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Aggionarmenti VMA_n9_27.3.2026

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AGGIORNAMENTI VMA

Gli Aggiornamenti segnalano alcune novità esaminate nel corso dell’attività dello Studio. Si resta a disposizione per approfondimenti riguardo alle stesse: aggiornamenti@vm-associati.it

A cura di:

Michela Bassani (MB)

Andrea Di Gialluca (ADG)

Lorenza Filippone (LF)

Davide Galofaro (DG)

Valentina Garilli (VG)

Mario Manna (MM)

Francesca Marchetti (FM)

Giorgia Marra (GM)

Alfonso Papa Malatesta (APM)

Eugenio Ruggiero (ER)

Michele Maria Rossi (MMR)

Federica Sisca (FS)

Annalisa Stirpe (AS)

Enrico Tonelli (ET)

Ernesta Visentini (EV)

• Credito R&S: irretroattività del Manuale di Frascati e legittimo

• La CGT di secondo grado della Lombardia si esprime in favore del contribuente in tema di ritenute

• Pignoramento presso terzi ex art. 72-bis d.p.r. n. 602/1973: senza notifica al debitore l’atto è giuridicamente inesistente

• L’albergatore non è agente contabile, ma responsabile d’imposta

• Prorogato al 31.12.2026 il termine per adeguare il capitale sociale degli iscritti all’albo dei concessionari della riscossione delle

• La sanatoria della notifica nulla dell’atto processuale ha efficacia

• La Corte dei conti esclude la prelazione nelle procedure di PPP sulla

• Codice europeo di buone pratiche in tema di marcatura ed etichettatura di contenuti generati con l’IA: pubblicata la seconda bozza 22

• Obblighi di notifica degli incidenti in materia di cybersicurezza: la Determina dell’ACN interviene coordinando ulteriormente le diverse discipline esistenti

• CGUE: le decisioni vincolanti dell’EDPB sono impugnabili (C

• Entrato in vigore il Reg. UE 2025/2518 correttivo al GDPR per i trattamenti

Società e mercato dei capitali

La responsabilità del socio non amministratore di Srl

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con due recenti ordinanze (13 dicembre 2025 n. 32545 e 21 gennaio 2026 n. 1358), si è occupata dei presupposti della responsabilità del socio non amministratore di S.r.l. ex art. 2476, comma 8, c.c.

Le due ordinanze si segnalano perché hanno il pregio di offrire una chiara ricostruzione ermeneutica della disposizione citata, procurando alcuni sviluppi rispetto al quadro interpretativo noto. Si precisa in particolare che: - sul piano soggettivo, il socio non amministratore risponde solidalmente con gli amministratori solo se abbia intenzionalmente deciso o autorizzato atti di gestione dannosi, richiedendosi il dolo e non la mera colpa. La responsabilità sussiste nelle ipotesi in cui sia possibile ravvisare nel socio consapevolezza e volizione del comportamento, qualificabili come stato soggettivo doloso, nel senso che il socio si è rappresentato le conseguenze della sua condotta (in termini di influenza sulla gestione) e ciononostante ha voluto porre in essere il comportamento di ingerenza. Il comportamento deve essere intenzionale, ma la disposizione non limita la responsabilità al dolo specifico, lasciando spazio alla casistica giurisprudenziale. Non appare una contraddizione il fatto che l’amministratore risponda anche per mera colpa, se si considera che la Srl, sebbene si caratterizzi per la centralità del ruolo del socio, è pur sempre società di capitali; - sul piano oggettivo, è necessaria una concreta ingerenza gestionale del socio non amministratore, ossia una partecipazione effettiva alle scelte operative pregiudizievoli. Devono potersi rintracciare fatti di gestione, ossia decisioni che il socio abbia concorso a prendere con gli amministratori o che abbia, comunque, consapevolmente autorizzato o indotto gli amministratori a prendere. Il vincolo di solidarietà si individua non solo con riferimento all’importo del danno, ma soprattutto in relazione al concorso accertato del socio in un’attività tipicamente gestoria. (AS)

La Cassazione sul riparto di responsabilità tra le società partecipanti alla scissione e il rapporto con l’opposizione dei creditori

La Corte di Cassazione, Sez. I Civile, con ordinanza del 13 dicembre 2025 n. 32551, ha ribadito che, in tema di scissione societaria parziale, delle obbligazioni collegate alle poste patrimoniali interessate dall’operazione straordinaria risponde (responsabilità diretta integrale) la società alla quale, per effetto della scissione, tali poste siano state attribuite o nel patrimonio della quale siano rimaste.

Nell’ipotesi in cui dette obbligazioni rimangano inadempiute, rispondono solidalmente (quali garanti) anche tutte le società coinvolte nell’operazione di scissione, ai sensi dell’art. 2506 quater, ultimo comma, c.c.. In questo caso, la responsabilità è limitata al patrimonio netto (effettivo) assegnato a ciascuna società per effetto della scissione (responsabilità sussidiaria parziale), il cui ammontare è onere di ciascuna società dimostrare, essendo un fatto parzialmente impeditivo della pretesa altrui, in virtù del principio di vicinanza della prova.

Tale meccanismo di solidarietà (sussidiaria) prescinde dall’eventuale esercizio da parte del creditore delle altre forme di tutela che l’ordinamento ha previsto nel procedimento di scissione. Dunque, è del tutto irrilevante che il creditore abbia o meno proposto opposizione al procedimento di scissione. Le tutele possono infatti cumularsi tra loro (nell’ipotesi in cui il creditore prima si opponga alla scissione e poi, non essendo riuscito a impedirla, invochi la solidarietà che ne costituisce effetto), o possono essere coltivate alternativamente dal creditore, posto che la disciplina in esame non contiene una preclusione alla proponibilità alternativa delle due azioni e neppure un vincolo di pregiudizialità dell’una rispetto all’altra.

Contratti bancari e finanziari

WIBOR nei mutui: la CGUE esclude l’abusività automatica e l’obbligo della banca di fornire informazioni sulla metodologia di calcolo di un indice regolamentato

La CGUE, interpellata con riferimento a un mutuo ipotecario a tasso variabile riferito all’indice regolamentato WIBOR, con sentenza del 12.2.2026 ha fornito importanti chiarimenti interpretativi della Dir. 93/13/CEE sulle clausole abusive nei contratti con i consumatori.

Con riguardo all’ambito di applicazione della direttiva, ha chiarito che l’esclusione prevista per le clausole contrattuali che “riproducono disposizioni legislative o regolamentari imperative” (art. 1, c. 2 Dir. 93/13) deve essere interpretata restrittivamente: la direttiva si applica alla clausola di un contratto di mutuo ipotecario che preveda un tasso di interesse variabile fondato su un indice regolamentato e un margine fisso, se le disposizioni nazionali si limitano a stabilire un quadro generale per la fissazione del tasso di interesse di tali contratti, lasciando al professionista la possibilità di scegliere l’indice di riferimento di tale tasso o l’entità del margine fisso.

Quanto al requisito di trasparenza (art. 4, c. 2 Dir. 93/13), la Corte chiarisce che il rispetto degli obblighi informativi da parte del professionista va valutato tenendo conto di tutte le disposizioni comunitarie che stabiliscano obblighi in materia di informazione a favore dei consumatori. Perciò, in presenza di un tasso di interesse variabile fondato su un indice di riferimento ai sensi del Reg. 2016/1011, il requisito di trasparenza non impone obblighi di informazione specifici con riguardo alla metodologia di calcolo di tale indice: tale compito spetta all’amministratore del benchmark, che deve pubblicare gli elementi chiave della metodologia per ciascun indice, ai quali l’istituto può fare rinvio.

Infine, la Corte afferma che il WIBOR è oggetto di disciplina esaustiva a livello UE (Reg. 2016/1011), il cui rispetto è garantito dalle autorità nazionali. Pertanto, una clausola che lo includa non crea di per sé un significativo squilibrio tra le parti del contratto a danno del consumatore e ciò anche quando la metodologia di calcolo dello stesso preveda l’utilizzo di dati sottostanti che non corrispondono necessariamente a operazioni effettive o quando il creditore sia una delle banche che fornisce i dati sottostanti utilizzati per la determinazione dell’indice stesso. (EV)

La nullità relativa non sposta il termine di prescrizione dell’azione di indebito Nel caso d'acquisto di strumenti d'investimento mobiliare, in mancanza della redazione del contratto-quadro, la prescrizione dell'azione di ripetizione d'indebito decorre dalla data di esecuzione dei pagamenti in attuazione del contratto nullo. Questo il principio di diritto affermato dalla Cassazione, con sentenza n. 3561 del 17.2.2026.

Secondo la Corte Suprema, l’invalidità del contratto-quadro, per non esservi prova della redazione in forma scritta prescritta dal TUF a pena di nullità, pur costituendo una "nullità di protezione", in considerazione della qualità di consumatore dell'investitore, opera comunque come una vera e propria nullità, tant’è che è rilevabile d'ufficio (Cass. n. 13259 del 2021), seppur nell'esclusivo interesse del consumatore (Cass. n. 2338 del 2024). Dunque, la prescrizione dell’azione di ripetizione d’indebito dei pagamenti eseguiti in adempimento dell’accordo nullo non decorre dal momento dell’accertamento giudiziale della nullità del contratto, accertamento che è meramente dichiarativo, ma dai singoli pagamenti eseguiti in forza del contratto nullo. (FM)

Finanziamenti agevolati e usura: la natura pubblicistica non esclude il rispetto del tasso soglia

La sentenza della Corte di Cassazione, sez. I, 18 febbraio 2026, n. 3708 si inserisce nel consolidato orientamento in materia di usura, offrendo un chiarimento di rilievo circa il rapporto tra finanziamenti agevolati e disciplina dei tassi soglia. La Corte ribadisce che la qualificazione del rapporto contrattuale deve avvenire sulla base dei suoi elementi strutturali – durata, modalità di erogazione, rimborso rateale e garanzie – ai fini dell’individuazione della categoria di riferimento nei decreti ministeriali. In tale prospettiva, il finanziamento in esame viene correttamente ricondotto allo schema del mutuo, con conseguente applicazione del relativo tasso soglia.

In questo quadro si colloca il passaggio centrale della decisione: la natura agevolata del finanziamento, pur connotata dalla presenza di contributi pubblici e da una disciplina speciale di sostegno, non esclude l’applicazione della normativa antiusura. In assenza di una deroga espressa, infatti, anche tali operazioni restano integralmente soggette ai limiti imposti dalla l. n. 108/1996

La Corte chiarisce, inoltre, che l’eventuale mancata inclusione di tali finanziamenti nei meccanismi statistici di rilevazione del TEGM non incide sulla loro sottoposizione alla disciplina imperativa, trattandosi di profili tecnici privi di rilevanza sul piano della qualificazione giuridica del rapporto.

La pronuncia si pone in linea con l’indirizzo già espresso dalle Sezioni Unite in tema di interessi moratori, confermando che anche questi ultimi sono soggetti al vaglio di usurarietà e che, in caso di superamento del tasso soglia, trova applicazione l’art. 1815, comma 2, c.c., con conseguenze incisive sull’equilibrio del rapporto. Nel complesso, la decisione rafforza un’impostazione sostanzialistica e rigorosa, che esclude la possibilità di sottrarre i finanziamenti agevolati al controllo antiusura, valorizzando la funzione di tutela della disciplina e la sua applicazione generalizzata.

(MM)

Obbligazioni e contratti

Patti di famiglia

La Cassazione (Cass., n. 4376 del 26.02.2026) conferma la necessità, a pena di nullità, della forma di atto pubblico per i patti di famiglia (artt. 768-bis e segg. cod. civ.).

In punto di qualificazione dei patti di famiglia, la Corte afferma che si tratta di un negozio di natura complessa, presentando profili della donazione, della divisione in vista di una futura successione con disposizioni a favore di terzi, nell’obiettivo della prosecuzione dell’attività di impresa.

Non ostano alla qualificazione di un contratto quale patto di famiglia le circostanze:

- che tutti i figli siano già soci delle società familiari (l’art. 768-bis cod. civ. contempla la cessione parziale);

- che i conguagli vengano operati dai genitori con atti di liberalità (si tratterebbe di adempimento per conto di altri). (ET)

La funzione deterrente e risarcitoria degli interessi ex art. 1284, c. 4, c.c.

La Prima sezione della Cassazione, con Ord. n. 3194 del 12.2.2026, afferma che il creditore che rifiuta di ricevere il pagamento, senza giustificato motivo, non ha diritto di ricevere gli interessi legali “maggiorati” ex art. 1284, comma 4, Codice civile.

La Suprema Corte ricorda che la ratio dell'art. 1284, comma 4, cod. civ. è da individuarsi nella funzione deterrente e risarcitoria nei confronti dei debitori inadempienti al pagamento del corrispettivo nelle transazioni commerciali, funzione che verrebbe tradita applicando la norma a favore del creditore che non ha accettato il pagamento offerto dal debitore. Tanto più che, ricorda il Collegio, la ricezione della somma dovuta, al netto degli interessi richiesti, non impedisce alla parte di agire successivamente per il riconoscimento degli interessi ritenuti di sua spettanza.

(FM)

Imposte e tributi

CEDU, nuova censura per il Fisco italiano: illegittimi anche gli accessi presso locali ad uso promiscuo del contribuente

Con la sentenza Edilsud 2014 srl e Ferreri c. Italia del 5.3.2026, la CEDU ha esteso le conclusioni raggiunte in due recenti importanti pronunce (Italgomme c. Italia del 6.2.2025 e Agrisud c. Italia del 11.12.2025, cfr. Aggiornamenti VMA del 23 febbraio 2026) sull’illegittimità delle ispezioni eseguite dal Fisco italiano ai sensi dell’art. 52 d.p.r. 633/1972 presso le sedi commerciali dei contribuenti, anche alle ipotesi in cui l’accesso sia effettuato presso locali ad uso promiscuo, cioè adibiti anche ad abitazione del contribuente.

L’ispezione contestata era, infatti, avvenuta presso la sede legale di una srl, che coincideva con l’abitazione del legale rappresentante nonché socio unico della società.

La sentenza - pronunciata dalla Corte nella forma semplificata del Comitato composto da tre giudici perché afferente a questione ormai risolta dalla giurisprudenza consolidata della Corte - ha riaffermato l’incompatibilità dell’ordinamento tributario italiano con il diritto al rispetto del domicilio tutelato dall’art. 8 della Convenzione. Anche se l’art. 52 d.p.r. 633/1972 prevede che sia necessaria l’autorizzazione del PM per accedere a locali che siano adibiti anche ad abitazione, nessuna norma, come ripetutamente confermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 5331/2023 e Cass. n. 7768/2022), richiede che il predetto provvedimento sia motivato (come invece previsto per l’accesso ai locali ad uso esclusivamente abitativo). Sicché l’atto del PM si risolve in un “mero adempimento procedurale”, privo di qualsiasi funzione di filtro sostanziale tra le esigenze investigative dell’Amministrazione finanziaria e il diritto del contribuente alla tutela del proprio domicilio.

Su questa base, il regime autorizzativo previsto per l’accesso ai locali promiscui è stato ritenuto equivalente, nella sostanza, a quello già censurato in precedenti pronunce dalla CEDU per i locali commerciali, con la conseguenza che in entrambi i casi è attribuito al Fisco un potere di accesso connotato da un’eccessiva ampiezza discrezionale e non adeguatamente bilanciato da garanzie procedurali effettive idonee a proteggere il contribuente da possibili abusi da parte dell’Autorità.

(EV – ADG)

Credito R&S: irretroattività del Manuale di Frascati e legittimo affidamento Con la sentenza n. 1233/2026, la CGT di Primo Grado di Roma ha annullato un atto di recupero dell’Agenzia delle Entrate del credito R&S. Il Collegio ha affrontato il contrasto tra due valutazioni tecniche provenienti dal MISE: da un lato, il

riconoscimento formale del progetto quale attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale ai sensi del Reg. UE 651/2014, con ammissione a finanziamento pubblico tramite Accordo per l’Innovazione e decreto di concessione (parere positivo del MISE e del CNR); dall'altro, un parere tecnico negativo (del MISE) reso nel 2022 su richiesta della Guardia di Finanza, che qualificava le stesse attività come sviluppo ordinario.

La Corte ha risolto il conflitto attribuendo prevalenza al decreto di concessione, in quanto unico atto conforme alla gerarchia delle fonti e alla normativa vigente ratione temporis. Il parere negativo del MISE è stato giudicato generico, apodittico e viziato dall'applicazione retroattiva dei criteri del Manuale di Frascati, il cui richiamo normativo è stato introdotto solo con la L. 160/2019

La Corte ha inoltre ravvisato una violazione del principio di unitarietà dell'azione amministrativa e del legittimo affidamento ex art. 10 L. 212/2000, escludendo che lo Stato possa qualificare il medesimo progetto come R&S ai fini contributivi e negarne la natura ai fini fiscali.

(ADG – MMR)

Il decreto milleproroghe è legge

Il 28 febbraio 2026 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge n. 26 del 2026, di conversione del decreto Milleproroghe (d.l. n. 200 del 2025).

La legge conferma il rinvio al 1° gennaio 2027 dell’entrata in vigore dei Testi Unici delle sanzioni tributarie amministrative e penali, dei tributi erariali minori, della giustizia tributaria, in materia di versamenti e di riscossioni e delle disposizioni legislative in materia di imposta di registro e altri tributi indiretti.

Viene inoltre confermata la proroga, fino al 30 settembre 2026 ,della possibilità per le società di capitali (nonché per le associazioni e le fondazioni) di svolgere le assemblee mediante mezzi di telecomunicazione anche in assenza di specifiche previsioni statutarie.

La legge di conversione ha poi aggiunto, all’articolo 4, il comma 12-octies, il quale differisce, dal 13 dicembre 2025 al 1° gennaio 2027, la decorrenza della disposizione di cui all’art. 9 del d.lgs. n. 186 del 2025, che ha previsto l’abrogazione dell’articolo 19-bis.2, co. 3, del Dpr n. 633/1972 relativo alle modalità di rettifica della detrazione IVA c.d. “per masse”, legata ai mutamenti di regime (da normale a speciale o viceversa). Sono fatti salvi i comportamenti antecedenti all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge Milleproroghe 2026 e, fino alla loro conclusione le rettifiche in corso al 1° gennaio 2027.

Pertanto, a decorrere dal 1° gennaio 2027, in caso di mutamenti nel regime fiscale delle operazioni attive, nel regime di detrazione dell’imposta sugli acquisti o nell’attività che comportano la detrazione dell’imposta in misura diversa da quella già operata, non si renderà più necessario operare la rettifica Iva “per massa”, ma si applicherà la rettifica

Iva “analitica”, in relazione alla variazione dell’utilizzo dei singoli beni e servizi. Tale proroga si è resa necessaria, in conseguenza dell’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2027, del d.lgs. n. 10 del 19 gennaio 2026, recante "Testo unico delle disposizioni legislative in materia di imposta sul valore aggiunto", che abroga e sostituisce le disposizioni contenute nel d.P.R. n. 633 del 1972. Nello specifico, l'art. 59 del d.lgs. n. 10 del 2026 riproporrà il contenuto dell'art. 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972, senza la previsione inserita nell'abrogando comma 3.

(ADG – MB)

La CGT di secondo grado della Lombardia si esprime in favore del contribuente in tema di ritenute a titolo d’imposta su dividendi di fonte estera

Con la sentenza 464/2026, la CGT di secondo grado della Lombardia ha ritenuto spettante il rimborso al contribuente persona fisica (non in regime di impresa) delle somme versate come ritenuta a titolo di imposta, nella misura del 26%, su dividendi di fonte estera (Svizzera), derivanti da partecipazione non qualificata e percepiti per il tramite di un intermediario residente.

La controversia si colloca in un filone di giudizi (curati dal nostro studio legale) che ha visto l’Agenzia delle Entrate soccombente sin dal primo grado. La Corte lombarda è stata la prima CGT di secondo grado ad esprimersi sul tema e a condividere le difese del contribuente avallando il già chiaro principio della Corte di Cassazione Sez. V, n. 25698/2022: “Per i redditi di capitale di fonte estera, direttamente percepiti dal contribuente, persona fisica, titolare di una partecipazione non qualificata in una partnership di diritto internazionale, qualora l’assoggettamento a imposizione mediante ritenuta a titolo d’imposta-come nell’ipotesi di cui al D.P.R. n. 600 del 1973 art. 27, comma 4, o mediante imposta sostitutiva, del tutto sovrapponibile alla prima in ragione dell’ identità di funzione, di cui al D.P.R. n. 917 del 1986 art. 18, comma 1, -avvenga non “su richiesta del beneficiario del reddito” ma obbligatoriamente, non potendo il contribuente chiedere l’imposizione ordinaria, l’imposta sul reddito pagata in un Paese estero si deve considerare detraibile” (vedi anche Cass. Civ. sez. V, sent. 10204/2024).

Non avendo il contribuente, secondo la normativa italiana, possibilità di scelta fra la ritenuta a titolo d’imposta e la tassazione progressiva deve ritenersi spettante il diritto al rimborso, in considerazione di quanto previsto dall’art. 24 Convenzione ItaliaSvizzera contro le doppie imposizioni, non trovando quindi applicazione la previsione interna ex art. 165 TUIR.

(ADG – MMR)

Riscossione delle entrate e rapporti con gli Enti creditori

Pignoramento presso terzi ex art. 72-bis d.p.r. n. 602/1973: senza notifica al debitore l’atto è giuridicamente inesistente

Nel pignoramento presso terzi azionato da Agenzia delle entrate-Riscossione ex art. 72-bis d.p.r. n. 602/1973, la notifica dell’atto al debitore esecutato non è un mero adempimento formale. Se manca, il pignoramento è giuridicamente inesistente. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 6 del 1.01.2026.

Nel caso all'esame della Cassazione, l’atto di pignoramento dei crediti presso terzi era stato notificato al debitore esecutato solo quando la procedura era ormai conclusa con l’acquisizione delle somme da parte dell’Agente della riscossione.

La Cassazione ha censurato la decisione dei giudici di secondo grado, che avevano trascurato proprio tale profilo (omessa o tardiva notifica del pignoramento al debitore), concentrandosi invece sulla regolarità della notifica dell’intimazione di pagamento, quale atto presupposto alla procedura esecutiva.

La Corte ha così ribadito un principio fondamentale: la notifica dell’atto di pignoramento al debitore non è un “mero formalismo”, ma riguarda “un requisito essenziale per la stessa esistenza giuridica dell’atto”. Il pignoramento consiste infatti, anzitutto, nell’ingiunzione rivolta al debitore di non sottrarre i beni alla garanzia del credito (art. 492 c.p.c.) e, nel pignoramento presso terzi, l’atto deve essere notificato sia al terzo che al debitore (art. 543 c.p.c.), per consentire a quest’ultimo di conoscere il vincolo sui propri beni ed esercitare il diritto di difesa.

L’omessa notifica non integra, dunque, una semplice nullità sanabile (neppure attraverso la costituzione del debitore nel processo esecutivo), ma determina l’inesistenza giuridica del pignoramento, per mancanza di un elemento essenziale dell’atto.

(LF – DG)

L’albergatore non è agente contabile, ma responsabile d’imposta

Ribaltando un proprio precedente orientamento, le Sezioni unite della Corte di Cassazione (ord. n. 1527/2026) hanno stabilito che i titolari di strutture recettive deputati ad incassare, per conto dei Comuni, imposta di soggiorno e contributo di soggiorno sono responsabili in solido con i propri clienti per il pagamento di tali somme e, in quanto tali, non possono essere qualificati come agenti contabili, ma come obbligati, responsabili d’imposta (con eventuale rivalsa verso i clienti inadempienti).

La sentenza è interessante, perché traccia chiaramente la distinzione, da un lato, tra maneggio di danaro pubblico per conto del Comune, che dà luogo a responsabilità

amministrativo-contabile e conseguente danno erariale in caso di mancato riversamento delle somme (con giurisdizione della Corte dei Conti), e, dall'altro lato, obbligazione tributaria, che dà luogo ad un rapporto dare/avere di natura tributaria tra ente creditore e debitore, oggetto della giurisdizione delle Corti di Giustizia Tributaria. Nel caso di specie, la causa traeva origine dall’azione del Procuratore presso la Corte dei Conti nei confronti di una struttura recettiva. Chiamata a decidere quale fosse la giurisdizione competente (con regolamento preventivo), la Cassazione ha optato per la giurisdizione delle Corti Tributarie e stabilito il seguente principio: “Con la qualifica dell’albergatore come responsabile d’imposta, il legislatore ha sterilizzato il dato del maneggio di denaro pubblico e del connesso obbligo di conto, ponendo a carico del predetto una obbligazione solidale discendente che prescinde del tutto dall’avvenuto versamento dell’imposta ad opera del cliente. Come osservato dalla dottrina, la veste di responsabile solidale muta il titolo in base al quale il soggetto risponde verso l’Ente impositore e colloca il rapporto su un piano diverso, spostando il focus dal maneggio del denaro (pubblico) incassato per conto dell’Ente alla responsabilità solidale dell’albergatore per l’intera imposta dovuta dal cliente”.

La Corte giustifica il revirement, con lo ius superveniens, rappresentato dalla modifica dell’art. 4 del d.lgs. 14 marzo 2011, n. 23, ad opera dell’art. 180 del d.l. n. 34/2020, il quale ha inserito un comma 1-ter nel predetto art. 4, che recita: “Il gestore della struttura ricettiva è responsabile del pagamento dell'imposta di soggiorno … e del contributo di soggiorno…”.

Pertanto, niente più resa del conto e responsabilità erariale, ma solo obblighi di dichiarazione e versamenti tributari a carico dei gestori di attività ricettive, che non sono agenti contabili. (APM)

Prorogato al 31.12.2026 il termine per adeguare il capitale sociale degli iscritti all’albo dei concessionari della riscossione delle entrate degli enti locali

E' prorogato al 31 dicembre 2026 il termine entro il quale i concessionari della riscossione per gli enti locali e i soggetti che svolgono le attività di supporto propedeutiche all'accertamento e alla riscossione delle entrate dei medesimi enti e delle società da essi partecipate, iscritti all’albo di cui all’art. 53 del d.lgs. n. 446/1997, devono adeguare il proprio capitale sociale (come disposto dalla legge di conversione del decreto legge “mille proroghe”, n. 200/2025).

Il previgente termine era stabilito al 31.12.2025 (già in precedenza prorogato).

Ne deriva un nuovo testo del comma 808 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2019, n. 160: “808. I soggetti iscritti alla sezione separata di cui al comma 805 e quelli iscritti all'albo di cui all'articolo 53 del decreto legislativo n. 446 del 1997 devono adeguare alle

condizioni e alle misure minime di cui al comma 807 il proprio capitale sociale entro il 31 dicembre 2026”. (APM)

Definizione agevolata degli enti locali

Come già segnalato nell’aggiornamento del 30 gennaio 2026, la legge di Bilancio 2026 (l. n. 199 del 2025), all’art. 1, co da 102 a 110, ha introdotto per le Regioni ed enti locali la possibilità di prevedere con un autonomo regolamento – ai sensi dell’art. 52 del d.lgs. n. 446 del 1997 – tipologie definizione agevolata, che prevedono l’esclusione o la riduzione degli interessi o anche delle sanzioni.

Sul punto si segnala che l’IFEL, in data 27 gennaio 2026, ha pubblicato una nota di approfondimento, che fornisce anche alcune proprie interpretazioni delle disposizioni contenute nella legge di Bilancio e pubblica uno schema di regolamento suddiviso in cinque blocchi, adattabili alle esigenze di ciascun ente.

(APM – MB)

Enti locali

Dubbi interpretativi sui compensi degli amministratori delle società a controllo pubblico

La sezione regionale di controllo per la Puglia chiede al Presidente della Corte dei Conti di deferire alla Sezione Autonomie o alle Sezioni Riunite della Corte la risoluzione dei dubbi interpretativi sussistenti sulla determinazione dei compensi degli amministratori delle società in house providing ai sensi del combinato disposto degli artt. 11, comma 7, del d.lgs. 175/2016 (TUSP) e 4, comma 4, d.l. 95/2012 (Corte dei conti Puglia, sez. contr., delib. 21.1.2016 n. 11).

L’art. 11, comma 6, del TUSP prevede un sistema di classificazione delle società a controllo pubblico in 5 fasce, sulla base di indicatori dimensionali quantitativi e qualitativi, da attuarsi mediante decreto ministeriale (MEF). In base alla distinzione per fasce, il decreto ha altresì il compito di determinare i tetti di spesa per i compensi degli organi amministrativi e di controllo (fermo il tetto massimo di € 240.000). Nelle more dell’adozione del decreto ministeriale, ai sensi del comma 7 della medesima disposizione, restano in vigore le disposizioni di cui all’art. 4, comma 4, del d.l. 6 luglio 2012 n. 95. Tale previsione, a sua volta, stabilisce che, a decorrere dal 1° gennaio 2015, il costo annuale sostenuto per i compensi degli amministratori delle società a controllo pubblico non può superare l’80% del costo complessivamente sostenuto nell’anno 2013. Ad oggi, nonostante l’auspicio di una sollecita approvazione espresso dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 153/2022, ultimo capoverso della motivazione), il decreto ministeriale non risulta emanato.

Nell’applicazione delle disposizioni richiamate, sono quindi sorti due scenari problematici: quello del costo storico mancante e quello del costo storico esistente ma non rappresentativo per l’esiguità del compenso corrisposto.

In particolare, con riguardo al caso del costo storico esistente, ma irrisorio, sussiste un contrasto interpretativo in seno alla Corte dei Conti, divisa tra il riconoscimento della natura strettamente tassativa, e non derogabile, delle disposizioni (ex plurimis, Sez. Reg. Controllo Liguria, del. n. 29/2020/Par) e il convincimento che, in ipotesi particolari, “si possa procedere, nel pieno rispetto del principio di ragionevolezza nonché dei vigenti limiti inerenti alle retribuzioni massime erogabili, a riparametrare la base di calcolo 2013 laddove essa risulti non disponibile ovvero talmente esigua da non potersi considerare adeguata” (Sez. Reg. Contr. Lazio, del. 89/2025/Par).

Il Giudice contabile pare oggi chiamato a dirimere tale contrasto. (FM)

Giurisdizione e processo

Serve la domanda di parte per la disapplicazione delle sanzioni tributarie

Rilevato che in tema di applicazione delle sanzioni amministrative tributarie, vi è un contrasto di giurisprudenza circa la necessità (v. Cass. Sez. 5, n. 15406 del 2021 e, conformi, Cass, n. 14402 del 2016; Cass. n. 17195 del 2019), o meno (v. Cass. Sez. 5, n. 2604 del 2024; Cass. n.2820 del 1995; Cass. n.2979 del 1990), di una domanda del contribuente al fine di attivare il potere di disapplicazione delle sanzioni tributarie per l'obiettiva incertezza normativa, Cass. civ., Sez. V, Ord., 17/02/2026, n. 3466 riafferma la necessità della domanda di parte.

La Sezione tributaria, “in superamento al contrasto giurisprudenziale”, fa proprio il seguente principio di diritto "Al fine di attivare il potere del giudice di disapplicazione per obiettiva incertezza normativa - potere conferito dall'art. 8 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, e ribadito, con più generale portata, dall'art. 6, comma 2, del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, e quindi dall'art. 10, comma 3, del D.Lgs. 27 luglio 2000, n. 212 (rectius, l. 212/2000, n.d.r.) - è necessaria la tempestiva domanda del contribuente, non essendo questione rilevabile d'ufficio".

La soluzione proposta è, secondo il Collegio, (l’unica?) conforme ai principi della domanda e della parità delle armi, al diritto di difesa ex art. 24 della Costituzione, all’equo processo delineato dell’art. 6 della Carta Europea dei diritti dell’Uomo (diritto ad un equo processo) e all’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (diritto ad un ricorso effettivo e a un giudice imparziale). Grava dunque sul contribuente l'onere di allegare la ricorrenza degli elementi che consentono alle Corti tributarie di esercitare il potere di disapplicare le sanzioni, e cioè la sussistenza di una pluralità di prescrizioni il cui coordinamento sia concettualmente difficoltoso, per l'equivocità del loro contenuto derivante da elementi positivi di confusione. (FM)

Processo tributario: al giudice monocratico le controversie di valore fino a Euro 10.000

L’art. 16, comma 2, del Decreto Legge n. 19 del 2026 (contenente disposizioni urgenti per l’attuazione del PNRR) ha modificato il primo comma dell’art. 4-bis del D.Lgs. n. 546/1992, prevedendo l’aumento del valore delle controversie decise in composizione monocratica dalle Corti di giustizia tributaria di primo grado da Euro 5.000 a Euro 10.000.

Ai sensi del comma 6 dello stesso art. 16 del D.L. n. 19 del 2026 la modifica si applica ai ricorsi notificati a partire dal 2 maggio 2026.

Rimane ferma l’esclusione delle controversie di valore indeterminabile, prevista dal secondo periodo del primo comma dell’art. 4-bis del D.Lgs. n. 546/1992.

Il terzo comma dell'art. 4-bis del D.Lgs. 546/1992 dispone che nei procedimenti dinanzi al Giudice monocratico si osservano, in quanto applicabili e se non derogate dal D.Lgs. 546/1992, le disposizioni dettate dallo stesso Decreto per i giudizi in composizione collegiale.

Una modifica espressa rispetto alla disciplina dei giudizi in composizione collegiale è prevista dall'art. 47 del D.Lgs. 546/1992, con riferimento all'impugnazione delle ordinanze cautelari rese all'esito dell'udienza di trattazione dell'istanza di sospensione dell'atto impugnato.

(LF)

La sanatoria della notifica nulla dell’atto processuale ha efficacia retroattiva anche agli effetti della prescrizione

Passata attentamente in rassegna l’ampia, e in parte discordante, giurisprudenza formatasi in punto di notificazione nulla dell’atto processuale e di effetti della sanatoria portata dalla rinnovazione della notifica, le Sezioni Unite, con la sentenza n. 6474 del 18 marzo 2026, sintetizzano e “sintonizzano” principi ritenuti già presenti nella giurisprudenza della Corte, affermando che: la prescrizione del diritto sostanziale può essere interrotta o sospesa da un atto giudiziale non pervenuto nella sfera di conoscenza legale del destinatario a seguito di notificazione affetta da nullità la cui rinnovazione comporta la sanatoria ex tunc del vizio suddetto, salvo che il destinatario eccepisca e dimostri la sussistenza di colpa del notificante per il mancato perfezionamento della notifica ab origine.

L’efficacia della sanatoria retroattiva di cui all’articolo 291 c.p.c. si estende, dunque, a tutti gli effetti sostanziali e processuali della domanda, e ciò anche in conformità all’ampio tenore della norma - “la rinnovazione impedisce ogni decadenza” - e alla sua origine storica. I pilastri che sorreggono il ragionamento della Corte sono costituiti dai “fondamentali” interventi nomofilattici del 2016 (Sez. Un. 14916/2016 sulla distinzione tra inesistenza della notificazione, da tale arresto relegata a casi remoti e ipotetici, e nullità, estesa a tutte le altre ipotesi; nonché Sez. Un. 14594/2016, la quale sposta l’attenzione sulla condotta del notificante, in un bilanciamento costituzionalmente ragionevole degli interessi delle parti), nonché l’altrettanto fondamentale riconoscimento della scissione degli effetti della notifica per notificante e destinatario sugellato dalla Corte cost. n. 477/2002.

Il risultato è un bilanciamento tra le posizioni di notificante e destinatario: da un lato, si evita che un vizio rimediabile comporti la perdita del diritto; dall’altro, si impedisce che la sanatoria si trasformi in uno scudo per condotte negligenti. (FM – DG)

Codice dei contratti pubblici

La Corte dei conti esclude la prelazione nelle procedure di PPP sulla scorta della giurisprudenza UE.

Con deliberazioni nn. 14/2026/PAR e 15/2026/PAR, la Corte dei conti Sezione Regionale di controllo per l’Emilia-Romagna si è espressa su richieste di pareri avanzate da due Comuni in relazione alla legittimità della previsione di diritti di prelazione in favore del promotore nell’ambito di procedure di PPP già avviate. Ciò in particolare alla luce della sentenza CGUE del 5.02.2026 (C-810/24) secondo la quale l’art. 3 par. 1 direttiva 2014/23/UE, in comb. disp. con l’art. 49 TFUE, gli art. 30 e 41, ed il considerando 68 di tale direttiva, osta a che: “uno Stato membro riconosca al promotore di una procedura di finanza di progetto un diritto di prelazione che gli consente, nell'ipotesi in cui il contratto di cui trattasi non gli sia stato inizialmente aggiudicato, di adeguare la sua offerta a quella dell'aggiudicatario inizialmente prescelto e di ottenere così l'aggiudicazione di tale contratto, a condizione di rimborsare le spese che l'aggiudicatario iniziale ha sostenuto per preparare la sua offerta, senza che tale rimborso possa superare il 2,5% del valore stimato dell'investimento atteso dall'aggiudicatario a partire dal progetto di fattibilità posto a base di gara”.

In entrambi i casi la Corte ha concluso per la sopravvenuta illegittimità delle procedure di affidamento contenenti la previsione della prelazione, in ossequio al principio formulato dalla giurisprudenza europea. Le pronunce della CGUE hanno valenza interpretativa generale e vincolante, anche nei confronti delle Amministrazioni, le quali non possono quindi applicare norme interne incompatibili con il diritto europeo. Entrambe le pronunce, inoltre, affermano l’applicabilità del principio a procedimenti ancora in essere, in ossequio al principio tempus regit actum.

La Corte ha altresì escluso la rilevanza dell’eventuale affidamento riposto dal promotore sulla legittimità della procedura (14/2026/PAR) e ha precisato che la scelta dell’Amministrazione di disapplicare la norma nazionale non configura colpa grave ai fini della responsabilità erariale; al contrario, conformandosi l’ente ad un parere del giudice contabile, beneficerebbe dell’esimente ex art. 2 comma 1 L. 1/2026. (APM – GM)

Contabilità pubblica e giustizia contabile

Prime applicazioni del potere riduttivo da parte del giudice erariale alla luce della L.1/2026

Con L. 1/2026, il legislatore ha novellato la L. 20/1994 intervenendo su svariati istituti della responsabilità erariale e del processo contabile. Tra essi, si segnala la revisione della disciplina in tema di potere di riduzione dell’addebito da parte del giudice contabile (art. 1 commi 1-bis e 1-octies L. 20/1994). La novella ha già determinato alcuni dubbi interpretativi: in particolare, in ordine alla configurazione di un “obbligo” in capo al giudice contabile di ridurre l’addebito nei limiti di legge (condannando al pagamento di un importo non superiore al 30% del danno e comunque al doppio della retribuzione lorda annua), salvi i casi di dolo o illecito arricchimento.

In proposito, la Corte dei Conti Sezione Giurisdizionale per la Regione Lombardia, nella sentenza n. 41/2026, ha ritenuto, alla luce della formulazione introdotta dalla novella, che il potere riduttivo sia effettivamente “obbligatorio”, e che esso configuri dunque “un “dovere” di riduzione” per il giudice.

Si riscontrano tuttavia sul punto opinioni divergenti, che aprono a futuri contrasti giurisprudenziali. Si segnala in particolare Corte dei conti Sezione giurisdizionale per la Regione Lazio, sentenza n. 82/2026 che, sebbene in obiter dictum, ritiene doverosa una reinterpretazione costituzionalmente ed euro-unitariamente orientata della citata riforma del 2026, dovendo intendersi necessariamente discrezionale l’esercizio di tale potere.

(GM)

Transizione digitale

Codice europeo di buone pratiche in tema di marcatura ed etichettatura di contenuti generati con l’IA: pubblicata la seconda bozza Il 5 marzo 2026, la Commissione Europea ha pubblicato la seconda bozza del Codice di buone pratiche nell’ambito del processo di attuazione degli obblighi di trasparenza previsti dal Regolamento (UE) sull’Intelligenza Artificiale (AI Act, in particolare dall’art. 50 relativo all’identificazione e alla marcatura dei contenuti generati o manipolati mediante sistemi di IA).

La versione aggiornata integra i riscontri scritti di centinaia di partecipanti e osservatori al processo del Codice di Condotta, provenienti dall’industria, dal mondo accademico, dalla società civile, dagli Stati membri (tramite il Consiglio direttivo sull’IA) dai membri del Parlamento europeo, con l’obiettivo di rendere le indicazioni più chiare, pratiche e adattabili.

Resta intatta l’impostazione generale della prima versione (pubblicata lo scorso 17 dicembre 2025, cfr. Aggiornamenti VMA del 30 gennaio 2026), che ha tracciato il quadro generale delle misure di trasparenza e ha individuato i principali soggetti coinvolti (fornitori di sistemi di IA generativa e deployer).

La seconda bozza interviene principalmente in una prospettiva di semplificazione; il testo è stato riorganizzato (ad es. eliminando la distinzione tra contenuti generati e assistiti dall’IA) e alcune misure sono state rese più flessibili (alcune procedure potrebbero diventare opzionali o adattabili in base al tipo di IA o al contesto d’uso), con l’obiettivo di ridurre gli adempimenti richiesti agli operatori e facilitarne l’attuazione pratica.

Tra gli elementi di novità v'è la possibile introduzione di un sistema di etichettatura visiva più uniforme, potenzialmente basato su un’icona UE standardizzata per segnalare la presenza di contenuti generati dall’IA (di cui alcuni esempi illustrativi sono nell’Appendice 1 della seconda bozza).

La Commissione raccoglierà commenti fino al 30 marzo 2026, con l’obiettivo di pubblicare la versione definitiva entro giugno. Le norme sulla trasparenza entreranno in vigore il 2 agosto 2026, offrendo agli operatori (fornitori e deployer) strumenti concreti per rispettare i futuri standard europei. (FS)

Obblighi di notifica degli incidenti in materia di cybersicurezza: la Determina dell’ACN interviene coordinando ulteriormente le diverse discipline esistenti

La Determina ACN del 9 febbraio 2026 introduce la tassonomia degli incidenti che i soggetti (pubblici) che rientrano nell’ambito di applicazione della L. n. 90/2024 devono notificare all’Agenzia stessa. La determina è frutto di un’operazione di coordinamento effettuata dall’art. 28 della L. n. 132/2025 (Legge sull’IA) il quale ha eliminato il richiamo all’art. 1, co. 3-bis (oggi abrogato) del D.L. n. 105/2019, relativo al Perimetro nazionale di sicurezza cibernetica, attribuendo all’ACN il compito di individuare tale tassonomia.

Prima dell’introduzione del D. Lgs. n. 138/2024 (Decreto NIS2), infatti, il legislatore italiano era già intervenuto a regolare la cybersicurezza nazionale, da una parte, con il Perimetro nazionale di sicurezza cibernetica e, dall’altra, con la già citata L. n. 90/2024, la quale ha rafforzato le misure di cybersicurezza per tutte le PA. Il Perimetro introduce per la prima volta una governance condivisa del rischio in ambito di sicurezza cibernetica, dove i relativi obblighi di notifica e di rispetto di adeguati standard di sicurezza interessano soggetti sia pubblici che privati, individuati secondo criteri determinati con decreti ministeriali, all’interno di diversi settori di cui sono competenti e responsabili i rispettivi ministeri. A differenza del decreto NIS2, che introduce una disciplina generalizzata ad un numero sempre più ampio di settori, soprattutto privati, il Perimetro mantiene invece un approccio “chirurgico”, individuando i soggetti tenuti a rispettare gli obblighi secondo il criterio della gradualità del rischio a cui sono soggetti. Peraltro, la disciplina del Perimetro prevale sul Decreto NIS2, laddove il primo dispone (art. 1, co. 8) che la notifica di un incidente effettuata ai sensi dello stesso assolve anche l’obbligo di cui all’art. 25, Decreto NIS2, per i soggetti a cui si applicano entrambe le discipline.

In questo contesto, oltre ad aggiornare gli incidenti che le PA sono tenute a notificare ai sensi della L. n. 90/2024, la Determina del 9 febbraio opera anche un ulteriore coordinamento, laddove specifica che, per i soggetti interessati, tale obbligo di notifica si considera assolto anche seguendo le modalità di cui all’art. 25, Decreto NIS2, riducendo così gli oneri operativi a carico dei soggetti a cui si applica più d’una delle suddette discipline. (VG)

Protezione dei dati personali

CGUE: le decisioni vincolanti dell’EDPB sono impugnabili (C 97/23)

Con la sentenza del 10 febbraio 2026 (C-97/23), la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che le decisioni vincolanti del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB), adottate nella procedura di composizione delle controversie transfrontaliere ex art. 65 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR), possono essere impugnate.

Il caso trae origine nel dicembre 2018, quando l’autorità irlandese ha indagato su WhatsApp a seguito di reclami relativi al trattamento dei dati personali, agendo come autorità capofila poiché la sede principale della società si trova in Irlanda.

Conclusa l’indagine, l’autorità irlandese ha sottoposto un progetto di decisione alle altre autorità coinvolte. Non essendo stato possibile raggiungere un consenso, la questione è passata all’EDPB ai sensi dell’art. 65 GDPR. Il 28 luglio 2021, l’EDPB ha adottato una decisione vincolante, sulla base della quale l’autorità irlandese ha adottato la decisione finale e ha inflitto a WhatsApp sanzioni per € 225 milioni.

Con atto introduttivo del 1° novembre 2021, WhatsApp ha proposto ricorso ex art. 263 TFUE, impugnando direttamente la decisione vincolante dell’EDPB su cui si fondava la sanzione. Il Tribunale dell’Unione europea ha dichiarato il ricorso irricevibile, ritenendo tale decisione un atto preparatorio destinato a concludersi con la decisione finale dell’autorità nazionale.

Di diverso avviso è stata la Corte che, esaminando l’impugnazione dell’ordinanza, ha chiarito i criteri di impugnabilità degli atti ai sensi dell’art. 263 TFUE. Secondo la Corte, è impugnabile ogni atto che esprima in modo definitivo la posizione di un organo dell’Unione e produca effetti giuridici vincolanti nei confronti di terzi. Nel caso di specie, la decisione dell’EDPB vincolava l’autorità capofila e le altre autorità interessate, incidendo sul contenuto della decisione finale nazionale; per tale ragione è stata ritenuta idonea a incidere sulla situazione giuridica di WhatsApp e quindi impugnabile (cfr. parr. 69-71 della sentenza).

La Corte ha accolto l’impugnazione e ha rinviato la causa al Tribunale per l’esame nel merito.

La pronuncia amplia la tutela delle imprese, che possono ora impugnare non solo le decisioni finali delle autorità nazionali, ma anche le determinazioni vincolanti dell’EDPB che ne costituiscono il fondamento.

(FS)

Entrato in vigore il Reg. UE 2025/2518 correttivo al GDPR per i trattamenti transfrontalieri

Il 1° gennaio 2026 è entrato in vigore il Reg. UE 2025/2518 che integra il Reg. 2016/679 sulla protezione dei dati personali (GDPR), con specifico riguardo al meccanismo di enforcement decentrato previsto nei casi di trattamento transfrontaliero di dati personali. Il GDPR ha infatti istituito un sistema di cooperazione tra le autorità nazionali di protezione dei dati basato sul meccanismo di “sportello unico” (One-Stop-Shop): nei casi di trattamento transfrontaliero, un’unica autorità nazionale assume il ruolo di Autorità di Controllo Capofila (LSA), cooperando con le autorità degli altri Stati membri interessati.

Le nuove disposizioni - che si applicheranno a partire dal 2 aprile 2027 - introducono norme procedurali aggiuntive volte ad armonizzare la gestione dei reclami transfrontalieri e la conduzione delle indagini che interessano più Stati membri, rafforzando i diritti delle parti coinvolte. Molte prassi finora contenute nelle linee guida del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB), come la condivisione precoce delle informazioni tra autorità, diventano ora obblighi giuridici vincolanti.

(EV)

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