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JEREMY
RENNER JOSH
HARTNETT MAURO
BERGAMASCO LAURA
BOLDRINI
Scrivere è sexy GIORGIA CRIVELLO
LA GIOVANE BLOGGER RACCONTA IL MESTIERE DELLA SCRITTURA CON LE SUE FORME
GLOBO LA TUA GUIDA DEL MONDO
IL MENSILE DI VIAGGI CON i LUOGHI DA SCOPRIRE IN ITALIA E ALL’ESTERO Non solo viaggi. Globo è molto di più. È il mensile che ti racconta i luoghi del mondo, che ti accompagna attraverso le culture dei popoli e ti fa scoprire nuove ed inedite angolature della terra. Globo ti suggerisce mete cui non pensavi, approfondisce destinazioni note, svela la bellezza di questa nostra Terra. Globo è scoperta della natura come della città, della tipicità come dell’eccezione, attraverso percorsi, volti, immagini. Globo è anche moda, cucina, cinema e curiosità dal mondo.
IN EDICOLA
EDITORIALE È ora di tornare al lavoro. Dopo aver inseguito gonnelle per le spiagge di tutto il mondo (sappiamo che lo avete fatto!) bisogna pensare alla ripartenza. Il rientro post-vacanze può essere traumatico, ma è giunto il momento del vero inizio. Dopo un’estate calda (in tutti i sensi) mai come ora abbiamo bisogno di riemergere da quel torpore estivo che il calore irrimediabilmente regala. Una carezza, quella del vento assolato, che minuto dopo minuto vi avvolge e vi addormenta e se non ve ne accorgete in tempo vi brucia la pelle rovinandovi le vacanze. L’Italia di oggi è così, addormentata, anche se ha già incominciato ad arrostire. Ma noi che di indole siamo positivi, confidiamo che riusciremo a svegliarci in tempo magari con una piccola scottatura che ci ha donato un colore aragosta che, sicuramente, non ci aiuterà nel flirt sul bagnasciuga ma nemmeno ci porterà all’ospedale. Perché in fondo siamo sempre stati così, on the edge (per usare un’inglesismo) in bilico tra ustione e abbronzatura, a volte provoloni e a volte seduttori, un po’ cafoni e molto più spesso di classe. Questo camaleontismo tutto italiano probabilmente ci salverà.
»
Mentre voi eravate immersi in un mondo di feste, cene e aperitivi sulla sabbia è successo di tutto. La Grecia stava per fallire ma poi una bella vagonata di denaro ha evitato il peggio; Tsipras, eletto con un programma anti austerity, ha ceduto e rassegnato le dimissioni. La Germania, in tutto ciò, si è accaparrata la gestione di ben 14 aeroporti greci (un business da qualche miliardo di euro). La Cina in crisi, svaluta lo Yuan prendendo posizioni di difesa e si rannicchia mentre è sommersa dai propri prodotti che non riesce più a vendere. L’immigrazione ha raggiunto livelli inimmaginabili e il problema oramai non è solo più per i nostri confini (come sta provando la Macedonia dopo aver steso chilometri di filo spinato). Insomma il sole dalla spiaggia è andato via, quel nuvolone un po’ minaccioso è arrivato ma con lui anche un po’ di aria fresca che provvidenzialmente ci ha svegliato sulla sdraio. L’estate è finita ed è ora di ricominciare. Siccome lo scenario internazionale è quello che è, vi consiglio di distrarvi un attimo con una rapida occhiata a pagina 96, prima di riprendere a lavorare. Noi siamo già pronti! E voi?
A N D R E A M I N O I A E DI TORE
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PLAYBOY ADVISOR Domande e risposte by Charlie P O I N T D A N I E L A
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TANGENTOPOLI 2.0 Siamo tutti (o quasi) corrotti di Gherardo Colombo
R U B R I C H E
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F O R U M
SARANNO FAMOSE
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Le dive di domani
STAR: QUASI COME NOI
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di Noah Davis
SOCIAL BE(A)ST
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Il meglio e il peggio della Rete
EROTISMO VS PORNO di Sabas Martín
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CINEMA E SERIE TV
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Novità su piccolo e grande schermo
G I O R G I A
C R I V E L L O
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I nostri suggerimenti
Blue diva by Alexander Frezza
Provati per te
20.
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• AUTO
Eventi e appuntamenti da non perdere
Alici fritte alla “faial” by Chef Rubio
• MOTO
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Concerti, nuovi album e personaggi
Moser, dalle due ruote ai grandi vini
Virtuale è meglio?
• LET THE MUSIC PLAY
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Fitness tracker, ritrova la tua forma
• Back to work edition • Casual monday
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Bye bye Italia: i migliori posti dove andare a vivere
Miami Vibe, la Ibiza d’America multiculturale ed eccentrica
Il fascino retrò della rasatura
LIBRI
MOSTRE
MUSICA
Keith Richards
• INTERVIEW John Scofield
MONEY
DRINK
FOOD
IN VINO VERITAS
TECNOLOGIA
VIAGGI
MOTORI
Maserati S Q4 Kawasaki Vulcan S
SESSO & STILI DI VITA
STILE
CURA DI SÉ
P B
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JEREMY RENNER Da indie ad action man, l’evoluzione del ribelle diventato papà
Mod. TL51352
PENDENTE TL LOGO TORO
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BRITTANY BROUSSEAU Tra le braccia del lusso
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JOSH HARTNETT
ATTUALITÀ
Il ritorno della star con un nuovo senso della celebrità S P E C I A L E
L’impero del calcio
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RUGBY
L U S S O
Mauro Bergamasco
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NAUTICA
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Gli yacht imperdibili
NARRATIVA
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Il palazzo dei principi di Mariangela Casulli
ACCESSORI Luxury on board
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PORTRAITS
P I C T O R I A L S
PHYSICAL ATTACTION Heather Depriest
Laura Boldrini: quando il potere ha i tacchi a spillo
120. 106 ARTIST’S
PLAYGROUND Divismo e dintorni
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SGUARDI INEDITI Dolce vita a Venezia
128.
TRUE LIFE The New Divas
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MODA Work hard, play hard G E T
S O C I A L
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MENSILE | N.2 | SETTEMBRE 2015 | ANNO I
DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Petraglia - vpetraglia@playboy.it REDAZIONE Chiara Mazzei cmazzei@playboy.it Federica Piacenza (Moda) - fpiacenza@playboy.it GRAFICA Michele Magistrini - magio@playboy.it Sebastian Páez Delvasto - sebastian@playboy.it Laura Pozzoni - lpozzoni@playboy.it PHOTO EDITOR Carlo Sessa - csessa@playboy.it FOTO E ILLUSTRAZIONI Ansa, AP, Fotolia, The Noun Project COLLABORATORI Marco Bellinazzo, Matteo Bellomo, Luca Bergamin, Virginia Bettoja, Manuela Blandino, Davide Bonaiti, Mariangela Casulli, Charlie, Chef Rubio, Francesco Ciranna, Elisabetta Colombo, Gherardo Colombo, Noah Davis, Davide Esposito, Francesca Di Maro, Franco Faggiani, Alexander Frezza, Raffaele Gomiero, Giusy Iorlano, Cesare Lavia, Giacomo Licheri, MaGiO, Sabas Martín, Sofia Masini, Michael Muller, Diletta Paola Nicosia, Alessia Perego, Vittorio Petrone, Biagio Picardi, Francesca Pozzi, Stephen Rebello, Josh Ryan KYTORI SRL Sede Sociale e Redazione Via NIno Bixio 7, 20129 Milano www.kytori.com redazione@kytori.com tel. +39 02. 365.19.240 - fax +39 02. 365.19.247 EDITORE E CEO Andrea Minoia - aminoia@playboy.it DIREZIONE MARKETING Ciro Montemiglio - cmontemiglio@playboy.it PRODUCT MANAGER Clio Cueto - ccueto@playboy.it UFFICIO STAMPA PICOandCo.municazione Via Savona 97/3c - Milano info@picoandcomunicazione.com - www.picoandcomunicazione.com PUBBLICITÀ PUBLISTAMPA SRL Sede Legale: Corso Vercelli 25 - 20144 Milano Sede Operativa: B. Quaranta 29 - 20141 Milano tel. +39 02.573.71.71 - 02. 546.99.93 - fax +39 02. 541.07.522 STAMPA POLIGRAFICI IL BORGO SRL Via del Litografo 6 - 40138 Bologna (BO) DISTRIBUZIONE PER L’ITALIA Distribuzione SO.DI.P. “Angelo Patuzzi” S.p.A. Via Bettola, 18 - 20092 Cinisello Balsamo (MI) Tel. 02.660301 PLAYBOY ENTERPRISES, INTERNATIONAL EDITOR IN CHIEF HUGH M. HEFNER U.S PLAYBOY Chief Executive Officer Scott Flanders Chief Operating Officer David Israel Editorial Director Jason Buhrmester Art Director Mac Lewis PLAYBOY INTERNATIONAL PUBLISHING SVP/Content Licensing & Rights Mike Violano Publishing Services Manager Mary Nastos Digital Asset Manager Gabriela Cifuentes Coordinator Lacey Won ©2015 Kytori srl ©2015 PLAYBOY, as to material published in 2015, May; 2015, July/August; 2015, September; U.S. Edition of Playboy PLAYBOY, PLAYMATE, PLAYMATE OF THE MONTH, PLAYMATE OF THE YEAR, RABBIT, HEAD DESIGN AND FEMLIN DESIGN are trademarks of and used under licence from Playboy Enterprises International, Inc. Tutti i diritti sono riservati. La riproduzione dei contenuti, totale e parziale in ogni genere e linguaggio è espressamente vietata. Tutti i marchi citati nella rivista sono di proprietà delle rispettive Case. Registrazione presso il Tribunale di Milano con il n. 215 del 2 luglio 2015
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PLAYBILL SABAS MARTÍN
RAFFAELE GOMIERO
FRANCO FAGGIANI
MARCO BELLINAZZO
GHERARDO COLOMBO
Scrittore
Giornalista
Giornalista
Scrittore
Saggista
Romanziere, poeta, giornalista e autore di testi teatrali, ha pubblicato numerosi testi in Europa e America, ottenendo i premi Julio Tovar e Tomás Morales per la poesia, Alfonso García Ramos per il romanzo, Ángel Guimerá per il teatro, Caja de Ahorros di Tenerife per il racconto, Atlántico per la letteratura per l’infanzia e Acacia Uceta per la critica. È accademico ad honorem della Academia Canaria de la Lengua. Tra le opere di narrativa figurano i romanzi Nacaria, Los trabajos de Esther, La heredad, La noche enterrada. L’eredità (Infinito Edizioni, 2009) è il suo primo romanzo tradotto in italiano e, sempre con lo stesso editore, ha pubblicato I lavori di Ester, (2012). La sua passione necessaria è l’esercizio della scrittura, in tutte le sue forme.
Inizia a scrivere per gioco, parlando di videogames, nei confronti dei quali ha un’autentica passione. Essendo anche un amante di tutto ciò che è tecnologia, comincia a recensire prodotti di ogni genere e realizza articoli di scenario per ogni tipo di testate. Da Il Sole 24 Ore a riviste come Jack e T3. Dopo qualche tempo si appassiona anche alle auto e comincia a fare test drive approfondendo il lato infotainment del settore. Viaggiando per lavoro scopre che il turismo non è poi cosi male, per cui si butta pure in quel campo. Il risultato è che dal primo articolo sono trascorsi quasi quindici anni, passati a provare centinaia di videogiochi, migliaia di prodotti e decine di auto, ma si diverte sempre come se avesse appena iniziato. Per cui non ha affatto intenzione di smettere.
Romano, trapiantato a Milano, nomade per vocazione. Insomma, trovarlo non è facile. Scrive romanzi e articoli, gira ancora con una macchina fotografica Leica, i quadernetti per gli appunti e la stilografica con relativa scorta di inchiostro. Per lui il computer è semplicemente “una macchina da scrivere un po’ più evoluta”. Si è occupato di economia, agricoltura, sport, turismo. È stato nei posti caldi del mondo come reporter ma adesso preferisce il caldo delle cucine e il fresco delle cantine. Da qualche anno, infatti, scrive e naviga nel delizioso mare dell’enogastronomia. Per quel che mangia e beve dovrebbe pesare almeno duecento chili. Per fortuna si dedica alla corsa in montagna, dai trenta chilometri in su.
Nasce a Napoli, nel rione Sanità, il 20 aprile 1974. Laureato in Giurisprudenza, dal 2004 lavora a Il Sole 24 Ore a Milano. Scrive di giustizia, lavoro, fisco. Ma la sua vera passione è lo sport. Ha giocato a pallanuoto fino ai vent’anni. La sua specialità erano le “palombelle”, ben prima che Nanni Moretti ci intarsiasse attorno un film. Dal 2007 si occupa di economia sportiva e, in particolare, dei “business” che ruotano intorno al mondo del calcio. È autore di Calcio & business, il più autorevole e seguito blog dedicato all’economia del calcio. È opinionista per Radio 24, SkySport e Raisport. Con Gigi Garanzini ha pubblicato Il Napoli di Maradona (2012). Goal Economy è il suo ultimo saggio uscito per Baldini&Castoldi nel 2015.
Per oltre trent’anni è stato magistrato presso il Tribunale, la Procura della Repubblica di Milano e la Corte di Cassazione, contribuendo ad alcune inchieste celebri, dalla Loggia P2 a Mani pulite. Nel 2007 ha lasciato la magistratura e da allora si dedica alla riflessione pubblica sulla giustizia e, con l’aiuto dell’Associazione “Sulleregole”, all’educazione alla legalità, attraverso incontri con studenti di tutta Italia, e proprio per tale attività ha ricevuto il Premio nazionale “Cultura della Pace 2008”. È presidente della Garzanti Libri e nel luglio 2012 viene eletto nel Cda della Rai. Tra i suoi saggi: Educare alla legalità (Salani, 2011), Il Perdono Responsabile (Ponte alle Grazie, 2011), Farla franca (Longanesi, 2012) e Lettera a un figlio su Mani pulite, (Garzanti, 2015).
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jeycoleman.com
ph: Andrea Cencini
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ġ Il suo sogno è fare un film pulp con Quentin Tarantino. Intanto indossa i panni di esperta informatica della Guardia di Finanza nella serie tv Squadra antimafia 7, di cui proprio a settembre diventa nuova protagonista. Premiata come attrice rivelazione al Festival delle Cerase per La terra dei santi, che ha segnato il suo debutto sul grande schermo, Daniela Marra si definisce una donna a tinte forti, determinata ma non senza fragilità. Forse in quanto figlia di Calabria (ha vissuto fino a diciott’anni a Reggio), «una terra difficile – dice – dove si impara a sapersi difendere». E intanto c’è chi la paragona, anche per una certa somiglianza fisica, ad Anna Magnani. Lei non ci pensa e continua a ritenersi un maschiaccio. «L’essere una compagnona e molto diretta con gli uomini – racconta – li diverte e stuzzica». Quegli uomini che la conquistano con l’intelligenza. «Quando un uomo è acuto – dice – lo vedi dal suo corpo, perché sta bene con se stesso e quindi è più armonioso. Natiche meravigliose, spalle larghe e altezza valgono meno di humor e intelligenza, quella vera, indipendentemente da cultura e studio». Brava, Daniela, ti aspettiamo in lidi sempre più prestigiosi...– ViPe
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F OTO DAV I D E B O N A I T I O TRT RO E H A I R : FAOG TOOS T M I NAOR IP A O RLC AH TI E M A K E U P : M A R C O P I R A S
IL PEGGIO DALLA RETE 1
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ŧ #AmoIlMioCorpo I commenti delle malelingue sono il prezzo da pagare per i personaggi famosi, ma quando è troppo è troppo! La povera Kim Kardashian non ne può più delle continue critiche: “Prima mi dicono che sono troppo magra, e ora che sono incinta commentano che sono troppo grassa…!” Perseguitata e spaesata, alla dolce Kim non resta che fare l’unica cosa possibile. E cioè? Ma pubblicare una sua foto nuda, ovviamente! Speriamo che così la gente la smetta di parlare. Del resto quando si è tanto discreti come lo è la Kardashian, essere sempre sotto i riflettori dopo un po’ dà noia!
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ŧ #VitaDaCani Vacanze vicino casa e pochi viaggi all’estero anche quest’anno, grazie a quella “piccola rogna” che chiamano crisi economica mondiale. Ma se lavoriamo duro, senza perdere mai la speranza, proprio come Paris Hilton, forse anche noi un giorno viaggeremo in prima classe come quei pochi fortunati che non sono costretti a tirare la cinghia… anzi, il collare! @PeterPan_Hilton #DallaCorsicaConAmore
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E ANCORA UNA VOLTA THE WINNER IS…. MATTEO SALVINI! » È risaputo che durante le vacanze estive gli italiani non fanno che pensare a come trascorrono il proprio tempo libero i politici. Forse è per questo che tra una discussione e l’altra, Salvini pubblica le sue foto da“ragazzo di montagna”. Ma da buon leghista non smette mai di lavorare e dall’alto delle vette solitarie ci informa con soddisfazione che“almeno lì…. non ci sono clandestini”. Non sarà mica che come soluzione al
problema immigrazione vuole proporci di trasferirci tutti su un cucuzzolo? #CheFreddoCheFa! Caro Matteo, ti promettiamo di seguire anche le “bestialità” di qualche tuo avversario politico, ma per favore, smettila di servircele su un piatto d’argento! Nel frattempo, dato che ci chiedi di mandarti le foto delle nostre vacanze, quasi quasi corriamo a farci un selfie! #PoveraItalia #SperiamoInUnaValanga
ŧ Nella ragnatela di selfie della rete non potevano mancare i meravigliosi scatti di Barbara d’Urso, che ogni giorno allieta i suoi fan immortalando tutto il suo talento. Tra una parmigiana di melanzane e un paio di occhiali da sole all’ultima moda, la d’Urso non dimentica di mandarci le sue foto anche mentre fa delle telefonate di lavoro: posa seria e look altamente professionale…“Scusa Barbara, ma che lavoro hai detto che fai?” #DonnaInCarriera @carmelitadurso
CINEMA E SERIE TV Ł DAL
2 SETTEMBRE
OPERAZIONE U.N.C.L.E. Regia Guy Ritchie Cast Henry Cavill, Hugh Grant, Armie Hammer, Alicia Vikander, Jared Harris Genere Azione, Commedia » Il grande Guy Ritchie torna sul grande schermo con una nuova spy story raccontata con il suo inconfondibile stile. Ispirata alla serie tv cult degli anni ’60, è la storia dell’agente della CIA Napoleon Solo e quello del KGB Illya Kuryakin che, in piena Guerra Fredda, sono costretti a mettere da parte le ataviche rivalità e unire le forze per eliminare una misteriosa organizzazione criminale internazionale. Il loro unico aggancio è la figlia di uno scienziato tedesco scomparso, la sola chiave per infiltrarsi nell’organizzazione e prevenire una catastrofe mondiale. La firma di Guy Ritchie basta e avanza per prendere un posto in prima fila, pop corn e bibita e godersi lo show. D I
C H I A R A
Ł DAL
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24 SETTEMBRE
EVEREST Regia Baltasar Kormaku Cast Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, John Hawkes, Jason Clarke, Robin Wright Genere avventura, drammatico » Basato sulle disastrose spedizioni del 1996 raccontate nel libro Aria sottile di Jon Krakauer, il film documenta le incredibili avversità attraversate da due diverse compagnie nella scalata alla vetta più alta del mondo. Una delle più feroci tempeste di neve mai affrontate dell'uomo metterà a dura prova il coraggio degli scalatori, in una lotta senza esclusioni di colpi per la sopravvivenza.
SER I ES
DAL 7 SETTEMBRE
© Foto Universal
STATE OF AFFAIRS
Canale Premium Stories
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» Se guardavate Grey’s Anatomy fingendo di voler far compagnia alla vostra fidanzata ma in realtà volevate godervi solo la spettacolare Katherine Heigl nei panni della dottoressa Stevens, beh, ora potete tirare un sospiro di sollievo. Da settembre, infatti, potrete ammirare la bella Kathe rinunciando ai drammi molto femminili del celebre ospedale per immergervi in un political drama americano che ha tutti i presupposti per diventare un successo. Su Premium Stories partirà la prima stagione di State of Affairs, in cui la Heigl interpreta Charleston “Charlie” Tucker, un’analista della CIA che lavora a capo di un team il cui scopo è quello di stilare ogni giorno una lista di priorità sulle crisi internazionali da consegnare al Presidente degli Stati Uniti. Se non siete sicuri di voler dare una possibilità alla serie, datela almeno a Katherine.
LIBRI
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MEZZANOTTE IN MESSICO
» In una calda sera dell'estate 2007, Alfredo Corchado, giornalista messicano, riceve una telefonata che gli cambia la vita. Un investigatore americano, in contatto con informatori all'interno dei più violenti cartelli messicani della droga, lo informa che qualcuno lo vuole morto. Un giornalista senza paura, impegnato a svelare i retroscena delle questioni più spinose del
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STORIE MONDIALI
suo paese. Uno dei suoi ultimi reportage riguarda un gruppo paramilitare nato da una scissione del cartello del Golfo: li chiamano Los Zetas e controllano alcune delle principali vie di distribuzione usate dal narcotraffico nel nord del Paese. Sono proprio loro a volerlo morto ma lui, invece che nascondersi, comincia ad indagare. Inizia così il viaggio di un uomo che, mentre lotta per salvarsi, cerca di comprendere la complessa situazione del suo Paese: un paese di contrasti estremi, in cui la disuguaglianza e l'ingiustizia rimangono problemi enormi. Una testimonianza fortissima e intensa di chi crede nel valore della libertà.
ALFREDO CORCHADO | MONDADORI | PP. 336 | 22 EURO
C H I A R A
» Dalla sconfitta più amara della storia calcistica, quella del Brasile contro l'Uruguay, al Maracanã, nel 1950, alla più bella vittoria dell'Italia, quella del mundial spagnolo del 1982, con l'indimenticabile urlo di Tardelli e l'esultanza di Pertini nella tribuna d'onore. Azioni memorabili viste mille volte, ma mai vissute come in queste pagine appassionanti che, rievocando le
musiche, le atmosfere, gli eventi politici e i fatti di cronaca legati ai mondiali, celebrano l'incanto del gioco più bello del mondo. E i due giornalisti Sky sanno perfettamente come raccontare ed emozionare.
FEDERICO BUFFA E CARLO PIZZIGONI | SPERLING & KUPFER | PP. 304 | 16,90 EURO
GOAL ECONOMY, COME LA FINANZA GLOBALE HA TRASFORMATO IL CALCIO » Se a tutti noi la parola calcio suscita per lo più emozioni inenarrabili ai non innamorati del pallone e fa pensare a intere domeniche incollati alla tv e gioie e dolori che solo la squadra del cuore può dare, Marco
Bellinazzo ci toglie un po' di magia per renderci più consapevoli di quello che accade dietro questa grande macchina del calcio mondiale. Il giornalista del Sole24ore analizza tutte le cifre e le strategie finanziarie dei prin-
cipali team e Leghe di ogni continente, mostrandoci come gli intrecci di interessi di corporation, broadcaster, fondi d’investimento e governi stiano cambiando la geografia economica dello sport più ricco del pianeta.
M ARCO BE LLINAZZO | B A LDIN I & CASTOLDI | PP. 568 | 19 EUR O
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MOSTRE
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L’ARTE di PLAYBOY A P P U N T A M E N T I
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P E R D E R E
TOM SANDBERG
Per i più nordici
AROUND MYSELF » Al Foro Boario una mostra dedicata alla fotografia contem-
poranea dell'Europa Nord Occidentale con oltre 70 opere di 18 artisti, da Wolfgang Tillmans ad Jonny Briggs, che mettono in mostra la vivacità e l’eterogeneità di tendenze dell'area geografica che abbraccia Germania, Gran Bretagna e Scandinavia. Cuore dell’allestimento sarà un importante omaggio al fotografo norvegese Tom Sandberg, scomparso nel 2014, le cui opere intendono dialogare con quelle degli altri artisti europei in un gioco di rimandi e affinità più o meno evidenti. MODENA | FORO BOARIO | 18 SETTEMBRE – 10 GENNAIO 2016
DAGLI IMPRESSIONISTI A PICASSO
Per veri intenditori
I CAPOLAVORI DEL DETROIT INSTITUTE OF ARTS » Per
l’eccezionale periodo di 200 giorni, il Detroit Institute of Arts si trasferisce a Genova con una selezione di cinquantadue capolavori: un’occasione da non farsi scappare per ammirare capolavori dei più grandi pittori del ‘900 nel loro periodo di massima espressione artistica e per
ripercorrere all’inverso il tragitto che da Detroit porta al vecchio continente. Monet, Van Gogh, Renoir, Degas, Picasso, Matisse, Kandinsky, artisti capaci di anticipare il gusto del moderno attraverso le loro tele, espressione di tutte quelle novità e stimoli che hanno caratterizzato l’Europa di inizio ‘900.
G EN OVA | A P PA RTAM ENTO D E L D O GE | 2 5 S E TTEMB R E – 19 A PR ILE
LA DIVINA BELLEZZA DISCOVERING SIENA » 800
mq di proiezione frontale sulla facciata dello splendido duomo senese con musiche originali: uno spettacolare show di video 3D che fa rivivere la storia di una delle città più
Per i più tecnologici belle del mondo. Il video mapping durante le sere di fine estate crea un vero e proprio viaggio sbalorditivo, in un connubio tra storia e tecnologia che lascia a bocca aperta.
SIEN A | DUOMO DI SIEN A | FIN O A L 3 0 SETTEMB R E
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MUSICA
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C H I A R A
M A Z Z E I
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A L B U M I N U S C I TA
THE MUSIC PLAY DAL 18 SETTEMBRE
KEITH RICHARDS CROSSEYED HEART
A Dopo vent'anni dall'ultimo album da solista, la leggenda del rock Keith Richards torna con un album che lo vede protagonista senza le “pietre rotolanti”. Crosseyed Heart è un viaggio musicale che spazia dal reggae al rock, dal country al blues. Anticipato dal singolo Trouble, di cui Richards è autore insieme a Steve Jordan e in cui suona chitarra elettrica e acustica, basso e canta addirittura anche nei cori, l'album ha tutta l'aria di essere qualcosa di veramente esplosivo. “È stata una figata fare questo disco”, ha detto. “Non c’è niente come entrare in studio senza avere la minima idea di quello che ne verrà fuori. Se siete in cerca di ‘trouble’ siete venuti nel posto giusto”.
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S
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EVENTI
12 E 13 SETTEMBRE
DAL 3 AL 6 SETTEMBRE
6 SETTEMBRE
LOLLAPALOOZA
HOME FESTIVAL
LINKIN PARK
A La prima versione europea del celeber-
A 11 aree spettacolo, 200 concerti, 8 palchi: questi i numeri della sesta edizione di un Festival che si sta imponendo come uno dei migliori appuntamenti musicali del panorama italiano. Anche quest'anno grandi protagonisti: FFS•Franz Ferdinand&Sparks, Paul Kalkbrenner, Interpol, Negrita, Simple Plan, J-Ax, Fedez, Alpha Blondy, Marracash e molti altri. Imperdibile!
A Dopo l’incredibile show dell’anno
Info. www.homefestival.eu
Ł Info. www.ticketone.it
TRE VISO | ITA LIA
R OMA | ITA LIA
rimo festival che almeno una volta nella vita bisogna assolutamente vedere. Sul palco installato nel centro della capitale tedesca saliranno i Muse, The Libertines, Macklemore & Ryan Lewis, oltre che Tame Impala, My Morning Jacket, Sam Smith, gli FFS (progetto inedito che vede coinvolti i Franz Ferdinand con gli Sparks), Hot Chip, Belle and Sebastian, Run the Jewels, Little Dragon, Bastille, Fatboy Slim. Info. www.lollapaloozade.com B E R L IN O | G E R MANIA
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scorso a Milano, dove i membri del gruppo invitarono il pubblico a filmare la loro performance di Until It’s Gone per un flash mob, contribuendo così in massa alla creazione del video musicale della canzone, The Hunting Party Tour torna in Italia con una data imperdibile nella capitale. E ci aspettiamo qualcosa di altrettanto eccitante.
MUSICA
JOHN SCOFIELD UNA DELLE CHITARRE PIÙ CELEBRI DEL JAZZ TORNA CON UN NUOVO DISCO » 40 anni di musica. 40 anni dedicati a scandagliare e ap-
profondire tutte le sfaccettature del jazz, in compagnia dei più grandi musicisti di sempre, da Chet Baker a Miles Davis, passando per Pat Metheny. John Scofield è uno di quelli che la chitarra la fa parlare. Sentirlo suonare è un'esperienza che difficilmente si può scordare. E a settembre esce col il nuovo disco Past Present, che riflette perfettamente la sua filosofia musicale: in esso Scofield sottolinea l'importanza di essere esperti delle profonde e complesse radici della musica e, allo stesso tempo, spontanei e genuini nel momento della performance. Difficile, ma non per lui, che ci riesce con una naturalezza che ha della magia.
PLAYBOY: Parliamo della tua ultima fatica, Past Present. Come lo definiresti? SCOFIELD: Trovo molto difficile dare definizioni in musica perché nessuna è davvero completa. Penso, comunque, che sia un jazz che affonda le radici nel passato, nel jazz tradizionale degli anni '30, '40 e così via; ma è anche calato nel presente perché è differente, perché noi apparteniamo ai tempi moderni perciò questo è il motivo per cui l'album si chiama Past Present e questo è quello che la musica è. PLAYBOY: Il titolo prende spunto da una citazione di William Faulkner, “Il passato non è mai morto, non è neanche passato”. Cosa significa per te? SCOFIELD: Quando suoni jazz tu impari molti altri tipi di musica e impari una sorta di vocabolario. Questa è una musica dal passato, quando improvvisi, improvvisi i riff e frasi musicali che provengono da tutto il patrimonio jazz, non è una tua musica personale. Quando sei nel momento di suonarla, ti viene in mente proprio come ti viene in mente una parola mentre hai una conversazione con una persona, per cui in qualche modo è anche calata nel momento. È una musica del passato che è innestata nel presente e diventa speciale in questo modo. PLAYBOY: In questi anni hai suonato con alcuni dei migliori musicisti di sempre, da Miles Davis a Pat Metheny. Cosa ti hanno lasciato a livello umano e professionale?
SCOFIELD: Penso che tutto quello che ho imparato sulla musica l'ho imparato dallo studio dei miei predecessori, perché ho cominciato come fan del jazz e imparare a suonare la chitarra è stata una cosa secondaria. Sono cresciuto ascoltando Miles Davis e, dopo, quando ho lavorato con lui, è stato molto più illuminante conoscere l'essere umano che c'era dietro: mi ha solo dato dei suggerimenti, io gli ho dato ascolto in un modo in cui non ho mai dato ascolto a nessuno e mi sono fidato completamente di lui. Anche da persone come Pat Metheny e Joe Lovano ho imparato tantissimo anche da loro solo parlando di musica quando abbiamo lavorato insieme e
ascoltandoli, perché loro sono dei musicisti eccezionali. PLAYBOY: Hai esplorato molti tipi di musica, suonato con grandi artisti in gran parte del mondo. C'è qualcosa che non hai ancora fatto e vorresti fare? SCOFIELD: Beh, un giorno mi piacerebbe molto suonare con Sonny Rollins, ma sarà dura perché ormai è molto vecchio, ma lui per me è un idolo un po' come Miles. Così anche con Steve Winwood... Nel mondo del jazz cambiamo spesso partner, abbiamo un sacco di collaborazioni, per cui è stato meraviglioso per me poter collaborare con così tante persone e in effetti mi piace anche quando continuo a lavorare con loro come con Joe Lovano, che è anche un buon amico. Ma la cosa che amo di più è imparare nuova musica e imparare ancora di più sulla musica in generale: è l'emozione più grande per me, anche più dell'adrenalina che ottieni dal fatto che le persone ti amano.
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I TOP 5
ECCO I MIGLIORI POSTI DOVE ANDARE A VIVERE NEL MONDO D I
G I U S Y
I O R L A N O
» Basta! Cambio vita, mollo tutto e vado via. A chi, almeno una volta nella vita, non è venuto in mente questo pensiero? Complice un costo della vita sempre più alto, una tassazione elevata e prezzi più che raddoppiati, gli italiani non ce la fanno più. L'ultimo segnale arriva da un'elaborazione dei dati Eurostat: dal 2008 al 2013, con il perdurare della crisi economica, sono emigrati più di mezzo milione di italiani, quasi tutti tra i 15 e i 34 anni, quasi tutti all'interno dell'Unione europea. Ma rimanere in Europa conviene davvero? Quali sono i posti nel mondo dove, con il nostro reddito medio, potremmo vivere più che bene, mollare tutto e ricominciare daccapo?
¾ A stilare la classifica dei luoghi da preferire in base al costo della vita ci ha pensato il portale Movehub che ha analizzato, attraverso i dati raccolti da Numbeo, i posti più economici e più costosi in cui vivere tra 119 Paesi. I primi cinque Paesi più “cheap”, in base ai dati del Consumer Price Index, sono le nazioni asiatiche e del Nord Africa di India, Nepal, Pakistan, Tunisia e Algeria. I cinque Paesi più adatti, invece, a “drenare” il nostro conto in banca sono la Svizzera, la Norvegia, il Venezuela (con un'inflazione che
viaggia al 60%), l'Islanda e la Danimarca. Il Regno Unito si è classificato decimo. Se, poi, stiamo prendendo in considerazione l'idea di rimanere nei paraggi spostandoci magari in Europa continentale o del Nord, meglio ripensarci! L'Est e il Sud sono molto più economici. Quindi vale la pena guardare a Paesi come la Moldavia, la Macedonia, la Georgia, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Bulgaria. A Sud, nel Mediterraneo, Egitto e Marocco si sono classificati come alcune delle nazioni più economiche al mondo insieme a Colombia e Filippine. Ma in questi casi bisognerebbe fare qualche ulterioVe riflessione, soprattutto a livello di sicurezza.
I PAESI + “cheap” 1
INdiA 2
NEPAL 3
PAKISTAN 4
TUNISIA 5
ALGERIA
QUANTO MI COSTA? » COLOMBIA É una delle mete preferite per chi espatria e intende cambiare vita, in questo Paese lo stipendio medio é di circa 400 euro. Per acquistare un immobile il prezzo medio al metro quadro si aggira intorno ai 996 euro per un appartamento in centro città, tipo quelle più densamente popolate come Bogotá (9 milioni di abitanti), Cajicá o Chia. Le strutture sanitarie private sono di buon livello e decisamente più attrezzate delle strutture pubbliche, ma a costo molto elevato. Il Paese è tuttora caratterizzato da alti indici di violenza, soprattutto per la presenza di gruppi armati illegali (Farc, Eln) e alla criminalità organizzata dei narcotrafficanti. Si è tuttavia notato un certo miglioramento nella sicurezza, con un’importante diminuzione del numero di omicidi e sequestri. » FILIPPINE A Manila si pranza tranquillamente in due, in un ristorante tre stelle, con poco più di 15 euro o comprare un pacco di sigarette a 1,23 euro. Affittare un appartamento con tre camere da letto in periferia costerebbe meno di 500 euro al mese. Ma nell’arcipelago con uno dei più bei mari e alcune fra le più belle spiagge del mondo (Palawan, Boracay, Mindanao) c’é da tenere in conto il fattore sicurezza. Persiste, infatti, nel Paese il rischio di attentati e sequestri di persone, incluse alcune località turistiche e la capitale Manila. La qualità delle strutture sanitarie pubbliche, inoltre, é da ritenersi inadeguata anche nei grandi centri, mentre è decisamente scarsa nelle zone periferiche.
» THAILANDIA É un posto tanto lontano quanto incantevole, cambiare vita e trasferirsi in questo Paese meraviglioso è il sogno di molti. Gli affitti nelle zone non turistiche si aggirano attorno ai 180 euro al mese per un piccolo appartamento, mentre per l’acquisto di una casa di 85 metri quadri si viaggia sui 100mila euro. Un litro di benzina costa 0,88 centesimi mentre lo stipendio medio è di circa 473 euro mensili. Il servizio sanitario thailandese è buono, le strutture sanitarie private locali sono ottime.
» INDIA Nel Paese del Taj Mahal si riesce ad acquistare un paio di jeans di marca a 30 euro o ad affittare un appartamento di 85 metri quadri in una zona costosa con circa 300 euro al mese. Ma la situazione sanitaria non è delle migliori, come pure quella della sicurezza per gli stranieri soprattutto nei grossi centri, dopo i diversi attentati terroristici che si sono registrati nel Paese.
DAL 2008 ALL 2013
CON IL PERDURARE DELLA CRISI ECONOMICA
ITALIANI SONO EMIGRATI
TRA I 15 E I 34 ANNI 24
DRINK
INGREDIENTI
• 45 ml Gin Bombay Sapphire • 20 ml St. Germain • 20 ml Blue Curaçao • 20 ml succo fresco di limone • 30 ml succo fresco di ananas
I MIGLIORI BARTENDER CREANO I LORO COCKTAIL PER PLAYBOY » Un drink frivolo, bello e profumato. Proprio come le “new divas” da cui trae ispirazione. Con il gusto rotondo del Bombay Sapphire, affiancato dal profumo dei fiori di sambuco del St. Germain e l'arancio del Blue Curaçao. Proprio il colore dà un twist volubile e moderno al cocktail. Drink blue and be happy!
PREPARAZIONE
1. Preparare la coppetta raffreddandola con del ghiaccio, tagliare la buccia di limone e poi spremere il limone per estrarne il succo. 2. Versare in un boston shaker (due pezzi) nell'ordine succo di limone, succo d'ananas, St. Germain, Blue Curaçao e, infine, Gin Bombay Sapphire. 3. Colmare di ghiaccio a cubetti il boston shaker, sigillarlo e shakerare energicamente. 4. Svuotare la coppetta del ghiaccio e versare il cocktail, filtrandolo con un passino. 5. Guarnire con la buccia di limone e godersi il cocktail.
GUARNIZIONE
Una buccia di limone
TECNICA DI PREPARAZIONE
Shake and double strain Il Sapphire trae il nome dalla Stella di Bombay, uno zaffiro di 182 carati trovato in Sri Lanka
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A L E X A N D E R
F R E Z Z A
» Noto per le sue originali creazioni, è socio della Bar in Movimento cocktail catering e padrone di casa del bar L'Antiquario di Napoli
Gusto inconfondibile e massima freschezza Birra dell’Alto Adige
Per la produzione vengono usati cereali, malto e acqua provenienti esclusivamente dall’Alto Adige. I birrifici altoatesini li lavorano in modo assolutamente tradizionale ed artigianale al fine di produrre la vera birra dell’Alto Adige. www.birraaltoadige.com
Birra
R U B I O
FOOD I grandi chef e le loro ricette ispirate da
C H E F
PLAYBOY
p reparazione
ingredienti • Alici fresche 400 gr • Farina di mais 200 gr • Ocra 100 gr • Peperone dolce 100 gr • Olio di arachide 500 ml • Olio extravergine d'oliva 30 ml • Aceto di vino bianco 50 ml • Un frutto della passione • More 50 gr • Mirtilli 20 gr • Erbe miste (rosmarino, timo, mirto. Menta) q.b. • Peperoncino fresco q.b. • Sale 5 gr • Zucchero 15 gr • Pepe q.b.
D E L L O
ial " ni e fru tta a f " a l l o fr itteocara , p ep er a di t a l a s n con i 1
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» In un pentolino mettete a
» A questo punto tritate il peperoncino e le erbe, quindi mettete il tutto in infusione qualche istante nello sciroppo e, nel caso sia necessario, aggiustate di sale.
scaldare aceto sale e zucchero e una volta raggiunto il bollore toglietelo dal fuoco. 2 » Tagliate in pezzi ocra (vegetale che ha la forma di un peperoncino verde e ha un sapore che ricorda quello degli asparagi) e peperone dolce e arrostiteli in padella per qualche minuto.
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! Passato da rugbista e padrone di casa di Unti e Bisunti, la serie dedicata allo street food in onda su DMAX (canale 52 dt free), è l'anti chef per eccellenza, tatuato, rude nei modi e noto per il suo approccio molto fisico al cibo.
» Eviscerate le alici e dopo
averle passate nella farina di mais, friggetele. Quando raggiungono il caratteristico colore dorato scolatele e subito bagnatele con lo sciroppo alle erbe. Non rimane che comporre l'insalata con le verdure arrostite, i semi del frutto della passione, le more e i mirtilli.
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ISOLA DI FAIAL
» “In questo piatto – spiega lo chef – l'agrodolce e la leggera acidità del frutto della passione e dei frutti rossi vanno a pulire la bocca e ad aumentare la salivazione. L'ocra, quando cotta, ha una consistenza gradevolmente viscida che accarezza il palato. L'eros è negli ingredienti stessi, se cotti bene e ben presentati, e nell’estetica del piatto, oggettivamente bello perché senza regole di impiattamento, come senza regole dovrebbe essere il letto. Faial è un'isola delle Azzorre dove ho mangiato un qualcosa di simile, guardando l'isola di Pico, e per me è stato molto erotico”.
Collezione LA CLASSICA CONTURA
Villeroy&Boch, Arti della Tavola, Via Montebello 35, 20121 Milano tel. 02 655 84 91
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I N V I N O V E R I TA S
MOSER, DALLE DUE RUOTE AI GRANDI VINI D I
F R A N C O
CARATTERISTICHE
F A G G I A N I
VI TI GN O CHA R DON N AY 100% DEN OMI N A ZI ON E TR EN TODO C SEN SA ZI ONI COLOR E B R ILLA N TE , PER LAGE FIN E, SEN TOR I D I LIEVITO E MEL A . IN B OCCA FR ESCO, SA P I DO E PER SISTENT E GR A DI 8° -10° A B B I N A MEN T I ECCELLEN T E A PER ITIVO CA PACE DI ACCOMPAGNA RE IN GR A N DE STILE A N CHE UN IN TER O PASTO PR EZZO A PA RTIR E DA 25 EURO
NELLA TENUTA DI GARDOLO DI MEZZO, VICINO TRENTO, COL CAMPIONISSIMO E TUTTO IL SUO CLAN PER SCOPRIRE LE PREGIATE ETICHETTE CHE CON PASSIONE HANNO CREATO. DI CUI UNA IN ONORE DEL RECORD MONDIALE DELL'ORA SU PISTA DI QUEL MEMORABILE 23 GENNAIO 1984 A CITTÀ DEL MESSICO...
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anno voluto la bicicletta? Allora non devono far altro che pedalare». Se lo dice, sornione, lo Sceriffo, c’è da credergli. Lo Sceriffo, definito così per la sua capacità di saper gestire qualsiasi squadra, è Francesco Moser e i destinatari dell’esortazione sono i suoi tre figli, Carlo, Francesca e Ignazio, sommelier e agronomi, e suo nipote Matteo, enologo. Tutta la giovanissima squadra
ha, infatti, scelto di crearsi un futuro a Maso Villa Warth, la bella tenuta agricola che i Moserissimi hanno a Gardolo di Mezzo, borgo collinare poco a nord di Trento. Tutta la terza dinastia dei ragazzi Moser (i più giovani viticoltori dell’intero Trentino) lavora dunque tra filari e botti. Compreso Ignazio, il bocia, studi di agronomia, stesso nome del nonno, quello che aveva iniziato negli anni ’50 a fare buon vino, e stessa attitudine “spor-
tiva” del padre, visto che aveva imboccato la strada faticosa ma subito ricca di vittorie del professionista delle due ruote. «Ma sono sceso di sella rapidamente, tanto mio padre sarebbe stato comunque irraggiungibile. Preferisco sfruttare al meglio i miei studi e metterli a disposizione del gruppo», dice Ignazio, con una saggezza superiore ai suoi 23 anni e uno spirito, per scelta, da pregiato gregario che gli fa onore.
I N V I N O V E R I TA S
DUE BUONI MOTIVI PER ANDARCI
UN'AVVENTURA COMINCIATA NEL 1997 Maso Warth fu acquistato da Francesco e dal fratello Diego nel 1987. Una bella dimora del 1600 in cui i vescovi salivano a soggiornare e a ritemprarsi dalle fatiche del Concilio di Trento. Tre anni dopo era già diventato il centro nevralgico dell’azienda, dotandosi di strutture all’avanguardia, con un impianto fotovoltaico e una centrale termica alimentata con gli scarti della lavorazione del bosco e delle vigne. A tutto vantaggio dell’ambiente e della salute del vino. «L’ambiente va protetto perché tutti ne possano beneficiare, perché
è quello in cui noi siamo nati e dove continueremo a vivere», dice lo Sceriffo che, mentre i ragazzi sono a trafficare tra lieviti, mosti, gradi zuccherini, polifenoli, bolle di consegna e disciplinari, continua a scorrazzare agilmente tra i filari a bordo del suo… trattore. «Io in fondo non sono altro che un agricoltore prestato al ciclismo, e il prestito è scaduto da un pezzo». Francesco Moser è stato indiscusso primo attore del ciclismo mondiale dal 1973 al 1988, vincendo tutto quel che c’era da vincere. Ancora oggi è il ciclista italiano con il maggior numero di vittorie in carriera, 273. Fino a diciotto anni si
QUEI 51,151 CHILOMETRI... TTO ENO
QUANDO » Il 23 gennaio 1984
DOVE » Sulla pista di Città del Messico
era dovuto dedicare alla campagna, alle mele, alle vigne di famiglia. Intorno alla tavola di Palù di Giovo, dove è nato e dove prese il via l’attività agricola, la sera si ritrovava con undici fratelli (e sorelle) e già Enzo, Diego e Aldo, il più quotato, s’erano impegnati a pedalare sulle strade di allora. «Quando Aldo ha smesso – ricorda Francesco – sono potuto salire in sella io, prima mia madre Cecilia me lo aveva proibito; perché, visti quanti eravamo, non si poteva sottrarre forza lavoro alla campagna. Da queste parti fino agli anni ‘70 tra i filari si passava ancora con l‘aratro attaccato al cavallo».
A. Maso Villa Warth (www. cantinemoser.com) vanta una proprietà di 25 ettari, di cui 10 a vigneto, disposto ad anfiteatro, e 15 a bosco. Si coltivano uve tradizionali trentine come moscato giallo, teroldego, pinot nero, lagrein, traminer, riesling e Müller Thurgau, per ottenere i vini omonimi. Lo Chardonnay è, invece, riservato allo Spumante Trentodoc etichettato 51,151. L’azienda accoglie volentieri i visitatori, su prenotazione. B. Oltre ad assaggiare i vini eccellenti è possibile vedere anche l’incredibile museo di casa Moser, con le biciclette, le maglie, i trofei, i ricordi di tutti i componenti della famiglia che hanno pedalato per le strade del mondo. C’è anche un cubetto di porfido della Parigi-Rubaix, che Francesco Moser ha vinto tre volte. E la bici del famoso record dell’ora.
» Francesco Moser batte il record mondiale dell’ora percorrendo 51,151 chilometri. Quel numero, che resistette a lungo negli annali ed è ancora il simbolo del primato sull’ora, è oggi sull’etichetta di uno dei più blasonati vini dell’azienda (anche se il Moscato Giallo...), uno Spumante Trentodoc Metodo Classico, ovvero ottenuto dalla rifermentazione naturale sui lieviti per almeno 24 mesi. Spesso, pure lui,
sul podio dei migliori vini italiani con le bollicine. Un record, anche questo, destinato per sua natura a essere un giorno superato da qualcuno degli altri vini dell’azienda, per mano dei Moserissimi. «Purché restino intatti gli ingredienti di base», dice il Gran Maestro della pedivella, come probabilmente lo avrebbe definito Gianni Brera, il mito dei giornalisti-bevitori, “ovvero passione, impegno e fatica”.
QUANTO » 51,151 Km in un’ora
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Ŋ A Miami si sta sempre bene. Con una temperatura media an-
nua di 24°C e il sole che splende perennemente, è la meta ideale per ogni stagione. Aperta H24 e brulicante di locali di ogni tipo, è una metropoli cosmopolita, un melting pot di culture che si mescolano dando vita a situazioni parecchio stimolanti. Miami è un mix di tendenze, spiagge, sport, showbiz, Ferrari, ragazzi e ragazze super fit che fanno jogging sul lungomare, hotel super lusso, vita notturna, arte, design e ristoranti fra i più quotati degli States. Una delle città più ambite della Florida, ma anche di tutto il Paese, resa celebre nel mondo dalle sue architetture Art déco e dalla serie Miami Vice dei detective Crockett e Tubbs...
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SPIAGGE, ART DÉCO E DESIGN South Beach, col caratteristico Art déco district dalle architetture anni Venti vista mare, è sicuramente la più famosa, frequentata da modelle e sportivi perennemente abbronzati e palestrati, ideale per alternare giornate al mare a serate vip avendo come sfondo l’Atlantico. Tra i posti più cool Nikki Beach, punto di ritrovo per modelle e gente dello star system. Ma South non è l'unica. Miami Beach si estende, infatti, per 35 miglia, da South Beach, appunto, a Sunny Isles: un susseguirsi di splendide spiagge sabbiose. Fra tutte,
North Beach, detta NoBe, e Hoble, eden degli sport su tavola, non a caso detta "Windsurfer Beach". Stupende anche le spiagge di Key Biscayne, da cui si gode una delle viste più spettacolari sullo skyline di Miami. Lasciate (con fatica) le spiagge, non si può non fare un giro a Downtown, il cui cuore è Flagler Street, mecca dello shopping, e al Design District: un brulicare di gallerie, atelier, studi di design e architettura. Come pure al confinante Wynwood con i suoi Wynwood Walls dedicati ai murales urbani. Fra gli indirizzi per lo shopping (Miami, vista la quantità e
varietà di negozi, rappresenta un vero rischio per il portafoglio... quindi attenti se siete in giro con qualche donna!), Alchemist, in Lincoln Road. Se volete avere una prospettiva inedita sulla città, usate la Metromover, la metropolitana sopraelevata che offre viste di grande impatto sul centro città. 2 MELTING POT
MADE IN FLORIDA Volete avere l'impressione di essere a Cuba pur trovandovi nel cuore di una delle città da sempre più liberali degli Stati Uniti? Bene, fate un salto a Little Havana (A). Qui abita la maggior parte degli immigrati cubani. Per il meglio
B
del cibo cubano, Calle Ocho, cuore ed emblema di tutto il quartiere e delle sue caraibiche atmosfere. Gli estimatori del jazz mettano in conto una puntatina a Coconut Grove; quelli del verde a Coral Gables: un vero giardino tropicale con enormi alberi lanosi, palme altissime, ville in stile andaluso. Il Miami Seaquarium è, invece, tra i più bei parchi marini d'America, dove si assiste alle acrobazie di orche, foche e delfini.
è celebre per i piatti a base di granchio. Se si è alla ricerca di un “covo” romantico, il Red Fish Grill è quello che fa per voi, mentre se si è caccia di celebrities, provate la cucina giapponese di Zuma. Legato alla cultura del cibo, fino al 30 settembre si svolge il Miami Spice Restaurant, che consente di prendere parte a esclusive esperienze gastronomiche a prezzi super scontati. Altro evento imperdibile di
settembre è il WWE Smackdown, per ammirare da vicino le star del wrestling all'AmericanAirlines Arena, uno dei templi mondiali di questa disciplina. In quanto a locali ce n'è davvero per tutti i gusti. Ocean Drive, che costeggia South Beach, offre ampia scelta. Prima fate un salto al vicino New World Symphony Center (B), sulla 17esima, progettato da Frank Gehry e fucina di tanti eventi. Fra i lounge bar più di tendenza, il Bâoli, in Collins Avenue, e, tra i discoclub, Amnesia, sempre in Collins Avenue, e il Mokai, sulla 23esima, animati da dj superstar. Fra gli alberghi, il Metropolitan by Como, lussuoso 5 stelle dell'Art Deco District
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3 DOLCE VITA A MIAMI Miami è una delle capitali della gastronomia stelle e strisce. Qui si trova davvero ogni tipo di cucina e chef fra i più noti e quotati del Paese. Joe Stone Crab è una vera istituzione per la cucina di pesce: aperto nel 1913, q W W W. M I A M I A N D B E AC H E S . I T
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SCHEDA
MASE RAT I S Q 4
LA GHIBLI ENTRA NEL MERCATO DELLE AUTO SPORTIVE PREMIUM FORTE DI UNA QUALITÀ E DI UN’ARTIGIANALITÀ ESCLUSIVE, CHE INCLUDONO SOLUZIONI HI-TECH E PARTICOLARI DI LUSSO FRUTTO DELLA PARTNERSHIP FRA LA CASA DEL TRIDENTE ED EMERNEGILDO ZEGNA
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er la Casa del Tridente è un ottimo periodo, forte di vendite che mostrano risultati di consolidamento ininterrotto: +13% nei primi sei mesi del 2015 e 778 nuove vetture immatricolate nella sola Italia rispetto al primo semestre 2014. Un momento molto adatto anche per stringere partnership, come quella con un altro grande brand del made in Italy, massima espressione della qualità artigianale e dell'eccellenza italiana, Ermenegildo Zegna, cha ha firmato nuovi interni per le berline Maserati “Ghibli” e “Quattroporte”, presentati di
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recente alla stampa internazionale e disponibili dalla metà di settembre 2015.
ELEGANZA MADE IN ITALY Un binomio all’insegna dell’eleganza, della raffinatezza e dell’esclusività, quella tra Maserati e Zegna, per un concetto di lusso che strizza l’occhio al passato, ma che si esprime all’insegna della tecnologia per un risultato fresco e decisamente contemporaneo. Rispetto all'ammiraglia Quattroporte, la Ghibli è più corta, più leggera, più dinamica, meno costosa e più parsimoniosa. Il team di progettazione aveva il
difficile compito di produrre una berlina che sottolineasse le sue caratteristiche di guida più dinamiche attraverso una personalità dall'aspetto aggressivo, ma che mantenesse allo stesso tempo evidenti collegamenti visivi con la Quattroporte. La silhouette della carrozzeria riflette lo stile da coupé della berlina “Quattroporte”, mentre la calandra e i fari sono caratterizzati da linee sinuose. La calandra, in particolare, trae ispirazione dall'attuale GranTurismo e rimanda alla classica A6 GCS degli anni '50. Il profilo laterale è dominato dalla “swage line” che
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si sviluppa dalle tradizionali prese Maserati dietro alle ruote anteriori per terminare dietro ai proiettori posteriori. Viene inoltre mantenuto il montante posteriore distintivo di Maserati, uno dei principali elementi a cui la vettura deve il suo aspetto da coupé, che presenta il classico logo, perpetuando una tradizione risalente al 1963.
» Gli interni, come l’esterno, rivelano il carattere giovane e sportivo che si sposa perfettamente con il lato lussuoso dell’auto
INTERNI DAL DESIGN SPORTIVO All'interno la vettura si distingue nettamente dalla Quattroporte. Lo specifico design del cruscotto soddisfa, infatti, perfettamente il suo carattere più sportivo e giovane, senza per questo perdere nulla del lusso che ci si attende da una vera Maserati. Personalità, sportività ed eleganza si fondono grazie al cruscotto “a binocolo” e al volante a tre razze con corona sagomata. Il Gps, dal generoso schermo di 8,4”, domina la massiccia consolle, che accoglie anche i comandi del climatizzatore e il tasto che attiva il lampeggio d’emergenza. Le poltrone sono comode, non eccessivamente sagomate e rivestite in pelle di qualità. Lo spazio non manca né in larghezza, né in lunghezza, ma dietro si viaggia comodi soltanto in due per via della
seduta del divano, rialzata al centro, e per il grande bracciolo estraibile, all’interno del quale sono stati ricavati diversi vani, e dove si trovano le prese Aux e Usb. La Ghibli entra nel mercato delle auto sportive premium, forte di una qualità e di un’artigianalità esclusivi, che includono particolari di lusso quali il display Maserati Touch Control, la pedaliera regolabile, la telecamera per la retromarcia, gli interni in pelle Poltrona Frau e l'impianto audio Bowers & Wilkins da 15 altoparlanti, il WiFi WLAN e la compatibilità con i più moderni cellulari. A tutto questo sarà possibile aggiungere presto gli esclusivi tessuti by Ermenegildo Zegna. E sempre in nome del “bello e ben fatto”, Maserati e Zegna saranno anche le prime aziende a sostenere insieme il restauro della fontana del Nettuno di Bologna.
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TECNOLOGIE D'AVANGUARDIA La soglia bassa e l’ampiezza dell’apertura agevolano l’accesso al vano bagagli, che vanta una capacità di 500 litri; va inoltre segnalato che, grazie al pratico divano reclinabile, il volume di carico arriva sino a 990 litri, facendo posto a oggetti lunghi fino a due metri. L'auto impone nuovi standard qualitativi sotto ogni aspetto, dal design, allo sviluppo, alla produzione, fino ai controlli di processo. È prodotta in un nuovo stabilimento dove la tradizionale lavorazione artigianale di Maserati è affiancata dall'utilizzo di tecnologie all'avanguardia, che sono in grado di garantire una qualità eccellente grazie al controllo anche dei minimi dettagli.
Cambio rapido e accelerazioni fulminee » La Ghibli V6, la Ghibli S, la Ghibli S Q4 e la Ghibli Diesel utilizzano tutte un cambio automatico a otto rapporti a garanzia delle loro prestazioni, per un comfort ininterrotto con rapidi cambi marcia e accelerazioni ful-
minee. Tutti i modelli assicurano un handling straordinario grazie alla ripartizione del peso perfettamente bilanciata, alle sospensioni anteriori a doppio braccio oscillante e a quelle posteriori allo stato dell'arte a 5 bracci.
» Le versioni a benzina assicurano alte prestazioni grazie al motore V6 twin-turbo da 3,0 litri, con due livelli di potenza: 330 CV, accelerazione da 0 a 100 km/h in 5,6 secondi e velocità massima di 263 km/h (Ghibli V6); 410 CV, accelerazione da 0 a 100 km/h in 4,8 secondi e velocità massima di 284 km/h (Ghibli S). Quest’ultima versione è disponibile anche a trazione integrale, per aumentare la sicurezza e la certezza di poter affrontare qualsiasi condizione meteo (Ghibli S Q4). La Ghibli è anche la prima Maserati della storia a essere alimentata da un motore diesel. Il turbodiesel V6 assicura tutto il sound, la raffinatezza e il piacere di guidare tipici di Maserati e consente allo stesso tempo consumi di carburante inferiori ai 6 litri per 100 km nella formula NEDC. La Ghibli diesel è anche la prima Maserati con tecnologia Start-Stop. Due i livelli di potenza: 250 CV (da 0 a 100 km/h in 6,7 secondi) e 275 CV (da 0 a 100 km/h in 6,3 secondi).
M OTO R I
SCHEDA LA NUOVA KAWASAKI VULCAN S È TRA I MODELLI PIÙ VERSATILI IN CIRCOLAZIONE, ADATTA SIA A CENTAURI ESPERTI CHE A CHI COMINCIA A MUOVERE I PRIMI PASSI SULLE DUE RUOTE D I
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altezze per il manubrio, tre selle diverse, varie regolazioni per le leve di freno e frizione. Le pedane si possono regolare in tre diverse posizioni a seconda delle proprie esigenze di altezza o stile di guida. La Vulcan S è tra i modelli più versatili in circolazione: le numerose regolazioni consentono anche a chi non è proprio altissimo di gestirla, infatti, senza
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G O M I E R O
uesta urban cruiser si rivolge sia a motociclisti esperti che a chi muove i primi passi in moto. E non è un caso che la Vulcan S sia il modello più indicato della casa giapponese per entrare nel mondo delle due ruote. Un modello che è possibile categorizzare e configurare al momento dell’acquisto, visto che viene proposto con un sistema di personalizzazione Ergo-Fit che comprende due differenti
KAWASAKI VULCAN S
problemi. E proprio per la sua estrema comodità si sposa benissimo con la vita di tutti i giorni e i ritmi casa-lavoro-casa, per questo non sottovalutata neppure dal mondo femminile. Sotto la sella c’è un motore bicilindrico a due tempi da 649 cc con 61 cv, che su una moto dal peso di appena 225 kg si comporta più che egregiamente. Anzi quando c’è da spingere lo fa senza
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timidezza prendendo in considerazione le traiettorie più sportive. Non spaventatevi, la Vulcan S può essere forte e aggressiva quanto morbida e docile durante le gite del weekend grazie all’ottima taratura delle sospensioni. Le ruote che la incollano alla strada sono due pneumatici da 18” (anteriore) e 17” (posteriore) ed entrambi
sfruttano due potenti freni a disco a doppio (l’anteriore) e singolo (posteriore) pistoncino in grado di frenare in uno spazio davvero ristretto. Preciso il cambio a sei rapporti, morbido durante le basse andature e deciso quando si decide di spingere al massimo. Buona la capienza del serbatoio: siamo all’incirca sui 14 litri. Svariati gli optional disponibili. Dalle borse laterali plexi over-size ai fari supplementari fino all'ABS e a diversi altri accessori, che fanno lievitare leggermente il prezzo.
GLI ACCESSORI NOLAN N21 » Casco demi-jet in stile cafè racer con calotta in policarbonato su moto come la Vulcan S è di tendenza. Disponibile in 4 varianti e 40 livree. www.nolan.it P RE ZZO E U RO 229, 9 9
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S E S S O & S T I L I D I V I TA
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E L I S A B E T T A
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tefano ammette: «Mi diverto, posso guardare, scegliere, commentare, chiacchierare. Finché non mi vedono sono più libero. Poi se una donna mi sembra “giusta” fisso un incontro, ma sono sempre organizzato per la fuga, se necessario!». Fuga? «Ho incontrato un tipo conosciuto online – dice Monica – dopo dieci minuti ha ricevuto una telefonata: aveva i ladri in casa. Ed è fuggito. Non l’ho più sentito, nemmeno per le scuse: va da sé che sono convinta fosse un pretesto, ma perché sia scappato ancora non lo so». Stefano e Monica sono solo due fra le persone, sempre più numerose, che si affidano alle chat o ai siti di incontri, per trovare l’anima gemella, o, quantomeno, un’avventura. Secondo i risultati della ricerca di Aristofonte.com, il portale di incontri online che si rivolge ai single di tutte le età, per il 68% degli italiani incontrare qualcuno online è diventata la norma, una prassi consolidata valida più degli incontri nella vita reale. Un fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto costantemente. Stefano spiega così la sua propensione a navigare fra siti di incontri: «Ho sempre davanti a me le donne disponibili, posso corteggiarne più di una contemporaneamente e non devo espormi». Facile in questo modo, no? La verità è che forse un bel po' di uomini, nella vita reale, sono spaventati dalle donne sempre più indipendenti e capaci di prendere l’iniziativa; nascondersi dietro a un computer è un buon modo per non dover 40
scegliere, per rimandare le decisioni, per non esporsi, insomma, per non metterci la faccia. In ogni caso, contrariamente a ciò che si poteva pensare agli albori dei siti di incontri, chi cerca un compagno o una compagna online non rientra più nella categoria “sfigato/a”, anzi si tratta sempre più spesso di manager, uomini e donne in carriera che, in questo modo, possono “selezionare” senza perdere troppo tempo. Navigare in Internet non è l’ultima spiaggia ma un modo per
42% dei maschi e il 35 delle donne hanno provato almeno una volta forti sentimenti per un partner conosciuto sul web.
CONCRETEZZA VS IDEALISMO Una differenza, in verità, tra uomini e donne c’è, perché alla fine si riportano online le proprie inclinazioni ed emotività. Così, e su questo punto concordano diversi studi, le donne chattano per fare nuove
PER IL 68% DEGLI ITALIANI INCONTRARE QUALCUNO ONLINE È DIVENTATA LA NORMA fare in fretta amicizie se ci si è trasferiti o se si è tornati single o semplicemente se si lavora troppo e non c’è tempo per frequentare locali ed eventi. E tutto ciò riguarda uomini e donne, più o meno in egual misura: sempre secondo il sondaggio di Aristofonte.com, il 53% degli uomini e il 48% delle donne trovano gli incontri online divertenti, mentre il
amicizie, perché sono reduci da un'esperienza negativa e considerano la chat un luogo di "ascolto" dove potersi sfogare e trovare in modo veloce un interlocutore. Gli uomini, invece, sono più “pratici” cercano foto e numeri di telefono e spesso, come rivelano i sondaggi, cercano di portare la conversazione su argomenti esplicitamente sessuali.
Le donne inoltre, a differenza degli uomini, non manifestano un grande bisogno di incontrare personalmente il compagno virtuale, forse perché temono la delusione. Eh sì, perché online si può anche fingere. Bugie veniali, dicono gli studiosi che hanno analizzato migliaia di profili: le donne si tolgono qualche chilo e qualche anno, gli uomini si aggiungono qualche centimetro d’altezza. In ogni caso nove su dieci mentono e tutti puntano alla foto migliore. Un sito di incontri, che ha analizzato 7mila foto nel suo database, ha concluso che le donne hanno più successo se guardano la macchina fotografica con espressione intrigante, mentre per gli uomini è decisamente meglio apparire distanti. Sarà vero? Vincono, su tutte, le foto in viaggio, perché solleticano la curiosità. Altro capitolo per i siti di incontri per uomini e donne sposati. Gianni li frequenta da tempo, usa un nickname, incontra donne diverse per veloci avventure “senza impegno” ed è convinto che ciò sia routine. Laura ha un marito sempre troppo impegnato col lavoro: «Io frequento altri uomini che incontro in Rete, solo avventure, e sono serena. Ciò tiene in piedi il mio matrimonio con un uomo di cui sono ancora peraltro innamorata». Insomma, online c’è tutto un mondo parallelo, e ognuno può avere delle chance, over 65 inclusi, che hanno siti dedicati. Chiunque può trovare ciò che cerca, o quantomeno illudersi di trovarlo. Proprio come nella vita reale.
www.outfititalia.it
the GENTLEMAN’S LIST back to work edition
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SANS SERIF Ha il nome di una delle font più conosciute e usate al mondo, l’”Helvetica”, modello light di MONDAINE Swiss Watch. Movimento al quarzo con data, cassa in acciaio satinato, vetro zaffiro e bracciale in acciaio Swiss made.
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Gessato in fresco di lana tutto rivisitato quello firmato DOLCE&GABBANA, con fascia smoking bordeaux sul lato. Elegante e di tendenza, perfetto per stemperare un look da rientro non ancora ai massimi della formalità.
PUMP UP THE VOLUME Sono una riproduzione più contenuta di quelle da concerto, le casse amplifier by SELETTI, 50 watt. In legno e metallo, rigorosamente bianco neve, le “the box” by SELETTI hanno un ingombro di 42x42 cm.
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il must
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DOCTOR BAG
COME RUBIK
Si chiama Penrose Play Wood il tavolo dei “matematici che generano il design”, firmato BAZARTHERAPY
HALF WAY A metà caviglia, in pelle e con fibia laterale alta sul collo del piede di SALVATORE FERRAGAMO
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STARS WALLET
Comodo con le zip sui tre lati il portacarte e portamonete in morbida nappa con stelle sovraimpresse. Il colore? Ovviamente quello must di stagione: taupe, firmato JIMMY CHOO
PLAYBOY WEB PREVIEW
La versione americana dell’800 era fatta da vecchi tappeti e per questo viene chiamata “carpet bag”. A Londra, nello stesso periodo, è stata invece creata la prima Doctor Bag in cuoio. Comoda e capiente è diventata la borsa dei medici durante le guerre per poi rimanere un accessorio essenziale dei dottori. La Doctor Bag è oggi una borsa amata per la sua praticità ed eleganza. Da uomo prima e sdoganata poi, in misura ridotta, anche per Lei, la Doctor bag si conferma negli anni passando e svalicando tutte le mode del momento. Qui la proposta cade su una delle più famose, quella firmata THE BRIDGE. In pelle vegetale tamponata a mano con chiusura dall’alto a soffietto e rifinita in metallo, rimane uno dei modelli più apprezzato e quotato. Il marchio The Bridge si rivolge da sempre ad una clientela raffinata, che ama il lusso discreto e che pone massima attenzione ai dettagli e alla qualità. Ancora oggi la lavorazione avviene secondo la più tipica tradizione artigianale di bottega, per molti dettagli rigorosamente a mano. Una tradizione che risale al 1969, nell’allora piccola frazione di Scandicci, alle porte di Firenze dove nasce Il Ponte Pelletteria S.p.A., laboratorio artigiano specializzato nella produzione di articoli di alta pelletteria, che si trasformerà nel 1975 in The Bridge.
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Charlie che ne pensi del malumore che circola sui social a causa della ‘questione gender’ nella riforma sulla scuola? Marty, Trento Marty, sulla scuola e relativa riforma discuto volentieri ma non è questo lo spazio. Una cosa però voglio dirla. Respiro aria fresca e pulita tutte le volte che sento parlare di persone al di là della loro identità sessuale. Cultura e società hanno quasi sempre bisogno che il tempo faccia il suo corso. E lui lo fa, sempre.
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Puoi scrivere cortesemente ad Antonio, il mio fidanzato, che un po’ di fantasia sessuale non fa male? Rosa, Cosenza Io lo cambierei, un fidanzato che ha bisogno di farselo scrivere da me. Comunque, Antonio, visto che la realtà supera la fantasia, vivila alla grande. Insieme a Rosa, possibilmente.
Me la consigli una vacanza con viaggio organizzato per single? Sono un 50enne separato e francamente sono tentato dall’avventura, temo che da solo finirei per starmene a casa, non godermi le ferie, non fare nuovi incontri. Paolo, Milano Ho sempre avuto una vaga allergia per i viaggi di truppa tutto combinato divertimento assicurato et similia. Sono di quella vena alternativa che lascia tutto a un po’ di sana improvvisazione, insomma. Però la prospettiva solitaria nella città infuocata mi fa temere per te… ecco, prenota e parti.
Sono rimasto l’unico che non si spara selfie con fotoritocco ovunque? Armando, Cuneo
Finalmente è tornato Playboy. Parliamo di cose un po’ spinose? A me la monogamia annoia mortalmente. È contro natura, davvero. Siamo fatti per lasciarci andare e godere degli attimi, la fedeltà è una palla al piede che ci hanno messo per tenere in piedi un modello sociale. Charlie, concordi? Salvo, zona Catania
La mia collezione di preziosi orologi da polso non è molto apprezzata dalla gentile signora che ho appena sposato. Con scarso tatto o particolare realismo sostiene che per il mercato in crisi sono cianfrusaglie senza più valore. Che ne pensi? Giorgio, provincia di Frosinone
Credo che la gentile signora confonda i mercati. Sulle bancarelle del rionale non troverai acquirenti a gogo. Altrove però ci sono ancora quelli pronti a spendere soldoni per i tuoi preziosi orologi. Se poi preferisci tenerli chiedi a lei, usando la sua gentilezza, in quali cassetti puoi riporre le tue cianfrusaglie senza che le diano noia.
Neanche un harem, tu vorresti proprio il trionfo dell’istinto ad ogni piè sospinto. Qualcosa mi dice che il tuo non è un pensiero isolato. Come si pratichi poi il pensiero nella realtà è altra storia. Francamente stento a comprendere la domanda. Che ti importa del mio parere? Devi preoccuparti, se mai, dell’assenso delle persone con cui ti accoppi. Insomma ricordati solo che la libertà e il pensiero altrui valgono quanto i tuoi.
Più o meno si. Se vuoi compagnia, eccomi. Magari ci organizziamo e facciamo un bel noselfie day, che ne pensi? Intanto concedimi un po’ di ironia: i selfie hanno un po’ rotto le scatole, è vero, ma in molti casi sia benedetto il fotoritocco. Se ci toccassero solo le carrellate di pose non ripassate con photoshop piangeremmo lacrime più amare.
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Lisa, dimmi che stai scherzando! Infischiatene dei grissini ambulanti. Un fisico sodo e atletico è salutare e bello da vedere. Peraltro lo sport fortifica la mente, è disciplina, applicazione, soddisfazione. Non mollare (e non rammollirti), mai.
Pratico sport da quando ero poco più di una bambina. Ginnastica, tennis, nuoto, perfino calcio femminile. Mi ritrovo 30enne con un fisico tonico, certo, ma le mie spalle larghe e tutti i miei muscoli scolpiti stonano con la femminilità. Le mie amiche perennemente a dieta sono grissini ambulanti. Lisa, Prato
La moglie e madre dei miei tre figli ormai adulti dice che è tempo che io appenda al chiodo la mia Harley. Brontola tutti i giorni. Non si adatta,
dice, a un 60enne che sta per diventare nonno. Non riesco ad accettarlo. Come faccio a lasciare la mia moto e la mia tribù? Umberto, Cremona Che orrore, l’orologio anagrafico che stravolge la passione e lo stile di una vita. Harley è mito, atmosfera e appartenenza. C’è troppa anima nella tua moto e nella tua tribù per abbandonarle senza un dolore immenso. Scegli la libertà che rappresenta, tua moglie capirà. A patto che tu le consenta di brontolare lo stesso tutti i giorni.
Sprizzo sensualità da tutti i pori, amo la nudità, sogno un book fotografico erotico, vorrei vedermi su Playboy. Ho due problemi: sono una over size e non ho santi in paradiso. Come posso sfondare? Isotta, Belluno Se sei così strepitosa e la tua sensualità è abbondante come la taglia Isotta, bussa pure alle porte di agenzie e studi fotografici, ti apriranno senza che tu debba buttarle giù a spallate. Il tuo prurito si sente anche qui in redazione. Che diavolo di smania hai in corpo? Comunque stai tranquilla, la bellezza e la sensualità non hanno taglie e non hanno bisogno di aureole celesti. Adesso che il gradimento si misura in likes puoi sempre provare a inondare siti e social con le tue dirompenti forme, se proprio ci tieni tanto tanto tanto.
spanna più su degli altri fai qualche corso serio, cerca di collaborare con qualche pasticceria nota della tua città, metti alla prova fino in fondo le tue qualità. Tenta pure la strada di qualche reality, perché no?
Hanno chiuso l’unico Sexy Shop nel raggio di 80 km abbondanti da casa mia. Non rendeva perché, mi ha detto il proprietario, tutti acquistano su internet evitando la ‘vergogna’ di farsi notare in negozi del genere. Ma siamo ancora alla vergogna? Stefano, provincia di Campobasso Evidentemente si, Stefano. Internet è il rifugio, di tutto e tutti. Dalle chat al sesso on line con webcam casalinga al video porno a tutto l’armamentario e i giochini per qualsiasi fantasia sessuale. Ti meravigli davvero? Sono in tanti a fare i disinibiti via posta o in rete poi nella vita reale fanno pure finta di non sapere cosa sia, un sexy shop. Charlie, ho paura di questa società multietnica. Questa non è libertà, non è progresso. Anzi non è vita, non credi? Rivoglio i confini. A ciascuno la sua terra, basta incroci. Giovanni, Roma
Giovanni, io invece ho paura di chi vuole i confini. Non siamo fatti per vivere e morire in un recinto, su! Liberiamoci dalle nostre frontiere mentali. Comunque mi piace tu abbia parlato di paura. Di questo si tratta, di superare il timore verso quello che non conosciamo per essere pronti a una nuova ricchezza. L’argomento, invece di spinoso come lo facciamo diventare, dovrebbe essere affascinante... Scrivo perché vorrei si parlasse un po’ dei triangoli gay. Assicuro che non sono male e parlo per esperienza. D’altra parte, parliamoci chiaro, non è certamente una mia esclusiva. Insomma è un invito: Playboy deve dare spazio a tutti e tutto, omosessualità inclusa. Stefano, Milano Playboy è sempre aperto a tutti e tutto, quindi ben venga la tua sollecitazione. Omosessualità e triangoli inclusi, of course. Certo che con questa entrata a gamba tesa, Stefano, pare quasi che gay e triangoli vadano in coppia. Personalità e sessualità, omo o etero, sono ambiti enormi e complessi, non si possono ricondurre solo a geometrie. Intanto tu puoi godertelo, sia chiaro, il triangolo.
Se vuoi anche tu risposte alle tue domande in tema di cibo, moda, tendenze e sesso, scrivi a Playboy Advisor, via Nino Bixio 7, 20129 Milano, oppure manda una mail ad advisor@playboy.it. Le domande più interessanti verranno pubblicate in questa sezione del nostro magazine.
Faccio la commessa in un supermercato che per ora mi garantisce posto e stipendio. Non mi lamento, ecco. Il mio grande hobby però è il cake design e sono anche piuttosto brava. Ho 25 anni, vorrei realizzare il sogno di un’attività mia. È un rischio avventurarmi, lo so, ma se non ora quando? Ludovica, Asti Ludovica, mani e creatività, che delizia! Capisco il sogno, eccome. Vuoi il mio parere? Il cake design è uno di quegli ambiti in cui vale la regola aurea ‘pochi ma buoni’, bisogna eccellere insomma. Non c’è posto per tutti, in altri termini. Sei bravissima? Allora non sprecare il tuo talento. Te la cavi? Resta tra le corsie o alla cassa del supermercato. Analizza bene le tue qualità e la situazione. Prima di decretare che sei una
“Sono sposato, ma non è che sia un fanatico del matrimonio”
POINT OF VIEW
di Gherardo Colombo
SIAMO TUTTI (O QUASI) CORROTTI
L’Italia è agli ultimi posti nella graduatoria della nazioni più virtuose. E non è solo colpa di politici e burocrati disonesti. Ecco perché Tangentopoli non è PDL ÀQLWD H ULVFKLD GL IDUH sempre più danni al Paese. A meno che... Come sta la corruzione, oggi, in Italia? E se sta bene, perché continua a prosperare? Alla prima domanda si può rispondere dicendo che sembra godere di ottima salute. Leggiamo sui giornali, apprendiamo dalla televisione quasi quotidianamente di nuovi episodi che, fatti ovviamente salvi gli esiti dei processi in rispetto del principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, testimoniano della sua capillare diffusione
nel nostro Paese. L’indice di percezione della corruzione, stilato ogni anno da Transparency International, ci mette all’ultimo posto tra i membri dell’Unione Europea, insieme a Bulgaria, Grecia e Romania, e al sessantanovesimo nella classifica generale di tutti gli stati del mondo, dietro, tra gli altri, Ruanda e Ghana (che tanti immaginerebbero meno rispettosi delle regole di quanto lo siamo noi). La Corte dei conti stima che i danni che dalla corruzione derivano ammontano in Italia a 60 miliardi di euro ogni anno, mentre il rapporto anticorruzione redatto l’anno passato dall’Unione Europea valuta che i danni complessivamente sopportati in tutti i paesi aderenti sia di 120 miliardi (dal che sembra lecito dedurre che la metà dei danni per corruzione rilevati in tutta l’Europa unita sia di pertinenza italiana). La corruzione, dunque, sta proprio bene, e non sembra in procinto di imbattersi in nessuna grave malattia. Passando alla seconda domanda, perché cioè la sua salute è di ferro, io credo che dipenda dal fatto che è circondata da ottimi medici e infermieri, che la tengono immune dai bacilli e dai virus della legalità che assai facilmente la infettano e la indeboliscono in tante parti del mondo, ma soprattutto in Danimarca, Nuova
Zelanda, Finlandia, Svezia e Norvegia, giusto per citare i paesi più virtuosi, quelli che stanno in testa alla classifica di Transparency International. Chi saranno mai questi medici, chi sarà la struttura sanitaria che la protegge, viene da chiedersi. Credo di poter dare una risposta per via dell’esperienza acquisita anni fa sull’argomento. Mi è successo, infatti, di dover svolgere il ruolo di “agente patogeno” (per restare dentro la metafora), insieme ad alcuni colleghi, partecipando a un’indagine molto estesa, chiamata Mani pulite. Lì abbiamo potuto rilevare che coloro che si prendevano cura della corruzione erano tanti, ma proprio tanti, e non coincidevano spesso con quel che sostiene l’opinione comune. Fuor di metafora, l’opinione pubblica individua nei personaggi politici i maggiori responsabili della corruzione sia direttamente, ricevendo tangenti in cambio di favori, sia indirettamente omettendo di esercitare i loro poteri per combatterla efficacemente. A loro vengono spesso accomunati gli alti funzionari della burocrazia, coloro che abitano i palazzi dei ministeri, accusati ora di concorrere con i politici nelle corruzioni promosse da questi, ora di operare in proprio esclusivo favore, manovrando sugli appalti e più in
SECONDO L’INDICE DI PERCEZIONE DELLA CORRUZIONE STILATO DA TRANSPARENCY INTERNATIONAL, L’ITALIA È AL SESSANTANOVESIMO POSTO NEL MONDO
generale sugli atti del loro ufficio per ricevere in cambio le tangenti. Anche i magistrati, i giudici soprattutto, sono da una parte della cittadinanza considerati concausa della diffusione della corruzione, per il protrarsi della durata dei processi fino alla prescrizione, per il contrasto delle decisioni nei vari gradi di giudizio (condanna in primo grado e assoluzione in appello, per esempio), per una asserita indulgenza nell’applicazione della pena, e perché succede anche a qualcuno di loro di venire corrotto. A volte queste considerazioni rispecchiano la realtà, a volte no. Esistono politici e funzionari che si impegnano anche con molta determinazione per contrastare la corruzione. Magari non sempre il loro intervento è adeguato, ma non si può dubitare dei loro sforzi. E ai giudici, e più in generale ai magistrati, che con frequenza hanno affrontato questo tipo di reati con la stessa cura rivolta a qualunque tipo di illecito, non si possono attribuire responsabilità che non sono, o non sono esclusivamente, loro. Le regole del processo, per esempio, e quindi i termini di prescrizione, li stabilisce il Parlamento. La perseveranza di una fetta consistente di politici e funzionari nel praticare la corruzione e l’inefficienza del sistema giudiziario non consentirebbe, però, una così diffusa presenza del fenomeno se non esistesse un’estesissima pratica di comportamenti illegali da parte di un numero davvero elevato di cittadini. Ci sono gli imprenditori che pagano le tangenti, fiancheggiati da uno stuolo di assistenti: gli esperti in amministrazione e finanza che li aiutano a far sparire dai bilanci il denaro destinato sotto forma di mazzetta ai politici e ai funzionari (e ogni tanto, come si diceva, anche a qualche magistrato); ci sono i falsi consulenti, i fabbricanti di fatture inesistenti; c’è qualche capo cantiere che allunga la bustarella all’ispettore del lavoro perché non si accorga dell’irregolarità del cantiere; c’è il negoziante che si assicura la benevolenza del vigile, che dovrebbe controllare igiene e regolarità del suo esercizio, permettendogli di fare la spesa gratis; c’è chi allunga la bustarella all’agente infedele della Guardia di Finanza che vorrebbe pignolescamente controllare la contabilità del suo esercizio; c’è il medico che consente, rilasciando un certificato falso in cambio di un po’ di denaro, a chi ha un trascurabile indebolimento della vista di percepire la pensione da non
vedente, e così via (temo porterebbe via troppe pagine continuare nell’elenco). Sia chiaro, non tutti gli imprenditori, i consulenti, i capo cantiere, i negozianti, i medici e via dicendo sono così! Ce n’è di disinteressati o addirittura di onesti (parola che – guarda caso – in questo Paese sembra aver perso una valenza positiva ed essere diventata sinonimo di sprovveduto). Costoro, però, sono spesso impotenti, perché la cura che il modo di pensare generale dedica alla corruzione è così diffusa che la loro reazione non riesce a incidere significativamente sullo stato della medesima. Tant’è che quando si tratta di scegliere i propri rappresentanti al Parlamento, alle Regioni e ai Comuni non raramente succede che i cittadini destinino il proprio voto a chi ha già dato prova di aver cura che la corruzione prosperi
e goda di una salute di ferro. E allora, non si può far altro che arrendersi alla corruzione in questo sfortunato Paese? Il mio parere è l’esatto contrario: questa forma così dannosa di criminalità può essere ridimensionata se si usa lo strumento adeguato. È necessario impegnarsi per una modifica radicale della relazione tra i cittadini e le regole, in modo che finalmente si capisca che osservare la Costituzione, e quindi rendere effettivo il riconoscimento della dignità universale e della conseguente uguaglianza di fronte alla legge, così mortificata dalla corruzione, è la base per costruire una società nella quale vivere meglio. La corruzione, prima di essere un problema giudiziario, è una questione culturale che deve essere affrontata attraverso formazione ed educazione.
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ionda, 29 anni e natural- media tipo Fox). Una decisione che dimente effervescente, Grace mostra che ci ha visto lungo: tra il 2008 Helbig sembra essere nata e il 2013 il suo canale YouTube ha ragper la televisione. Anni fa giunto più di 2 milioni di abbonati. La Helbig si è svincolata la Helbig per lanciare un canale ha provato a diventaLe nuove star re una stella recitando indipendente l’anno scorso; da allora ha in una performance al di YouTube raggiunto più di 70 miPeoples Improv Thealioni di visualizzazioni ter di New York City, hanno un enorme e la sua strada alternama strada facendo ha potere mediatico, cominciato a girare tiva per il successo è divertenti video condiventata un’autostranonché un grosso da grazie a The Grafessionali con un’amiascendente sul ce Helbig Project, un ca e le clip, pubblicate talk show comico che online, sono diventate marketing. ha debuttato su E! ad velocemente un fenomeno virale. “Ho aprile. Mentre YouTube ha appena festegimparato presto che convincere cento persone in un teatro di mercoledì era giato il suo decimo anniversario, la Helmolto più difficile che ottenere cen- big e una classe crescente di celebrità to visualizzazioni su YouTube”, dice la stanno raggiungendo la fama, su questo sito, come non era mai successo, negli Helbig. In poco tempo, ha firmato un contrat- States, che come spesso accade fanno to di cinque anni con My Damn Chan- da apripista, così come in altri Paesi, nel, un network multi-canale (simile a Italia compresa. Come altri YouTubers una versione digitale di conglomerati di famosi, la Helbig ha trovato una nic-
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chia e ha usato il suo carisma e la sua autenticità per attirare orde di fan. E anche se le celebrities di YouTube sono più note fra i nativi di Internet che tra i più anziani, queste vantano un sorprendente potere mediatico nel mondo reale, così come utili astronomici e una leva non indifferente nei confronti dei responsabili marketing che cercano di accedere ai dati demografici di giovani sfuggenti. In altri termini, con un panorama mediatico frammentato su più e più schermi, potremmo scommettere sul fatto che è proprio da questi canali che sorgeranno le prossime star del calibro di Chelsea Handler o Brad Pitt. Ma gli YouTubers potranno mai veramente diventare famosi, o saranno sempre relegati allo status di personaggi di serie B? “Possiamo dire di aver creato Justin Bieber, quindi direi di si, possono”, dice sorridendo Kevin Allocca, responsabile di cultura e tendenze di YouTube. Allocca e la Helbig sottolineano che gran parte del fascino delle celebrità nate sui social media sta nella promessa di interazione personale. “YouTube non è una galleria d’arte dove abbiamo messo dipinti da ammirare”, dice la Helbig. “Siamo lì per scambiare quattro chiacchiere con voi.” Come afferma Allocca, “L’immediatezza fornita da piattaforme come YouTube fa sì che l’autenticità risulti incredibilmente importante, più importante rispetto ad altri tipi di talento che tradizionalmente associamo alle star. Essere autentici è un vero talento”, uno che gli YouTubers come la Helbig hanno a frotte. Sia la Helbig che Ryan Higa, un altro famoso YouTuber, dicono che i fan per strada li fermano continuamente. Eppure Higa, da parte sua, nega lo status di celebrità. “Io non mi considero una grande star,” dice. “I miei fan conoscono i miei video, ma sono sicuro che i loro genitori non hanno mai sentito parlare di me”. La natura stessa di YouTube rende difficile una fama che attraversi le generazioni. Higa vanta 13 milioni di abbonati, un numero notevole ma che impallidisce a confronto con il numero di persone che vedranno gli annunci per un film di Brad Pitt. Passare dalla profondità di interazione con i fan di YouTube
all’ampiezza dell’esposizione richiesta di dollari per AwesomenessTV, mentre nei media mainstream è difficile. Se Warner Bros. ha investito 18 milioni di YouTubers famosi vogliano o debbano dollari in Machinima. Anche agenzie fare questo salto è un’altra storia; uno tradizionali come CAA, UTA e WME che posta video on line con appena un hanno cominciato a far firmare impormilione di abbonati tanti contratti di gepuò campare più che stione ai grandi nomi dignitosamente. di YouTube. YouTube sta Ciò che non è da La ricchezza, tuttamettere in discussione via, non può garantire cambiando l’idea è la crescita senza prela capacità di resistenVWHVVD GL IDPD" cedenti di YouTube: za. “In un mondo in il venture capitalist cui più di due giorni di Di sicuro, la Fred Wilson ha defivideo vengono caricati nito il 2014 l’anno in ogni minuto, solo ciò SLDWWDIRUPD q LQ cui la piattaforma “è che è davvero unico e costante crescita diventata un mostro”. sorprendente può riIl consumo di video saltare”, Allocca disse e continua online è cresciuto di nel lontano 2011. Da a creare star. nove volte dal 2010, allora le cose sono digli americani tra i 12 e ventate solo più frei 24 anni hanno guarnetiche e le stelle di dato il 15 per cento in meno di film YouTube devono rimanere costantenelle sale lo scorso anno rispetto al mente e coerentemente straordinarie. 2013, e un sondaggio di Variety ha rile- “Data la dinamica di YouTube”, afferma vato che 6 delle 10 star più popolari tra Kenneth Krushel, un assistente profesgli americani tra i 13 e i 18 anni sono sore di Media Studies alla New School state YouTubers, surclassando fedeli “dove stranezze transitorie vengono sostenitori come Seth Rogen e Katy mandate online quotidianamente senza Perry. In risposta, Hollywood ha fatto freni, e il fattore che sta tra il successo enormi scommesse sui network multi- e l’oscurità è l’alchimia tra l’improvvisa canale. Disney ha pagato 500 milioni notorietà e l’immediato oblio, no, non di dollari per l’acquisto di Studios Ma- credo che le star di YouTube di oggi ker, DreamWorks ha speso 33 milioni possano essere le grandi star del futuro”.
La più grande barriera tra la celebrità acquisita su YouTube e la fama tradizionale può rivelarsi strutturale. La fama tradizionale è “aspirazionale”: la gente vuole essere George Clooney. Su YouTube, vogliono essere amici di Grace Helbig. Mentre un talk show è adatto ad Helbig perché è come un’estensione della sua personalità di YouTube, lo stesso potrebbe non essere vero per un film in cui rappresenta qualcuno di completamente diverso. Forse la più grande domanda che incombe sulla crescente generazione di star di YouTube è se la stessa idea di fama sta cambiando con loro. Jennifer Lawrence è diventata famosa soprattutto perché tutti vorremmo essere la sua migliore amica; lo stesso si potrebbe dire di Channing Tatum, che non è altro che il tipo di ragazzo con cui ci potremmo divertire al bar. Per utilizzare un’espressione colloquiale di YouTube, diremmo che la Lawrence è “la sua autentica se stessa”. Ci siamo convinti di essere suoi amici, anche se, in realtà, non lo siamo. Per la Helbig, almeno, l’autenticità è il motore che sta dietro al suo crescente impero. Basta l’autenticità per rendere lei, o qualsiasi altro YouTuber, la prossima Lawrence? Solo i prossimi dieci anni di sconvolgimenti digitali potranno darci la risposta.
EROTISMO VS PORNOGRAFIA 4XDQGR VFULYHUH q FRPH VHGXUUH IUD VRJQR H FDUQDOLWj OH SDUROH GHO GHVLGHULR DI SABAS MARTÍN
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crivere è come sedurre. E da che mondo è mondo gli esseri umani hanno imparato a scoprire che la luce del proprio corpo può riflettersi, completandosi in un altro corpo, nell’amore fisico. Come scrisse Ovidio, la seduzione non è solo la migliore strategia, ma, anche il principale argomento per consumarlo. Scrivere è come sedurre, sì. Per questo la parola è capace di farsi corpo sulla pagina e trasformarsi in luce o specchio dove celebrare o soddisfare il desiderio. E anche per questo la storia della letteratura erotica non è altro che un tentativo di trovare parole che mascherino la meccanica amorosa dei corpi dietro emozioni, sensazioni e sentimenti. Alcuni scelgono parole comuni, scarne, parole ordinarie nella loro volgarità, e che sono appena il riflesso semplice e schietto della vita. Altri optano per le analogie, le immagini, la musica, per lo splendore del verbo, facendo in modo che la vita assomigli quanto più possibile alla letteratura. Insomma: una questione di linguaggio
per uno stesso intento. Come nel sesso, l’erotismo letterario si coniuga alla lingua. Lo lasciò scritto Rubén Darío: Pues la rosa sexual al entreabrirse conmueve todo lo que existe, con su efluvio carnal y con su enigma espiritual.* E se tutto ciò che esiste rimane commosso dall’impulso sessuale, in tutto questo dobbiamo includere anche la letteratura che è un punto d’incontro propizio tra il carnale e lo spirituale. Letteratura erotica, sì, ma pur sempre letteratura. Cosa intendo io per letteratura erotica? È certo che l’essere umano è l’unico animale che converte la necessità di procreare in arte della seduzione. E questo, in fondo, è quello che batte nel sesso trasformato in desiderio e pulsione erotica. E quindi per me il genere erotico è un territorio in cui si propongono diverse possibilità all’immaginazione. Al di là di quell’eILLUSTRAZIONE DI MICHELE MAGISTRINI
rotismo letterario che è un “sottogenere” senza aspirazioni di qualità, che si presenta in modo diretto, volgare e anche rozzo, io concepisco il vero erotismo come insinuazione e stimolo, come una fortezza che consente una vasta gamma di fantasie di godimento sensoriale attraverso la parola. Non esiste un vero erotismo senza cerimonia, senza la liturgia del verbo, senza sensualità nel linguaggio. La differenza tra erotismo e pornografia? Non è questione di esplicitazione ma di attitudine. Ricordo una
L’essere umano è l’unico animale che converte la necessità di procreare in arte della seduzione.
battuta proprio su questo. L’erotismo è usare una piuma d’oca per stimolare i sensi accarezzando il corpo. La pornografia è abusare dell’oca. C’è stato un tempo in cui la letteratura erotica vantava un’ampia tradizione in Spagna come altrove. In Spagna, in particolare, tale tradizione fu interrotta dalla guerra civile. Fino ad allora era frequente trovare questo tipo di letteratura nei giornali, e contribuiva ad uno sviluppo edonista, giocoso e gioioso dei sensi. Questa letteratura appariva anche mescolata a temi più importanti e di natura intellettuale. Poi c’è stata la guerra, che ha arrestato l’attività e poi è arrivata la dittatura e la sua infinita lista di divieti e proibizioni. Al ritorno della democrazia l’antico entusiasmo per l’e-
rotismo si è ripresentato e sviluppato tramite raccolte specifiche tra cui la memorabile La sonrisa vertical... Tuttavia, con il passare degli anni, il genere in sé si è affievolito per lasciare spazio all’introduzione dell’erotismo nella letteratura generica. Come un elemento normale e quotidiano che si aggiunge alle varie ragioni che delineano la scrittura. Ho l’impressione che al di fuori della Spagna ci sia stata una evoluzione simile. Gli autori per cui l’erotismo era il genere letterario identificante hanno lasciato il posto ad altri scrittori che ricorrono all’erotismo per mostrare un’altra faccia, tra le tante, della realtà descritta. La letteratura erotica celebra lo splendore gioioso dei corpi e la sfaccettata brillantezza del linguaggio che si tra-
sforma in continua scoperta, anche del proprio mondo onirico, per il lettore certamente, ma anche per lo stesso autore. Almeno questo è quanto mi succede quando scrivo. Nel mio ultimo romanzo, I lavori di Ester, il racconto poggia per esempio su un gioco di specchi e riflessi dove finzione e realtà, vissuto e sognato si fondono intimamente in un crocevia di strade all’interno del quale chi scrive diventa allo stesso tempo attore e spettatore del proprio spettacolo. Un’odissea per la pienezza dei sensi. Questa è in sintesi la letteratura erotica. E, come nel mitico viaggio verso Itaca, ci sono momenti in cui non importa tanto il raggiungere la destinazione quanto immergersi nella vertigine dei sentimenti che provoca la traversata.
* Allora la rosa del sesso/al socchiudersi/commuove tutto ciò che esiste/col suo effluvio carnale e col suo enigma spirituale.
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testo di STEPHEN REBELLO foto di MICHAEL MULLER
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frequentatori dei cinema tendono a preferire Jeremy Renner quando interpreta tipi tosti, audaci, misteriosi e pronti a menare le mani. Dopo tutto è stato molto convincente nei panni dell’artificiere dissidente nel film The Hurt Locker, da aggiudicarsi una nomination all’Oscar come miglior attore nel 2010. L’anno successivo, interpretando un rapinatore di banche di Boston con la testa calda e nulla da perdere nel film The Town, Renner si è guadagnato la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Non è però da meno quando abbassa il livello di machismo, come ha dimostrato interpretando l’ambiguo sindaco del New Jersey in American Hustle e l’informatore perseguitato in La regola del gioco. Ma è completamente a suo agio a tirare con la balestra nel ruolo di Hawkeye nei film da supereroe Avengers, a lottare usando mosse di Muay Thai come membro della squadra di spie di Mission: Impossible e correndo su per il fianco di un palazzo a tre piani nei panni un un agente segreto geneticamente modificato, in The Bourne Legacy. Ecco perchĂŠ questa è stata l’estate di Renner. Ăˆ stato in due film epici: Avengers: Age of Ultron, che ha sbancato i botteghini, e Mission: Impossible – Rouge Nation, appena uscito nelle sale. Fuori dallo schermo Runner è ugualmente esuberante. Ha fatto parlare di sĂŠ per aver commentato il mirabile seno di Jennifer Lopez, sua co-presentatrice ai Golden Globe Awards di quest’anno. Col suo collega Avengers Chris Evans ha messo in moto il meccanismo crea-scandalo-su-internet definendo scherzosamente la loro collega supereroina Black Widow “una troiaâ€?. Evans ha chiesto scusa mentre Renner ha fatto notare l’ovvio: si riferiva al comportamento fittizio di un personaggio fittizio. Ha anche fatto il dito medio a coloro che hanno speculato sul suo orientamento sessuale. Su un argomento, però, è stato molto riservato: il difficile divorzio in corso da quella che è stata sua moglie per dieci mesi, l’attrice e modella 24enne Sonni Pacheco, con la quale ha recentemente raggiunto un accordo di custodia con-
giunta per la figlia di due anni, Ava. Jeremy Lee Renner (detto Renni) è nato nella classe operaia di Modesto, in California, il 7 gennaio 1971, da una madre che gestiva una nidiata di quattro figli e un padre che dirigeva un centro bowling e che dopo divenne un amministratore universitario (divorziarono quando Renner, il figlio maggiore, aveva otto anni). Dopo essersi diplomato al liceo di Beyer, dove lo sport e suonare in un gruppo rock lo aiutarono a superare la timidezza, frequentò l’universitĂ di Modesto gravitando intorno a scienze informatiche finchĂŠ non scoprĂŹ il dipartimento di teatro. Nel 1992, dopo aver studiato nell’American Conservatory Theater di San Francisco, si trasferĂŹ a Los Angeles e ottenne il ruolo principale in Senior Trip – La Scuola PiĂš Pazza del Mondo, del ’95, prese parte a una serie di pubblicitĂ di una birra e fece film e serie tv come ospite, incluso il ruolo del vampiro in Angel. Nel 2002 fu nominato per l’Indipendent Spirit Award per la sua interpretazione del serial killer cannibale in Dahmer e ciò lo aiutò a spianare la strada per il ruolo della svolta, quello di un poliziotto sporco in S.W.A.T., seguito da 28 Settimane dopo e L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e una piccola parte nella breve serie poliziesca newyorkese del 2009 The Unusuals – I Soliti Sospetti. Ma una volta collezionate varie nomination per The Hurt Locker e The Town, Renner è stato promosso a legittima celebritĂ . PLAYBOY ha mandato il redattore Stephen Rebello, che ha appena intervistato Joaquin Phoenix, a incontrarsi con Renner. Rebello riporta: “L’esperienza di Renner nella recitazione, aumentata dal diletto nel campo immobiliare, lo ha ripagato. Lo abbiamo incontrato nella sua elegante e immensa casa, seduti sul terrazzo che circonda la casa ispirata a Frank Lloyd Wright. La vista era spettacolare. Renner ha uno sguardo attento che molti scambiano per una natura sospettosa. Ma durante le nostre lunghe conversazioni l’ho scoperto, inaspettatamente, un uomo dal cuore grande, filosofico e pensieroso. Ăˆ sorprendente vedere
Hawkeye diventare Mr. Rogers (conduttore attempato e pacato di un classico programma televisivo americano per bambini, degli anni Sessanta, ndt) quando è a casa a giocare con la figlia di due anni. PLAYBOY: Ti sei conquistato l’attenzione e il plauso della critica per ruoli in film di orientamento Indie, differenti come The Hurt Locker e La regola del gioco, ma il pubblico ti conosce meglio come eroe d’azione in The Avengers, Mission Impossible, The Bourne Legacy. Sei anche lontanamente impavido quanto quei personaggi? RENNER: La paura costituisce una grossa parte della vita delle maggior parte delle persone. Ăˆ un’emozione umana molto opprimente, l’emozione piĂš potente. Ogni giorno, dai 22 fino ai 32 anni, deliberatamente e consapevolmente facevo cose per combattere la paura. Le cose di cui avevo paura, come pistole, squali, altezze, successo, intimitĂ , le ho tutte cancellate dalla mia lista. Anche all’inizio della mia carriera, la mia sicurezza proveniva sempre dalla mia temerarietĂ . Andavo sempre alle audizioni con l’atteggiamento “Ti sfido a non prendermiâ€?. Entravo, facevo quel che mi sembrava giusto, sincero e semplicemente differente. Forse era sbagliato. Non m’importava. Magari pensavano che fossi il peggiore. Non m’importava. Semplicemente entravo, e ancora adesso entro, con coraggio assoluto. Ăˆ la mia forza come attore. PLAYBOY: Hai nominato le pistole. Molti dei tuoi personaggi le usano. Ne hai ancora paura? RENNER: Una pistola è una cosa semplice e terrificante di cui avere paura. Mi piacciono le pistole adesso, ma ne ho solo un paio – un paio in questa casa e una in un’altra. Sono diventato bravo ad usarle e poi me ne sono innamorato. PLAYBOY: Giri con la pisola? RUNNER: No. Per me si tratta di proteggere la casa o per sport o per allenarsi col tiro a segno. Non sono un cacciatore. Ho trascorso molto tempo a far pratica per i film, a sparare, a prendere confidenza con le armi. Adesso non ho mai paura con un’arma. Ho an-
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che qualche spada, ma per quello che simboleggiano per me; c’è tanta storia in loro. Sono tutte messe via e nascoste ora che ho una bimba. PLAYBOY: Quali rischi rifiuti di correre? RENNER: Nessuno. Ho guidato una moto per molto tempo. Prima ero un po’ avventato quando lo guidavo. Adesso lo monto perché mi godo l’esperienza. Non sono uno scavezzacollo che fa le impennate e non vado veloce. Non è a causa di mia figlia; è per dove mi trovo ora nella vita. Non salto giù dagli aerei. Ma lo farei, se ne avessi l’opportunità? L’ho voluto fare per trent’anni buoni, quindi lo prenderei in considerazione. Voglio imparare a guidare un elicottero. È pericoloso? Certo, credo sia pericoloso come ogni altra cosa nella vita. Il fatto di aver avuto mia figlia, Ava, mi ha impedito di fare tutto questo? Possiamo crepare in qualunque momento facendo le cose più stupide. Sarebbe un grande torto a lei se, una volta adulta, pensasse, “Papà ha smesso di guidare le moto o è diventato tenero e protettivo della sua vita perché voleva esserci per me”. Che messaggio arriva? Che vivere la vita nella paura è una cosa giusta? Preferisco che sappia che vado in giro con un sorriso in faccia vivendo responsabilmente, coscienziosamente nelle mie azioni. PLAYBOY: Quand’è stata l’ultima volta che ti sei dovuto difendere? RENNER: Non sono mai stato in un vero e proprio scontro fisico. Non c’è ragione di combattere – a meno che debba proteggere la mia vita o quella di una persona a me cara. Sono stato coinvolto in delle liti e ci sono stati un paio di momenti in cui ho dovuto mandare a terra qualcuno. PLAYBOY: Chi? RENNER: Un tizio ubriaco in un bar – è sempre la solita scena. Un tizio si è ubriacato di brutto e ha spinto Julia Stiles, mia collega [nel film del 2005, Messenger - Little trip to heaven]. L’ho gentilmente strangolato finchè è svenuto e ho posto rimedio alla situazione. Ho dovuto fare altrettanto a dei tizi perché spinsero mia madre o sbatterono a terra mia sorella, ma non mi sono mai sentito un tipo cazzuto. PLAYBOY: A noi sembrerebbero degli scontri fisici questi. Parliamo dell’incidente che ha coinvolto tua sorella che hai menzionato in un’intervista del 2012 a proposito di una rissa in un bar alla Viglia di Natale. Hai detto: “Questo tipo mi ha strozzato
con la sciarpa che stavo indossando. Mi ha chiamato frocio perché indossavo una sciarpa! Poi ha spintonato mia sorella e gli sono arrivato da dietro e l’ho strozzato per bene – l’ho messo a dormire.” Quella intervista è stata una delle poche in cui hai affrontato le voci riguardo le tue preferenze sessuali. RENNER: Ero arrabbiato con l’intervistatore e un po’ l’ho martellato dicendo, “Credevo facessimo la copertina di Hollywood Reporter, non OK! Magazine”. E mentre lo martellavo pensai, “Okay parlerò di questo”. Ma come regola generale non rispondo a domande sulla mia vita personale. Non cercherò di provare cosa sono e cosa non sono. È sciocco vero? Quando fai una ricerca su Google su te stesso e la prima cosa che spunta fuori è “Jeremy Renner gay”, è come se potessi dire, “Oh, adesso sei arrivato. Ora sei una grande star”. Così mi sono fatto una grossa risata. Non mi importa, alla fine, se è quello che la gente vuole pensare, leggere o preoccuparsi. Dite quel cazzo che volete su di me. Guardate dove siamo ora a livello sociale, abbiamo fatto passi da gigante dal punto in cui eravamo partiti. È una cosa meravigliosa. Insinuare che sia una cosa negativa, che essere gay sia una cosa terribile, una perversione o qualcosa del genere, proprio non ci arrivo. Non vorreste che fossimo in un mondo senza dover far vergognare, giudicare e incasellare le persone? PLAYBOY: A differenza di tanti attori, sei riuscito a mantenere una fonte di guadagno secondaria, vendendo case col tuo collega e amico di lunga data, Kristoffer Winters. RENNER: Nel 2003 non avevo soldi ma un contratto per fare S.W.A.T. Mio fratello Kristoffer – mio amico di famiglia da sempre, ma io lo chiamo fratello - aveva ottenuto un po’ di soldi, 10mila dollari o qualcosa del genere. Vivevamo insieme in affitto prima di S.W.A.T. e parlavamo di quanto fosse stupido pagare l’affitto perché non lo puoi scaricare dalle tasse. È come buttar via soldi. Avremmo sempre voluto investire nella proprietà. Si è presentata l’occasione di prendere un appartamento condominiale nella Valley e lui uguale, e siccome già vivevamo insieme, potevamo comprare una casa insieme. Ed è ciò che abbiamo fatto e lo abbiamo sistemato a nostro piacimento per 30mila. PLAYBOY: Poi avete rivenduto quella casa, giusto?
RENNER: Abbiamo fatto una bella festa a base di vino nella casa. Il nostro agente immobiliare era lì e qualcuno alla festa ha offerto il doppio di quanto avessimo pagato noi. Abbiamo usato quei soldi per una casa più grande e abbiamo continuato su quella scia. Essendo attori, abbiamo pensato che se fosse andato tutto a rotoli, almeno avremmo avuto un tetto sopra la testa. Non volevamo partecipare alla borsa o null’altro, quindi abbiamo continuato a comprare strutture più grosse e adesso sono passate circa 20 case tra me e lui. Alcune le abbiamo gestite separatamente ma la maggior parte insieme. PLAYBOY: Ed il tuo modus operandi è di vivere nelle case prima di venderle? RENNER: Ogni casa è sempre stata la nostra residenza primaria. Non ci siamo mai considerati rivenditori. Stavamo solo investendo nella prossima casa in cui avremmo vissuto. Viviamo nelle case mentre si svolgono i lavori. La maggior parte della gente non ce la fa. Noi l’abbiamo fatto un sacco di volte. È come tornare ai tempi del campeggio o dell’uomo delle caverne – niente elettricità o acqua corrente. Preston Sturges [regista e scrittore, ndt] è stato il primo proprietario dell’ultima casa in cui stavamo e Charlie Chaplin si era sposato lì. Volevamo preservare una sorta di storia hollywoodiana in una città che è così transitoria. PLAYBOY: Avete fatto notizia nel 2013 per aver venduto per 24 milioni di dollari una villa stile art deco restaurata che avevate comprato per 7 milioni. Ormai qualcuno deve avervi chiesto di condurre un programma tv su restauri di ville celebri. RENNER: Non faccio una casa con Kristoffer da un po’. Non ho tanto tempo per quella roba ormai. Si è messo a fare quella grossa casa per conto suo e poi ha avviato una ditta di design. Ci lavorano anche mia madre e mia sorella. In effetti sono arrivate un sacco di offerte tv. Ellen De Generes ha parlato di me come giudice in una delle sue trasmissioni. Kristoffer ed io abbiamo pensato di fare insieme un nostro show televisivo in cui io avrei solo prodotto e non sarei apparso. PLAYBOY: Che mi dici della casa in cui siamo adesso? RENNER: Il costruttore-proprietario di questa casa l’aveva fatta davvero accessoriata per essere degli anni Sessanta, quando fu costruita. Era come una casa di Star Trek con pannelli e
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bottoni. Aveva solo bisogno di essere portata agli standard odierni, ma volevo mantenere l’integrità della casa di questa meravigliosa coppia che fece crescere qui le due figlie. Ho un’altra casa a Tahoe dove trascorro la metà del tempo ma questa è la mia casa adesso. E sono piuttosto sicuro che sarà la mia ultima struttura. È qualcosa che ho costruito ed è una rappresentazione di ogni casa che ho messo in piedi e un po’ di ogni film che ho fatto. Questa casa rappresenta molto quello che sono a livello spirituale. Questo sarà il posto di mia figlia in futuro. Adesso mi appartiene ma io appartengo ad Ava. Quando ha inalato il suo primo respiro e di riflesso col palmo mi ha afferrato il dito, ho avuto come una rivelazione e ho pensato, se tutto va bene, questa stessa scena avverrà quando io esalerò il mio ultimo respiro. PLAYBOY: Dopo la tua apparizione come presentatore ai Golden Globe, a gennaio, alcuni ti hanno criticato per una dichiarazione sulla scollatura profonda dell’abito di Jennifer Lopez, tua co-presentatrice. Quando era giunto il momento di aprire la busta, lei chiese, “Vuoi che apra la busta? Ho le unghie” e tu hai detto “Hai anche i Globi”. RENNER: Avevo appena guardato il monologo di apertura pensando che quelle presentatrici, Amy Poehler e Tina Fey, fossero così divertenti, in gamba e audaci. Così sono uscito e poi è successo. È il mio senso dell’umorismo. Non prendo le cose troppo sul serio. Non ho guardato i Globes. Sono andato a farmi una bevuta al bar e continuavo a sentire la gente, tutta la sera, che diceva, “Amico quella è stata la cosa più divertente”, “Fratello, è stato la parte migliore dello show”. Tra me pensavo, “Ma di che parlate?” Non ne avevo la minima idea. PLAYBOY: Questa cosa ha fatto furore sui social media. RENNER: A dire il vero, Jennifer ha pensato che fosse terribilmente divertente, si è un po’ agitata e forse anche eccitata da quella esperienza. Abbiamo partecipato a qualche party a degli eventi dopo e ci siamo divertiti. Altra gente ha cominciato a sparlarne. Ognuno ha diritto alla sua opinione ma non mi dovete disturbare. Ce NE se siamo sbattuti le palle. Mi sarei scusato pubblicamente se l’avessi ferita nei sentimenti. Ma in realtà è stato completamente l’opposto e ci sono le prove che lei ha detto che Renner è spassosissimo.
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PLAYBOY: Stai attraversando un divorzio di cui si parla molto con Sonni Pacheco, tua moglie per 10 mesi. Avete sistemato la questione dell’affidamento di tua figlia ma alcune delle accuse dai documenti tribunali che sono state rese pubbliche devono essere state parecchio sgradevoli per una persona così riservata come te. RENNER: Non ho dormito più di quattro ore a notte la scorsa settimana. La mia pelle sta avendo degli sfoghi. Ho cerchi scuri sotto gli occhi. Sono disidratato. Ho un aspetto di merda. Non mi sentivo molto a mio agio a fare uno shooting fotografico stamattina ed ero in ritardo perché arrivavo dalla mia quarta deposizione per il divorzio. Qualunque cosa che mi porta via da mia figlia, che sia una cosa buona come Mission: Impossible 5 o qualcosa di brutto come il mio divorzio, lo vedo come una distrazione e un ostacolo. Adesso se qualcosa mi porta via e non posso vederla, semplicemente non la faccio. Non mi interessa quanto mi pagheresti. Tutte le mie energie si riversano su di lei e sul suo benessere. Dividiamo il tempo con Ava equamente adesso. Quando è il tempo di papà e Ava, faccio unicamente quello. PLAYBOY: Anche i tuoi genitori avevano divorziato, giusto? RENNER: Quando avevo otto anni e facevo la terza elementare. Non avevano tanti soldi e dopo il divorzio ci siamo trasferiti spesso. Fino alle medie, credevo che ogni nuovo anno scolastico coincidesse con un nuova scuola per tutti. Forse quello ha contribuito alla mia timidezza. Dovevo costantemente essere o molto gregario e andare a conoscere nuova gente oppure essere semplicemente l’osservatore che ero e che sono ancora. Ero il più grande di quattro figli e mia madre aveva sempre un sacco da fare a casa. A quei tempi, quando ero giovane, mio papà gestiva un centro bowling ed è diventato socio di un altro centro bowling a Lodi. Dopo il divorzio, ha ripreso a studiare e ha lavorato come amministratore alla California State University, Stanislaus, dov’è rimasto per gli ultimi 25 anni più o meno. Siamo una famiglia molto unita, ognuno di noi. PLAYBOY: Che lavori hai fatto da ragazzo? RENNER: Iniziai a lavorare a 10 anni, consegnavo giornali, d’estate lavoravo lavando le macchine e poi al liceo imbustavo la spesa al supermercato. Se volevo qualcosa dovevo guadagnarmelo.
PLAYBOY: Hai mai lavorato nel centro bowling di tuo padre? RENNER: No ma iniziai a giocare a bowling a tre anni e avevo la media di 225 all’età di 12. Ho girato molto come semi-professionista e giocavo contro gente proprio adulta. Su 500 concorrenti, arrivavo 17esimo. Ero molto competitivo e giocavo a molti sport, baseball e soprattutto calcio. Ero agile e veloce, piccolo e asciutto. Però nel bowling devi battere il tuo stesso punteggio. Se non arrivavo a 220 o a superare i 225 non l’accettavo. Scherzo sempre dicendo che quel gioco mi ha mandato in terapia. Non è vero ma dovevo uscirne perché non me la godevo più. PLAYBOY: Quali sono i ricordi che hai della tua infanzia a Modesto? RENNER: Era un posto fantastico in cui crescere negli anni Settanta. Non c’era bisogno di chiuderci a chiave. Avevo comunque una copia di chiavi e mi era data molta libertà. Insieme ai miei amici facevamo cose buone oppure ci mettevamo nei guai – cose stupide come costruire razzi bottiglia o riempire di carta igienica una casa. O magari lanciavo un gavettone ad una macchina che andava a 80 all’ora oppure con uno specchietto mandavo il riflesso negli occhi delle persone mentre guidavano. Un poliziotto passava a casa, “Sa cos’ha fatto suo figlio con i suoi amici?” e ci dava uno schiaffo sul polso. PLAYBOY: Che ricordi hai di te stesso, allora? RENNER: Ero uno dallo sviluppo tardivo, anche fisicamente, ma ciò nonostante ero sempre sicuro quando si trattava di sport. Dominavo in molti campi. Sapevo di essermi separato dal branco. Ero sempre allegro, buffo e dispettoso e non prendevo le cose troppo sul serio. Non mi sono sentito sicuro di me stesso fino all’ultimo anno del liceo, quando mi sono proprio esposto diventando socievole e buffone. Ero sempre motivato. Anche se non sempre la scuola mi piaceva, avevo una sensibilità pratica per le cose. Ottenere buoni voti mi portava ad avere più libertà. Non mi sono mai permesso di avere un’emozione o un pensiero cattivi. Erano tutti repressi (ride). Anche ora, guarda i personaggi che interpreto adesso. Sono tutti ruoli terapeutici. PLAYBOY: Quando hai scoperto il sesso? RENNER: Quando ho smesso di inseguire il pallone da calcio, ho comincia-
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© UNIVERSAL PICTURES
to ad inseguire le ragazze. È stato più avanti al liceo che sono fiorito in quel regno. PLAYBOY: Come hai perso la tua verginità? RENNER: La mia storia è pessima, come quella di tutti. È stata solo un’esperienza a caso, imbarazzante ed ero molto agitato. Mi ricordo il discorsetto sul sesso di mio padre, “Figliolo, nien-
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te guanto, niente amore”. Quando ero adolescente, lui era un padre single e sono sicuro che si dava da fare a caccia di donne. Aveva aperto un cassetto, “Ecco i preservativi”. PLAYBOY: Quando li hai usati la prima volta? RENNER: Ero all’ultimo anno di liceo e la mia ragazza era del primo anno nella stessa scuola. Lei e sua ma-
dre venivano nel supermercato dove io imbustavo. Erano nuove in città. Stavamo facendo una festa tra adolescenti a casa di mio padre – c’era qualcuno del mio gruppo, la gemella della mia ragazza, qualcuno dei loro amici. Iniziò alle 5 del pomeriggio. Avevamo la musica, qualche birra, ed arrivò la mezzanotte. Sapendo che l’occasione si sarebbe finalmente presentata, mi
» Non sono finite le eterne tribolazioni di Tom Cruise nei panni dell’agente Ethan Hunt che questa volta si troverà a fare i conti con il Sindacato, una spietata organizzazione criminali di agenti speciali intenzionati a distruggere definitivamente l’IMF e creare un nuovo ordine mondiale. Ethan riunisce la sua squadra e si allea all’ex agente britannico Ilsa Faust (Rebecca Ferguson). Renner, nei panni di William Brandt, dovrà aiutare Ethan Hunt a dimostrare che il Sindacato esiste e le sue intenzioni non sono buone.
ero messo il profilattico molto prima di quando l’avremmo fatto. PLAYBOY: Quantifica “molto prima”. RENNER: Tipo 4 o 6 ore prima. Ero così agitato, non volevo infilarlo al contrario o sottosopra o qualcosa del genere. L’abbiamo fatto sul letto ad acqua di mio papà, dove entrambi siamo praticamente collassati. Sono quasi sicuro che sia stato poco degno di nota per entrambi. Mi sono svegliato con sua madre che la chiamava al telefono. Mi dispiaceva che sua madre ce l’avesse con me, come penso sarebbe stato per ogni genitore. Le vedevo ancora quando imbustavo la spesa. La vedevo a scuola. Ma non aveva più il permesso di stare in giro dopo scuola. Hanno chiusa speditivamente la faccenda. PLAYBOY: Ti domandi mai se la tua ex ti ha visto nei film? RENNER: Penso lei sia ancora a Modesto, sposata con figli. Ma non ho proprio idea di cosa pensi. Forse va al cinema e pensa, “Ok, Hawkeye è stato il primo per me”. Oppure ha una bambola voodoo di me, per quello che ne so. PLAYBOY: Come è entrata nella tua vita la recitazione? RENNER: È apparsa dal nulla. Ho finito il liceo e sapevo di dover andare al college. Avevo un bel 75 QI ed ero stato accettato in delle buone scuole – l’Università della California, Berkley era una di quelle. Avrei dovuto farmi prestare i soldi per andare in una scuola senza nemmeno sapere cosa volessi studiare. Mio padre lavorava come consulente per ragazzi che uscivano dal liceo. Mi raccomandò di rimanere a Modesto e di portare a termine i corsi di matematica e scienze. E disse, “Per quanto riguarda il resto dei corsi da fare, vai a giocare. Scegli un corso e fai pure pena. Prova le stronzate che non avresti mai pensato di voler fare”. Mi diede il permesso di fallire. Non aveva nessun giudizio su qualsiasi cosa volessi essere. Che grande dono è stato. PLAYBOY: Quindi il teatro rappresentava la tua occasione di andare a giocare? RENNER: Mi sono laureato in Scienze informatiche, ma ho anche fatto un corso di oratoria. Terrificante. Finalmente, un po’ come giocare a freccette, ho provato un corso di recitazione. Pensavo “Mi piace Michael J. Fox in Casa Keaton. Lui è divertente. Ecco cos’è la recitazione”. Per fortuna ho avuto un’insegnante straordinaria, Charline Freedman, che riposi in pace, che mi mostrò cosa fosse realmente la
vita da attore. La recitazione mi diede una comunità, una comunione di persone, un luogo in cui ero vulnerabile e dovevo mettermi a nudo ma anche un luogo sicuro perché ti nascondi dietro un personaggio quando sei sul palco. All’improvviso ho perso la testa per questa cosa. Ho pensato “Questo è quello che voglio fare”. PLAYBOY: Su YouTube c’è un video del 1990 di te che reciti lo spaventapasseri in una produzione universitaria del Mago di Oz. RENNER: Quella è stata la prima recita a cui invitai la mia famiglia per mostrar loro cosa facessi –recitare, cantare e ballare davanti a 1.500 persone. La mia famiglia si è chiesta chi fosse quel ragazzo. Cominciai poi a fare ruoli più pesanti e tormentati nei drammi familiari – Orphans, Ordinary People, ed è allora che mi sono appassionato alla psicologia. Studiare psicologia mi ha portato su un percorso di auto-consapevolezza. Ho trovato una guida in mio padre che aveva studiato psicologia. Lui è anche un teologo che mi ha introdotto a molte religioni e mi ha mostrato un modo di pensare più alto e varie filosofie. La psicologia era la materia alla quale mi aggrappai di più e la recitazione e il comportamento umano sono diventate una cosa sola per me. Ciò mi ha aiutato a comprendere che dovevo togliere i paraocchi della vita di provincia ed andare alla scoperta di me sesso, delle mie paure e della mia arte. PLAYBOY: Ai tuoi genitori stava bene la tua seria ambizione per la recitazione? RENNER: Mi sostenevano ma non sapevano bene cosa fare con me. Solo dopo ho scoperto che in realtà erano molto spaventati. In quei due anni, andai a San Francisco e studiai, feci uno spettacolo dopo l’altro e dissi che mi sarei trasferito a Los Angeles. Non ci ero mai stato ma sapevo che era lì che dovevo andare. Non volevo una carriera in teatro perché sapevo sarebbe sempre stata faticosa e non ci avrei fatto molti soldi, il che non era la miglior prospettiva per poter fare una famiglia, un giorno. PLAYBOY: A poco più di vent’anni già avevi l’obiettivo di formare una famiglia? RENNER: Beh, di sposarmi più in là nella vita, ma sì. Come Jed Clampett [personaggio di una serie tv americana degli anni Sessanta sui bifolchi montanari, ndt] ho messo tutta la mia
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robaccia nel mio vecchio furgone e mi sono trasferito giù. Ho trovato velocemente un agente. Ero molto motivato e avevo anche un’agenda con calendario. Lavoravo abbastanza da potermi definire un attore che lavorava. Ma era difficile per me comunicare alla mia famiglia a Modesto com’era la vita a L.A. Non vedevano ciò che noi chiamiamo lo schifo della situazione, cioè che campavo con 10 dollari al mese, cercando di tenermi al caldo, mangiando i buchi delle ciambelle e qualche notte l’ho passata nella mia macchina. Mi appoggiavo alla famiglia che mi ero creata quaggiù, persone che facevano ciò che facevo io. Ero così provinciale che quando ho ottenuto la prima parte da protagonista per Senior Trip – La scuola più pazza del mondo la chiamai e le dissi che andavo a Toronto a girare un film. Ma manco sapevo dove fosse Toronto. PLAYBOY: Quanto ti ci è voluto per farti una vita sociale a Hollywood? RENNER: Poco. Ero anche in una band qua, un progetto laterale, con un bel po’ di rock stars dal gruppo Tonic. Ci siamo incontrati facendo karaoke al bar J. Sloan’s a West Hollywood, che purtroppo non c’è più, e siamo finiti a fare un sacco di concertini acustici in giro per la città. Aveva un suono tipo gli Eagles ma più sperimentale. Era divertente ma fu allora che arrivò S.W.A.T. Ho trovato un fratello per la vita in Colin Farell in quella occasione e la mia carriera cinematografica ha davvero preso il volo. PLAYBOY: Gli addetti al casting ti avevano mai detto che avevi la faccia e la vibrazione adatta per ruoli più da tenebroso? RENNER: La mia faccia a riposo può essere molto severa, tipo una faccia da omicida a riposo. L’ho ereditato da mia madre, una nutrice, protettiva e dura, una donna dura con un centro morbido ed appiccicoso. È come una mamma orsa: la punzecchi con un bastone e ti becchi un artigliata. Mio padre ha quasi un’energia più femminile –molto emotivo e comunicativo. Il mio lato più forte è più in accordo a quello di mio padre. Ancora non ho capito come la gente mi percepisce e fondamentalmente non mi importa. Sembra che pensino che io voglia ammazzarli o fotterli. PLAYBOY: Prima hai accennato di avere avuto delle distrazioni da tua figlia, incluso Mission: Impossible –
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Rouge Nation, che naturalmente ha come protagonista Tom Cruise. Erano esagerate le voci circa le difficoltà di produzione? RENNER: Questa Mission è stata come tutte le Mission: gran bei pezzi di azione con una traccia di storia da qualche parte lì in mezzo. Ce ne sono state quattro versioni di successo prima di questa quindi perché avrei dovuto contrastare il processo? Sono andato e ho dato il meglio delle mie capacità nel contesto in cui mi trovavo. Ora, era il miglior contesto per me? Il meglio di cui sono capace? Cazzo, no. Non ricevere nessuna informazione circa che cavolo sta succedendo non permette agli artisti di impiegare al meglio le proprie capacità. Mi sono affidato a Tom Cruise, Chris McQuarrie (il regista) e lo studio e mi sono buttato. PLAYBOY: Qualche sensazione di pancia circa la fiducia, se fosse stata ben riposta? RENNER: Adoro Tom, Simon Pegg e tutti gli altri nel film. Adoro il mio personaggio. Ero felice di farlo. La sfida più difficile in quel film e in quello di Avengers: Age of Ultron era che entrambi sono stati girati a Londra, il che mi portava ad 11 ore di distanza da Ava. È stato quello a causare nervosismo, irascibilità e qualsiasi emozione negativa che provavo durante quella esperienza cinematografica. Una volta atterrato a Londra riuscivo solo a pensare a chissà quando avrei rivisto la mia piccolina. Se sapevo che si trattava di due settimane, ok. Se mi dicevano che non sapevano per quanto avrei dovuto girare, beh, il signor Renner non era proprio un uomo felice nella roulotte del trucco quella mattina. Se non avessi avuto mia figlia, mi sarebbe piaciuto stare a Londra e non sarei tornato negli USA praticamente mai. Ma 40 voli da Los Angeles a Londra e ritorno mi hanno quasi ucciso. PLAYBOY: Nel 2012 hai reso noto pubblicamente la tua frustrazione riguardo il ruolo marginale di Hawkeye in The Avengers. In Avengers: Age of Ultron ha molto più spazio. Sei più felice? RENNER: Non per essere stronzo, ma riesco addirittura a parlare, in questo film. Non ho visto il film intero ma ho visto una scena l’altro giorno che ho amato perché all’improvviso mi ha fatto pensare “Wow, ecco chi è Hawkeye”. Non che voglia andare a fare un film incentrato su Hawkeye, ma c’è tanto da esplorare in lui. È quasi impossibi-
le mettere così tanti grossi personaggi insieme in un film e riuscire a far tutti felici. C’è molto più da fare per me in questo nuovo film, in un cast ancora più grande, con nuovi buoni e nuovi cattivi. Tutto ciò che ha funzionato bene in The Avengers è esponenzialmente più grande in questo. PLAYBOY: Questo film ha un insieme di persone più orientata a far squadra. RENNER: Ho visto Robert Downey Jr. due volte nello scorso film, incluso le volte fuori dal set. Stare insieme molto di più in questo film ha reso l’esperienza più divertente. Abbiamo potuto prenderci in giro per i nostri costumi. La sfida per il regista Joss Whedon con Downey, Chris Evans, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Mark Ruffalo e me è stata creare un gregge disciplinato da un branco di pazzi. Tutti noi in una stanza? È come avere un sacco di bambini che corrono in giro. È perfetto perché interpretiamo una squadra raffazzonata di eroi pieni di difetti e sfasciati. Se fosse un gruppo di tizi che volano in giro sparando in costume, voglio dire, ma chi se ne frega? Con questi personaggi, c’è davvero qualcosa che puoi tifare e per cui combattere. Ci tieni davvero a questa gente. PLAYBOY: Hai in programma di fare dei seguiti a The Bourne Legacy? RENNER: C’è un’enorme storia abbastanza complicata e un retroscena dietro quel franchise. Le persone ci tengono a mantenerlo molto intellettuale e brillante. Per continuare a fare quei film ci dovrà essere un bel motivo per continuare a raccontare quella storia. In questo io non ho parte quindi lascio chi è capace nel suo lavoro a capire cosa bisognerà fare e quando. Ma già, mi piacerebbe farne un altro. PLAYBOY: Tirando le somme, che periodo è per te, professionalmente e sentimentalmente parlando? RENNER: Mi sento sempre come se fosse un periodo straordinario. Stai parlando con uno che è davvero felice nelle sue cazzo di infradito adesso con la figlioletta scorrazzante per casa in pigiama, che mi aspetta. Sono nato in tanto amore e ne ho ancora di più nella mia vita adesso. Sono un uomo come chiunque altro. Sto accettando i miei difetti e le cose belle e brutte della mia vita. Anche se possono accadere delle cose di merda nella vita, so che c’è una luce alla fine del tunnel.
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Q U E S T I O N S
OSH H4RTN3TT
H4RTN3TT di Stephen Rebello
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PLAYBOY: Nel ruolo di Ethan Chandler, donnaiolo, pistolero e lupo-mannaro dell’epoca vittoriana nella serie tv sexy-soprannaturale-horror Penny Dreadful, ti sei guadagnato nuove attenzioni e riconoscimenti. Hai ottenuto la notorietà all’inizio degli anni 2000 con ruoli importanti in una serie di film di alto livello come Pearl Harbour, Black Hawk Down e Hollywood Homicide. Dai credito alla saggezza popolare hollywoodiana che ritiene che tu abbia messo fuori strada la tua carriera rifiutando troppe parti in grosse produzioni, tra cui le offerte per i ruoli da supereroi come Batman, Superman e Spiderman? HARTNETT: Ero stato travolto dall’intensità di quella fama improvvisa e in tutto questo mi sentivo come se non potessi fidarmi di nessuna nuova persona che incontravo e delle sue intenzioni. Ho trascorso molto tempo a casa nel Minnesota con la mia famiglia e gli amici. Ho fatto film più piccoli e ho smesso di lavorare per un po’. Se potessi tornare indietro, con la saggezza che ho oggi, vorrei essere stato più resiliente. Vorrei non essere stato così terrorizzato come di fatto sono stato. Forse avrei capito che non importa cosa la gente prova a prendere da te, non sei tenuto a darglielo. Sicuramente sono cresciuto un po’.
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PLAYBOY: Quali sono le conseguenze del dire no a grossi registi e progetti? HARTNETT: Sicuramente ho detto di no ad alcune delle persone sbagliate. Ho detto di no perché ero stanco e volevo trascorrere più tempo con la mia famiglia e gli amici. Questa cosa non è vista di buon occhio nell’industria del cinema. Alla gente non piace sentirsi dire di no. A me non piace sentirmi dire di no. Ho imparato la lezione quando parlai con Christopher Nolan (sceneggiatore e regista, ndr) di Batman. Decisi che non era cosa per me. Dopo lui non volle inserirmi in The Prestige. Non solo assunsero il loro Batman per quel ruolo, ma assunsero anche la mia ragazza dell’epoca.
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PLAYBOY: Così Christian Bale e Scarlett Johansson hanno potuto fare The Prestige e Bale interpretò anche tre Batman, tutti
con Christopher Nolan. Nello stesso anno in cui è uscito The Prestige tu eri nel film Slevin, poco visto ma ben accolto, e in Black Dahlia, film poco visto e accolto non troppo bene, insieme alla Johansson. HARTNETT: Ed è stato allora che ho realizzato che i rapporti erano stati forgiati nel fuoco di quel primo Batman e avrei dovuto fare parte di quel rapporto con Nolan, che trovai incredibilmente figo e di talento. Ero così concentrato sul non essere incasellato e così spaventato dall’essere considerato un certo genere di attore... Avrei dovuto pensare, “bene, lavora più sodo, ragazzo”. Vedere Christian Bale andare avanti e fare così tante altre cose è stato fantastico. Voglio dire, è stato in grado di superare quella cosa. Perché non ero in grado di vederlo all’epoca?
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PLAYBOY: Ti sei mai trovato in un cinema a guardare, per esempio, Christian Bale, Brandon Routh oppure Tobey Maguire nei loro film di Batman, Superman o Spiderman, e pensare “Questo non sarebbe poi stato tanto male da fare per me, dopo tutto”? HARTNETT: Sì, l’ho fatto, di sicuro. Adesso so che non rifiuterei qualcosa semplicemente perché si tratta di un ruolo da supereroe. Sono nato nell’era di Michael Keaton che recita Batman. Per me quello è Batman. È così maestoso in quella parte – così silenzioso, come un fantasma, e poi ogni tanto questa cosa incredibile semplicemente emerge da lui. Era una performance così figa, soprattutto dal momento che lui era famoso per performance grandi di un certo livello.
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PLAYBOY: Quando tu e Ben Affleck recitavate insieme in Pearl Harbour, avresti mai potuto immaginare un universo in
SÌ
AMMETTE CHE DEGLI SBAGLI LI HA COMMESSI. MA LA
STAR
RUBACUORI
È TORNATA E HA TROVATO
UN NUOVO, SANO MODO DI AFFRONTARE LA
CELEBRITÀ
cui lui fosse la star in un film di Superman? HARTNETT: In quale universo Ben Affleck vince un Oscar per il miglior film in cui recita e fa da regista? Sapevo che lui era in grado di fare tutto ciò che volesse. Ben è sempre stato il tipo più intelligente, ma lo tiene per sé per qualche ragione.
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PLAYBOY: Tornando indietro a quando eri acclamato come l’uomo del momento, tu o qualcuno vicino a te si è mai chiesto se ti stessi ribellando alla Hollywood tradizionale giusto per il gusto di ribellarti? HARTNETT: Questa cosa è ancora molto radicata dentro di me. Il punto era non accettare le norme sociali come valori di facciata. Se dovevo essere un essere umano vivente, respirante e pensante, mi sono sempre sentito come se dovessi farmi tante domande sul mio posto nel mondo e seguire quella linea. Noi tutti ci facciamo quelle domande ma qualche volta ci sentiamo incapaci di chiedere o ci sentiamo relegati nelle domande che invece ci permettiamo di chiedere. Non ho mai sentito quella pressione, per fortuna. La cosa che più mi spaventa in questi giorni, però, è se ciò sia diventato troppo un’abitudine per me. Quando qualcuno mi dice di andare a sinistra, io devo andare a destra. Non è che sto davvero realizzando qualcosa facendo così. Ciò mi terrorizza e cerco di tenerlo sotto controllo.
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PLAYBOY: Che succede quando prendi direzioni sbagliate? HARTNETT: Puoi correre per sentieri sbagliati per molto tempo senza guida. Un mio amico che stava attraversando un momento del genere ha iniziato a meditare. Sulle prime mi sono detto “Perché ti serve un mantra?”. Ma ha funzionato a meraviglia per lui. Semplicemente ha più chiarezza. In mezzo alla baraonda, essendo al centro degli affari, non avevo quel tempo. Non ero in grado di creare quello spazio per me stesso.
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PLAYBOY: Una teoria su di te è che hai rifiutato dei lavori perché non avevi nessun profondo, radicato, desiderio di essere ricco. È vero? HARTNETT: Ho avuto il punto di vista “Non ti servono soldi per sopravvivere. Possiamo tutti aiutarci a vicenda”. Questo è un concetto radicato nella mia famiglia. Mio fratello minore ha lavorato pro bono per un lungo periodo e faceva affidamento sullo scambio di cose che gli servivano con i suoi vicini Amish per rendere la vita sopportabile. Ha smesso e ora ha quel che noi chiameremmo un percorso normale.
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Pensavo che ci fosse qualcosa di sensato in quella idea, soprattutto per noi attori e creativi. Se solo potessimo aiutarci a vicenda ed esprimerci, saremmo tutti felici. Ma poi penso, “Cazzo, ci sono le bollette da pagare e dovrei prendermi una macchina che sia sicura per mio figlio…”. Non ho ancora un figlio ma è l’idea che mi sta passando per la testa in questo periodo.
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PLAYBOY: Una volta hai definito la fama “un attrezzo smussato gettatomi tra le mani quando ero molto giovane”. Hai brandito quell’attrezzo soprattutto sugli altri o su te stesso? HARTNETT: La fama può essere una cosa pericolosa. Può distruggerti. Mi sono messo in posizioni in cui facevo sentire la mia voce quando in realtà avrei probabilmente dovuto ascoltare. Quando sei giovane e hai le tue convinzioni e la fama ti dà all’improvviso un microfono, pensi, “Dirò a tutti come stanno le cose”. Nel 2004 andavo in giro facendo propaganda per John Kerry candidato alla presidenza. Dovevo fare un discorso in Iowa ma in realtà non avevo fatto nessuna ricerca sull’Iowa. Ho parlato a una classe di ragazzi cresciuti da genitori repubblicani e cercavo di spiegare perché io votavo per Kerry. Le domande dei ragazzi erano molto in sintonia con un lato della vita che io non avevo semplicemente considerato. Mi fece sentire piccolo e provinciale il fatto di non aver considerato in modo approfondito l’altro punto di vista in America. Ho dovuto fare un passo indietro da quello che stavo facendo per capire se davvero sapevo ciò di cui stavo parlando.
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PLAYBOY: Per anni il tuo nome a livello sentimentale è stato legato a una serie di attrici bellissime, come Amanda Seyfried e altre con cui hai fatto dei film, come Scarlett Johansson. Da qualche anno a questa parte risulta tu sia profondamente coinvolto con Tamasin Egerton, con la quale hai recitato nel film di viaggio nel tempo, non ancora uscito, The Lovers. In generale, come è stato per te frequentare colleghe attrici? HARTNETT: Penso sia un modo rispettabile di vivere le relazioni. Ho incontrato delle persone molto importanti nella mia vita mentre giravo i film. Qualche volta ciò ha avuto conseguenze terribili per tutte le persone coinvolte. Alcuni rapporti invece sono stati fantastici fino alla fine. Tutti facciamo errori frequentando le persone con cui lavoriamo. Sono attratto da loro perché ci condivido esperienze e riesco a comprendere un po’ di ciò che loro sono e fanno. Se potessi tornare indietro nel tempo, non so se farei diversamente.
PLAYBOY: Alcuni film che hai fatto negli ultimi dieci anni - La rivincita del campione, 30 days of night, I come with the rain sono passati inosservati, ma tu sei rimasto una calamita per i paparazzi. Nel 2007 la stampa e internet hanno diffuso la voce che ti sei fatto fare un pompino da almeno una delle due donne presenti nel bagno degli uomini, in un bar della Lower East Side a New York. HARTNETT: Se spunta fuori qualcosa di completamente falso, ridicolo o umiliante, cerco di non perderci tempo sopra. Ci sono momenti in cui saltano fuori delle cose e tu semplicemente speri che tua madre non legga i giornali. O speri che chi ti conosce bene sappia che non sia il caso di crederci. Non lo dico perché sono stato un santo. Ma la cosa che importa è che questa roba, spero, non abbia un impatto reale o brutte conseguenze sulla mia vita personale con le persone che amo e a cui voglio bene.
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PLAYBOY: Hai recentemente finito di girare il western Wild Horses con James Franco. Tu e Franco vi siete scambiati appunti su come usare i social media per giocare con la percezione che il pubblico ha di voi? HARTNETT: No, perché lui è preso a fare qualcosa con la sua fama - c’è qualcosa che sta ancora filtrando da lì e sono curioso di vedere quale sarà il risultato. Onestamente, non so nemmeno se mi importerebbe fare qualcosa del genere. Consuma troppo tempo e non so cosa ci sia da guadagnare. Però fare questo film è stato fantastico. Robert Duvall lo ha scritto, diretto e interpretato. Eravamo su nelle montagne dello Utah, a cavalcare. Io interpreto il figlio di mezzo di Duvall, che lui un po’ trascura. James recita nel ruolo dell’amatissimo figlio minore, che si scopre essere gay e cui reca un enorme danno psicologico. È la storia del ritorno del figlio minore e del padre che scende a patti con la fine della sua vita.
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PLAYBOY: A proposito di padri e figli, tuo padre era un musicista che suonava con Al Green. HARTNETT: È stato solo un paio di volte, ma sì, ha suonato musica per tutta la sua vita ma nell’arroganza della gioventù pensava sarebbe stato qualcosa di importante. Pensava, “Bene, c’è questo Al Green che arriva in città e suoneremo con lui un paio di volte. Chi se ne frega!” Più avanti ha pensato “Ma porca merda”.
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PLAYBOY: In Penny Dreadful hai dei colleghi forti come Eva Green, Timothy Dalton, Billie Piper e Rory Kinnear, e la serie è stata concepita e scritta dal drammaturgo John Logan, sceneggiatore di Skyfall e Sweeney Todd. C’è qualche neo? HARTNETT: La tv è un processo nuovo per me. Avrei dovuto indovinarlo, ma la velocità necessaria a riprendere un film di due ore in cinque settimane è devastante. Quando finisci, non c’è la festa di fine riprese, nessun batti-cinque. Abbiamo fatto quattro di quei film da due ore uno dopo l’altro l’anno scorso e in questa stagione ce ne sono cinque da fare. E giriamo a Dublino.
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PLAYBOY: Non è proprio una delle peggiori location, però… HARTNETT: Una buona città da girare. Di solito lavoriamo la mattina però e lì fa freddo e non credono negli impianti di riscaldamento. Il freddo di Dublino appartiene a una differente categoria di freddo rispetto a quello a cui ero stato abituato, crescendo in Minnesota. Quando hai freddo a Dublino, hai anche freddo dentro, quindi c’è solo da andare a casa e accendere il fuoco – il che è in realtà una cosa figa. Generalizzo, ma gli irlandesi hanno una melanconia di fondo, eppure sono molto resilienti, felici e allegri come popolo.
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PLAYBOY: La serie mostra demoni, fantasmi e personaggi tormentati come lo Squartatore, Dorian Gray e il Dottor Victor Frankenstein e la sua mostruosa creazione. È ambientato nella Londra vittoriana, intorno al 1891, ed è pervasa di contenuti sessuali. Interpretare un personaggio spettrale che si trasforma in lupomannaro ti fa pensare a come sarebbe il sesso licantropico? HARTNETT: Ho pensato ad Ethan come persona con lo stesso numero e tipo di sensi che ho io, quindi la sua trasformazione in lupo mannaro è solo una sorta di stato di fuga. I miei pensieri su come percepisce la sessualità, l’amore e la perdita, sono più incentrati su lui come persona piuttosto che come un mutante o altro genere di essere. Nella prima puntata della scorsa stagione, lo troviamo in una giornata in cui si sarebbe anche potuto uccidere. Si è svegliato molte volte con le mani insanguinate. Vede se stesso come una sorta di anomalia malvagia e ne è terrificato. Lo nasconde cercando di sembrare il classico drogato di tutto, di stati di esaltazione. È ossessionato dai suoi segreti. Tutti ne ab-
biamo. Una questione che emerge nella seconda stagione è se davvero dovremmo vergognarci di quei segreti. In questa stagione si apre e diventa meno brusco. C’è una maggiore sfumatura sessuale. C’è anche più leggerezza e divertimento. Per la prima volta c’è speranza in Ethan.
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PLAYBOY: Come sarebbe sopravvissuto Josh Hartnett nella vera Londra del XIX secolo? HARTNETT: Le opzioni per un tipo come me sarebbero state molto limitate
allora. Mi domando cosa avrei fatto per vivere, se sarei andato a scuola, perché c’erano così tante questioni di classi sociali quando si parla della Londra vittoriana. Non so se Josh Hartnett sarebbe nato in una famiglia aristocratica, ma se così non fosse stato la sua vita sarebbe stata molto breve e piena di duro lavoro fisico.
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PLAYBOY: Cosa ti ha maggiormente sorpreso nel fare Penny Dreadful? HARTNETT: John Logan è stato molto tranquillo nel lasciarci liberi di confrontarci su quale direzione avrebbe dovuto prendere la serie. Adesso sta scrivendo la terza stagione. Siamo rimasti continuamente attenti a cosa trovavo affascinante e non tra le varie cose che ha ideato. Uno degli aspetti che mi ha davvero interessato nel recitare questo ruolo è stato far parte di un processo organico come attore, invece che essere un attore con un ruolo già bello che definito. Un’altra cosa è stata scoprire quale impatto ha sulle persone ciò che facciamo. Solitamente per noi è una cosa estranea mentre siamo nel processo di realizzazione del film.
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PLAYBOY: Vuoi dire che hai appreso che la serie ha una vasta gamma di fan? HARTNETT: Già, qualche volta inciampiamo, ma ci dà belle sensazioni, semplicemente facendolo. Non sapevo se la gente avrebbe reagito bene alla serie ma sembra che lo stia facendo. E poi all’improvviso Patti Smith è venuta a Dublino e ci ha guardati girare per un giorno. Salta fuori che le è davvero piaciuta la serie e magari scriverà delle canzoni apposta. Incredibile.
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PLAYBOY: Quindi, alle persone che vorrebbero ancora farti quella vecchia domanda “Che cosa è successo a Josh Hartnett?” cosa diresti? HARTNETT: Sono curioso di vedere cosa vuole la gente dello spettacolo da me, semmai vuole qualcosa. Sono molto felice della mia vita personale, stiamo semplicemente andando passo passo, cercando di ricavarne un po’ di senso. In questo periodo sono molto aperto rispetto a quello che provavo e quello che volevo ottenere dal mondo dello spettacolo quando ero giovane e al centro di tutto questo. L’anno scorso, i miei film preferiti sono stati Birdman e Frank. 8 ½ di Fellini è il mio film preferito. Se a qualche punto riuscissi a fare qualcosa di lontanamente figo quanto questi film o qualsiasi cosa su cui abbia mai messo mano Fellini, sarei molto felice.
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SCEICCHI, MAGNATI E SPONSOR INTERNAZIONALI SEMPRE PIÙ SPESSO INVESTONO IN CLUB STRANIERI. LA POSTA IN GIOCO, D’ALTRONDE, È DI QUELLE IMPORTANTI. UN IMMENSO FIUME DI DENARO CHE FA GOLA A TANTI E CHE STA LETTERALMENTE CAMBIANDO LA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL MONDO DEL PALLONE TRASFORMANDOLO IN UN’AUTENTICA MULTINAZIONALE. A CONTROLLARLA I COLOSSI FINANZIARI DELL’ESCLUSIVA CORPORATION FOOTBALL CLUB. ECCO QUALI SONO I RE (ANCHE ITALIANI) DEL CALCIO MONDIALE
na réclame degli anni ’80 sosteneva che “per dipingere una grande parete non serve un pennello grande ma un grande pennello”. Lo slogan, che scomodava ingenuamente le teorie avanzate da fine Ottocento dai classici del pensiero politico-economico su marginalità ed economie di scala, ritrova oggi una sua allure quasi premonitrice. La globalizzazione delle produzioni e l’interconnessione dei mercati stanno indirizzando quasi tutti i settori merceologici verso concentrazioni idonee ad incrementare fatturato e utili. E il calcio degli anni Duemila non fa eccezione. Anzi, le Corporation stanno fiorendo sia dentro il rettangolo di gioco che fuori. Se alcuni club hanno già raggiunto autonomamente dimensioni da multinazionale, con fatturati di oltre 500 milioni, altre società si stanno trasformando in holding, creando veri e propri conglomerati. Collegamenti tra squadre di prima fascia e club satelliti non sono mai mancati, naturalmente, ma la valenza industriale che ha assunto questo tipo di governance calcistica ha spinto alla creazione di Gruppi di club, uniti da cordoni giuridici, con una sola “testa” pensante e un unico quartier generale deputato a coordinare la gestione di un parco giocatori sempre più fungibile e politiche commerciali integrate. Con tutti i pericoli di incroci/conflitti di interesse che si possono intuire. A fare da argine a questa espansione c’è, infatti, solo un generico divieto di un’identica proprietà per team che partecipino alla stessa competizione continentale (Champions o Europa league) o nazionale. In mezzo, scorre l’immenso fiume di denaro che si riversa annualmente nel letto del calcio rischiando di travolgerne, alla prima
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tempesta, le fragili barriere. Oggi la principale multinazionale calcistica è il City Football Group dello sceicco Al Mansour. Già proprietario dell’Al-Jazira, club di Abu Dhabi, lo sceicco nel 2008 acquisisce il Manchester City, sul cui potenziamento investe in poche stagioni circa un miliardo di euro, avviando contemporaneamente un processo di espansione intercontinentale. Nel maggio 2013, infatti, fonda il New York City FC, ventesima franchigia dell’ambiziosissima Major league Soccer. Il club Usa è per l’80% nelle mani del CF Group, mentre il 20% appartiene alla storica franchigia di baseball dei New York Yankees. La squadra ha esordito nella Mls 2015, sponsorizzata da Etihad e Heineken ed ha come Chairman
Ferran Soriano, uno dei più preparati dirigenti calcistici in circolazione, che dopo aver contribuito alla rinascita del Barcellona negli anni Novanta è stato chiamato alla corte di Mansour per dar vita a questo nuovo modello di corporation calcistica. Dopo il New York City Fc, in cui militano due stelle come Frank Lampard e Andrea Pirlo, nel gennaio 2014 viene acquisito l’80% del Melbourne City FC, squadra della A-League australiana, per 12 milioni di dollari. L’affare è realizzato insieme a un gruppo di imprenditori locali già associati al club rugbistico Melbourne Storm, a cui va il restante 20%. Lo sponsor è sempre Etihad, compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti con sede ad Abu Dhabi, che ne approfitta per aumentare al 10% la
sua partecipazione nella Virgin Australia, seconda compagnia area del Paese. Sempre nel 2014 il CF Group compra inoltre una quota di minoranza (circa 20%) dei Yokohama F. Marinos, uno dei team più celebri della J-League giapponese, nato come emanazione della Nissan Motors con cui, non a caso, viene anche stretta un’alleanza planetaria: Nissan diventa così il partner automobilistico dell’intero gruppo per cinque anni. L’operazione con i Yokohama Marinos rappresenta il primo investimento straniero nel campionato nipponico. Il commento di Soriano è un mix di orgoglio e di lungimiranza: «Intendiamo offrire un modello di integrazione allo sviluppo calcistico, mediatico e commerciale per tutti i club appartenenti alla
famiglia del City» (cedendo il copyright del City agli altri club del Gruppo il Manchester mette a bilancio un attivo di 30 milioni di euro…). Altro impero del football è quello della Red Bull. La multinazionale austriaca fondata da Dietrich Mateschitz, ex dirigente della Unilever e di Blendax che deve la sua fortuna alla scoperta durante un viaggio in Thailandia del Krating Daeng, una specie di sciroppo contro il jet lag, oggi vende la sua bevanda in 166 paesi ed ha un fatturato di 5 miliardi all’anno. Con un patrimonio personale di 9 miliardi Mateschitz, patron dell’omonima scuderia di Formula 1, nel 2005 debutta nel calcio rilevando l’Austria Salisburgo. Ne cambia il nome in Red Bull Salisburgo, i colori sociali e la denominazione dello stadio
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(da Stadion Wals-Siezenheim in Red Bull Arena), generando un certo malcontento nella tifoseria che però dopo cinque campionati vinti sembra molto più accondiscendente. Nel 2006 Mateschitz sbarca nella Grande Mela divenendo proprietario dei New York Red Bulls (gli ex MetroStars) con investimenti notevoli, specie se si considera la storia ancora tutta da scrivere del campionato Usa: 30 milioni di dollari per la squadra e una settantina per metà della proprietà del nuovo stadio costruito ad Harrison, nel New Jersey e per i diritti di denominazione di quest’ultimo. «Negli Usa – dice presentandosi a New York – ben 18 milioni di persone praticano il soccer. E oltre 60 milioni seguono le partite ogni weekend. Devo aggiungere altro per spiegare perché ho comprato i MetroStars?». Un anno dopo la Red Bull GmbH costituisce a Campinas, nello stato di São Paulo, la Red Bull Brasil, e nel 2009 s’impossessa di una quarta squadra: il Lipsia. Viste però le restrizioni della normativa tedesca che vieta che il nome dello sponsor sia incluso in quello del team, la Red Bull la rinomina Rb (RasenBallsport) Leipzig. In cinque anni ottiene tre promozioni e oggi è in Bundesliga 2. Nel 2008 vengono costituti in Africa i Red Bull Ghana e un’accademia, a Sogakope, nel distretto di Tongu Sud, poi abbandonati perché poco redditizi. L’approccio della Red Bull GmbH non è certo ispirato alla filantropia. Il record delle compartecipazioni fino a pochi mesi fa apparteneva al belga Roland Duchatelet. Ingegnere civile e fondatore di un partito politico dalla brevissima durata il Banaan, dà vita a un gruppo mitteleuropeo di sei club, tutti controllati dalla sua famiglia. Nel 2004 salva il Saint Truiden (Belgio) dal fallimento, dopo esserne stato sponsor dal 1999, e nel 2011 fa il salto di qualità acquistando lo Standard Liegi (e lasciando il Saint Truiden alla moglie che ancora oggi
lo presiede). Qualche mese dopo, Duchatelet preleva il 94% dell’Ujpest in Ungheria affidandolo alle cure del figlio. Nel dicembre 2013, acquista il 95% del pacchetto azionario di un club di quarta divisione tedesca, il Carl-Zeiss Jena e nello stesso mese diventa proprietario del Charlton, in Inghilterra. Ne acquista il 95% delle quote per 17 milioni di euro, “importando” una serie di giocatori di sua proprietà dallo Standard Liegi. E nel gennaio 2014 si appropria dell’Alcorcon, squadra della serie B spagnola, a quanto pare in vista di alcuni progetti edilizi da portare avanti nella città iberica, tra cui una sorta di “Eurovegas”. Il recordman delle multiproprietà tuttavia a fine giugno 2015 ha deciso di lasciare lo Standard Liegi. Da tempo osteggiato dalla tifoseria per i suoi interessi in altri club e per la cessione in massa di giocatori nel corso degli ultimi anni ha annunciato però la sua volontà di mettersi in gioco in altri campionati: «Resterò nel calcio, ma non in quello belga», ha dichiarato, ufficializzando la cessione del 100% delle quote a Bruno Venanzi, già vicepresidente del club e cofondatore di Lampiris (azienda belga che opera nel settore dell’energia green), per una cifra attorno ai 30 milioni di euro. A geografia variabile è il gruppo calcistico
messo insieme da Vincent Tan. Nel maggio 2010 un consorzio malese guidato da Dato Chan Tien Ghee preleva il 36% del Cardiff City per 6 milioni di sterline e Vincent Tan ne diventa presidente. Tan, in seguito si accaparra il 51% delle azioni del club gallese, e dal dicembre 2013 diventa anche proprietario del Sarajevo, con cui avvia una cooperazione per costruire un’accademia giovanile nella capitale bosniaca. Un investimento da poco meno di cinque milioni di euro. Con la stessa somma il miliardario malese, che già detiene una quota di minoranza nei Los Angeles Fc, nel maggio 2015 fa suo il KV Kortrijk, compagine della Juplier League belga. Anche l’Italia non si è sottratta al nuovo trend. In passato Tanzi e la Parmalat hanno controllato per otto anni il Palmeiras in Brasile. Attualmente sono tre i club che vantano partnership estere. La famiglia Pozzo, proprietaria dell’Udinese (la cui holding di controllo ha base in Lussemburgo), è stata la prima a lanciarsi in grande stile in questo business, rilevando il club spagnolo della Liga, il Granada, e il Watford in Inghilterra. Un affare straordinario, quest’ultimo. Acquisito tre anni fa per circa 25 milioni di euro, il Watford nella stagione 2015/16 disputerà la Premier
League avendo colto una meritata promozione. Il club inglese si è così assicurato un assegno da 150 milioni di euro (a parte gli introiti da stadio e dall’area commerciale). Anzitutto beneficerà del ricco contratto tv che assegna equanimemente ai team della massima serie un minino pari a 90 milioni di euro. E, inoltre, se dovesse retrocedere potrà contare su un bonus (il cosiddetto paracadute) di circa 70 milioni di euro. Niente male, considerando che l’Udinese ha ricavi strutturali (indipendenti dalle plusvalenze da calciomercato) di 65-70 milioni a stagione. È legata alla persona di Erick Thohir, invece, l’alleanza tra Inter e DC United, franchigia della Mls di cui l’indonesiano è azionista di maggioranza dal 2012, un anno prima del suo ingresso nel club nerazzurro. I Della Valle proprietari della Fiorentina, infine, fanno parte del novero di imprenditori che hanno scommesso sulla neonata Indian Super League acquisendo il 15% del Pune Fc. E in più occasioni anche il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, e il patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis, hanno espresso l’interesse per l’acquisizione di piccoli club-consociati. Il business del calcio sembra insomma non avere proprio più confini.
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NONOSTANTE GLI INTROITI MILIONARI, COMPLICI CATTIVA GESTIONE E POCA COMPETENZA MANAGERIALE, CHE INVECE ALL’ESTERO GARANTISCONO CONTI IN ORDINE, IL MONDO DEL PALLONE IN ITALIA, TRANNE POCHE ECCEZIONI, RISCHIA DI SCOPPIARE. SE NON SARÀ CAPACE DI FARE UN PO’ DI PULIZIA E RINNOVARSI. PAROLA DI GIAN PAOLO MONTALI, UNO CHE DI VITTORIE E MENTALITÀ VINCENTE SE NE INTENDE. COME HA DIMOSTRATO PRIMA NELL’ITALVOLLEY E POI NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE DI SOCIETÀ QUALI JUVE E ROMA. IL PUNTO SULLO STATO DELL’ARTE DEL NOSTRO CALCIO FRA SCANDALI, PERSONALISMI, POLEMICHE E SOSPETTI
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a allenatore della Nazionale di pallavolo ha sfidato il mondo vincendo, tra l’altro, due Europei e un argento alle Olimpiadi. Poi, in giacca e cravatta, è passato al calcio. Nel consiglio di amministrazione della Juventus, dal 2006 al 2009, e come direttore generale della Roma fino al 2011. Ora, con noi, Gian Paolo Montali, uomo di sport e portatore sano di “mentalità vincente”, fa il punto sullo stato di salute del pallone, preso a calci in malo modo da scandali, polemiche e sospetti.
PLAYBOY: Bilanci in rosso, scandali, partite truccate: il pallone nostrano ha vissuto l’ennesima estate calda. Perché? MONTALI: Perché in Italia viene ancora gestito in modo superficiale. In alcuni ruoli chiave agiscono persone improvvisate che vengono dal mondo del calcio ma che non hanno, per la maggior parte, la preparazione necessaria per condurre aziende con bilanci stratosferici. Dirigenti di nessuna o poca qualità si circondano di elementi a loro vicini costruendo lobby che invece di portare valore aggiunto creano criticità. Io stesso mi sono sentito dire che per lavorare nel calcio bisogna essere uomini di calcio. Una fandonia perché ci vogliono specialisti del pallone per la parte tecnica, ma per quanto riguarda la gestione, l’organizzazione, il merchandising o le relazioni internazionali servono competenze specifiche. PLAYBOY: Quest’estate ha visto anche la scomparsa del Varese e della Reggina: la provincia romantica è oggi costretta a cedere il passo ai manager? MONTALI: Non è più il tempo dell’improvvisazione o degli uomini di calcio che pretendono di fare tutto. Insegno alla Bocconi di Milano, alla Business School del Sole 24 Ore e
a un master dell’Università di Parma e i più giovani manager che escono da queste scuole possono governare una società creando valore. Invece si punta al potere personale per creare altro potere in una lotta per la sopravvivenza contro chi ha più competenze. PLAYBOY: È solo questione di invidia o si ha anche qualcosa da nascondere com’è successo a Parma? MONTALI: Mah, dove ho lavorato io, alla Juventus e alla Roma, questo non è capitato. In generale, comunque, intorno al pallone girano interessi stratosferici, rappresentati dal mercato dei calciatori, dai procuratori, dai direttori sportivi che comprano e vendono fino ad avere il controllo, com’è capitato al Parma, di centinaia di giocatori con un buco di duecento milioni. Anche curatori che si occupano di fallimenti di aziende multimiliardarie fanno fatica a capire meccanismi simili. PLAYBOY: E allora cosa si può fare? MONTALI: Bisogna stabilire regole ferree e farle rispettare. E avere il coraggio di rinnovarsi. La Juventus, quando c’ero io, nonostante avesse l’obbligo di vincere ha creato un progetto sul lungo termine, puntando a un calcio sostenibile. Si è rischiato, con un aumento di capitale da più di cento milioni di euro e lo stadio di proprietà, ma poi i risultati sono arrivati, sportivi e gestionali. E bisogna considerare che a quel tempo (nel 2007, ndr) nel consiglio di amministrazione della società c’era un solo uomo di calcio, Marco Tardelli, che andò via dopo sei mesi. Oggi la Juve è avanti di sette, dieci anni rispetto alle altre. PLAYBOY: Sei arrivato alla Juve dopo Calciopoli, per “rimediare a un torto subito”. La Cassazione, a fine luglio, ha parlato di “inquinamento complessivo del sistema” eppure tutti gli arbitri sono stati scagionati e molto non è stato chiarito. Si arriverà a capire una volta per tutte come sono andate davvero le cose? MONTALI: Non credo, perché nel nostro Paese si cerca di far passare il tempo e poi il tempo passa e si dimenticano molte cose. Inoltre i tempi della giustizia sportiva ordinaria sono quelli che sono. L’importante è che si faccia anche qui come alla Juventus: quando ci si è accorti che erano successe cose fuori dall’ordinario si ha avuto il coraggio di cambiare. E questo grazie al gruppo Exor e alla famiglia degli Elkann, che hanno portato una mentalità imprenditoriale e la voglia di costruire un progetto che solo in seguito si è avvalso di persone che conoscevano la materia calcistica come Marotta, Conte e così via. PLAYBOY: Ma per un calciatore, un arbitro o un dirigente è così facile falsare una
Qui sopra, Claudio Lotito e, nella pagina affianco, José Mourinho e Lionel Messi, personaggi tra i più chiaccherati degli ultimi tempi.
partita? MONTALI: Quello delle scommesse è un cancro da estirpare e bisognerebbe essere spietati con chi si macchia di queste colpe. Un giocatore deve terminare la carriera, non essere squalificato per tre o quattro anni e poi tornare a giocare e avere nuovamente le stesse opportunità di prima. Comunque, anche se a pagare sono quasi sempre i calciatori, io sono convinto che non ci possa essere una combine senza che altre realtà dell’organizzazione ne siano a conoscenza. PLAYBOY: Dopo i bianconeri sei andato alla Roma. Lì, però, è stato più difficile ottenere risultati. MONTALI: Per due stagioni siamo andati vicini a vincere il campionato e ogni anno abbiamo fatto un progetto per diminuire il debito della società. Ma lì il vero problema è che circa l’80% del budget è destinato all’ingaggio dei calciatori quando, invece, nessuna azienda può permettersi per gli stipendi una percentuale superiore al 55%. PLAYBOY: Quindi nel calcio girano troppi soldi, come dicono tutti, o i soldi sono amministrati male? MONTALI: La seconda. C’è chi si stupisce per certi ingaggi dei calciatori più famosi, ma io considero il calcio un’arte e
credo che sia giusto pagare un fuoriclasse, Totti, Messi, Ronaldo, come si pagherebbe un pittore o un altro artista. Quello che è troppo elevato è lo stipendio della media dei calciatori, che forse percepiscono al di sopra del loro valore e fanno sforare quel tetto del 55% di cui parlavo prima. PLAYBOY: In Italia, spesso, gli stipendi vengono decisi più con il cuore che guardando ai risultati… MONTALI: Mi lascia sempre basito vedere imprenditori di successo, con alle spalle gestioni fiorenti e grandi guadagni, entrare nel mondo del calcio, farsi prendere dalla passione e fare cose contrarie a qualsiasi regola di government. Il futuro, io credo, sarà però sempre più dei bonus, dei benefit legati ai risultati ottenuti. PLAYBOY: Agli imprenditori stranieri, però, il nostro calcio fa gola adesso come non mai. Perché siamo ancora un bel bocconcino oppure, ormai, una facile preda? MONTALI: All’estero considerano il calcio un business. Sono freddi e distaccati e non faranno mai l’errore di perdere soldi o di avere un bilancio negativo. C’è da dire, però, che anche questi investitori sono maggiormente attratti da Paesi come la Spagna o l’Inghilterra dove esistono regole più certe e chiare.
PLAYBOY: Tornando alla Roma, il matrimonio con gli americani non sempre è sereno. MONTALI: Io sono andato via dalla Roma proprio quando sono arrivati gli americani, nel 2011, ma ho sempre fatto il tifo per loro perché conosco molto bene la mentalità manageriale statunitense e mi aspettavo immediatamente un grande salto di qualità organizzativo. Hanno, invece, avuto dei problemi, soprattutto iniziali di strategie sbagliate o di struttura interna e questo mi ha lasciato un po’ perplesso. Però devo dire che è gente seria, rimasta lì con un progetto ambizioso. PLAYBOY: A Milano sponda interista si parla, invece, indonesiano. Ma la mentalità vincente, dicono, deve portarla l’allenatore, Mancini. MONTALI: Secondo me sono tre le componenti che creano una mentalità vincente nel calcio: società, giocatori, allenatori. In quest’ordine di importanza. Ci sono poi, però, allenatori che passano al primo posto perché capaci di incidere anche nello stile organizzativo di una società. Ma sono pochi. PLAYBOY: I Mourinho della situazione… MONTALI: I Mourinho, i Capello. Quando, invece, questi talenti non ci sono allora serve una società fortissima che definisca un modello organizzativo chiaro che tutti devono seguire. PLAYBOY: Al Milan, invece, si va verso una via di mezzo: i capitali thailandesi di Mr. Bee Taechaubol e il ritrovato amore di Silvio Berlusconi. Funzionerà? MONTALI: Il Milan dei prossimi anni mi incuriosisce molto. Sarà l’occasione per capire se davvero il calcio è in grado di confrontarsi con una realtà spiccatamente imprenditoriale. PLAYBOY: È vero che si comprano più stranieri perché gli italiani, anche giovani,
costano di più? L’Udinese, società virtuosa, ad esempio lavora molto fuori dall’Italia… MONTALI: Gli stranieri costano sì meno ma soltanto all’Udinese, che è la più brava a creare mappe geografiche in giro per il mondo e a scoprire talenti sconosciuti. E comunque bisogna considerare che in Italia in questo momento c’è meno qualità perché si investe poco nei settori giovanili. PLAYBOY: Da manager, onestamente, consideri il Carpi e il Frosinone in A un bene? MONTALI: Un grande bene. Sono un modello, un’idea che salvaguardia l’etica nel mondo del calcio. Quest’anno farò il tifo per loro e anche per il Napoli, che ha fatto una scelta coraggiosissima con Sarri allenatore, portandolo da Empoli, la provincia, in una grande piazza. Lo sport deve regalare sogni di questo tipo. La più bella manifestazione che c’è nel mondo calcistico è per me la Coppa d’Inghilterra. Dove trovi nei quarti o in semifinale squadre di B o di C e ogni partita è una festa, anche
grazie a degli stadi fantastici costruiti a misura di famiglia. Basterebbero 18 strutture di quel tipo e il calcio italiano sarebbe diverso. PLAYBOY: Cosa ne pensi, invece, di Claudio Lotito, per alcuni l’uomo nero del pallone? MONTALI: A Lotito, che ama le citazioni, qualche tempo fa ho citato il Macbeth dicendogli che “l’ambizione che cavalca se stessa si disarciona”. Ha delle idee, ha fatto delle ottime cose, salvando la Lazio e inventandosi la spalmatura dei debiti, però è un accentratore totale e per questo deve stare attento perché per volere fare troppo rischia di cadere da cavallo. PLAYBOY: Il calcio cosa può prendere di virtuoso da sport “minori” come la tua pallavolo? MONTALI: La capacità e il coraggio di cambiare, anche quando si vince. Il calcio è oggi un mondo chiuso e lobbistico che invece deve riconoscere i propri errori e fare entrare le persone con le competenze giuste per amministrarlo.
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FRA VECCHI E NUOVI CAMPIONI IN PARTENZA E SOPRATTUTTO IN ARRIVO, COMPLICE ANCHE LA “RIPRESINA” ECONOMICA DELL’ITALIA CHE HA PORTATO I PRESIDENTI DELLE SQUADRE A INVESTIRE DECINE DI MILIONI DI EURO, LA SERIE A SI PREANNUNCIA QUEST’ANNO RICCA DI EMOZIONI. E MAGARI PURE QUALCHE SORPRESA. CHE CI AUGUREREMMO CI FOSSE ANCHE NEL CALCIO FEMMINILE, DA NOI ANCORA PIUTTOSTO AL PALO – E NON CERTO A CAUSA DELLE NOSTRE VALIDE ATLETE – MENTRE ALL’ESTERO CONTINUA A CREARE SEMPRE PIÙ ENTUSIASMI E PROSELITI
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Quello che parte alle 4 e 23”. In fondo, il linguaggio in codice basato sugli orari ferroviari usato dall’ex presidente del Catania Antonino Pulvirenti, nelle conservazioni telefoniche intercettate, per individuare i numeri di maglia dei giocatori comprati, se da una parte fornisce l’ennesima testimonianza di quanto sia marcio il mondo del pallone, dall’altra manifesta anche la semplice genialità che ammanta il calcio. Joseph Blatter, il padrone della Fifa, può gettare fango con la sua gestione clientelare del business planetario che ruota intorno al gioco inventato dagli inglesi (lo Sheffield fu la prima squadra in assoluto a essere fondata nel 1857), ma sa che quando arriva la fine di agosto la passione passa come una spugna sulla disillusione, gli stadi tornano a riempirsi – 8.381.746 con una media di 22.057 a gara sono stati gli spettatori complessivi delle 380 partite dell’ultimo campionato di serie A – e la voglia di gol è irresistibile. Anche, perché, mai come in questa estate negli ultimi dieci anni, complice la “ripresina” economica dell’Italia e l’arrivo di un secondo magnate dal Far East (Bee Taechaubol ha affiancato Berlusconi nella proprietà del Milan, mentre il padrone dell’Inter Erick Thohir dopo due anni di apprendistato e di tirchieria ha deciso di aprire il portafoglio), i presidenti delle squadre di calcio sono tornati a investire decine di milioni di euro nel giocattolo per antonomasia dei maschi italiani e ultimamente anche delle femmine: la percentuale di presenza femminile allo stadio, calcolata intorno al 18%, è in costante aumento negli ultimi anni; in Turchia sfiora il 34%. La Juventus ha speso 100 milioni e ha portato in famiglia fra gli altri Alex Sandro, Juan Cuadrado e Paulo Dybala, le milanesi sono di nuovo rampanti grazie a vecchi (Balotelli tornato in casa Milan) e nuovi
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campioni, la Roma ha un super attacco con l’ariete Dzeko, mentre per la Samp scende in campo il bad boy Cassano. Quando compri un giocatore, d’altronde, indipendentemente da quello che possano sostenere intellettuali pedanti e snob, acquisti “la sua storia”, l’immaginazione e i sogni che i suoi piedi faranno nascere nei bambini che lo guardano dagli spalti e davanti alla televisione (la Lega ha ceduto i diritti per il triennio 2015-2018 a Sky e Mediaset per una cifra complessiva di 945 milioni di euro, 114 in più rispetto all’accordo precedente). ANDIRIVIENI DI CAMPIONI L’Apache Carlitos Tevez, il giocatore più estroso, ha lasciato la Juventus, non resistendo al richiamo della sua Buenos Aires dove era cresciuto poverissimo in uno dei barrio più malfamati della capitale argentina. Ma state certi che le emozioni scatenate da quella faccia piena di escoriazioni, quella sua parlata incomprensibile, i suoi scatti improvvisi e irresistibili verso l’area di rigore che hanno esaltato i tifosi della Juventus
Claudio Marchisio, 29 anni anche quest’anno è una delle colonne portanti della Juventus.
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vincitrice degli ultimi quattro scudetti, e impressionato anche i fan delle altre squadre, saranno presto “sostituiti” dalle gesta pedatorie di altri giocatori. Chi? Il bello, la magia del pallone è proprio che non c’è nulla di certo: sbarchi come un campione e poi salpi di nuovo come un “brocco” tanto per usare una definizione mutuata all’ippica in voga sino a qualche tempo fa anche in quel gergo assai specifico del calcio che ancora deve molto alle invenzioni semantiche dell’inarrivabile Gianni Brera (lui sì era un campione di sicuro). Però sulle gesta di qualche giocatore si possono già mettere… i piedi sul fuoco. Allora proviamo a scommettere, ovviamente per gioco (il giro di affari annuo di quelle clandestine legate al calcio è stimato, comunque per difetto, intorno ai 500 miliardi di euro) su Carlos Bacca arrivato dal Siviglia. Concentratevi sulle smorfie del suo volto: quando insegue il pallone, lo difende dagli interventi rudi dei difensori, per poi scagliarlo nella porta avversaria. Ogni volta è come rivedere in slow motion la sua infanzia colombiana: a Barranquilla, la cittadina in cui il Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez ha iniziato la carriera di giornalista scrivendo sulle pagine culturali del Cronica, di giorno faceva il controllore sugli autobus, la sera si allenava. SALAH, JOVETIC O MANDŽUKIʅ? Uno stile e una storia diversi da Mohamed Salah, la punta della Roma: veloce, tecnico, amante del dribbling, arriva dall’Egitto passando per la Svizzera, dove si era rifugiato calcisticamente in seguito alla sospensione del campionato nazionale, poi il Chelsea e una parentesi di qualche mese alla Fiorentina: è così religioso da pregare persino in panchina. Lo vedremo contendersi la classifica dei marcatori anche con Jo-Jo: questo è il soprannome del montenegrino Stevan Jovetic, il 25enne dal piede delicato e fatato, che all’Inter proverà a dimostrare che l’atavica incostanza degli
E LE RAGAZzE? Martina Rosucci chi? Alzi la mano, almeno virtualmente, chi sa quale volto e storia sportiva si celano dietro questo nome. Pochi, vero? Già, a conoscere la giocatrice più estrosa del calcio femminile italiano non sono in molti, eppure questa 23enne torinese in forza al Brescia è dotata di un grande talento e di quelle enormi potenzialità che il movimento del pallone rosa potrebbe avere anche nel nostro Paese se fosse un po’ più considerato, a cominciare dai vertici dello sport. Se negli Stati Uniti, Canada (hanno il 52% delle praticanti al mondo per un giro d’affari pari a 55 milioni di euro, mentre in Germania indossano gli scarpini 1,2 milioni di ragazze, record europeo), Asia è in continua inarrestabile ascesa (la finale del Mondiale tra Usa e Giappone è stata vista su Fox da 23 milioni di persone, più 77% rispetto a quattro anni prima e le giocatrici a stelle e strisce vincitrici del trofeo sono state poi protagoniste di una street parade trionfale nelle strade di Manhattan), solo da noi può capitare che il presidente della Lega Dilettanti, di cui il calcio femminile fa parte, se ne esca dicendo durante un consiglio
slavi non lo affligge più. Non è nato poi troppo lontano dall’ultima speranza nerazzurra Mario Mandžukiʆ, neo centravanti della Juventus, ma è partito presto dalla Croazia per scappare dalle bombe della guerra civile: ecco perché ha le spalle larghe e in area di rigore nessuno vorrebbe trovarselo vicino questo “profugo” del calcio che ha fatto innamorare i supporter del Bayern Monaco e dell’Atletico Madrid. Per le groupie bianconere è bello come l’attore di Batman Christian Bale, anche se deve battere la concorrenza estetica (i ruoli in campo sono diversi: rispettivamente centravanti e centrocampista) di Sami Khedira, espressione meglio riuscita del melting pot sportivo e razziale della Germania: nato da genitori tunisini, si è laureato campione del mondo sia con la nazionale tedesca che con la maglia del Real Madrid prima di approdare a Torino dove, insieme a Claudio Marchisio, altro “bello” della serie A dovrà cercare di non far rimpiangere Andrea Pirlo, emigrato negli United States. Già perché se arrivano tanti atleti stranieri (il 54% di chi gioca in A non ha passaporto italiano, contro il 36% del 2006 quando la nazionale vinse con Marcello Lippi il Mondiale, non a caso l’ultimo trofeo internazionale conquistato), purtroppo tanti sono i calciatori bravi nati nel Belpaese che fanno le valigie: il torinista Matteo Darmian passato nientemeno che al Manchester United, mentre Matteo Verratti è la stella del centrocampo del Paris Saint Germain. Non resta che “consolarci” con l’eterno Pupone Totti, le parate dell’immarcescibile Buffon, puntare sull’esplosione dei baby difensori Daniele Rugani e Alessio Romagnoli. E magari, per divertirsi un po’, anche sul ritorno in grande spolvero di qualche stella del pallone ultimamente un po’ appannata. Perché, diciamoci la verità, il calcio in fondo se non fosse mosso da un po’ di geniale pazzia, nel male (vedi i treni del Catania) come nel bene (vedi le capocciate dell’intramontabile Luca Toni), che gioco sarebbe?
BISTRATTATE IN ITALIA, NEGLI ALTRI PAESI FANNO FAVILLE. E NON SOLO IN CAMPO...
federale con queste testuali, tristissime parole: “Basta! Non si può più dare soldi a quattro lesbiche!”. Al di là del becero riferimento ai gusti sessuali – è solo una questione di tempo, ma prima o poi anche i gay calciatori italiani faranno outing –, una frase così potente e deprimente dà l’idea del limbo in cui è relegato il calcio femminile. «Forse – ha dichiarato Martina – se ci fossimo qualificate nello spareggio mondiale con l’Olanda, ora saremmo più conosciute, anche perché noi, oltre a essere brave, teniamo moltissimo alla cura del nostro aspetto fisico e al look. Antonio Cabrini, il nostro commissario tecnico, ha insistito perché indossassimo un tailleur di rappresentanza. Dovremmo essere aiutate a diventare vere professioniste, investendo sul campionato nazionale, gli staff tecnici, la copertura televisiva. Non potremo mai raggiungere la notorietà dei maschi, ma possiamo fare una gran bella figura». Sul rettangolo di gioco naturalmente, ma anche fuori. Come quella, ad esempio, che ha fatto sull’edizione americana di Playboy il capitano Usa, la splendida Alex Morgan... 89
SPORT CAVALLERESCO PER ECCELLENZA FONDATO SU UN PRECISO CODICE ETICO, IL RUGBY VA IN SCENA AL MONDIALE D'INGHILTERRA, DOVE LA NOSTRA NAZIONALE È A CACCIA DI UN RISULTATO STORICO. PAROLA DEL FUORICLASSE MAURO BERGAMASCO CHE HA UN'IDEA BEN PRECISA DELLA VITA IN CAMPO, MA ANCHE DI QUELLA FUORI DAL RETTANGOLO DI GIOCO, POLITICA COMPRESA D I
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ettembre e ottobre sono due mesi di grande rugby con le migliori squadre che si fronteggeranno a muso duro in Inghilterra per i Mondiali (18 settembre - 31 ottobre) e con l'Italia che, pur non avendo un cammino facile, promette di dare battaglia fino alla fine contro le “invincibili” di sempre. E intanto il movimento cresce sempre di più, facendo breccia in un numero in con-
tinua crescita di appassionati. Forse perché gli uomini-guerrieri del rugby incarnano una filosofia di vita sempre più rara a trovarsi in altri contesti, non solo sportivi. Il rugby è uno sport tanto maschio quanto esemplare per rispetto delle regole e dell'avversario. Forse lo sport in assoluto più “cavalleresco”, fondato su un preciso codice d'onore, un inno al fair play e all'etica sportiva, dove le regole non sono regole ma leggi (impossibile vedere, per esempio, un rugbista polemizzare con l'arbitro!) e dove non esistono individualismi, ma solo un gruppo dal quale non si può prescindere se si vuole che la macchina non si inceppi. La fotocopia del calcio, insomma! Non è un caso, quindi, che venga preso a modello anche dal mondo aziendale nel lavoro di team building. Nel rugby il “terzo tempo”, ci racconta Mauro Bergamasco, uno dei volti storici della nostra Nazionale che a 36 anni continua a essere fra i punti di forza della squadra, esiste davvero. Quel terzo tempo in cui, finita la partita, dopo essersele date di santa ragione in campo, ci si ritrova tutti insieme, magari al ristorante o in un pub, con le squadre e le tifoserie avversarie, per parlare della partita e rilassarsi un po'. Qualcosa di improponibile in molti altri sport più blasonati. Figuriamoci in politica, dove il rispetto degli avversari e in generale delle regole latita. Eccome se latita... PLAYBOY: Mauro, partiamo da principio. Com'è avvenuto il tuo incontro con il rugby? BERGAMASCO: Vengo da una famiglia di rugbisti (il padre Arturo, vanta quattro presenze in Nazionale negli anni '70 e anche il fratello Mirco è un rugbista come lui di fama internazionale, ndr), avevo cinque anni ed è stato allora che è scattata la molla. PLAYBOY: Una “malattia” che non ti ha più abbandonato, visto che a 36 anni sei fra gli atleti in assoluto più longevi in circolazione! Cos'è per te il rugby? BERGAMASCO: È diventato col tem-
po uno stile di vita. Occupa un grosso spazio nella mia quotidianità, anche quando non sono in campo o in allenamento. L'orologio della giornata è scandito fondamentalmente dalla palla ovale. Questo sport è sacrificio, fatica, ma anche tanto divertimento e passione, per cui ti si radica dentro e diventa parte inscindibile della tua vita. PLAYBOY: Cosa ti aspetti da questa Coppa del mondo? BERGAMASCO: Abbiamo degli obiettivi importanti. Innanzitutto creare un'aura positiva intorno alla nostra squadra e poi passare alla fase dei quarti di finale, rispetto alla quale ovviamente ci sono tanti obiettivi intermedi da perseguire con diligenza e rigore. PLAYBOY: Qual è la tua giornata tipo per gli allenamenti? BERGAMASCO: Quando siamo in ritiro per gli impegni con la Nazionale, mezza giornata la dedichiamo all'attività tecnico-fisica, mentre il pomeriggio alla palestra. Nei club ci si allena dalle quattro alle sei ore al giorno con i vari intervalli in mezzo. PLAYBOY: Perché consiglieresti a un ragazzino di fare sport? BERGAMASCO: Perché lo sport è un qualcosa che ti fa crescere fisicamente e mentalmente in un ambiente sano. Perché aiuta a conoscersi ancora meglio, nei propri limiti e nei propri pregi, e a sviluppare le proprie propensioni. Ovviamente il consiglio è sempre quello di fare sport con serietà ma anche e soprattutto divertendosi. Nello sport non devono mai mancare sorriso e divertimento, altrimenti neppure i risultati arrivano. PLAYBOY: Quali sono le maggiori difficoltà e soddisfazioni legate al rugby? BERGAMASCO: Al di là delle difficoltà tecnico-fisiche, per le quali c'è un allenamento continuo per aumentarle, è uno sport di squadra e, quindi, non è sempre facile e scontato riuscire a mettere assieme 35-40 teste per un obiettivo comune. Le soddisfazioni sono le vittorie che derivano solo da una reale dinamica fra compagni di squadra. PLAYBOY: Perché è lo sport
SPORT un caso che il in assoluto più nostro sport venga cavalleresco che preso a modello, per esiste? Anche se a esempio, dal mondo vederlo sembrerebaziendale per lavorare sul be il contrario... team building. BERGAMASCO: Il rugby PLAYBOY: È per questo ha un sacco di regole ed è un che nel rugby esiste il “terzo po' come quando si gioca a tempo”? casa con un gioco di società. BERGAMASCO: IndubbiaIl gioco gira finché tutti rispetmente. E credo sia qualcotano il regolamento, altrimenti sa di unico nel panorama si blocca e non si riesce ad sportivo generale, un'usanza andare più avanti. Nel rugby si inespugnabile del rugby. gioca solo attraverso le regole, Alla fine della partita, nel anche perché una lieve inframomento in cui si è finito di zione delle regole può provo“darsele” di santa ragione sul care infortuni molto seri. Nel campo, c'è questa esigenza momento in cui anche solo di condivisione e di scambio uno dei giocatori trasgredisce con i tifosi e le squadre. Così una regola, tutto si ferma. Creci si ritrova tutti insieme, do ci sia un forte parallelismo anche con gli avversari, per fra la vita e il gioco, il che vuol parlare della partita, divertirdire rispettare i regolamenti e si, farsi una birra o un panino le istituzioni. Non con riverenin compagnia. Le tensioni, la za, ma appunto con rispetto. cattiveria, l'agonismo vengoPLAYBOY: Se mandassimo i no canalizzati tutti nel gioco, nostri politici a lezioni di rugby non fuori, e si esauriscono sul forse ce la passeremmo tutti campo di gioco. un po' meglio... BERGAMASCO: Oggi come PLAYBOY: Perché la figura oggi le cose sono talmente del rugbista di per sé stuzzipalesi a tutti, che indubbiaca così tanto l'immaginario mente ci vuole una svolta. femminile? Tu peraltro sei fra Comunque, anche se la magi più apprezzati dal pubblico gior parte dei politici ha le sue delle donne... pecche, è anche vero che noi BERGAMASCO: Forse cittadini dovremmo essere più perché la figura del rugbista attivi. Lo sport principale oggi che deve difendere la palla, in Italia è lamentarsi, mentre conquistarla, trattarla dovremmo essere tutti come se fosse un più partecipi e propositifiglio, richiama alla vi, imparando innanzimente la figura tutto a rispettare di più paterna, di un le regole nel nostro uomo in grado piccolo e soprattutto di proteggere. A a porci obiettivi questo bisogna comuni, che aggiungere che vanno al di ci sono in giro là di quelli sui campi da personali. rugby tanti Ecco, in bei ragazzi quecon gran bei sto il fisici (ride)! rugby PLAYBOY: può Forse aninseche perché gnare è percepito davcome uno vero sport per tanto, uomini visto che duri! si regge BERGAcompletaMASCO: mente sulla Fino a condivisione dieci e il gioco di anni fa il squadra. Non rugbiè, dunque, sta era
l'uomo rude sempre nel fango, con i calli, un po' asociale. E anche se di fatto non è mai stato così, la percezione che se n'è avuta è stata sempre un po' quella. Oggi tutto ciò è cambiato e noi rugbisti abbiamo conquistato anche la parola, grazie ad attività collaterali: calendari, una maggiore apertura ai media e alla pubblicità, una più attenta cura dell'immagine. Questo ha modificato un bel po' l'immaginario che ruota intorno al rugby. PLAYBOY: Delle rugbiste cosa mi dici? Come si sposa un sport come questo con la femminilità? BERGAMASCO: Beh, darsi mazzate per 80 minuti non è di certo molto femminile, però c'è uno spirito, intendo la capacità di divertirsi e collaborare all'interno di una squadra per un obiettivo comune, che rende queste ragazze, che magari di giorno lavorano e la sera si allenano duramente, davvero irresistibili. Le ammiro moltissimo e penso ci sia veramente molto da imparare da loro. PLAYBOY: Sesso e sport in che rapporto stanno? Ci sono diverse scuole di pensiero e qualcuno sostiene, per esempio, che avere rapporti sessuali prima di una performance sportiva migliori le prestazioni in campo. Il sesso fa bene allo sport insomma? BERGAMASCO: Penso che dipenda molto dal singolo atleta e dalle sue abitudini e che non ci siano regole che valgono per tutti. Personalmente ho sempre evitato e, visto come stanno andando le cose, continuo così! PLAYBOY: Anche sul discorso famiglia e figli ci sono diverse scuole di pensiero. Nel tennis, per esempio, abbiamo due casi lampanti – Novak Djokovic e Roger Federer – di come metter su famiglia possa giovare al proprio gioco... BERGAMASCO: La tranquillità, la serenità dell'atleta sono fondamentali per le performance, per cui avere una famiglia o dei figli può dare maggiore equilibrio. Ma anche qui si tratta di questioni molto personali che possono cambiare da atleta ad atleta.
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LUSSO DAL BUON VINO AI VIAGGI NEL MONDO, DALLE ROSE ROSSE AL VOLUTTUOSO CIOCCOLATO. ALLA PALYMATE DEL MESE PIACE CONCEDERSI PICERI DELUXE. SARETE ALL’ALTEZZA DI GESTIRE LA SUA NATURA SONTUOSA? FOTO DI JOSH RYAN
«Volevo romanticismo. Volevo sexappeal. Volevo pellicce, pizzi e lusso», dice Brittany Brousseau del suo servizio per PLAYBOY ambientato in uno sfarzoso palazzo coloniale in California. «E tu? Voglio che tu sia intrigato». Un tale sfrenato edonismo la dice lunga sulla nostra playmate dallo spirito libero. Una modella franco-cherokee del Kansas che si descrive come una cercatrice di emozioni, sessualmente avventurosa, e un’irriducibile romantica. «Pensate a me come uno zuccherino mescolato al fuoco» dice. In effetti, potete pensare a Brittany come tutto fuorché come la ragazza della porta accanto, nonostante le sue umili origini. «Sono cresciuta in una fattoria, il che significava raccogliere balle di fieno e rompere il ghiaccio di prima mattina. Ma ho sempre saputo che volevo qualcosa di più.» A 18 anni, poche settimane prima di iscriversi alla scuola di polizia, Brittany è andata alla ricerca di qualcosa di più. Si è trasferita a Miami da sola diventando mo-
della a tempo pieno. Dopo un successo immediato in pubblicità, Brittany si è trasferita in California «nella speranza di sognare, tesoro» Lì ha trovato se stessa, e ha catturato l’attenzione di PLAYBOY. «Nel cuore sono ancora una ragazza di campagna con qualche spigolo ruvido, un’amante del divertimento, una ragazza da bar che gioca a biliardo, ma la mia energia è sempre stata molto sensuale» dice. «Ecco perché questo è stato il mio shooting da sogno. Per la prima volta, ciò che vedo esteriormente combacia con ciò che sono». Senza paura e sicura di sé, Brittany spera di scoprire di più il mondo come Playmate. «Questo è il momento più felice della mia vita, e non vedo l’ora di sperimentare le cose più belle e lussuose della vita. Voglio viaggiare. Voglio imparare una nuova lingua. Voglio vedere le sette meraviglie del mondo» dice, facendo una pausa. «E naturalmente voglio diventare l’ottava!»
PLAYBOY PLAYMATE DEL MESE
Misure: 81,3 - 61 - 91,4 Altezza: 170 cm Peso: 50 kg Nata il: 12/10/1988 Nata a: La Mesa, CA Ambizioni: Vedere il mondo facendo la modella e l’attrice e continuare la mia carriera sportiva come personal trainer. Attratta: Dall’uomo che sa trattare una donna, onesto, passionale, con un forte carisma e forti principi morali. Evito: Non leggo nel pensiero. Mi piace qualcuno che dice quello che pensa. Non sopporto i falsi e gli approfittatori. Me in breve: Da maschiaccio a Playboy! Mi piace di tutto dalla birra al football, dagli hamburger ai jet, fino alle cene di lusso e WILD MEMORIES Sotto le coperte: (A) Do quello che ricevo. (B) Sessualmente avventurosa. (C) Detto le regole del gioco. La ricetta per l’amore: Gli uomini che sanno cucinare sono sexy, ma se cerchi l’amore devi baciarmi la mente, stringere il mio cuore, abbracciare il mio corpo e nutrire la mia anima profonda.
PLAYMATE Settembre 2015
Brittany Brousseau
LUSSO COL VENTO IN POPPA LE PIÙ INTERESSANTI NOVITÀ IN FATTO DI YACHT E IMBARCAZIONI CHE VEDREMO NEI SALONI NAUTICI DI FINE ESTATE D I
R AF FAE LE
Anche se la stagione estiva sta per volgere al termine, non possono passare inosservate per chi è appassionato di barche (e soprattutto ha i soldi per comprarle!) le tante novità in lancio che verranno presentate nei tre saloni nautici più importanti
GOMIE RO
del mese. Quello di Cannes (8-13 settembre), Monaco (23-26) e naturalmente Genova (30 settembre-5 ottobre). Vetrine importanti per imbarcazioni di ogni tipo, ma se si parla di lusso allo stato puro ecco qualche modello veramente imperdibile...
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errà presentato in anteprima al Monaco Yacht Show e con i suoi 61 metri sarà certamente uno dei mega yacht protagonisti della manifestazione, soprattutto per lo stile classico-moderno contaminato da accenni di design ispirato al mondo dell’automotive. L’impronta è quella dello studio Francesco Paszkowski Design che per gli interni ha scelto arredi decisamente minimal. Prodotto interamente ad Ancona, si sviluppa su 5 ponti con tanto di ascensore ed è composto da 5 cabine ospiti, 2 suite e 2 vip, oltre alla suite armatoriale, per un totale di 10 ospiti e 14 membri dell’equipaggio. Il portellone di poppa si apre e si trasforma in una spiaggia a pelo d’acqua con solarium attrezzato, mentre tutto il ponte superiore è dedicato all’armatore, in modo da garantirgli il massimo della riservatezza. Il Saramour è dotato di due motori Caterpillar 3512 C-C 1’230 kW a 1800 rpm, che permettono la navigazione a una velocità massima di 15 nodi e a una velocità di crociera di 14 nodi.
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ppartiene alla classe super yacht e consiste in 26 metri (7 di larghezza) di puro sfarzo. Progettato per chi si muove in gruppi numerosi, dispone infatti di quattro cabine ospiti al ponte inferiore, tra cui la spettacolare cabina armatore a centro nave. Gli ampi spazi comuni danno la sensazione di stretto contatto col mare grazie a finestre a scorrimento totale dal pavimento al soffitto. L’area living dell’Arcadia 85 è nettamente superiore rispetto alle altre imbarcazioni della stessa dimensione ed è caratterizzata da moderni arredi realizzati dai più noti marchi del design made in Italy. Quasi tutti gli interni sono composti da pezzi singoli, che danno così la possibilità di layout modulabili. L’Arcadia ha una galley aperta sulla zona pranzo e un ampio garage per il tender, dove possono essere facilmente stipati un mezzo superiore ai 4 metri e un jet ski da due posti. Sviluppato con un occhio di riguardo all’ecosostenibilità, è munita di pannelli solari disposti su 40 mq in grado di alimentare senza problemi tutti i dispositivi di bordo.
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palazzo
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dei
principi Questo pomeriggio devo averla combinata grossa. Stavo nascosto tra le rovine del palazzo dei principi quando ho sentito che la mamma mi chiamava “Ahmed, Ahmed!”. Dalla voce ho capito subito che era arrabbiata. Speravo che se ne andasse, invece mi sono accorto che era sempre più vicina. “Ahmed, se non esci subito fuori, stasera racconto tutto a papà!”. Sentendo questa frase, ho lasciato il mio nascondiglio. Mamma mi ha salutato con uno schiaffone e ha iniziato a tirarmi per un braccio, mentre io ho puntato i piedi. Ma lei è più forte di me, ed è riuscita a trascinarmi via dalle rovine del palazzo dei principi. La guancia mi bruciava, ma le lacrime non sono cadute. “Ma perché?”, ho gridato. “Perché non posso stare qui?”. La mamma ha fatto dei passi
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veloci davanti a me e non si è neanche voltata. Poi ha detto: “Ti ho detto mille volte che qui non ci devi venire. Se lo sa tuo padre ti riempie di botte. Quindi, ora che arriviamo a casa, vai subito nella tua stanza, capito? Io non so come te lo devo spiegare che questo posto tu, te lo devi dimenticare. Non so più come dirtelo. Ma cosa vuoi, eh? Che ci scoprano qui? Quante volte ti ho detto cosa succede se quelli si accorgono che siamo qui? Tu un giorno mi farai morire di crepacuore”. Mi è sembrato che mamma piangesse. Però era di spalle e non ho visto la sua faccia. A me queste rovine piacciono un sacco. Soprattutto all’ora del tramonto. Siamo stati io e Ilyass a chiamarle “Palazzo dei principi”. Ilyass è il mio migliore amico, è con lui che ci sono venuto la prima volta, l’estate scorsa. Abbiamo scavalcato la rete di recinzione. Quando le ho viste la prima volta, il cuore mi batteva fortissimo. Avevo un po’ di paura, ma a me, quando sto con Ilyass, la paura mi passa presto. Forse perché il mio amico è coraggioso. Un giorno gli avevo detto: “Ilyass, lo sai cosa c’è dietro la collina? C’è l’inferno”. Lui si era girato ed era scoppiato a ridere. “Ma chi ti racconta queste cose, scemo?”, aveva risposto. “Me le dice mio padre”. E volevo rispondere che non ero scemo ma mi è mancato il coraggio. Ilyass ha dodici anni, quattro più di me. “Non c’è l’inferno. Ci sono solo i palazzi bombardati dagli israeliani due anni fa”. “Non è vero! Mio papà non racconta le bugie”, avevo gridato io. E Ilyass aveva risposto “Scommettiamo? Se ho ragione io, devi dare un bacio con la lingua a Kadhija. Se hai ragione tu, la bacerò io”, e mi aveva stretto la mano. Ero sicuro di quello che
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diceva mio papà, e già immaginavo la faccia di Ilyass che baciava quella cicciona di Kadhija. Così strinsi la mano al mio amico, ridendo dentro di me. “Certo, scommettiamo”, risposi. Così, il pomeriggio dopo, Ilyass passò a chiamarmi. La mamma stava lavando i piatti, e io avevo già finito i compiti. Chiesi alla mamma il permesso di uscire e lei mi salutò sulla porta. “Rientra a casa prima che torni papà. Va bene?”, disse “Tra un’ora al massimo devi essere qui”. “Sì, certo mamma”, risposi io, mentre Ilyass mi faceva l’occhiolino. Mio padre, se io non sono in casa quando torna, si arrabbia molto. Mi mette in punizione, e se è veramente furioso, mi dà anche degli schiaffoni. Però, quel pomeriggio, non pensai a niente di questo. Volevo solo vincere la scommessa davanti a tutti i nostri amici, Alì, Fatna, Mohamed. Quelli sono capaci di prenderti in giro tutta la vita. Con questo pensiero mi incamminai con Ilyass verso la collina che sta fuori Gaza City. Era caldissimo, e non si arrivava mai. C’erano delle mosche fastidiosissime e in certi punti l’erba era talmente alta che non riuscivo a correre. Ilyass, di solito, cammina solo pochi passi davanti a me, ma quella volta si era proprio messo a correre, e per raggiungerlo mi era venuto il fiatone. Ci arrampicammo sulla collina. Non ero mai arrivato fin lassù. Una volta, a cena, raccontai di volerla scavalcare e mio papà mi interruppe subito: “Ahmed, non lo fare mai, dietro la collina, c’è l’inferno!” e agitò il coltello nell’aria. Mi spaventai un sacco, non solo perché papà mi disse dell’inferno, ma perché guardai i suoi occhi. Non aveva mai avuto occhi
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così. Quindi non sapevo cosa avrei trovato dall’altra parte. Quando arrivammo nel punto più alto, guardai giù e vidi che c’erano delle case come in un recinto e la rete intorno era altissima. Ilyass, intanto, era arrivato lì davanti e cominciò a cercare qualcosa. “Eppure deve essere qui. Sono sicuro che è qui”, disse. Poi si mise a indicare qualcosa nel vuoto e velocissimo si infilò in un punto in cui la rete era aperta. Il cuore mi batteva fortissimo. Improvvisamente non volevo più entrare. Mi venne in mente il faccione di Kadhija e decisi di seguire il mio amico. Guardando in alto mi accorsi che sulla rete c’era un sacco di filo spinato. Chissà come avevano fatto a metterlo lassù. Iniziammo a camminare tra le rovine dei palazzi. Alcuni erano tagliati a metà e vedevo il tavolo, le sedie, la cucina che erano ancora nelle stanze. Altri palazzi erano pieni di buchi, senza il tetto. E poi c’erano pietre, grandi, alcune davvero enormi. Più camminavo, più mi batteva il cuore. Avrei voluto gridare “Aspettami, non andare così veloce!” ma se lo dicevo Ilyass mi avrebbe preso in giro davanti ai nostri amici. Quindi non dissi una parola. Però quel posto mi spaventava a morte. Mi tornavano in mente le parole di papà e speravo di non vedere le fiamme dell’inferno. E se più in là c’erano i mostri? Ilyass era coraggioso. Ma io? Pensavo a tutte quelle cose brutte mentre continuavamo a girare tra le stradine piene di questi palazzi distrutti. Sembrava veramente una vecchia città. Non c’era nessuno. Chissà dov’erano tutti quelli che una volta vivevano qui. “Eccolo!”, urlò Ilyass. E si
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mise a correre verso una casa che era, stranamente, ancora tutta intera. In mezzo a tutte quelle macerie, non era crollata, ma non aveva più la porta, né le finestre. Quando entrammo era tutto buio, fuori il sole stava per tramontare. C’erano ancora dei fasci di luce che entravano dai buchi lasciati dalle finestre. C’era una puzza strana, non avevo mai sentito una puzza così. Mi veniva da vomitare. Ilyass scansava le pietre che trovava lungo il cammino ed entrava in ognuna delle stanze della casa. Io mi facevo guidare dalla sua voce e cercavo di non inciampare. “Ahmed, vieni qui”, disse. Lo trovai in una stanza che muoveva una lampada rotta nella luce del sole che entrava ancora dalla finestra. A un certo punto sul muro di fronte apparvero delle figure colorate, splendenti, bellissime. Un cavallo, un cavaliere, una dama. Ilyass ruotava la lampada e le figure si animavano, mentre diceva “Noi siamo i principi e questo è il nostro castello”. Erano bellissimi. Guardavo sul muro i loro colori brillanti, rosso, verde, blu, e ascoltavo le parole del mio amico che mi raccontava la storia degli abitanti di quel palazzo. Erano andati via improvvisamente, abbandonando tutto, perché dovevano uccidere dei draghi cattivi. Ma un giorno sarebbero tornati, pieni di tesori, e… “Ahmed, giù! Stai giù!”. Ilyass mi tirò per un braccio e all’orecchio mi disse “C’è un soldato israeliano fuori”. Eravamo nell’angolo della casa, dietro a un sacco di pietre e dal buco lasciato dalla finestra vidi il soldato guardare all’interno. Aveva un fucile lunghissimo. Mio papà mi dice sempre che sono cattivi, che uccidono i bimbi palestinesi. Però, io pensai che non fosse vero. Diceva anche che dietro la
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collina c’era l’inferno, e io invece non l’avevo trovato. Quindi, anche la storia del soldato doveva essere una bugia. Ilyass mi disse di rimanere immobile e io feci esattamente quello che mi ordinò il mio amico. Si abbassò per appoggiare la lampada per terra, ma urtò un sasso nella semioscurità. “Chi c’è lì?”, urlò il soldato. Sentii la mano del mio amico afferrarmi con forza e trascinarmi fuori, ma non facemmo in tempo a varcare l’uscita che ci trovammo il soldato di fronte. “Guarda qui, due piccoli bastardi!”, gridò parandosi davanti. Ilyass riuscì a sgattaiolare tra le macerie e l’uscita, mentre io fui tirato indietro con una violenza da essere trascinato a terra. Il soldato mi prese per un braccio. Il cuore mi batteva talmente forte che sembrava esplodermi nel petto. Non riuscivo a muovermi. Mi tornò in mente un’illustrazione che avevo visto su un libro. Un grosso rapace aveva afferrato un piccolo cucciolo di capra e spiccava il volo portandolo via. Il soldato si era avvinghiato al mio braccio, solo che lui non aveva artigli, come l’uccello del libro, ma una grossa mano che mi stringeva come una morsa d’acciaio. Eppure non fiatai, non dissi una parola. Rimasi immobile e basta. “Lascialo”, urlò Ilyass voltandosi. “Non toccare il mio amico!”. Gli si avventò addosso. Affondò con forza i denti nella mano che mi teneva immobile. Il soldato urlò di dolore e liberò la presa. “Scappa, Ahmed”, mi ordinò Ilyass. “Vattene via, scappa!”. Non me lo feci ripetere due volte. Riuscii ad alzarmi sulle gambe che mi tremavano mettendomi a correre senza fermarmi mai. Solo quando arrivai in cima
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alla collina, mi buttai a terra per respirare tra l’erba altissima. Arrivai tutto sudato e trovai mio padre arrabbiato che mi aspettava sulla porta. Spaventato, gli raccontai dove eravamo stati io e Ilyass nel pomeriggio. La rete di recinzione, le case distrutte, il soldato, Ilyass che tornava indietro a difendermi. Papà mi mollò un sonoro ceffone. Poi mi abbracciò forte. “Domani, torniamo a cercare il tuo amico”, disse stringendomi come mai aveva fatto prima di allora. “Te lo prometto, Ahmed”. Mi abbracciò talmente forte che non respiravo. Poi mamma venne in camera a coccolarmi e mi mise a dormire come quando ero piccolo. Il giorno dopo papà si dimenticò della promessa. Il giorno successivo, anche. Non sono più tornato oltre la collina fino a questo pomeriggio. Anche oggi il sole stava per tramontare. Sono entrato nella casa dei principi e mi sono nascosto nello stesso angolino. Ho guardato sui muri. Era tutto buio, come quella volta che ero con Ilyass. Non capisco perché ci sono tutte quelle rovine, non capisco perché papà mi punisce se vado lì, non capisco perché oggi la mamma era così arrabbiata e forse piangeva. Io, lì, vedo solo cavalieri quando il sole passa attraverso la lampada e spero che Ilyass sbuchi da un momento all’altro, facendomi l’occhiolino. Perché io, il mio migliore amico non l’ho più rivisto; l’ho sognato. Ma nei sogni non è la stessa cosa, perché Ilyass sorride e basta. Invece, vorrei tanto incontrarlo, parlargli, tornare insieme a giocare. Vorrei che continuasse a raccontarmi la storia degli abitanti del palazzo, perché solo lui sa come va a finire. Quindi, farò così: domani
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fingo di andare a scuola, poi corro verso la collina. Prendo la mia fionda e il coltellino svizzero che papà tiene sempre in tasca. Gliel’ho sottratto mentre era in bagno, perché se ne separa solo quando è lì. Domattina, quando se ne accorgerà, io sarò già nascosto nel solito angolino. Questa volta non me ne andrò senza Ilyass. Tornerò, amico mio, aspettami.
X Mariangela Casulli. È nata a Taranto nel 1972 e vive a Bologna nel 1991. Ha studiato Lingue e Letterature straniere all’Università di Bologna e dal 2000 lavoro aeroporto “Guglielmo Marconi” per una società che fornisce servizi di terra alle compagnie aeree. La sua più grande passione è viaggiare e conoscere tutto ciò che è lontano e diverso dalla nostra cultura. Nel 2015 ha frequentato Bottega Finzioni, la scuola di scrittura creativa fondata da Carlo Lucarelli.
» È una scuola di scrittura, uno studio professionale e una casa di produzione. Un luogo dove nascono le storie e dove l’idea di narrare si realizza in tutte le declinazioni mediali possibili: dai romanzi ai fumetti, dal cinema alla televisione, dal teatro alla radio. Come nelle antiche botteghe rinascimentali allievi e maestri lavorano insieme su progetti già in produzione o che saranno ideati e sviluppati in Bottega per essere proposti all’esterno. W W W. B O T T E G A F I N Z I O N I . I T
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E L ISA B E TTA
CO LO M B O
Q UA ND OI L P OT E RE HA I TAC C H I A SPILLO IL TON O DA MA ESTR INA, Q U ELLA CON TU R B ANT E AR IA U N PO’ SNOB E DISTACCATA E DU E OCCHI DA C ER BIAT TA CHE LAS CIANO IN TEN D ERE UNA CERTA I N NATA PREDISPOSIZIONE A CON DU RRE IL GIOCO. S O NO Q U ESTE LE ARMI V IN CEN TI DELLA T ER ZA C ARICA DELLO STATO CHE, CON QUEI CASTI TA ILLEUR CHE N U LLA FANNO I N T R AV E D E R E LAS C I A N O COR R ER E, E M O LTO, L’IM M AGI NAZIONE E LE FA N TASIE DEGLI I TALIANI...
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È
la preferita dai camionisti. L’avreste mai detto con quella sua aria snob che si ritrova? E non solo la loro, a dirla tutta. C’è, infatti, addirittura chi – abbiamo verificato in prima persona – la vede, nelle sue fantasie erotiche, anche in stuzzicanti mise sadomaso. Ma forse è proprio questo che intriga. Quella sua aria da perfettina che apparentemente nulla o forse molto ha a che vedere con l’immaginario generale che ruota attorno al “rude” mondo dei truckers. Personalmente, da donna a donna, Laura Boldrini non mi piace, perché, a prescindere dalla politica, penso che sia quel tipo di donna lontano anni luce dalla maggior parte di noialtre, comuni mortali: l’aria perfettina, il nasino impertinente, il sorrisetto accattivante che va bene per ogni occasione, i tailleurini senza tempo, nessuna sbavatura di stile, il capello sempre in ordine, le pose da principessa “tumistufi”. Insomma miss perfezione fatta persona! Eppure un sondaggio di qualche tempo fa lanciato dal sito MarieClaire.it proprio fra gli autotrasportatori l’ha vista conquistare addirittura il primo posto nelle preferenze, a notevole distanza da donne come la Ferilli o la Marcuzzi. Che è successo? È successo che lei gli uomini “li turba” con quella sua aria apparentemente docile, in realtà dominatrice. Il potere, l’esercizio del potere da parte di una lei ha sempre il suo fascino e a ciò si aggiunge il fatto che il 30% di coloro che l’hanno messa in testa alla classifica lo hanno fatto perché è “una donna bella e intrigante, perché è da scoprire, con i suoi completi che non lasciano intravedere le forme”. Chiaro, no? Appunto, cosa c’è dietro? Oggi difende le donne, si scandalizza per quelle che definisce “aggressioni sessiste” sul web che scattano “quando una donna riveste incarichi pubblici”, e lancia campagne contro lo sfruttamento dell’immagine femminile negli spot e nei programmi, felice di aver cancellato Miss Italia dai palinsesti Rai. Eppure nel 2013 quelli di Striscia le hanno affibbiato un bel Tapiro per la sua partecipazione, nel lontano 1988, come assistente di produzione al programma Cocco firmato da Pier Francesco Pingitore, lo stesso del Bagaglino, quello in cui le “Spogliatelle” (e il nome dice tutto) cantavano in coro: “Cocco, cocco de mi vida la mia bocca ancora grida”.
UN PO’ SANTA E UN PO’ PECCATRICE Detto questo a me sembra una donna di forma più che di sostanza. Oddio, è la mia opinione, ma curiosando tra i commenti della sua pagina Facebook mi sembra di essere in buona compagnia. Andiamo con ordine. Quando spunta sulla scena politica italiana, nel 2010, pochi sanno chi è davvero. Lei vuole proporsi come la salvatrice dell’umanità: profughi, derelitti, minoranze, emarginati sono il suo pane quotidiano. Le manca solo una bella aureola. Però il mondo è crudele, si sa, e subito c’è chi va a scavare dietro le apparenze per concludere che la Boldrini la sua carriera se l’è ben costruita, non certo mangiando alle mense della Caritas ma piuttosto cenando nei salotti che contano. Politicamente proviene dalle fila del Sel di Nichi Vendola, cosa che in quel momento dà al suo impegno quel tocco di enfasi in più. Considerati i guai in cui anche Vendola è finito forse oggi si sarebbe scelta un altro pigmalione. Dunque, prima di arrivare alla Camera ha avuto una rapida e folgorante carriera internazionale, sulla quale i maligni hanno insinuato parecchio, ma proprio lei che è stata portavoce all’Unhcr, Alto
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Commissariato dell’Onu per i rifugiati, una volta insediata alla Camera scivola sulla nomina del suo portavoce, Roberto Natale, giornalista Rai, sindacalista Usigrai di lungo corso ma, guarda caso, trombato eccellente proprio nelle liste di Sel, le stesse in cui la Boldrini è stata eletta. Ecco, la Boldrini piace perché è un po’ santa e un po’ peccatrice e non piace per lo stesso identico motivo. UNA CARRIERA SUL VELLUTO Nata a Macerata, classe 1961, laurea in Giurisprudenza, giornalista, la Boldrini lavora in Rai, poi dal ‘93 al ‘98 è portavoce per l’Italia del Programma Alimentare Mondiale (WFP) e nel 1989 comincia la sua carriera all’Onu: quattro anni alla Fao, dove si occupa della produzione video e radio, poi portavoce Unhcr (carica, sostennero i più maligni a suo tempo, creata apposta per lei) con diverse missioni in luoghi di crisi. È in quel periodo, quando fa sottili disquisizioni semantiche sulle parole immigrati, profughi e clandestini, con quel tono da maestrina che non ha mai abbandonato e nel quale gli uomini trovano grandi note di seduzione, che viene duramente attaccata dall’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che durante
una manifestazione elettorale a Milano, parlando di respingimenti, la bacchetta: «O è disumana, e io l’accuso, perché pretende che li teniamo per mesi rinchiusi nei centri per poi espellerli, oppure è criminale perché vuole eludere la legge e vuole che una volta in Italia scappino e si sparpaglino sul territorio». I ruoli sono rimasti tali e quali: lei non si è mossa di una virgola, svicolando dai problemi sempre più grossi che i flussi migratori stanno provocando; la destra non ha smesso di attaccarla per quel tono da santa protettrice di tutti tranne che dei “poveri cristi” italiani senza lavoro, senza casa e senza soldi. In ogni caso c’è in donna Laura un non so che di contraddittorio: come si fa a essere così perfettine mentre si difende la causa dei profughi, o immigrati, o clandestini che dir si voglia? Insomma, non ha l’aria di una che si mescola, condivide, soffre, appoggia, abbraccia. Lei ha sempre l’aria di una che guarda dall’alto in basso, giudica, comprende, ma con distacco. È l’aria del potere e il potere, si sa, è sexy. Del resto miss Laura arriva da una famiglia tradizionale, solida, padre avvocato e molto religioso, fa esperienze di volontariato, quelle che piacciono
PORTRAIT
tanto a certi circoli radical snob, dopo la maturità vola nelle risaie del Venezuela e poi si regala un lungo viaggio in tutto il Centroamerica. Insomma, cose che ai più sono precluse. In sintesi: la accusano di essere privilegiata. Quando arriva alla Camera con quella giacchetta nera un po’ striminzita (noi donne siamo fatte così: notiamo tutto) sembra che voglia dire: non me ne frega del look, ora sono una donna di potere. Potere raggiunto con una bella strada spianata, fomentano i maligni, ma gli ammiratori la trovano intrigante. Così, terza donna dopo Nilde Iotti, un’icona, e Irene Pivetti, la pasionaria, Laura Boldrini conquista lo scranno di presidente della Camera, terza carica dello Stato. PIOGGIA BATTENTE SU LAURA Di critiche la Boldrini, come ne riceve d’altronde sempre chi è in politica (non si può piacere a tutti, è una delle poche certezze a questo mondo!), ne piovono. Ma lei, imperterrita, continua a mantenere il suo ruolo, come quando, nel 2014 si presentò alla Grande moschea di Roma con un velo in testa e un saluto arabo, dichiarando «Qui mi sento a mio agio e non ho paura». Gran colpo a effetto e inevitabili polemiche. È sempre lei a condurre il gioco, con
grande abilità e furbizia dietro agli occhi da cerbiatta (quelli che piacciono tanto agli uomini). Di recente, intanto, la Presidente è apparsa, facendo peraltro una gran bella figura, in bikini sulle pagine dei giornali durante una vacanza in Grecia: in forma, con una scollatura generosa, esce dall’acqua con la stessa apparente noncuranza che esibisce in altre situazioni, un altro elemento che intriga, e non poco, il sesso maschile. Piccola parentesi in una vita privata molto abbottonata. Smesso il bikini e rimesso il tailleur, continua a voler sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema caldo di questo periodo, quello dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Ma è passato poco più di un anno da quando sollevò l’indignazione del Coisp, sindacato della Polizia di Stato per la sua scorta: 27 uomini impegnati a garantire la sua incolumità le fecero conquistare un altro record, quello di donna più scortata d’Europa, con un costo per i contribuenti italiani di oltre un milione e centomila euro l’anno. “Un’offesa allo Stato, alle Istituzioni e a tutti gli italiani” denunciò il sindacato, facendo notare anche che le forze dell’ordine sono chiamate non solo a proteggere la Presidente Boldrini ma pure il compagno e, quando si trova sul territorio italiano, persino la figlia che
studia all’estero. Non sappiamo se oggi la sua scorta sia aumentata o diminuita, ma sappiamo che il compagno è il giornalista Vittorio Longhi, undici anni più giovane di lei (guarda caso il secondo giornalista della sua vita, dopo il marito da cui ha avuto la figlia Anastasia), lo stesso che la accompagnò in Sudafrica per i funerali di Mandela, scatenando qualche illazione sull’uso del volo di Stato, bollata dalla presidente come “arretratezza sessista”. La Boldrini insomma, piaccia o non piaccia, incarna le contraddizioni della politica: sta con i rifugiati ma vive in un bell’appartamento spazioso, lontano anni luce dalla realtà di quei poveracci, oppure tesse le lodi, com’è anche giusto che sia per carità nei confronti dei personaggi che nobilitano il nome dell’Italia nel mondo, di personaggi come Giorgio Armani. Che, raccontando di aver ricevuto di recente una sua telefonata, ha detto: «Mi ha ringraziato per il mio lavoro per l’Italia, mi ha chiamato per dirmi che apprezza quello che faccio e mi ha detto “come lei vorrei averne tanti”. L’ho apprezzato molto». Certo, una donna come lei chi poteva chiamare a simbolo dell’Italia che lavora, un anonimo operaio? Chiamare Giorgio è molto più chic, e sensuale...
DIVISMO E DINTORNI Playmate, idolatria, emulazione e immaginari insondati: quattro proposte per un progetto d'artista. Players, si vota! di Irene Pittatore
Dopo il tuffo estivo fra le ombre del cinema noir, Playboy prosegue a grandi bracciate il suo corso nel mare suadente del divismo e delle sue sirene: esplora archetipi, sonda mutazioni, interroga immaginari giovanili. Io indugio fra le boe di una grammatica novecentesca che ha costellato di stelle i nostri vocabolari. Galleggio fra celebrità. Star e starlette, dive e divismi. Mi aggiro fra le icone cardinali di un secolo e le sue effimere comete, esposta a sintomi inequivocabili del gusto dei tempi. Cerco coni d’ombra, interstizi da cui osservare i paradigmi cangianti della celebrità. Mi accorgo che un anagramma di dive è il francese “vide” (vuoto). Sono molte le prospettive che mi piacerebbe percorrere e sviluppare in un progetto artistico dedicato al divismo e ai suoi limitrofi universi. Sono sedotta in particolare dalla costruzione e dalla migrazione degli immaginari, dall’idolatria, dai fenomeni di emulazione. Propongo ai lettori del Playground quattro spunti progettuali, corredati di suggestioni visive e indicazioni tecniche, e lancio una palla: raccoglietela e rilanciatela, votando! Sul numero di dicembre vedrete realizzato il progetto che avrà incontrato il maggior interesse.
COME VOTARE Preferenze e opinioni vanno espresse inviando una email ad artistsplayground@play boy.it o direttamente sulla pag ina Facebook Playboy Italia, dove sarà predisposto un apposito form per votare.
3/$<%2< '(&25 (UNA STANZA TUTTA PER LUI) // Dive, girls next door e interni domestici Parole chiave: architettura d’interni, archivio, dive, decor, Beatriz Preciado, playmate, pornotopia Tecnica e media: ricerca d’archivio, collage
)$16 '(/,5,286 // Red carpet e idolatrie Parole chiave: camerini, fanatismo, fan club, groupie, idolatria, palchi, red carpet Tecnica e media: ricerca iconografica, mixed media
Il filosofo spagnolo Beatriz Preciado, in Pornotopia. Playboy: architettura e sessualità (Fandango tascabili, 2011), sostiene che il celebre progetto editoriale (nonché immobiliare) di Hugh Hefner ha contribuito fortemente a minare l’immaginario familiare eterosessuale, ma anche a creare un universo domestico dominato dal ‘’playboy’’ e costruito sulle sue esigenze. Hugh Hefner, con le sue vestaglie di seta, è probabilmente il primo personaggio pubblico ad aver connesso inscindibilmente la propria immagine a scenari fino a quel momento considerati appannaggio del
femminile: gli interni domestici, abilmente riconfigurati nella direzione di una ‘’Disneyland per adulti’’, caratterizzata primariamente dalle conigliette, ma anche da letti girevoli e cucine senza cucina. Playboy decor intende esplorare queste ‘’stanze tutte per lui’’, attraverso collage di carte d’epoca e pagine storiche della rivista, per offrire suggestioni su come Playboy abbia concorso a definire la figura complice e accattivante della ‘’ragazza della porta accanto’’, oltre a celebrare icone sexy come Marilyn, Brigitte Bardot, Romy Schneider, Grace Jones...
Fans delirious intende esplorare i fenomeni contemporanei di fanatismo da celebrities, in particolare giovanili. Appostamenti, attese, investimento di energie e denaro in nome dell’identificazione e della passione per le proprie star. Sarà sviluppata una ricerca a partire dall’abbondante materiale iconografico presente in rete, in parti-
colare attingendo ai forum di discussione e alle fotografie raccolte sui siti dei fan club italiani dedicati alle nuove dive. L’attenzione si concentrerà in particolare sullo studio e sulla comparazione delle posture, delle espressioni e della mimica dei fan durante l’attesa del proprio idolo e nel momento dell’esposizione alla sua presenza.
352)(66,21( 626,$ // Celebrità ed emulazione Parole chiave: celebrities doubles, emulazione, impersonator, sosia Tecnica e media: servizio fotografico Il progetto indagherà , attraverso un reportage fotografico, la vita privata di alcune sosia, ovvero di quelle donne che hanno fatto della propria somiglianza a personaggi celebri un mestiere. Fra serate in discoteca, inaugurazioni e party, le impersonators dedicano buona parte della vita all’affinamento delle proprie caratteristiche - anche fisiognomiche - di somiglianza a una star, sottoponendosi talvolta a importanti interventi di chirurgia estetica.
*<36,(6 ,'2/6 // Romanì, immaginari e celebrità Parole chiave: dive, idoli, immaginari, romanì, sogni Tecnica e media: reportage A proposito di nuove dive, Gypsies' Idols si propone di sondare gli immaginari di alcuni giovani romanì (in particolare Rom e Sinti) che vivono nella periferia nord di Torino. A seguito di una serie di colloqui esplorativi, i soggetti individuati saranno ritratti insieme alle immagini delle dive dei loro sogni. Ogni fotografia sarà accompagnata dalla trascrizione della conversazione che l'ha generata.
SGUARDI INEDITI
Dolce vita in Laguna
di Luca Bergamin
AL DI LÀ DI RED CARPET, PREMIÈRE ED EVENTI UFFICIALI, VENEZIA SI TRASFORMA DURANTE LA MOSTRA IN UN UNICO GRANDE PARTY. GUIDA AGLI INDIRIZZI E LOCALI PIÙ COOL CHE NEI GIORNI DEL FESTIVAL DIVENTANO AUTENTICHE INESPUGNABILI FORTEZZE DOVE FARSI INVITARE È DIFFICILE MA NON IMPOSSIBILE
“Q
uesta era Ve n e z i a , la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l’arte un tempo si sviluppò rigogliosa…”. Il festival del Cinema non esisteva ancora quando Thomas Mann regalava ai lettori di Morte a Venezia questa superba e languida descrizione della città lagunare: quella di quest’anno è, infatti, la 72ª edizione della rassegna cinematografica italiana per antonomasia. I tempi, rispetto all’inizio dell’Ottocento (quando il vip watching non era attività contemplata!) sono ovviamente cambiati, almeno per 350 giorni all’anno. Nelle due settimane scarse del Festival, infatti, Venezia è sciantosa, ammaliatrice, sensuale, infin-
garda, traditrice, chiacchierona come piaceva a Mann. Keira Knightley ed Emily Watson, protagoniste del film di apertura Everest di Baltasar Kormákur, presentato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, che racconta la storia delle due diverse spedizioni alpinistiche fronteggiatesi per arrivare per prima in cima all’Everest, hanno messo in contro ovviamente di essere inseguite, scrutate, fotografate, idolatrate dai cacciatori di vip hollywoodiani. Un destino… piacevole che le accomuna con la multietnica, speziata bellezza dell’attrice (da poco anche regista e produttrice) Elisa Sednaoui, ventottenne piemontese di Bra, cresciuta tra Egitto, Italia e Francia, che prende il posto di Luisa Ra-
nieri nel ruolo di madrina. Chiamata a condurre le cerimonie di apertura e quella di chiusura in cui la Giuria presieduta dal regista due volte premio Oscar Alfonso Cuarón (tra i giurati anche il nostro Saverio Costanzo, reduce dal successo di Hungry Hearts) assegnerà i Leoni, tra i quali quello d’oro alla carriera è il solo di cui già si conosce il destinatario, ovvero Bertrand Tavernier. RELAZIONI PERICOLOSE Al pubblico del Lido, comunque, più che conoscere i vincitori delle varie selezioni di gara, interessa trascorrere dieci giorni “insieme” alle star del grande schermo che vedono sfrecciare lungo il Canal Grande in pose ammiccanti sui sedili in pelle bianca dei motoscafi in legno coi quali si
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SGUARDI INEDITI
spostano da un party a una cena esclusiva, da una protezione a un hotel da mille e una notte. Giuseppe Cipriani e il figlio Arrigo, titolari dell’Harry’s Bar al quale è dedicato un documentario di Carlotta Cerquetti, proiettato in un evento speciale durante le Giornate degli Autori, sono stati testimoni muti e sordi a centinaia di flirt, liaisons dangereuses tra attori e attrici, nelle poltroncine del loro piccolo locale, che continua a essere l’indirizzo più amato dai vip. Perciò è lì che bisogna assolutamente andare per incontrare i propri idoli: James Franco, ad esempio, è
un habitué, come anche Brad Pitt. Johnny Depp quando viene in laguna, invece, beve champagne allo Skyline, il rooftop bar dell’Hilton Hotel Molino Stucky da dove si gode una vista magnifica sul Canal Grande e sull’isola della Giudecca dove questa location decisamente cinematografica è “ancorata”, proprio a ridosso della celeberrima casa di stoffe Fortuny. Il griffatissimo Design Hotel Palazzina G disegnato da Philippe Starck anche in questa edizione, di sicuro autentica calamita per i protagonisti del Festival che non resistono alle luci rutilanti, ai cristalli, alle plastiche colorate della
lounge: Lindsay Lohan impazzisce per questa location dove farsi invitare richiede capacità diplomatiche fuori dal comune! Apparentemente invalicabile nei giorni festivalieri è anche lo spazio bacaro del Ristorante la Cusina all’Hotel Westin Europa & Regina dove George Clooney è solito eccedere nei cicchetti alcolici: provate a intrufolarvi prenotando una stanza che pagherete cara assai, ma vale la pena di vedere quello che magari sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti, ubriacarsi e canticchiare insieme alla sua Amal. Anche il B Bar Lounge del Bauer è amato dagli attori, a cominciare da Daniel Craig.
In alto una scena del film Everest di Baltasar Kormákur, nel cui cast c’è anche Jake Gyllenhaal. Qui sopra Keira Knightley e Cate Blanchett, fra le dive più acclamate di sempre alla Mostra del Cinema di Venezia, di cui quest’anno è madrina Elisa Sednaoui (pagina affianco). 126
Gli imperdibili... Tris a Cannes, ma senza Palma d’Oro. Quaterna a Venezia con Leone? La speranza è quella di un successo italiano visto che il Festival ha in gara quest’anno ben quattro nostri registi: Marco Bellocchio con Sangue del mio sangue, Luca Guadagnino con A bigger splash e soprattutto un cast di attori internazionali da urlo ovvero Tilda Swinton, Ralph Fiennes e Dakota Johnson. Meno conosciuti al grande pubblico, ma molto quotati dalla critica, sono Piero Messina, un esordiente da tenere d’occhio, autore de L’attesa, che vede fra le interpreti Juliette Binoche, e Giuseppe Gaudino che presenta Per amor vostro. Non è finita qui: fuori concorso, ci sono Gianfranco Pannone, regista del documentario L’esercito più piccolo del mondo, Franco Maresco con Gli uomini di questa città io non li conosco e il film postumo firmato da Claudio Caligari Non essere cattivo. Anche nella sezione Orizzonti noi italiani siamo presenti e agguerriti: Alberto Caviglia porta Pecore in erba, Renato De Maria punta sul suo Italian Gangster. Vincere sarà difficile, sia tra i 22 film in concorso per il Leone d’Oro che tra i 18 della sezione Orizzonti. Anche perché tra i cortometraggi figurano quelli di tre passati vincitori come Tsai Ming-Liang, Aleksandr Sukorov e Rodrigo Plà. E poi ci sono Frederick Wiseman, Jerzy Skolimowski, Tsai Ming-Liang, i premi Oscar Tom Hooper e Charlie Kaufman. Fra le pellicole che potrebbero riservare qual-
AAA PATENTE VIP CERCASI AL LIDO Il modo più “sicuro” per stanare un divo di celluloide, comunque, è sempre quello di prenotare una stanza al Grand Hotel Des Bains per avere la chance di fare colazione vicino a Valeria Golino e sentirla bacchettare con quella sua voce gutturale così sexy il suo Riccardo Scamarcio perché eccede coi dolci. Mickey Rourke, invece, ama fare il bagno nella piscina in piena notte, mentre Cate Blanchett preferisce fumare a bordo acqua. Sempre qui si tiene la festa di chiusura: esservi invitati o riuscire a partecipare dà automaticamente la patente di vip della Laguna. Venezia, in ogni modo, anche se doveste mancare questi appuntamenti, vi dà altre chance di avvistare le vostre attrici del cuore: ad esempio, Palazzo Vendramin è un indirizzo sicuro per le feste in stile Giacomo Casanova. E poi c’è Piazza San Marco e l’Hotel Danieli con la sua Terrazza a Riva degli Schiavoni, e naturalmente al Gritti, dove non mancheranno opportunità per avvistamen-
che sorpresa, Heart of a Dog di Laurie Anderson, sul tema della perdita delle persone care, e Francofonia di Aleksandr Sokurov, che porta lo spettatore sin dentro le stanze più segrete del Museo del Louvre infestato dai nazisti. Gli amanti dei film di animazione non possono perdersi Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson. I più attesi, comunque, sono le attrici e gli attori. Italiani certamente, capeggiati da Valeria Golino, Alba Rohrwacher e Filippo Timi, e stranieri. E anche questa edizione della rassegna lagunare sfoggia un cast stellare. A cominciare da Kristen Stewart, Christopher Plummer e Martin Landau chiamati per Remember dal visionario Atom Egoyan. Sul tappeto rosso anche i “nuovi” coniugi Depp: Amber Heard per The Danish Girl di Tom Hopper, Johnny, protagonista del film di Scott Cooper Black Mass, vero mattatore di questa 72ª edizione nel ruolo di un gangster della malavita. Lo sfida da vicino Benedict Cumberbatch presente nella stessa pellicola, e, a distanza, Josh Brolin con la sua parte avventurosa in Everest, nel cui cast c’è anche Jake Gyllenhaal. I fan si scateneranno di certo anche per Michael Keaton e Mark Ruffalo, interpreti di Spotlight di Tom McCarthy, che affronta il tema spinoso della pedofilia nella Chiesa. Mentre Shia LaBeouf, Kate Mara e Gary Oldman nobilitano Man Down di Dito Montiel in Orizzonti.
ti. Vi è consigliato vivamente di stazionare anche sul ponte dell’Hotel Excelsior dove attraccano i motoscafi dove i bodyguard di Charlize Theron non sono sempre stati impeccabili. E anche il Centurion Palace e il suo Antinoo’s Lounge & Restaurant sono posti molto glamour, mentre ottenere un tavolo al ristorante dell’Hotel Villa Laguna significa condividere un piatto di baccalà con Robin Wright che mangia qui anche se non è accompagnata da Kevin Spacey, suo… fedigrafo marito nella serie House of Cards. Sedetevi anche da Antico Pignolo e Do Forni e non alzatevi sino a tarda notte perché prima o poi il cast di un film arriverà. E poi ci sono i bagni all’alba fuori programma nelle acque del Lido. Andate a controllare. E per capire se quel coraggioso tuffatore è un attore, beh, in vostro soccorso viene ancora Thomas Mann: “Di corpo esile e minuto… in una posa di impertinente spavalderia, lanciava… i suoi frizzi verso la terrazza, facendo un tale sforzo che le vene gli si gonfiavano sulla fronte…”.
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MATTEO BELLOMO HA CONOSCIUTO LA FOTOGRAFIA DA BAMBINO QUANDO IL PADRE, ANCHE LUI FOTOGRAFO, PER HOBBY LO PORTAVA IN GIRO PER L’EUROPA IN FUORISTRADA ACCOMPAGNATO DALLA SUA AMATA NIKON. SUCCESSIVAMENTE CONOSCE NICO NARDOMARINO, CHE È STATO IL SUO MAESTRO NEL CORSO DEGLI ANNI. NEL 2013 TRAMITE UN AMICO CONOSCE DELL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA E DECIDE DI TRASFERIRSI A MILANO, DOVE VIVE E LAVORA OGGI.
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COM’È CAMBIATO IL MODO DI ESSERE DIVE? DALLE ICONE INTRAMONTABILI CHE A PARTIRE DAGLI ANNI VENTI VIVONO ANCORA NEL NOSTRO IMMAGINARIO A QUELLE ODIERNE CHE, INVECE, IN MOLTI CASI NASCONO E SPARISCONO ALLA VELOCITÀ DELLA LUCE, IN UN MONDO IN CUI ORMAI TUTTO È SEMPRE PIÙ EFFIMERO, VELOCE. ALCUNI DEI NUOVI VOLTI DELLA FOTOGRAFIA ITALIANA INTERPRETANO PER PLAYBOY IL DIVISMO DI OGGI, MENTRE A VENEZIA SFILANO SUL RED CARPET LE STAR DI IERI E DI OGGI...
PLAYBOY
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STORIE DI V ITA V DAI TALENTI ERA RACCONTATE EMERGENTI FOTOGRAFI DELLA A. IN COLLA BORAZION CON L’ISTITU E TO ITALIAN O DI FOTOGR AFIA WWW. I STITUT OITALI ANODI FOTOG RAFIA .IT
FRANCESCA POZZI 23 ANNI, VIVE NELLA PROVINCIA DI MILANO. DOPO ESSERSI DIPLOMATA AL LICEO SCIENTIFICO BIOLOGICO “A. VOLTA” HA INTRAPRESO GLI STUDI AL POLITECNICO DI MILANO PRESSO LA FACOLTÀ DI INGEGNERIA ENERGETICA. NON ESSENDONE SODDISFATTA ABBANDONA GLI STUDI UNIVERSITARI PER DEDICARSI TOTALMENTE ALLA SUA UNICA VERA PASSIONE, LA FOTOGRAFIA. SI È COSÌ ISCRITTA ALL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA, DOVE HA CAPITO COME POTERSI ESPRIMERE AL MEGLIO.
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GIACOMO LICHERI DIPLOMATO ALL’ISTITUTO TECNICO INFORMATICO E SUCCESSIVAMENTE STUDIA GRAFICA AL .LAB, DOVE IMPARA TUTTE LE TECNICHE BASE DELLA POST PRODUZIONE DI IMMAGINI (CHE POI CON GLI ANNI HA AFFINATO), IMPAGINAZIONE E GRAFICA VETTORIALE. DOPO AVER LAVORATO IN DIVERSI STUDI GRAFICI, HA REALIZZATO CHE LA FOTOGRAFIA ERA IL MEZZO D’ESPRESSIONE CHE VOLEVA CONOSCERE ANCORA PIÙ A FONDO, COSÌ SI È ISCRITTO ALL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA, CHE GLI HA INSEGNATO CHE LA FOTOGRAFIA NON È SOLAMENTE UN CLICK, MA QUALCOSA DI PIÙ COMPLESSO E PERSONALE.
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DILETTA PAOLA NICOSIA NASCE A GENOVA NEL 1990. DURANTE GLI STUDI IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE SVILUPPA E CONSOLIDA LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA. PASSIONE NATA DURANTE I PRIMI ANNI DEL LICEO DOPO AVER SEGUITO UN CORSO DI RIPRESA E CAMERA OSCURA. DA LÌ IN POI STUDIA COME AUTODIDATTA FINO A CHE, NEL GENNAIO 2014, DECIDE DI DEDICARSI TOTALMENTE ALLA FOTOGRAFIA FREQUENTANDO ALL’ACCADEMIA TEATRO ALLA SCALA IL CORSO PER FOTOGRAFI DI SCENA. IN AULA CAPISCE CHE LA FOTOGRAFIA SARÀ LA SUA VITA E CHE NON LE BASTA CONOSCERE SOLO LA FOTOGRAFIA DI SCENA. NEL 2015 DECIDE DI CONTINUARE GLI STUDI IN AMBITO FOTOGRAFICO PER APPROFONDIRNE OGNI SFACETTATURA. FREQUENTA COSÌ IL SECONDO ANNO DEL CORSO SUPERIORE BIENNALE ALL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA A MILANO.
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VIRGINIA BETTOJA NASCE NEL 1985 A ROMA, DOVE SI LAUREA IN LETTERE E FILOSOFIA. GIÀ ALIMENTATA NEGLI ANNI, DÀ POI SPAZIO ALLA FORTE PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA MIGLIORANDO LE SUE CONOSCENZE TECNICHE ALLA SCUOLA ROMANA DI FOTOGRAFIA. INIZIA IL SUO PERCORSO DI AVVICINAMENTO ALLA PROFESSIONE COME ASSISTENTE FOTOGRAFA E COME FREELANCE PER EVENTI SU ROMA E LONDRA. PERFEZIONA AL MEGLIO LA SUA FORMAZIONE DIPLOMANDOSI AL CORSO SUPERIORE, PROFESSIONALE BIENNALE, DELL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA DI MILANO, CITTÀ DOVE ATTUALMENTE VIVE E LAVORA. NELL’AMBITO ARTISTICO HA PRESENTATO I SUOI LAVORI DI RICERCA IN SPAZI ESPOSITIVI AD ORVIETO, MILANO E ROMA.
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FRANCESCO CIRANNA FOTOGRAFO RESIDENTE A MILANO. DOPO ESPERIENZE DI STUDIO E DI LAVORO DIVERSE TRA LORO CHE LO ARRICHISCONO SU PIÙ FRONTI, NEL 2013 SI ISCRIVE ALL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA DOVE STUDIA E LAVORA COME ASSISTENTE.
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ALESSIA PEREGO NATA A MERATE, IN BRIANZA, NEL 1994, DOPO UN PERCORSO DI STUDI DI TIPO ARTISTICO AL “MEDARDO ROSSO” DI LECCO, DECIDE DI PORTARE AVANTI LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA. SI ISCRIVE COSÌ ALL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA A MILANO NEL 2013. NELL’APRILE DEL 2015 COLLABORA CON LA RIVISTA DI ARTE CONTEMPORANEA ESPOARTE E CON UN MAGAZINE ALLEGATO ALLA PROVINCIA DI COMO IN OCCASIONE DEL SALONE DEL MOBILE PER ALCUNI SERVIZI SULL’ARTISTA VELASCO VITALI. TRA TUTTE LE CATEGORIE DI FOTOGRAFIA, QUELLA A CUI È PIÙ INTERESSATA È LA FOTOGRAFIA DI PAESAGGIO, ANCHE SE A VOLTE SI ORIENTA PURE SU QUALCOSA DI CONCETTUALE.
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SOFIA MASINI NASCE A MADRID NEL 1991 DA GENITORI ITALIANI. SPINTA DALL’AMORE PER LA FOTOGRAFIA E PER IL TEATRO SI ISCRIVE AL CORSO PER FOTOGRAFI DI SCENA ALL’ACCADEMIA TEATRO ALLA SCALA DI MILANO. SUCCESSIVAMENTE DECIDE DI APPROFONDIRE LA PROFESSIONE DI FOTOGRAFA FREQUENTANDO L’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA, MENTRE SI LAUREA ALL’UNIVERSITÀ STATALE DI MILANO IN SCIENZE DEI BENI CULTURALI.
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Camicia in denim DAINESE Bretelle regimental blu/bianco BRETELLE&BRACES
WORK
+$5' Photographer ANDREA MINOIA Fashion Editing & styling FEDERICA PIACENZA Model VITOR BASSETTO @ JOY MODEL MANAGEMENT
PLAY +$5'
IN QUESTA PAGINA Completo in lana e cashmere MAURIZIO MIRI Camicia oxford azzurra NARA CAMICIE Polacchino stringato in pelle metal con zip laterale TESTONI Cappello blue waxed REINHARD PLANK Busta a mano in pelle nera con chiusure in cocco TESTONI NELLA PAGINA AFFIANCO Giacca doppiopetto a macrocheck marrone e giallo ERNESTO Pantalone in fresco di lana BOGNER Camicia blu con stampa husky dogs MITCHUMM INDUSTRIES Cappello blue waxed REINHARD PLANK Stringata senza lacci in pelle PREMIATA
IN QUESTA PAGINA Maglione girocollo in lana shetland color senape MITCHUMM INDUSTRIES Pantalone a quadretti LA MARTINA Borsone a sacca LE BORSE DI NELLA PAGINA AFFIANCO Completo blu con motivo tartan MAURIZIO MIRI Camicia oxford azzurra NARA CAMICIE Polacchino stringato in pelle metal con zip laterale TESTONI
IN QUESTA PAGINA Completo in pied de poule con giacca e gilet in lana vergine TARDIA Pantalone MAURIZIO MIRI NELLA PAGINA AFFIANCO Camicia viola con stampe MITCHUMM INDUSTRIES Pantalone blu con motivo tartan MAURIZIO MIRI Brief case effetto metal TESTONI
SUL PROSSIMO NUMERO
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INTERVIEW OSCAR FARINETTI
LA PLAYMATE DEL MESE - ANA CHERI
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EXPO DI MILANO - IL 31 OTTOBRE SI CHIUDE L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE. CHE COSA RIMARRÀ DELLA MANIFESTAZIONE E QUALI RISPOSTE CONCRETE ARRIVERANNO PER IL GRANDE TEMA DEL CIBO E DELLA POVERTÀ NEL MONDO?
INDIRIZZI ALEROEYEWEAR.COM ALTREFORME.COM AS-98.IT BAZARTHERAPY.COM BOGNER.COM BOTTEGAFINZIONI.IT BRETELLEITALIANE.COM CALZATUREBELFIORE.IT CEDESMILANO.COM DAINESE.COM DOLCEGABBANA.IT
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