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GIANLUCA CRACA

Visione Connettiva L’universale nel particolare


INDICE

Legenda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . VII Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1 Natura come numeri e punti . . . . . . . . . . . . . . . . 3 Scienza intuitiva . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 RealtĂ  pluristratificata . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 Comunicazione visiva . . . . . . . . . . . . . . . . . 26 Arte come conoscenza . . . . . . . . . . . . . . . . 32 Entomologia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 Conclusione

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Ringraziamenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47 Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49 Note

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Indice delle immagini . . . . . . . . . . . . . . . . .55

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LEGENDA

Il presente testo è un lavoro tanto individuale quanto collettivo; Individuale poiché rappresenta un percorso ed una ricerca soggettiva, collettivo in quanto connesso agli altri cinque testi di questa raccolta. Durante la lettura si troveranno ai lati del testo delle sigle puntate che evidenziano i collegamenti tra le varie ricerche, sottolineando i rimandi, i punti e gli approfondimenti comuni. Ogni sigla è associata ad un testo e ogni numero indica la pagina del testo in questione.

Riportiamo qui sotto i titoli dei differenti testi associati alle rispettive sigle:

V.C. A.M. O.L. L.S. B.A. S.R.

VII

Visione Connettiva Appunti Per Atti Minimi L’Ombra Della Luce Love Story BRICCONArTE Il Sogno Di Coke La Rock

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INTRODUZIONE Vedere per credere

“Curiosamente, l’unica cosa che pensò il vaso di petunie cadendo fu “Oh no, non un’altra volta!”. Molte persone hanno considerato che se noi sapessimo esattamente perché il vaso di petunie pensò così, sapremmo molte più cose sulla natura dell’Universo di quante non ne sappiamo attualmente.”1 Guardare, domandarsi, cercare e comprendere. L’uomo per sopravvivere ha sempre avuto bisogno, e continua ad aver bisogno di superare i propri limiti, a partire dal primo bastone impugnato per raggiungere un frutto appeso ad un ramo troppo alto. La comprensione della realtà è un processo che si instaura fra i bisogni umani e la sua capacità di connessione trascendentale con le strutture presenti nel mondo intorno a lui. Connessione che presuppone una collaborazione attiva e costante fra i nostri organi sensoriali e la mente, attraverso un’elaborazione insaziabile degli aspetti tangibili e invisibili del reale. Si può quindi constatare che sia questa caratteristica, l’attitudine creativa, che da sempre distingue l’essere umano dagli altri esseri viventi. Fra tutti i sensi di cui possiamo usufruire, la vista possiede uno status speciale nella gamma percettiva della nostra vita, un ruolo primario su cui l’uomo ha sempre fatto completo affidamento. Tutto quello che gli occhi riescono a cogliere è istantaneamente una connessione diretta fra la mente e l’esterno, uno scambio immediato di informazioni. Tutti gli attributi caratteriali delle cose sono determinati in maniera predominante dalla vista. Quali sono le reali capacità dell’organo visivo e quanto esso è oggettivo nei confronti del mondo che ci circonda? Attraverso questa tesi cercherò di analizzare, per mezzo di un’attitudine scientifica e artistica, logica e intuitiva, una strada alternativa che, superando la pura fenomenologia, arrivi ad una vera e propria “lettura” delle dinamiche fisiche della vita e della mente, partendo dall’osservazione. Proprio grazie all’atto dell’osservazione, cosa ben diversa dal semplice guardare, l’uomo ha intrapreso un cammino di comprensione e decodificazione della realtà che l’ha condotto oggi alla realizzazione di un fatto importante, ovvero che la natura è un sistema di relazioni complesso e non percepibile nell’immediato, ma anzi si sviluppa in un’evoluzione lenta e costante, nella quale non si può più pretendere di adottare una visione esclusivamente rigida e lineare. Una nuova attitudine ciclica ci riporta a prendere atto di aspetti della realtà che erano stati rimossi o ignorati, arrivando a uno stadio di mezzo che permette di superare una visione del mondo esclusivamente causale, per considerare un andamento più circolare ed interconnesso. Un equilibrio fra le parti.

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NATURA COME NUMERI E PUNTI astrazione connessa al reale

L’evoluzione biologica della specie umana si arrestò all’incirca 50,000 anni fa. Da allora, non ha più proceduto geneticamente, ma socialmente e culturalmente, mentre il corpo e il cervello umani sono rimasti essenzialmente gli stessi per struttura e dimensioni. In questo processo evolutivo ciò che ha radicalmente mutato il suo aspetto è stato il mondo naturale, che in base ai bisogni umani è stato notevolmente ridimensionato e addomesticato. Ciò che un tempo era fuso nella natura stessa della vita umana è divenuto un ambiente estraneo, incomprensibile attraverso la logica se non nei suoi aspetti più tangibili e verificabili. Così l’uomo intraprese fin dalle prime civiltà un cammino di rilettura del proprio essere all’interno dell’ambiente, misurando, calcolando e verificando. Come all’interno di un mosaico si è intrapreso un cammino di ricostruzione di una composizione che prima di allora era insita nell’impulso stesso della vita. Dal momento dello sviluppo della propria coscienza di sé come essere pensante, l’uomo ha dovuto attuare un processo di ri-collegamento fra le strutture mentali del proprio intelletto che riscontravano una connessione con il mondo naturale circostante. La volontà di scoprire le basi costitutive della realtà fisica è sempre stata collegata al desiderio di darle una forma, intesa come processo di semplificazione e geometrizzazione, che ponesse un freno al continuo divenire e mutare della realtà sensibile. Attraverso la capacità umana di formulare pensieri astratti, ovvero idee e intuizioni, fu possibile cristallizzare in forme e rapporti geometrici gli aspetti costitutivi dell’osservazione del mondo circostante, così da poterli verificare e meglio assimilare nell’ambito della conoscenza e quindi all’interno delle dinamiche del proprio intelletto. “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscere i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” 2 Un primo approccio iniziale determina il riconoscimento del fenomeno attraverso l’osservazione. Ponendo luce su di esso, definendone tutti gli aspetti e le possibili cause, le generazioni successive continueranno ad analizzarlo per scovarne i limiti o gli errori. In questo processo di analisi logica dell’esistenza fenomenologica, l’uomo ha continuato a creare delle idee, a cui forse in questo discorso è meglio attribuire il nome di forme, che hanno subito un continuo rimodellamento, essendo che ogni considerazione è figlia delle conoscenze e dei mezzi tecnici di osservazione del proprio tempo. Ogni forma ideologica era connessa alla forma reale, mediante l’osservazione diretta del fenomeno. La parola matematica deriva dalla parola greca màthema che significa cono

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scenza o apprendimento. Questa disciplina è stata una delle prime a svilupparsi, in seguito alla sua diretta applicazione nella vita quotidiana dell’uomo rispetto al mondo intorno a sé. Una necessità che nasce dal voler porre un ordine ai ritmi temporali e quantitativi che circondano l’essere umano, utilizzando un processo di astrazione e semplificazione. Attraverso di essa fu possibile elaborare delle leggi fondamentali, ovvero verificabili matematicamente, dove i risultati odierni ottenuti attraverso sperimentazioni concordano con i postulati passati; ma anche sotto questo profilo oggi possiamo tranquillamente constatare che non è possibile avere un vero e proprio appiglio di certezza che rimanga immutato nel tempo. “La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude: ma non in una base naturale o “data”; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura.” 3 L’idea di creare una forma immutabile nel tempo, ovvero quella teorica, è uno strumento che l’uomo ha sempre utilizzato, in ogni cultura e società, e che si è legato in maniera inscindibile con la matematica. Analizzando lo sviluppo delle civiltà umane, ci si accorge che il processo matematico ha origine nelle società più primitive. Già 35.000 anni fa si riscontrano i primi tentativi di qualificazione del tempo attraverso disegni che testimoniano i primi conteggi dei cicli temporali, in base all’osservazione dei cicli lunari. Un aspetto che è bene notare della storia della matematica consiste nel fatto che, sebbene questa disciplina si è sviluppata indipendentemente in culture completamente differenti fra loro, i risultati a cui arrivarono furono fondamentalmente gli stessi, fatta eccezione per le influenze reciproche per contatto fra differenti popoli e civiltà. Questo significa che in linea generale, l’osservazione causale del mondo naturale riflessa dalla mente si fonda su concetti di base che risultano universali, perché non mediati dalla soggettività della parola. Esiste dunque un carattere oggettivo che, comunque lo si pronunci, nasce da un rapporto universale fra uomo e ambiente. L’uomo ha trovato nella definizione numerica uno dei modi più rigorosi e coerenti di esprimere il reale fisico. La fisica è impensabile senza numeri, equazioni, misure, perciò la matematica vanta, tra tutti i linguaggi umani, uno status speciale, al punto che la si considera, apparentemente, “appartenere” prima che all’uomo alla natura stessa, in ragione della sua adeguatezza nell’interpretarla e descriverla in gran parte dei suoi aspetti costitutivi. Non dobbiamo sorprenderci se una creazione matematica astratta e basata esclusivamente sull’intuizione trovi poi, magari a distanza di tempo, un’applicazione nel mondo fisico rivelandone nuovi aspetti. Così è potuto accadere che un mistico dei solidi platonici come Keplero, teorizzando un’armonia celeste da essi determinata compenetrandosi, finisse per scoprire le sue famose leggi.4

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Questo vuol anche significare che l’intuizione, processo mentale astratto, che utilizza la fantasia assieme all’osservazione e alla razionalità, e perciò inizialmente priva di aspetti oggettivi, è una parte fondamentale della postulazione matematica. Quindi la matematica consiste, nella sua prima fase, tanto storica quanto personale, in una descrizione, una distribuzione apparentemente ordinata delle leggi dell’intelletto, in relazione ad alcune delle strutture fondamentali con le quali questo appare essere organizzato, e corrispondente alle strutture tangibili del reale. In quanto tale, la matematica comincia con l’introdurre per prima quegli enti che vengono utilizzati nell’esercizio delle due categorie ordinarie dell’intelletto: spazio e tempo. Per riassumere, gli enti sui quali si costruisce via via tutta la matematica sono i numeri, concepiti come quantità, e i punti (connessi a tutte le altre figure elementari introdotte in relazione ai punti, quali rette, piani, cerchi, etc.). Alla loro conoscenza si arriva mediante l’esercizio di una forma d’intuizione trascendentale. Il fondamento della matematica non è, né può essere, unitario, bensì dualista. Non si ha a che fare con un mondo di soli numeri, ma di numeri e di punti, quantità e spazio. Ogni approccio riduzionista tende viceversa a occultare questa evidente constatazione che si lega in maniera assolutamente non casuale alla totalità degli aspetti della materia e dell’intelletto. C’è però un aspetto nell’ottica matematica che spesso non tiene conto del fatto che, ancorché gli oggetti della matematica facciano parte dell’ambito del pensato, pure la capacità di questa scienza di interpretare il reale attraverso le sue elaborazioni concettuali può essere compresa mediante l’assunzione metafisica secondo la quale “Ordo et connectio idearum idem est ac ordo et connectio rerum”5, ovvero “ L’ordine e la comprensione delle idee è una stessa e medesima cosa con l’ordine e la comprensione dei fenomeni.” In aggiunta alla capacità potenziale di concepire i numeri come quantità, l’essere umano possiede anche quella di concepire i numeri come misura.6 Lo studio e quindi la misurazione della realtà, intesa come ricerca e controllo dei meccanismi esatti che la compongono, ha sempre dato vita ad un insieme di postulati, di modelli che si approcciassero alla realtà cercando di avere dei punti fermi a cui aggrapparsi per contrastare il flusso continuo della materia. Logica e matematica sono poi strettamente connesse essendo che la prima ha generato la seconda, ma vi è una continua influenza reciproca dal momento che la matematica parte dallo studio e dall’osservazione del reale. La definizione e la misurazione della fisicità non possono avvenire senza il linguaggio matematico, ma ciò non significa affatto che il numero e le sue connotazioni e implicazioni fondino la realtà fisica. La matematica è infatti un linguaggio umano (accanto a quello verbale) che funziona ottimamente nella lettura e nella definizione del mondo fisico, ma non per ciò questo “è matematico” in senso ontologico.7 Anzi, il nostro vero limite nell’approccio alla realtà fisica, soprattutto per la società occidentale, sta proprio nel fatto di poter disporre solo del linguaggio matematico inteso come veritiero, il che significa che esso resta irrimediabilmente “astratto”. Per renderci conto di questo limite, è necessario fare una breve ricostruzione storica dal punto di vista scientifico.

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Durante il XVII secolo si è consolidato un paradigma scientifico che ha dominato la nostra cultura per centinaia di anni, arrivando alla sua crisi nel XX secolo. Durante questi secoli esso ha radicalmente influenzato la nostra civiltà occidentale contemporanea e anche tutto il resto del mondo. Questo paradigma comprende una varietà di idee e valori che differiscono nettamente dalle epoche passate come il Medioevo. Questi valori sono stati associati a varie correnti della cultura occidentale quali la Rivoluzione Scientifica, l’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale. Essi comprendono la fede nel metodo scientifico come unico approccio valido alla conoscenza, una visione dell’universo come sistema meccanico composto da parti materiali elementari.8 Visione nettamente diversa rispetto al periodo che va dalla fine dell’Impero romano al Rinascimento, ovvero il Medioevo. Prima del 1500 la concezione del mondo dominante in Europa era organica. La scienza medioevale era molto diversa da quella moderna. Essa si fondava sulla ragione e sulla fede e il suo obiettivo principale era quello di capire il significato delle cose legate all’ambito religioso, essendo che tutta la realtà era pura manifestazione del divino. Gli scienziati medioevali, ricercando i fini nascosti dietro i vari fenomeni naturali, attribuivano la massima importanza a problemi concernenti Dio, l’anima umana e l’etica. Galileo fu il primo a combinare la sperimentazione scientifica con l’uso del linguaggio matematico per formulare le leggi della natura da lui scoperte e viene perciò considerato il padre del metodo scientifico e della scienza moderna. Ma il personaggio che ha particolarmente influenzato l’odierno metodo scientifico è il filosofo e scrittore René Descartes (1596 -1650). Il suo approccio principale era quello di dubitare di qualsiasi cosa, scomponendola continuamente nelle sue parti costitutive, arrivando all’unica realtà ontologica della quale non poteva dubitare: “Cogito ergo sum.” È da Cartesio che deriva il pensiero analitico, che consiste nello scomporre pensieri e problemi in frammenti e nel disporre questi frammenti nel loro ordine logico. Questo metodo analitico di ragionamento è probabilmente il massimo contributo dato da Decartes alla scienza. È diventato un lascito essenziale nello sviluppo di teorie scientifiche e nella realizzazione di progetti tecnologici complessi. D’altra parte però un’insistenza eccessiva sul metodo analitico ha condotto a quella frammentazione che è un carattere tipico sia del nostro pensiero generale sia delle nostre discipline accademiche, e al diffuso atteggiamento del riduzionismo nella scienza, ossia alla convinzione che tutti gli aspetti di fenomeni complessi possano essere compresi semplicemente riducendoli alle loro parti componenti. Questo tipo di approccio alla realtà fisica fa parte di un sistema di visione meccanica del mondo, che si è consolidata durante la Rivoluzione Industriale. La concezione di Descartes degli organismi viventi ha avuto un’influenza decisiva sullo sviluppo delle scienze della vita. La descrizione accurata dei meccanismi che compongono gli organismi viventi è stata il compito principale di biologi, fisici e psicologi negli ultimi trecento anni. L’approccio analitico ha avuto molto successo, specialmente in biologia, ma ha anche limitato le direzioni della ricerca scientifica. Il problema consiste nel fatto che gli scienziati, incoraggiati dal loro successo nel trattare gli organismi viventi

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come macchine, tendono a credere che la loro struttura si esaurisca in una dimensione meccanicistica. La costruzione degli orologi, in particolare, aveva conseguito al tempo di Decartes un alto grado di perfezione, e l’orologio era quindi un modello privilegiato per altre macchine automatiche. Decartes comparò infatti gli animali a un “orologio composto di rotelle e molle”.9 Oggi sta diventando evidente che un’insistenza eccessiva sul metodo scientifico e su un pensiero razionale, analitico, ha condotto ad atteggiamenti che sono profondamente antiecologici. In verità la comprensione di ecosistemi è ostacolata dalla natura stessa della mente razionale. Il pensiero razionale è lineare, mentre la consapevolezza ecologica sorge da una comprensione intuitiva dei sistemi non lineari. Una fra le cose più difficili da capire della nostra cultura è il fatto che, se si fa qualcosa che è buono, una quantità maggiore della stessa azione non sarà necessariamente migliore. Gli ecosistemi si sostengono in un equilibrio dinamico fondato su cicli e fluttuazioni, ovvero su processi non lineari.10 I rapporti di decodificazione matematica si legano in maniera inscindibile con la realtà fisica ma non devono essere intesi come unica possibilità di lettura. La matematica nasce sia da sistemi organizzativi propri del mondo fisico naturale, sia dalla componente di astrazione della nostra mente. Anche sotto questo aspetto essa rimane caratterizzata da una proprietà dualistica che vede l’essere umano come punto di congiunzione nell’assimilazione cosciente del reale. Un esempio di questo concetto è la ricostruzione dello spazio all’interno della rappresentazione, attraverso l’utilizzo della prospettiva, il primo tra i metodi di rappresentazione ad essere codificato attraverso regole matematiche. Ideata all’inizio del Quattrocento da Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti, e successivamente sviluppata durante il Rinascimento, nacque per riprodurre più realisticamente, con l’ausilio della geometria euclidea, l’oggetto o la scena raffigurati riducendo artificialmente su un piano bidimensionale un’esperienza visiva tridimensionale, proiettando la stessa da un centro di proiezione posto a distanza finita. Durante il periodo che va dal XIII secolo al XVI secolo, il punto di vista dell’uomo su se stesso, il mondo e la natura cambia in modo radicale, in un modo tale da rendere decisiva la stessa nozione di «punto di vista». Tutta la logica della prospettiva deriva essenzialmente dalla scoperta che noi possiamo vedere e conoscere il mondo solo da un punto di vista particolare. Una visione intesa come finestra sul mondo, delimitata da quattro confini che permettono una visione statica e matematicamente corretta. Certamente questa fu un’importante acquisizione per gli sviluppi successivi in questo campo, ma bisogna ricordare che il mondo percepibile non è fondato sulla prospettiva. Anche se essa deriva dalla realtà, è comunque un’astrazione della nostra mente che ci permette di avere una visione più chiara del mondo circostante per mezzo di una semplificazione geometrica. In realtà noi abbiamo due punti di vista, non uno: i nostri occhi. Sono sferici, e quindi percepiscono il riflesso della realtà proiettata annessa a

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deformazioni visive che seguono la rotondità del nostro organo e la velocità dei suoi movimenti, che prescinde dal movimento del corpo. Le immagini che filtrano attraverso questi due organi di senso, molto più deformate di quanto avvenga nell’ordinata visione prospettica, vengono successivamente rielaborate ed “aggiustate” dal cervello. Per di più il nostro corpo è costantemente in movimento e gli occhi si muovono al suo interno. Questa situazione assolutamente non statica, ma anzi dinamica, influenza in maniera marcata e costante la percezione visiva che abbiamo del mondo. Insomma, tutto questo serve a far capire che le modalità di percepire la realtà visibile sono molte e non possono rientrare tutte all’interno della rigidità formale della prospettiva. Oggi sono stati compiuti svariati studi sulla percezione visiva della realtà e si è facilmente in grado di dimostrare quanto poco attendibile sia la visione che abbiamo del mondo intorno a noi. Essa è il risultato di un costrutto di meccanismi ottici e nervosi. Ci accorgiamo di quanto siano delicati e complessi, solo quando qualcosa nella nostra visione va storto o incontra degli imprevisti. Esistono più o meno 380 tipi di illusioni ottiche e la maggior parte di esse non ha ancora una spiegazione. Basti pensare alle figure impossibili e a tutti quei costrutti ottici che sono in grado di destabilizzare il meccanismo della visione cui siamo abituati. La percezione che abbiamo del mondo è molto più ampia e complessa di quanto la prospettiva possa aiutarci a comprendere; questo non vuol dire che non sia applicabile alla realtà, ma che non è da intendere come se fosse l’unico modo per visualizzarla correttamente. È solo utile all’artificio della rappresentazione, un insieme di strutturazioni mentali che si legano in maniera indissolubile con le strutture presenti al di fuori dell’ambito mentale. Quanto è stato detto in questo capitolo spero aiuti a comprendere che l’elaborazione mentale, anche nei suoi aspetti più rigorosi e semplificati, come i numeri e i punti, è figlia di uno sviluppo culturale e sociale; e ancora più in profondità di un insieme di connessioni strutturali che partendo dalle basi costitutive della materia si legano in maniera inscindibile con le dinamiche strutturali del nostro organismo e si riflettono così nello sviluppo della nostra mente. L’intento umano nella decodificazione della realtà deve tenere conto dei suoi aspetti costantemente bipolari, discostandosi da una logica strettamente lineare e causale che è figlia della nostra cultura occidentale. Con questo non si vogliono certo mettere in dubbio gli enormi passi che la scienza tradizionale ha compiuto negli ultimi secoli, attraverso scoperte essenziali per la qualità della nostra vita. Ma la strumentalizzazione di queste scoperte e l’eccessiva dominazione di una mentalità ferreamente logica-causale, con un andamento che possiamo definire prettamente lineare, ha portato ad un’ostentazione nell’oggettivazione ottica della realtà che non coincide con la reale situazione della materia e quindi della percezione che abbiamo di essa.

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SCIENZA INTUITIVA al di là del pensiero lineare

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In questo capitolo utilizzerò gli studi di ricerca di due personaggi dell’ambito scientifico che, malgrado siano molto distanti a livello temporale, hanno in comune un’attitudine nell’osservazione della realtà che non si fa troppo condizionare da aspetti culturali del proprio tempo, ma si basa essenzialmente su una lettura delle conoscenze disponibili in relazione con i dati osservati. Sto parlando di Johann Wolfgang von Goethe e di Antonio Lima de Faria. Prima di parlare nello specifico di questi due importanti pensatori, ci tengo a dire che tutti e due hanno capito che l’atto dell’osservare è per principio vedere più di quanto si veda solo con gli occhi. Sono stati in grado di visualizzare nella natura l’invisibile di ogni parte visibile, comprendendo che ogni fenomeno tangibile è sempre connesso ad altre componenti del reale che non si mostrano nell’immediato ma per le quali è necessaria un’attitudine scientifica che non faccia mai a meno dell’aspetto intuitivo. Johann Wolfgang von Goethe (1749 -1832), oltre ad esser stato un grande uomo di scienza, fu al tempo stesso drammaturgo, poeta, scrittore, saggista, teologo, filosofo, umanista, critico d’arte e critico musicale. Si può dunque constatare che fu un intellettuale in grado di incarnare il perfetto esempio di equilibrio fra la visione scientifica ed artistica del mondo. L’epoca in cui Goethe operò fu il Romanticismo, in cui i filosofi della natura cercavano un senso universale alla realtà, ma non attraverso il determinismo lineare caratteristico dei secoli successivi, bensì cercando di accostare il determinato all’indeterminato, l’osservazione all’intuizione, il visibile al non visibile. I suoi studi naturalistici, basati su un’attenta osservazione del reale, furono di grande ispirazione per le generazioni future, essendo vicini a un’attitudine di rigore scientifico nell’analisi, ma senza privarsi dell’aspetto intuitivo ed immaginativo. Era infatti sua costante abitudine quella di osservare la natura anche attraverso gli occhi dell’artista, creando così un gran numero di disegni e poesie. Il senso intimo di questa operazione visivo-percettiva, ma insieme razionale, si ritrova nel programma göethiano di cogliere forma, differenza e definizione come sviluppi dall’informe, indifferente e indefinito grazie all’intervento dell’occhio osservante, della fantasia e della prassi poetica. Goethe si accorse che doveva esserci uno schema di base nelle infinite mutazioni della materia, uno schema che non poteva essere schematizzato, ma che si presenta davanti agli occhi nel momento in cui si osserva la natura. Nell’attitudine dell’osservatore, egli suddivise tre specifiche modalità di osservazione del reale, corrispondenti quindi a tre differenti tipologie di occhio:


- la visione del pittore, che corrisponde all’occhio solare; - la visione dello scienziato, che corrisponde all’occhio chiaro; - la visione del poeta, che corrisponde all’occhio puro. L’occhio solare illumina con il suo vedere. Attivo, proiettivo e creativo, si abitua a vedere in ogni cosa ciò che la caratterizza. Goethe descrive così il suo bisogno di disegnare: “Quando gli oggetti si osservano con maggiore precisione e acutezza l’anima si eleva più velocemente a ciò che è universale… le mie idee sul mondo si ampliano nel modo più bello… tutto emerge dentro di me all’improvviso”.11 L’occhio chiaro è quello della mente. È in grado di vedere distintamente le cose, fa della visione uno strumento di osservazione, di analisi e di rigore conoscitivo. È l’occhio che coglie l’elemento generale nella singolarità. Indaga il generarsi delle forme in rapporto con il resto; nel caso di Goethe con i rapporti naturali nascosti. Quello puro è in grado di connettere l’interno con l’esterno, è quello dello spirito e riesce a vedere al di là delle apparenze, cogliendo ciò che vi è di puro.12 Secondo Goethe queste caratteristiche dell’osservazione umana possono anche coesistere assieme, ma in diversa misura. Attraverso una visione “completa” della natura, è possibile oltrepassare la superficie delle cose, per far emergere le connessioni invisibili esistenti fra i singoli elementi. Egli concentrò prevalentemente la sua ricerca scientifica sul mondo vegetale; credeva fosse possibile individuare al suo interno l’origine di una struttura generale “originaria”. L’intento iniziale di dare vita ad un’opera letteraria, che costituisse una rinnovata versione delle Metamorfosi di Ovidio, divenne un programma in cui arte e scienza, produzione estetica e osservazione scientifica della Natura convergono. La rivelazione di una pianta originaria (Urpflanze), come struttura base condusse all’affermazione göethiana del “tutto è foglia”. L’intellettuale tedesco utilizzò tale espressione per esporre questa sua intuizione: “Ipotesi: Tutto è foglia, e mediante questa semplicità diviene possibile la più grande molteplicità. La foglia ha vasi che intrecciandosi producono nuovamente una foglia, come possiamo farcene un’immagine rozza incrociando due linee. Il punto in cui i vasi si incontrano e cominciano a formare la nuova foglia è il nodo. Chiamiamo radice una foglia che assorbe umidità sotto la terra. Una foglia che subito si estende la chiamiamo stelo.”13 Secondo la teoria göethiana della metamorfosi delle piante, gli organi dei vegetali sono trasformazioni successive della stessa unità, la foglia. Nel mondo vegetale si manifesta chiaramente questo principio, secondo cui attraverso trasformazione e moltiplicazione dell’unità si genera il differente. Descrivendo la serie di stadi della foglia, le loro diverse funzioni e la specifica mutazione della forma, Goethe ha fondato la “tipologia”, ovvero la “morfologia” come metodo scientifico, grazie soprattutto alla fusione scientifica ed artistica che fu un in grado di adottare in questa ricerca. In un piccolo disegno, Goethe illustrò questa serie di metamorfosi dal cotiledone fino al fiore, studiandone così le differenti morfologie in base alle diverse funzioni

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che avrebbero dovuto svolgere. Arrivò a ritenere che l’infinita varietà di forme naturali fosse giustificata da un continuo rapporto arbitrale fra il carattere estremamente diversificato degli organismi e le limitazioni dettate dall’ambiente. Bloccare il divenire, fermare un istante su un foglio, è un problema che accomuna pittori e scienziati. L’intuizione è guida di entrambi. Senza la superiorità dell’intuizione umana neppure l’imitare, il “tenersi alla Natura” può riuscire; Goethe considera genialità e tecnica tra loro inscindibili. L’artista ha il ruolo di plasmare una materia rozza che esige di essere indagata nel suo interno più profondo. Ma ovviamente, come per la scienza, quest’indagine è anche dettata dalle tecniche e dalle conoscenze del proprio tempo. Se ciò avverrà, dice Goethe, “l’opera prodotta sarà come un organismo vivente, una forma naturale, ma plasmata dall’uomo, che “appare ad un tempo naturale e soprannaturale”.14 Studiando la natura ed il mondo vegetale in particolare, osservandolo dal vero, annotando appunti e schizzi, si rese sempre più conto che il mutare continuo delle forme naturali si ricollega continuamente ad un’impostazione di base, che funziona proprio grazie all’eterogeneità degli organismi viventi. Riteneva che questa pluralità di forme e funzioni fosse l’aspetto armonico della medesima unità di base. “L’ordine mobile della Natura nasce dalla continua variazione e differenziazione di ciò che è alla radice identico. Come una musica cosmica, l’armonia di ogni essere singolo in se stesso e di tutti gli esseri tra di loro, nasce dalla variazione, insieme arbitraria e rigorosa, in tutte le direzioni, altezze e articolazioni, del medesimo “germe”.15 Il programma di Goethe prevede così di costruire un sistema della natura basato su un concetto che sembra opporsi all’obiettivo stesso di dare ordine e struttura: l’idea dell’ arbitrio, della trasgressività della stessa natura, che pone confini solo per travolgerli e genera forme solo per trasformarle. Un ordine-disordine, il tenersi alla natura nell’arte e nella scienza: “Sistema naturale, un’espressione contraddittoria. La natura non ha alcun sistema, essa è vita e movimento successivo da un centro sconosciuto verso un confine inconoscibile. La considerazione della Natura è dunque senza fine, si può procedere dividendo fino alla più piccola singolarità, oppure seguire la traccia nel tutto, secondo larghezza e altezza. L’idea della meta


morfosi è un dono che viene dall’alto, estremamente venerando, ma insieme estremamente pericoloso. Essa conduce all’informe, distrugge il sapere, lo dissolve. Essa è come la centrifuga, e si perderebbe nell’infinito, se non le fosse aggiunto un contrappeso, intendo l’impulso alla specificazione, la caparbia facoltà di permanere che appartiene a ciò che è già pervenuto a realizzarsi.”16 Sulla base dei mezzi disponibili alla ricerca nel suo tempo, è possibile comprendere l’originalità e la genialità delle idee espresse da Goethe nei suoi scritti. La natura viene da lui intesa come una serie ininterrotta di connessioni che in maniera dinamica mutano costantemente. L’occhio è quasi costretto quindi, anche per sua natura, a bloccare e cristallizzare singoli elementi per studiarli e analizzarli. Ma questo deve avvenire senza perdere l’attenzione sul reale stato della materia, che evolvendosi non può lasciare spazio per rigide definizioni materialiste. Non a caso Goethe considera la volontà divina come elemento imprescindibile nell’opera del creato e questa sua influenza religiosa gli permette di osservare gli elementi naturali non solo come risorse fisiche da sfruttare o come freddi ingranaggi meccanici, bensì quali manifestazioni che incarnano al loro interno un’essenza spirituale e un corpo materiale insieme. La logica strettamente causale, di cui ho parlato nel capitolo precedente, non finisce col rinchiudere in una rigida scatola senza uscita il pensiero dello scienziato, che è libero di fluire con cognizione di causa nella serie incessante di eventi che si manifestano davanti ai suoi occhi. Goethe dimostrò di saper cogliere la fusione dell’ideale nel sensibile. Vedere le idee. L’intento dell’uomo nell’attuare una ricerca che lo porti a stabilire una connessione con la propria origine nel mondo naturale, con la sua vera natura, è una caratteristica di tutti i popoli e tutte le culture del mondo nel corso dei secoli. Dagli aspetti più oggettivizzanti a quelli più spirituali, dalla scienza all’arte, il cammino verso una comprensione delle proprie origini ha radici profonde nell’essere umano. Un bisogno innato che lo spinge alla comprensione dei meccanismi che regolano l’andamento del mondo, per arrivare a una conoscenza più profonda anche di se stesso. Vorrei però concentrarmi su quegli aspetti costitutivi della realtà che vengono prima dell’interpretazione sociale delle civiltà umane. Un mondo fatto di atomi, molecole ed energie, che coinvolge campi del sapere decisamente più contemporanei grazie ai progressi svolti dalle tecnologie e dalle materie scientifiche. Faccio riferimento dunque alle ricerche svolte negli ultimi anni su tematiche strettamente chimico-biologiche, prendendo come esempio gli studi di Antonio Lima de Faria, scienziato che svolge tutt’oggi importanti ricerche nel campo della simmetria e della citogenetica, rispetto all’evoluzione della vita sul nostro pianeta e della vita dell’universo stesso. Nei suoi scritti propone un nuovo paradigma con cui spiegare la vita, fondato sulla forma, la funzione e la periodicità, anziché sui geni, sul caso e sulla teoria della selezione naturale. La ricerca dell’Autore va infatti oltre le comuni

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acquisizioni in materia, arrivando a considerare l’evoluzione dei viventi come la continuazione canalizzata di quella del mondo fisico, la cui essenza è costituita dalla combinazione e dalla sovrapposizione di un numero limitato di forme e funzioni iniziali. Non faccio riferimento a questi studi per affermarne la veridicità, ma prendo esempio dalla sua indagine sulla realtà costitutiva della vita organica e inorganica del nostro pianeta, come ho preso spunto da quella di Goethe. Queste due personalità hanno una visione che riesce a legarsi all’aspetto analitico scientifico, senza però rinunciare a una tensione di insieme universale a cui ricollegare e confrontare le proprie teorie. Un’attitudine che è per me un perfetto equilibrio di razionalità e intuizione. Grazie alle tecnologie moderne, Lima de Faria è riuscito ad avere un metodo di paragone basato sull’osservazione delle strutture costitutive della materia e a utilizzare una visione logicamente intuitiva per collegarsi quindi alle basi costitutive della vita stessa. Il risultato dei suoi studi lo ha portato ad affermare che le forme di vita organiche derivano da quelle inorganiche e che niente è casuale in natura, ma tutto segue un susseguirsi di possibilità morfologiche che sono strettamente vincolate all’aspetto fisico-chimico che contraddistingue il nostro pianeta, che si lega poi alla composizione dell’universo stesso. Lima de Faria sostiene che prima dell’evoluzione biologica vi furono altre tre importanti evoluzioni separate, a cui quella biologica rimane strettamente connessa: 1 La formazione delle particelle elementari, all’alba della conversione dell’energia in materia, agli albori della formazione del pianeta Terra, in un processo che seguì leggi ben determinate. 2 Ad un livello più complesso, anche gli elementi chimici della tavola periodica esibirono un’evoluzione ordinata e ben definita. 3 Successivamente vi fu la creazione dei minerali. Secondo i suoi studi ogni evoluzione è composta da cicli evolutivi interni. Con la trasformazione dell’energia in materia, definita da lui “autoevoluzione”, la conseguenza diretta fu la creazione di forme e funzioni, derivate dalle iniziali proprietà della materia e dell’energia. Le due principali regole che si legano all’evoluzione della forma e della funzione sono: Isomorfismo: risulta dal mantenimento delle forme di base che hanno la possibilità di nuove combinazioni partendo da quelle iniziali. Isofunzionalismo: risulta dal mantenimento delle funzioni di base che hanno la possibilità di nuove combinazioni partendo da quelle iniziali.

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Questi due fenomeni seguono la stessa norma fondamentale e rappresentano l’aspetto duale della realtà. Il concetto è che la forma determina la funzione e la funzione determina la forma; sono due aspetti in costante interazione dinamica, grazie a cui una forma non è mai perfetta ma muta costantemente. È facile constatare che non esistono sfere perfette in natura, poiché la funzione porta alla mutazione della forma. simmetria --> asimmetria materia --> energia forma --> funzione Come descrisse Goethe nei suoi studi, che ovviamente non avevano le stesse possibilità di analisi delle scienze contemporanee, un esempio lampante di questi aspetti si evidenzia nella foglia, che può trasformare la propria forma a seconda delle differenti funzioni. Essa contiene la forma e la funzione di base che le permettono di trasformarsi pressoché in ciascuno degli organi vegetali a seconda della funzione specifica. L’isomorfismo e l’isofunzionalismo sono in essa evidenziati dalla capacità di essere parte di un seme, organo principale della fotosintesi, spina, organo sessuale e organo riproduttivo. Anche riguardo ai piani organizzativi strutturali di molti invertebrati è possibile dimostrare che derivano da un’unica forma di base, come nel caso delle conchiglie dei molluschi. I vertebrati a loro volta, non sono così complessi come tendiamo a credere. La sequenza strutturale degli scheletri, dai pesci fino agli umani, mette in evidenza che si tratta unicamente di varianti d’una rigida forma-base, alla quale non potevano derogare.17 Queste omologie strutturali non possono essere definite banalmente casuali, come avviene nella scienza tradizionale di stampo darwinista o neo darwinista; sono uno dei mezzi più diretti per i quali si può riuscire a constatare che ogni piano organizzativo e ogni funzione biologica ha i propri precursori in evoluzioni precedenti, risalendo fino al mondo minerale, chimico e delle sub-particelle. Tutti i piani organizzativi e tutte le funzione di base hanno un componente che deriva dal mondo minerale e chimico.18 L’osservazione all’interno delle basi costitutive della realtà chimica e fisica può portare a risvolti apparentemente impensabili a causa dell’omologazione culturale che standardizza i concetti scientifici in generale, impedendo la possibilità di approfondire tutte le eventuali intuizioni che scaturiscono da un’osservazione del reale senza pregiudizi o preconcetti. Lima de Faria, che ha intrapreso uno studio a tutto campo sulle basi evolutive della vita, non attribuisce meno importanza alla mineralogia rispetto allo studio della biologia. È arrivato infatti a conclusioni che pongono degli interrogativi sia sull’apparente ed intoccabile validità dei preconcetti scientifici odierni, ricostruendoli quindi come processi storici le cui conclusioni sono state mediate dalla cultura e dalle possibilità tecniche del periodo, sia


sul fatto che nella società odierna c’è sempre più la necessità di sviluppare una mentalità aperta agli stimoli che arrivano dalla sana attitudine dell’osservazione conoscitiva della realtà, impegnando tutte le risorse disponibili proprio per dimostrarne la validità senza arrivare a sentenze a priori che le escluderebbero. I processi fisico-chimici conferiscono unità a strutture prive di relazione e la canalizzazione dell’ordine a livello biologico assume la forma dell’autoassemblaggio che avviene a tutti i livelli, dalle molecole agli organismi viventi.19 Vorrei soffermarmi su un aspetto di questa interessante teoria che attribuisce un valore specifico a tutti quegli elementi strutturali che fungono da esempi di isomorfismo e isofunzionalismo, come le strutture di sostegno: si distinguono difficilmente le forme dello scheletro dell’ala di una cavalletta dalle nervature d’una foglia o le fratture che compaiono sul suolo arido. Le modificazioni evolutive sono regolate da una trama specifica. Questo poiché una variabilità indiscriminata avrebbe altrimenti condotto a caos e disintegrazione ad ogni mutamento. Quindi in un’apparente disordine di strutture fisiche si nascondono connessioni legate alla natura stessa dell’evoluzione della vita nell’universo. Come già notato, è evidente che ogni piano organizzativo e ogni funzione sono intrinseci a quelli precedenti, dove già fanno capolino in uno stato più semplice. È dalla formazione delle combinazioni degli elementi iniziali che sorge il nuovo livello evolutivo, perciò non si ha alcuna novità con la comparsa dell’evoluzione biologica. Gran parte delle strutture appartenenti ai regni vegetale e animale sono già presenti nei minerali. Lima de Faria presenta nel suo trattato una lunga lista di omologie strutturali ricche di immagini inedite in cui l’osservazione delle forme rivela la presenza di alcune tipologie particolari, comuni ad oggetti inanimati e ad organismi viventi, la cui formazione non può essere del tutto giustificata attraverso un meccanismo selettivo o una casualità. La lista sembra disparatissima, e siccome tale è l’impressione che i biologi hanno avuto sinora, sono stati spinti a tralasciare queste somiglianze come accidentali o irrilevanti. D’altronde si può anche sostenere che le alghe non contengono una gran quantità di rame, e che le foglie non sono fatte d’oro; ovviamente questo è vero. Ma il nocciolo del fenomeno risiede più in profondità, ed è per questo motivo che è stato ignorato. Nell’isomorfismo la stessa composizione chimica non è necessaria. Anche minerali che presentano medesime forme cristalline possono avere compo

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sizioni chimiche diverse. La similitudine degli schemi di base non è perciò fondata sull’identità della composizione chimica. Molti schemi di base delle strutture animali sono già presenti nei minerali. Analizzando più da vicino gli elementi inorganici si può notare che essi possono trasformarsi l’uno nell’altro e che nel mondo minerale in particolare solo determinate forme sono permesse. Questo perché la natura della struttura delle particelle stesse non può ammettere composizioni casuali, ma solo un numero molto preciso, così ordinato da poter essere definito, nell’ambito minerale, “magnifica semplicità”. Le proprietà delle trasformazioni minerali possono riassumersi in: 1 partenza da una singola forma originaria 2 ordine nei passaggi 3 restrizione 4 piccolo numero di forme ammesse 5 semplicità nel meccanismo di mutazione Consci di questi passaggi non vi è da stupirsi nel ritrovare quindi un gran numero di omologie fra le strutture formali di esseri viventi e il mondo naturale; i modelli originari esistevano in natura prima che i geni facessero la loro comparsa nell’evoluzione ed essi li veicolano all’interno del proprio organismo. Gli organismi viventi sono composti in alta percentuale da elementi chimici inorganici e tutti gli elementi derivano dall’idrogeno. Le piante vivono attraverso l’assorbimento di sostanze chimiche nel terreno e nell’aria. Gli animali erbivori si cibano di piante e i carnivori di animali erbivori. Questi elementi continuano a viaggiare e mutare attraverso i vari organismi. Sono solo trenta le molecole alla base degli organismi viventi; basti considerare che le piante e l’ossigeno sono elementi abbastanza recenti nella storia del nostro pianeta.20 Gli atomi e le molecole presenti in natura si adattano e interagiscono fra loro continuamente. Come ho detto prima, non esiste una sola sfera perfetta in natura, poiché niente nel mondo naturale è un sistema totalmente chiuso. Nulla si cristallizza in forme perfette ma, al contrario, ogni sistema rimane aperto a continui scambi molecolari con gli altri elementi. La nostra idea di perfezione formale si basa su un concetto completamente chiuso e astratto, che è maggiormente legato a derivazioni di stampo storico e sociale che al reale stato della materia, rimanendo su uno strato superficiale e apparente. La forma non può essere separata dalla funzione così come l’energia non può esser separata dalla materia.21 Secondo i suoi studi, Lima de Faria sostiene che la forma e funzione sono due facce della stessa medaglia e si determinano a vicenda. Il motivo per il quale voglio soffermarmi su questo concetto è che esso si lega perfettamente con il motivo per il quale non esistono forme perfette in natura, così come siamo abituati a idealizzarle. L’asimmetria crea la funzione e la simmetria la forma. Ovviamente questo

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concetto sta a significare che ogni volta che esiste una funzione, esiste un’attitudine al movimento e all’interazione con gli altri elementi, mentre dall’altro lato ogni volta che esiste una forma esiste una cristallizzazione simmetrica delle sue componenti costitutive, essendo che derivano dal mondo minerale e chimico. Ma questa considerazione è connessa al fatto che ogni forma ha una funzione e ogni funzione possiede una forma. Si viene così a generare un vortice perpetuo che sta alla base della vita e per il quale non può esistere una sola forma perfetta. Questo aspetto bipolare si riscontra in molti stadi del mondo fisico. Ad esempio ogni organismo vivente ha una tendenza a connettersi e a opporsi al mondo fisico, come ad esempio i rami e le radici degli alberi che si orientano costantemente in asse col centro del pianeta, attuando un continuo scambio di sostanze con il terreno e l’atmosfera, ma al tempo stesso, ma al medesimo tempo contrastano la forza di gravità e sviluppano svariati livelli di protezione rispetto al mondo circostante. Questi aspetti di contrasto e fusione si riscontrano costantemente nel mondo naturale e si legano al principio vitale dell’Universo. Quando un fenomeno appare nel suo stato simmetrico, appare come forma, ma quando lo stesso è in stato asimmetrico appare come funzione. Il motivo per il quale forma e simmetria non appaiono mai “perfette” in natura risiede nel fatto che la vita è un processo dinamico in costante evoluzione, ove la funzione è presente in ogni istante. Forma e funzione sono due poli in costate antitesi; da questo nasce la vita. La funzione rappresenta un processo integrato di interazioni. Ciascun elemento chimico all’interno della cellula ha avuto una funzione iniziale. Ad ogni cambiamento di livello cambia la funzione. Ad ogni cambiamento di livello c’è una funzione diversa.22 “La vita non ha inizio né fine, è solo un processo inerente alla struttura stessa dell’universo.“23


REALTà PLURISTRATIFICATA dalla materia alla mente dalla mente alla materia

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La realtà è, in ogni suo aspetto, uno straordinario mosaico formato non solo da tasselli, ma da insiemi e sottoinsiemi composti da tasselli, i quali si connettono gli uni con gli altri, mantenendo la loro identità. Molti aspetti dei rapporti fra gli organismi viventi e il loro ambiente possono essere descritti in modo coerente con l’aiuto del concetto proprio della teoria dei sistemi di ordine stratificato. La tendenza dei sistemi viventi a formare strutture pluristratificate i cui livelli differiscono per complessità è diffusa nell’intera natura e dev’essere considerata un principio basilare dell’autoorganizzazione. Ad ogni livello di complessità ci imbattiamo in sistemi che sono totalità integrate, auto-organizzantisi, formate da parti più piccole e, al tempo stesso, agenti come parti di totalità più grandi. È facile rendersi conto di come ogni elemento fisico sia strutturato secondo svariati livelli di profondità. Ciò vale, in particolare, per i sistemi viventi, che si sono costantemente evoluti in modo tale da formare strutture pluristratificate, dove ogni livello è costituito da sottoinsiemi che sono totalità rispetto alle loro parti, e parti rispetto a totalità più grandi. Così le molecole si combinano per comporre organelli, che a loro volta si combinano a formare cellule, andando avanti in un processo che arriva a formare anche l’uomo; e l’ordine stratificato non si ferma qui. Le persone compongono famiglie, tribù, società, nazioni. Tutte queste entità, dalle molecole agli esseri umani, ai sistemi sociali, possono essere considerate come totalità nel senso che sono strutture integrate, e anche come parti di totalità maggiori a livelli superiori di complessità.24 Come ha notato Lima de Faria nei suoi studi, in ogni essere vivente esiste una parte che tende ad opporsi all’ambiente, mantenendo una propria indipendenza organizzativa, e un’altra che si connette con l’esterno, permettendo un reciproco scambio e interdipendenza. Da questa constatazione si riesce a comprendere che ogni unità si caratterizza e definisce per un suo metabolismo specifico, ma al tempo stesso non potrebbe sopravvivere se almeno una sua parte non fosse aperta a scambi e rapporti con le altre unità, e questo accade ad ogni livello della vita. Riflettendoci bene, le parti e le totalità in senso assoluto non esistono affatto. Arthur Koestler ha coniato per questi subsistemi che sono sia totalità sia parti, il vocabolo “olone”, e ha sottolineato che ciascun olone ha due tendenze

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opposte: una integratice, a funzionare come parte del tutto maggiore, e una autoassertiva, a preservare la sua autonomia individuale. In un sistema sano c’è equilibrio fra integrazione e autoasserzione. Questo equilibrio non è statico, ma consiste in un’interazione dinamica fra le due tendenze complementari, che rende l’intero sistema flessibile e aperto al mutamento. I rapporti fra questi livelli di sistemi possono essere rappresentati da un “albero sistemico”. Come in un albero reale, ci sono interconnessioni e interdipendenze fra tutti i livelli di sistemi; ciascun livello interagisce e comunica col suo ambiente individuale. Una cellula può essere parte di un tessuto ma può essere anche un microrganismo che fa parte di un sistema e molto spesso è difficile tracciare una distinzione chiara fra queste descrizioni. Ogni sottoinsieme è un organismo autonomo pur essendo una componente di un organismo maggiore; è un “olone”, per usare il termine di Koestler. Da un punto di vista evolutivo è facile notare il motivo per il quale il sistema a più livelli è così diffuso in natura. Con questa configurazione è più facile mantenere una flessibilità evolutiva, cosicché gli organismi abbiano la possibilità di sopravvivere in percentuale maggiore rispetto ai sistemi non stratificati, poiché in caso di gravi disturbi sono in grado di decomporsi nei loro vari sottoinsiemi senza andare distrutti completamente.25 Questa realtà fisica insita in ogni sistema evolutivo è stata confermata anche da recenti studi della fisica nel corso del XX secolo. Il materialismo tipicamente lineare e causale, caratteristico dell’approccio scientifico tradizionale, ha trasceso se stesso attraverso la fisica. Quando i fisici estesero l’ambito delle loro investigazioni ai fenomeni atomici e subatomici, si resero bruscamente conto dei limiti delle loro idee classiche e dovettero rivedere radicalmente molti loro concetti di base sulla realtà. Proseguendo gli studi sulla relatività di Einstein, secondo cui la materia, alla velocità della luce, non può essere separata dall’aspetto dinamico e probabilistico, il mondo scientifico si è reso conto che nell’ambito subatomico le particelle, come gli elettroni, non sono mai definibili in maniera esatta. Questo deriva dal fatto che la materia, a livello così microscopico, presenta un aspetto duale che veniva considerato appartenente a due aspetti completamente diversi dell’ambito fisico: quello della forma statica, ovvero la particella, e quello dell’energia, ovvero dell’onda. La natura duale della materia e della luce pare impossibile da accettare, ovvero l’idea che qualcosa possa essere, al tempo stesso, una particella, un’entità confinata in un volume molto piccolo, e un’onda, che si diffonde su una grande regione di spazio. Questo finché non ci si rese conto che i termini “particella” e “onda” si riferiscono a concetti classici che sono del tutto inadeguati alla descrizione di fenomeni atomici. Un elettrone non è né una particella né un onda, ma può presentare aspetti corpuscolari in qualche situazione e ondulatori in altre. A livello subatomico la materia non esiste con certezza in posti definiti, ma presenta piuttosto “tendenze ad esistere”. Gli eventi atomici non si verificano con certezza in tempi determinati e in modi determinati, ma presentano piuttosto “tendenze a verificarsi”. Nelle formule della meccanica quantistica queste tendenze sono espresse come probabilità e sono associate a quantità che assumono la forma di onde.

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O.L. 143

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B.A. 34 32 L.S. 62 A.M. 19


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Questi modelli, per di più, non rappresentano probabilità di cose ma piuttosto probabilità di interconnessioni.26 Le particelle subatomiche quindi non sono cose, ma interconnessioni fra le cose, e queste cose, a loro volta, sono interconnessioni fra altre cose, e così via. Nella teoria quantistica non si ha mai a che fare con le cose, ma con le interconnessioni. La fisica moderna dimostra che non possiamo scomporre il mondo in unità minime esistenti indipendentemente. Man mano che penetriamo nella materia, la natura non ci rivela mattoni da costruzione isolati, ma ci appare piuttosto come un tessuto complesso di relazioni fra le varie parti di un tutto unificato. Come affermò Heisenberg, “il mondo appare così come un complicato tessuto di eventi, in cui rapporti di diverso tipo si alternano, si sovrappongono e si combinano determinando la struttura del tutto.”27 L’universo è quindi un tutto unificato che può essere suddiviso in qualche misura in parti separate, in oggetti fatti di molecole e atomi, composti a loro volta di particelle. Ma a questo livello di profondità, la nozione di parti separate viene meno. Le particelle subatomiche non possono essere intese come entità isolate, ma devono essere definite attraverso le loro interrelazioni. Le proprietà dei loro modelli di base sono dei “non modelli”, poiché come aveva intuito Göethe nella sua osservazione attenta del reale, possono essere intese solo in un contesto dinamico, in termini di movimento, interazione e trasformazione. A livello macroscopico gli oggetti intorno a noi possono sembrare passivi, inerti, ma quando ingrandiamo un tale pezzo “morto” di pietra o metallo, vediamo che pullula di attività. Tanto più vicino lo guardiamo, tanto più vivo esso ci appare. Lo stesso vale per l’osservazione degli astri nell’universo, in cui lo stesso meccanismo d’ingrandimento che esiste nei microscopi viene altresì utilizzato per osservare elementi lontanissimi, che visti ad occhio nudo hanno la stessa apparente immutabilità delle cose intorno a noi. L’indagine del reale attraverso l’osservazione è quindi un elemento fondamentale per la comprensione della realtà. Anche quando essa è guidata da un eccessivo determinismo scientifico, le conclusioni riconducono a un’impostazione di partenza nella quale non si può prescindere da una visione più aperta e flessibile. Comprensione che si avvicina più alle teorie orientali, caratterizzate da un approccio più sincronico e “circolare”, rispetto alle scienze occidentali tradizionali che si distinguono per un andamento più “lineare”. La concezione costantemente duale della vita viene rappresentata nella cultura cinese all’interno del Tao (la Via) attraverso lo Ying e lo Yang. Nessuna di queste due parti è vista come positiva o negativa, l’unico aspetto negativo o dannoso è lo squilibrio fra loro.28 Una delle intuizioni più importanti della cultura cinese fu il riconoscimento che la realtà è un flusso costante di cambiamenti e trasformazioni, e questo è un aspetto essenziale dell’universo. Il mutamento è una condizione naturale, non una conseguenza di un atto forzato. Ad ogni scelta che l’uomo prende seguendo la sua strada, si genereranno altrettante possibilità che questi non poteva prevedere. È necessario quindi mantenere un certo grado di flessibilità nella formazione della propria personalità, poiché con i preconcetti non si ha la flessibilità per adattarsi al continuo mutamento.

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Un modello rigido è incapace di adattamento, ti offre solo una gabbia. L’attività del pensiero si esprime principalmente nella capacità del fluire in generale. Solo quando si sofferma su un determinato contenuto, su una forma, il pensiero si configura corrispondentemente ad essa e la riproduce come rappresentazione. Come tutte le forme organiche, anche tutte le rappresentazioni provengono da un flusso, sono movimento rappreso. Perciò si parla di pensiero fluido quando una persona ha la capacità di compiere agilmente quella creazione di forma e di collegare bene le singole rappresentazioni mediante il flusso dei pensieri, passando dall’una all’altra senza digressioni e senza vortici. Grazie alla sua capacità di adattarsi, di aderire a tutte le cose e di ritirarle in rappresentazioni formate, il pensiero s’immerge nelle leggi formative del mondo. Sono le stesse leggi dell’elemento che scorre, il quale rinuncia a una forma propria ed è pronto ad adattarsi a tutto, a connettere tutto e ad accogliere tutto in sé. Un pensiero che non riesce a entrare abbastanza nei particolari diventa fuga di idee. Viene come trascinato via in un flusso invisibile che non gli consente di creare alcuna forma durevole. D’altra parte un pensiero che si rapprende in idee fisse si immobilizza nella forma, senza sviluppare quella fluidità che gli apre nuove possibilità di collegamento. Come l’acqua anche il pensiero può creare forme, collegarle e metterle in relazione tra loro come rappresentazioni; può collegarle ma anche slegarle e analizzarle.29 La capacità di mantenere un approccio flessibile e aperto nella propria attitudine all’osservazione e alla conoscenza del mondo dentro e fuori dal corpo ha quindi una connessione diretta con i sistemi di organizzazione della natura e dell’universo. Ritornando al discorso delle scoperte svolte nel XX secolo nell’ambito della fisica, è bene notare che ci fu un’altra importante considerazione legata

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alle dinamiche dell’osservazione: l’osservatore ha un ruolo importante nei confronti dell’oggetto osservato. Attuando una visione del mondo che si basa su un rapporto più flessibile, in cui è necessario prendere le cose come elementi di probabilità in relazione agli altri elementi, più che come dati definibili in maniera esatta, anche l’osservatore è stato considerato come un elemento che entra in relazione con l’oggetto osservato. La nostra percezione entra quindi in maniera diretta con l’aspetto probabilistico che sta nella parte più microscopica della materia, attraverso la nostra mente e in particolare la nostra coscienza. “Ogni livello preso in considerazione è in realtà il livello dell’attenzione dell’osservatore. Anche per lo studio della materia vivente sembra valere la nuova percezione della fisica subatomica: le strutture della materia osservate sono riflessi di strutture mentali.”30

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L.S. 28 63 O.L. 70 B.a. 33

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Questa questione della coscienza sorta nella teoria quantistica in relazione al problema dell’osservazione e della misurazione non ha ancora avuto una formulazione pragmatica. Nella teoria che gli scienziati usano nelle loro ricerche, non si fa riferimento esplicitamente a essa. Alcuni fisici sostengono che la coscienza potrebbe essere un aspetto essenziale dell’universo, e che noi potremmo essere tagliati fuori da una comprensione più approfondita dei fenomeni naturali se insistessimo nell’escluderla. Rimane il fatto che esiste una connessione fra le strutture dinamiche della mente con quelle della materia, come esiste una costante interconnessione e interdipendenza di tutti i fenomeni: fisici, biologici, psicologici, sociali e culturali. Tutte le scienze, da quelle più filosofiche a quelle matematiche, sono strettamente legate alla nostra personale percezione del mondo, e riconnettendosi all’aspetto della pluristratificazione del reale si può facilmente constatare che esistono anche svariati livelli mentali. Nell’organismo, per esempio, ci sono vari livelli di mentalizzazione metabolica implicanti cellule, tessuti e organi, e poi c’è la mentalizzazione neurale del cervello, consistente in livelli multipli corrispondenti a fasi diverse dell’evoluzione umana. La totalità di queste mentalizzazioni costituisce quella che noi chiamiamo mente umana. Nell’ordine stratificato della natura, la mente umana è inserita nella mente più vasta dei sistemi sociali ed ecologici. La concezione di mente è immanente non solo al corpo ma anche alle vie e ai messaggi fuori dal corpo. Ci sono manifestazioni più ampie della mente di cui la nostra, singola, è solo un sottosistema.31 Nelle nostre interazioni con l’ambiente c’é uno scambio continuo e una reciproca influenza fra il nostro mondo esterno e il nostro mondo interno. I modelli che noi percepiamo nell’ambiente circostante si basano in modo fondamentale sui modelli dentro di noi. Modelli e strutture della materia riflettono modelli e strutture della mente, colorati da sentimenti e valori soggettivi.

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La concezione dei sistemi è in accordo con l’opinione scientifica convenzionale che la coscienza sia una manifestazione di strutture materiali complesse. Per essere più precisi, è una manifestazione di sistemi viventi di una certa complessità. D’altro lato le strutture biologiche di questi sistemi sono espressioni di processi sottostanti che rappresentano l’autorganizzazione del sistema, e quindi la sua mente. In questo senso le strutture materiali non vengono più considerate la realtà primaria. Essendo questo modo di pensare all’universo nella sua totalità, non è una forzatura supporre che tutte le sue strutture, dalle particelle subatomiche alle galassie, e dai batteri agli umani, siano manifestazioni della dinamica auto-organizzantesi dell’universo, come una mente dell’universo.32 È molto utile a questo punto far luce sugli studi di Rupert Sheldrake, biologo e autore di molti libri. Nel corso della sua ricerca, ha adottato una visione scientifica applicata ad aspetti della realtà che venivano regolarmente ignoranti dal sistema scientifico tradizionale. Il fulcro dei suoi studi si lega all’evoluzione della morfologia degli elementi naturali, per poi espandersi attraverso punti di vista che coinvolgono aspetti più intangibili della realtà fisica ma di cui si riscontrano spesso gli effetti. Si pensa che i geni siano la causa principale dello sviluppo formale degli organismi viventi, ma come si è già riscontrato nella teoria di Lima de Faria, le dinamiche evolutive sono molto più profonde e antiche dell’arrivo dei geni sulla Terra. Grazie ai recenti studi della biologia molecolare si è scoperto che essi possiedono varie funzioni secondo la loro tipologia: alcuni permettono agli organismi di creare particolari proteine e altri sono coinvolti nel controllo della sintesi proteica. L’identificazione dei geni permette di accedere alle funzioni di particolari proteine all’origine di nuovi processi di sviluppo e di capirne il funzionamento. Alcuni di questi geni interruttori dello sviluppo, come i geni Hox nel moscerino della frutta, vermi, pesci e mammiferi, sono molto simili fra loro. In termini evolutivi, essi hanno mantenuto un alto livello di conservazione e quindi d’immutabilità. Ne deriva la conclusione che questi geni non possono spiegare il motivo dello sviluppo morfologico dell’essere vivente, altrimenti i moscerini della frutta non sarebbero diversi da noi. I geni non racchiudono quindi il “segreto” che determina la forma dell’organismo. Mentre Lima de Faria attribuisce questa caratteristica all’autoevoluzione interna di ogni “step evolutivo”, dal mondo chimico e inorganico dettato a sua volta dalla natura stessa dell’universo che è costantemente in uno stato dinamico, Sheldrake lega maggiormente la sua teoria all’idea di realtà pluristratificata, delineando l’esistenza dei campi morfici o morfogenetici. L’idea dei campi intorno ad oggetti materiali è a noi già familiare, come ad esempio i campi magnetici che sono incentrati sui magneti, e i campi gravitazionali che sono incentrati su corpi materiali come la Terra. Il campo di un magnete non è confinato al suo interno ma si estende al di fuori dell’oggetto. Il campo gravitazionale della Terra, ad esempio, si estende ben oltre la sua superficie, inglobando satelliti come la Luna. I campi magnetici, come quelli elettrici e gravitazionali, sono invisibili ma in grado di produrre effetti a distanza.33 Se si riflette su quanto detto nell’ambito della fisica quantistica, è facile

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rendersi conto di come i campi energetici abbiano un ruolo importantissimo nella comprensione della realtà fisica. Secondo Sheldrake i campi morfogenetici sono riscontrabili continuamente in natura ed esistono fin dalla creazione della vita sulla Terra. Essi non sono fissi e invariabili, ma seguono l’evoluzione delle differenti specie, attraverso una sorta di risonanza, chiamata appunto risonanza morfica. Questi campi si possono suddividere in varie categorie, come quelli comportamentali o sociali, ad esempio, che organizzano il comportamento degli animali, modellando le attività delle cellule nervose nel loro cervello in base alla relazione che essi hanno con l’ambiente e con i loro simili. Ogni individuo attinge e contribuisce alla memoria collettiva della specie, che è insita all’interno di questi campi, insieme ad altre caratteristiche come la memoria istintiva. Un esempio per dimostrare questo fatto è il caso di una specie particolare di topo da laboratorio che impara un nuovo trucco di Harvard. In seguito, topi della stessa razza di Edimburgo o Melbourne sono in grado di imparare lo stesso trucco più rapidamente. Quindi in pratica è come se le nostre menti non fossero confinate all’interno del nostro cranio, ma si estendano ben al di là di esso, connettendosi con altri campi e altri aspetti percettivi, mantenendo un continuo interscambio di informazioni che permettono una sorta di evoluzione continua, contribuendo quindi anche al cambiamento di elementi fisici come la morfologia. Ma questi campi vanno anche al di là delle menti e degli organismi viventi. Essendo una forma di energie propria dell’evoluzione della vita sul pianeta, si legano anche al mondo dei cristalli e delle piante. Attraverso di essi ogni categoria o specie si evolve contribuendo contemporaneamente alla “specializzazione” del proprio genere, e alla nascita di nuovi campi. Sheldrake usa una metafora che aiuta a comprendere questo concetto di mente estesa: è una forma di vita molto semplice, l’ameba monocellulare “Ameba Proteus”. Essa si muove inviando proiezioni nel mondo circostante. Queste proiezioni si chiamano pseudopodi. Si proietta in qualsiasi direzione e uno pseudopodio può essere ritratto mentre se ne formano altri. Grazie ad essi si nutre e si sposta nello spazio. L’esempio più estremo di cellule ameboidi sono le cellule nervose. Alcuni neuroni sono dotati di moltissimi pseudopodi (assoni), alcuni dei quali vengono proiettati all’esterno verso la superficie di altre cellule nervose, formando una rete di interconnessioni. Man mano che essi crescono inviano all’esterno numerose proiezioni sottili, simili a capelli (filopodi) che a volte s’interconnettono ad organi di senso, muscoli e ghiandole, la cui attività sono in grado d’innescare. Non è un caso il fatto che la mente sia radicata in reti di cellule nervose, come assoni che si sviluppano ben al di là del corpo cellulare. A sua volta la mente è in grado di prolungare pseudopodi mentali nel mondo oltre il corpo, formando reti di connessioni con altre menti. Attraverso la vista, gli pseudopodi visivi si connettono in un batter d’occhio al soggetto osservato.34 Questa tipologia apparentemente “paranormale” di ricerca, in realtà si lega perfettamente alla concezione ecologica della natura, assieme all’idea di realtà pluristratificata e al concetto di olone. Non cerco di affermarne la veri-

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dicità, ma sembra sempre più evidente che la scienza abbia oggi il dovere di fare luce su queste nuove concezioni olistiche della realtà, senza escluderle a priori attraverso preconcetti di stampo conservatore. Sono già moltissimi gli esperimenti adottati per raccogliere più informazioni possibili sulle connessioni che esistono fra la materia e la coscienza, e anche se ancora non si hanno risposte certe sulle cause, gli effetti si vanno sempre più dimostrando in maniera seria ed inconfutabile. Pur non esistendo quindi una cornice scientifica unitaria capace di integrare la formulazione del nuovo modello di realtà che si va delineando, tutti gli scienziati e i ricercatori che hanno affrontato il problema sono d’accordo nel sottolineare che le nostre interazioni con l’ambiente fisico, psicologico e sociale, determinano uno scambio continuo di informazioni tali da costruire una visione di una realtà complessa e dunque non facilmente indagabile con le sole regole del determinismo scientifico.

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COMUNICAZIONE VISIVA e modulazione spaziale

“Colui al quale la natura inizia a svelare il suo mistero manifesto, prova un irresistibile anelito per la sua interprete più meritevole, l’arte.” Goethe Detti in prosa35 Individuare le “connessioni” attraverso la pratica dell’osservazione è quindi una caratteristica che sembra essere nata dalla stessa struttura dell’universo. Compiendo una sorta di movimento a spirale, si possono individuare una serie di “tappe” che partono dagli elementi più microscopici arrivando ai sistemi più macroscopici, per poi tornare ad associarsi con l’aspetto microscopico attraverso un ritorno spiraliforme che aumenta costantemente il grado della sua circonferenza. Ad ogni avanzamento della nostra capacità di osservazione, aumenta la realizzazione di questa struttura intrinseca in ogni aspetto della realtà. Addirittura della nostra mente, che pare nasca da questo rapporto dinamico, ma che ha raggiunto un tale grado di autoorganizzazione da divenire cosciente di sé stessa. L’osservazione della realtà è quindi il principale mezzo per comprendere e vivere questo incredibile processo che è poi la vita. Mi sorge quindi spontaneo il tentativo di riconsiderare l’atto percettivo della vista sotto un’altra veste, collegandomi ancora alle teorie di Rupert Sheldrake, secondo cui la mente riesce a estendersi nel mondo esterno anche grazie alla vista, connettendoci con l’elemento osservato. Per lui l’atto del guardare non è solo un movimento monodirezionale dell’elemento luminoso all’interno dell’occhio, poiché al momento della rielaborazione cerebrale si prende coscienza che quel tale soggetto osservato si trova all’esterno del proprio corpo e s’instaura una connessione legata all’intenzione della mente, che è poi connessa ai campi morfici. Tutto ciò che troviamo nella scienza tradizionale sono prove di un qualche tipo di rapporto esistente fra l’attività mentale e quella del cervello. Quando decido di compiere un’azione, nel cervello e negli impulsi nervosi si verificano dei cambiamenti che vengono trasmessi ai muscoli. La coscienza influenza il cervello, che a sua volta influisce sulla coscienza. Tutti sono d’accordo nel sostenere che la mente e il cervello siano strettamente connessi, ma questo non prova che la mente sia il cervello. Attraverso la teoria dei campi morfici è possibile sostenere quindi che l’osservazione della realtà acquisisce un ruolo che va al di là della sola esperienza personale, riuscendo a connettersi con un magma impalpabile che

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ci collega ad aspetti molto più arcaici e profondi del nostro essere e della natura. Conoscere le immagini che ci circondano vuol dire anche allargare le possibilità di contatti con la realtà; vuol dire vedere di più e capire di più.36 Tutto, ogni cosa nel mondo in cui viviamo è (o pare che sia) regolata dalle strutture. Queste sono in realtà sempre a quattro dimensioni poiché le forme delle cose si trasformano continuamente, come possiamo facilmente capire pensando al seme di una pianta e alla sua trasformazione in albero, in fiore, in frutto e ancora in seme. Tutto si trasforma, a vista, come nel caso delle piante, con una lentezza secolare come nel caso dei minerali, in un attimo come nel caso della scarica elettrica.37 Le “interferenze” fra i diversi elementi sono costanti e la nostra osservazione contribuisce a queste relazioni. L’occhio di una mosca, un girasole, una pannocchia di granoturco, una pigna, un alveare, sono forme modulate a quattro dimensioni, considerando il tempo come quarta dimensione. Per esempio, la cella che forma l’alveare non è a base esagonale in principio, ma a forma cilindrica; la forma esagonale nasce dalla compressione di un massimo pieno di cilindri in uno spazio limitato.38 La quarta dimensione è una caratteristica dinamica fondamentale nell’osservazione delle strutture fisiche, perché in definitiva le strutture altro non sono che un equilibrio di forze, e poiché tutto in natura lo è, ogni cosa è quindi strutturata e in continua strutturazione, anche la nostra mente. Bisogna quindi essere in grado di superare la visione superficiale della materia, anche se la superficie costituisce il dato più oggettivo ed immediato ai nostri occhi. Ogni cosa nel mondo fisico ha una superficie, ovvero lo strato che si trova nel punto più esterno, terra di confine fra lo spazio dentro e fuori l’unità corpo. Essa può essere più o meno interessante a livello estetico in base alla texture che la caratterizza, cioé la sensibilizzazione mediante segni e rilievi. Si pensi alla pelle degli animali, come lucertole o coccodrilli, si pensi alla corteccia degli alberi, alle stratificazioni minerali, ai percorsi fluviali sulla crosta terrestre. Oltre alla sua valenza estetica, è interessante notare che questa membrana di separazione si configura spontaneamente in ogni elemento naturale in cui sia presente al suo interno una dinamica di forze. Spesso questa dinamica formativa è infatti riconducibile alla trama della superficie. Attraverso un’osservazione attenta, è quindi possibile risalire alla struttura delle sue dinamiche interne. Esiste dunque una comunicazione visiva intrinseca di ogni struttura e ogni forma presente in natura, poiché scaturita da un processo formativo. Ogni cosa che l’occhio vede ha una sua struttura di superficie e ogni tipo di segno ha una propria comunicazione. Questo principio comunicativo di una superficie lo conoscono bene le industrie tessili quando creano quei tessuti che

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hanno una “mano”, cioè un effetto tattile particolare, legato, s’intende, ad una comunicazione visiva precisa. Qualcuno potrebbe obbiettare che non tutto in natura ha una struttura intellegibile e che ci sono degli ammassi caotici come composizioni casuali. Posso rispondere citando Einstein che sostiene che ”il caso ha delle leggi che ancora non conosciamo”. Molte cose che credevamo senza struttura, perché ad occhio nudo questa non si percepiva, le abbiamo poi trovate con strutture rigorosissime come ci ha mostrato il comune microscopio.39 Se come ho già detto, le strutture altro non sono che un equilibrio di forze, anche se a volte non si è in grado di comprenderne la natura ed il funzionamento, esse interagiscono con la percezione della nostra mente. Attraverso un’osservazione connettiva si stabilisce un reciproco scambio fra la struttura osservata e la comprensione che se ne ottiene. È importante, a mio avviso, che il nostro occhio e la nostra mente siano allenati costantemente. L’occhio di per sé non è uno strumento perfetto e ci dà solo delle informazioni molto limitate sulla conoscenza della natura. Malgrado sia un mezzo eccezionale dal punto di vista di prestazione e duttilità, non bisogna pensare che tutto ciò che si manifesta davanti ai nostri occhi sia la pura verità tangibile, ma occorre essere in grado di osservare le cose anche con gli occhi della mente, con l’occhio chiaro dello scienziato e con quello solare e puro del creativo. Attraverso quest’attitudine è possibile cogliere aspetti che vanno al di là della superficie delle cose, intravedendo così un mosaico di connessioni interne e non immediatamente percepibili con il solo guardare. Se ogni volta che osserviamo una cosa il primo atto cognitivo che compiamo è quello di individuarne la forma, questo è dovuto al fatto che essa costituisce il dato più immediato ed essenziale che ci consente di identificare e riconoscere, distinguere e confrontare tutto ciò che vediamo. La polisemia del concetto di forma attraversa le principali modalità percettive umane, dall’osservazione alla riflessione, arrivando fino alla comunicazione, poiché questa attinge alla morfogenesi di una forma chiara, simbolica o poetica del flusso continuo di pensieri ed emozioni.40 L’attività umana come ideazione, progettazione e produzione coinvolge, assieme alla percezione del reale, un bagaglio impalpabile ma costantemente presente, manifestandosi poi con l’atto formativo. La forma è un elemento essenziale ed imprescindibile di qualunque ambito. Tutto quello che riusciamo a pensare e comunicare lo dobbiamo alla forma che conferiamo al flusso di pensieri che scorrono continui nella nostra mente. Pensare significa conferire forma alle proprie idee. Ogni nostra esperienza contiene una forma.41 Lo sguardo intuitivo dell’artista è in grado di stabilire una connessione

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profonda con la forma osservata, poiché cercando di restituirne la morfologia attraverso il disegno, essa entra in relazione con le forme della sua mente, rinascendo come qualcosa di inedito nella sua rappresentazione. L’artista è quindi in grado di assimilare all’interno del suo campo percettivo e mentale un bagaglio enorme del mondo che lo circonda, anche a livello inconscio. L’atto del restituire forma alla forma, di creare forme nuove nella propria mente e nelle rappresentazioni, è un processo straordinario che si avvicina più di qualsiasi altra pratica alla vera comprensione del reale, perché non pretende un’oggettivazione totalmente causale di ciò che rappresenta e non si lascia nemmeno travolgere dal magma di aspetti inafferrabili dell’esistenza. Esso rimane in sintonia con l’impulso stesso dell’evoluzione della vita: quello di generare nuove forme dalle forme. Quindi la ragione per la quale l’uomo possiede l’impulso innato di dare una struttura al mondo esterno si ricollega al fatto che nella sua stessa natura dà forma al suo mondo interno e questo processo può andare a ritroso fino all’evoluzione stessa della vita nell’universo. In maniera dinamica tutto continua a interconnettersi per evolversi, cambiando la propria struttura. Ecco perché l’uomo sente l’impulso di dare forma all’informe, di trasporre nell’ambito del visibile l’invisibile, utilizzando la modulazione della materia e dello spazio. L’approccio artistico ha sempre avuto il potere di creare una realtà altra, in grado di veicolare pensieri, emozioni, informazioni grazie a questo portale connettivo che si instaura fra mente e materia, andando anche al di là dell’intenzione cosciente dell’artista stesso. Alla luce di quanto detto fino ad ora si può leggere diversamente l’origine delle arti, come ad esempio l’architettura che, a rigor di logica, è la prima ad aver canalizzato l’impulso creativo umano, spingendolo a modulare una percezione antropometrica dello spazio intorno a sé, fino a creare la prima casa, ovvero quel modello primario di abitazione che si è poi evoluta in tutti gli stili architettonici che hanno caratterizzato civiltà e tempi differenti. L’uomo è riuscito a trasportare nel mondo esterno il proprio essere, fondendo assieme la percezione delle strutture naturali intorno a lui con le stesse che albergano nel suo organismo. Da qui poi è andata sviluppandosi l’origine degli ordini, basati sui rapporti matematici e geometrici.42 Vitruvio, nel suo testo sulle origini dell’architettura, oltre ad analizzare la nascita del fuoco come catalizzatore per arrivare alla formazione delle prime capanne, intraprende un discorso sulla simmetria, dicendo che consiste nello stabilire per un edificio, e in particolare per un tempio, un rapporto proporzionale generale per mezzo del modulo, che è la metà del diametro della colonna scelta come unità matematica per tutto l’edificio. Il modello di questo metodo è il corpo umano idealizzato: hominis bene figurata ratio. A questa asserzione Vitruvio fa seguire una particolareggiata descrizione canonica del rapporto che esiste tra le parti del corpo umano: il canone comprende il famoso enunciato sulla collocazione del corpo umano entro il quadrato ed il cerchio. Ma quel che più conta è che gli antichi usavano gli ordini, specialmente nei templi. E che le misure più ricorrenti, quali pollice, piede, derivino dal corpo umano; come il numero dieci la cui perfezione è stata messa in rilievo da Platone, viene dalle dita delle due mani.43 Il primo fine dell’arte agli occhi di Hegel, è quello di “plasmare l’oggettivo in


sé, il terreno della natura, l’ambiente esterno dello spirito, e perciò conferire un significato e una forma a ciò che è privo di interiorità e a cui essa forma rimane esterna in quanto non è forma immanente e significato per l’oggetto.” Forma e significato sono pertanto trascendenti, per l’artista, per quanto riguarda l’oggetto e l’oggetto è un’ opera d’arte fisicamente presente. Perciò né l’uso di una costruzione né la sua fattura e neppure gli echi metaforici che la costruzione può suscitare sono direttamente aspetti del significato e della forma, bensì rientrano in quel qualcosa di generalmente “privo di interiorità”, in cui si infonde forma e significato.44 Il bisogno di un ritorno all’origine utile alla comprensione del presente è una caratteristica umana che si manifesta specialmente nei processi rituali. Nell’ambito dell’architettura costruire e abitare una capanna simile a quella degli antichi progenitori (come nel caso di ebrei e giapponesi) suggerisce un tentativo cosmologico di rinnovare i tempi ripristinando le condizioni dei primordi. L’interesse per la capanna primitiva sembra vivo presso tutti i popoli e in tutti i tempi, e il significato attribuito a quest’immagine pare non abbia subito molte trasformazioni passando da un luogo all’altro, da un epoca all’altra. L’idea di ricostruire la forma originaria di ogni edificio qual era ai primordi o quale era stato rivelato da Dio o da qualche avo divinizzato è un importante elemento della vita religiosa di molti popoli, al punto da risultare praticamente universale. In questo processo rituale si attua una fusione fra l’universo dentro e fuori dal corpo, identificandosi con esso, con la storia sacra, con lo hieros gamos e con l’ordine cosmico. Vi è sempre poi una procedura, uno schema che si lega all’aspetto geometrico e antropometrico. Sembra evidente che il complesso rituale di cui il primitivo è depositario non ne dipende; esso deve anzi essere di una così remota antichità che quasi partecipa della natura biologica dell’uomo.45 Ci sono altre culture in cui il rituale e l’approccio geometrico si fondono in rappresentazioni figurative, anziché in costruzioni architettoniche. Nel Mandala, ad esempio, che fa parte della cultura buddista e induista. Si tratta di una rappresentazione geometrica e simbolica dell’intero universo, nel suo processo di emanazione e riassorbimento, su di una superficie consacrata. È quindi di fatto un cosmogramma, nel suo schema essenziale, sul quale l’uomo proietta il dramma della disintegrazione e della reintegrazione cosmica, rivissuta dall’individuo, solo artefice della propria salvazione. La vita psichica dell’individuo riflette quella dell’universo: noi siamo sostanzialmente illuminazione. Attraverso questo processo il Mandala assume al tempo stesso la funzione di uno psicogramma, di cui l’uomo necessita per la comprensione della sua stessa natura dinamica e bipolare. Con la vita la persona accetta il suo destino di lotta, il suo compito è di equilibrare i due mondi opposti presenti in lui, così come la simbologia del Mandala li rappresenta.46 La spinta iniziale dell’impulso creativo, che sta alla base di ogni processo, viene attribuita a varie nature: alle religioni, ai campi morfogenetici, a meccanismi fisico-chimici insite delle iniziali proprietà della materia e dell’energia, all’alba dell’universo.

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Secondo Klee l’artista deve porsi nel punto in cui hanno origine le cose, là dove inizia la genesi come creazione, là dove le energie vorticose creano le forme originarie primigenie insite a tutta l’esistenza (piante, minerali, animali, etc). L’artista non imita le forme prodotte dalla natura, ma il processo genetico di formazione. La imita non come creato ma come processo di creazione. L’arte ha come fine il disvelamento del principio vitale che fa germogliare nella materia inerte forme sonore inaudite e forme visuali ancora invisibili. La trasformazione attraverso principi sempre uguali di forme sempre nuove (sempre uguale rinasce), la ricerca dell’embrione originario. Embrione, dal greco enbreyen, corrispose allo stato in cui la materia è “ciò che fiorisce dentro”.47 La natura quindi riproduce diffusamente tutte le forme e gli elementi di movimento dell’uomo. Ma vale anche il contrario: che tutti i movimenti e le forme che si trovano nell’universo sono confluite nell’uomo, riassunte in una totalità più elevata. L’uomo a sua volta può far sorgere da se stesso, come in un’eco, questi stessi elementi di forma e di movimento. Sia nella genesi della forma naturale, sia in quella artistica, vi è un irradiamento dello spazio, una formazione organizzata, una disposizione strutturata a partire da un punto di origine. In ogni caso si tratta sempre di una forma formata, o di una materia modellata, sia che ci si riferisca al mondo fisico, sia a quello psichico delle arti plastiche. In entrambi i casi vi sono dei processi di formazione e di in-formazione. Negli schizzi iniziali la disposizione spaziale è l’orientamento dei segni lineari che prefigurano una sorta di embrione o di nucleo germinale dell’opera, di quella che sarà la composizione finale. In questa fase, condivisa in natura e nell’arte, è operante un principio formativo essenzialmente analogo, se non identico. Questo fatto non va letto come un eccesso di schematizzazione che tende a irrigidire ed inaridire il processo creativo della nascita della forma artistica, ma al contrario costituisce la rappresentazione perspicua di una legge segreta che consiste appunto nel vedere le connessioni. Di qui sta l’importanza di trovare degli anelli intermedi.48


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ARTE COME CONOSCENZA l’illustrazione naturalistica

Gli argomenti che sono stati trattati sin qui hanno cercato di dare una forma, prima ancora che un’argomentazione, che fosse il più coerente possibile con quel magma di pensieri e sensazioni spesso indecifrabili che hanno spinto la mia ricerca artistica durante questi anni di studio. Un‘indagine che rimane, in effetti, in una terra di mezzo rispetto a due ambiti così apparentemente opposti, utilizzando un ponte di collegamento comune che scaturisse dalla medesima origine: l’osservazione della realtà come mezzo conoscitivo. Una conoscenza formale e strutturale, che oltre a svelare le basi costitutive della morfologia materiale, permette di iniziare un’indagine anche all’interno della propria psiche. A questa modalità essenziale della natura umana si accosta quindi un terreno che è altrettanto comune a tutti e due gli ambiti, ovvero l’impulso creativo di dare una forma alla conoscenza acquisita, razionale e non, attraverso una traduzione in segno su un supporto fisico. Questa traduzione diventa così un’opera organica che è capace di comunicare come un essere indipendente. Come si è visto nei capitoli precedenti, la materia alla fine non esiste in maniera determinabile, ma deve essere intesa in maniera più allargata come un tessuto d’interconnessione costante. Anche la mente segue lo stesso processo, e così, dando coerenza alle morfologie naturali attraverso il disegno della realtà osservata, l’essere umano rappresenta il catalizzatore di questo sistema vitale, e ne dimostra la veridicità attraverso il suo costante impulso creatore. La scienza, l’arte, la cultura in generale sono uno strumento che permette di connettersi con le realtà fisiche e psichiche del mondo naturale e degli altri esseri umani. Fa tutto parte di un’attitudine che è presente fin dagli albori del genere umano e che ha sempre avuto la caratteristica di intersecare l’oggettività visiva con la soggettività reinterpretativa, dando così vita a risultati costantemente innovativi, ma connessi all’elemento reale. Ardèche, Francia del sud. 30000 anni fa. Fa freddo, molto freddo e un uomo dentro una grotta dipinge uno straordinario bestiario: una fauna diversa da quella che adesso percorre le bianche e assolate rocce dell’Ardèche, e l’uomo li dipinge con dovizia di particolari che rendono ben riconoscibili le singole specie. La minuziosità del dettaglio è a volte sorprendente. I peli delle orecchie di un bisonte, gli occhi aggrottati sulle pieghe del mantello di un cavallo, o la pinna dorsale perfettamente disegnata che permette di riconoscere un salmone. Abbiamo davanti la prima grande guida al riconoscimento faunistico della storia dell’umanità. Ma abbiamo anche davanti le origini dell’Arte.49 “Da Altamira in poi tutto è decadenza“ disse Pablo Picasso, “e nessuno di noi è in grado di dipingere così bene”. In effetti, guardando l’arte della Prei-

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storia con i nostri occhi moderni riusciamo a scorgere tutte le caratteristiche che fanno dell’arte della Preistoria un’arte contemporanea. Gli animali sono perfettamente riconoscibili ma trasmettono anche forza, energia, vitalità; spesso sono state sfruttate le sporgenze delle rocce per renderli tridimensionali, alcune figure sono enormi. L’espressività dell’uomo si fonde con la morfologia dell’animale, dando vita a una fusione unica nel suo genere. Gli animali possono essere descritti con poche linee essenziali, a volte diventano astratti e spesso sono accompagnati da simboli, pittogrammi, cui non sappiamo più dare un significato. Ma le immagini sono anche molto misteriose e come gli animali estinti che spesso hanno ritratto, l’unica cosa che sappiamo é ciò che riusciamo vedere in apparenza.50 Gli uomini che hanno concepito questi capolavori erano principalmente nomadi, vivevano di caccia, pesca e raccolta. Dipendevano in tutto e per tutto dalla natura e dagli animali ed erano quindi in simbiosi con questo mondo. L’arte parietale esprimerebbe una cosmologia, quella dei popoli cacciatori del Paleolitico Superiore, centrata sulla divisione della natura nei suoi elementi. Si suppone che la scelta degli animali rappresentati sia legata a una sorta di gerarchia, connessa alla loro importanza rappresentativa, come ad esempio l’elemento maschile (il cavallo) e quello femminile (il bisonte). L’impulso creativo era quindi legato a un utilizzo delle forme create, in modo tale che fungesse da “portale” per tutti quegli aspetti percepiti nel flusso della vita che si volevano comprendere e implementare.51 Nella storia delle civiltà umane, l’utilizzo della forma espressiva è stato quindi sempre connesso a una conoscenza innata e via via sempre più approfondita del mondo, inteso in tutti i suoi aspetti. Si può tranquillamente affermare che ripercorrendo le tappe dell’utilizzo del mezzo pittorico si ricostruisce la

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storia dell’illustrazione naturalistica. L’illustrazione come comprensione della realtà ha le sue radici nelle grotte dei nostri antenati e si dipana nelle biblioteche medioevali, nei cabinet rinascimentali, negli studi dei pittori, nelle anguste cabine dei velieri settecenteschi. Le loro storie s’intrecciano con le grandi rivoluzioni che hanno cambiato il mondo e la percezione della natura: lo studio del corpo umano attraverso l’anatomia, l’invenzione della stampa e i grandi viaggi di scoperta.52 Fin dall’antichità, grazie al disegno basato sull’osservazione dal vero, è come se si fosse creato il primo alfabeto universale per la traduzione di concetti legati al mondo naturale. La particolarità dell’illustrazione naturalistica è sempre stata quella di riuscire a rimanere connessa all’elemento reale, pur essendo mediata dalla mano, e quindi dalla soggettiva visione dell’artista che la riproduceva. L’utilizzo pratico di questo approccio si può riscontrare ancora prima dell’avvento del papiro e della carta, poiché già prima del 1500 a. C. antichi egizi, babilonesi e indiani realizzavano illustrazioni legate alla medicina su pietra, bambù, seta e metallo. L’elemento illustrato era sempre approssimativo rispetto al reale, poiché legato più a un aspetto simbolico e ideologico. La religione e la cultura del tempo hanno sempre influenzato le ricerche scientifiche, che erano ancora connesse fortemente all’ambito spirituale e mistico. L’avanzamento della conoscenza dell’anatomia umana e la sua illustrazione continuarono a evolversi nel tempo, ma i primi testi medici classici e medievali non erano di certo molto realistici. Come è stato descritto nel primo capitolo, fu solo verso la fine del 1400 che, attraverso il Rinascimento e quindi la prima rivoluzione scientifica, gli artisti cominciarono a interessarsi sempre di più alla forma realistica a scopo artistico, e per la specializzazione delle varie scienze che si andavano sviluppando, vi fu sempre un crescente desiderio di verosimiglianza e nitidezza nei particolari. Albrecht Dürer (nato a Norimberga nel 1471, morto nel 1528) è la figura che mirabilmente sintetizza il felice connubio tra espressione artistica e illustrazione naturalistica. Non si proponeva intenti scientifici; era pittore ed eccezionale incisore, ma riteneva che la massima espressione dell’arte consistesse nella capacità di copiare la natura riproducendola con estrema precisione. Ne Il libro delle proporzioni scrisse che occorre osservare la natura nel minimo dettaglio, “perché l’arte si trova in natura, chi la può estrarre la possiede”.53 Riuscì dunque ad abbandonare qualsiasi simbolismo derivante dall’impostazione culturale del suo tempo per riprodurre ogni genere di elemento vegetale e animale con una fedeltà sorprendente per la sua epoca.


L’utilizzo di questa visione sistematica del mondo, compreso il corpo umano, è stato utile non solo ai progressi scientifici, ma anche alla visione artistica. Leonardo da Vinci tra i primi applicò l’anatomia alla propria arte. L’artista toscano concepiva la natura come una straordinaria forza creatrice e distruttrice che egli si sforzò di scomporre in forze, movimenti, cause ed effetti. Accanto ad una grande attenzione sul “come” sono fatte le cose, Leonardo si concentra sul “come funzionano”. Egli affermò che quanto illustrava a partire dalle sue accurate osservazioni dava “complete e approfondite concezioni delle diverse forme come nessuno scrittore antico o moderno era mai stato in grado di fornire senza dover ricorrere a una confusa prolissità verbale e un grosso impiego di tempo”.54 Per lunghe generazioni l’illustrazione naturalistica e scientifica è stata l’unica modalità possibile di trasmettere conoscenze a completamento dei testi scritti, l’unica nobilissima possibilità di mostrare una realtà lontana e gli aspetti più invisibili della realtà, come l’anatomia umana o la mobilità del volo degli uccelli. Riprodurre fedelmente i tratti caratteristici di un soggetto era quindi assolutamente essenziale. La ragione per cui disegno e scienze naturali si accompagnano l’un l’altro è strettamente connessa alla funzione della rappresentazione grafica. Il compito di quest’ultima è quello di interpretare l’oggetto naturale e trasferirlo su quella che viene definita tavola naturalistica o scientifica, dove il disegno di natura non può prescindere da una profonda conoscenza della specie studiata e quindi illustrata.55 Attraverso l’elaborazione in segno è possibile acquisire una conoscenza profonda della morfologia e del funzionamento del soggetto analizzato. Un disegno appropriato può comprendere al suo interno interi paragrafi di testo e implementare intuizioni importanti per comprendere in maniera immediata le informazioni. Oltre ad assolvere alla funzione sintetizzatrice può facilmente aggiungere significati altrimenti difficili da comprendere, con la stessa rapidità in cui l’occhio li contestualizza davanti a sé. La peculiarità di questa pratica è che si trova in un terreno di mezzo fra due ambiti dell’attitudine umana ben distinti, ma accomunati dall’aspetto di voler trasmettere delle informazioni e dei messaggi che sono legati all’osservazione del reale: arte e scienza. A seconda della funzione che il disegno deve svolgere nel caso specifico, può essere più legato all’aspetto compositivo e artistico se è destinato ad una funzione divulgativa, viceversa ad un aspetto più scientifico ed analitico del dettaglio se la funzione è più legata ad un ambito prettamente scientifico. Il tipo di disegno di ricerca utilizzato di per sé non garantisce però che tale ricerca abbia carattere scientifico. Per soddisfare l’esigenza di scientificità occorre assecondare svariate condizioni. Quanto più lo studio rispetta tali principi, tanto più la sua qualità scientifica è elevata. Inoltre le caratteristiche proprie dell’educazione richiedono che il processo di ricerca sia progettato nei dettagli al fine di poter anticipare le conseguenze che tali caratteristiche comportano, di poter operare la scelta del modello e di poter pianificare l’indagine in modo coerente. Per far sì che nel campo educativo si possa disporre di ricche fonti di conoscenze scientifiche e che queste vengano sottoposte a ridefinizioni e revisioni nel corso del tempo è necessario fare ricorso a tipi di indagine e metodi

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diversificati. In uno specifico momento temporale le tipologie di domande di ricerca formulate e di metodi utilizzati dipende soprattutto dalla valutazione accurata dello stato generale della conoscenza e della valutazione, espressa a livello professionale, su come una particolare linea d’indagine potrebbe migliorare la comprensione di determinati fenomeni. L’indagine nell’osservazione del reale ha quindi un carattere inesauribile che si lega all’impulso di conoscenza dell’essere umano e all’impulso creativo di restituirne una forma. Il particolare caso dell’illustrazione naturalistica fonde assieme queste spinte interiori, dando vita ad elaborati che non hanno l’esigenza di caratterizzarsi esclusivamente per la propria originalità estetica, ma restano strettamente connesse all’elemento visibile, creando così una sorta di ipertesto visivo che ha la pretesa di svelarne forme e significati, rimanendo però un elemento legato al mondo della rappresentazione, quindi astratto e statico rispetto alla natura dinamica della realtà. Come il linguaggio matematico, l’illustrazione naturalistica è mediata dalle possibilità pratiche e culturali del proprio tempo e rimane un linguaggio umano, legato quindi alla sua personale percezione del mondo. Questa pratica asritsitca è attraversata quindi da un processo che ha accesso a una fonte inesauribile di conoscenza, poiché le strutture presenti nella natura sono tanto numerose quanto è infinitamente incalcolabile l’evoluzione della vita. Nel tentativo di comprenderla, osservandola e riproducendola pezzo per pezzo, si entra in simbiosi con la natura stessa, utilizzando un linguaggio che non ha bisogno di parole, ma che comunica attraverso forme e colori.

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ENTOMOLOGIA obbiettiva surrealtà

“Gioverà sempre meglio richiamarsi all’osservazione, piuttosto che al ragionamento; non si dovrà accordare fede alle teorie, quando esse non sieno in armonia coi fatti osservati.”56

Lo studio dell’entomologia è una branca molto interessante delle scienze naturali, sia per la peculiarità del genere animale preso in considerazione, sia per le metodologie che ne comportano lo studio. Gli insetti sono creature decisamente particolari. Quasi tutte le forme e le strutture immaginabili e possibili si possono ritrovare negli insetti. Gli strumenti e le tecniche sviluppate da questa grande famiglia nel corso della sua evoluzione sono così altamente raffinate e così numerose che tutt’ora l’uomo non è in grado di comprenderle completamente, e tantomeno di ricostruirle in laboratorio. Come numero di specie gli insetti superano di gran lunga tutti gli altri gruppi di esseri viventi; quanto a numero di individui si parla di cifre incalcolabili. Fino ad ora ci sono descrizioni tassonomiche per circa un milione di specie, mentre si stima in circa tre milioni il numero totale di specie di insetti esistenti. Gli insetti hanno la fenomenale capacità di occupare ogni spazio possibile e di prendere possesso di ogni metro quadrato nel nostro pianeta (ad eccezione dei mari), in cui allignare e moltiplicarsi. La loro capacità riproduttiva è impressionante e il cambio di forma (metamorfosi) che affrontano nel loro sviluppo dall’uovo all’adulto offre loro ancora maggiori opportunità di sopravvivenza in tutti i possibili spazi, dato che la larva è capace di occupare ambienti spesso inaccessibili per l’adulto. Inoltre molti insetti sono provvisti di stadi di sopravvivenza a condizioni ambientali e climatiche estreme. Sono esseri straordinari che vivono sul nostro pianeta da ere lontanissime, i primi reperti fossili derivano dal periodo Devoniano, circa 350 milioni di anni fa. La loro capacità di adattamento è in sintonia col fatto che essi sembrano appartenere a una categoria di mezzo fra il mondo vegetale e quello animale. Gli insetti sono essenziali alla sopravvivenza degli ecosistemi perché fungono da “enzimi” per tutti i processi naturali che coinvolgono le piante e gli altri animali. L’interessamento da parte dell’uomo a questa strana categoria risale dai tempi degli egizi, in cui ben si conosce la divinazione dello stercorario, in cui le sue fatiche nel trasporto della propria “casa” erano associate al dio Horus nel movimento del sole e quindi della vita sulla Terra. Ma si può dire che l’origine dell’osservazione delle differenti specie nel loro complesso deriva dagli studi di Aristotele (384-322 a.C.). Fra i suoi numerosi trattati e libri ne dedicò almeno due sull’osservazione e la riproduzione sull’anatomia e la biologia degli insetti tramite scritti e disegni: Storia degli animali e Trattato della generazione degli animali. Li possiamo ancora leggere non

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grazie all’osservazione dei testi originali, che sono andati purtroppo distrutti, ma grazie a trascrizioni e traduzioni nel corso dei secoli. Le idee di Aristotele furono estremamente innovative, così geniali che arrivarono spesso alle stesse o similari conclusioni degli studi posteriori di centinaia e centinaia di anni. Dalla caduta dell’Impero romano alla fine del Medioevo non si hanno più notizie su divulgazioni dei suoi scritti; è come se le sue ricerche fossero scomparse. In questo periodo le scienze, intese come osservazione attenta di tutti gli aspetti fisici del reale, furono sostituite dalla funzione del clero. La conoscenza e il grande bagaglio culturale dei libri era per lo più concentrato nelle mani della chiesa, per cui tutta la conoscenza era mediata da una visione più mistica e religiosa della realtà. L’era che si può definire più vicina al modello scientifico attuale inizia con un notevole risveglio dell’ottica razionale verso la fine del 1400. Si formano le prime associazioni scientifiche e l’Italia è la prima. Cosimo de Medici fonda, a Firenze, l’Accademia platonica; sorge a Padova l’Accademia di Scienza (1520) e altre ancora.57 Iniziano le prime collezioni private, più che altro di oggetti di curiosità, come i Cabinet de Curiosité, e concorre il disegno a illustrare gli elementi più singolari o più difficili a descriversi. La riforma di Lutero, la teoria di Keplero e l’opera innovatrice di Galileo, il padre del metodo sperimentale, danno una nuova luce alla pratica interpretativa del mondo, facendo retrocedere le imposizioni mistiche del dogma e incamminando tutta la scienza su una nuova e ben diversa via. Così, anche per la zoologia si comincia a intuire la necessità di una critica e di un’osservazione diretta e più attenta. I primi testi illustrati compaiono nel 1500 inoltrato. Tecnica frequente era l’incisione e l’intaglio del legno; le figure erano ovviamente più legate all’espressività caratteristica dell’autore, rispetto che alla verosimiglianza dell’insetto, ma spesso è possibile riconoscere la specie ritratta. Così si muovevano i primi passi per la creazione di figure piene di errori certamente, ma anche

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perfettamente intuitive. Nei primi anni del secolo XVII fu scoperto il microscopio e la sua invenzione viene attribuita, più che ad altri, a Galileo, anche se, nel Seicento, tale primato fu oggetto di diverse rivendicazioni. Fu l’accademico Giovanni Faber a battezzare, nel 1625, lo strumento con questo nome. I microscopi composti degli italiani Eustachio Divini e Giuseppe Campani testimoniano i notevoli miglioramenti apportati allo strumento nella seconda metà del secolo, mentre in Inghilterra livelli di eccellenza furono raggiunti da Robert Hooke. Altre innovazioni furono introdotte nel secolo successivo dai costruttori inglesi. Francesco Stellati fu il primo che usò con metodo il microscopio, ricercando e disegnando ingranditi gli organi dell’ape. Ma furono due uomini, il Malpighi e Leuwenhoek che usarono con innovativi risvolti il microscopio nell’analisi delle scienze naturali. Andando avanti nel tempo, gli studi sull’entomologia si specializzarono verso la morfologia e l’anatomia comparate, ma vi fu anche un’età, si può dire, romantica in cui gli scienziati cominciarono a rivolgere la propria attenzione alle straordinarie e ancora misteriose abitudini di vita degli insetti. Nel 1919 Jean Henri Fabre pubblica la stupenda opera Souvenirs entomologiques in cui l’acuto, paziente osservatore e il poeta riescono a dare una visione così perfetta della vita di numerosissime specie di insetti da potersi dire insuperabile e completamente nuova.58 Attraverso questa ricostruzione storica, è interessante notare gli aspetti più particolari di questa scienza naturale. Da un lato l’osservazione di questi esseri ha sempre destato un grande interesse, essendo così differenziati e numerosi. Questi organismi occupano quasi tutti gli ambienti compatibili con la vita e hanno strette relazioni con l’uomo e le sue attività, pertanto hanno da secoli stimolato il suo interesse. Dall’altro, ma connesso al primo aspetto, vi fu un crescente interesse per la

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loro catalogazione, cercando di elaborare una metodologia che permettesse di ordinare ogni singola specie, nelle più svariate e minime differenze. Cosa decisamente non semplice se si considera quanto descritto sulle proprietà adattative di questi esseri e sulla loro capacità di addentrarsi all’interno di habitat a volte inaccessibili. La prima metodologia di classificazione si basa sulla loro osservazione diretta, cercando di utilizzare una visione analitica che riconosca delle caratteristiche principali nella morfologia dei vari ordini. Carlo de Linné (Linneo), fu un grande naturalista svedese (1707-1778) che, partendo dal concetto che la divisione di piante e animali dovesse essere stabilita in base alla loro struttura, in cui si evidenziassero affinità e divergenze, stabilì sezioni in cui raggrupparli, partendo dai caratteri più ampiamente diffusi fino a quelli più specifici, circoscrivendo ampi gruppi e sottogruppi più ristretti, fino a giungere alla specie attraverso differenti modalità di catalogazione. Gli ordini sono i primi grandi gruppi di classificazione, ma essendo gli insetti di un’infinita varietà, si procede via via con tantissimi altri sottoinsiemi, quali famiglie, generi, specie. Ma anche con questa ultima categoria non abbiamo finito. Al contrario, lo sforzo della natura nel creare forme nuove si riflette proprio entro l’ambito della specie. E così dimensioni, forme, disegni, colori, sculture, variano continuamente. Per poter fare un po’ di chiarezza nelle classificazioni si è quindi costretti a suddividere le specie in sottospecie, cioè in razze. Anche se poi, a questo punto, ci sarebbe ancora un’infinità di sezioni, divisioni e via dicendo. Dal punto di vista del nome scientifico, un’altra conquista che Linneo ci tramanda nella sua monumentale opera Sistema Naturae è la nomenclatura binomia, ovvero la tassonomia, secondo cui un animale o una pianta sono definibili, senza possibili ambiguità, indicandone in latino il genere, seguito da un aggettivo caratteristico della specie. Ciascuna specie riceve quindi un nome latino costituito da due parti, che viene riconosciuto ufficialmente in tutto il mondo. Poiché il doppio nome sta nell’ambito di una certa famiglia, che a sua volta sta in uno dei 31 ordini di insetti conosciuti, noi possiamo soltanto collocare ciascun insetto in un quadro sistematico corretto, ma anche indicare quale è il posto in cui si situa logicamente qualsiasi nuova specie si possa scoprire; e ciò anche se i nomi

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delle specie fossero milioni. Moltissime specie sono state descritte e battezzate due, tre o dieci volte perché il loro scopritore non era ben informato sulle scoperte dei colleghi che lo avevano preceduto! Le specie di insetti superano largamente il milione, un numero molto altro se si pensa che tutti i vertebrati del mondo comprendono circa 67 000 specie. L’entomologia ha nella sua stessa definizione epistemologica la caratteristica determinante analitica di questo studio. Dal greco entomon, insetto, che trae dalla stessa radice di entèmein, tagliare in pezzi, e Logia = Logos, discorso. È interessante vedere dunque come l’illustrazione naturalistica di questa scienza naturale si applichi nel riconoscimento e rappresentazione di un così elevato e diversificato numero di caratteristiche formali. Il bisogno di dare una forma chiara e identificabile ad ogni minima variazione fra le differenti specie è essenziale per il loro riconoscimento. Le possibilità di rappresentazione grafica sono tantissime, essendo che i colori e le morfologie da rappresentare sono così differenziate. Risulta quindi una modalità illustrativa che si connette maggiormente al bisogno umano di comprensione dell’infinita varietà formale della natura attraverso la catalogazione, che ad una reale rappresentazione oggettiva e obiettiva della totalità di specie esistenti. Per l’artista però, questo processo di analisi accurata di queste minime e superdiversificate variazioni morfologiche restituisce un rapporto molto interessante di lettura visiva del particolare. La pazienza e l’abilità tecnica sono certamente due caratteristiche fondamentali per il disegnatore d’insetti, ma sotto il freddo e minuzioso tecnicismo egli concentra il suo grande interesse e la sua vicinanza, quasi identificazione, con la natura, ricreando in grandi dimensioni un animaletto pressoché invisibile nei suoi aspetti morfologici e ancora più inaccessibili a livello anatomico. A differenza di qualsiasi altro campo del disegno naturalistico, qui non si tratta di ricostruire l’atmosfera di un paesaggio o di riprodurre un fiore o un uccello, per lo più a grandezza naturale o anche rimpiccioliti, ma di rivelare forme di vita non altrimenti percepibili pienamente, con i loro dettagli morfologici, i loro meccanismi, e a loro insospettabile bellezza. Il mondo degli insetti, che ci appare così alieno, anche per la totale lontananza dei piani di organizzazione strutturale (artropode vs vertebrato), è per un disegnatore una implicita garanzia di “obbiettiva surrealtà”.59 Immergersi, sprofondare nella materia di un piccolo (talora piccolissimo) organismo, lavorando con pazienza sulle morfologie, i colori e le strutture presenti nel suo corpo, trasmette la stessa sensazione di perdersi nel guardare gli astri, cercando poi di ricomporre un senso e una logica alle costellazioni. Questo è l’aspetto più affascinante dell’osservazione umana, che rimane in un ambito di duale influenza fra struttura osservata e mente che osserva, connesse dallo stesso impulso vitale che lega tutti i livelli di coscienza e materia nell’universo. Il risultato è costantemente unico e irripetibile. Attraverso una visione più specifica delle metodologie d’illustrazione utilizzate si può constatare che queste sono strettamente legate alla loro funzione.


Fondamentalmente esistono due grandi categorie di disegno naturalistico entomologo. Il primo è quello più divulgativo, di carattere generale, in cui la visione dell’insetto viene data nel suo complesso generale, cercando di marcare gli elementi caratteristici ma in maniera abbastanza approssimativa. In questa tipologia, l’aspetto artistico riesce a emergere in maniera molto maggiore, rispetto all’elemento scientifico, dal momento che la scelta dei colori e della composizione, malgrado rimanga sempre in un elevato contesto di verosimiglianza, può distribuire i vari elementi in base al gusto compositivo, per restituire un certo piacere estetico da parte dell’osservatore, in cui si mischiano gli appagamenti sensoriali legati alla vista e quelli culturali, legati al riconoscimento e all’acquisizione di conoscenza rispetto all’elemento reale. Le tecniche utilizzate sono abbastanza varie, ma generalmente si predilige il disegno a china e acquarellato o l’utilizzo di tempere e acrilici. In questa tipologia d’illustrazioni si tende a rappresentare l’animale nel suo ambiente, magari con altri esseri viventi, contestualizzandolo quindi nelle sue ipotetiche abitudini di vita. Le prime illustrazioni entomologiche della storia erano dunque legate a questo tipo di visione, essendo i mezzi e le conoscenze per osservarli abbastanza limitati (fatta eccezione per Aristotele, che dimostrò un interessamento e una grande capacità osservativa e intuitiva). Il secondo genere d’illustrazione è quello, per così dire, più scientifico ed analitico. Il suo intento consiste nello scomporre e ricomporre continuamente l’insetto in tutte le sue parti costituenti, così da carpirne ogni aspetto. Sia dal punto di vita morfologico esterno che da quello anatomico interno l’illustrazione esamina ogni componente dell’insetto ingrandendolo, scomponendolo e riassemblandolo, e tutto questo grazie alle metodologie di osservazione ottiche permesse dal microscopio. In questa modalità di illustrazione viene privilegiato l’aspetto più scientifico ed analitico: il dettaglio, la precisione e la chiarezza visiva sono fondamentali, a discapito dell’elemento compositivo e artistico che abbiamo riscontrato nella prima tipologia. La tecnica è infatti quasi sempre quella del disegno in bianco e nero a china, dove la ricchezza di particolari deve rimanere equilibrata alla chiarezza visiva schematica, pulita, senza quindi sovraccaricare la composizione. Gli elementi che sono più rilevanti per gli argomenti connessi all’illustrazione saranno quindi messi in risalto rispetto alle altre componenti. La pratica utilizzata si lega dunque all’aspetto pluristratificato della realtà, dove anche l’insetto è costituito da svariati livelli di profondità, ognuno dei quali è interconnesso con gli altri. Grazie all’osservazione di questi esseri attraverso svariati mezzi ottici, gli entomologi hanno potuto approfondire con elevata verosimiglianza tutti gli aspetti interni ed esterni del corpo di un insetto. Interessante è a questo punto fare una piccola parentesi sull’utilizzo della camera lucida, ovvero un meccanismo supplementare che viene applicato sul microscopio. Consiste nell’utilizzo di uno specchio posto a 45°, per la visualizzazione del supporto da disegno sovrapposto a ciò che si osserva attraverso l’oculare del microscopio. Il risultato finale permette, osservando col microscopio l’elemento ingrandito, di ricalcarne le forme senza mai distogliere lo sguardo. Questo marchingegno fu largamente utilizzato per ottenere una rappresen-

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tazione più esatta possibile delle parti del corpo dell’insetto, soprattutto per quel che riguarda la sua componente anatomica che è ancora più invisibile all’occhio umano, rispetto ai già difficilmente osservabili particolari della morfologia esterna. Arrivando poi alle tecnologie più moderne, ci si accorge di come la fotografia sia riuscita a entrare in un ambito della nitidezza dell’immagine che non ha eguali. Il microscopio a scansione (SEM) riesce a registrare tutti i punti di messa a fuoco a più livelli della scansione di un insetto in un’unica fotografia. Il risultato è un’immagine digitale in cui tutto è perfettamente a fuoco a diversi livelli di profondità, con una nitidezza quasi incredibile. Nella nostra epoca caratterizzata dalla tecnologia ci si rende conto di quanto la fotografia e le nuove tecnologie digitali abbiano ampliamente rimpiazzato il disegno nel campo della rappresentazione della realtà. Ci si pone dunque una domanda: perché il disegno è al servizio della natura persino in un mondo in cui il digitale ha trasformato, e sta trasformando, il modo di riprodurre ciò che percepiamo attraverso l’uso di tecnologie sempre più sofisticate? Per spiegare tutto ciò bisogna far riferimento all’antica simbiosi tra arte e natura. Là dove la fotografia non potrà mai arrivare c’è sempre il disegno, poiché esso implica il fatto che l’artista entri in connessione con l’elemento osservato, attuando un tipo di visione che gli permetta di acquisire una conoscenza profonda legata alle strutture e al loro funzionamento. Perdendosi nei particolari con cura e pazienza, l’artista si ricollega a quell’estetica della natura che ha emozionato l’uomo fin dalla preistoria, quando attraverso i graffiti iniziava a diventare un disegnatore. Il passaggio della realtà analizzata attraverso la propria interiorità e la propria razionalità è capace di dar vita a rappresentazioni che sarebbero altrimenti impossibili da visualizzare, poiché non vi sono limiti nell’ampliamento visivo prodotto dalla mente, il solo che può trasmettere a chi lo osserva una conoscenza immediata che, rimanendo legata alla realtà, è in grado di oltrepassarne i limiti imposti dai mezzi visivi a cui siamo strettamente e fisicamente legati.60


la volontà creativa

CONCLUSIONE

Osservazione, forma, connessione. Queste parole sono state ripetute in maniera ossessiva nel corso di questa tesi e sono state utilizzate per i più svariati argomenti. Il motivo per il quale siano così frequenti risiede nel fatto che non ci sono altri termini per portare alla luce il senso primario di questa ricerca, al quale vorrei dare ora un punto di riflessione finale. La forma rappresenta l’elemento distintivo e al tempo stesso unitario della natura. La percezione che abbiamo di essa e l’impulso di crearne di nuove è la chiave di lettura per avvicinarsi all’andamento della realtà nei suoi aspetti più oggettivi e al tempo stesso indefinibili. Essa attiene alla dualità che contraddistingue ogni cosa: luminosa e tenebrosa, razionale ed irrazionale, singolare e plurale. Riguarda i criteri con cui si relazionano le parti con il tutto e grazie ai quali esiste un equilibrio fluido e dinamico. La genesi di nuove forme, ovvero l’atto creativo, è un qualcosa di magico, al quale nessuno è in grado di dare una spiegazione oggettiva, essendo che se le nuove forme venissero alla luce esclusivamente grazie a continue ricombinazioni di modelli già esistenti, non accadrebbe mai nulla di realmente nuovo. La creatività è un profondo mistero poiché implica la comparsa di modelli che prima non esistevano.61 L’origine di tali modelli è stata associata nel corso della storia, a differenti nature: religiose, scientifiche, magiche, etc. Ma la realtà è che andando a ritroso in questo processo d’indagine, non vi sono risposte certe, se non un’idea di Anima Mundi che si riscontra in linea generale in tutte queste teorie. Utilizzando quindi un pensiero non eccessivamente logico causale, si può utilizzare l’essere umano come metafora per l’intera evoluzione della materia. Ogni qual volta si prospetta un problema, la mente cerca nuove espedienti per superarlo e quindi la propria volontà innesca dei meccanismi che portano alla creazione di nuove soluzioni, ovvero di nuove forme. Senza indagare eccessivamente sulle cause, è bene mantenere l’attenzione su questo punto. L’intenzione, la coscienza e quindi la volontà, sono la metafora stessa della vita, che cerca di superare costantemente le problematiche che nascono dalla continua interazione fra i diversi elementi. Se non vi fosse connessione e interrelazione, non vi sarebbe evoluzione. L’evoluzione diventa così molto più di un termine che descrive un processo: include un principio creativo intrinseco nella materia, nell’energia, nella natura, nella vita o nel processo stesso.62

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La volontà dell’approccio artistico si lega all’osservazione, che è il metodo più diretto per instaurare un rapporto fra le strutture già esistenti e la rielaborazione che è insita nella propria volontà di superarle. Ma non basta solo una visione connettiva di questo tipo, se l’atteggiamento di chi osserva rimane chiuso nei propri preconcetti. Un rapporto, o meglio una connessione, sussiste nel momento in cui si innescano delle dinamiche collettive, attraverso le quali è possibile la creazione di strutture che vadano al di fuori dei propri canoni standard, attuando un ulteriore livello catalizzatore a questo processo evolutivo-creativo. La connettività, di cui tanto si è parlato in questa tesi, può essere compresa realmente solo attraverso uno sviluppo pratico collettivo, un’apertura della propria unità mente-corpo con diverse volontà e punti di vista, così da portare al reale superamento delle strutture cristallizzate all’interno della propria personalità, ripercuotendosi sulla visione che si avrà del mondo. Detto in parole povere, per raggiungere un reale grado di autoevoluzione che nasca dalle interazioni con l’esterno. Se dico questo è anche per mia diretta esperienza personale. Grazie alla condivisione che si è instaura nel corso di questi anni con i componenti del collettivo F84, è stato possibile un primo superamento di uno spesso strato di rigidità che si era solidificato in me attraverso un’eccessiva insistenza logica e causale nei confronti del significato dell’approccio artistico. Questo

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processo di condivisione e confronto ha permesso alla mie intenzioni di avvicinarsi ad un’attitudine più fluida e circolare, facendo ritornare la mia mente a tematiche che avevo ormai celato nella mia memoria, come l’osservazione della natura ed in particolare lo studio degli insetti. Il motivo per il quale ho scelto come punto finale della mia ricerca l’argomento dell’entomologia, è duale: da un lato la natura stessa degli insetti è incredibilmente legata al tema della connessione. A livello ambientale si inseriscono negli ecosistemi in maniera tanto invisibile quanto necessaria alla sua sopravvivenza. Dal punto di vista sociale ci sono innumerevoli casi di specie che hanno attuato una modalità di sopravvivenza che li vede comportarsi come un unico organismo, che ritornando al termine dell’olone, li rende capaci di superare le avversità attraverso un atteggiamento creativo, con lo scopo primario della sopravvivenza della propria comunità. Da un altro punto di vista mi interessa, e mi ha sempre interessato, la loro valenza estetica. Come è già stato detto, gli insetti contengono una differenziazione di strutture e forme impressionante e l’evoluzione di esse è tale da poter tranquillamente ritenere che l’intento umano nella loro catalogazione non avrà mai fine. Le loro morfologie e i loro colori sono per la sete del mio sguardo una fonte inesauribile di fascino. Contengono al loro interno le stesse textures che hanno sempre interessato la mia ricerca artistica a livello più inconscio, ovvero da quando ero solo un bambino e passavo ore ed ore nei prati ad osservarli con cura mentre li facevo tranquillamente passeggiare sul mio corpo, per poi ridisegnarne il ricordo che avevo di essi, oppure copiandoli da libri naturalistici. Fascino che si è costantemente evoluto nel corso degli anni, portandomi ad interessarmi delle strutture naturali, degli aspetti più microscopici della materia, delle relazioni invisibili che i miei occhi e la mia mente riscontravano ovunque, senza però comprenderne il linguaggio. Fino al momento in cui ho compreso che non esiste un linguaggio adatto alla spiegazioni causali di queste relazioni, se non quello della volontà che possiede un bambino nell’osservazione e la riproduzione per metà istintiva e per l’altra ragionata, di ciò che nella maniera più empatica lo attira e lo connette alla realtà. La creazione procede all’infinito in virtù di un moto iniziale. Questo moto costituisce l’unità del mondo organizzato, un’unità prolifica, di infinita ricchezza, superiore a quella che l’intelletto può immaginare, perché l’intelletto è solo uno dei suoi aspetti o prodotti63

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RINGRAZIAMENTI

La condivisione ed il confronto reciproco, fra me e gli altri membri del collettivo F84, è stato l’eccezionale catalizzatore di questa ricerca. Questo gruppo è un vero e proprio vortice di creatività, che seguendo il moto spiraliforme della vita, è in grado di assumere le forme e le funzioni più disparate, evolvendo passo dopo passo le proprie potenzialità. è quindi riferendomi a noi come organismo polifunzionale che attribuisco il primo fra tutti ringraziamenti, poiché senza di esso non sarei quello che sono. Avrei bisogno di molte più pagine per poter ringraziare tutte le persone che mi hanno sostenuto ed aiutato durante questo intenso lavoro di ricerca. Mi limiterò quindi a citarne solo alcune, sperando di non recare alcun torto a tutti gli altri, a cui comunque destino tutta la mia riconoscenza. Ringrazio mia madre e mio padre, Laura e Michele, senza i quali non sarei mai riuscito ad arrivare a questo punto. Grazie a mia sorella Alice, che mi ha permesso di vedere le cose sotto un altro punto di vista, accettando la mia fiducia. Vorrei esprimere la mia riconoscenza a Maurizio Pavesi, per la sua disponibilità e gentilezza nell’introdurmi in maniera dettagliata nell’affascinante panorama dell’entomologia. Ringrazio anche Renato Regalin, per avermi permesso di acquisire importanti materiali fotografici e soprattutto organici, utili allo sviluppo del progetto pratico. Grazie ad Emanuele Mocarelli, che con sapiente e generosa insistenza è riuscito a stimolare e guidare questa ricerca dentro me stesso, prima ancora che nel mondo circostante. Ma più che a chiunque altro, grazie a Giulia, che anche nei momenti più incerti mi ha sostenuto come la più portante delle colonne e non ha mai smesso di farmi puntare lontano, dove la vista si interrompe e solo l’intuizione sincera può arrivare.

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BIBLIOGRAFIA

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Lima de Faria, Evoluzione senza selezione. Autoevoluzione di forma e funzione, Genova, Ed. Nova Scripta, 2003 Rupert Sheldrake, La Mente Estesa Il senso di sentirsi osservati e altri poteri inspiegati della mente umana, Milano, Ed. Urra, 2006 Francesco Moiso, Goethe: La natura e le sue forme, Milano, Ed. Mimesis, 2002 Ramachandra Vilayanur S., Che cosa sappiamo della mente, Ed. Mondadori, 2006 Bruce Lee, Il tao del dragone, Ed. Mondadori, a cura di Little J., 2006 Joseph Rykwer, La casa di adamo in paradiso, Ed. Adelphi, terza edizione, 1972 Giuseppe Tucci, Teoria e pratica del mandala, Ed. Astrolabio, 1969 Giuseppe Di Napoli, I principi della forma. Natura, Percezione e Arte, Ed. Einaudi, 2011 Fritjof Capra, Il punto di svolta, Ed. Feltrinelli, quarta edizione 1989 Edgar Morin, Scienza con coscienza, Franco Angeli Libri, traduzione di Pietro Quattrocchi, 1984 Giuseppe Di Napoli, Disegnare e Conoscere, Ed. Einaudi, 2004 Bruno Munari, Design e Comunicazione Visiva, Ed. Laterza, Biblioteca di Cultura Moderna Laterza, 1983 Michel Focault, Utopie ed Eterotopie, Ed. Cronopio, 2006, ristampa a cura di Antonella Moscati, 2008 Theodor Schwenk, Il caos Sensibile, Fluente creazione di forme nell’acqua e nell’aria, Oriago di Mira (VE), Ed. Arcobaleno, 1962 Rupert Sheldrake, La presenza del passato. La risonanza morfica e le abitudini della natura, Ed. Crisalide, 1988

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NOTE INTRODUZIONE 1 Film “Guida Galattica per Autostoppisti” 2005, garth Jennings NATURA COME NUMERI E PUNTI 2 G.Galilei, II Saggiatore, Roma, 1623 3 K. Popper, Logica della scoperta scientifica, 1934 4 http://digilander.libero.it/matemfilos/nuldiv.tx.2.htm Matematica per il reale ed il fantastico 5 Ibidem 6 Ibidem 7 Ibidem 8 Fritjof Capra, Il punto di svolta, Milano, Ed. Feltrinelli, 1984 9 Ivi 10 Ivi SCIENZA INTUITIVA, AL DI Là DEL PENSIERO LINEARE 11 Giuseppe di Napoli, Disegnare e Conoscere, Torino, Ed. Einaudi, 2004 12 Ivi 13 Francesco Moiso, Goethe: La natura e le sue forme, Milano, Ed.Mimesis, p.56 14 Ivi. p.11 15 Ivi, p.12 16 Ivi, p.13 17 Lima de Faria, Evoluzione senza selezione. Autoevoluzione di forma e funzione, Genova, Ed. Nova Scripta Edizioni, 2003 18 Ivi 19 Ivi 20 Ivi 21 Ivi 22 Ivi 23 Ivi REALTà PLURISTRATIFICATA, DALLA MATERIA ALLA MENTE E VICEVERSA 24 Fritjof Capra, Il punto di svolta, Milano, Ed. Feltrinelli, 1984 25 Ivi 26 Ivi 27 Ivi 28 Theodor Schwenk, Il caos Sensibile, Fluente creazione di forme nell’acqua e nell’aria, Oriago di Mira (VE), Ed. Arcobaleno, 1962

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29 Fritjof Capra, Il punto di svolta, Milano, Ed. Feltrinelli, 1984 30 Ivi 31 Ivi 32 Ivi 33 Rupert Sheldrake, La Mente Estesa Il senso di sentirsi osservati e altri poteri inspiegati della mente umana, Milano, Ed. Urra, 2006, p.17 34 Ivi p.292 COMUNICAZIONE VISIVA E MODULAZIONE SPAZIALE 35 Theodor Schwenk, Il caos Sensibile, Fluente creazione di forme nell’acqua e nell’aria, Oriago di Mira (VE), Ed. Arcobaleno, 1962 36 Bruno Munari, Design e Comunicazione Visiva, Ed. Laterza, Biblioteca di Cultura Moderna Laterza, 1983, p.16 37 Ivi p.31 38 Ivi p.58 39 Ibidem 40 Giuseppe Di Napoli, I principi della forma. Natura, Percezione e Arte, Ed. Einaudi, 2011, p.XIII 41 Ivi p.XIV 42 Joseph Rykwer, La casa di adamo in paradiso, Ed. Adelphi, terza edizione, 1972 43 Ivi 44 Ivi 45 Ivi 46 Giuseppe Tucci, Teoria e pratica del mandala, Ed. Astrolabio, 1969 47 Giuseppe Di Napoli, I principi della forma. Natura, Percezione e Arte, Ed. Einaudi, 2011, p.XVIII 48 Ivi. p.XIX, l. wittgenstein, Note sul «Ramo d’oro» di Frazer, Adelphi, Milano 2000 ARTE COME CONOSCENZA, ILLUSTRAZIONE NATURALISTICA 49 http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9847 Natura e Mediterraneo 50 http://www.fossiliveraci.org/archeologos/74-l-arte-del L’ Arte del Paleolitico, Il cavallo, il bisonte e l’ uro di Loana Riboli 51 Ibidem 52 http://www.storiadellafauna.it/scaffale/testi/bosco/bosco.htm Piemonte Parchi n. 4,1998 53 http://www.regione.piemonte.it/parchi/riv_archivio/speciali/s18098/art1. htm  Illustrazione l’arte nella scienza, Gianni Boscolo 54 Ibidem 55 http://www.francescoturano.it/index.php?option=com_content&view= category&layout=blog&id=42&Itemid=63 Disegnare la natura, Francesco Turano, pubblicato in Biosublandia identificazione e classificazione

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ENTOMOLOGIA, OBBIETTIVA SURREALTà 56 Antonio Berlese, Gli Insetti: loro organizzazione, sviluppo, abitudini e rapporti coll’uomo (1909) Milano: Società Editrice Libraria, Vol1 p.6 57 Ivi p.28 58 Ivi p.29 59 http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1& ved=0CB0QFjAA&url=http%3A%2F%2Fw3.uniroma1.it%2Fmuseozoolo gia%2Fdocumenti%2Fpagine1-9.pdf&ei=1yccT4rnE8T04QSRxa2XCw& usg=AFQjCNFY0ssBlhMZ4meN8X1veQASqitY3Q Disegnare gli insetti, un’arte e una scienza. Mostra a cura di Augusto Vigna Taglianti, Niccolò Falchi e Maurizio Mei 60 http://www.francescoturano.it/index.php?option=com_content&view= category&layout=blog&id=42&Itemid=63 Disegnare la natura, Francesco Turano pubblicato in Biosublandia identificazione e classificazione CONCLUSIONE, LA VOLONTà CREATIVA 61 Rupert Sheldrake, La presenza del passato. La risonanza morfica e le abitudini della natura, Ed. Crisalide, 1988, p.370 62 Ivi p. 384 63 Ivi p.373, Bergson (1911) p.110

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INDICE DELLE IMMAGINI nell’ordine del testo

LEGENDA - p.VI albero evolutivo della vita secondo Erst Heackel INTRODUZIONE - p.1 ouroboro tribale nell’arte nativa del nord america - p.1 disegno rinascimentale che rappresenta l’intento umano nella misurazione della realtà - “Test n°2”, fotoincisione di Gianluca Craca NATURA COME NUMERI E PUNTI - p.3 stadi evolutivi del cervello umano - p.3 illustrazione che riflette il funzionamento del ragionamento umano - p.4 due tipologie di forme geometriche, il cono retto e quello obliquo - p.4 “Ordine Celato”, sezione aurea illuminata, lavoro di Gianluca Craca - p.5 sistema solare ideato da Keplero - p.5 Keplero che osserva gli astri nel cielo - p.6 variazioni sull’esaedro, incisione di Jost Amman - p.6 Urania, musa dell’astronomia e della geometria - p.7 rappresentazione spaziale secondo la prospettiva lineare - p.7 “Oggettivazioni”, corteccia dipinta, lavoro di Gianluca Craca - p.7 punto di vista umano nella prospettiva lineare - p.8 figure impossibili disegnate da Oscar Reutersvärd - p.8 studio sulla percezione visiva fra soggetto e sfondo osservato - “Test n°1”, fotoincisione di Gianluca Craca SCIENZA INTUITIVA - p.9 disegno di Goethe che descrive il percorso di crescita della pianta - p.9 maschere unite di Pan e Sileno - p.9 studio sulla percezione visiva dell’uomo, disegno di René Descartes - p.10 studio sulla scissione della personalità, disegno di Gianluca Craca - p.10 schema grafico della legge goethiana sull’espanzione e la contrazione - p.11 textures, modulo, forma, struttura e dimensione temporale in un albero - p.11 vignetta dell’occhio di Goethe - p.12 disegno di Goethe di una pianta - p.12 studio sull’anatomia dell’occhio - p.13 studio anatomico di una cellula di un vegetale - p.13 disegno sulla proiezione della forma a spirale di una conchiglia - p.13 evoluzione di forme geometriche - p.14 comparazione delle morfologie della foglia di felce con la struttura ossea di un Captorhinus - p.15 ammassi curvi di cristalli di clorite - p.15 sequenza strutturale degli scheletri, dal rettile all’umano - p.16 differenti tipologie di cristalli di neve

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- p.17 forme embrionali nell’uomo - p.17 disegno di Gianluca Craca - “Primordial Connection”, fotografia di Gianluca Craca REALTà PLURISTRATIFICATA - p.18 stratificazioni dell’atmosfera terrestre - p.18 studio sul rapporto fra interno ed esterno, disegno di Gianluca Craca - p.19 venature ramificate di una foglia - p.19 struttura di un atomo - p.20 cellule al microscopio, costellazioni, il Tao - p.21 schema sui movimenti delle zone di alta e bassa pressione atmosferica - p.21 diagramma della struttura dell’inconscio collettivo - p.22 disegno di un microscopio - p.22 “Impressione Strutturale”, stampa a secco di Gianluca Craca - p.23 goccia di inchiostro nell’acqua - p.23 testa di ceramica dell’Arkansas - p.24 disegno di un’ameba Proteus - p.24 disegni sui moti oscillatori dell’acqua in recipienti di diverse forme - p.25 disegno dei campi elettromagnetici prodotti dal corpo umano - p.25 Marino Sponza, serie “Propagazioni” - “Meditation”, composizione digitale di Gianluca Craca COMUNICAZIONE VISIVA - p.26 studi anatomici dell’occhio umano - p.27 addensamento e rarefazione della stessa superficie - p.27 frottage di Gianluca Craca - p.27 struttura dell’ala di una libellula - p.28 intaglio dal manico di un cucchiaio che rappresenta un castoro, Tlingit - p.28 alfabeto Arapho - p.29 frammento di una porta fatta di guaine di foglia di palma - p.30 scudo tribale - p.30 Vastupurusha inscirtto in un mandala - p.31 antica decorazione parietale - p.31 “Primordial Connection”, lavoro di Gianluca Craca - “Test n°3”, fotoincisione di Gianluca Craca ARTE COME CONOSCENZA - p.32 sensibilizzazione del segno con differenti strumenti grafici - p.32 arte oceanica - p.33 raffigurazione di cervo dalle grotte di altamira - p.33 bisonte dell’arte parietale del paleolitico - p.34 antica rappresentazione del sole - p.34 incisione raffigurante delle fragole selvatiche - p.34 incisione di Durer raffigurante un rinoceronte - p.35 sezione anatomica della testa e del collo - p.35 stadi evolutivi dal girino alla rana adulta - p.36 incisione rappresentante diverse tipologie di conchiglie - p.36 incisione rappresentante l’assemblaggio di un antico microscopio

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- “External Code”, disegno di Gianluca Craca ENTOMOLOGIA - p.37 incisione di uno scarafaggio - p.37 disegno raffigurante una mosca intrappolata nell’ambra - p.38 antica xilografia entomologica - p.38 rappresentazione entomologica del rinascimento - p.39 tavola zoologica dell’ape del 1577 - p.39 incisione rinascimentale di una cimice - p.40 probabile filogenesi dei principali ordini di insetti - p.40 schema dei principali ordini di insetti - p.41 ciclo delle metamorfosi della farfalla - p.41 Goliathus Regius - p.42 ovariolo meroistico di Bombus - p.43 parte finale della zampa di un dittero muscide - p.43 Musca Quadrata, disegno realizzato da Gianluca Craca CONCLUSIONE - p.44 libellula, disegno di Gianluca Craca - p.46 pianta carnivora “dente colorato”, disegno di Gianluca Craca - p.45 coccinella, disegno di Gianluca Craca - p.45 crostaceo preistorico, disegno di Gianluca Craca - p.46 api, disegno di Gianluca Craca - p.46 farfalla, disegno di Gianluca Craca RINGRAZIAMENTI - p.47 pesci, disegno di Gianluca Craca

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F84 - Visione connettiva