Skip to main content

Presmell - Annuario 2018

Page 1

Associazione culturale

Walser Riva Valdobbia Valle Vogna

Vogna 2018 WOHNEN- WO ONA

ANNUARIO 2018


WOHNEN – WOONA

VOGNA

Annuario Caro Lettore, siamo onorati di portare alla Tua attenzione il lavoro svolto dall’Associazione, in questo primo anno di attività. Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto con il loro aiuto fisico e/o morale.. La collaborazione è il moto che ci spinge a perseguire con impegno i nostro obiettivi. Il 2018 ci ha visti ancora più impegnati sul territorio, ma con uno sguardo sempre rivolto all’esterno. Creare reti di amicizie e collaborazioni apre mente e cuore, arricchendoci. Con gli amici si cammina meglio e noi continuiamo il nostro cammino alla ricerca di una “Terza Via.”

Il Team

Unisciti a noi! Il Vostro prezioso contributo donatoci con la vostra offerta Vi permette di essere iscritti alla nostra associazione. Comunicandoci: nome – cognome ed un recapito (email e/o telefono), sarete ufficialmente iscritti e verrete informati di ogni iniziativa.

SCRIVETECI IL VOSTRO MESSAGGIO, TRAMITE: Email: walser.rivavaldobbia@gmail.com Telefono: 0039 328 92 92 903


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

AT T IVI TÀ 2 0 1 8

18 Agosto 2018 - PASSEGGIATA EDUCATIVA CINOFILA

In modo conciso Vi descriviamo, qui di seguito, quanto è accaduto durante quest’anno. 08 Luglio 2018 - FESTA DEL PANE - fraz. Sant’Antonio, Valle Vogna.

Accensione dell’antico forno delle frazione, cottura del pane di segale. Con la collaborazione del Il Paniere, abbiamo potuto ridar vita a quella che è una tradizione fondamentale della nostra Valle, la cottura del pane di Segale, in una giornata che ha avuto come corollario le esposizioni di alcuni artigiani e produttori locali.

Anche quest’anno si è confermata la collaborazione con PEC Progetto Educativo Cinofilo. Le educatrici cinofile ci hanno accompagnato con i nostri amici a 4 zampe lungo la Val Vogna dandoci consigli e un aiuto per migliorare il rapporto con il nostro cane. A perfezionare la giornata l’ incontro con l’amico Spera che ci ha dato dimostrazione del lavoro con il cane nella ricerca e soccorso.

15-16 Settembre 2018 - ESCURSIONE ETNOGRAFICA NELLE ALPI

20-21 Luglio 2018 - UN FILO PER TRE VALLI - Lungo il sentiero dei migranti tra Montagna, Arte e Cultura.

Un filo per tre valli è un evento svoltosi con la collaborazione del Festival Il richiamo della Foresta di Estoul (Associazione Gli Urogalli), FiberArt ed il Comune di Gressoney Saint Jean. Il trekking partito dalla Val Vogna ed organizzato dalla nostra associazione, ha attraversato il territorio delle tre Valli vicine per arrivare ad Estoul durante il Festival di Letteratura Arte e Cultura. Motivo del trekking è stato rievocare i secoli di collaborazione tra i tre territori e le genti che li hanno popolati. Il percorso è stato arricchito dalle varie installazioni artistiche a cura di FiberArt e del Comune di Gressoney SJ.

Con onore inauguriamo in Val Vogna un’iniziativa che vede partecipi molte associazioni culturali del versante meridionale del Monte Rosa, che ogni anno organizzeranno un’escursione ed un convegno inerente al loro territorio. Il convegno di quest’anno intitolato “la terra dei fondatori” ha avuto come relatori gli storici Enrico Rizzi, Michele Musso e Roberto Fantoni. L’evento svoltosi al Relais Regina Margherita di Ca’ di Janzo ha avuto un’ottima affluenza.

Si ringrazia il Relais Regina Margherita per la lauta colazione offerta ai partecipanti e il Prato della Croce di Spera e Paola per l’apprezzato rinfresco prima della risalita alla Montata.

Con questa data si è chiuso il programma estivo 2018, ma non possiamo non citare la visita che descriviamo brevemente qui di seguito….

Sosta al Rifugio Sottile

Il Gruppo al Colle Ranzola

Salita a Oro

Sosta al Prato della Croce

6-7-8-9 Settembre 2018 - VISITA ASSOCIAZIONE WALSER GRAUBÜNDEN 28 Luglio 2018 - CONCERTO DI MUSICA TRADIZIONALE - località Sant’Antonio

Con la partecipazione del gruppo Quatrad Duo spettacolo di musica tradizionale. 5 Agosto 2018 - FESTA DEL PANE - fraz. Ca’ di Janzo, Valle Vogna

Anche il forno della frazione di Ca’ di Janzo ha prodotto dell’ottimo pane di Segale. Per la giornata del 5 Agosto la compagnia di ottima musica. 11 Agosto 2018 - “MONTAGNA ANTICA, MONTAGNA DA SALVARE” - CAI Varallo

Trekking lungo l’Alta via dei Walser tra storia arte e cultura, con visita al museo etnografico di Rabernardo. 4

Un folto numero di iscritti all’associazione Walser Graubünden (Svizzera), per l’esattezza 50 partecipanti, hanno fatto visita alla Valsesia alla scoperta di alcune delle nostre località Walser. Ogni paese visitato ha dato il meglio per organizzazione, bellezza dei paesaggi e interesse storico culturale. La visita ha avuto inizio a Varallo con il loro arrivo per visitare il giorno seguente Rima, la Valle Vogna ed infine il paese di Alagna. Particolare emozione l’accoglienza di tutti i gruppi Walser Valsesiani che, nella bella cornice del Teatro di Campertogno, hanno incontrato il gruppo in visita con uno scambio di doni. Grazie a tutti coloro (tanti) che hanno collaborato per mostrare un’ottima accoglienza nella valle e grazie al Sindaco Paolo Vimercati per l’accoglienza presso il Teatro di Campertogno. 5


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018 SINISTRA: Il gruppo in visita a a Rabernardo, Val Vogna.

A Varallo siamo stati accolti come non capita tutti i giorni, il proprietario dell’Hotel Italia situato nel centro storico di Varallo, ci è venuto incontro in bicicletta. Lui stesso ha accompagnato il pullman su di una bella strada lastricata sino alla porta dell’Hotel, che accoglienza fatta con il cuore! Una bella visita al famoso Sacro Monte di Varallo non poteva mancare per concludere questo bel giorno. Dopo una squisita cena la serata si è chiusa con una bella dimostrazione dell’Associazione locale del Puncetto Valsesiano. Ogni visita ci è stata spiegata con molto entusiasmo e tutti sono stati colpiti in particolar modo dalla visita di Rima il secondo giorno. Questo piccolo paese della Val Sermenza si è occupato di noi a 360°, dopo un viaggio avventuroso in pullman. Gli abitanti di Rima sono diventati famosi in tutto il mondo con il Marmo finto, ora gli abitanti sono pochi ed il lavoro di mantenimento è duro.

IN ALTO: Accoglienza del gruppo di Graubünden, al teatro antico di Campertogno. SOPRA: il vice sindaco di Davos (Graubünden, Svizzera) serve il caffè a Rabernardo, Val Vogna, durante la visita del gruppo.

WALSERVEREINIGUNG

GRAUBÜNDEN

IN VISITA IN VALSESIA LA WALSERVEREINIGUNG GRAUBÜNDEN, L'ASSOCIAZIONE WALSER DEI GRIGIONI (SVIZZERA), CHE CONTA PIÙ DI 2300 ISCRITTI, HA

ECCO UN BREVE ESTRATTO DEL RESOCONTO DEL VIAGGIO PUBBLICATO DALL'ASSOCIAZIONE GRAUBÜNDEN SUL LORO ANNUARIO.

U

n folto gruppo di Grigionesi quest’anno ha colto l’occasione di visitare i villaggi Walser in alta Valsesia (Italia) La visita ha toccato Rima, Alagna e la bella Val Vogna I partecipanti che arrivavano da tutte le vallate del Grigione sono partiti di ottimo umore.

FATTO VISITA ALLA VALSESIA ALLA SCOPERTA DI ALCUNE DELLE NOSTRE LOCALITÀ WALSER. 6

SINISTRA: Il gruppo di Graubünden durante la visita guidata nel paese di Rima.

La stessa sera, al teatro antico di Campertogno, il nostro gruppo è stato accolto formalmente dal sindaco e da tutti i paesi walser della Valsesia rappresentati in costume tipico. Come segno di amicizia tra le località walser è seguito uno scambio di doni. Dopo una cena meravigliosa con le specialità del luogo ci siamo incamminati verso la Val Vogna. Accolti nello storico Relais Regina, Simonetta, la giovane direttrice, con il suo team hanno fatto il possibile per metterci a nostro agio. Il giorno seguente, il bel tempo ci ha aiutato nella nostra camminata in Val Vogna, lungo le frazioni raggiungibili solo a piedi. Queste antiche frazioni 7


WOHNEN- WOONA - VOGNA

offrono una visita a località ancora autentiche lungo un percorso che attraversa i villaggi ancora intatti con forni, fontane e chiesette. A Rabernardo visitiamo il museo Walser gestito da Roberta e Bruno, proprio grazie a loro è stato possibile questo viaggio.

SOPRA: Il gruppo in visita all'Oratorio di San Lorenzo di Oro, Val Vogna. A DESTRA: Visita al Museo Gipsoteca "Pietro Della Vedova" a Rima. SOTTO: Le pagine dell'annuario con il resoconto del viaggio pubblicato dall'Associazione Graubünden.

8

ANNUARIO 2018

L’ultima tappa del nostro viaggio è stata invece Alagna Valsesia con la visita al museo Walser di Pedemonte, terminata la quale, il nostro gruppo si mette in marcia per il ritorno. Cosa resta sono impressioni di una vita passata dura come lo è stato nelle nostre regioni, il cui ricordo, la gente

di qui, fa il possibile per conservare. Abbiamo visto oggetti comuni ai nostri ma anche un’architettura molto diversa. Di tutto il viaggio resta soprattutto l’accoglienza, il loro senso di unità ed amicizia.

SOPRA: Accoglienza del gruppo di Graubünden, al teatro antico di Campertogno, da parte di tutti i paesi walser della Valsesia rappresentati in costume tipico.

9


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Un filo per tre valli

UN'OCCASIONE PER RIEVOCARE I SECOLI DI COLLABORAZIONE TRA I TRE TERRITORI E LE GENTI CHE LI HANNO POPOLATI. GLI UROGALLI

UN FESTIVAL IN CAMMINO

I

ESTOUL VAL D’AYAS

l richiamo della foresta” è un festival di arte, libri e musica che si tiene a Estoul, una piccola frazione di Brusson in Valle d’Aosta, in un bosco a 1900 metri d’altezza. Raggiungere il festival a piedi ci è sembrato il modo più bello di vivere pienamente questa esperienza in montagna, sia per stringere rapporti con le valli vicine in modo trasversale, attraverso i passi che le uniscono, che per dire qualcosa di significativo sul tema dei migranti. “Un filo per tre valli” è nato così, dall’incontro con il progetto Muse Diffuse di Fiberart And, che da anni lavora con l’arte a Gressoney, e l’Associazione Culturale Walser Valle Vogna che lavora per ridare vita a un territorio ormai spopolato ma ricco di storia e incanto. La Val Vogna è un’antica colonia walser che dista circa otto ore di cammino da dove si svolge il festival, passando per il colle Valdobbia e il col Ranzola. In mezzo c’è la splendida valle di Gressoney. È un sentiero antico, testimone dei profondi legami tra le tre valli: ci si trovano gli stessi cognomi, la stessa architettura delle case. Il percorso è stato contrassegnato da opere d’arte poste in luoghi chiave: la partenza, l’arrivo, i colli lungo il sentiero, aventi 10

UN EVENTO UNICO CHE HA COINVOLTO E UNITO TRE VALLI GRAZIE ALLA COLLABORAZIONE DELL'ASSOCIAZIONE GLI UROGALLI, FIBERART, IL COMUNE DI GRESSONEY SAINT JEAN E L'ASSOCIAZIONE CULTURALE WALSER VALLE VOGNA Nella foto un'istantanea del trekking sulla via per il Rifugio Ospizio Sottile e il Colle Valdobbia, spartiacque tra Piemonte e Valle d'Aosta.

IN ALTO: Cognetti and Friends. SOPRA: il gruppo partito con il trekking dalla Val Vogna è arrivato ad Estoul durante il Festival di Letteratura Arte e Cultura.

come tema l’attraversamento dei confini. Questo progetto è una sperimentazione e un inizio che speriamo contribuisca a promuovere i rapporti tra i nostri paesi di montagna che spesso soffrono di isolamento e mancanza di comunicazione. Grazie alle amiche e agli amici che hanno partecipato, al prossimo cammino! 11


WOHNEN- WOONA - VOGNA

GABRIELLA ANEDI

UN FILO E TREVALLI WWW.FIBERARTAND.COM

U

n braccialetto di fili rossi e bianchi con i monogrammi stilizzati delle famiglie walser cui appartenevano gli uomini in viaggio verso i mercati che potevano assorbire le loro competenze di muratori, pittori, mercanti… ecco il simbolo del trekking che, a luglio, ha permesso di ripercorrere parte di questo antico cammino che congiunge ancora oggi le tre vallate. Il tema dato alla 10. Edizione di Muse Diffuse portava con sé l’intento di riannodare le fila della storia chiedendo agli artisti di farci ri-vedere, ri-sentire gli eventi passati, e le ragioni del costruire, dell’andare, e del venire. Questa intenzionalità ha unito altre due associazioni che operano su territori contigui, ossia l’Associazione culturale Walser Val Vogna e gli Urogalli che a Estoul rimettono al centro dell’attenzione il vivere in montagna, oggi. Ognuno ha dato il suo apporto al progetto che da anni vede il Comune di Gressoney St. Jean confermare la fiducia in questa possibilità di turismo culturale rispettoso dell’ambiente ma sempre nuovo e vivo con le curiosità, le domande e le risposte di un pubblico che ha mostrato di apprezzare queste “microesplorazioni” nella lentezza di una passeggiata, di una conversazione con gli artisti e nella ospitalità dei suoi albergatori. I sentieri dei migranti erano segnati da confini e dogane ormai invisibili, accadimenti e speranze che sono stati rievocati dalle installazioni di Paolo De Nevi, Mariagiovanna Casagrande, Maria Letizia Borri, Cristina Volpi, Salvatore Scialò, Giuseppe Bettoni, Marco Della Valle e dai braccialetti realizzati da CHEARTE Onlus. Come succede in tutti i cammini 12

ANNUARIO 2018

anche qui incontri imprevedibili hanno arricchito la conoscenza di questo fenomeno migratorio sottraendolo a quella percezione negativa diffusa per immetterlo nella complessità degli intrecci e delle ricadute come ben sottolinea Federico Chierico nel catalogo. Nel video (https://www.youtube.com/ watch?v=7wDtmdZznPw&t=41s) abbiamo collezionato frammenti di percorsi, di emozioni e opere nel tentativo di restituire in parte la ricchezza di questa edizione che molto deve agli artisti, sempre generosi e disponibili, perché hanno

reso possibile quel processo di simbolizzazione che solo può costruire un senso condiviso. Come scriveva infatti Gastone Bachelard: “La freschezza di un paesaggio è un modo di guardarlo. Naturalmente bisogna

ARTISTI NELLA STORIA COMUNE DI GRESSONEY SAINT JEAN

I

l comune di Gressoney Saint Jean da anni sostiene progetti di valorizzazione del turismo culturale, anche attraverso forme di arte diffusa sul territorio, ma meglio si deve dire: nel territorio. Vari temi hanno trovato ospitalità in questa valle, ricca di storia e di stimoli, divenendo pretesto per linguaggi artistici diversi. L’estate del 2018 ha portato questa ricerca culturale a misurarsi con la storia materiale e simbolica dei percorsi e dei collegamenti quali reticoli e nodi

ASSOCIAZIONE CULTURALE WALSER VALLE VOGNA

IL TREKKING VALLE VOGNA

IN ALTO: l'artista Mariagiovanna Casagrande durante la realizzazione della sua installazione al Museo Walser di Rabernardo. SOPRA: i braccialetti di fili rossi e bianchi con i monogrammi stilizzati delle famiglie walser indossati dai partecipanti al trekking. SINISTRA: l'artista Paolo De Nevi. SOTTO: Il Museo Walser in frazione Rabernardo di Riva Valdobbia, Val Vogna, con i fili bianchi e rossi intrecciati sulle lobbie esterne.

che il paesaggio ci metta un po’ del suo, bisogna che disponga di un po’ di verde e di un po’ di acqua, ma è all’immaginazione […] che tocca il compito più faticoso”. Gabriella Anedi art curator MUSE DIFFUSE – www.fiberartand.com

di sentieri e di colli, tracciati nella dura concretezza dei boschi e delle pietraie. Reticolo connettivo come metafora di linguaggi per la comunicazione fra le genti, non solo utilitaristica, ma soprattutto relazionale. “Un filo per tre valli”, un bel racconto che va letto anche con approccio micro-storico, alla luce del rapporto fra micro e macro-cosmo, oggi si direbbe, fra locale e globale. Una bella lezione per chi crede che la visione “istantanea” della moderna tecnologia dell’informazione possa sostituire con la comunicazione immateriale l’antico incontrarsi di corpi in movimento.

LUIGI CHIAVENUTO

A

bbiamo condiviso per secoli il passaggi ai colli tra queste tre Valli: Valle Vogna, Valle di Gressoney e Val d’Ayas. Le nostre storie si sono intrecciate e le nostre famiglie, con il loro bagaglio culturale, hanno insediato questi territori coltivandoli, lavorandoci e trasformandoli nella meraviglia che oggi noi possiamo godere. Collaborare con le altre associazioni Gli Urogalli per la Val d’Ayas e FiberArt con il Comune di Gressoney Saint Jean ci è sembrata un ottima occasione per ricordare la nostra storia. Un cammino lento, lungo questo percorso così intriso di storia e di emozioni, ci è sembrata la miglior magia per far rivivere tutto questo. La risalita lungo la Val Vogna sino all’ospizio Sottile lascia senza fiato

L'installazione dell'artista Paolo De Nevi in frazione Peccia, Val Vogna.

per la bellezza paesaggistica ed anche le altre Valli non sono da meno, ancor più animate dalle opere d’arte rievocative di FiberArt che hanno dato maggior lustro all’evento. L’accoglienza al Festival di Estoul che

Luigi Chiavenuto Sindaco di Gressoney Saint Jean

vede partecipare migliaia di persone un ottimo modo per far conoscere la nostra piccola incantata Valle Vogna. SOTTO: Alcuni momenti del trekking

“UN CAMMINO LENTO, LUNGO QUESTO PERCORSO COSÌ INTRISO DI STORIA E DI EMOZIONI, CI È SEMBRATA LA MIGLIOR MAGIA PER FAR RIVIVERE TUTTO QUESTO.”

13


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

TRE VALLI, UN FILO E IL RICHIAMO DELLA FORESTA

La storia di quindici camminanti Matteo

Bertone Scrittore

A

Amici,

vicini e lontani

Chiunque frequenti la Montagna sa che può essere fonte di ispirazione. Mondi intrisi di storie dalla radici profonde e dai paesaggi inebrianti. Nuove esperienze di chi vuole ricominciare qui.. in montagna. O di chi se ne andato ma ha lasciato qui un pezzo di cuore. Quest’anno vogliamo dedicare parte del nostro annuario proprio a chi è stato ispirato dalla Montagna e con grande capacità di espressione ce ne vuole parlare con i suoi racconti. Amici, vicini e lontani... scrittori che ci parlano del loro rapporto con le Alte Terre.

14

metà del secondo giorno di cammino, sulla seggiovia del Weismatten che da Gressoney ci avrebbe portati al Col Renzola, ascoltavo i ricordi d’infanzia di Rosafrancesca e pensavo all’ultima volta che ero stato su quella stessa seggiovia, quasi trent’anni prima. La montagna, quando ero bambino, era solo neve e piste da sci. I miei genitori mi portavano a sciare a Gressoney, secondo tradizioni e rituali consolidati nel tempo. Ci si andava insieme alle famiglie dei loro amici, che avevano figli della mia età. D’estate, poi, tutti al mare. Sciavo senza entusiasmo, la neve mi affascinava solo quando la vedevo scendere lentamente dietro le finestre, di notte. Sentivo che la montagna nascondeva una magia, un cuore vibrante che durante l’inverno si metteva in letargo per lasciarsi seppellire dal gelo, delle bufere, dagli sciatori distratti e chiassosi. E così l’ho abbandonata, quella montagna. Per anni. D’inverno la osservavo distratta-

arrivata la prima edizione del festival “Il Richiamo della Foresta”. Nel bosco di larici di Estoul, un venerdì di luglio, nonostante la pioggia, abbiamo ascoltato le parole di scrittori, artisti e montanari, ci siamo emozionati, abbiamo ballato e fatto festa sotto il tendone fino a tarda notte. Per nulla al mondo mi sarei perso la seconda edizione, e quando ho saputo di “Un filo per tre valli”, il trekking per raggiungere il festival a piedi attraversando tre valli e partendo dalla Val Vogna – una vallata laterale della Valsesia, stretta, selvaggia e incuneata fra le montagne – ho deciso seduta stante che mi sarei iscritto. La traversata seguiva un’antica via di migranti e viandanti, che dalla Valsesia e poi della valle del Lys - a Gressoney - si dirigevano verso i mercati della Svizzera, dell’Austria, della Germania. La mattina della partenza mi sono alzato presto, elettrizzato. Sognavo quel momento da settimane. Al punto di ritrovo, Ca’ di Janzo, sopra Riva Valdobbia, eravamo una quindicina. Molti avevano desistito perché le previsioni mettevano temporali per due SOTTO: la guida Emanuele Vaira accompagna il suo gruppo lungo la Val Vogna.

"HO AVVERTITO UN RICHIAMO E L’HO SEGUITO." mente da lontano, dalla pianura, e d’estate me ne andavo al mare. Finché, col passare del tempo e della vita, qualcosa è cambiato. Ho avvertito un richiamo e l’ho seguito. Ho scoperto una montagna diversa. All’inizio avevo solo bisogno di solitudine, di silenzio e di sfide. Mi sono messo in testa di raggiungere tutti i rifugi della Valle d’Aosta. Iniziavo dai più facili, e poi cercavo di arrivare più in alto, di mettere alla prova le mie gambe, il mio fiato. Andavo e tornavo in giornata, stremato e appagato. Ma dopo aver trascorso la mia prima notte in rifugio, ho avuto un’altra rivelazione. Ho scoperto che la montagna non è solo silenzio e solitudine, ma anche condivisione, stare insieme, creare legami. In rifugio si stringono amicizie, si ascoltano voci, si riconoscono similitudini, perché il calore umano è l’unico conforto, e tutto è più vivo, più vicino. Molte camminate e diversi rifugi dopo, è

giorni, e anch’io ero piuttosto preoccupato. Roberta, organizzatrice e nostro punto di riferimento, era emozionata e incoraggiante. Mentre ci leggeva un breve comunicato che spiegava come fosse nata l’iniziativa, grazie al lavoro congiunto delle associazioni coinvolte, il sole basso del mattino la illuminava di lato. Il progetto - forse per la prima volta - riusciva a unire attraverso un filo immaginario le tre vallate, Val Vogna, Valle del Lys e Val D’Ayas, separate dalle vette eppure legate da una storia antica di popoli che, seguendo il nostro stesso percorso, le attraversavano sfidando la fatica e gli elementi. Io mi guardavo intorno per studiare i compagni di viaggio. Bruno, il marito di Roberta, indossava una cuffia gialla e un gilet di maglia sulla t-shirt tecnica. Aveva un’aria rassicurante. C’erano due svizzeri, il primo, Thomas, parlava poco italiano, Rolf invece lo parlava con un accento elvetico e non stava zitto un momento. Una coppia di Milano, Paola e Sergio, sui cinquant’anni, aveva dormito lì fin dalla sera prima al Relais Margherita, nostro punto di ritrovo. Quando sono arrivato mi hanno scambiato per la guida, forse perché ero già pronto, lo zaino

BIOGRAFIA

MATTEO BERTONE Matteo Bertone nasce nel 1975. Dopo la laurea in farmacia e numerose esperienze lavorative, dal 2006 si occupa di comunicazione per un’azienda farmaceutica. Esordisce nel 2002 con il romanzo Soggetti Smarriti. Negli anni successivi è presente su numerose antologie e riviste letterarie. Nel 2011 è finalista al “Premio Letterario Isola del Giglio” con il romanzo breve La memoria dell’acqua e con L’inverno di Teresa è tra i finalisti del concorso “Storie di Febbraio” di ISBN Edizioni. Nel 2014 esce con Diurno Imperfetto per Nero Press Edizioni. A novembre 2015 per Nero Press Edizioni pubblica il libro illustrato per bambini Illustri Vampiri. Nel 2017 e nel 2018 è presente con due racconti sulla rivista letteraria Carie. Nel 2018 è tra i finalisti del concorso “Lo sguardo dell’Aquila”, sezione Scrittori di montagna. A settembre 2018 esce il suo romanzo Le Impure, Nero Press Edizioni.

15


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

dell’età, del genere, delle barriere che ci costruiamo più o meno consapevolmente nella vita di ogni giorno. La fatica condivisa, l’obiettivo comune, il contatto con la natura di certo aiutano.

SINISTRA: Briefing prima della partenza del gruppo. DESTRA: panorama dal Colle Valdobbia verso Gressoney

in spalla e i bastoncini in mano, mentre loro sbocconcellavano ancora le torte della colazione. Un paio di giovani donne, la prima con gli occhiali, senza zaino e la seconda alta e magra con una maglietta di Snoopy, mi hanno detto i loro nomi, ma li ho subito dimenticati, come mi succede sempre. Una signora dai capelli bianchi e il piglio da montanara, insieme a un’amica, parlava con Guido, un uomo dai capelli ricci e l’esperienza nelle rughe del volto, che aveva realizzato dei bellissimi poster in ricordo della camminata. Poco più in là, un ragazzo solitario, con un bastone di legno, una maglietta senza maniche e l’aria da pastore, se ne stava appollaiato sulla staccionata discosto dagli altri, vicino al gregge di mucche che passava in quel momento. La nostra vera guida era un giovane del posto di poche parole, abbronzato e atletico, che avevo notato arrivando, mentre cercava di far spostare una mucca cocciuta dal parcheggio del ritrovo. Ognuno di noi ha firmato il retro dei poster dei compagni di viaggio, come si faceva con le foto di classe a scuola, come un primo sigillo di amicizia per i giorni che avremmo condiviso. Ma c’era un’altra sorpresa: una busta di braccialetti fatti a mano, offerti dall’associazione Muse Diffuse e il comune di Gressoney. Un filo per tre valli, un filo per ognuno di noi. Ogni braccialetto aveva un simbolo diverso, ispirato alla storia Walser. Siamo partiti di buona lena, i temporali incalzavano alle nostre spalle, nonostante la

16

imponenti. Dovevamo trovare un passo comune, un’andatura che andasse bene per tutti. Dopo aver raggiunto i primi borghi di case Walser, Oro, Ca’ Vescovo e Rabernardo, con le prime soste per bere, le prime chiacchiere fra noi per conoscerci meglio, ci siamo ricompattati, e anche Pietro ha scalato qualche posizione. A Rabernardo, accanto al bellissimo Museo Etnografico Walser, c’erano le case di Roberta e Bruno e quella di Alessandra, dove aveva lasciato la sua famiglia e il suo zaino. Prima di ripartire, la figlia piccola di sette anni, Matilde, si è unita a noi. Mi sono chiesto se ce l’avrebbe fatta; io stesso, dopo aver letto dislivelli e tempi di percorrenza, ero stato incerto sulle mie forze e il mio allenamento.

Il gruppo lungo l'Alta via dei Walser attraversa una delle frazioni della Val Vogna.

giornata di sole. Le nuvole ci scrutavano a distanza, come se avessero deciso di lasciarci salire un po’ per poi scatenarsi quando fossimo stati più in alto, senza possibilità di riparo. Davanti c’erano Roberta e Bruno, insieme alla guida. Poi gli svizzeri, ai quali cercavo di star dietro, il gruppetto di donne esperte camminatrici, Guido, i milanesi, Alessandra e infine Pietro, il ragazzo solitario. Aveva dichiarato di essere timido, e chiudeva il gruppo restando un poco indietro. Ci siamo subito sfilacciati, alla prima salita attraverso un bosco fitto di alberi

La nostra guida, soprannominata Bambi, era della zona, e lo si vedeva dalla luce negli occhi, dalla sicurezza nel passo, mentre conduceva la compagnia sui sentieri che probabilmente lo avevano visto crescere. Ci indicava baite e pascoli di amici e parenti, era orgoglioso del suo territorio, ma si capiva che aveva imparato a risparmiare le parole per conservare il fiato e lavorare di gambe. Lo svizzero chiacchierone, invece, era il contrario. Un po’ cantastorie, un po’ incantatore di serpenti, non perdeva mai il fiato e l’andatura nonostante i fiumi di parole. Non era la prima volta che camminavo con altre persone, con gruppi di sconosciuti. Ho scoperto che è un modo naturale e semplice per instaurare legami che vanno al di là

Superati tutti i borghi Walser e la chiesetta di Peccia, dove abbiamo ammirato le installazioni artistiche create apposta per l’evento e ci siamo dissetati grazie alle bevande offerte dai gestori della deliziosa Baita Prato della Croce (una casa walser del 1600 ristrutturata ad arte, in cui si può soggiornare), la salita ha iniziato a farsi più impervia e il dislivello a crescere. Più tardi abbiamo pranzato in una radura silenziosa, all’ombra dei larici, seduti in semicerchio sul prato. I raggi di sole che riuscivano a penetrare le fronde alte degli alberi illuminavano il centro dello spiazzo erboso. Il gruppo era decisamente eterogeneo eppure ci sentivamo già uniti e in qualche modo affini. Pietro ha iniziato ad aprirsi, a parlare di più, mentre ci conoscevamo meglio, raccontando qualcosa di noi agli altri. Intanto Bruno controllava il meteo sul suo cellulare, perché lo spettro dei temporali non ci abbandonava mai. Ripreso il cammino si avanzava uniti, anche se di tanto in tanto ci si divideva in due, perché alcuni avevano il passo più svelto. Alessandra e sua figlia erano le più veloci, e la bambina sembrava non stancarsi mai. Ho provato a ricordare me stesso alla sua età, forse mi sarebbe piaciuto scalare le montagne d’estate, tra torrenti, marmotte e prati fioriti, ma il me stesso di sette anni sembrava così lontano, così imperscrutabile visto dal quarantenne di oggi. Uscendo dai boschi, si è spalancato il vallone per il colle Valdobbia e il Rifugio Sottile, dove avremmo trascorso la notte. Pietro mi parlava di tutti i fiori che incontravamo lungo il sentiero, da vero esperto mi indicava i più profumati e il loro utilizzo, soprattutto nella preparazione di grappe e liquori. Sfregalo fra le dita, diceva, sentirai che profumo. E intanto aveva guadagnato la testa del gruppo, sembrava il più carico di tutti. Nonostante la stanchezza iniziasse a farsi sentire, parlavamo volentieri quando il fiato lo consentiva e scrutavamo spesso il movimento delle nubi, che pur addensandosi sulle vette intorno sembravano risparmiarci. Guido ha raccontato di tutte le sue salite alla Capanna Margherita, 4554 metri, il rifugio più alto d’Europa. Anch’io ci sono stato, ha detto Pietro. E alla fine aveva raggiunto molti più rifugi di me. All’improvviso, superato un dosso di rododendri, ecco spuntare il rifugio Sottile

Il gruppo in cammino lungo l'Alta via dei Walser

SOPRA: il gruppo in sosta osserva il panorama sulla Val Vogna e la cima Carestia. SOTTO: arrivo a Oro

adagiato su una conca in cima al vallone; un miraggio dopo tutte quelle ore di cammino. Ma c’era ancora molta strada da fare, il sentiero costeggiava la forra del fiume per poi inerpicarsi a tornanti sulla parete della montagna, lungo la Piana Grande e i Sasselli dell’Asina. Ci siamo radunati intorno alla croce in ricordo di due viandanti, un ragazzo e una ragazza, morti giovani nel 1820 a causa del freddo e della neve. La loro storia convinse il canonico di Riva Valdobbia a costruire il rifugio Sottile, un riparo per tutti coloro

17


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

ce lo ha impedito. Gli altri sono rimasti sulle panche fuori dal rifugio, a godere degli ultimi raggi di sole, mentre le magliette stese sui fili garrivano al vento e le nuvole correvano veloci.

che affrontavano quella lunga traversata verso la valle del Lys e oltre. Mentre lasciavamo riposare le nostre gambe e riprendevamo fiato, il vallone era spazzato dal vento, si sentiva il gorgoglio del fiume più in basso, e ci giungevano gli echi del temporale alle spalle. Non c’erano animali sulle pareti ripide delle vette rocciose intorno al Sottile. Abbiamo provato a immaginare quella stessa vallata immersa nella neve, senza rifugio né ripari, per due giovani che all’epoca non avevano nemmeno un abbigliamento idoneo per ripararsi dal gelo. Su, nel cielo, due uccelli volavano in cerchio sulle creste e sulle nostre teste. L’ultima ora di cammino è stata la più faticosa: il rifugio sembrava a un passo eppure non si arrivava mai. Evitavo di guardare in cima e mi concentravo sul mio fiato, sul sentiero, sulle rocce sotto gli scarponcini, per scegliere i passaggi migliori e non sprecare energia. Avevo imparato da solo a camminare in montagna, a trovare il passo, a calibrare il fiato. Quando ho alzato la testa, all’ultima curva, ho visto in controluce il gestore del rifugio che ci aspettava – ho immaginato che dovesse essere lui - allora con uno slancio ho percorso l’ultima curva e ho guadagnato la cima. Il rifugio era come nelle foto, spoglio, essenziale, con una campana sopra la porta d’ingresso, la bandiera, panche lungo la parete e poco altro. Ero senza fiato, fradicio, eppure non sentivo più la fatica. Ho pensato al conforto di quel riparo per i viandanti che salivano lassù. Mi sono lasciato asciugare dal vento che s’incuneava nella conca del colle, attraverso le due vallate. La vista si perdeva sui due versanti, e in lontananza si poteva scorgere anche il Col Renzola, dove saremmo saliti il secon-

18

Pausa relax durante il cammino. Pausa pranzo poco prima di raggiungere la piana dell'Alpe Larecchio, Val Vogna.

do giorno per poi scendere a Estoul, diretti al “Richiamo della Foresta”. Pietro, che era arrivato per primo, ha offerto un giro di bevute a tutti, la sua timidezza era definitivamente scomparsa. I ragazzi del rifugio, una coppia giovane, si sono presi cura di noi fin dal primo momento. Ci hanno dato da bere, mostrato le camerate, raccontato del rifugio, e poi hanno preparato la cena. L’elicottero per le provviste sale di rado, ci hanno detto, e così spesso siamo costretti a scendere a valle e tornare su con tutto il carico che riusciamo a portare sulle spalle. Intanto il gruppo si è sfaldato, la figlia di Alessandra è crollata per la stanchezza e ha dormito fino all’ora di cena. Io sono andato insieme a Bruno, Roberta e gli svizzeri lungo un sentiero che girava intorno alla montagna, fino a un nevaio. L’idea era di arrivare a un lago lì vicino, ma la neve

A cena ci siamo divisi in due tavolate, abbiamo mangiato risotto ai funghi, arrosto, purè e piselli, e bevuto vino rosso. Dietro i vetri calava la notte. Durante la cena Pietro è diventato il più ciarliero, ha raccontato storie della sua famiglia, della sua vita, e ho pensato che solo la montagna fa questo effetto, ti permette di vedere il lato luminoso delle persone, di capirle meglio, di andare oltre le apparenze. Alla fine ci siamo ricompattati per le grappe e i caffè, e Pietro è sparito per un po’. Quando è riapparso ha chiesto se qualcuno sapesse suonare la chitarra. Io ho risposto distrattamente, senza pensare alle conseguenze. E pochi minuti dopo mi ritrovavo con una chitarra in mano, tutto il gruppo nella stessa stanza e alcuni amici in più: un trio di maltesi, un ragazzo e due ragazze, che si allenavano su quelle valli per le gare di skyrunning. Abbiamo faticato a trovare canzoni che tutti conoscessero, ma alla fine un paio di pezzi li abbiamo cantati e si è creata una bella atmosfera, gioiosa, senza imbarazzo, gli occhi stanchi e il cuore leggero, mentre fuori iniziavano a cadere le prime gocce di pioggia. Il mattino seguente ci siamo alzati di buon’ora. Sono uscito sullo spiazzo davanti al rifugio per godermi l’alba, e un vento freddo mi ha investito costringendomi a indossare la giacca a vento con la cerniera tirata fin sotto il mento. Nella notte c’era stato un temporale. Le nuvole ci avevano superato e ci aspettavano sul versante della discesa: sembravano non concedere speranza. La via per Gressoney si prospettava piuttosto ripida, e così abbiamo deciso di metterci in marcia al più presto, sperando di arrivare in fondo prima che la pioggia ci sorprendesse. La discesa spesso è più faticosa della salita, serve meno fiato, ma ci vogliono più gambe. E la discesa dal colle Valdobbia a Gressoney inizia con un ripido canalone roccioso, poi attraversa un tratto più dolce, dove abbiamo incontrato un nevaio cosparso di piccoli alberi sradicati dalle valanghe e disseminati qua e là. Oltrepassato il fiume e alcune baite abbandonate, si entra nel bosco, dove il sentiero, pur seguendo una serie di tornanti, ritorna a farsi ripido. Non abbiamo parlato molto durante la discesa, eravamo concentrati sulle nuvole all’orizzonte e sul nostro obiettivo: arrivare in fretta a Gressoney, dove una nuova guida

ci avrebbe condotto fino a Estoul. Bambi al mattino ci aveva lasciati per tornare a casa, in Val Vogna. Nel bosco il sentiero era sdrucciolevole e ripido, e la fatica iniziava a farsi sentire, bisognava stare attenti a non scivolare e concentrarsi sui propri passi. A metà del bosco si è aperta la vista sul paese di Gressoney Saint Jean, e sul castello Savoia. Da lì in poi, non abbiamo fatto altro che pregustarci chi un caffè, chi un cappuccino, ma la fine del sentiero sembrava di non arrivare mai. Ero in testa al gruppo con Bruno quando abbiamo avvistato le prime quattro pecore. Sono comparse dietro i tronchi degli alberi, dal buio. Il bosco in quel punto è molto fitto. Stavano salendo dirette al pascolo e man mano ne comparivano altre. Non erano quattro, e nemmeno dieci o venti. Poco per volta sono arrivate tutte, sul sentiero e tutto intorno, si muovevano insieme, e sembrava di essere investiti da uno sconfinato fiume bianco. Eravamo circondati. Alla fine c’erano anche quattro cani e per ultimo il pastore. Gli abbiamo chiesto quante fossero. Novecento, ha risposto lasciandoci senza parole. Abbiamo aspettato che passasse tutta la mandria prima di continuare la discesa. Arrivati in fondo, siamo sbucati vicino all’antico edificio della dogana, proprio dove passavano i viandanti e i mercanti. La nuova guida ci stava aspettando, una signora riccia con una bandana in testa e l’adrenalina addosso. Le abbiamo detto del caffè ma lei era pronta a partire, ha acconsentito solo per farci contenti. Sulla strada ho parlato con Rosafrancesca che mi ha raccontato della sua casa di famiglia a Gressoney e del desiderio di vivere lì. Dopo il caffè siamo andati a prendere la seggiovia del Weismatten, e mentre Rosafrancesca mi parlava di come era cambiata la pista, che adesso aveva anche l’illuminazione notturna, io pensavo a quella stessa seggiovia, trent’anni prima, con la neve sulle piste, e all’improvviso mi è venuto in mente di quella compagna di scuola che speravo sempre di incontrare, fantasticando di salire in seggiovia proprio con lei, anche se alla fine non è mai successo. In vetta il cielo era grigio e ventoso ma ancora niente pioggia. Abbiamo pranzato in fretta in un bar ristorante a punta costruito da un architetto e siamo ripartiti al seguito della nostra nuova guida, attraverso i boschi di pino cembro e pino mugo, diretti al festival. La guida era un’esperta di piante e

fiori di montagna, ci spiegava quelli velenosi, quelli medicinali, l’uso che se ne faceva in passato e persino quali fiori venivano usati a scopo alimentare, per sopperire alle carenze di minerali nella dieta. Ero felice di poter approfondire quelle nozioni, ma allo stesso tempo scalpitavo per arrivare al festival. Dopo la salita, il sentiero diventava più dolce e attraversava una vallata erbosa. In cima al col Renzola, arrivati al valico fra Gressoney e Brusson, c’è un muretto sul quale è posta una madonnina bianca. E affissa sul muretto c’è una targa in ricordo di Tolstoy, che nel 1857 era stato proprio su quei sentieri e ne aveva poi scritto sui suoi diari giovanili. La citazione letteraria ci ha avvicinati allo spirito del festival.

lita per la radura di larici mi sembrava di tornare a casa, l’atmosfera era la stessa del primo anno, festosa e rilassata allo stesso tempo. C’era il sole, ma nuvole basse avvolgevano le cime dei larici.

Paolo Cognetti presenta il gruppo arrivato al

la performance in corso per presentarci. Il pubblico ha applaudito e Roberta ha detto qualche parola sulla nostra avventura. Ce l’avevamo fatta, eravamo arrivati davvero, scalando montagne, evitando temporali, attraversando boschi e nevai. Insieme. È stato un momento che non dimenticherò mai.

Festival "Il richiamo della foresta".

Da quel punto era tutta discesa, si seguiva una grande strada sterrata larga e dolce fino a Estoul. Il gruppo era allo stremo, incrociavamo persone che provenivano dal festival e ci guardavano come fossimo l’Armata Brancaleone. Altri invece avevano sentito parlare di noi, e quando ci incontravano dicevano soltanto: “Voi siete quelli della camminata” guardandoci con ammirazione. In testa, la guida di Gressoney parlava in francese con gli svizzeri. A un certo distacco c’era un secondo gruppetto formato da Bruno, Roberta, Guido, i milanesi ed io e in fondo gli altri. La figlia di Alessandra era molto stanca, così Bruno l’ha fatta salire sulle sue spalle, caricandosi anche lo zaino della mamma, che era il più grande di tutti. Prima di arrivare ci siamo ricompattati perché volevamo entrare insieme, così come eravamo partiti. Sulla sa-

Ho fatto da apripista insieme a Roberta e abbiamo varcato la soglia della radura tutti compatti, con gli zaini sulle spalle, gli scarponcini sporchi, le magliette sudate, i volti rossi attraversati da sorrisi. Tempo di guardarci intorno e subito è arrivato Paolo Cognetti, che ci ha accolto con grande entusiasmo e ci ha chiesto di seguirlo sul palco, dove si stava esibendo un attore comico. Noi gli siamo corsi dietro in mezzo al tendone, siamo saliti dietro di lui, che ha interrotto

Scesi dal palco abbiamo potuto goderci il Festival. Ho salutato un’amica e poi sono tornato insieme ai miei compagni, per trascorrere le ultime ore con loro, girovagando tra gli alberi che ospitavano la mostra fotografica, ascoltando i racconti di Nives Meroi e Romano Benet e cenando sotto il tendone. Erano trascorse meno di 48 ore, ma mi sembrava di conoscerli da una vita. Se chiudo gli occhi e ascolto in silenzio, sento ancora l’accento e le risate degli svizzeri, le storie di Rosafrancesca e di Pietro, i racconti di Guido, le voci di Bruno e Roberta. E spero di ritrovarli presto, alla prossima edizione del festival, magari prima.

19


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

BIOGRAFIA

MICHELE MARZIANI Legge. Scrive. Viaggia. In quest’ordine. Non ha mai fatto altro. Anche quando ha letto cose bruttissime, scritto cose sbagliate o fatto viaggi da dimenticare. Oltre ai libri, ama la montagna, la pesca alla trota, il buon vino e scarabocchiare sui taccuini. È nato a Rimini nel 1962. Dopo anni passati tra il lago d’Orta, Rimini e Milano, oggi vive sulle Alpi, a Campertogno, in Valsesia, con qualche lunga incursione in Irlanda. Scrittore, editor, insegnante in laboratori di narrativa, ha pubblicato sette romanzi – l’ultimo La figlia del partigiano O’Connor (Edizioni Clichy) è ambientato tra l’Irlanda e la Val Strona – oltre a numerosi libri di viaggio nella cultura materiale italiana. È da poco uscito in libreria con un piccolo saggio dal titolo Il suono della solitudine (Ediciclo Editore), scritto interamente in Valsesia.

SCEGLIERE LA MONTAGNA COME DIMORA

Valsesia, l’ascolto di un mondo Michele

Marziani Scrittore

I

n Valsesia sono arrivato in silenzio, come credo sia giusto arrivare. L’ho fatto piano piano. Il primo anno a Rassa. Era l’inizio di maggio, con un piccolo sbuffare di neve, ho portato quattro o cinque valigie su una ripida rampa di scale. Da lì ho cominciato a sentire lo scorrere del torrente tutte le notti e ho capito che non avevo sbagliato. La Valsesia non era un abbaglio giovanile, ma il posto giusto. L’ho cercato a lungo il mio luogo della scrittura, con metodo, con la fortuna di aver potuto girare ovunque. Ho viaggiato per tutta l’Italia in lungo e il largo, vallate minori, pianure e isole comprese, prima scrivendo per riviste di pesca sportiva e di ambiente, poi raccontando dei buoni sapori dei territori su giornali, riviste e pubblicazioni varie. L’ho fatto ininterrottamente ogni giorno, più o meno dal 1986 al 2007. Tanto tempo, tanta strada, tante parole a descrivere mondi. Ma io volevo raccontare storie, inventarli i mondi, non parlare di quelli che già c’erano e non sempre mi piacevano. Così ho lasciato, ho chiuso con il giornali-

20

smo e ho cominciato a frequentare i territori della narrativa. La vita mi ha sorriso, ma a un certo punto anche a uno scrittore nomade viene voglia di sentirsi a casa da qualche parte. Un posto per la creatività. Uno spazio dove scrivere e vivere. Da sempre un luogo così l’ho immaginato sui monti perché ho bisogno di vette e di limiti, mi perdo di fronte all’infinito del mare. Ogni valle, ogni crinale, ogni cima, ogni angolo di Alpi e di Appennino mi hanno spesso richiamato come una sirena, ma alla fine hanno avuto il sopravvento lo sbuffare del treno per Varallo preso nelle mattine da ragazzo in fuga dal liceo di Novara, o la domenica pomeriggio da Gozzano, con cambio a Borgomanero e a Romagnano, per vedere il Monte Rosa più da vicino. L’anno che ho deciso fosse l’ora della montagna ho capito che era giusta la Valsesia, per motivi d’affetto, per istinto e perché sono un pescatore e di fiumi tenuti bene come il Sesia ne sono rimasti pochi sul versante italiano delle Alpi. Il primo anno, dicevo, è stata Rassa, punto di esplorazione. Il secondo è stata ancora Rassa, diventata nel frattempo angolo d’affetto. Il terzo è stata Campertogno, per caso: un cartello “Affittasi”, un numero di telefono, una scala in legno antico e uno studio al terzo piano, con le finestre ad arco, del

quale è stato impossibile non innamorarsi. Sono a Campertogno ormai da più di un anno, ho preso la residenza, il medico, le cose di uno che nei posti ci vive davvero. Un’amica di Vigevano - anche lei scrive e si occupa di cinema - passeggiando per le viuzze di Campertogno in piena stagione sciistica ha visto il cognome sul campanello e subito mi ha cercato: ma sei proprio tu? Sì, sono io, vivo qui. E per bere un bicchiere di vino insieme la porta è sempre aperta. Credo che si possa anche così ripopolare la montagna, crearle un futuro: semplicemente andandoci ad abitare. Lo dico sommessamente, non ho certo ricette. Tanto meno so fare progetti, neppure so immaginare che cosa servirebbe per far rivivere la Valsesia, le valli alpine. Azzardo ulteriormente: neppure so se devono vivere o i tempi che stanno arrivando cancelleranno la montagna, ne cancelleranno l’idea che ne abbiamo. Mi chiedo spesso se abbia ragione Antonella Tarpino immaginando in qualche modo un futuro per il paesaggio fragile o Marco Albino Ferrari pensando a una riconsegna della montagna alla natura selvaggia, al mondo dei lupi. Davvero non lo so, io in Valsesia ci sono arrivato perché faceva bene a me, perché, per dirla con Henry David Thoreau «Non sono venuto al mondo, innanzitutto, per renderlo

Da sinistra a destra: Rassa, scorcio del fiume Sesia e del Monte Rosa da Riva Valdobbia, Campertogno e le case walser di Alagna Valsesia.

un posto buono per vivere, ma per viverci, buono o cattivo che sia». La montagna è il mondo che piace a me. Con i pregi e gli innegabili difetti che ha. Per me che vivo in movimento continuo – decine di presentazioni di libri e corsi di scrittura sparsi per l’Italia, anziani genitori in Romagna, affetti in Irlanda – il difetto maggiore è la mancanza del treno, l’impossibilità di utilizzare la stazione di Varallo. L’assenza dello sbuffo di locomotiva, del rumore di littorina diesel, che mi hanno fatto conoscere la Valsesia, è oggi la peggior scocciatura che devo sopportare. Non mi manca nulla, se non il treno. Oggi la stazione utile più vicina è sul lago Maggiore, Arona. Da lì si raggiunge Milano e si spalancano le porte del mondo. Ma fino a lì ci si va in auto. Che per uno che legge e scrive per lavoro è un gran tempo perso, pure assai noioso. Nemmeno l’avevo l’auto prima della Valsesia. Però sono arrivato senza dovermi inventare un mestiere, che forse sui monti è difficile, l’avevo già. Chissà allora se un treno, una rete Internet migliore, i negozietti aperti più spesso durante la settimana, potrebbero creare un richiamo per scrittori, poeti, pittori, fumettisti, gente che fa mestieri creativi, ma anche lavori che muovono denaro… Persone che potrebbero vivere felicemente in montagna senza gravare sulla debole economia dei luoghi. Conobbi anni addietro un broker finanziario scozzese che si era ritirato in un villaggio al-

pestre in Liguria, un posto in mezzo ai lupi, da lì spostava capitali col mouse e si godeva la vita passeggiando nei boschi col cane. Con la borsa di New York che apre quando in Italia è già pomeriggio hai tutta la mattina per pensare ad altro. Ecco, credo, ma anche questo lo dico sottovoce, che potrebbe essere un’idea la montagna che si ripopola di persone che possono lavorare ovunque ma preferiscono vivere in altura. Lo dico sommessamente perché penso anche che questa idea contenga dentro di sé dei rischi, delle contraddizioni, forse persino maggiori di quelli del turismo: chi ha redditi che produce altrove può permettersi di non avere contatti con le comunità locali, quindi con la storia, con la civiltà di chi sui monti vive da quando è nato e, di conseguenza, di quelle comunità potrebbe non interessarsi, sentirsi superiore a chi in quei luoghi ci vive da sempre. Questo è un rischio, un pericolo, ma non esistono strade nuove senza pericoli. Per me, era importante non correrlo, per questo sono arrivato silenzioso, chiedo sempre permesso quando entro da qualche parte, saluto per primo, ascolto, perché ho più cose da imparare che da dire. Intorno ho un mondo nuovo che è quello dove mi piace stare. Ho boschi, sentieri, cascate, torrenti, alpeggi, valloni, laghi alpini, le baite in pietra e quelle in legno… E sto puntando verso il cielo: trovare casa più in quota, più in alto, più ai margini. Non credo sia un caso – o forse lo è, ma è bellissimo illudersi - che a 56 anni abbia finalmente avuto la mia “visione”: è un aquila il

mio animale totem. L’ho cercata tutta la vita la visione che doveva indicarmi la strada, fare di me un “guerriero”, ovvero un uomo. L’ho avuta ambientata sui monti e ad accompagnarla era un’aquila. Un’allucinazione mistica che ho cercato con determinazione, nel tempo, perché vivo da sempre nei sogni. Lo faccio perché lì si sta meglio. Ma anche perché c’è qualcosa nel mondo onirico e visionario delle tribù dei Pellerossa americani che mi permette di camminare su filo di una spiritualità che mi accompagna sin da bambino. Certo, sono stramberie da uno che vive in mezzo alle parole, mi rendo conto. Però sono suggestioni, ispirazioni, immagini nate in Valsesia e non altrove. Tutte le montagne sono sacre a chi le abita e ogni spiritualità ha il valore profondo delle genti che la coltivano. Per questo anche chi come me non crede in nulla accenna a un inchino leggero di fronte ad ogni oratorio, ad ogni edicola, ad ogni madonnina di montagna. Per me questo è un mondo di esplorazione costante e di testimonianza permanente: lo percorro di continuo e pur apparendo piccolo sulle mappe mi sembra infinito e ricco; non basterà quel che mi resta della vita, neppure diventassi un arzillo ultracentenario, a scoprire tutti i sentieri e le vie da seguire. Così girovagando, ne raccolgo le parole, i sentori, le piante selvatiche, i muschi, i suoni e i pensieri trasportati dal vento… Li infilo tra le pagine dei taccuini perché nulla si perda del respiro grande della valle da cui mi sento silenziosamente e benevolmente accolto. Vedremo dove ci porterà questa strada insieme.

21


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Ho casualmente incontrato un walser Annalina

Molteni Scrittrice

F

ino a una sera di novembre del 2016 sapevo poco o nulla dei walser. Solo qualche immagine che pubblicizzava località sciistiche che non avevo mai frequentato: rocce aspre a fare da scenario ad agglomerati di case di pietra e legno, donne in costume, con i corpetti ricamati attraversati in orizzontale da un nastro annodato sopra il seno, parole scritte in una lingua che assomigliava al tedesco. Nulla di più. Così, quando una sera di novembre, al termine della presentazione di un mio romanzo al Museo del Risorgimento di Varese, mi si avvicinò una signora, che a bruciapelo mi disse: “Le interesserebbe scrivere una storia walser?”, di primo acchito non seppi che cosa rispondere. Mi aggrappai alle misere conoscenze e nascosi la mia ignoranza dietro un asettico: “Possiamo parlarne”. La conversazione finì con un appuntamento a Villa Della Porta Bozzolo. La signora appena conosciuta era una dei discendenti che avevano donato la proprietà al Fondo Ambientale Italiano: Anna Parish Pedeferri. Respirai di sollievo. Lì giocavo in casa. La villa era stata una delle prime acquisizioni del Fai, ai tempi in cui il delegato per la provincia di Varese era Bernardo Maggi, una persona di famiglia. La conoscevo perfettamente ed era a pochi chilometri dal paese del Lago Maggiore, dove abito. “Ci vuole ben altro per scriverci una storia”, riflettevo mentre, una settimana più tardi, Anna mi raccontò per sommi capi la storia del bisnonno materno: Antonio De Toma. Nato nel 1821 a Rima, era partito dalla Valsesia a undici anni come semplice garzone di un gessatore stagionale, Antonio Viotti, ed era diventato un ricco imprenditore del marmo artificiale, autore di lavori splendidi nelle regge di principi, sovrani e Geld –mensch mitteleuropei. Basti citare, come esempio più famoso, la sala del trono commissionatagli da Ludwig II di Baviera al castello di Neuschwanstein. Una storia che aveva il sapore di una di quel-

22

le favole nelle quali le vicende del protagonista si introducono con le parole: e cammina cammina …e il De Toma si muoveva da uno stato all’altro, Baviera, Svezia, Prussia, Sassonia, Austria, Ungheria, stipulando contratti, incontrando sovrani, architetti famosi e artisti come Gustav Klimt, ma anche sovraintendendo ai lavori della fittissima rete di collaboratori e maestranze, ai vertici dei quali ci fu sempre un parente, un walser di Rima che, negli ultimi anni dell’800, divenne il paese italiano con il più alto reddito pro capite. E anch’io mi trovai a camminare tra i walser. All’inizio, attraverso le numerose lettere dell’archivio De Toma, i racconti di Anna e le poesie di Annina De Toma, nipote di Antonio, che le drammatiche vicende storiche del ‘900, obbligarono a camminare lungo un percorso inverso a quello del nonno: da Vienna, dove era nata in un elegante palazzo vicino al Belvedere, alla casa avita di Rima; poi, una volta pubblicato il romanzo, attraverso i luoghi dei walser, dove sono stata invitata a presentarlo, insieme ad Anna Parish Pedeferri, che da parte sua ha scritto un saggio storico sulle origini dei De Toma, sugli sviluppi successivi della famiglia, che con il matrimonio del figlio maggiore di Antonio con Marianna si legò ai Bozzolo, e ha in parte catalogato le opere di Antonio.

ANNALINA MOLTENI Milanese di nascita, vive in un paese sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Laurea in Medicina veterinaria, specialità in Ippiatria, Giornalismo e comunicazione scientifica, insegnamento della lingua italiana agli stranieri. PUBBLICAZIONI ROMANZI: • La stagione del gufo dorato 1991/ ried. 2000- Selezione Premio Montblanc • Il guado della maltinta (2000); “ • Il palio del labirinto 2002; • Falsa staffa, 1999/ ried.2003; • L’astuccio delle ambre (pseud. Egée Berta) 2004; • Domani sarà battaglia. 3giugno 1859 2008; • Felicità imperfetta” 2009. Premio Morselli; • La merenda di Hitler” 2010; • Una volta c’era un cavallo 2013; • Hotel brughiera 2015; • Due donne una bandiera (con G. Parri) 2016 – Giuria dei critici Premio Stresa 2016; • Il walser dell’imperatore 2018 – Giuria dei critici Premio Stresa 2018; • Romanza senza parole – Monologo con l’Alzheimer 2018. TESTI TEATRALI: • Voci di donne rumori di battaglia” 2011; • Hai attraversato la nostra vita in punta di piedi, Fanny Mendelsshon” 2012.

Ad ogni presentazione si è aggiunto un tassello alla mia conoscenza. I relatori esperti di cultura walser, Roberto Fantoni a Rima, Enrico Rizzi e Teresio Valsesia a Macugnaga, Roberto Pedretti e Piera Mazzone a Varallo Sesia, Lorena Chiara ad Alagna, hanno ampliato l’orizzonte del romanzo e un po’ tamponato la mia iniziale, sconfinata, ignoranza. Del resto, pur cercando di essere il più rispettosa possibile della verità storica, ho scritto un romanzo, nel quale l’origine walser di Antonio De Toma è una componente importante, ma non l’unica, del suo essere semplicemente uomo e figlio del suo tempo. Il walser dell’imperatore, Magazzeno Storico Verbanese, 2018. La locandina dell'evento organizzato a Varallo in occasione della presentazione dei due volumi dedicati ad Antonio De Toma e all'intitolazione di una via a lui dedicata.

Un incontro benedetto

BIOGRAFIA

Romanzo - Pagg. 211 - Euro 15,00 Premio Giuria dei critici Premio Stresa 2018

Anna

Parish Pedeferri Scrittrice

C

i siamo conosciute nel novembre 2017 al Museo del Risorgimento di Varese. Annalina Molteni e Gianna Parri avevano appena terminato di presentare il loro libro “Due donne e una bandiera”. Lo avevo letto ed ero rimasta colpita dall’impianto originalissimo che Annalina in particolare aveva dato a questo romanzo storico. Mi avvicinai a lei, per complimentarmi e per chiederle se poteva aiutarmi a realizzare un vecchio sogno, quello di poter lasciare alla mia famiglia, quella materna, e ai conterranei valsesiani una memoria della straordinaria vita del mio bisnonno Antonio De Toma. Avevo più volte consultato il nostro vasto archivio di famiglia rendendomi conto che da sola non avrei mai combinato nulla. Gliene parlai e la pregai di venirci a trovare negli appartamenti privati di Villa Bozzolo dove mio marito ed io tuttora viviamo. Lei gentilmente acconsentì ma fu solo dopo diversi mesi che accettò l’incarico a patto che il suo contributo fosse sotto forma di romanzo storico – la sola biografia ne avrebbe guadagnato enormemente. Ci dividemmo i compiti. Quello mio era di leggere e riassumere in schede circa 300 lettere spedite o ricevute di carattere sia famigliare che aziendale del bisnonno e un ugual numero di vecchie cartoline delle famiglie rimesi discendenti dei collaboratori e parenti del De Toma che si rivelarono utili per stabilire la geografia imprenditoriale delle loro attività di stuccomarmisti e le date. Il mio lavoro forniva a lei la materia prima e a me il terreno per redigere il saggio storico . Oggi ci rendiamo conto che il solo fatto che un libro derivasse dall’altro ha reso appetibile l’argomento, sostanzialmente la storia di un autentico walser, emblema della genialità innata di questa etnia. La storia del popolo walser, affascinante perché in parte avvolta ancora nel mistero, è da anni

oggetto di studi approfonditi che non sono sempre alla portata di tutti. L’iniziativa, grazie all’idea geniale di Annalina, ha reso l’argomento divulgativo, pur rispettando alla virgola la verità storica. Annalina parla nel suo articolo “Ho casualmente incontrato un walser” della sua “sconfinata ignoranza in proposito”. Si è rivelata invece colei che con il suo libro “Il Walser dell’Imperatore” ha conquistato, presentazione per presentazione, una

Annalina Molteni in primo piano e Anna Parish Pedeferri alle sue spalle.

buona fetta dei relatori esperti di cultura walser, trascinando la mia persona in questa avventura, dono di Dio per tutti i veri innamorati delle loro origini speciali come quelli di Rima, Alagna, Macugnaga, Rimella, Gressoney, ecc. Alcune pagine del romanzo mi hanno lasciato commossa e stupita che una persona di origine tirolese, abbia potuto penetrare l’intimo di ciascuno di noi con le sue stupefacenti intuizioni, quasi avesse una lente di ingrandimento posta sulle nostre emozioni

più profonde. Solo oggi dopo quasi un anno dalla prima presentazione posso fare mie, grazie ad Annalina, le parole della poetessa Antonia Pozzi*: “Quando dico che qui sono le mie radici non faccio solo un’immagine poetica. Perché ad ogni ritorno fra queste mura, fra queste cose fedeli e uguali, di volta in volta ho deposto e chiarificato a me stessa i miei pensieri, i miei sentimenti più veri. E queste mura se ne sono fatti custodi così che quando ritorno qui trovo tutto quello che sono stata, per cui sono – oggi – quella che sono, mi balza incontro ed io ritrovo la più completa me stessa. Qui non sono solo raccolte tangibilmente tutte le immagini delle persone care, dei luoghi amati, delle cose d’arte predilette, ma la stessa aria è come se conservasse l’eco delle voci, l’ombra dei volti, il senso delle ore vissute”. Non sono forse queste emozioni anche quelle che provavano ad ogni rientro a casa nella stagione invernale i nostri abili stuccomarmisti? Ringrazio Annalina Molteni perché senza la ricchezza spirituale che ho acquisito nel corso del lavoro e delle presentazioni, non avrei mai potuto realizzare il mio sogno, quello di lasciare ai posteri una testimonianza così sentita anche se non completa di quello che ha rappresentato per un’intero secolo per la nostra antica società walser di Rima, esperienze umane come quelle del Detoma e dei suoi abilissimi collaboratori, uniche nel loro genere. Anton De Toma – Da Rima a Vienna Magazzeno Storico Verbanese 2017 Pag 43 – euro 8,00

*Antonia Pozzi: citazione da una lettera all’amico Remo Cantoni del 14/4/1935 riguardante il paese di Pastura in Valsassina.

23


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

L’unica vera arte è la vita

Adesso, né giorno né notte. Tutto è in equilibrio. Le tenebre sembrano non voler fluire ed il giorno non sopraggiungere, ancora Lei nei miei pensieri e nei miei progetti, ed è ancora alba ed io sono ancora vivo. Max

Solinas Scrittore e scultore

B

uongiorno, sono MaxSolinas, faccio lo scultore, scrivo, e vado in montagna. Scolpisco e plasmo la materia perché sebbene ci abbia provato inconsciamente a farne a meno, lei ritorna continuamente tra le mie mani e nelle mie necessità vitali, rendendosi insostituibile. Scrivo perché mi diverte e ho scoperto che mi fa sentire una persona migliore, non degli altri, ma di me stesso. È come se ogni volta mi arricchissi di un non so che, e che non sapevo esistesse. Ma poi chissà se è vero! Quando scrivo mi piace, stando in piedi nel presente, allungare lo sguardo nel mio passato e spaziare nel futuro con la fantasia spregiudicata ed ingenua di un bambino. Farlo mi rinfranca e mi illumina il presente che a volte stenta a trovare la strada migliore, la scorciatoia giusta, quel sentiero che porta alla montagna, la più alta, la più bella. Quella con il sole in faccia tutto il giorno. Il presente è come una navicella spaziale di vetro trasparente tanto grande quanto riusciamo a toccare con mani e piedi, vi ricordate la raffigurazione dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci? La montagna, e con questa parola abbraccio la Natura tutta, quella con la N maiuscola fatta di montagne verdi e boschi di alberi di foglie che allungandosi verso l’alto si diradano fino a lasciar posto alle conifere, Larici contorti, Cirmoli profumati, Mughi audaci, quella montagna che infine lassù si denuda completamente divenendo roccia grigia, immobile, cristallizzata, inodore, pura ed affascinante, algida ma accogliente come una mamma amorevole, una dea protettrice. Silente respira per chi la sa toccare sfiorandola. Sono quelle le montagne che amo di più, le mie Dolomiti che veramente mie non sono, ma che tratto come fossero il mio piccolo giardino di casa, quelle pareti che hanno incoraggiato e fatto sognare la mia fantasia quando da bambino stavo lì sotto con i miei tre fratelli a guardare su, e che poi mi hanno eccitato al punto di consigliarmi di provare a

24

scalarle con le mani e i piedi, il cervello e la fantasia, l’umiltà ed il coraggio. Quelle montagne ricche di guglie aguzze, cime, creste affilate bianche nere come coltelli, che nella mia regione di adozione il Veneto, in alto lassù a nord ultimo baluardo italiano prima dell’Austria, là dove iniziano le valli e sgorgano le sorgenti vergini dei torrenti progenie dei mari e oceani, svettano corteggiate dai ghiaioni sottostanti le spettacolari ed uniche Dolomiti che si colorano di rosa al tramonto rispondendo al fenomeno unico dell’Enrosadira. Mi piace pensare che tutto quello che non possiamo toccare non è nostro, ma è sognabile, desiderabile come il passato ed il presente, ed io a notte fonda faccio sogni riservati ai liberi sognatori. Sognare è gratis ed è uno dei geni della vita.

“IL POSTO GIUSTO, È QUELLO CHE NON TI FA AVERE NOSTALGIE, E SPESSO È FLUTTUANTE.” Il sogno ad occhi aperti, il desiderio di fare e ricercare là dove senti che c’è un qualcosa che ti attrae, che ti infervora animo e corpo e che ti fa partire senza sapere dove veramente vuoi andare. Il desiderio è aria solida dove lo sguardo e le mani corrono e scorrono dandoti godimento ed eccitazione, futuro palpabile come un corpo vivo, carnoso, tumido e turgido e fremente che emana e pretende amore … e il palmo della mia mano ha memoria tenace. E così, inevitabilmente mi ritrovo a voler scoprire fin dove mi potran portare queste mani e gambe, cervello, pensieri, desiderio.

Lo scrittore e scultore Max Solinas

La vita è un gioco a somma zero. Con questo piccolo preambolo, parlare di Scultura e Materia, che sia Legno o Marmo o Bronzo mi sembra più facile. È come aver accordato gli strumenti per suonare insieme, o come aver intonato una lingua universale per discutere di nuvole cumulonembi e vita. Amo scolpire il legno perché sento il pulsare della natura nelle mie mani, e se chiudo gli occhi ed ascolto, vedo e trasformo in materia forme forti e fragili, saccenti ed ignoranti, velate e svelate, che cambiano ogni giorno carattere, al pari di un bosco nelle quattro stagioni. La scultura è aria solida dove la luce scivola via senza intoppi, come se andasse a passeggio. Qualcosa che se ne va stando fermo nel legno. Gioco, sfoco le immagini, chiudo gli occhi e vedo la verità, ho imparato da tempo che per vedere devo chiudere gli occhi. Me lo consigliò l’aviatore francese Antoine De Saint Exupèry quando lessi per la prima volta il suo libro. Era scritto con una lingua quasi incomprensibile tra le righe spettacolari nelle pagine del Piccolo Principe. Le mie mani sono io, vissute, usate, sporche, ferite, guarite, riferite, cicatrici, abitudine, odore, volgari, armi, carezze, ricerche, sesso, amore, amare. Le mani che sanno, le mie mani sono io. Così bilanciati possiamo parlare di montagne alte da scalare e poi discendere, e discu-

tere come la maggior parte delle volte sia più complicato scendere che salire, un po’ per difficoltà tecniche o perché sei sfinito, ma ancor di più perché non vuoi tornare nell’oblio degli uomini inquadrati, regolati e tristi, tutti vestiti uguali da mode orrende e stupide come se non potessero farne a meno, indottrinati da religioni sintetiche mal interpretate, disegnate ad hoc. Ma lasciamo perdere, questi son altri discorsi. Ecco perché a volte è così difficile tornare. Forse per questo qualche alpinista ha preferito con una semplice e banale scusa restare lassù, fisso su quelle rocce severe e fredde, pungenti e ruvide, inodori e grigie. Ha scelto di restare lassù piuttosto che in mezzo alla miseria di certi uomini, e così godere del silenzio e ogni santa sera esaltarsi di quella spettacolare visione in cui le montagne si trasformano in velieri e castelli, nuvole e ballerine vestite in ogni forma immaginabile, dipinte e sature di un rosa speciale che solo le montagne amiche del sole del crepuscolo sanno fare. La scultura, la mia scultura è parte del mio stile di vita. Lei mi ha consigliato più di ogni Opera della scultore Max Solinas: "Matriarca in legno"

maestro e Accademia. Lei mi ha insegnato l’arte del togliere quello che non serve, di eliminare gli orpelli inutili e frivoli. Togliendo ogni giorno qualcosa in più da quei monoliti di materiale naturale sentivo che mi avvicino all’essenza, l’unica. Ogni colpo di scalpello mi porta in sentieri sconosciuti ed eccitanti alla ricerca di cose nuove e panorami sconosciuti. E ogni volta mi innamoro ancora della stessa cosa, come fosse la stessa donna, e per me pover uomo è una sana conferma di essere sul sentiero giusto. La montagna alta è ancora lì davanti a me. Che avventura meravigliosa è la scultura. Lei mi ha dato un lavoro e la libertà ed i non finirò mai di esserle grato più che a un dio conforme che ci hanno propinato in scatola con le istruzioni. La scultura mi ha insegnato che per chi crea la povertà non esiste. Dare libertà è il più grande gesto d’amore. La scultura io la paragono alla scrittura, e qui so che sto per profanare templi sacri, ma chi se ne frega. Riempire un foglio bianco con il nero della Bic che scivola sulla sua superficie rugosa è come creare una scultura che dovrà raccontare qualcosa al suo visitatore. Amo scrivere spaziando in mondi conosciuti per scoprirne di nuovi, e amo farlo guardando ogni tanto le mie mani nodose e callose impugnare una sottile ed indifesa cannuccia trasparente con il refil dentro piegarsi a volte per la mia smania e voracità nel distendere storie e racconti lungo quel tratto nero. Le mie son mani dedite al lavoro fisico, ma più lavoro con le mani e più ho tempo di pensare, e più ho voglia e desiderio incolmabile di scrivere per svuotare il cestino delle cose che ho imparato e lasciare il posto libero per impararne altre. La scultura e la scrittura sono mie amiche, la Natura e i boschi pure. Ogni giorno, preferisco la mattina presto o la sera all’imbrunire, entro nella foresta con la mia Lupa Arja e ho come la sensazione di ricongiungermi con quella parte di MaxSolinas che vive lì. Il richiamo è molto forte e si incrudisce aumentando sempre più, e chissà cosa riserverà il prossimo futuro. La Natura mi ispira e mi stimola in ogni cosa, mi consola quando ne ho bisogno e mi rimette nel sentiero quando mi perdo. Per me la Natura è come dio, il mio, e lei è dappertutto, taciturna mi insegna e mi consiglia. La Natura è istinto, intuizione, libertà. L’ignoranza fa sempre rumore. Dalla Natura e dalla Vita ho imparato a lasciare nel posto dove sono nate le cose e le

emozioni, e a tenere come tesoro solo i ricordi, e anche per questo, ma non solo, che l’arte è vita e la vita è arte. E non è così importante cosa facciamo, ma come lo facciamo, lo stile, la forma che diamo alla nostra vita, il colore, le parole che diciamo, il tono che usiamo. L’amore che adoperiamo nel fare, nel pensare, nel restare fermi o muovendosi. La mia perseveranza continua impavida, unita al mio credere in quel che faccio e nelle persone che mi circondano a farmi vivere contento. Non ho mai smesso di cercare per trovare, e non cercare per cercare invano, senza sciupare energie preziose. È così che ho capito che Il posto giusto è quello che non ti fa avere nostalgie, e spesso è fluttuante. Nel frattempo io ingordo continuo a vivere nella bellezza e nella naturalezza, nella semplicità concreta ed essenziale così come la Scultura e la Montagna mi stanno insegnando. La mia vita e le persone che mi stanno intorno anche solo con un pensiero e con un “ciao” per strada sono la mia energia e forza, coraggio di continuare a camminare sul senOpera della scultore Max Solinas: "Modella in legno"

25


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Un ultimo ringraziamento a Massimo che con grande passione ci accompagna

in molti eventi arricchendoli con la sua musica.

Max Solinas al lavoro mentre crea una delle sue opere in legno.

tiero che porta alla montagna. Ognuno di noi ha la propria montagna da scalare! Infine vi saluto felicemente emozionato, augurandomi che anche voi stiate bene e che il tempo continui a scorrere lento ed inesorabile come è giusto che sia. Io sono ancora qui, un po’ più vecchio e forse un po’ più saggio, di certo sempre più bambino ed ingenuo, e ancora innamorato di questa pazza vita, allenato e pronto ancora a sognare ad occhi aperti e sempre più affamato ed ingordo di vedere materializzati i miei desideri infantili. Io per ricambiare questa vita fortunata non posso far altro che continuare a dar adito al mio unico talento riguardo la scultura del togliere per arrivare all’essenza, e scolpire figure di donna, scalare alte e fragili montagne sempre più con fatica fisica ma eccezionalmente sempre più con desiderio eccitante, a riempire fogli bianchi di disegni e acquerello e a scrivere parole molto spesso strampalate e mal accordate tra loro. Sempre rigorosamente nel Silenzio. Per questo ed altre cose io sono vivo e son contento d’esserlo. Ho cominciato a riempire questo foglio bianco di parole col nero corvino della Bic senza saper davvero dove andare. Sapevo da dove partivo ma non di più. La Roberta Locca mi aveva suggerito di scrivere e basta. Mi accorgo rileggendo che ho scritto una sorta di epistolario agli amici. Spaziando e viaggiando con corpo e pen-

26

sieri, animo e sogni ad occhi aperti mi son perso nel sentiero della voce silenziosa delle parole, tra gli odori del bosco vicino a casa e la luce dell’alba che chiede venia all’oscurità della notte per far luce sul mondo. Se siete riusciti a seguirmi fin qua allora abbiamo viaggiato insieme per un piccolo pezzo di vita. Per me è stato ancora una volta bello, emozionante, esaudente, e vi ringrazio perché che ci crediate o no, mentre scrivevo pensavo a voi e mi confrontavo con voi tutti. La vita è come una grande scalata, difficile e faticosa, a volte ci si ferisce e a volte moriamo prima del “tempo giusto”, ma in fondo chissà qual è il tempo giusto? Mi ripeto che per me è quello che non mi fa avere nostalgie. Le cose vanno come devono andare.

“...sei una bravissima persona Signor Baggins, ed io ti sono molto affezionato; ma in fondo sei solo una piccola creatura in un mondo molto vasto! Grazie al cielo!” disse Bilbo ridendo... J.R.R. Tolkien

L’artista deve accendere una scintilla e poi seguirne la scia Grazie e Buona Vita Vera, MaxSolinas

E a Peppo che ogni giorno ci sprona BIOGRAFIA

MAX SOLINAS MaxSolinas nasce a Venezia nell' Ottobre del 1963. Dopo anni spesi nella ricerca della propria collocazione nella vita, il vivere e la curiosità lo porta ad incrociare un mondo che lo rapisce, lo emoziona, l'affascina. Gli piace al punto di portarlo a concentrarsi esclusivamente ad esso. È il mondo della scultura e dell'arte, legato all'introspezione della persona, legato alla sua amata Natura. Frequenta inizialmente vari atelier e corsi di figura, fino ad iscriversi all'Accademia delle Belle Arti di Venezia. La sua Arte rivolge l'attenzione allo studio della figura femminile fino alla sua stilizzazione, alla ricerca estrema e continua, metodica ed esasperata, di linee e volumi semplici, ma importanti, legati assolutamente al dialogo con le persone in quanto come dice lui " ...l'arte deve comunicare e far comunicare... ". Proprio per questo tiene incontri e seminari a tema "ARTE NATURA ALBERI". La sua sensibilità lo porta a sopprimere ogni dettaglio decorativo, aspirando a forme essenziali, sconfinando a tratti nell'astrazione. Vive e lavora nel suo atelier a Cison di Valmarino in Veneto, alla base delle montagne più belle, le Dolomiti, in mezzo alla Natura da dove trae l'energia vitale e fantasiosa dai suoi prati e boschi, e insieme alla sua sempre presente sorella Arja, la Lupa.

ad alimentare il fuoco della curiosità

insegnandoci che non si smette mai di imparare.

MaxSolinas ha scritto e pubblicato un libro “In Silenzio tra gli Alberi”, con la (casa editrice Biblioteca dell’Immagine), “L’Ordine della Lupa” ( Ed. MiMiSol), Viaggio Verticale ( Ed. MiMiSol), e in uscita il romanzo Ed. Garzanti.

27


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

17 NOVEMBRE 2018

Aspettando il Natale Corte della Casa Parrocchiale

L

’Associazione come da parte fondamentale del suo Statuto si è impegnata nella salvaguardia dei beni culturali locali. Coerente con la sua missione statutaria vuole impedire il totale degra-

do di un antico mulino della Valle Vogna, ultimo rimasto a ricordare parte della nostra tradizione. Con l’iniziativa del 17 Novembre abbiamo voluto presentare l’operazione che descriviamo nelle pagine

seguenti. Un sentito grazie a Don Carlo che ci ha permesso di utilizzare e godere della magnifica cornice della Corte della Casa Parrocchiale di Riva Valdobbia.

Un momento di musica con i Quatrad nella Corte della Casa Parrocchiale di Riva Valdobbia.

28

29


buonacausa.org/cause/mulinodirabernardo

ABBIAMO BISOGNO DEL TUO AIUTO!

Associazione culturale

Walser Riva Valdobbia Valle Vogna

DONA ORA!

VAL VOGNA

La Cerealicoltura ANTICO

MULINO AD ACQUA

DI RABERNARDO

La cerealicoltura è stata parte integrante del progetto colonico valsesiano sin dalla fondazione dei primi insediamenti permanenti, basata su contratti di affitto che prevedevano la costruzione di case e mulini e l’impianto di prati e campi. A Rabernardo, una frazione di versante della val Vogna, sono tuttora conservate tutte le strutture della filiera alimentare in ambito cerealicolo. Attorno alla frazione si riconoscono ancora le superficie terrazzate che ospitavano i campi di segale. Nella casa che ospita il Museo etnografico sono osservabili i loggiati per l’essicazione dei cerali e i locali per la loro battitura. Presso la frazione è conservato un antico mulino dove avveniva la trasformazione dei grani in farina e nella parte inferiore dell’abitato è presente un forno per la panificazione. Nella casa che ospita il Museo si può infine completare l’osservazione delle strutture della filiera alimentare nel locale destinato alla conservazione del pane. Nell’ambito di un progetto di valorizzazione ecomuseale della frazione, parallelamente al ripristino di alcuni campi dei segale e alla rifunzionalizzazione del forno, è fondamentale salvaguardare la struttura muraria del mulino ed avviare un progetto di restauro conservativo del sistema idraulico e molitorio. Roberto Fantoni Storico

GRAFICA NORDCAP STUDIO

Sappiamo ancora poco del mulino di Rabernardo anche se supponiamo la struttura molitoria sia a ruota orizzontale (ritrecine), categoria di artifici utilizzati ove la portata idrica non era molto abbondante. Seppur la concezione del meccanismo è da considerarsi rudimentale, necessitò di una notevole abilità costruttiva perché tutti gli elementi lignei dovevano inserirsi in una struttura composta da molteplici elementi. L’arte costruttiva di questo sistema è evoluta nel tempo ed assume caratteristiche personalizzate nelle varie aree di provenienza; rappresenta cosi un’evoluzione della tecnica trasmessa per tradizione generazione dopo generazione.

Associazione culturale

Walser Riva Valdobbia Valle Vogna

Per maggiori informazioni: walser.rivavaldobbia@gmail.com

Tante sono le cose che questo sito può raccontarci, informazioni che oggi ancora non conosciamo. Purtroppo è a rischio scomparsa e il primo intervento previsto è indispensabile perché non sparisca con tutto il suo sapere. Grazie, per aiutarci a conoscere la nostra Storia. Roberta Locca Associazione Cultura Walser Valle Vogna

COME DONARE

Aiutaci a salvare il mulino 1. Potete donare direttamente sul sito BUONACAUSA.ORG a questo indirizzo:

https://buonacausa.org/cause/mulinodirabernardo 2. È possibile effettuare donazioni con un bonifico bancario:

BIVERBANCA IBAN: IT 89 C060 9044 2300 0000 0002 777 Causale: progetto di restauro del Mulino di Rabernardo MAGGIORI INFORMAZIONI: Associazione Culturale Walser Riva Valdobbia Valle Vogna

Email: walser.rivavaldobbia@gmail.com


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

WOHNEN – WOONA

VOGNA

La nostra storia, la nostra cultura Cari amici, Vi presentiamo le seguenti pagine dedicate alla nostra storia e alla nostra cultura, iniziando da quelle riguardanti la filiera cerealicola valsesiana e il mulino di Rabernardo, temi che stanno molto a cuore alla nostra associazione. Di seguito, parleremo di una delle più antiche fiere valsesiane: la Fiera di S. Michele a Riva, alla quale “concorrevano bestiame, mercanzie e mercanti da parti lontane”, la cui riedizione degli ultimi anni viene vissuta come un sentito momento di festa. Passeremo poi a una comunità vicina, Rima, conoscendone gli aspetti essenziali della vita civile e di lavoro, così come si sono evoluti nel tempo, con uno sguardo rivolto alle sue case e alle sue principali strutture di servizio. Proseguendo, scopriremo una parte di ciò che rimane dell’antica parlata valsesiana attraverso alla tradizione orale delle canzoni, delle filastrocche, dei proverbi e dei modi di dire, quale patrimonio prezioso recuperato dai bambini e dalle maestre delle scuole elementari; sarà naturale, infine, ritornare a consultare l’importante Saggio dell’Abate Antonio Carestia, sui “ vocaboli del dialetto che si parla in Riva”, lettere C - F. Buona lettura!

32

33


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

La filiera cerealicola valsesiana e il mulino di Rabernardo A cura di Roberto Fantoni

La segale è caratterizzata da una germinazione rapida anche alle basse temperature e da un breve ciclo vegetativo. Era indubbiamente la specie più diffusa.

I

LA CEREALICOLTURA IN VALSESIA

l progetto di colonizzazione tardomedievale del versante meridionale del Monte Rosa, attuato tra il Duecento e il Quattrocento da coloni walser e da coloni valsesiani, è chiaramente espresso negli atti di fondazione dei nuovi insediamenti. Nel 1270 il capitolo di S. Giulio d’Orta concedeva a titolo enfiteutico a coloni walser l’alpe Rimella affinché vi potessero costruire case e mulini e impiantare prati e campi (Fornaseri, 1958, d. CXIII). Un’espressione simile era utilizzata nel 1420 dai testimoni al processo informativo sulle alpi del vescovo di Novara in alta Valsesia, che asserivano che su queste alpi trasformate in insediamenti permanenti i coloni creavano casamenta et haedificia ac prata et campos (Fantoni e Fantoni, 1995, d. 13). Attorno al nucleo abitato, costituito da case che accorpavano le funzioni civili e rura-

34

li, gli atti notarili del Quattrocento e Cinquecento presentano un uso del territorio caratterizzato da orti, campi, limidi, gerbidi, prati, meali, pasquate, trasari e pascoli, che denunciano chiaramente la vocazione agricola e pastorale della comunità. Negli inventari cinquecenteschi gli utensili per la lavorazione dei campi figurano a fianco di quelli per l’allevamento e la fienagione: in un elenco di beni della famiglia Viotti di Rima del 1563 sono significativamente citati in sequenza una sappa e una ranza (Fantoni et alii, 2011).

I CEREALI SUL VERSANTE MERIDIONALE DEL MONTE ROSA La distribuzione altitu-

dinale dei cereali coltivati in età tardo-medievale è ricostruibile attraverso l’ampia documentazione disponibile per la Valsesia, costituita dai contratti di affitto con canoni

in natura, dalle decime stabilite al momento della fondazione delle parrocchie e dalle forme consuetudinarie (originate a partire dalla fondazione degli insediamenti) riportate nelle disposizioni testamentarie e nelle norme delle Congregazioni di carità (Fantoni, 2007a; 2010; Fantoni et alii, 2011, con riferimenti bibliografici e archivistici). La segale, caratterizzata da una germinazione rapida anche alle basse temperature e da un breve ciclo vegetativo, era indubbiamente la specie più diffusa (anche alle alte quote, ove rimase persistente nel tempo). Ma era presente in maniera diffusa anche l’orzo, che, sebbene meno resistente al freddo della segale, cresceva anche dove il frumento non si adattava bene. Non mancavano inoltre cereali tipicamente medievali, come il miglio e il panìco. Solo in alcune località della bassa valle era presente anche il frumento.

A Crevola (445 m), in un elenco di fitti in natura del 1323 compariva la biava, termine con cui in ambito pedemontano si indicava in modo generico tutti i tipi di cereali, ma in particolar modo quelli primaverili, o una mistura composta da segale, miglio e panico. La biada di Crevola era effettivamente composta medietas sicalis et alia medietas panici. Sempre a Crevola, tra le disposizioni testamentarie del 1322 di Alaxia, compare un legato per la distribuzione annuale di un sestario di segale alla Carità di S. Spirito. Risalendo la valle a monte di Varallo, in un contratto d’affitto del 1563 per un campo nel territorio di Isola di Vocca (521 m), erano presenti 24 staia di grano, 8 di segale, 9 di miglio e 7 di panico. In questa comunità tra le decime del parroco a metà Seicento figuravano panico e segale. L’ampia gamma di cereali coltivati nei campi delle località più basse e solatie dell’alta valle è fornita dall’elenco delle decime che il prete Zali riscuoteva nel 1617 nel territorio di Rossa (585 – 1059 m), costituite da 15 some di segale, 13 some di panico, … 2 staia di formento, 2 staia di arbelie et orzo. In un documento del 1327 Arienta di Boccioleto (656 m) istituiva un legato di una mina di segale e una mina di panico che i suoi eredi sono tenuti a pagare ogni anno alla Confraternita di S. Spirito. In una memoria allegata agli Atti di visita del 1594 risultava che la Carità detta ellemosina del pane di S.to Spirito distribuiva nel giorno dell’Annunciazione a Scopello (679 m) mina una miglio, mina una panicho per un totale di sachi vinti in cira misura novaresa.

La segale è un cereale di montagna che si adatta bene come l’avena ad altitudini elevate e resiste ai climi freddi e cresce in terreni difficili e poveri.

L’analisi delle fonti documentarie indica chiaramente che nelle comunità dell’alta valle la produzione era molto meno differenziata. Il Bescapè, per la Confraternita di S. Spirito di Campertogno (796 m), scriveva che 100 confratelli devono ciascuno uno staio di segale che serve per fare pane da distribuire ai poveri forestieri e del paese. Nel testamento del 1516 di Antonia di Rassa (923 m) compare la distribuzione ai poveri della valle di Rassa di 15 sestari di segale “confectos in pane”. In un documento del 1345, che costituisce la più antica attestazione della coltivazione di cereali in alta Valsesia, compare a Piè d’Alzarella (frazione di Riva, 1229 m), un appezzamento di terra colta et seminata cum sicali. Nella stessa località, da un documento del 1523, risulta che un appezzamento di terra a prato e campo era gravato dell’onere perpetuo di “starium unum sichali” da consegnare alla Carità di S. Spirito. A Rimella (969 – 1420 m) una disposizione ricorrente nei testamenti riguardava la distribuzione di staia di segale in forma di pane. Nel testamento rogato il 16 dicembre

1481, Antonio de Scarampoglio disponeva la distribuzione di 8 staia di sale e 40 staia di segale da confezionare in pane da distribuire in tutto il territorio di Rimella. Nell’insediamento più elevato della valle, Rima, negli atti notarili del Cinquecento, viene ripetutamente citato l’appezzamento di terra intus campos de avena. La persistenza toponomastica esprime bene il limite ecologico del territorio di Rima (1404 m). L’avena, oltre ad adattarsi bene ai climi freddi come cereale a semina estiva, può essere facilmente coltivata nei terreni recentemente roncati, in quanto non necessita di zappature profonde. La segale, coltivata in tutti gli altri paesi della valle, stentava ad arrivare a maturazione: nel 1612 il Bescapè scriveva che “di notte cade la neve che danneggia i grani di segale non ancora maturata, e scarsi ivi sono questi grani”. La coltivazione di cereali nelle valli adiacenti a quelle del Sesia raggiunse anche quote superiori. In un documento del 1476 i curatori della chiesa di S. Maria di Macugnaga reclamavano il mancato pagamento da circa 23 anni dell’elemosina a favore dei poveri di staria duo sichalis cocti in pane, stabilito con legato di Giovanni fu Tomaso Yuineler. In questa località, secondo quanto riportava una relazione di Joachim de Annono del 1553, si riusciva a coltivare solo un seminerio, cioè di segale, o di miglio, o di panico. La coltivazione dei cereali arrivava nella vicina valle di Gressoney sino all’insediamento di Tschaval, ove è attestata da un documento del 1440 relativo al pagamento di un canone d’affitto in natura costituito da orzo.

LE SCORTE CEREALICOLE Le scorte cere-

alicole denunciate negli inventari cinquecenteschi erano costituite quasi esclusivamente dai cerali di cui era documentata la crescita sul luogo. In alta valle erano citate riserve generiche di grani e riserve di segale. In un documento del 1548 di Oro in val Vogna venivano menzionate 30 staia di segale contenute in un’”arca di legno”; in un altro inventario della stessa zona nel 1671 erano esplicitamente citate stara 5 biada trovate nei campi. Poiché le farine si alterano molto più rapidamente dei cereali in granella, la trasformazione veniva effettuata costantemente nell’arco dell’anno in numerosi mulini sparsi su tutto il territorio.

DAI GRANI ALLA FARINA: I MULINI Nel tardo Medioevo i mulini, definiti da Bloch Cottura del pane di segale nel forno in frazione Sant'Antonio, Val Vogna.

35


WOHNEN- WOONA - VOGNA un’invenzione medievale, si diffusero anche nell’area alpina, ove sostituirono le macine a mano, ancora persistenti nel basso Medioevo e ancora presenti (in abbandono) in alcuni insediamenti della valle. La prima attestazione di mulini in Valsesia risale al 1083, quando il conte Guido dona all’abbazia di Cluny un molendino cum alveis et riva et cum omni utilitatem ad eum pertinentis, quod est constructo in loco ubi dicitur Varale. La prima attestazione in alta valle risale al 1282, quando è documentato un mulino a Boccorio, nel territorio di Riva (sASVa, FCa, m. 34) (Fantoni, 2010) I mulini compaiono già come parte integrante degli atti di fondazione dei nuovi insediamenti colonici. A Rimella, nel 1256, compariva uno ius molendini. Nella concessione enfiteutica del 1270 era chiaramente indicato il diritto di “costruire case e mulini, impiantare prati e campi” (Fornaseri, 1958, dd. C, CXIII); tra le decime figurava la blava. Il contratto univa quindi in modo esemplare il bene (campi), il suo prodotto (blava) e il suo strumento di trasformazione in alimento (mulino). Nei documenti del Quattrocento e Cinquecento compaiono mulini in tutti gli insediamenti permanenti della valle (Fantoni, 2010)1. Norme sui mulini e sulla regolamentazione della derivazione di acque per mulini, peste e folle sono contenute negli articoli 144-146 del Liber tertius degli Statuti della Curia superiore della Valsesia. Il primo di questi articoli stabiliva che nessuno potesse derivare acqua da qualsiasi fiume della Curia superiore prima di essere stato investito di un fitto stabilito dal Consiglio generale della Curia. Chi avesse infranto questa norma era soggetto ad una multa di 5 lire e l’opera sarebbe stata confiscata dalla comunità. L’articolo successivo fissava nel giorno di S. Martino la data entro cui pagare il fitto al canepario del Comune; il mancato pagamento era multato con 5 soldi se il contravventore avesse saldato il fitto entro le calende di gennaio; superata questa scadenza decadeva ogni diritto sull’opera che veniva confiscata dal comune. Gli statuti prevedevano obblighi ma anche tutele. Il terzo e ultimo articolo della serie stabiliva che nessuno potesse danneggiare queste rogge e stabiliva in 20 soldi la relativa multa. A livello locale, per definire le modalità di sfruttamento dell’acqua, venivano stipulate convenzioni tra comunità, gruppi consorti-

ANNUARIO 2018

li, gruppi familiari e singoli particolari. Per i diritti su una condotta d’acqua, destinata forse allo stesso mulino citato nel 1282, fu stipulata nel 1464 una convenzione tra gli uomini di Boccorio e quelli del Buzzo. Alcuni mulini erano di proprietà privata, tanto nei principali centri di fondovalle quanto nei piccoli insediamenti dell’alta valle. Nel territorio di Varallo nella gestione dell’attività mulinaria era coinvolta anche la famiglia Scarognini. In val d’Egua l’attività era gestita dalle famiglie di primo impianto e di maggior censo Ma alcuni mulini erano di proprietà consortile o comunale. A Rima un documento del 1698 precisava che un mulino commune coperto a piode, con acquedotti e ruote, era ubicato su terreno comune ed era indiviso tra diversi consorti. Sempre a Rima, una Notta delle parte del molino del 1673, relativa al Molino grande, elencava i turni distribuiti nelle giornate di due settimane a cui avevano diritto i consorti.

DALLA FARINA AL PANE: I FORNI La panificazione veniva effettuata nei forni frazionali, ampiamente citati nei documenti tardomedievali. Nel territorio di Riva, un forno era già citato in un documento del 1308 a Isolello (pezza di terra aput furnum, Mor, 1933, c. LXVIII). In val Vogna sono tuttora conservati i forni di Vogna di sotto, Ca di Janzo, Ca Piacentino, Ca Morca, Sant’Antonio, Oro e Rabernardo (Bellosta e Bellosta, 1988, pp. 59, 71, 77, 89, 97, 103, 112). A fianco dei forni dislocati in edifici appositamente attrezzati erano presenti forni ubicati in locali appositamente destinati nel piano seminterrato di costruzioni polifunzionali (Ca Vescovo, Bellosta e Bellosta, 1988, p. 97). L’elenco delle spese e la convenzione tra i consorti di Casa di sotto (S. Antonio) per la costruzione di un forno con il suo portico nel 1693 è conservato nelle carte raccolte dall’abate Carestia. IL PANE DI NATALE, LE MIACCE DI TUTTI I GIORNI Orzo, miglio e panico, in grani o

in farina, dovevano essere impiegati per la preparazione di minestre e di puls. La farina di segale era invece il principale ingrediente per la panificazione. A Rimella, in un inventario di beni di Giovanni Braga del 1606, compaiono contemporaneamente scorte di grani, farine

e pane: 15 staia di segale, 3 di miglio, 6 di pane e 4 di farina di meliga. Negli inventari valsesiani compare il pane, conservato su appositi rastelli per il pane, e compaiono anche gli strumenti adatti a tagliarlo: a Rimella in un inventario di beni di Giovanni Braga del 1606 compaiono 6 staia di pane e nell’inventario dei beni di Michele Morca in vaI Vogna del 1741 figura 1 coltello per tagliare il pane duro con il suo anello. I forni per la panificazione richiedevano un notevole dispendio di combustibile per portarsi in temperatura. Per questo motivo la panificazione veniva concentrata in un numero limitato di occasioni e veniva praticata collettivamente. Era invece praticata in modo molto più costante nel tempo la produzione di un altro impasto cotto di cereali: le miacce. L’ingrediente essenziale delle miacce è attualmente costituito da farina di frumento. L’ingrediente principale in passato doveva essere comunque costituito da altri cereali e la voce migliaccio, con cui viene comunemente identificato il prodotto nei documenti del Cinquecento, sembra indicare nella farina di miglio il costituente principale. In un inventario di beni Antonio Verno di Vogna del 1674 compaiono 3 stare di farina per fare migliazzi; in quello di Giuseppe Prato delle Piane, redatto nel 1769, è citata 1 mina di farina per far migliacci. In entrambe i casi non è indicato il cereale d’origine. I diversi componenti sono mescolati in un apposito recipiente sino ad ottenere un impasto di media consistenza. La cottura attualmente avviene sul fuoco vivo mediante due piastre di ferro. Un cucchiaio dell’impasto viene versato al centro della piastra inferiore e allargato a tutta la superficie dalla pressione esercitata dalla chiusura della piastra superiore. Per esporre tutte le parti al fuoco la miaccia viene ruotata con una paletta piatta e i ferri vengono periodicamente capovolti. I ferri per la preparazione delle miacce compaiono tra i pochi utensili presenti nelle case valsesiane in quasi tutti gli inventari di beni redatti dai notai valsesiani a partire dalla fine del Medioevo. Nell’inventario dei beni degli eredi di Giovanni Francesco di Vogna, redatto nel 1548, sono citati “brandale unum cum ferris tribus a migliazio” (Fantoni, 2007b; Fantoni et alii, 2011).

Sulla distribuzione dei mulini nelle valli Egua e Sermenza nel periodo immediatamente seguente alla colonizzazione si rimanda a Fantoni (2001). Per un dettaglio sul territorio di Rima si rimanda a Fantoni (2006). In letteratura sono inoltre disponibili i censimenti degli edifici esistenti sino a tempi relativamente recenti di alcune località valsesiane (Molino, 1985, per Campertogno; Fantoni, 2001, per la val Cavaione). Nell’ambito del progetto ecomuseale dell’alta Valsesia sono stati recentemente ristrutturati due mulini a Mollia e Alagna.

1

36

IL POLO MUSEALE DI RABERNARDO A Rabernardo, una frazione sul versante idrografico sinistro della val Vogna, sono tuttora conservate tutte le strutture della filiera alimentare in ambito cerealicolo. Attorno alla frazione si riconoscono ancora le superfici terrazzate che ospitavano i campi di segale. Nella casa che ospita il Museo etnografico sono osservabili i loggiati per l’essicazione di cerali e i locali per la loro battitura. Presso la frazione è conservato un antico mulino dove avveniva la trasformazione dei grani in farina e nella parte inferiore dell’abitato è presente un forno per la panificazione. Nella casa che ospita il Museo si può infine completare l’osservazione delle strutture della filiera alimentare nel locale destinato alla conservazione del pane. La prima attestazione documentaria della frazione risale al 1437, quando Pietro figlio di Guglielmo della Montata e suo figlio Gaudenzio vendono a Milano figlio di Antonio Guioti di Zanolo di Rabernardo quote sull'alpe Segle (Rizzi, 1983, d. 44)2. La frazione è costituita da due gruppi di costruzioni disposti su un pendio ripido esposto a sud. Attorno ai due nuclei abitati si distinguono ancora le tracce dei terrazzamenti dei campi coltivati a cereali e la frazione conserva tutte le strutture di servizio della filiera cerealicola.

FORNI CONSORTILI Nella parte inferiore

dell’abitato è presente un forno consortile, costituito da una struttura ad un solo piano con un locale ospitante il forno (Bellosta e Bellosta, 1988; censito con il n. 263). Gli Autori citano inoltre un forno al piano superiore di un’altra costruzione a due piani (censita con il numero 249) e un forno inglobato nella casa censita con il numero 138. Un altro forno, ubicato al margine occidentale di Rabernardo di sopra, è stato travolto da una valanga.

DESTRA: Museo Etnografico di Rabernardo, i loggiati per l’essicazione dei cerali (fig. 2) SOTTO: Museo Etnografico di Rabernardo, lo spazio per la battitura dei cereali (fig. 1). IN BASSO: il rastello per il pane (fig. 3a) e l'arca per conservare le granaglie (fig. 3b) citati nei documenti tardomedievali collocati in un locale adiacente al loggiato del secondo piano.

MUSEO ETNOGRAFICO Una casa della frazione ospita un Museo etnografico di proprietà della famiglia Locca. Nella museo si possono osservare le strutture con cui iniziava e si concludeva la filiera della produzione alimentare cerealicola. Nel locale del piano superiore è presente l’aia per la battitura della segale (fig. 1). Sulle pertiche dei loggiato che avvolgono la costruzione su tre lati venivano poste ad essiccare gli steli della segale (fig. 2). In un locale adiacente al loggiato del secondo piano è conservata l’arca per la conservazione delle granaglie e il rastello per il pane (fig. 3a e 3b). SOTTO: esterno del Museo Etnografico di Rabernardo.

La colonizzazione della val Vogna si realizzò prevalentemente nel corso del Trecento ad opera di coloni di origine alemanna provenienti dalla valle del Lys e da coloni valsesiani provenienti dalle frazioni di fondovalle di Riva (Fantoni, 2008).

2

37


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018 PAGINA PRECEDENTE: Schema di un mulino a ruota orizzontale (da Cortelazzo, 2018).

MULINO Nei prati vicini alla frazione è pre-

sente anche un mulino. Nel territorio di Riva, Rapporto Statistico per l’anno 1828 della provincia di Valsesia di Luigi Noè, erano censiti dieci mulini a due macine (Peco, 1993, p. 205). Bellosta e Bellosta nel 1988 (p. 140-143) segnalavano la presenza in val Vogna di dieci mulini. Le carte raccolte dall’abate Carestia, depositate nella sezione di Archivio di Stato di Varallo, accertano la presenza in questa valle di numerosi mulini a partire dall’età tardomedievale. Un mulino ubicato in gulla Vogna inferiori è citato in un documento del 1437;

IL MULINO DI RABERNARDO, CITATO DA BELLOSTA E BELLOSTA (1988, P. 142), COME “RUDERE CHE HA CONSERVATO LA COPERTURA IN PIODE E ALCUNE MOLE” È UBICATO SU UN VERSANTE A DEBOLE PENDENZA IN PROSSIMITÀ DI UN PICCOLO IMPLUVIO. nel 1525 è menzionata la presa d’acqua di un mulino a Ca Verno; nel 1590 viene descritto un mulino con pista in comunione tra le squadre di Piane e Cambiaveto. Il mulino di Rabernardo, citato da Bellosta e Bellosta (1988, p. 142), come “rudere che ha conservato la copertura in piode e alcune mole” è ubicato su un versante a debole pendenza in prossimità di un piccolo impluvio. La struttura è seminterrata (fig. 4); l’unica falda del tetto in piode segue la pendenza del piano campagna.

L’approvvigionamento idrico avveniva, secondo quanto viene tramandato localmente, attraverso la captazione di una sorgente da cui l’acqua veniva incanalata verso il mulino, ove veniva sfruttato un salto di circa 2 m. Il punto di captazione, una parte del canale di adduzione e l’apertura presente nella parte del mulino sono tuttora conservate. Il meccanismo era a ruota orizzontale (retrecine), un sistema più facile da costruire e meno difficile da gestire, che si adattava meglio a flussi d’acqua rapidi con volumetrie ridotte (fig. 5). All’interno del mulino è conservato il locale in cui erano collocati i retrecine, ubicato sotto il piano, probabilmente ligneo, che sosteneva le macine. Una macina è completamente conservata; essa si compone di un elemento centrale costituito da un solo blocco con un ampio foro centrale e da alcuni setti di una corona cilindrica (fig. 6). Dell’altra macina sono attualmente visibili l’elemento centrale, un setto laterale e la fascia metallica che fermava esternamente i setti; gli altri elementi sono dispersi sul pavimento del mulino. Nella faccia inferiore delle macine sono osservabili gli incavi per la nottola a farfalla in metallo che consentiva il collegamento della macina con l’albero verticale che la collegava alla ruota orizzontale. La presenza di due, macine, censita anche in tutti gli altri mulini della val Vogna ad inizio Ottocento, potrebbe suggerire una diversa destinazione per la molitura di diversi topi di cereali, come ipotizzato da Cortelazzo (2018) per i mulini del vallone di san Grato ad Issime (Ao).

SINISTRA: Macina superiore rotante con nucleo centrale e sei setti laterali (faccia superiore). SOPRA: esterno del Mulino di Rabernardo.

38

39


WOHNEN- WOONA - VOGNA CONCLUSIONI La cerealicoltura è stata

parte integrante del progetto colonico valsesiano sin dalla fondazione dei primi insediamenti permanenti, basata su contratti di affitto che prevedevano la costruzione di case e mulini e l’impianto di prati e campi. A Rabernardo, una frazione sul versante idrografico sinistro della val Vogna, sono tuttora conservate tutte le strutture della filiera alimentare in ambito cerealicolo. Nell’ambito di un progetto di valorizzazione ecomuseale della frazione, parallelamente al ripristino di alcuni campi di segale e alla rifunzionalizzazione del forno, è fondamentale salvaguardare la struttura muraria del mulino ed avviare un progetto di restauro conservativo del sistema idraulico e molitorio.

ANNUARIO 2018

La Fiera di San Michele a Riva

RINGRAZIAMENTI Si ringraziano Roberta Locca e Bruno Pelli per la segnalazione del mulino, Michele Musso (Associazione Augusta, Issime) e Claudine Remacle (rappresentante della sezione valdostano dell’Associazione Italiana degli Amici dei Mulini Storici, AIAMS) per il contributo fornito durante il sopralluogo al mulino di Rabernardo e per le osservazioni sul sistema di molitura, Attilio Ferla per la revisione del manoscritto.

A cura di Roberto Fantoni e Attilio Ferla

SINISTRA: particolare dell'ingresso del Mulino a Rabernardo, Riva Valdobbia.

BIBLIOGRAFIA BELLOSTA S. E BELLOSTA R. (1988) - Valle Vogna. Censimento delle case di legno, pp. 189. CORTELAZZO M. (2018) – Il mulino di Brochnu Mulli. Analisi di una struttura produttiva nell’enclave Walser del Vallone di San Grato, Augusta, pp. 28-45. FANTONI R. (2001) – Case in legno nelle valli Egua e Sermenza, de Valle Sicida, a. XII, n. 1, pp. 17-112. FANTONI R. (2007) – Le comunità di frontiera ecologica della Valsesia medievale, in Fantoni R. e Ragozzi J. (2007, a cura di), “La gestione delle risorse nelle comunità di frontiera ecologica. Allevamento e cerealicoltura nella montagna valsesiana dal Medio Evo al nuovo millennio. Atti del convegno di Carcoforo, 11 e 12 agosto 2007”, Gruppo Walser Carcoforo, pp. 15-20. FANTONI R. (2007) – Le miacce. Testimonianze documentarie di una secolare tradizione valsesiana, in Fantoni R. & Ragozzi J. (2007, a cura di), “La gestione delle risorse nelle comunità di frontiera ecologica. Allevamento e cerealicoltura nella montagna valsesiana dal Medio Evo al nuovo millennio. Atti del convegno di Carcoforo, 11 e 12 agosto 2007”, Gruppo Walser Carcoforo, pp. 55-57. FANTONI R. (2008) – La Val Vogna (Alta Valsesia). Un insediamento multietnico tardomedievale sul versante meridionale del Monte Rosa, Augusta, pp. 57-62. FANTONI R. (2010) – I mulini ad acqua nella Valsesia tardomedievale, de Valle Sicida, a. XXI, n. 1, pp. 179-200. FANTONI R. (2010) – La cerealicoltura sul versante meridionale del Monte Rosa in età tardo-medievale, Augusta, pp. 58-65. FANTONI B. e FANTONI R. (1995) - La colonizzazione tardomedioevale delle Valli Sermenza ed Egua (alta Valsesia), de Valle Sicida, a. VI, n. 1, pp. 19-104. FANTONI R. e CUCCIOLA P. (1998) – Antichi insediamenti della Valsesia. Oro di Boccioleto, de Valle Sicida, a. IX, n. 1, pp. 205-239. FANTONI R., FERLA A. E CARLESI P. (2011) - Guida ad un'escursione in val Vogna. L’eredità tardo-medievale: allevamento e cerealicoltura in una valle alpina, in FANTONI R. et al. (a cura di), “La cucina delle Alpi tra tradizione e rivoluzione. Atti della XXI edizione degli Incontri tra/ montani”, Incontri tra/montani, Gruppo walser Carcoforo, pp. 227-240. FANTONI R., PAPALE A., REGIS A. E SASSO M. (2011) - La sappa e la ranza. Produzione alimentare e alimentazione in una valle alpina tra Medio evo e nuovo millennio. IN FANTONI R. et al. (a cura di), “La cucina delle Alpi tra tradizione e rivoluzione. Atti della XXI edizione degli Incontri tra/montani”, Incontri tra/montani, Gruppo walser Carcoforo, pp. 23-73. FORNASERI G. (1958, a cura di) – Le pergamene di S. Giulio d’Orta dell’archivio di Stato di Torino, Bibl. Storica Subalpina, v. CLXXX, p. I, pp. 253, Deputazione Subalpina Storia Patria, Torino. MOR C.G. (1933) - Carte valsesiane fino al secolo XV, Società Valsesiana di Cultura, pp. 367 PAPALE A. (1988) – Introduzione, in Bellosta e Bellosta, “Valle Vogna. Censimento delle case di legno”, pp. 9-17. PECO L. (1993) - Dopo la bufera napoleonica. Restaurazione e Provincia di Valsesia, Edizioni Zeisciu, Magenta. RIZZI E. (1983) - Sulla fondazione di Alagna, Bollettino Storico Provincia di Novara, a. LXXIV, n. 2, pp. 335-368.

40

Documento del 12 luglio 1451 con cui il duca Francesco Sforza conferma agli uomini di Pietre Gemelle il privilegio di Filippo Maria Visconti relativo alla fiera di Riva.

Il giorno di San Michele (29 settembre), al termine della stagione d’alpeggio si svolgeva a Riva, sin dal tardo medio evo, una fiera1.

LE ORIGINI Nelle Alpi occidentali sin dal Trecento sono documentate numerose fiere tra fine agosto e metà ottobre, con una forte concentrazione nei giorni prossimi alla festa

di san Michele, il 29 settembre (COMBA E DAL VERME, 1996, pp. 22-23)2. La fiera di Riva era già riconosciuta da una concessione del duca Filippo Maria Visconti del 1424 agli uomini di Pietre Gemelle3 (d. 1). Nel documento si precisa che la fiera era antica ed era già stata riconosciuta da Giovanni Galeazzo Visconti; risulta quindi ante-

cedente al 1402, anno della morte del duca. Ma la sua origine è probabilmente più antica. Già nel 1321 era fissato nella festa di san Michele la data per la restituzione di un prestito (RIZZI, 1983, d. 11). Altri contratti dei primi decenni del Trecento sono stipulati super ripam il 29 settembre (MOR, 1933, dd. LXXXX, LXXXIV)4.

La fiera di Riva è poco nota in letteratura. I primi documenti sul suo svolgimento furono ritrovati dall’abate Carestia nella seconda metà dell’Ottocento. In una lettera del 22 febbraio 1874, indirizzata all’amico Pietro Calderini, scrive che in premio della mia pazienza mi venne fatto in questi giorni appunto di fare anche una buona scoperta estranea alla Botanica (FEDERICI, 2007). La scoperta era costituita dal rinvenimento negli archivi di Riva della conferma della fiera del duca Francesco Sforza del 1451 (d. 2). Il Carestia proseguiva scrivendo che il meglio che si potrebbe fare sarebbe che tu stesso ti occupassi dell’argomento, per farne ai lettori del Monte Rosa uno di quei graditissimi presenti che la tua colta penna, sempre intinta a patriottismo, sa colla più insinuante persuasiva loro offrire. Calderini non seguì l’invito dell’amico e i documenti rimasero ignoti, come rimase ignota la fiera di Riva, sino all’attenzione rivolta da RIZZI (1988). 2 Nella val Stura di Demonte si tenevano due fiere annuali: a Vinadio il primo di settembre; a Bersezio nei tre giorni seguenti la festa di S. Croce (15-17 settembre). La celebre fiera di Briançon, specializzata nel commercio degli ovini, frequentata almeno dal 1275 da monaci, conversi e negociorum gestrores dell’abbazia di Staffarda e, almeno dal 1281, dal cellario e da alcuni frati dell’abbazia di Lucedio, si svolgeva in occasione della festa della Natività dal 9 all’11 di settembre. Ma la maggior parte delle fiere si svolgeva nei giorni prossimi alla festa di san Michele, il 29 settembre. In questa occasione si teneva una fiera a Saint Michel de Maurienne in cui si commerciavano buoi, vacche, cavalli e soprattutto ovini. Nello stesso periodo era documentata la fiera di Oulx in valle Susa. Nel Cinquecento è poi documentata la fiera di Vernante, in valle Vermenagna. Poche altre fiere si tenevano nei giorni seguenti. Il primo giorno dopo l’ottava di san Michele si svolgeva la fiera di Acceglio, autorizzata nel 1329 e specializzata nel commercio di montoni. Una delle ultime fiere in calendario era quella di Bussoleno, in val Susa, che aveva inizio il giorno della festa di san Luca, il 18 ottobre, della quale si hanno attestazioni dal 1290: si commerciavano soprattutto ovini, ma anche panni, ferro, cereali e formaggi. Che la collocazione tra fine settembre ed inizio ottobre fosse ritenuta ottimale nell’ambito del calendario pastorale è testimoniato dallo spostamento in quella data della piccola fiera di Orsières nell’Entremont, autorizzata da Amedeo VI di Savoia nel 1379, che si tenne per un secolo per tre giorni con inizio la festa di san Bartolomeo (dal 24 al 26 agosto), con scarsa affluenza di pubblico, e fu poi spostata nell’ottava di san Michele, nel tentativo di trovare una collocazione più idonea. L’elevata concentrazione di fiere in questo periodo suggeriva però frequenti variazioni al calendario fieristico. Così la fiera di Olux si spostò, probabilmente a fine Trecento, dal 29 settembre al 6 ottobre; quella di Sembrancher nell’Entremont, passò dal 6-9 ottobre previsti nel 1239 al 13-15 settembre, stabilita nel 1322. Quella di Vinadio fu spostata nel 1388 dal 1° settembre al 29 agosto. Quella di Bersezio fu anticipata al 14 settembre nel 1397. Il volume di affari era estremamente differenziato. Per alcune si affermava, come per Orsières a fine Quattrocento, che “non valevano nulla, o comunque assai poco”. Altre, come Briançon fra la metà del Trecento e la metà del Quattrocento, scambiavano mediamente ogni anno 6.000 – 7.000 “unitàmontone”. In anni particolarmente favorevoli, come il decennio 1385-1395, il numero saliva addirittura a 10.000-12.000 unità montone (COMBA e DAL VERME, 1996, pp. 22- 23). Un’altra antica fiera si svolgeva nel giorno della festa patronale dell’Assunta (15 agosto) a Macugnaga (RIZZI, 1988; BERTAMINI, 2005). 3 Comunità che in quel periodo riuniva gli insediamenti degli attuali comuni di Riva e di Alagna. 4 Il 29 settembre 1325 Guiglincino della Peccia, figlio di Gualcio di Verdobbia, vende ai suoi fratelli Zanino e Nicolino la metà della nona parte dell’alpe Peccia in Val Vogna per 11 lire imperiali, facendo salvi i diritti di Enrigetus de fu Ugone di Macugnaga e degli altri consorti della Peccia (MOR, 1933, dd. LXXXX, LXXXIV). 1

41


WOHNEN- WOONA - VOGNA Negli appunti manoscritti il Carestia annotava, in fondo alla trascrizione di un documento del 1403, come l’atto fosse stato stipulato da un notaio varallese l’ultimo giorno di settembre tra due contraenti alagnesi e rilevava che molti altri documenti da lui trascritti recavano la stessa data; ritiene pertanto che molti contratti fossero stipulati in occasione della fiera (Briciole …, p. 243; RIZZI, 1988, nota 26, p. 270;)5. La fiera fu confermata da Francesco Sforza nel 1451 (d. 2). La fiera viene infine menzionata nel capitolo 26 dei privilegi concessi agli uomini della Valsesia dal duca Francesco II Sforza nel 15236 (d. 3). Alla fiera partecipava il Podestà della Valsesia (dd. 1-3).

IL LUOGO La più importante fiera valsesiana

era ubicata a Riva “a motivo della comunicazione che vi ha colla valle d’Aosta e colla Savoja per mezzo del passo della Valdobbia”7 (CASALIS, 1834; LANA, 1840, p. 200). La fiera si svolgeva in uno spazio appositamente dedicato. Un atto è rogato l’ultimo giorno di settembre del 1499 super prato seu in prato ubi fiunt nundina (app. ms. Carestia, sASVa, FCa, b. 12). In un documento del 1641 è venduto un appezzamento di terra a prato con piante alla Riva ubi dicitur la piana seu ad pratum nundinarum (Briciole …, pp. 51-52). In una memoria del 31 dicembre 1714 il prato della fiera con il suo castello anesso risultava venduto da Pietro Chiarino e risultava di proprietà del cappellano, ossia del Beneficio Bertolini.

ANNUARIO 2018

Il prato, di 346 pertiche, confinava verso matina la strada comune verso sera il croso della (larice) et la strada dei vicini verso mezzanotte Pietro Bertolino (ASPRv, b. 149, v. 4, f. 7). Nel 1828 il prato risultava ancora di proprietà del Beneficio Bertolini. Due documenti successivi (del 1835 e del 1849), relativi alla vendita del fondo fatto dalla cappellania alla comunità di Riva per la costruzione del nuovo cimitero, permettono la corretta ubicazione del prato (ASPRv, b. 149, v. 4, f. 7), che risultava quindi situato a nord del paese, al margine della piana ed immediatamente confinante con la riva che ha dato il nome all’insediamento8.

LA FIERA Il documento del 1424 precisava che la fiera durava due giorni (d. 1). Nel 1707 la durata risultava estesa a tre giorni (PECO, 1991, p. 155). I documenti non forniscono informazioni sugli scambi commerciali e sull’area di provenienza dei commercianti. Sicuramente la fiera costituiva un’importante occasione di incontro per gli abitanti della valle. In un fascicolo a stampa del 1666, che ricostruisce l’origine e la storia della fiera (RIZZI, 1988, p. 269), si afferma che “molti uomini di Riva” praticavano un servizio bancario con l’uso “di prestare a interesse il denaro necessario agli allevatori per fare li affari loro nella fiera”. Nel giorno della festa si stipulavano anche contratti importanti, come la concessione da parte di Antonio Scarognini dell’alpe di Rima a consorti alagnesi (nel 1421) (FANTONI e FANTONI, 1995, d. 16). In questa occasione si stipulavano i contratti di affitto degli alpeggi e si saldavano i

pagamenti; Pietro fu Michele di Pedemonte, che il 24 giugno 1321 riceve in prestito da Albertino di Isolello 11 soldi imperiali, si impegna a restituirli alla prossima festa di S. Michele (RIZZI, 1983, c. 11). Un documento del 1669 riporta che alla fiera “concorrevano bestiame, mercanzie e mercanti da parti lontane, ed in particolare dalla Savoja” (d. 10). L’area d’influenza doveva essere notevolmente ampia se è vero, come viene affermato in un documento del 1669, che la fiera perse importanza “in seguito all’introduzione di una fiera nel borgo di Susa, ai confini tra il Piemonte, la Francia e Savoia, dove i mercanti forestieri presero a condurre i loro bestiami con maggiore comodità e brevità di viaggio” (RIZZI, 1988, p. 260). Sicuramente partecipavano alla fiera gli uomini delle valli aostane limitrofe (Lys e Ayas). A Riva per la fiera di san Michele si recavano anche notai della val d’Ayas (Petrus de Vaserio) che rogavano atti (30 settembre 1427) tra abitanti di Orsia di Gressoney alla presenza di testimoni di Resy abitanti in Herens, di Orsia e di Ayas. Un altro atto è stipulato il 30 settembre 1427 a Pietre Gemelle per la concessione di beni a Gressoney (BALLETTO eMORCHIO, 2005, p.

42

territorio di Campertogno nel tempo nel quale si farà ed eserciterà la recitata fiera nel Comune e territorio di Pietre Gemelle, ma lascino liberamente seguire il corso a qualunque siasi bestiame alla medesima fiera di Pietre Gemelle acciocché essa provi la frequenza delle mercanzie, e concorrenti praticanti per li passato” , precisando poi: “Salva per la ragione alli consoli Comune e uomini di detta Comunità di Campertogno di congregare e vendere le proprie bestie dentro la loro terra e territorio durando anche la suddetta fiera di Pietre Gemelle, ma non di congregarne altre d’altri comuni della valle o forestiere” (d. 10).

89, d. 4).

LA COMPETIZIONE IN VALLE L’indotto della

fiera era sicuramente elevato e l’adiacente comunità di Campertogno cercò di trarne benefici, organizzando forme commerciali parallele (RIZZI, 1988, p. 260). Queste iniziative commerciali diedero luogo a delle liti tra le due comunità (dd. 4-10). Negli anni 1666-1670 la comunità di Pietre Gemelle era in lite con gli uomini di Campertogno9.

Per la fiera salivano occasionalmente a Riva anche i notai di Varallo, come Marco Morondo, che il 28 e il 29 settembre roga a Riva atti tra valsesiani e persone di Orta e della pianura novarese, relativi ad obblighi di pagamento per l’acquisto di merci o di animali (sASVa, FNV, b. 1480). 6 La citazione della fiera nei privilegi valsesiani del 1523 si trova in un documento del 1666 (d. 5) ed è ricordata da Casalis (1834) e LANA (1840, pp. 199- 200). 7 Il colle di Valdobbia, ubicato a 2480 metri di quota, costituisce la principale via di comunicazione tra la val d’Aosta e le valli del Sesia. La facile accessibilità del passo ha favorito i rapporti tra le due comunità ubicate alla base dei suoi versanti (Gressoney e Riva) ed ha sempre costituito un elemento di rilievo per la storia valsesiana. Gli insediamenti ubicati nella parte superiore della val Vogna (sul lato valsesiano) furono fondati durante il Trecento dai coloni gressonari. Il colle di Valdobbia continuò poi ad essere frequentato da mercanti ed emigranti, che portavano soldi, merci e ricordi. Nel 1630, senza saperlo, attraverso il colle portarono anche la peste (FANTONI et alii, 2010). 8 In una nota di inizio Novecento la porzione di prato che non era stata ceduta per la costruzione del cimitero risultava ancora appartenente al Beneficio Bertolini e risultava affittata a Margherita Carestia. In una nota del 6 novembre 1912 relativa alla parte di prato rimasta di proprietà ecclesiastica, si precisava che il prato della fiera sebbene vicino all’abitato non è in piano ma in terreno alquanto ripido e costituito vicino ai boschi a ponente d’una striscia di prato ove si fa un unico e magro taglio di fieno all’anno (…). Non è area fabbricabile non solo per la vicinanza al cimitero ma anche perché soggetto alla servitù gravosa della fiera e non immune dal pericolo di valanghe (…). Aggiungesi che detto prato essendo attraversato dalla strada provinciale Varallo – Alagna va pure soggetto a non lieve danno pel passaggio e conseguente pascolo abusivo delle bovine in primavera ed autunno. In un altro documento del 1912 si precisava che il “prato della fiera” aveva come confini “a levante Chiesa di S. Rocco, Guglielmina Giovanni e Verno Capitano Michele; a mezzodì sentiero comunale detto Traversai, a ponente Minoja Lucia mar Torra, a notte Minoja Lucia, Guglielmina Giovanni, Cimitero e strada Comunale della Balma”. Nel 1914 l’Amministrazione della Confraternita del SS. Sacramento, sostituente quella del beneficio Bertolini, autorizzava l’alienazione dei propri fondi e i 464 mq del prato furono venduti nel 1922 (ASPRv, b. 149, v. 4, f. 7). 9 Durante il Seicento era dedita all’attività mercantile la famiglia Gianoli di Campertogno, che esercitava anche fuori dalla valle. La famiglia aveva infatti negozi in valle (Varallo) e ai suoi confini (Romagnano e Gattinara) e in numerosi centri della pianura tra Lombardia e Piemonte (Pavia, Novara, Oleggio, Vicolungo, Casale); possedeva pure un negozio di seterie ed altri generi a Milano (TONETTI, 1891, s. IV, pp. 131-132). Il padre del pittore Pier Francesco, Giovanni di Pietro, era publico mercante habitante in P(orta) R(omana) a Milano nel 1654 (SITZIA e SITZIA, 2001, sd., p. 90). Giovanni, morto nel 1688, era iscritto nel ruolo dei mercanti d’oro, d’argento e sete a Milano (TONETTI, 1891, s. IV, p. 132). Alcuni anni dopo sono ancora documentati come mercanti due dei suoi tre figli (avuti da Caterina Gallizia, TONETTI, 1891, s. IV, p. 132), Giovanni Battista e Giovanni Antonio; risiedono a Milano ma costituiscono società commerciali con altri abitanti, o originari, di Campertogno. Con un altro Gianoli di Campertogno (Bartolomeo di Giovanni), aprono una bottega nel paese natale (1661-1669, dd. C7- C8, C11, C23, pp. 92-94, 23). Con Giovanni Selletto aprono un negozio a Lardirago Pavese (1662, d. C9, p. 93). Nel frattempo continuano a risiedere a Milano (1669, 1667; dd. C26, C43; pp. 103, 110) e a gestire il negozio milanese (1660, 1665, dd. C6, C12, pp. 92, 94). Almeno uno dei loro figli, Rocco di Giovanni Battista, continuò a svolger l’attività mercantile a Milano (1696; d. C59, p. 121). Come lo fu suo padre anche Giovanni Battista fu iscritto nel ruolo dei mercanti d’oro, d’argento e di sete e successivamente lo fu suo figlio Rocco Antonio, succedutogli nel 1705 (TONETTI, 1891, s. IV, p. 132). In un atto del 1677 si dichiaravano mercanti in Campertogno anche Giacomo Gianoli di Pietro (zio del pittore Pier Francesco) e suo figlio Pietro Antonio (SITZIA e SITZIA, 2001, d. C17, p. 99). Dalla frazione Piana di Campertogno provenivano numerose famiglie di mercanti che percorrevano già all’inizio del Cinquecento le strade di tutta Europa: Gilardone, Galizia e Gianoli (BALLARÈ, 2003, p. 20). Mercante a Varallo era Bartolomeo Fassola di Pietro, in un documento del 1659 (SITZIA e SITZIA, 2001, d. C4, p. 91). Un’altra famiglia di mercanti era quella dei Gilardoni; Giacomo Antonio era negoziante prevalentemente di stoffe e generi di abbigliamento con botteghe a Campertogno e Biandrate (cfr. SITZIA e SITZIA, 2001, d. C60, pp. 121-123). 5

Votum regii fisci in causa Nundinarum Campertonii e Petrarum Gemellarum (20 luglio 1669)

Qui, nei giorni della fiera, i mercanti che salivano dal fondovalle, con il pretesto di far sosta nelle osterie del paese, avevano preso l'abitudine di far commercio di bestiame sulla piazza di Campertogno, dando vita con il tempo a una specie di mercato, pregiudizievole alla fiera di Riva. Le posizioni della comunità di Pietre Gemelle, espresse dall’avvocato Francesco de Pretis, sono raccolte in un fascicolo in cui si sottolinea che la vendita al di fuori della fiera avrebbe provocato forti danni economici alla comunità (d. 5). Le posizioni del Sindaco generale della Valsesia e del Regio Fisco sulla causa sono esposte in due documenti del 20 luglio 1669 (dd. 8-9). Anche in questo caso, come a Macugnaga (RIZZI, 1988, p. 262), l'ordinanza del Magistrato ordinario è favorevole al pieno rispetto dell'antichissimo privilegio degli uomini di Pietre Gemelle, intimando a quelli di Campertogno di astenersi nei giorni della fiera di San Michele da qualsiasi forma di mercato. Un decreto del Senato di Milano del 3 agosto 1669 proibiva infatti “alli consoli Comuni e Uomini di qualsiasi comunità e terra della detta Valle il potersi congregare, né congregare sorta veruna di Bestie, giumenti ed animali di qualunque qualità essi siano nel detto luogo e

LA DECADENZA A metà Sei-

cento la Fiera di S. Michele a Riva è citata dal Fassola (FASSOLA, 1672, in TONETTI, 1891, s. IV, p. 124). Nel Giornale redatto nel 1707 dal conte di Pralormo, primo pretore piemontese della valle, si annota ancora che nel luogo detto della Riva che confina col ducato d’Avosta si fa una fiera franca il giorno di San Michele e dura tre giorni e doppo immediatam(en)te si trasporta a Campertogno e dura altri tre giorni (PECO, 1991, p. 155)10. La fiera si svolgeva ancora a fine Settecento. Una lettera del pretore Debernardi del 20 settembre 1783 al primo soldato di Giustizia o meso giurato ribadiva l’inibizione a chicchesia di interompere essa fiera ed in specie alla communità e uomini di Campertogno di trattenere bestie ne altra cosa occorrente alla detta fiera ne di esporne in vendita in tali giorni … a termini anche dei precedenti ordini e manifesti sotto pena di scudi dieci (sASVa, FCa, b. 8d)11. Un secolo dopo la fiera di Riva e la sua succursale di Campertogno avevano perso la loro importanza. Vincenzo Cuoco nelle sue Osservazioni sul Dipartimento dell’Agogna del 1802 scriveva, infatti, che si tiene una piccola fiera il 29 settembre di ciascun

anno nel luogo di Riva (Rizzi, 1988, nota 49, p. 271). Nei Materiali per la compilazione della statistica del Dipartimento dell’Agogna preparati nel 1807 da Melchiorre Gioia la fiera di Riva non è più citata (RIZZi, 1986, p. 104). Nella letteratura valsesiana rimane ancora una traccia negli anni successivi: la fiera è citata da CASALIS (1834) e LANA (1840, p. 199). Il Comune di Riva Valdobbia, sul finire dell’Ottocento, per superare la crisi in cui stava versando la fiera di S. Michele, anche a causa della contemporaneità di altre fiere, e particolarmente di quella di Varallo, della nuova fiera di Fobello e di Gressoney St. Jean, era intenzionato a spostare verso la metà di ottobre la relativa data di svolgimento. In effetti il Consiglio Comunale, su proposta della Giunta, prese tale deliberazione nel 1887, ma poco meno di due anni dopo si decise di ripristinare la data tradizionale, avendo raggiunta la consapevolezza che non sarebbe stato sufficiente, per riportare in auge la fiera, posticiparne il periodo di svolgimento12 (ASCRv). Il 16 agosto 1901 il sindaco del comune di Riva, rispondendo ad una richiesta del prefetto di Novara (“Indagine relativa alle fiere e ai mercati che si svolgevano in Provincia - Notizie circa la loro importanza”), precisava tra le altre cose che la fiera aveva “perso l’importanza che una volta aveva per l’istituzione della fiera di S. Michele a Varallo Sesia” (ASCRv).

LA FIERA OGGI Tra Ottocento e Novecento la fie-

ra perse le sue originarie peculiarità per poi essere abbandonata. Una ventina d’anni fa, la comunità rivese decise di riproporre la Fiera nell’ultimo fine settimana di settembre. Alla rassegna, che si svolge nella giornata di domenica nelle vie del centro di Riva, partecipano attualmente espositori provenienti dalla Valsesia e da altre valli alpine. Curiosando tra i banchi, si possono ammirare le sculture di legno, gli intarsi, gli oggetti di legno lavorati al tornio, le ceste, le pantofole, i puncetti, le lavorazioni della pietra ollare, del vetro, delle candele, della ceramica, dei tessuti, della carta, le pitture, ecc., che propongono, nelle loro belle realizzazioni, il fascino degli antichi mestieri; ma non mancano i prodotti agro - alimentari locali o tipici di altre località montane, quali: formaggi, salumi, prodotti ortofrutticoli, miele, ecc. Il programma della manifestazione, patrocinata dal Comune e dalla Pro Loco di Riva Valdobbia, prevede solitamente che la rassegna sia preceduta, il sabato sera, da uno spettacolo musicale o teatrale, presso il Teatro della Società di Mutuo

10 In questo periodo la stessa fonte segnalava che a Varallo “vi sono tre fiere l’anno la prima a 25 aprile giorno di S. Marco, la seconda a 16 8bre giorno di S. Gallo et l’ultima a 11 9bre giorno di S. Martino” (f. 41r, in PECO, 1991, p. 155). Pochi anni prima il FASSOLA (1672, p. 124) scriveva che “Varallo tiene due mercati la settimana li mercoledì e giovedì. Quattro fiere cioè di: S. Antonio Abate, di S. Marco, di S. Gallo e di S. Martino. La Riva la fiera di S. Michele, il Borgo un mercato nel sabato, in Valduggia il martedì, e la fiera di S. Rocco e S. Damiano”. Nei Materiali per la compilazione della statistica del Dipartimento dell’Agogna preparati nel 1807 da Melchiorre Gioia si annotavano a Varallo 4 fiere della durata di due giorni: il 1° lunedì di ottobre, il 15 aprile, il primo lunedì dopo il 27 settembre e il 2 novembre (RIZZI, 1986, p. 104). Nel 1833 Racca (p. 34) segnalava 4 fiere: il lunedì e martedì precedenti la festa di S. Marco in aprile; il lunedì e martedì successivi al giorno di S. Bernardo a giugno; il lunedì e martedì precedenti S. Michele a fine settembre; il 3 e 4 novembre. 11 In nota alla stessa lettera compare un appunto del 1786 in cui si annota il pagamento per la stampa del manifesto per il giorno della festa. 12 Consiglio Comunale di Riva Valdobbia, sedute dell’11 Settembre 1887 e del 2 maggio 1889. Sindaco: Guglielmina Giovanni (ASPRv).

43


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

LA FIERA “PIETRE GEMELLE” – RADUNO DELLE MANDRIE Organizzata dal Comune di

Riva Valdobbia in collaborazione con l'Unione Montana Valsesia, la Fiera “Pietre Gemelle”, giunta quest’anno alla sua terza edizione, si svolge nella tarda primavera. L’appuntamento è al Centro Sportivo "G. Severina", dove vengono radunate ed esposte le mandrie di bovini, ovini e caprini. Fanno da corona alla manifestazione i tipici prodotti d’alpeggio ed altri sapori della tradizione valligiana, nonché le particolari creazioni dell’artigianato locale.

LE ALTRE FIERE VALSESIANE Nell’ultimo de-

SOPRA: La locandina di una edizione della Fiera di S. Michele. A DESTRA: La locandina della prima edizione della Fiera “Pietre Gemelle”.

Soccorso e Beneficenza. La giornata di domenica, dopo la celebrazione della Messa, è stata a volte allietata dalla partecipazione di bande musicali; ver-

BIBLIOGRAFIA

so mezzogiorno si svolge un pranzo comunitario a base di piatti tipici locali e stagionali. La riedizione di una delle più antiche fiere valsesiane viene vissuta come un momento di festa per tutta la comunità rivese, ed è già nuovamente entrata a far parte degli appuntamenti più sentiti e tradizionali della valle.

BALLETTO L. e MORCHIO G. (2005) – Atti rogati a Gressoney nei secoli XV e XVI. Regesti (dall’Archivio della famiglia di Nicola de La Pierre). In Morchio G. (a cura di), “Ayas e Gressoney: due comunità unite da un comune passato. Incontro di approfondimento sugli insediamenti di alta quota nell’area del Monte Rosa. Saint-Jacques 6 agosto 2004. Atti”, pp. 83-131. CASALIS G. (1833-1856) – Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna. Ed 1999, CAI Varallo, pp. 502. COMBA R. e DAL VERME A. (1996) - Allevamento, transumanza e commercio del bestiame nel Piemonte occidentale. In Comba R, Dal Verme A e Naso I. (a cura di), “Greggi mandrie e pastori nelle Alpi Occidentali (secoli XII-XX),” Cuneo, pp. 13-31. FANTONI B. e FANTONI R. (1995) - La colonizzazione tardomedioevale delle Valli Sermenza ed Egua (alta Valsesia). De Valle Sicida, a. VI, n. 1, pp. 19-104. FANTONI R., FERLA A., NEGRO A. & ZANOLETTI E. (2010) - 1630, Colle di Valdobbia: una via per la peste. In Fantoni R. e Spotorno M. (a cura di), “La Montagna attraversata: pellegrini, soldati e mercanti. Atti del convegno di Bard 16-17 settembre 2006”, Club Alpino Italiano Comitato Scientifico Ligure Piemontese, pp. 55-67. FASSOLA G.B. (1672) - La Valle Sesia descritta dal conte Giovanni Battista Feliciano Cavaliere Fassola, alla Serenissima Alteza di Giovanni d’Austria consacrata. 4 agosto 1672. In Tonetti (1875-1891, s. IV, nn. 1-8, pp. 1-7, 29-32, 43-48, 63-64, 78-93, 105112, 121-126); ora anche in de Valle Sicida (1997, pp. 77-108).

cennio la Valsesia è ritornata a proporre numerose fiere del bestiame: a Fobello (tarda primavera), Scopello (S. Michele, ultima domenica di settembre), Campertogno (settimana seguente alla fiera di San Michele, prima domenica d’ottobre), Rimella (seconda domenica di ottobre) e a Doccio di Quarona (terza domenica di ottobre).

LANA G. (1840) - Guida ad una gita entro la Vallesesia. Rist. anast. 1977, Bologna, pp. 389. MOR C. G. (1933) - Carte valsesiane fino al secolo XV conservate negli Archivi Pubblici. Torino, Biblioteca della Società Storica Subalpina, v. CXXIV, pp. 367. PECO L. (1991) – Il mutamento di dominio della valle di Sesia con la trascrizione del “Giornale del conte Filippo Domenico Beraudo di Pralorno primo pretore piemontese della valle - Soc. Vals. Cult., pp. 433. RACCA (1833) – Notizie Statistiche e Descrittive della Valsesia dell’abate Carlo Racca di Novara vice rettore del Coll.o convitto e profess. sost.o nelle pubbliche scuole di Varallo. Tip. Manzoni Vigevano, pp. 141-175. RIZZI E. (1983) - Sulla fondazione di Alagna. Boll. St. Prov. Nov., a. LXXIV, f. 2, pp. 335-368. RIZZI E. (1988) - Le fiere medioevali di Macugnaga e di Pietre Gemelle e l’evoluzione dell’economia walser nelle valli del Monte Rosa. In I walser nella storia della cultura materiale alpina. Atti del V Conv. Inter. di studi walser. Macugnaga, 3-5 luglio 1987. Anzola d’Ossola, 1988, pp. 231-271.

FONTI ARCHIVISTICHE

ASCRv Archivio Storico del Comune di Riva Valdobbia. ASMI Archivio di Stato di Milano ASPRv Archivio Storico della Parrocchia di Riva Valdobbia. Briciole … Briciole di storia patria, manoscritto inedito dell’abate Antonio Carestia, s.d. (ma fine Ottocento) (sAVa, FCa.) FCa Fondo Calderini (sASVa)

Il testo costituisce una versione parzialmente aggiornata dell’articolo pubblicato nel volume La cucina delle Alpi tra tradizione e rivoluzione. Atti della XXI edizione degli Incontri Tra/Montani. Valsesia, 23-25 settembre 2011, Incontri tra/montani, Gruppo walser Carcoforo, pp. 273-280.

APPENDICE DOCUMENTARIA

1 1424 FEBBRAIO 20, MILANO Il duca Filippo Maria Visconti conferma agli uomini di Pietre Gemelle il privilegio di tenere una fiera nel luogo di Riva, della durata di due giorni, in occasione della festa di San Michele, fiera che si teneva già da molto tempo e già riconosciuta dal duca Giovanni Galeazzo Visconti. Poichè gli uomini di Pietre Gemelle lamentano che il Podestà della valle, da circa sei anni, aveva preso la consuetudine di intervenire con un seguito di 4-6 uomini e di soggiornare a Riva tre o quattro giorni con i relativi cavalli a spese degli uomini di Pietre Gemelle, il Duca ordina che il Podestà, se vorrà intervenire alla fiera, potrà farlo ma solo con due uomini e a sue spese. (copie in ASMi, Commercio, p.a., cart. 197 e in sASVa, FCa; RIZZI, 1988, nota 15, p. 268, d. B1). 2 1451 1UGLIO 12, CREMONA Il duca Francesco Sforza conferma agli uomini di Pietre Gemelle il privilegio di Filippo Maria Visconti relativo alla fiera di Riva. (ASCRv sez. III, Fiere e mercati, b. 126, f. 47313; copie in ASMi, Commercio p.a., cart. 197; sASVa, FCa; copia del 1874 in ASPRv, Collezione di diritti, ragioni, accordi, convenzioni, estimi e cambi, fine sec. XVI in avanti, b. 3, f. 2; Briciole, pp. 224-227; RIZZI, 1983, d. 51; RIZZI, 1988, nota 15, p. 268, d. B2). 3 1523 MAGGIO 8 Il diritto della fiera annuale di S. Michele a Riva viene confermato nel capitolo 26 dei Privilegi concessi dal duca Francesco II Sforza agli uomini della Valsesia. 26. Item, quia in extrema dictae Vallis Parochia appellata super ripa de Petrisgemellis fiunt in festo S. Michaelis singulis annis quaedam pauperes nundinae, et Potestates cum eorum famulis potius causa lucri, quam ex necessitate iuris ministrandi illuc se transferre solent, homines dictae Parochiae, qui antiquis temporibus, potius ex eorum liberalitate, quam obligatione, moderate sumptus ipsis Potestatibus facere consueverant, fuerunt a modico tempore citra per quosdam ex ipsis Potestatibus aliquando super vacuis sumptibus, et excessiuis frustrati, et interdum sub ipsarum expensarum ficto colore indebita summa pecuniarum perpensa: Dignetur Excellentia V. decernere, quod Potestas dictae Vallis non possit sub ipsius sumptus colore ipsos homines dictae Parochiae gravare, nisi solum in quantitate librarum quinque Imperialium pro singulis nundinis, si eum illuc ire contigerit, ne ipsi pauperculi ad ulteriores expensas, vel pecunias ipsa occasione cogantur. (ASMi, Commercio, p.a., 197; TONETTI 1891, s. IV, p. 94; RIZZI, 1988, nota 15, p. 268, d. B3;).

44

4 1666 SETTEMBRE Esposto degli uomini di Campertogno al Magistrato ordinario contro gli uomini di Pietre Gemelle che avevano lamentato turbamenti all’esercizio della fiera. Campertogno espone come i mercanti diretti alla fiera di Riva avessero preso l’abitudine di fermarsi a Campertogno, sulla piazza e nelle osterie, dando vita spontaneamente a un poco di commercio di bestiame e mercanzie, ma senza dar luogo a nessuna fiera. (ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 268, d. B4). 5 1666 Ricorso di Francesco de Pretis per conto della comunità di Pietre Gemelle contro quella di Campertogno, al fine di ottenere dal Magistrato ordinario la proibizione di qualsiasi vendita del bestiame al di fuori della fiera di San Michele che sarebbe causa di forti danni economici per la comunità14. (Fascicolo a stampa in ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 269, d. B5; ASCRv, sez. II, Atti 1520-1870, cause del Comune di Riva, b. 67, f. 285). 6 1669 LUGLIO 3 Promemoria degli uomini di Campertogno sul diritto di comperare e vendere liberamente bestiame, senza pregiudizio per la fiera di Riva. (ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 269, d. B6). 7 1669 LUGLIO 6 Ricorso al Magistrato ordinario della Comunità di Pietre Gemelle contro la pretesa di Campertogno di trattenere con pretesti il bestiame diretto alla fiera di Riva. (ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 269, d. B7). 8 1669 LUGLIO 20 Votum regii fisci in causa Nundinarum Campertonii e Petrarum Gemellarum Posizioni del Regio Fisco nella causa che vede contrapposte le comunità di Pietre Gemelle e di Campertogno nella definizione della possibilità o meno di vendere il bestiame anche al di fuori della Fiera di S Michele che si tiene a Riva. (ASCRv, sez. II, Atti 1520-1870, cause del Comune di Riva, b. 67, f. 283)15. 9 1669 LUGLIO 20 Memoriale della Valsesia e suo Sindico Generale contra la Terra di Pregemelle Posizioni del Sindaco generale della Valsesia nella causa che vede contrapposte le comunità di Pietre Gemelle e di Campertogno nella volontà della prima di impedire la vendita del bestiame al di fuori della fiera di San Michele che si tiene nel suo territorio16. (ASCRv, sez. II, Atti 1520-1870, cause del Comune di Riva, b. 67, 284). 10 1669 AGOSTO 3 Editto del Magistrato ordinario a favore della fiera di Pietre Gemelle “alla quale concorrevano bestiame, mercanzie e mercanti da parti lontane, ed in particolare dalla Savoja”, con la proibizione ad ogni altra comunità della valle di congregare bestiami nei giorni della fiera di Riva. (ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 269, d. B8; copia in ASCRv, sez. III, Fiere e Mercati, b. 126, f. 473) 11 1669 SETTEMBRE 12 Replica della comunità di Campertogno ai precetti penali del Magistrato ordinario in favore degli uomini di Pietre Gemelle. (ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 269, d. B9). 12 1670 GENNAIO 12 Replica della comunità di Pietre Gemelle sulla fondatezza, antichità e autenticità del privilegio della fiera di Riva (ASMi, Commercio, p.a., 197; RIZZI, 1988, nota 15, p. 269, d. B10). 13 1783 SETTEMBRE 20, VARALLO Lettera del pretore Debernardi al primo soldato di Giustizia o meso giurato con cui si ribadisce l’inibizione a chicchesia di interompere essa fiera ed in specie alla communità e uomini di Campertogno di trattenere bestie ne altra cosa occorrente alla detta fiera ne di esporne in vendita in tali giorni … a termini anche dei precedenti ordini e manifesti sotto pena di scudi dieci (sASVa, FCa, b. 8d). 14 1786 14 SETTEMBRE, VARALLO Nota alla lettera del 20 settembre sul pagamento per il manifesto del giorno d’oggi della fiera di Riva. (sASVa, FCa, b. 8d).

TRASCRIZIONE, TRADUZIONE E ANNOTAZIONE DEL DOCUMENTO DEL 1451 DA PARTE DELL’ABATE ANTONIO CARESTIA17

1451 – Diploma del Duca Francesco Sforza concesso al Comune di Riva in conferma d’altro più antico concesso dal Duca Filippo Maria Visconti relativo alla Fiera di S. Michele. Francesco Sforza Visconti Duca di Milano ecc. Conte di Pavia e di Angera e Signore di Cremona. Concesse altre volte l’Illustrissimo Principe di sempre veneranda memoria, Padre e Suocero nostro colendissimo agli uomini del Comune della nostra terra di Pietregemelle di Valsesia lettere di questo tenore, cioè: Il Duca di Milano ecc. Conte di Pavia e di Angera, e signore di Genova. Accolta la supplica del Comune e degli uomini della nostra terra di Pietregemelle di giurisdizione del nostro Podestà di Valsesia del tenore prossimo seguente, cioè: Si supplica umilmente alla Illustrissima Signoria vostra Ducale per parte dei vostri fedelissimi servitori del Comune e degli uomini della vostra terra di Pietregemelle di giurisdizione del vostro Podestà di Valsesia, che in ogni anno nella festa di S. Michele si fa in detta terra una fiera, che dura quel giorno, e seguente solamente; e che da sei anni in quà od in circa i Podestà della detta vostra valle hanno introdotta la consuetudine di venire a detta terra con quattro o sei compagni col pretesto di custodire la predetta fiera, dimorandoci per tre ed alcune volte per quattro giorni, e facendosi fare per se e pei compagni con due cavalli le spese di cibo e di bevanda, e pagare il salario per quei giorni dagli stessi supplicanti; le quali spese, computato il salario, alcune volte ascendono a venti fiorini, ed alcune volte a venticinque. E siccome al tempo dell’Illustrissimo Signore Genitore vostro di già buona memoria allora il Podestà di detta valle non andò alla detta fiera, né gli stessi supplicanti sopporterebbero le dette spese e spese di tal fatta siano di molto aggravio ad essi poveri supplicanti; e sperino che sia intenzione vostra che in questo si osservi ciò che si osservava al detto tempo del pregato fu Signore Genitore vostro, si degni la pregata Signoria vostra, avuto riguardo alla povertà degli stessi supplicanti, di ordinare e comandare per mezzo di vostre lettere patenti di certa scienza, che per l’avvenire nessun Podestà di detta Valle debba andare a detta fiera, e se vorrà andarvi ci vada con uno o due compagni ed a spese proprie del medesimo Podestà; imperciocché la detta fiera sarà custodita bene dai supplicanti istessi. Mandiamo per le presenti ai Podestà nostri di Valsesia presenti e futuri, ed a tutti coloro i quali spetta e spetterà, che intorno al contenuto nella predetta supplica osservino, e facciano che si osservi ciò che a tal riguardo era (…) ad osservarsi e si osservava al tempo del vostro Illustrissimo Signor Genitore di veneranda buona memoria. In testimonio delle quali cose abbiamo comandato, che fossero fatte e registrate le presenti, e che fossero munite dell’impressione del vostro sigillo. Dato a Milano il giorno vigesimo di Febbraio mille quattrocento ventiquattro, Indizione prima. Segnato Giovanni Francesco. Avuto riguardo adunque che la medesima concessione è onesta in se stessa, e che comprendiamo che i medesimi uomini si sono così affezionati e fedeli come erano al pregato Principe, e che saranno così costanti in tale fedeltà, da non poter lasciarne deviare in cosa alcuna giammai; per il che noi li abbiamo cari, e disponiamo di trattarli bene in tutto; col tenore delli presenti confermiamo le stesse lettere, e tutto il loro vigore, alla lettera, come sono scritte; e comandiamo (3) e vogliamo (2) e decretiamo (1) che si abbiano pre confermate. Mandando perciò al Podestà della Valle anzidetta, ed a tutti gli altri Officiali nostri ai quali spetta e spetterà che osservino e facciano che si osservino inviolabilmente queste nostre lettere di conferma. In testimonio delle quali cose abbiamo comandato che fossero fatte e registrate le presenti, e che fossero corroborate col rinforzo del nostro sigillo. Dato a Cremona addì dieci Luglio mille quattrocento cinquant’uno. Raphael

13 La pergamena è stata rinvenuta durante il riordino dell’Archivio Storico del comune di Riva nel giugno 2005, all’interno di una pratica ottocentesca a cui era stata allegata, relativa alla Fiera di San Michele. Presso l’Archivio Parrocchiale di Riva Valdobbia è conservata, invece, una copia del sopra citato diploma, redatta nel 1874 dall’allora parroco don Giacomo Mongini. Il Diploma è trascritto anche nel manoscritto dell’abate Carestia (Briciole… pp. 224- 225). 14 Il ricorso sostiene le ragioni della comunità di Pietre Gemelle ricordando che il diritto della fiera annuale di S. Michele a Riva viene confermato nel capitolo 26 dei Privilegi concessi dal duca Francesco II Sforza agli uomini della Valsesia (vedi d. n.3); aggiungendo che la Valle, (...) prima che si dasse spontaneamente alla Protettione de Duchi era libera, e non riconosceva Superiore, teneva da se stessa la raggion della fera; sottolineando, infine, che molto importa à negozianti hauer un certo luogo deputato à negotij, acciò non restino obligati andar vagando. 15 Il Regio Fisco si esprime a favore della Comunità di Riva, e le ragioni che motivano tale pronunciamento le ritroviamo sostanzialmente già espresse in altre pronunce ufficiali, a partire dal Decreto del Senato (d. 10), di cui abbiamo riportato le parti salienti nel testo (§ ”La competizione in valle”). 16 Le posizioni del Sindaco generale si possono così riassumere: 1) L’accoglimento delle ragioni di Pietre Gemelle introdurrebbe una novità, consistente nella limitazione del diritto naturale della libertà, e facoltà, sempre esercitata per il tempo addietro da tutta la Valle, di vendere bestiami in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, anche nel tempo in cui ricorre la fiera in detta Terra di Pregemelle. Inoltre, tale libertà non solo non può essere limitata ai valsesiani, ma neanche ai forastieri, in quanto espressamente riconosciuta sia agli uni sia agl’altri. 2) Si afferma che il proibire ai mercanti di vendere alcune bestie ancor prima di giungere alla Fiera di Pietre Gemelle, comporterebbe che esse siano poi vendute ad un prezzo maggiore, a causa della maggior lunghezza del viaggio e per l’aggravio del disturbo in condurle colà. 3) Si accenna, in favore delle tesi sostenute, alle pronunce, ai decreti, ecc., delle varie autorità (Ministro e Senatore, Reggente, Tribunale della Sanità, lo stesso Duca di Milano), intercorsi nei tempi passati, nonché ai Privilegi e alle convenzioni della Valle. 17 In nota alla trascrizione il Carestia aggiungeva: “Nota bene. Dal surriferito Diploma del Duca di Milano Francesco Sforza risulta tra le altre cose, che la fiera che si fa tuttora in Riva sul finire di Settembre è di data antichissima; epperciocché la supplica umiliata degli uomini di Riva al Duca Filippo Maria Visconti, suocero del Duca Francesco Sforza suo successore, cita in loro appoggio la consuetudine in vigore al tempo del dominio del Duca Giovanni Galeazzo Visconti, che regnò dal 1398 al 1402. Riva Valdobbia, 25 Febbr. 1894. Ab. Carestia Ant.o Traduttore del Diploma relativo alla detta Fiera”.

45


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Rima

una lunga storia narrata dalle sue case A cura di Arch. Sergio Camerlenghi

SINISTRA: Una delle case in pietra e legno di Rima

DESTRA: Incisione all'esterno di una delle case di Rima. SOTTO: Alcune case del centro abitato.

46

R

ima è un paese di storia antica ed importante che mostra ancora oggi nelle sue varie tipologie di case che la compongono, i diversi periodi storici che ha attraversato, dalla sua nascita di origine Walser dovuta all'arrivo sul posto dei primi abitanti di queste valli e montagne risalente al 1300, fino alle ultime costruzioni a cavallo del 1900 e 2000, attraverso lo sviluppo più importante e massiccio avvenuto tra il '700 e l'800, a seguito anche dell'epopea del Marmo artificiale che ne ha segnato in modo decisivo lo sviluppo edilizio e demografico oltre che imprenditoriale ed artistico. Le più antiche case di Rima sono in legno, quelle nate per mano di quegli uomini che valicando il colle Mud, provenienti dalla frazione di Pedemonte sopra Alagna, hanno trovato in questo fondo valle e nei declivi che lo circondano, il sito ideale per stanziarsi e poter impiantare una struttura adatta all'allevamento ed alla residenzialità, entrambe riunite all’interno di un unico manufatto

dalle inconfondibili caratteristiche costruttive e distributive tramandate nei secoli fino ad oggi. Se proviamo ad immaginare Rima senza tutte le case attualmente presenti, senza la strada carrale, senza le stradine disseminate per il paese, senza la grande Chiesa di S. Giovanni; se in questo scenario idealizzato di fondo valle, delimitato dagli stessi pendii e dai medesimi corsi d’acqua che ancora oggi vediamo; se manteniamo l’immagine della presenza delle sole quattro antiche case in legno conservatesi fino ai giorni nostri, allora possiamo avere un’idea di come fosse il nostro paese ai suoi inizi. I primi edifici sono perciò nati con metodologie costruttive e caratteristiche funzionali che rispecchiano l’epoca e la vita della gente di montagna di allora, per la quale tutto dipendeva dall’attività agro-pastorale, che ebbe pertanto il ruolo di condizionare fortemente l’architettura, al pari, se non addirittura al di sopra, delle necessità primarie dell’uomo che la abitava.

Le case in legno di Rima, sono quattro (più una quinta, ma di periodo e tipologia successivi), sono distribuite lungo un asse mediano con direzione NE-SO e vennero edificate su di un promontorio che si affacciava sulla valle, sopra un pendio abbastanza ripido oggi non più percepibile per i “riempimenti” ed i terrazzamenti avvenuti con la successiva creazione della quota di giacitura dell’attuale piazza della chiesa e degli edifici sorti a monte ed a valle di essa. Fu scelto un sito equidistante dalle falde dei monti, preservato dalle normali vie di sfogo delle valanghe, arroccato sul promontorio roccioso verso valle e più pianeggiante verso nord. Gli edifici sorsero vicini tra loro, stretti in un abbraccio solidale a difesa dalle avversità della natura, e vennero realizzati tutti con il basamento in pietra, che conteneva le stalle, sopra il quale avveniva “il montaggio” della torba, la struttura poligonale in legno composta da tronchi interi o divisi longitu-

FOTO PRINCIPALE: panorama su Rima arrivando in paese. SOPRA: Una delle piccole vie tra le case di Rima.

dinalmente ed intrecciati agli angoli, che in perfetto equilibrio statico sosteneva l’intera copertura in legno con il pesante manto in beole. La torba, conteneva internamente uno o due livelli: quello inferiore era destinato ad ospitare le persone che vi vivevano scaldate dalla sottostante stalla e da focolari interni al locale (senza l’uso di camino o canna fumaria), quello superiore era destinato ad ospitare il foraggio ed era contornato da una lobbia che si distribuiva sui lati NE, SE e SO, mentre il lato NO, che ne era privo, era invece munito dell’accesso per il caricamento del fieno, spesso tramite una passerella che collegava il piano superiore della torba alla quota del terreno. Il lungo susseguirsi delle stagioni, ha consegnato ai giorni d’oggi ancora leggibili le caratteristiche tipologiche essenziali delle case

in legno di Rima, anche se il degrado dei materiali, le divisioni in proprietà separate, gli ampliamenti e le ristrutturazioni recenti, hanno inevitabilmente modificato l’originaria conformazione di questi manufatti. Una particolarità che ha interessato l’evoluzione delle case in legno di Rima e che le accomuna tra di loro, è la chiusura di spazi esterni nati come lobbia o più ancora come sottolobbia: questi ultimi infatti sono stati i primi ad essere chiusi con murature in pietra per essere successivamente destinati a funzioni generalmente abitative incluse nel perimetro della casa, mentre la ricerca di ambienti da destinare alla lavorazione ed allo stoccaggio del formaggio, ha portato alla formazione di cantine generalmente a volta a botte (trune), in alcuni casi anch’esse nel perimetro delle case. Ma la sostanza dello stesso patrimonio edilizio rimese, è costituita da una tipologia costruttiva diversa dalla precedente ed originata questa volta dalle condizioni di vita e lavoro di una popolazione ormai già insediata nel territorio. Ciò significava il mutamento in una nuova organizzazione sociale, definitasi nel tempo con un’attività di sostentamento basata sì sulla pastorizia e l’agricoltura, ma evolutasi ben presto nell’imprenditorialità e nell’artigianato che originarono l’epoca dell’emigrazione in tutta Europa e la conseguente elevazione delle condizioni economiche medie dei rimesi. La struttura tipo della casa rimese prevede a piano terra la stalla, oggi adibita a legnaia o cantina; a piano rialzato la Stube, ovviamente riscaldata dalla stufa in pietra, alimentata sul retro dal fuoco che arde nel camino dell’adiacente cucina; al piano superiore le stanze che sfruttano il calore proveniente dalla Stube e mantenuto dal sovrastante fienile, sempre presente, oggi trasformato in ulteriori stanze d’abitazione.

47


WOHNEN- WOONA - VOGNA Questa evoluzione tipologica del paese, avvenne presumibilmente a partire tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, e si configura con la realizzazione delle costruzioni in pietra con lobbie verso sud, affiancate tra loro lungo almeno sei cortine di edifici parallele, con andamento est-ovest e disposte sia a monte che a valle rispetto l’asse costituito dalle case in legno. Causa ed effetto di questa destinazione più marcatamente "residenziale" dei nuovi edifici che si realizzavano, è indubbiamente l'avvento della nuova metodologia di riscaldamento delle abitazioni, ovvero il fornetto in pietra che poteva consentire un migliore sfruttamento del focolare che, convogliando i fumi in una medesima canna fumaria, da una parte del muro, ovvero il locale deputato alla lavorazione e cottura di prodotti alimentari da conservazione e immediata consumazione, prevedeva il fuoco a fiamma libera, dall'altra parte, ovvero la stanza di soggiorno e pranzo. Il contenitore delle braci era costituito da un volume in lastre di pietra che, scaldandosi per l'ardere del fuoco al proprio interno, consentivano l'irraggiamento prolungato del calore proveniente in definitiva dal medesimo focolare acceso. Caratteristica di questi fornetti, è la forma e la fattura che li distingue nel corso del tempo, a partire dai primi elementi che nel caso di Rima risalgono sin dai primi anni del '700 (la data più antica riportata sul frontale risale al 1705), fino ai primi anni del '900, ovvero i due intensissimi secoli di quello sviluppo del paese citato ad inizio articolo. Durante questo periodo, Rima si è evoluta e sviluppata sotto l'impulso di quella "doppia attività", agro-pastorizia ed imprenditoriale, con conseguente "doppia residenzialità":

ANNUARIO 2018

Stufa in pietra

stanziale di mogli e figli e migratoria di molti degli abitanti. Questa evoluzione ha indubbiamente accresciuto la popolazione ed il tenore di vita, come testimoniano i diversi edifici del paese: dalle succitate cortine di case con lobbia, alla nuova e grande chiesa di San Giovanni, ai lussuosi (per l'epoca) alberghi Alpino prima e Tagliaferro poi, alle case "mitteleuropee" dalle caratteristiche tipologiche importate dal girovagare per l'Europa di quelle persone che, grazie alla propria avventura, coraggio, genialità ed imprenditorialità, esercitati senza mai rescindere il cordone ombelicale con Rima (rientravano annualmente al paese con lunghi e faticosi viaggi), portavano alle loro famiglie le proprie esperienze, i denari guadagnati, l'aumento demografico dovuto all'intensificazione stagionale delle natalità, quasi sempre corrispondenti ai periodi di rientro dall'estero.

L'ultimo importante cambiamento di Rima, leggibile attraverso il percorrere delle stradine che la caratterizzano e l'osservazione delle case che le delimitano, è avvenuto dopo il termine del secondo conflitto mondiale, quando i rovesciamenti delle condizioni politiche in Europa e l'avanzare dell'industrializzazione hanno posto fine alla ricca storia imprenditoriale del marmo artificiale, e portato al declino sociale ed economico di Rima, travolta dall'abbandono della residenza e dell'attività pastorizia (le ultime vacche nelle stalle del paese le ricordo da ragazzino, a metà degli anni settanta) e ridottasi ad un minimo di abitanti reali e continuativi che non raggiunge oggi le dieci unità. Fortunatamente però, salvatasi per la quasi totalità da maldestri interventi di sviluppo urbano che tanti danni ha creato nelle nostre valli tra il dopoguerra e gli anni '70, Rima è riuscita a riconoscere, valorizzare e difendere le proprie peculiarità storiche ed ambientali, ricche di valori importanti e molteplici per argomenti ed uniche per fatti e luoghi, fatte di tradizione, arte, flora e fauna che nel turismo riescono oggi ad elevarsi anche oltre i propri confini di valle. Rima è oggi paese di tante seconde case di proprietà e ricettività turistica davvero particolare che ha trovato in un limitato sviluppo edilizio ed in un maggiore sviluppo di ristrutturazione del patrimonio esistente, la strada per trovare una propria identità e sopravvivenza basata su quanto ricevuto dalla sua storia e dai suoi discendenti che con attenzione e passione si vuole conservare e divulgare, ovvero garantire al futuro.

APPENDICE LE STRUTTURE DI SERVIZIO IL FORNO DI RIMA Come la gran parte

dei paesi e frazioni della valle, anche Rima possiede il forno per il pane, una struttura appositamente destinata a quello che era un vero e proprio servizio pubblico e, spesso, di proprietà dell’intera comunità. Lavorava con continuità in determinati periodi dell’anno, per soddisfare i fabbisogni degli abitanti i quali portavano i propri prodotti da cuocere e la legna da ardere necessaria al suo funzionamento, consentendo ad ogni famiglia di potersi approvvigionare del pane che veniva poi conservato in dispensa, anche per lunghi periodi. Il forno di Rima si trova nella piazza del paese, la medesima d’affaccio della settecentesca chiesa di San Giovanni e dello stabile dell’ex “l’Albergo Alpino” di fine ottocento. Più precisamente è collocato al piano superiore dell’edificio, oggi di proprietà comunale, che è sede della Pro Loco di Rima, la quale adopera ancora il forno per la cottura di pane, carni o focacce durante lo svolgimento delle proprie manifestazioni. Come evidenziato da alcune fotografie di fine 800 e riproduzioni (Foto 1), originariamente tale edificio era limitato ad un solo piano, coFOTO 1: riproduzione del 1945 su immagine più antica (archivio Ercole Vallana), tratta dal Libro “RIMA – RIMMU ieri oggi domani” di Corrado Mornese. FOTO 2: iscrizione originaria e targa ricordo, ora nel locale a piano primo sede dell’attuale forno. FOTO 3: fronte dell’attuale forno. FOTO 4: interno dell’attuale forno.

FOTO 2

FOTO 3

FOTO 1

FOTO 4

SOTTO: Una veduta di Rima

IL LAVATOIO DI RIMA Il lavatoio di Rima, è situato all’interno di una struttura chiusa attualmente di proprietà privata. Venne realizzato in occasione dell’edificazione della parte di servizi annessa all’allora Albergo Alpino, ovvero la più antica struttura ricettiva di Rima, costruita a fine ottocento da Pietro Axerio. Il lavatoio è inserito in uno dei locali a volta in pietra posto a livello terreno e con unico affaccio ed accesso sulla parete rivolta a sud (verso valle), sottostante al piano primo (con le camere per il personale) e alla terrazza che si trova a livello della piazza della chiesa, destinata alla clientela dell’albergo. Ai lati del lavatoio, sempre a piano terra e con uguale porta d’accesso ad arco, si trovano altri analoghi locali a volta, utilizzati a suo tempo per lo stoccaggio e la conserva di materiali ed alimenti. Internamente la vasca lavatoio si distende in 48

perto da una falda parallela alla casa attigua alla quale si appoggiava, ed aveva accesso verso sud. Di esso non si hanno particolari notizie sulle sue caratteristiche costruttive, se non dalle sopracitate immagini e da una data di iscrizione, “1717“, incisa in una pietra posta nel muro laterale dell’attuale forno, ovvero quello posto al piano superiore di suddetto edificio, successivamente rialzato per volontà del Cav. Giovanni Axerio. Tale modifica, venne realizzata nel 1901 come chiaramente evidenziato dalla data incisa proprio sopra la bocca d’accesso alla camera di cottura e dalla targa datata Novembre 1901 (soprastante l’incisione settecentesca - Foto 2), posata a ricordo dei benefattori Cav. Giovanni Axerio e sua consorte Antonia Viotti, dai “rimesi riconoscenti”. L’attuale forno è composto da una camera di cottura a pianta circolare con piano e volta in elementi di cotto (Foto 4), frontale in pietra con data incisa e chiusura con anello in ferro (Foto 3).

posizione centrale e longitudinale nella stanza, con pietre inclinate su entrambi i lati per agevolare il lavaggio dei panni. Sulla parete esterna che guarda a valle, accanto all’accesso al lavatoio, è ancora situata e funzionante una fontana con vasca in pietra. Il lavatoio, fu eretto su di un terreno che la famiglia Axerio acquistò dalla famiglia De Toma, ed era quindi di proprietà privata, ma era concesso all’uso pubblico per l’utilizzo da parte degli abitanti del paese (fonte Giulio Axerio), ed attualmente è di esclusiva pertinenza e proprietà del possessore della porzione di edificio entro la quale è esercitata l’attività del “ristorante e bar Alpino”.

DESTRA IN ALTO: Facciata dell’edificio con accesso (centrale) al lavatoio. DESTRA: Interno del locale con lavatoio

49


ANNUARIO 2018

LA PREZIOSA EREDITÀ DI UNA LINGUA ANTICA

Sü e giü par cule rive: la tradizione orale come fonte storica A cura di Angela Regis - Il testo dialettale è stato rivisto e corretto da Silvano Pitto.

“Il vero ed antico nostro dialetto scompare. I nuovi e più comodi mezzi di comunicazione dei nostri tempi, e il conseguente sviluppo dei commerci e delle industrie, hanno reso più facili le relazioni ed hanno aperto nel nostro paese lo sbocco ad una popolazione nuova, che con nuovi usi, con diversi e strani parlari va modificando e mutando le nostre usanze antiche e con esse i motti, le dizioni e le modulazioni anche del nostro paesano linguaggio. […] giova considerare se non sia conveniente conservare almeno la memoria di quelle forme tipiche che sono una particolarità del nostro linguaggio, prima che esse vadano intieramente a scomparire per far posto alle nuove” Così scriveva il Tonetti nella prefazione al Dizionario del dialetto valsesiano.

E

ra il 1894. Sembra impossibile che più di cento anni fa qualcuno si ponesse già l’obiettivo di conservare “almeno la memoria” di una lingua che si stava rapidamente trasformando. Se più di un secolo fa “quelle forme tipiche che sono una particolarità del nostro linguaggio” era-

no già a rischio perché erano stati introdotti “diversi e strani parlari”, è evidente che oggi ormai poco resta dell’antico patrimonio linguistico valsesiano. Ciò che rimane è comunque una ricchezza che va recuperata e conservata. Al recupero di questo patrimonio hanno de-

dicato una particolare attenzione i bambini e le insegnanti (Marta Sasso e la scrivente) delle scuole primarie di Piode e di Boccioleto tra gli ultimi anni del Novecento e i primi anni del Duemila. Le canzoni, le filastrocche, i proverbi e i modi di dire che vengono presentati nelle seguenti pagine sono una parte del materiale raccolto. Si tratta di un patrimonio sicuramente prezioso dal punto di vista linguistico, perché ricco di parole ed espressioni che non appartengono più all’attuale parlata dialettale, ma anche dal punto di vista storico, perché ci permette di ricostruire un mondo contadino, assai diverso da quello attuale, di cui ancora rimane la memoria fra gli anziani, basato sull’agricoltura e sull’allevamento.

LE STAGIONI In questo mondo contadino le stagioni scandivano il ritmo del lavoro, che non conosceva soluzione di continuità, come racconta la canzone ‘l quattro sctagiugn, meglio conosciuta come A Itta d’alfora, tratta dall’opera dialettale scritta per la Filodrammatica di Rossa da Giovanni Tosi De Regis verso la fine dell’Ottocento. A Itta d’alfora, ch'a turna ‘l bel temp, la r-munda i pracieui la munda i seui chemp, la va vardè ‘l cravi, la fa bei mazzeit e sjübbij ‘d cascteugna par deghi ai giuuneit. D'asctà l’è a seigu e ‘l fegn la va sghèe, ‘l fescti ‘l büru ‘n sl'alp la va fèe, la canta e la ghigna ansema i ranzin, la mangia ‘l ciresji cun dinti u gianin.

Dal vern la fa cauzi, camisji e punceit, s’andorm cun a rucca a riva ai giuuneit, la canta e la balla cla vuch a fiuchèe, la büffa ‘n sal dij cla sent a gialèe. La canta e la balla cla vuch a fiuchèe, la büffa ‘n sal dij cla sent a gialèe

Margherita (Itta), in primavera (d’alfora), quando tornava il bel tempo, ripuliva i suoi praticelli e i suoi campi e andava a pascolare le caprette; in estate (d'asctà) doveva falciare la segale e il fieno e fare il burro in alpeggio; in autunno (la brüma), quando aveva così tanto lavoro da non poter neppure riposare, doveva raccogliere castagne, panìco, patate, mele, pere e fagioli; in inverno (dal vern), quando il freddo e il cattivo tempo obbligavano a stare in casa, svolgeva quei piccoli lavori ai quali non si poteva dedicare negli altri periodi dell’anno: faceva calze, camicie e puncetto, il tipico ricamo valsesiano. In quasi tutte le stagioni riusciva a ritagliarsi dei momenti di svago: in primavera faceva mazzolini di fiori e zufoli di legno di castagno da dare ai giovanotti; in estate cantava e rideva con i ragazzi che falciavano il fieno e mangiava ciliegie con il vermicello. Solo l’autunno non consentiva svaghi: il lavoro la impegnava tutto il giorno. Probabilmente si concedeva solo qualche piccola pausa: come dice il proverbio, ‘na pòssa la fa mai mal.

Da brüma ‘l cascteugni la gh'à da tôo sü, la gh'à tant lavuu ch'a la pò pusèe piü, panich e tartüfli, pumi e pisjeui la porta a cà sua ansema i fasjeui.

51


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

I CEREALI

LE FATICHE QUOTIDIANE

A Itta d’alfora è interessante anche perché parla della coltivazione della segale (seigu) e del panìco (panich), cereali che, fino ai primi decenni del Novecento, trovavano ampio spazio in molti campi della valle. Della coltivazione del panìco si è ormai persa la memoria, ma è rimasto, in alcuni anziani, il ricordo della panigàa, cioè della minestra che un tempo si preparava con verdure e, appunto, panìco. Una spiritosa storiella, sempre di Rossa, attesta la coltivazione di un altro cereale, il miglio (mei), che anticamente veniva usato per la preparazione delle miacce.

La vita si ripeteva ogni giorno uguale al giorno precedente; solo il cambio delle stagioni modificava le abitudini. La seguente canzone, La mulinera, proveniente da Vocca, ripetendo più volte la stessa azione della mugnaia, sembra sottolineare il reiterarsi delle fatiche quotidiane.

Mariareui? Ciò i fareui. Ghareu i masnai? Ciò i ghareui. Muriran? Ciò i faran. Muriran peui mia al temp du mei chi possa gnanca piangi? Chi piangia an po’ ura chi gh’eu temp!

La mulinera la va ‘nt l’eurt Trova la testa dl’asu meurt. O testa o poura testa T'ei furnì da mangèe minestra. Rataplan diridindin Pia l’asu e va al mulin. La mulinera la va ‘nt l’eurt Trova la scheina dl’asu meurt. O scheina o poura scheina Tei furnì da purtèe pena. Rataplan diridindin Pia l’asu e va al mulin.

Mi sposerò? Lo farò. Avrò figli? Li avrò. Moriranno? Lo faranno. Non moriranno mica al tempo della raccolta del miglio quando non avrò neanche il tempo per piangere? E’ meglio che pianga un po’ adesso che ho tempo!

Il fatto che durante la raccolta del miglio non ci fosse neppure il tempo per piangere, significa che il lavoro nei campi era cospicuo; possiamo quindi dedurre che questo cereale aveva un peso significativo nell’alimentazione quotidiana.

Ogni volta che la mugnaia va nell’orto, trova un pezzo di asino: la testa, la schiena (scheina), la coda (cua) e le gambe. La morte dell’asino è una grave perdita, ma non tutto il male viene per nuocere: non occorre più sfamarlo (ha finito di mangiare minestra) e la sua schiena ha finito di portare pena; è vero che ha finito di stare a casa sua, ma è anche vero che le sue gambe non porteranno più pesi.

Sempre ripetitiva, ma dal tono più allegro è A la moda di muntagnun, canzone cantata a Carcoforo.

IL TEMPO Ogni giorno occorreva lavorare duramente, ma la fatica, da sola, non era sufficiente a garantire un buon raccolto: era necessario che le condizioni meteorologiche fossero favorevoli nei momenti giusti: il cattivo tempo poteva compromettere i raccolti. Allora si scrutava il cielo e si stava attenti ad ogni più piccolo cambiamento. La ricchezza di proverbi al riguardo conferma quanto detto. Quand al ciel al fa la lana la piova l’è mia luntana. Quand i nüvli as fan an pan, s'a piòf mia ancheuj a piòf duman. Nebbia bassa bel temp a lassa. Nebbij russi al matin, vent o ava giü par al camin.

La mulinera la va ‘nt l’eurt Trova la cua dl’asu meurt. O cua o poura cua Tei furnì da stèe a ca’ tua. Rataplan diridindin Pia l’asu e va al mulin. La mulinera la va ‘nt l’eurt Trova i gambi dl’asu meurt. O gambi o pouri gambi Sei furnì da purtèe stanghi. Rataplan diridindin Pia l’asu e va al mulin.

Quando il cielo fa la lana (quando si formano nuvole gonfie) la pioggia non è lontana. Quando le nuvole prendono la forma del pane, se non piove oggi pioverà domani. Nebbia bassa lascia bel tempo. Cielo rosso al mattino, vento o acqua giù per il camino.

Sü e giü par cule rive mangevu pan e grìule e i fasevu di bei bucun a la moda di muntagnun. Mangevu ris e rave smievu tante crave e i fasevu di bei sautun a la moda di muntagnun. Sun pià na grampàa 'd paja purtala giü ‘nt la stalla e mütülla ant un cantun a la moda di muntagnun.

Su e giù per quei pendii mangiavamo pane e bacche di uva ursina e facevamo dei bei bocconi alla maniera dei montanari. Mangiavamo riso e rape sembravamo tante capre e facevamo dei bei salti alla maniera dei montanari. Ho preso una manciata di paglia l’ho portata giù nella stalla e l’ho messa in un angolo alla maniera dei montanari.

Si guardavano le montagne, come ci spiegano i seguenti proverbi, uno autunnale e l’altro primaverile. Quand la fiocca la fa capel, vend la crava e cata 'l mantel; quand la fiocca la passa l’ava (a fa la braga), vend al mantel e cata la crava. Fin quand al gh'è la fiocca sal muntagnet guenta tegni la s-ment ant al sachet.

Quando la neve incappuccia i monti, vendi la capra e compra il mantello (l’inverno sarà freddo); quando la neve scende lungo i pendii, vendi il mantello e compra la capra (l’inverno sarà mite). Bisogna tenere i semi nel sacchetto (non bisogna seminare) fino a quando c’è la neve sulla cima dei monti.

In determinati giorni, i cosiddetti giorni di marca, occorreva poi prestare particolare attenzione al tempo atmosferico, perché questo avrebbe condizionato il periodo successivo, con esiti positivi o negativi sul raccolto. La Madonna Candelora, s'a fa né vent né ora, da l’invern i suma fora, ma s'a fa ora o s'a fa vent i suma dinti alegrament. S'a piòf a Santa Cros guenta scundi la perga di nos. Sa piòf par l’Ascensiun, tanta paja e poch melgun. S'a piòf la Ramad'uliva a piòf ses admenghi ad fila.

52

Se il giorno della Madonna Candelora (2 febbraio) non c’è né vento né venticello dall’inverno siamo fuori, ma se c’è vento o venticello siamo dentro allegramente. Se piove a Santa Croce (14 settembre) bisogna nascondere la pertica delle noci. Se piove il giorno dell’Ascensione, si avranno tanta paglia e poca meliga. Se piove la domenica delle Palme pioverà per sei domeniche consecutive.

UN MONDO AL FEMMINILE Il lavoro in campagna era svolto soprattutto dalle donne, perché moltissimi uomini si allontanavano dalla valle e andavano a lavorare o nelle grandi città italiane o, più spesso, all’estero. Partivano all’inizio della primavera e tornavano prima di Natale, lasciando tutto in mano alle madri o alle mogli: la gestione della casa e dei figli e il lavoro agricolo. Spesso se ne andavano giovanissimi, quasi bambini, senza sapere esattamente a cosa andassero incontro; partivano in cerca di nuove opportunità, anche se sapevano benissimo che, come dice un proverbio, cul ch'al lassa la stràa veggia par la nova al sa ciu ch' al lassa, ma nut ciu ch' al trova (chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa cosa lascia ma non cosa trova). Non ho mai trovato poesie, filastrocche o canzoni che parlassero apertamente di emigrazione. Viene fatto un cenno solo in una ninna nanna di Fobello, in cui si parla di un papà che è andato a Torino. Ninna nanna bel bambin Ch’al papà l’è nà a Türin E la mama l’è nàa al marcà Chissà che bei regai ta purtarà

Ninna nanna bel bambino che il papà è andato a Torino e la mamma è andata al mercato chissà che bei regali ti porterà.

53


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Poiché l’emigrazione della Val Mastallone era rivolta soprattutto verso la città di Torino, viene spontaneo pensare che il papà si trovasse lontano per motivi di lavoro. È vero che non ci sono riferimenti diretti circa l’emigrazione maschile, ma è anche vero che quello che emerge dalle canzoni e dalle filastrocche è un mondo tutto al femminile. Aitta d’alfora non è l’unico esempio, anche nella seguente canzone Fila fila, sempre di Rossa, si parla della vita di giovani donne. Al noscti matti i van par brüch Fila fila fila fila fila Al noscti matti i van par brüch Fila fila fila fila fa. Cun a mèula ant al carpiun Fila fila fila fila fila Cun a mèula ant al carpiun Fila fila fila fila fa. Cun al cuèt ant al faudàa Fila fila fila fila fila Cun al cuèt ant al faudàa Fila fila fila fila fa E da sl'’Eur fin an Varmàa Fila fila fila fila fila E da sl'’Eur fin an Varmàa Fila fila fila fila fa. D’intant intant ‘na mèulàa Fila fila fila fila fila D’intant intant ‘na mèulàa Fila fila fila fila fa. Dint par dint na güssàa. Fila fila fila fila fila Dint par dint na güssàa. Fila fila fila fila fa

Dui fumbri i fan marcà, trei i fan la fera.’ Na fumbra la fa tüt, dui i stantu, trei … a guenta la sarventa. Marìj e strìj nu gh’è par tütti i vìj. Due donne fanno mercato, tre fanno la fiera. Una donna fa tutto, due fanno fatica, per tre ci vuole la serva. Ovunque si trovano Marie e streghe.

Le ragazze del paese (i noscti matti) vanno a raccogliere erica (brüch) negli alpeggi della Val Cavaione (sl’Eur e Varmàa) con la piccola falce (mèulàa) nel grosso gerlo aperto (carpiun) e con la piccola cote (cuèt) nel grembiule (faudàa). Ogni tanto tagliano l’erica (‘na mèulàa), ogni tanto affilano la falce (na gussàa).

Margaritta di curai caccia bevi i seui cavai, i seui cavai nu volu piü Margaritta a sauta giü. Sauta giü par culli prai trova quattru innamurai: vün ch'al cüs, l’aut ch'al taja l’aut ch'al fa capei da paja l’aut ch'al fa capei da fior. Margarita fa l’amor, fa l’amor cun Peru Antoniu. Peru Antoniu l’è ant al let Cun na scatla di cunfet, cun na rama ad panagìa, tucca sü che la storia l’è belli che furnìa.

Cun an toch ad pan e cun i scu-ai as tira grend i masnai Con un pezzo di pane e con le scopate si fanno crescere i bambini.

Ma erano bambini. Bambini che amavano fare tratta büratta, cioè dondolare su e giù, stando seduti sulle ginocchia della mamma, fino a sfiorare terra con la testa. Tratta büratta, la mama la gh'à na matta La tira la bütta, la porta a San Martin San Martin l’è tüt sarà La matta la va giü giü da là.

Margherita dei coralli porta a bere i suoi cavalli i suoi cavalli non ne vogliono più Margherita salta giù. Salta giù per quei prati trova quattro innamorati: uno che cuce, l’altro che taglia l’altro che fa cappelli di paglia l’altro che fa cappelli di fiori. Margherita fa l’amore, fa l’amore con Piero Antonio. Piero Antonio è nel letto con una scatola di confetti, con un ramo di panacea (?), tocca su che la storia e ormai finita.

Gli uomini appaiono nei proverbi, che non sempre sono lusinghieri: Chi gh'à ‘l nas virà vers la testa l’è gram cumme la tampesta, chi gh'à ‘l nas virà vers la bucca guai chi lu tucca. L’om al gh'à al dent da can: sa ‘l mord mia ancheuj al mord duman.

I BAMBINI Ho parlato fino ad ora di un mondo contadino che obbligava uomini e donne ad una dura fatica; non dobbiamo dimenticare però che anche i bambini iniziavano a lavorare prestissimo, non solo in famiglia, ma anche da servitôo o da sarventa. Bambini costretti a crescere in fretta con metodi spesso sbrigativi, come ricorda questo proverbio:

Troviamo un’altra figura femminile, anche lei Margherita, in una filastrocca di Vocca, Margarita di curai.

54

A dire il vero vi sono anche proverbi poco lusinghieri che si riferiscono alle donne:

Bambini che imparavano le poesie, come quella che segue, che racconta la strana settimana di Ghilot, privata della domenica. Lünas dì l’è nasciü Ghilot Martas dì l’è tatà an poch Mercul dì l’è maridassi Giobbia dì l’è nà par fraschi Vendri dì l’è piantai ‘nt l’eurt Saba dì Ghilot l’è meurt.

Lunedì è nato Ghilot Martedì ha succhiato un po’ di latte Mercoledì si è sposato Giovedì è andato per frasche Venerdì le ha piantate nell’orto Sabato Ghilot è morto.

Erano bambini che imparavano le storielle, come La gatta la móf A piòf la gatta la mòf i gatin i crìu i belli matti as mariu i bei matai i van suldà i macacchi i stan a cà i fan feuch sót la grà i sa scaudu e i stan là.

Piove la gatta sposta i suoi gattini i gattini strillano le belle ragazze si sposano i bei ragazzi vanno a militare i macachi stanno a casa fanno fuoco sotto il graticcio (sospeso sopra il focolare serviva per essiccare le castagne)

si scaldano e stanno là.

Chi ha il naso girato verso la testa è cattivo come la tempesta, chi ha il naso girato verso la bocca guai a chi lo tocca. L’uomo ha il dente da cane: se non morde oggi morderà domani.

55


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Bambini che, quando potevano, giocavano e facevano le conte che, a volte, erano il presagio di vite future segnate da tribolazioni. Santa Maria Madalena a purteva tanta pena tanta pena e tant dulor par la passiun dal neust Signor. Giüdè, Giüdè, ciu ch'at ei faghi al figlio mè? L’è batüllu e l’è scuriallu e ‘nt la crôs a l’è ‘nciuallu. Sun nà da Santa Marta ch'a ma 'mprestessa la scala santa, la scala santa par nèe an paradis a truèe tücc i mei amis. I mei amis j' in tücc meurt, al gh'era piü nisciün ch'a nessa a corp. A gh'era j' angeli chi cantevu, la Madonna ch’la suspireva, al Signor an gignugiogn ch’al diva tütti i sui urassiogn, a gh'era la mari ad San Bastian e la mari ad San Diunis. Chi la sa, chi la dis tre voti ant un fià, al paradis l’è vadagnà.

Santa Maria Maddalena portava tanta pena tanta pena e tanto dolore per la passione del nostro Signore. Giuda, Giuda, cosa hai fatto a mio figlio? L’ha picchiato e l’ha scorticato e sulla croce l’ha inchiodato. Sono andata da Santa Marta affinché mi prestasse la scala, la scala santa per andare in paradiso a trovare tutti i miei amici. I miei amici sono tutti morti, non c’era più nessuno che andasse al funerale. C’erano gli angeli che cantavano, la Madonna che sospirava, il Signore in ginocchio che diceva tutte le sue preghiere, c’era la madre di San Bastiano e la madre di San Dionigi. Chi la sa, chi la dice tre volte di seguito, il paradiso ha guadagnato.

La vita era difficile e i patimenti erano un patrimonio di tutte le famiglie, come ben sottolineano questi due proverbi: Ogni camin ch’al füma al gh'à la sua crôs an ciüma. Chi ad casteugna chi ad nôs, tücc i portu la sua crôs.

Ogni camino che fuma ha la sua croce in cima. Chi di castagno chi di noce, ognuno porta la sua croce.

SCARPE GROSSE MA CERVELLO FINO A volte erano sofferenze legate alla scarsità di cibo: la polenta, bene o male, non mancava mai, ma il companatico spesso scarseggiava. Dice un proverbio pulenta püra a sudisfa mia la creatüra (Polenta senza nulla non soddisfa la creatura). Per fortuna la solidarietà faceva parte della vita delle comunità. I poveri non erano abbandonati a se stessi: un minimo per sopravvivere era garantito a tutti coloro che si trovavano in difficoltà. Forse proprio da questa consuetudine è nato il proverbio Ava e pan as rifüda gnanca al can (acqua e pane non si rifiutano neanche al cane). Quel mondo contadino così lontano, che ormai vive solo nella memoria di pochi anziani, o di coloro che si fanno custodi della loro memoria, richiedeva forza e tenacia, ma anche intelligenza. I valsesiani, donne e uomini, con ruoli e compiti diversi, seppero affrontare le difficoltà e le avversità grazie al loro duro lavoro, grazie alla loro caparbietà, ma anche grazie alla loro sagacia. Non dimentichiamo che Al muntagnin al gh’à scarpi grossi ma cervel fin.

Il testo costituisce una rielaborazione di un articolo pubblicato sulla rivista Le Rive nel 2013. I disegni che corredano l’articolo sono stati realizzati dagli alunni della scuola primaria di Piode nell’anno scolastico 1999-2000.

56

57


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

RIVA VALDOBBIA

Il dialetto locale

DIALETTO

TRADUZIONE

APPROFONDIMENTO

Calè

mancare

Idioma Iberico Calà

Cracco

monte tra Riva ed Alagna. Leggo Krachum

località che delimita l'alpe Larecchio nella Valdobbia - 1519. È voce teutonica: a Gressoney vi è la località Lo Matto-Krachen

Clampa

località in Selveglio

Civera

1564 leggo: civerasca pro qualitet vale: gerla come una gerla per portare legna

Caula

arnese

Canton

villaggio. 1441 leggo: ad catonum rebernardii

Cracco

nome di varie località. Forse dal tedesco krachen

Checc

padrino

Covva

madrina

Caganì

l'ultimo dei pulcini

Cas

lutto. Portee cas. Vestire a lutto

Crovve

cadere tipico delle foglie e dei frutti

Cotì , Cotia ????

ingarbugliato . Si usa per capelli , lana etc .

Clicca

combricola

Ciaffro

tarchiato e grasso

Ciaffoutro

tarchiato e grasso

Congiubiè ???

combinare

Caule

gambe. Dal latino caulis. Né a Caule l' vai .

Ciavatté

percuotere a schiaffi

Ciavatta

testa di serpe

Ciariattà

ciaramellare

Cimigh, ciumiga,cimigun

delicato nel mangiare,chi non si accontenta

caule

gambe "ad vai a caule l'vai"

crenna

piccolo taglio sul legno o altro

Chea

voce di invito alle capre

cotture

nome di varie località

casch

pronunciando alla tedesca il sch. Vale un piano di un fabbricato

ciovenda

siepe di asticelle e stanghe

Concron, concren

(domandare ai falegnami e carpentieri ) 1623

cera

vale faccia , forse derivato dal latino.

citù

l'ha citù mazese. Poco manco non si uccidesse

cispa

merda

carpion

1564 - pro qualibet civerono val carpione

calura

lampo

calurà

lampeggiare

ciccè

succhiare

ciuccè

succhiare

conciè

rattoppare

A cura di Roberta Locca

Pubblichiamo le lettere da C a F dell’importante “vocabolario” dell’Abate. La traduzione è letterale.

58

Cadere dall'altezza di 3 casch vale l'altezza di 3 piani

Si usava cera per effigie

59


WOHNEN- WOONA - VOGNA DIALETTO

TRADUZIONE

conciè

ANNUARIO 2018

APPROFONDIMENTO

DIALETTO

TRADUZIONE

tendere.conciè i piovve. Tendere, schiacciare,adagiare

Eula

aquila

Ermio

malinconico. Che da malinconia. Da Eremus?

conciese giù

Ertigo

spesso. Che ha spessore.

cioch

ubriaco

Eui

odio con il verbo avere

Avei in Eui vale avere in odio.

ciocca

ubriachezza. Dal tedesco gloschen campana

cretta

Frinzalla

fame, male di montagna

Propriamente è una nevrosi

a credito. A cretta

cucciolot

il seme contenuto nel nocciolo

Faudà

grembiule

ciumma

cima

Fauda

piega d'abito donnesco.

ciapuzzè

tagliuzzare

Fatt

insipido

ciugn

ammiccamento. Vale fare l'occhiolino

Fiocca

neve

ciugné

chiudere gli occhi

Fiocché

nevicare

ciuch

troncone di pianta, toppo, ciocco

Fara

vapore caldo

checchè

balbettare

Farous

burbero

cepa

zampa

Fres

spicchio

cirlo

ubriaco

Fombra

donna

ha senso lubrico che si applica con disprezzo a donna

Fronté

capitare

ciorgna

Ficca

fitta , volare a certo intermittente

ciuppè

chiudere

Froula

vale fascia di terreno situato perpendicolarmente

covalla

manipolo di biada, paglia

catto

catto ti. Fortunata te!

Finron

ficcanaso

cattè

comperare

Finronee

ficcare il naso

croggè

ninnare

Fout

dispiacere, malcontento, stizza

cruzzià

corucciare

Farlecca

Malefatta

cruzzio

coruccio

Fatt, Fad

località in Vogna, Alagna e Crevola

cola

uccello prossimo ai corvi

Fracchè

render vizzo

cengio

oasi erbosa tra le rupi

Dorca,Dorcaccia, Dorchetta

località

Descous

scalzo

Dru

aggettivo si applica all'erba del prato che cresce orgogliosa

Drouvva

agg.femminile vale sostanziosa

Dobiò

bleu colore

Dernera

male reumatico alla spina dorsale.

Dernè

Nel dialetto di Cogne vi è il vocabolo linfarà sinonimo di infiammato.

Tresenda vale invece fascia di terreno situato orizzontalmente

Fougnè Frinze

briciole. Ne'n frinze. Andar in minimi pezzi.

Fregaja

bricciola

Fissèu

matassa

Filucca

furbo

Falapin

pezzuola di tela rara da avvolgere il latte coagulato e sbattuto e di nuovo rappreso per farne il cacio.

Fris

sfregio, cicatrice.

Fritz

capriccioso

rompere la spina dorsale

Fiem

sost. fieno in decomposizione nell'interiora degli animali erbivori

Druggia

concime

Frust

agg. Usato. Sost. diarrea

Desbaucia

libertinaggio

Foccì

rimpiazare

Desbauciè

condurre al libertinaggio

Frizza

canna da cristere, siringa, schizzetto

Desgambiccià

senza calze

Flispa

scintilla

Desfadel

vale piu che sciupatore

Faslà

schizzata per lo più di latte. Vilampaa

Dren

avanti

Ferna

Furba di gente ????

Ego

pianta

Foutte

fornicare

60

APPROFONDIMENTO

si applica alla minestra quando è fatta con brodo concentrato

tipico delle Alpi

61


WOHNEN- WOONA - VOGNA

ANNUARIO 2018

Si ringrazia per la collaborazione l’Unione Montana Valsesia, il Comune di Riva Valdobbia, il Comune di Alagna Valsesia, il Museo Etnografico di Rabernardo, Don Carlo Elgo e tutti quanti hanno sostenuto le nostre iniziative.

Associazione culturale

Walser Riva Valdobbia Valle Vogna

62

WOHNEN – WOONA – VOGNA. Annuale dell’Associazione Culturale Walser Riva Valdobbia - Valle Vogna. Anno 2018. A cura del Comitato Direttivo. Presidente: Attilio Ferla; Vice Presidente: Roberta Locca; Segretario: Guido Rossi. REALIZZAZIONE GRAFICA: NORDCAP STUDIO, Borgosesia - www.nordcapstudio.it

63


Associazione culturale

Walser Riva Valdobbia Valle Vogna

WOHNEN – WOONA – VOGNA. Annuale dell’Associazione Culturale Walser Riva Valdobbia - Valle Vogna. Anno 2018.


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Presmell - Annuario 2018 by Presmell Associazione Culturale Walser Ecomuseo Valle Vogna - Issuu