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Gli Aggiornamenti segnalano alcune novità esaminate nel corso dell’attività dello Studio. Si resta a disposizione per approfondimenti riguardo alle stesse: aggiornamenti@vm-associati.it
A cura di:
Michela Bassani (MB)
Andrea Di Gialluca (ADG)
Lorenza Filippone (LF)
Davide Galofaro (DG)
Valentina Garilli (VG)
Mario Manna (MM)
Francesca Marchetti (FM)
Giorgia Marra (GM)
Alfonso Papa Malatesta (APM)
Eugenio Ruggiero (ER)
Michele Maria Rossi (MMR)
Federica Sisca (FS)
Annalisa Stirpe (AS)
Enrico Tonelli (ET)
Ernesta Visentini (EV)
• Giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3, c. 14-septies, d.l. 202/2024 – Intervento del Comune di Napoli 17 • La sospensione dei termini di prescrizione e decadenza nella disciplina emergenziale per far fronte all’epidemia da COVID-19 17
• Rimessa alle Sezioni Unite la questione dell’applicabilità alla domanda c.d. trasversale della disciplina prevista per la chiamata in causa del terzo. 19 • Alle
• Finanza di progetto e diritto dell’Unione – Sentenza della Corte di Giustizia sulla cd. “prelazione” da parte del promotore. 21
• Riforma della responsabilità erariale
• AGCM: è operativa la nuova modalità di comunicazione online delle concentrazioni, ex art. 16, c. 1 e 1-bis, l. n. 287/1990
• NIS 2: sta per scadere il termine per procedere alla registrazione sul Portale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale per i soggetti NIS.
• Sull’interpretazione dell’articolo 5, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2001/29/CE (equo compenso per copia privata)
• Copyright e IA generativa: verso maggiore trasparenza e
• Tutela dell’identità personale e pericolo di sovrapposizione tra persona reale e personaggio di fantasia. Valutazione in concreto.
I nuovi limiti alla responsabilità dei sindaci non sono retroattivi: la Corte di Cassazione fa chiarezza
I nuovi limiti recentemente introdotti alla responsabilità dei sindaci non valgono per il passato. Con le pronunce n. 1390 e n. 1392 del 22 gennaio 2026, la Corte di Cassazione ha affermato che la modifica dell’art. 2407, comma 2, c.c., introdotta dalla legge n. 35/2025 – che stabilisce, salvo il caso di dolo, un limite alla responsabilità per i danni cagionati dai sindaci parametrato a un multiplo del compenso annuo percepito – non si applica ai fatti commessi anteriormente alla sua entrata in vigore (12 aprile 2025).
Le pronunce intervengono su un tema che stava dividendo la giurisprudenza di merito e offrono un importante contributo alla risoluzione del contrasto interpretativo: da un lato, alcuni tribunali (cfr. Trib. Bari, 24/04/2025 e 11/06/2025) avevano valorizzato il carattere “lato sensu procedimentale” della norma, invocando il rispetto del principio del «tempus regit actum» per la regolamentazione delle sopravvenienze normative; dall’altro, altri giudici (cfr. Trib. Venezia, 07/07/2025, n. 3443; Trib. Roma, 29/06/2025, n. 2401), ne avevano invece sottolineato la natura sostanziale, escludendone la retroattività in forza dell’art. 11 disp. prel. c.c.
La Suprema Corte ha dato seguito a questo secondo orientamento. Il diritto al risarcimento del danno sorge nel momento in cui il patrimonio sociale subisce il pregiudizio derivante dall’inadempimento dei suoi doveri da parte del sindaco, ed è, come tale, assoggettato alla normativa in quel momento in vigore, anche per la determinazione dell’ammontare del danno. Se infatti, in linea di principio, al legislatore non è preclusa la possibilità di emanare norme retroattive o a portata retroattiva, resta tuttavia necessario che tale scelta trovi adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza, attraverso il bilanciamento tra le ragioni che ne hanno motivato la previsione e i valori, costituzionalmente tutelati, potenzialmente lesi dall’efficacia retroattiva della norma adottata.
Tali principi, ritiene la Corte, sarebbero senz’altro lesi nel caso di specie, ove si attribuisse efficacia retroattiva alla nuova disciplina recata dall’art. 2407, comma 2, c.c.
L’intervento della Suprema Corte è un momento importante di chiarimento per operatori e società, statuendo, appunto, che il nuovo regime di responsabilità dei sindaci non modifica il passato, bensì disciplina esclusivamente le condotte successive alla sua entrata in vigore.
(Sindaci; Responsabilità; art. 2407 c.c.)
(ER – DG)
28° regime: profili operativi del “futuro” nuovo quadro societario europeo
Il Parlamento europeo, nella sessione plenaria del 20 gennaio 2026, ha espresso il proprio orientamento favorevole all’introduzione del cosiddetto 28° regime, invitando la Commissione europea a presentare una proposta legislativa volta a istituire un quadro societario europeo opzionale e uniforme. L’iniziativa mira a offrire alle imprese un regime parallelo alle discipline nazionali, applicabile su base volontaria e automaticamente riconosciuto negli Stati membri, con l’obiettivo di semplificare l’operatività transfrontaliera.
Il regime si fonda sulla previsione di una forma societaria europea standardizzata indicata come Societas Europaea Unificata (S.EU) destinata in particolare a società di capitali non quotate che intendono operare su più mercati. Tra i principali elementi operativi emergono la costituzione integralmente digitale entro circa 48 ore, la previsione di un capitale minimo pari a un euro e l’utilizzo di un portale europeo unico per la gestione degli adempimenti societari mediante modelli standardizzati e interoperabili con i registri nazionali.
Sul piano dell’accesso ai capitali, il 28° regime prospetta una maggiore flessibilità nella strutturazione della governance, consentendo l’emissione di classi di azioni con diritti differenziati, inclusi meccanismi di voto multiplo o rafforzato, nonché strumenti finanziari privi di diritti di controllo. In tale contesto si inserisce anche la possibilità di adottare schemi armonizzati di partecipazione finanziaria dei dipendenti, quali piani di azionariato e stock option.
Il nuovo quadro mira inoltre a ridurre gli oneri amministrativi connessi all’attività transfrontaliera, attraverso procedure digitali standard, maggiore disponibilità di informazioni societarie uniformi e il ricorso a meccanismi specializzati e accelerati di risoluzione delle controversie societarie. Resta fermo che l’adozione del 28° regime non incide sugli standard di tutela previsti dal diritto dell’Unione e dagli ordinamenti nazionali, in particolare in materia di lavoro e protezione dei creditori.
Le indicazioni del Parlamento confluiranno nella proposta legislativa della Commissione attesa nel corso del 2026, accompagnata da valutazione d’impatto e misure di attuazione.
(Diritto societario europeo, Operatività transfrontaliera, Governance societaria, Accesso ai capitali) (MM)
I dividendi non sono frutti civili
I dividendi non sono conseguenza dell’utilizzo della res, ma rappresentano il portato di un’attività economica di produzione e scambio di beni e servizi e sono conseguiti in tanto in quanto vengano ottenuti utili nell’esercizio dell’attività d’impresa, che poi la
società decida di distribuire. Questo il principio di diritto affermato dalla Corte di Cassazione, con sentenza n. 34221 del 26.12.2025
Secondo il Giudice di legittimità, agli utili o dividendi agli azionisti manca il requisito dell’automaticità, funzionale al concetto giuridico di frutti, civili o naturali. Mentre i frutti civili si distaccano dal capitale al momento della loro maturazione e dunque presentano il carattere della periodicità, i dividendi non maturano automaticamente, né, quindi, possono considerarsi come un corrispettivo del godimento di capitali da parte di terzi.
La distribuzione dei dividendi è deliberata dall’assemblea, sicché non esiste un diritto all’ottenimento degli utili, se non di quelli la cui misura sarà stabilita appunto dall’assemblea stessa. Prima della delibera assembleare, gli azionisti godono di una semplice aspettativa: non è dunque configurabile un diritto del socio agli utili senza una preventiva deliberazione assembleare in tal senso, rientrando nei poteri assembleariin sede approvativa del bilancio - la facoltà di disporne l'accantonamento o il reimpiego nell'interesse della stessa società.
(dividendi, art. 1148 c.c.) (FM)
Trasparenza dei contratti e tasso di leasing determinato per relationem
Con ordinanza n. 34872 del 30.12.2025, la Corte di Cassazione conferma il proprio orientamento in materia di trasparenza dei contratti di leasing immobiliare e determinabilità per relationem del tasso di leasing.
Sulla base del principio enucleato dalle Sezioni Unite (Cass. n. 15130 del 29.5.2024) per il quale l’oggetto del contratto è determinabile ai sensi dell’art. 1346 c.c. se, con riguardo agli interessi, gli stessi siano pattuiti sulla base di criteri oggettivi che non diano luogo a margini di incertezza e non sulla base di elementi indefiniti o rimessi alla discrezionalità di uno dei contraenti, la Suprema Corte ha ribadito che:
(1) la mancata indicazione del tasso di leasing nel contratto non determina la violazione dell’art. 117, comma 4, TUB , qualora lo stesso sia determinabile per relationem;
(2) equivale a mancata pattuizione sugli interessi (che determina nullità della clausola e irrogazione della sanzione sostitutiva dell’applicazione dei tassi BOT) l’ipotesi in cui il tasso sia indicato nel contratto, ma porti ad un ammontare del costo dell’operazione variabile, sì da ritenere che il prezzo dell’operazione risulti indeterminato o non corrispondente a quello su cui si è formata la volontà dell’utilizzatore.
In applicazione di tali assunti, la Corte ha ribadito che una clausola contrattuale che preveda un meccanismo di indicizzazione della prestazione dovuta deve comunque, a pena di nullità per indeterminabilità dell’oggetto del contratto, prevedere ex ante il criterio per determinare con esattezza ed in modo univoco gli importi che da essa discenderanno, non potendo lasciare invece aperte – in ragione della possibilità di optare per l’una o l’altra diversa formula di calcolo parimenti compatibile con la descrizione contrattuale della clausola – diverse soluzioni di risultato.
(leasing immobiliare; art. 117, comma 4 TUB; determinabilità oggetto del contratto)
(EV – DG)
Mutui fondiari Barclays indicizzati al franco svizzero: nulle le clausole sulla doppia indicizzazione finanziaria e valutaria
Con sentenza n. 3602 del 13.9.2025, il Tribunale di Salerno è intervenuto sui mutui fondiari con doppia indicizzazione al tasso Libor CHF e al cambio franco svizzero/euro offerti da Barclays tra il 2003 e il 2010, dichiarando l’illegittimità delle clausole relative al meccanismo di indicizzazione valutaria per violazione delle norme poste a tutela del consumatore (artt. 34 e 35 Codice del consumo e artt. 4 e 5 Dir. 93/13/CEE).
Il prodotto, offerto come sicuro e conveniente, si è rivelato particolarmente oneroso per i mutuatari, non solo per il tasso variabile, ma soprattutto per l’indicizzazione al franco svizzero, che negli anni si è fortemente apprezzato sull’euro. Ne sono derivati maggiori costi per il consumatore in caso di estinzione anticipata e incrementi della rata mensile, mediante un complesso sistema di conguagli su un conto deposito accessorio.
Il Tribunale, richiamando il principio espresso dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 23655/2021, ha dichiarato nulle le clausole contestate per difetto di trasparenza e in quanto idonee a generare un significativo squilibrio a danno del consumatore. Il contratto, infatti, non illustra in modo chiaro il funzionamento della doppia indicizzazione, né i meccanismi di conguaglio e rivalutazione, impedendo al consumatore di comprendere i rischi legati al tasso di interesse e di cambio e le possibili ricadute economiche, fino all’eventualità di dover restituire un capitale superiore a quello ricevuto.
Il Tribunale ha inoltre stabilito che le clausole in questione sono idonee a determinare un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto, in quanto l’alea del cambio è posta unilateralmente a carico del consumatore: mentre la prestazione della banca non è indicizzata ed è resa con l’erogazione del finanziamento, il consumatore rimane esposto per l’intera durata del rapporto a una doppia alea
Accertata l’inefficacia delle clausole, il Tribunale ha applicato il rimedio della nullità di protezione previsto dal Codice del Consumo, che consente di colpire le sole clausole vessatorie senza travolgere l’intero contratto, e ha ordinato a Barclays la restituzione delle somme versate sulla base delle clausole nulle, oltre al pagamento degli interessi.
(mutui fondiari; vessatorietà; clausole doppia indicizzazione; difetto di trasparenza; tutela del consumatore)
(DG – EV)
Proroga dei termini istruttori nei procedimenti antitrust: la CGUE chiarisce i limiti
Con la sentenza del 15 gennaio 2026, resa nella causa C-588/24, la CGUE europea ha sancito la non perentorietà del termine di conclusione dell’istruttoria – di cui all’art. 6, co. 3, del d.P.R. n. 217 del 1998 - indicato dall’AGCM nel provvedimento di avvio del procedimento volto ad accertare eventuali violazioni dell’art. 101 TFUE.
Tramite una questione pregiudiziale, si chiedeva se l’art. 101 TFUE, letto alla luce del principio di buona amministrazione di cui all’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, debba essere interpretato nel senso che esso sia contrario a una normativa nazionale che, nell’ambito di un procedimento diretto all’accertamento di un comportamento anticoncorrenziale condotto dall’Autorità garante della concorrenza, non qualifichi espressamente come perentorio il termine di conclusione della fase istruttoria di detto procedimento, consentendo all’Autorità di differirlo con atto motivato.
La Corte ha innanzitutto ricordato che, mancando una disciplina specifica dell’Unione in materia di termini procedurali applicabili alle autorità nazionali della concorrenza, spetta agli Stati membri stabilire le regole del settore, nel rispetto dei principi di effettività, certezza del diritto, tutela giurisdizionale effettiva e rispetto dei diritti della difesa.
Le norme nazionali, inoltre, devono assicurare un equilibrio tra l’esigenza di trattare i procedimenti entro un termine ragionevole e quella di garantire un’applicazione effettiva degli articoli 101 e 102 TFUE, evitando rischi di impunità per condotte anticoncorrenziali complesse.
In tale quadro, la Corte ha affermato che l’art. 101 TFUE non impone che il termine di conclusione della fase istruttoria abbia natura perentoria, consentendo agli Stati membri di prevederne la fissazione da parte dell’Autorità caso per caso, in funzione della complessità di ciascuna procedura di infrazione, purché l’eventuale proroga, motivata da circostanze sopravvenute e comunicata prima della scadenza con indicazione di un nuovo termine certo, non determini il superamento del termine ragionevole né la violazione dei diritti fondamentali delle imprese interessate.
(Art. 101 TFUE; termine istruttoria; AGCM) (MB)
Cooperative Compliance: aggiornamento linee guida Tax Control Framework (TCF) e nuovo modello di adesione al Tax Control Framework (TCF) semplificato per le PMI.
L’Agenzia delle Entrate ha approvato, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, due provvedimenti riferiti al regime di cooperative compliance (adempimento collaborativo). Il primo (provvedimento 28 gennaio 2026 n. 33973) inerente alle Linee Guida per la redazione del TCF, il secondo (Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 3 febbraio 2026 (Prot. n. 42022/2026)) inerente alle modalità di adesione al TCF semplificato di cui all’art. 7-bis del d.lgs. 128/2015.
Con il provvedimento 28 gennaio 2026 n. 33973, l’Agenzia delle Entrate ha integrato le Linee Guida per la redazione del TCF pubblicate con Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 10 gennaio 2025 (aggiornato al 7/08/2025), funzionali all’adesione al regime di cooperative compliance. Il provvedimento ha fornito istruzioni specifiche in merito alla “Possibilità di retrodatare una Business Combination Under Common Control in ambito IFRS” e al “Trattamento contabile e fiscale dei piani di stock option/grant da parte dei soggetti che applicano i principi contabili nazionali” e prosegue quindi il percorso avviato dall’Amministrazione finanziaria fin dallo scorso anno, volto a facilitare l’adesione al regime di cooperative compliance, permettendo una miglior gestione del rischio fiscale (in armonia con quanto stabilito nelle linee guida) e facilitando l’ottenimento della certificazione del TCF. Si tratta del secondo aggiornamento delle Linee Guida, dopo il Provvedimento del 7 agosto 2025 che aveva fornito istruzioni in merito al “Recesso anticipato da un contratto di commodity swap: trattamento contabile e fiscale”, “Trattamento contabile, ai fini delle imposte sui redditi, del corrispettivo per la concessione del diritto di superficie”, “Emissione e chiusura di un prestito obbligazionario convertibile a tasso zero: trattamento contabile e fiscale”. In tale prospettiva è probabile, e auspicabile, che in futuro l’Agenzia delle Entrate proceda a ulteriori integrazioni delle Linee Guida, andando ad individuare ulteriore fattispecie suscettibili di incrementare il rischio fiscale.
Il secondo Provvedimento in commento, del 3 febbraio 2026 (Prot. n. 42022/2026), ha invece approvato il modello di adesione al regime opzionale ex art. 7-bis d.lgs. 128/2015 (c.d. TCF semplificato), individuando le modalità di presentazione della domanda di adesione e la documentazione da allegare.
Il Provvedimento specifica come l’Agenzia delle Entrate debba verificare l’adeguatezza del sistema di misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale e che questo sia dotato della certificazione prevista dalla normativa. Individua anche l’Ufficio competente a ricevere le domande e le istanze di interpello. È inoltre previsto che
l’Ufficio competente debba dare riscontro dell’istruttoria entro 120 giorni dalla data di ricevimento della domanda.
Si completa così il quadro precedentemente delineato dal MEF con il decreto attuativo 9 luglio 2025, definendosi l’ambito applicativo e le modalità operative del TCF semplificato, destinato a tutti quei soggetti (quali le PMI) che non incontrano i requisiti di adesione al regime ordinario di cooperative compliance.
(Cooperative Compliance; PMI; linee guida Agenzia delle Entrate; TCF) (ADG – MMR)
La CEDU censura l’Italia sul potere di accesso del Fisco ai dati bancari del contribuente, ritenendo perpetrata un’ingerenza illegittima che viola il diritto al rispetto della vita privata.
Con la sentenza Ferrieri e Bonassisa c. Italia dell’8 gennaio 2026, la CEDU ha stabilito che il quadro normativo italiano che regola le indagini bancarie svolte dall’Amministrazione Finanziaria ai fini dell’accertamento fiscale non presenta i requisiti qualitativi minimi per garantire che l’ingerenza della pubblica autorità nella sfera privata dei contribuenti sia necessaria e proporzionata e, dunque, legittima ai sensi dell’art. 8 della Convenzione.
La Corte ha evidenziato che la disciplina interna attribuisce alle autorità fiscali un potere di accesso ai dati bancari connotato da un’eccessiva ampiezza discrezionale e non adeguatamente bilanciato da presìdi procedurali effettivi e da un controllo indipendente o giurisdizionale, rendendo tali interferenze non “conformi alla legge” ai sensi dell’art. 8 della Convenzione.
Secondo la Corte, la normativa interna (art. 32 d.p.r. n. 600/1973 e art. 51 d.p.r. n. 633/1972), come interpretata e applicata dalla giurisprudenza (Cass. 14026/2012; Cass. 17158/2018; Cass. 3242/2021; Cass. 10576/2022), consente agli uffici tributari un accesso illimitato ai dati bancari, in quanto non è circoscritto né nei presupposti, né nella portata e le circolari amministrative che individuano criteri applicativi più puntuali non sono vincolanti per le autorità.
A fronte di un siffatto potere di acquisizione indiscriminata di dati personali, secondo la Corte, il sistema non contempla garanzie procedurali sufficienti a proteggere i contribuenti da interferenze abusive o arbitrarie da parte dell’Amministrazione Finanziaria. Infatti, se l’esigenza di non compromettere la finalità delle misure in questione può giustificare l’assenza di un controllo giurisdizionale o indipendente ex ante sull’adozione delle stesse, occorre che un tale controllo sia pienamente assicurato ex post, attraverso i rimedi esperibili dinanzi al giudice tributario, al giudice civile o al Garante del contribuente, tutela che, secondo i Giudici di Strasburgo, l’ordinamento italiano non riesce effettivamente a garantire. La Corte ha dunque invitato lo Stato italiano ad allineare la propria legislazione alle conclusioni
della sentenza, la quale si inserisce in un filone già tracciato dalla giurisprudenza della Corte con le recenti sentenze CEDU del 6.2.2025 e CEDU del 11.12.2025 che, applicando i medesimi principi, censurano il potere dell’Amministrazione Finanziaria di accesso e ispezione presso le sedi legali delle società, affermando la violazione del diritto al rispetto del domicilio tutelato dall’art. 8 della Convenzione.
(indagini fiscali; tutela dei diritti fondamentali) (ADG-EV)
Decreto legge PNRR 2026 – Risoluzione stragiudiziale delle controversie
Il decreto legge n. 19 del 2026 (contenente disposizioni urgenti per l’attuazione del PNRR) stabilisce all’art. 29, primo comma, che i fondi pensione di cui al d.lgs. 252/2005, nonché le c.d. casse professionali di cui al d.lgs. 509/1994 e al d.lgs. 103/1996, debbono aderire a sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie con iscritti, pensionati e beneficiari. Sarà la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP) a stabilire con regolamento le caratteristiche le caratteristiche che dovranno avere le procedure di risoluzione delle controversie e le relative modalità di svolgimento, secondo criteri analoghi a quelli già previsti dal codice del consumo. Allo stato, non è previsto un termine entro il quale tale regolamento sia emanato. Il ricorso a tali sistemi di risoluzione delle controversie assume carattere alternativo alla procedura di mediazione di cui all’art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 28/2010, quale condizione di procedibilità di eventuali azioni in giudizio.
(Decreto Legge PNRR 2026; fondi pensione; sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie) (ER)
Decreto legge PNRR 2026 – Contributo di vigilanza per i fondi pensione
Ancora con il decreto legge n. 19 del 2026 (contenente disposizioni urgenti per l’attuazione del PNRR), al secondo comma, viene modificato il criterio di determinazione del contributo di vigilanza dovuto alla COVIP da parte dei fondi pensione. Il criterio diviene ora di tipo patrimoniale (mentre finora è stato commisurato ai flussi contributivi incassati dal fondo pensione, per una quota dello 0,5 per mille) ed è pari a un importo non superiore allo 0,1 per mille del totale delle risorse destinate alle prestazioni a disposizione del fondo pensione. La concreta determinazione della misura dovuta anno per anno resta demandata ad apposita deliberazione della COVIP.
(Decreto Legge PNRR 2026; fondi pensione; contributo di vigilanza) (ER)
Vigilanza
Con i commi 3 e seguenti dell’art. 29 del decreto legge n. 19 del 2026 viene introdotto un regime di vigilanza nei confronti dei fondi sanitari e sociosanitari integrativi e complementari del Servizio sanitario nazionale. Ferma l’alta vigilanza del Ministero della salute, la vigilanza viene affidata alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP), la quale si occuperà dei profili organizzativi, di governo societario, amministrativi, finanziari, contabili, di trasparenza e di corretto funzionamento, procedure operative di riconoscimento, erogazione e liquidazione delle prestazioni in favore degli iscritti; ancora la COVIP vigilerà sul corretto utilizzo delle risorse, sul rispetto delle finalità integrative e complementari rispetto ai livelli essenziali di assistenza, nonché sull’assenza di sovrapposizioni, distorsioni o utilizzi impropri rispetto al perimetro del Servizio sanitario nazionale. Restano al di fuori delle competenze di vigilanza della COVIP, in quanto regolate dalla disciplina statale e regionale, la definizione e il contenuto sanitario delle prestazioni, oltre agli aspetti clinici e assistenziali delle medesime.
L’assetto della vigilanza della COVIP sarà definito dalla stessa COVIP con apposito regolamento da emanarsi, sentiti il Ministero della salute e il Ministero dell’economia e delle finanze, entro il 28 febbraio 2027. Con tale regolamento saranno altresì stabiliti le modalità e i termini di prima applicazione della nuova disciplina di vigilanza, ivi compresi gli adempimenti di adeguamento da parte dei fondi sanitari, da attuarsi mediante applicazione graduale e proporzionata.
(Decreto Legge PNRR 2026; fondi sanitari; vigilanza) (ER)
Tari e tributi locali: la Suprema Corte traccia il confine tra accertamento e riscossione
Con l’ordinanza n. 1781 del 26 gennaio 2026, la Corte di Cassazione è intervenuta sui termini di decadenza e prescrizione applicabili ai tributi locali, offrendo un chiarimento di rilievo pratico per la gestione del contenzioso.
Il punto centrale è la distinzione tra fase di accertamento e fase di riscossione coattiva, entrambe disciplinate dall’art. 1, commi 161 e 163 della l. n. 296/2006.
Nello specifico, il comma 161 stabilisce che gli enti locali, relativamente ai tributi di propria competenza, notificano l’avviso di accertamento in rettifica entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati. Si tratta del termine di decadenza che presidia il corretto esercizio del potere impositivo.
Il comma 163, invece, nel disciplinare la fase della riscossione coattiva, prevede che il titolo esecutivo (cartella o ingiunzione), deve essere notificato entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo. Una volta notificato il titolo, non operano più termini di decadenza, ma solo la prescrizione.
E qui si rinviene il secondo passaggio motivazionale della sentenza: ai tributi locali, qualificati dalla giurisprudenza come prestazioni periodiche, si applica la prescrizione quinquennale prevista dall’art. 2948, n. 4 c.c., decorrente dal momento in cui il tributo è dovuto o dall’ultimo atto interruttivo.
La Corte delinea dunque un sistema “a doppio binario”: prima opera la decadenza dell’accertamento (quinquennale, comma 161), poi la decadenza dell’atto esecutivo (triennale, comma 163), quindi la prescrizione breve del credito (quinquennale, art. 2948, n. 4 c.c.). Una scansione temporale chiara che definisce tempi e responsabilità dell’amministrazione finanziaria e le garanzie del contribuente nell’attività di accertamento e riscossione dei tributi locali.
(TARI; tributi locali; decadenza; prescrizione; accertamento; riscossione coattiva) (DG)
Accertamento e riscossione dei tributi locali
Con ordinanza n. 23097 del 11.8.2025, la Corte di Cassazione ha ribadito che, in caso di affidamento in concessione dei servizi di accertamento e riscossione dei tributi locali ai sensi dell’art. 52 del d.lgs. n. 446/1997, è trasferita al concessionario la legittimazione sostanziale all’attuazione in concreto della pretesa impositiva, i cui presupposti di debenza sono stati precedentemente individuati dal Comune. Spetta
dunque al concessionario anche la legittimazione processuale per le relative controversie. Corollario di tale principio è la facoltà del contribuente di contestare il regolare conferimento del potere di accertamento e/o riscossione in capo al concessionario e, dunque, la sua legittimazione sostanziale rispetto al regolare svolgimento della procedura di evidenza pubblica di affidamento della concessione, tema che il Giudice tributario può sindacare incidentalmente al fine di disapplicare i relativi atti amministrativi, ai sensi dell' art. 7, comma 5, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (Cass. Sez. Trib., 20 marzo 2025, n. 7493).
(legittimazione processuale e sostanziale; contenzioso con il contribuente) (FM)
Giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3, c. 14-septies, d.l. 202/2024 –Intervento del Comune di Napoli
La Corte Costituzionale dichiara ammissibile l’intervento del Comune di Napoli nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 14-septies, del D.L. 27 dicembre 2024, n. 202, il quale ha interpretato gli artt. 52 e 53 del d.lgs. n. 446/1997, nel senso che le società di scopo, costituite per svolgere attività di accertamento e di riscossione o attività di supporto ad esse propedeutiche per conto degli enti locali, non sono iscritte nell'albo di cui all'articolo 53 del decreto legislativo n. 446 del 1997, laddove la società aggiudicataria del bando di gara per l'affidamento del servizio di accertamento e di riscossione delle entrate degli enti locali, socia della stessa società di scopo, risulti già iscritta nel predetto albo (Corte Cost., ord. n. 8 del 26.1.2026, cfr. Aggiornamenti VM del 30.6.2025). La Consulta riconosce in capo al Comune un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto dedotto nei giudizi a quibus, atteso che l’eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione censurata priverebbe di base legale gli atti di accertamento contestati nei predetti giudizi, senza possibilità, per l’ente, di adottarne di nuovi per i medesimi periodi di imposta, stante l’intervenuta decadenza e/o prescrizione delle entrate.
(intervento giudizio di legittimità costituzionale – iscrizione all’albo dei concessionari della riscossione) (FM)
La sospensione dei termini di prescrizione e decadenza nella disciplina emergenziale per far fronte all’epidemia da COVID-19
Con ordinanza n. 34336 del 28.12.2025 la Corte di Cassazione, in base al combinato disposto degli art. 68, comma 1, D.L. n. 18 del 2020 e 12, commi 1 e 2, D.Lgs. n. 159 del 2015, ha operato una distinzione, con riguardo ai termini di prescrizione e decadenza delle attività amministrative (tra cui quella riscossiva), tra gli atti non
in scadenza ossia che non avrebbero dovuto essere necessariamente notificati tra il 31 dicembre 2020 ed il 31 dicembre 2021 e gli atti in scadenza che avrebbero dovuto, invece, necessariamente essere notificati nel suddetto periodo temporale.
Tale periodo temporale è ricavato dal comma 2 dell’art. 12 D.Lgs. n. 159 del 2015, richiamato dall’art. 68 comma 1 D.L. n. 18 del 2020, che fa riferimento ai termini di prescrizione e decadenza “che scadono entro il 31 dicembre dell’anno o degli anni durante i quali si verifica la sospensione” e, dunque, nel caso di specie “tra il 31 dicembre 2020 e il 31 dicembre 2021” posto che la sospensione in base al comma 1 dell’art. 68 D.L. n. 18 del 2020 riguarda il periodo dall’8 marzo 2020 al 31 agosto 2021.
La Corte, con particolare riferimento alle intimazioni di pagamento, ha affermato che gli atti non in scadenza nel periodo sopra indicato sono prorogati di 542 giorni in base al combinato disposto del comma 1 dell’art. 68 D.L. n. 18 del 2020, che stabilisce la sospensione dei termini dei versamenti nel periodo dall’8 marzo 2020 al 31 agosto 2021 (542 giorni), e del comma 1 dell’art. 12 D.Lgs. n. 159 del 2015, secondo cui le disposizioni in materia di sospensione dei termini di versamento determinano, per lo stesso periodo di tempo, la sospensione dei termini di prescrizione e decadenza dell’attività riscossiva.
Con riferimento, invece, agli atti in scadenza nel periodo temporale sopra indicato (31.12.2020/31.12.2021), la Corte di Cassazione ha ritenuto che per gli stessi operi la proroga fino al 31 dicembre 2023 in base al combinato disposto del comma 1 dell’art. 68 D.L. n. 18 del 2020 e del comma 2 dell’art. 12 D.Lgs. n. 159 del 2015 che prevede, in relazione ai termini di prescrizione e decadenza che scadono “entro il 31 dicembre dell’anno o degli anni durante i quali si verifica la sospensione”, la proroga “fino al 31 dicembre del secondo anno successivo alla fine del periodo di sospensione” (e quindi, nel caso di specie, sino al 31 dicembre 2023).
(prescrizione; COVID-19; contenzioso con il contribuente) (LF)
Rimessa alle Sezioni Unite la questione dell’applicabilità alla domanda c.d. trasversale della disciplina prevista per la chiamata in causa del terzo.
Con ordinanza n. 33810 del 23 dicembre 2025, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite per la risoluzione della questione relativa all’applicabilità alla domanda c.d. trasversale, ovvero proposta da un convenuto nei confronti di un altro convenuto, della disciplina prevista per la chiamata in causa del terzo.
La Terza Sezione ha rilevato il contrasto sussistente sulla questione nella giurisprudenza di legittimità. In particolare, ha evidenziato che secondo un orientamento più risalente, nel caso di domanda proposta da un convenuto nei confronti di altro convenuto non è richiesto il rispetto delle forme previste dall’art. 269 c.p.c. per la chiamata in causa del terzo (richiesta di differimento dell’udienza e notificazione di un atto citazione) ma solo di quelle stabilite dall’art. 167, secondo comma, c.p.c. per la domanda riconvenzionale: «per l’evidente ragione – a tacer d’altro – che è fuori luogo discorrere di “chiamata in causa” rispetto ad un soggetto che è già parte del giudizio» (così Cass. 23/03/2022, n. 9441, richiamata nell’ordinanza).
Al contrario, secondo la giurisprudenza più recente, nel caso di domanda formulata da un convenuto nei confronti di un altro convenuto si applica la disciplina prevista per la chiamata in causa del terzo poiché in relazione a tale domanda “nuova” il convenuto “….non si trova in una posizione difforme da quella di un soggetto del tutto estraneo al procedimento, perlomeno in relazione al punto veramente centrale ed essenziale, che inerisce ai diritti di difesa” (in tal senso Cass. 12/05/2021, n. 12662 richiamata nell’ordinanza). Secondo tale orientamento occorre, quindi, assicurare il diritto di difesa del convenuto riconoscendogli il termine minimo a comparire.
(domanda c.d. trasversale; art. 167 c.p.c.; art. 269 c.p.c.) (LF)
Alle sezioni unite l’oralità del processo
Rilevato un contrasto in seno alle sezioni semplici della Suprema Corte, con ordinanza n. 2010 del 30.1.2026, la terza sezione civile dalla Cassazione ha disposto la trasmissione del ricorso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, sul tema della mancata fissazione dell’udienza di discussione orale ritualmente richiesta dalla parte, nell’ambito del giudizio d’appello. Al Supremo consesso si chiede di chiarire se la mancata fissazione dell’udienza costituisce un vizio che determina, di per sé, la nullità della sentenza per violazione del contraddittorio e del diritto di difesa, come ritenuto da un primo filone giurisprudenziale, ravvivato anche
da recenti arresti, ovvero sia vizio che rileva solo a fronte della specifica deduzione degli aspetti che la discussione avrebbe consentito di evidenziare o approfondire, colmando lacune e integrando gli argomenti ed i rilievi già contenuti nei precedenti atti difensivi, come affermato da altro, e maggioritario, orientamento.
L’ordinanza offre alla Corte l’occasione per interrogarsi sull’attualità del principio di oralità, un tempo ritenuto pilastro del processo (civile e penale), e sul ruolo che assumono le parti o il giudice nell’applicare e garantire l’anzidetto precetto, anche alla luce delle recenti riforme processuali e del processo informatico, il quale, a detta del Collegio, risulta “ontologicamente equivalente” al contatto tradizionale.
(udienza di discussione; art. 352 c.p.c.)
Finanza di progetto e diritto dell’Unione – Sentenza della Corte di Giustizia sulla cd. “prelazione” da parte del promotore. La Corte di Giustizia della UE (sent. 5/2/2026, Causa C-810/24), su rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato italiano, ha deciso che l’istituto della “prelazione” nel project financing, come previsto dalla nostra precedente normativa sui contratti pubblici (d.lgs. n. 50/2016, art. 183), è incompatibile con l’ordinamento unionale (sia con l'obbligo di parità di trattamento di cui all’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2014/23/UE del 26 febbraio 2014 sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sia con l'articolo 49 del Trattato FUE in tema di diritto di stabilimento). Pertanto, il diritto dell’Unione osta a che: “uno Stato membro riconosca al promotore di una procedura di finanza di progetto un diritto di prelazione che gli consente, nell'ipotesi in cui il contratto di cui trattasi non gli sia stato inizialmente aggiudicato, di adeguare la sua offerta a quella dell'aggiudicatario inizialmente prescelto e di ottenere così l'aggiudicazione di tale contratto, a condizione di rimborsare le spese che l'aggiudicatario iniziale ha sostenuto per preparare la sua offerta, senza che tale rimborso possa superare il 2,5% del valore stimato dell'investimento atteso dall'aggiudicatario a partire dal progetto di fattibilità posto a base di gara”.
Sebbene la disciplina della finanza di progetto, inclusa la fase dell’affidamento, sia stata oggetto di revisione da parte della riforma del codice dei contratti pubblici del 2023 (d.lgs. 31 marzo 2023, artt. 193-195), proprio nella direzione di tenere conto dell’esigenze di trasparenza e parità di trattamento dei concorrenti in fase di selezione delle proposte di PF, l’istituto della prelazione è ben presente anche nella nuova disciplina. La sentenza della Corte di Giustizia sembra lasciare poco spazio alla sua sopravvivenza, anche nel nuovo assetto post riforma del 2023.
(finanza di progetto; codice dei contratti pubblici; prelazione; Corte di giustizia UE) (APM)
Riforma della responsabilità erariale e polizze assicurative
L’art. 1 della legge 7 gennaio 2026 n. 1, che ha rimodellato, tra l’altro, la responsabilità amministrativa e per danno erariale (vedi Aggiornamenti del 30.1.2026), ha introdotto, al comma 4-bis dell’art 1 della l. n. 20/1994, una norma che impone all’agente contabile, prima ancora di assumere l’incarico che comporti la gestione di risorse pubbliche, l’obbligo di stipulare una polizza assicurativa a copertura dei danni patrimoniali cagionati dallo stesso all’amministrazione per colpa grave
I lavori preparatori della legge indicano come l’intenzione fosse quella di considerare come ambito soggettivo d’applicazione specificamente i dirigenti persone fisiche della p.a., ma la formulazione finale della disposizione non sembra permettere questa delimitazione soggettiva, per cui l’obbligo potrebbe essere ritenuto applicabile a qualunque agente contabile, inclusi i concessionari della riscossione. Sarà utile monitorare come la prassi e la giurisprudenza andranno in proposito ad orientarsi. Ecco il testo dell’art. 1, co. 4-bis: “Chiunque assuma un incarico che comporti la gestione di risorse pubbliche dalla quale discenda la sua sottoposizione alla giurisdizione della Corte dei Conti è tenuto a stipulare, prima dell’assunzione dell’incarico, una polizza assicurativa a copertura dei danni patrimoniali cagionati dallo stesso all’amministrazione per colpa grave. Nei procedimenti per i danni patrimoniali, l’impresa di assicurazione è litisconsorte necessario”.
(riscossione, concessionari della riscossione, giudizio di responsabilità erariale; responsabilità amministrativa; danno erariale) (APM)
Il Consiglio di Stato sulla società a controllo pubblico congiunto
Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 436/2026 si è pronunziato sull’impugnazione degli esiti di una verifica amministrativo-contabile posta in essere dalla Ragioneria dello Stato (art. 60 comma 5 D.Lgs. 165/2001 e art. 14 comma 1 lett. d) L. 196/2009) nei confronti della Padova Hall s.p.a., a integrale capitale pubblico (49,20% al Comune, il 49,20% alla Camera di commercio e l’1,60% alla Provincia). In particolare, la società ricorrente contestava la propria qualificazione come “società a controllo pubblico”, e riteneva di non essere sottoposta al relativo regime di cui al D.Lgs. 175/2016 - TUSPP
Il Consiglio di Stato ha respinto il gravame, confermando, con diversa motivazione, il primo grado (TAR Lazio n. 06983/2024), e ritenendo sussistente il controllo congiunto del Comune e della Camera di Commercio, con conseguente correttezza degli esiti a cui era pervenuto il Ministero.
In motivazione, il Consiglio di Stato ha dapprima evidenziato la non sovrapponibilità tra società a partecipazione pubblica e società a controllo pubblico, caratterizzate da differenti presupposti normativi. Il Collegio ha poi affermato che, per l’accertamento della sussistenza di un controllo pubblico congiunto, occorre verificare l’esistenza di un’“influenza dominante” sulla società (comb. disp. art. 2 comma 2 lett. m) TUSPP, art. 2 comma 1 lett. b) TUSPP, art. 2359 c.c.; si v. anche Consiglio di Stato, Sezione Quarta, Sentenza 17 giugno 2025, n. 5289).
L’accertamento è in fatto, e si appunta sul perseguimento da parte del gruppo di controllo di comuni finalità mediante comportamenti non occasionali che siano espressione di un’intesa tacita ad una gestione congiunta, specie nelle scelte strategiche. Quindi, non solo non è sufficiente il raggiungimento della maggioranza dei voti dei soci pubblici, ma occorre la prova (su base di indizi gravi, precisi e concordanti) di una concertazione tra le controllanti, che può estrinsecarsi attraverso patti parasociali ma anche in forme tacite o comportamenti concludenti. Al contrario, non è ritenuta rilevante la circostanza che soggetti estranei al gruppo di controllo (nel caso, Provincia) avessero saltuariamente espresso voti in contrasto.
(società a controllo pubblico; controllo congiunto; influenza dominante) (GM)
AGCM: è operativa la nuova modalità di comunicazione online delle concentrazioni, ex art. 16, c. 1 e 1-bis, l. n. 287/1990
È del 2 febbraio 2026 l’informativa al mercato dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, nella quale si comunica l’intervenuta modifica della sezione “COMPILAZIONE E INVIO DEL FORMULARIO” della Delibera AGCM 27 febbraio 2024, n. 31089, come modificata dalla Delibera AGCM 16 dicembre 2025, n. 31809 (Bollettino AGCM n. 4 del 26 gennaio 2026), relativa alle nuove modalità da seguire per la comunicazione di un’operazione di concentrazione
La modifica introduce l’obbligo di effettuare la comunicazione esclusivamente online, compilando il Formulario disponibile sulla piattaforma “Formulari-Web” e seguendo la Guida alla compilazione del Formulario Concentrazioni
Invero, l’obbligatorietà della modalità di comunicazione telematica avrà effetto dal 31 agosto 2026: sino a quel momento, le notifiche potranno essere effettuate anche seguendo le modalità finora utilizzate, ossia mediante la trasmissione del formulario di cui alla Delibera AGCM 27 febbraio 2024, n. 31089, con la dovuta documentazione allegata, per posta elettronica certificata all’indirizzo protocollo.agcm@pec.agcm.it.
Nella Delibera del 16 dicembre 2025 l’AGCM specifica poi che in ogni caso la comunicazione dovrà essere sottoscritta dai legali rappresentanti delle imprese, o da persone munite di procura speciale, i quali garantiscono così della veridicità e completezza delle informazioni fornite, nonché della conformità dei documenti allegati. Se si procede già con la modalità online, la sottoscrizione deve avvenire con firma digitale.
(AGCM, comunicazione, concentrazioni, formulario, online) (VG)
NIS 2: sta per scadere il termine per procedere alla registrazione sul Portale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale per i soggetti NIS.
Il 28 febbraio 2026 si chiude (per l’anno 2026) la finestra temporale per la registrazione sul Portale ACN per le imprese che rientrano nell’ambito di applicazione del D. Lgs. n. 138/2024, Decreto NIS, in materia di obblighi relativi alla cybersicurezza. Il Decreto NIS ha recepito la Direttiva NIS 2 (Direttiva 2022/2555, che ha sostituito la prima Direttiva NIS, la Direttiva 2016/1148) introducendo obblighi più stringenti relativamente alla gestione del rischio per la sicurezza informatica e alla notifica degli incidenti informatici, ma soprattutto estendendo l’ambito soggettivo di applicazione della disciplina a tanti altri settori economici che prima non erano contemplati, rendendo il presente adempimento sempre più di interesse
generale. È lo stesso Decreto, all’art. 7, a disporre che, dal 1° gennaio al 28 febbraio di ogni anno successivo alla sua entrata in vigore, le imprese che rientrano nel relativo ambito di applicazione (secondo i criteri di cui agli artt. 3 e ss., Decreto NIS) si registrino sull’apposito Portale dell’ACN, senza che sia necessario ricevere alcuna comunicazione o “invito” da parte dell’Agenzia, bensì procedendo in autonomia ad una prima autovalutazione, che dovrà ricevere poi la validazione dell’ACN stessa.
I potenziali soggetti NIS devono procedere alla registrazione seguendo le disposizioni operative di cui alla Determinazione ACN n. 379887 del 18 dicembre 2025 (ultima versione della Determinazione, che viene aggiornata costantemente) per quanto attiene alle modalità di utilizzo e accesso al Portale e alle informazioni che devono essere fornite. A seguito della registrazione, entro il 31 marzo (cfr. sempre art. 7, Decreto NIS) l’ACN comunicherà a ciascun soggetto se rientra effettivamente nell’ambito di applicazione NIS e se vi rientra come soggetto “essenziale” o “importante” (questa distinzione rileva, ad esempio, in relazione all’estensione dei poteri di vigilanza dell’ACN e all’ammontare delle sanzioni amministrative comminabili).
Oltre all’obbligo di registrazione in capo ai nuovi soggetti NIS, sempre entro il 28 febbraio 2026 anche i soggetti NIS già registrati sono tenuti a procedere all’aggiornamento delle informazioni comunicate in sede di registrazione, tra cui, ad esempio, la ragione sociale, gli indirizzi e recapiti e la figura del punto di contatto. Si ricorda infine che la mancata registrazione, o il mancato aggiornamento delle informazioni nei termini, sono sanzionabili ai sensi dell’art. 38, co. 10 e 11, Decreto NIS, con una sanzione amministrativa pecuniaria il cui ammontare varia a seconda che l’impresa sia un soggetto essenziale o importante.
(NIS, rischio informatico, incidenti informatici, determinazione, ACN, sicurezza informatica, registrazione.) (VG)
Sull’interpretazione dell’articolo 5, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2001/29/CE (equo compenso per copia privata)
La Corte di giustizia UE, 8^ sez., con sentenza del 15/1/2026 (C-822/24), su domanda pregiudiziale posta, ex art. 267 del TFUE, dal Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia tedesca), ha ripercorso la corretta interpretazione dell’art. 5, par. 2, lett. b) della direttiva 2001/29/CE, sull’equo compenso per copia privata, nell’ipotesi in cui i supporti di registrazione utilizzabili a fini di riproduzione siano venduti ad acquirenti finali professionali
Il giudice nazionale aveva disposto il rinvio nell’ambito di una controversia tra Bluechip Computer Aktiengesellschaft, società che produce, importa e distribuisce computer portatili e postazioni di lavoro con disco rigido integrato, e Zentralstelle für private Überspielungsrechte (ZPÜ), associazione di gestione collettiva di diritti, tra cui il diritto al corrispettivo della riproduzione di opere audio o audiovisive.
L’art. 5, par. 2, lett. b), della direttiva 2001/29/CE regola la facoltà degli Stati membri di disporre eccezioni o limitazioni al diritto esclusivo di riproduzione, in caso di riproduzioni su qualsiasi supporto effettuate da una persona fisica per uso privato e per fini né direttamente né indirettamente commerciali, a condizione che i titolari dei diritti ricevano un equo compenso che tenga conto dell’applicazione o meno di misure tecnologiche di protezione. In caso di effettive difficoltà pratiche di individuazione degli utenti finali privati, gli Stati membri possono imporre il pagamento, a monte, ai produttori, importatori o distributori dei supporti che consentono la riproduzione.
La Corte, muovendo dalla premessa che l’equo compenso e l’entità dello stesso devono essere connessi al pregiudizio arrecato dalla copia privata ai titolari dei diritti, ha precisato che nell’ipotesi in cui produttori, importatori o distributori vendono supporti di registrazione utilizzabili a fini di riproduzione ad acquirenti finali professionali, l’equo compenso può essere posto a carico dei detti produttori, importatori e distributori in presenza di due condizioni cumulative: 1) sussistano difficoltà pratiche legate all’individuazione degli utenti finali e della finalità dell’uso delle riproduzioni effettuate mediante i supporti in questione (nel caso di acquirenti finali professionali non si può automaticamente inferire che i supporti di registrazione non saranno mai utilizzati da persone fisiche per uso privato); 2) i produttori, importatori o distributori beneficino di un’esenzione dall’equo compenso o, in mancanza, di un diritto effettivo al rimborso, qualora si accerti (anche attraverso dichiarazioni unilaterali che siano però suscettibili di verifica da parte dell’entità incaricata della gestione dell’equo compenso) che gli utenti finali impiegano i supporti in questione a fini manifestamente estranei alla realizzazione di copie private o arrechino danno minimo ai titolari dei diritti in occasione dell’uso privato di detti supporti.
(diritto d’autore e diritti connessi, supporti di registrazione, riproduzione, copia privata, equo compenso) (APM - AS)
Copyright e IA generativa: verso maggiore trasparenza e remunerazione equa Lo scorso 28 gennaio la Commissione Affari Legali del Parlamento Europeo ha rilasciato il Rapporto (relatore Axel Voss - PPE, DE) su “Copyright and generative artificial intelligence – opportunities and challenges” 2025/2058 (INI), contenente una serie di proposte per garantire piena trasparenza ed equa remunerazione in favore dei titolari dei diritti su contenuti protetti da copyright utilizzati nell’ambito dell’IA generativa. Il Rapporto è stato approvato con 17 voti favorevoli, 3 contrari, 2 astenuti.
Il testo adottato recepisce gli Emendamenti discussi a settembre 2025. Nel mese di marzo, il Rapporto sarà sottoposto al voto del Parlamento in seduta plenaria.
Il punto di partenza è ben rappresentato nella seguente affermazione: “(…) l’uso di contenuti protetti dal diritto d’autore e dai diritti connessi come dati di addestramento per modelli di IA generativa, senza equa remunerazione per i titolari dei diritti, crea uno squilibrio sistemico nell’ecosistema del diritto d’autore a loro danno, minando così la sostenibilità economica del settore creativo nell’Unione europea, soprattutto considerato che, attualmente, i titolari dei diritti non possono esercitare facilmente o efficacemente il loro diritto di opt out dall’eccezione prevista dall’articolo 4 della direttiva CDSM, né verificare se il loro opt out sia stato rispettato” (Premessa H, traduzione libera).
I principali temi trattati sono:
- applicazione della disciplina UE sul copyright a tutti i modelli e sistemi di IA generativa disponibili nel mercato unico europeo, indipendentemente dal luogo di addestramento;
- obblighi di piena trasparenza per fornitori e deployer di modelli e sistemi IA, attraverso redazione di un elenco dei contenuti protetti utilizzati e registrazione delle attività di crawling effettuate;
- regole per la concessione di licenze su contenuti protetti per l’IA generativa, favorendo accordi collettivi volontari per settore, con riconoscimento di una remunerazione equa e adeguati meccanismi di rifiuto da parte degli aventi diritto (registro opt-out);
- garanzia di pluralismo e libertà dei media, anche attraverso un controllo sull’uso dei relativi contenuti nell’addestramento dell’IA generativa, e protezione dalla diffusione di contenuti alterati o manipolati;
- negazione della protezione del diritto d’autore relativamente a contenuti realizzati esclusivamente attraverso l’IA generativa.
L’iniziativa intende rispondere a quesiti legali urgenti sull’interazione tra IA generativa e copyright, bilanciando gli interessi coinvolti e riconsiderando gli strumenti giuridici esistenti.
(IA generativa; copyright; remunerazione equa; trasparenza)
(APM - FS - AS)
Tutela dell’identità personale e pericolo di sovrapposizione tra persona reale e personaggio di fantasia. Valutazione in concreto.
La tutela del nome (e del cognome) ex artt. 7 e 8 c.c. presuppone la sussistenza di due requisiti: (1) l’uso indebito e (2) la possibilità di un pregiudizio giuridicamente rilevante, da accertarsi in concreto. Non ricorre il pregiudizio quando, tenuto conto delle circostanze del caso, non vi è rischio di associazione o confusione tra persona reale e personaggio di fantasia, non essendo sufficiente la mera identità del nome.
È questo il principio che si ricava dalla Ordinanza del Tribunale di Firenze, Sez. I Civ., del 05/02/2026 (n.517/2026), pronunciata in esito al procedimento cautelare ante causam ex art. 700 c.p.c., promosso da Stefano G.C. nei confronti delle società produttrici/distributrici del film “Cinque secondi” di Paolo Virzì, ritenuto dal ricorrente lesivo della propria identità personale e storia familiare.
Il film narra della famiglia G.C. tramite il personaggio della contessina Matilde G.C., nipote del conte Guelfo G.C.. Il ricorrente premette di essere nipote della vera contessa Matilde G.C. (sua zia, deceduta nel 2012) e bisnipote del vero conte Guelfo G.C. (suo bisnonno, deceduto nel 1951) e afferma di non aver ricevuto richiesta di autorizzazione per l’uso del nome della sua famiglia, nonostante la nobile casata sia rappresentata nel film come decaduta, coinvolta in vicende di dissesto finanziario ed eventi drammatici. Chiede pertanto di inibire la distribuzione del film.
Le società resistenti oppongono che il film è opera di fantasia e che la scelta del nome è scelta puramente artistica. Nessun riferimento è alla famiglia del ricorrente (i fatti narrati, come risulta dai “ringraziamenti”, si riferiscono a persona diversa). Ciò è confermato anche dal “disclaimer” dopo i titoli di coda (personaggi di fantasia, riferimenti a fatti e persone puramente casuali) e, ancora meglio, dal “disclaimer” aggiunto a inizio film dopo il lancio della proiezione, volto ad escludere ogni riferimento alla famiglia del ricorrente (i personaggi rappresentati sono estranei alla famiglia G.C.).
Il Tribunale rigetta la richiesta del ricorrente, non ravvisando in concreto il pericolo del pregiudizio, sulla base di più elementi che consentono di escludere l’impressione nel pubblico che la storia narrata costituisca rappresentazione della reale storia della nobile casata o abbia da essa tratto ispirazione. Vengono in rilievo, in particolare, i “disclaimer” presenti all’inizio e alla fine del film, l’assenza di punti di contatto tra personaggi del film e omonime persone della famiglia del ricorrente, l’ambientazione in epoca contemporanea (differente rispetto a quella dei familiari del ricorrente), la citazione della famiglia G.C. in pochissimi dialoghi e per pochi secondi.
(diritto al nome, identità personale, opera cinematografica) (AS)