IT & INNOVATION MAGAZINE
Tavola dei Contenuti DIGITAL & AI Non esistono, ma influenzano: con l’intelligenza artificiale generativa i brand ambassador diventano digitali
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REALTÀ AUMENTATA E VIRTUALE Dai software generativi agli ambienti immersivi: come cambia il modo di immaginare e realizzare gli spazi
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EVENTI E OPPORTUNITA’ Pubblicato in Gazzetta Ufficiale la programmazione dei fondi per bandi Brevetti+, Disegni+ e Marchi+ per lePMI
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Direttore responsabile Fabio Setta Direttore editoriale Dario Guadagno Contributi • Fabio Setta • Valentina Todesca • Vincenzo Giannatiempo • Gennaro Sepe • Ely • Ornella Giordano • Luigi Zito • Maria Minotti • Michele D’Eboli Design e Layout Maria Minotti Pubblicato da Wonderlab SRL via Staibano, 3 Cap 84124, Salerno Tel. 0890978476 info@wonderlab.it
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Salerno n. 390/2023 dal 15/02/2023
APP E VIDEOGIOCHI Il ritorno di un’icona tra nostalgia e follia su quattro ruote: in uscita c’è Crazy Taxi: World Tour, il nuovo capitolo della saga
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MARKETING E COMUNICAZIONE Chi decide cosa fa notizia? Il caso delle proteste sul caro vita del Sud Italia quasi ignorate dai media nazionali
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SALERNO Nella cultura artistica rinascimentale meridionale, il salernitano Andrea Sabatini rappresenta una figura di spicco 26
EDITORIALE
Il fenomeno AI Slop Il ruolo dell’Ai generativa nella produzione dei post per i social network Fabio Setta C’è una sensazione sempre più diffusa quando si apre un social network. Sia Facebook sia Instagram sembrano essere ormai invasi da contenuti tutti uguali. Testi, grafiche, anche foto: l’utilizzo smodato dell’Intelligenza Artificiale generativa sta inevitabilmente caratterizzando il feed di ciascuno di noi. Basta aprire un social per imbattersi in qualcosa del genere e, dopo averne visto uno, eccone subito un altro, magari quasi identico. Magari possono cambiare i protagonisti ma il risultato è sempre lo stesso. È uno degli effetti più evidenti di quello che viene chiamato AI slop, un'espressione inglese che potremmo tradurre con “spazzatura digitale generata dall'intelligenza artificiale”. Il termine indica quella quantità ormai impressionante di immagini, video, articoli e post realizzati automaticamente, spesso senza alcuna attenzione alla qualità e, soprattutto, senza avere davvero qualcosa da raccontare. Una sbobba digitale, si potrebbe dire, che spesso presenta imperfezioni, informazioni imprecise, testi piatti o immagini surreali e incoerenti. Il punto non è che questi contenuti siano necessariamente brutti. Anzi, alcuni sono realizzati piuttosto bene, almeno a un primo sguardo ma il problema emerge quando si cerca di andare oltre l'immagine accattivante o il titolo studiato per attirare un clic e non si trova nulla: nessuna informazione interessante, nessuna idea originale, nessun contributo
che giustifichi il tempo dedicato alla visione o alla lettura. Naturalmente Internet era pieno di contenuti mediocri anche prima dell'arrivo AI generativa. La differenza, però, è che oggi produrli è diventato facilissimo dato che bastano pochi comandi, infatti, per ottenere decine di testi, centinaia di immagini e video pronti da pubblicare. Il rischio, però, non è soltanto quello di ritrovarsi davanti a una sequenza interminabile di post tutti uguali ma quello di incappare in false notizie, ricostruzioni fantasiose di fatti realmente accaduti e informazioni sbagliate presentate con grande sicurezza, rendendo così sempre più complicato distinguere il vero dal falso. E a pagarne le conseguenze sono coloro che sul web lavorano seriamente. Giornalisti, autori, fotografi e creativi devono confrontarsi con una quantità enorme di materiale pubblicato a ritmi impossibili da sostenere per chi dedica tempo alla ricerca, alla scrittura e alla realizzazione di un contenuto originale. Internet ci aveva abituati all'idea che chiunque potesse avere qualcosa da dire. Oggi si è arrivati al punto in cui tutti pubblicano, anche quando non hanno niente da dire. E forse è proprio questo l'aspetto più preoccupante dell'AI slop, ovvero la possibilità che i contenuti davvero interessanti, originali e capaci di lasciare qualcosa finiscano per perdersi in mezzo a una montagna di materiale inutile.
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che ha cominciato a farsi conoscere ben prima dell'attuale diffusione dell’AI generativa. Già nel 2016 Lil Miquela, uno dei primi personaggi digitali a ottenere una notevole popolarità, attirava l'attenzione del mondo della moda, arrivando a collaborare con marchi come Prada e Calvin Klein. All'epoca realizzare un personaggio credibile richiedeva un lavoro piuttosto complesso. Oggi, invece, gli strumenti disponibili permettono di ottenere risultati simili con tempi e costi potenzialmente alla portata di tante aziende che iniziano a valutare la possibilità di sfruttare tale chance. Dal punto di vista aziendale, infatti, gli influencer sintetici offrono possibilità interessanti, in campo pubblicitario, dato che un personaggio digitale può essere utilizzato in contesti differenti, può essere adattato a mercati internazionali e mantenere nel tempo caratteristiche estetiche e comunicative perfettamente riconoscibili. Per un'azienda,
Fabio Setta Aitana López ha i capelli rosa, un profilo social curato nei minimi dettagli e collabora con diversi marchi. A guardare le sue fotografie potrebbe essere una delle tante modelle che hanno costruito la propria popolarità su Instagram. Eppure, Aitana non è mai stata davanti a una macchina fotografica, non è mai andata a uno shooting e non ha mai indossato gli abiti che pubblicizza. A crearla è stata The Clueless, agenzia spagnola che ha deciso di dare vita a una modella interamente digitale, capace di lavorare come testimonial senza esistere realmente. Ogni sua fotografia, espressione o collaborazione commerciale viene progettata e gestita ma soprattutto è soltanto digitale, senza alcunché di reale. Quello degli influencer virtuali è un fenomeno
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DIGITAL & AI
DIGITAL & AI
però, la possibilità di avere un testimonial sul quale esercitare un controllo pressoché totale rappresenta un vantaggio non trascurabile. C'è però una questione meno semplice da affrontare, che riguarda il rapporto con il pubblico. Cosa succede quando quella persona non ha mai provato il prodotto che promuove, non ha mai fatto il viaggio che descrive e non ha una vita fuori dallo schermo? Il contenuto può funzionare ugualmente, certo, ma cambia la natura del rapporto con chi lo guarda e in tal senso non è scontato che il tutto funzioni. Un'ampia analisi di studi pubblicata nel 2026 sul marketing degli influencer virtuali rileva che questi personaggi attirano attenzione e curiosità, ma risultano generalmente meno credibili degli influencer umani. C'è da considerare poi il tema della trasparenza. L'AI Act europeo, entrato in vigore lo scorso agosto, richiede in determinate circostanze di rendere riconoscibili i contenuti artificiali e informare le persone quando interagiscono con sistemi AI. Al di là delle responsabilità etiche e delle norme, dichiarare con chiarezza chi, o cosa, stia parlando è una scelta che incide sulla reputazione di un marchio. Gli influencer sintetici possono diventare personaggi originali, perfino divertenti, senza dover fingere di essere persone reali anche perché, come dimostrano cinema, fumetti e videogiochi dimostrano da decenni, il pubblico è perfettamente capace di affezionarsi a qualcuno che non esiste. Quando però quel personaggio entra nel mercato pubblicitario e comincia a consigliare prodotti, la situazione diventa più delicata perché raccontare una storia inventata è perfettamente legittimo ma farla passare per un'esperienza personale, soprattutto quando serve a convincere qualcuno a comprare qualcosa, è tutta un'altra faccenda. E qui che si gioca la partita degli AI Influencer: sapranno essere credibili e conquistare la fiducia? A meno che, col progresso tecnologico continuo, non diventi davvero impossibile distinguere un influencer vero da uno generato dall’AI.
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consente invece di immergersi nei modelli tridimensionali, percepire le dimensioni degli ambienti e comprenderne il funzionamento.
Valentina Todesca
Non si tratta più soltanto di osservare un progetto attraverso uno schermo. Con un visore è possibile camminare virtualmente all'interno di un edificio ancora da costruire, valutare l'ampiezza degli spazi, la disposizione degli arredi, le relazioni tra gli ambienti e persino l'effetto della luce.
Entrare in una casa che ancora non esiste, attraversare una piazza prima che venga riqualificata, osservare come la luce naturale attraverserà un edificio o modificare in pochi istanti materiali e configurazioni: realtà virtuale e intelligenza artificiale stanno trasformando il processo progettuale, rendendo possibile non soltanto rappresentare il futuro, ma sperimentarlo e modificarlo prima che diventi realtà. Le due tecnologie svolgono funzioni differenti, ma sempre più complementari. L'intelligenza artificiale può supportare il progettista nell'elaborazione di alternative, nell'analisi dei dati e nella valutazione delle soluzioni. La realtà virtuale
Esistono già software che rendono queste esperienze accessibili ai professionisti. Twinmotion, sviluppato da Epic Games, permette di trasformare modelli architettonici in ambienti tridimensionali realistici e presentazioni immersive. Enscape, integrabile con i principali strumenti di progettazione, consente di esplorare in tempo reale gli edifici
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REALTÀ AUMENTATA E VIRTUALE
e, attraverso visori come Meta Quest 3, sperimentare gli spazi in realtà virtuale.
linguaggio tecnico dell'architettura diventa così più comprensibile e accessibile anche a chi non possiede competenze specialistiche.
Parallelamente, l'intelligenza artificiale amplia le possibilità della fase creativa. Autodesk Forma supporta le prime fasi di progettazione urbana e architettonica attraverso analisi ambientali, anche basate su algoritmi di machine learning, utili per valutare aspetti come vento e rumore. Veras, applicazione AI utilizzabile con software come Revit e SketchUp, permette invece di generare rapidamente visualizzazioni e sperimentare differenti materiali, atmosfere e soluzioni estetiche a partire da modelli esistenti.
La progettazione può trasformarsi in un processo maggiormente condiviso, nel quale gli utenti non sono soltanto destinatari delle scelte, ma possono contribuire alla loro definizione. Un'altra prospettiva riguarda la sostenibilità. La possibilità di confrontare alternative progettuali, integrando simulazioni immersive con analisi energetiche e ambientali, può favorire decisioni più consapevoli, limitando sprechi e interventi correttivi. Anche il recupero degli edifici esistenti e la rigenerazione urbana possono beneficiare di strumenti capaci di visualizzare differenti scenari di trasformazione.
Il cambiamento più interessante riguarda però il metodo. Tradizionalmente il progetto veniva elaborato, rappresentato e successivamente realizzato, lasciando spesso alla costruzione il compito di rivelare eventuali criticità. Oggi molte scelte possono essere anticipate, confrontate e corrette attraverso strumenti digitali.
Naturalmente, nessun algoritmo può sostituire la sensibilità del progettista, la conoscenza dei luoghi o la comprensione dei bisogni delle persone. L'intelligenza artificiale non garantisce automaticamente soluzioni migliori e la realtà virtuale non sostituisce le necessarie verifiche tecniche. La vera innovazione consiste piuttosto nell'ampliare le possibilità di scelta, rendendo il progetto un processo più aperto, sperimentale e consapevole.
Una finestra mal posizionata, un percorso poco funzionale o un ambiente percepito come troppo stretto possono essere individuati prima dell'apertura del cantiere. Non tutte le verifiche possono essere affidate a una simulazione, ma la possibilità di sperimentare differenti soluzioni riduce il rischio di errori e modifiche successive.
Perché costruire significa assumersi una responsabilità verso luoghi e persone. E poter esplorare il futuro prima di realizzarlo rappresenta una straordinaria opportunità: quella di immaginare, correggere e migliorare gli spazi prima che diventino parte della nostra vita quotidiana
Queste tecnologie introducono anche una nuova dimensione partecipativa. Un cittadino può esplorare il progetto di una piazza, una famiglia può visitare la propria futura abitazione, gli insegnanti possono valutare l'organizzazione degli spazi di una scuola. Il
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L’APPROFONDIMENTO: TRADING
senza possederla. Una parte del problema riguarda la distanza tra la facilità di accesso e le competenze richieste. Un’app può rendere immediato l’acquisto, ma non può decidere quanto rischio sia sostenibile per chi la usa. Con la leva finanziaria, poi, si possono aprire posizioni superiori al capitale impiegato: aumentano i guadagni potenziali, ma anche le perdite. Basta quindi un movimento sfavorevole relativamente piccolo per incidere molto sul denaro disponibile. Le aspettative possono complicare ulteriormente le decisioni. Chi comincia pensando di ricavare uno stipendio dal trading rischia di sentirsi obbligato a operare ogni giorno, anche quando non individua occasioni coerenti con il proprio metodo.
Vincenzo Giannatiempo Aprire un conto di trading richiede pochi passaggi, ma guadagnare con continuità è molto più complicato. Nel 2018 ESMA, l’autorità europea che vigila sui mercati finanziari, riportava analisi condotte in diversi Paesi dell’Unione: tra il 74% e l’89% dei conti degli investitori al dettaglio perdeva denaro facendo trading sui CFD, con perdite medie per cliente comprese tra 1.600 e 29.000 euro. Come I CFD, o contratti per differenza, permettono di speculare sulle variazioni di prezzo di un’attività
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L’APPROFONDIMENTO: TRADING
Dopo una perdita può aumentare l’esposizione per recuperare in fretta; dopo qualche guadagno ci si potrebbe convince di avere capito il mercato e accettare rischi maggiori e ovviamente non c'è bisogno di particolare fantasia per capire che non è così. Questa è la trappola del drawdown. Possiamo affermare con sicurezza che non esiste un segreto da svelare per comprendere i mercati, ma sicuramente ci sono cose da non fare, come ad esempio cadere in tale trappola. Facciamo un esempio pratico: se da 10.000 euro scendi a 8.000, perdi il 20%. Per tornare al punto di partenza, però, devi guadagnare il 25%, perché ora parti da un capitale più piccolo. Se perdi il 50%, devi raddoppiare ciò che resta. Più il conto scende, più aumenta il rendimento necessario per recuperare. Il problema si aggrava quando provi ad accelerare il recupero aumentando il rischio. Anche mantenere invariato l’importo che accetti di perdere per operazione può renderti più esposto, siccome rischiare 200 euro su un conto da 10.000 significa mettere in gioco il 2%; su un conto sceso a 5.000, la stessa cifra vale il 4%. Puoi quindi diventare più aggressivo senza nemmeno accorgertene. La voglia di tornare in pari, intanto, può spingerti ad abbandonare i criteri con cui avevi iniziato. Per questo stabilire in anticipo quanto rischiare e quando fermarsi per rivedere il metodo conta più della fretta di recuperare. Il saldo che avevi ieri non rende più conveniente l’operazione che stai per aprire. Prima di aprire un’altra posizione, vale quindi la pena chiedersi se la si sceglierebbe anche senza quella perdita da recuperare. Se la risposta è no, la fretta sta già condizionando la decisione. Lasciare l’app chiusa può sembrare frustrante, soprattutto quando tutto invita a fare un altro tentativo. Ma poter operare in qualsiasi momento non significa avere sempre un buon motivo per farlo.
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WONDERWEB
nelle leggende è costretto a rispettare i patti. Jack si ritrovò allora in una situazione impossibile. Respinto dal Paradiso. Escluso dall'Inferno. Condannato a vagare per sempre nell'oscurità tra due mondi. Vedendolo sparire nel buio, il diavolo gli lanciò un tizzone ardente proveniente dalle fiamme infernali. Jack lo raccolse e lo infilò dentro una rapa scavata per proteggerlo dal vento. Poi si incamminò nella notte. Da allora, racconta la leggenda, continua a camminare. Solo. Con la sua lanterna. Per secoli gli irlandesi intagliarono rape per ricordare quella storia e per tenere lontani gli spiriti che si credeva vagassero durante le notti d'autunno. Poi arrivò il grande viaggio. Nell'Ottocento, migliaia di irlandesi attraversarono l'oceano e raggiunsero l'America portando con sé racconti, usanze e superstizioni. Fu lì che la leggenda cambiò volto. Le rape erano piccole, dure da scavare e poco diffuse. Le zucche, invece, erano grandi, luminose e perfette per diventare lanterne. Così, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, la rapa di Jack si trasformò in una zucca. E quella zucca attraversò il tempo. Oggi la vediamo sorridere dalle finestre, illuminare i giardini e decorare le notti di Halloween. Pochi conoscono il nome di Jack. Eppure, ogni volta che una candela si accende dentro una zucca intagliata, una vecchia leggenda irlandese continua a vivere. La storia di un uomo che riuscì a ingannare il diavolo. Due volte. Ma che non riuscì mai a sfuggire alle conseguenze delle proprie scelte. E forse è proprio per questo che la sua lanterna continua a brillare dopo tanti secoli. Per ricordarci che alcune storie, proprio come certe fiamme, non si spengono mai davvero.
Ornella Giordano Molto prima delle zucche illuminate sui davanzali e dei bambini travestiti che bussano alle porte in cerca di dolcetti, nelle campagne d'Irlanda si raccontava una storia inquietante. Era la storia di Jack. Non era un eroe. Non era un cavaliere. Non era nemmeno una persona particolarmente buona. Jack era un fabbro astuto, famoso per avere sempre una battuta pronta e un trucco nascosto nella manica. Talmente astuto, si diceva, da riuscire perfino a ingannare il diavolo. Una sera, in una taverna avvolta dal fumo e dalla luce tremolante delle candele, Jack si trovò faccia a faccia con lui. Il diavolo era venuto a reclamare la sua anima. Ma Jack non aveva alcuna intenzione di seguirlo. Con la scusa di voler bere un ultimo bicchiere, convinse il diavolo a trasformarsi in una moneta per pagare il conto. Appena lo fece, Jack afferrò la moneta e la rinchiuse in tasca accanto a una croce d'argento. Il diavolo rimase intrappolato. Furioso. Impotente. Per ottenere la libertà dovette accettare un patto: per dieci anni non avrebbe più disturbato Jack e non avrebbe reclamato la sua anima. Dieci anni passarono in fretta. Quando il diavolo tornò, convinto che fosse arrivato il momento della resa dei conti, Jack riuscì a ingannarlo ancora. Gli chiese di cogliere una mela da un albero per lui. Il diavolo accettò e si arrampicò tra i rami. Fu allora che Jack incise una croce sul tronco. Ancora una volta il diavolo rimase prigioniero. E ancora una volta fu costretto a negoziare. Alcune versioni raccontano che promise di non reclamare mai la sua anima. Altre parlano di un patto ancora più lungo. Ma tutte concordano su una cosa: Jack riuscì per la seconda volta a beffare il principe delle tenebre. Per un po', almeno. Perché nessuno può ingannare la morte. Quando arrivò il suo momento, Jack si presentò alle porte del Paradiso. Ma gli furono chiuse. La sua vita non era stata abbastanza virtuosa. Così si diresse verso l'Inferno. Lì trovò il diavolo che lo aspettava. Ma il diavolo non poteva prenderlo. Aveva dato la sua parola. E, per quanto possa sembrare strano, persino il diavolo
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EVENTI E OPPORTUNITÀ
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EVENTI E OPPORTUNITÀ
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EVENTI E OPPORTUNITA’
Marchi+ 2026, misura del MIMIT per la tutela dei marchi all’estero Il Bando Marchi+2026, promosso dal Dipartimento per le politiche per le imprese - Direzione generale per gli incentivi alle imprese del Ministero
delle
Imprese
e
del
Made
in
Italy
e
gestito
dall’Unioncamere, intende sostenere le imprese di micro, piccola e media dimensione nella tutela dei marchi all’estero attraverso l'acquisizione di servizi specialistici esterni. Due le misure previste:
Disegni+2026: misura per la valorizzazione di disegni e modelli su mercati nazionali e internazionali
Misura A: Agevolazioni per favorire la registrazione di marchi dell’Unione europea e Misura B: Agevolazioni per favorire la registrazione di marchi internazionali. Le risorse finanziarie del Bando Marchi+2026 ammontano a euro 2.000.000,00. La domanda di partecipazione potrà essere presentata a partire dalle ore 12:00 del 3 dicembre. Per domande e informazioni clicca qui
Supporto per l’acquisto di servizi specialistici finalizzati alla valorizzazione economica di un brevetto A partire dalle ore 12:00 del 25 novembre 2026 sarà possibile presentare le domande per la misura del MIMIT, Brevetti + 2026, l'incentivo rivolto a micro, piccole e medie imprese per la valorizzazione economica dei brevetti, promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e gestito da Invitalia. milioni
di
euro.
La
misura
è
La dotazione finanziaria è di 20 finalizzata all'acquisto
di
servizi
specialistici per la valorizzazione economica di un brevetto in termini di redditività,
produttività e
sviluppo
di
finanziare
i
servizi
specialistici:
seguenti
mercato.
L’incentivo
può
progettazione,
ingegnerizzazione e industrializzazione; organizzazione e sviluppo; trasferimento tecnologico. Per domanda e info clicca qui.
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Il Bando Disegni+2026 promosso dal Dipartimento per le politiche per le imprese Direzione Generale per gli incentivi alle imprese del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e gestito dall’Unioncamere, intende sostenere la capacità innovativa e competitiva delle PMI attraverso la valorizzazione dei disegni/modelli sui mercati nazionale e internazionale. Oggetto dell’agevolazione è la realizzazione di un progetto finalizzato alla valorizzazione di un disegno/modello singolo o di uno o più disegni/modelli appartenenti al medesimo deposito multiplo. Le agevolazioni sono concesse fino all’80% delle spese ammissibili entro l’importo massimo di euro 60.000,00. La domanda di partecipazione potrà essere presentata a partire dalle ore 12:00 del 17 dicembre 2026 e fino alle ore 18.00 del medesimo giorno. Maggior informazioni clicca qui.
Gennaro Sepe
Film del 2024 diretto da Aaron Schimberg, A Different Man è una pellicola capace di cambiare natura proprio come il suo protagonista. La storia è incentrata su Edward, un aspirante attore affetto da neurofibromatosi, una malattia che gli ha causato una deformità facciale e che sembra rappresentare l’ostacolo più grande della sua vita. Edward ha difficoltà a relazionarsi con altre persone, parla a bassa voce, distoglie lo sguardo, cammina lentamente e sembra avere costantemente la sensazione di essere osservato. Anche la sua carriera lavorativa non sembra mai decollare, dato che i pochi lavori che riesce a ottenere sembrano legati esclusivamente al suo aspetto e alla sua prigione mentale. La situazione cambia quando conosce Ingrid, la sua nuova vicina di casa, aspirante scrittrice e drammaturga. Tra i due nasce un rapporto diverso, con Ingrid che sembra provare qualcosa di più che semplice amicizia per Edward. Nonostante alcuni momenti di avvicinamento, anche fisici, lui non riesce mai a compiere il passo decisivo. Sembra quasi che ogni possibilità di felicità si scontri con la sua insicurezza e con l’idea che non possa davvero essere amato dagli altri. In più di una scena si vede Edward desiderare ciò che vede nelle vite delle altre persone, ma quando ha finalmente l’occasione davanti, non riesce a coglierla. Proprio in questo momento, si comincia a mettere in discussione quella che sembrava essere la premessa più ovvia della storia: il suo aspetto. Se il tutto dovesse ricondursi alla sua faccia, allora basterebbe cambiarla. Edward decide così di sottoporsi a un trattamento sperimentale che potrebbe finalmente guarirlo dalla sua condizione. Dopo l’esperimento, e tanti effetti collaterali, il trattamento ha successo ed Edward rinasce letteralmente come Guy Moratz. Successivamente, decide di far credere a tutti che Edward si sia suicidato e si
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WONDERMOVIE prepara a vivere la vita che ha sempre desiderato. Guy diventa un agente immobiliare di successo, ha fortuna con le donne e riesce finalmente a muoversi nel mondo con una sicurezza che il vecchio Edward non avrebbe mai avuto. Un giorno, passando davanti a un piccolo teatro, vede una locandina di un piccolo spettacolo teatrale chiamato “Edward” e scritto da Ingrid. Decide di presentarsi al provino utilizzando una vecchia maschera realizzata dai medici prima del trattamento. Viene scelto per interpretare Edward, proprio quella persona che ha cercato in tutti i modi di lasciarsi alle spalle, ma che sembra non riuscire ad abbandonare. In questo momento il film cambia nuovamente direzione. Anche se sembrava andare tutto per il meglio, l’arrivo di Oswald manda tutto in malora. Oswald è un uomo affetto dalla stessa condizione di Edward, ma rappresenta esattamente ciò che Edward non è mai riuscito a essere. Fin da subito si dimostra estroverso, carismatico, gentile, pieno di talenti e non ha alcuna vergogna del suo aspetto. Proprio questo suo modo di vivere rende la sua presenza un problema nella vita di Guy, che da questo momento inizierà una discesa nella disperazione e compirà gesti estremi come forma di espressione dell’odio accumulato dentro di sé. Sembra quasi che l’intera pellicola possa essere suddivisa in due parti principali. Nella prima si ricerca la prospettiva, in quanto lo spettatore viene costretto a vedere il mondo attraverso gli occhi di Edward, ma la cosa interessante è che viene fatto capire anche che il problema è molto più radicato nella sua persona. Di fatto, Edward ha costruito una prigione e se qualcuno prova ad aiutarlo ad uscire, lui decide di rimanere all’interno. La storia ci fa capire che cambiare l’aspetto esteriore è pressoché inutile se tutto ciò che abbiamo dentro rimane uguale. Edward può cambiare volto, ma non può far scomparire nel nulla anni di insicurezza e odio verso sé stesso. Si prosegue con la seconda parte, che estremizza ancora di più il messaggio. Nonostante Guy stia vivendo una vita di successo, dentro di sé sa che lui non è il vero Edward. Questa sua ossessione per la vecchia identità riemerge attraverso il teatro e verso l’odio per Oswald. In pratica, Schimberg è riuscito a costruire una storia che parte come una riflessione sulla discriminazione e sull’aspetto fisico, ma che si trasforma progressivamente in una riflessione sull’identità e sull’accettazione di sé.
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APP E VIDEOGIOCHI
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APP E VIDEOGIOCHI
Luigi Zito N o n s o l t a n t o u n n u o v o t i t o lo d i g u i d a , m a u n v e r o e p r o p r io r i t o r n o a l p a s s at o v i d eo l u d ic o t r a d e r a p a t e e c o r se p a z ze Crazy Taxi: World Tour è il nuovo capitolo della storica serie arcade di SEGA, pronta a tornare nel 2027 dopo anni di assenza. Per molti giocatori non sarà soltanto un nuovo titolo di guida, ma un vero e proprio ritorno al passato videoludico, capace di rievocare le corse in taxi degli anni ’90 e 2000, quando l’unico obiettivo era raccogliere più clienti possibile e portarli a destinazione prima che il tempo scadesse. World Tour vuole recuperare quella sensazione, modernizzandola senza rinunciare agli elementi che hanno reso Crazy Taxi un'icona del suo genere. La grafica è stata aggiornata con ambientazioni e veicoli più dettagliati, mantenendo un impatto visivo accompagnato da effetti spettacolari, movimenti esagerati e dal caos identitario della serie. Al centro dell'avventura c’è Axel, impegnato a recuperare il taxi rubato e a inseguire un'organizzazione di criminali mascherati. Il giocatore non sarà comunque legato a un solo personaggio: il titolo prevede infatti quattro piloti giocabili con cui affrontare le varie sfide, in una campagna che porterà a esplorare cinque città, con diversi terreni pensati per mettere alla prova le più affinate abilità di guida. Il gameplay rimane fedele alla formula originale: derapate, salti e manovre spericolate saranno fondamentali per attraversare il traffico, guadagnare tempo e aumentare gli incassi. Si aggiungeranno nuove missioni, sfide e attività secondarie con mappe dinamiche. Sarà inoltre possibile sbloccare e personalizzare veicoli, ampliando una formula originariamente basata su semplicità e immediatezza. Tra le novità più importanti figura il multiplayer. Il Closed Network Test permetterà di provare Pickup Race, in cui consegnare i passeggeri prima degli avversari, e Cops ’N’ Cabbies, modalità che contrappone taxi e polizia. Saranno disponibili partite classificate e personalizzabili, pronte a dare alla follia di Crazy Taxi una dimensione competitiva. Non mancherà la possibilità di rivivere l’esperienza classica con l’Arcade Mode, basata sulla corsa contro il tempo e sul miglior punteggio. È qui che il titolo dovrà dimostrare di saper parlare ai giocatori che hanno conosciuto la serie da giovani. Se manterrà intatto il senso di velocità e caos che lo ha reso un simbolo dell’era arcade, World Tour potrà diventare un ponte tra due generazioni: un classico capace di conservare le sue “vibes”, ma con una veste moderna e contenuti adatti ai nuovi videogiocatori.
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L’APPROFONDIMENTO: ATTUALITÀ
Gennaro Sepe Nell’agosto 2025 Google ha annunciato che, a partire dal 2027, ogni sviluppatore Android dovrà registrarsi presso Google affinché le proprie applicazioni possano essere installate sui dispositivi Android. E non si parla solamente delle app distribuite tramite Play Store, dato che la regola riguarderà anche quelle scaricate da F-Droid o create per semplice uso personale. Per registrarsi sarà necessario pagare una tassa, accettare i termini e le condizioni di Google, fornire un documento di identità, dimostrare di possedere la chiave privata usata per firmare le applicazioni e comunicare gli identificatori delle app attuali e future. Il problema nasce come questione di principio. Tutti gli appassionati di tecnologia hanno sempre scelto Android anche perché è sempre stato presentato come un sistema operativo aperto, nel quale l’utente è libero di fare ciò che vuole. Ora questo modello sta venendo progressivamente meno, senza che si possa fare nulla per impedirlo anche dopo aver acquistato un dispositivo. Come al solito la giustificazione è la sicurezza, ma il servizio Google Play Protect è già in grado di analizzare le applicazioni alla ricerca di malware, indipendentemente dall’identità dello sviluppatore. Rendere obbligatoria l’identificazione significa quindi accettare la creazione di un sistema in grado di registrare e tracciare ogni sviluppatore. Il fatto che sia ancora possibile effettuare il sideloading non rende la questione meno seriosa, dato che il meccanismo di deterrenza passa attraverso i Play Services e non direttamente attraverso il sistema operativo... Infine, uscirsene con un “anche Apple fa così” non aiuta di certo. Android è nato con una filosofia diversa e l’Unione Europea sta già cercando di contrastare proprio questa filosofia di controllo sugli ecosistemi digitali attraverso l’imposizione del Digital Markets Act. Il punto centrale non è Google in particolare, anche se non sembra proprio in grado di fare una cosa che rispetti i diritti delle persone...Se lasciamo passare anche questo caso, si creerà un ulteriore precedente che consentirebbe in futuro di trasformare i nostri dispositivi in sistemi di controllo che decidono unilateralmente cosa in che modo possono essere utilizzati.
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MARKETING E COMUNICAZIONE
Maria Minotti “La luce deve essere accesa anche al Sud”. Sono bastate poche parole di Fiorello, pronunciate domenica 18 ottobre durante un collegamento con il Tg1, per portare al centro della discussione una questione che va ben oltre la protesta degli autotrasportatori portata avanti in questi giorni al Sud Italia. Il conduttore ha richiamato l'attenzione su quanto stava accadendo al meridione, sottolineando come migliaia di lavoratori stessero manifestando senza ricorrere alla violenza. La risposta della giornalista Emma D'Aquino è arrivata immediatamente: “Ne abbiamo parlato”. Uno scambio brevissimo, quasi incidentale. Eppure sufficiente a sollevare una domanda che chiunque dovrebbe porsi: raccontare una notizia significa automaticamente darle la visibilità che merita? Per diversi giorni il Mezzogiorno è stato attraversato dalle proteste di autotrasportatori e agricoltori contro il caro carburanti. Tra Campania, Calabria, Puglia, Basilicata e Sicilia, presidi e blocchi hanno rallentato la distribuzione delle merci, provocando difficoltà nei rifornimenti e lasciando vuoti o semivuoti gli scaffali di diversi supermercati. Un disagio concreto, che riguarda lavoratori, imprese e consumatori. Non una questione confinata a qualche
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MARKETING E COMUNICAZIONE svincolo autostradale. Il funzionamento della logistica nazionale dipende da una rete di collegamenti nella quale anche una mobilitazione territorialmente circoscritta può avere effetti ben più ampi. Quando si interrompono le consegne, le conseguenze non restano ferme al luogo inizia la protesta. Viaggiano, esattamente come le merci che non riescono più a raggiungere la loro destinazione. Nelle stesse giornate, intanto, l'attenzione pubblica si è concentrata anche sugli scontri avvenuti a Milano, dove alcune manifestazioni contro il carovita sono degenerate in episodi di violenza, saccheggi e danneggiamenti. Immagini forti, facilmente riconoscibili, capaci di dominare il racconto televisivo. Ed è giusto che fatti del genere vengano documentati. La violenza nelle piazze costituisce una notizia, senza dubbio. Ma lo è anche una protesta pacifica che mette in difficoltà la distribuzione alimentare di più regioni. Eppure i due fenomeni sembrano suscitare una percezione molto diversa della loro presenza nell'informazione nazionale. È proprio qui che comincia la nostra riflessione. Perché sembra che il valore informativo di un evento non coincide necessariamente con il suo potenziale spettacolare. Una carica della polizia, una vetrina infranta o un'automobile incendiata offrono immagini che attirano immediatamente l'attenzione. Una fila di camion fermi, le difficoltà economiche di un'impresa di trasporti o le conseguenze dell'aumento del gasolio richiedono invece spiegazioni, testimonianze, contesto. Sono storie meno immediate da trasformare in televisione. Ma non per questo meno importanti. Esiste un concetto, nelle scienze della comunicazione, che aiuta a comprendere il fenomeno: l’agenda-setting. Teorizzato da Maxwell McCombs e Donald Shaw negli anni Settanta, descrive la capacità dei mezzi di informazione di influenzare l'importanza che il pubblico attribuisce ai diversi temi. I media non stabiliscono necessariamente cosa dobbiamo pensare, ma contribuiscono a determinare ciò su cui concentriamo la nostra attenzione. Un servizio trasmesso in apertura, ripreso nelle edizioni successive e accompagnato da approfondimenti assume un peso diverso rispetto a una notizia
confinata in pochi secondi di cronaca. Anche quando entrambe sono formalmente presenti nel notiziario. Chi lavora nel marketing conosce bene il peso della visibilità. Non basta che un messaggio raggiunga potenzialmente il pubblico: contano la posizione, la frequenza e il contesto in cui viene presentato. Nell'informazione televisiva il meccanismo è simile, pur rispondendo a finalità e responsabilità differenti. Una notizia raccontata ripetutamente viene riconosciuta come centrale. Una vicenda che compare sporadicamente può rimanere ai margini della percezione collettiva. Le scelte di montaggio, il tempo dedicato ai servizi, l'ordine della scaletta e persino le immagini selezionate concorrono a costruire quella che, per molti telespettatori, diventerà la rappresentazione della giornata. E il peso di queste scelte è tutt'altro che trascurabile. Secondo il 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, pubblicato nell'aprile 2026, la televisione raggiunge complessivamente il 93,2% degli italiani, considerando le diverse modalità di fruizione. Il 79,5% utilizza ancora la televisione tradizionale, mentre i telegiornali, pur in calo, rappresentano una fonte d'informazione per il 43,9% della popolazione. Numeri che spiegano perché, nell'epoca dei social network e delle notizie consultabili in tempo reale, i notiziari televisivi conservino una responsabilità enorme. Per una parte consistente del pubblico, soprattutto per chi segue meno assiduamente i
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MARKETING E COMUNICAZIONE Nel caso della protesta degli autotrasportatori, questo rischio è evidente. Concentrarsi esclusivamente sulle difficoltà nei rifornimenti può trasformare i manifestanti, agli occhi dei telespettatori, nei responsabili di un problema, lasciando sullo sfondo le condizioni che hanno originato la mobilitazione. D'altra parte, ignorare i danni provocati dai blocchi significherebbe offrire un racconto altrettanto incompleto. Informare richiede di tenere insieme entrambe le dimensioni. E soprattutto di riconoscere che la comprensione di una crisi economica non può essere affidata soltanto alle immagini delle sue conseguenze. Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che i telegiornali nazionali abbiano completamente ignorato la protesta. Il Tg1 ha realizzato servizi dedicati, così come altre testate televisive, tra cui Sky Tg24, hanno seguito l'evoluzione della situazione. La replica di Emma D'Aquino a Fiorello, dunque, richiama un fatto reale. La questione, però, rimane aperta. Quanto spazio è stato riservato alla vicenda nelle edizioni di maggiore ascolto? Quante volte sono state approfondite le cause rispetto alle conseguenze? Quale rilevanza ha avuto la protesta prima che la mancanza di prodotti nei supermercati rendesse la situazione particolarmente visibile? Un'analisi pubblicata da OsservatorioTG il 19 ottobre offre dati particolarmente significativi. Lo studio ha esaminato 140 edizioni nazionali di sette telegiornali — Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto e Tg La7 — trasmesse tra il 28 settembre e il 17 ottobre. Il risultato è eloquente: dal 29 settembre al 14 ottobre, per sedici giorni e 112 edizioni totali, nessuna delle sette testate ha dedicato un servizio autonomo alla protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud. Soltanto quattro brevi accenni all'interno di notizie dedicate ad altri argomenti. Tra l'11 e il 14 ottobre, addirittura, nessuna menzione. La situazione cambia il 15 ottobre, quando la protesta entra nelle scalette di sei reti su sette, per poi comparire su tutte il giorno successivo. Il 17 ottobre, però, la copertura scende nuovamente a cinque testate: TG4 e Studio Aperto non ne parlano. Nella stessa giornata, invece, le manifestazioni francesi contro il carovita trovano spazio in tutti e sette i telegiornali nazionali. E non è soltanto una
canali digitali, il TG continua a essere un appuntamento quotidiano attraverso cui conoscere e interpretare ciò che succede nel Paese. Non tutti trascorrono la giornata consultando siti d'informazione, seguendo dirette sui social o cercando aggiornamenti. Molte persone accendono il televisore e affidano al notiziario il compito di raccontare i fatti principali. Se una protesta riceve poco spazio, o viene presentata prevalentemente attraverso i disagi che provoca, il pubblico rischia di coglierne soltanto una parte. Può sapere che un'autostrada è bloccata senza comprendere perché quei lavoratori abbiano deciso di fermarsi. Può vedere gli scaffali vuoti senza conoscere le difficoltà economiche che hanno portato alla mobilitazione. Questo introduce un secondo tema, altrettanto importante: il modo in cui le notizie vengono incorniciate. Nel linguaggio della comunicazione si parla di framing, ovvero della prospettiva attraverso cui un fatto viene presentato e interpretato. Raccontare uno sciopero principalmente come un problema per la circolazione significa offrire al pubblico una chiave di lettura centrata sul disagio che esso arreca. Raccontarlo attraverso le ragioni dei manifestanti, i dati sui costi e le possibili risposte istituzionali permette di comprendere anche le cause. Nessuna delle due prospettive è necessariamente falsa. Ma la scelta di privilegiarne una modifica il significato complessivo della notizia.
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MARKETING E COMUNICAZIONE questione di presenza. Dei diciotto servizi dedicati alla mobilitazione italiana tra il 15 e il 17 ottobre, quattordici si concentrano sui disagi per i cittadini e altrettanti sulla risposta del governo, mentre soltanto sei riportano richieste precise dei manifestanti. Ne emerge una tendenza interessante: la protesta sembra acquistare rilevanza televisiva soprattutto quando produce conseguenze tangibili per i consumatori o sollecita una risposta istituzionale. Non è la dimostrazione di una censura organizzata, ma il segnale di simili criteri di selezione delle notizie tra emittenti pubbliche e private. E proprio questa omogeneità dovrebbe far riflettere sul potere dei telegiornali di stabilire quando un problema diventa abbastanza importante da meritare attenzione. C'è un dettaglio che rende questi numeri ancora più significativi: gran parte del silenzio precede gli scontri di Milano. La scarsa attenzione alle proteste meridionali, quindi, non può essere spiegata semplicemente con la concorrenza di fatti di cronaca più spettacolari. Il problema sembra essere precedente, e riguarda il modo in cui una mobilitazione economica conquista, o meno, il diritto di entrare nell'agenda dell'informazione nazionale. Ed è proprio questa uniformità tra testate, tanto pubbliche quanto private, a sollevare un interrogativo ben più scomodo. Possibile che sette redazioni nazionali, con linee editoriali e proprietà differenti, abbiano scelto quasi contemporaneamente di lasciare ai margini una protesta di tale portata? È soltanto il risultato di criteri editoriali sorprendentemente simili, oppure queste scelte risentono anche di condizionamenti politici, più o meno espliciti, che finiscono per influenzare ciò che milioni di italiani vedono ogni giorno? Quando una mobilitazione mette in discussione il costo dei carburanti, la pressione fiscale e la capacità del governo di rispondere alle difficoltà economiche di interi settori produttivi, è legittimo chiedersi quanto la politica possa influenzare ciò che arriva sugli schermi degli italiani. Non necessariamente attraverso ordini espliciti o divieti di pubblicazione. Le pressioni possono assumere forme meno riconoscibili, dalle convenienze editoriali all'autocensura, fino alla tendenza a evitare argomenti politicamente scomodi. Naturalmente, i
dati disponibili non dimostrano l'esistenza di interferenze governative. Ma una domanda rimane: “chi decide davvero cosa gli italiani debbano sapere, e quanto potere può esercitare la politica su questa scelta?” Perché la censura, qualora si manifestasse, non avrebbe necessariamente bisogno di cancellare una notizia. Potrebbe bastare relegarla in fondo alla scaletta, dedicarle pochi secondi o aspettare che il problema diventi impossibile da ignorare. In questo scenario, i social network hanno assunto una funzione particolare. Video degli scaffali vuoti, testimonianze dei camionisti, immagini dei presidi e racconti dei commercianti circolano online, offrendo una visibilità che non dipende dalle scalette dei notiziari. Ma davvero dovrebbe spettare ai cittadini sopperire alle mancanze dei grandi mezzi d'informazione? La forza di queste testimonianze sta
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MARKETING E COMUNICAZIONE convinzione che alcune vicende vengano sistematicamente sottovalutate, il rapporto di fiducia si indebolisce. Anche quando quella convinzione non corrisponde alla realtà. Le redazioni devono quindi preoccuparsi quanto della qualità delle informazioni date quanto della coerenza con cui rendono riconoscibile la loro rilevanza. L'intervento di Fiorello al Tg1 è interessante proprio per questo. Non ha rivelato una notizia sconosciuta, né ha dimostrato l'esistenza di un blackout informativo. Ha dato voce, attraverso uno dei programmi televisivi più riconoscibili del Paese, a una richiesta di attenzione. E il fatto che sia stato necessario l'intervento di un personaggio televisivo per riportare la discussione sulla visibilità della protesta merita una riflessione. A volte il problema della comunicazione emerge più chiaramente nel momento in cui qualcuno mette in discussione il modo in cui una notizia è stata raccontata. Intanto, tra incontri e sblocchi di fondi, il confronto politico è entrato in una fase concreta. La copertura del fatto, però, non può esaurirsi quando vengono annunciati i primi provvedimenti. È nei giorni successivi che si misura la qualità dell'informazione: verificare se le risorse promesse raggiungano le imprese e capire cosa sia cambiato davvero. Altrimenti il rischio è che la notizia scompaia insieme all'emergenza, mentre le ragioni che l'hanno provocata rimangono irrisolte. La questione, quindi, riguarda il potere dei telegiornali di determinare quali problemi meritino attenzione e con quale continuità debbano essere raccontati. Perché il silenzio mediatico non coincide per forza con l'assenza di una notizia. Può rivelarsi con la sua marginalità, in una narrazione incompleta o in un'attenzione che si accende solo quando le conseguenze diventano impossibili da ignorare. Informare, del resto, non significa solo riferire ciò che accade, ma fornire al pubblico gli strumenti per comprenderne la portata. In un Paese in cui milioni di persone continuano ad affidarsi ai tg, questa responsabilità non è secondaria. Una notizia può essere stata trasmessa. Ma questo, da solo, non significa che sia stata davvero vista, compresa e ascoltata.
nella loro immediatezza, ma resta indispensabile il lavoro di verifica, approfondimento e contestualizzazione che dovrebbe contraddistinguere il giornalismo professionale. Il problema, allora, non è il cercare risposte sui social. È considerarli l'unico modo per conoscere ciò che accade in una parte del proprio Paese. E quando le persone devono affidarsi a video amatoriali per comprendere una vicenda di rilevanza nazionale, a essere messa in discussione non è soltanto la completezza dell'informazione televisiva. È la sua credibilità. E qui il problema diventa reputazionale. La credibilità è una delle risorse più preziose per un mezzo di comunicazione. Si costruisce nel tempo e dipende dalla fiducia che il pubblico ripone nella capacità di selezionare le informazioni in autonomia, accuratezza e senso delle proporzioni. Se gli spettatori maturano la
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SALERNO
Michele D’Eboli Nella cultura artistica rinascimentale meridionale, Andrea Sabatini nato nel 1480 ad Acquamela, nel circondario di Baronissi, rappresenta la personalità di maggiore spicco. Nonostante non si conoscano opere certe del periodo iniziale dell’artista, c’è una fonte coeva che racconta di una formazione del pittore a Napoli tra la fine del ‘400 e gli inizi del 1500. Qui il Sabatini ebbe modo di conoscere l’opera del Perugino conservata nel duomo di Napoli, la Pala dell’Assunta (foto in basso) e ne rimase talmente folgorato dalla novità stilistica da maturare la decisione di mettersi in viaggio verso Roma. È nella capitale che l’artista entrò nelle grazie di Raffaello con un periodo di apprendistato presso la sua bottega, partecipando poi anche alla decorazione delle Stanze Vaticane intorno al 1510. Proprio l’attenzione verso la maniera moderna, che stava maturando a Roma, ed il ruolo del pittore nell’aderirvi e nel propagarne i contenuti nella città partenopea gli valsero, da parte del biografo settecentesco Bernardo De Dominici, l’appellativo di “Raffaello di Napoli”. La produzione per la committenza della città di Salerno è abbastanza cospicua, in particolar modo l’avvio di una collaborazione con l’Ordine benedettino che si protrarrà fino agli ultimi anni della sua esistenza.
Delle numerose opere, due in particolar modo si caratterizzano per l’originalità del suo stile sulla scorta delle conoscenze maturate a Roma e diffusesi negli stessi territori del Viceregno meridionale: il Polittico di Buccino (1512), proveniente dalla chiesa di S. Antonio ed ora alla Pinacoteca Provinciale di Salerno e la Pietà, conservata nel Museo Diocesano (foto in alto). Il Polittico, con la Madonna delle Grazie, S. Michele Arcangelo ed i Santi Agostino e Antonio Abate, rispecchia una formula semplice basata su una regolarità delle geometrie, un forte senso plastico delle figure, colori vivaci ed una forte propensione all’ornamento visibile nei fondi in oro, nei gioielli e nei tessuti veri e propri. È una perfetta sintesi sabatiniana delle componenti tipiche di Raffaello e di Leonardo e naturalmente delle sue esperienze romane. Di non molto successivo è il bellissimo dipinto della Pietà, proveniente dalla Cattedrale di Salerno ed ora al Museo Diocesano, nella quale si evidenziano in particolar modo il San Michele Arcangelo, indubbiamente la più classica e raffaellesca delle comparse, e i due apostoli, Matteo e Girolamo, che rimandano chiaramente alle meravigliose figure della Scuola di Atene di Raffaello.
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