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VOL. 33 N. 5
ISSN 2039-1374
SETTEMBRE-OTTOBRE 2026
r i v i s t a b i m e s t r a l e d e l l ’a s s o c i a z i o n e c u l t u r a l e p e d i a t r i
Editoriale 193 “Oltre lo sguardo”. Quando la relazione è parte della cura Stefania Manetti
Infogenitori 194 Genitorialità consapevole ed ecosostenibile: Muoversi con il bambino Antonella Salvati, Angela Di Ianni, Sofia Fioravanti
Research letter 195 Nirsevimab e virus respiratorio sinciziale: cosa ne pensano i genitori? Francesco Accomando, Melodie O. Aricò, Martina Corzani, Michela Vestrucci, Giuseppina Greco, Enrico Valletta
Aggiornamento avanzato 199 Perché il ritmo e la musica sono un valido aiuto per il superamento dei disturbi del linguaggio? Metodologia ed esempi pratici Ingrid Rudoi
Osservatorio internazionale 203 La ricerca parla sempre più cinese, anche in pediatria Enrico Valletta
Salute mentale 206 Benessere digitale Paolo Siani
Il caso che insegna 208 Cisti del coledoco in età pediatrica: una rara causa di iperamilasemia e iperlipasemia
Luca Santucci, Biagio Pascale, Angela Iannicelli, Marco Natale, Marta Giovengo, Claudia Mandato
Il punto su 211 Alimenti ultraprocessati e salute dei primi mille giorni Alberto Perra
215 L’influenza pediatrica può complicarsi. Un caso e uno studio di coorte a Bari
Cristian M.N. Bisceglia, Vittorio Greco Miani, Claudia Rossini, Francesca Spizzico, Claudio Cafagno, Maria Chironna, Maurizio Aricò, Desiree Caselli
Focus 219 Ripensare le cure primarie pediatriche: una rete per l’infanzia e l’adolescenza. Dai bisogni di salute ai diritti dell’età evolutiva Intervista a Stefania Manetti
Ambiente e salute 221 Il rumore che fa male. Effetti dell’inquinamento acustico in età evolutiva Annamaria Sapuppo, Giacomo Toffol
Esperienze 225 Genitori In Corso: kit digitale a sostegno della genitorialità Silvia Busti, Paola Colombo
Il pediatra e le sfide educative 228 La narrazione familiare. La descrizione del mondo e il racconto autobiografico come infrastruttura preventiva precoce Elena Ravazzolo
Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – 70% NE/VR – Aut. Tribunale di Oristano 308/89
Epiquaderni 230 Dalla rivista Epidemiologia & Prevenzione, un invito alla lettura per i pediatri ACP. Numero 3-2026 Giacomo Toffol
Info 231 Città a misura di bambine e bambini 232 Gli Stati Uniti non fanno ufficialmente più parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità 232 Condanna storica all’Italia Libri 233 Le sindromi malformative. Una guida per il pediatra 233 Paolo Siani, Benessere digitale. Guida all’uso consapevole dei device 234 Michele Mari, I convitati di pietra 234 Gabriel Seroussi, La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza Film 235 Flashback. Da Garlasco a Kioto 236 Lettere Congressi in controluce 237 È il momento di valorizzare i “piccoli passi” Leonardo Speri
238 Candidati al consiglio direttivo
nazionale ACP. Elezioni 2026
240 38° Congresso Nazionale ACP: “Uno sguardo allargato alla salute delle bambine e dei bambini” – programma provvisorio www.quaderniacp.it
Norme redazionali per gli autori I testi vanno inviati alla redazione via e-mail (redazione@quaderniacp.it) unitamente alla dichiarazione che il lavoro non è stato inviato contemporaneamente ad altra rivista. Per il testo, utilizzare carta non intestata e carattere Times New Roman corpo 12 senza corsivi; il grassetto va usato solo per i titoli. Le pagine vanno numerate. Il titolo (in italiano e inglese) deve essere coerente rispetto al contenuto del testo, informativo e sintetico. Può essere modificato dalla redazione. Vanno indicati l’istituto/ente di appartenenza e un indirizzo di posta elettronica per la corrispondenza. Gli articoli vanno corredati da un riassunto (abstract) in italiano e in inglese, ciascuno di non più di 1000 caratteri (spazi inclusi). La traduzione di titolo e abstract può essere fatta, su richiesta, dalla redazione. Non occorre indicare parole chiave. Negli articoli di ricerca, testo e riassunto vanno strutturati in “Obiettivi”, “Metodi”, “Risultati”, “Conclusioni”. I casi clinici per la rubrica Il caso che insegna vanno strutturati in: “La storia”, “Il percorso diagnostico”, “La diagnosi”, “Il decorso”, “Commento”, “Cosa abbiamo imparato”. Tabelle e figure vanno poste in pagine separate, una per pagina. Ciascun elemento deve presentare una didascalia numerata progressivamente; i richiami nel testo vanno inseriti in parentesi quadre, secondo l’ordine di citazione.
Casi clinici ed esperienze non devono superare i 12.000 caratteri (spazi inclusi), riassunti compresi, tabelle e figure escluse. Gli altri contributi non devono superare i 18.000 caratteri (spazi inclusi), compresi abstract e bibliografia (casi particolari vanno discussi con la redazione). Le lettere non devono superare i 2500 caratteri (spazi inclusi); se di lunghezza superiore, possono essere ridotte d’ufficio dalla redazione. Le voci bibliografiche non devono superare il numero di 12, vanno indicate nel testo fra parentesi quadre e numerate seguendo l’ordine di citazione. Negli articoli della FAD la bibliografia va elencata in ordine alfabetico, senza numerazione. Esempio: Corchia C, Scarpelli G. La mortalità infantile nel 1997. Quaderni acp 2000;5:10-4. Nel caso di un numero di autori superiore a tre, dopo il terzo va inserita la dicitura “et al.” Per i libri vanno citati gli autori (secondo l’indicazione di cui sopra), il titolo, l’editore e l’anno di pubblicazione. Gli articoli vengono sottoposti in maniera anonima alla valutazione di due o più revisori. La redazione trasmetterà agli autori il risultato della valutazione. In caso di non accettazione del parere dei revisori, gli autori possono controdedurre. È obbligatorio dichiarare la presenza di un conflitto d’interesse. La sua eventuale esistenza non comporta necessariamente il rifiuto alla pubblicazione dell’articolo.
direttore
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Francesco Accomando, Melodie O. Aricò, Vincenza Briscioli, Antonella Brunelli, Sergio Conti Nibali, Daniele De Brasi, Luciano de Seta, Alberto Ferrando, Martina Fornaro, Stefania Manetti, Luigi Memo, Laura Reali, Paolo Siani, Maria Francesca Siracusano, Maria Luisa Tortorella, Enrico Valletta, Federica Zanetto comitato editoriale pagine elettroniche
Vincenza Briscioli (coordinatrice), Laura Brusadin, Lucia Di Maio, Claudia Mandato, Laura Reali, Patrizia Rogari, Annamaria Sapuppo, Giacomo Toffol collaboratori
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Cierre Grafica, Caselle di Sommacampagna (VR), www.cierrenet.it Quaderni acp aderisce agli obiettivi di diffusione gratuita online della letteratura medica ed è disponibile integralmente all’indirizzo www.quaderniacp.it Pubblicazione iscritta nel registro nazionale della stampa n. 8949 © Associazione Culturale Pediatri ACP Edizioni No Profit redazione redazione@quaderniacp.it
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“Oltre lo sguardo”. Quando la relazione è parte della cura Stefania Manetti Presidente ACP
Ci sono documenti che, una volta pubblicati, iniziano una vita propria. Escono dagli spazi della discussione scientifica e diventano occasione di confronto, talvolta anche di contrapposizione. È accaduto con Oltre lo sguardo, la Guida realizzata congiuntamente dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri, dedicata ai temi della varianza di genere, degli orientamenti affettivi e sessuali e dell’omogenitorialità nell’ambulatorio pediatrico. Le reazioni che hanno accompagnato la sua diffusione ci hanno confermato che questi argomenti toccano corde profonde della nostra società. Accanto all’interesse di molti professionisti sono emerse anche critiche severe, spesso, ma non solo, provenienti da realtà che leggono questi temi attraverso categorie prevalentemente culturali o ideologiche. Non è nostra intenzione alimentare una polemica. Al contrario, crediamo che questa sia un’occasione per riflettere sul ruolo che una società scientifica è chiamata a svolgere. Che cosa chiediamo oggi a una società scientifica? Di confermare convinzioni già acquisite? Di rappresentare orientamenti culturali? Oppure di offrire ai professionisti strumenti fondati sulle migliori evidenze disponibili, mantenendo sempre aperto il confronto scientifico e mettendo sempre al centro la salute delle persone? La nostra risposta è chiara. Oltre lo sguardo nasce da quest’ultima prospettiva. Non è una Linea Guida e non pretende di esserlo. Non propone raccomandazioni cliniche, non definisce percorsi diagnostici, non affronta protocolli terapeutici o di affermazione di genere. È un manuale di orientamento, costruito a partire dalla letteratura scientifica internazionale, dall’esperienza clinica e dal lavoro condiviso dei gruppi SIP e ACP, successivamente sottoposto alla revisione di un gruppo multidisciplinare di esperti. Il suo obiettivo è fornire ai pediatri e alle pediatre strumenti scientifici, culturali e relazionali per affrontare situazioni che sempre più frequentemente incontrano nella pratica quotidiana. Chi lavora in un ambulatorio pediatrico sa che non tutte le domande arrivano sotto forma di sintomi. Alcune entrano in silenzio. Sono le esitazioni di un adolescente, o le sue somatizzazioni, il disorientamento di una madre o di un padre, il timore di essere giudicati, la fatica di trovare parole per raccontare ciò che si sta vivendo. In questi momenti il pediatra non è chiamato soltanto a riconoscere un problema clinico. È chiamato, prima di tutto, a costruire una relazione di fiducia. La medicina contemporanea ci ricorda che la qualità della relazione è parte integrante della cura. Non è un elemento accessorio, né un semplice atteggiamento personale. È una
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EDITORIALE
componente importante della competenza professionale. Le evidenze mostrano come stigma, discriminazione e rifiuto possano incidere sul benessere psicologico, sull’accesso ai servizi e sugli esiti di salute. Allo stesso modo, un ambiente accogliente, rispettoso e privo di giudizio rappresenta un fattore di protezione, una porta aperta al dialogo. È anche per questo che la Guida dedica spazio al linguaggio. Le parole non sono semplicemente il modo con cui descriviamo la realtà: contribuiscono a costruire la relazione di cura, sono esse stesse cura. Un linguaggio corretto, rispettoso e inclusivo non appartiene a una visione ideologica; appartiene alla buona pratica clinica, perché permette alla persona che abbiamo di fronte di sentirsi ascoltata, riconosciuta e accolta. Talvolta il dibattito pubblico ha attribuito alla Guida finalità che essa non possiede. Vale quindi la pena ribadirlo con chiarezza: Oltre lo sguardo non prescrive, non indirizza e non anticipa decisioni cliniche. Non sostituisce il giudizio professionale né i percorsi assistenziali specialistici. Accompagna il pediatra nel suo compito quotidiano: comprendere, ascoltare, sostenere, individuare eventuali situazioni di vulnerabilità e orientare, quando necessario, verso le équipe competenti. Questa distinzione è sostanziale e costituisce uno dei presupposti dell’intero lavoro. Forse il dibattito che si è sviluppato attorno a questa Guida ci consegna anche una riflessione più ampia. Viviamo un tempo nel quale temi complessi vengono spesso ricondotti a contrapposizioni nette, nelle quali si chiede di scegliere un’appartenenza prima ancora di approfondire le conoscenze. La medicina, e la pediatria in particolare, per la sua specificità, non possono permettersi questa semplificazione. Il metodo scientifico ci chiede qualcosa di diverso: osservare, studiare, confrontare criticamente le evidenze, riconoscere i limiti delle conoscenze disponibili e aggiornarle quando nuove prove lo rendano necessario. È questo il compito delle società scientifiche. Non confermare convinzioni, ma alimentare conoscenza. Forse è proprio qui il significato più autentico del titolo che abbiamo scelto. Andare “oltre lo sguardo” significa non fermarsi alla prima impressione, alle categorie, alle etichette o ai pregiudizi. Significa riconoscere che dietro ogni domanda portata in ambulatorio c’è una persona in crescita, con la sua storia, le sue fragilità, le sue risorse e il suo diritto a essere accolta. Questa è, in fondo, la responsabilità che sentiamo come ACP e SIP. Promuovere una pediatria fondata sulle migliori evidenze scientifiche disponibili, capace di coniugare competenza clinica, rispetto della persona e qualità della relazione di cura. Perché la buona pediatria non inizia quando troviamo la risposta giusta. Inizia quando sappiamo fare spazio alla domanda.
presidente@acp.it
INFOGENITORI
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QUADERNI ACP 5/2026
QUADERNI ACP 5/2026
Nirsevimab e virus respiratorio sinciziale: cosa ne pensano i genitori? Francesco Accomando1, Melodie O. Aricò1, Martina Corzani1, Michela Vestrucci1, Giuseppina Greco2, Enrico Valletta1 UO Pediatria, Ospedale G.B. Morgagni – L. Pierantoni, AUSL Romagna, Forlì; 2 UO Ostetricia-Ginecologia, Ospedale G.B. Morgagni – L. Pierantoni, AUSL Romagna, Forlì 1
Durante le campagne di prevenzione dell’infezione da virus respiratorio sinciziale (VRS) con nirsevimab nelle stagioni epidemiche 2024-2025 e 2025-2026, è stato somministrato un questionario anonimo e volontario ai genitori di neonati e lattanti eleggibili alla profilassi. L’obiettivo era valutare l’accettazione della somministrazione del nirsevimab e i fattori associati alla decisione genitoriale. Sono stati raccolti 302 questionari; la risposta sull’accettazione era disponibile in 293 casi. Complessivamente, 269 genitori (91,8%) dichiaravano di accettare la somministrazione, 21 (7,2%) erano indecisi e 3 (1%) rifiutavano. Non sono emerse differenze statisticamente significative, tra le due stagioni, negli item esplorati dal questionario. L’accettazione è stata maggiore nei genitori consapevoli dei rischi insiti nell’infezione da VRS e minore in presenza di una moderata o alta preoccupazione di possibili effetti collaterali dell’immunoprofilassi. Il gruppo più esposto all’esitazione era rappresentato dai genitori con bassa percezione del rischio da VRS e con contemporanea preoccupazione per la sicurezza del farmaco. I risultati suggeriscono un counselling centrato sulla gravità potenziale del VRS, sulle preoccupazioni dei genitori riguardo la sicurezza dell’intervento e sulla corretta comprensione della natura del nirsevimab come anticorpo monoclonale. During the nirsevimab immunoprophylaxis campaigns against respiratory syncytial virus (RSV) infection conducted over the 2024–2025 and 2025–2026 epidemic seasons, an anonymous and voluntary questionnaire was administered to parents of newborns and infants eligible for prophylaxis. The aim was to assess acceptance of nirsevimab administration and the factors associated with parental decision-making. A total of 302 questionnaires were collected; acceptance data were available for 293 cases. Overall, 269 parents (91.8%) reported accepting administration, 21 (7.2%) were undecided, and 3 (1.0%) declined. No statistically significant differences were observed between the two seasons across the items explored by the questionnaire. Acceptance was higher among parents who were aware of the risks associated with RSV infection and lower in the presence of moderate-to-high concern about potential adverse effects of immunoprophylaxis. The subgroup most susceptible to hesitancy comprised parents with low risk perception regarding RSV combined with concurrent concerns about the safety profile of the drug. The findings support a counselling approach centred on the potential severity of RSV disease, parental safety concerns regarding the intervention, and accurate understanding of the nature of nirsevimab as a monoclonal antibody.
RESEARCH LETTER
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Il virus respiratorio sinciziale (VRS) è una delle principali cause di infezione delle basse vie respiratorie e di ricovero nei primi mesi di vita [1]. Nirsevimab, anticorpo monoclonale a lunga durata d’azione, consente oggi una strategia di immunoprofilassi universale, con singola somministrazione, nei neonati e lattanti alla loro prima stagione di esposizione al virus. L’efficacia del nirsevimab è supportata da numerose evidenze raccolte in studi clinici e dati real-world provenienti da diverse regioni del mondo così come dall’Italia [2-9]. In Emilia-Romagna, l’offerta universale è stata progressivamente resa disponibile per tutti i neonati e lattanti in prossimità della loro prima stagione epidemica a partire dall’autunno 2024 [10]. L’estensione della profilassi a una popolazione ampia e non selezionata di neonati e lattanti – consentita dalle innovative caratteristiche del nirsevimab – ha consentito un importante cambio di strategia rispetto al precedente intervento con palivizumab focalizzato su gruppi ristretti di pazienti a rischio. Questo nuovo approccio preventivo ha anche modificato profondamente il confronto e il dialogo con le famiglie. Infatti, la proposta si rivolgeva ora a bambini sani, i cui genitori potevano non percepire il VRS come un rischio rilevante o avere comprensibili perplessità sulla somministrazione preventiva di un farmaco di cui non c’era ancora conoscenza diffusa nella popolazione. In questo contesto, l’accettazione non dipendeva soltanto dalla disponibilità di un intervento efficace, ma anche dalla conoscenza della malattia, dalla percezione del rischio, dalla comprensione della natura del nirsevimab, dalla preoccupazione per i possibili effetti collaterali e dalla fiducia nei professionisti e nel sistema sanitario più in generale [11,12]. Per approfondire la conoscenza di questi aspetti, in occasione delle campagne di profilassi con nirsevimab nelle stagioni 2024-2025 e 2025-2026, abbiamo proposto un questionario anonimo ai genitori di neonati e lattanti candidabili alla somministrazione presso il nostro centro. L’obiettivo dello studio era valutare l’accettazione dichiarata della profilassi, confrontare le risposte raccolte nelle due annate consecutive e identificare i fattori associati all’adesione, all’esitazione o all’eventuale rifiuto dell’intervento preventivo.
Materiali e metodi
Nell’ambito del programma di immunoprofilassi con nirsevimab della Regione Emilia-Romagna, è stato condotto uno studio osservazionale trasversale mediante questionario anonimo, rivolto ai genitori di neonati e lattanti candidabili alla somministrazione di nirsevimab presso l’UO di Pediatria dell’Ospedale di Forlì, durante le stagioni epidemiche 20242025 e 2025-2026 [10]. Il questionario impiegato è stato precedentemente descritto in uno studio multicentrico regionale sull’accettazione del nirsevimab in Emilia-Romagna nella stagione 2024-2025 [11]. Il protocollo NIRSV-ER è stato approvato dal CEROM (Comitato Etico della Romagna). La partecipazione era volontaria, anonima e subordinata alla firma di un consenso informato scritto da parte dei genitori. La compilazione del questionario non condizionava in alcun modo l’accesso alla profilassi con nirsevimab. Lo strumento raccoglieva informazioni relative a caratteristiche del genitore e del bambino, numero di figli, presenza di fattori di rischio, livello di istruzione, conoscenza pregressa del nirsevimab, fonti informative, comprensione della natura del farmaco, conoscenza dei rischi associati al VRS, percezione del rischio individuale, efficacia percepita, preoccupazione per possibili effetti collaterali, fiducia nel pediatra e nel sistema sanitario, interesse a ricevere ulteriori informazioni e disponibilità ad accettare la profilassi. Le variabili categoriche sono state descritte come frequenze assolute e percentuali, calcolate sui dati disponibili per ciascuna domanda. La risposta relativa all’accettazione della pro-
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Tabella 1. Fattori associati all’accettazione dell’immunoprofilassi con nirsevimab Accettazione se presente % (n/n tot.)
Accettazione se assente % (n/n tot.)
OR
IC95%
p
Conoscenza dei rischi del VRS
96,1% (220/229)
73,7% (42/57)
8,73
3,59-21,26
<0,001
Preoccupazione per possibili effetti collaterali moderata/alta
83,9% (115/137)
98,7% (152/154)
0,07
0,02-0,30
<0,001
Fiducia molto alta nel pediatra
95,0% (190/200)
78,0% (39/50)
5,36
2,13-13,49
<0,001
Fiducia moderata/alta nel sistema sanitario
93,8% (258/275)
61,5% (8/13)
9,49
2,80-32,14
0,001
Diploma/laurea
95,1% (215/226)
81,0% (34/42)
4,60
1,73-12,25
0,004
Consiglio del pediatra rilevante nella decisione
94,0% (220/234)
83,1% (49/59)
3,21
1,35-7,64
0,013
Nirsevimab ritenuto moderatamente/molto efficace
94,1% (191/203)
85,5% (71/83)
2,69
1,16-6,26
0,032
Identificazione del nirsevimab come vaccino
91,7% (66/72)
91,9% (203/221)
0,98
0,37-2,56
1,000
Variabile
Nota: le percentuali sono calcolate sui dati disponibili per ciascuna variabile. OR >1 indica maggiore probabilità di accettazione quando la variabile è presente. Per la preoccupazione moderata/alta per possibili effetti collaterali, OR <1 indica minore probabilità di accettazione rispetto a preoccupazione bassa o assente.
filassi è stata descritta distinguendo accettazione, indecisione e rifiuto; per le analisi dei fattori associati, indecisione e rifiuto sono stati aggregati nella categoria “esitazione”. Il confronto tra i risultati estrapolati dai questionari proposti nelle due stagioni epidemiche è stato effettuato mediante test chi-quadro o test esatto di Fisher, quando appropriato. Nella casistica complessiva sono state esplorate le associazioni fra accettazione dichiarata e variabili potenzialmente rilevanti per la decisione dei genitori, espresse mediante odds ratio (OR) con intervallo di confidenza al 95% (IC95%). È stato considerato statisticamente significativo un valore di p <0,05. Data la natura esplorativa dello studio e il basso numero di rifiuti espliciti, non è stato costruito un modello multivariabile. I risultati sono stati interpretati come associazioni utili a orientare il counselling, non come dimostrazione di causalità.
Risultati
Sono stati raccolti 302 questionari: 154 durante la stagione 2024-2025 e 148 durante quella 2025-2026. Il dato relativo all’accettazione della profilassi era disponibile in 293 casi. Complessivamente, 269/293 (91,8%) genitori hanno espresso adesione alla somministrazione del nirsevimab; 21 (7,2%) erano indecisi e 3 (1%) rifiutavano. Il questionario non prevedeva la raccolta di dati identificativi. Pertanto, non è stato possibile collegare le risposte al singolo bambino né verificare, nell’ambito della successiva analisi, l’effettiva somministrazione del farmaco dopo la dichiarazione di accettazione o di indecisione. L’accettazione è risultata elevata in entrambe le campagne di prevenzione, senza differenze statisticamente significative tra 2024-2025 (89,3%) e 2025-2026 (94,4%). Le risposte ai singoli item (variabili categoriche) sono apparse sostanzialmente sovrapponibili tra le due stagioni. Non si è documentato un cambiamento significativo, nella conoscenza del VRS, nella percezione dell’efficacia o nella preoccupazione per gli effetti collaterali. Anche la conoscenza pregressa del nirsevimab e la quota di genitori che identificava il farmaco come vaccino e non come anticorpo monoclonale, sono risultate simili. I dati emersi dai due questionari sono stati quindi valutati complessivamente. Solo un terzo dei genitori dichiarava di aver già sentito parlare del nirsevimab prima della proposta e circa un quarto di loro lo identificava come un vaccino e non come un anticorpo monoclonale. La conoscenza dei rischi associati al VRS, la percezione di efficacia del nirsevimab, la fiducia nel pediatra e la fiducia nel sistema sanitario erano associate a un maggiore tasso di accettazione. Anche il livello di istruzione risultava positivamente
associato all’accettazione, più elevata nei genitori con diploma o laurea. Al contrario, i genitori che si dichiaravano moderatamente o fortemente preoccupati per possibili effetti collaterali avevano un minore tasso di adesione alla somministrazione del nirsevimab [Tabella 1]. L’incrocio fra conoscenza dei rischi del VRS e preoccupazione per gli effetti collaterali ha consentito di identificare quattro principali profili decisionali. L’accettazione era massima nei genitori che conoscevano i rischi del VRS e avevano bassa o assente preoccupazione per gli effetti collaterali del nirsevimab; il valore più basso di adesione si osservava invece nei genitori che non conoscevano i rischi del VRS ed erano, contemporaneamente, moderatamente o fortemente preoccupati per la sicurezza del farmaco [Tabella 2]. L’interesse a ricevere maggiori informazioni era complessivamente elevato (82,6%) e non risultava associato al tasso di accettazione.
Discussione
Nella nostra esperienza – sviluppatasi nel corso di due stagioni consecutive di immunoprofilassi con nirsevimab – l’adesione dichiarata da parte dei genitori è risultata elevata e stabile Tabella 2. Profili decisionali e accettazione dell’immunoprofilassi, considerando percezione dei rischi del VRS e preoccupazione per i possibili effetti collaterali del nirsevimab Profilo decisionale
Accettazione % (n/n tot.)
Conosce i rischi del VRS + bassa/assente preoccupazione per possibili effetti collaterali del nirsevimab
100% (131/131)
Conosce i rischi del VRS + moderata/alta preoccupazione per possibili effetti collaterali del nirsevimab
90,8% (89/98)
Non conosce i rischi del VRS + bassa/assente preoccupazione per possibili effetti collaterali del nirsevimab
90,9% (20/22)
Non conosce i rischi del VRS + moderata/alta preoccupazione per possibili effetti collaterali del nirsevimab
62,9% (22/35)
Nota: i profili sono stati costruiti combinando conoscenza dichiarata dei rischi del VRS e livello di preoccupazione per possibili effetti collaterali. Le percentuali sono calcolate sui casi con dati disponibili per entrambe le variabili e per l’accettazione della profilassi.
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nel tempo. I rifiuti espliciti sono stati rari e la mancata accettazione era rappresentata prevalentemente dall’indecisione, suggerendo un’area di esitazione potenzialmente modificabile attraverso un counselling mirato. Le risposte fornite dai genitori nelle due stagioni epidemiche sono state sostanzialmente sovrapponibili. Il dato più solido è l’evidenza di valori di adesione alla profilassi molto elevati già nel primo anno di implementazione dell’intervento e la conferma su analoghi livelli anche nella seconda stagione. La conoscenza pregressa del significato della somministrazione del nirsevimab si è confermata complessivamente modesta, suggerendo un’ancora insufficiente circolazione delle informazioni nella popolazione generale. Tra i fattori associati alla decisione, la conoscenza dei rischi legati al VRS ha mostrato un ruolo centrale. Questo risultato è coerente con lo studio multicentrico regionale condotto in Emilia-Romagna, nel quale la consapevolezza dei rischi del VRS era uno dei principali fattori associati all’accettazione del nirsevimab [11]. Dal punto di vista pratico, il counselling dovrebbe quindi partire dalla malattia prima che dal farmaco: per comprendere il razionale della profilassi, le famiglie devono potere correttamente identificare il VRS come possibile causa di bronchiolite, di ricovero e di possibili complicanze respiratorie soprattutto nei primi mesi di vita. Un secondo elemento rilevante è la sicurezza percepita. La preoccupazione per possibili effetti collaterali del farmaco si associava a una minore accettazione, pur non traducendosi necessariamente in rifiuto. Il genitore preoccupato non dovrebbe quindi essere considerato necessariamente “contrario”, ma piuttosto portatore di un bisogno informativo specifico. Spiegare in modo chiaro che cos’è il nirsevimab, quali dati di efficacia sono disponibili, quali eventi avversi sono attesi e perché viene proposto anche a bambini sani può ridurre l’incertezza e favorire una decisione più consapevole [Box 1] [11-13].
Box 1. Come orientare il counselling ai genitori Partiamo dalla malattia, non dal farmaco Prima di parlare di nirsevimab, è utile spiegare perché il VRS può essere rilevante nei primi mesi di vita, anche nei bambini sani e senza fattori di rischio. Non diamo per scontata la percezione del rischio Alcuni genitori considerano il proprio bambino “sano” e quindi poco esposto al rischio di infezione da VRS. Il counselling dovrebbe aiutare a contestualizzare il rischio di bronchiolite, di ricovero in ospedale e di possibili complicanze respiratorie anche gravi. Affrontiamo direttamente i dubbi sulla sicurezza La preoccupazione per possibili effetti collaterali del nirsevimab è uno dei principali fattori associati all’esitazione. Minimizzare il timore può essere controproducente; è preferibile riconoscerlo e fornire informazioni chiare sugli eventi avversi attesi. Chiariamo la natura del nirsevimab Pur rientrando nelle strategie di immunizzazione contro il VRS, nirsevimab non è un vaccino in senso immunologico: è un anticorpo monoclonale a lunga durata d’azione che conferisce protezione passiva. Valorizziamo la richiesta di informazioni Il desiderio di ricevere maggiori informazioni non indica necessariamente rifiuto o esitazione. Può rappresentare un’occasione per costruire una decisione più consapevole. Identifichiamo i genitori più esposti all’esitazione Particolare attenzione va posta ai genitori con bassa percezione del rischio per VRS e contemporanea preoccupazione per la sicurezza del farmaco: in questo profilo, il bilancio decisionale può spostarsi più facilmente verso l’incertezza o il rifiuto.
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L’incrocio fra conoscenza del rischio di infezione da VRS e preoccupazione per gli effetti collaterali del nirsevimab ha permesso di identificare il profilo più esposto all’esitazione: genitori con bassa percezione del rischio di malattia e contemporanea moderata o forte preoccupazione per la sicurezza del farmaco. Quando il rischio della malattia è scarsamente percepito e il rischio del farmaco è invece sentito come rilevante, il bilancio decisionale si sposta più facilmente verso l’incertezza. Un ulteriore aspetto riguarda la corretta comprensione della natura del nirsevimab che era identificato come un vaccino da una quota non trascurabile (25,7%) dei genitori. Nella nostra casistica, questa errata informazione non si associa a minore accettazione, ma appare comunque rilevante e potenzialmente influente sul piano comunicativo. La fiducia nel pediatra e nel sistema sanitario si associa a una maggiore accettazione del nirsevimab, confermando il ruolo centrale del counselling professionale nell’introduzione di strategie preventive rivolte alla popolazione generale. Anche il livello di istruzione sembra favorire l’adesione, ma è questo un dato che deve essere interpretato con cautela, poiché può rappresentare un indicatore indiretto di health literacy, accesso all’informazione e familiarità con il linguaggio sanitario. Analogamente, l’elevata richiesta di ulteriori informazioni non si associa necessariamente a minore accettazione e non dovrebbe quindi essere interpretata automaticamente come esitazione o rifiuto, ma piuttosto come modalità positiva di partecipazione alla decisione. Nel complesso, i risultati confermano l’elevata adesione alla proposta preventiva già documentata nello studio multicentrico regionale per la stagione 2024-2025 e aggiungono elementi di confronto con la successiva stagione 2025-2026, insieme all’identificazione di alcuni profili decisionali più problematici dal punto di vista dell’accettazione [11]. È necessario sottolineare alcuni limiti di questa indagine. Il questionario era anonimo e volontario e i genitori più favorevoli alla profilassi o più interessati al tema potrebbero essere stati più motivati a partecipare. Questa possibilità è sostenuta anche dalle percentuali di accettazione raccolte dai questionari (87% nel 2024-2025 e 91,2% nel 2025-2026) che sono risultate lievemente superiori ai reali tassi di somministrazione del nirsevimab nella popolazione eleggibile in entrambe le stagioni epidemiche (84,5% nel 2024-2025 e 88% nel 20252026). Il questionario, disponibile nella sola versione italiana, potrebbe aver limitato la partecipazione di genitori con barriera linguistica. Il disegno dello studio non consente di stabilire rapporti causali fra le variabili analizzate e le associazioni osservate devono essere interpretate come puramente esplorative. Poiché il questionario era proposto nel contesto dell’offerta sanitaria della profilassi, alcuni genitori potrebbero essere stati influenzati dalla percezione di una risposta attesa o socialmente desiderabile e l’eventuale counselling ricevuto prima della compilazione potrebbe inoltre averne influenzato conoscenze, percezioni e decisioni. Infine, i dati emersi hanno una rilevanza locale e non sono necessariamente rappresentativi di altri contesti organizzativi o territoriali.
Conclusioni
Nelle due stagioni epidemiche di VRS considerate, l’accettazione del nirsevimab si è confermata elevata e stabile, pur in presenza di una quota non trascurabile di indecisi. La conoscenza dei rischi insiti nell’infezione da VRS e un grado contenuto di preoccupazione per possibili effetti collaterali legati al farmaco si associano a una maggiore adesione alla profilassi; d’altra parte, il profilo più esposto all’esitazione è rappresentato dai genitori con bassa percezione del rischio per VRS ed elevata preoccupazione per la sicurezza del farmaco. Questi risultati suggeriscono l’opportunità di un counselling centrato sulla gravità potenziale del VRS nei primi mesi di vita, sulle preoccupazioni relative alla sicurezza e sulla corret-
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ta comprensione della natura del nirsevimab e del significato della sua somministrazione.
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francesco.accomando@auslromagna.it
Maurizio Bonati Questo congedo troppo improvviso e inatteso ci sconvolge, ci commuove, ci addolora profondamente. Hai da sempre arricchito la storia acpina e la nostra crescita culturale e professionale. Ci hai aiutato a considerare anche l’ambito delle cure primarie come un’area privilegiata e interessante di osservazione, ricerca, dibattito, possibilità di “far succedere qualcosa“ quanto ad aumento delle conoscenze, modifica di comportamenti, condivisione di percorsi e interventi basati su prove di efficacia e sicurezza e mirati al miglioramento della salute dei bambini e delle famiglie. Ci hai accompagnato a comprendere l’importanza della ricerca collaborativa, della presenza/partecipazione di bambini e famiglie nella formulazione delle ipotesi di studio e nell’abituale modo di lavorare con i dati (le attese della famiglia, le prescrizioni che non arrivano a termine, il contesto “dove succedono”...), di scelte terapeutiche rispondenti a criteri di efficacia, sicurezza, economicità e maneggevolezza e di note prescrittive essenziali e condivise sulla base dei bisogni di salute dei bambini. Ci mancheranno il confronto da te continuamente sollecitato sugli aspetti prioritari della salute del bambino, per capirne e interpretarne i bisogni via via emergenti; il tuo rigore e chiarezza di pensiero nel cogliere i segni dei tempi che, pur sempre più complessi, si rinnovano; le molteplici sollecitazioni e il rimando costante a impegni precisi e a responsabilità in ambito associativo; la forza inquieta del tuo pensiero, il tuo rigore analitico, la tua apertura mentale, la tua sobrietà, la tua dirittura morale, la tua generosità, la tua costante disponibilità; la tua scrittura precisa e rigorosa nel delineare e chiarire ipotesi, obiettivi e progetti da perseguire. Il tuo impegno incessante a informare e a riflettere sulle atrocità e sugli esiti della guerra è una testimonianza preziosa da raccogliere: “(...) se la denuncia della follia della guerra e delle violazioni massicce e ricorrenti dei diritti umani è sostenuta da una appropriata e continua analisi e da una riflessione in un clima di cooperazione, solidarietà, condivisione, democrazia e amore, nuovi sentieri possono essere tracciati e percorsi verso una società rispettosa dei diritti, delle risorse, delle culture e delle fedi” [1]. Ci hai indicato nel tuo ultimo articolo, pubblicato questa mattina, “alcune delle priorità di riferimento per costruire un programma comune condiviso, per raggiungere “la salute per tutti”. Un impegno che coniughi la salute ai diritti umani e alla giustizia sociale per rendere universalmente accessibili i servizi sanitari essenziali. Un impegno politico, sociale e professionale, individuale e istituzionale, nell’area della salute e della sanità, del sociale e del sanitario, dello star bene e meglio (welfare) nell’ambiente di vita e di lavoro. Un impegno oneroso e ambizioso come tutti quelli volti alla garanzia dei diritti umani, dei diritti di una collettività e non solo e tanto quelli di singoli individui” [2]. Una lezione e una eredità anche per l’ACP, cui tu “hai sempre voluto bene”. Federica Zanetto 21 agosto 2026 1. Bonati M. Il cronico trauma della guerra. Il Pensiero Scientifico Editore, 2024. 2. Bonati M, Tognoni G. Per un welfare sanitario di cittadinanza. Volereleluna, newsletter n. 414, 21 agosto 2026.
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Perché il ritmo e la musica sono un valido aiuto per il superamento dei disturbi del linguaggio? Metodologia ed esempi pratici Ingrid Rudoi
Pediatra, già assistente Clinica Pediatrica e Pronto Soccorso IRCCS materno infantile Burlo Garofolo, Trieste. Già pediatra di famiglia. Già referente NpM. Referente per Trieste Associazione Internazionale Musica in Culla
In questo articolo si approfondisce il contesto scientifico entro cui si sviluppa la metodologia di intervento in un corso per bambini e bambine con disturbi del linguaggio creato all’interno di un’associazione di Musica in Culla. Viene illustrato in modo rigorosamente scientifico perché il ritmo e la musica sono un valido aiuto per il superamento dei disturbi in questo ambito. In primo luogo si descrive secondo le neuroscienze il ruolo della musica nell’apprendimento del linguaggio a partire dalla gravidanza. Segue una disamina delle numerose analogie fra i due sistemi di comunicazione che conferma come linguaggio parlato e linguaggio musicale siano facoltà innate apprese spontaneamente in maniera implicita. Si evidenzia come il sussidio musicale, stimolando ambedue gli emisferi cerebrali, produca un’esperienza globale che rafforza le connessioni migliorando le funzioni cognitive come attenzione e memoria indispensabili per l’apprendimento del linguaggio. Viene successivamente analizzato l’elemento “ritmo” parte integrante sia della musica sia del linguaggio e in particolare la segmentazione ritmica del parlato che è assimilabile al solfeggio nella musica. Tale attività è uno dei meccanismi cognitivi principali per l’individuazione, il riconoscimento e la memorizzazione delle parole. Infine, per quanto riguarda la metodologia, il programma si fonda su basi scientifiche che ne sostengono la validità. Punti cruciali sono l’educazione all’ascolto, la sensibilizzazione all’imitazione, alla riproduzione e alla memorizzazione dei suoni ascoltati, la segmentazione ritmica delle parole accompagnata dalla gestualità e dall’uso di piccoli strumenti. A complemento viene fornito un elenco di alcuni esempi di giochi ed esercizi ritmici molti dei quali utilizzabili anche dagli operatori delle scuole dell’infanzia in un’ottica di prevenzione e individuazione dei soggetti a rischio per disturbi del linguaggio. This article explores in depht the scientific context within which the intervention methodology is developed in a course for children with language difficulties created within a “Music in Crib” Association. It is illustrated in a rigorously scientific way why rhythm and music are a valid aid in overcoming language disorders. First, the role of music in language acquisition, starting from pregnancy, is described according to neuroscience. This is followed by an examination of the numerous analogies between the two communication systems which confirms how spoken language and musical language are both innate faculties learned spontaneously
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and implicitly. It is highlighted how the musical aid, by stimulating both cerebral hemispheres, produces a global experience that strengthens connections by improving cognitive functions such as attention and memory, which are essential for language learning. Next, the “rhythm” element, an integral part of both music and language , is analyzed and in particular the rhithmic segmentation of speech which is similar to solfège in music. This activity is one of the main cognitive mechanism for identifying, recognizing and memorizing words. Finally, as regards the methodology, the program is grounded in scientific principles that support its validity. Crucial points are training in listenig skills, awareness of imitation, reproduction and memorization of the sounds heard, the rhythmic segmentation of words accompanied by gestures and the use of small instruments. To complement this, a list of some examples of rhythmic games and exercises is provided, many of which are also be used by preschool educators with a view to prevention and early dentification of children at risk for language disorders. Linguaggio parlato e linguaggio musicale sono due sistemi di comunicazione che hanno molti elementi in comune [1]. Gli studi sulla relazione esistente fra linguaggio e musica hanno radici antiche. La formalizzazione scientifica si è avuta in varie fasi a partire da ipotesi evolutive come quella di Charles Darwin, che, nel XIX secolo ipotizzò come il linguaggio verbale evolvesse da un protolinguaggio musicale, una sorta di canto utilizzato dagli antichi progenitori dell’uomo prima dell’acquisizione del linguaggio articolato. Storicamente verso la metà del Novecento vennero pubblicati numerosi studi sull’argomento. Particolarmente significativi quelli del musicologo austriaco Heinrich Schenker e del linguista statunitense Avraham Noam Chomsky, i quali, nonostante operassero in campi diversi, giunsero entrambi a ritenere che le produzioni verbali e quelle musicali hanno una natura affine e si sviluppano grazie a una capacità innata del cervello di organizzare i suoni in strutture verbali e musicali. Una vera svolta in questo ambito di studi si è avuta con il contributo delle moderne neuroscienze sviluppatesi negli ultimi 30 anni grazie anche all’uso di tecniche sempre più sofisticate come quelle delle neuroimmagini (fMRI, PET, SPECT) e della elettrofisiologia [Figura 1] [2].
Figura 1. Negli ascoltatori non musicisti o principianti, l’ascolto della musica attiva la parte destra del cervello, quella più intuitiva (visibile in rosso). Nei musicisti si attiva la parte più razionale, cioè quella sinistra.
Apprendimento del linguaggio
Per quanto riguarda le modalità di apprendimento del linguaggio risalta il ruolo fondamentale della musica. Va chiarito che il processo di acquisizione del linguaggio verbale inizia già nel grembo materno dopo la 21a settimana di gestazione, quando l’apparato uditivo inizia a funzionare. Lo sviluppo dell’udito e del linguaggio sono saldamente collegati.
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Figura 2.
Figura 3.
L’apprendimento del linguaggio inizia con l’ascolto. Alla 21a settimana la coclea si collega alla corteccia cerebrale e alla 24a il feto comincia a sentire attraverso l’orecchio e si avvia il processo di riconoscimento e memorizzazione dei suoni [Figura 2] [3]. La melodia e il ritmo, vale a dire la prosodia della lingua ascoltata nel grembo materno, preparano il cervello a riconoscere e ad apprendere la lingua natale. Osservando le “abilità” musicali del neonato si ha un’ulteriore conferma di come linguaggio e musica siano due competenze innate che si sviluppano parallelamente [Figura 3] [4]. Anche il “baby talk” o “mammese”, quello stile comunicativo universale con cui i genitori si rivolgono al bambino, ha aspetti musicali. Infatti è cantilenante, caratterizzato da ripetizioni, ritmo lento, allungamento e accentuazione sillabica che favoriscono la scomposizione e il riconoscimento delle parole. Anche rivolgersi al bambino cantando rappresenta una modalità di comunicazione preziosa perché aumenta la sua attenzione e favorisce la risposta spontanea. Il neonato a 2 o 3 mesi si esprime con vocalizzi, gorgheggi e attraverso il pianto i cui archi melodici variano a seconda della lingua di origine. Dai 5 ai 6 mesi iniziano le lallazioni “ma-ma”, “ba-ba”, “da-da” che precedono il linguaggio vero e proprio. In questo contesto va detto che i lattanti esposti a esperienze sonoro-musicali frequenti e coinvolgenti presentano lallazioni più variate e precoci. All’età di 1 anno pronunciano le prime parole con significato e tra 18 e 24 mesi il vocabolario si amplia e iniziano le prime combinazioni di due parole. Intorno ai 3 anni il linguaggio diventa più comprensibile anche agli estranei. Il quadro delineato è comunque orientativo e può presentare un’ampia variabilità legata alla specificità di ogni bambino.
• linguaggio e musica necessitano della memoria per essere codificati cioè appresi, strutturati, riconosciuti e ricordati nel tempo; • linguaggio e musica hanno strutture sequenziali formate secondo regole di sintassi che vengono apprese dai bambini in maniera innata; • linguaggio e musica si esprimono con la produzione di suoni; • linguaggio e musica si avvalgono di simboli grafici come fonemi e parole, note e accordi; • linguaggio e musica sono caratterizzati da elementi comuni quali il timbro, il ritmo, la melodia, l’armonia; • linguaggio e musica hanno ambedue capacità espressive, funzione sociale e si producono in libertà creativa; • linguaggio e musica si accompagnano a gestualità e movimento; • il canto è un ibrido di parole e musica. È importante ricordare la capacità del cervello di trasferire abilità acquisite in un contesto specifico ad altri diversi. La musica, per esempio, favorisce lo sviluppo di competenze extra musicali grazie al “trasferimento dell’apprendimento”. L’attività musicale infatti influenza l’organizzazione anatomofunzionale di regioni del cervello che non sono specifiche per la musica e che sono coinvolte in altre abilità come quelle attentive, di memoria e motorie. Attenzione e memoria sono facoltà indispensabili per l’apprendimento e lo sviluppo del linguaggio. Senza queste abilità cognitive il cervello non sarebbe in grado di elaborare i suoni, memorizzare il vocabolario, comprendere le regole grammaticali. Anche le competenze motorie sono necessarie per lo sviluppo del linguaggio: attraverso il movimento il bambino esplora lo spazio, scopre oggetti da nominare, persone con le quali relazionarsi producendo nuove parole e arricchendo così il suo vocabolario. Il movimento è anche indispensabile per la fonazione e l’articolazione delle parole [6].
Analogie fra musica e linguaggio
Alla base dell’utilizzo del ritmo e della musica come aiuto per il superamento dei disturbi del linguaggio, vi sono le analogie e i collegamenti esistenti fra i due sistemi [5]. Considerando che il linguaggio attiva prevalentemente l’emisfero celebrale sinistro mentre la musica ambedue gli emisferi, ma maggiormente quello destro, si comprende come il sussidio musicale sia una risorsa che genera un’esperienza globale che rafforza la connessione interemisferica con conseguente miglioramento delle funzioni cognitive come memoria e attenzione, apprendimento linguistico e pensiero creativo. Di seguito si analizzano i più significativi elementi comuni ai due sistemi: • linguaggio e musica sono presenti in tutte le culture; • linguaggio e musica usano il sistema uditivo come recettore che permette agli stimoli sonori di essere percepiti e trasformati per l’elaborazione cognitiva; • linguaggio e musica condividono molte aree cerebrali e reti neuronali;
Il ritmo
Il ritmo è parte integrante sia della musica sia del linguaggio ed è un concetto che si applica in molti contesti e non solo ai suddetti. Rappresenta la componente ripetitiva dei ritmi biologici come i ritmi circadiani, quello cardiaco, respiratorio e quelli della natura come i richiami amorosi di molti animali. Il ritmo sia nella musica sia nel linguaggio può essere definito come l’organizzazione temporale dei suoni e dei silenzi, degli accenti forti e degli accenti deboli [Figura 4]. Il ritmo è alla base dell’apprendimento del linguaggio [7]. I modelli ritmici del linguaggio facilitano e intensificano la percezione delle parole [8]. Infatti, attraverso la segmentazione ritmica – che è un processo cognitivo percettivo mediante il quale il cervello suddivide il flusso continuo del parlato in unità più piccole come parole, sillabe, morfemi – è facilitata l’individuazione della struttura delle parole permettendo la comprensione del linguaggio [9].
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Figura 4.
In un interessante lavoro sperimentale guidato dalla neurobiologa Nina Kraus è stato rilevato che i soggetti che sono più abili a mantenere un ritmo sono anche quelli che pronunciano meglio le sillabe [10]. Inoltre le attività musicali ritmiche, stimolando l’efficienza del sistema uditivo, rinforzano una competenza linguistica basilare cioè l’individuazione delle associazioni suono-significato. Le ricerche del neuroscienziato Daniele Schön dimostrano come la pratica musicale e ritmica aiuti il cervello ad associare più efficacemente “suono e significato”. Esercitarsi con schemi ritmici, per esempio associando un suono a un’azione motoria o a un’immagine, rafforza la capacità di collegare uno stimolo acustico al suo significato semantico facilitando l’apprendimento del vocabolario [11-13].
Metodologia di intervento
“La scienza forma la pratica, la pratica forma la scienza”
Il nostro gruppo di lavoro è composto da una pediatra con competenze musicali, da un musicoterapeuta e da una psicologa. Abbiamo creato un programma in cui la pratica è supportata da dati scientifici che ne dimostrano la validità: integrare la letteratura scientifica con l’esperienza sul campo è il cuore del programma ideato con l’aspirazione di “fare bene”, fare il meglio possibile per i bambini. Ci rivolgiamo a bambini in età prescolare sia con difficoltà linguistiche isolate sia con disturbi del linguaggio secondari causati da condizioni patologiche sottostanti come quelle sensoriali (ipoacusie) [14,15], neurologiche (es. epilessie), cognitive (disabilità intellettive) o relazionali (spettro autistico) [16] o da malformazioni o lesioni dell’apparato fonatorio e articolatorio. Gli esercizi e i giochi ritmici di cui si fa uso sono costruiti partendo dal fondamento teorico e affiancati dalla creatività e dalla fantasia degli operatori che li hanno ideati dando vita a storie e attività che suscitano nei bambini stupore, attesa, emozioni.
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Sono punti cruciali del percorso la sensibilizzazione all’ascolto, la stimolazione all’imitazione e alla riproduzione dei suoni ascoltati [17], la segmentazione ritmica delle parole, l’integrazione dei ritmi musicali con la gestualità, la memorizzazione progressiva di canzoni e filastrocche ritmate e musicate, la ripetizione di esse con la voce cantata e parlata. Attraverso giochi fonici specifici i bambini vengono guidati a discriminare, correggere e produrre i suoni del linguaggio e a potenziare l’articolazione vocale [18]. Le attività proposte conducono a un’esplorazione multisensoriale (sonora, visiva, tattile) e motoria che potenzia le capacità di apprendimento nei bambini liberandoli dall’ansia di prestazione. Spesso quando si è a conoscenza che nel gruppo è presente qualche bambino molto vivace si iniziano gli incontri con un’attività centrata sul silenzio per favorire la concentrazione necessaria per gli esercizi successivi. I bambini sono invitati a distendersi, chiudere gli occhi, ascoltare una melodia che ispira pace e tranquillità osservando il silenzio… è sorprendente quanto anche i più vivaci, riescano a mantenerlo! Nella fase successiva i bambini vengono delicatamente “risvegliati” e salutati con la canzone del saluto musicale nominale cantata e suonata al pianoforte. Gli incontri si concludono con un saluto di congedo, anch’esso cantato e musicato. Le canzoni di saluto sono sempre le stesse per dare al bambino la fiducia di trovarsi a ogni incontro in un luogo conosciuto, accogliente che valorizza la sua individualità pur dando valore al gruppo. Il metodo prevede di partire con un’accurata anamnesi centrata sul bambino e sulla famiglia. L’attenzione va posta oltre che sul disturbo specifico, sulla valutazione della funzionalità dell’udito da parte di uno specialista otorinolaringoiatra, sulla concomitanza di patologie, sulle tappe dello sviluppo del linguaggio, di quello motorio e relazionale, sullo stato delle funzioni attentive, esecutive e di memoria. È inoltre importante conoscere la qualità delle esperienze sonore ambientali a cui il bambino è stato esposto.
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Se il bambino è seguito da un/una logopedista è auspicabile la collaborazione con tale figura specialistica e la condivisione delle problematiche al fine di intervenire con più efficacia sulle criticità. Importante è anche sapere se il bambino è stato sottoposto a una visita odontostomatologica che abbia escluso la presenza di una malocclusione, di un frenulo corto e di altre alterazioni che potrebbero ostacolare la corretta articolazione dei suoni. Un punto cruciale dell’attività è l’interazione tra gli operatori e i bambini in un ambiente accogliente con un’atmosfera giocosa ed emotivamente coinvolgente che li incoraggia e motiva a comunicare e a esprimersi spontaneamente. Vengono proposti diversi tipi di attività pensate e create per coadiuvare il superamento della specifica difficoltà verbale attraverso la stimolazione delle competenze non solo linguistiche e musicali, ma anche di quelle deputate alla produzione del linguaggio come l’attenzione, la memoria e di quelle motorie, in particolare di coordinazione. Alla fine di ogni incontro è consuetudine parlare con i genitori o l’adulto di riferimento per uno scambio di informazioni sulle difficoltà e i progressi ottenuti. I genitori vengono anche invitati a collaborare a casa facendo uso del materiale a loro consegnato e costituito generalmente da filastrocche e canzoncine stampate, audio, video, disegni da colorare pertinenti con le attività svolte. Si raccomanda loro di non insistere, pretendere, dimostrare aspettative ma solo di “giocare” con il materiale didattico fornito [19]. Mensilmente si invitano ad assistere ad alcune attività per una condivisione dei risultati raggiunti in un’atmosfera calorosa e collaborativa. Gli incontri, una volta alla settimana, hanno la durata di 50 minuti e sono strutturati per gruppi di non più di 5 bambini per poter dedicare la massima attenzione a ognuno.
Esempi pratici
Di seguito un elenco delle attività, molte delle quali possono essere usate anche dagli operatori delle scuole dell’infanzia in un’ottica di prevenzione e individuazione dei soggetti a rischio per i disturbi del linguaggio. Si tenga presente che alcune di tali attività derivano dall’improvvisazione eventualmente richiesta in determinate circostanze a seconda dei bisogni specifici del bambino in quel preciso momento. Si inizia con: • canzone di saluto di accoglienza con enunciazione del proprio nome [20]; • giochi di ascolto per allenare i bambini e le bambine alla discriminazione uditiva dei suoni: piano-forte, alto-basso, lento-veloce, timbri diversi (esplorazione delle diverse voci di strumenti musicali, oggetti di uso comune e della natura); • canzoni, filastrocche della tradizione. La melodia e il ritmo in aggiunta al testo, cioè alle parole, producono un aumento della salienza delle caratteristiche specifiche del linguaggio [21]. La presenza dei contorni melodici e ritmici migliora la discriminazione fonologica e facilita l’apprendimento di nuove parole rispetto a quanto avviene con l’ascolto di sequenze di solo parlato; • filastrocche e storie create dagli operatori e focalizzate sul fonema o sul gruppo consonantico critico. Per suscitare l’interesse dei bambini esse vengono cantate, recitate e animate con l’ausilio di pupazzi, peluche, veli colorati e altri oggetti inerenti alla storia; • chant ritmici in cui il ritmo è sottolineato con l’uso della voce e del corpo (es. battito delle mani, body percussion); • attività motorie e di danza su una base musicale melodica suonata dal vivo con il pianoforte (es. il trenino con fermate in luoghi immaginari dove il “capotreno” con il fischietto ri-
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chiama i passeggeri usando parole o frasi contenenti i fonemi o i gruppi consonantici o altro da correggere); • sillabazione ritmica del linguaggio con l’uso di strumentini per segnare il tempo (tamburi, maracas, ovetti sonori, oggetti di uso comune, altro); • attività mirate al rinforzo del tono muscolare orale, alla chiusura delle labbra e alla coordinazione del respiro attraverso l’uso di strumentini a fiato costruiti appositamente per ogni bambino; • parole e frasi “nonsense” integrate con attività ritmiche divertenti (es. gioco del topolino che fa solletico salendo e scendendo sul braccio del bambino mentre l’operatore pronuncia “zichi-zichi-ziiii, zichi-zichi- zuuuu” e il bambino risponde facendo lo stesso gioco sull’operatore o su un altro bambino); • gioco del teatrino con personaggi (generalmente animali) mossi dagli operatori che coinvolgono i bambini in conversazioni centrate sulla specifica difficoltà di linguaggio; • gioco della palla a due squadre con bambini seduti a terra (seduti per contenere un dispersivo correre per la stanza che sarebbe altrimenti inevitabile se tutti i bambini stessero in piedi): l’operatore lancia la palla a ciascuno a turno pronunciando una parola che deve essere ripetuta dal ricevente a ogni lancio di restituzione della palla; • gioco della scatola magica da cui escono a sorpresa svariati oggetti definiti da nomi contenenti i fonemi adeguati alla difficoltà; • suoni onomatopeici con la voce e strumentini come per es. il guiro (strumento musicale in legno con intagli trasversali che sfregato con un bastoncino produce il verso della rana), o i tubicini di varie misure soffiando dentro i quali si riproduce il suono del vento; • saluto finale di congedo con movimento libero.
E inoltre…
Siamo alle fasi conclusive della stesura di un volumetto in cui vengono descritte, oltre a quelle sopraesposte, altre attività ritmiche e musicali per promuovere lo sviluppo cognitivo-linguistico generale, l’aspetto fonetico-fonologico del linguaggio e il superamento di specifiche difficoltà. Nel testo proponiamo esercizi e giochi fonici mirati in cui le attività sonoro-musicali cambiano in base alle difficoltà da superare. Tale libretto sarà corredato da un CD audio attraverso il quale anche le persone che si prendono cura dei bambini e non abbiano competenze musicali possano ugualmente mettere in pratica il programma. Il volumetto potrà essere utilizzato in famiglia e nelle scuole dell’infanzia dove l’esecuzione delle attività proposte sarà efficace per lo sviluppo comunicativo, per l’individuazione di bambini con fragilità linguistiche o ritardi nell’espressione verbale e potrà pure stimolare i bambini e le bambine alla cooperazione, alla conoscenza di sé e dell’altro, al superamento delle barriere linguistiche, favorendo l’inclusione di tutti e incoraggiando l’amicizia e la solidarietà. La bibliografia di questo articolo è consultabile online
ingrirudoi@gmail.com
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La ricerca parla sempre più cinese, anche in pediatria Enrico Valletta
UO di Pediatria, Ospedale G.B. Morgagni – L. Pierantoni, AUSL Romagna, Forlì
Negli ultimi anni la Cina ha consolidato il proprio ruolo nelle scienze della salute, con una crescita significativa documentata dal Nature Index 2025. Due istituzioni cinesi figurano tra le principali al mondo nelle clinical sciences. Oltre all’aumento quantitativo, si osserva un miglioramento qualitativo dei trial clinici grazie a riforme regolatorie e maggiore controllo. Persistono criticità, come il fenomeno delle paper mills e la pressione accademica. In pediatria, la Cina ha accelerato l’approvazione di farmaci, incrementato i trial sponsorizzati e sviluppato modelli innovativi come lo shared decision-making, assumendo un ruolo sempre più centrale nella ricerca medica globale. In recent years, China has strengthened its position in health sciences, with significant growth documented by the Nature Index 2025. Two Chinese institutions now rank among the world’s leading centers in clinical sciences. Beyond quantitative expansion, regulatory reforms have improved the quality of clinical trials. However, concerns remain regarding paper mills and academic pressure. In pediatrics, China has accelerated pediatric drug approvals, expanded industry-sponsored trials, and promoted innovative care models such as shared decision-making. China is thus emerging as an increasingly central and influential actor in global medical research. Pubblicando, più o meno frequentemente, su riviste internazionali in lingua inglese, accade di essere interpellati come possibili revisori di lavori scientifici provenienti da diverse parti del mondo. È una richiesta che, talora, si fa piuttosto insistente e non sempre si è chiamati a esprimere un giudizio su argomenti di cui si ha specifica competenza, oppure, semplicemente non si ha tempo sufficiente in quel momento per dedicarsi a una valutazione doverosamente approfondita di quanto ci è stato proposto. Tutto sommato, è un impegno che richiede tempo e attenzione e, in fin dei conti, è un modo un po’ diverso di aggiornarsi e di imparare. Per fortuna e se è il caso, è possibile declinare l’offerta (lo faccio abbastanza spesso) sapendo, tuttavia, che, per quanto il sistema della peer review possa dare esiti discutibili, è pur sempre il sistema migliore di verifica dei risultati di una ricerca e che prima o poi anche noi avremo bisogno di un referee che giudichi il nostro lavoro. Per cui, competenza e tempo permettendo, se riesco cerco di prestarmi al compito. L’impressione che ho avuto, a giudicare dalle richieste che mi sono arrivate in questi ultimi due-tre anni, è che siano in progressivo incremento gli articoli provenienti da gruppi di ricerca cinesi. Si tratta, frequentemente, di casistiche numericamente molto importanti (spesso migliaia di pazienti), con un impiego piuttosto elaborato e professionale dell’analisi statistica (il che può rendere necessaria una valutazione da parte di esperti del settore) e con un uso della lingua inglese (i traduttori online e l’intelligenza artificiale ci hanno resi tutti quasi
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madrelingua) a mio avviso del tutto accettabile. A spanne, direi che la maggioranza delle revisioni che mi sono state proposte negli ultimi mesi riguardavano lavori made in China. Per capire se questa impressione fosse solo frutto di un bias personale (singolo individuo in studio – io – e casistica numericamente insufficiente – la mia) ho cercato possibili conferme esterne. E qualcuna l’ho anche trovata.
L’ascesa nel Nature Index
Per decenni, il sistema della ricerca occidentale ha guardato alla crescita scientifica cinese con un misto di scetticismo e condiscendenza, etichettandola spesso come una rincorsa alla quantità a discapito della qualità. Tuttavia, i dati del 2024 e del 2025 segnano il definitivo superamento di questo paradigma. Secondo i dati del Nature Index 2025, la Cina avrebbe definitivamente consolidato la propria posizione di seconda potenza mondiale nel settore delle health sciences (scienze della salute), riducendo significativamente il divario con gli Stati Uniti [1]. L’indagine del Nature Index prende in considerazione gli articoli pubblicati sulle 145 riviste più autorevoli a livello internazionale. Per la valutazione vengono utilizzati due indicatori principali: Count (numero assoluto di articoli scientifici a cui hanno partecipato autori del Paese) e Share (misura pesata che riflette la quota di paternità dei ricercatori di un’istituzione o di un Paese in ogni articolo). I dati ci dicono che, mentre i leader storici come USA e Regno Unito hanno registrato una flessione nella loro quota di ricerca (rispettivamente –2,7% e –6,7%), la Cina ha mostrato un incremento del 15,5% in un solo anno. Il ruolo della Cina non è cresciuto solo in termini di volume, ma anche sotto il profilo qualitativo. Lo Share di 1740,42 a fronte di un Count di 2355 suggerisce che i ricercatori cinesi non siano solo collaboratori marginali, ma detengano quote sostanziali della paternità scientifica negli articoli pubblicati. Se questo trend dovesse persistere, la Cina si candida a sfidare il primato statunitense nel settore delle scienze della salute nel prossimo decennio [Tabella 1]. Tabella 1. I principali leader mondiali nella ricerca nelle scienze della salute (2023-2024) (Nature Index 2025) [1] Pos.
Paese
Share 2023
Share 2024
Count 2024
Variazione Share (%)
1
USA
5578,32
5444,51
7669
–2,7%
2
Cina
1502,94
1740,42
2355
+15,5%
3
Regno Unito
937,10
876,74
2440
–6,7%
4
Germania
550,23
582,28
1691
+5,5%
Anche nel sottogruppo delle clinical sciences (medicina e scienze cliniche) la Cina riesce a entrare con due sue istituzioni entro le sei più produttive strutture di ricerca clinica del mondo [Tabella 2]. Questi risultati sono stati raggiunti grazie a una traiettoria crescente iniziata alla fine degli anni ’90: se nel 2000 la Cina contribuiva solo al 3,1% delle pubblicazioni mondiali contro il 27,9% degli USA, nel 2016 è avvenuto il primo sorpasso in termini di volume assoluto. Un’analisi delle pubblicazioni comparse negli anni 2011-2020 sui “Top Four Medical Journals” (NEJM, The Lancet, JAMA e BMJ) conferma la crescente presenza di articoli a firma cinese, pur considerando che in circa metà dei casi si tratta di pubblicazioni in forma di “lettera” e che il Covid-19 è l’argomento dei dieci lavori cinesi più citati (4.000-20.000 citazioni ciascuno) [2].
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Tabella 2. Le principali istituzioni mondiali nel campo delle clinical sciences (novembre 2024-ottobre 2025) (Nature Index 2025 [1] Pos. Istituzione
Paese
Count Share
1
Harvard University
USA
523 161,26
2
National Institutes of Health (NIH)
USA
214
64,98
3
Chinese Academy of Sciences (CAS)
Cina
232
54,66
4
University of Toronto (U of T)
Canada
200
52,33
5
University of California, San Francisco (UCSF)
USA
218
49,89
6
Shanghai Jiao Tong University (SJTU)
Cina
132
48,84
7
Johns Hopkins University (JHU) USA
195
48,10
8
Stanford University
187
46,80
USA
L’integrità della ricerca
I processi di crescita e le fasi di crisi sono elementi interconnessi in economia, così come in medicina e nella vita delle organizzazioni. Così è stato anche nella storia recente della ricerca scientifica cinese [3,4]. Nel 2016, un’indagine del governo cinese (State Food and Drug Administration, SFDA) ha rivelato che oltre l’80% dei dati utilizzati nei test clinici per nuovi prodotti farmaceutici era stato “fabbricato”. Il rapporto metteva in luce comportamenti fraudolenti quasi a ogni livello: alcune aziende avevano nascosto o cancellato record di effetti collaterali avversi e manomesso dati che non soddisfacevano i risultati desiderati [5]. L’indagine ha esaminato 1622 studi clinici per nuovi farmaci in attesa di approvazione e, a seguito dei risultati, l’80% delle domande per la loro produzione è stato respinto. Quasi tutti i soggetti coinvolti erano colpevoli di frode, inclusi gli investigatori indipendenti incaricati di ispezionare le strutture e che agivano come “complici” a causa dell’esasperato clima di concorrenza e di motivazioni economiche. Nonostante le criticità di un passato non troppo remoto, studi più recenti segnalano un significativo miglioramento della qualità dei trial clinici cinesi nell’ultimo decennio, grazie a riforme normative e un migliore allineamento con gli standard internazionali [3,4]. Le indagini della FDA statunitense con esito “nessuna azione indicata” sono passate dal 43% (20092015) all’88% (2016-2022). Se nel 2015-2017 il 12% delle domande di nuovi farmaci provenienti dalla Cina era sospettato di falsificazione dei dati, questa cifra è scesa allo 0,6% nel 2022 grazie a interventi correttivi quali la riforma del 2015 del sistema di revisione dei farmaci, l’adesione della Cina all’International Council for Harmonisation of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use (ICH) nel 2017 e all’incremento dell’attività ispettiva.
Le fabbriche di articoli e l’intelligenza artificiale
Una sfida persistente nel campo della ricerca è rappresentata dalle cosiddette “fabbriche di articoli” (paper mills), organizzazioni fraudolente che producono manoscritti su commissione utilizzando modelli testuali e strutturali. Uno studio ha utilizzato il machine learning per analizzare oltre 2,6 milioni di studi sul cancro pubblicati dal 1999 al 2022, rilevando che il 9,87% dei documenti presentava caratteristiche testuali simili a lavori ritirati perché provenienti da “fabbriche di articoli” [6]. Oltre 170.000 articoli segnalati ( flagged) erano riconducibili a istituzioni cinesi, rappresentando il 36% della produzione cinese in ambito oncologico [Figura 1]. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e soggette a grande variabilità di tempi e luoghi e
Figura 1. Percentuale di articoli, nel corpus di ricerca sul cancro di ciascun Paese, segnalati perché titoli e abstract erano simili a quelli di articoli ritirati in quanto sospettati di falsificazione dei dati [6].
vanno ricercate nella grande pressione di carriera esercitata sui ricercatori (publish or perish), nell’attribuzione inappropriata della paternità (gift authorship), nel ghostwriting e nell’inadeguata valorizzazione dei concetti basilari attinenti all’integrità e alla corretta conduzione della ricerca [7].
La ricerca pediatrica
Il settore della pediatria rappresenta un caso di studio unico all’interno di questa crescita. Con una popolazione pediatrica di circa 253 milioni di individui, la Cina ha dovuto trasformare radicalmente il proprio approccio alla ricerca per rispondere a bisogni sanitari non ancora soddisfatti. Fino a dieci anni fa, la pediatria cinese soffriva di una cronica mancanza di farmaci specifici, con un ricorso massiccio alle prescrizioni off-label. La svolta è avvenuta nel 2014 con il documento Several Opinions on Ensuring the Use of Children’s Medicine in seguito al quale sono stati introdotti canali di revisione prioritaria per i farmaci pediatrici, riducendo drasticamente i tempi di approvazione. Tra il 2014 e il 2023, sono stati approvati 147 nuovi farmaci pediatrici. Di questi, ben 40 sono stati autorizzati nel solo biennio 2021-2022, a dimostrazione di un’accelerazione senza precedenti [8]. Un’analisi della piattaforma di registrazione dei trial clinici dimostra come l’industria farmaceutica stia investendo pesantemente in Cina [9]. Poco meno di 900 studi clinici pediatrici sponsorizzati dall’industria sono stati registrati nel decennio 2013-2022, con un tasso di crescita annuale del 12%. I vaccini dominano la scena (41%), seguiti dalle malattie rare (17,2%). La ricerca sui farmaci biologici ha superato quella sui farmaci chimici tradizionali. Anche la quota di studi di Fase III è in aumento, a dimostrazione della capacità dei centri clinici cinesi di gestire protocolli complessi su larga scala. La crescita non riguarda solo i farmaci, ma anche i modelli di cura. Un esempio rilevante è l’attenzione emergente per il Shared Decision-Making, o “processo decisionale condiviso”, in ambito pediatrico, rispetto al quale la Cina sta progressivamente colmando il divario con l’Occidente. La ricerca si sta spostando dalla semplice aderenza terapeutica alla partecipazione attiva dei genitori e dei bambini nelle scelte di cura,
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specialmente nelle malattie croniche; e l’Ospedale Tsinghua Changgung di Pechino emerge come uno dei centri più attivi nella pubblicazione di studi su strumenti di aiuto decisionale (Decision Aids) [10].
Conclusioni
Se la Cina sembra avere fatto significativi progressi nella regolamentazione dei test clinici farmaceutici, la ricerca accademica e biomedica generale soffre ancora per l’influenza delle “fabbriche di articoli” e di un sistema di incentivi che esercita una pericolosa pressione sui ricercatori. Purtuttavia, l’evoluzione della ricerca medica cinese sta transitando da una fase di “imitazione e quantità” a una di “innovazione e qualità”. Almeno per quanto riguarda la pediatria, questo si traduce in una crescente sicurezza per i pazienti e in una maggiore capacità di dettare l’agenda scientifica globale. Tra luci e ombre, il futuro della medicina mondiale non può più prescindere dal contributo delle istituzioni e dei ricercatori cinesi.
Bibliografia
1. Nature Index. 2025. www.nature.com/nature-index/. 2. Wu J, Li H, Huang Y, et al. Chinese contribution to NEJM, Lancet, JAMA, and BMJ from 2011 to 2020: a 10-year bibliometric study. Ann Transl Med. 2022 May;10(9):505.
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE 3. Chen X, Chu H, Zhang X, et al. Quality of Drug Clinical Trials
in China: A Mixed Methods Research. J Evid Based Med. 2025 Dec;18(4):e70085. 4. Fan J, Liu X, Li Y, et al. Quality problems of clinical trials in China: evidence from quality related studies. Trials. 2022 Apr 23;23(1):343. 5. Woodhead M. 80% of China’s clinical trial data are fraudulent, investigation finds. BMJ. 2016 Oct 5:355:i5396. 6. Scancar B, Byrne JA, Causeur D, Barnett AG. Machine learning based screening of potential paper mill publications in cancer research: methodological and cross sectional study. BMJ. 2026 Jan 29:392:e087581. 7. Yi N, Nemery B, Dierickx K. Perceptions of research integrity and the Chinese situation: In-depth interviews with Chinese biomedical researchers in Europe. Account Res. 2019 Oct;26(7):405-426. 8. Wang Q, Ling X, Dai Z, et al. Reform progress and achievements of China’s incentive policies for pediatric medicine over the last decade. Front Pharmacol. 2025 Mar 26:16:1561095. 9. Liu C, Liu Y, Ou L, et al. Recent landscape and trends for industry-sponsored pediatric clinical trials in China from 2013 to 2022. Pediatr Investig. 2024 Jan 3;8(1):12-20. 10. Wang X, Yuan K, Cao X, et al. Research evolution and frontiers of shared decision-making in pediatrics: a bibliometric analysis based on CiteSpace. Transl Pediatr. 2025 Dec 31;14(12):3361-3374.
enrico.valletta@auslromagna.it
SALUTE MENTALE
Benessere digitale Paolo Siani
Pediatra, Napoli
Tutti i governi del mondo sembrano essersi resi conto solo adesso, e con colpevole ritardo, dei danni che un uso indiscriminato e intensivo dei social network e degli smartphone provoca ai nostri ragazzi. Dopo l’Australia, anche la Francia, la Spagna, l’Austria, la Danimarca, la Grecia, la Repubblica Ceca e la Norvegia stanno seguendo la stessa linea. In Italia c’è una proposta di legge bipartisan depositata alla Camera e al Senato che mira a vietare l’iscrizione ai social media per i minori di 15 anni (o under 16, a seconda delle bozze) senza il consenso dei genitori, prevedendo sistemi di verifica dell’età affidabili. Inoltre, non si considera che sono proprio i genitori, inconsapevoli dei danni e spesso del tutto disinformati, a esporre i bambini, già molto piccoli, agli schermi dei cellulari. I potenziali effetti negativi generati dall’uso degli smartphone e, in particolare, dei social media sono oggetto di un ampio dibattito. Nel 2022, i tassi di connettività sono stati superiori al 99% in 37 dei 40 Paesi con dati disponibili, a eccezione di Colombia, Messico e Turchia, come risulta dal recente rapporto UNICEF “Il benessere di bambine, bambini e adolescenti in un mondo imprevedibile”. In un recente studio che ha coinvolto oltre 1300 genitori italiani con figli dalla prima infanzia all’adolescenza, emerge come smartphone e tablet entrino molto presto nella vita quotidiana dei bambini. I dati mostrano che circa il 70% dei genitori intervistati utilizza schermi e contenuti digitali per favorire l’addormentamento del bambino, mentre oltre il 60% ricorre ai dispositivi
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come forma di intrattenimento, affidando la lettura di favole ai dispositivi digitali. Nei bambini di età inferiore ai 2 anni, ogni 30 minuti di schermo in più al giorno possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio e l’uso del dispositivo come strumento calmante o distrattivo, per placare pianto o agitazione, può ridurre la capacità di autoregolazione emotiva e aumentare la dipendenza dallo stimolo digitale. Con la crescita, l’esposizione non diminuisce, ma si modifica. L’indagine UNICEF evidenzia come oltre il 90% dei dodicenni utilizzi uno smartphone, spesso personale. Un dato particolarmente rilevante riguarda l’età alla quale viene regalato il primo cellulare: i ragazzi che hanno iniziato a usare dispositivi digitali prima dei 6 anni mostrano, in età preadolescenziale, tempi di utilizzo nettamente più elevati, arrivando in molti casi a superare le 5 ore al giorno, mentre chi ha avuto un accesso più tardivo al cellulare tende a collocarsi tra le 2 e le 3 ore quotidiane. È indubbio che le nuove tecnologie e anche l’intelligenza artificiale apportino numerosi vantaggi a bambine, bambini e adolescenti in termini di istruzione, libertà di associazione e accesso alle informazioni (diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, articoli 15 e 17), ma non sono scevre da rischi. Senza demonizzare le tecnologie, occorre ribadire che è necessario adottare un approccio equilibrato per proteggere i bambini dai rischi online, consentendo loro di imparare a utilizzare le nuove tecnologie e di beneficiare dei vantaggi dell’era digitale. Quali le soluzioni? I divieti certamente possono essere utili, ma non sono sufficienti. È necessario informare e il ruolo dei pediatri può essere decisivo. Serve poi che le piattaforme eliminino lo scroll continuo, che rappresenta uno dei principali meccanismi di dipendenza digitale. Utile, come chiede Terre des Hommes, attivare sistemi di “age verification” più efficaci. È inoltre necessario superare l’anonimato in rete e introdurre un’identità digitale obbligatoria per chi utilizza i social network, così come è necessario che le piattaforme e i siti internet siano in grado di bloccare in tempo reale la diffusione di contenuti illegali mediante strumenti di controllo e tracciabilità. Ma la soluzione che probabilmente potrebbe risultare più efficace sono i “Patti digitali”.
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“Patti digitali di comunità” e “Patti digitali famigliari”
I “Patti di comunità per il benessere digitale” stabiliscono strategie e regole comuni per accompagnare bambini e ragazzi a un uso equilibrato e positivo delle nuove tecnologie: un’alleanza che deve coinvolgere genitori, nonni, scuola e territorio. Nei ristoranti che vorranno aderire al “Patto digitale”, per esempio, i bambini potranno trovare un kit di giochi per stare a tavola con i genitori senza cellulari o tablet. Sarebbe bello avere nei bar e nei ristoranti, accanto alle zone wi-fi, anche zone “no cell” e, invece di chiedere la password per connettersi alla rete, poter chiedere album da disegno e pastelli per i più piccoli o mattoncini LEGO per costruire insieme oggetti. Qualche giorno fa la Svezia ha lanciato un appello ai genitori: “mettete via il telefono quando siete con i vostri figli”. Da anni discutiamo di quanto tempo i bambini trascorrono davanti agli schermi. Ci interroghiamo sui rischi dei social network, dei videogiochi, dell’iperconnessione. Ma forse la domanda più importante è un’altra: che cosa vedono i bambini quando alzano gli occhi verso di noi? Vedono adulti presenti, capaci di ascoltare, di guardare, di dialogare? Oppure vedono volti illuminati da uno schermo, distratti da notifiche e messaggi? L’educazione digitale non comincia con le regole che imponiamo ai figli, ma con l’esempio che offriamo ogni giorno. Perché i bambini imparano soprattutto osservando. E allora ecco una proposta di “Patto digitale famigliare” che il pediatra dovrebbe proporre e discutere con tutte le famiglie.
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• Spegni gli schermi almeno un’ora prima di dormire. Meglio due. • Mantieni zone della casa e momenti della giornata senza schermo, per esempio a tavola, in camera da letto o durante il gioco attivo. • Disattiva le notifiche mentre sei con i tuoi bambini. • Stabilisci un orario in cui tutta la famiglia si disconnette dai dispositivi e comunicalo ai tuoi famigliari (nonni), agli amici, ai colleghi e al datore di lavoro. Lascia aperto un solo telefono per le emergenze. • Incoraggia il gioco attivo dei tuoi bambini. • Al ristorante porta con te pastelli, fogli, libricini per bambini e mattoncini LEGO. • Usa il telefono solo quando è realmente necessario o per attività condivise con i bambini. • Non condividere foto dei bambini sui social. • Installa il parental control sui dispositivi dei tuoi figli. • Raccomanda ai tuoi figli più grandi di non fidarsi ciecamente dell’intelligenza artificiale: non è un amico, ma uno strumento basato su algoritmi che può fornire anche risposte errate.
Bibliografia y
Siani P. Benessere digitale. Giannini Editore, 2026.
siani.paolo@gmail.com
IL CASO CHE INSEGNA
Cisti del coledoco in età pediatrica: una rara causa di iperamilasemia e iperlipasemia Luca Santucci1, Biagio Pascale1, Angela Iannicelli2, Marco Natale2, Marta Giovengo1, Claudia Mandato3,4 Scuola di Specializzazione in Pediatria, Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria “Scuola Medica Salernitana”, Università degli Studi di Salerno, Baronissi (SA) 2 UOC Pediatria, Ospedale Umberto I, DEA Nocera-PaganiScafati, ASL Salerno 3 UOC Malattie Croniche, Epatologia e Nutrizione Pediatrica, AORN “Santobono Pausilipon”, Napoli 4 Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria, Università degli Studi di Salerno “Scuola Medica Salernitana”, Baronissi (SA) 1
Le cisti del coledoco sono rare malformazioni congenite delle vie biliari che possono presentarsi in età pediatrica con iperamilasemia e iperlipasemia, simulando una pancreatite acuta. Descriviamo il caso di una bambina di 3 anni giunta in PS per dolore addominale, nausea e vomito. Gli esami documentavano danno epatocellulare, colestasi e aumento enzimi pancreatici; l’ecografia mostrava dilatazione vie biliari intra- ed extraepatiche con ectasia del coledoco intrapancreatico. TC e colangio-RM confermavano dilatazione cistica del coledoco associata a giunzione bilio-pancreatica anomala. La paziente veniva sottoposta ad asportazione completa della cisti con ricostruzione bilio-digestiva, con esito favorevole. In presenza di dolore addominale, colestasi e aumento enzimi pancreatici, la cisti del coledoco deve essere considerata nella diagnosi differenziale della pancreatite acuta; il riconoscimento precoce consente un trattamento tempestivo e la prevenzione delle complicanze. Choledochal cysts are rare congenital malformations of the biliary tract that may present in pediatric age with hyperamylasemia and hyperlipasemia, mimicking acute pancreatitis. We report the case of a 3-year-old girl admitted for abdominal pain, nausea, and vomiting. Laboratory tests showed hepatocellular injury, cholestasis, and elevated pancreatic enzymes; abdominal ultrasound revealed dilatation of the intra- and extrahepatic bile ducts with ectasia of the intrapancreatic common bile duct. CT and MR cholangiopancreatography confirmed a cystic dilatation of the common bile duct associated with an anomalous pancreaticobiliary junction. The patient underwent complete cyst excision with bilioenteric reconstruction, with an uneventful outcome. In the presence of abdominal pain, cholestasis, and elevated pancreatic enzymes, choledochal cysts should be included in the differential diagnosis of acute pancreatitis, as early recognition allows timely treatment and prevention of complications.
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Introduzione
In età pediatrica, la combinazione di dolore addominale e marcata iperenzimemia pancreatica pone frequentemente il sospetto di pancreatite acuta (PA). Tuttavia, alcune condizioni bilio-pancreatiche rare possono mimare questo quadro e rappresentare una sfida diagnostica. Le cisti del coledoco (CC), in particolare, sono rare malformazioni congenite delle vie biliari che possono presentarsi con quadri clinici eterogenei in relazione all’età.
La storia
Riportiamo il caso di Nicole, 3 anni, giunta in pronto soccorso per un dolore addominale da circa una settimana, accompagnato da inappetenza, nausea e sporadici episodi di vomito post-prandiale. Veniva riferito un unico episodio di diarrea; la piccola era apiretica ma presentava i segni di una lieve disidratazione. All’esame obiettivo l’addome appariva teso e diffusamente dolorabile, pur restando trattabile.
Il percorso diagnostico
In considerazione del quadro clinico aspecifico, si avviava approfondimento diagnostico tramite esami ematochimici e imaging di primo livello, rivelando un incremento degli indici di flogosi: PCR 17,9 mg/L (v.n. < 5); marcata citolisi epatica associata a colestasi: AST 681 U/L, ALT 412 U/L, GGT 583 U/L, bilirubina diretta 2,53 mg/dl; iperamilasemia e iperlipasemia: amilasi pancreatica 1346 U/L, lipasi 7261 U/L. L’ecografia addominale documentava una marcata dilatazione dell’albero biliare intra- ed extraepatico, con ectasia del dotto epatico comune e del coledoco intra-pancreatico, una colecisti idropica con pareti ispessite e dotto cistico a decorso tortuoso. Veniva inoltre rilevata una piccola formazione ovoidale nel coledoco distale, compatibile con sospetta microlitiasi, e una dilatazione del dotto di Wirsung con aspetto ispessito del pancreas. Per una migliore definizione dell’anatomia biliare, sono stati eseguiti: 1. TC addome: che evidenziava una trasformazione cistica del coledoco (circa 2,3 cm) estesa fino allo sbocco duodenale, associata a reperti pancreatici compatibili con coinvolgimento secondario; 2. colangio-RM (CRM): esame dirimente che ha escluso la presenza di calcoli, confermando la natura malformativa del quadro.
La diagnosi
I dati clinico-laboratoristici (dolore addominale, citolisi epatocitaria, colestasi e iperenzimemia pancreatica) associati ai reperti di imaging (dilatazione cistica del coledoco in assenza di calcoli) hanno consentito di ricondurre il quadro, inizialmente orientato verso PA, a una CC con coinvolgimento pancreatico secondario.
Il decorso
Alla luce della diagnosi e della persistente elevazione degli enzimi pancreatici, si avviava nutrizione parenterale totale al fine di ridurre la stimolazione bilio-pancreatica. Successivamente la paziente veniva sottoposta a intervento chirurgico di asportazione completa della cisti con confezionamento di anastomosi bilio-digestiva, con decorso post-operatorio favorevole. Alla dimissione si prescriveva terapia con acido ursodesossicolico e profilassi antibiotica, in considerazione del rischio di colangite ascendente post-operatoria.
Commento
Il caso mostra come la CC possa presentarsi in età pediatrica con un quadro clinico e laboratoristico sovrapponibile a PA, soprattutto quando coesistono dolore addominale e marcata
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IL CASO CHE INSEGNA
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Tabella 1. Principali cause di pancreatite in età pediatrica. Adattato da: Caporelli N, Cipolli M. Panoramica sulla pancreatite acuta in età pediatrica. Quaderni acp. 2018;25:118 Anomalie congenite Cisti coledoco; anomalie della giunzione bilio-pancreatica; pancreas divisum Ostruzione peri-ampollare Colecistite; neoplasie; Ascaris lumbricoides Infezioni Paramyxovirus; Morbillivirus; Coxsackievirus; Echovirus; virus influenzali; virus di Epstein-Barr; Mycoplasma pneumoniae; Salmonella spp.; batteri Gram-negativi Farmaci L-asparaginasi; corticosteroidi; acido valproico; azatioprina; mercaptopurina; mesalazina; citarabina; acido acetilsalicilico; indometacina; tetracicline; idroclorotiazide; isoniazide; anticoagulanti; Traumi Trauma addominale; abuso; post-ERCP; post-chirurgia Malattie sistemiche Sindrome di Reye; lupus eritematoso sistemico; artrite idiopatica giovanile; sepsi; insufficienza multiorgano; trapianto d’organo; sindrome emolitico-uremica; porpora di Schönlein-Henoch; sindrome di Kawasaki, malattie infiammatorie croniche intestinali; pseudo-ostruzione intestinale; fibrosi cistica; neoplasie Cause metaboliche Iperlipoproteinemia (tipi I, IV, V); ipercalcemia; diabete mellito; acidemie organiche; deficit α1-antitripsina Cause nutrizionali Malnutrizione; deficit di vitamine A e D
Altre cause Idiopatica; genetica (CFTR, SPINK1, PRSS1, CPA1, CTRC, CEL HYB)
iperenzimemia pancreatica. Tuttavia, la contemporanea presenza di colestasi e dilatazione significativa della via biliare principale deve indurre precocemente a sospettare una causa biliare ostruttiva o una malformazione. La PA in età pediatrica si manifesta tipicamente con dolore addominale acuto, localizzato prevalentemente all’epigastrio o ai quadranti superiori, spesso associato a nausea, vomito e, talora, febbre. La diagnosi si basa sull’integrazione del quadro clinico con il riscontro laboratoristico di un incremento significativo degli enzimi pancreatici, generalmente superiore a tre volte il limite della norma, e reperti di imaging suggestivi [1,2]. In particolare, l’amilasi pancreatica presenta una sensibilità diagnostica inferiore rispetto alla lipasi, il suo valore incrementa precocemente ma tende a normalizzarsi più rapida-
mente nel corso della malattia, mentre la lipasi mantiene una sensibilità più elevata e prolungata nel tempo [2]. Nel sospetto iniziale di pancreatite, la diagnosi differenziale in età pediatrica include eziologie infettive, traumatiche, metaboliche, farmacologiche e soprattutto cause strutturali/ ostruttive [Tabella 1] [1,2]. L’ecografia, esame di prima linea, è particolarmente utile nel rilevare dilatazioni della via biliare o malformazioni congenite [1,3]. Nel nostro caso, infatti, ha permesso di identificare fin dall’inizio l’elemento discriminante: ectasia biliare intra- ed extraepatica con interessamento del coledoco. La CRM, esame di secondo livello, è l’esame di scelta per caratterizzare l’anatomia bilio-pancreatica e identificare anomalie malformative [3]. Nel nostro contesto, la presenza concomitante di segni di colestasi e di una marcata dilatazione della via biliare principale ha orientato precocemente verso un’eziologia biliare ostruttiva, dimostratasi essere una malformazione cistica del coledoco. Figura 1. Classificazione delle cisti del coledoco [da Soares KC, Arnaoutakis DJ, Kamel I, et al. Choledochal cysts: presentation, clinical differentiation, and management. J Am Coll Surg. 2014 Dec;219(6):1167-1180]. Il tipo I è caratterizzato da una dilatazione fusiforme del coledoco, il tipo II da un vero diverticolo del coledoco, il tipo III da un coledococele intraduodenale, il tipo IVA da dilatazioni biliari intraepatiche ed extraepatiche multiple, il tipo IVB da dilatazione extraepatica con albero intraepatico normale, e il tipo V dalla malattia di Caroli, con dilatazione cistica dell’albero biliare intraepatico. RHD: dotto epatico destro, LHD: dotto epatico sinistro, CHD: dotto epatico comune, DUO: duodeno.
IL CASO CHE INSEGNA
La CC è una malformazione congenita rara caratterizzata da una dilatazione circoscritta o diffusa della via biliare extraepatica, talora associata a coinvolgimento delle vie biliari intraepatiche, con un’incidenza che varia da 1:100.000 a 1:150.000 nei Paesi occidentali e di 1:13.000 nella popolazione asiatica, con una prevalenza nel sesso femminile pari a 4:1 rispetto al sesso maschile [3]. In base alla morfologia e alla sede delle dilatazioni, le cisti del coledoco vengono classificate in cinque tipi principali secondo la classificazione di Todani [Figura 1] [3,4]. Sebbene l’eziologia non sia completamente chiarita, la patogenesi è frequentemente correlata alla presenza di una giunzione bilio-pancreatica anomala (AUPBD), che favorisce il reflusso bidirezionale delle secrezioni bilio-pancreatiche, determinando infiammazione cronica, stasi biliare e predisposizione a complicanze tra cui pancreatite, colestasi, carcinoma [5]. La presentazione clinica varia in relazione all’età alla diagnosi: mentre nei lattanti predominano ittero persistente e feci acoliche, nei bambini più grandi il dolore addominale rappresenta il sintomo più frequente, talora associato a segni di colestasi, colangiti ricorrenti o episodi di pancreatite [Tabella 2]. Per tale motivo la diagnosi differenziale è ampia e dipende dall’età di presentazione dei sintomi: nei lattanti comprende, tra le altre, l’atresia biliare; nei bambini più grandi va considerata l’epatite infettiva, la litiasi biliare, la pancreatite e tumori delle vie biliari. L’atresia biliare cistica è particolarmente difficile da distinguere nelle prime settimane di vita, ma tende a manifestarsi precocemente ed è caratterizzata da cisti più piccole e minore dilatazione del sistema biliare intraepatico. Al contrario, nella CC è più frequente la comunicazione con una colecisti dilatata e la dilatazione dell’albero biliare intraepatico. La distinzione tra queste condizioni riveste un’importanza cruciale, poiché l’approccio terapeutico, la tempistica dell’intervento chirurgico e la prognosi differiscono significativamente, rendendo essenziale un corretto inquadramento diagnostico precoce [3]. Tabella 2. Principali manifestazioni cliniche della cisti del coledoco in relazione all’età alla presentazione Età alla Manifestazioni cliniche più frequenti presentazione < 1 anno
Ittero persistente; feci acoliche; epatomegalia
≥ 1 anno
Dolore addominale; ittero intermittente; segni di colestasi; massa addominale; colangiti ricorrenti; pancreatite
L’associazione tra CC e coinvolgimento pancreatico è ampiamente descritta in letteratura ed è principalmente attribuibile proprio alla presenza di una AUPBD, nella quale il dotto biliare e il dotto pancreatico confluiscono in un tratto comune lungo, situato al di fuori della parete duodenale [3]. Tale configurazione anatomica favorisce il reflusso biliare nel dotto pancreatico con conseguente attivazione enzimatica precoce. A ciò si aggiunge l’effetto meccanico esercitato dalla dilatazione cistica del coledoco, che determina un aumento della pressione intraluminale delle vie biliari e, secondariamente, del dotto pancreatico, contribuendo ulteriormente al danno pancreatico funzionale. In tale contesto fisiopatologico, l’elevazione degli enzimi pancreatici non dovrebbe essere necessariamente interpretata come espressione di una PA primaria, ma piuttosto come manifestazione di un coinvolgimento pancreatico secondario, spesso subclinico. Questo meccanismo, infatti, può determinare nei pazienti con CC un quadro laboratoristico sovrapponibile a quello della PA. Il trattamento di scelta è la resezione completa della porzione extraepatica malformata con confezionamenti di una anasto-
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mosi bilio-enterica: oltre a prevenire complicanze ricorrenti (quali colangiti, pancreatiti e cirrosi biliare secondaria), riduce il rischio di degenerazione maligna [3]. La trasformazione maligna più frequente è il colangiocarcinoma, più raramente il carcinoma della colecisti, con un’associazione più stretta con i tipi I e IV secondo Todani [6]. Una meta-analisi ha dimostrato che, sebbene il rischio aumenti con l’età, il rischio complessivo di sviluppare malignità nelle malformazioni cistiche del coledoco è del 10,7%, con un rischio quattro volte più elevato dopo drenaggio cistico rispetto all’asportazione completa e un’insorgenza più precoce rispetto alla popolazione generale. Per tale motivo oggi l’atteggiamento comune è l’escissione completa una volta posta diagnosi. Rimane comunque indicato un follow-up dopo resezione per il rischio, seppur basso, di trasformazione maligna in colangiocarcinoma (3,4% dopo chirurgia) [4,6], neoplasia rara con una prognosi sfavorevole, la cui resezione chirurgica rimane l’unica opzione per la malattia localizzata [6].
Cosa abbiamo imparato
La marcata iperamilasemia e iperlipasemia in età pediatrica non sono esclusive di PA e possono riflettere un coinvolgimento pancreatico secondario in malformazioni bilio-pancrea tiche, come le CC. In presenza di colestasi e dilatazione delle vie biliari, deve essere considerata una diagnosi differenziale di tipo ostruttivo biliare. L’ecografia è l’esame di primo livello che permette di valutare un’eventuale dilatazione delle vie biliari e orientare il sospetto clinico verso un quadro ostruttivo/ malformativo.
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dott.lucasantucci@gmail.com
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Alimenti ultraprocessati e salute dei primi mille giorni Alberto Perra
Già direttore dipartimento di prevenzione ASL Roma 5
Gli alimenti ultra-processati (UPF), definiti dalla classificazione NOVA come prodotti industriali complessi con additivi e ingredienti di sintesi, rappresentano una sfida crescente per la salute pubblica e pediatrica. Ampiamente diffusi nei Paesi ad alto reddito e in aumento anche in Italia, gli UPF sono associati a obesità, diabete, dislipidemie, disbiosi, alterazioni neuroendocrine e possibili effetti epigenetici. Particolarmente critici sono i primi 1000 giorni di vita, quando l’esposizione precoce può condizionare lo sviluppo metabolico, cognitivo e comportamentale. L’industria alimentare, tramite marketing aggressivo e strategie di mercato, ne favorisce il consumo, soprattutto tra bambini e adolescenti. Le evidenze, seppur in gran parte osservazionali, indicano rischi consistenti e richiedono un approccio sistemico: regolamentazioni su marketing e prezzi, sorveglianza, educazione e counselling, in sinergia con la comunità pediatrica. Come il tabacco, anche gli UPF necessitano di politiche strutturali per proteggere le nuove generazioni. Ultra-processed foods (UPF), defined by the NOVA classification as industrial formulations with synthetic additives and complex ingredients, represent a growing challenge for public and pediatric health. Widely consumed in high-income countries and increasingly in Italy, UPF are associated with obesity, diabetes, dyslipidemia, dysbiosis, neuroendocrine alterations, and possible epigenetic effects. The first 1,000 days of life are particularly critical, as early exposure may influence metabolic, cognitive, and behavioral development. The food industry, through aggressive marketing and market strategies, promotes UPF consumption, especially among children and adolescents. Although largely observational, current evidence consistently indicates health risks and calls for systemic approaches: regulation of marketing and pricing, surveillance, education, and counseling, in synergy with the pediatric community. As with tobacco, addressing UPF requires structural policies to protect future generations.
Introduzione
Negli ultimi due decenni, la crescente diffusione degli alimenti ultra-processati (UPF) ha assunto una rilevanza centrale nel dibattito scientifico e nelle politiche di salute pubblica. La classificazione NOVA [1], che ha coniato il termine, distingue gli alimenti in base al grado di trasformazione industriale: gli UPF sono caratterizzati da formulazioni industriali complesse, ottenute attraverso frazionamento, ricombinazione e modifica chimico-fisica degli ingredienti, con aggiunta di additivi per palatabilità, conservazione e aspetto estetico. Esempi tipici includono snack confezionati, bevande zuccherate, cereali addizionati, prodotti dolciari, yogurt aromatizzati e bevande vegetali arricchite. In molti Paesi ad alto reddito gli UPF contribuiscono per oltre il 50% all’apporto energetico
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quotidiano. In Italia, malgrado la tradizione mediterranea, si osserva una progressiva erosione delle abitudini tradizionali e una crescita significativa del consumo tra le giovani generazioni [2].
La classificazione NOVA e il mercato degli UPF
La crescente attenzione verso l’impatto degli alimenti ultraprocessati nasce dall’adozione della citata classificazione NOVA [1], sviluppata da un gruppo di ricerca dell’Università di San Paolo. Questo sistema, seppure ancora soggetto a critiche, è ampiamente usato da numerosi studi in letteratura scientifica e suddivide gli alimenti in quattro categorie, non in base ai macronutrienti o al profilo calorico, ma al grado di trasformazione industriale: • gruppo 1: alimenti freschi o minimamente processati (frutta, verdura, cereali integrali, latte fresco); • gruppo 2: ingredienti culinari processati (olio, burro, zucchero, sale); • gruppo 3: alimenti processati (pane tradizionale, formaggi, conserve semplici); • gruppo 4: alimenti ultra-processati, frutto di formulazioni industriali complesse. Gli UPF si distinguono quindi non tanto per la loro origine industriale, quanto per la natura artificiale dei processi e degli ingredienti: non sono alimenti trasformati per renderli più sicuri o conservarli meglio, ma prodotti progettati per risultare appetibili, convenienti, iper-palatabili e altamente commercializzabili [3]. Gli UPF contengono ingredienti raramente utilizzati nelle preparazioni domestiche: zuccheri liberi in alte concentrazioni, grassi modificati, amidi modificati, additivi cosmetici (coloranti, aromi artificiali, esaltatori di sapidità), emulsionanti e stabilizzanti. La funzione di questi ingredienti è tecnologica e sensoriale piuttosto che nutrizionale. Proprio questo meccanismo contribuisce a definire gli UPF come “formulazioni ingegnerizzate” più che come alimenti veri e propri che spesso, alla fine del processo, perdono completamente le loro caratteristiche originali. In Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Australia, oltre il 5060% delle calorie proviene da UPF. In Italia, indagini nazionali hanno documentato un consumo significativo di bibite zuccherate e merendine già in età scolare [10]. Un aspetto cruciale dell’espansione è il marketing, che utilizza strategie sofisticate rivolte a bambini e adolescenti: packaging accattivante con personaggi dei cartoni, pubblicità televisiva e digitale, sponsorizzazioni scolastiche e attestazioni salutistiche (“ricco di calcio”, “fonte di fibre”, “senza zuccheri aggiunti” o “bio”) su prodotti che rimangono ultra-processati.
Gli studi epidemiologici sugli UPF
Numerosi studi prospettici e meta-analisi dimostrano un’associazione significativa tra consumo di UPF e danni alla salute umana [11], in particolare l’obesità, l’aumentato rischio di diabete tipo 2, dislipidemie, con aumento del rischio di alcune forme di cancro, disturbi del sonno e sintomi depressivi negli adolescenti. I “primi 1000 giorni” rappresentano il periodo critico in cui si costruiscono le basi biologiche, metaboliche e comportamentali che influenzeranno crescita, sviluppo neuro-cognitivo e vulnerabilità a malattie croniche nell’età adulta. Tuttavia, lo studio degli effetti degli UPF pone, in questa fascia di età, dei problemi di metodo che non permettono, oggi, di disporre di evidence di alta qualità. Tra questi si ricorda che la maggior parte degli studi sugli UPF è osservazionale, con rischio di confondimento per l’evidente impossibilità di affidarsi agli studi controllati, la difficoltà a quantificare l’introduzione di UPF basandosi sui diari alimentari. Benché oggi gli studi possano ricorrere sempre più frequentemente ai metodi di meta-
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bolomica per stimarne con grande precisione l’assunzione, la durata talora insufficiente degli studi per rilevarne gli effetti e l’effetto confondente di fattori genetici e ambientali costituisce un limite da considerare nella valutazione dei risultati. La rilevanza degli UPF non si limita alla dimensione nutrizionale. Numerose evidenze suggeriscono infatti che la loro diffusione si associ a profondi cambiamenti nei comportamenti alimentari e nelle preferenze gustative, con un progressivo spostamento verso prodotti ad alta densità energetica, ricchi di zuccheri liberi, grassi saturi e sodio, ma poveri di fibra e micronutrienti essenziali. Inoltre, gli UPF sembrano esercitare un’influenza specifica sui meccanismi biologici di regolazione della sazietà, sul microbiota intestinale e sulle vie neuroendocrine del piacere e della ricompensa, generando dinamiche assimilabili a quelle della dipendenza [3,4]. Queste considerazioni assumono un peso particolare nel campo della pediatria e della salute infantile. Un’esposizione precoce agli UPF, sia durante la gestazione attraverso la dieta materna, sia durante l’infanzia con l’introduzione di tali alimenti, può influenzare negativamente lo sviluppo del feto e del bambino, aumentando il rischio di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e disturbi neuropsichiatrici in età adulta. Più in particolare, il consumo materno di alimenti ultra-processati (UPF) durante la gravidanza è associato a esiti avversi documentati su più livelli. Una meta-analisi doserisposta su oltre 550.000 partecipanti evidenzia un incremento significativo del rischio di diabete gestazionale (RR 1,19) e preeclampsia (RR 1,28), con relazione non lineare per il diabete (+27% per ogni 100 g/die aggiuntivi di UPF). Il consumo elevato di UPF si associa inoltre a maggiore incremento ponderale gestazionale, ritenzione di peso post-partum, stato infiammatorio sistemico aumentato e deficit di micronutrienti critici (folati, ferro, zinco, vitamina B6, selenio). Sul versante fetale e neonatale, si osservano riduzione della crescita scheletrica, con calo significativo della circonferenza cranica (z-score: –0,24/–0,40) e della lunghezza del femore (z-score: –0,32), e accorciamento della distanza ano-genitale nei neonati maschi, indicatore di esposizione intrauterina a interferenti endocrini. La prole di madri ad alto consumo di UPF presenta un rischio aumentato del 26% di sovrappeso/ obesità (RR 1,26) e punteggi verbali significativamente infe-
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riori a 4-5 anni (–2,29 punti alla scala McCarthy). I meccanismi ipotizzati comprendono neuroinfiammazione, disbiosi intestinale, carenze di micronutrienti neuroattivi e contaminazione da plastificanti (ftalati, bisfenolo A). Oltre agli effetti individuali, la diffusione degli UPF solleva questioni sistemiche. Le politiche di regolamentazione e le linee guida nutrizionali faticano a tenere il passo con la rapidità con cui nuovi prodotti vengono immessi sul mercato e promossi presso i consumatori, spesso con messaggi che ne enfatizzano presunti benefici salutistici pur trattandosi a pieno titolo di UPF [9]. La conquista di una quota sempre maggiore del mercato alimentare da parte degli UPF costituisce anche una sfida culturale per il personale sanitario che, tradizionalmente formato a considerare gli alimenti in termini di macro- e micronutrienti, oggi deve sapersi focalizzare sul “processo” cui gli alimenti sono sottoposti prima di arrivare sulla tavola dei consumatori.
Meccanismi biologici e impatto sulla salute
Alterazioni della sazietà Gli UPF hanno densità energetica elevata, combinando zuccheri, grassi e sale in proporzioni elevate ben oltre le dosi raccomandate dalle istituzioni preposte (per esempio da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e sono poveri di fibra. Riducono la sensazione di pienezza post-prandiale, e vengono consumati più rapidamente con minor stimolo dei segnali di sazietà [3]. Studi controllati dimostrano che, esposti a diete basate su UPF gli adulti consumano circa 500 kcal al giorno in più rispetto a diete isocaloriche di alimenti non processati, effetto cruciale per spiegare l’associazione tra UPF e obesità infantile [12]. Microbiota intestinale Additivi comuni come gli emulsionanti promuovono la disbiosi, mettendo a rischio l’integrità della barriera intestinale aumentandone la permeabilità con effetti pro-infiammatori. Studi osservazionali collegano maggiore consumo di UPF a microbiota meno diversificato, con riduzione dei ceppi produttori di acidi grassi a catena corta, fondamentali per il metabolismo energetico e l’omeostasi immunitaria [13].
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Vie neuroendocrine Gli UPF attivano i circuiti dopaminergici della ricompensa analogamente a sostanze che creano dipendenza. L’elevata palatabilità e la combinazione di zuccheri e grassi stimolano il rilascio ripetuto di dopamina nel sistema meso-limbico, inducendo comportamenti alimentari compulsivi, soprattutto nei bambini che presentano maggiore vulnerabilità neuro-cognitiva [4]. Dieta materna e allattamento La dieta materna ricca di UPF può esercitare effetti epigenetici sul feto, modificando l’espressione genica. Durante l’allattamento, un’alimentazione materna ad alto contenuto di UPF può ridurre la varietà di nutrienti e composti bioattivi nel latte. Introduzione di nuovi alimenti nell’alimentazione complementare responsiva Cruciale per la costruzione delle preferenze alimentari, in questa fase l’esposizione precoce agli UPF, sotto forma di omogeneizzati industriali, snack e bevande zuccherate, aumenta la predisposizione a sapori dolci e salati, riduce l’accettazione di frutta e verdura e favorisce il consolidamento di abitudini alimentari povere di nutrienti [14].
Politiche di salute pubblica
Interventi legislativi di respiro nazionale Dal punto di vista della sanità pubblica, gli UPF pongono una sfida analoga a quella di altri fattori di rischio commerciali, come tabacco, alcol e sostanze. Diverse misure sono già state sperimentate in vari Paesi: • tassazione sulle bevande zuccherate e sugli snack ultra-processati, con reinvestimento dei proventi in programmi di salute; • restrizioni al marketing rivolto ai minori, soprattutto su media digitali; • etichettatura fronte-pacco chiara; • limitazioni alla vendita in scuole e ospedali; • sostegno alla produzione e distribuzione di alimenti freschi attraverso incentivi e politiche agricole. La sorveglianza di popolazione Un altro aspetto cruciale è la necessità di dati di sorveglianza regolari sul consumo di UPF in età pediatrica. Attualmente, i sistemi nazionali come la sorveglianza 0-2 anni, OKkio alla Salute e HBSC (Health Behaviour in School-aged Children) forniscono informazioni parziali, ma non quantificano sistematicamente l’apporto calorico da UPF. Integrare indicatori specifici consentirebbe di monitorare i trend di consumo nel tempo, di identificare sottogruppi particolarmente vulnerabili e valutare l’impatto delle politiche pubbliche. Monitoraggio e equità In termini di sanità pubblica è necessario considerare che non tutti i bambini sono esposti nello stesso modo agli UPF. Alcuni fattori aumentano il rischio: • condizioni socioeconomiche: famiglie con risorse economiche limitate tendono a ricorrere più frequentemente a prodotti UPF per ragioni di costo e praticità; • contesti famigliari e culturali: abitudini alimentari consolidate o ambienti famigliari con scarsa conoscenza nutrizionale favoriscono l’introduzione precoce degli UPF; • marketing mirato: i bambini piccoli sono particolarmente sensibili a stimoli visivi e pubblicitari, spesso presenti su confezioni e spot televisivi. Queste ragioni rinforzano la necessità di dati di sorveglianza sistematici e comunicabili ai gruppi di interesse, compreso il grande pubblico, sul consumo di UPF in età pediatrica.
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Un sistema integrato coordinato dal Ministero della Salute permetterebbe di monitorare trend, identificare sottogruppi vulnerabili e valutare impatto delle politiche. Parallelamente, le politiche devono prevedere misure di sostegno: riduzione dei prezzi degli alimenti freschi, programmi di distribuzione di frutta e verdura nelle scuole, iniziative di “cucine comunitarie”. L’azione a livello locale e territoriale È stato da poco approvato in Conferenza Stato-Regioni il Piano di Prevenzione per i prossimi 5 anni (2027-2031) che, nella sua declinazione a livello locale (ASL), per il programma della “Salute nei primi 1000 giorni (PP1)” potrebbe associare alle azioni relative alla promozione dell’allattamento materno anche la consapevolezza dei rischi relativi al consumo degli UPF. Un ruolo proattivo della comunità pediatrica potrebbe costituire una significativa sinergia con tale Piano in collaborazione con le scuole, consultori, farmacie e associazioni di genitori per promuovere mense libere da UPF, educazione alimentare e ambienti di sostegno reciproco, oltre naturalmente al counselling individuale con le famiglie.
Conclusioni
Gli UPF rappresentano una sfida cruciale e urgente per la salute di bambini e bambine. Questi rischi sono particolarmente rilevanti nei primi 1000 giorni, quando l’esposizione precoce può condizionare in maniera durevole preferenze alimentari, regolazione metabolica e traiettorie di salute. L’esperienza maturata con le politiche di contrasto al tabagismo potrebbe costituire un modello utile. Come il tabacco, gli UPF sono prodotti con forte impatto commerciale, sostenuti da potenti strategie di marketing e sottovalutati come determinanti di salute. Affrontare gli UPF richiede la stessa determinazione politica, regolatoria e culturale che ha reso possibile ridurre la diffusione del tabagismo. Un approccio sistemico deve combinare da un lato la protezione dei bambini e delle bambine dalle pressioni commerciali, in particolare con divieti alla disinformazione e, al contrario, con un’informazione corretta completa di avvertenze di UPF sulla confezione dei cibi in vendita, e dall’altra la promozione di ambienti salutari che rendano l’opzione sana la più semplice e accessibile. La promozione dell’equità dovrebbe comprendere misure di sostegno, per esempio, di riduzione dei prezzi degli alimenti freschi attraverso sussidi mirati e programmi di distribuzione di frutta e verdura nelle scuole. In tale quadro, la comunità pediatrica italiana ha l’opportunità e la responsabilità di assumere un ruolo guida, traducendo l’evidenza scientifica in azioni concrete. In particolare, il pediatra è chiamato a riconoscere gli UPF non come semplici alimenti di qualità inferiore, ma come prodotti industriali progettati per sostituire il cibo reale, con matrice alimentare totalmente alterata, additivi e caratteristiche di iper-palatabilità, con impatto specifico nelle fasi di programmazione del gusto. Sul piano clinico, l’intervento prioritario è l’integrazione di domande standard sul consumo di UPF durante le visite, a partire dalla gravidanza e lungo i primi 1000 giorni. Il counselling dovrebbe focalizzarsi su bevande zuccherate, snack industriali e baby food confezionati, collegando esplicitamente l’alimentazione materna a quella del bambino. Il supporto all’allattamento va valorizzato anche in relazione alla minore esposizione ai prodotti industriali che esso garantisce, evitando messaggi ambigui sulle formule di sostituzione. Nella fase di alimentazione complementare, sarebbe utile privilegiare alimenti freschi o minimamente trasformati e guidare le famiglie alla lettura delle etichette. Un’attenzione specifica deve essere rivolta alle vulnerabilità socioeconomiche, proponendo soluzioni realistiche e aiutan-
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do le famiglie a riconoscere il marketing ingannevole. Il ruolo del pediatra si estende infine all’advocacy comunitaria: collaborazione con scuole, consultori e comunità locali, e sostegno alle iniziative di limitazione del marketing, accesso al cibo fresco e regolazione dei baby food. L’Italia dispone di competenze scientifiche, reti professionali e un sistema sanitario universalistico per rendere possibile questo cambio di paradigma. Agire ora significa proteggere la salute delle nuove generazioni e ridurre il peso crescente delle patologie croniche.
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alberto.perra.5@gmail.com
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L’influenza pediatrica può complicarsi Un caso e uno studio di coorte a Bari Cristian M.N. Bisceglia1, Vittorio Greco Miani1, Claudia Rossini1, Francesca Spizzico1, Claudio Cafagno2, Maria Chironna3, Maurizio Aricò4, Desiree Caselli2 Scuola di Specializzazione in Pediatria, Università degli Studi di Bari 2 UOC Malattie Infettive, Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII, Azienda Ospedaliero-Universitaria Consorziale Policlinico di Bari 3 Dipartimento Interdisciplinare di Medicina, UOC Igiene, AOUC Policlinico di Bari 4 Dipartimento Interdisciplinare di Medicina, Università degli Studi di Bari 1
L’influenza è generalmente benigna, ma può causare complicanze gravi nei soggetti più fragili, specie se non vaccinati. Le complicanze neurologiche, seppur rare, sono relativamente frequenti in età pediatrica. Presentiamo il caso di un bambino di 7 anni, non vaccinato, ricoverato per meningoencefalite complicata da coinfezione influenza A H1N1pdm09 e S. pneumoniae, trattato chirurgicamente con esito favorevole. Segue uno studio di coorte retrospettivo condotto presso l’UOC Malattie Infettive dell’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari su 68 bambini ricoverati per influenza confermata mediante PCR nelle stagioni 2023-24 e 2024-25, con analisi di stato vaccinale, coinfezioni e complicanze neurologiche. La copertura vaccinale è risultata bassa (10%) e le manifestazioni neurologiche hanno riguardato il 24% dei pazienti, dato superiore alla letteratura. Non si sono verificati decessi. I risultati sottolineano l’importanza della vaccinazione e di una valutazione neurologica sistematica. Influenza is usually self-limiting, but can cause severe complications in fragile, especially unvaccinated, patients. Neurological complications, although rare, are relatively frequent in children. We report the case of an unvaccinated 7-year-old boy hospitalized for meningoencephalitis complicated by Influenza A H1N1pdm09 and S. pneumoniae co-infection, surgically treated with a favorable outcome. We then present a retrospective cohort study conducted at the Infectious Diseases Unit of Giovanni XXIII Children’s Hospital, Bari, including 68 children hospitalized with PCR-confirmed influenza over two seasons (2023-24 and 2024-25), analyzing vaccination status, co-infections and neurological complications. Vaccine coverage was very low (10%), and neurological manifestations occurred in 24% of patients, higher than previously reported. No deaths occurred. Findings highlight the importance of vaccination and systematic neurological assessment.
Caso clinico
Lorenzo, 7 anni e 10 mesi, senza precedenti patologici, non vaccinato per l’influenza, giunge in pronto soccorso per febbre e tosse da alcuni giorni, con successivo vomito a getto, alvo stitico, ptosi palpebrale destra e un episodio di perdita di coscienza. All’esame obiettivo: rash cutaneo diffuso, rigidità
Figura 1. RM encefalo: interessamento flogistico meningeo con raccolta in sede temporale ed estensione al seno sfenoidale.
nucale, anisocoria con midriasi destra, ptosi palpebrale destra, riflessi oculari scarsamente elicitabili, sensorio obnubilato, segno di Lasègue positivo, scarsa risposta agli stimoli. La TC encefalo mostra una sospetta raccolta extradurale temporale destra; la RM encefalo evidenzia interessamento flogistico meningeo con coinvolgimento della leptomeninge pontina, mesencefalica e talamica, oltre al seno sfenoidale [Figura 1]. Il bambino viene ricoverato e trasferito in neurochirurgia per intervento combinato neurochirurgico-otorinolaringoiatrico (rachicentesi, etmoidectomia, sfenoidotomia) con evacuazione della raccolta purulenta. Il tampone nasofaringeo risulta positivo per influenza A H1N1pdm09 e S. pneumoniae, confermato dall’esame colturale intraoperatorio; colture liquorali e PCR virale su liquor sono negative. Dopo 7 giorni, per idrocefalo secondario a trombosi giugulare, il bambino viene sottoposto a craniotomia frontale con derivazione esterna. La successiva comparsa di crisi epilettiche e un nuovo episodio di idrocefalo richiedono il posizionamento di derivazione ventricolo-peritoneale, con stabile miglioramento clinico e dimissione in buone condizioni generali.
Il problema
L’influenza stagionale causa ogni anno fino a un miliardo di infezioni nel mondo, con circa 5 milioni di casi gravi e mezzo milione di decessi; il 10% delle infezioni colpisce bambini sotto i 5 anni, con 870.000 ospedalizzazioni globali. Uno studio italiano condotto su oltre 1,4 milioni di bambini in 10 stagioni (2010-20) ha documentato 88.921 episodi di influenza, con tassi di ospedalizzazione 1,2-2,5 volte più elevati nei bambini con almeno due fattori di rischio rispetto a quelli senza comorbidità [1].
Clinica
Le manifestazioni cliniche variano da forme asintomatiche a quadri delle alte vie respiratorie non complicati, fino a complicanze severe. I segni sistemici (febbre, mialgia, malessere) si associano tipicamente a sintomi respiratori (tosse, faringodinia, rinorrea); nei bambini sono frequenti anche i sintomi gastrointestinali. La maggior parte dei casi si risolve in 3-7 giorni [2]. I principali fattori di rischio per decorso complicato sono: età inferiore ai 2 anni, patologie polmonari croniche,
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cardiovascolari, renali, epatiche o metaboliche, patologie neurologiche o neuromuscolari, immunodeficienze, terapia cronica con salicilati [3]. Otite media e polmonite sono le complicanze più comuni; sono descritte anche miosite, rabdomiolisi, miocardite e sepsi [3]. Tra le complicanze più temibili vi sono quelle neurologiche (convulsioni febbrili o afebbrili, encefaliti, encefalopatie correlate all’influenza): pur rare, riguardano prevalentemente l’età pediatrica, sono più frequenti sotto i 2 anni e sembrano correlate al sottotipo A H1N1 e alla presenza di patologie neurologiche preesistenti [4-7].
Diagnosi
La diagnosi clinica in stagione epidemica è spesso indistinguibile da altre infezioni respiratorie virali. I test diagnostici rapidi hanno una sensibilità del 50-70% rispetto alla RT-PCR, con specificità molto elevata (95-100%): sono quindi più probabili i falsi negativi che i falsi positivi [3].
Terapia e prevenzione
La maggior parte dei bambini richiede solo terapia sintomatica (paracetamolo); i salicilati vanno evitati sotto i 18 anni per il rischio di sindrome di Reye. L’ospedalizzazione è indicata in presenza di dispnea significativa, alterazione del quadro neurologico, deterioramento clinico, disidratazione o comparsa di complicanze d’organo. Gli antivirali (inibitori della neuraminidasi) possono essere indicati nei bambini ospedalizzati o con patologie sottostanti, ma le evidenze da trial randomizzati in questa popolazione restano limitate [8]. Le linee guida ECDC sottolineano che la vaccinazione resta lo strumento di prevenzione più efficace [9]; il CDC raccomanda la vaccinazione annuale per tutti i soggetti di età ≥6 mesi senza controindicazioni.
Figura 2. Casi di influenza ricoverati per stagione.
Tabella 1. Dati demografici, stato vaccinale e condizioni croniche Variabile Totale pazienti Stagione 2023-24/2024-25 Sesso maschile Età (mesi), mediana (range) Peso (kg), mediana (range) Vaccinazione antinfluenzale (sì) Condizioni croniche associate – Disturbi neurologici – Disturbi del neurosviluppo – Disturbi neurologici e del neurosviluppo – Altre patologie mediche croniche
Valore 68 (100%) 33/35 47 (69%) 46,6 (1,4-154,4) 15,5 (4,2-51,0) 7 (10%) 29 (42,6%) 6 (21%) 5 (17%) 1 (3%) 17 (59%)
Obiettivo dello studio
Il presente studio fornisce una valutazione su due stagioni consecutive dei bambini ricoverati con influenza confermata mediante PCR, caratterizzandone gli aspetti demografici, clinici, virologici e di gestione, con particolare attenzione al coinvolgimento neurologico.
Pazienti e metodi
Studio di coorte retrospettivo su tutti i bambini e adolescenti (0-14 anni) ricoverati con infezione influenzale confermata da PCR multiplex su tampone nasofaringeo presso la UOC di Malattie Infettive dell’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari, centro universitario di terzo livello, in due stagioni consecutive (settembre 2023-maggio 2024; settembre 2024-aprile 2025). Dalle cartelle cliniche sono stati raccolti dati demografici, stato vaccinale, presentazione clinica, sintomi e complicanze neurologiche, dati laboratoristici (emocromo, PCR, enzimi epatici, creatinina) e di imaging. I virus sono stati sottotipizzati come A H1N1, A H3N2, B o non tipizzabile; le coinfezioni rilevate mediante PCR multiplex o coltura sono state registrate. Sono state considerate complicanze neurologiche: il peggioramento di una patologia neurologica preesistente, una sintomatologia neurologica nuova in un paziente con storia pregressa, o una presentazione neurologica di nuova insorgenza in un paziente senza precedenti.
Risultati
Sono stati ricoverati 68 bambini con influenza confermata da PCR: 33 nella stagione 2023-24 e 35 nella 2024-25 [Figura 2]. L’età mediana era 46,6 mesi (range 1,4-154,4), il peso mediano 15,5 kg; i maschi erano 47/68 (69%) [Tabella 1]. La copertura vaccinale era bassa: solo 7 bambini (10%) risultavano vaccinati [Figura 3]. Ventinove pazienti (42,6%) presentavano almeno una condizione cronica preesistente, prevalentemente neurologica o del neurosviluppo.
Figura 3. Copertura vaccinale dei pazienti ricoverati.
La febbre era presente nel 99% dei casi, la faringodinia nell’85%, la tosse nel 77%; sintomi gastrointestinali erano presenti in circa un terzo dei bambini [Tabella 2]. Complessivamente 16/68 bambini (24%) hanno presentato almeno una manifestazione neurologica: le più frequenti sono state le convulsioni febbrili (semplici o complesse), seguite da convulsioni afebbrili/epilettiche, encefaliti, meningoencefaliti e cefalea [Tabella 3]. Tabella 2. Sintomi di presentazione Sintomi di presentazione
n (%)
Febbre Tosse Faringodinia Vomito Diarrea Stato neurologico alterato Convulsioni afebbrili
67 (99%) 52 (77%) 58 (85%) 25 (37%) 13 (19%) 12 (18%) 4 (6%)
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Tabella 3. Manifestazioni e complicanze neurologiche
Tabella 5. Gestione clinica e outcome
Manifestazioni neurologiche (n=16, 24% del totale)
Trattamento / Esito
n (%)
Condizioni preesistenti con sintomi esacerbati dall’influenza Condizioni preesistenti, nuovi sintomi neurologici Nuova insorgenza, nessuna storia neurologica pregressa Tipologia di complicanza – Convulsioni febbrili semplici – Convulsioni febbrili complesse – Convulsioni afebbrili/epilettiche – Encefaliti – Meningoencefaliti* – Cefalea
5 (31%) 3 (19%) 8 (50%) 2 (13%) 6 (37%) 3 (19%) 3 (19%) 1 (6%) 1 (6%)
* Corrisponde al caso clinico descritto in apertura.
L’analisi virologica ha mostrato una marcata variabilità stagionale dei sottotipi: A H1N1pdm09 predominante nel 202324 (88%), A H3N2 predominante nel 2024-25 (66%), con quota rilevante di tipo B (28%) (Figura 4; p<0,0001 al test chiquadrato per la distribuzione dei sottotipi tra le due stagioni). Coinfezioni virali o batteriche sono state documentate in 29 bambini (42,6%), più frequentemente S. pneumoniae, metapneumovirus, rhinovirus ed EBV [Tabella 4], senza un impatto evidente sul decorso clinico.
Figura 4. Distribuzione dei sottotipi influenzali per stagione.
Tabella 4. Coinfezioni documentate Patogeno Totale patogeni isolati (in 29 bambini, 42,6%) S. pneumoniae Metapneumovirus Rhinovirus EBV E. coli HSV 1-2 Mycoplasma pneumoniae RSV Parvovirus B19 HHV 6 HHV 7 Aeromonas spp., Candida parapsilosis, Adenovirus, Sapovirus (1 caso ciascuno) Coinfezione singola/doppia/tripla
n (%) 35 (100%) 5 (13%) 4 (11%) 4 (11%) 4 (11%) 2 (6%) 2 (6%) 2 (6%) 2 (6%) 2 (6%) 2 (6%) 2 (6%) 4 (11%) 22/6/1
Il trattamento è stato prevalentemente conservativo: nessun paziente ha ricevuto antivirali; l’ossigenoterapia si è resa necessaria in 10 bambini (15%), di cui 8 a basso flusso e 2 con supporto ad alti flussi – HFNC [Tabella 5]. La degenza mediana è stata di 6 giorni (range 2-53); un solo paziente ha richiesto il ricovero in terapia intensiva pediatrica e non si sono verificati decessi.
Antibiotici* – Nessuno – Orale – Parenterale Corticosteroidi* – Nessuno – Orali – Parenterali – Antivirali Ossigenoterapia – Nessuna – Basso flusso – Alto flusso (HFNC) Durata O2, mediana (range) (n=10) Immunoglobuline EV Ricovero in Terapia Intensiva Pediatrica Decessi Degenza ospedaliera, mediana (range)
n
%
35 16 20
51% 24% 29%
56 7 6
82% 10% 9%
0 58 8 2 1 1 0 -
0% 85% 12% 3% 6 gg (1-18) 1% 1% 0% 6 gg (2-53)
* La somma delle categorie non coincide col totale dei pazienti per variazioni di terapia nel corso della degenza.
Discussione
Il presente studio descrive le caratteristiche cliniche, virologiche e di gestione di 68 bambini ricoverati per influenza confermata in due stagioni consecutive, confermando il peso clinico di questa infezione in età pediatrica [1,2]. Il quadro clinico osservato rispecchia quanto descritto in letteratura, con una frequenza di sintomi gastrointestinali coerente con studi precedenti nei bambini più piccoli. La frequenza di manifestazioni neurologiche acute (24%) è risultata superiore al range 5-15% riportato dalla maggior parte degli studi pediatrici internazionali [4-7]; questo dato, pur derivando da una casistica limitata, è verosimilmente influenzato dall’afferenza a un centro di terzo livello con maggiore casistica complessa e dall’attenta ricerca attiva di segni neurologici anche sfumati, e sottolinea comunque l’importanza di una valutazione neurologica sistematica nei bambini ricoverati per influenza. La marcata variabilità stagionale dei sottotipi circolanti, legata al drift antigenico, è coerente con i dati di sorveglianza nazionale e internazionale [2]. La frequenza di coinfezioni (42,6%) è sovrapponibile a quella di altre casistiche pediatriche con infezioni respiratorie acute [11], e pur non associandosi a un peggioramento dell’outcome ha condizionato in alcuni casi le scelte diagnostico-terapeutiche. La gestione è stata prevalentemente conservativa, coerentemente con l’assenza di solide evidenze a favore degli antivirali nei bambini ospedalizzati [8]; il ricorso a supporti ventilatori avanzati è stato raro e non si sono registrati decessi. La copertura vaccinale molto bassa (10%), in linea con i dati nazionali [12], rappresenta l’elemento di maggiore criticità: è verosimile che una maggiore adesione vaccinale avrebbe potuto prevenire una parte dei ricoveri, in particolare nei bambini con comorbidità.
Limiti dello studio
Lo studio presenta alcuni limiti: la natura retrospettiva e monocentrica, la casistica limitata (in particolare per il sottogruppo con complicanze neurologiche), il possibile bias di selezione legato all’afferenza a un centro di terzo livello e l’assenza di un follow-up neurologico strutturato a lungo termine, che non consente di valutare l’evoluzione delle manifestazioni neurologiche nel tempo.
IL PUNTO SU
Cosa abbiamo imparato
• Le complicanze neurologiche dell’influenza pediatrica, seppur rare, vanno sempre sospettate anche quando il coinvolgimento respiratorio è lieve o assente. • Un quadro neurologico acuto in stagione epidemica, soprattutto in un bambino non vaccinato, merita un work-up diagnostico tempestivo e multidisciplinare. • La copertura vaccinale antinfluenzale pediatrica resta bassa anche in presenza di comorbidità: la promozione della vaccinazione rimane lo strumento preventivo più efficace. • Le coinfezioni sono frequenti e possono complicare l’inquadramento diagnostico, ma non sembrano di per sé peggiorare la prognosi. • Nella maggior parte dei bambini ospedalizzati per influenza il decorso resta favorevole con sola terapia di supporto.
Conclusioni
L’influenza rappresenta una causa rilevante di ricovero pediatrico e, pur avendo generalmente un decorso benigno, può associarsi a complicanze neurologiche non trascurabili, presenti in circa un quarto dei bambini della nostra coorte. La gestione terapeutica, prevalentemente conservativa, si è associata a un’evoluzione clinica favorevole in assenza di mortalità. La copertura vaccinale molto bassa costituisce la principale area di miglioramento: rafforzare la vaccinazione, la sorveglianza virologica locale e percorsi clinici dedicati al riconoscimento delle complicanze neurologiche rappresenta la strategia più efficace per ridurre l’impatto dell’influenza in età pediatrica.
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casellides@gmail.com
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Ripensare le cure primarie pediatriche: una rete per l’infanzia e l’adolescenza Dai bisogni di salute ai diritti dell’età evolutiva Intervista a Stefania Manetti
Le cure primarie pediatriche devono evolvere per rispondere ai nuovi bisogni di salute dell’infanzia e dell’adolescenza. Dalla presa in carico della popolazione pediatrica all’integrazione tra servizi sanitari, sociali ed educativi, la proposta dell’As�sociazione culturale pediatri (Acp) punta a costruire una re� te territoriale più equa, multiprofessionale, orientata ai bisogni dei bambini, adolescenti e famiglie e ai diritti delle nuove generazioni. Ne parliamo con Stefania Manetti, presidente dell’Acp e componente del gruppo di lavoro Acp “Riorganiz� zazione delle cure primarie pediatriche”. Nota: in questo testo si adotta il maschile sovraesteso (es. “il bambino”). Tale scelta non ha intento discriminatorio ma risponde a criteri di concisione, intendendosi riferita indistintamente a soggetti di genere sia maschile sia femminile. La riorganizzazione dell’assistenza territoriale è oggi una delle principali sfide per il Servizio sanitario nazionale. Perché è necessario ripensare anche le cure primarie pediatriche? Le cure primarie pediatriche rappresentano da sempre uno dei punti di forza del nostro Servizio sanitario nazionale, ma oggi il contesto è profondamente cambiato. I bisogni di salute di bambini, bambine, adolescenti e delle loro famiglie sono diventati più complessi e il modello organizzativo attuale non appare più pienamente adeguato a rispondervi. La frammentazione dei servizi, la limitata integrazione tra territorio e ospedale e la scarsa connessione tra ambito sanitario, sociale e educativo rischiano di generare disuguaglianze, inappropriatezza e difficoltà di accesso, soprattutto nelle situazioni di maggiore vulnerabilità. Proprio da questa riflessione nasce la nostra proposta elaborata dal gruppo di lavoro “Riorganizzazione delle cure primarie pediatriche” a partire dall’esperienza concreta dei professionisti che operano nei diversi contesti territoriali italiani. Il punto di partenza è la consapevolezza che non sia sufficiente modificare alcuni aspetti organizzativi: occorre un cambiamento più profondo, che riguardi il modo stesso di concepire la presa in carico dell’età evolutiva. Il rapporto fiduciario tra pediatra, bambino e famiglia resta un elemento fondante della pediatria territoriale italiana. La novità consiste nel collocare questo rapporto all’interno di una rete più ampia, integrata e multiprofessionale, in grado di rispondere in modo più efficace ai bisogni della popolazione pediatrica. Nel documento che avete elaborato si parla di un vero e proprio cambio di paradigma. In cosa consiste? La proposta si fonda sul passaggio da un sistema prevalentemente orientato all’erogazione di prestazioni a un sistema
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FOCUS
centrato sui bisogni di salute e sui diritti di bambini, bambine, adolescenti e delle loro famiglie. Il riferimento culturale e scientifico è il nurturing care framework dell’Organizzazione mondiale della sanità, che promuove una visione integrata dello sviluppo e del benessere dell’infanzia. L’obiettivo è costruire un sistema capace di accompagnare la crescita dei bambini e dei ragazzi in tutte le sue dimensioni. Quale ruolo assume il pediatra di libera scelta in questo nuovo modello? La proposta riconosce pienamente il valore del pediatra di libera scelta, che rappresenta una peculiarità e una risorsa importante del nostro Servizio sanitario nazionale. Il rapporto fiduciario tra pediatra, bambino e famiglia resta un elemento fondante della pediatria territoriale italiana. La novità consiste nel collocare questo rapporto all’interno di una rete più ampia, integrata e multiprofessionale, in grado di rispondere in modo più efficace ai bisogni della popolazione pediatrica. Uno degli aspetti più innovativi è il passaggio dalla presa in carico del singolo paziente a quella di una popolazione pediatrica. Cosa significa concretamente? Significa considerare la pediatria delle cure primarie non solo come il luogo in cui si risponde a una domanda clinica individuale, ma come un sistema di salute pubblica territoriale responsabile della salute di una popolazione definita di bambini e adolescenti tra 0 e 18 anni. Questo approccio permette di programmare interventi sulla base dei bisogni reali, di misurare gli esiti di salute e di orientare le risorse in modo più appropriato, con una maggiore attenzione alla prevenzione, alla promozione della salute e alla riduzione delle disuguaglianze. La vostra proposta si richiama ai i principi del DM 77/2022, declinandoli sulle specificità dell’età evolutiva. Come si articola concretamente questa nuova architettura dei servizi? Il DM 77 rappresenta un riferimento importante per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale. Tuttavia, le specificità dell’età evolutiva risultano ancora poco considerate nei modelli attualmente previsti. La nostra proposta cerca di interpretare i principi del decreto alla luce dei bisogni peculiari dell’infanzia e dell’adolescenza, individuando percorsi e strutture organizzative capaci di rispondere in modo appropriato a questa fascia di popolazione. L’architettura dei servizi che proponiamo per le cure primarie pediatriche prevede tre livelli progressivi e tra loro integrati per condividere responsabilità assistenziali, organizzative e di salute pubblica. Il primo livello è la Pediatria di Gruppo Integrata, costituita da un’équipe multiprofessionale composta dal pediatra di famiglia, dall’infermiere di famiglia con competenze pediatriche e da una segreteria clinica dedicata. In un territorio con una popolazione 0-18 anni di 6000-7500 unità: il modello prevede 6-7 pediatri di famiglia, 4-6 infermieri di famiglia di area pediatrica, 3-5 segretarie. In questo contesto vengono condivise responsabilità assistenziali, organizzative e di salute pubblica. Il secondo livello è lo Spoke pediatrico quale luogo dell’integrazione clinica e organizzativa. Qui trovano spazio attività di prevenzione e promozione della salute, la gestione delle cronicità, la telemedicina, il sostegno ai primi mille giorni di vita, gli interventi nell’ambito della salute mentale e del neurosviluppo, i percorsi dedicati agli adolescenti e il raccordo con le reti territoriali. Infine la Casa della Comunità Hub costituisce il terzo livello di integrazione più ampio: è il luogo in cui si incontrano i servizi sanitari, quelli sociali e educativi, i servizi specialistici, il mondo della scuola, l’associazionismo e il terzo settore.
FOCUS
Una domanda che emerge spesso è: come può un pediatra che opera da solo, in un territorio a bassa densità abitativa, far parte di un gruppo integrato? La risposta risiede nella flessibilità organizzativa della PdGI, che può assumere configurazioni diverse a seconda delle caratteristiche del territorio. Nel nostro modello, nelle aree più distanti o meno popolate, il pediatra opera come nodo periferico di un gruppo centrale, che lavora stabilmente con il supporto, almeno, di un’infermiera e di una segreteria. L’obiettivo è costruire una rete di prossimità realmente capace di accompagnare bambini, adolescenti e famiglie nei loro percorsi di salute e di crescita, garantendo equità di accesso e continuità assistenziale in ogni territorio. L’obiettivo è avvicinare ai cittadini servizi e competenze oggi centralizzati negli ospedali ma che, con un’adeguata organizzazione territoriale, possono essere erogati efficacemente in prossimità del luogo di vita delle famiglie. Qual è l’elemento centrale per il superamento delle disuguaglianze? Una parte importante della risposta risiede nel modo di fare cura attraverso il lavoro di gruppo, che rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre le disuguaglianze di accesso e di presa in carico. Un’altra componente fondamentale è l’organizzazione dello Spoke Pediatrico, che richiede una dotazione di strumenti essenziali – come la telemedicina e altre tecnologie di supporto clinico-diagnostico come i dispositivi Point-of-Care. Questi strumenti non devono essere distribuiti indiscriminatamente, ma programmati in funzione delle caratteristiche e dei bisogni di ciascun territorio. È proprio questa capacità di adattare risorse e percorsi assistenziali al contesto locale che consente di offrire un sostegno concreto alle aree più isolate. La PdGI si inserisce all’interno dello Spoke come componente organizzativa della rete territoriale. In questo modello, strumentazioni, competenze e percorsi vengono pianificati in base ai bisogni emergenti della popolazione, rendendo più accessibili servizi oggi ancora prevalentemente ospedalieri, come la presa in carico precoce e la gestione della cronicità. In relazione alle caratteristiche del territorio, alcune funzioni e dotazioni potranno essere sviluppate presso il pediatra “satellite”, mentre altre saranno concentrate nello Spoke. L’obiettivo è avvicinare ai cittadini servizi e competenze oggi centralizzati negli ospedali ma che, con un’adeguata organizzazione territoriale, possono essere erogati efficacemente in prossimità del luogo di vita delle famiglie. Come questo modello può impattare sulla carenza di pediatri di base e allo stesso tempo sulle disuguaglianze di salute? Il tema della carenza di pediatri va affrontato tenendo conto delle profonde differenze tra i territori, perché le criticità cambiano sensibilmente da un’area all’altra, come evidenziato anche dalla Fondazione GIMBE. Un’organizzazione efficiente della PdGI consente di ampliare la popolazione presa in carico e, conseguentemente, di rendere sostenibile un aumento del massimale del singolo pediatra. Questo, però, è possibile solo a precise condizioni. È necessario valorizzare nuove competenze infermieristiche, sia nell’ambito della promozione della salute e della prevenzione, sia nella gestione clinico-assistenziale per gli ambiti di competenza professionale. È inoltre fondamentale prevedere la presenza dello psicologo clinico, all’interno dello Spoke oppure già nell’équipe di base della Pd�GI: una scelta organizzativa sulla quale ci stiamo ancora con� frontando. Allo stesso modo, è indispensabile costruire una rete di specialisti territoriali che operino stabilmente nello Spoke, lavorando in stretta integrazione con i professionisti della PdGI. Altri temi, come la definizione di massimali differenziati in base alle caratteristiche dei territori o l’individua-
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zione delle zone carenti sulla base del reale numero di assistibili nella fascia 0-18 anni, sono questioni di carattere sindacale che il nostro documento non affronta, né vuole farlo. L’obiettivo del nostro lavoro è un altro: dimostrare che un eventuale aumento del massimale può essere sostenibile solo ripensando l’organizzazione della cura in senso integrato, fondata sul lavoro in équipe e sul riconoscimento di nuove funzioni a “nuove” figure professionali coinvolte nella presa in carico. All’interno di questa struttura, quali sono le aree che richiedono una maggiore attenzione? Le principali sfide sono le vulnerabilità sociali e sanitarie. Pensiamo alle fragilità neuroevolutive, ai problemi di salute mentale e alle difficoltà che possono emergere nei primi mille giorni di vita o durante l’adolescenza. Si tratta di ambiti che richiedono interventi integrati e competenze diverse e che rischiano di rimanere ai margini di modelli organizzativi non sufficientemente attenti alle specificità dell’età evolutiva. Una rete territoriale forte e ben organizzata può contribuire a intercettare precocemente questi bisogni e a ridurre le disuguaglianze. La pediatria di famiglia rappresenta un patrimonio del Servizio sanitario nazionale. Preservarla significa anche avere il coraggio di innovarla, affinché continui a essere un punto di riferimento per le nuove generazioni. In sintesi, qual è il messaggio chiave che l’Acp vuole portare al dibattito sulla riorganizzazione territoriale? L’Acp intende contribuire al dibattito con una proposta di carattere scientifico, culturale e organizzativo, senza entrare negli aspetti contrattuali o sindacali. Il punto di partenza è semplice: la riorganizzazione delle cure primarie pediatriche non è soltanto una questione di modelli organizzativi, ma una scelta di salute pubblica che incide sui diritti dei bambini e degli adolescenti, sull’equità e sulla qualità dell’assistenza. La proposta dell’Acp, sviluppata anche nella terza edizione del libro Pediatra di famiglia, immagina e “disegna” una Pediatria di gruppo integrata capace di rispondere ai bisogni emergenti dell’età evolutiva attraverso il lavoro in équipe, l’integrazione multiprofessionale e una rete territoriale realmente orientata alla prossimità. In un contesto sociale sempre più complesso, crediamo sia necessario superare modelli individuali e autoreferenziali per costruire percorsi condivisi, in grado di offrire risposte più efficaci alle fragilità delle famiglie. La pediatria di famiglia rappresenta un patrimonio del Servizio sanitario nazionale. Preservarla significa anche avere il coraggio di innovarla, affinché continui a essere un punto di riferimento per le nuove generazioni. Come ricorda Edgar Morin, “nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti e alcune cose rimarranno sconosciute”. È proprio questa consapevolezza che invita a costruire modelli organizzativi flessibili, capaci di adattarsi ai cambiamenti senza perdere di vista il loro obiettivo fondamentale: il benessere dei bambini e delle loro famiglie. L’intervista è stata realizzata nell’ambito della collaborazione editoriale tra Quaderni acp e il punto, finalizzata a promuovere una riflessione interdisciplinare e dialettica sui temi della salute materno-infantile. È pubblicata in contemporanea su entrambe le testate.
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Il rumore che fa male Effetti dell’inquinamento acustico in età evolutiva Annamaria Sapuppo, Giacomo Toffol Gruppo ACP “Pediatri per un mondo possibile”
In Italia circa il 30% della popolazione è esposta a livelli di rumore nocivo, di origine sia ambientale sia voluttuaria. La principale fonte di inquinamento ambientale è rappresentata dal traffico stradale, specialmente nelle aree urbane densamente popolate. L’inquinamento acustico “voluttuario” è causato dai rumori derivanti da scelte individuali, svago o stili di vita. Tra questi, soprattutto per i preadolescenti e gli adolescenti, l’ascolto di musica in cuffia. Gli effetti del rumore sulla popolazione pediatrica sono spesso sottovalutati, ma in realtà rappresentano non solo una fonte di disturbo, ma un fattore in grado di alterare traiettorie di crescita e benessere psicofisico. Tra gli effetti nocivi ricordiamo: difficoltà di apprendimento e disturbi cognitivi, problemi comportamentali, irritabilità e stress, disturbi del sonno. Per ridurre questo fattore di rischio sono necessari interventi complessi. Il pediatra di famiglia può svolgere un ruolo chiave, integrando la valutazione del comportamento uditivo dei bambini nei controlli periodici e sensibilizzando le famiglie con messaggi semplici e concreti. In Italy, about 30% of the population is exposed to harmful noise levels, from both environmental and recreational sources. Road traffic is the main source of environmental pollution, especially in densely populated urban areas. “Recreational” noise pollution is caused by sounds resulting from individual choices, leisure activities, or lifestyles. For pre-adolescents and adolescents, this primarily includes listening to music through headphones. The effects of noise on the pediatric population are often underestimated, but they are actually more than just a nuisance. They can alter growth trajectories and psychophysical well-being. Harmful effects include learning difficulties and cognitive impairments, behavioral problems, irritability and stress, and sleep disturbances. Reducing this risk factor requires complex interventions. Pediatricians can play a crucial role by incorporating auditory behavior assessments into routine check-ups and educating families with clear, actionable guidance.
Introduzione
L’inquinamento acustico è al secondo posto, dopo quello atmosferico, tra le minacce ambientali per la salute in Europa [1]. Oltre 112 milioni di persone, pari al 20% della popolazione europea, sono esposte a livelli di rumore dannosi per la salute secondo la soglia di esposizione stabilita dalla direttiva sul rumore ambientale dell’UE (END) che definisce nocivo il rumore superiore a 55 dB per il periodo giorno-sera (Lden) e 50 dB per il periodo notturno (Lnight) [2]. Secondo le raccomandazioni più severe dell’OMS, questa cifra sale addirittura a 150 milioni (30% della popolazione) [3]. In Italia, secondo le stime europee, la percentuale è del 25-35%. La stessa percentuale di esposti si può stimare per la popolazione pediatrica, anche se non esistono dati ufficiali. Si tratta quindi di un problema importante, sia per il numero di bambini e ragazzi esposti, sia per le possibili conseguenze per la salute.
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Per la legge italiana (Legge del 26 ottobre 1995, n. 447) l’inquinamento acustico è definito come “l’introduzione di rumori nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi”. In pratica, si definisce rumore qualunque vibrazione sonora che provochi sull’uomo effetti disturbanti o dannosi per il fisico o per la psiche, temporanei o permanenti, interferendo negativamente sul benessere, sulla salute e sulle diverse attività umane, come il lavoro, lo studio, lo svago, il sonno e la vita di relazione in generale. L’unità di misura utilizzata per quantificare l’intensità sonora è il Decibel (dB). Si tratta di un’unità di misura logaritmica che rappresenta la qualità che ha un suono di essere più o meno “forte”. Essendo una scala logaritmica e non lineare, ogni sua piccola variazione rappresenta una differenza molto grande nell’intensità del rumore. Approssimativamente, a ogni differenza di 3 dB corrisponde infatti un raddoppio dell’energia sonora [Figura 1]. Le fonti principali del rumore possono essere distinte in fonti ambientali e fonti voluttuarie. Tra le fonti ambientali la principale è rappresentata dal traffico, stradale, ferroviario e aereo. Mentre gli ultimi due sono localizzati in aree ben delimitate, vicino alle ferrovie o agli aeroporti, il traffico stradale è la fonte dominante di inquinamento acustico, specialmente nelle aree urbane densamente popolate, dove è colpito il maggior numero di persone. Secondo i più recenti dati della Comunità europea circa 92 milioni di persone sono esposte a rumore nocivo da traffico stradale, il rumore ferroviario colpisce 18 milioni di persone mentre il rumore degli aerei ha un impatto su circa 2,6 milioni. In Italia, secondo i dati più recenti pubblicati da ISPRA, in diverse aree urbane oltre il 50% della popolazione è esposta a livelli di rumore giornaliero superiori a 65 dB e circa il 58% a livelli notturni superiori a 50 dB(A) [4]. La situazione non sembra destinata affatto a migliorare, dato che il traffico automobilistico italiano, leggero e pesante, presenta un trend in continuo accrescimento. Nel 2024 circolavano in Italia 701 autovetture ogni 1000 abitanti, di cui meno dell’1% elettriche. L’inquinamento acustico “voluttuario” si riferisce a tutti quei rumori non legati ad attività produttive, industriali o di trasporto pubblico, ma derivanti da scelte individuali, svago o stili di vita che disturbano la quiete urbana. Rientrano in questo gruppo di cause tutti i fenomeni che possono essere raggruppati per semplicità con il termine “movida”, i concerti musicali e, importante soprattutto per i preadolescenti e gli adolescenti, l’ascolto di musica in cuffia. Nelle zone di movida dei centri storici, i livelli acustici possono superare i 64 dB(A) durante gli orari di apertura dei locali, ovviamente serali e notturni [4]. I concerti musicali possono raggiungere livelli di rumorosità molto elevati, che variano significativamente in base al genere musicale e alla location, chiusa o all’aperto, ma che possono attestarsi tra i 100 e i 115 dB(A), con picchi che possono superare i 120 dB(A). Per gli oratori, baby dance, villaggi turistici e contesti con minori il livello dovrebbe restare tra 70-75 dB(A), già di per sé pericoloso, ma nella pratica viene spesso superato. L’utilizzo delle cuffie per ascoltare musica, guardare film, seguire lezioni online e giocare è ormai una cosa scontata per la maggior parte dei ragazzi. Molte cuffie possono però raggiungere livelli sonori molto elevati, anche fino a 100 dB, e la durata di utilizzo da parte dei ragazzi può essere spesso eccessiva. Già nel 2015 l’OMS stimava che almeno metà dei ragazzi e dei giovani adulti (12-35 anni) in tutto il mondo fossero esposti a livelli sonori pericolosi per l’uso di mp3 e smartphone, e che circa il 40% di loro fosse esposto a suoni potenzialmente dan-
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nosi per la frequentazione di club, discoteche e bar, e da allora la situazione non sembra essere variata [5]. Uno studio di coorte effettuato in Germania che ha seguito più di 2000 adolescenti dal 2009 al 2020 ha evidenziato come più del 70% di loro abbia dei comportamenti a rischio a questo proposito, per durata e intensità di esposizione sonora [6]. Una revisione sistematica pubblicata su BMJ Global Health nel 2022 ha stimato che oltre un miliardo di giovani è a rischio di perdita uditiva a causa di abitudini di ascolto non sicure. Lo studio indica che circa un giovane su quattro è esposto a livelli di rumore pericolosi per l’utilizzo di dispositivi di ascolto personali, e quasi la metà dei giovani è esposta a livelli sonori pericolosi per la frequentazione di locali di intrattenimento [7].
Impatto sulla salute dei bambini
L’impatto del rumore e i suoi effetti sulla popolazione pediatrica sono spesso sottovalutati, nonostante i bambini rappresentino una categoria estremamente vulnerabile. Il loro sistema uditivo e cognitivo in fase di sviluppo rende l’esposizione a rumori eccessivi non solo una fonte di disturbo, ma un fattore in grado di alterare traiettorie di crescita e benessere psicofisico. Analizziamo ora nel dettaglio i diversi aspetti del neurosviluppo che possono risentire dell’esposizione cronica al rumore. Difficoltà di apprendimento e disturbi cognitivi La scuola e gli ambienti domestici sono i luoghi primari in cui i bambini sviluppano le capacità cognitive e di linguaggio. Il processo biologico e psicologico dell’apprendimento si basa sulla capacità di isolare e comprendere i segnali verbali, come la voce dell’insegnante o del genitore. Quando il rumore di fondo è troppo elevato, si verifica un fenomeno noto come “mascheramento acustico” [8], che richiede al cervello del bambino un faticoso sforzo di filtraggio e conseguente rischio di: • Compromissione della lettura e della memoria: i bambini esposti a livelli elevati di rumore presentano punteggi significativamente inferiori nei test di comprensione della lettura e di memoria a lungo termine [9]. • Difficoltà di attenzione e discriminazione fonetica: nei primi anni di vita, l’apprendimento del linguaggio si basa sulla capacità di distinguere suoni sottili (fonemi). Il rumore può “confondere” queste frequenze, portando a ritardi
nello sviluppo del linguaggio e a una cronica difficoltà nel mantenere l’attenzione focalizzata su compiti complessi. • Perdita di motivazione: il bambino che fatica costantemente a sentire e a comprendere tende a isolarsi, sperimenta un senso di frustrazione e manifesta un calo generalizzato della motivazione scolastica, un fenomeno definito “impotenza appresa” di fronte a un ambiente ostile che non può controllare [10]. Problemi comportamentali, irritabilità e stress L’esposizione cronica al rumore non si limita a interferire con le prestazioni cognitive, ma ha ripercussioni significative sul profilo emotivo e comportamentale dei bambini. Dal punto di vista neurobiologico, il rumore intenso e persistente attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, inducendo una risposta da stress con incremento dei livelli di cortisolo. Nei bambini, i cui sistemi di regolazione neuroendocrina sono ancora in fase di maturazione, questa attivazione cronica può avere effetti par-
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ticolarmente profondi e duraturi, che si traducono in alterazioni del tono dell’umore e della capacità di far fronte alle situazioni avverse. I bambini esposti a inquinamento acustico ambientale significativo presentano, rispetto ai coetanei che vivono in ambienti più silenziosi, un rischio aumentato di irritabilità, reazioni aggressive, ansia e difficoltà nella regolazione delle emozioni. Uno studio di coorte prospettica condotto nel Regno Unito, che ha seguito oltre diecimila bambini dalla nascita all’età adulta, ha dimostrato come l’esposizione precoce a rumore e a inquinamento atmosferico sia associata a un aumento statisticamente significativo del rischio di problemi di salute mentale nell’adolescenza e nella giovane età adulta, tra cui ansia, depressione e disturbi della condotta [11]. I bambini residenti in prossimità di grandi arterie stradali o aeroporti mostrano, in media, livelli di stress percepito e comportamenti esternalizzanti, quali aggressività e iperattività, superiori a quelli dei coetanei cresciuti in ambienti più “tranquilli”. La componente imprevedibile e incontrollabile del rumore ambientale è particolarmente gravosa dal punto di vista psicologico: l’impossibilità di anticipare o di evitare il disturbo sonoro genera uno stato di allarme cronico che, nel tempo, può portare a veri e propri disturbi d’ansia e a una ridotta capacità di adattamento alle sfide quotidiane. Disturbi del sonno Il periodo notturno è quello in cui i bambini sono paradossalmente più vulnerabili all’inquinamento acustico, in quanto il sonno è indispensabile per il consolidamento della memoria, la regolazione delle emozioni e lo sviluppo neurobiologico, per cui anche livelli sonori non particolarmente elevati sono in grado di frammentarlo in modo significativo. Nonostante le linee guida attuali, in moltissime aree urbane italiane i valori medi notturni per il rumore raggiungono o addirittura superano i 50 dB(A) [3]. L’esposizione a rumore notturno provoca nei bambini alterazioni dell’architettura del sonno con riduzione delle fasi di sonno profondo (slow-wave sleep) e di sonno REM, entrambe indispensabili per i processi di consolidamento mnestico e di regolazione neuroendocrina, e aumento della frequenza dei microrisvegli. Le conseguenze diurne sono: stanchezza cronica, ridotta capacità attentiva, irritabilità e peggioramento delle prestazioni scolastiche [12]. Si instaura così un circolo vizioso, in cui il bambino, che di notte dorme male, di giorno è meno capace di far fronte alle difficoltà di apprendimento già prodotte dall’esposizione diurna al rumore, in un effetto cumulativo che può diventare difficile da distinguere da un disturbo primario dell’attenzione o dell’apprendimento, col rischio di tralasciare la vera causa ambientale. Effetti sull’udito e sulla salute generale Accanto agli effetti cognitivi e comportamentali, l’esposizione prolungata al rumore ha conseguenze anche su altri apparati. Sul versante cardiovascolare, studi recenti hanno documentato nei bambini esposti cronicamente a inquinamento acustico valori medi di pressione arteriosa e di frequenza cardiaca superiori a quelli attesi per l’età, indicatori precoci di un rischio cardiovascolare che potenzialmente si proietterà nell’età adulta [13]. Il meccanismo proposto è quello della risposta da stress cronica: l’attivazione persistente del sistema nervoso autonomo simpatico, con aumento delle catecolamine circolanti, produce nel tempo effetti negativi sul sistema cardiovascolare anche in assenza di una soggettiva percezione di disagio da parte del bambino. Sul piano uditivo, l’esposizione cumulativa al rumore ambientale contribuisce, pur operando generalmente a livelli inferiori rispetto alle soglie di danno acuto, a innalzare progressivamente la soglia uditiva, sommandosi agli effetti del rumore ricreativo e concorrendo a determinare quella perdita uditiva precoce che l’OMS considera
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una delle principali emergenze di salute pubblica del prossimo decennio.
Come ridurre i rischi per la salute
Di fronte all’entità del problema, le strategie di intervento devono necessariamente muoversi su piani complementari, differenziando le misure a seconda della natura del rumore (voluttuario o ambientale) e dei soggetti coinvolti. Non esiste una soluzione unica: la complessità delle cause richiede un approccio che coinvolga famiglie, istituzioni scolastiche, enti locali e legislatori, operando contestualmente sulla prevenzione primaria, sulla modifica dei comportamenti individuali e sulla trasformazione degli ambienti di vita. Per il rumore voluttuario La prevenzione del danno uditivo da rumore ricreativo è, in primo luogo, una questione culturale. Le campagne informative rappresentano il primo strumento di intervento: comunicare in modo chiaro e accessibile le soglie di rischio, i tempi sicuri di esposizione e i segnali precoci di danno uditivo è fondamentale per consentire scelte consapevoli da parte dei giovani e delle loro famiglie. A livello normativo, per esempio, già l’Unione europea con la normativa 2023/988 ha previsto che i dispositivi audio personali siano dotati di sistemi di avviso sonoro e di limitatori automatici del volume, con un valore predefinito non superiore a 80 dB(A) [14]; tuttavia, la consapevolezza di questa norma tra i consumatori rimane ancora insufficiente e spesso l’avviso che compare sullo schermo dei dispositivi audio viene percepito come un’interruzione fastidiosa. Il ruolo dei genitori è cruciale, soprattutto per i bambini più piccoli, che non sono ancora in grado di comprendere autonomamente i rischi associati a un’esposizione sonora eccessiva. Spetta agli adulti stabilire limiti adeguati all’esposizione, sia nel controllo del volume dei dispositivi sia nella scelta delle attività di svago. In questo ambito, il pediatra di famiglia può svolgere un ruolo chiave, integrando la valutazione del comportamento uditivo dei bambini nei controlli periodici e sensibilizzando le famiglie con messaggi semplici e concreti. Anche l’educazione nelle scuole è fondamentale: programmi mirati possono insegnare ai ragazzi a monitorare il volume dei propri dispositivi, a rispettare le pause di silenzio nel corso della giornata e a adottare comportamenti acusticamente responsabili nei contesti condivisi, per esempio in classe, a mensa, negli spazi ricreativi. Per il rumore ambientale Sul fronte del rumore ambientale, diversi sono stati gli interventi legislativi adottati. L’Unione europea si è dotata della Direttiva sul rumore ambientale (END, 2002/49/CE), che impone ai Comuni con più di 100.000 abitanti e alle principali infrastrutture di trasporto la redazione di mappe acustiche e di piani di azione per la riduzione del rumore. In Italia questo obbligo è stato recepito attraverso il D.Lgs. 194/2005, che si affianca alla Legge quadro sull’inquinamento acustico (L. 447/1995) e ai successivi decreti attuativi in materia di classificazione acustica del territorio. Nella pratica, tuttavia, l’attuazione dei piani di azione rimane disomogenea e spesso insufficiente: molti Comuni non hanno ancora adottato la zonizzazione acustica obbligatoria, e le sanzioni previste per i superamenti dei limiti restano scarsamente applicate. Una revisione della direttiva europea è attualmente in corso, con l’obiettivo di allineare progressivamente i valori limite ai più restrittivi standard dell’OMS e di estendere l’obbligo di mappatura anche a insediamenti di dimensioni minori [15]. Un intervento prioritario e concretamente attuabile è la creazione di zone di protezione acustica attorno alle scuole. Alcune città europee hanno già adottato questo approccio con risultati documentati: nel Regno Unito, il programma “School
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Streets” ha portato alla chiusura temporanea al traffico delle strade adiacenti agli istituti scolastici nelle ore di ingresso e di uscita, con una riduzione misurabile del rumore ai cancelli delle scuole e dell’inquinamento atmosferico circostante. In Francia, apposite “zones scolaires” prevedono limitazioni di velocità e restrizioni al traffico nelle fasce orarie critiche [16]. In Italia, pur in assenza di una norma nazionale specifica, diversi Comuni, tra cui Milano e Roma, hanno recentemente sperimentato misure analoghe attraverso “zone 30” e aree pedonali scolastiche, con riscontri incoraggianti in termini di riduzione dell’esposizione acustica e di maggiore sicurezza stradale per i bambini. Infine, un contributo essenziale alla riduzione dell’esposizione al rumore ambientale viene dalla pianificazione urbana e dall’accessibilità di parchi e aree verdi. Siepi, filari alberati, aree boschive costituiscono una barriera acustica naturale in grado di attenuare significativamente la propagazione del rumore stradale. Inoltre, studi di psicologia ambientale hanno documentato come il contatto con la natura favorisca nei bambini il recupero dallo stress cronico, migliori i livelli di attenzione sostenuta e riduca i livelli di cortisolo salivare [17]. L’OMS raccomanda che ogni cittadino (e quindi ogni bambino) abbia accesso a uno spazio verde pubblico entro 300 metri dalla propria abitazione, standard lontano dall’essere raggiunto in molte aree urbane italiane, dove la disponibilità di verde rimane fortemente disomogenea tra centri storici e periferie, e tra Nord e Sud del Paese. Investire nella creazione e nel mantenimento di parchi accessibili, orti scolastici e corridoi verdi urbani non rappresenta dunque solo una risposta all’inquinamento acustico, ma una politica di salute pubblica con benefici multipli e duraturi per le nuove generazioni.
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annamaria.pan@gmail.com
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Genitori In Corso: kit digitale a sostegno della genitorialità Silvia Busti, Paola Colombo
Area di Psicopatologia dello Sviluppo, Istituto Scientifico IRCCS E. Medea, Bosisio Parini, Lecco
Il digitale è oggi una componente centrale della vita quotidiana e influenza profondamente lo sviluppo dell’identità personale, delle relazioni e delle dinamiche famigliari. Se da un lato offre importanti opportunità, dall’altro un utilizzo non regolato, soprattutto in età evolutiva, è associato a rischi per la salute fisica, psicologica e relazionale, tra cui disturbi del sonno, difficoltà emotive, isolamento sociale e cyberviolenza. In questo contesto, il ruolo dei genitori diventa sempre più complesso: oltre a conoscere strumenti e rischi del digitale, essi devono sviluppare competenze educative e relazionali adeguate alle nuove sfide tecnologiche. Le recenti linee guida della Società Italiana di Pediatria sottolineano l’importanza di regole condivise, supervisione adulta e collaborazione tra famiglia, scuola e pediatri. In questa prospettiva nasce il progetto “Genitori In Corso”, promosso dall’IRCCS E. Medea – Associazione La Nostra Famiglia e realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo, con l’obiettivo di sostenere le famiglie nell’educazione digitale attraverso una piattaforma online con contenuti psicoeducativi, strumenti personalizzati e supporto specialistico. I risultati ottenuti mostrano un buon coinvolgimento dei genitori e confermano l’importanza di costruire reti territoriali integrate per promuovere un uso consapevole e responsabile delle tecnologie digitali. Digital technologies are now a central component of everyday life and profoundly influence the development of personal identity, relationships, and family dynamics. While they offer significant opportunities, unregulated use – especially during childhood and adolescence – is associated with risks to physical, psychological, and relational health, including sleep disturbances, emotional difficulties, social isolation, and cyberviolence. In this context, the role of parents is becoming increasingly complex: in addition to understanding digital tools and their risks, they must develop educational and relational skills suited to new technological challenges. Recent guidelines from the Italian Society of Pediatrics emphasize the importance of shared rules, adult supervision, and collaboration among families, schools, and pediatricians. Within this framework, the project “Genitori in Corso,” promoted by IRCCS E. Medea – Associazione La Nostra Famiglia and supported by Fondazione Cariplo, was developed to support families in digital education through an online platform offering psychoeducational content, personalized tools, and specialist support. The results obtained show strong parental engagement and confirm the importance of building integrated community networks to promote a conscious and responsible use of digital technologies.
Essere genitori nell’era digitale
Il digitale è oggi così diffuso e pervasivo da influenzare in modo significativo la quotidianità di ciascuno fino ad arrivare alla
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costruzione e allo sviluppo dell’identità personale, sia nei cosiddetti nativi digitali sia nei loro genitori (Sirin et al., 2024). I dispositivi digitali di cui disponiamo offrono sicuramente molte opportunità, ma è necessario essere consapevoli di come e quanto utilizzarli per non incorrere in una serie di rischi ormai ampiamente documentati. Molti sono gli studi che evidenziano gli effetti negativi sulla salute fisica e psicologica di un utilizzo non regolato del digitale, soprattutto in età evolutiva. Come riportato dalla Società Italiana di Pediatria (SIP, 2025), la revisione sistematica della letteratura condotta dalla Commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria rileva un impatto soprattutto nelle seguenti aree: crescita ponderale e rischi cardiometabolici, sviluppo cognitivo e linguistico, sonno e ritmi circadiani, salute visiva, benessere psicologico e adattamento sociale, cyberviolenza e rischi relazionali. Alla luce di tutto questo, è di fondamentale importanza lo sviluppo, il costante aggiornamento e la messa in pratica di linee guida per i genitori affinché possano ricevere aiuto e sostegno nella prevenzione di possibili effetti nocivi sulla salute dei propri figli: le nuove raccomandazioni SIP si propongono come indicazioni aggiornate e scientificamente fondate su un’accurata analisi della letteratura scientifica. Si tratta di regole semplici, facilmente comprensibili e calibrate in base all’età del bambino, come per esempio non dare alcun dispositivo sotto i 2 anni, meno di 1 ora al giorno tra i 2 e i 5 anni, ma sempre sotto la supervisione dell’adulto; viene raccomandato di evitare l’accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni. Nel documento, vengono proposti anche dei “family plan digitali”, cioè regole condivise all’interno della famiglia in collaborazione con il pediatra proprio a partire dalle indicazioni sopra citate, per garantire un approccio al digitale regolato e chiaro. In questa direzione si muove anche l’idea dei “patti digitali” tra genitori o tra genitori e scuole, intesi come condivisione di medesime regole e abitudini tra più contesti, in modo che il bambino/adolescente non si senta solo ed escluso percependo la regola come limitazione, ma come opportunità per fare altro insieme ai suoi pari (www.pattidigitali.it). È sempre più evidente quanto sia fondamentale la collaborazione con i pediatri e con la scuola per garantire un’educazione al digitale a trecentosessanta gradi. Tra le iniziative di successo già in corso vi è anche Custodi digitali (www.custodidigitali.it), progetto di educazione digitale rivolto alle famiglie, finalizzato a promuovere un uso sano e consapevole degli schermi da parte dei bambini fin dai primi anni di vita, con la partecipazione attiva dei pediatri di famiglia. Affinché tutto questo sia efficace, è fondamentale che i genitori si propongano come modelli positivi nell’utilizzo del digitale. Diventa chiaro come ai genitori sia richiesto un compito articolato: acquisire familiarità con gli strumenti digitali e il loro utilizzo, comprendere l’impatto che essi esercitano sulla propria identità e su quella dei figli, e ridefinire il proprio ruolo genitoriale alla luce di innovazioni tecnologiche in costante evoluzione. A ciò si aggiunge la crescente necessità di accogliere, comprendere e modulare le esperienze emotive e comportamentali dei figli, sempre più spesso caratterizzate da difficoltà nella regolazione emotiva, anche in relazione agli effetti negativi di un utilizzo poco consapevole del digitale, quali aumento di ansia e stress, calo del tono dell’umore, disturbi del sonno, difficoltà relazionali e tendenza all’isolamento (Metwally et al., 2025). Un utilizzo problematico del digitale in età evolutiva può avere ancora maggior impatto nella popolazione clinica: in particolare nei disturbi del neurosviluppo, tra cui Disturbo dello Spettro Autistico e Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, la fragilità emotiva e psicologica può amplificare gli effetti negativi del digitale (Werling et al., 2022; Muris et al., 2025; Fabio et al., 2026). Per questo è fondamentale formare
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sui temi legati al digitale i professionisti che lavorano con le famiglie di questi bambini, così come informare adeguatamente i genitori. Risulta quindi evidente come sostenere, proteggere e educare i bambini e gli adolescenti a un uso consapevole e responsabile delle tecnologie digitali rappresenti oggi una funzione centrale della genitorialità in tutte le sue forme. Per svolgere efficacemente questo compito è necessario che i genitori conoscano il mondo digitale, le sue opportunità e i suoi rischi, integrando tale consapevolezza nel proprio stile educativo e relazionale (Laczi & Póser, 2025). Se i genitori sono consapevoli dei rischi che un utilizzo disregolato da parte loro porta nella relazione con i propri figli, possono essere più attenti a evitare fenomeni come phubbing (ignorare l’altro perché assorbiti dallo smartphone) e technoference (più in generale l’interferenza delle tecnologie nelle relazioni) (Coyne et al., 2025). La letteratura scientifica sta ponendo sempre più attenzione sull’impatto dello stile e della mediazione genitoriale rispetto all’utilizzo del digitale dei propri figli, evidenziando limiti e vantaggi dei diversi tipi di mediazione genitoriale (Nielsen et al., 2019; Fam et al., 2023; Flaibam Giovanelli et al., 2025; Pyne et al., 2025). In questo scenario nasce l’idea di un progetto a sostegno della genitorialità, con l’obiettivo di educare al digitale mantenendo al contempo uno sguardo di cura alla relazione genitore-figlio.
L’esperienza Innovawelfare: il progetto Genitori In Corso
Il progetto “Genitori In Corso” è stato realizzato dal team SmartLab dell’IRCCS E. Medea – Associazione La Nostra Famiglia con il contributo di Fondazione CARIPLO e la partnership dei Consultori di Fondazione Don Silvano Caccia (che opera nei territori di Erba, Cantù, Lecco e Merate), nel periodo tra maggio 2024 e settembre 2025. L’obiettivo del progetto è stato promuovere la consapevolezza all’educazione digitale, che ha visto la progettazione e rea
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lizzazione di una piattaforma informatizzata (www.genito�rincorso.it) grazie alla quale i genitori hanno potuto interagi�re con contenuti digitali interattivi che li hanno guidati nella comprensione della relazione con i propri figli, con un focus specifico sull’interazione con il digitale e sulle dinamiche emotive implicate. Il progetto si è rivolto alla popolazione di genitori di bambini e ragazzi tra gli 0 e i 14 anni ed è stato diffuso sul territorio e nelle scuole grazie ai consultori di Fondazione don Caccia. Nel periodo marzo-settembre 2025 si sono registrati sulla piattaforma 508 genitori; tra questi, 40 (7,9%) hanno richiesto il contatto diretto con lo specialista. Dai feedback raccolti con un questionario di gradimento, è stato rilevato un riscontro positivo da parte degli utenti, che riferiscono un livello medio-alto di piacevolezza e utilità del servizio percepita.
La piattaforma Genitori in corso
La piattaforma approfondisce tre tematiche fortemente interconnesse tra loro: la regolazione emotiva, l’approccio al digitale, l’esperienza di genitorialità. Il percorso è strutturato su livelli crescenti di interattività, offre uno spazio di fruizione asincrona e la possibilità di un’interazione sincrona con uno specialista. I tre step revisti dal percorso di sostegno sono: • Per conoscere. Fruizione asincrona di una raccolta di materiali psicoeducativi interattivi su emozioni e digitale, per informare i genitori e stimolare la loro curiosità nell’approfondire tematiche centrali nella relazione con i figli (alcuni esempio in Figura 1). • Per comprendere. Prevede la narrazione di episodi di vita quotidiana che vengono raccontati attraverso un cambio di prospettiva: dando voce ai diversi protagonisti dell’episodio, cambia l’angolazione e il punto di vista, con l’obiettivo di aiutare il genitore a spostarsi dalla lettura del comportamento a una riflessione sul funzionamento emotivo e sui
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bisogni dei figli. Le diverse storie sono fruibili in modalità asincrona (alcuni esempio in Figura 2). • Per costruire. Offre la possibilità di un’interazione sincrona online con un terapeuta, in un setting aumentato in cui lo spazio digitale della stanza di terapia è sempre disponibile per il genitore, per svolgere homework (ABC) e tenere traccia di difficoltà e progressi attraverso una lavagna digitale condivisa con il clinico (diario) (alcuni esempio in Figura 3). Inoltre, la piattaforma offre un Kit per riflettere: alcune semplici domande che aiutano il genitore a riflettere sull’esperienza genitoriale in generale e sulle strategie messe in atto per regolare l’uso del digitale con i propri figli. Il Kit per riflettere è pensato come occasione per aiutare il genitore a fermarsi e a portare maggiore consapevolezza su sé stesso. Le domande offrono anche un termometro immediato per misurare il livello di difficoltà e benessere percepito, e sulla base delle risposte il sistema suggerisce i contenuti più indicati per rispondere in modo personalizzato alle fragilità rilevate: in questo modo la piattaforma si adatta silenziosamente ai bisogni del genitore, proponendosi come spazio digitale affidabile e sicuro, e non come mero strumento tecnologico (alcuni esempio in Figura 4). Attualmente, grazie al sostegno dell’IRCCS E. Medea, la piattaforma è disponibile online in modo gratuito.
Attraverso l’integrazione pionieristica tra risorse asincrone, supporto clinico e monitoraggio della User Experience, il progetto traccia una nuova rotta per la prevenzione, confermando che la sfida dell’educazione digitale si vince co-costruendo reti comunitarie capaci di proteggere e sostenere il valore fondamentale della relazione genitore-figlio sia dentro sia fuori dagli schermi. Siamo convinte che solo abitando il digitale con consapevolezza scientifica ed empatia relazionale potremo trasformare le complessità della tecnologia in concrete opportunità di benessere e crescita per le famiglie di oggi e di domani.
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Monitoraggio della User Experience
Per garantire un monitoraggio scientifico della User Experience (UX), è stata realizzata una dashboard interattiva avanzata. Questo strumento consente al team multidisciplinare (psicologi, psicoterapeuti ed esperti digitali) di analizzare in tempo reale i pattern di comportamento degli utenti, distinguendo i dati relativi all’esperienza d’uso della piattaforma generale (Metriche di Sistema) da quelli strettamente legati alla fruizione asincrona dei singoli pacchetti psicoeducativi (Metriche di Contenuto).
Sviluppi futuri: potenziare la rete dentro e fuori il digitale
La piattaforma Genitori In Corso è stata realizzata grazie al progetto InnovaWelfare. Sulla base dell’esperienza maturata, si sta dimostrando una risposta promettente al diffuso bisogno di sostegno alla genitorialità, con particolare attenzione alle sfide educative legate al digitale. L’innovazione nei processi di welfare famigliare deve muoversi verso una personalizzazione capace di rimodulare l’offerta psicoeducativa in tempo reale sulla base del carico emotivo rilevato nei genitori durante le interazioni nei processi di cura. Per questo, per valorizzare il potenziale di questa importante esperienza, crediamo sia fondamentale rafforzare la rete di collaborazioni, coinvolgendo in primo luogo i pediatri di famiglia, spesso primi interlocutori dei genitori e precoci intercettatori dei loro bisogni. Inoltre, è auspicabile potenziare l’interazione e le sinergie con gli enti del Terzo Settore e con i soggetti che operano nel welfare, per favorire la diffusione di interventi accessibili, coordinati e sostenibili, capaci di rispondere in modo efficace ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie.
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Coyne SM, Rogers AA, Swit C, Siddoway C, et al. Stressed out and on screens: Associations between parent stress, child stress, and problematic media use during early-to-middle childhood. J Appl Dev Psychol. 2025;101:101884. Fabio RA, Picciotto G. The relationship between social media use and adolescent inattention and impulsivity: A systematic review. Res Dev Disabil. 2026 Feb:169:105237. Fam JY, Männikkö N, Juhari R, Kääriäinen M. Is parental mediation negatively associated with problematic media use among children and adolescents? A systematic review and meta-analysis. Can. J Behav Sci. 2023;55:89-99. Flaibam Giovanelli J, Soares da Silva L, Abadio de Oliveira W, et al. Parental mediation in the use of screens by children and adolescents: a systematic literature review. Cienc psicol. 2025;19:e-4130. Laczi S A, Póser V. Digital parenthood: manipulated reality-the impact of social media algorithms on young people’s worldview. In 2025 IEEE 23rd World Symposium on Applied Machine Intelligence and Informatics (SAMI). IEEE, 2025:153-158. Metwally D, Bakari H, Manzoor A. Social and psychological costs of problematic use of social media: users and gratification perspective. Cogent Psychology. 2025;12. Muris P, Otgaar H, Donkers F, et al. Caught in the Web of the Net? Part I: Meta-analyses of Problematic Internet Use and Social Media Use in (Young) People with Autism Spectrum Disorder. Clin Child Fam Psychol Rev. 2025 Jun;28(2):392-413. Nielsen P, Favez N, Liddle H, Rigter H. Linking parental mediation practices to adolescents’ problematic online screen use: A systematic literature review. J Behav Addict. 2019 Dec 1;8(4):649-663. Pyne B, Asmara O, Morawska A. The Impact of Modifiable Parenting Factors on the Screen Use of Children Five Years or Younger: A Systematic Review. Clin Child Fam Psychol Rev. 2025 Jun;28(2):458-490. Sirin SR, Brauer SZ, Tugberk RC. Reframing Adolescent Identity: A Global Perspective for the Digital Age. In Annual Review of Devel�opmental Psychology. 2024;6. Società Italiana di Pediatria (2025). Il bambino digitale. Pediatria, 2025;15,11-12. Werling AM, Kuzhippallil S, Emery S, et al. Problematic use of digital media in children and adolescents with a diagnosis of attention-deficit/hyperactivity disorder compared to controls. A meta-analysis. J Behav Addict. 2022 May 13;11(2):305-325.
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www.custodidigitali.it www.genitorincorso.it www.pattidigitali.it
silvia.busti@lanostrafamiglia.it
IL PEDIATRA E LE SFIDE EDUCATIVE
La narrazione familiare La descrizione del mondo e il racconto autobiografico come infrastruttura preventiva precoce Elena Ravazzolo Pedagogista, Padova
Nota introduttiva
Questo contributo unisce la revisione scientifica sulla Medicina Narrativa e la salute neuroevolutiva con i dati qualitativi di una decennale pratica pedagogica. Attraverso l’epistemologia della pratica di Donald Schön [11], l’esperienza dell’autrice diventa il fulcro di una riflessione sistematica che formalizza il sapere tacito della clinica quotidiana. L’obiettivo è validare la narrazione famigliare come un dispositivo pedagogico preventivo, oltre che come strumento spontaneo.
1. Accogliere il disagio oltre il sintomo: la complessità dell’ambulatorio pediatrico
L’ambulatorio del pediatra non è solo un luogo di cura medica, ma un presidio relazionale in cui i genitori possono confidare le proprie fatiche educative [1]. Spesso i dubbi emergono solo quando il disagio (come ansia, scoppi di rabbia o difficoltà relazionali o scolastiche) è ormai un’urgenza e si cercano risposte immediate; la clinica invita però ad andare oltre il dato biologico (disease) per accogliere il modo in cui la famiglia vive la sofferenza (illness) [1,2]. Promuovere il benessere nell’infanzia significa valorizzare risorse relazionali precoci, utili a sviluppare strumenti flessibili per le sfide evolutive [4]. In questo contesto, lo scambio narrativo in famiglia rappresenta una modalità primaria per organizzare e dare senso all’esperienza vissuta, ponendo le basi per un’educazione che si fa orizzonte etico della cura [4,5].
2. Il valore del racconto: l’integrazione tra fiaba e vissuto autobiografico famigliare
Nella pratica educativa è fondamentale valorizzare le diverse forme di narrazione senza creare gerarchie. Da un lato, la lettura di fiabe e libri illustrati è una risorsa insostituibile per lo sviluppo cognitivo, l’alfabetizzazione e la comprensione delle emozioni attraverso archetipi strutturati [5]. Dall’altro, la narrazione autobiografica del genitore agisce in modo complementare, operando sulla memoria affettiva e sulla co-costruzione di significati tra le generazioni [3]. Attraverso il racconto spontaneo del proprio vissuto, l’adulto non impartisce una lezione di morale calata dall’alto, ma offre un modello flessibile di lettura del mondo e di risoluzione dei problemi [7]. Di fronte a insuccessi scolastici, delusioni sportive o fatiche relazionali, il bambino comprende così che la realtà non è un campo aperto alle soluzioni, scoprendo nuove possibilità di scelta e adattamento [3]. L’efficacia dell’aneddoto risiede nella sua natura non direttiva: quando il genitore racconta un ricordo, attiva un ascolto empatico profondo. Il bambino non si sente giudicato, ma sperimenta una vicinanza intima che mitiga la solitudine evolutiva e offre strategie adattive concrete, saldando il legame affettivo.
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3. Narrazione e promozione della resilienza: la costruzione del benessere emotivo
In ambito pedagogico, l’abitudine al racconto famigliare funziona come un fattore di protezione: ascoltando regolarmente come i genitori abbiano superato paure o fallimenti, il bambino può interiorizzare mappe mentali e relazionali preziose per orientarsi in situazioni analoghe [1,7]. Intervenire precocemente attraverso la condivisione emotiva è significativamente più efficace rispetto all’inseguimento tardivo delle emergenze comportamentali. Più questo bagaglio di storie è accessibile, minori potranno essere i rischi che i ragazzi sviluppino forme di chiusura o di isolamento durante l’adolescenza; i racconti condivisi possono aiutare infatti a dare un senso coerente anche agli eventi dolorosi, integrandoli nella propria storia personale [3]. La costruzione della resilienza non è automatica, ma richiede sintonizzazione affettiva costante. L’esposizione a narrazioni in cui la vulnerabilità viene accolta permette di sviluppare un senso di coerenza interna che va costruendosi nel tempo. Questo archivio narrativo funge da ammortizzatore emotivo contro il senso di inadeguatezza tipico dalla preadolescenza.
4. I presupposti neuroscientifici e psicologici della comunicazione interpersonale
L’idea che lo scambio di storie eserciti un impatto positivo sullo sviluppo infantile trova riscontri negli studi neuroscientifici, a patto di evitarne generalizzazioni improprie. Ricerche ospedaliere su piccoli pazienti sottoposti a forte stress transitorio evidenziano come l’ascolto di racconti moduli i parametri vitali, regolarizzando la frequenza respiratoria [8]. Studi di laboratorio indicano inoltre che il coinvolgimento verso strutture narrative complesse è correlato al rilascio di cortisolo e ossitocina, utili a sostenere l’attenzione e il legame [9]. Nel contesto domestico, tuttavia, l’impatto di un aneddoto spontaneo non va ricercato in reazioni biochimiche istantanee, che richiedono contesti artificiali [3,9] pur essendo presenti. La narrazione famigliare agisce anche e soprattutto su tempi lunghi e tramite dinamiche cumulative: depositando una traccia affettiva stabile, offre al bambino la cornice di sicurezza necessaria per sostenere la crescita [3,7]. Non occorre dunque forzare i dati di laboratorio per legittimare il racconto quotidiano: la sua forza risiede nella ripetizione e nella stabilità della presenza della voce genitoriale.
5. Oltre il mito della perfezione genitoriale: normalizzare l’errore e la vulnerabilità
In un’ottica multiprofessionale, gli specialisti dell’infanzia possono incoraggiare i genitori a usare i ricordi personali per affrontare la crescita [1,6]. Nella consulenza pedagogica si osserva l’impatto di una narrazione autobiografica autentica e priva di giudizio. In ambito sportivo, condividere vecchie sconfitte disinnesca l’ansia da prestazione [1]. Raccontare i propri passati errori scolastici normalizza lo sbaglio: l’errore cessa di essere un fallimento identitario per diventare parte dell’apprendimento [1,10]. Questo stile di condivisione sostiene e previene le fatiche, guidando il bambino verso la resilienza [1,10]. Infine, condividere le proprie difficoltà quotidiane offre ai figli le parole per riconoscere gli stati d’animo propri e dell’adulto, riducendo i casi in cui il vissuto emotivo viene somatizzato in mal di pancia o scoppi di rabbia [1]. L’azione congiunta dei professionisti nel promuovere la pratica della narrazione preventiva libera i genitori dal mito della perfezione [1,6]: l’autorevolezza risiede nell’autenticità di un adulto capace di raccontarsi [1,5].
6. Accompagnare l’esplorazione e l’autonomia: la comunicazione prima dell’azione
Educare “a posteriori” bloccando il bambino solo dopo un’azione da correggere è un intervento tardivo e frustrante.
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Sfruttando la naturale propensione dei bambini all’imitazione, l’adulto dovrebbe guidare prima, anziché limitarsi a proibire poi. Fin dall’infanzia, la descrizione verbale della realtà da parte dei genitori può favorire la decodifica del mondo e lo sviluppo cognitivo [1,6,10]. L’osservazione qualitativa nell’ambito delle consulenze pedagogiche indica che quando l’ambiente è illustrato con tempi corretti, il bambino interiorizza un modello che faciliterà la gestione pratica delle situazioni [1]. Tale scambio non dev’essere un flusso verbale asfittico, ma un accompagnamento dei centri di interesse del bambino, salvaguardandone i tempi di esplorazione autonoma e di silenzio assolutamente funzionali alla crescita [1]. Attraverso la descrizione costante, l’adulto stabilizza l’osservazione di regole semplici della vita sociale (es. salutare prima di entrare) [1,6]. Il ripetere le cose prima ancora che sia necessario permette al bambino di applicarle con naturalezza nel momento del bisogno [1]. Sfruttare i momenti condivisi rivela un enorme potenziale sul lungo periodo [1,7]. Nei nove/dieci anni dell’infanzia, i genitori trasmettono un intero repertorio di comportamenti semplicemente descrivendo il mondo e raccontando di sé, senza pretese moralistiche [1,3]. Nonostante l’assenza di studi clinici controllati, i dati empirici qualitativi mostrano una chiara differenziazione nei comportamenti a lungo termine. La distanza tra un bambino che ha ricevuto questo tipo di narrazione costante e uno che ne è rimasto privo si manifesta in modo evidente dai 6 anni in poi. Un bambino o un ragazzo che ha “ascoltato molto” e vissuto immerso nei racconti biografici dei genitori si ritrova con un immenso patrimonio di storie e scenari da cui attingere per scegliere come comportarsi. Al contrario, il coetaneo che non ha beneficiato di questa risorsa tenderà più frequentemente a muoversi e reagire d’istinto. Sebbene non vi sia la certezza matematica che il primo compia sempre e comunque la scelta corretta, poiché in adolescenza si innestano i complessi meccanismi di ribellione d’età e l’influenza fortissima del gruppo dei pari, la presenza di questo “archivio narrativo” famigliare rende tale scelta significativamente più probabile. Si tratta di un patrimonio relazionale che si può e si deve tentare di edificare fin dai primi anni, utilizzando la descrizione del mondo e la narrazione autobiografica [1,3,10].
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8. La centralità del legame di cura e l’alleanza terapeutica
La crescita di un bambino rifiuta l’applicazione meccanica di protocolli standardizzati o linee guida rigide [4]. I significati si co-costruiscono nel contesto specifico di ogni nucleo, nel rispetto dei tempi di ciascuno [4]. L’attenzione alla dimensione comunicativa contribuisce a colmare la distanza terminologica che separa il linguaggio tecnico della medicina dall’esperienza reale delle famiglie [2]. Onorare la dimensione narrativa, secondo il modello di Rita Charon, favorisce un’alleanza terapeutica solida e personalizzata, trasformando le crisi evolutive in opportunità di crescita [2,3]. La salute globale del minore dipende dal clima comunicativo in cui cresce [2,4]. Sostenere un dialogo aperto rappresenta una componente essenziale della salute pubblica, poiché forma individui capaci di muoversi con consapevolezza e senso critico. Coniugare la precisione clinica con la sensibilità pedagogica della narrazione costituisce una scelta etica fondamentale per offrire alle nuove generazioni gli strumenti necessari a orientarsi nel domani [2,6].
Bibliografia
1. Quadrino S, Madrigal A. Vita da genitori, vita da bambini. Uppa Edizioni, 2025.
2. Charon R. Medicina Narrativa. Onorare le storie dei pazienti. Raffaello Cortina Editore, 2019.
3. Alastra V. Narrazioni che disegnano mondi. Vivere la complessità, fare la differenza. Pensa MultiMedia, 2019.
4. Gangemi M, Zanetto F, Elli P. Narrazione e prove di efficacia in pediatria. Il Pensiero Scientifico Editore, 2006.
5. Calore A. Pedagogia narrativa: i benefici della narrazione nell’infanzia. IGEA CPS, 2020.
6. Bert G, Quadrino S. La qualità della comunicazione in pediatria. Istituto CHANGE/SIPPS, 2008.
7. Quadrino S. Narrazione comunicazione counseling negli interventi di cura. Istituto CHANGE, 2025.
8. Bhasara KR, Mahalakshmi B, Siva Subramanian N. Effect of storytelling on reducing procedural distress among pediatric patients. Bioinformation. 2025 Oct 31;21(10):3522-3526. 9. Brockington G, Gomes Moreira AP, Stephani Buso M, et al. Storytelling increases oxytocin and decreases cortisol and pain in hospitalized children. Proc Natl Acad Sci USA. 2021 Jun 1;118(22):e2018409118. 10. Ravazzolo E. Quando imparare è difficile. Uppa Edizioni, 2025. 11. Schön DA. Il professionista riflessivo. Dedalo, 1993.
7. L’alleanza interprofessionale con il pediatra di famiglia nella promozione della salute relazionale
La spendibilità di un approccio narrativo in ambito pediatrico risiede nella sua sostenibilità e nella capacità di ottimizzare i tempi della consultazione clinica, senza sovrapporre il ruolo del medico a quello dello specialista pedagogico o psicologico. In questa prospettiva, il pediatra di famiglia agisce come un osservatore strategico, in grado di intercettare precocemente i segnali di disagio relazionale e orientare la famiglia verso la rete dei servizi del territorio [4,6]. All’interno della visita di controllo, tale sinergia si realizza attraverso micro-interventi agili a forte impatto preventivo. Il primo consiste nella validazione delle competenze genitoriali, un atto comunicativo volto a legittimare le fatiche educative, promuovendo il dialogo come fattore di protezione per la salute neuroevolutiva [6,7]. A ciò si affianca l’impiego di supporti informativi mirati (foglietti o brevi guide), concepiti per attivare un nucleo di riflessione a domicilio. Questo strumento focalizza il sostegno alla genitorialità su tre direttrici: la lealtà nel fornire in anticipo gli elementi per decodificare il mondo; l’empatia nel guidare l’esplorazione attraverso la parola; l’onestà nell’utilizzare termini chiari per nominare la realtà e le emozioni [10]. L’integrazione di questi dispositivi permette di affiancare alla cura biologica la tutela del legame affettivo, valorizzando la pediatria moderna in una feconda convergenza con le scienze dell’educazione [2,6].
ravaz.elena@gmail.com
EPIQUADERNI
Dalla rivista Epidemiologia & Prevenzione, un invito alla lettura per i pediatri ACP Numero 3-2026 Giacomo Toffol
Continua su questo numero di Quaderni acp la segnalazione degli highlight dell’ultimo numero della rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia Epidemiologia & Prevenzione, frutto di un accordo tra l’Associazione Italiana di Epidemiologia e l’ACP che prevede uno scambio di segnalazioni per evidenziare e promuovere reciprocamente i temi di maggior interesse delle due riviste. Abbiamo letto per voi il numero 3 del 2026, ricco di spunti di sicuro interesse per i nostri lettori. Un editoriale di Benedetta Armocida, Beatrice Formenti, Flavia Bustreo e un articolo di commento di Antonella Camposeragna sono dedicati al problema della violenza fisica e/o sessuale da partner intimo contro le donne (intimate partner violence, IPV) e in particolare al divario tra il numero di donne che subiscono IPV e quelle i cui bisogni vengono effettivamente intercettati dai sistemi pubblici. La violenza contro le donne rappresenta un problema di salute pubblica per la sua elevata prevalenza, per l’impatto sulla salute fisica, mentale, sessuale e riproduttiva delle vittime, e, come ben sappiamo, per le conseguenze intergenerazionali sui figli. Varie sono le cause che mantengono elevata la discrepanza tra violenze subite e intercettate, soprattutto nel caso della violenza psicologica, che per la maggior parte rimane invisibile ai sistemi di protezione e assistenza. Tra le azioni efficaci per migliorare questa situazione, sostengono gli autori, va considerato un rafforzamento dei protocolli standardizzati di screening nei pronto soccorso, ma anche nei consultori, nei servizi per la salute mentale, negli studi dei medici di medicina generale e, aggiungiamo noi, in quelli dei pediatri di famiglia. Un position paper dal titolo Il ruolo dell’epidemiologia per la salute delle città, firmato dal direttivo dell’AIE, ribadisce come l’epidemiologia possa essere un utile sostegno per le amministrazioni locali impegnate in interventi di pianificazione urbana e mobilità sostenibile. Lo segnaliamo in quanto ribadisce l’importanza degli interventi di pianificazione urbana nella promozione della salute. Un articolo di Mariachiara Tallacchini è dedicato al convegno che si è svolto il 28 maggio scorso a Roma nel quale è stata presentata la Carta di Roma 2026, una dichiarazione di principi sulle cure palliative pediatriche scritta per spiegare ancora una volta come esse siano un diritto e come questo diritto dovrebbe essere garantito a tutti i minori e non solo a quei pochi che hanno la fortuna di nascere e vivere in alcune aree del nostro Paese. Secondo Franca Benini, che dirige fin dai suoi inizi l’hospice pediatrico di Padova, il primo aperto in Italia nel 2007, oggi solo il 26% di chi avrebbe diritto a queste cure le riceve effettivamente, a fronte di un bisogno che cresce al ritmo del 5% ogni anno. Non si tratta solo di malati terminali, come erroneamente molti possono essere spinti a pensare, ma mol-
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to spesso di pazienti con patologie rare e complesse, in molti casi inguaribili e tendenti a cronicizzare, che accompagnano tutta la vita di bambini che possono diventare adolescenti e poi giovani adulti. La difficile situazione delle cure palliative, pediatriche e non, è ribadita anche dall’articolo di Carlo Peruselli, che commenta criticamente “i dati che mancano” anche solo per la corretta definizione dei bisogni di cure palliative. I 10 principi fondamentali che vengono a costituire la Carta di Roma e che sono riportati integralmente in questo numero possono essere un utile ripasso per tutti i nostri lettori. Di particolare interesse, soprattutto per coloro che per motivi anagrafici non hanno una conoscenza adeguata di questi eventi, è l’articolo di Luigi Bisanti e Dario Consonni Seveso, 19762026. Un crimine di pace dedicato all’incidente industriale di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. L’articolo, prima di riassumere sinteticamente i principali studi svolti sugli effetti a breve e a lungo termine della contaminazione ambientale da diossina causata dall’incidente, ne descrive sinteticamente le cause e le fasi principali, mettendo in evidenza le responsabilità dell’industria chimica ICMESA, proprietaria della fabbrica collocata in Brianza, a nord di Milano, in un’area densamente popolata. L’ICMESA produceva numerosi composti chimici, tra i quali il 2,3,5-triclorofenolo (TCP), prodotto di sintesi intermedio per la produzione di fungicidi, battericidi, disinfettanti e diserbanti, e l’acido 2,4,5-triclorofenossiacetico (2,4,5-T), uno dei due componenti del famigerato Agent Orange, defoliante utilizzato dall’esercito degli Stati Uniti nel corso della guerra del Vietnam (1960-1975). La sintesi di queste due sostanze avviene in reattori in cui si genera un’elevata temperatura che causa la produzione indesiderata ma inevitabile di un contaminante: la diossina (2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-para-diossina, TCDD). Questo contaminante è estremamente stabile ed è classificato al primo posto tra le sostanze tossiche di origine sintetica. Fu proprio questa la sostanza che, a seguito dell’incidente avvenuto il 10 luglio 1976, si disperse in aria in quantità estremamente elevata, con una dispersione al suolo stimata in circa 34 kg. A causa della reticenza della proprietà e delle poche conoscenze relative a questo tipo di incidenti solo dopo due settimane le famiglie residenti a Seveso e Meda, nell’area maggiormente contaminata, furono evacuate. Tra i principali esiti di salute determinati da questo incidente gli autori segnalano l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico e dei tumori della mammella, e nei figli dei genitori contaminati, l’alterazione del rapporto maschi-femmine e l’aumento dei nati con elevati livelli di TSH. Questo disastro è stato reso possibile dalla concorrenza di più fattori negativi: il prevalere del profitto sulla sicurezza, l’indisponibilità di informazioni scientifiche rilevanti, l’assenza di regolamentazioni vincolanti per la sicurezza nella produzione di sostanze pericolose. L’incidente ha contribuito a innescare un processo culturale e sociale, prima ancora che normativo, volto a cercare l’equilibrio necessario tra sviluppo, salute e ambiente. Un obiettivo ambizioso non ancora raggiunto. Numerosi altri contributi arricchiscono questi numeri, integralmente leggibili per gli abbonati dal sito https://epiprev.it/ (abbonamento scontato per i soci ACP) Vi auguriamo una buona lettura!
gitoffol@gmail.com
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Info Rubrica a cura di Sergio Conti Nibali Città a misura di bambine e bambini
Questa guida (Guide to creating urban public SPACES for children), pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con UNICEF e UN-Habitat, offre strategie per progettare spazi pubblici urbani a misura di bambino. Il documento sottolinea l’importanza di creare ambienti inclusivi, sicuri e resilienti, specialmente in contesti segnati da urbanizzazione rapida, crisi climatiche o povertà. Attraverso numerosi esempi globali, vengono illustrati progetti di riqualificazione che trasformano aree degradate o sottoutilizzate in zone dedicate al gioco e alla socialità. Il testo promuove un approccio partecipativo, coinvolgendo direttamente i minori e le comunità locali nella pianificazione di parchi, strade e aree ricreative. L’obiettivo finale è garantire il benessere fisico e mentale dei più giovani, tutelando il loro diritto fondamentale al movimento e all’esplorazione urbana. Vediamola in dettaglio.
La città a misura di bambino: 5 lezioni rivoluzionarie per trasformare il nostro futuro urbano
In una metropoli moderna, l’orizzonte di un bambino è spesso un perimetro di cemento. Mentre le torri di vetro salgono verso il cielo, il mondo fisico dell’infanzia si contrae, ridotto al sedile posteriore di un’auto o a un appartamento sigillato contro il rumore del traffico. È il paradosso della crescita urbana: più le città si espandono, più scompare lo spazio vitale per chi le erediterà. Secondo i dati della World Health Organization (WHO), solo il 44% dei residenti urbani a livello globale vive vicino a uno spazio pubblico aperto, una cifra che crolla al 30% nei Paesi a basso e medio reddito. In città come Maiduguri, in Nigeria, solo il 2% della popolazione ha accesso a spazi verdi, contro il 93% di Odense, in Danimarca. Ripensare l’urbanistica non è un esercizio tecnico, ma un atto di empatia e giustizia sociale. Progettare per i bambini significa curare la città stessa. Ecco le cinque lezioni fondamentali per una rivoluzione urbana necessaria. Lezione 1: il “test del bambino” come termometro della salute urbana Una città che funziona per un bambino di otto anni e per un anziano di ottanta è una città che funziona per tutti. La presenza di bambini negli spazi pubblici non è un dettaglio estetico, ma il “termometro” della vivibilità di un ecosistema. Se un bambino può abitare la strada in sicurezza, quella strada è sana; se scompare, significa che il tessuto sociale è degradato o dominato dal traffico. Il gioco non è un lusso, ma un pilastro dello sviluppo neurobiologico e della resilienza allo stress. Come ricorda il quadro normativo internazionale: “L’Articolo 31 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia sancisce il diritto del fanciullo al riposo e allo svago, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età”. Quando i decisori politici smettono di vedere i bambini come “utenti futuri” e iniziano a considerarli cittadini attuali, la pianificazione si sposta dai flussi di traffico alla creazione di luoghi di apprendimento e socialità diffusa. Lezione 2: l’incanto dell’inaspettato e il valore degli “spazi liminali” L’urbanistica tradizionale confina i bambini in recinti colorati chiamati parchi giochi. Tuttavia, i bambini spesso preferisco-
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no gli “spazi liminali”: quei luoghi di transizione, marginali o “dimenticati” che non hanno una funzione fissa. Vicoli, pianerottoli, aree di risulta o piccoli lembi di vegetazione spontanea tra gli edifici diventano “posti segreti” dove l’accidentalità del design stimola la creatività e l’indipendenza. Per nutrire questa geografia dell’incanto, dobbiamo intervenire su tre scale: • scala abitativa (domestica): Valorizzare i cortili comuni, i tetti e i corridoi. Per i più piccoli e per chi ha disabilità, il “gioco sulla porta di casa” è la prima forma di autonomia; • scala di quartiere: trasformare le strade residenziali e i cortili scolastici in reti interconnesse. Le scuole, spesso i più grandi asset comunitari, devono aprirsi al quartiere oltre l’orario scolastico per diventare hub di socialità; • scala cittadina: proteggere i grandi parchi, i lungomare e le piazze civiche dalla privatizzazione e dalla sorveglianza eccessiva (quasi-public spaces) che spesso escludono gli adolescenti. Lezione 3: la rivoluzione dei 30 km/h e l’autonomia del movimento La sicurezza stradale è il presupposto della libertà. La motorizzazione selvaggia ha trasformato le strade in barriere, ma la Dichiarazione di Stoccolma traccia una rotta chiara: il limite di 30 km/h non è solo una norma di sicurezza, è un generatore di vita pubblica. A Bogotá, l’implementazione di infrastrutture a 30 km/h in oltre 2000 zone scolastiche ha restituito la strada ai pedoni. A Pune, in India, il “Complete Streets Program” (parte della National Smart Cities Mission) sta trasformando 150 km di vie in spazi dove il verde e le aree di sosta convivono con il traffico lento. Il successo è misurabile: nel progetto pilota di Zümrütevler (Istanbul), la trasformazione di un incrocio pericoloso in una piazza child-friendly ha portato a un incremento del 43% dei bambini che camminano da soli, con l’89% degli utenti che utilizza correttamente le zone protette. Lezione 4: giustizia spaziale: il verde dove c’è solo cemento Circa mezzo miliardo di bambini vive oggi in insediamenti informali o slum. In questi contesti, lo spazio pubblico non è un optional estetico, ma una dotazione per la sopravvivenza climatica. In case sovraffollate e prive di ventilazione, i parchi e le strade sono gli unici luoghi dove trovare refrigerio e aria respirabile, proteggendo i più piccoli dalle isole di calore. Sfide nei contesti informali
Soluzioni di design suggerite
Densità estrema e mancanza di suolo
Parchi tascabili (pocket parks): recupero di lotti vacanti, aree tra le abitazioni o trasformazione di discariche abusive in “isole di gioco”.
Povertà di servizi e igiene
Infrastrutture condivise: integrare il design dello spazio pubblico con punti di raccolta dell’acqua e servizi igienici sicuri, riducendo i rischi per le ragazze.
Urbanismo sociale: come a Medellín, dove il 40% del budget cittadino è Insicurezza e violenza stato destinato a biblioteche-parco sociale in aree marginali, creando presidi di cultura e sicurezza. Vulnerabilità climatica
Soluzioni basate sulla natura: piantumazione strategica di alberi per il raffreddamento passivo e sistemi di drenaggio per la gestione delle inondazioni.
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Lezione 5: l’acronimo del cambiamento: i 6 principi SPACES Per tradurre la visione in politica attiva, i decisori devono applicare il framework SPACES, un modello che integra salute, equità e resilienza: • S (Safety and protection): proteggere i bambini dai pericoli ambientali e sociali attraverso un design che favorisca la visibilità e elimini gli ostacoli alla vista; • P (Play and developmental needs): garantire opportunità di gioco che includano il “rischio controllato” e l’avventura, fondamentali per lo sviluppo cognitivo; • A (Access where need is greatest): dare priorità assoluta agli interventi nelle periferie, negli slum e nei contesti di crisi (rifugiati e sfollati); • C (Child health and well-being): usare lo spazio pubblico come strumento di salute pubblica per combattere l’obesità infantile e l’isolamento sociale; • E (Equity and inclusion): rimuovere le barriere fisiche e sociali, garantendo che bambine, adolescenti e minori con disabilità si sentano i benvenuti; • S (Sustainability and resilience): progettare spazi verdi che fungano da polmoni urbani e barriere contro gli shock climatici.
Verso una nuova ecologia urbana
Investire nell’infanzia non è un atto di filantropia; è il più alto investimento nel capitale umano di una nazione. Ogni metro quadrato di asfalto trasformato in giardino e ogni strada sottratta alle auto per essere restituita al gioco è un mattone per una società più prospera, sicura e resiliente. La sfida delle città del XXI secolo è morale prima che tecnica. Dobbiamo chiederci con urgenza: se non permettiamo ai nostri bambini di abitare le nostre strade oggi, che tipo di cittadini e custodi del mondo saranno domani?
Gli Stati Uniti non fanno ufficialmente più parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
Il governo statunitense aveva notificato all’OMS l’intenzione di ritirarsi già un anno fa, facendo così scattare un periodo di preavviso di dodici mesi previsto da una risoluzione congiunta del Congresso del 1948. Nella pratica però il disimpegno era stato immediato: l’amministrazione di Donald Trump aveva interrotto tutti i rapporti con l’OMS già al momento dell’annuncio. Nel motivare la sua decisione, il presidente statunitense aveva ribadito diverse critiche espresse in passato, legate alla gestione della pandemia di Covid-19, al sistema dei contributi finanziari e a una presunta protezione della Cina da parte dell’OMS. Trump aveva già provato a ritirare gli Stati Uniti dall’organizzazione durante il suo primo mandato, un tentativo che però era stato bloccato dall’amministrazione di Joe Biden prima che scadesse il periodo di preavviso. In occasione di una recente conferenza stampa, il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesu ha parlato del ritiro statunitense come di una decisione destinata ad avere conseguenze negative tanto per il Paese quanto per il resto del mondo. Gli Stati Uniti, ha spiegato Tedros, perderanno l’accesso ai dati sulle malattie infettive e avranno meno influenza sul controllo dei focolai, e nel complesso la sicurezza sanitaria globale ne uscirà indebolita (fonte: Salute Internazionale).
Condanna storica all’Italia
Il 30 gennaio 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato lo Stato italiano nel caso “Cannavacciuolo e altri contro Italia”. La sentenza riguarda la Terra dei fuochi (90 comuni tra Napoli e Caserta) e accerta per la prima volta
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l’inerzia dello Stato di fronte a un disastro ambientale e sanitario pluridecennale causato dallo smaltimento illecito di rifiuti.
Le tre grandi novità giuridiche
1. Dal “Diritto all’ambiente” al “diritto alla vita”. Mentre
in passato la Corte si limitava a sanzionare la violazione del diritto a un ambiente sano (Art. 8 CEDU), questa volta ha sancito la violazione del diritto alla vita (Art. 2 CEDU). Il principio di precauzione impone allo Stato di agire anche solo in presenza di “sospetti” di pericolo, senza aspettare certezze assolute. 2. Il valore della prova epidemiologica. Questa è la vera svolta: per la Corte, i dati epidemiologici (che mostrano l’aumento di malattie in una popolazione) sono sufficienti a dimostrare la violazione del diritto alla vita. Non è più necessario dimostrare il “nesso di causalità individuale” (ovvero il legame diretto tra l’inquinamento e la singola malattia del singolo cittadino), spesso impossibile da provare in tribunale. 3. Obblighi di incriminazione penale. Poiché è stato violato il diritto alla vita (il più alto nella gerarchia dei diritti), l’Italia non può limitarsi a sanzioni amministrative o civili. Lo Stato ha l’obbligo di: – introdurre e applicare norme penali severe; – condurre indagini efficaci per punire i responsabili e risarcire le vittime.
Conseguenze pratiche e prossimi passi
• Misure obbligatorie: l’Italia ha due anni (dal 30 aprile 2025) per mappare le aree inquinate, bonificare, monitorare la salute dei cittadini e reprimere gli illeciti. • Procedura pilota: la Corte ha sospeso altri 72 ricorsi (che coinvolgono circa 4700 persone) per dare tempo allo Stato di rimediare. Se l’Italia non agirà, arriveranno migliaia di altre condanne. • Impatto sui tribunali italiani: la sentenza darà nuova forza agli “ecodelitti” introdotti nel 2015, in particolare al reato di Disastro ambientale (art. 452-quater c.p.). I magistrati potranno usare i dati epidemiologici come prova solida nei processi contro inquinatori e autorità pubbliche inerti. (Fonte: E&P. 2026,50(1) gennaio-febbraio pp. 105-109)
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Libri
Occasioni per una buona lettura Rubrica a cura di Maria Francesca Siracusano
LIBRI
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Il volume è stato distribuito ai partecipanti del Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria tenutosi a Padova nel maggio 2026 e sarà ulteriormente diffuso nell’ambito dei prossimi congressi della Società Italiana di Neonatologia e della Società Italiana Malattie Genetiche Pediatriche e Disabilità Congenite. Una scelta che testimonia la volontà di favorire la diffusione della cultura genetica tra i pediatri e che rende questa pubblicazione un contributo concreto alla formazione continua della comunità pediatrica italiana. Rino Agostiniani
Le sindromi malformative. Una guida per il pediatra
di Angelo Selicorni, Giuseppe Zampino, Luigi Memo, Gioacchino Scarano, con la collaborazione di Paola Cianci e Milena Mariani Pacini Editore Medicina, 20263, 491 pp., € 36,00
A quasi dieci anni dalla precedente edizione, Le sindromi malformative. Una guida per il pediatra torna profondamente aggiornata in un momento in cui la genetica clinica è diventata parte integrante dell’attività pediatrica quotidiana. L’espansione delle conoscenze genomiche, la disponibilità di nuove tecnologie diagnostiche e il crescente numero di bambini con patologie genetiche che raggiungono l’età adulta impongono infatti al pediatra competenze sempre più articolate nel riconoscimento e nella gestione delle condizioni sindromiche. Il volume affronta questa sfida con un’impostazione fortemente pratica. Una prima sezione, articolata in otto capitoli di carattere generale, accompagna il lettore dai temi epidemiologici al percorso diagnostico, dalle potenzialità offerte dal laboratorio di genetica medica all’approccio clinico complessivo al bambino con sindrome malformativa. Si tratta di una parte particolarmente utile per il pediatra che desideri orientarsi nel rapido cambiamento che ha interessato la genetica degli ultimi anni senza perdere di vista la centralità dell’osservazione clinica. Il nucleo dell’opera è costituito dalla descrizione di 74 sindromi malformative tra le più rilevanti nella pratica pediatrica. Per ciascuna vengono riportati i criteri clinici diagnostici, le indagini genetiche di conferma, la prognosi, le principali complicanze mediche, comprese le possibili urgenze, le indicazioni al follow-up e le opportunità terapeutiche attualmente disponibili. Particolarmente apprezzabile è l’attenzione agli aspetti assistenziali e alla presa in carico a lungo termine, che rende il testo utile non solo nella fase diagnostica ma anche nel successivo percorso di cura. La presenza delle associazioni dei pazienti, di un ricco apparato iconografico e di una bibliografia aggiornata per ogni sindrome contribuisce ulteriormente al valore pratico del volume. Ne emerge uno strumento di consultazione agile ma al tempo stesso rigoroso, capace di accompagnare il pediatra dal sospetto clinico all’inquadramento diagnostico e al monitoraggio nel tempo. In un’epoca in cui il rischio è quello di affidare la diagnosi esclusivamente alle tecnologie genomiche, il libro ricorda opportunamente che il primo passaggio resta il riconoscimento clinico del bambino e delle sue peculiarità fenotipiche. La genetica molecolare amplia enormemente le possibilità di risposta, ma continua a richiedere domande cliniche ben formulate.
Benessere digitale. Guida all’uso consapevole dei device di Paolo Siani Giannini Editore, 2026, 152 pp., € 6,00
Il tema del benessere digitale attraversa, in modo pervasivo, la vita quotidiana di bambini, adolescenti e famiglie, ponendoci di fronte a una sfida educativa e culturale di grande rilievo. Le tecnologie digitali rappresentano infatti una straordinaria opportunità e al tempo stesso un luogo in cui possono emergere rischi significativi per lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dei più giovani. In questo scenario si inserisce il contributo di Paolo Siani, il quale, con un agile ma denso lavoro, offre una guida chiara, documentata e accessibile su un tema attuale e delicato. La sua esperienza di pediatra e il suo impegno nelle istituzioni restituiscono uno sguardo autorevole, orientato ai bisogni concreti di bambini e adolescenti e attento alle responsabilità degli adulti chiamati ad accompagnarli nel percorso di crescita. Il volume guida il lettore lungo un sentiero articolato che, a partire dalle abitudini quotidiane, esplora le evidenze scientifiche sul neurosviluppo, sui meccanismi della dipendenza e sui molteplici rischi connessi a un uso non regolato dei dispositivi digitali. Particolarmente significativa è la centralità attribuita alla prevenzione e al ruolo educativo condiviso tra famiglia, scuola e contesto sociale. Da sottolineare, tra gli altri, il contributo della psicologa Isabella Continisio che approfondisce in modo puntuale gli effetti dell’esposizione precoce e prolungata agli schermi, tanto sui processi di attenzione, autoregolazione e sviluppo del linguaggio quanto sulle competenze sociali e sulla costruzione dell’identità. Ne emerge con chiarezza come l’uso non mediato dei dispositivi possa incidere sulla capacità dei bambini di tollerare la frustrazione, gestire le emozioni e costruire relazioni autentiche, fino a influenzare aspetti cruciali come il sonno, l’autostima e il benessere emotivo. Il testo, nel suo dono di sintesi, ha il merito di non limitarsi a segnalare i rischi ma di offrire strumenti concreti, linee guida e indicazioni pratiche per promuovere un uso consapevole della tecnologia. Il messaggio che attraversa queste pagine è chiaro: non si tratta di demonizzare il digitale bensì di restituirlo a una dimensione educativa in cui l’adulto torna a essere riferimento, guida e presenza. Promuovere il benessere digitale significa, in definitiva, poter dire sì responsabilmente. Significa entrare in connessione con bambini e adolescenti prestando attenzione ai loro tempi di sviluppo, ai bisogni profondi, alla qualità delle relazioni che costruiscono. Una responsabilità collettiva che chiama in causa molteplici competenze e saperi nel solco di una rinnovata attenzione alla centralità della persona. Armando Cozzuto
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I convitati di pietra
di Michele Mari Einaudi, 2025, 168 pp., € 17,50
E arriviamo al premio Strega, con l’impressione che ormai si finisca per parlare più del premio, di polemiche, di feste e di eventi che dei libri. Ma forse è anche questo un pregiudizio. E quindi parliamo del libro. Cena di fine anno, un anno speciale quello del diploma di maturità del 1974, trenta compagni di classe di un liceo di Milano, trenta diciottenni. Sembra un gioco inventarsi una riffa, decidere di mettere in un fondo una cifra annuale. Un gioco, una riffa. Se ne riparlerà alla cena diventata un rito annuale. A chi è venuta l’idea? Nessuno saprebbe dirlo. C’è un convitato di pietra? Ritroviamo i partecipanti, gli anni aumentano, i soldi si accumulano e il gioco non è poi così divertente. La somma accumulata suscita appetiti, si immaginano le cose che potrebbero essere messe a posto, la vita che potrebbe finalmente cambiare, o, per chi non ha bisogno di migliorarla si assapora il piacere di vedere il risultato, o di scommettere sui sentimenti scatenati. Un libro cinico, colto. Ma… non posso dire che mi sia piaciuto. Mi è sembrato prolisso, a volte ripetitivo. Personaggi particolarmente negativi, con una città appena nello sfondo, senza anima, che non coinvolge, moltissima solitudine per quasi tutti i protagonisti dietro le cui storie ci si perde, senza averli riconosciuti appieno. È possibile che non ci sia per quasi nessuno di loro una famiglia, delle belle amicizie, solo ossessione per il denaro, il successo, il risultato, il sesso, la prevaricazione? Possibile nessuno spiraglio di luce? Che solo molto in là nel tempo, di fronte a una vecchiaia quasi decrepita, si scorga un poco di umanità, di affettività? Maria Francesca Siracusano
La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel Seroussi Agenzia X, 2025, 217 pp., € 17,00
Il mondo intorno a noi cambia, nonostante il disperato tentativo di costringere i fatti e l’immagine della società dentro una narrazione “conservativa”. Una narrazione, quella prevalente, che mentre cerca, o finge, di mirare alla rassicurazione della salvaguardia di un’identità sociale idealizzata quanto inconsistente, finisce per alimentare solo la paura e rendere tutto e tutti più insicuri. Periodicamente un nemico viene additato e, quando non c’è altro, il “maranza”, in quanto giovane e possibilmente straniero, si offre come opportunità. Questa distorsione semplificatoria della realtà, col suo debito di strumentalizzazione politica, impedisce di vedere, al di là della parola/ epiteto/luogo comune, una comunità (fatta di più comunità) giovane, variegata e complessa, con le sue contraddizioni e con le sue ricchezze, con la sua voglia di futuro e una creatività incomprimibile che si esprime soprattutto, ma non solo, attraverso la musica. Per fortuna c’è qualcuno che racconta, che si prende la briga di storicizzare e decostruire anche la parola stessa “maranza”, che ci offre l’opportunità di “aprire gli occhi”, ci aiuta ad aver uno “sguardo diverso” – metafora oculare alla quale peraltro ci invita il titolo e l’occhio in copertina di questo interessantissimo libro di Gabriel Seroussi. La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza è
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un saggio polifonico e qualcosa di più, costruito soprattutto attraverso il racconto di incontri, di storie e di persone, e di relative interviste col taglio rigoroso del giornalismo d’inchiesta ma nello stesso tempo dell’indagine socio-antropologica di un osservatore partecipante, coinvolto, parte in causa. La capacità dell’autore di stare nella vicissitudine e contemporaneamente di dislocarsi al di fuori e di guardare le esperienze attraverso le voci dei tanti diversi personaggi che popolano i brevi capitoli, ognuno col suo originale vertice osservativo, chi da protagonista, chi da studioso, chi da operatore sociale e così via, permette al lettore di scoprire e immergersi in una realtà coperta dal velo dell’ipocrisia e anche dell’odio, che alla fine risulta radicato e alimentato molto di più in chi soffia sul fuoco e propone un crescendo di restrizioni sicuritarie anziché, come dovrebbe un buon governante, esercitare uno sguardo onesto, anche critico, ascoltare e valorizzare. Gabriel Seroussi ha intitolato felicemente “La maranza è negli occhi di chi guarda” un contributo recente (https://claimrivista.it/ il-maranza-e-negli-occhi-di-chi-guarda/, marzo 2026) dedicato all’inasprimento della retorica e della legislazione “anti-maranza”. In questa deriva repressiva, nella geografia di zone rosse popolate da pericolosi soggetti anonimi (hic sunt leones) si occultano le persone, la loro storie, la loro creatività, le iniziative sociali di solidarietà e di costruzione dal basso, come quelle alimentate da giovani delle periferie, soprattutto milanesi: “Ma le persone non sanno quanta comunità c’è tra i ragazzi” (Seroussi, cit.). Gino Pagliarani (1922-2001), intellettuale visionario e fondatore della PsicoSocioAnalisi, quarant’anni fa metteva al primo posto tra i “temi imprescindibili del nostro tempo” la paura. “La paura che porta al fascismo, alla tortura, al terrorismo e contro cui bisogna stare in guardia per impedire in tempo periodi oscurantisti” (Il coraggio di Venere, Cortina, 1985). Se vogliamo vederci chiaro, saperne di più, ma soprattutto cambiare prospettiva, questo libro ci invita e aiuta a sostituire la paura con la curiosità e la conoscenza. Leonardo Speri
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Flashback. Da Garlasco a Kioto Rubrica a cura di Italo Spada
Comitato per la Cinematografia dei Ragazzi di Roma
Ma chi è quel bimbo? Nella frenetica epoca che stiamo vivendo, non sarebbe del tutto strampalato sintetizzare con un semplice segno di interpunzione commenti e riflessioni personali su fatti di cronaca, letture di saggi e romanzi, visioni di film. Abbiamo capito tutto: punto; attendiamo un seguito: virgola; siamo soddisfatti o meravigliati: punto esclamativo; rimaniamo perplessi o non abbiamo capito bene: punto interrogativo. Per esempio… il delitto di Garlasco. Il 13 agosto 2007, una ragazza (Chiara Poggi) viene ritrovata senza vita nella villetta di famiglia. Indagini, testimonianze, prove, sospetti, individuazione dell’assassino (il fidanzato Alberto Stasi), rinvio a giudizio, processo, condanna. Fine? No. Assoluzione in primo grado e in appello, annullamento della sentenza da parte della Cassazione, nuovo processo di secondo grado, nuova condanna, conferma della Corte Suprema. Una ventina d’anni dopo, a seguito di errori accertati nella raccolta delle prove, l’avvio di nuove indagini. Indizi, testimonianze, ipotesi e interrogativi a catena: con quale oggetto contundente è stata uccisa Chiara? Come mai le scarpe del presunto assassino erano pulite? Perché non furono prese le impronte digitali della vittima? La bicicletta nera vista da una testimone era o no quella dell’assassino? In quale ora è stato commesso il delitto? Perché furono fatte con ritardo le ricerche sul computer e sull’auto di Stasi? Da ulteriori esami risulta che il DNA trovato sotto le unghie della vittima non appartiene al fidanzato, ma a un amico del fratello: Andrea Sempio. Da qui il sospetto che “in famiglia si sa quello che è accaduto, ma non si dice”. E ancora: un ex maresciallo dei carabinieri è accusato di falsa testimonianza, un’amministratrice di pagina Facebook, sedicente medium, viene processata per diffamazione e minacce. Insomma: e se il colpevole fosse innocente e l’innocente colpevole? Flashback. Sullo schermo della memoria appaiono scene di un film giapponese del 1950, Leone d’oro a Venezia (1951) e Oscar come miglior film straniero (1952): Rashomon di Akira Kusosawa, “opera luminosa e lugubre, sporca e adamantina, caotica e rigorosa”. Nella convinzione che certi capolavori sono sempre attuali, vale la pena riproporlo alla nostra attenzione. Anche qui un episodio di cronaca nera. In un bosco di Kioto, nel periodo medievale, un samurai viene ucciso e sua moglie stuprata. Nessun dubbio sull’assassino (il bandito Tajômaru), ma diverse e contrastanti le versioni di ciò che è accaduto e dei perché. Piove a dirotto; il boscaiolo che ha trovato il cadavere del samurai e un monaco che quel giorno aveva incontrato la cop-
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pia mentre si recava al tempio, trovano un provvisorio riparo presso l’invalicabile “porta nelle mura difensive” (Rashomon). A loro si aggiunge un passante che, sentendo ripetere al boscaiolo “non capisco”, si incuriosisce e vuole sapere che cosa è accaduto realmente. Le versioni si intrecciano, discordano, disorientano. A dispetto di quanto racconta il boscaiolo, accade persino ciò che nessuno avrebbe mai immaginato: i protagonisti della vicenda si autoaccusano e fanno ricadere sugli altri la responsabilità morale. Tajômaru dà la colpa al vento che, sollevando il velo della donna, ha suscitato in lui un irrefrenabile desiderio sessuale che lo ha spinto a stuprare la donna e a uccidere il samurai; la donna afferma di essere stata lei l’assassina che, dopo la violenza subita, non è riuscita a sopportare il disprezzo del marito; il samurai – rievocato da un medium – dice che si è suicidato per il dolore e la vergogna. Che dire? Lasciamo da parte l’impossibilità di conoscere la verità perché ognuno, come direbbe Pirandello, crede ciò che vuole, ma resta lo sgomento nel constatare che l’uomo, sin dai tempi di Caino, non ha mai smesso di compiere atti di violenza. I media riservano trafiletti alle belle notizie e una serie di approfondimenti a omicidi, suicidi, furti, incendi, sparizioni… Certezze e dubbi, volti e maschere si intrecciano ed è comprensibile sentirsi disorientati e sperare di vedere uno squarcio di cielo diradare la tempesta. Dove? Quando? Come? Ancora un flashback e sempre su Rashomon. Nella scena finale, quando cessa la pioggia e i tre personaggi che hanno trovato riparo stanno per andare via, accade qualcosa di inaspettato. Si sente il vagito di un bimbo. Chi è? Chi lo ha abbandonato? Perché? Il boscaiolo, già padre di sei figli, decide di prenderlo con sé e il monaco loda il suo gesto. Gli spettatori, però, non possono non chiedersi: ma chi è quel bimbo? E perché il regista giapponese ha voluto chiudere la vicenda con un “epilogo quasi apologetico”? Varie le interpretazioni della critica: “Il gesto altruista del boscaiolo è il riscatto morale dell’uomo che, superando l’egoismo, è ancora in grado di fare del bene”; “Siamo di fronte a un simbolo sulla rinascita della fiducia nell’umanità”; “Resta comunque la speranza nell’innocenza incontaminata”; “Anche nella notte più nera bisogna ripartire dall’umano, dalla condivisione, dalla riscoperta della propria tenerezza”. Non sappiamo la religione professata da Kusosawa, ma sembra azzardato supporre che quel boscaiolo (chiamato anche “taglialegna”, “falegname”) richiami la figura di san Giuseppe che collabora alla redenzione facendo da padre putativo a Gesù. Più convincente sarebbe pensare che, con riferimenti allo Shintoismo, il regista abbia voluto ricordare credenze e preghiere ai kami, divinità e forze vive che abitano ogni elemento della natura – alberi, montagne, fiumi – e vengono onorati con l’obiettivo di mantenere l’armonia tra l’essere umano e il mondo circostante. Si scelga l’ipotesi preferita, purché, una volta per tutte, finiscano – a Garlasco, a Kioto e in mille altri posti – la pioggia della violenza e i pianti a dirotto dei bambini.
Rashomon
Regia: Akira Kusosawa Con: T. Mifune, M. Kyo, T. Shimura, M. Chiaki, F. Onma, K. Ueda Giappone, 1950 Durata: 88’ italoepifaniospada@gmail.com
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Lettere Introduzione del direttore
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento del gruppo di lavoro ACP “Dolore e cure palliative pediatriche” alla lettera della prof.ssa Ines Testoni augurandoci di avviare sulla rivista un vero confronto sulla delicata tematica.
Cure palliative e suicidio medicalmente assistito: commento del gruppo di lavoro ACP “Dolore e cure palliative pediatriche” alla lettera della prof.ssa Ines Testoni a “Quotidiano Sanità”
Il gruppo di lavoro “Dolore e cure palliative pediatriche” dell’Associazione culturale pediatri desidera portare all’attenzione dei lettori di Quaderni acp la lettera che la prof.ssa Ines Testoni, relatrice al prossimo Congresso nazionale, ha inviato al direttore di Quotidiano Sanità (Cure palliative, suicidio medicalmente assistito e censura della morte: il vero nodo del dibattito, Lettere al direttore, 25 maggio 2026, https://
Il nostro caro Angelo La Redazione della rivista vuole condividere con i lettori il ricordo di Angelo Spataro, nostro collaboratore fisso per la rubrica “Salute mentale”. Angelo si è sempre occupato di parlare ai pediatri e colmare il bisogno formativo in questo ambito. Ricordiamo, quando stavamo mettendo a fuoco la rubrica, la sua lucidità nel proporre un taglio pratico e snello con interviste strutturate a neuropsichiatri infantili e altri operatori esperti della tematica. Angelo ha superato così la resistenza alla scrittura degli esperti e facilitato il compito ai pediatri che non sempre condividono lo stesso linguaggio. Il risultato è stata una rubrica molto seguita e di facile fruizione. Negli ultimi periodi aveva chiesto e ottenuto di diradare gli impegni per problemi di salute, ma non ha mai fatto mancare la sua collaborazione. Lo ricordiamo anche nelle varie edizioni del congresso di Tabiano dove si è sempre occupato di temi di frontiera e problemi emergenti nella sfera della salute mentale. Anche il gruppo Salute mentale dell’ACP ha visto Angelo sempre disponibile al confronto e propositivo. Un grazie a nome nostro e di tutti i lettori. La Redazione
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www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/cure-palliativesuicidio-medicalmente-assistito-e-censura-della-morte-il-vero-nodo-del-dibattito/). Quanto da lei scritto si inserisce nel dibattito sul suicidio medicalmente assistito puntando il dito sulla posizione presa dalla Società Italiana di Cure Palliative (SICP) che chiede l’esclusione del medico palliativista dalla fase attuativa del suicidio medicalmente assistito. Abbiamo apprezzato come la prof.ssa Testoni cerchi di superare la contrapposizione tra modelli professionali o posizioni ideologiche contrarie suggerendo il recupero degli aspetti relazionali e culturali legati alla morte. Per completezza e per una maggiore comprensione delle argomentazioni esposte invitiamo alla lettura della position paper della SICP (https:// www.sicp.it/informazione/comunicati/2026/06/la-sicp-pubblica-il-position-paper-sul-rapporto-tra-cure-palliative-e-suicidio-medicalmente-assistito/) dove vengono ben descritti la presa in carico e l’accompagnamento da parte dei professionisti delle cure palliative di fronte a una richiesta di suicidio medicalmente assistito. Rimandando alla lettura di entrambe, Lettera al direttore e position paper, ci auguriamo che si possa avviare un dibattito sul tema. Gruppo di lavoro ACP “Dolore e cure palliative pediatriche”
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È il momento di valorizzare i “piccoli passi” “Davvero interessante! Sono rimasta colpita da tutta questa energia; rincuora e ridà motivazione vedere tanta voglia e tante iniziative” ha commentato il convegno, seguito online, una collega psicoterapeuta distante dalla nostra comunità di pratiche. Comunità di chi si spende da anni per una promozione della salute precoce e tempestiva e che a maggio scorso si è incontrata numerosa, in presenza e online, per la restituzione dei dati della terza indagine della Sorveglianza Bambini e Bambine 0-2 anni coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Partirei da qui per lo sguardo in controluce sul convegno “I risultati del Sistema di Sorveglianza Bambine e Bambini 0-2 anni: raccolta dati 2025. Equità, politiche e programmi” (www. epicentro.iss.it/sorveglianza02anni/indagine-2025-convegno-20-maggio-2026) che si è svolto il 20 maggio 2026 per iniziativa del Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute dell’ISS (CNaPPS) e che ha visto nell’intervento di sir Michael Marmot un avvio importante e prestigioso. Siamo abituati a sguardi interni, tendiamo saggiamente alla critica e a una certa dose di naturale insoddisfazione. E forse va bene che sia così, memori della raccomandazione proprio di sir Marmot, che, consapevole del rischio dello scoramento davanti a una sfida troppo grande, come si presentava allora e si presenta ancora oggi la lotta alle disuguaglianze in salute, alla presentazione a Firenze nel 2014 del Libro bianco sulle disuguaglianze curato dall’infaticabile Geppo Costa e dal suo gruppo, ci invitava a sopportare la gradualità dei processi in salute pubblica, chiedendo con semplicità “a chi non faceva ancora nulla di fare qualcosa, a chi già faceva di fare di più, a chi faceva molto di farlo meglio” (“Do something. Do more. Do better”, Marmot M. La salute disuguale. Il Pensiero Scientifico, 2016). Nel presentare i dati della “Sorveglianza Bambini e Bambine 0-2 anni” da parte delle colleghe è stata confessata un’iniziale incredulità prima di arrendersi all’evidenza di un miglioramento: alla fine, negli anni, qualcosa si è mosso, come dicono i dati (www.epicentro.iss.it/sorveglianza02anni/indagine2025-risultati). Rispetto al 2022 si può segnalare un lieve calo dell’esposizione al fumo, mentre è più netto il calo del consumo di alcol, soprattutto in gravidanza. Aumenta leggermente la posizione corretta in culla. C’è un modesto incremento della lettura in famiglia e una diminuzione più significativa dell’esposizione agli schermi, che rimane tuttavia preoccupante. Anche se in leggero aumento l’assunzione appropriata di acido folico, risulta ancora insoddisfacente (solo una donna su tre). Circa l’allattamento, se resta inalterato il dato dei mai allattati (circa 1 su 10), tra chi ha ricevuto latte materno va segnalato un netto consolidamento dell’allattamento esclusivo e prolungato. Questi ultimi dati, come sottolineato dal Ministero della Salute, corrispondono a un’assunzione da parte delle Regioni di questo determinante come prioritario nei programmi liberi nel trascorso piano di prevenzione. Ai trend positivi fa da contraltare il persistere delle disuguaglianze, in primis geo-
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CONGRESSI IN CONTROLUCE
grafiche: la forbice molto ampia tra Regioni preoccupa (ma ci dice anche che si può fare) e la presenza di differenze anche all’interno delle stesse suggeriscono una correlazione con la vitalità e solidità delle iniziative di promozione sul territorio. L’annunciata riapertura di una FAD aggiornata, prevista per l’autunno, vuole andare in questa direzione. Se non vanno elusi i limiti, come alcuni bias ben presenti ai rilevatori (l’autocompilazione, la desiderabilità sociale del comportamento indagato, una certa sottorappresentazione della popolazione immigrata ecc.) invariati peraltro rispetto alle passate Indagini, la prima considerazione è che il fatto di cominciare finalmente ad avere una serie storica di dati permette di fotografare gli effetti del nostro lavoro. Come sottolineato da Costa, che nel citato Libro bianco aveva salutato come promettente il lavoro di promozione e di raccolta di dati di GenitoriPiù, diversi fattori culturali sociali e istituzionali alla fine convergono e grazie a una “governance leggerissima” accendono la “magia” necessaria per catalizzare energie e dare consistenza a iniziative virtuose come quelle sui primi 1000 giorni. Cosa vediamo in controluce: già caparbie/i nel mettere in cima all’agenda il contrasto alle disuguaglianze, come già visto in passato con il loro inserimento nei Piani Nazionali e Regionali di Prevenzione (PNP e PRP), oggi colleghe/i del CNaPPS dell’ISS si assumono pienamente il compito di trainare progetti mirati europei e nazionali, sia come leader tra gli altri del Work package 7 (WP7) “Disuguaglianze sociali” della Joint Action PreventNCD e, all’ interno del WP6 “Ambienti di vita salutari”, o co-coordinando il Task 6.5 “Baby-Friendly Community and Health Services (BFC&HS)” (www.epicentro.iss. it/croniche/joint-action-preventncd). Della sfida della sua implementazione in Calabria è stato dato conto in una delle variegate e tutte interessanti testimonianze di esperienze nel territorio, al centro della parte pomeridiana dei lavori. La Baby Friendly Initiative è strutturalmente un programma universalistico progressivo e al convegno il Ministero della Salute ha anticipato il poi confermato inserimento come obiettivo/indicatore nel nuovo PNP, nel contesto della promozione della salute nei primi 1000 giorni, divenuta obbligatoria per tutte le Regioni. Sono tempi tutt’altro che facili, eppure tra le pieghe di processi involutivi in salute pubblica è possibile oggi trovare quasi paradossalmente una base solida per rilanciare un lavoro indispensabile per la salute del futuro. Tornando alla lectio di apertura di sir Marmot, abbiamo bisogno di “Truth, Justice, Hope”. Una Verità basata sull’evidenza, supportata da dati rigorosi, richiama alla Giustizia, perseguibile attraverso politiche di universalismo proporzionale. Così costruendo e monitorando insieme, coinvolgendo tutti gli attori della vita comunitaria, possiamo alimentare la Speranza. Leonardo Speri
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Candidati al consiglio direttivo nazionale ACP Elezioni 2026
Francesco Accomando
Sono nato a Varese il 15 agosto 1990 e mi sono laureato in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano nel 2018. La scelta di orientarmi verso la pediatria non è stata immediata, ma è maturata nel tempo attraverso le esperienze lavorative dei primi anni dopo la laurea, vissuti in pieno periodo pandemico. Dal novembre 2021 frequento la Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’Università di Bologna, un percorso che si concluderà nel corso del 2026. Dal 2025 lavoro come dirigente medico presso la UO di Pediatria dell’Ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì. I miei interessi sono rivolti alla pediatria generale e d’urgenza, con particolare attenzione ad alcuni ambiti specialistici, tra cui la reumatologia pediatrica. Nutro inoltre un interesse particolare per l’ecografia pediatrica come supporto diagnostico al letto del paziente, ambito nel quale ho cercato di valorizzare e trasferire anche l’esperienza precedentemente maturata nell’ecografia polmonare dell’adulto. Ho incontrato l’ACP proprio durante il mio percorso formativo: dal 2022 sono socio ACP e dal 2025 faccio parte del comitato di redazione di Quaderni acp. Sono inoltre corresponsabile della rubrica “A colpo d’occhio” sul sito dell’associazione, un lavoro che apprezzo per la sua dimensione divulgativa e formativa rivolta ai colleghi. Mi piace scrivere a partire da ciò che vedo nella pratica clinica quotidiana, perché considero la condivisione non solo un modo per trasmettere ciò che si osserva e si apprende, ma anche uno strumento per studiare, organizzare il pensiero e riflettere su ciò che l’esperienza clinica insegna.
Giulia Cangiano
Laureata in Medicina e Chirurgia nel 2010 presso l’Università La Sapienza di Roma, dopo la laurea ha conseguito il Master Universitario di 2° livello in Emergenze Pediatriche presso la stessa università e ha lavorato come ricercatrice per un anno presso l’Inselspital di Berna (Svizzera) con contratto di ricerca in ambito pneumologico pediatrico. Nel 2018 si è specializzata in Pediatria con superspecialità in Pneumologia Pediatrica trascorrendo gli ultimi 18 mesi di formazione presso l’Università di Verona con tesi presso il reparto di Fibrosi Cistica in collaborazione con l’Università di Roma. Sia la tesi di laurea sia quella di specializzazione hanno riguardato la bronchiolite e le sue conseguenze nel tempo sui bambini. Durante gli anni di formazione in medicina e durante la specializzazione, ha collaborato alla stesura di diversi articoli pubblicati su riviste internazionali. Successivamente alla laurea si è iscritta alla European Respi�ratory Society (ERS) partecipando attivamente sia come mo� deratriche sia come relatrice ai congressi europei dal 2010 al 2018. In questi anni e fino a oggi revisore per la stessa società di articoli scientifici in campo pneumologico pediatrico.
Dal 2010 iscritta alla SIMRI (Società Italiana di Malattie Respiratorie Infantili) ha partecipato diverse volte come relatrice e come moderatrice ai congressi nazionali e ha mantenuto un ruolo attivo nella società fino a oggi. Titolare prima di incarichi provvisori (dal 2018) e poi di incarico definitivo dal 2021 come pediatra di libera scelta, si è iscritta in ACP con collaborazione attiva in ACP Verona dal 2018, attualmente presidente del gruppo veronese (da gennaio 2025). Ha approfondito le conoscenze sulla fisiologia del bambini e sulla medicina preventiva partecipando al corso Brazelton e a corsi di sostegno sull’allattamento. Nel 2025 ha contribuito alla diffusione della campagna sull’uso corretto della plastica per i bambini con il Comune di Verona e alla creazione del progetto “Sciroppo di teatro” (già esistente presso la Regione Emilia-Romagna) nella realtà veneta, come parte del progetto la “Cultura come cura”.
Daniele De Brasi
Ripensare il pediatra del futuro: uno sguardo allargato alla salute dei bambini. Mi è piaciuto pensare di poter riscrivere questa storia (questa è la mia terza candidatura al direttivo) iniziando dal titolo di presentazione della mia proposta. Ho “rubato” l’incipit del titolo del Congresso nazionale 2026 perché credo che significhi molto nella storia di ACP, soprattutto per chi come me la vive da circa 25 anni, e che ha visto la nostra Associazione talora vacillare ma mai cadere sotto i colpi della “new generation” (nuovi modelli culturali, nuovi modi di fare formazione e informazione, nuovi mezzi di comunicazione). E vorrei accettare assieme al Direttivo vecchio e nuovo questa sfida, difficile e avvincente al tempo stesso, provando ad accelerare il rinnovamento, ma guidandolo nei binari della cultura e nel rispetto del sapere, per evitare facili derive che stravolgano il senso stesso dell’Associazione. Sono certo che l’attuale Direttivo e quello che verrà sapranno fare bene questo lavoro. Alcune novità di sostanza necessarie per la stabilità dell’Associazione sono già state adottate, a partire dall’interruzione della produzione cartacea di Quaderni acp, a cui noi tutti siamo stati affezionati ma che si è resa necessaria per ragioni di opportunità contingente. Ma nello stesso ambito, la consapevolezza del cambiamento ha portato a traghettare l’Associazione verso una nuova forma giuridica (Associazione di Promozione Sociale), che servirà non solo a trovare risorse, ma anche a modificare il modo di stare in campo. E questa forse è stata per me la molla principale, un modo in cui riuscire a contribuire alla innovazione dall’interno, col pensiero della programmazione di progetti e la concretezza dell’impegno per realizzarli. Sono pronto ad accettare questa sfida di un’ACP 3.0, che sappia navigare sul web senza perdere la rotta. Largo ai giovani, naturalmente, ma sento ancora di poter dare il mio contributo con il vostro consenso, soprattutto se accanto ai giovani serve esperienza e ancora voglia di fare.
Alberto Ferrando
La mia attività professionale si è sviluppata cercando di integrare l’esperienza clinica con l’impegno nel coordinamento della pediatria territoriale, la ricerca di una rete tra ospedale e territorio, la comunicazione scientifica tra colleghi e la divulgazione alle famiglie. Dall’ospedale alla pediatria di famiglia. Ho iniziato il mio percorso presso l’Istituto G. Gaslini di Genova, occupandomi di cardiologia pediatrica. Negli anni ’80 ho diretto il Laboratorio di Ecocardiografia della Clinica Pediatrica R dell’Università di Genova, unico laboratorio in quegli anni in Liguria. Successivamente, la mia attività si è spostata sul territorio: ho lavorato come pediatra nelle comunità e come pediatra di famiglia per 38 anni, un periodo che mi ha permesso di conoscere a fondo le
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necessità quotidiane dei bambini e delle loro famiglie. Ho operato inizialmente come pediatra singolo e, negli ultimi 10 anni, in pediatria di gruppo. Attualmente proseguo l’attività come pediatra libero professionista e mantengo un impegno nella formazione presso l’Università di Genova dal 2011. Sono autore e coautore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche. Impegno associativo e coordinamento. Nel 1995 ho partecipato alla fondazione dell’Associazione Pediatri Liguri (APEL), di cui sono stato Presidente o Vicepresidente per circa trent’anni, incarico che ricopro tuttora in qualità di Presidente. Sono inoltre Consigliere della Società Italiana di Pediatria (SIP), sezione ligure, di cui sono stato in passato Presidente. Ho cercato di favorire la collaborazione tra colleghi utilizzando mailing list, gruppi di discussione e il sito www.apelpediatri.org, convinto che la condivisione delle informazioni sia fondamentale per il nostro lavoro. Sono stato Consigliere Nazionale ACP. Gestisco un forum di discussione tra pediatri, autonomo, gratuito e senza alcun tipo di sponsorizzazione, collegato al sito www.apel-pediatri.org. Divulgazione e ruoli istituzionali. Ho cercato di contribuire all’informazione e all’educazione sanitaria scrivendo 4 libri rivolti ai genitori e collaborando con testate giornalistiche come Il Secolo XIX e la Repubblica e con emittenti televisive locali. Sul piano istituzionale, sono stato Consigliere Comunale a Genova (1997-1999) e ho ricoperto incarichi nell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, tra cui la vicepresidenza per la provincia di Genova e la Presidenza della Federazione Regionale della Liguria. Sono stato componente della Commissione Nazionale della formazione continua (commissione ECM). Ricerca e intelligenza artificiale. Il mio attuale ambito di approfondimento riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale in pediatria. Faccio parte della Commissione AI dell’Ordine dei Medici, dove studio come queste tecnologie possano supportare l’organizzazione del lavoro clinico, la formazione e la ricerca, con l’obiettivo di semplificare i compiti gestionali e far recuperare tempo da dedicare alla relazione diretta e l’ascolto dei pazienti.
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Mettere questa esperienza a disposizione del consiglio dell’ACP rappresenta per me un’opportunità di confronto e di crescita comune all’interno della nostra comunità professionale.
Monica Ghezzi
Sono nata a Napoli il 4 aprile 1963. Mi sono laureata e specializzata in Pediatria con lode presso l’Università Federico II di Napoli. Ho svolto l’attività di pediatra delle cure primarie prima in un territorio a rischio sociale del napoletano e poi, dal 2008 a oggi, a Trento. Mi sono appassionata ai temi della formazione medica grazie all’incontro con il professor Renzo Gallini, ho partecipato a diversi percorsi formativi in questo ambito e nel 2019 conseguito un Master in “Metodologie tutoriali e dell’insegnamento clinico nelle professioni sanitarie e sociali” presso l’Università di Verona. Attualmente ho un contratto di docenza presso il Corso di Laurea in Assistenza Sanitaria dell’Università di Verona, sono tutor e docente presso la Scuola di Medicina Generale di Trento e tutor per il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia di Trento. Mi interesso di nutrizione pediatrica, tematica fondamentale per le cure primarie pediatriche, per la quale ho seguito progetti di ricerca in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler di Trento e l’Istituto Nazionale Migrazione e Povertà del Ministero degli Interni. Ho fatto parte del gruppo nutrizione ACP. Nel 2023 ho costituito il gruppo trentino della ACP, con l’obiettivo di costruire una casa comune per gli iscritti ACP e provare a realizzare insieme progetti e occasioni di condivisione. Con il gruppo ACP Trentino abbiamo realizzato nel marzo 2026 un convegno sull’utilizzo degli schermi in età evolutiva e avviato una collaborazione con il progetto Custodi Digitali. Sono appassionata di danza e di musica e ho una lunga attività in cori polifonici.
38° CONGRESSO NAZIONALE ACP
UNO SGUARDO ALLARGATO ALLA SALUTE DELLE BAMBINE E DEI BAMBINI 5-6 novembre 2026
programma provvisorio GIOVEDÌ 5 NOVEMBRE 8.30
Registrazione dei/delle partecipanti
9.00
Saluti istituzionali Giovanni Capelli, Direttore del Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità Stefania Manetti, Presidente dell’Associazione Culturale Pediatri Rino Agostiniani, Presidente della Società Italiana di Pediatria
9.30
Lettura magistrale: “L’ACP: Dai Maestri alla forza del Gruppo” Stefania Manetti, Federica Zanetto, Michele Gangemi I SESSIONE – LARGO AI/ALLE GIOVANI: LE COMUNICAZIONI DEGLI/DELLE SPECIALIZZANDI/E Moderano: Claudia Mandato, Laura Reali
10.00 Presentazione orale degli abstract selezionati e discussione 11.00
11.15
Le iniziative Baby-Friendly in Italia e in Europa Francesca Zambri
11.45
Breast practices, più che una FAD: uno strumento per alleanze efficienti Simona Di Mario
12.15
Why invest, and what it will take to improve breastfeeding practices in Europe? Nigel Rollins
12.45 Discussione 13.00 Pausa III SESSIONE – SALUTE MENTALE E ADOLESCENZA Moderano: Federica Zanetto, Enrico Valletta 14.00 Comportamenti autolesivi nella popolazione adolescente: i dati di due reparti pediatrici Martina Fornaro Comportamenti autolesivi e disregolazione emotiva: cosa può fare il/la pediatra? Stefania Millepiedi
14.45 Disregolazione emotiva: il setting di accoglienza nell’ambulatorio di pediatria Franco Mazzini 15.00 Valutazione e promozione dello sviluppo. Il progetto ISS di sorveglianza pediatrica nazionale Maria Luisa Scattoni 15.15
I SESSIONE – PARLIAMO DI CLINICA Moderano: Paolo Siani, Michele Gangemi 9.00
A colpo d’occhio Francesco Accomando
9.30
Inquadramento e gestione del/della bambino/a con disidratazione Giovanna La Fauci
10.00 Dermatologia pratica per il/la pediatra Maya El Hachem 10.30 Le malattie rare: nuovi approcci terapeutici Daniele De Brasi 11.00
Discussione
11.30
Intervallo II SESSIONE – AMBIENTE E SALUTE Modera: Federico Marolla, Laura Reali
11.45
Interferenti endocrini e disturbi del neurosviluppo Annamaria Moschetti
12.15
Interferenti endocrini e obesità Annamaria Sapuppo
Intervallo II SESSIONE – DALLE INIZIATIVE BABY-FRIENDLY ALLE POLITICHE EUROPEE: COSTRUIRE ALLEANZE EFFICACI PER L’ALLATTAMENTO Moderano: Angela Giusti, Stefania Manetti
14.15
VENERDÌ 6 NOVEMBRE
Discussione
15.45 Termine della giornata
12.45 Discussione 13.00 Pausa III SESSIONE – LA PENSABILITÀ DELLA MORTE DEL/DELLA BAMBINO/A: ASPETTI SOCIOFILOSOFICI, PSICOLOGICI E CLINICI Moderano: Erika Preti, Patrizia Elli 14.00 Perché la morte è stata esclusa del ciclo della vita: implicazioni sociali e filosofiche Ines Testoni 14.30 Gli aspetti psicologici e relazionali della gestione della morte a domicilio di un/una bambino/a per il/la pediatra di famiglia Giulia Bresciani 15.00 La morte del/della bambino/a a domicilio: non da soli Luca Manfredini 15.30 Discussione IV SESSIONE – SEGNI E SEGNALI DI MALTRATTAMENTO E ABUSO Moderano: Luciana Nicoli, Antonella Brunelli 15.45 Violenza in infanzia e adolescenza: un cambio di paradigma Melissa Rosa Rizzotto 16.15 TAVOLA ROTONDA. Tra stile educativo e maltrattamento: sostenere, segnalare, denunciare. Storie presentate e commentate Partecipano: Alessandra Paglino, Doriana Chiuchiù, Laura Turrini, Roberta Palmisano 17.15 Discussione 17.30 Chiusura dei lavori
Editorial 193 “Beyond the glance”. When the relationship is part of the care
Bimonthly magazine of Associazione Culturale Pediatri xxxiii, 5, September-October 2026 redazione@quaderniacp.it
Stefania Manetti
Info parents 194 Conscious and eco-sustainable parenting: Getting active with your child Antonella Salvati, Angela Di Ianni, Sofia Fioravanti
Research letter 195 Nirsevimab and respiratory syncytial virus: What parents think? Francesco Accomando, Melodie O. Aricò, Martina Corzani, Michela Vestrucci, Giuseppina Greco, Enrico Valletta
A close up on progress 199 Why are rhythm and music a valuable tool for overcoming language disorders? Methodology and practical examples Ingrid Rudoi
A window on the world 203 Research increasingly speaks Chinese, even in pediatrics Enrico Valletta
Mental health 206 Digital well-being Paolo Siani
Learning from a case 208 Choledochal cysts in paediatric age: A rare cause of Hyperamylasaemia and Hyperlipasemia Luca Santucci, Biagio Pascale, Angela Iannicelli, Marco Natale, Marta Giovengo, Claudia Mandato
Appraisals 211 Ultra-processed foods and health during the first 1,000 days Alberto Perra
215 Pediatric influenza can lead to complications: a case report and a cohort study in Bari
Cristian M.N. Bisceglia, Vittorio Greco Miani, Claudia Rossini, Francesca Spizzico, Claudio Cafagno, Maria Chironna, Maurizio Aricò, Desiree Caselli
Focus 219 Rethinking paediatric primary care: a network for children and adolescents. From health needs to rights in childhood and adolescence An interview with Stefania Manetti
Environment and health 221 Noise that harms. Effects of noise pollution during childhood Annamaria Sapuppo, Giacomo Toffol
Personal accounts 225 Genitori In Corso: a digital kit designed to support parenting Silvia Busti, Paola Colombo
The paediatrician and the educational challenges 228 Family narrative. The description of the world and the autobiographical narrative as an early preventive infrastructure Elena Ravazzolo
Epiquaderni 230 From the journal Epidemiologia e Prevenzione, a reading recommendation for ACP paediatricians Giacomo Toffol
231 Info 233 Books 235 Movies 236 Letters 237 Meeting synopsis 238 Stand for election to the ACP national executive committee in 2026 240 38th National ACP Congress – preliminary program
Come iscriversi o rinnovare l’iscrizione all’ACP
Via Filippo Garavetti 12 07100 Sassari (SS) www.acp.it
La quota d’iscrizione per l’anno 2026 è di 130 euro per i medici, 30 euro per gli specializzandi, 30 euro per il personale sanitario non medico e per i non sanitari. Il versamento può essere effettuato attraverso una delle modalità indicate sul sito www.acp.it alla pagina «Come iscriversi». Se ci si iscrive per la prima volta occorre compilare il modulo per la richiesta di adesione e seguire le istruzioni in esso contenute, oltre a effettuare il versamento della quota come sopra indicato. Gli iscritti all’ACP hanno diritto a ricevere la rivista bimestrale Quaderni acp, le pagine elettroniche di Quaderni acp e la newsletter mensile Appunti di viaggio. Hanno anche diritto a uno sconto sulla quota di abbonamento a Medico e Bambino; a uno sconto del 50% per l’abbonamento alla rivista Epidemiologia & Prevenzione; a uno sconto sull’abbonamento a Uppa (se il pagamento viene effettuato contestualmente all’iscrizione all’ACP). Gli iscritti possono usufruire di iniziative di aggiornamento e formazione a quota agevolata. Potranno anche partecipare ai gruppi di lavoro dell’Associazione. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.acp.it.