro nel D.M. 15/06/1953 n.1951 che prevedeva il trasferimento dell’abitato, mentre il vecchio nucleo, eccettuata la fascia di edifici prospettanti sull’anello interno, era vincolato a demolizione e non a ricostruzione. A seguito di tale decreto, Corato iniziò a sfollarsi. Diverse famiglie benestanti, con i palazzi lesionati, iniziarono così il trasportando di mobili nelle ville di campagna, mentre altri si trasferirono in altre città della provincia. Furono centinaia e centinaia le case crollate e puntellate. Corato dava immagine di una città terremotata. Piazza Mercato fu recintata interamente da cancelli di legno. Il passaggio fu vietato per il pericolo di altri crolli. Il 27 giugno 1922 fu approvata la legge n. 889, Legge Pro Corato, con la quale furono presi provvedimenti per i danni cagionati dal riguardo delle acque sotterranee all’abitato di Corato. Il primo articolo recitava questo: ART 1 - E’ autorizzata la spesa di lire 14.000.000 per provvedere a carico dello Stato, … ai danni per rigurgito delle acque sotterranee: a) Esaurimento meccanico, a pozzi assorbenti, deviazioni acque piovane, puntellamenti e demolizioni di edifici pericolanti, a costruzioni di baracche provvisorie. b) A drenaggi, fognature, pavimentazione delle strade, costruzione di case[…].

Premessa Storica

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▪ Piazza del Popolo prima dei crolli;

Si intravede, a destra, dietro Palazzo Nuovo, la punta del campanile della Chiesa del Monte di Pietà;

▪ Piazza di Vagno:

In fondo le prime case cadute verso la fine del 1921. A sinistra il Palazzo Nuovo (del ‘500), caduto successivamente nel maggio 1922;


▪ Chiesa del Monte di Pietà e Palazzo Nuovo dopo i crolli; ▪ Facciata del Palazzo Nuovo Rimasta in piedi dopo il crollo;

▪ Piazza Di Vagno dopo i crolli; ▪ Portone principale - Palazzo Nuovo;

▪ Medaglioni in pietra - Palazzo Nuovo;

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▪ Piazza del Mercato, veduta aerea 1962;

▪ Vista zenitale del Centro Antico, 1972;

Nella fase subito successiva al crollo i danni calcolati furono ingenti. Su 1100 edifici, comprendenti circa 13 mila vani che costituivano l’abitato, 5 crollarono e 484, comprendenti 1300 vani, furono puntellati per lesioni manifestatesi e, di essi, 214 demoliti in tutto o in parte per un complesso di 590 vani e 200 dichiarati inabitabili. L’esaurimento delle acque del sottosuolo fu fatto mediante pompe a mano e con impiego di 6 idrovore della R. Marina. L’uso di tali idrovore, sebbene esteso a ogni zona dell’abitato, sarebbe stato fatto tuttavia con molta prudenza per evitare rapide sottrazioni delle acque delle cantine ed eventuale richiamo in queste di sabbie finissime attraversate dalle stesse e possibili cedimenti in quelle parti delle fondazioni degli edifici che le comprendevano o di quelli vicini.Per lo smaltimento delle acque attraverso le fratture del calcare furono eseguiti in un primo tempo pozzi a grande diametro con anelli in muratura muniti di un conveniente numero di feritoie, nelle principali piazze dell’abitato; ma la loro costruzione incontrò notevoli difficoltà nello strato di argilla impermeabile e per la presenza di antichi pozzi contigui spesso interrati (e quindi ignorati) si proseguì successivamente con adatta trivellazione.In seguito ai crolli e alle demolizioni cambiò in parte l’assetto del centro antico racchiuso nell’anello dello Stradone. Tra gli anni 1869-1922 si notano dei radicali cambiamenti. Si nota il taglio di via Duomo, l’allargamento di Piazza di Vagno, la creazione della Piazzetta Pozzo di Candido e di Largo Abazia, e altre trasformazioni meno trasformative. L’attuazione del provvedimento n. 1951 fu sospeso a seguito della deliberazione del Consiglio Comunale (1954) di redigere il Piano Regolatore Generale, affidandone l’incarico all’ingegnere Mario Zocca, e quindi fu definitivamente annullata a seguito della revoca del vincolo con delibera di Giunta Regionale n°1734 in data 01/03/1982. Fu proprio nella prima parte degli anni cinquanta che il prof. Mario Zocca, coadiuvato all’ing. Franceschino Leone, ebbe l’incarico di redigere il nuovo P.R.G. attraverso il quale si doveva limitare la demolizione nel vecchio nucleo agli edifici effettivamente fatiscenti con la possibilità di ricostruire in sito secondo i nuovi criteri urbanistici, si doveva indirizzare l’espansione urbana prevalentemente verso Sud e, infine, sempre con il nuovo strumento urbanistico, si doveva cercare una variante alla strada per Trani così da eliminare il passaggio a livello sulla ferrovia Bari-Barletta. L’ing. Architetto Zocca, esaminando la zona A, ritenne opportuna la totale demolizione di gran parte degli edifici di non importante valore storico per motivi di razionale utilizzazione di isolati più idonei e fu così che nel Centro Antico furono abbattuti quartieri bellissimi e palazzi monumentali di un certo interesse storico, dando posto a nuovi fabbricati. Furono previste demolizioni anche nella zona B, nelle parti comprese tra l’anello interno e l’extramurale. Tuttavia, in questa zona, tale intervento era previsto solo ed esclusivamente per le zone da risanare e a poche altre per facilitare il traffico locale. Il PRG redatto dal prof. Roberto Pane, adottato il 21-03-1976 ed approvato definitivamente il 30-03-1979, ha individuato la zona A del Centro Antico sottoponendola ad obbligo di Piano Particolareggiato. Infine con l’affidamento dell’incarico per rielaborazione, aggiornamento, completamento e stesura del Piano di Recupero urbanistico del Centro Antico di Corato, secondo la delibera di G.C. n°286 del 20-09-2001, l’Amministrazione Comunale ha inteso aprire un nuovo capitolo nella vicenda di questa parte della città, considerandola una entità globale, espressione concreta e ugualmente degna della cultura e della storia della collettività urbana.

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▪ Schizzo progettuale del secondo PRG redatto dall’ ing. M. Zocca;


Analisi Urbana

La Forma

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▪ Classi di rappresentatività dell’assetto tipologico, distributivo, morfologico e tecnologico;

Unità minime d’intervento per livello di valore ▪ culturale e di livello ambientale;

Unità connotata da esemplarità delle soluzioni distributivo-morfologiche e tecnologiche tale da rendere definibile la sua costiutuzione come campione di letteratura del contesto specifico;

Unità vincolata ai sensi della L. n. 1089/1939;

Unità connotata da sostanziale rispondenza ai caratteri distributivo-morfologici e tecnologicidel tipo, con conservazione dell’impianto dell’organismo edilizio e alterazione dell’apparato accessoreio;

Unità dotata di organicità, identità, compiutezza e congruenza, isolata o compresa nel tessuto circostante, in relazione di prevalenza gerarchica e di riferimento percettivo rispetto all’edificato latistante e prossimo;

Unità connotata da rispondenza, prevalentemente riferita ai caratteri del tipo, con sostituzione aggiunta dell’impianto dell’organismo edilizio originario e conservazione dell’apparato accessorio;

Unità dotata di organicità, identità, computezza e congruenza, posta nel tessuto edilizio con caratteri di aggregabilità ad unitàlatistanti o di unicità;

Unità connotata da trasformazioni che hanno completamente alterato l’assetto distributivo-morfologico e tecnologico del tipo, sia nell’impianto dell’organismo architettonico, sia nell’apparato accessorio;

Unità dotata in tutto o in parte di lieve organicità, debole identità, parziale compiutezza, posta nel tessuto edilizio con caratteri di aggregabilità ad unità latistanti o di unicità;

Unità connotata da una incompleta definizione degli aspetti distributivo-morfologici e tecnologici, tali da presentare l’edificio come parte di un tutto mal realizzato;

Unità priva in tutto o in parte di organicità, identità, compiutezza e congruenza;

Unità definita parzialmente dalle murature di perimetro, a seguito del collasso di parte rilevantee della compagine murarie;

Unità definita parzialmente dalle murature di perimetro, a seguito del collasso di una parte della compagine strutturale;

Analisi Urbana

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▪ Tessuti nel rapporto rispetto ad una linea retta Tessuti nel rapporto rispetto ad una linea curva ▪

In tal modo si configurano ambiti morfologicamente riconoscibili, costituiti da più isolati che contribuiscono a definire dei “campi” omogenei anche se i vuoti e le assenze talvolta non rendono agevole l’identificazione. I caratteri di questa omogeneità si estendono anche alle abitazioni che compongono gli isolati, cosicché esse possono essere classificate secondo tipi che assumono come aspetti distintivi le conformazioni derivanti sia dalla “dimensione e dalla disposizione interna”, sia dalla “posizione nell’isolato”, sia dalla “relazione che l’isolato che le ospita intrattiene con gli altri isolati contigui”.

Tessuti nel rapporto di parallelismo semplice ▪

▪ Tessuti nel rapporto di parallelismo doppio

▪ Tessuti nel rapporto di complementarietà

I tessuti si dispongono, rispetto ai percorsi, secondo: a) relazioni rispetto ad una linea ad andamento retto (via Duomo) e ad andamento curvo (i Corsi Mazzini, Garibaldi e Cavour); b) relazioni di parallelismo semplice (gli isolati attestati su un lato di via N. Sauro e di via Monte di Pietà) e parallelismo doppio (gli isolati attestati su entrabi i lati di Via Roma, tra Piazza Sedile e Piazza Di Vagno; c) relazioni di complementarietà (per gli isolati compresi tra Largo Mastro Santo e Chiostra D’Onofrio e tra Largo Abazia e Largo Aregano).

Analisi Urbana

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Analisi della viabilità stato di fatto ▪ Viabilità ordinaria ZTL Aree destinate a parcheggio Aree non carrabili

▪ Analisi della viabilità rifunzionalizzata; Viabilità oridnaria ZTL Aree destinate a parcheggio interrato

Lo studio della viabilità all’interno del Centro Antico di Corato è stato il punto di partenza del progetto. È impensabile, infatti, che il nucleo cittadino sia intasato giornalmente dal traffico veicolare. Paesi come Olanda, Danimarca e Germania scoraggiano l’utilizzo dell’automobile attraverso un sistema di tasse e restrizioni sulla proprietà e il parcheggio, favorendo invece, come incentivo, la realizzazione di parcheggi e attrezzature per consentire di lasciare la bicicletta in sicurezza. L’idea è quindi quella di trasformare il sistema di vuoti e la rete viaria principale del nucleo urbano in un’unica piazza pedonale diffusa, prestando attenzione alla sistemazione delle automobili in parcheggi sotterranei disposti rispettivamente a Nord e Sud, subito oltre “Lo Stradone”, unitamente alla creazione di ZTL su Via Monte di Pietà e Via Duomo per il carico | scarico merci nelle prime ore mattutine. Obbiettivo di questo intervento è ridare dignità agli assi storici di Corato (Via Roma e Via Duomo) e di conferire al centro quegli usi compatibili con

Analisi Urbana

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le caratteristiche di luogo di incontro dei cittadini, unitamente alla promozione commerciale. Così a progettare la ri-modellazione delle strade e piazze contribuiscono concetti come il ringiovanimento della popolazione, la riabilitazione degli immobili, la presenza commerciale, l'eliminazione di barriere architettoniche, la strada come scenario di azioni ludiche e culturali. Quest’azione ha sicuramente un forte impatto sociale perché l’esperienza della pedonalizzazione può essere svantaggiosa, se progettata male, mentre una buona opportunità di sviluppo se accompagnata da una strategia appropriata. Esempi fondamentali che hanno contribuito ad accrescere questa consapevolezza sono stati le esperienze relative ai comuni di Santiago de Compostela e di Terraça in termini di ri-qualificazione e ri-progettazione urbana. In entrambe le esperienze è evidente come la pedonalizzazione ha mutato in meglio l’assetto d’insieme del Centro Antico.


Approccio Filologico

La Forma

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▪ Franco Purini, Nodo Disegno dalla serie Frammenti (1988)

Nonostante la predilezione che dimostrano nei suoi confronti molti tra gli architetti più inclini alla ricerca nonché all’indagine introspettiva, la nozione di frammento è piuttosto difficile da definire. In essa confluiscono, infatti, atmosfere letterarie, motivi figurativi, tematiche concettuali, risonanze esoteriche, in una ambigua e ibrida combinazione di elementi razionali, di diversioni allusive di valori metaforici e di illuminazioni improvvise. Configurandosi come uno dei più frequentati e complessi crocevia problematici, la nozione di frammento si rivela per questa sua stessa costituzione come il luogo di accumulazione e insieme di decantazione di una pluralità di orientamenti teorici, di attitudini analitiche e di pratiche compositive. Inverato in architettura soprattutto nella rovina e nella sfera di contenuti da questa attivata, il frammento pone in prima istanza la questione fondamentale della relazione tra la parte e l’intero e, successivamente, l’altra non meno importante del rapporto tra l’intero e il tutto. La parte non è, infatti, un frammento, o non lo è completamente fino a che non contiene virtualmente l’intero. Ma anche l’inclusione ideale dell’intero in una parte non basterebbe a fare di questa un frammento se la parte stessa non recasse il segno sacralizzante di una violenza, le stimmate di un trauma attraverso il quale essa accede e un livello semantico più alto di quello che normalmente occupa nella compagine costruttiva quando questa è intatta. In una parola, solo se un’architettura costruita rappresenta se stessa in negativo, contraddicendo il proprio essere, una costruzione è colta veramente nella sua identità concreta, elevandosi così a quel piano del significato appena evocato, un Approccio Filologico

significato intriso di una intenzionalità. In tale livello si rivela pienamente l’identità tettonica del manufatto in quanto identità diminuita, identità resa mancante da un’azione volontaria di distruzione. L’assenza della pienezza letteraria è dunque la premessa perché esista una riconoscibilità e una coerenza dell’azione costruttiva, che è sempre compresa per mezzo del suo contrario. Da questo punto di vista il frammento è il luogo di un’ontologia del costruire come un processo asintotico di un compimento costantemente differito, un compimento che non può darsi fino in fondo perché davanti a sé trova sempre gli ostacoli di un eccesso di precisione tecnica e un sovraccarico di alternative percepibili e precisione tecnica e sovraccarico di alternative che gettano in una crisi insolubile la pretesa razionalità unificante del costruire. Nel delimitare nel modo teoricamente più proprio lo spazio discorsivo del costruire come spazio di fatto inattingibile nella sua completezza, il frammento si presenta come una realtà duale. Per un verso esso può testimoniare una integrità perduta, che pone il problema della sua ricostituzione o della sua accettazione, per l’altro il frammento può provenire da una costruzione mai terminata, nel qual caso può esprimere il desiderio che l’edificio di era parte venga ultimato o lasciato in una condizione di non finito. I percorsi fin qui accennati, disposti peraltro secondo un disegno labirintico, che è già di per sé fonte di un grande piacere mentale non indenne da venature di preoccupata attesa, - percorsi pensati per l’edificio ma validi anche per la cittàportano al problema della distinzione tra l’intero e il tutto. Ciò che è intero parla di se stesso come corpo, come qualcosa di riconoscibile in quanto integro, e albertianamente necessario a se stesso nelle sue parti, almeno fino a un certo punto; ciò che si configura come un tutto è sicuramente un intero, ma un intero che incorpora una componente cosmica contenendo, per così dire, una moltitudine di configurazioni alternative. Tra l’intero e il tutto interviene quindi uno scarto logico in qualche modo incolmabile, una differenza sostanziale che non può essere compensata se non tramite un nutrito seguito di approssimazioni. Tuttavia, se è vero che il frammento ha in se l’intero è anche vero l’opposto, e cioè che l’intero si propone come grande frammento, come un’unità la quale ospita la violenza di una calcolata asportazione chirurgica. L’intero è inoltre in grado di produrre frammenti ma, questi frammenti rimandano solo a ciò da cui provengono; il tutto non può dar luogo a frammenti ma solo ad altre totalità. Per questo il frammento è ciò che è colmo di un' interezza potenziale che aspira alla totalità come trascendimento di sé. Alla tensione evocativa dell’unitarietà espressa dal frammento, si associano, quasi per un’assonanza logica, i temi dell’unità e dell’unicità. Ciò che è unitario nel senso di completo come oggetto può non altrettanto rientrare nella categoria dell’unità poichè attributo di una organicità strutturale: quando ciò avviene l’oggetto dotato di unità è a volte anche unico, nel senso che esso rientra nel genere dei manufatti eccezionali e irripetibili. Rispetto al frammento di uno dei tanti templi greci un resto del Partenone racchiude in più, il segno di una discendenza speciale che ne moltiplica già straordinario magnetismo, quel corrispondersi gravitazionale di tettonica, e diplomatica e di diverse estraneità al luogo che aveva affascinato il giovane Le Corbusier del Voyage en Orient. Si è già detto che il frammento, che non ha molto a che vedere con gli oggetti che provengono dal mondo della frattalità ma tematica, non è una parte. L’ala di un edificio può essere idealmente separata dal resto del manufatto, e per questo è una sua parte, ma non basta che lo sia

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fisicamente per diventare un frammento. Perché ciò si verifichi occorre che la linea di distacco che la al lontana dal corpo dell’edificio si carichi di contenuti specifici, rivolti al campo semantico proprio dell’interruzione violenta e irreversibile della continuità. Ma se la parte non è di per sé un frammento non lo è neanche la componente o l’elemento. I pezzi che Aldo Rossi utilizza nella sua poetica e logica ars combinatoria non sono frammenti ma, entità autonome capaci di stabilire connessioni con altre entità analoghe, in maniera analoga ai moduli tipologico-formali durandiani. Continuando con questa veloce rassegna di distinzioni, c’è da ricordare che il frammento non s'identifica neanche con ciò che viene colto velocemente nella contemporanea view from the road, quell’esperienza cinetica, resa possibile dall’automobile, una esperienza soprattutto visiva ma in senso più ampio globalmente sensoriale, articolata in sequenze di inquadrature autonome ma non facilmente isolabili, rese coerenti nella loro della memoria. Le singole inquadrature che s'intercettano attraversando la città sono senz’altro frammentarie, ma non si possono considerare propriamente come frammenti nel senso dell’esito di sezionamenti prodotti da una consapevole volontà analitica. La stessa cosa si può dire per i materiali parziali e interrotti che si adoperano in quella norma del comporre che è ispirata alla trasposizione nell’architettura delle tecniche del montaggio cinematografico. Al frastuono che si accompagna alle due ultime pseudo forme di frammento, forme immerse nel flusso delle metropoli, si oppone il silenzio che contraddistingue il frammento in quanto segno di una integrità corporea perduta o ancora da conquistare, un’integrità che, sia quando la si voglia ritrovare sia quando si desideri che essa venga conseguita per la prima volta, la propria endemica e fondativa transitorietà. In un'accelerazione eraclitea il frammento intercetta nell’istante l’eternità. La diffusa predilezione per il frammento, alla quale si è fatto cenno all’inizio di questa nota, ha più di una motivazione. La prima è di natura estetizzante, e dettagli precisi, isolati con opportuni rituali. Si preferisce il frammento perché si scopre che a causa di una sopravvenuta sazietà, non si vuole o non si è più capaci di misurarsi con un intero testo. Di questo si selezionano allora solo alcuni brani, in una ricerca spesso estenuata di un accento parti colare, di una liberazione unica, di una sensazione irripetibile. Ma si può essere per il frammento anche perché si ritiene impossibile, inutile e forse frutto di superbia avere a che fare con qualcosa di intero. Si pensa in questo caso al frammento non per passati eccessi interpretati che hanno provocato una sorta di assuefazione ma per una scelta di relativismo e di un moralistico ridimensionamento di ambizioni conoscitive. La vera motivazione si riconosce nel fatto che il frammento interiorizza sempre una temporalità. Una temporalità drammatizzata che racconta, come nella pittura di paesaggio costellata di rovine o nelle incisioni piranesiane, la sconfitta delle ambizioni umane decretate dal tempo che lentamente disfa ogni risultato delle azioni costruttive, facendolo rientrare con meditata pietas nel comprensivo grembo della natura. fitta delle ambizioni umane decretate dal tempo che lentamente disfa ogni risultato delle azioni costruttive, facendolo rientrare con meditata pietas nel comprensivo grembo della natura. Presente oltre che nella pittura e nell’architettura nella letteratura -da Francesco Petrarca a Joaquim du Bellay- questa componente reca in sé un che di definitivo e rammemorante, pre standosi a considerazioni, profonde quanto gratificanti, sulle cose ultime. Tuttavia la temporalità non agisce solo come un fattore


di degradazione entropica dell’integrità. Il frammento non è soltanto l’effetto della caducità genetica dell’architettura. Esso è anche l’esito di una concentrazione tematica che solo il trascorrere dei decenni e dei secoli è in grado di produrre. In questo senso il frammento non è soltanto un’importante sintesi del manufatto originario che gioca sulla magica sparizione di questo, ma anche un accumulatore concettuale e iconico che densifica e accelera i contenuti di un edificio. La quarta motivazione discende da un fenomeno al quale è soggetto ciascun manufatto umano appartenente alla sfera dell’arte. Un’opera attraversa nella sua esistenza, a volte molto lunga, più di un ciclo del proprio significato. I suoi valori durano per un certo periodo alla fine del quale essi, spesso improvvisamente, subiscono una caduta verticale quasi annullando si, in una sosta di stato afasico. Occorre allora che tali valori, pervenuti al loro momento critico, siano integralmente riformulati. All’interno di questo fenomeno il frammento è il nucleo tematico del quale è possibile muovere per ricostruire il sistema dei contenuti dell’opera,

segni decorativi in una formulazione la più ridotta possibile, un’enunciazione che assume quindi il carattere di una concentrazione assoluta di articolazioni primarie. Proiettato su questo zioni primarie. Proiettato su questo scenario il frammento, che è quindi più il prodotto di una precisa volontà, che non del tempo, si carica di valenze teorico-formali. Oltre quelle già esposte, queste valenze riguardano un carattere primario delle attività costruttiva, ovvero il suo essere sempre la prosecuzione di qualcosa di precedente, il suo consistere in sostanza in una forma di riscrittura di un testo già composto. Il frammento è il simbolo più alto di questa essenza intrinsecamente continua del costruire. Interrogando a Roma, nei primi anni del cinquecento, i frammenti del sistema classico, classico, Donato Bramante intercettava la potente domanda che i resti romani emanavano perché fossero fatti rivivere; allo stesso modo John Soane, facendo rappresentare il suo

architetti come Dimitris Pikionis, Carlo Scarpa, Giorgio Grassi, Rafael Moneo, Juan Navarro Baldeweg, Francesco Venezia - il costruire può farsi luogo di una narrazione ne erraticaerratica e poetica tessuta di valenze enigmatiche e, parallelamente, di intenzionalità ermeneutiche. Non tanto per il suo alone letterario di matrice prevalentemente romantica, ma per la seduzione visiva sprigionata dalle rovine con la sua potenzialità consolatoria in merito al tempo che tutto distrugge, quanto per la sua dimensione logica - un carattere che gli deriva dalla simulazione concettuale della scomparsa della firmitas e dell'utilitas e della con- seguente sopravvivenza della sola venustas, ciò che istituisce la figura del rudere - il frammento è forse il protagonista più autentico di un pensiero dell’unità. Lungi dal risolversi in quel pittoresco caratterizzato dell’accumulo disordinato di elementi che è tipico delle architetture frammentarie, esso innesca, infatti, una reazione a catena di scelte

contenuti ovviamente messi in condizione di confrontarsi con un contesto problematico diverso da quello originario. La quinta motivazione dellapredilezione per il frammento, la più importante per gli architetti, considera il frammento stesso, l’esito di un incidente analitico, come nelle crudeli operazioni di Gordon Matta Clark. Si tratta di produrre non tanto una situazione critica quanto una vera e propria catastrofe, anche se circoscritta, un collasso tettonico e architettonico che dia luogo a un residuo significativo, intermedio tra interezza residuale e dissoluzione completa. L’incidente analitico è un fatto violento. Si tratta di una violenza necessaria perché, causando la perdita delle connessioni che legano le parti, nonché l’integrità delle stesse, è in grado di liberare le valenze imprigionate nell’assetto sistematico dell’edificio. Solo l’imprevedibilità della frattura prodotta dall’incidente analitico può rendere veramente visibile quella rete prima prima segreta di ostilità e di contraddizioni interne al manufatto che la ricopre come un cretto. All’intero di ogni edificio è, in effetti, in attesa un’orditura conflittuale che destruttura l’unita dell’oggetto architettonico. Il frammento, che è l’esito dell’incidente analitico e che rivela il disordine implicito di un’architettura, è l’entità minima nella quale sono presenti embrionalmente sia il principio tettonico sia quello plastico che essa contiene. In termini più semplici il frammento mette assieme indirizzi costruttivi e

progetto da Joseph Michael Gandy come un insieme di ruderi, lo situava in una catena di antecedenze e di successioni con il risultato di storicizzarlo prima ancora che essofosse realizzato; nella sua proposta per l’Acropoli di Atene Karl Friedrich Schinkel plasmava l’antico e il nuovo in una coerente immagine in cui tutto si corrispondeva; lo stesso Peter Eisenman, portando al punto di fusione elementi barocchi e memorie razionaliste scopre per il frammento il ruolo di catalizzatore alchemico chiamato a fare precipitare la composizione in un paradossale caos immobile. Come ha scritto Vittorio Gregotti nel suo “Diciassette lettere sull’architettura”, il frammento è uno strumento attraverso il quale è possibile individuare, per tratti discontinui, il tramite tra noi e le cose. Seguendo questa indicazione il frammento sarebbe allora una realtà operante che scaturisce da un’interruzione premeditata della linearità del tempo. Solo per mezzo di un preliminare azzeramento di ogni avvicendamento naturale di fatti e di fenomeni il mistero del costruire può, infatti, rinnovarsi. A partire da una ideale anastilosi che vede la ricomposizione di resti architettonici, di principi, di memorie e di azioni costruttive - come è possibile constatare nelle opere di

compositive il cui risultato finale è un edificio intero che sa contenere le sue parti come alternative interne alle sue condizioni reali, alternative, sospese tra finitezza e infinità.

Approccio Filologico

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▪ Franco Purini, Modanatura Intermedia, Modanatura Primaria, Scorrimenti Verticali, Quadri; Disegno dalla serie Frammenti (1988)


▪ Carlo Aymonino Nel progetto di tre piazze (Piazza Europa, Piazza Solferino e Piazza del Popolo), Terni 1985, a Carlo Aymonino viene affidato il compito di accentuare la diversità delle tre piazze, confermare il rapporto di integrazione e continuità del percorso pedonale unitamente alla necessità di cercare di attutire se non di nascondere la presenza architettonicamente negativa del palazzo dell’INA. Elabora dunque un’ipotesi complessiva in cui sono riconoscibili le varie componenti: le colonne marmoree mozze o intere tra la piazza del Popolo e la piazza Europa, come un confine permeabile che divide e collega i due spazi. Nella piazza Europa, invece, concepisce quattro oggetti architettonici in pietra, con destinazione museale negli spazi più agibili e rappresentativi, nella grande nicchia una statua; il tutto con misure che non entrano in concorrenza con i volumi preesistenti, ma danno la possibilità ai quattro oggetti di essere capiti in sé e nel loro insieme. La piazza è poi completata con una fontana in pietra ed una larga panchina che accentua la vocazione del luogo all’incontro ed al riposo.

La piazza, per Carlo Aymonino, è il luogo della città per eccellenza; è l’elemento di raccordo tra l’architettura e la città costruita, ed ogni nuovo intervento progettuale effettuato va ad instaurare una relazione con ciò che si conserva ancora della città storica. Ha condotto di fatto numerosi studi e ricerche sulla natura di queste zone ricche di sedimentazione storica, sforzandosi spesso di andare a proporre soluzioni architettoniche attente alla specificità dei problemi locali. Con Aymonino la piazza ritorna ad essere un luogo di relazione tra la struttura urbana e la soluzione architettonica.

▪ Piazza a Matera, Carlo Aymonino 1998;

Approccio Filologico

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Riferimenti Progettuali

La Forma

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▪ Arata Isozaki

Mansilla e Tuñón ▪

L’architetto giapponese progetta, per un concorso di idee, la pensilina per l’uscita dei Grandi Uffici a Firenze. Tale struttura rappresenta uno spazio metafisico e fuoriscala che caratterizzerà piazza Castellani. A due anni dal risultato della consultazione internazionale, che proclama vincitore il progetto di Isozaki, finalmente arriva l'incarico per la progettazione esecutiva che, in un anno, porterà alla gara di appalto e di seguito alla realizzazione. Dopo decenni di frustrazione e di silenzio l'architettura torna a parlare anche a Firenze, con linguaggio chiaro e idee forti.

L’ Atrio-Relais Châteaux, St Matthews Square a Caceres, cerca di pensare la città partendo dai principi che lo hanno reso possibile. Le forme utilizzate consentono all’architettura contemporanea di stare fianco a fianco al nucleo storico, con rispetto e dignità. All'interno della zona medioevale della città, il composto su cui il nuovo edificio è stato eretto era formato da volumi profondamente degradati, dopo anni di abbandono. La nuova costruzione si inserisce in questi edifici come un granchio all'interno di una conchiglia vuota. Così, il nuovo uso ri-vitalizza e ri-abilita una simbiosi organica con l'acquisizione di un nuovo senso di contemporaneità.

Riferimenti Progettuali

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▪ Alberto Campo Baeza Il progetto "Tra cattedrali" mira a creare un intervento degno dei luoghi più significativi della storia di Cadice, la città più antica d'Occidente: lo spazio vuoto di fronte al mare si trova tra le cattedrali Antica e Nuova. La premessa di base è quella di coprire e proteggere uno scavo archeologico. Inoltre, questo nuovo piano serve come base per uno spazio di fronte al mare, uno spazio di rilievo pubblico che fornisce una chiara visuale ostruita da macchine che passano sulla strada circostante.

Riferimenti Progettuali

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La crescente diffusione del metallo, nei rivestimenti degli edifici contemporanei, ha determinato una sorta di "rivoluzione" di quella che poteva essere considerata la consuetudine costruttiva delle facciate. Oltre a modificare i parametri estetici e le possibilità realizzative, l'impiego di questo materiale ha determinato anche un incremento delle prestazioni richieste alle facciate concentrando, in uno strato, più o meno sottile, che costituisce la nuova "pelle" degli edifici, resistenza, isolamento, durabilità. Tuttavia, ciò che più appare evidente, è il risultato formale che è possibile ottenere dall'utilizzo della vasta gamma di prodotti in commercio. Tra questi, l'acciaio Corten è uno di quelli che più spesso attira l'attenzione degli addetti ai lavori e non. Non solo per le caratteristiche intrinseche del materiale, ma soprattutto per la capacità di trasmettere, a chi osserva o tocca il manufatto, il trascorrere del tempo e i suoi effetti sulla materia. Questo tipo di rivestimento conferisce agli edifici un aspetto spesso monolitico, quasi arcaico, che ricorda le scultore e forme di Richard Serra e cela nella sua superficie "rugginosa" caratteristiche talvolta non molto note.

Riferimenti Progettuali

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▪ Herzog & de Meuron

▪ Agence Ter

Il Caixa Forum Madrid è una galleria d'arte moderna Progettata dagli architetti svizzeri Herzog & de Meuron. Il progetto unisce una vecchia stazione abbandonata con una nuova costruzione di piani incassati con ossidato in ghisa. Accanto ad essa vi è un'installazione artistica di piante verdi che vanno a formare, sulla parete dell’edificio accanto, un giardino verticale progettato dal botanico francese Patrick Blanc. Il rosso dei piani superiori con il verde del muro accanto ad essa formano un contrasto.

Floor Works è un giardino aperto al pubblico che circonda il quartiere centrale di Ginevra. Il progetto elabora un mezzo unico di sostegno, che si libera dai vincoli legati ai molti elementi funzionali che emergono qua e là, coprendoli. È stato utilizzato solo un materiale inerte, Acciaio Corten, ottimo per la manipolazione. Disposto a strisce successive, questo piano d’ acciaio rosso è piegato o distorto in base alla topografia.

▪ Carrilho da Graça Arquitectos

Massimiliano Fukas ▪

Archaeological area at Sao Jorge Castle

Niaux Caves Entrance

La principale peculiarità dell'acciaio COR-TEN è quella di autoproteggersi dalla corrosione elettrochimica, mediante la formazione di una patina superficiale compatta passivante, costituita dagli ossidi dei suoi elementi di lega, tale da impedire il progressivo estendersi della corrosione; tale film varia di tonalità col passare del tempo,

Riferimenti Progettuali

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solitamente ha una colorazione bruna. È evidente il comportamento notevolmente diverso dell'acciaio COR-TEN rispetto a quello al carbonio nei confronti dell'azione corrosiva. Infatti in quest'ultimo il film superficiale formato dai prodotti di ossidazione (ruggine) risulta poroso e incoerente e per questo non idoneo a passivare il sottostante metallo.


▪ Teatro all’aperto a Salemi, veduta verso la valle e schizzi progettuali;

▪ Laboratorio Prove dei Materiali dello IUVA, Mestre;

▪ Francesco Venezia Poche questioni, pochi libri, pochi maestri d’adozione riemergono con continuità nell’opera di Francesco Venezia, architetto napoletano “appartato da dibattiti locali, come dai rumori provenienti dal mondo ufficiale” (Tafuri 1986), connotato da una “radicale indifferenza per gli allettamenti della novità” (Dal Co 1995). Per Venezia il tema della rovina assume un ruolo di assoluta centralità sia nella sua produzione teorica che in quella progettuale. Non occorre ricordare la sua interpretazione di alcune opere di Alvar Aalto come rovine e figure dalla simmetria infranta, né citare i suoi studi sul tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina, né tanto meno riportare le riflessioni su rapporto tra “tempo della rovina” e “tempo del cantiere”, elaborate durante la realizzazione del museo di Gibellina che segnò l’affermazione della forma di Venezia sulla scala internazionale. Per lui il tema del “Non finito in architettura” consisteva nel proporre un esercizio articolato in azioni sottrattive e procedimenti additivi. Tale esercizio, dunque, era volto ad analizzare la forma architettonica, a smontarla, a manipolarla in modo da giungere allo studio dei procedimenti che sovrintendono alla produzione della forma stessa.

▪ Teatro all’aperto a Salemi, vedute verso l’abitato e schizzi progettuali;

▪ Giardino segreto a Gibellina;

Riferimenti Progettuali

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▪ Design Antenna, Richmond Brent G. Richards, Robert Dabell L’ ampliamento del museo del vetro a Kingswinford, Gran Bretagna, è stato realizzato a seguito del restauro del museo in muratura a vista, dichiarato monumento nazionale. Trattandosi di un museo del vetro dimostrare in maniera significativa le possibilità costruttive del vetro è apparsa una scelta ovvia. Il materiale scelto inoltre rispetta le richieste dell'ente per la tutela dei monumenti, tese alla maggiore visibilità possibile dell'edificio esistente. La totale trasparenza consente di non alterare l'edificio antico.

Referenze Progettuali

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▪ Roberto Collovà, Centro Storico di Gela, particolare della pavimentazione; Concorso “Una via tre piazze”;

▪ Roberto Collovà, Sagrato della Chiesa di Sant’Agostino

Riferimenti Progettuali

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Il Progetto

La Forma

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▪ Particolare di Piazza Di Vagno;

▪ Piazza Di Vagno, ortofoto dello stato di fatto;

▪ Centro Antico di Corato, disegno dell’Ingegnere Camillo Rosalba;

▪ Piazza Di Vagno, ortofoto con inserimento della piazza riqualificata;

▪ Piazza Di Vagno, vista zenitale di progetto;

Il Progetto

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Analizzando la struttura profonda del Centro Storico di Corato si individua immediatamente la presenza di uno spazio che sembra aver perso i rapporti originari con il tessuto urbano. Piazza di Vagno attualmente è il luogo di una storia dimenticata, sottoposta a una sequela di interventi inconscienti e inopportuni che ne hanno occultato la vera identità. L'intervento progettuale mira a disvelare gli autentici rapporti dello spazio con il resto della città attraverso l'esattezza del disegno fondativo della città recuperato da un rilievo dell'Ing. Rosalba in cui è possibile osservare la regolarità e la compattezza del tessuto urbano ormai perse. Nel nuovo disegno è possibile distinguere un sistema di spazi ognuno con una propria precisa identità e funzione. Il primo spazio è definito esattamente dal perimetro dell'isolato crollato nel 1921, trattato per evocare suggestione e curiosità attraverso la pavimentazione costituita da frammenti e blocchi, metafore di un crollo, di un disastro appunto. Lo stesso spazio si articola in una serie di aree diversificate. Lo specchio d'acqua riprende l'ingombro della chiesa "Monte di Pietà" crollata. I vasi feritoia scandiscono degli attraversamenti che si relazionano da una parte con l'edificio rinascimentale e dall'altra parte con il teatrino, l'aula all'aperto degli incontri pubblici. L'elemento pensilina definisce tettonicamente la copertura del teatrino, relazionandosi al contempo visivamente come innesto con via Roma. La vera e propria piazza di Vagno è stata ripristinata nella sua forma originaria facendola dialogare con gli spazi circostanti, nel rispetto delle contemporanee esigenze della movida e dei locali notturni.


â–Ş Piazza Di Vagno, veduta dal fronte Est; stato di fatto e riqualificata a confronto;

Il Progetto

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▪ Piazza Di Vagno, Prospetto Est;

▪ Piazza Di Vagno, Prospetto Est;

▪ Piazza Di Vagno, Prospetto Ovest; ▪ Piazza Di Vagno, Prospetto Ovest;

Il Progetto

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▪ Piazza Di Vagno, Prospetto Nord;

▪ Piazza Di Vagno, Prospetto Sud;

Il Progetto

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▪ Edificio sottoposto ad intervento di riqualificazione, stato di fatto, fronte Est

▪ Fronte Nord

▪ Fronte Ovest

▪ Edificio sottoposto ad intervento di riqualificazione, riqualificata, fronte Est;

▪ Fronte Nord;

▪ Fronte Ovest;

Il Progetto

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â–Ş Edificio sottoposto ad intervento di riqualificazione, stato di fatto, prospetto centrale;

Il Progetto

â–Ş Edificio sottoposto ad intervento di riqualificazione, riqualificazione, prospetto centrale;

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â–Ş Edificio sottoposto ad intervento di riqualificazione, stato di fatto, prospetto centrale;

Il Progetto

â–Ş Edificio sottoposto ad intervento di riqualificazione, riqualificazione, prospetto centrale;

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â–Ş Progetto Piazza Di Vagno, vista sul fronta Nord;

Il Progetto

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â–Ş Progetto Piazza Di Vagno, vista sul fronte Est;

Il Progetto

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â–Ş Piazza Di Vagno, sistema mediateca | pensilina | teatro, fronte Est

Il Progetto

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â–Ş Piazza Di Vagno, particolare del blocco mediateca | pensilina | teatro;

Il Progetto

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â–Ş Blocco mediateca | pensilina | teatro, vista esterna;

Il Progetto

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â–Ş Blocco mediateca | pensilina | teatro, vista interna;

Il Progetto

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Si prevede di rafforzare la definizione di Via Roma intesa sia come asse storico che ha dettato lo sviluppo del tessuto urbano, sia come asse pedonale che a partire da Piazza Sedile fino a piazza di Vagno è scandito nella struttura percettiva da una serie di quinte edilizie. Via Roma, nel suo carattere di asse storico e pedonale, muore in piazza di Vagno perché tagliata violentemente dalla strada carrabile, il pedone non è degno di un marciapiede. L'intervento è consistito nello scandire in modo più marcato il disegno di via Roma, intenso come asse stradale. Inoltre si prevede di riorganizzare lo slargo definito dal ex stazione ittica (foto in alto a sinistra), poi palazzo Enel (foto in basso a sinistra) e attualmente edificio abbandonato. Si prevede la sistemazione di una stazione di bike sharing e di un parcheggio per bici generico rafforzando così il sistema dei percorsi ciclabili.

Il Progetto

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Particolare dello specchio d’acqua, vista zenitale; ▪ ▪ Particolare dello specchio d’acqua, vista frontale;

Il Progetto

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Progetto di Piazza di Vagno  

Progetto di Piazza di Vagno, svolto nell'ambito del laboratorio del corso di Storia dell'Architettura Contemporanea.

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