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Sonia Maritan UNA FIRMA INDELEBILE Pietro Ferrari DENTRO MILANO CITY LIFE

MILANO CITY LIFE

FARE ITALIA5


Editoriale

Sonia Maritan

MILANO CITY LIFE

Pietro Ferrari

UNA FIRMA INDELEBILE DENTRO MILANO CITY LIFE


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UNA FIRMA INDELEBILE

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Sonia Maritan.

Il progetto di riqualificazione del quartiere Fiera di Milano ha contribuito a cambiare il volto della città (nella quale sono nata), le ha dato uno skyline molto “lucente”, quello di una metropoli contemporanea che porta un messaggio nuovo, proiettato nel futuro di un’architettura che sale in alto, e ricuce, ridisegna, rivitalizza nuove porzioni urbane nel capoluogo della moda e del design; questo crea, in chi la vive e la ama, una forte “adrenalina” e stimoli più vigorosi ogni volta che si svela con una sua porzione rinnovata, proprio come accade di fronte a un nuovo incontro con qualcuno: c’è una nuova Milano da conoscere! La metamorfosi architettonica dello skyline ne ha modificate radicalmente le sembianze proponendo una nuova mescolanza di “vecchio” e di nuovo, quello di una città oggi in perenne divenire, che rende ancor più prezioso il denso tessuto storico, con il suo intreccio di corti e i piccoli spazi introversi. Il nuovo look l’ha resa più giovane, a lei è stata dedicata tutta la dedizione che si riserverebbe a una prima donna, anzi molto di più: tutta l’attenzione che si dedicherebbe a un’Archistar,


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Zaha Hadid.

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come mi accingo a fare con Zaha Hadid, che ha firmato il complesso residenziale di City Life nel quadrante Sud-Est dell’ex fiera campionaria, parte del maxi intervento immobiliare tra aree verdi, abitazioni hi-tech e ambiziosi grattacieli, fra cui il suo, che io immagino avvoltolato nell’ultima coccola. Le Residenze Hadid prevedono sette edifici, tutti diversi uno dall'altro, che con altezze da cinque a tredici piani e il loro andamento sinuoso si spingono verso l’interno del parco, da un lato, e lungo via Senofonte-Piazza Giulio Cesare, dall'altro. Come le Residenze Libeskind, che consistono di otto edifici con altezze che variano da quattro a tredici piani, gli appartamenti si collocano nella classe A di certificazione energetica e saranno dotati di impianti di domotica, sistemi di sicurezza e spazi per il benessere personale. Eleganza, sinuosità e luminosità sono gli aggettivi che mi sovvengono immediatamente entrando in uno degli appartamenti firmati Zaha Hadid, come abbiamo avuto l’occasione di fare, io insieme ad altri colleghi di Web and Magazine, sul finire dello scorso anno. Uscendo, con l’Editore Pietro Ferrari e l’Architetto Monica Zani, ci siamo soffermati a osservare il rivestimento ligneo delle facciate esterne che sta virando su toni argentei. Zaha Hadid, non ci svelerà più il mistero del Cedro rosso canadese ora in parte schiarito, non ci potrà più dire se fu lei a scegliere consapevolmente questa specie legnosa per le doghe che rivestono le residenze progettate da lei, eppure la sua celebrità, la sua destrezza e la sua originalità di architetto, mi fanno pensare che non può trattarsi di un caso. Innanzitutto, il Cedro rosso canadese è un


MILANO CITY LIFE Alcune realizzazioni di Zaha Hadid.


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legno pregiato e facendo qualche piccola indagine, trattandosi di un tema che mi incuriosisce (tocca un tema familiare in casa Web and Magazine), sembra che la risposta più accreditata sia che derivi dalla scelta della Designer di avere un legno sbiancato, che con il tempo, quando la sua cromia sarà omogenea, si confaccia meglio ai colori della città e anche alle intonazioni argentate degli interni, ma (quando si tratta di un’Archistar c’è sempre un ma) secondo gli esperti per alcuni punti bisognerà attendere anche decenni, prima che la luce come un velo cromatico democratizzi tutta la vestizione lignea donandole un elegante tono argenteo ma soprattutto omogeneo così da sembrare ricercato. Questo ci indurrebbe a cambiare atteggiamento, l’attesa della metamorfosi del Cedro ci persuaderebbe a metterci in ascolto, ci stimolerebbe a osservare con serenità un’architettura che cambia mentre il tempo le scorre addosso, ci invoglierebbe a tornare ad accogliere i messaggi silenziosi della natura e a studiarli, ci convincerebbe a rispettare i suoi cicli temporali e magari a lasciarci stupire dalla mutevolezza delle cose che regalano un segno di esistenza e di autenticità. Il filo di questo ragionamento ci porta, come conseguenza, a un interrogativo preciso: l’uso del Cedro ha voluto essere un insegnamento, forse un messaggio sull’approccio corretto da riservare ai materiali naturali? Se così fosse (e prima o poi lo scoprirò), io la ringrazierò per sempre! Lei nei suoi progetti ha usato con destrezza molti altri materiali, ma se così fosse per questo caso specifico, la sua risposta sarebbe stata: “Signore e Signori i materiali naturali cambiano e nel farlo ci rega-


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lano la mutevolezza di un edificio che si affaccia sul tempo”! Naturalmente sto usando la mia immaginazione, mentre diamo come dato certo che i materiali naturali cambino, tutti, anche se culturalmente questo messaggio è ancora poco accolto e apprezzato. Comunque sia, Zaha Hadid solleva una questione cruciale e ci costringe ad affrontarla con maggior impegno! E certo, la dote più grande del legno è proprio quella di essere un materiale vivo, come noi, l’averlo utilizzato con “coraggio” ci porta a una lettura della cifra stilistica Hadidiana, impressa anche al complesso residenziale di City Life, che ha il pregio di concederci ancora un po’ della sua genialità attraverso l’espressione di una facciata che cambia, come se lei restasse ancora un po’ con noi, mentre quelle doghe dimorano, a raccontarci le sue acrobazie architetturali, che rendono oggi la sua figura femminile liberata e liberante protagonista di innumerevoli progetti eccezionali e imprevedibili. Come la torre Hadid, uno dei tre grattacieli (il secondo per altezza) previsti nel progetto CityLife: si sviluppa per un‘altezza di 186 metri, 44 piani, di cui 39 destinati a uffici. L’edificio presenta dimensioni importanti ma ciò che la rende singolare e attraente è la forma “in torsione”, conseguente alla scalatura delle dimensioni dei solai e alla rotazione attorno al centro, secondo equazioni polinomiali definite dall’architettura. Un’artista che modella un segno nello spazio e poi lo congela nel tempo, e io lo vedo torto in un avviluppo affettuoso, forse il suo saluto a Milano, mentre immagino ancora la sua matita muoversi: orchestrata dal guizzo di un pensiero istintivo!


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Le sue architetture inseguono forme volutamente “espressive”, come nel Ponte Padiglione, uno dei principali edifici dell’Expo 2008 a Saragozza: la sua pianta ha la forma di un gladiolo e successivamente fu trasformato in un museo legato alle nuove tecnologie. Eppure il suo estro “pittorico” non esclude il rigore, che applica all’organizzazione delle planimetrie dei suoi edifici perché l’obiettivo più sublime dell’architettura è di “infondere piacere” come affermava lei stessa. Lo dimostra con il progetto del MAXXI (che ho visitato nell’agosto del 2010), dove supera l’idea dell’edificio-museo: la complessità dei volumi, le pareti curvilinee, il variare e l’intrecciarsi delle quote determinano una trama spaziale e funzionale molto articolata che i visitatori possono attraversare seguendo percorsi sempre diversi e inaspettati. Che si tratti di edifici, di luoghi pubblici o di città, le sue opere portano la sua firma innovativa, originale e contemporanea, dimentica del legame indissolubile che il Movimento Moderno aveva istituito fra forma e funzione e fatta di approcci progettuali lontani da quelli tradizionali: nei suoi disegni l’opera è elemento scultorio che poi diventa architettura, architettura che appare monumentale pur ponendosi lei in totale antitesi verso un simile accento costruttivo. Certamente, per lei, forma e funzione possono anche essere del tutto indipendenti e allo stesso modo la pelle esterna può essere del tutto scollegata dallo spazio interno, eppure lo schizzo che riassume la genesi di ogni suo progetto sprigiona tratti decisi a cui è affidata la coerenza dell’insieme. Affascinata inizialmente dalle opere di Mies Van Der Rohe ma anche dalle forme


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espresse nell'ambito del Costruttivismo russo, si avvia poi verso l'elaborazione di un linguaggio proprio, mai convenzionale, inquadrato nello stile del Decostruttivismo. Comunque, le sue architetture non sono mai “immobili”, hanno piani sfalsati e obliqui, superfici curve e irregolari, che le conferiscono dinamismo e le lanciano nello spazio con un’energia che sembra muoverle incessantemente come se fossero ancora suscettibili di un’altra possibile esistenza. Così mi appare se guardo il “The Peak” a Hong Kong, il Kurfurstendamm a Berlino, il Centro d'arte e di Comunicazione a Düsseldorf, il Padiglione a Groningen. Lo stile hadidiano emerge con le sue forme sensuali come un amazzone in volo con i suoi colori sgargianti, nell'appartamento di Londra a Eton Place di Zaha Hadid, nel bar ristorante Moonsoon a Sapporo in Giappone o nell'allestimento dell'esposizione “The Great Utopia” presso il Guggenheim Museum a New York. È un'architettura "senza geometria", piani e assi, con la mancanza di quelle strutture e particolari architettonici, che sono sempre stati visti come parte integrante di quest'arte. Una non architettura, quindi, che si avvolge e svolge su se stessa con l'evidenza e la plasticità dei suoi volumi, un pensiero scultoreo senza gabbie che elide ogni piano cartesiano. In particolare, l'edificio per pompieri della Vitra Museum a Weil am Rheim, in Germania, è considerata tra le opere più significative del Decostruttivismo. Le opere decostruttiviste sono caratterizzate da una geometria instabile con forme pure e di-


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sarticolate e decomposte, costituite da frammenti, volumi deformati, tagli, asimmetrie e un'assenza di canoni estetici tradizionali, ed è come se chiedessero di essere plasmate ancora e ancora, come sculture sempre passibili di evoluzioni, in procinto di spiccare il volo. Zaha Hadid, rende fluido lo spazio attraverso uno studio flessibile degli ambienti interni, trasformabili secondo le necessità come con il Lois & Richard Rosenthal Center for Contemporary Art, a Cincinnati in Ohio. Ma anche nella nuova sede della “Architecture Foundation” di Londra, lei non realizza mai strutture chiuse, ma spazi flessibili, capaci di inserire altre funzioni al loro interno assemblando i livelli di comunicazione in un unico intervento fluidificante, in stretta correlazione con l'ambiente circostante e le funzioni socio-culturali richieste. Un'architettura dove ordine e disordine convivono. Lei infrange l'unità, l'equilibrio e la gerarchia della composizione classica per creare una geometria instabile con forme pure disarticolate e decomposte. È questo il precedente storico di quella “destabilizzazione della purezza formale” che gli architetti decostruttivisti esasperano nelle loro opere, conquistando la cifra “de” anteposta al termine costruttivismo, che devia dall'originaria corrente architettonica presa a riferimento. Zaha Hadid rende la sua firma indelebile, del suo stile è parte il procedimento generativo che emerge nell'opera mai riconducibile a una specifica tipologia architettonica codificabile. È lo stile Zaha Hadid, unico nel suo genere, che l’ha fatta essere la prima donna insignita del Pritzker


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Prize nel 2004, uno dei premi più autorevoli dell'architettura. Numerosi i riconoscimenti e gli incarichi che hanno via via segnato il suo cammino anche nel nuovo millennio. Il progetto della 'Mind Zone' – uno dei quattordici spazi espositivi del Millennium Dome – si ispira alla complessità strutturale della mente umana: ricezione, elaborazione ed esternazione sono rappresentate accorpate in unica struttura da tre volumi differenti che, sovrapponendosi, compongono una superficie continua che è insieme pavimento, parete o soffitto e che permette di percepire lo spazio in maniera fluida. Con il vetro mette in relazione le diverse aree produttive, lo fa anche nello stabilimento della BMW di Lipsia in Germania: non si tratta mai di un esercizio puramente formale. Zaha Hadid, per il progetto della Stazione di Napoli Afragola – che aprirà proprio nell’estate del 2017 – vinse un bando internazionale cui parteciparono altri grandi architetti di fama mondiale: concepita come una struttura a ponte che attraversa e collega i binari dell’alta velocità, la stazione consta di un volume morbido in calcestruzzo, metallo e vetro lungo circa 350 metri in cui ci sarà la galleria pedonale da cui si potrà accedere ai binari con una grande area commerciale al piano superiore. L’opera sarà anche circondata da un grande e nuovo parco naturalistico e tecnologico che cambierà completamente l’aspetto della zona. A conferma del particolare rapporto che l’Archistar anglo-irachena ha con l'Italia è doveroso menzionare anche la vincita del concorso internazionale di architettura Betile per la realizzazione del


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Museo Mediterraneo di Arte Nuragica e Contemporanea di Cagliari. Ancora, menzioniamo il Guggenheim Foundation di Tokyo, la Placa de las Artes a Barcellona e l'Ordrupgaard Museum Extension di Copenhagen, dove il vetro viene adoperato largamente per dare un senso di ampiezza e per mettere in relazione la struttura al paesaggio. Il paesaggio ci porta decisamente allo “Ski-jump” di Innsbruck, ma anche al 3rd Bridge Crossing di Abu-Dhabi che con il suo design curvo evoca le onde delle dune del deserto. Oltre alla sua straordinaria architettura, l’opera ha un progetto di illuminazione dinamica, basata su colori tenui che si trovano sul ponte, a simbolizzare la connessione della natura del ponte: la terza strada che connette la terraferma con l'isola di Abu Dhabi e il nuovo principale ingresso sul canale di Maqtah, e raffigura anche l'energia che la capitale, Abu Dhabi, emana. Zaha Hadid, autentica Archistar, è una stella che ha lasciato una scia luminosa accecante di bellezza intesa come forza individuale e magnetica, una firma indelebile. I dogmi del Decostruttivismo – considerato in seguito l’ultimo fra gli "stili internazionali" in architettura – indirizzati a "decostruire" ciò che è costruito, una destrutturazione delle linee dritte che si inclinano senza una precisa necessità, sanciti nella mostra organizzata a New York nel 1988 da Philip Johnson, lei li ha interpretati a modo suo, con quelle linee ha fatto piroette e parabole rendendo armonico quel costruire in-forme! City Life, che questo FARE ITALIA tratta estesamente all’interno, quindi non poteva che essere un omaggio a lei!


DENTRO MILANO CITY LIFE CityLife è il progetto di riqualificazione dello storico polo urbano della Fiera di Milano. Con 366.000 m2 di superficie di intervento complessiva, è una delle aree di intervento urbanistico più grandi d’Europa. A seguito di un concorso internazionale, CityLife si è aggiudicata l’area con un progetto firmato da architetti di calibro internazionale: Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind. Sostenibilità, qualità della vita e servizi: queste le parole chiave che contraddistinguono CityLife che, a intervento completato, sarà il secondo ‘polmone verde’ della città di Milano con il suo parco pubblico e comprenderà un mix articolato e bilanciato di funzioni pubbliche e private, fra residenze, uffici, negozi e servizi, aree verdi, spazi pubblici e per il tempo libero e un asilo nido. Le Residenze progettate da Zaha Hadid in via Senofonte e quelle progettate da Daniel Libeskind in via Spinola, offrono una nuova qualità dell’abitare e si affacciano da un lato sulla prestigiosa piazza Giulio Cesare, dall’altro sul grande parco urbano: tradizione, innovazione e green riescono così a convivere in un unico luogo. Le due aree residenziali, differenziate tra loro per stile architettonico, sono accomunate da caratteristiche abitative di grande pregio, da innovazione ed efficienza, sotto il profilo ambientale e della sicurezza; tutte le Residenze sono certificate in Classe A e prevedono l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili.

Pietro Ferrari


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Le Residenze progettate da Zaha Hadid offrono la possibilità di abitare in una posizione ideale: si affacciano sul nuovo parco pubblico di CityLife e su Piazzale Giulio Cesare, in una zona storicamente di pregio residenziale.

Milano Contract District e Milano City Life

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Visitiamo l’appartamento campione preparato nelle residenze di Milano City Life, progettare da Zaha Hadid il 19 dicembre 2016. Con chi scrive ci sono Monica Zani, direttrice di Streaming e di Divisione Contract e Sonia Maritan direttrice di FareItalia, Sistema Serramento e Struttura legno. A tutti noi non sfugge come la qualità e l’eccellenza produttiva dei migliori brand di interior e home design si uniscano qui, per dare vita a un progetto unico e innovativo, Milano Contract District. Uno spazio polifunzionale di 1.700 m2, ubicato nel cuore di Milano, capitale mondiale del design, completamente dedicato al Real Estate con un innovativo approccio alla formula del Contract System. Nato nel 2016 da un’idea di Lorenzo Pascucci, il District Espositivo, inedito nel suo genere, si presenta, infatti, ai professionisti del settore - operatori del real estate, architetti e interior designer - attraverso un'unica piattaforma integrata ed evoluta, in grado di offrire un pacchetto di servizi esclusivi ‘chiavi in mano’, pensati per rispondere al meglio alle mutevoli esigenze del mercato immobiliare residenziale. Si tratta di interventi sartoriali mirati alla soddisfazione di un cliente decisamente esigente. Nei progetti ‘chiavi in mano’, ad


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Le residenze Hadid da via Senofonte.


Scorci degli spazi abitativi.


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esempio, rientra tra le altre, la realizzazione degli arredi fissi del nuovo quartiere City Life di Milano nelle residenze firmate da Zaha Hadid e Daniel Libeskind. Ideazione, progettazione, marketing e fornitura di progetti customizzati, unitamente all’indiscussa qualità dei prodotti dei brand partner, formano gli assets fondanti e distintivi del District, che offre un coordinamento professionale diretto di risorse dedicate per ogni fase, sia del progetto, sia del cantiere. L’obiettivo è perseguito anche attraverso una percepibile ottimizzazione da parte degli acquirenti finali nel coordinamento, trattamento e scelta delle finiture di capitolato con un sensibile recupero di tempo ed efficienza (sia personale) che sul progress dei lavori di cantiere, aumentando il valore totale del servizio percepito globale. Si tratta di una realtà che opera nel mercato immobiliare residenziale: partendo da approccio e definizione di capitolato B2B (per la fornitura customizzata su richiesta del costruttore e dell’ architetto) per arrivare a showroom e servizi esclusivi interagendo con gli acquirenti finali (per questo parliamo di modello inedito B2B2C). Questa formula promuove un profilo di General Contractor diverso dal tradizionale, più evoluto, un ‘profilo 3.0’. Milano Contract District non solo è in grado di garantire una fornitura trasversale del ‘capitolato casa - dal rivestimento, agli arredi, alla luce -, ma garantisce alle aziende partner un rapporto in esclusiva durante la trattativa con il costruttore. Un esempio concreto di quello che è possibile realizzare affidandosi a Milano Contract District è immediatamente visibile all’interno dello spazio in ‘The Apartment’, l’allestimento


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di una casa indoor permanente e completamente funzionante di 115 m2, in scala 1:1. Pensata per offrire un’esperienza unica e coinvolgente per tutti i visitatori e i clienti, The Apartment contiene applicazioni e soluzioni d’arredo originali ed esclusive, grazie al contributo di tutti i partner del District, coinvolti nel progetto. Proprio con Lorenzo Pascucci, scambia due parole chi scrive: Pietro Ferrari - Possiamo parlare del vostro impegno come Milano Contract District in questo progetto? Lorenzo Pascucci - Il progetto è stato intenso e globale come piattaforma, nel senso che City Life ha commissionato a Milano Contract District su decine di appartamenti, che abbiamo già in attivo, il proprio intervento, non solo col fit out di arredi fissi, come ErnestoMeda, Gessi Arredobagno e Lema e Flos, ma anche con Oikos, Listone Giordano, Fontanot e via dicendo. Pietro Ferrari - Quindi tutto quello che non è involucro edilizio qui è targato Milano Contract District? Lorenzo Pascucci - Tutto, l’unica regia e i tempi ristrettissimi imposti dalla committenza, che ha riconosciuto la nostra capacità, sono state delle sfide importanti che hanno dimostrato che il nostro coordinamento e servizio ha una marcia in più e un aspetto distintivo sul mercato. Pietro Ferrari - Questo appartamento non è ancora abitato? Lorenzo Pascucci - Assolutamente no. è una proiezione del potenziale di allestimento di un appartamento di City Life, che City Life stessa ha voluto affidare a Milano Contract District,


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come abilitatore di questo tipo di abitazione. Perché, come spesso accade, ci si trova a visitare belle soluzioni e appartamenti, per poterle realizzare però bisogna dislocarsi in punti vendita diversi, fornitori diversi. La capacità di un professionista è quella di avvalersi del proprio know-how e di agganciare il successo di un progetto di pregio esclusivamente al proprio operato. Qui troviamo, invece un professionista che, utilizzando tutto il panel di Milano Contract Discrict, riesce a esprimere un contract che, volendo riprodurre in altro taglio in un altro appartamento, può essere eseguito grazie alla presenza di Milano Contract District. Pietro Ferrari - Noi siamo abituati a pensare al Contract come a qualcosa inerente l’albergo o spazi pubblici: in questo caso noi vediamo un concetto diverso, un concetto che offre soluzioni agli spazi abitativi privati, cosa cambia in questo tipo di approccio? Lorenzo Pascucci - Certamente, la differenza è la complessità maggiore, perché nel residenziale parliamo ogni volta di un minicontract: ogni appartamento di City Life, come di qualsiasi altra residenza che si va ad approcciare, è un contract con il suo committente che ha i suoi gusti, le sue esigenze e le sue richieste, quindi la capacità di coordinare le esigenze della committenza che realizza un cielo-terra e degli acquirenti con le loro esigenze è la più grande sfida che Milano Contract District ha saputo vincere. The Apartment è inoltre la prima rappresentazione concreta di tutti i valori espressi nella ‘Psicologia dell’AbitareTM’ (marchio registrato da Tecma Solutions), i cui criteri e processi, qualora declinati sin dal principio nella strategia di


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un nuovo sviluppo immobiliare e nel capitolato del progetto abitativo, permettono di far percepire in anticipo, ai potenziali acquirenti, i valori differenziali della qualità abitativa. Sonia Maritan - Siamo in un bellissimo edificio di Zaha Hadid e chiediamo a Pietro Adduci: essere dentro che effetto fa? Pietro Adduci - Per noi che l’abbiamo visto nascere in questi due mesi pezzo per pezzo, l’impatto non è lo stesso di quello che prova chi entra per la prima volta. Le logiche, le applichiamo da tempo in decine di progetti a Milano, i commenti che sento anche dalle aziende che hanno partecipato sono positive. Parliamo di Ernestomeda per quanto riguarda le cucine, Gessi Rubinetterie e Arredobagno, Lema per le armadiature, Fontanot per le scale, Florim per i rivestimenti, Listone Giordano per i pavimenti in legno, poi una serie di aziende a complemento che hanno contribuito a rendere l’ambiente così caldo, come Oikos per le pareti: è un lavoro che ha coinvolto moltissimi operatori. Sonia Maritan - Però in un tempo abbastanza di record visto anche il livello dell’appartamento. Pietro Adduci - Questa è una delle battaglie che portiamo avanti, perché l’emozionalità deve esserci, il benessere anche: è un’operazione da studio di architettura appassionato a queste tematiche. Noi, però, stiamo cercando di industrializzare questo progetto, per andare avanti con sviluppatori, a loro volta, sempre più strutturati e di conseguenza si riesce con una buona organizzazione a fare tutto in due mesi.


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Sonia Maritan - Abbiamo visto dal vivo quello che ci raccontavate nei vostri uffici, prima, e poi nell’edificio di corso XXII Marzo, quindi il progetto è traslabile a qualsiasi format abitativo? Pietro Adduci - Esattamente: è solo questione di buona volontà da parte degli sviluppatori di mettere l’uomo al centro. Perché il business arriva di conseguenza. Sonia Maritan - Prossimi importanti episodi, dopo questo lavoro così “alto”? Pietro Adduci - Diciamo che nell’immediato è difficile, perché City Life è lo sviluppo immobiliare più grande d’Europa.La sfida è superarsi sempre, anche se questo non significa una corsa alle committenze più alte, ma di riuscire a creare benessere in ogni contesto. Sonia Maritan - Quali sono state le difficoltà di uno spazio così irregolare? Lo domandiamo all’architetto che ha curato il progetto di arredamento. Maria Grazia Pozzi - Come spesso succede agli spazi difficili, risultano essere più stimolanti e, a opera finita, diventano i più riusciti e devo dire che questo spazio ci ha dato molti spunti da questo punto di vista. Questa è un po’ la modalità progettuale di Zaha Hadid: avere questi spazi vetrati e curvi che per noi creano qualche difficoltà. Poi, in City Life, abbiamo degli impianti molto irregolari, molto all’avanguardia, ma che in qualche modo vincolano fortemente la progettazione e il taglio interno dell’appartamento o diventano suggerimenti un po’ particolari e suggestivi, secondo me. L’idea era quella di creare un appartamento di rap-


La stampa in visita e Sonia Maritan intervista Pietro Adduci.


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Sonia Maritan intervista l'architetto Maria Grazia Pozzi. presentanza, ma anche una casa vera e propria vivibile. Funzionale, calda e vivibile, quindi non uno spazio per feste vip o non solo, uno spazio che avesse delle caratteristiche di vivibilità sociale e anche, per molti versi, molto usufruibile. Abbiamo comunque volutamente ricercato delle soluzioni molto dimostrative. Al piano di sopra ci è piaciuto esagerare un po’ negli effetti scultorei ed estetici ad esempio con il letto in legno! Abbiamo voluto dare una doppia immagine di vivibilità e di rappresentanza assieme. Sonia Maritan - Anche dal punto di vista del

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comfort climatico. Maria Grazia Pozzi - Queste vetrate, che all’apparenza sembrano molto deboli, sono muri di vetro che, nel momento in cui si chiudono, garantiscono un comfort climatico totale. Sonia Maritan - Anche se lei non si è occupata dell’involucro esterno, i serramenti di quale marca sono?


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Maria Grazia Pozzi - Schuco, con quattro camere e cinque guarnizioni, siamo al massimo dell’isolamento sia dal punto di vista delle pareti che sono super stratificate, sia dal punto di vista dei serramenti. Sonia Maritan - Il complesso residenziale è concepito come un unicum, mi riferisco in particolare alla distanza tra i singoli edifici? Maria Grazia Pozzi - Milano è fatta così, Milano è a cortina, l’idea era questa, in una veste moderna, in un’architettura generale che desse una grande differenza tra l’interno e l’esterno. Sono due realtà diverse sia questa, sia quella di Liebeskind entrambe hanno questa caratteristica di essere completamente diversi dall’esterno e dall’interno. Pietro Ferrari, con Monica Zani, parla ancora di progetto con Rudy Manfrin, che ha lavorato su questo spazio nel contesto di Milano Contract Disctrict. Pietro Ferrari - Cosa ha significato lavorare con Milano Contract District? Rudy Manfrin - Con Milano Contract District noi abbiamo elaborato un’idea di casa che implica una concezione dello spazio totalizzante, frutto di una ricetta, i cui componenti sono i partner di Milano Contract Distric. L’obiettivo è quello che il risultato non si percepisca come un assembramento tra diversi partner, ma come una simbiosi, un unicum in cui ognuno svetta e fuoriesca per ciò che gli compete e per ciò che sa fare. Se riusciamo a raggiungere questo amalgama, che diventa fondamentale, siamo soddisfatti. Pensiamo al pavimento di Listone


MILANO CITY LIFE Pietro Ferrari in conversazione con Lorenzo Pascucci.

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Giordano disegnato da Andrea Lago, alle superfici di Oikos, alle porte basculanti di Lualdi, agli arredi che si integrano con la ripartizione muraria, alla scala di Fontanot che spicca sulla parete di fondo in un fondamentale rapporto di oggetto e sfondo, tutto ben coordinato per diventare un unico prodotto. Pietro Ferrari - Una domanda un po’ maliziosa: non si è mai sentito limitato nella potenzialità progettuale dal fatto di dovere utilizzare una certa gamma di prodotti? Rudy Manfrin - Tutt’altro, perché l’individuazione di questi partner è proprio funzionale all’obiettivo fin dall’inizio si era preposta Milano Contract District, infatti la selezione per fare casa è l’idea fondativa di Milano Contract District, per creare una serie di ingredienti di questo prodotto che dev’essere completo, non lasciare zone scoperta: con questa serie di ingredienti, e questo è già il terzo intervento che portiamo a termine, noi riusciamo a coprire tutte le nostre esigenze. Pietro Ferrari - Anche perché all’interno della gamma offerta da queste grandi aziende si trova una soluzione per ogni domanda. Rudy Manfrin - Stiamo parlando di aziende leader con una profondità di gamma straordinaria.


Pietro Ferrari con Rudi Manfrin.

Con Lualdi abbiamo, per esempio, portato a buon fine delle soluzioni tecniche personalizzate che senza il genio creativo di Giuseppe Lualdi non sarebbero state possibili. Pietro Ferrari - Quindi possiamo parlare anche di una grande intensità di dialogo con le aziende? Rudy Manfrin - Assolutamente, noi dialoghiamo direttamente con le aziende. Monica Zani - Voi proponete il tema progettuale all’azienda? Rudy Manfrin - Noi partiamo dalla nostra idea, la discutiamo con l’azienda e, assieme, customizziamo il prodotto. Se vedeste i disegni esecutivi di questo parquet di Listone Giordano capireste ancor meglio quale sia stata la genesi del progetto e nel caso specifico come siamo riusciti a creare una situazione di posa centripeta che parte non da una parete, ma dal centro del locale. Pietro Ferrari - Questo concetto di intervento avrà sviluppi sempre più importanti a suo parere? Rudy Manfrin - Nel mercato alto, che non è in crisi, questa è l’unica modalità che corrisponde alle aspettative della committenza. è necessaria una gamma di prodotti qualificati, qualificanti e profondi.


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