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Gli Aggiornamenti segnalano alcune novità esaminate nel corso dell’attività dello Studio. Si resta a disposizione per approfondimenti riguardo alle stesse: aggiornamenti@vm-associati.it
A cura di:
Michela Bassani (MB)
Andrea Di Gialluca (ADG)
Lorenza Filippone (LF)
Davide Galofaro (DG)
Valentina Garilli (VG)
Mario Manna (MM)
Francesca Marchetti (FM)
Giorgia Marra (GM)
Alfonso Papa Malatesta (APM)
Michele Maria Rossi (MMR)
Eugenio Ruggiero (ER)
Federica Sisca (FS)
Annalisa Stirpe (AS)
Enrico Tonelli (ET)
Ernesta Visentini (EV)
• Antiriciclaggio e titolare effettivo: la CGUE si pronuncia sui mandati fiduciari di diritto italiano come istituti affini al trust soggetti agli obblighi di trasparenza previsti dalla Direttiva
• La Corte dei conti delinea le condizioni per l’affidamento a un terzo dell’attività data in concessione alla società in house
• Negata l’esenzione dall'imposta di successione ai trasferimenti di nuda proprietà con riserva di usufrutto in assenza di effettivo
• La Corte Costituzionale sulla prescrizione della riscossione dei tributi erariali tra termine decennale e quinquennale 8
• PEX e start-up: Cass. civ., Sez. V, Sentenza, 16/05/2026, n. 14530 9
• Accertamenti fiscali e prove illegittimamente acquisite: rinvio alle
• La remunerazione degli editori di giornali per l’utilizzo online dei contenuti da parte delle piattaforme digitali è compatibile con il
Fidarsi è bene, verificare l'output è meglio
La prova
• Le azioni avverso i provvedimenti di inclusione o esclusione dall’elenco ISTAT devono essere proposte davanti alla Corte dei conti
Antiriciclaggio e titolare effettivo: la CGUE si pronuncia sui mandati fiduciari di diritto italiano come istituti affini al trust soggetti agli obblighi di trasparenza previsti dalla Direttiva UE/2015/849
La Corte di Giustizia UE, con sentenza del 21.5.2026 emessa nelle cause riunite C684/24 e C-685/24 promosse su rinvio del Consiglio di Stato, si è pronunciata sulla validità e sull’interpretazione dell’art. 31 della direttiva UE/2015/849 (IV direttiva antiriciclaggio), norma che impone agli Stati membri di garantire l’applicazione di specifici obblighi di trasparenza ai trust e agli istituti giuridici aventi un assetto o funzioni affini a quelli dei trust.
La Corte ha stabilito che:
- L’art. 31 Dir. UE/2015/849 non viola il principio di certezza del diritto perché pone chiari limiti alla discrezionalità attribuita agli Stati membri nel definire le caratteristiche in base alle quali un istituto di diritto nazionale è considerato affine al trust.
- La scelta del legislatore italiano di considerare il mandato fiduciario di diritto interno quale istituto affine al trust e la normativa nazionale (nello specifico, artt. 1, co. 2, lett. ee), 20 21 e 22 d.lgs. n. 231/ 2007 e artt. 1 lett. g) e 7, co. 2 d.m. n. 55/ 2022) che impone alle società fiduciarie di fornire, conservare e rendere accessibili le informazioni sulla titolarità effettiva del mandato fiduciario sono compatibili con il diritto dell’Unione. Per i giudici di Lussemburgo non rileva che l’intestazione fiduciaria non dia luogo a trasferimento della proprietà dei beni dal fiduciante al fiduciario, essendo sufficiente che si verifichi una dissociazione tra il titolare effettivo dei beni e il titolare apparente che li amministra.
- La norma europea (art 31, par. 4, lett. c) Dir. UE/2015/849) che consente l’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva del trust a chi dimostri di essere titolare di un legittimo interesse è rispettosa dei diritti fondamentali tutelati dalla Carta di Nizza (artt. 7 e 8); la norma attuativa di diritto italiano (art. 21, co. 4, lett, dbis) d.lgs. 231/2007) non eccede i limiti posti alla discrezionalità lasciata agli Stati membri, restando al giudice nazionale il compito di stabilire quale sia la nozione di legittimo interesse che rappresenta il giusto equilibrio tra l’esigenza di prevenire la lotta contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, da un lato, e la protezione dei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla riservatezza dei dati personali, dall’altro.
- La normativa italiana, nella parte in cui conferisce alla Camera di Commercio il potere di stabilire, in presenza di certe condizioni, una deroga all’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva del mandato fiduciario, è compatibile con il diritto dell’Unione (art. 31, par. 7 bis Dir. UE/2015/849); tuttavia, non è compatibile con l’art.
47 Carta di Nizza nella parte in cui non garantisce al titolare effettivo, al quale la deroga sia stata negata, di ottenere dall’autorità giudiziaria una tutela provvisoria idonea a impedire, in via cautelare, l’accesso alle informazioni. Su questo specifico punto il legislatore italiano è chiamato a intervenire per conformare il proprio ordinamento al diritto dell’Unione.
La Corte dei conti delinea le condizioni per l’affidamento a un terzo dell’attività data in concessione alla società in house dell’ente locale
La Sezione controllo della Corte dei Conti Liguria illustra le condizioni entro le quali la società in house concessionaria dell’ente locale può procedere all’affidamento ad un terzo di una porzione delle attività oggetto della concessione (Delibera 64 del 14.5.2026). Il quesito afferiva alla compatibilità tra il modello dell’in house providing prescelto dall’Ente per la gestione (e ultimazione della costruzione) di un porto turistico e il successivo affidamento al terzo, da parte della società in house e ai sensi dell'art. 45-bis del Codice della navigazione, della gestione dei posti barca del compendio destinati a funzione esclusivamente commerciale, a fronte dell'assunzione da parte del medesimo operatore economico dell'obbligo di ultimare la costruzione del porto.
La Sezione controllo, senza esprimersi sulla legittimità complessiva dell’operazione, afferma che il sub-affidamento a un operatore economico terzo di un segmento delle attività affidate alla società in house non è vietato dall’ordinamento, purché attuato mediante procedure di evidenza pubblica e garantendo la effettiva permanenza, sia nella fase decisionale che in quella conclusiva dell'operazione, dei tre requisiti fondamentali e cumulativi dell’ in house providing: la partecipazione pubblica totalitaria del capitale sociale della società in house, l’attività prevalente svolta dalla società in house a favore dell’ente, il controllo analogo esercitato dall’ente sulla società, sì da poterne condizionare le decisioni organizzative e funzionali e gli obiettivi strategici. Per il rispetto dei primi due requisiti sarà sufficiente che l’operazione di affidamento al terzo non determini modifiche nell’assetto della proprietà della società, né una produzione ulteriore ed estranea agli interessi dell’ente. Il controllo analogo sarà garantito dal fatto che l’affidamento al terzo rientri in un atto di indirizzo fornito dall’ente medesimo e che la società concessionaria mantenga la regia complessiva delle attività ad essa affidate e la piena responsabilità della loro attuazione nei confronti dell’ente pubblico socio. L’affidamento deve quindi essere disciplinato in modo tale che il terzo medesimo sia tenuto a operare in aderenza agli indirizzi stabiliti dall'ente per la cura dell'interesse pubblico.
La delibera sembra peraltro concludersi con un monito: non solo l’opportunità di procedere all’esternalizzazione al terzo dovrà essere attentamente motivata in relazione ai vantaggi per la collettività, ma lo stesso ricorso al modello dell'in house providing dovrà essere oggetto di valutazioni aggiornate e adeguate all'effettivo corso dell'intervento avviato, sotto i profili della convenienza e sostenibilità, in particolare in caso di riconsiderazione dell’assetto gestionale dell’operazione. (FM)
Negata l’esenzione dall'imposta di successione ai trasferimenti di nuda proprietà con riserva di usufrutto in assenza di effettivo passaggio generazionale
Con la risposta ad interpello n. 116 del 4 giugno 2026, l’Agenzia delle Entrate ha negato l’applicazione dell’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni, di cui all’art. 3, co. 4-ter, del TUSD, ad un conferimento di quote di partecipazione detenute in una società di capitali in due società in nome collettivo e il successivo trasferimento della nuda proprietà delle partecipazioni medesime, con riserva di usufrutto in capo al disponente, effettuato mediante patto di famiglia in favore dei propri discendenti.
Nel motivare il diniego dell’esenzione, l’Agenzia ha ricordato che l’art. 3, co. 4-ter, del TUSD, è volto a favorire il passaggio generazionale delle imprese familiari e a garantire la continuità dell’attività aziendale. Tale finalità viene perseguita rendendo esente, a specifiche condizioni, il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni sociali ai discendenti. In particolare, i beneficiari devono proseguire l’attività d’impresa ovvero mantenere il controllo della società o, nel caso di trasferimento di partecipazioni non di controllo, conservarne la titolarità per un periodo non inferiore a cinque anni.
Con riferimento all'applicazione dell'esenzione al trasferimento della sola nuda proprietà di quote sociali, l’Agenzia ha precisato che è sufficiente che il beneficiario manifesti la volontà di proseguire per almeno cinque anni dell'attività d'impresa precedentemente svolta dal donante.
Pertanto, l'esenzione in parola si applica al trasferimento di quote di società di persone gravate da usufrutto, purché il nudo proprietario si impegni a proseguire l'attività d'impresa e a mantenere la partecipazione per cinque anni. Tuttavia, secondo l’Agenzia, la ratio della norma richiede che il beneficiario acquisisca una partecipazione idonea a consentirgli il pieno subentro nella gestione dell’impresa, rendendo effettivo il passaggio generazionale. Ne consegue che la presenza di vincoli reali sulle quote trasferite e il permanere delle prerogative patrimoniali e amministrative in capo all’usufruttuariodonante impediscono di ritenere concretamente realizzato il passaggio generazionale. In definitiva, nel caso in cui il mantenimento sostanziale del controllo e della gestione dell'impresa familiare rimanga in capo al dante causa, l’imposta di donazione dovrà essere applicata in misura ordinaria.
(ADG – MB)
La Corte Costituzionale sulla prescrizione della riscossione dei tributi erariali tra termine decennale e quinquennale
Con sentenza n. 85/2026, la Corte Costituzionale ha confermato la legittimità costituzionale dell’art. 2946 cod. civ. (prescrizione ordinaria decennale), per la parte in cui si applica, secondo il diritto vivente, anche alla riscossione dei crediti tributari erariali.
La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dalla Corte di Giustizia Tributaria di Secondo Grado del Lazio, con riferimento agli artt. 3, 97 e 111 della Costituzione.
Per un primo, e più rilevante, profilo, la Corte rimettente denuncia la disparità di trattamento tra l’applicazione della prescrizione decennale alla riscossione dei tributi erariali e la soggezione al termine quinquennale di prescrizione della riscossione di quelli locali (nel caso di specie IMU) e dei crediti previdenziali.
La Consulta, tuttavia, esclude la violazione del principio di uguaglianza, considerato che la disposizione censurata e quelle richiamate a comparazione disciplinano situazioni diverse e, dunque, non comparabili sotto il profilo della disparità di trattamento. Difatti, mentre i tributi locali sono riconducibili ad obbligazioni periodiche, a cui è correlato il termine breve di prescrizione, i tributi erariali si caratterizzano per l’autonomia dei singoli periodi d’imposta e delle relative obbligazioni, poiché il credito deriva, anno per anno, da una nuova valutazione sulla sussistenza dei presupposti impositivi, con conseguente applicazione - in mancanza di una diversa disciplina sul punto - del residuale termine di prescrizione ordinaria.
La Corte rigetta anche le questioni prospettate sotto il profilo del buon andamento della pubblica amministrazione, affermando che in materia di prescrizione il legislatore gode di ampia discrezionalità e soggiace all’unico limite di non rendere impossibile l’esercizio del diritto, senza che assumano rilevanza il “tempo necessario” o la facilità, viste anche le innovazioni digitali, ad interrompere il termine di prescrizione, invocate dal remittente per evidenziare l’anacronismo dell’applicazione della prescrizione decennale.
La legittimità della norma e della sua interpretazione deve essere valutata alla luce di parametri di ragionevolezza e di bilanciamento dei diritti coinvolti (interesse pubblico e legittimo affidamento del contribuente), non sulla base di paradigmi, quali il tempo necessario ad interrompere la prescrizione, neppure riconducibili ad un modello unitario.
Infine, secondo la Consulta, è inconferente il richiamo alla presunta violazione della ragionevole durata del processo ex art. 111 della Costituzione, essendo la prescrizione istituto di diritto sostanziale e non processuale.
La Corte, in definitiva, conferma la conformità a Costituzione e la ragionevolezza dell’attuale diritto vivente. (FM-MMR)
PEX e start-up: Cass. civ., Sez. V, Sentenza, 16/05/2026, n. 14530
Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione ha precisato che il presupposto della “commercialità” contemplato dall’art. 87, comma 1, lett. d), TUIR non può considerarsi integrato qualora, nel momento in cui avviene il realizzo con la cessione della partecipazione, la società partecipata versi ancora unicamente nella fase preparatoria di start-up e lo stadio prodromico all’avvio dell’attività imprenditoriale non risulti ancora portato a termine. Da ciò discende che il beneficio dell’esenzione non può essere riconosciuto, neppure nell’ipotesi in cui l’attività d’impresa prenda effettivamente avvio in un momento di poco successivo al trasferimento della partecipazione.
La pronuncia contribuisce a delineare l’ambito applicativo della PEX alla cessione di partecipazioni in start-up insieme alla risposta ad interpello del 10 aprile 2026, n. 97 dell’Agenzia delle Entrate, commentata lo scorso mese
(ADG-MMR)
Accertamenti fiscali e prove illegittimamente acquisite: rinvio alle Sezioni Unite
La sezione V della Corte di Cassazione ha investito le Sezioni Unite affinché venga risolto il contrasto ermeneutico insorto tra la sezione penale e quella tributaria riguardo all’esegesi dell’art. 7-quinquies della l. 212/2000, ossia in ordine alla regola dell’inutilizzabilità degli atti e dei documenti acquisiti in violazione dei diritti fondamentali del contribuente. A giudizio del collegio rimettente, la pronuncia delle Sezioni Unite risulta indispensabile non soltanto per dirimere il citato contrasto interpretativo, bensì anche al fine di armonizzare l’orientamento della Corte di Cassazione con la recente sentenza della Corte Cost. 50/2026, la quale ha offerto una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 21-bis d.lgs. 74/2000. Secondo tale lettura, l’assoluzione emessa dal giudice penale in conseguenza dell’inutilizzabilità delle prove nell’ambito del processo penale non spiega efficacia di giudicato nel giudizio tributario, ove le medesime prove risultino impiegabili in quanto formate in conformità alle norme fiscali.
Per un’analisi più approfondita sul tema, si rinvia al commento dello scorso mese. (ADG-MMR)
La remunerazione degli editori di giornali per l’utilizzo online dei contenuti da parte delle piattaforme digitali è compatibile con il diritto UE
La CGUE (Grande Sezione), con sentenza 12/05/2026 (C-797/23), ha stabilito che il diritto ad un’equa remunerazione per gli editori di pubblicazioni a carattere giornalistico come corrispettivo dell’utilizzo online delle pubblicazioni da parte delle piattaforme digitali è compatibile con il diritto dell’Unione (in particolare, art. 15 della direttiva UE 790/2019-Copyright e artt. 16 e 52 della Carta dei diritti fondamentali).
La decisione è resa su rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE disposto dal TAR Lazio nell’ambito di un’azione proposta da META contro l’AGCOM. META lamentava che la normativa italiana (art. 43-bis LDA) che istituisce un regime volto a garantire un’equa remunerazione per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico violasse il quadro europeo relativo ai diritti degli editori nel mercato unico digitale. La normativa italiana, infatti, nel recepire l’art. 15 della direttiva Copyright - che conferisce agli editori di giornali diritti esclusivi di riproduzione e di messa a disposizione del pubblico - aggiunge l’obbligo per i prestatori di servizi della società dell’informazione di avviare la negoziazione di un’equa remunerazione con gli editori in caso di utilizzo delle pubblicazioni, senza limitare la visibilità dei contenuti nei risultati di ricerca durante le trattative, e l’obbligo di fornire i dati necessari per il calcolo della stessa (previsioni non contenute nella direttiva). Inoltre, riconosce all’AGCOM il compito di stabilire i criteri dell’equa remunerazione, di determinarla in caso di disaccordo e di assicurare il rispetto degli obblighi informativi da parte dei prestatori, anche mediante sanzioni sino all’1% del fatturato dell’ultimo esercizio. Nel 2023 l’AGCOM ha definito i criteri con delibera 3/23/CONS, impugnata da META.
Secondo la CGUE, l’art. 15 della direttiva Copyright lascia agli Stati membri discrezionalità nell’attuazione, della quale si sarebbe avvalso il legislatore italiano. La disciplina italiana risulta conforme al diritto dell’Unione in quanto:
- gli editori possono rifiutare l’autorizzazione o concederla a titolo gratuito;
- non è imposto alla piattaforma alcun pagamento se non utilizza le pubblicazioni;
- gli obblighi di avviare trattative, di non limitare la visibilità dei contenuti e di comunicare i dati rilevanti, pur comprimendo la libertà d’impresa della piattaforma, contribuiscono a garantire l’equità del mercato unico digitale del diritto d’autore e il recupero degli investimenti da parte degli editori, a beneficio del pluralismo dell’informazione;
- i poteri dell’AGCOM sostengono l’effettività dei diritti degli editori, che versano in posizione di debolezza rispetto alle piattaforme.
La decisione della CGUE e il modello italiano assumono valore particolarmente significativo nel contesto attuale di organizzazione dell’informazione attraverso l’addestramento e l’impiego dell’intelligenza artificiale.
(EV-AS)
Fidarsi è bene, verificare l'output è meglio
Con l’ordinanza Cass. pen., Sez. VII, 26 marzo 2026, n. 11431, la Suprema Corte affronta espressamente il tema dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa nella redazione degli atti processuali, dichiarando inammissibile un ricorso contenente richiami giurisprudenziali inesatti e inconferenti, ritenuti frutto di “probabile allucinazione informatica conseguente all’utilizzo di applicativi di intelligenza artificiale generativa”. La Corte ha rilevato che diverse decisioni richiamate dalla difesa, pur realmente esistenti, non affermavano i principi loro attribuiti e risultavano inoltre riferite a sezioni differenti rispetto a quelle indicate nel ricorso.
Dello stesso tenore è la più recente Cass. pen., Sez. III, 22 giugno 2026, n. 23006, che rafforza il medesimo principio in base al quale l’impiego di strumenti di IA non esonera il difensore dal dovere di verificare veridicità e pertinenza delle fonti, perché la responsabilità del contenuto dell’atto resta integralmente in capo al professionista che lo sottoscrive.
Entrambe le decisioni assumono rilievo sistematico perché non censurano l’impiego dell’intelligenza artificiale in sé, ma ribadiscono che il controllo delle fonti, la correttezza delle massime e la verifica dell’attendibilità dei precedenti restano integralmente affidati al professionista che sottoscrive l’atto. In questo senso, si è espresso un orientamento già emerso nella giurisprudenza di merito. Il Tribunale di Firenze, Sez. spec. imprese, ord. 14 marzo 2025 ha affrontato il tema delle citazioni inesistenti generate tramite IA, mentre il TAR Lombardia, Milano, Sez. V, sent. 21 ottobre 2025, n. 3348 ha evidenziato la possibile rilevanza deontologica dell’utilizzo non verificato di contenuti prodotti da sistemi generativi.
Il quadro normativo è oggi completato dall’art. 13 della legge 23 settembre 2025, n. 132, secondo cui l’utilizzo dell’IA nelle professioni intellettuali è consentito esclusivamente per attività “strumentali e di supporto”, con prevalenza del lavoro intellettuale umano e obbligo di preventiva informativa al cliente. In linea con tale impostazione, il Consiglio Nazionale Forense ha predisposto uno schema di informativa sull’utilizzo di strumenti di IA, nel quale si ribadisce che ogni output generato deve essere sottoposto a verifica attenta e accurata da parte dell’avvocato, tanto nella generazione del contenuto quanto nel controllo delle fonti.
(MM - FS)
La prova del giudicato esterno alle Sezioni Unite della Cassazione
La Sezione Tributaria della Cassazione (ord. n. 13651 del 11.5.2026) chiede alle Sezioni Unite di chiarire se la prova del passaggio in giudicato della sentenza fatta valere in un diverso giudizio, quale “giudicato esterno”, debba essere offerta necessariamente dalla certificazione del cancelliere di cui all’art. 124 delle disposizioni di attuazione del Codice di procedura civile.
Sulla questione, di particolare rilevanza, la giurisprudenza di legittimità appare infatti divisa su posizioni non conciliabili. All’orientamento tradizionale, che ritiene indispensabile la certificazione del cancelliere per provare il passaggio in giudicato della sentenza (tra le tante, Cass., sez. 1, 2.3.2022, n. 6868), orientamento peraltro mai univoco e mitigato talvolta dalla valorizzazione della mancata contestazione della parte che ne avrebbe interesse (Cass., sez. 5, 24.5.2022, n. 16695; Cass., sez. 1, 1.3.2018, n. 4803), si è recentemente contrapposta la soluzione offerta da alcune pronunce della Sezione terza della Cassazione (Cass., Sez. III, 5.2.2025, n. 2827; Cass., Sez. III, 18.2.2025, n. 4276).
Tali ultimi pronunciamenti ritengono che la rilevabilità del giudicato esterno non possa essere limitata ai soli casi in cui lo stesso sia munito della certificazione del cancelliere. La certificazione, infatti, attesta la mancata proposizione di impugnazioni alla sentenza; non costituisce dunque prova certa del giudicato ed è superabile con prova contraria (potendosi avere impugnazioni non comunicate al cancelliere e giudicato anche in presenza di impugnazione, se per es. il giudizio di appello si è estinto, o se il gravame è stato promosso solo da alcuni dei contendenti). Se non è prova inoppugnabile del giudicato, allora la certificazione neppure è indispensabile.
Non sfugge, allora, alla Terza sezione l'occasione per affermare che il giudicato esterno deve essere conosciuto dal giudice d’ufficio (anche facendo ricorso ai poteri istruttori di cui può disporre), trattandosi di un fatto extraprocessuale rilevante al pari della norma di diritto, quale “elemento normativo” e non di fatto (così Cass. Sez. Un., 16.6.2006, n. 13916). (FM)
Le azioni avverso i provvedimenti di inclusione o esclusione dall’elenco ISTAT devono essere proposte davanti alla Corte dei conti
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 39/2026 ha messo fine all’annosa questione del riparto di giurisdizione tra giudice amministrativo e contabile sui provvedimenti di inclusione o esclusione dall’elenco ISTAT (art. 1 comma 3 L. 196/2009), rilevante ai fini dell’individuazione dei soggetti i cui conti concorrono alla determinazione del conto economico consolidato dello Stato (SEC 2010).
Invero, la L. 228/2012 (Legge di Stabilità 2013), art. 1 comma 169 aveva attribuito alle “Sezioni riunite della Corte dei conti, in speciale composizione” la giurisdizione sui ricorsi contro “gli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT”. Tale impostazione aveva trovato riscontro nella giurisprudenza contabile (Sez. Giur. Sez. Riun. n. 15/2015), nonché nell’art. 11 comma 6 lett. b) c.g.c., secondo cui “Le sezioni riunite in speciale composizione, nell'esercizio della propria giurisdizione esclusiva in tema di contabilità pubblica, decidono in unico grado sui giudizi: […] b) in materia di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata dall'ISTAT”.
Tuttavia, l’art. 23-quater comma 2 D.L. n. 137/2020, convertito in L. 176/2020 (Decreto Ristori), ha limitato la giurisdizione di cui al citato art. 11 comma 6 lett. b) c.g.c. “ai soli fini dell’applicazione della normativa nazionale sul contenimento della spesa pubblica”: ne rimanevano pertanto esclusi i giudizi di impugnazione dei predetti provvedimenti di inserimento o esclusione.
Le Sezioni Riunite della Corte dei conti, ritenendo che tale formulazione eliminasse ogni controllo giudiziario e non consentisse la verifica di correttezza e affidabilità dei dati impiegati per il confronto dei saldi di bilancio tra gli Stati membri, hanno rimesso la questione alla CGUE (ordinanze n. 5/2021/RIS e n. 6/2021/RIS), la quale tuttavia (sentenza 563/2023, cause riunite C-363/21 e C-364/21 Ferrovie Nord e Federazione Italiana Triathlon v. Istat) ha ritenuto di lasciare ai singoli Stati il riparto di giurisdizione interno, affermando che la normativa europea non osta “ad una normativa nazionale che limiti la competenza del giudice contabile a statuire sulla fondatezza dell’iscrizione di un ente nell’elenco delle amministrazioni pubbliche, purché siano garantiti l’effetto utile [del diritto europeo] nonché la tutela giurisdizionale effettivaimpostadaldirittodell’Unione”. Preso atto di tale arresto, le Sezioni Unite della Cassazione (ordinanza n. 30220/2024) hanno escluso il configurarsi di un vuoto di tutela, ritenendo tali controversie rientranti nella giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo (art. 7 c.p.a.).
La questione ha tuttavia subito una nuova, e definitiva, evoluzione con la citata sentenza n. 39/2026 della Corte costituzionale, la quale ha accolto la questione di
legittimità sollevata dalle Sezioni Riunite della Corte dei conti (con sei ordinanze di rimessione) avverso l’art. 23-quater D.L. 137/2020, per contrasto con gli artt. 3, 103 e 111 Cost. Infatti, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del citato art. 23-quater, in quanto lo sdoppiamento di giurisdizione configurerebbe “un vizio di manifesta irrazionalità intrinseca della norma censurata”, risolvibile solo “riportando in capo alla giurisdizione contabile anche il sindacato sulla correttezza della ricognizione operata dall’ISTAT, con il correlativo potere di annullare l’inserimento nell’elenco delle amministrazioni pubbliche di un soggetto privo dei caratteri richiesti […]” [enfasi aggiunta]. Ciò a tutela della certezza delle situazioni giuridiche soggettive degli enti a fronte del protrarsi nel tempo delle controversie o contrasto di giudicati, per attinenza alla materia della “contabilità pubblica” sottoposta alla giurisdizione del giudice contabile ex art. 103 Cost., ed in coerenza con l’attribuzione alla Corte dei conti tanto di funzioni di controllo a garanzia dell’equilibrio dei bilanci pubblici quanto la giurisdizione sul perimetro soggettivo delle amministrazioni. (GM)