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In questo numero:
Newsletter pediatrica pag. n. 1
Vaccino contro il Papillomavirus: una singola dose può essere sufficiente?
Documenti pag. d.2
Cambiamento climatico e salute: Il rapporto “The Lancet Countdown 2025” ci richiama all’azione
Ambiente & Salute pag. a&s.1
Ambiente e Salute News (n. 38, marzo - aprile 2026)
Corticosteroidi nella malattia di Kawasaki: un dibattito sempre attuale
L’ articolo del mese pag. am.1
pag. nu.1
Nutrizione News (n.19, aprile - maggio 2026)

“Ombre e antenne”” Concorso fotografico “Noi siamo la Natura”, 2025 (particolare)
Newsletter pediatrica ACP
n.1 Vaccino contro il Papillomavirus: una singola dose può
n.1 essere sufficiente?
n.2 Cochrane Database of Systematic Review: revisioni
n.1 nuove o aggiornate (Marzo-Aprile 2026)
Documenti
d.1 Le equilibriste. Maggio 2025, Save the Children
n.1 La maternità in Italia 2025
n.1 Commento a cura di Alessandro Volta
d.2 Cambiamento climatico e salute:
n.1 Il rapporto “The Lancet Cowutdown 2025” ci richiama
n.1 all’azione
n.1 Commento a cura di Elena Uga
Ambiente & Salute
a&s.1 Ambiente e salute news (n. 38, mar. - apr. 2026)
.1
L’ Articolo del Mese
am.1 Corticosteroidi nella malattia di Kawasaki: am.1 un dibattito sempre attuale
am.1 A cura di Francesco Accomando
Nutrizione
nu.1 Nutrizione news (n. 19, aprile - maggio 2026)
Direttore
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Coordinatore
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Comitato editoriale
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Redazione di Quaderni acp
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La rivista aderisce agli obiettivi di diffusione gratuita della letteratura medica ed è disponibile integralmente all’ indirizzo: www.acp.it/pagine-elettroni che
Redazione redazione@quaderniacp.it
Electronic pages Quaderni ACP index (number 3, 2026)
ACP Paediatric Newsletter
n.1 HPV Vaccination: Can a Single Dose Be Enough?
n.2 Cochrane Database of Systematic Review: new and updated revisions March-April 2026
Documents
d.1 Save the Children’s “Le Equilibriste” Research
Motherhood in Italy 2025
Comment by Alessandro Volta
d.2 Climate change and health: The “Lancet Countdown 2025” report calls for action
Comment by Elena Uga
Environment & Health
a&s.1 Environment and health news
Article of the month
am.1 Corticosteroids in Kawasaki Disease: A Timely Debate
ni.1 By Francesco Accomando
Nutrition
nu.1 Nutrition news

Kreimer AR, Porras C, Liu D et al.
Noninferiority of One HPV Vaccine Dose to Two Doses.
N Engl J Med. 2025 Dec 18;393(24):2421-2433
La vaccinazione a 2 dosi contro il papillomavirus umano (HPV) è efficace ma la copertura vaccinale rimane molto bassa in diverse realtà. Dati emergenti suggeriscono che una singola dose potrebbe fornire adeguata protezione contro l'infezione da HPV e le sue complicanze. In questo studio è stato valutato se 1 dose di vaccino HPV fosse non inferiore a 2 dosi. Sono state arruolate ragazze di età compresa tra 12 e 16 anni, randomizzate con un rapporto 1:1:1:1, a ricevere una o due dosi di un vaccino HPV bivalente o 1 o 2 dosi di un vaccino HPV nonavalente. L'endpoint primario era la nuova infezione da HPV di tipo 16 o 18 verificatasi dal dodicesimo al sessantesimo mese e persistente per almeno 6 mesi. Il margine di non inferiorità predefinito era di 1.25 infezioni ogni 100 partecipanti. Un totale di 20.330 partecipanti è stato arruolato e sottoposto a randomizzazione. L'analisi di non inferiorità ha mostrato che una dose di vaccino non era inferiore a due dosi nella prevenzione dell'infezione da HPV16 o HPV18. La differenza di incidenza tra una e due dosi del vaccino bivalente è stata di -0.13 infezioni ogni 100 partecipanti (intervallo di confidenza al 95% [IC], da -0.45 a 0.15; P<0.001 per la non inferiorità), e la differenza tra una e due dosi del vaccino nonavalente è stata di 0.21 infezioni ogni 100 partecipanti (IC al 95%, da -0.09 a 0.51; P<0.001 per la non inferiorità). È emerso come una singola dose di vaccino HPV, sia bivalente che nonavalente, ha fornito una protezione adeguata contro l'infezione da HPV16 o HPV18 e non è risultata inferiore a 2 dosi. (Finanziato dal National Cancer Institute e altri; numero ClinicalTrials.gov ESCUDDO, NCT03180034).
HPV Vaccination: Can a Single Dose Be Enough?
Two-dose vaccination against human papillomavirus (HPV) is effective, but vaccination coverage remains very low. Emerging data suggest that a single dose may provide adequate protection. This study evaluated whether one dose of HPV vaccine was noninferior to two doses. Girls aged 12 to 16 years were enrolled and randomized in a 1:1:1:1 ratio to receive one or two doses of a bivalent HPV vaccine or one or two doses of a nonavalent HPV vaccine. The primary endpoint was a new HPV type 16 or 18 infection occurring between months 12 and 60 and persisting for at least 6 months. The predefined noninferiority margin was 1.25 infections per 100 participants. A total of 20,330 participants were enrolled and randomized. Noninferiority analysis showed that one dose of vaccine was noninferior to two doses in preventing HPV16 or HPV18 infection. The difference in incidence between one and two doses of the bivalent vaccine was −0.13 infections per 100 participants (95% confidence interval [CI], −0.45 to 0.15; P<0.001 for noninferiority), and the difference between one and two doses of the nonavalent vaccine was 0.21 infections per 100 participants (95% CI, −0.09 to
0.51; P<0.001 for noninferiority).Thus, a single dose of HPV vaccine, whether bivalent or nonavalent, provided protection against HPV16 or HPV18 infection and was noninferior to two doses. (Funded by the National Cancer Institute and others; ESCUDDO trial, ClinicalTrials.gov number NCT03180034).
Obiettivo (con tipo studio)
Studio randomizzato-controllato in doppio cieco effettuato per stabilire se una singola dose di vaccino bivalente (HPV 16 e 18, Cervarix) o nonavalente (HPV6-HPV11-HPV16-HPV18-HPV31-HPV33-HPV45-HPV52-HPV58, Gardasil 9) contro il Papillomavirus (HPV) possa offrire una copertura non inferiore contro l'infezione persistente da HPV, rispetto alla doppia dose, attuale regime standardizzato.
Popolazione
Sono state reclutate 20.330 ragazze sane e mai esposte alla vaccinazione HPV di età compresa tra 12 e 16 anni provenienti da più di 200 distretti in Costa Rica. Criteri di inclusione: sesso femminile, età compresa tra i 12 e i 16 anni, domiciliazione stabile nella regione di studio per almeno 6 mesi, consenso informato al protocollo da parte dei genitori/ tutori, buone condizioni generali e anamnesi remota silente. Criteri di esclusione: diagnosi di malattia autoimmune/degenerativa/neurologica/genetica/cronica non trattate o in progressione; situazioni nelle quali la vaccinazione possa essere controindicata; ipersensibilità al vaccino o ai suoi componenti; precedente vaccinazione contro HPV.
Intervento
Dopo l'arruolamento, le partecipanti sono state randomizzate in 2 gruppi in base all'età e all'area geografica di provenienza, ricevendo rispettivamente la vaccinazione bivalente oppure quello nonavalente. Dopo 6 mesi, le partecipanti venivano nuovamente sottoposte a randomizzazione per ricevere o la seconda dose di vaccino HPV bivalente/nonavalente oppure una dose di vaccinazione contro difterite-tetano-pertosse. Sono state seguite con uno stretto follow-up, che ha previsto controlli semestrali per i 5 anni successivi alla vaccinazione (o annuali fino al compimento dei 15 anni, quindi semestrali). A partire da 15 anni, a ogni controllo veniva raccolto un campione cervico-vaginale, indipendentemente dal fatto che le partecipanti riportassero o meno di essere sessualmente attive, che veniva poi analizzato con tecnica TypeSeq2 in grado di rilevare 46 tipologie di HPV. Insieme al

campione biologico, veniva inoltre somministrato un questionario per indagare lo stato di scolarizzazione, l'abitudine al fumo di sigaretta, lo sviluppo puberale e le abitudini sessuali. Inoltre, sono state reclutate in maniera non randomizzata 3.005 ragazze tra i 16 e i 21 anni con lo scopo di monitorare lo status quo della trasmissione dell'infezione da HPV nella popolazione in studio. Queste partecipanti hanno effettuato una visita iniziale e una seconda visita circa 6 mesi dopo l'arruolamento, fornendo il gruppo di confronto utilizzato per la stima dell'efficacia vaccinale.
Controllo
A 6 mesi dalla prima dose vaccinale, prosecuzione di normale schedula vaccinale con seconda somministrazione di vaccino bivalente o nonavalente.
Outcome/Esiti
L'esito primario era la comparsa di nuova infezione incidente (test positivo dopo 2 test negativi all'arruolamento e a 6 mesi) e persistente (di durata > 6 mesi da parte del medesimo genotipo) da HPV 16 o 18 in un lasso di tempo compreso tra i 12 e i 60 mesi dopo la randomizzazione, accettando un margine di non inferiorità di 1.25 infezione su 100 partecipanti (margine selezionato sulla base dell'efficacia stimata per singola dose > 80%). La coorte intention-to-treat (ITT) è stata considerata come una coorte analitica secondaria, comprendente tutte le partecipanti che hanno completato la randomizzazione. L'endpoint per la coorte ITT era costituito dalle infezioni persistenti da HPV16/18. A differenza dell'endpoint primario, questa definizione non richiedeva test negativi per specifici tipi di HPV né al momento dell'arruolamento né alla visita a 6 mesi (esito secondario).
Tempo
Il reclutamento e la randomizzazione sono stati condotti tra novembre 2017 e febbraio 2020. Lo studio si è concluso il 2 aprile 2025.
Risultati principali
Per quanto riguarda l'endpoint primario, 1 dose di vaccino anti HPV non è risultata inferiore a 2 dosi per entrambi i tipi di vaccini: bivalente con IC 95%, -0.45 – 0.15; nonavalente con IC 95%, -0.09 – 0.51. La distribuzione degli eventi nel tempo non ha mostrato prove di una diminuzione della protezione. Per quanto riguarda il vaccino nonavalente, una singola dose è stata non inferiore a 2 anche nella prevenzione dei 7 tipi oncogeni inclusi (differenza di tasso 0.56 infezioni per 100 partecipanti; IC 95%, 0.01 – 1.11; P<0.001). L'efficacia contro HPV 16 e 18 è stata del 98.2% con una dose bivalente (IC 95%, 96.1-99.6) contro il 97.8% delle 2 dosi (IC 95%, 95.6 – 99.3) e del 97.0% con una dose nonavalente (IC 95%, 94.3 – 99.1) contro il 98.5% delle 2 dosi (IC 95%, 96.7 – 99.7). Contro i 7 tipi oncogeni del vaccino nonavalente, l'efficacia è stata del 94.5% con una dose (IC 95%, 92.3 – 96.6) e del 95.8% con 2 dosi (IC 95%, 93.8 – 97.6). Eventi avversi gravi possibilmente correlabili alla vaccinazione si sono verificati solo nello 0.03% delle partecipanti (7 su 20.330). Non sono emersi elementi di sicurezza differenti tra il regime a dose singola e quello a due dosi.
Lo studio ESCUDDO ha dimostrato che una singola dose di vaccino anti-HPV, sia bivalente che nonavalente, fornisce una protezione contro l'infezione da HPV16 o HPV18 non inferiore al regime standard in 2 dosi. La protezione fornita dalla dose singola è rimasta stabile e non ha mostrato segni di declino per l'intero periodo di follow-up di 5 anni. Questo studio rappresenta probabilmente l'evidenza clinica più robusta oggi disponibile a sostegno della strategia OMS di vaccinazione anti-HPV a dose singola, con potenziali ricadute importanti sull'equità di accesso alla vaccinazione a livello globale.
Le evidenze a supporto della schedula a dose singola si sono accumulate progressivamente nel corso di oltre un decennio, a partire da analisi non randomizzate per giungere a trial controllati e modelli di impatto a livello di popolazione. Il primo segnale di efficacia fu generato da un'analisi post-hoc del Costa Rica Vaccine Trial (CVT), in cui circa il 20% delle partecipanti aveva ricevuto meno di 3 dosi per motivi indipendenti dalla propria volontà. Kreimer et al. (2011) dimostrarono un'efficacia del 100% (IC 95% 66.5–100) con una sola dose di vaccino bivalente a 4 anni di follow-up, non significativamente diversa dal regime standard a 3 dosi [1]. Pur con i limiti del disegno non randomizzato, questo lavoro aprì la strada a un'ipotesi biologicamente plausibile. Il mantenimento della protezione nel tempo è stato confermato dallo stesso gruppo a 9-11 anni [2] e da Porras et al. (2024) fino a 16 anni dalla vaccinazione, con declino anticorpale modesto e protezione stimata di almeno 20 anni [3]. La replicabilità con un vaccino diverso e in un contesto geografico differente è stata dimostrata dalla coorte prospettica indiana coordinata dall'IARC, con efficacia del 95.4% (IC 95% 85.0–99.9) contro l'infezione persistente da HPV16/18 a 10 anni con vaccino quadrivalente in dose singola [4]. Il primo RCT con endpoint virologico di infezione persistente tipo-specifica è stato il KEN SHE study in Kenya: Barnabas et al. (2023) hanno dimostrato un'efficacia del 97.5% e 98.8% rispettivamente per vaccino bivalente e nonavalente in dose singola a 36 mesi, con assenza di segnali di declino della protezione [5]. Sul piano immunologico, il trial DoRIS in Tanzania ha fornito i primi dati randomizzati nella fascia 9-14 anni: il profilo anticorpale dopo dose singola mostrava un plateau stabile tra il mese 7 e il mese 24, diversamente dalla curva decrescente osservata con 2 e 3 dosi, con sieropositivà per HPV16 non inferiore alle dosi multiple; per HPV18 la non inferiorità formale non fu raggiunta, pur con sieropositività >98% in tutti i gruppi [6]. Le implicazioni di sanità pubblica sono state quantificate da Bénard et al. (2023) attraverso un modello dinamico di trasmissione su 4 Paesi a risorse limitate: anche nello scenario più pessimistico, la dose singola risultava più efficiente della doppia dose in termini di dosi necessarie per caso prevenuto [7].
cosa
Fino ad ora nessun trial randomizzato in doppio cieco e di grandi dimensioni aveva confrontato direttamente la non inferiorità di una dose rispetto a due dosi dello stesso vaccino HPV. Questo approccio potrebbe essere vantaggioso soprat-

tutto in quei contesti in cui la malattia è molto diffusa, con una scarsa accessibilità alla vaccinazione. A livello globale, l'accesso al vaccino rimane limitato. In media meno del 30% delle ragazze adolescenti nel mondo risulta vaccinato.
Validità interna
Disegno dello studio: Lo studio è un RCT doppio cieco, approvato da 2 comitati etici indipendenti (Costa Rican Clinical Research Institute e Hospital Clínica Bíblica). La cecità è stata garantita dalla somministrazione di un vaccino di controllo attivo (DTP) al gruppo a dose singola, rendendo indistinguibile per le partecipanti la schedula ricevuta. Per prevenire effetti di immunità di gregge, l'arruolamento è stato limitato al 35% delle ragazze eleggibili, garantendo che i risultati riflettessero l'efficacia individuale del vaccino.
Punti di forza e limiti: L'ampiezza del campione (oltre 20.000 partecipanti) e il lungo periodo di follow-up (5 anni) rappresentano i principali punti di forza dello studio. Inoltre, le perdite al follow-up sono risultate simili nei gruppi confrontati, riducendo il rischio di bias di selezione. Il margine di non inferiorità fissato dagli autori (1.25 infezioni ogni 100 partecipanti) corrispondeva alla differenza di tasso considerata compatibile con un'efficacia della dose singola pari ad almeno l'80%. Questa soglia potrebbe apparire relativamente ampia e riflettere una scelta in parte pragmatica. Tuttavia, i risultati osservati sono stati nettamente migliori delle attese: l'efficacia è risultata superiore al 97% e il limite superiore dell'intervallo di confidenza per il vaccino nonavalente è stato pari a 0.51. Di conseguenza, eventuali perplessità sulla scelta del margine di non inferiorità assumono scarsa rilevanza pratica. L'analisi primaria è stata condotta sulla popolazione per-protocol, scelta metodologicamente corretta per i trial di non inferiorità, in cui l'analisi ITT tenderebbe ad avvicinare artificiosamente i gruppi testati. L'analisi ITT, condotta come analisi di sensibilità, ha confermato i risultati principali. Il follow-up di 5 anni non consente conclusioni definitive sulla durata della protezione, questione che rimane aperta e identificata dal SAGE-OMS come priorità di ricerca. La stima dell'efficacia vaccinale non deriva da un confronto randomizzato con placebo, ma dal confronto con una coorte esterna non vaccinata. Per ridurre le differenze tra i gruppi, gli autori hanno utilizzato un metodo statistico (propensity score) che permette di confrontare partecipanti con caratteristiche simili. Nonostante ciò, non si può escludere completamente la presenza di fattori confondenti non misurati
Esiti: L'endpoint primario, rappresentato dall'infezione persistente da HPV16/18, è clinicamente rilevante ma costituisce un endpoint surrogato rispetto al carcinoma della cervice uterina. Per i sette tipi oncogeni inclusi nel vaccino nonavalente è stata dimostrata la non inferiorità della monosomministrazione rispetto allo schema a due dosi. Tra gli endpoint secondari, il vaccino bivalente in dose singola ha mostrato una minore cross-protezione nei confronti di HPV31 e HPV45 rispetto a due dosi (38.3% vs 82.6% per HPV31 e 58.8% vs 72.1% per HPV45). Gli autori segnalano questo risultato come interessante, ma non tale da modificare la conclusione principale dello studio. Tale limite non riguarda il vaccino nonavalente, che include HPV31 e HPV45 tra i tipi direttamente coperti.
Trasferibilità
Popolazione studiata: le partecipanti selezionate si trovano nella stessa fascia d'età alla quale nel nostro Paese viene proposta la vaccinazione per HPV (12-16 anni). Rispetto alla popolazione italiana, la copertura vaccinale in Costa Rica è più bassa e quindi anche l'effetto di immunità di gregge è diverso rispetto al contesto europeo. Secondo gli ultimi dati di Epicentro (ISS) risalenti a gennaio 2024 anche in Italia i livelli di copertura vaccinale risultano essere mediamente inferiori alla soglia ottimale stimata dal Piano di Prevenzione Nazionale, aggirandosi intorno al 50-60% in base alla regione considerata. Dal primo novembre 2022 al maggio 2025, è stata condotta una Joint Action (JA) Europea, coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS), denominata PERCH (PartnERship to Contrast HPV, https://www.projectperch. eu/) a cui hanno partecipato 18 Paesi europei e 34 organizzazioni con l'obiettivo di contribuire all'attuazione del Piano europeo di lotta contro il cancro alla cervice uterina (Europe's beating cancer plan) e aumentare la copertura vaccinale nell'area europea. Un ulteriore elemento di trasferibilità è rappresentato dal fatto che il trial è stato progettato per minimizzare gli effetti dell'immunità di gregge, consentendo una stima più accurata dell'efficacia individuale del vaccino
Tipo di intervento: la tipologia di vaccinazione in studio è quella che viene proposta dal nostro piano vaccinale (Gardasil9). Si tratta di uno studio importante per la definizione delle politiche vaccinali, soprattutto per i Paesi a risorse limitate. Infatti, a distanza di 20 anni dalla sua raccomandazione da parte della WHO, solo il 27% delle adolescenti a livello mondiale ha ricevuto la vaccinazione per HPV. I Paesi dove la vaccinazione non è disponibile o difficilmente accessibile al momento rappresentano il 90% del carico globale di tumore della cervice uterina. In questi contesti, la dimostrazione della non inferiorità della singola dose vaccinale potrebbe essere utile a fissare dei nuovi obiettivi di campagna vaccinale, quali una copertura più ampia possibile con almeno una dose del vaccino bivalente o nonavalente. L' OMS ha anticipato questo orientamento, infatti lo Strategic Advisory Group of Experts on Immunization (SAGE) ha approvato nell'aprile 2022 una schedula alternativa a dose singola off-label per ragazze e ragazzi di età 9-20 anni, riconoscendo che le evidenze disponibili suggeriscono un'efficacia e una durata di protezione comparabili alla schedula a due dosi, pur sottolineando la necessità di monitoraggio nel tempo e identificando come priorità di ricerca la generazione di dati nella popolazione target primaria (9-14 anni) (HPV vaccines: WHO position paper (2022 update). Wkly Epidemiol Rec 2022;97:645–72). Rimane tuttavia aperta la questione se la riduzione della cross-protezione osservata per alcuni genotipi non vaccinali (in particolare HPV31 e HPV45) con il vaccino bivalente in dose singola possa avere rilevanza clinica nel lungo termine, aspetto che richiederà ulteriori dati di follow-up
1. Vaccine Group. Proof-of-principle evaluation of the efficacy of fewer than three doses of a bivalent HPV16/18 vaccine. J Natl Cancer Inst. 2011 Oct 5;103(19):1444-51. doi: 10.1093/jnci/djr319. Epub 2011 Sep 9. PMID: 21908768; PMCID: PMC3186781.
2. Kreimer AR, Sampson JN, Porras C et al.; Costa Rica HPV Vaccine Trial (CVT) Group. Evaluation of Durability of a Single Dose of the Bivalent HPV Vaccine: The CVT Trial. J Natl Cancer Inst. 2020 Oct 1;112(10):1038-1046.

3. Porras C, Romero B, Kemp T et al.; Costa Rica HPV Vaccine Trial Study Group. HPV16/18 antibodies 16-years after single dose of bivalent HPV vaccination: Costa Rica HPV vaccine trial. J Natl Cancer Inst Monogr. 2024 Nov 1;2024(67):329-336.
4. Basu P, Malvi SG, Joshi S et al. Vaccine efficacy against persistent human papillomavirus (HPV) 16/18 infection at 10 years after one, two, and three doses of quadrivalent HPV vaccine in girls in India: a multicentre, prospective, cohort study. Lancet Oncol. 2021 Nov;22(11):15181529.
5. Barnabas RV, Brown ER, Onono MA et al. Durability of single-dose HPV vaccination in young Kenyan women: randomized controlled trial 3-year results. Nat Med. 2023;29:3224-32.
6. Watson-Jones D, Changalucha J, Whitworth H et al. Immunogenicity and safety of one-dose human papillomavirus vaccine compared with two or three doses in Tanzanian girls (DoRIS): an open-label, randomised, non-inferiority trial. Lancet Glob Health. 2022 Oct;10(10):e1473-e1484.
7. Bénard É, Drolet M, Laprise JF et al. Potential population-level effectiveness of one-dose HPV vaccination in low-income and middle-income countries: a mathematical modelling analysis. Lancet Public Health. 2023 Oct;8(10):e788-e799. doi: 10.1016/S2468-2667(23)00180-9. PMID: 37777288; PMCID: PMC10557953.
Scheda redatta dal gruppo di Monza e Brianza: Elena Arosio, Claudia Brusadelli, Riccardo Cazzaniga, Lucia Di Maio, Federica Gironi, Federica Gruosso, Emanuele Lanino, Ines L'Erario, Ambrogina Pirola, Ferdinando Ragazzon, Patrizia Rogari, Federica Zanetto.

Il CDSR è il database della Cochrane Library che contiene le revisioni sistematiche (RS) originali prodotte dalla Cochrane Collaboration. L'accesso a questa banca dati è a pagamento per il full text, gratuito per gli abstracts (con motore di ricerca). L' elenco completo delle nuove RS e di quelle aggiornate è disponibile su internet. Di seguito è riportato l' elenco delle nuove revisioni di area pediatrica di Marzo – Aprile 2026. La selezione è stata realizzata dalla redazione della newsletter pediatrica. Cliccando sul titolo si viene indirizzati all'abstract completo disponibile in MEDLINE, la banca dati governativa americana, o presso la Cochrane Library. Di alcune revisioni vi offriamo la traduzione italiana delle conclusioni degli autori.
Revisioni sistematiche nuove o aggiornate di area pediatrica Marzo – Aprile 2026 (Issue 3-4, 2026)
1. Insulin‐like growth factor‐1 for the prevention or treatment of retinopathy of prematurity
2. Standardised formal resuscitation training programmes for reducing mortality and morbidity in newborn infants
3. Magnesium sulphate for treating acute bronchiolitis in children under two years of age
4. Vitamin D for preventing acute respiratory infections in children up to five years of age
5. Psychosocial interventions for supporting women to stop smoking in pregnancy
6. Melatonin treatment for neonatal encephalopathy
IGF-1 nella prevenzione e nel trattamento della retinopatia del prematuro
Trzaski JM et al.
Insulin‐like growth factor‐1 for the prevention or treatment of retinopathy of prematurity
Cochrane Database of Systematic Reviews 2026
Questa revisione Cochrane ha valutato se la somministrazione postnatale di IGF-1 nei neonati estremamente prematuri possa prevenire la comparsa o ridurre la gravità della retinopatia del prematuro (ROP). Tra i possibili meccanismi coinvolti nella ROP vi è la brusca riduzione postnatale dei livelli di IGF-1, fattore di crescita importante per il normale sviluppo vascolare retinico. Sono stati inclusi due studi randomizzati condotti tra il 2011 e il 2016 in Europa e Nord America, per un totale di 140 neonati nati tra 23 e 27 settimane di età gestazionale. I risultati non hanno mostrato benefici chiari del trattamento né sulla riduzione della ROP severa né sulla necessità di trattamento oftalmologico. Anche i dati relativi alla sicurezza rimangono incerti: nello studio più ampio è emerso un possibile aumento degli eventi avversi gravi nei neonati trattati con IGF-1. La certezza delle evidenze è stata giudicata molto bassa, principalmente per il numero limitato di pazienti inclusi, il rischio di bias metodologico e il finanziamento industriale degli studi. Rimane quindi evidente la necessità di studi indipendenti, più ampi e metodologicamente solidi,
in una popolazione particolarmente vulnerabile come quella dei grandi prematuri.
Programmi strutturati di formazione alla rianimazione neonatale per ridurre mortalità e complicanze nei neonati
Dempsey E et al.
Standardised formal resuscitation training programmes for reducing mortality and morbidity in newborn infants
Cochrane Database of Systematic Reviews 2026
Questa revisione Cochrane ha valutato l'efficacia dei programmi standardizzati di formazione avanzata alla rianimazione neonatale (SFNRT) nel ridurre mortalità e morbilità nei neonati. Sono stati inclusi 27 studi, per un totale di oltre 528.000 neonati, anche se solo pochi studi fornivano dati per ciascun esito analizzato. Rispetto all'assenza di formazione, i programmi strutturati di rianimazione neonatale sono stati associati a una riduzione della mortalità nelle prime 24 ore e nella prima settimana di vita, con evidenze di certezza moderata. È emersa inoltre una possibile riduzione della mortalità entro i primi 28 giorni di vita, sostenuta però da evidenze di bassa certezza. Le evidenze relative ai programmi con sessioni di richiamo (“booster”) rimangono molto incerte e non consentono conclusioni affidabili. Inoltre, gli studi inclusi non riportavano dati sulle principali morbilità neonatali, in particolare sugli esiti neurologici e sullo sviluppo neuroevolutivo. Il rischio di bias metodologico è risultato variabile e tutti gli studi che riportavano dati di mortalità sono stati condotti esclusivamente in Paesi a basso e medio reddito. La revisione conferma quindi che la formazione strutturata alla rianimazione neonatale rappresenta uno strumento potenzialmente efficace per ridurre la mortalità precoce dei neonati, soprattutto nei contesti con risorse limitate. Rimane tuttavia evidente la necessità di studi che valutino anche gli esiti neurologici e la qualità della sopravvivenza nel lungo termine.
Solfato di magnesio per il trattamento della bronchiolite acuta nei bambini sotto i 2 anni
Chandelia S et al.
Magnesium sulphate for treating acute bronchiolitis in children under two years of age
Cochrane Database of Systematic Reviews 2026
Questa revisione Cochrane ha valutato efficacia e sicurezza del solfato di magnesio nel trattamento della bronchiolite acuta nei bambini sotto i due anni di età. Sono stati inclusi sette studi randomizzati per un totale di 816 bambini, condotti in Qatar, Turchia, Iran, Cina e India. I trattamenti di confronto comprendevano placebo, soluzione salina ipertonica, adrenalina, salbutamolo e cure standard. Nel confronto con placebo, il solfato di magnesio non ha mostrato benefici chiari sulla durata dell'ospedalizzazione né sulla gravità clinica della bronchiolite. È invece

emerso un possibile aumento delle ri-ospedalizzazioni entro 30 giorni dalla dimissione (RR 3,16), sebbene sostenuto da evidenze di bassa certezza. Anche nei confronti con soluzione salina ipertonica, salbutamolo o adrenalina, il solfato di magnesio non ha evidenziato miglioramenti clinicamente rilevanti sulla gravità respiratoria o sulla durata del ricovero. In alcuni studi la durata della degenza risultava sovrapponibile tra i gruppi trattati e quelli di controllo. Le informazioni relative a mortalità ed eventi avversi sono risultate molto limitate e spesso non riportate. In diversi studi non sono stati osservati eventi avversi significativi né nel gruppo trattato né nei controlli, ma il numero ridotto di pazienti non consente conclusioni affidabili sulla sicurezza del trattamento. La certezza delle evidenze è stata giudicata molto bassa per quasi tutti gli esiti, principalmente a causa del rischio di bias metodologico e dell'elevata imprecisione dei risultati. La revisione conclude che le evidenze attualmente disponibili non consentono di stabilire benefici o rischi chiari del solfato di magnesio nella bronchiolite acuta dei bambini sotto i due anni. Rimane quindi necessaria la realizzazione di studi randomizzati più ampi e metodologicamente solidi, in grado di valutare anche esiti clinicamente rilevanti come il tempo di recupero, gli eventi avversi e la durata dell'ospedalizzazione.
Vitamina D nella prevenzione delle infezioni respiratorie acute nei bambini sotto i 5 anni
van Arragon M et al
Vitamin D for preventing acute respiratory infections in children up to five years of age
Cochrane Database of Systematic Reviews 2026
Negli ultimi anni la vitamina D è stata proposta come possibile intervento preventivo grazie al suo ruolo nella regolazione della risposta immunitaria. Questa revisione Cochrane ha valutato benefici e rischi della supplementazione di vitamina D nella prevenzione delle infezioni respiratorie acute (ARI) nei bambini fino a cinque anni di età. Sono stati inclusi 107 studi randomizzati per un totale di oltre 31.500 partecipanti. La vitamina D veniva somministrata in gravidanza, nella prima infanzia o in entrambe le fasi, con differenti dosaggi, formulazioni e schemi di somministrazione. Le infezioni respiratorie acute rappresentano una delle principali cause di malattia e accesso ai servizi sanitari nei primi anni di vita. I risultati mostrano che la supplementazione di vitamina D potrebbe ridurre lievemente la proporzione di bambini che necessitano di visite sanitarie per infezioni respiratorie acute rispetto al placebo (RR 0.95), ma probabilmente non riduce il numero medio di visite per bambino. Il confronto tra dosi più elevate di vitamina D (≥ 1.000 UI) e dosi più basse (≤ 1.000 UI) non ha mostrato benefici aggiuntivi significativi né sulla frequenza dei contatti sanitari né sul numero medio di visite correlate alle infezioni respiratorie. L'ipercalcemia, principale evento avverso monitorato, è risultata rara sia nelle donne in gravidanza sia nei bambini. Le evidenze disponibili suggeriscono che la supplementazione di vitamina D abbia effetti minimi o nulli sul rischio di ipercalcemia, anche utilizzando dosaggi più elevati. La qualità delle evidenze variava da moderata a molto bassa, principalmente per l'eterogeneità degli studi inclusi, le differenti strategie di supplementazione utilizzate e l'imprecisione
dei risultati disponibili. Gli autori sottolineano quindi la necessità di studi più ampi e metodologicamente solidi per chiarire il reale beneficio clinico della vitamina D nella prevenzione delle infezioni respiratorie acute in età pediatrica.
Interventi psicosociali per favorire la cessazione del fumo in gravidanza
Freijah I et al.
Psychosocial interventions for supporting women to stop smoking in pregnancy
Cochrane Database of Systematic Reviews 2026
Il fumo in gravidanza rappresenta uno dei principali fattori di rischio prevenibili associati a esiti avversi materni e neonatali, tra cui basso peso alla nascita, prematurità e ricovero in terapia intensiva neonatale. Questa revisione Cochrane ha valutato l'efficacia degli interventi psicosociali rivolti a donne in gravidanza che fumavano o avevano recentemente smesso di fumare. Sono stati inclusi 127 studi, per un totale di oltre 47.000 partecipanti. Gli interventi comprendevano counseling, educazione sanitaria, feedback personalizzati, supporto sociale, incentivi economici ed esercizio fisico, confrontati con cure standard o interventi meno intensivi. Gli interventi psicosociali hanno probabilmente aumentato in modo significativo la probabilità di cessazione del fumo sia nella tarda gravidanza (RR 1.41) sia nei primi mesi dopo il parto (RR 1.33), con evidenze di certezza moderata. I risultati più consistenti sono stati osservati per il counseling e per gli incentivi economici (come voucher o premi legati alla sospensione del fumo), che hanno mostrato un effetto particolarmente rilevante nel favorire la sospensione del fumo. Gli interventi psicosociali sono stati associati anche ad alcuni benefici sugli esiti neonatali: i bambini nati da donne che avevano ricevuto questi interventi presentavano un peso medio alla nascita maggiore di circa 57 grammi rispetto ai gruppi di controllo, e una riduzione del rischio di basso peso alla nascita (< 2.500 g) di circa il 18% (RR 0.82), sebbene con evidenze di bassa certezza. Le evidenze relative alla riduzione delle nascite pretermine sono risultate invece molto incerte e non consentono di stabilire un beneficio chiaro degli interventi sulla prematurità. Analogamente, gli interventi psicosociali non hanno mostrato effetti chiari sul rischio di natimortalità; le evidenze disponibili, giudicate di certezza moderata, suggeriscono infatti differenze minime o assenti rispetto ai gruppi di controllo. È inoltre emersa una possibile riduzione dei ricoveri in terapia intensiva neonatale (NICU) immediatamente dopo la nascita (RR 0.84), anche se sostenuta da evidenze di bassa certezza. La qualità delle evidenze è stata limitata principalmente da imprecisione statistica e da alcuni limiti metodologici degli studi inclusi. Inoltre, pochi studi hanno valutato l'efficacia degli interventi nelle popolazioni più vulnerabili, come minoranze etniche o comunità indigene, rendendo difficile comprendere come adattare al meglio questi programmi ai contesti di maggiore fragilità sociale. La revisione conferma comunque che gli interventi psicosociali, in particolare counseling e incentivi economici, rappresentano strumenti efficaci e potenzialmente rilevanti anche sul piano della salute neonatale, rafforzando l'importanza di integrare il supporto alla cessazione del fumo nei percorsi di assistenza alla gravidanza.

Melatonina nel trattamento dell'encefalopatia neonatale
Hurley T
Melatonin treatment for neonatal encephalopathy
Cochrane Database of Systematic Reviews 2026
L'encefalopatia neonatale (NE) colpisce ogni anno oltre un milione di neonati nel mondo ed è associata a un elevato rischio di mortalità e disabilità neuroevolutiva a lungo termine. Attualmente l'ipotermia terapeutica rappresenta l'unico trattamento con efficacia dimostrata, ma il suo beneficio rimane parziale e alcuni dati suggeriscono possibili criticità di sicurezza nei Paesi a basso reddito. In questo contesto, la melatonina è stata proposta come potenziale trattamento neuroprotettivo grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Questa revisione Cochrane ha valutato efficacia e sicurezza della melatonina, associata o meno all'ipotermia terapeutica, nei neonati con encefalopatia neonatale. Sono stati inclusi quattro studi randomizzati per un totale di 155 neonati a termine o late preterm. Due studi confrontavano melatonina più ipotermia terapeutica versus trattamento standard con ipotermia, mentre altri due valutavano la melatonina senza ipotermia rispetto alle cure standard. Solo uno studio pilota, comprendente 25 partecipanti, ha valutato l'esito clinicamente più rilevante: morte o disabilità neuroevolutiva a 18 mesi. Le evidenze disponibili sono risultate molto incerte e non consentono di stabilire se la melatonina riduca mortalità o disabilità neurologica nei sopravvissuti. Anche i dati relativi alla mortalità nel primo mese di vita, alle anomalie alla risonanza magnetica cerebrale e agli altri esiti neurologici risultano molto incerti. Nessuno studio ha inoltre riportato dati sulla disfunzione multiorgano o sull'utilizzo di farmaci anticonvulsivanti. Nonostante gli studi inclusi presentassero nel complesso un basso rischio di bias metodologico, la qualità delle evidenze è stata giudicata molto bassa principalmente a causa dell'esiguo numero di partecipanti e dell'elevata imprecisione statistica dei risultati. La revisione conclude quindi che le evidenze disponibili non consentono attualmente di definire il ruolo della melatonina nel trattamento dell'encefalopatia neonatale. Rimane urgente la necessità di studi randomizzati più ampi e metodologicamente solidi, in grado di valutare esiti neurologici e neuroevolutivi a lungo termine.

Questa rubrica propone Documenti sanitari, linee guida, linee di indirizzo o di intenti di interesse pediatrico commentati a cura dell’ Associazione Culturale Pediatri. Potete inviare le vostre osservazioni ai documenti scrivendo a: redazione@quaderniacp.it. Le vostre lettere verranno pubblicate sul primo numero utile.
La maternità in Italia 2025
Commento a cura di Alessandro Volta
Pediatra neonatologo, Direttore del Programma Materno Infantile dell’Ausl di Reggio Emilia
Il report 2025 di Save the Children sulla condizione della maternità in Italia aggiorna e rafforza quanto riportato nei precedenti rapporti. La fotografia attuale conferma le principali difficoltà che le madri italiane incontrano nel loro percorso generativo e genitoriale. In particolare viene ribadito l’ eccessivo gap di genere nella cura di figli e figlie, con disparità lavorative rispetto ai padri sia nel reddito che nella tipologia dei contratti di lavoro in termini di precarietà e frammentazione. Nel nostro Paese il 20% delle madri smette di lavorare dopo la nascita di un figlio (questa percentuale sale al 35% in caso di figlio con disabilità) e la penalizzazione cresce con l’ aumento del numero dei figli; invece per i padri la nascita di un figlio migliora e consolida la situazione lavorativa. La penalizzazione materna si conferma più elevata nelle regioni del sud, nelle isole e nelle aree interne, dove il gender gap per chi ha 2 o più figli supera il 40%. La penalizzazione per le lavoratrici madri resta talmente alta da incidere sul quadro demografico e sull’inarrestabile calo delle nascite. Secondo il WeWorld Index 2026 in Italia le donne restano ‘il gruppo sociale in condizioni di maggiore vulnerabilità e marginalizzazione a livello nazionale, con un rischio più alto di subire violazioni dei diritti umani’. Il rapporto contiene un capitolo che per la prima volta prende in esame le madri single, che vengono definite ‘le equilibriste delle equilibriste’. Si tratta prevalentemente di donne separate o divorziate con figli minorenni; attualmente sono oltre 700 mila e il loro numero è aumentato del 44% negli ultimi 10 anni. Si tratta di una categoria ad alto rischio di povertà, esclusione e precarietà. Il confronto con altri Paesi della UE è impietoso: mentre da noi mancano interventi dedicati e strutturati, in molte altre nazioni queste madri usufruiscono di detrazioni fiscali aggiuntive, congedi raddoppiati, accesso prioritario ai servizi educativi, specifici sussidi abitativi. Nel nostro Paese i benefici sono invece esclusivamente indiretti. Per queste madri il pediatra di famiglia, in rete con le altre risorse presenti sul territorio, può senz’ altro attivare una valutazione mirata e svolgere un prezioso ruolo di supporto e, nel caso, di segnalazione. Nonostante i lievi miglioramenti ottenuti principalmente con l’introduzione dell’ Assegno Unico Universale, ‘la situazione resta fragile e suggerisce la necessità di interventi strutturali per favorire l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro’. Le richieste concrete che gli estensori del rapporto propongono alla politica restano le stesse degli anni passati. Merita ricordarle: sgravi fiscali per le madri lavoratrici, congedi di paternità esclusivi di almeno 3 mesi e congedi parentali retribuiti all’80%; certificazione di parità di genere per le aziende; maggiori posti nei servizi per la prima infanzia, con costi accessibili; poli per l’ infanzia territoriali gratuiti o con costi contenuti; interventi mirati per le madri single. Il documento ri-
tiene poco utili gli interventi spot, come i vari bonus erogati una tantum. Le conclusioni del rapporto non sono incoraggianti e dovrebbero spingere verso interventi politici rapidi e coraggiosi: ‘anche quest’ anno, i dati restituiscono un quadro marcato da forti divari: nella partecipazione al mercato del lavoro, nelle differenze salariali, nella difficoltà persistente per molte donne di far coesistere progetti di maternità e percorsi professionali e di realizzazione personale’. Su questi temi dobbiamo riconoscere che l’azione di advocacy della pediatria è ancora poco efficace. Come categoria dovremmo incrementare i canali diretti e le occasioni istituzionali per sensibilizzare politici e legislatori verso una maggiore tutela della maternità e della genitorialità, riducendo almeno in parte le significative differenze presenti con la maggior parte degli altri Paesi europei.


Questa rubrica propone Documenti sanitari, linee guida, linee di indirizzo o di intenti di interesse pediatrico commentati a cura dell’ Associazione Culturale Pediatri. Potete inviare le vostre osservazioni ai documenti scrivendo a: redazione@quaderniacp.it. Le vostre lettere verranno pubblicate sul primo numero utile.
Cambiamento climatico e salute: Il rapporto “The Lancet Countdown 2025” ci richiama all’azione
Commento a cura di Elena Uga
Gruppo ACP “Pediatri Per un Mondo Possibile”
Commento a: “Romanello M et al: The 2025 report of the Lancet Countdown on health and climate change: climate change action offers a lifeline The Lancet, 2025; 406, 2804-2857”
Il “Lancet Countdown on Health and Climate Change” è una prestigiosa collaborazione internazionale e multidisciplinare di oltre 100 esperti di spicco, inclusi ricercatori, scienziati, medici e professionisti della salute provenienti da oltre 50 istituzioni accademiche (fra cui OMS, World Bank, Università e Centri di Ricerca leader a livello mondiale). La collaborazione, avviata nel 2016, analizza attualmente gli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana attraverso 57 indicatori suddivisi in cinque aree principali. L’ iniziativa fornisce dati scientifici fondamentali per orientare le politiche sanitarie e climatiche dei governi e ha l’ obiettivo di valutare i progressi nella tutela della salute pubblica in relazione agli impegni dell’ Accordo di Parigi del 2015, che mira a limitare il riscaldamento globale a meno di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali. Del precedente rapporto (2024) si erano già occupati G. Toffol e L. Reali su Quaderni ACP, ma purtroppo la situazione in due anni non ha visto sostanziali miglioramenti. Nel dettaglio il rapporto “The Lancet Countdown”, pubblicato annualmente sulla rivista “The Lancet”, analizza gli effetti del calore estremo a livello mondiale su mortalità e morbilità, sicurezza alimentare, diffusione di malattie infettive e i rischi sanitari, economici e sociali che ne conseguono. La Collaborazione sottolinea alla comunità scientifica internazionale come il cambiamento climatico sia una delle più gravi minacce alla salute globale del XXI secolo, e non si tratti più solo di un avvertimento, ma di un’emergenza in corso. Inoltre il rapporto evidenzia che azioni climatiche urgenti, come la riduzione dei combustibili fossili, porterebbero benefici immediati alla salute (aria più pulita, diete migliori). La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2024 ha pubblicato una risoluzione con l’ intento di tradurre in impegno politico l’urgenza scientifica espressa dalla “Lancet Countdown”. L’ OMS riconosce formalmente il clima come minaccia suprema per la salute pubblica globale, chiedendo la creazione di sistemi sanitari sostenibili e resilienti. La risoluzione esorta gli Stati a implementare Piani Nazionali di Adattamento (HNAP) e a decarbonizzare i servizi sanitari, che contribuiscono per circa il 5% alle emissioni globali di carbonio. In linea con le criticità sollevate dal primo documento, il testo sollecita finanziamenti per i paesi vulnerabili e affronta l’ aumento delle malattie trasmesse da vettori e l’ insicurezza alimentare. La risoluzione chiede infine lo sviluppo di un piano d’ azione globale per contrastare il calo
del “coinvolgimento politico” evidenziato dal precedente rapporto Lancet. In seguito a questa storica risoluzione (WHA77.14), l’OMS ha già introdotto nuovi strumenti strategici e operativi durante la 78ª Assemblea Mondiale della Sanità (WHA78) del maggio 2025. Tra i principali sviluppi figurano il “Global Action Plan on Climate Change and Health 2025-2028”, che definisce azioni concrete per affrontare gli impatti sanitari della crisi climatica e rafforzare la risposta dei sistemi sanitari; l’ inserimento del cambiamento climatico tra i sei obiettivi strategici del 14° Programma Generale di Lavoro dell’OMS (GPW14) per il periodo 20252028; e la creazione della Commissione Paneuropea su Clima e Salute, nata con l’ obiettivo di sviluppare soluzioni specifiche per il settore sanitario europeo di fronte alle sfide poste dalla crisi climatica. Il Lancet Countdown 2025, quindi, sottolinea come il superamento della soglia di 1.5 °C stia destabilizzando tutti i sistemi vitali. Gli esperti denunciano i costi umani dell’ inazione politica e il persistente sostegno finanziario ai combustibili fossili, che ostacola la resilienza dei sistemi sanitari. Ne emerge come il nostro pianeta sia un paziente in condizioni critiche e come l’ inazione prolungata abbia spinto i sistemi di supporto vitale del pianeta oltre i limiti storici. Il dossier documenta l’ escalation dei danni conseguenti al cambiamento climatico in ottica One Health e definisce un possibile piano di intervento immediato. Infatti, nonostante le criticità, il documento conclude prospettando opportunità cruciali nella transizione.
Rischi per la salute, esposizione e impatto del cambiamento climatico (Figura 1)
Secondo il rapporto 2025 le minacce alla salute umana legate ai cambiamenti climatici hanno raggiunto livelli senza precedenti: 12 indicatori su 20 (il 60%) relativi ai rischi e agli impatti sulla salute hanno raggiunto livelli record nell’ultimo anno di rilevazione. Nel dettaglio l’ esposizione alle ondate di calore ha raggiunto picchi storici nel 2024: i neonati sotto l’ anno di età e gli adulti sopra i 65 anni sono stati esposti, rispettivamente, al 389% e al 304% in più di giorni di ondata di calore rispetto alla media del periodo 1986–2005. Le morti correlate al caldo sono aumentate del 63% dagli anni ‘90, raggiungendo una stima di 546.000 decessi annui nel decennio 2012-21. Inoltre è stato stimato un aumento del 9% della perdita di sonno legata all’ aumento delle temperature notturne, con conseguente compromissione del recupero cognitivo e della salute mentale. Il rapporto stima, inoltre, che nel 2024 siano andate perse circa 640 miliardi di ore lavorative a causa dell’ aumento delle temperature, pari a un incremento del 98% rispetto agli anni ‘90. La riduzione della capacità fisica e


muscolare legata al caldo estremo colpisce in particolare i lavoratori agricoli e coloro che svolgono attività all’aperto, con importanti conseguenze sanitarie, sociali ed economiche. Dal rapporto emerge che nel 2024 il 61% (dato in aumento del 299% rispetto agli anni 50) della superficie terrestre globale sia stato colpito da siccità estrema, minacciando la sicurezza alimentare e idrica. Le precipitazioni estreme sono aumentate nel 64% delle terre emerse. Inoltre, l’inquinamento da fumo di incendi boschivi ha causato un record di 154.000 decessi attribuibili all’esposizione al PM2.5 prodotto dagli incendi boschivi. Il cambiamento climatico non influisce soltanto su ondate di calore ed eventi estremi, ma sta modificando anche la geografia delle malattie infettive. L’idoneità climatica alla trasmissione della dengue è aumentata del 48.5% rispetto agli anni Cinquanta, mentre il rischio di leishmaniosi è cresciuto del 29.6%. Parallelamente, circa 364 milioni di persone in più risultano oggi esposte a malattie trasmesse dalle zecche. Anche i vibrioni, batteri tipici degli ambienti costieri, trovano condizioni sempre più favorevoli: nel 2024 ben 91.195 km di coste nel mondo sono risultati idonei alla proliferazione dei vibrioni, il 36% in più rispetto agli anni Novanta. Il cambiamento climatico sta incidendo anche sulla sicurezza alimentare globale. Nel 2023, l’aumento delle ondate di calore e dei periodi di siccità è stato associato a 123.7 milioni di persone in più che hanno vissuto condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave in 124 Paesi del mondo
Adattamento, pianificazione e resilienza per la salute Nonostante alcuni progressi oggettivi, gli sforzi di adattamento rimangono insufficienti e diseguali a livello planetario, le nazioni
più vulnerabili assorbono gli shock climatici senza le difese adeguate. Al marzo 2025, solo il 58% degli stati membri dell’ OMS ha completato una valutazione della vulnerabilità e dell’adattamento e solo il 60% di queste ha elaborato un Piano Nazionale di Adattamento per la Salute (HNAP). L’ accesso all’aria condizionata (volto a mitigare le temperature estreme) ad esempio è profondamente iniquo: è presente nel 48% delle famiglie nei paesi ad alto/altissimo Indice di Sviluppo Umano (HDI), ma solo nel 2% nei paesi a basso HDI che spesso ne avrebbero maggiore necessità. Altri esempi di disuguaglianza riportati nel rapporto sono la quota di energie rinnovabili (3.5% nei paesi a basso/medio HDI mentre è del 12-13% in quelli ad alto HDI) e la tossicità domestica da cottura a biomassa (88% delle famiglie nei paesi a basso/ medio HDI e < 1% in quelli ad alto HDI). Infine, sebbene il 64% degli studenti di medicina a livello globale riceva formazione sul clima, la ricaduta sulle possibilità di cura rimane insufficiente, specialmente nei paesi più vulnerabili. Da questi dati emerge quindi in maniera sempre più forte come la disuguaglianza non sia solo un problema sociale, ma sia il principale determinante trasversale della mortalità climatica.
Azioni di mitigazione e co-benefici per la salute
Nonostante tutte le evidenze riportate e le ricadute sulla salute umana e planetaria il divario tra le emissioni attuali e le riduzioni necessarie per l’ Accordo di Parigi continua ad ampliarsi. Le emissioni legate all’energia sono cresciute dell’1.6% nel 2023, con i combustibili fossili che rappresentano ancora l’81% dell’offerta energetica globale. Soprattutto nei paesi ad alto HDI qualcosa è stato fatto e le morti attribuibili al PM2.5 da combustibili fossili


sono scese del 5.8% dal 2010 (2.52 milioni nel 2022), ma l’uso di combustibili inquinanti nelle case ha comunque causato 2.3 milioni di morti. Le emissioni agricole totali hanno raggiunto un massimo storico nel 2022, con carne rossa e latticini responsabili del 55% delle emissioni. Le diete non salutari hanno causato 11.8 milioni di morti prevenibili. Inoltre, nel 2023 la perdita globale di alberi è aumentata del 24%, raggiungendo oltre 28 milioni di ettari, con perdite record in Canada a causa degli incendi.
Economia e finanza
I costi economici dell’inazione climatica stanno minando non solo la salute, ma anche le condizioni socioeconomiche. La riduzione della capacità lavorativa dovuta al caldo ha portato a perdite di reddito potenziale per 1.09 trilioni di dollari, pari a circa l’1% del PIL globale. I danni economici globali causati da eventi
meteorologici estremi sono stimati a 304 miliardi di dollari nel 2024 (+58.9% rispetto alla media 2010-2014). Di questi, oltre il 55% non era assicurato, in quanto l’ aumento esponenziale degli eventi climatici estremi sta costringendo i mercati assicurativi a ritirarsi lasciando le infrastrutture pubbliche sanitarie a farsi carico dell’intero danno. Il costo totale della mortalità legata all’inquinamento da particolato (PM2.5) è stato stimato a 4.84 trilioni di dollari, pari al 4.7% del PIL globale. Nonostante ciò, nel 2023, 73 paesi hanno destinato un totale di 956 miliardi di dollari in sussidi ai combustibili fossili; 15 di questi hanno speso più in sussidi che per i propri budget sanitari nazionali e il prestito bancario alle attività fossili è aumentato del 29% nel 2024, superando del 15% i prestiti per il settore “verde”. Il capitale globale si trova quindi a finanziare la malattia del pianeta, non a curarla, continuando ad alimentare colpevolmente la produzione di petrolio.

Indicatori controtendenza
Nonostante il quadro generale di crisi, il rapporto Lancet Countdown 2025 identifica alcuni indicatori che mostrano un’ inversione di tendenza positiva. Le emissioni di gas serra legate all’assistenza sanitaria sono diminuite del 16% tra il 2021 e il 2022 (prima riduzione registrata dal 2016), invertendo il picco legato alla pandemia di COVID-19. Il trend di deforestazione in Brasile è stato invertito dal nuovo governo, con una diminuzione del 15% della perdita di copertura arborea e del 36% della perdita di foresta primaria tra il 2022 e il 2023. La produzione di elettricità da fonti rinnovabili moderne (escluso il grande idroelettrico) continua a crescere rapidamente, raggiungendo il record storico del 12.1% nel 2022. L’occupazione diretta e indiretta nel settore delle energie rinnovabili è aumentata del 18.3% nel 2023 (16.2 milioni di dipendenti a livello globale). In contrasto, l’occupazione nel settore dei combustibili fossili è diminuita dello 0.7%. I prestiti delle banche private al settore verde sono aumentati del 13% tra il 2023 e il 2024. Grazie alla riduzione dell’uso del carbone (specialmente nei paesi ad alto HDI), i decessi attribuibili al PM 2.5 derivante dalla combustione di carbone sono diminuiti del 5.8% tra il 2010 e il 2022, evitando circa 160.000 decessi annui. L’uso di biomassa solida nelle case è sceso dal 28% (2016) al 26% (2022) a livello globale. Inoltre, almeno 1.000 strutture sanitarie dal 2017 sono state dotate di impianti fotovoltaici. I Paesi dotati di sistemi di allerta precoce integrati tra clima e salute hanno registrato una riduzione della mortalità legata a inondazioni e tempeste significativamente più rapida, pari al 3.2% annuo. Parallelamente, cresce anche l’interesse pubblico per il legame tra cambiamento climatico e salute: nel 2024 l’indice di ricerca su Google è aumentato da 49.4 a 59.9, con un incremento particolarmente marcato nei Paesi più vulnerabili agli effetti della crisi climatica.
Coinvolgimento pubblico e politico, possibili azioni
Nonostante la crescente mole di evidenze scientifiche, l’impegno politico volto a mitigare il cambiamento climatico sta calando e si sta spostando l’attenzione su conflitti che nascono principalmente da interessi economici e che sono criminalmente complici di un disastro sociale e sanitario con un rilevante impatto ambientale a livello planetario. In un contesto segnato dalla crescente instabilità internazionale, l’attenzione politica verso il legame tra salute e cambiamento climatico sembra però diminuire: i riferimenti a questi temi nelle dichiarazioni dei governi all’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite sono scesi dal 62% nel 2021 al 30% nel 2024. Anche nel settore privato si osserva un calo dell’attenzione, con solo il 51% delle aziende che nel 2024 ha incluso richiami alla salute nei rapporti del Global Compact, rispetto al 63% dell’ anno precedente. Nonostante ciò, le possibilità di agire sono concrete: ridurre le emissioni diventa forse la più grande opportunità di salute pubblica del nostro secolo. L’ azione climatica deve partire dalla transizione verso diete più vegetali e a minor impatto ambientale, dall’implementazione della mobilità attiva e sostenibile nonché di reti e sistemi di energia pulita. Aria pulita e migliore alimentazione implicherebbero a livello locale e globale la prevenzione di malattie e morti con conseguente riduzione dei costi sanitari e un recupero della produttività lavorativa. I fondi risparmiati in sanità potrebbero essere reindirizzati alle strutture pubbliche, sanitarie e non, con un ulteriore miglioramento della qualità della vita e della salute del pianeta. Mentre l’impegno politico appare sempre più incerto, la comuni-
tà scientifica e la società civile stanno cercando di costruire nuovi percorsi di resilienza e di attribuire alle istituzioni responsabilità morali e obblighi giuridici più stringenti. Cittadini e organizzazioni non governative ricorrono sempre più spesso ai tribunaliinclusa la Corte europea dei Diritti dell’uomo - per sostenere che l’inazione climatica rappresenti una violazione dei diritti umani. In questa direzione si inserisce anche la decisione della Corte Internazionale di Giustizia che, nel 2025, ha riconosciuto l’obbligo legale degli Stati di limitare le emissioni di gas serra.
Conclusione
Il rapporto 2025 dipinge uno scenario globale segnato da crisi intrecciate e crescente instabilità. Senza azioni urgenti e decise per ridurre le emissioni e finanziare l’adattamento, gli impatti sulla salute accelereranno, colpendo soprattutto le persone più vulnerabili, in particolare bambini e anziani. Nonostante la gravità dei dati presentati, il rapporto evidenzia che interventi climatici tempestivi e ambiziosi possono ancora limitare gli impatti sulla salute e generare importanti benefici per le generazioni future. La crescita del settore delle energie rinnovabili dimostra che una trasformazione è possibile e può portare benefici immediati, come la riduzione delle morti annue attribuibili al particolato atmosferico. Tuttavia, affinché questa transizione sia equa, è necessario un massiccio aumento dei finanziamenti per l’ adattamento nei paesi a basso sviluppo umano, che attualmente rimangono i più vulnerabili e meno protetti. È indispensabile rafforzare nella comunità scientifica la consapevolezza dei danni alla salute legati ai cambiamenti climatici, delle azioni e degli stili di vita che ciascuno può adottare per diventare agente di cambiamento e del fatto che, di fronte a una politica spesso ancora insufficiente o poco sensibile al tema, l’azione possa e debba partire anche dal basso. Il Lancet Countdown 2025 non dovrebbe essere letto in chiave apocalittica o fatalista, ma come una fotografia oggettiva della situazione attuale dalla quale possono delinearsi due possibili scenari futuri. Il primo è quello della prosecuzione dell’inazione - o di interventi ancora insufficienti - con il conseguente aumento del riscaldamento globale e il progressivo aggravarsi della cascata di effetti sanitari, ambientali ed economici associati: incremento degli eventi meteorologici estremi, crisi agricola e alimentare, diffusione di patogeni, instabilità economica e ulteriore perdita di salute del pianeta e di vite umane. Il secondo scenario, auspicabile e altrettanto possibile, parte dalla transizione energetica con conseguente miglioramento della qualità dell’aria e della sicurezza alimentare, calo di malattie, maggiori e migliori risorse economiche e possibilità di investimenti in resilienza. Affinché questo secondo scenario possa realizzarsi, è fondamentale anche il piccolo ma prezioso ruolo di noi pediatri. A partire dai primi 1.000 giorni di vita, abbiamo la responsabilità non solo di promuovere presso le famiglie stili di vita e comportamenti capaci di tutelare la salute del pianeta e dei bambini, ma anche di esercitare un ruolo attivo di advocacy nei confronti dei decisori politici. Portare una voce scientifica forte, autorevole e condivisa è essenziale per sollecitare interventi rapidi, concreti e proporzionati alla gravità della crisi climatica.
• Giacomo Toffol, Laura Reali. Il rapporto 2024 di Lancet Countdown su salute e cambiamenti climatici: affrontare le minacce da record derivanti da un’azione ritardata Rubrica L’articolodelmese Pagine El. di Qacp -2025; 32(1)
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A cura di Giacomo Toffol e Vincenza Briscioli
Dall'inquinamento atmosferico ai PFAS, dalle microplastiche al verde urbano, un numero crescente di studi mostra come l'ambiente in cui i bambini vivono, crescono e apprendono influenzi profondamente la salute e lo sviluppo fin dalle prime fasi della vita. Aria, acqua, alimentazione, ambiente costruito e sostanze chimiche non rappresentano semplicemente lo sfondo della vita quotidiana, ma veri e propri determinanti della salute infantile. Queste riflessioni assumono un significato particolare nel contesto europeo attuale. Mentre organizzazioni come HEAL, PAN Europe e ChemTrust richiamano l'attenzione sui possibili effetti sanitari dell'esposizione a contaminanti ambientali, il dibattito sul pacchetto Omnibus solleva interrogativi sul futuro delle politiche di prevenzione ambientale. Le decisioni che riguardano pesticidi, qualità dell'aria, sostanze persistenti e pianificazione urbana non sono soltanto questioni tecniche o economiche: possono influenzare il neurosviluppo, la salute respiratoria, endocrina e cardiovascolare delle future generazioni. Emblematico è il caso dell' acido trifluoroacetico (TFA), un contaminante persistente derivante dalla degradazione di PFAS e pesticidi fluorurati. Per la prima volta, gli esperti dell'Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) hanno raccomandato la sua classificazione come sostanza tossica per la riproduzione, persistente, mobile e tossica. Questa decisione ricorda come la conoscenza scientifica sia in continua evoluzione e come sostanze considerate per anni di limitata rilevanza possano essere rivalutate alla luce di nuove evidenze. Proteggere l'ambiente non significa soltanto tutelare ecosistemi e biodiversità: significa proteggere le finestre più vulnerabili dello sviluppo umano e investire nella salute e nel potenziale delle future generazioni. In questa rivista continuiamo a riassumere sinteticamente i principali articoli pubblicati nelle riviste monitorate, tutti gli articoli e gli editoriali ritenuti degni di attenzione vengono elencati divisi per argomento, con un sintetico commento. Questo numero si basa sul controllo sistematico delle pubblicazioni di marzo e aprile 2026.
From air pollution to PFAS, from microplastics to urban green spaces, a growing body of evidence shows that the environments in which children live, grow, and learn profoundly shape their health and development from the earliest stages of life. Air, water, diet, the built environment, and chemical exposures are not merely the backdrop to everyday life; they are fundamental determinants of child health. These reflections take on particular significance in the current European context. While organizations such as HEAL, PAN Europe, and ChemTrust continue to draw attention to the potential health impacts of environmental contaminants, the debate surrounding the Omnibus package raises important questions about the future direction of environmental and public health policies. Decisions concerning pesticides, air quality, persistent chemicals, and urban planning are not merely technical or economic matters; they have the potential to influence the neurodevelopmental, respiratory, endocrine, and cardiovascular health of future generations. A particularly emblematic example is trifluoroacetic acid (TFA), a persistent environmental contaminant resulting from the degradation of PFAS and fluorinated pesticides. For the first time, experts at the European Chemicals Agency (ECHA) have recommended its classification as a substance that is toxic for reproduction, as well as persistent, mobile, and toxic. This decision serves as a reminder that scientific knowledge is constantly evolving and that substances considered of limited concern for many years may be reassessed considering emerging evidence. What is regarded as safe or insignificant today may require re-evaluation tomorrow as new scientific findings become available. Protecting the environment is not only about safeguarding ecosystems and biodiversity; it is also about protecting the most vulnerable windows of human development and investing in the health, well-being, and potential of future generations. As always, we provide a summary of the main articles published in the monitored journals, listing all selected articles and editorials by topic, with brief commentary. This issue is based on the systematic monitoring of publications from March and April 2026.
https://chemtrust.org/tfa_resorcinol_edc_pmt/

:: Inquinamento atmosferico
1. Esposizione materna agli inquinanti atmosferici e rischio di difetti isolati del setto ventricolare
2. Esposizione prenatale e postnatale all'inquinamento atmosferico causato dal traffico (TRAP) e tumori infantili: una revisione sistematica e meta-analisi
3. Stazioni di servizio di benzina e rischio di cancro infantile: uno studio di coorte in Canada
4. L'intelligenza artificiale nella valutazione dei rischi sanitari legati all'inquinamento atmosferico: una revisione epidemiologica
5. Idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e salute umana: una revisione critica delle evidenze recenti
6. La fiamma che non si spegne: i costi nascosti del gas flaring in Nigeria
7. Virus stagionali e inquinamento atmosferico: come cambiano il rischio di wheezing e asma nei bambini
8. Effetto della riduzione dell'inquinamento atmosferico sulla resistenza all'insulina e sulla glicemia a digiuno nei bambini
9. Inquinamento atmosferico e asma infantile in Islanda: effetti osservati anche a basse concentrazioni di inquinanti
10. Esposizione al tabacco, obesità infantile e possibile effetto del cadmio
:: Inquinamento da sostanze chimiche non atmosferiche
1. Esposizione a miscele di metalli pesanti da rifiuti elettronici e rischio di dislessia infantile
2. Esposizione degli scolari a metalli/metalloidi potenzialmente tossici e compromissione cognitiva in Amazzonia
3. Esposizione prenatale a insetticidi e riduzione del peso alla nascita: un possibile ruolo mediatore delle alterazioni del metaboloma plasmatico
4. Valutazione del rischio delle micro- e nanoplastiche per la salute umana: stato dell'arte e prospettive future
5. Microplastiche e salute umana: cosa ci dicono gli studi in vivo?
6. Ruolo delle abitudini alimentari nell'esposizione alle microplastiche nei bambini in età scolare
7. Esposizione prenatale e adolescenziale ai PFAS: associazioni con sviluppo puberale e alterazioni ormonali
8. Esposizione a sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) e quoziente intellettivo (QI) dei bambini
:: Rumore
1. Esposizione al rumore nelle scuole d'infanzia. Uno studio a Taiwan
:: Ambienti naturali
1. Spazi verdi residenziali prima e dopo la nascita e sviluppo comportamentale nella prima infanzia: uno studio di coorte
2. Frequentazione di boschi e ad altri ambienti naturali e rendimento scolastico negli adolescenti: nuove evidenze dalla coorte SCAMP
3. Spazi verdi e miopia infantile: uno studio effettuato con l'utilizzo delle immagini di Street View
:: Psicologia ambientale
1. Disagio e negazione: i giovani olandesi tra i 16 e i 35 anni alle prese con il cambiamento climatico
2. Il pubblico è davvero preoccupato per le microplastiche?
3. Dall'ansietà alla speranza: come le emozioni relative al cambiamento climatico influenzano il reale comportamento ambientale
:: Miscellanea
1. Cervelli in crescita in un mondo che cambia: come l'ambiente urbano modella lo sviluppo cerebrale degli adolescenti
2. Esposizione alla luce artificiale notturna (ALAN) e disturbi del sonno: una revisione sistematica e meta-analisi
Riviste monitorate
American Journal of Public Health
American Journal of Respiratory and Critical Care medicine
American Journal of Epidemiology
Archives of Diseases in Childhood
Brain & Development
British Medical Journal
Child: Care, Health and Development
Environmental and Health
Environmental Health Perspectives
Environmental International
Environmental Pollution
Environmental Research
Environmental Sciences Europe
European Journal of Epidemiology
International Journal of Environmental Research and Public Health
International Journal of Epidemiology
JAMA (Journal of American Medical Association)
JAMA Pediatrics
Journal of Environmental Psychology
Journal of Epidemiology and Community Health
Journal of Pediatrics
NeuroToxicology
Neurotoxicology and Teratology
New England Journal of Medicine
Pediatrics
The Lancet
Revisione delle riviste e testi a cura di: Vincenza Briscioli, Ilaria Mariotti, Federico Marolla, Laura Rocca, Annamaria Sapuppo, Vittorio Scoppola, Mara Tommasi, Giacomo Toffol, Elena Uga.
Pediatri per Un Mondo Possibile
Gruppo di studio sulle patologie correlate all' inquinamento ambientale dell' Associazione Culturale Pediatri (ACP) mail: pump@acp.it

Cosa aggiungono questi studi: indicazioni pratiche
Prevedere il rischio e prevenire il danno: l'esempio del fumo passivo
- Le nuove tecnologie possono aiutarci a identificare i rischi ambientali e la ricerca può contribuire a individuare fattori protettivi in grado di attenuarne gli effetti, ma la strategia più efficace rimane ridurre le esposizioni nocive alla fonte. La tutela della salute infantile richiede un approccio integrato che combini prevenzione primaria, politiche ambientali e promozione di ambienti e stili di vita favorevoli allo sviluppo. In questo contesto, il fumo passivo rappresenta un esempio emblematico di esposizione evitabile. Le evidenze suggeriscono che i suoi effetti possano estendersi oltre il sistema respiratorio, associandosi anche a un maggiore rischio di obesità infantile. Sebbene tale relazione sia influenzata da numerosi fattori familiari, psicologici e comportamentali, ridurre l'esposizione al fumo negli ambienti frequentati dai bambini rimane una delle misure preventive più semplici, efficaci e immediatamente disponibili per migliorare la salute nel corso della vita.
Migliorare la comunicazione
- La consapevolezza ambientale da sola non basta. Che si parli di cambiamento climatico o di microplastiche, la sfida non è aumentare paura, allarme o senso di impotenza, ma trasformare la preoccupazione in azione. Le persone, e in particolare i giovani, possono sperimentare contemporaneamente speranza, ansia, minimizzazione del rischio e desiderio di cambiamento. Per questo una comunicazione efficace deve rendere i problemi ambientali concreti e vicini alla vita quotidiana, collegandoli alla salute, al cibo e alle scelte di consumo, ma soprattutto deve rafforzare il senso di efficacia personale. Il vero obiettivo non è generare eco-ansia, bensì favorire una preoccupazione consapevole accompagnata dalla convinzione che agire sia possibile e che anche le azioni individuali e collettive possano contribuire al cambiamento - I bambini crescono immersi in un ecosistema fatto di aria, acqua, cibo, rumore, sostanze chimiche e ambiente costruito. Le evidenze raccolte mostrano che questi fattori non costituiscono semplicemente lo sfondo della vita quotidiana, ma partecipano attivamente a modellare salute e sviluppo fin dalle prime fasi della vita. Dall'inquinamento atmosferico ai metalli tossici, dalle attività estrattive alle microplastiche, fino al rumore negli ambienti educativi, emerge un messaggio comune: proteggere la salute infantile richiede interventi che vadano oltre il sistema sanitario e agiscano sui determinanti ambientali della salute. Investire in ambienti più sani significa investire nel potenziale cognitivo, educativo e sociale delle future generazioni
Ridurre l'inquinamento dell'aria
L'inquinamento atmosferico non colpisce un singolo organo o una singola malattia. Le evidenze più recenti mostrano che l'esposizione agli inquinanti atmosferici può influenzare la salute dei bambini già durante la vita fetale, aumentando il rischio di malformazioni cardiache congenite, favorendo lo sviluppo dell'asma e contribuendo ad alterazioni metaboliche precoci. Gli effetti possono inoltre essere amplificati dall'interazione con altri fattori, come le infezioni respiratorie virali. Questi risultati rafforzano l'idea che le politiche per migliorare la qualità dell'aria rappresentino uno degli interventi di prevenzione più efficaci per proteggere la salute infantile lungo tutto il corso della vita, anche in aree dove l'inquinamento è già relativamente contenuto.
Contrastare l'inquinamento da sostanze chimiche: l'esempio dei PFAS
- Le evidenze emergenti suggeriscono che i PFAS possano influenzare lo sviluppo umano attraverso molteplici vie biologiche, coinvolgendo funzioni cognitive, sistemi endocrini e maturazione puberale. Gli effetti osservati non sembrano dipendere soltanto dalla dose di esposizione, ma anche dal momento in cui essa avviene: gravidanza, infanzia e adolescenza emergono come finestre di particolare vulnerabilità. Alcuni studi indicano inoltre che gli effetti endocrini potrebbero manifestarsi anche a basse concentrazioni, mettendo in discussione l'idea che esistano soglie di sicurezza facilmente identificabili. Nel loro insieme, queste evidenze rafforzano la necessità di ridurre l'esposizione ai PFAS nelle diverse fasi dello sviluppo, riconoscendo che le conseguenze delle esposizioni precoci possono emergere molti anni dopo il contatto iniziale.
Investire nella natura cittadina a beneficio delle future generazioni
- Le evidenze più recenti suggeriscono che la qualità degli ambienti urbani possa influenzare molteplici aspetti dello sviluppo infantile e adolescenziale. Vivere e studiare in quartieri caratterizzati da una maggiore presenza di alberi, vegetazione diversificata e spazi verdi è associato a benefici che vanno oltre il benessere fisico, comprendendo migliori risultati scolastici, un più favorevole sviluppo cognitivo e un minor rischio di miopia. Gli studi indicano inoltre che non conta soltanto la quantità di verde disponibile, ma anche la sua qualità ecologica e la varietà della vegetazione presente. Parallelamente, la possibilità di giocare all'aperto dipende dall'interazione tra caratteristiche individuali, contesto familiare e progettazione urbana: quartieri sicuri, socialmente coesi e adatti ai bambini possono favorire autonomia, attività all'aria aperta e opportunità di sviluppo. Nel loro insieme, queste evidenze suggeriscono che la pianificazione urbana rappresenti non solo uno strumento di tutela ambientale, ma anche una vera e propria strategia di promozione della salute, dello sviluppo cognitivo e del capitale educativo delle future generazioni.
- L'ambiente urbano non influenza soltanto ciò che i bambini respirano o gli spazi in cui giocano, ma anche uno dei processi biologici più fondamentali: il sonno. Le evidenze più recenti suggeriscono che l'inquinamento luminoso rappresenti un determinante emergente della salute, capace di alterare i ritmi circadiani attraverso l'interferenza con la produzione di melatonina. Le persone maggiormente esposte alla luce artificiale notturna presentano un rischio più elevato di disturbi del sonno, con segnali analoghi osservati anche nei bambini e negli adolescenti. Gli effetti sembrano particolarmente rilevanti per le sorgenti luminose presenti all'interno delle abitazioni, comprese le luci artificiali e gli schermi elettronici. Questi risultati suggeriscono che progettare città più rispettose dei ritmi biologici, ridurre l'illuminazione non necessaria e limitare l'esposizione agli schermi nelle ore serali potrebbero rappresentare semplici ma importanti interventi di promozione della salute.
1. Esposizione materna agli inquinanti atmosferici e rischio di difetti isolati del setto ventricolare Numerosi studi hanno associato singoli inquinanti atmosferici a un aumento del rischio di malformazioni cardiache congenite, ma nella vita reale le donne in gravidanza sono esposte contemporaneamente a molteplici contaminanti. Gli autori di questo studio hanno cercato di comprendere se l'esposizione combinata a diversi inquinanti atmosferici influenzi il rischio di difetti del setto ventricolare (DSV) isolati e se esistano periodi della gravidanza particolarmente vulnerabili. Lo studio ha valutato l'associazione tra l'esposizione simultanea a cinque inquinanti
atmosferici durante la gravidanza e la probabilità di insorgenza di DVS isolati. Utilizzando i dati della Rete nazionale cinese di sorveglianza dei difetti congeniti, i ricercatori hanno confrontato 850 casi di DSV isolati con oltre 1 milione di nati senza difetti congeniti (1.097.056 controlli). Per stimare l'esposizione agli inquinanti (PM2.5, NO₂, SO₂, CO e O₃) presso le residenze materne georeferenziate dal 2014 al 2017, i ricercatori hanno utilizzato un modello di apprendimento automatico (Random Forest) che integra dati provenienti da centraline, satelliti, traffico, uso del suolo e condizioni meteorologiche. Questo approccio ha consentito di stimare con maggiore precisione i livelli di inquinamento nelle aree di residenza delle madri durante la gravidanza, e quindi di ricostruire le esposizioni per trimestre di gravidanza. Un punteggio complessivo di inquinamento atmosferico è stato sviluppato

per valutare l'effetto cumulativo della miscela di contaminanti, che è risultata associata a un aumento del rischio di DSV isolati. Per ogni incremento di 10 μg/m³ del punteggio di inquinamento atmosferico, il rischio aumentava significativamente durante tutta la gravidanza, con effetti particolarmente evidenti nel primo trimestre (OR 1,023; IC95% 1,011–1,035) e nel terzo trimestre (OR 1,015; IC95% 1,003–1,026). L'associazione seguiva un andamento lineare: all'aumentare dell'esposizione aumentava progressivamente anche il rischio di DSV. Il primo trimestre è emerso come la finestra temporale più sensibile, coerentemente con il periodo in cui avviene la formazione delle principali strutture cardiache fetali. Lo studio ha inoltre evidenziato una maggiore vulnerabilità nelle donne residenti in aree rurali a basso reddito e nelle gravidanze esposte durante la stagione fredda. La forza principale dello studio risiede nell'eccezionale numerosità del campione, nell'analisi delle miscele di inquinanti e nella ricostruzione dettagliata delle esposizioni durante la gravidanza mediante modelli avanzati di machine learning. I principali limiti riguardano la stima indiretta dell'esposizione basata sull'indirizzo di residenza e la natura osservazionale dello studio, che non consente di dimostrare un rapporto causale. Il messaggio più importante dello studio è che, in tema di salute pubblica, anche effetti apparentemente piccoli possono avere un impatto rilevante quando riguardano intere popolazioni. Un lieve aumento del rischio associato all'inquinamento atmosferico, applicato a milioni di gravidanze, può tradursi in un numero non trascurabile di malformazioni cardiache congenite evitabili. Ridurre l'esposizione agli inquinanti durante la gravidanza rappresenta quindi una strategia di prevenzione che può generare benefici ben oltre il singolo individuo.
° Xuelian Yuan et al: Insights from over a million births on maternal exposure to multiple pollutants and the risk of isolated ventricular septal defects, Environmental Pollution, Volume 395, 2026, 127736, ISSN 0269-7491.
2. Esposizione prenatale e postnatale all'inquinamento atmosferico causato dal traffico (TRAP) e tumori infantili: una revisione sistematica e meta-analisi Questa meta-analisi ha valutato l'associazione tra l'inquinamento atmosferico da traffico (TRAP) e il rischio di tumori infantili analizzando 25 studi. I risultati mostrano come l'esposizione al PM 2.5 risulti associata a un aumento del rischio di leucemia linfoblastica acuta (ALL) e retinoblastoma. Il benzene è risultato un fattore di rischio significativo per tutte le leucemie, inclusa la leucemia mieloide acuta (AML). Le conclusioni sottolineano che il periodo postnatale rappresenta una finestra di vulnerabilità critica, con impatti più rilevanti rispetto alla fase prenatale. Gli autori evidenziano che le attuali normative potrebbero sottostimare i rischi pediatrici e sollecitano politiche ambientali più restrittive per PM2.5, NO2 e benzene. In conclusione, è necessario un approccio precauzionale per proteggere bambini e donne in gravidanza, limitando l'esposizione durante le fasi critiche dello sviluppo per promuovere la salute pediatrica a lungo termine.
° Oh J. et al. Prenatal and postnatal exposure to traffic-related air pollution (TRAP) and childhood cancer: Systematic review and meta-analysis. Environ Res. 2026;292:123646.
3. Stazioni di servizio di benzina e rischio di cancro infantile: uno studio di coorte in Canada Le stazioni di servizio emettono benzene e altri composti organici volatili (COV) nell'aria ambiente, aumentando potenzialmente il rischio di cancro infantile, sebbene le prove epidemiologiche siano ancora limitate. Questo studio ha valutato se la vicinanza della residenza alle stazioni di servizio al momento della nascita fosse associata all'incidenza del cancro infantile sotto i 15 anni. Studio di coorte basato sulla popolazione di 824.414 neonati in Quebec, Canada, che ha incluso i nati da 1.1.2007 a 31.12.2020 con follow up fino a 31.3.2023. I bambini erano censiti in base alla prima diagnosi di cancro , morte o raggiungimento dei 15 anni. Sono stati considerati tre parametri di esposizione presso la residenza alla nascita: A) numero di stazioni di servizio entro 250 m; B) distanza dalla stazione di servizio più vicina; C) somma delle distanze inverse da tutte le stazioni di servizio entro 500 m, categorizzate in quartili. Le associazioni con qualsiasi tipo di cancro, qualsiasi tipo di leucemia e leucemia linfoblastica acuta (LLA) sono state stimate utilizzando modelli di Cox aggiustati per potenziali fattori confondenti. È emerso un rischio maggiore di cancro infantile quando almeno una stazione di servizio si trovava entro 250 m dalla residenza, con un rischio crescente al diminuire della distanza dalla stazione più vicina. Per i neonati residenti entro 100 m da una stazione di servizio, gli hazard ratio (HR) aggiustati erano pari a 1.14 (95% CI: 0.80–1.63) per qualsiasi tumore, 1.35 (0.74–2.47) per la leucemia e 1.27 (0.63–2.59) per la leucemia linfoblastica acuta (LLA), rispetto a quelli senza stazioni di servizio entro 500 m. L'associazione con la leucemia è apparsa più forte tra i bambini le cui madri presentavano problemi di salute durante la gravidanza. Escludendo Montreal, dove le stazioni di servizio devono controllare le emissioni di vapori, gli HR erano pari a 1.42 (0.93–2.18) per qualsiasi tumore e 1.55 (0.72–3.30) per le leucemie. Per il parametro di esposizione C, l'HR per il quartile di esposizione più elevato rispetto a quelli non esposti era pari a 1.34 (1.01–1.77) per la leucemia e 1.34 (0.97–1.84) per la LLA. La vicinanza delle abitazioni alle stazioni di servizio può aumentare il rischio di tumori infantili, in particolare la leucemia, a sostegno delle misure volte a limitare le emissioni di COV. Lo studio si è concentrato sulla residenza alla nascita, ipotizzando che il periodo perinatale (gravidanza e primi mesi di vita) rappresenti una "finestra di suscettibilità" critica in cui l'esposizione al benzene può influenzare lo sviluppo del cancro infantile. Nella città di Montreal, dove sono obbligatori i sistemi di controllo dei vapori, i rischi sono risultati sensibilmente inferiori rispetto al resto del Quebec, suggerendo l'efficacia delle normative ambientali nel ridurre l'esposizione al benzene. Sebbene i tumori infantili rimangano rari, i risultati supportano la necessità di misure di mitigazione, come l'installazione di sistemi di recupero dei vapori e la definizione di distanze minime di sicurezza tra le nuove stazioni di servizio e le aree sensibili (residenze, scuole, asili). Tra i principali punti di forza dello studio figurano l'elevata numerosità del campione, il disegno di coorte basato sulla popolazione e la disponibilità di informazioni dettagliate sulla localizzazione delle stazioni di servizio e sui potenziali fattori confondenti. Tra i limiti va ricordato che l'esposizione al benzene non è stata misurata direttamente, ma stimata sulla base della vicinanza della residenza alle stazioni di servizio. Inoltre, la classificazione dell'esposizione si basa esclusivamente sull'indirizzo alla nascita e non tiene conto di eventuali trasferimenti

successivi o di altre fonti di inquinamento atmosferico presenti nelle aree urbane.
° Francois Brizard et al: Gasoline stations and risk of childhood cancer: a population-based cohort study in Quebec, Canada, Environmental Pollution, Volume 394, 2026, 127737, ISSN 0269-7491.
4. L'intelligenza artificiale nella valutazione dei rischi sanitari legati all'inquinamento atmosferico: una revisione epidemiologica
L'intelligenza artificiale non eliminerà l'inquinamento atmosferico, ma potrebbe aiutarci a comprenderne meglio gli effetti e a prevenirne le conseguenze sanitarie. La vera sfida non è tecnologica, ma politica e culturale: utilizzare queste nuove capacità di analisi per orientare decisioni che riducano concretamente l'esposizione della popolazione, soprattutto dei bambini, ai principali inquinanti ambientali. Negli ultimi anni, accanto agli strumenti epidemiologici tradizionali, si stanno sviluppando nuove applicazioni dell'intelligenza artificiale (IA) per monitorare l'esposizione agli inquinanti, prevederne l'andamento e stimarne gli effetti sulla salute. Gli autori hanno esaminato circa 80 studi pubblicati tra il 2014 e il 2025 con il maggior numero di lavori concentrato nel biennio 2024-2025, classificandoli principalmente in base agli algoritmi di intelligenza artificiale utilizzati, agli inquinanti studiati e alle prestazioni predittive ottenute. Hanno quindi analizzato il ruolo di tecniche come machine learning, deep learning e intelligenza artificiale spiegabile (Explainable AI) nella valutazione del rischio sanitario associato all'inquinamento atmosferico. L'obiettivo non è stato sostituire l'epidemiologia ambientale tradizionale, ma potenziarne la capacità di individuare relazioni complesse tra esposizioni ambientali e salute umana. È noto che l'impatto sanitario dell'inquinamento atmosferico non si limita alla mortalità prematura, ma comprende anche un aumento della morbosità, della disabilità e dei costi economici e sociali. In questo contesto, la crescente disponibilità di dati provenienti da satelliti, sensori ambientali, sistemi IoT (internet of Things ovvero sensori connessi in rete che raccolgono e trasmettono automaticamente dati ambientali in tempo reale) e registri sanitari offre nuove opportunità per l'applicazione di modelli di intelligenza artificiale in grado di elaborare enormi quantità di informazioni e individuare pattern difficilmente rilevabili con i metodi convenzionali. La review ha evidenziato come le tecniche di IA stiano migliorando significativamente la capacità di monitorare la qualità dell'aria con maggiore risoluzione spaziale e temporale, prevedere concentrazioni future di inquinanti atmosferici, identificare le principali sorgenti emissive, stimare il carico di malattia attribuibile all'inquinamento, supportare modelli di Health Impact Assessment (HIA) sempre più accurati. Particolarmente promettenti risultano gli approcci ibridi che integrano dati satellitari, modelli meteorologici, sensori a terra e algoritmi di machine learning. Gli autori sottolineano inoltre il crescente interesse verso l'Explainable AI, (IA spiegabile) ovvero un approccio che rende più comprensibili e trasparenti le decisioni degli algoritmi, permettendo di identificare i fattori che hanno maggiormente influenzato una previsione o una valutazione di rischio. L'aspetto più interessante della review non riguarda tanto la capacità dell'intelligenza artificiale di "sostituire" l'epidemiologo, quanto il suo potenziale nel supportare decisioni di sanità pubblica più tempestive e informate. I bambini sono tra i soggetti più vulne-
rabili agli effetti dell'inquinamento atmosferico, strumenti capaci di prevedere le esposizioni e identificare le aree a maggior rischio possono supportare strategie di prevenzione più efficaci e mirate. Tuttavia vi sono anche alcune criticità: la qualità dei modelli dipende dalla qualità dei dati disponibili, molte aree del mondo restano scarsamente monitorate e permangono problemi di trasparenza e riproducibilità degli algoritmi. Questa revisione mostra che i modelli di machine learning e deep learning, soprattutto quando combinati in approcci ibridi, possono migliorare la stima dell'esposizione e la valutazione del rischio sanitario associato all'inquinamento atmosferico, si tratta, però di una sintesi delle performance algoritmiche e non di una valutazione dell'effettivo impatto di queste tecnologie sugli esiti di salute o sulle decisioni di sanità pubblica. Gli autori prevedono un crescente utilizzo dell'intelligenza artificiale per valutare gli effetti dell'inquinamento atmosferico sulla salute, con particolare attenzione agli inquinanti emergenti. Lo sviluppo di modelli ibridi, più accurati e interpretabili, potrebbe migliorare la capacità di previsione dei rischi sanitari e l'integrazione di dati ambientali e sanitari raccolti in tempo reale consentirà valutazioni sempre più precise. Le analisi dovranno inoltre estendersi da contesti locali a scale regionali e globali e l'IA potrebbe svolgere un ruolo chiave negli studi di esposoma, che analizzano l'insieme delle esposizioni ambientali accumulate durante tutto il corso della vita.
° Patil, P., Agrawal, P. AI Assessment of Health Risk Based on Air Pollution: An Epidemiological Review. Environ Sci Eur 38, 69 (2026).
5. Idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e salute umana: una revisione critica delle evidenze recenti Gli IPA rappresentano un esempio emblematico di come ambiente e salute siano profondamente interconnessi. L'esposizione inizia già durante la vita fetale e può influenzare il rischio di malattia lungo tutto il corso della vita; gli IPA sono una vasta famiglia di contaminanti organici prodotti principalmente dalla combustione incompleta di carbone, petrolio, legna, biomasse e rifiuti. Questa ampia revisione sintetizza le conoscenze accumulate negli ultimi sei anni e conferma come gli IPA rappresentino ancora oggi uno dei gruppi di inquinanti ambientali di maggiore interesse sanitario. Presenti nell'aria, nell'acqua, nel suolo, nei sedimenti e negli alimenti, essi derivano sia da fonti naturali, come incendi boschivi ed eruzioni vulcaniche, sia soprattutto da attività umane quali traffico veicolare, processi industriali, riscaldamento domestico e combustione di biomasse. Una volta immessi nell'ambiente possono essere trasportati per lunghe distanze, depositarsi sui terreni e nelle acque, accumularsi nei sedimenti ed entrare nella catena alimentare. L'esposizione umana avviene attraverso l'inalazione, l'ingestione e il contatto cutaneo. Per i non fumatori, la dieta rappresenta una delle principali vie di esposizione e può contribuire fino al 70% dell'assorbimento totale. Particolare attenzione meritano gli alimenti affumicati o grigliati, ma anche vegetali, oli, tè e caffè possono contribuire all'esposizione. Dal punto di vista sanitario, la revisione conferma che gli IPA non sono soltanto sostanze cancerogene, sebbene l'associazione con tumori del polmone, della cute, della vescica, del pancreas e della mammella sia ben documentata, emergono sempre più evidenze di effetti sistemici che coinvolgono numerosi organi e apparati; l'esposizione cronica è stata infatti associata a malattie cardiovascolari, tra cui ipertensione, aterosclerosi, trombosi e

infarto miocardico, oltre che a processi infiammatori e di stress ossidativo che contribuiscono all'invecchiamento biologico e alle alterazioni metaboliche. Particolarmente rilevanti sono le evidenze riguardanti la salute infantile: l'esposizione prenatale e nei primi anni di vita è stata associata a riduzione del quoziente intellettivo, deficit attentivi, alterazioni comportamentali e aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo; gli IPA sono infatti in grado di attraversare la barriera placentare e, in alcuni casi, la barriera emato-encefalica, interferendo con processi biologici fondamentali durante le fasi più vulnerabili dello sviluppo. Uno degli aspetti più interessanti evidenziati dagli autori è che nella vita reale non siamo esposti a singole sostanze ma a miscele complesse di contaminanti, gli idrocarburi policiclici aromatici agiscono spesso insieme ad altri inquinanti ambientali e gli effetti combinati possono essere superiori a quelli previsti considerando ciascuna sostanza isolatamente. Ridurre le emissioni da combustione, migliorare la qualità dell'aria, promuovere sistemi energetici più puliti e limitare l'esposizione nelle fasi precoci della vita costituiscono strategie fondamentali di prevenzione primaria. Gli autori auspicano una maggiore integrazione tra monitoraggio ambientale, biomonitoraggio umano, epidemiologia e politiche di prevenzione. Le future ricerche dovranno migliorare la capacità di misurare, monitorare e ridurre l'esposizione agli IPA, rafforzando al contempo la cooperazione internazionale per affrontare un problema ambientale che non conosce confini.
° Beygisangchinet M et al: A critical review of polycyclic aromatic hydrocarbons and their adverse effects on human health: insights from the past six years.Environ Sci Eur 38, 87 (2026).
6. La fiamma che non si spegne: i costi nascosti del gas flaring in Nigeria
Il gas flaring è la pratica di bruciare in grandi torce il gas che fuoriesce insieme al petrolio durante l'estrazione. Le caratteristiche fiamme visibili sopra i pozzi petroliferi, spesso accese ininterrottamente per anni, rappresentano non solo uno spreco di una preziosa risorsa energetica, ma anche una fonte di inquinamento atmosferico con possibili conseguenze per la salute delle popolazioni che vivono nelle vicinanze. Si tratta di una pratica ancora diffusa in molti Paesi produttori di petrolio a basso e medio reddito: lo studio si concentra sulla Nigeria, dove oltre il 10% del gas estratto viene ancora bruciato in torcia e circa due milioni di persone vivono entro quattro chilometri da un sito di gas flaring. Utilizzando i dati delle Demographic and Health Surveys (DHS) e informazioni satellitari sulle attività di flaring, gli autori hanno valutato l'associazione tra l'esposizione a questa pratica e diversi indicatori di salute nei bambini sotto i cinque anni. I risultati mostrano che i bambini che vivono in aree maggiormente esposte presentano una più elevata frequenza di sintomi respiratori e febbre, oltre a peggiori indicatori nutrizionali a breve Termine. Non emerge invece un'associazione robusta con la mortalità infantile. Pur trattandosi di uno studio osservazionale, che non consente di dimostrare un rapporto causale, i risultati sono coerenti con l'ipotesi che gli inquinanti prodotti dalla combustione del gas possano contribuire a influenzare la salute delle popolazioni più vulnerabili. Il valore di questo lavoro va oltre il contesto del Delta del Niger. Da un punto di vista pediatrico, ricorda come l'ambiente rappresenti un determinante fondamentale della salute infantile e come molte patologie apparentemente comuni pos-
sano essere influenzate da fattori che agiscono ben prima dell'accesso ai servizi sanitari. Dal punto di vista della salute pubblica, evidenzia l'importanza di integrare dati ambientali e sanitari per comprendere meglio i rischi cui sono esposte le comunità e richiama l'attenzione sulle disuguaglianze ambientali che spesso accompagnano lo sviluppo industriale. Lo studio affronta inoltre una questione più ampia di giustizia ambientale: i benefici economici derivanti dall'attività estrattiva e i costi sanitari che ne conseguono non sempre ricadono sulle stesse popolazioni. In questo senso, i risultati assumono una rilevanza che supera il caso nigeriano e si collegano a molte delle sfide contemporanee della salute dell'infanzia, dall'inquinamento atmosferico alle esposizioni industriali, dai pesticidi ai PFAS. Pur con i limiti propri degli studi osservazionali, il lavoro contribuisce ad ampliare il corpo delle evidenze che collegano ambiente e salute infantile e rafforza un messaggio ormai centrale nella pediatria moderna: proteggere la salute dei bambini significa anche intervenire sui contesti ambientali, sociali ed economici nei quali crescono.
° Alimi OB, Gibson J. The Fire That Does Not Go Out: The Neglected Costs of Gas Flaring in Nigeria. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2026; 23(4):430.
7. Virus stagionali e inquinamento atmosferico: come cambiano il rischio di wheezing e asma nei bambini Nel complesso, questo lavoro suggerisce che una migliore comprensione delle interazioni tra inquinamento atmosferico e infezioni virali possa contribuire a interpretare più correttamente il rischio respiratorio nei bambini e a migliorare la ricerca epidemiologica in questo ambito. Lo studio ha analizzato come la circolazione dei virus respiratori stagionali possa modificare l'associazione tra inquinamento atmosferico a breve termine e gli accessi al Pronto Soccorso (PS) per broncospasmo e wheezing nei bambini. La conclusione più rilevante del lavoro è che la circolazione del Rhinovirus (RV) sembra modificare l'associazione tra inquinamento atmosferico e disturbi respiratori pediatrici, più che rappresentare un semplice fattore confondente. È stata condotta un'analisi di serie temporale su 12.603 visite di bambini (2-18 anni) presso otto ospedali nei Paesi Bassi tra il 2016 e il 2023. I ricercatori hanno valutato i livelli giornalieri di inquinanti da stazioni di monitoraggio regionale (per NO2, PM2.5, PM10 and O3), i tassi settimanali di positività virale (PCR) e altre variabili di controllo come stagionalità, meteo (temperatura, umidità) e livelli di pollini. L'inclusione dei dati virologici nei modelli statistici non ha modificato sostanzialmente le stime di rischio associate all'inquinamento, suggerendo che i virus non agiscano come importanti fattori confondenti. Al contrario, il Rhinovirus sembra comportarsi come un modificatore dell'effetto dell'inquinamento. In particolare, durante i periodi di bassa attività del Rhinovirus, l'esposizione a NO₂ e PM2.5 (con un ritardo di tre giorni) è risultata significativamente associata a un aumento degli accessi al PS per wheezing e asma, rispettivamente del 2.9% e del 3.6% per ogni incremento di 10 µg/m³. Nei periodi di elevata circolazione del Rhinovirus, invece, tale associazione non era più rilevabile. Gli autori ipotizzano che il virus possa rappresentare un fattore scatenante così predominante da rendere meno evidente il contributo aggiuntivo dell'inquinamento atmosferico, oppure che molti bambini suscettibili si presentino in Pronto Soccorso principalmente a causa dell'infezione virale.

Lo studio evidenzia quindi come la circolazione virale debba essere considerata nelle ricerche sugli effetti sanitari dell'inquinamento atmosferico, poiché potrebbe influenzare l'interpretazione delle associazioni osservate. Inoltre, l'interazione tra virus e inquinanti potrebbe contribuire a spiegare perché studi condotti in periodi o aree geografiche differenti producano risultati talvolta contrastanti. Tra i principali punti di forza figurano l'ampia casistica, con oltre 12.000 accessi pediatrici raccolti nell'arco di otto anni, il coinvolgimento di più ospedali e l'approccio innovativo che ha integrato dati ambientali e virologici in un'unica analisi. I risultati sono inoltre rimasti sostanzialmente stabili nelle diverse analisi di sensibilità effettuate dagli autori. Tra i limiti va considerato che l'esposizione agli inquinanti è stata stimata utilizzando dati medi regionali e non misurazioni individuali, mentre la circolazione virale è stata valutata attraverso dati di sorveglianza di popolazione e non mediante la conferma dell'infezione nei singoli bambini. Come in tutti gli studi osservazionali, non si può inoltre escludere la presenza di fattori confondenti residui.
° Louman, S et al: Seasonal viruses modify short-term air pollution effects on pediatric wheeze and asthma: a time-series study.Environ Health (2026).
8. Effetto della riduzione dell'inquinamento atmosferico sulla resistenza all'insulina e sulla glicemia a digiuno nei bambini Lo studio ha analizzato se ridurre l'esposizione prolungata a inquinanti atmosferici possa migliorare la resistenza all'insulina e la glicemia a digiuno nei bambini e adolescenti. Poiché esperimenti randomizzati controllati su questo tema sarebbero eticamente impossibili, i ricercatori hanno utilizzato una metodologia innovativa chiamata "emulazione di trial target" combinata con la formula g parametrica, ovvero i ricercatori si sono chiesti: "Se avessimo potuto ridurre per sei anni un particolato e il black carbon nelle città in cui vivono questi bambini, cosa sarebbe successo ai loro livelli di glicemia e insulino-resistenza?" Utilizzando modelli statistici avanzati hanno cercato di ricostruire la risposta a questa domanda senza dover effettuare un vero esperimento. Sono stati analizzati 1.417 bambini (età 2–9 anni all'arruolamento) partecipanti alla coorte paneuropea IDEFICS/I.Family, seguiti per sei anni (2007–2014) in otto paesi europei. IDEFICS/I.Family è una delle principali coorti pediatriche europee, progettata per studiare come alimentazione, attività fisica, ambiente e fattori sociali influenzino la salute e il rischio di malattie croniche dall'infanzia all'adolescenza. Sono stati valutati tre inquinanti principali misurati presso le abitazioni dei bambini: PM2.5 (polveri sottili), carbonio nero (BC) e biossido di azoto (NO2). I principali indicatori di esito erano l'indice HOMA-IR (misura della resistenza all'insulina) e la glicemia a digiuno (FG). I risultati principali sono i seguenti: una riduzione ipotetica di PM 2.5 e BC era associata in modo dose-risposta a una diminuzione dell'HOMA-IR e della glicemia. Più la riduzione era marcata, maggiore era il beneficio. Portando il PM2.5 al livello raccomandato dall'OMS (5 μg/m3), il punteggio z medio di HOMA-IR si riduceva di −0.95. Abbassare il BC a ≤ 0.8 × 10−5/m produceva una riduzione di HOMA-IR di −0.36 e della glicemia di −0.28.La riduzione di NO2 non mostrava effetti chiari né su HOMA-IR né sulla glicemia. In conclusione, anche a livelli di inquinamento relativamente bassi, ulteriori riduzioni di PM2.5 e BC migliorano il metabolismo glucidico nei bambini. Lo studio supporta l'ado-
zione dei limiti OMS per il PM2.5 e fornisce per la prima volta evidenze quantitative a favore di un valore limite regolatorio per il Black Carbon (BC < 0.8 × 10−5/m) nelle linee guida sulla qualità dell'aria, dove oggi esistono solo raccomandazioni qualitative. Tra i principali punti di forza dello studio vi sono il disegno longitudinale multicentrico, che ha permesso di seguire oltre 1.400 bambini europei per circa sei anni, e l'utilizzo di una metodologia statistica innovativa di "emulazione di trial target", progettata per stimare in modo più robusto i potenziali effetti causali della riduzione dell'inquinamento atmosferico. Un ulteriore elemento di valore è rappresentato dalla disponibilità di dati ambientali ad alta risoluzione e dalla valutazione di indicatori metabolici oggettivi, come la glicemia a digiuno e l'insulino-resistenza. Tuttavia, lo studio rimane di natura osservazionale e le conclusioni dipendono da alcune assunzioni statistiche che non possono essere verificate completamente. Inoltre, l'esposizione agli inquinanti è stata stimata principalmente sulla base dell'indirizzo di residenza e non tiene conto in modo dettagliato delle esposizioni negli ambienti chiusi o degli spostamenti quotidiani dei bambini. Infine i partecipanti che hanno completato l'intero follow-up tendevano a provenire da contesti socioeconomici più favorevoli rispetto a coloro che hanno abbandonato lo studio, limitando potenzialmente la rappresentatività dei risultati.
° Rajini Nagrani et al: Effect of long-term air pollution reduction on insulin resistance and fasting glucose in children: A causal analysis. Environmental Research, Volume 292, 2026, 122920, ISSN 0013-9351.
9. Inquinamento atmosferico e asma infantile in Islanda: effetti osservati anche a basse concentrazioni di inquinanti Lo studio conclude che l'esposizione all'inquinamento atmosferico, anche a livelli relativamente bassi, è associata a un aumento significativo del rischio di ospedalizzazione per asma infantile e dell'uso di farmaci antiasmatici in Islanda. Il PM2.5 è emerso come l'inquinante più critico, con l'esposizione sia prenatale che nei primi tre anni di vita che influisce negativamente sulla salute respiratoria a lungo termine. Nel dettaglio la ricerca ha incluso la totalità delle 59.355 nascite singole avvenute in Islanda tra il 2005 e il 2018. Attraverso l'incrocio di registri nazionali (nascite, prescrizioni mediche e ricoveri), i ricercatori hanno analizzato l'esposizione residenziale a vari inquinanti, tra cui PM2.5, PM10, biossido di azoto (NO2) e anidride solforosa (SO2) durante la gravidanza e i primi tre anni di vita. Sono stati impiegati modelli di dispersione atmosferica ad alta risoluzione (1 km x 1 km) per stimare i livelli di inquinamento derivanti principalmente da traffico stradale, navi e fonti industriali come centrali geotermiche e fonderie di alluminio. Sebbene le concentrazioni medie annuali fossero spesso inferiori alle linee guida dell'OMS, il 3.9% dei bambini è stato ospedalizzato per asma e il 18.6% ha ricevuto prescrizioni di farmaci antiasmatici dopo i tre anni. Tutti gli inquinanti monitorati, ad eccezione dell'ozono, hanno mostrato un legame con l'aumento del rischio di ricovero; tra gli inquinanti studiati, il PM2.5 è risultato quello maggiormente associato ai ricoveri per asma: per ogni incremento dell'intervallo interquartile di esposizione il rischio di ospedalizzazione aumentava del 59% (HR 1.59; IC95% 1.24–2.04). L'esposizione durante la gravidanza è risultata particolarmente determinante per il successivo uso di farmaci, compatibilmente con l'ipotesi che l'esposizione prenatale possa influenzare lo sviluppo respiratorio e immunitario.

Questi risultati sottolineano l'urgenza di ridurre ulteriormente le emissioni, poiché gli effetti nocivi si manifestano anche al di sotto dei limiti raccomandati dalle attuali linee guida internazionali. Le politiche sanitarie devono mirare a proteggere i gruppi vulnerabili, come donne in gravidanza e neonati, migliorando la pianificazione urbana e il controllo delle emissioni industriali e dei trasporti anche in paesi tradizionalmente ritenuti "puliti". Lo studio suggerisce che sforzi continui per abbassare i livelli di inquinamento avranno benefici significativi sulla salute pubblica e sulla riduzione dei costi sociali legati alle malattie respiratorie infantili. La forza principale dello studio risiede nell'ampia coorte nazionale e nella dettagliata ricostruzione dell'esposizione ambientale, mentre i principali limiti riguardano l'assenza di dati sul fumo materno, la possibile incertezza diagnostica dell'asma nei bambini più piccoli e la difficoltà di distinguere gli effetti dei singoli inquinanti a causa della loro forte correlazione.
° Ane Johannessen et al: Air pollution and childhood asthma in Iceland – Results from a low-pollution area, Environment International, Volume 209, 2026, 110170, ISSN 0160-4120.
10. Esposizione al tabacco, obesità infantile e possibile effetto del cadmio
L'associazione tra esposizione al tabacco e obesità rimane controversa, e il potenziale ruolo modificatore del cadmio (Cd) non è ancora chiaro. La popolazione infantile rappresenta una finestra temporale cruciale per valutare gli effetti del tabacco a basse dosi. Questo studio ha indagato l'associazione tra l'esposizione al tabacco, valutata tramite la cotinina sierica, e l'obesità infantile, nonché ha verificato se l'esposizione al Cd potesse modificare tale associazione. Nello studio trasversale sono stati esaminati 5.595 bambini e adolescenti nell'ambito del Programma Nazionale di Biomonitoraggio Umano della Cina (2017-2018), sono stati inclusi solo soggetti non fumatori attivi, escludendo coloro che presentavano livelli di cotinina compatibili con il consumo diretto di tabacco, ed è stato valutato l'effetto dell'esposizione passiva al fumo Ambientale. Per stimare tale esposizione sono stati misurati i livelli di cotinina nel siero. L'obesità generale è stata definita tramite il punteggio Z dell'indice di massa corporea (BMI), mentre l'obesità addominale è stata valutata mediante circonferenza della vita, rapporto vita-altezza e indice di rotondità corporea. I risultati hanno evidenziato che, rispetto al terzile più basso di cotinina, gli individui con il terzile più alto presentavano maggiori probabilità di obesità generale (OR=1,485; IC 95%: 1,096, 2,011) e obesità addominale (OR=1,333; IC 95%: 1,030, 1,723), evidenziando associazioni lineari e positive. L'esposizione al cadmio ha inoltre modificato questa associazione: l'effetto della cotinina sull'obesità generale è risultato più marcato nei bambini con basse concentrazioni urinarie di cadmio (OR=1,279; IC95%: 1,133-1,444) e si è attenuato nei soggetti maggiormente esposti. In conclusione, lo studio suggerisce che l'esposizione passiva al fumo di tabacco possa essere associata a una maggiore prevalenza di obesità generale e addominale nella popolazione pediatrica. I risultati evidenziano inoltre un possibile ruolo del cadmio come modificatore dell'effetto, sottolineando l'importanza di considerare le co-esposizioni ambientali nello studio dei fattori di rischio dell'obesità infantile. Il principale punto di forza dello studio risiede nell'utilizzo di biomarcatori oggettivi in una vasta popolazione pediatrica, mentre il limite
più rilevante è l'impossibilità di distinguere completamente gli effetti biologici diretti del fumo passivo da quelli legati al contesto familiare, sociale e comportamentale in cui tale esposizione avviene. Per questo motivo i risultati devono essere interpretati come associazioni plausibili, ma non ancora come prove di causalità.
Guo F, et al. Serum cotinine-assessed tobacco exposure, cadmium co-exposure, and childhood obesity: a cross-sectional study. Environ Health. 2026;25(1):35.
Inquinamento da sostanze chimiche non atmosferiche
1. Esposizione a miscele di metalli pesanti da rifiuti elettronici e rischio di dislessia infantile
Questo studio suggerisce che vivere in aree fortemente contaminate dal riciclo informale dei rifiuti elettronici potrebbe essere associato a un maggiore rischio di disturbi del neurosviluppo, come la dislessia. Pur non dimostrando un rapporto causale, i risultati rafforzano l'attenzione verso il ruolo delle esposizioni ambientali precoci e ricordano che la salute neurocognitiva dei bambini dipende anche dalla qualità dell'ambiente in cui crescono. Le miscele di metalli pesanti presenti nell'ambiente derivanti dal riciclo informale dei rifiuti elettronici sono potenziali neurotossine, ma il loro legame con la dislessia evolutiva rimane poco chiaro. Questo studio si proponeva di indagare se l'esposizione a queste sostanze sia associata al rischio di dislessia, di identificare i metalli chiave che contribuiscono a tale fenomeno e le loro interazioni, e di esplorare i potenziali meccanismi biologici. La ricerca è stata svolta in due fasi, condotta a Guiyu, in Cina, una delle principali aree mondiali di riciclo dei rifiuti elettronici, ha previsto uno screening iniziale di 2.520 bambini delle scuole primarie per la dislessia, seguito da un'analisi caso-controllo comprendente 66 casi di dislessia e 132 controlli. I ricercatori hanno misurato nelle urine dei bambini undici metalli associati all'inquinamento da rifiuti elettronici. Utilizzando diversi modelli statistici, hanno osservato che all'aumentare dell'esposizione complessiva ai metalli aumentava anche la probabilità di dislessia. Tra i contaminanti esaminati, cromo, nichel e piombo sono risultati quelli maggiormente associati al fenomeno osservato, mentre lo zinco sembrerebbe attenuarne parzialmente gli effetti. Gli autori ipotizzano che tali associazioni possano essere mediate da processi di neuroinfiammazione, stress ossidativo e modificazioni epigenetiche. Le analisi bioinformatiche hanno inoltre indicato come possibili meccanismi biologici coinvolti la neuroinfiammazione, lo stress ossidativo e alterazioni epigenetiche. Tra le molecole maggiormente implicate sono emerse l'interleuchina-1β (IL1B), il recettore degli estrogeni 1 (ESR1), la proteina tau associata ai microtubuli (MAPT) e l'albumina (ALB). Attraverso analisi bioinformatiche esplorative, gli autori hanno identificato la rutina come possibile molecola di interesse per future ricerche sulla neurotossicità da metalli, un'ipotesi che richiederà tuttavia conferme sperimentali e cliniche. Lo studio contribuisce a spostare l'attenzione dal singolo inquinante alle esposizioni multiple che caratterizzano la vita reale dei bambini, un approccio sempre più rilevante nella ricerca ambientale con-

temporanea. Gli autori sottolineano che i risultati pongono l'attenzione sul significativo rischio di dislessia derivante dall'esposizione a metalli misti in prossimità delle aree di riciclaggio dei rifiuti elettronici, evidenziando la necessità urgente di interventi di bonifica ambientale, interventi proattivi di salute pubblica e programmi di identificazione precoce per la dislessia. Lo studio presenta diversi punti di forza, tra cui la misurazione diretta dei metalli nei bambini, l'analisi delle esposizioni multiple e la coerenza dei risultati osservata con differenti approcci statistici. Tuttavia, trattandosi di uno studio osservazionale caso-controllo, condotto su un numero relativamente ridotto di casi e in un'area caratterizzata da un'esposizione ambientale particolarmente elevata, i risultati non permettono di dimostrare un rapporto causale e richiedono conferma in studi prospettici di maggiori dimensioni.
° Xinle Yu et al: Childhood dyslexia risk elevated by heavy metal mixtures from e-waste: A machine learning–driven mixture modeling study,Environmental Pollution,Volume 394, 2026, 127745, ISSN 02697491.
2. Esposizione degli scolari a metalli/metalloidi potenzialmente tossici e compromissione cognitiva in Amazzonia Nell' Amazzonia brasiliana, l'espansione agricola intensiva non sta trasformando soltanto il paesaggio, ma potrebbe compromettere silenziosamente anche lo sviluppo neurologico dei bambini. Questo studio esplora il legame tra esposizione a metalli tossici ambientali e deficit cognitivi infantili, aprendo interrogativi cruciali sulla salute delle comunità amazzoniche più vulnerabili. Gli autori hanno condotto uno studio trasversale per valutare l'impatto dell'esposizione a metalli pesanti e metalloidi sulle funzioni cognitive dei bambini che vivono nelle "nuove frontiere agricole" dell'Amazzonia brasiliana, in particolare nella regione di Santarém, nello stato del Pará. Questa zona è caratterizzata da una rapida trasformazione del suolo, dove la deforestazione per far posto a coltivazioni intensive, principalmente soia e mais, ha aumentato l'uso di pesticidi e l'erosione del suolo, favorendo la dispersione nell'aria di polveri contaminate da sostanze tossiche ambientali. La ricerca ha coinvolto un campione di giovani tra i 6 e i 14 anni provenienti da diverse comunità. Per misurare l'esposizione, i ricercatori hanno analizzato diversi biomarcatori: il piombo (Pb) e il cadmio (Cd) nel sangue, il mercurio (Hg) e il manganese (Mn) nei capelli, e l'arsenico (As) nelle urine. Le prestazioni cognitive sono state valutate utilizzando test standardizzati, tra cui le Matrici Progressive di Raven e sottoscale della WISC-IV (Scala di Intelligenza Wechsler per Bambini), focalizzandosi su indici come la comprensione verbale, il ragionamento visuo-percettivo e la velocità di elaborazione. I risultati mostrano una situazione preoccupante, caratterizzata da una prevalenza significativa di Pb nel sangue che, sebbene spesso entro i limiti considerati "accettabili" dalle precedenti linee guida, ha mostrato una chiara associazione negativa con le prestazioni cognitive. In particolare, livelli più elevati sono stati correlati a punteggi inferiori nel quoziente intellettivo totale e nella velocità di elaborazione. Inoltre, lo studio conferma che l'esposizione a Hg rimane elevata a causa del consumo di pesce contaminato e delle attività legate all'estrazione mineraria artigianale nel bacino del fiume Tapajós e si associa a deficit nelle funzioni esecutive e nella memoria visiva. L'analisi statistica ha inoltre evidenzia-
to come l'esposizione simultanea a più metalli possa avere effetti sinergici o additivi, peggiorando ulteriormente il quadro neuropsicologico dei bambini. Gli autori concludono che l'espansione della frontiera agricola in Amazzonia non comporta solo rischi ecologici, ma rappresenta una minaccia diretta alla salute pubblica, creando condizioni ambientali sfavorevoli allo sviluppo neurologico delle nuove generazioni e sottolineano l'urgente necessità di politiche di monitoraggio ambientale più rigorose e di interventi sanitari per proteggere le popolazioni vulnerabili di queste regioni. Lo studio presenta diversi punti di forza, tra cui l'utilizzo di biomarcatori ematici per misurare direttamente l'esposizione ai metalli tossici e l'attenzione rivolta a comunità amazzoniche raramente investigate, particolarmente vulnerabili agli effetti dell'agricoltura intensiva. L'associazione osservata tra contaminazione ambientale e deficit cognitivi appare biologicamente plausibile e coerente con la letteratura internazionale sulla neurotossicità infantile. Tuttavia, il disegno trasversale limita la possibilità di stabilire un rapporto causale certo tra esposizione e danno neurologico. Inoltre, fattori socioeconomici, nutrizionali e ambientali concomitanti potrebbero aver influenzato i risultati, rendendo difficile isolare il ruolo specifico dei metalli/metalloidi. Nonostante questi limiti, il lavoro offre un contributo importante alla comprensione degli impatti sanitari nascosti dell'espansione agricola amazzonica.
° Menezes-Filho JA, et al. Schoolchildren's exposure to potentially toxic metals/metalloids and cognitive impairments in communities of the Brazilian Amazon new agricultural frontiers. Neurotoxicology. 2026;113:103404.
3. Esposizione prenatale a insetticidi e riduzione del peso alla nascita: un possibile ruolo mediatore delle alterazioni del metaboloma plasmatico Gli organofosfati (OPP), i piretroidi (PYR) e i neonicotinoidi (NNI) rappresentano tre classi principali di insetticidi con potenziale tossicità per lo sviluppo, tuttavia i loro effetti sulla crescita fetale rimangono insufficientemente caratterizzati. Questo studio prospettico di coorte ha esaminato 442 coppie madre-neonato provenienti da Jiangsu, in Cina, per valutare la relazione tra l'esposizione prenatale agli insetticidi e gli esiti alla nascita, esplorando al contempo i meccanismi metabolomici sottostanti. Campioni di sangue materno raccolti a digiuno nelle prime fasi della gravidanza (prima della 16ª settimana) sono stati analizzati per valutare 15 insetticidi o loro metaboliti, appartenenti a tre principali classi chimiche: organofosfati (OPP), piretroidi (PYR) e neonicotinoidi (NNI). Parallelamente, sono state esaminate 495 caratteristiche metabolomiche per identificare possibili alterazioni dei processi biologici materni. La crescita fetale è stata monitorata mediante ecografie seriali e attraverso le misurazioni antropometriche registrate alla nascita. L'analisi statistica ha evidenziato che concentrazioni più elevate di due metaboliti, il 3,5,6-tricloro-2-piridinolo (TCPy), derivato degli organofosfati, e la desmetil-clothianidina (DM-CLO), derivata dei neonicotinoidi, erano associate a un minor peso alla nascita. In particolare, per ogni aumento di un'unità logaritmica della concentrazione di TCPy il peso alla nascita risultava inferiore in media di circa 44 grammi, mentre per la DM-CLO la riduzione era di circa 68 grammi. L'analisi delle miscele di insetticidi mediante regressione della somma dei quantili ponderata (WQS), una tec-

nica che permette di valutare l'effetto complessivo di esposizioni multiple, ha mostrato che una maggiore esposizione alla miscela era associata a una riduzione media del peso alla nascita di circa 122 grammi. L'analisi ha indicato che TCPy e DM-CLO erano i composti che contribuivano maggiormente all'effetto complessivo della miscela sul peso alla nascita. L'analisi metabolomica ha identificato 14 molecole del metabolismo materno associate sia all'esposizione agli insetticidi sia al peso alla nascita dei neonati. Approfondendo questi risultati, i ricercatori hanno osservato che molte delle alterazioni coinvolgevano il metabolismo degli aminoacidi a catena ramificata (valina, leucina e isoleucina), nutrienti essenziali per la crescita e lo sviluppo fetale. In particolare, due metaboliti intermedi di questo percorso metabolico, la chetoleucina e l'acido 3-metil-2-ossovalerico, sembrano spiegare una parte dell'associazione osservata tra esposizione agli insetticidi e riduzione del peso alla nascita. L'analisi di mediazione ha infatti stimato che questi due metaboliti siano responsabili rispettivamente di circa il 10% e del 7% dell'effetto complessivo. In altre parole, gli autori ipotizzano che l'esposizione prenatale ad alcuni insetticidi possa alterare il metabolismo degli aminoacidi coinvolti nella crescita fetale; questa alterazione potrebbe contribuire, almeno in parte, alla riduzione del peso alla nascita osservata nei bambini più esposti. La forza principale dello studio risiede nell'integrazione tra biomonitoraggio degli insetticidi, metabolomica e analisi delle miscele, che ha permesso di esplorare possibili meccanismi biologici alla base della riduzione del peso alla nascita. Tra i limiti vi sono la natura osservazionale dello studio, la valutazione dell'esposizione in una sola fase della gravidanza e l'impossibilità di escludere completamente il ruolo di altri fattori ambientali o materni non misurati.
° Juan Wen, Junya Wang et al: Prenatal exposure to multiple insecticides and reduced birth weight: a possible mediating role of plasma metabolomic alterations, Environmental Pollution, Volume 394, 2026,127755,ISSN 0269-7491.
4. Valutazione del rischio delle micro- e nanoplastiche per la salute umana: stato dell'arte e prospettive future Dopo oltre dieci anni di ricerca, il problema principale non è più dimostrare che le micro- e nanoplastiche sono diffuse in tutti gli ecosistemi e presenti anche nell'organismo umano, ma capire con sufficiente precisione quali rischi comportano per la salute. Questa revisione nasce nell'ambito del cluster europeo CUSP(European Research Cluster to Understand the Health Impacts of Micro- and Nanoplastics), una rete di cinque progetti finanziati dall'Unione Europea che studiano il rapporto tra microe nanoplastiche e salute umana lungo tutto il corso della vita. In particolare, i progetti PlasticsFatE (Plastics Fate and Effects in the Human Body), dedicato al destino e agli effetti delle microplastiche nell'organismo, e POLYRISK (Micro- and Nanoplastics in Human Health: from Oral Exposure to Cardiometabolic Risk) focalizzato sui possibili effetti cardiometabolici dell'esposizione alimentare, hanno contribuito a identificare le principali lacune che oggi limitano una corretta valutazione del rischio. Partendo da un workshop internazionale organizzato nel 2023 (*) gli autori hanno analizzato criticamente le conoscenze disponibili e individuato sei priorità di ricerca: migliorare la qualità e la comparabilità dei dati; sviluppare materiali di riferimento rappresentativi delle microplastiche realmente presenti nell'ambiente; definire controlli adeguati per gli studi tossicologici; valutare il ruolo degli additivi e delle sostanze chimiche associate alle pla-


stiche; studiare gli effetti combinati tra particelle e contaminanti; identificare biomarcatori in grado di misurare esposizione ed effetti biologici. Il messaggio centrale dell'articolo è che una valutazione affidabile del rischio umano non è ancora possibile senza risolvere importanti problemi metodologici. Gli studi oggi disponibili utilizzano definizioni, materiali, tecniche analitiche e unità di misura spesso differenti, rendendo difficile confrontare i risultati. Inoltre, le particelle utilizzate nei laboratori non sempre riflettono la complessità delle microplastiche presenti nell'ambiente reale, che nel tempo si degradano, si modificano e interagiscono con numerose sostanze chimiche. Per questo gli autori propongono un approccio che consideri l'intero ciclo di vita delle plastiche, includendo non solo il polimero ma anche additivi, contaminanti, prodotti di degradazione e interazioni con l'organismo umano.
*CUSP Workshop #3 - Human Risk assessment of Micro- and Nanoplastics (MNPs) - Practice-based analysis of data needs, availability, reuse and gaps for MNP-risk related tools
° Kühnel, D. Et al: Challenges in human micro- and nanoplastic risk assessment: stocktaking and the road ahead.Environ Sci Eur38, 86 (2026).
5. Microplastiche e salute umana: cosa ci dicono gli studi in vivo?
Le microplastiche e le nanoplastiche (MNP) sono contaminanti ambientali ubiquitari con potenziali implicazioni per la salute umana. Sebbene studi sperimentali abbiano suggerito un loro possibile ruolo nello stress ossidativo, nell'infiammazione e nell'interferenza endocrina, le evidenze dirette nell'uomo sono ancora limitate. Questa revisione sistematica ha identificato 25 studi in vivo che hanno valutato la presenza di MNP in campioni biologici umani e le possibili associazioni con esiti di salute. I risultati confermano l'accumulo di MNP in diversi organi e tessuti e suggeriscono associazioni con processi infiammatori e alterazioni funzionali a carico soprattutto degli apparati cardiovascolare, riproduttivo, gastrointestinale e respiratorio. In particolare, alcuni studi hanno riportato associazioni con eventi cardiovascolari avversi, riduzione della qualità del liquido seminale, alterazioni del microbiota intestinale e infiammazione delle vie respiratorie. Tuttavia, la qualità complessiva dell'evidenza rimane limitata dall'eterogeneità dei metodi di rilevazione, dalle ridotte dimensioni campionarie e dalla prevalenza di studi trasversali, che non consentono di stabilire relazioni causali robuste. Il principale punto di forza della revisione è l'attenzione alle evidenze umane dirette, mentre il limite maggiore è rappresentato dalla mancanza di studi prospettici di elevata qualità. Gli autori sottolineano pertanto la necessità di coorti longitudinali con misure standardizzate dell'esposizione e un adeguato controllo dei fattori confondenti per chiarire il reale impatto delle MNP sulla salute umana.
° Tran HAA, et al. Health impacts of micro- and nanoplastics in humans: systematic review of in vivo evidence. Environ Health. 2026;25(1):26.
6. Ruolo delle abitudini alimentari nell'esposizione alle microplastiche nei bambini in età scolare
Lo studio suggerisce che una dieta più vicina al modello mediterraneo possa contribuire a ridurre la presenza di alcune mi-
croplastiche nell'organismo, evidenziando il possibile ruolo delle abitudini alimentari nella prevenzione del contatto con questi contaminanti. Gli autori hanno quantificato l'esposizione alle microplastiche (MP) nelle urine di bambini di 10 anni e hanno valutato se le abitudini alimentari, in particolare l'aderenza alla dieta mediterranea, potessero influenzare i livelli di esposizione. Lo studio è stato condotto nell'ambito della coorte di nascita di Ma'anshan(MABC), in Cina. Sono stati analizzati campioni di urina del mattino di 1.308 bambini (età media 10 anni, 51.8% maschi), raccolti tra gennaio 2024 e gennaio 2025. L'identificazione e la quantificazione di MP sono state effettuate con il sistema LDIR (Laser Direct Infrared, Agilent 8.700), in grado di caratterizzare particelle di dimensioni comprese tra 20 e 500 μm. Le abitudini alimentari sono state valutate con il questionario KIDMED (Mediterranean Diet Quality Index for Children and Adolescents), che misura l'aderenza alla dieta mediterranea attraverso un punteggio da 0 a 12. Le associazioni sono state analizzate mediante modello binomiale negativo zero-inflazionato (ZINB), aggiustato per potenziali fattori confondenti. Nelle urine dei bambini sono stati identificati 19 tipi diversi di MP. Le microplastiche sono state identificate nel 91.3% dei campioni urinari analizzati, confermando un'esposizione estremamente diffusa. La concentrazione mediana era pari a 250 particelle per millilitro di urina. Il politetrafluoroetilene (PTFE, noto come Teflon) ha mostrato il tasso di rilevamento più elevato (50.19%), seguito da poliacrilammide (PAM), polietilene (PE), poliuretano (PU) e poliammide (PA). Le particelle di piccole dimensioni (20–100μm) rappresentavano il 98.04% delle MP totali rilevati, una proporzione dominante che preoccupa per la loro capacità di attraversare le barriere biologiche. I bambini con una maggiore aderenza alla dieta mediterranea mostravano una minore probabilità di presentare nelle urine alcune tipologie di microplastiche, tra cui il poli(acido lattico) (PLA), utilizzato in molte bioplastiche compostabili, il copolimero etilene-vinil acetato (EVA), impiegato in imballaggi e materiali plastici flessibili, e il polivinilalcol (PVA), utilizzato in pellicole, rivestimenti e detergenti idrosolubili. Inoltre, un KIDMED più alto correlava con livelli più elevati di PA non-zero e livelli più bassi di PTFE non-zero. Questo quadro suggerisce che una dieta più vicina al modello mediterraneo, ricca di alimenti freschi e poco processati, con meno alimenti confezionati in plastica, si associa ad una minore esposizione ad alcuni polimeri, pur aumentando l'esposizione a PA, probabilmente a causa del maggiore consumo di pesce confezionato o catturato con reti in poliammide. Questo è il primo studio che esplora il legame tra pattern dietetici e profilo di esposizione a microplastiche nei bambini, evidenziando come le abitudini alimentari rappresentino un fattore modificabile potenzialmente rilevante per la riduzione dell'esposizione. La principale forza dello studio risiede nell'ampia coorte pediatrica e nell'utilizzo di metodiche avanzate per la rilevazione delle microplastiche, mentre il principale limite è rappresentato dal disegno trasversale e dalla mancata valutazione di alcuni comportamenti che potrebbero influenzare l'esposizione, rendendo impossibile stabilire relazioni causali certe
° Liu C, et al. Microplastic exposure and the role of dietary patterns in school-aged children. Environ Int. 2026;209:110164.

7. Esposizione prenatale e adolescenziale ai PFAS: associazioni con sviluppo puberale e alterazioni ormonali
Le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) causano tossicità riproduttiva ed effetti di interferenza endocrina. L'obiettivo di questo studio è stato di esplorare l'impatto dell'esposizione prenatale e adolescenziale ai PFAS sullo sviluppo puberale e sull'attività ormonale nelle ragazze. Sono state reclutate le ragazze partecipanti allo Sheyang Mini Birth Cohort Study, studio prospettico di una coorte di nascita effettuato in Cina, che valuta gli effetti delle esposizioni precoci a sostanze chimiche sui bambini. La coorte originaria comprendeva 1.303 partecipanti, di cui 609 femmine. Durante l'adolescenza (14-15 anni) le ragazze sono state sottoposte a una valutazione dello sviluppo puberale. Dopo aver escluso le partecipanti con difetti congeniti, figlie di madri con diabete o ipertensione e i casi privi di misurazioni dei PFAS, il campione finale includeva 179 ragazze per le analisi dello sviluppo puberale (con un totale di 280 valutazioni degli stadi di Tanner e del Pubertal Development Scale, PDS) e 253 ragazze per l'analisi dell'età del menarca. Le valutazioni di follow-up sono state effettuate in due momenti successivi dell'adolescenza: nel 2023 sono state rivalutate 171 ragazze, mentre nel 2024 il numero di partecipanti ancora disponibili per il follow-up era pari a 109. Sono state misurate le concentrazioni di 53 PFAS nel siero del cordone ombelicale e nel siero delle adolescenti di 14 e 15 anni, nel siero delle adolescenti sono stati misurati anche gli ormoni tiroidei e gli ormoni steroidei. Le valutazioni dello sviluppo puberale sono state effettuate utilizzando sia il punteggio di sviluppo puberale autovalutato (PDS) sia l'età del menarca, insieme agli stadi di Tanner valutati durante le visite cliniche. Per analizzare i dati, i ricercatori hanno utilizzato modelli statistici avanzati; le equazioni di stima generalizzate (GEE) sono state impiegate per valutare l'associazione tra i livelli di PFAS e la progressione dello sviluppo puberale misurata attraverso il Pubertal Development Scale (PDS), tenendo conto delle valutazioni ripetute effettuate sulle stesse ragazze nel corso del tempo. Mentre la regressione di Cox è stata utilizzata per studiare il rapporto tra l'esposizione ai PFAS e l'età del menarca, stimando se livelli più elevati di PFAS fossero associati a un anticipo o a un ritardo della comparsa della prima mestruazione; infine, invece di studiare ogni PFAS separatamente, gli autori hanno analizzato l'effetto dell'intera miscela di PFAS a cui erano esposte le ragazze, per farlo hanno utilizzato un modello statistico avanzato (BKMR) che consente di capire sia l'effetto complessivo della miscela sia il peso relativo delle singole sostanze. I risultati hanno evidenziato che le ragazze con una maggiore esposizione prenatale a PFOA (OR = 1.12, IC 95%: 1.02, 1.24) e PFOS (OR = 1.13, IC 95%: 1.02, 1.26) avevano maggiori probabilità di presentare stadi di sviluppo del seno più avanzati. La concentrazione di PFOA nel siero del cordone ombelicale era significativamente associata a un menarca più precoce (HR = 1,065, IC 95%: 1,010, 1,122). I PFAS prenatali erano associati a un aumento del livello di T4, mentre i PFAS adolescenziali erano associati a livelli elevati di TSH e di ormoni riproduttivi. Gli autori concludono che questi risultati hanno rivelato effetti persistenti sul sistema endocrino e alterazioni nella maturazione puberale derivanti dall'esposizione prenatale ai PFAS. La forza principale dello studio risiede nel lungo follow-up dalla gravidanza all'adolescenza e nella valutazione oggettiva sia dei PFAS sia degli indicatori endocrini e puberali. I principali limiti riguardano la riduzione del campione nel corso del tempo, la natura osservazionale dello studio e la limitata generalizzabili-
tà dei risultati al di fuori della popolazione studiata.
° Zheng Wang e coll: Associations between prenatal and adolescent perand polyfluoroalkyl substances (PFAS) exposure and pubertal development as well as endocrine hormones in girls from the Sheyang Mini Birth Cohort. EnvironmentalResearch 296 (2026)123995.
8. Esposizione a sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) e quoziente intellettivo (QI) dei bambini
Questo studio longitudinale, condotto su 572 coppie madre-figlio ad Anhui, in Cina, ha analizzato l'impatto dell'esposizione a sei PFAS sul QI dei bambini, identificando specifiche "finestre di sensibilità" dallo sviluppo prenatale alla prima infanzia. I ricercatori hanno misurato i livelli di PFAS nel siero materno durante i tre trimestri di gravidanza, nel sangue del cordone ombelicale alla nascita e nel siero dei bambini a circa 4-6 anni, valutando poi il QI dei piccoli tramite la scala "Wechsler Preschool and Primary Scale of Intelligence", 4a edizione (WPPSI-IV). Lo studio ha rivelato effetti neurocognitivi significativamente divergenti tra maschi e femmine: nei maschi l'esposizione ai PFAS durante l'infanzia è risultata correlata a una riduzione del QI, in particolare per quanto riguarda il ragionamento visuo-spaziale e la velocità di elaborazione. PFOA (acido perfluoroottanoico), PFNA (acido perfluorononanoico), PFDA (acido perfluorodecanoico), PFHxS (acido perfluoroesansolfonico), 6:2 Cl-PFESA (acido solfonico poli-fluoroeterico clorurato 6:2), hanno mostrato associazioni inverse con i rispettivi punteggi, suggerendo che la prima infanzia sia una finestra critica di elevata vulnerabilità per lo sviluppo cognitivo maschile. Nelle femmine, al contrario, livelli materni più elevati di PFOA e PFHxS durante la metà e la fine della gravidanza sono stati associati a punteggi migliori nella comprensione verbale. Tuttavia, gli autori sottolineano che queste associazioni positive richiedono ulteriori indagini per comprenderne i meccanismi biologici sottostanti. I livelli di PFAS tendevano a essere più elevati nei bambini maschi, nel corso dello sviluppo, le concentrazioni maggiori sono state misurate nel sangue materno durante il primo trimestre di gravidanza, mentre i valori più bassi sono stati osservati nel sangue del cordone ombelicale, suggerendo una riduzione del trasferimento di queste sostanze al feto. È stata osservata una forte correlazione tra la durata dell'allattamento al seno e l'aumento del carico corporeo di PFAS nei bambini, confermando l'allattamento come una via primaria di trasferimento post-natale. Lo studio conclude che il momento dell'esposizione conta quanto l'esposizione stessa: i maschi sembrano più sensibili alle esposizioni postnatali, mentre le femmine mostrano risposte diverse alle esposizioni prenatali. Per questo motivo il monitoraggio e la prevenzione dovrebbero considerare sia la gravidanza sia l'infanzia. Questi risultati evidenziano la necessità di adottare prospettive di genere e valutazioni temporali precise negli studi sulla neurotossicità ambientale. Sebbene la ricerca offra prove importanti su come i PFAS possano influenzare le traiettorie educative e socioeconomiche a lungo termine attraverso la compromissione dello sviluppo intellettuale, sono necessari ulteriori studi longitudinali per confermare questi modelli e chiarire i processi biologici coinvolti. La forza principale dello studio è l'aver seguito i bambini dalla gravidanza all'età prescolare con misurazioni ripetute dei PFAS e valutazioni cognitive dettagliate; il limite principale è che alcune associazioni restano difficili da interpretare sul piano causale e richiedono conferme in studi indipendenti.

° Xing Y, et al. Sensitive windows of per- and polyfluoroalkyl substances exposure and children's intelligence quotient. Environ Int. 2026;210:110218.
1. Esposizione al rumore nelle scuole d'infanzia. Uno studio a Taiwan
L'esposizione a livelli eccessivi di rumore è nociva per la salute dei bambini. Dato che la maggior parte dei bambini di età compresa tra 3 e 5 anni trascorre buona parte della giornata all'interno delle scuole d'infanzia, è necessario che queste strutture non siano eccessivamente rumorose. Gli autori di questo studio, svolto a Taiwan sulla falsariga di uno studio precedente effettuato in Nuova Zelanda, hanno dimostrato che ciò non avviene. Lo studio ha misurato il livello di rumore interno di 17 aule di 6 scuole d'infanzia a Taiwan, utilizzando sia fonometri e sia dosimetri applicati direttamente agli insegnanti e ai bambini presenti in aula. I monitoraggi effettuati con misuratori fissi hanno sottostimato significativamente l'esposizione reale durante le attività didattiche. Il livello medio di pressione sonora ponderato nel tempo (LAeq) sull'intera giornata, misurato tramite fonometri fissi in tutte le aule, è stato infatti di 74 dB, ma i dati dosimetrici misurati individualmente erano superiori di 5-10 dB per i bambini e di 3-7 dB per gli insegnanti. In termini di dose di rumore giornaliera (basata sui criteri occupazionali internazionali) il 24% dei bambini e il 27% degli insegnanti è risultato esposto a una dose di rumore giornaliera superiore alla dose massima fissata per i lavoratori adulti. Questi livelli di esposizione sono considerati di seria preoccupazione, poiché i parametri di riferimento utilizzati sono concepiti per proteggere l'udito degli adulti negli ambienti di lavoro e potrebbero non essere sufficientemente cautelativi per la salute e lo sviluppo cognitivo dei bambini di questa fascia d'età. Nel complesso, lo studio evidenzia come il rumore nelle scuole dell'infanzia rappresenti non solo un problema educativo, ma anche una questione di salute pubblica. Gli autori sottolineano la necessità di sviluppare standard acustici specifici per l'infanzia, superando l'attuale utilizzo di criteri derivati dagli ambienti di lavoro per adulti. Tra i punti di forza figurano l'impiego di misure oggettive e la comparabilità con un precedente studio neozelandese, mentre il principale limite è rappresentato dal numero ridotto di scuole partecipanti. Future ricerche dovrebbero valutare gli effetti a lungo termine dell'esposizione al rumore sullo sviluppo cognitivo e sul benessere dei bambini, nonché l'efficacia di interventi architettonici, educativi e organizzativi finalizzati alla riduzione dell'inquinamento acustico nei contesti prescolari.
° PAGE, Wyatt H.; MCLAREN, Stuart J. Noise Levels and Acoustic Quality of Preschool Learning Spaces in Taiwan. International Journal of Environmental Research and Public Health, 2026, 23.3: 406.
Ambienti naturali
1. Spazi verdi residenziali prima e dopo la nascita e sviluppo comportamentale nella prima infanzia: uno studio di coorte Negli ultimi anni numerosi studi hanno suggerito che vivere
vicino ad aree verdi possa favorire il benessere psicologico e lo sviluppo neurocomportamentale dei bambini, ma non è ancora chiaro se esistano periodi particolarmente sensibili, come la gravidanza o i primi anni dopo la nascita. Comprendere il ruolo degli spazi verdi è rilevante perché si tratta di un fattore ambientale potenzialmente modificabile attraverso la pianificazione urbana. Questo studio ha esaminato le associazioni tra l'esposizione agli spazi verdi durante il periodo prenatale e postnatale e lo sviluppo comportamentale in bambini di età compresa tra 2 e 4 anni. Lo studio ha utilizzato i dati della coorte LEAPP-HIT, un progetto che segue madri e bambini dall'inizio della gravidanza fino ai primi anni di vita del bambino. L'analisi ha incluso 408 famiglie, valutate in più momenti: all'inizio e a metà della gravidanza, un mese dopo il parto e successivamente tra i 2 e i 4 anni di età del bambino, nel periodo compreso tra il 2017 e il 2024. L'esposizione agli spazi verdi è stata valutata utilizzando l'indice di vegetazione a differenza normalizzata (NDVI) entro una distanza di 250-2.000 m dalle abitazioni. L'NDVI (Normalized Difference Vegetation Index) valuta il livello di "verde" sfruttando la tecnologia di telerilevamento satellitare, che quantifica la crescita e la copertura della vegetazione. Il verde è stato valutato in aree concentriche attorno alla casa, considerando distanze comprese tra 250 metri e 2 chilometri, per verificare se la presenza di vegetazione nel quartiere fosse associata allo sviluppo comportamentale dei bambini. I valori di NDVI variavano da -1 a +1 dove i valori più alti indicavano una maggiore copertura di aree verdi. Lo sviluppo comportamentale dei bambini è stato valutato utilizzando la Child Behavior Checklist per la fascia d'età 1½-5 anni. Sono stati applicati modelli di regressione multipla. I modelli statistici hanno preso in considerazione variabili come lo stato di salute della madre, il peso alla nascita del bambino e l'età gestazionale. I risultati mostrano che una maggiore esposizione prenatale al verde è associata a un minor numero di problemi di attenzione a 2 anni (β compreso tra -0.42 e -0.47 nei buffer NDVI, p < 0.05) e a 3 anni (β compreso tra -0.43 e -0.44 nei buffer NDVI, p < 0.05). Nelle analisi multi-tempo, una maggiore esposizione prenatale al verde è associata a un minor numero di problemi di sonno (β = -0.44, p = 0.04; significativo solo nel raggio di 250 m) e di attenzione (β compreso tra -0.42 e -0.44 nei raggi NDVI, p < 0.001). Una maggiore esposizione postnatale al verde è associata solo a un minor numero di problemi di attenzione (β compreso tra -0.31 e -0.34 nei raggi NDVI, p < 0.05). L'esposizione agli spazi verdi è risultata costantemente associata a un minor numero di problemi comportamentali, in particolare difficoltà di attenzione, nella prima infanzia. Lo studio suggerisce che l'accesso ad ambienti più verdi possa favorire lo sviluppo comportamentale nei primi anni di vita; il secondo trimestre di gravidanza emerge come una possibile finestra di particolare sensibilità, durante la quale le caratteristiche dell'ambiente materno potrebbero influenzare il successivo sviluppo neurocomportamentale del bambino. I benefici sembrano inoltre estendersi al periodo postnatale, indicando che l'esposizione al verde nei primi anni di vita potrebbe continuare a sostenere lo sviluppo comportamentale attraverso una combinazione di stimolazione ambientale e riduzione dello stress. Tra i punti di forza dello studio vi sono il disegno prospettico della coorte, il follow-up dalla gravidanza alla prima infanzia e l'utilizzo di misure satellitari oggettive degli spazi verdi. Inoltre, l'analisi delle diverse finestre temporali ha permesso di identificare il secondo trimestre come un possibile periodo di particolare sensibilità. Tra i limiti,

il campione era costituito prevalentemente da famiglie urbane con elevato status socioeconomico, la presenza di verde non riflette necessariamente il suo effettivo utilizzo e gli esiti comportamentali sono stati valutati esclusivamente attraverso questionari compilati dalle madri.
° Chao WC, et al. Prenatal and postpartum residential greenness and behavioral development in early childhood: Findings from a birth cohort. Environ Res. 2026;295:123927.
2. Frequentazione di boschi e ad altri ambienti naturali e rendimento scolastico negli adolescenti: nuove evidenze dalla coorte SCAMP
Lo studio SCAMP (Study of Cognition, Adolescents and Mobile Phones) conclude che gli adolescenti che vivono e studiano in aree con una maggiore presenza di boschi urbani (woodland) ottengono risultati scolastici migliori rispetto ai coetanei meno esposti. L'associazione riguarda i voti di matematica, scienze e inglese ed è risultata più forte per le aree boschive rispetto ad altre tipologie di verde urbano. La ricerca ha analizzato i dati di 5.323 adolescenti londinesi. L'esposizione agli ambienti naturali è stata valutata all'età di 11-12 anni distinguendo tra spazi verdi, boschi, prati e spazi blu, mentre il rendimento scolastico è stato misurato a 16 anni attraverso i risultati ufficiali degli esami GCSE di matematica, scienze e inglese. Gli autori hanno inoltre valutato se le funzioni cognitive, le difficoltà comportamentali e l'inquinamento atmosferico potessero contribuire a spiegare l'associazione osservata. I risultati mostrano che gli adolescenti con la maggiore esposizione ai boschi (90° percentile) ottenevano in media quasi mezzo punto GCSE in più rispetto a quelli meno esposti (10° percentile). Al contrario, i prati non hanno mostrato benefici significativi e in alcuni modelli sono risultati associati a risultati leggermente peggiori in inglese. Nessuna associazione significativa è stata osservata per gli spazi blu. L'analisi dei meccanismi suggerisce che tra il 12.5% e il 25.1% dell'associazione tra boschi e rendimento scolastico sia spiegato da migliori funzioni esecutive e maggiore intelligenza fluida. Al contrario, né le difficoltà comportamentali né una minore esposizione all'inquinamento atmosferico sembrano spiegare l'associazione osservata. Questi risultati offrono indicazioni cruciali per la pianificazione urbana e le politiche pubbliche, suggerendo che per creare città sane ed eque sia necessario bilanciare non solo la quantità di verde, ma anche la sua tipologia. Gli interventi pratici dovrebbero includere l'aumento della densità della chioma degli alberi e lo sviluppo di piccoli parchi urbani ("pocket parks") con alberi vicino a scuole e residenze. Inoltre, i risultati supportano l'integrazione di lezioni all'aperto in ambienti naturali e l'espansione di iniziative come il National Education Nature Park nel Regno Unito per ridurre le disuguaglianze nel rendimento scolastico. La principale forza dello studio risiede nell'ampia coorte longitudinale e nella caratterizzazione dettagliata degli ambienti naturali, mentre i limiti principali riguardano la stima indiretta dell'esposizione e l'impossibilità, tipica degli studi osservazionali, di dimostrare un rapporto causale certo tra esposizione ai boschi e rendimento scolastico.
° Chen Shen et al: Exposure to woodland and other natural environments and educational achievement in urban adolescents: mechanistic insights from the SCAMP cohort study, Environment International, Volume 210, 2026, 110240, ISSN 0160-4120.
3. Spazi verdi e miopia infantile: uno studio effettuato con l'utilizzo delle immagini di Street View
Una maggiore esposizione agli spazi verdi potrebbe essere associata a un minor rischio di miopia infantile. Tuttavia, la maggior parte degli studi si basa su indici di verde derivati da immagini satellitari, che non sono in grado di cogliere l'esposizione visiva a livello del suolo o di differenziare le componenti degli spazi verdi. Non è ancora chiaro se specifiche componenti degli spazi verdi siano associate in modo differenziato alla miopia. Questo studio ha analizzato il rapporto tra le diverse componenti del verde urbano, misurate tramite immagini Street View, e la miopia infantile. La ricerca ha coinvolto 20.422 bambini di Hong Kong tra i 6 e gli 8 anni. I ricercatori hanno poi seguito per tre anni i bambini che inizialmente avevano una vista normale, per verificare se l'esposizione a specifiche tipologie di verde fosse associata a un minor rischio di sviluppare miopia. Applicando la segmentazione tramite deep learning alle immagini di Street View, sono state quantificate quattro specifiche componenti degli spazi verdi (alberi, erba, piante e campi) entro un raggio di 500 metri da zone residenziali e scolastiche. È stata generata una metrica "casa-scuola" ponderata nel tempo per rappresentare l'esposizione giornaliera cumulativa. I risultati hanno evidenziato che, su 20.422 bambini, 5.623 (27.5%) presentavano miopia all'inizio dello studio. In un'analisi trasversale, una maggiore esposizione cumulativa ad alberi (OR, 0.94; IC 95%, 0.90–0.97), erba (OR, 0.95; IC 95%, 0.90–0.99) e piante (OR, 0.93; IC 95%, 0.89–0.97) nel contesto casa-scuola sono risultate associate a una minore prevalenza di miopia; mentre le aree aperte prive di alberi o con vegetazione poco strutturata ("fields") sono risultate associate a un aumento del rischio di miopia (OR, 1.06; IC 95%, 1.01–1.10). In analisi prospettiche su 2.667 bambini, solo la presenza di piante in casa e a scuola è risultata costantemente associata a una riduzione dell'incidenza della miopia (HR, 0.89; IC 95%, 0.830.96), mentre la presenza di aree aperte scarsamente alberate nelle vicinanze dell'abitazione è risultata associata a un maggiore rischio di sviluppare miopia (HR, 1.05; 95% CI, 1.01–1.10). I bambini maggiormente esposti a vegetazione presentavano un rischio inferiore di sviluppare miopia rispetto ai bambini meno esposti. In conclusione, non tutte le forme di verde sembrano offrire gli stessi benefici, infatti una maggiore presenza di alberi, piante e vegetazione diversificata negli ambienti frequentati dai bambini è risultata associata a una minore frequenza di miopia e, nel caso delle piante, anche a un minor rischio di svilupparla nel tempo. Al contrario, gli spazi aperti con scarsa copertura arborea presenti nelle vicinanze delle abitazioni sono stati associati a un aumento del rischio di miopia. Nel complesso questi risultati indicano il ruolo distinto delle diverse componenti degli spazi verdi e, suggeriscono che l'integrazione di specifiche tipologie di spazi verdi nella pianificazione urbana possa contribuire ad approcci di salute pubblica per la prevenzione della miopia infantile. La principale forza dello studio è l'aver combinato un ampio follow-up pediatrico con una caratterizzazione dettagliata delle diverse tipologie di verde urbano mediante intelligenza artificiale; il principale limite è che l'esposizione ambientale è stata stimata indirettamente e i risultati potrebbero non essere completamente trasferibili ad altri contesti urbani.
° Li Y, et al. Street-view-measured greenspace components and childhood myopia: A population-based cross-sectional and prospective cohort study. Environ Int. 2026;210:110230.

1. Disagio e negazione: i giovani olandesi tra i 16 e i 35 anni alle prese con il cambiamento climatico Quando si parla di cambiamento climatico, il dibattito pubblico tende spesso a dividere le persone in due categorie contrapposte: da un lato chi è profondamente preoccupato e impegnato nella causa ambientale, dall'altro chi nega o minimizza il problema. Questo studio condotto su oltre mille giovani olandesi tra i 16 e i 35 anni mostra però una realtà molto più sfumata. I ricercatori hanno analizzato sia le forme di disagio psicologico legate alla crisi climatica, come eco-ansia ed eco-colpa, sia diverse forme di negazione del problema, scoprendo che queste reazioni non si escludono necessariamente a vicenda. Attraverso un'analisi statistica che ha permesso di individuare gruppi con caratteristiche simili, sono emersi sei diversi profili psicologici. Alcuni giovani risultano fortemente preoccupati e psicologicamente appesantiti dal cambiamento climatico, mentre altri condividono la stessa preoccupazione senza che questa comprometta il loro benessere quotidiano. Esistono poi gruppi che tendono a negare la gravità del fenomeno o a minimizzare l'impatto personale, ma anche profili più complessi, nei quali preoccupazione e scetticismo convivono. In particolare, alcuni partecipanti riconoscono il problema climatico ma faticano a percepirne le conseguenze sulla propria vita, mentre altri mostrano atteggiamenti ambivalenti, oscillando tra consapevolezza e negazione. I risultati indicano che circa la metà dei giovani coinvolti nello studio sperimenta livelli moderati o elevati di distress climatico. Tuttavia, chi manifesta maggiore preoccupazione non appare necessariamente paralizzato dall'ansia. Al contrario, questi individui tendono a mostrare più speranza e una maggiore propensione ad adottare strategie attive per affrontare il problema. I profili caratterizzati da una più forte negazione, invece, sono associati a un atteggiamento più fatalista, a una minore fiducia nelle istituzioni e a un minore coinvolgimento nelle azioni a favore del clima. Un altro dato interessante riguarda le caratteristiche sociodemografiche: le differenze tra i vari profili risultano infatti limitate rispetto a fattori come età, genere, reddito e luogo di residenza, mentre il livello di istruzione non sembra distinguere in modo significativo i diversi gruppi. Questo suggerisce che le reazioni psicologiche alla crisi climatica siano diffuse trasversalmente nella popolazione giovanile e non dipendano semplicemente dal background sociale o educativo. Nel complesso, lo studio invita a superare la tradizionale contrapposizione tra "attivisti" e "negazionisti", mostrando come i giovani possano vivere il cambiamento climatico attraverso combinazioni complesse di emozioni, preoccupazioni, speranze e forme di negazione. Comprendere questa varietà di risposte psicologiche può essere fondamentale per sviluppare strategie di comunicazione e intervento più efficaci, capaci di coinvolgere persone con vissuti e atteggiamenti molto diversi nei confronti della crisi climatica. Tra i principali punti di forza dello studio vi sono l'utilizzo di un ampio campione rappresentativo di giovani olandesi, la valutazione di molteplici dimensioni del disagio climatico e della negazione e l'impiego di un approccio innovativo centrato sulla persona che ha permesso di identificare sei distinti profili psicologici. Tuttavia, i risultati sono limitati alla fascia d'età 16–35 anni, alcuni gruppi erano numericamente ridotti e il disegno trasversale dello studio non consente di stabilire relazioni causali né di comprendere come questi profili evolvano nel tempo.
° Anne Margit Reitsema et al: Distress and denial: Dutch youth aged 1635 grappling with climate change, Journal of Environmental Psychology, Volume 110, 2026, 102969, ISSN 0272-4944.
2. Il pubblico è davvero preoccupato per le microplastiche? L'articolo analizza il modo in cui il pubblico percepisce il problema delle microplastiche e mette in discussione un presupposto molto diffuso nella ricerca ambientale: l'idea che dichiarare di essere preoccupati in un sondaggio significhi automaticamente vivere quel problema come realmente importante nella propria quotidianità. Gli autori sostengono infatti che la maggior parte degli studi precedenti abbia misurato la preoccupazione in maniera troppo semplice, limitandosi a chiedere alle persone quanto fossero allarmate dalle microplastiche. Secondo i ricercatori, però, questo approccio rischia di sovrastimare il livello reale di coinvolgimento del pubblico, perché il contesto stesso del questionario rende temporaneamente il tema più saliente e importante nella mente dei partecipanti. Emerge come sapere cosa sia una microplastica non basta a cambiare il comportamento se il problema non viene percepito come personalmente o socialmente rilevante. La ricerca si è basata su un'indagine trasversale condotta su un campione di 1.135 cittadini tedeschi e 1.124 italiani. Sono stati misurati diversi parametri: consapevolezza, conoscenza oggettiva (basata su 8 affermazioni scientifiche), preoccupazione dichiarata (per ambiente e salute), rilevanza quotidiana (frequenza di pensieri e discorsi sul tema) e intenzioni comportamentali. In questo modo il lavoro cerca di capire non solo cosa le persone dicano di pensare, ma quanto il problema sia realmente presente nella loro esperienza mentale e sociale. I risultati indicano che la consapevolezza è significativamente più alta in Germania (93.7%) rispetto all'Italia (60.9%). Sebbene la preoccupazione dichiarata sia molto alta, con una maggiore apprensione per l'ambiente rispetto alla salute umana, la rilevanza quotidiana è risultata molto più bassa: la maggior parte delle persone pensa o parla di microplastiche solo raramente. In altre parole, il problema viene riconosciuto come serio e importante, ma non occupa stabilmente uno spazio centrale nella vita quotidiana degli individui. Lo studio mostra inoltre che la conoscenza delle microplastiche influenza indirettamente le intenzioni comportamentali. Le persone più informate tendono a essere più preoccupate e a considerare il tema più rilevante nella vita quotidiana, e queste due dimensioni aumentano a loro volta la probabilità di voler modificare i propri comportamenti, ad esempio cercando di evitare prodotti contenenti microplastiche. La conoscenza, quindi, non porta direttamente all'azione, ma agisce attraverso la costruzione di una maggiore sensibilità emotiva e cognitiva verso il problema. Per chi comunica il rischio e i decisori politici questi dati implicano la necessità di adottare strategie di comunicazione personalizzate che vadano oltre la semplice diffusione di dati tecnici È fondamentale rendere il rischio delle microplastiche "tangibile" e socialmente rilevante per colmare il divario tra intenzione e azione reale. Le iniziative educative dovrebbero non solo informare sulla presenza di particelle, ma anche affrontare direttamente le preoccupazioni emotive e fornire passaggi pratici che i cittadini possono integrare nella loro routine quotidiana per favorire un reale cambiamento comportamentale. Nonostante la solidità metodologica dello studio, gli autori riconoscono anche alcuni limiti. La ricerca non permette di stabilire rapporti di causa-effetto certi. Inoltre vengono misurate solo le intenzioni comportamentali e non i comportamenti reali, lasciando aperta

la possibilità che molte persone dichiarino di voler agire senza poi modificare concretamente le proprie abitudini. Esiste infine il rischio di desiderabilità sociale: nei temi ambientali i partecipanti potrebbero sentirsi spinti a dare risposte considerate moralmente corrette.
° Robin Janzik et al: Is the public really concerned about microplastics? The importance of measuring everyday relevance and behavioral intentions as well as stated concern, Journal of Environmental Psychology, Volume 110, 2026, 102963, ISSN 0272-4944.
3. Dall'ansietà alla speranza: come le emozioni relative al cambiamento climatico influenzano il reale comportamento ambientale
Le emozioni generate dalla crisi climatica non paralizzano necessariamente l'individuo, in alcuni casi possono diventare il principale impulso verso comportamenti sostenibili. In un contesto di crescente attenzione verso l'impatto psicologico del cambiamento climatico, gli autori di questo studio hanno esplorato il ruolo delle eco-emozioni nei comportamenti ambientali attraverso una meta-analisi condotta su 41 studi e oltre 76.000 partecipanti, ed una revisione sistematica della letteratura consultando database quali PubMed, Google Scholar, PsycArticles e ProQuest fino ad agosto 2025, includendo esclusivamente studi quantitativi incentrati su comportamenti pro-ambientali reali. Per analizzare l'associazione tra emozioni climatiche e azioni ecologiche sono stati utilizzati 124 effect sizes, ovvero misure statistiche che quantificano la forza della relazione tra due variabili; in questo caso il coefficiente di correlazione di Pearson (r) indicava quanto intensamente emozioni come ansia, speranza, preoccupazione o senso di colpa fossero associate ai comportamenti sostenibili. Dal punto di vista metodologico, il lavoro si distingue per l'impiego di una meta-analisi a tre livelli, approccio statistico avanzato scelto perché molti studi riportavano più correlazioni all'interno dello stesso campione. Questo metodo consente di modellare simultaneamente la variabilità interna ai singoli studi e quella tra studi differenti, evitando di trattare come indipendenti dati statisticamente collegati e aumentando così la robustezza delle stime finali. I risultati mostrano una correlazione positiva tra eco-emozioni e comportamenti pro-ambientali, con preoccupazione climatica e speranza climatica tra le emozioni maggiormente associate all'azione ecologica. Lo studio suggerisce inoltre che questo tipo di emozioni definite moderate ed orientate all'azione e alla ricerca di soluzioni concrete, possano risultare più efficaci rispetto a stati emotivi estremi e paralizzanti. In particolare, la preoccupazione climatica appare sufficientemente intensa da aumentare consapevolezza e coinvolgimento attivo, senza però sfociare in sentimenti di impotenza o blocco emotivo tipici dell'eco-ansia severa o della depressione climatica. La speranza climatica, invece, emerge come l'emozione più "protettiva", poiché alimenta senso di efficacia, controllo e fiducia nella possibilità di mitigare il cambiamento climatico, favorendo l'azione senza gli effetti negativi sulla salute mentale associati alle emozioni più intense. Pur con i limiti legati all'elevata eterogeneità metodologica, alla variabilità delle definizioni di eco-emozione e al carattere prevalentemente correlazionale degli studi inclusi, il lavoro offre una prospettiva innovativa sul ruolo delle emozioni nella comunicazione climatica. In particolare, gli autori evidenziano il delicato equilibrio etico tra l'utilizzo delle emozioni come leva motivazionale per promuovere comportamenti sostenibili e il rischio di amplificare
disagio psicologico e ansietà climatica nella popolazione. Questi risultati assumono una particolare rilevanza per genitori, educatori e operatori sanitari, poiché suggeriscono che affrontare il cambiamento climatico attraverso una comunicazione equilibrata, capace di stimolare consapevolezza senza generare paralisi emotiva, potrebbe favorire comportamenti sostenibili preservando al tempo stesso il benessere psicologico, soprattutto nelle fasce più giovani e vulnerabili della popolazione.
° Magdalena Isabell Schwarz et al: From anxiety to hope: Do climate change-related emotions influence actual environmental behaviour? Journal of Environmental Psychology,Volume 110,2026,102939, ISSN 0272-4944.
1. Cervelli in crescita in un mondo che cambia: come l'ambiente urbano modella lo sviluppo cerebrale degli adolescenti Negli ultimi decenni gli adolescenti sono cresciuti in ambienti profondamente trasformati dall'urbanizzazione, dall'inquinamento atmosferico, dalla riduzione delle aree verdi e dai cambiamenti climatici. Comprendere se queste modifiche influenzino lo sviluppo del cervello rappresenta una delle nuove sfide della salute pubblica e delle neuroscienze ambientali. Lo studio suggerisce che il cervello adolescenziale non si sviluppi soltanto in funzione della genetica o delle esperienze individuali, ma anche in relazione alle caratteristiche e alle trasformazioni dell'ambiente in cui i giovani vivono. Gli autori sottolineano che interventi come l'aumento della copertura arborea urbana, la tutela degli ecosistemi e la riduzione dell'inquinamento potrebbero produrre benefici misurabili per lo sviluppo cerebrale e, potenzialmente, per la salute mentale delle future generazioni. Per giungere a queste conclusioni il team di ricerca ha utilizzato i dati del progetto IMAGEN, analizzando un campione di 368 adolescenti europei seguiti dai 14 ai 22 anni. (Il progetto IMAGEN è una grande coorte europea che segue migliaia di adolescenti dalla prima adolescenza all'età adulta, integrando risonanza magnetica cerebrale, dati genetici, valutazioni psicologiche e informazioni ambientali per comprendere i fattori che influenzano lo sviluppo del cervello e la salute mentale). Attraverso l'impiego della risonanza magnetica (MRI) e di modelli di equazioni strutturali, sono state messe in relazione 15 caratteristiche macroambientali, ottenute tramite geolocalizzazione residenziale con buffer di 500, 1.000 e 2.000 metri, con quattro parametri cerebrali chiave: spessore corticale (CT), volume della sostanza grigia corticale (cGMV), volume della sostanza bianca (WMV) e forza della connettività strutturale (sCS). I risultati mostrano che le variazioni di alcune caratteristiche ambientali sono risultate associate alle traiettorie di sviluppo cerebrale osservate nel corso dell'adolescenza. In particolare, cambiamenti nella densità della copertura arborea, nella presenza di corpi idrici e zone umide e nei livelli di inquinamento atmosferico (PM10) sono risultati associati a modificazioni di diversi parametri cerebrali. Nello specifico, l'esposizione a differenti concentrazioni di PM10 è risultata associata a variazioni dello spessore corticale, mentre una maggiore densità arborea ha mostrato associazioni con il volume della sostanza bianca. L'area entro 1.000 metri dalla residenza è risultata quella maggiormente associata agli effetti dell'ambiente quotidiano sullo sviluppo

neurale. Anche alcune caratteristiche del tessuto urbano, come le aree industriali e commerciali, sono risultate associate a variazioni della connettività strutturale e dello spessore corticale, sebbene il significato biologico di queste associazioni richieda ulteriori approfondimenti. Nel complesso, i risultati suggeriscono che l'ambiente circostante rappresenti un importante determinante in grado di influenzare i processi di maturazione neurale durante una fase particolarmente delicata dello sviluppo umano. Le evidenze emerse sottolineano l'importanza di politiche pubbliche orientate alla trasformazione degli ambienti urbani. Iniziative volte a ripristinare gli ecosistemi, ampliare gli spazi verdi e blu nelle città e ridurre l'inquinamento non rappresentano soltanto obiettivi ambientali, ma potenziali interventi di salute pubblica capaci di favorire uno sviluppo neurologico più sano, rafforzare la resilienza allo stress e contribuire alla prevenzione dei disturbi mentali che spesso emergono durante l'adolescenza. La forza principale dello studio risiede nell'aver seguito gli stessi adolescenti per molti anni combinando risonanza magnetica e dati ambientali ad alta risoluzione; il principale limite è che, trattandosi di uno studio osservazionale, le associazioni individuate non possono essere interpretate come prove definitive di causalità.
° Juan F. Quinones et al: Developing brains and changing worlds: Macroenvironmental changes and their association with brain development, Environmental Research, Volume 293, 2026, 123624, ISSN 0013-9351.
2. Esposizione alla luce artificiale notturna (ALAN) e disturbi del sonno: una revisione sistematica e meta-analisi
La luce notturna può interferire con la produzione di melatonina, l'ormone che segnala all'organismo l'arrivo della notte. Questo può alterare i ritmi circadiani, ritardare l'addormentamento, frammentare il sonno e ridurne la durata. Gli effetti sembrano particolarmente rilevanti per le sorgenti luminose presenti all'interno delle abitazioni, comprese le luci artificiali e gli schermi elettronici. Lo studio ha esaminato se l'esposizione alla luce artificiale notturna (ALAN Artificial Light At Night) come quella proveniente da lampioni, insegne luminose e illuminazione interna, sia associata a disturbi del sonno nella popolazione generale, attraverso una revisione sistematica e meta-analisi di
studi epidemiologici osservazionali. È stata condotta una ricerca sistematica nelle principali banche dati scientifiche (MEDLINE, Embase, PsycINFO, Web of Science). Sono stati inclusi solo studi con campioni rappresentativi della popolazione, escludendo lavoratori notturni e studi sull'uso di dispositivi elettronici. Complessivamente sono stati inclusi 15 studi con 765.838 partecipanti, di cui 10 (691.851 partecipanti) sono stati utilizzati per la meta-analisi quantitativa. Gli effetti sono stati espressi come rapporti di prevalenza (PR) per una stima più realistica del rischio. I risultati principali sono i seguenti: le persone con la maggiore esposizione ad ALAN avevano un rischio del 27% più alto di disturbi del sonno rispetto a quelle con bassa o nessuna esposizione (PR: 1.27; IC 95%: 1.12–1.45). In un'analisi secondaria, l'esposizione ad ALAN era associata a un 26% di rischio in più di dormire meno del necessario (sonno breve). La luce artificiale interna sembrava più dannosa di quella esterna (PR: 1.56 vs 1.21), sebbene la differenza non fosse statisticamente significativa. Gli effetti risultavano simili tra adulti e bambini/adolescenti, diversi studi mostravano una relazione dose-risposta, ma spesso non lineare. Ed infine la certezza delle prove è stata giudicata alta secondo il sistema GRADE. In conclusione, l'esposizione ad ALAN è associata a un rischio aumentato di disturbi del sonno. I meccanismi biologici, in particolare la soppressione della melatonina e l'alterazione del ritmo circadiano, supportano la plausibilità di questo legame. Gli autori raccomandano misure preventive sia a livello individuale (oscuramento delle camere da letto, uso di luci calde, riduzione degli schermi prima di dormire) che di sanità pubblica (regolamentazione dell'illuminazione notturna, pianificazione urbana più attenta, riconoscimento dell'ALAN come fattore di inquinamento ambientale). La principale forza dello studio risiede nell'aver sintetizzato le evidenze disponibili su oltre 765.000 persone attraverso una revisione sistematica e meta-analisi. Il principale limite è rappresentato dalla natura osservazionale degli studi inclusi e dalle difficoltà nel misurare con precisione l'esposizione individuale alla luce artificiale notturna, fattori che non consentono di stabilire con certezza un rapporto causa-effetto.
° Kretzschmar J, Rath N, et al. The effect of exposure to artificial light at night (ALAN) on sleep disturbance: A systematic review and meta-analysis. Environ Res. 2026;292:123689.

Rubrica L’ articolodelmese
Commento di Francesco Accomando
U.O. Pediatria, Ospedale G.B. Morgagni – L. Pierantoni
AUSL Romagna, Forlì
Burns JC, Newburger JW.
Glucocorticoids in Kawasaki Disease — Refining Indications and the Science.
N Engl J Med. 2026;394(15):1542-1543. doi:10.1056/NEJMe2518759
Lin S, He Y, He L, Liu Y, Wang F, Xiong Z, et al.
Randomized Trial of Adjunctive Prednisolone for Kawasaki Disease.
N Engl J Med. 2026;394(15):1480-1490. doi:10.1056/NEJMoa2511478.
La malattia di Kawasaki rappresenta la principale causa di cardiopatia acquisita in età pediatrica nei Paesi ad alto reddito. L’impiego dei corticosteroidi nel trattamento di questa vasculite è stato a lungo controverso. Il recente trial randomizzato pubblicato sul New England Journal of Medicine da Lin et al. e il relativo editoriale di Burns e Newburger riaprono il dibattito sull’utilizzo degli steroidi nella malattia di Kawasaki. Prendendo spunto da questi contributi, l’articolo ripercorre le principali tappe storiche di questa controversia, dalle iniziali diffidenze alla rivalutazione nei pazienti ad alto rischio, e discute le implicazioni cliniche attuali. Il messaggio che emerge è che i corticosteroidi non dovrebbero essere utilizzati routinariamente nei pazienti non selezionati, ma riservati a specifici contesti clinici di aumentato rischio coronarico o di resistenza alle immunoglobuline endovenose.
Corticosteroids in Kawasaki Disease: A Timely Debate Kawasaki disease is the leading cause of acquired heart disease in children in high-income countries. The use of corticosteroids in the treatment of this vasculitis has long been controversial. The recent randomized trial by Lin et al., published in the New England Journal of Medicine, and the accompanying editorial by Burns and Newburger have renewed the debate on steroid use in Kawasaki disease. Taking inspiration from these contributions, this article reviews the main historical stages of this controversy, from the initial concerns to the later reassessment of corticosteroids in high-risk patients and discusses current clinical implications. The emerging message is that steroids should not be used routinely in unselected patients but rather reserved for specific clinical settings characterized by increased coronary risk or resistance to intravenous immunoglobulin.
La malattia di Kawasaki (MK), descritta per la prima volta dal pediatra giapponese Tomisaku Kawasaki nel 1967, rappresenta
la principale causa di cardiopatia acquisita in età pediatrica nei Paesi ad alto reddito. Si tratta di una vasculite sistemica acuta che colpisce prevalentemente bambini di età inferiore ai 5 anni e il cui principale determinante prognostico è rappresentato dal coinvolgimento delle arterie coronarie. Se non adeguatamente trattata, la malattia può determinare lo sviluppo di dilatazioni e aneurismi coronarici, con possibile evoluzione verso trombosi, stenosi, ischemia miocardica e, nei casi più gravi, morte improvvisa [1]. L’introduzione delle immunoglobuline endovenose ad alte dosi (IVIG), alla dose di 2 g/kg in singola infusione, associate ad acido acetilsalicilico, ha profondamente modificato la prognosi della malattia. Il trattamento tempestivo con IVIG ha ridotto l’incidenza degli aneurismi coronarici dal 20-25% a circa il 3-5% [1,2]. Tuttavia, una quota non trascurabile di pazienti sviluppa comunque lesioni coronariche, e circa il 10-20% non risponde al trattamento iniziale con IVIG, presentando persistenza o ricorrenza della febbre, con un rischio aumentato di complicanze coronariche [1,3]. In questo contesto, l’utilizzo dei corticosteroidi come terapia aggiuntiva o di salvataggio è stato oggetto di un intenso dibattito scientifico da oltre quattro decenni. La recente pubblicazione sul New England Journal of Medicine del trial randomizzato di Lin et al. [3], insieme al relativo editoriale di Burns e Newburger [2], offre l’ opportunità di ripercorrere criticamente l’evoluzione storica delle evidenze su questa controversa questione e di riflettere sulle implicazioni per la pratica clinica contemporanea.
Dalle iniziali diffidenze alla rivalutazione dei corticosteroidi L’ impiego dei corticosteroidi nella MK è stato a lungo guardato con sospetto, nonostante il loro ruolo consolidato nel trattamento di molte vasculiti. Una delle ragioni storiche di questa diffidenza risale allo studio osservazionale pubblicato nel 1979 da Kato et al., che suggeriva un possibile aumento del rischio di aneurismi coronarici nei pazienti trattati con steroidi [4]. Lo studio, condotto in un’ epoca in cui la patogenesi della malattia era ancora poco compresa e le IVIG non erano state introdotte nella pratica clinica, era gravato da un importante rischio di bias di selezione: i pazienti più gravi, già a maggior rischio di complicanze coronariche, erano verosimilmente anche quelli che ricevevano più frequentemente una terapia corticosteroidea. La diffidenza era sostenuta dal timore che l’ effetto immunosoppressivo dei corticosteroidi potesse interferire con la risposta immunitaria necessaria a controllare un eventuale trigger infettivo e che gli steroidi potessero mascherare la febbre, senza modificare realmente il decorso della vasculite coronarica. Alla fine degli anni Novanta, il tema venne nuovamente discusso sulle pagine del Journal of Pediatrics: in un editoriale significativamente intitolato

Tabella 1. Principali tappe del dibattito sui corticosteroidi nella malattia di Kawasaki
Anno Studio/documento Popolazione/intervento
1979 Kato et al. [4]
Studio osservazionale pre-IVIG; confronto tra diversi trattamenti, incluso prednisolone
1999 Editoriale di Newburger [5] Rivalutazione critica dell’uso dei corticosteroidi nella fase acuta
2007 Newburger et al. [6] Metilprednisolone aggiunto alla terapia standard in pazienti non selezionati
2012 RAISE trial [7]
Pazienti giapponesi ad alto rischio secondo Kobayashi score; IVIG + prednisolone vs IVIG
2022 Cochrane review [9] Revisione di trial randomizzati
2026 Lin et al. [3] ed editoriale
Burns-Newburger [2]
Popolazione cinese non selezionata; prednisolone + terapia standard vs terapia standard
Messaggio principale
Possibile aumento del rischio coronarico nei pazienti trattati con steroidi, dato gravato da importanti limiti metodologici
Riapertura del dibattito sull’utilizzo degli steroidi nella MK
Nessun beneficio significativo sugli esiti coronarici
Riduzione significativa delle anomalie coronariche nei pazienti selezionati ad alto rischio
Possibile beneficio dei corticosteroidi su alterazioni coronariche, febbre e indici infiammatori, senza chiaro aumento di eventi avversi gravi
Nessuna riduzione delle lesioni coronariche nei pazienti non selezionati, necessità di selezionare meglio i pazienti candidabili ai corticosteroidi
Note: IVIG = immunoglobuline endovenose; MK = malattia di Kawasaki.
“Treatment of Kawasaki disease: corticosteroids revisited”, Newburger ripercorreva le ragioni della cautela storica e sottolineava come la questione fosse clinicamente rilevante e tutt’altro che risolta [5]. Con l’affermazione dell’ IVIG come trattamento standard, il quesito si modificò progressivamente, valutando il corticosteroide non più come alternativa alla terapia convenzionale, ma come possibile trattamento aggiuntivo. In questa fase si colloca il trial nordamericano pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2007, che valutò una singola dose di metilprednisolone in aggiunta a IVIG e aspirina nella terapia di prima linea. Lo studio non dimostrò un beneficio significativo sugli esiti coronarici, pur confermando effetti favorevoli su alcuni parametri infiammatori [6]. Si andava quindi delineando un cambio di prospettiva: dall’ uso generalizzato degli steroidi alla possibile identificazione di sottogruppi di pazienti in cui una terapia aggiuntiva potesse essere realmente utile.
Il punto di svolta: il RAISE trial
Lo studio RAISE (Randomized Controlled Trial to Assess Immunoglobulin plus Steroid Efficacy for Kawasaki Disease), pubblicato su The Lancet nel 2012 da Kobayashi et al. [7], rappresentò uno snodo fondamentale: per la prima volta, il quesito non veniva posto in termini generici, ma in una popolazione specificamente selezionata per alto rischio di resistenza alle IVIG sulla base dello score di Kobayashi [8]. RAISE fu un trial multicentrico, prospettico, randomizzato, in aperto, con valutazione in cieco degli endpoint: i pazienti furono randomizzati a ricevere IVIG alla dose di 2 g/kg più aspirina oppure IVIG, aspirina e prednisolone alla dose di 2 mg/kg/die, con successiva riduzione progressiva della dose dopo la normalizzazione degli indici infiammatori. I risultati furono di notevole rilievo: l’ esito primario, rappresentato dall’incidenza di anomalie coronariche durante il periodo di studio, si verificò nel 3% dei pazienti trattati con prednisolone rispetto al 23% del gruppo controllo. Anche alcuni esiti secondari risultarono favorevoli: minore incidenza di anomalie coronariche alla quarta settimana, più rapida risoluzione della febbre, minore necessità di terapie aggiuntive di salvataggio e più rapida riduzione degli indici infiammatori. L’ incidenza di eventi avversi gravi risultò simile nei due gruppi, suggerendo un profilo di
sicurezza accettabile del regime corticosteroideo utilizzato [7] Il RAISE trial contribuì quindi a modificare la percezione degli steroidi nella MK, presentandoli come possibile strumento di intensificazione terapeutica nei pazienti selezionati. Il significato dello studio doveva tuttavia essere interpretato alla luce della popolazione arruolata: bambini giapponesi ad alto rischio e non una popolazione generale di pazienti con MK. La selezione aumentava la probabilità di osservare un beneficio clinicamente significativo, ma rendeva meno immediata la generalizzabilità dei risultati. Gli score predittivi sviluppati in Giappone, incluso il Kobayashi score, hanno infatti mostrato una performance meno soddisfacente in popolazioni non giapponesi, rendendo più complessa l’ identificazione dei pazienti ad alto rischio al di fuori del contesto in cui erano stati originariamente validati. Va inoltre considerato che le definizioni di anomalia coronarica non sono sempre sovrapponibili tra gli studi, per soglie di z-score e tempi di valutazione differenti [1,3,8]. Dopo il RAISE, le revisioni sistematiche e le metanalisi pubblicate negli anni successivi hanno confermato un quadro complessivamente favorevole, ma non privo di incertezze. La revisione Cochrane di Green et al., pubblicata nel 2022, ha incluso otto trial randomizzati controllati e ha suggerito che l’utilizzo dei corticosteroidi nella fase acuta della MK possa essere associato a una riduzione delle anomalie coronariche, degli indici infiammatori e della durata della degenza ospedaliera, senza segnalazione di eventi avversi gravi o decessi nei trial inclusi [9]. Altre metanalisi hanno fornito risultati in parte coerenti, ma hanno anche evidenziato l’ eterogeneità degli studi disponibili per tipo di corticosteroide, dose, durata, timing di somministrazione, criteri di selezione dei pazienti e contesto geografico [9]. Il dibattito si è quindi spostato su quanto fosse possibile estendere il beneficio osservato nel RAISE oltre la popolazione giapponese ad alto rischio. In questo spazio di incertezza si colloca il trial randomizzato di Lin et al. pubblicato sul New England Journal of Medicine [3].
Il trial di Lin et al. e l’editoriale del NEJM
La recente pubblicazione del trial condotto in Cina da Lin et al. sul New England Journal of Medicine, accompagnato dall’ editoriale di Burns e Newburger, rappresenta un nuovo passaggio nel

dibattito sull’ impiego dei corticosteroidi nella MK [2,3]. Il trial multicentrico, randomizzato, in aperto, con valutazione in cieco degli esiti condotto su 3.208 bambini con nuova diagnosi di MK, affronta la possibilità che l’ aggiunta del corticosteroide alla terapia standard possa offrire un beneficio anche in una popolazione più ampia e non selezionata. I pazienti sono stati assegnati a ricevere prednisolone in aggiunta alla terapia standard oppure la sola terapia standard, costituita da IVIG e aspirina. Il risultato principale dello studio è stato negativo: l’ aggiunta del prednisolone non ha ridotto l’ incidenza di lesioni coronariche (16.0% con prednisolone vs 13.8% con terapia standard, differenza non significativa) a un mese. A tre mesi, l’ incidenza di lesioni coronariche rimaneva simile nei due gruppi (12.6% vs 10.5%), così come la progressione delle lesioni e la frequenza di aneurismi coronarici medi o giganti. Nonostante questo dato, nel gruppo trattato con prednisolone si osservavano alcuni effetti favorevoli sul controllo dell’ infiammazione sistemica: minore necessità di terapia di salvataggio, durata più breve della febbre e più rapida riduzione degli indici infiammatori [3]. L’ interpretazione dei risultati deve comunque tenere conto del disegno in aperto, del follow-up limitato e della complessità degli esiti coronarici. È proprio questa dissociazione tra miglioramento clinico-laboratoristico e mancata protezione coronarica a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del trial. Il prednisolone sembra modulare efficacemente alcuni segni sistemici di infiammazione, ma questo effetto non si traduce, nei pazienti non selezionati, in una riduzione dell’ esito cardiovascolare più rilevante. In altri termini, nella MK la defervescenza e la normalizzazione degli indici di flogosi non possono essere considerate automaticamente sinonimo di controllo dell’ infiammazione a livello della parete coronarica. L’editoriale di Burns e Newburger, significativamente intitolato “Glucocorticoids in Kawasaki Disease - Refining Indications and the Science”, interpreta il trial proprio in questa direzione, sottolineando che i risultati sono coerenti con le raccomandazioni delle società scientifiche: l’ aggiunta routinaria dei glucocorticoidi non è indicata nei pazienti non selezionati. Il punto è quindi definire meglio le indicazioni del corticosteroide [2]. Un elemento di particolare interesse, ma da interpretare con cautela, riguarda il sottogruppo dei pazienti resistenti all’ IVIG. In questo gruppo, i pazienti trattati inizialmente con prednisolone presentavano una maggiore incidenza di lesioni coronariche rispetto a quelli trattati con sola terapia standard. Gli stessi autori e l’ editoriale invitano però alla prudenza, sia per la numerosità limitata del sottogruppo sia per possibili squilibri basali. Il dato va quindi considerato esplorativo e non consente di attribuire al prednisolone un effetto causale sfavorevole sugli esiti coronarici in questo sottogruppo. Questa osservazione solleva comunque una questione clinica rilevante: poiché la febbre è uno dei principali indicatori clinici di attività di malattia, la sua rapida soppressione da parte dei corticosteroidi potrebbe ridurre l’affidabilità del solo monitoraggio clinico. Questo rende ancora più importante un follow-up ecocardiografico accurato nei pazienti trattati con strategie terapeutiche intensificate [2,3].
Implicazioni per la pratica clinica
Le principali raccomandazioni disponibili convergono su un principio generale: le IVIG, associate all’ acido acetilsalicilico, restano il cardine del trattamento iniziale della MK; l’ aggiunta dei corticosteroidi non è indicata routinariamente nei pazienti non selezionati, ma può essere considerata come strategia di in-
tensificazione nei pazienti con elevato rischio di resistenza alle IVIG e/o di coinvolgimento coronarico, oppure come opzione di seconda linea nelle forme IVIG-resistenti, severe o complicate [1,10–12]. In questo quadro, l’ aggiornamento dell’ American Heart Association rappresenta uno dei riferimenti internazionali più autorevoli, in particolare per la diagnosi tempestiva, la valutazione ecocardiografica mediante z-score coronarici e l’ identificazione dei pazienti a maggior rischio di resistenza alle IVIG o di complicanze coronariche [1]. Nel contesto italiano, le raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria ribadiscono l’importanza del riconoscimento precoce, del trattamento tempestivo con IVIG e della stratificazione del rischio cardiovascolare [10]. Le linee guida giapponesi mantengono un ruolo centrale nel definire l’ impiego degli steroidi nei pazienti ad alto rischio, coerentemente con il contesto epidemiologico in cui sono stati sviluppati e validati gli score predittivi [11]. Le raccomandazioni dell’American College of Rheumatology/Vasculitis Foundation, infine, sono particolarmente utili nei pazienti con malattia refrattaria, severa o complicata da coinvolgimento coronarico [12] Il punto critico resta la stratificazione del rischio: lo score di Kobayashi ha rappresentato uno strumento fondamentale nella letteratura giapponese e nello studio RAISE, ma la sua affidabilità non è sovrapponibile in tutte le popolazioni [1,3,8]. In assenza di uno score universalmente affidabile, la valutazione clinica deve integrare diversi elementi: età, intensità della risposta infiammatoria, alterazioni coronariche già presenti alla diagnosi, z-score coronarici, risposta alla prima infusione di IVIG e caratteristiche epidemiologiche della popolazione di riferimento. È importante distinguere l’ aggiunta dei corticosteroidi fin dall’ inizio della terapia dal loro utilizzo successivo come trattamento di salvataggio nei pazienti che non rispondono alle IVIG. RAISE e Lin et al. valutano l’ aggiunta del corticosteroide alla terapia iniziale, mentre nei pazienti non responsivi alla prima infusione di IVIG il ricorso a terapie aggiuntive viene considerato dopo il fallimento del trattamento standard. In questo secondo scenario, i corticosteroidi rappresentano una delle possibili opzioni, insieme a una seconda dose di IVIG, infliximab o altri immunomodulanti, da valutare in base a gravità clinica, andamento ecocardiografico e profilo di rischio [1,12]
Conclusioni
Il trial di Lin et al. [3] non chiude il dibattito sull’uso dei corticosteroidi nella MK, ma contribuisce a chiarirne il possibile ruolo clinico. Nei pazienti non selezionati, l’aggiunta di corticosteroidi non ha mostrato una riduzione significativa delle lesioni coronariche; tuttavia, nei pazienti ad alto rischio di resistenza all’IVIG, con segni precoci di interessamento coronarico o con malattia refrattaria, i corticosteroidi possono rappresentare un’ opzione terapeutica aggiuntiva da valutare individualmente. Il messaggio clinico principale è che controllare rapidamente l’infiammazione sistemica non significa necessariamente prevenire le complicanze coronariche. Ridurre la febbre, gli indici di flogosi e la necessità di ulteriori trattamenti è importante, ma nella MK il vero obiettivo prognostico resta la prevenzione del danno vascolare. La prospettiva futura dovrà quindi orientarsi verso strumenti più accurati per identificare precocemente l’ infiammazione a livello della parete coronarica e selezionare i pazienti nei quali una terapia antinfiammatoria aggiuntiva possa realmente modificare la prognosi cardiovascolare.

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3. Lin S, He Y, He L, Liu Y, Wang F, Xiong Z, et al. Randomized Trial of Adjunctive Prednisolone for Kawasaki Disease. N Engl J Med. 2026;394(15):1480-1490. doi:10.1056/NEJMoa2511478.
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12. Gorelik M, Chung SA, Ardalan K, Binstadt BA, Friedman K, Hayward K, et al. 2021 American College of Rheumatology/Vasculitis Foundation Guideline for the Management of Kawasaki Disease. Arthritis Care Res (Hoboken). 2022;74(4):538-548. doi:10.1002/acr.24838.

A cura di Sergio Conti Nibali Gruppo ACP "Nutrizione"
Prosegue in questo numero la rubrica sulla nutrizione pediatrica curata del gruppo nutrizione dell'Associazione Culturale Pediatri. Il gruppo sorveglia 22 riviste scientifiche internazionali tra le più qualificate in base a criteri EBM, per diffondere i risultati degli articoli più rilevanti in materia di nutrizione infantile. Su queste pagine verranno riassunti sinteticamente i principali articoli pubblicati nelle riviste monitorate. Tutti gli articoli e gli editoriali pubblicati e ritenuti degni di attenzione vengono elencati divisi per argomento, con un sintetico commento. Questo numero si basa sul controllo sistematico delle pubblicazioni di aprile e maggio 2026. La gran parte degli articoli selezionati in questo numero richiama, ancora una volta, l'attenzione di noi pediatri sull'importanza che riveste la nutrizione nella prevenzione di numerose malattie non trasmissibili e ci sollecita a intraprendere iniziative di advocacy per difendere i nostri bambini e le loro famiglie dai rischi di un'alimentazione inadeguata. Speriamo che il servizio che possa risultare utile ai lettori di Quaderni acp.
This issue continues the paediatric nutrition series curated by the Nutrition Group of the Cultural Association of Paediatricians. The group regularly monitors 22 leading international scientific journals selected according to evidence-based medicine (EBM) criteria, with the aim of disseminating the findings of the most relevant research in child nutrition. These pages provide concise summaries of the main articles published in the monitored journals. All articles and editorials considered of particular interest are organized by topic and accompanied by a brief commentary. The present issue is based on a systematic review of publications from April and May 2026. Once again, many of the selected papers highlight the crucial role of nutrition in the prevention of numerous non-communicable diseases. They also remind us, as paediatricians, of the importance of promoting advocacy initiatives aimed at protecting children and their families from the risks associated with inadequate nutrition. We hope that this issue will be of interest and practical value to the readers of Quaderni acp.

:: Allattamento
1. Durata dell'allattamento, oligosaccaridi del latte materno e sviluppo infantile a 5 anni di età: uno studio di coorte su diadi madre-figlio in aree urbane cinesi
2. Analisi metabolomica non mirata del latte materno di donne bengalesi che allattano rivela percorsi metabolici degli amminoacidi associati allo stato nutrizionale materno e alla crescita del neonato
3. Proseguimento dell'allattamento a 6 mesi di vita tra le diadi madre-bambino partecipanti al trial Postpartum Care in the NICU (PeliCanN)
4. Allattamento e durata del sonno del bambino a 1 anno di età: una coorte-nascita nazionale, The Japan Environment and Children's Study
5. L'impatto del supporto delle Consulenti professionali in allattamento certificate a livello internazionale (IBCLC) sull'allattamento nel Regno Unito e in Irlanda: una Scoping Review
6. Fornire una scelta: esplorare le percezioni materne dell'alimentazione infantile quando è necessaria un'integrazione
:: Obesità
1. Oltre il peso materno: contributi indipendenti dell'obesità paterna e materna alla macrosomia fetale in un'indagine nazionale peruviana
2. Adiposity rebound o anabolismo della massa magra nei bambini: una sfida a un enigma dell'IMC vecchio di 42 anni con il rapporto vita-altezza: la conferenza inaugurale ASNF-NNF 2025 per il premio Flemming Quaade per l'innovazione nell'obesità infantile
3. Orizzonti digitali nell'obesità infantile: uno studio qualitativo sulle famiglie
4. I sistemi alimentari industriali come determinanti ambientali della salute delle donne e dell'obesità infantile: uno studio ecologico cross-nazionale
:: Integratori
1. Maggiore prevalenza di assunzione inadeguata di vitamina D nei bambini piccoli che non assumono integratori di vitamina D a Vancouver, in Canada
:: Modelli alimentari
1. Distribuzione dell'assunzione giornaliera di zuccheri liberi negli adolescenti: uno studio trasversale
2. Quadro di riferimento per l'identificazione degli alimenti chiave per la salute nel programma "Vita sana per i bambini" nella regione del Pacifico affiliata agli Stati Uniti.
3. Ottimizzazione dei pasti scolastici in Ghana: integrazione dei nuovi standard alimentari e nutrizionali con aspetti di accessibilità economica, accettabilità culturale e sostenibilità ambientale.
4. Correlazione tra sintomi da dipendenza da cibo, assunzione di alimenti e BMI in bambini di una regione a basso reddito: un approccio basato sulla modellizzazione a equazioni strutturali
5. Una valutazione qualitativa di Eat, Learn, Grow: un programma digitale di microapprendimento per promuovere pratiche di alimentazione responsiva
:: Miscellanea
1. Infezioni, alimenti di origine animale e stato dei micronutrienti come correlati dei livelli sierici di IGF-1 nei bambini con ritardo della crescita: uno studio trasversale in Uganda
2. Fattori di rischio per lo sviluppo di allergie alimentari nei neonati e nei bambini: una revisione sistematica e meta-analisi
3. Modelli alimentari materni, condizioni socioeconomiche ed esiti alla nascita nelle coorti di nascita italiane MAMI-MED e Piccolipiù
4. Progressione dello sviluppo dell'alimentazione con biberon nel primo anno di vita
5. Povertà alimentare e sviluppo nella prima infanzia nei vari livelli di incertezza alimentare in Brasile
6. Associazione tra basso indice di massa corporea materno e multiple forme di malnutrizione infantile: una revisione sistematica e meta-analisi
7. Esperienze delle madri riguardo al supporto per l'alimentazione con formula artificiale nel Regno Unito: una revisione sistematica qualitativa
Riviste monitorate
Archives of Diseases in Childhood
Birth
Breastfeeding Medicine
British Medical Journal (con i vari open access)
Early Human Development
European Journal of Clinical Nutrition
European Journal of Nutrition
First Steps Nutrition Trust
Frontiers in Nutrition
International Breastfeeding Journal
JAMA Pediatrics
Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition
Journal of Pediatrics
Journal of Perinatology
Journal of Human Lactation
Journal of Nutrition
Maternal and Child Health Journal
Maternal and Child Nutrition
Nutrients
Pediatrics
Public Health Nutrition
The Lancet
Revisione delle riviste e testi a cura di: Giovanni Cacciaguerra, Natalia Camarda, Angela Cazzuffi, Margherita Cendon, Nicoletta Cresta, Samuel Dallarovere, Giulia D'Arrigo, Cristina Di Berardino, Federica Garibotto, Ines L'Erario, Stella Lonardi, Samantha Mazzilli, Lorenzo Mottola, Angela Pasinato, Giuseppina Ragni, Laura Rocca, Ilaria Sala, Annamaria Sapuppo, Vittorio Scoppola, Alessandra Turconi, Sara Uccella, Rosanna Vit.

1. Durata dell'allattamento, oligosaccaridi del latte materno e sviluppo infantile a 5 anni di età: uno studio di coorte su diadi madre-figlio in aree urbane cinesi L'articolo esamina la relazione tra durata dell'allattamento, composizione del latte materno - in particolare gli oligosaccaridi del latte umano (HMO, Human Milk Oligosaccharides) - e lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini all'età di 5 anni. Lo studio è stato condotto su coppie madre-bambino residenti in aree urbane della Cina e ha seguito i partecipanti nel tempo attraverso un disegno di coorte prospettico. Gli HMO sono componenti bioattivi del latte materno che svolgono un ruolo importante nello sviluppo del microbiota intestinale, del sistema immunitario e probabilmente anche dello sviluppo neurologico. I ricercatori hanno analizzato sia la durata dell'alimentazione con latte materno sia la presenza e concentrazione di specifici HMO nel latte, valutando successivamente lo sviluppo dei bambini mediante test standardizzati relativi a linguaggio, capacità cognitive, comportamento e funzioni socio-emotive. I risultati mostrano che una maggiore durata dell'allattamento era associata a migliori risultati in alcuni aspetti dello sviluppo infantile a 5 anni. Inoltre, alcuni specifici HMO sembravano correlati positivamente con lo sviluppo cognitivo e linguistico, suggerendo che non sia soltanto la durata dell'allattamento a influenzare gli esiti evolutivi, ma anche la qualità biologica del latte materno. Tuttavia, le associazioni osservate variavano a seconda del tipo di HMO considerato e di altri fattori materni e ambientali. Lo studio sottolinea quindi la possibile importanza degli oligosaccaridi del latte umano nei processi di sviluppo cerebrale e neurocomportamentale del bambino. Gli autori evidenziano però che le relazioni identificate sono complesse e influenzate anche da variabili socioeconomiche, educative e familiari. Concludono che l'allattamento rappresenta un importante fattore di supporto allo sviluppo infantile e che ulteriori ricerche sono necessarie per comprendere meglio i meccanismi attraverso cui gli HMO possano influenzare il neurosviluppo.
° Xing X, et al. Duration of human milk feeding, human milk oligosaccharides, and child development at 5 years of age: A cohort study of urban Chinese mother–child dyads. J Nutr. 2026;156(4):101425.
2. Analisi metabolomica non mirata del latte materno di donne bengalesi che allattano rivela percorsi metabolici degli amminoacidi associati allo stato nutrizionale materno e alla crescita del neonato
L'articolo studia la composizione metabolica del latte materno di donne bengalesi che allattano e il suo rapporto con lo stato nutrizionale materno e la crescita del bambino. I ricercatori hanno utilizzato un approccio di metabolomica non mirata, una tecnica che permette di identificare un ampio numero di metaboliti presenti nel latte umano senza limitarsi a composti già noti. L'obiettivo dello studio era comprendere come la nutrizione della madre possa influenzare la composizione biochimica del latte e, di conseguenza, la crescita infantile. Sono stati analizzati campioni di latte materno di donne in allattamento in Bangladesh, un contesto in cui malnutrizione e ritardo della crescita infantile rappresentano ancora problemi rilevanti di salute pubblica. I risultati hanno evidenziato che diversi metaboliti coinvolti nel metabo-
lismo degli aminoacidi erano associati sia allo stato nutrizionale materno sia agli indicatori di crescita dei bambini. In particolare, alcune vie metaboliche legate agli aminoacidi essenziali e al metabolismo energetico risultavano più rappresentate nel latte delle madri con migliore stato nutrizionale e dei bambini con crescita più adeguata. Al contrario, condizioni di malnutrizione materna sembravano riflettersi in alterazioni della composizione metabolica del latte umano. Lo studio suggerisce quindi che il latte materno non è un alimento statico, ma un fluido biologicamente dinamico la cui composizione può variare in relazione alla salute e alla nutrizione della madre. Le modificazioni dei metaboliti, soprattutto quelli coinvolti nelle vie degli aminoacidi, potrebbero influenzare la crescita e lo sviluppo del lattante. Gli autori concludono che la metabolomica del latte umano rappresenta uno strumento promettente per comprendere meglio i meccanismi biologici che collegano nutrizione materna e crescita infantile e potrebbe contribuire in futuro allo sviluppo di interventi nutrizionali mirati per migliorare la salute materno-infantile nei Paesi a basso reddito.
° Monthe-Dreze C, et al. Untargeted metabolomics analysis of human milk from breastfeeding Bangladeshi women reveals amino acid metabolic pathways associated with maternal nutritional status and infant growth. J Nutr. 2026;156(4):101394.
3. Proseguimento dell'allattamento a 6 mesi di vita tra le diadi madre-bambino partecipanti al trial Postpartum Care in the NICU (PeliCanN) Questa comunicazione breve fa riferimento ad uno studio pubblicato nel 2025, Postpartum Care in the NICU (PeliCan) sull'American Journal of Obstetric and Gynecology nel quale veniva dimostrato che la presenza di doule (figure di supporto non sanitario alla maternità e al postpartum) e di un'ostetrica nell'Unità di Cure intensive neonatali riduceva per le mamme il tempo dell'assistenza postpartum di 20 giorni e aumentava il tasso di screening della depressione, il controllo della pressione arteriosa, le informazioni sulla contraccezione. Gli autori hanno ipotizzato anche che l'assistenza di doule ed ostetrica avrebbero migliorato i tassi di allattamento a 6 mesi di vita. Sono stati arruolati prematuri con EG < 34 settimane in un centro di terzo livello di Philadelphia (34) randomizzati in due gruppi con e senza intervento di doula ed ostetrica. A 6 mesi dal parto venivano verificate le percentuali di allattamento. Le doule intervenivano sui genitori con supporto emotivo-educazionale all'allattamento, compresa la fornitura di eventuale materiale. L'ostetrica ha fornito assistenza nell'estrazione del latte, nel corretto attaccamento al seno, nei consigli legati alla sicurezza dei farmaci in allattamento. A 6 mesi dal parto il 50% dei bambini del gruppo con intervento di doule/ostetriche veniva allattato contro il 13% del gruppo di controllo. Gli autori sottolineano anche che la popolazione esaminata era composta da persone con assicurazione pubblica, quindi di fasce sociali più fragili; pertanto, questi interventi di educazione alimentare e sanitaria contribuiscono a ridurre le diseguaglianze nell'allattamento.
° Baumann LJ, et al. Breastfeeding continuation at 6 months among mother-infant dyads participating in the Postpartum Care in the NICU (PeliCaN) pilot trial. J Perinatol. 2026;46(4):646-648.

4. Allattamento e durata del sonno del bambino a 1 anno di età: una coorte-nascita nazionale, The Japan Environment and Children's Study
In questo studio giapponese vengono prese in considerazione più di 82.000 coppie mamma-lattante, provenienti da 15 regioni del Giappone. In base alla risposta al questionario somministrato a 6 mesi dal parto circa il tipo di alimentazione del bambino, i lattanti sono stati classificati in 4 gruppi: alimentazione con formula, allattamento per meno di 6 mesi, allattamento complementare, allattamento in corso. Ad un anno dal parto venivano riportati i dati legati al sonno del bambino, ovvero la durata giornaliera, definendo, come suggerisce la National Sleep Foundation in the United States, che un bambino di 1 anno dovrebbe dormire almeno 11 ore al giorno. Lo studio registra inoltre variabili sociali, sanitarie e comportamentali delle diadi mamma-bambino, per esempio il luogo del sonno, il timing del primo allattamento, le modalità di relazione mamma-bambino durante la poppata. Comparati con il gruppo di lattanti alimentati con formula, gli altri 3 gruppi tendevano ad avere miglior livello economico e d'istruzione, madri con miglior salute fisico-psichica, più nascite a termine, meno parti cesarei, prima poppata più precoce, minor uso di alcol e fumo. Per quanto riguarda la durata del sonno, i bambini con ridotto numero di ore di sonno ad 1 anno erano: 12.2% negli alimentati con formula, 10.2% nel gruppo allattato per meno di 6 mesi, 9.7 % nell'alimentazione mista, 8.8% negli allattati. La spiegazione dei migliori risultati sul sonno nei bambini allattati può essere dovuta alla presenza di melatonina nel latte materno, ormone che i neonati iniziano a produrre attorno ai 2-3 mesi e che arriva a concentrazioni simili a quelle degli adulti ai 6 mesi. È possibile quindi che la melatonina materna possa influenzare la durata del sonno del bambino ad 1 anno. Anche il triptofano, precursore della melatonina, può avere un ruolo; infatti la concentrazione di triptofano nel latte materno ha un ritmo circadiano ed è maggiore nelle ore notturne.Un'ultima spiegazione può riguardare l'asse intestino-cervello: la differente composizione del microbiota può influenzare lo sviluppo neuro-motorio ed il sonno.
° Nakagawa Y, et al. Breastfeeding and children's sleep duration at 1 year of age: A nationwide birth cohort – The Japan Environment and Children's Study. Eur J Clin Nutr. 2026;80(5):476-482.
5. L'impatto del supporto delle Consulenti professionali in allattamento certificate a livello internazionale (IBCLC) sull'allattamento nel Regno Unito e in Irlanda: una Scoping Review L'allattamento è importante per la salute fisica e mentale sia del bambino sia della madre. Nonostante ciò, il Regno Unito e l'Irlanda presentano tra i più bassi tassi di allattamento al mondo, con una percentuale compresa tra il 34% e il 52% di donne che allattano in modo esclusivo o parziale a 6-8 settimane dal parto. Questa situazione è determinata da una complessa interazione di fattori biologici, sociali, psicologici ed economici. Numerose evidenze dimostrano che le madri che ricevono un supporto qualificato per l'allattamento hanno maggiori probabilità di continuare ad allattare più a lungo. Il sostegno può essere fornito da diversi professionisti formati e da consulenti tra pari, in base alle necessità della famiglia. Il livello più specialistico di assistenza è offerto dagli International Board Certified Lactation Consultants (IBCLC), consulenti professionali certificati in allattamento. Le ricerche condotte negli Stati Uniti hanno evidenziato un im-
patto positivo del supporto IBCLC sulla durata dell'allattamento e sull'esperienza materna. Tuttavia, nel Regno Unito e in Irlanda i dati disponibili sono limitati. Considerando le differenze nei sistemi sanitari e nell'accesso ai servizi IBCLC, questa revisione si è proposta di esplorare l'impatto di tali professionisti in questi contesti. Dei 5.169 articoli identificati inizialmente, soltanto quattro soddisfacevano i criteri di inclusione. Dall'analisi sono emersi quattro temi principali: aumento dei tassi di alimentazione con latte materno, aumento della durata dell'allattamento, carenza di supporto specialistico IBCLC al di fuori degli studi esaminati e differenze nelle modalità di erogazione del supporto, sia individuale sia di gruppo. I risultati suggeriscono che un maggiore accesso ai servizi IBCLC potrebbe contribuire ad aumentare i tassi di allattamento nel Regno Unito e in Irlanda. Tuttavia, le conclusioni devono essere interpretate con cautela a causa della limitata qualità metodologica degli studi disponibili e della presenza di possibili bias di reclutamento. La scarsità di evidenze evidenzia la necessità di ulteriori ricerche in questo ambito. Il messaggio principale che emerge dall'articolo è che il supporto fornito dalle IBCLC appare promettente nel favorire l'avvio e il mantenimento dell'allattamento, ma le evidenze disponibili nel Regno Unito e in Irlanda sono ancora insufficienti e richiedono ulteriori approfondimenti scientifici.
° Lunny E. et Al. The Impact of International Board Certified Lactation Consultant (IBCLC) Support on Breastfeeding in the UK and Ireland—A Scoping Review Maternal & Child Nutrition22: e70189
6. Fornire una scelta: esplorare le percezioni materne dell'alimentazione infantile quando è necessaria un'integrazione L'allattamento esclusivo è raccomandato per i primi sei mesi di vita. Tuttavia, molti neonati nati a termine necessitano di un'integrazione alimentare nei primi giorni dopo la nascita e, frequentemente, la formula artificiale rappresenta l'unica opzione disponibile. Con la crescente diffusione e disponibilità del latte umano donato, questa alternativa sta diventando sempre più praticabile anche per i neonati sani nati a termine. Lo studio aveva l'obiettivo di comprendere in che modo la possibilità di scegliere il latte umano donato al posto della formula influenzi l'esperienza delle madri rispetto all'alimentazione del proprio bambino. È stato utilizzato un approccio qualitativo descrittivo basato su quindici interviste semistrutturate a madri che avevano scelto di integrare l'alimentazione del proprio neonato con latte umano donato. Le interviste hanno esplorato gli obiettivi di alimentazione, le percezioni del latte donato, le esperienze nelle prime settimane di vita del bambino e gli effetti percepiti sul benessere materno. Dall'analisi sono emersi quattro temi principali: esperienza di alimentazione, integrazione alimentare, benessere materno e fattibilità della scelta. Le partecipanti hanno riferito che l'utilizzo del latte umano donato ha avuto effetti positivi sulla salute mentale, ha ridotto lo stress associato alla pressione di allattare esclusivamente al seno e ha aumentato il senso di tranquillità e sicurezza: hanno inoltre descritto questa opzione come più vicina all'allattamento e coerente con i propri obiettivi di alimentazione. I risultati suggeriscono che il latte umano donato possa rappresentare un'opzione valida e praticabile per ridurre il disagio materno durante la fase di avvio dell'allattamento.
° Ezeigbo O, et al. Providing choice: Exploring maternal perceptions of infant feeding when supplementation is required. Matern Child Nutr. 2026;22(2):e70164.

Obesità
1. Oltre il peso materno: contributi indipendenti dell'obesità paterna e materna alla macrosomia fetale in un'indagine nazionale peruviana
La macrosomia fetale è associata a complicanze perinatali a breve e lungo termine. Sebbene il ruolo dell'obesità materna sia ben consolidato, il contributo indipendente del padre è stato meno studiato, in particolare nei paesi a reddito medio come il Perù, dove la prevalenza dell'obesità parentale è aumentata costantemente nell'ultimo decennio. L'obesità in entrambi i genitori è risultata associata in modo indipendente alla macrosomia fetale, con un gradiente dose-risposta biologicamente coerente e una tendenza alla sinergia quando entrambe le esposizioni coesistevano. Questo schema supporta l'integrazione dello stato nutrizionale paterno nella stratificazione del rischio ostetrico e nelle strategie per prevenire esiti perinatali avversi.
° Jhofree Einstein Briceño-Chavez et al., Beyond maternal weight: Independent contributions of paternal and maternal obesity to fetal macrosomia in a Peruvian nationwide survey, Early Human Development, 2026.
2. Adiposity rebound o anabolismo della massa magra nei bambini: una sfida a un enigma dell'IMC vecchio di 42 anni con il rapporto vita-altezza: la conferenza inaugurale ASNF-NNF 2025 per il premio Flemming Quaade per l'innovazione nell'obesità infantile
L'articolo affronta un tema centrale nella ricerca sull'obesità infantile: come interpretare correttamente i cambiamenti della composizione corporea nei bambini durante la crescita. Il lavoro mette in discussione il modello tradizionale dell' "adiposity rebound", secondo cui l'aumento del BMI in età scolare rifletterebbe principalmente un incremento del grasso corporeo. L'autore propone invece che parte dell'aumento del BMI nei bambini possa essere spiegato anche da un incremento della massa magra (fat-free mass), cioè muscoli, ossa e altri tessuti non adiposi, legati ai processi fisiologici di crescita e sviluppo. Questo punto è importante perché il BMI, da solo, non distingue tra massa grassa e massa magra e può quindi portare a interpretazioni fuorvianti nello studio dell'obesità infantile. Per superare questo limite, l'articolo suggerisce l'uso del rapporto vita/altezza (waist-to-height ratio, WHtR) come indicatore più accurato della distribuzione del grasso corporeo e del rischio cardiometabolico nei bambini. Secondo l'autore, il WHtR potrebbe offrire una migliore comprensione delle variazioni corporee rispetto al solo BMI, permettendo di distinguere meglio tra crescita sana e accumulo ecces-


sivo di adiposità. Il lavoro si inserisce in un dibattito più ampio sulla necessità di rivedere i modelli classici dell'obesità infantile, proponendo strumenti più precisi per valutare la composizione corporea e il rischio metabolico. L'autore conclude che l'interpretazione dei cambiamenti del peso nei bambini dovrebbe integrare indicatori più specifici del BMI, al fine di evitare sovrastime o errori diagnostici e migliorare la prevenzione dell'obesità e delle sue complicanze.
° Agbaje AO. Adiposity rebound or fat-free mass anabolism in children—Challenging a 42-year-old BMI puzzle with waist-to-height ratio: The ASNF-NNF 2025 Inaugural Flemming Quaade Award for Innovation in Childhood Obesity Lecture. J Nutr. 2026;156(5):101437.
3. Orizzonti digitali nell'obesità infantile: uno studio qualitativo sulle famiglie
Lo studio si propone di esplorare le esperienze vissute dalle famiglie che hanno partecipato a un programma di e-Health (Better Health Program Online - BHPO) della durata di 10 settimane, focalizzato sullo stile di vita per bambini in età scolare (7-13 anni) affetti da sovrappeso o obesità (BMI ≥ 85° percentile). L'intervento digitale emerge come risposta alla necessità di trasformare i servizi convenzionali di gestione del peso, rendendoli più accessibili attraverso tecnologie che riducano le disuguaglianze socio-culturali. La ricerca ha adottato un disegno qualitativo descrittivo con un approccio interpretativo, utilizzando l'analisi tematica riflessiva induttiva su dati derivanti da interviste semi-strutturate. Il campione comprendeva 28 famiglie (34 bambini), reclutate in seguito a un trial controllato randomizzato (RCT) che aveva già dimostrato l'efficacia del programma nel miglioramento dello z-score del BMI e degli esiti psicosociali a breve termine. Le esperienze sono state categorizzate in 10 temi principali, allineati ai costrutti del modello socio-ecologico e possono essere suddivisi in 3 gruppi: fattori intrapersonali, fattori interpersonali e fattori ambientali/istituzionali.
Le conclusioni dello studio lasciano degli spunti utili per futuri approcci terapeutici digitali in pediatria:
1. Umanizzazione delle Tecnologie e-Health: gli autori sottolineano che l'efficacia clinica non dipende solo dal contenuto scientifico, ma dalla capacità del programma di preservare l'esperienza umana. L'uso di voci naturali, interfacce interattive e sessioni video è cruciale per evitare che il programma venga percepito come "robotico" o impersonale.
2. Integrazione dell'Intelligenza Artificiale (AI): viene suggerito l'inserimento di AI responsive per personalizzare l'intervento in tempo reale, soddisfacendo i bisogni informativi specifici delle famiglie e supportandole nel mantenimento dei risultati a lungo termine.
3. Sostenibilità e Integrazione Sistemica: per garantire la persistenza dei cambiamenti nello stile di vita, è raccomandata l'integrazione di questi programmi nei sistemi scolastici e la fornitura di interventi di "richiamo" (top-up) post-programma.
4. Personalizzazione e Target Specifici: gli interventi futuri devono essere adattati in base all'età (utilizzando il gioco per i più piccoli) e alla cultura, prestando estrema attenzione al linguaggio utilizzato per non esacerbare lo stigma legato al peso. In sintesi, i programmi web-based rappresentano una risorsa potenzialmente utile che può avvicinarsi ai trattamenti in presenza, a condizione che sappiano integrare in sé un supporto umano personalizzato e tecnologie digitali avanzate.
° Zhu D, et al. Experiences of families participating in a 10-week family-focused e-Health healthy lifestyle programme for school-aged children with overweight or obesity: A qualitative study. BMJ Open. 2026;16(5):e109029.
4. I sistemi alimentari industriali come determinanti ambientali della salute delle donne e dell'obesità infantile: uno studio ecologico cross-nazionale
Lo studio analizza l'impatto dei sistemi alimentari industriali sulla prevalenza globale dell'obesità infantile (5-18 anni), ipotizzando un percorso mediato dallo stato di salute metabolica della popolazione femminile. Attraverso un disegno ecologico cross-nazionale condotto su 46 paesi europei e dell'America latina (periodo di studio 2015-2020), la ricerca ha utilizzato dati standardizzati provenienti dall'OMS, dalla FAOSTAT e dalla Banca Mondiale per valutare le interconnessioni tra indicatori ambientali e obesità. I risultati evidenziano una correlazione positiva significativa tra la disponibilità nazionale di zucchero e dolcificanti e la prevalenza di obesità, sia femminile che infantile (r = 0.49; p < 0.001). L'obesità femminile (età ≥18 anni) è emersa come il predittore indipendente più robusto della prevalenza di obesità infantile (r = 0.71; p < 0.001), spiegando circa il 50% della varianza totale in analisi univariate. Nei modelli multivariabili, dopo l'aggiustamento per fattori contestuali come il PIL pro capite, l'urbanizzazione e il livello di istruzione femminile, l'obesità femminile è rimasta l'unica variabile con valore predittivo significativo (β = 0.61, p < 0.001). L'aspetto metodologicamente più rilevante è l'analisi di mediazione, la quale ha dimostrato che l'effetto della disponibilità di zucchero sull'obesità infantile non è diretto, ma agisce in modo indiretto attraverso l'obesità femminile (p = 0.003). Questo suggerisce che l'obesità nelle donne in età riproduttiva agisca come un marcatore integrativo degli ambienti alimentari obesogenici, riflettendo condizioni metaboliche e nutrizionali che influenzano la salute della prole attraverso percorsi intergenerazionali (programmazione metabolica fetale e condivisione di ambienti alimentari familiari caratterizzati da prodotti ultra-processati). Lo studio conclude che l'obesità infantile non può essere affrontata solo con interventi comportamentali individuali, ma richiede riforme strutturali dei sistemi alimentari nazionali. Le politiche di sanità pubblica dovrebbero mirare alla riduzione della disponibilità di zuccheri aggiunti e al miglioramento della salute metabolica femminile pre-concezionale per interrompere la trasmissione intergenerazionale dell'obesità stessa.
° Castiblanco-Amaya, M.A. et al. Industrial Food Systems as Environmental Drivers of Women's Health and Childhood Obesity: A Cross-National Ecological Study Nutrients 2026, 18, 1435.
1. Maggiore prevalenza di assunzione inadeguata di vitamina D nei bambini piccoli che non assumono integratori di vitamina D a Vancouver, in Canada. L'articolo analizza l'assunzione di vitamina D nei bambini piccoli di Vancouver, confrontando i bambini che assumevano integratori di vitamina D con quelli che non li assumevano. Lo studio nasce dal fatto che la vitamina D è essenziale per la salute ossea, la crescita e il corretto funzionamento del sistema immunitario,

ma nei Paesi nordici o con limitata esposizione solare molti bambini rischiano di non raggiungere i livelli raccomandati attraverso la sola alimentazione. I ricercatori hanno valutato le abitudini alimentari e l'uso di supplementi in un gruppo di bambini tra circa 1 e 3 anni di età, stimando l'apporto quotidiano di vitamina D. I risultati hanno mostrato che i bambini che non assumevano un integratore presentavano molto più frequentemente un'assunzione insufficiente di vitamina D rispetto a quelli supplementati. Anche nei bambini che consumavano latte fortificato o altri alimenti contenenti vitamina D, l'introito alimentare spesso non risultava sufficiente a coprire il fabbisogno giornaliero. Lo studio evidenzia quindi che, in contesti come il Canada, la sola dieta può non garantire livelli adeguati di vitamina D nei bambini piccoli, soprattutto durante i mesi con minore esposizione al sole. Gli autori sottolineano l'importanza delle raccomandazioni pediatriche sull'uso di supplementi di vitamina D nella prima infanzia come strategia preventiva contro carenze che potrebbero influire negativamente sulla salute ossea e sullo sviluppo. La ricerca conclude che la supplementazione rappresenta un fattore importante per ridurre il rischio di inadeguatezza nutrizionale tra 1 e 3 anni di vita e supporta la necessità di promuovere maggiore consapevolezza tra genitori e professionisti sanitari riguardo ai fabbisogni di vitamina D nei primi anni di vita.
° Wiedeman AM, et al. Higher prevalence of inadequate vitamin D intake in toddlers not consuming a vitamin D supplement in Vancouver, Canada. J Nutr. 2026;156(4):100976.
1. Distribuzione dell'assunzione giornaliera di zuccheri liberi negli adolescenti: uno studio trasversale È uno studio effettuato nel Regno Unito, ove gli adolescenti assumono il 12.3% del loro apporto energetico dagli zuccheri liberi (ZL), più del doppio della quantità raccomandata del 5%.
La definizione di ZL comprende gli zuccheri aggiunti a cibi e bevande. Sono rapidamente assorbiti e contribuiscono ad un'assunzione calorica eccessiva. Nel Regno Unito è in vigore la sugar tax, una strategia che ha indotto le fabbriche di bevande analcoliche a riformulare i loro prodotti in modo da ridurre l'apporto di zuccheri. In 36 scuole secondarie delle Midlands sono state considerate 108 classi di tre fasce d'età (11-12 anni; 13-14 anni; 14-15 anni). Le Midlands comprendono aree rurali ed urbane, con ampia varietà etnica ed aree con sacche di povertà sociale. È stato utilizzato Intake 24, uno strumento informatico per il diario alimentare. Tra novembre 2019 e aprile 2022, è stato compilato da 2.273 alunni che hanno registrato alimenti e bevande consumati il giorno precedente, il luogo di consumo ed i propri dati socio-demografici. Da questo sono stati ricavati gli apporti di zuccheri. Come primo risultato si sottolinea che il 77 % dei partecipanti ha fatto colazione (lo skipping breakfast è molto diffuso anche in Italia), l'assunzione media di ZL è stata di 73.36 g/die (eccedendo quindi in maniera importante la raccomandazione di massimo apporto giornaliero di 30 g) con partecipanti che consumano la metà del loro totale giornaliero di ZL nelle occasioni di spuntino. Il consumo di ZL era superiore a colazione rispetto al pranzo e alla cena, sebbene minore rispetto a quello consumato negli spuntini. Un terzo dei partecipanti ha
consumato almeno una bevanda zuccherata ed il 40 % dei partecipanti ha consumato almeno un cibo di pasticceria ed articoli di confetteria nella quantità di 0.43 per partecipante. L'assunzione di zuccheri liberi era preponderante negli ambienti extra scolastici. Gli attuali standard alimentari scolastici inglesi vietano la vendita di bevande zuccherate e prodotti dolciari a scuola. L'osservazione che la metà del consumo di ZL avviene negli spuntini rappresenta un'occasione di prevenzione per promuovere cibi e bevande più sane in queste occasioni. Gli interventi mirati alla colazione devono essere indirizzati ad incentivare questo pasto e al consumo di alimenti idonei. Un altro potenziale intervento per incentivare il consumo della colazione è la fornitura universale di colazione scolastica. In Inghilterra questo succede già nelle scuole primarie. Questo lavoro conferma le strategie comunemente applicate negli ambulatori pediatrici di insistere sulla cronologia dei pasti e sulla riduzione di ZL preponderanti nella colazione e negli spuntini, attendendo politiche sanitarie alimentari scolastiche ben strutturate.
° Murphy M, et al. The distribution of school-aged adolescents’ free sugar intake across the day: A cross-sectional study. Eur J Clin Nutr. 2026;80:427-433.
2. Quadro di riferimento per l'identificazione degli alimenti chiave per la salute nel programma "Vita sana per i bambini" nella regione del Pacifico affiliata agli Stati Uniti L'articolo presenta un quadro metodologico sviluppato nell'ambito del Children's Healthy Living (CHL) Program, con l'obiettivo di identificare gli "signature foods", cioè alimenti tradizionali o culturalmente rilevanti che possono essere promossi per migliorare la salute dei bambini nelle comunità del Pacifico affiliato agli Stati Uniti. Il lavoro nasce dal contesto di elevati tassi di obesità infantile e malattie croniche nelle isole del Pacifico e nelle popolazioni indigene della regione, dove la transizione nutrizionale ha portato a una maggiore dipendenza da alimenti ultraprocessati e meno nutrienti. Gli autori propongono un approccio che non si limiti a raccomandazioni nutrizionali astratte, ma che valorizzi alimenti locali, tradizionali e culturalmente accettabili. Il framework combina dati su composizione nutrizionale, disponibilità alimentare, accessibilità economica, accettabilità culturale e sostenibilità ambientale per individuare alimenti che possano avere un impatto positivo sulla salute pubblica infantile. L'idea centrale è che alcuni alimenti tradizionali del Pacifico, come pesce locale, frutta tropicale, radici e verdure autoctone, possano svolgere un ruolo chiave nel miglioramento della qualità della dieta e nella prevenzione dell'obesità e delle carenze nutrizionali. Lo studio sottolinea inoltre l'importanza del coinvolgimento delle comunità locali nel processo di identificazione e promozione degli alimenti, per garantire che le strategie nutrizionali siano realmente applicabili e sostenibili nel contesto culturale. Gli autori concludono che l'approccio basato sugli "signature foods" può rappresentare una strategia efficace di salute pubblica per promuovere diete più sane nei bambini, integrando nutrizione, cultura e sostenibilità, e contrastando gli effetti negativi della modernizzazione alimentare nella regione del Pacifico.
° Wilkens LR, et al. Framework for Identifying Signature Foods for Health in the Children's Healthy Living Program in the United States Affiliated Pacific Region. J Nutr. 2026;156(5):101466.

3. Ottimizzazione dei pasti scolastici in Ghana: integrazione dei nuovi standard alimentari e nutrizionali con aspetti di accessibilità economica, accettabilità culturale e sostenibilità ambientale.
L'articolo analizza come migliorare i pasti scolastici in Ghana cercando di conciliare qualità nutrizionale, costi sostenibili, accettabilità culturale e impatto ambientale. Gli autori hanno studiato i menù realmente utilizzati nelle mense scolastiche di diverse regioni del Paese e hanno applicato modelli matematici di programmazione lineare per progettare pasti più equilibrati dal punto di vista nutrizionale. Lo studio mostra che i menù scolastici attualmente serviti ai bambini ghanesi risultano carenti di energia, proteine e diversi micronutrienti essenziali, come ferro, zinco, vitamina A, vitamina B12 e vitamina C. Questo dipende soprattutto dal basso contenuto di alimenti nutrienti e dalla scarsità di prodotti di origine animale, dovuta ai costi molto limitati del programma di refezione scolastica. Attraverso diversi modelli di ottimizzazione, i ricercatori hanno dimostrato che è possibile creare pasti che soddisfino meglio i fabbisogni nutrizionali dei bambini mantenendo un certo controllo sui costi. Tuttavia, per raggiungere questi obiettivi è necessario modificare in modo significativo i menù abituali, introducendo più legumi, frutta, verdura e soprattutto alimenti di origine animale. Questi cambiamenti migliorano la qualità nutrizionale, ma comportano anche un aumento dei costi e dell'impatto ambientale, in particolare delle emissioni di gas serra e del consumo di acqua. Un altro aspetto importante emerso è il ruolo dell'accettabilità culturale. I ricercatori hanno cercato di mantenere i nuovi menù il più possibile simili alle abitudini alimentari locali, perché pasti troppo diversi da quelli tradizionali rischiano di non essere accettati dai bambini e dalle comunità. Tuttavia, più si cerca di rispettare le abitudini esistenti, più diventa difficile raggiungere gli standard nutrizionali desiderati. Lo studio conclude che i programmi di alimentazione scolastica in Ghana possono essere migliorati attraverso strumenti di pianificazione nutrizionale, ma che per ottenere pasti davvero adeguati servono maggiori investimenti economici e una strategia che tenga conto contemporaneamente di salute, cultura alimentare locale e sostenibilità ambientale
° Colombo PE, et al. Optimizing school meals in Ghana: Integrating new food and nutrient standards with aspects of affordability, cultural acceptability and environmental sustainability. Public Health Nutr. 2026;29(1):e88.
4. Correlazione tra sintomi da dipendenza da cibo, assunzione di alimenti e BMI in bambini di una regione a basso reddito: un approccio basato sulla modellizzazione a equazioni strutturali
È uno studio brasiliano effettuato nel Comune di Vitoria de Santo Antao, una città di 134.000 abitanti a 46 Km dalla capitale, caratterizzata dai tassi più bassi di reddito medio familiare del paese, su 259 bambini di età compresa tra i 7 e i 10 anni. L'intento è stato quello di valutare i sintomi da dipendenza da cibo e correlarli sia al tipo di cibo consumato secondo la classificazione NOVA sia al BMI. I criteri per definire la dipendenza da cibo seguono quelli stabiliti per la dipendenza da sostanze nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), come la perdita di autocontrollo, la ridotta socialità, la tolleranza e l'astinenza. Per la sua identificazione è stata adottata la scala Yale FA (YFAS), di cui esiste una versione per la popolazione infantile (YFAS-C) redatta
con un linguaggio adatto ai bambini. La YFAS-C è composta da 25 item, corrispondenti a sette sintomi come il desiderio persistente, l'assunzione reiterata e la difficoltà di smettere di mangiare quell'alimento, nonostante le conseguenze. Il consumo di cibo è stato valutato utilizzando un questionario sulla frequenza alimentare: per ogni voce, la frequenza di consumo nell'ultimo mese e la dimensione della porzione sono state ottenute utilizzando un album fotografico. Le variabili socioeconomiche sono state valutate utilizzando i Criteri di Classificazione Economica Brasiliani, che stimano il potere d'acquisto di individui e famiglie urbane. Lo strumento raccoglie informazioni sul possesso e sulla quantità di beni durevoli nel nucleo familiare, sul numero di bagni, sulla presenza di un lavoratore dipendente nel nucleo familiare e sul livello di istruzione del capofamiglia. Non sono state rilevate differenze tra stato nutrizionale e variabili demografiche e socioeconomiche, né correlazioni tra sintomi di dipendenza da cibo e sesso, etnia e stato nutrizionale. Lo stato socioeconomico era correlato con alcuni dei sintomi di dipendenza da cibo. È stata dimostrata un'associazione positiva tra maggior consumo di alimenti ultra-processati (ultra-processed food UPF) e sintomi da dipendenza da cibo, e, al contrario, una corrispondenza tra più alto consumo di cibi naturali ed assenza di sintomi da dipendenza. Valutando l'associazione tra il grado di trasformazione degli alimenti e BMI, è stato osservato un effetto diretto positivo tra il consumo di UPF e il BMI. Non è invece stato verificato l'effetto diretto negativo tra il consumo di cibi naturali o minimamente processati e il BMI.
Questo è il primo studio a dimostrare una correlazione tra sintomi di dipendenza da cibo e consumo di UPF, un ulteriore stimolo ad adottare politiche di educazione alimentare e regolamentazioni industriali, commerciali e pubblicitarie.
° Santos GCJ, et al. Associations between food addiction symptoms, food intake and BMI-for-age in children from a low-income region: A structural equation modeling approach. Eur J Clin Nutr. 2026;80:515523.
5. LUna valutazione qualitativa di Eat, Learn, Grow: un programma digitale di microapprendimento per promuovere pratiche di alimentazione responsiva
Il responsive feeding (alimentazione responsiva) favorisce una genitorialità sensibile e incoraggia abitudini alimentari sane nella prima infanzia. L'insicurezza alimentare può tuttavia ostacolare la capacità delle famiglie di adottare pratiche positive e di accedere a un adeguato supporto. Questo studio qualitativo ha valutato le esperienze dei partecipanti e gli effetti comportamentali di Eat, Learn, Grow, un programma digitale di microapprendimento progettato per promuovere l'alimentazione responsiva tra famiglie che vivono condizioni di insicurezza alimentare. Diciannove partecipanti hanno preso parte a interviste semistrutturate dopo aver completato il programma, costituito da 12 brevi moduli digitali e da un kit cartaceo di supporto. I dati sono stati analizzati tematicamente utilizzando il modello COM-B del cambiamento comportamentale. I partecipanti hanno giudicato il programma accessibile, coinvolgente e pratico. I moduli brevi e flessibili rispondevano alle loro esigenze di apprendimento, mentre il formato multimediale favoriva il coinvolgimento. Il programma ha aumentato conoscenze, fiducia nelle proprie capacità e consapevolezza, contribuendo a ridurre stress e tensioni durante i pasti. Sono stati riportati cambiamenti positivi nei

comportamenti alimentari familiari, tra cui minore pressione sul bambino a mangiare, maggiore esposizione ripetuta agli alimenti e più frequenti pasti condivisi in famiglia. Gli autori concludono che il programma rappresenta uno strumento efficace e facilmente accessibile per promuovere l'alimentazione responsiva in contesti familiari complessi.
° Baxter KA, So JTH, Gallegos D, Byrne R. A qualitative evaluation of Eat, Learn, Grow: A digital microlearning programme to promote responsive feeding practices. Matern Child Nutr. 2026;22(3):e70191.
1. Infezioni, alimenti di origine animale e stato dei micronutrienti come correlati dei livelli sierici di IGF-1 nei bambini con ritardo della crescita: uno studio trasversale in Uganda L'articolo analizza i fattori associati ai livelli di IGF-1 (Insulin-like Growth Factor 1), un ormone fondamentale per la crescita, in bambini ugandesi affetti da ritardo della crescita (stunting). Lo studio parte dall'osservazione che nei Paesi a basso reddito molti bambini presentano crescita insufficiente non solo per carenza calorica, ma anche per infezioni frequenti, scarso apporto di nutrienti essenziali e dieta povera di alimenti di origine animale. I ricercatori hanno valutato bambini con ritardo della crescita analizzando parametri antropometrici, stato nutrizionale, presenza di infezioni e livelli ematici di micronutrienti e IGF-1. I risultati mostrano che i bambini con livelli più bassi di IGF-1 tendevano ad avere una dieta meno ricca di alimenti di origine animale, come latte, carne e uova, e presentavano più frequentemente carenze di micronutrienti importanti, in particolare zinco e vitamina A. Anche la presenza di infezioni e condizioni infiammatorie risultava associata a livelli inferiori di IGF-1. Lo studio suggerisce quindi che la crescita lineare dei bambini non dipende soltanto dall'apporto energetico totale, ma anche dalla qualità della dieta e dallo stato di salute generale. Gli alimenti di origine animale sembrano avere un ruolo importante perché forniscono proteine ad alto valore biologico e micronutrienti coinvolti nei processi di crescita. Allo stesso tempo, infezioni ricorrenti e infiammazione cronica possono interferire con i meccanismi ormonali della crescita riducendo la produzione o l'efficacia dell'IGF-1. Gli autori concludono che per contrastare il ritardo della crescita nei bambini dei Paesi a basso reddito è necessario un approccio integrato che combini miglioramento della qualità alimentare, maggiore disponibilità di micronutrienti essenziali e prevenzione delle infezioni.
° Madigan E, et al. Infections, animal-source foods, and micronutrient status as correlates of serum IGF-1 in children with stunting: A cross-sectional study in Uganda. J Nutr. 2026;156(4):101204.
2. Fattori di rischio per lo sviluppo di allergie alimentari nei neonati e nei bambini: una revisione sistematica e meta-analisi
Le allergie alimentari mediate da IgE rappresentano un pesante carico sanitario globale in costante crescita. Spesso insorgono precocemente, possono durare tutta la vita e causare reazioni anafilattiche acute e potenzialmente fatali. Questo studio si è posto l'obiettivo di stimare l'incidenza delle allergie alimentari nei primi sei anni di vita e di quantificare l'impatto dei potenzia-
li fattori di rischio. È stata condotta una revisione sistematica e una meta-analisi interrogando i database MEDLINE ed Embase fino al 1° gennaio 2025. Per la stima dell'incidenza sono stati inclusi unicamente gli studi che confermavano la diagnosi tramite il gold-standard del test di provocazione orale (food challenge). Per l'analisi dei fattori di rischio sono stati presi in esame studi di coorte, caso-controllo e trasversali su bambini sotto i 6 anni che applicavano analisi multivariabili. L'analisi ha incluso complessivamente 190 studi per un totale di circa 2.8 milioni di partecipanti distribuiti in 40 paesi. Basandosi sugli studi con test di provocazione, l'incidenza media globale delle allergie alimentari entro i 6 anni di età è risultata pari al 4.7% (certezza moderata), evidenziando variazioni regionali significative con picchi in Australia (10.2%) e negli Stati Uniti (6.7%) e tassi inferiori in Medio Oriente (2.4%) e Africa (1.8%). Dall'analisi di 342 fattori di rischio emersi da 176 studi, gli autori hanno classificato i predittori in fattori "maggiori" (OR ≥ 2 e differenza di rischio [RD] ≥ 5%) e "minori" (OR ≤ 1.5 e RD 1%-2%). I fattori di rischio più forti e certi (certezza alta o moderata) includono:
1. Condizioni allergiche pregresse (marcia atopica): presenza di dermatite atopica (eczema) nel primo anno di vita (OR 3.88), rinite allergica (OR 3.39) e respiro sibilante (wheezing) precoce (OR 2.11). Il rischio aumenta con la severità della dermatite e correla con l'aumento della perdita d'acqua transepidermica della pelle.
2. Esposizioni orali e ambientali: introduzione ritardata dei solidi allergenici (es. arachidi dopo i 12 mesi, OR 2.55; o del pesce dopo i 6 mesi).
3. Fattori peripartum: uso sistemico di antibiotici nel neonato (particolarmente nel primo mese di vita, OR 4.11; ma anche nel primo anno o in gravidanza).
4. Fattori genetici e familiari: storia familiare di allergia (specialmente se presente in entrambi i genitori o nei fratelli) e varianti di perdita di funzione del gene della filaggrina.
5. Variabili demografiche e natività: migrazione dei genitori prima della nascita (OR 3.28), autoidentificazione come neri rispetto ai bianchi (OR 3.93), sesso maschile, essere primogeniti e il parto cesareo.
Fattori come il basso peso alla nascita, il parto post-termine, la dieta materna e lo stress in gravidanza non hanno mostrato differenze di rischio significative. Lo sviluppo delle allergie alimentari è un fenomeno multifattoriale per cui identificare precocemente la combinazione di questi fattori maggiori e minori consentirebbe a clinici e decisori politici di definire le popolazioni ad alto rischio su cui focalizzare le future strategie di prevenzione mirata.
° Islam N, et al. Risk factors for the development of food allergy in infants and children: A systematic review and meta-analysis. JAMA Pediatr. 2026;180(5):486-499.
3. Modelli alimentari materni, condizioni socioeconomiche ed esiti alla nascita nelle coorti di nascita italiane MAMI-MED e Piccolipiù
Il presente studio analizza l'associazione tra i pattern dietetici materni, le condizioni socioeconomiche e gli esiti neonatali attraverso un'analisi parallela condotta su due coorti di nascita italiane: Piccolipiù (3.234 diadi madre-bambino reclutate tra il 2011 e il 2015) e MAMI-MED (1.564 diadi, studio avviato nel 2020 e tuttora in corso). L'obiettivo principale della ricerca consiste nel valutare se i pattern alimentari emersi, parzialmente armonizzati

tra le due coorti, influenzino in modo indipendente il rischio di esiti avversi alla nascita dopo aver controllato per le caratteristiche materne e i determinanti socioeconomici. Attraverso l'analisi delle componenti principali applicata ai questionari alimentari specifici di ciascuna coorte, sono stati identificati due pattern dietetici dominanti e sovrapponibili in entrambi i contesti. Il primo, denominato "Western" (occidentale), è caratterizzato da un elevato consumo di cibi fritti, snack, dolci, bevande zuccherate, carni trasformate e salse. Il secondo, definito "Prudent" (Prudente), si distingue invece per un apporto prevalente di frutta, verdura (sia cotta che cruda), pesce, yogurt e cereali integrali. Dall'analisi dei dati emerge una netta stratificazione sociale dei comportamenti alimentari in gravidanza. L'adesione al pattern Western è risultata significativamente più comune tra le donne più giovani e in condizioni di svantaggio socioeconomico, come un basso livello di istruzione, la disoccupazione o un ridotto reddito familiare. Al contrario, l'orientamento verso il pattern Prudent è associato a donne in età più avanzata, con livelli di istruzione più elevati, occupazione stabile e indicatori di reddito superiori. Per quanto riguarda gli esiti neonatali, i modelli di regressione logistica multivariabile, progressivamente aggiustati per i vari fattori di confondimento, hanno mostrato che i pattern dietetici non sono costantemente associati al parto pretermine, o alla nascita di neonati piccoli (SGA) o grandi (LGA) per l'età gestazionale in nessuna delle due coorti. Nella sola coorte Piccolipiù, tuttavia, un'aderenza preferenziale al pattern Prudent è risultata associata a una minore probabilità di basso peso alla nascita e a probabilità più elevate di macrosomia. I risultati più robusti e coerenti tra le due coorti evidenziano che i principali predittori degli esiti perinatali sono lo stato nutrizionale pre-gravidanza e il livello di istruzione materno, piuttosto che l'aderenza ai pattern alimentari in sé. Un indice di massa corporea pre-gravidanza elevato è risultato un forte e consistente predittore di macrosomia e di neonati LGA in entrambe le coorti. Parallelamente, un basso livello di istruzione materna si è dimostrato un fattore determinante indipendente nell'incrementare in modo significativo il rischio di parto pretermine e di basso peso alla nascita. In conclusione, lo studio suggerisce che la dieta in gravidanza è profondamente radicata nel contesto sociale e che gli interventi di sanità pubblica e clinici dovrebbero focalizzarsi sulla gestione del peso in epoca preconcezionale e sul supporto mirato alle fasce sociali più svantaggiate.
° Favara G, et al. Maternal dietary patterns, socioeconomic conditions, and birth outcomes in the MAMI-MED and Piccolipiù Italian birth cohorts. Nutrients. 2026;18(7):1065.
4. Progressione dello sviluppo dell'alimentazione con biberon nel primo anno di vita
La suzione nutritiva (nutritive sucking, NS), principale meccanismo attraverso cui i lattanti assumono nutrienti, rappresenta la base dello sviluppo alimentare precoce. Essa dipende dall'integrazione di efficienza, sicurezza e coordinazione, elementi essenziali per garantire una crescita e uno sviluppo adeguati. Le ricerche precedenti hanno generalmente valutato le competenze alimentari in singoli momenti dello sviluppo. Tuttavia, le informazioni sull'evoluzione delle capacità di alimentazione nel corso della crescita sono ancora limitate. Inoltre, nonostante la nutrizione sia l'obiettivo principale dell'alimentazione infantile,
esistono pochi strumenti clinici per quantificare in modo oggettivo la fisiologia dell'alimentazione del lattante. In questo studio prospettico e longitudinale hanno partecipato 27 coppie madre-bambino, valutate a 3, 6 e 9 mesi di età. Le abilità alimentari orali sono state misurate mediante la Oral Feeding Skills Scale (OFS) durante l'alimentazione con biberon effettuata dal caregiver. Il volume iniziale di latte offerto ai bambini è aumentato significativamente con l'età. La velocità di trasferimento del latte è risultata significativamente maggiore a 9 mesi rispetto a 3 mesi. Non sono state osservate differenze significative legate all'età nella competenza alimentare complessiva misurata dalla scala OFS. Anche il volume totale assunto durante la poppata è rimasto sostanzialmente stabile nel tempo. I risultati suggeriscono che, durante il primo anno di vita, gli aspetti meccanici dell'alimentazione, come la velocità e la quantità iniziale offerta, cambiano con la maturazione, mentre le competenze fondamentali di alimentazione e i meccanismi di regolazione dell'appetito rimangono relativamente stabili. Lo studio fornisce quindi nuove informazioni sia sull'evoluzione delle capacità di alimentazione con biberon sia sulle modalità con cui i caregiver adattano progressivamente l'alimentazione del bambino durante il primo anno di vita.
° Martens A, et al. Developmental progression of bottle-feeding in the first year of life. Early Hum Dev. 2026;216:106507.
5. Povertà alimentare e sviluppo nella prima infanzia nei vari livelli di incertezza alimentare in Brasile
Una proporzione consistente di bambini brasiliani sotto i cinque anni sperimenta ritardi nello sviluppo, insicurezza alimentare o povertà alimentare, sottolineando l'urgente necessità di politiche integrate per la prima infanzia e la nutrizione. Questo studio trasversale ha studiato le associazioni tra insicurezza alimentare, povertà alimentare e sviluppo nella prima infanzia (ECD) tra bambini brasiliani sotto i 5 anni, esplorando se l'associazione tra povertà alimentare e ECD variava nei diversi livelli di insicurezza alimentare. I dati sono stati tratti da 14.062 partecipanti al Sondaggio Nazionale Brasiliano sulla Nutrizione Infantile. L'ECD è stato valutato utilizzando punteggi di tappe di sviluppo dal Survey of Well-Being of Young Children-Versione Brasiliana (SWYC-BR). Le esposizioni includevano i livelli di insicurezza alimentare (sicuro, lieve, o moderato/grave) e la povertà alimentare (mancanza della diversità dietetica minima). Modelli di regressione lineare hanno stimato le associazioni e gli intervalli di confidenza al 95% (CI), con analisi stratificate e di interazione per livello di insicurezza alimentare. Il punteggio medio SWYC‐BR era 14.14; il 46.2% dei bambini ha sperimentato povertà alimentare moderata, il 16.0% povertà alimentare grave, il 38.0% insicurezza alimentare lieve e il 10.2% insicurezza alimentare da moderata a grave. L'insicurezza alimentare lieve (β aggiustato = −0.41; IC 95%: −0.74, −0.09) e la povertà alimentare grave (β aggiustato = −0.91; IC 95%: −1.37, −0.44) erano associate a punteggi SWYC‐BR più bassi. Nelle analisi stratificate, i bambini provenienti da nuclei familiari con sicurezza alimentare (β completamente aggiustato = −0.87; IC 95%: −1.50, −0.24) e insicurezza alimentare lieve (β completamente aggiustato = −1.17; IC 95%: −1.93, −0.41) che sperimentavano povertà alimentare grave avevano punteggi SWYC‐BR più bassi. La povertà alimentare grave e l'insicurezza alimentare lieve erano associate dunque

a punteggi più bassi nelle tappe dello sviluppo della prima infanzia. Inoltre, l'associazione tra povertà alimentare e sviluppo della prima infanzia variava a seconda dei livelli di sicurezza alimentare della famiglia, evidenziando l'intricato legame tra nutrizione e vulnerabilità sociale. La ricerca futura dovrebbe esplorare i meccanismi causali per gli interventi multisettoriali di sanità pubblica che integrino componenti nutrizionali, sociali e dello sviluppo per mitigare le disparità nello sviluppo della prima infanzia.
° Micaela Rabelo Quadra et al. Food Poverty and Early Childhood Development Across Food Insecurity Levels in Brazil. Maternal & Child Nutrition, 2026; 22:e7019.
6. Associazione tra basso indice di massa corporea materno e multiple forme di malnutrizione infantile: una revisione sistematica e meta-analisi
Un basso Indice di Massa Corporea (BMI) materno è un fattore di rischio critico per la malnutrizione infantile. Sebbene la sua associazione con deficit antropometrici singoli come il ritardo di crescita o l'insufficienza ponderale sia ben documentata, le evidenze sulla sua relazione con la co‐occorrenza di più forme di malnutrizione rimangono scarse. L'Indice Composito di Fallimento Antropometrico (CIAF) è una misura riassuntiva che classifica i bambini come portatori di uno o più deficit antropometrici, quali ritardo di crescita, sottopeso, deperimento o loro combinazioni, consentendo di identificare sia le forme isolate sia quelle concomitanti di malnutrizione. Questa revisione sistematica e meta-analisi ha esplorato la relazione tra sottopeso materno e CIAF nei bambini sotto i cinque anni, colmando un significativo vuoto di ricerca. Ricerca sistematica nei principali database, tra cui MEDLINE (PubMed), Embase, Scopus, CINAHL, ProQuest (EBSCO), ScienceDirect, Global Index Medicus e Cochrane Library, senza restrizioni di lingua o geografiche, sono state eseguite per identificare studi osservazionali rilevanti. Sono stati raggruppati gli odds ratio (OR) aggiustati per i fattori confondenti estratti e gli intervalli di confidenza (IC) al 95% utilizzando una meta-analisi a effetti casuali ponderata per varianza inversa, con l'eterogeneità valutata mediante la statistica I². Sono state condotte analisi di sensibilità per valutare la robustezza dei risultati, e sono state effettuate analisi di sottogruppo e meta-regressione per esplorare l'eterogeneità. Sono stati stimati rapporti di prevalenza (PR) e differenze di prevalenza (PD) aggregati per quantificare le disuguaglianze relative e assolute nella prevalenza di CIAF tra i bambini di madri con peso normale e quelli di madri sottopeso, rispettivamente. Un totale di 19 studi, comprendenti 536.840 coppie madre-bambino, sono stati in-
clusi nell'analisi finale. I bambini di madri sottopeso, rispetto a quelli di madri con peso normale, avevano un rischio del 34% maggiore di CIAF (OR aggregato: 1.34, IC 95%: 1.25–1.44, n = 375.248), con disuguaglianze relative significative (PR aggregato: 1.32, IC 95%: 1.06–1.64) e assolute (PD aggregato: 0.13, IC 95%: 0.03–0.23). L'analisi dei sottogruppi per regione geografica ha mostrato un'associazione significativa tra basso BMI materno e aumento delle probabilità di CIAF nei bambini sotto i cinque anni (OR combinato: 1.47, IC 95%: 1.39–1.56 in Asia; OR combinato: 1.16, IC 95%: 1.12–1.20 in Africa). Non sono state rilevate prove significative di bias di pubblicazione. Questi risultati indicano che un basso BMI materno è significativamente associato a un aumento del rischio di CIAF nei bambini sotto i cinque anni. Esistono sostanziali disuguaglianze nella prevalenza di CIAF tra i gruppi di BMI materno, con i bambini di madri sottopeso maggiormente colpiti da un carico più elevato di CIAF. Dare priorità a interventi nutrizionali volti ad affrontare il sottopeso materno durante l'epoca pre-concenzionale e la gravidanza è essenziale per ridurre le molteplici forme di malnutrizione nei bambini.
° Biniyam Sahiledengle e al. Association Between Low Maternal Body Mass Index (BMI) and the Co‐Occurrence of Multiple Forms of Childhood Undernutrition: A Systematic Review and Meta‐Analysis. Maternal & Child Nutrition, 2026; 22:e7018z.
7. Esperienze delle madri riguardo al supporto per l'alimentazione con formula artificiale nel Regno Unito: una revisione sistematica qualitativa
Questa revisione sistematica qualitativa ha analizzato le esperienze delle madri del Regno Unito e dell'Irlanda riguardo al supporto ricevuto per l'alimentazione con formula artificiale. I risultati evidenziano che molte madri percepiscono un sostegno insufficiente dopo la decisione di utilizzare la formula artificiale e riferiscono sentimenti di giudizio, colpa e stigmatizzazione. È emersa inoltre una carenza di informazioni pratiche e coerenti sulla preparazione e sull'utilizzo sicuro della formula artificiale, che porta spesso le madri a cercare supporto tramite fonti informali come familiari, amici o comunità online. Lo studio conclude che i servizi sanitari dovrebbero adottare un approccio più equilibrato all'alimentazione infantile, continuando a promuovere l'allattamento, ma garantendo anche informazioni accurate, supporto professionale e comunicazione non giudicante alle famiglie che utilizzano la formula artificiale.
° James E, Hoang G, Lange D, Jolly K, Clarke J. Mothers' Experiences of Formula Feeding Support in the UK: A Qualitative Systematic Review. Matern Child Nutr. 2026;22(2):e70182.