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Gli Aggiornamenti segnalano alcune novità esaminate nel corso dell’attività dello Studio. Si resta a disposizione per approfondimenti riguardo alle stesse: aggiornamenti@vm-associati.it
A cura di:
Michela Bassani (MB)
Andrea Di Gialluca (ADG)
Lorenza Filippone (LF)
Davide Galofaro (DG)
Valentina Garilli (VG)
Mario Manna (MM)
Francesca Marchetti (FM)
Giorgia Marra (GM)
Alfonso Papa Malatesta (APM)
Michele Maria Rossi (MMR)
Eugenio Ruggiero (ER)
Federica Sisca (FS)
Annalisa Stirpe (AS)
Enrico Tonelli (ET)
Ernesta Visentini (EV)
• Il Tribunale di Monaco di Baviera ritiene Google direttamente responsabile per le affermazioni
Approvati dal CdM i due schemi di decreto legislativo attuativi
• Il nuovo Codice europeo sulla trasparenza dei contenuti
• Il portale dati.gov della PA si arricchisce con nuovi dati disponibili per il riutilizzo
• Indagini bancarie del Fisco: la Cassazione richiama i principi affermati dalla Corte
in
• Nuovi documenti in appello ammessi nei giudizi tributari instaurati prima del 4 gennaio 2024 19
Contabilità pubblica e giustizia contabile 20
• Il Decreto Infrastrutture sulla transizione al sistema di contabilità economico patrimoniale unico “accrual” 20
Protezione dei dati personali 21
• Il meccanismo dello sportello unico nel GDPR alla luce della sentenza del Tribunale di Roma n. 4153/2026 (il caso Open AI) 21
Il Tribunale di Monaco di Baviera ritiene Google direttamente responsabile per le affermazioni generate dall’IA nelle c.d. “AI Overviews”
Con sentenza del 28 maggio 2026 (causa n. 26 O 869/26), il Tribunale di Monaco di Baviera ha affermato la diretta responsabilità di Google come gestore del famoso motore di ricerca per le affermazioni generate dalla funzione di supporto di «AI Overviews», la quale offre a inizio pagina un riassunto delle informazioni rilevanti, mostrando i collegamenti a siti internet di terzi che contengono tali informazioni (per un precedente commento sul tema, si vedano gli Aggiornamenti VMA del 29.05.2026).
Nel caso in esame, la panoramica IA aveva collegato le ricorrenti, due case editrici con sede a Monaco, ai profili di aziende poco raccomandabili che avevano messo in atto truffe e pratiche commerciali scorrette. Di tali collegamenti non vi era traccia in nessuna delle fonti citate dalla panoramica IA.
La decisione del Tribunale muove dalle differenze sostanziali che lo stesso individua tra la posizione del gestore di un motore di ricerca, e della c.d. «funzione di completamento automatico», e quella del fornitore di una funzione come quella dell’IA Overview.
Mentre nei primi casi il gestore del motore di ricerca si limita a rendere reperibili i risultati mediante i collegamenti ad essi, senza trovarsi in alcun rapporto giuridico con gli autori dei contenuti né avendo la realistica possibilità di verificare la liceità dei contenuti reperibili, o a fornire suggerimenti di ricerca sulla base di dati elaborati da un apposito programma di associazione tra termini, dei quali sarà responsabile solo quando riconducibili in concreto alla sua sfera di controllo, le panoramiche IA si configurano come affermazioni proprie e indipendenti, che derivano da un'elaborazione contenutistica autonoma dei risultati di ricerca da parte dell'IA e che agli stessi si aggiunge. Emblematico poi nel caso di specie il fatto che il riassunto in oggetto non si basa soltanto sui contenuti di terzi, bensì va oltre le fonti, creando un collegamento tra le ricorrenti e altre società che non risulta affatto dai siti internet di terzi.
Il Tribunale dichiara quindi che le affermazioni della panoramica IA sono da attribuirsi a Google poiché, quale fornitore del servizio, avendo sviluppato l’IA e controllandone l’algoritmo che la regola, produce affermazioni proprie ed autonome che sono ad esso imputabili. Alle eccezioni di Google secondo cui gli utenti avrebbero comunque la possibilità di verificare la veridicità delle affermazioni rese dall’IA, il Tribunale replica che la panoramica IA si presenta in modo tale da essere comprensibile in sé, senza alcun rinvio ad altre possibilità di comprensione o a inaffidabilità contenutistiche, tanto che per gli utenti non sussiste alcun motivo di verificare ulteriormente la risposta mostrata alla ricerca.
La decisione, oltre ad essere la prima di questo tenore, è rilevante perché traccia una distinzione netta tra la funzione di intermediario nella funzione di ricerca e il servizio di sintesi tramite IA, da cui deriva – com’è stato nel caso tedesco –l’inapplicabilità di tutte quelle prerogative che finora ne tutelavano l’operato. (VG)
Approvati dal CdM i due schemi di decreto legislativo attuativi della legge italiana sull'IA
Il 10 giugno 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, due schemi di decreto legislativo attuativi della legge delega n. 132/2025 in materia di Intelligenza Artificiale
I due provvedimenti si collocano in ambiti diversi, con l'obiettivo di tenere insieme crescita e garanzie, e servono ad adeguare l'ordinamento nazionale al Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act). L'Italia è il primo Stato membro UE ad essersi dotato di una legge ad hoc sull'IA (appunto, la legge delega 132/2025).
Il primo decreto regola i poteri delle autorità nazionali (AgID, ACN e le altre autorità di settore competenti in ragione degli ambiti di rischio e delle attività interessate), la vigilanza e il sistema sanzionatorio, gli spazi di sperimentazione (regulatory sandboxes), l'impatto dell'IA sulle professioni e nel mondo del lavoro (impostazione antropocentrica), anche con riguardo alle attività di formazione.
Il secondo decreto regola l’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia, oltre a introdurre disposizioni penali in materia di realizzazione e impiego illeciti di sistemi di intelligenza artificiale e disposizioni processuali civili in materia di risarcimento dei danni cagionati dall'utilizzo dei medesimi sistemi.
Il testo dei due provvedimenti è ancora soggetto a modifiche. I decreti, infatti, passano ora all'esame delle competenti Commissioni parlamentari. (VG-AS)
La Cassazione sulle clausole vessatorie firmate online
La controversia decisa dalla Cassazione nell’ordinanza 20 giugno 2026, n. 20945 atteneva all’individuazione della competenza territoriale del giudice di merito adito (Tribunale di Roma o di Viterbo), ma ha offerto occasione alla Corte per decidere due rilevanti questioni, una di tipo procedurale (trattata in altro contributo degli Aggiornamenti), la seconda di rilievo sostanziale, in tema di doppia sottoscrizione di clausole vessatorie nei contratti conclusi telematicamente (via web).
La questione di natura sostanziale attiene in particolare alla efficacia di una clausola di elezione del foro convenzionale esclusivo nel contesto di un contratto di fornitura di energia elettrica concluso mediante accesso al form web predisposto
dal fornitore e la spunta di vari "flag" (ossia, mediante riempimento, con un click del mouse, della casella corrispondente al bene o servizio richiesto). La società che aveva predisposto le condizioni generali sosteneva che la cliente avesse anche approvato specificamente, con doppio "flag" (e dunque in conformità al disposto dell’art. 1341, co. 2, c.c.), la clausola che prevedeva il foro convenzionale esclusivo; aggiungeva che successivamente il contratto era stato stampato e inviato in forma cartacea alla cliente, senza che questa avesse mosso alcuna contestazione, né esercitato il diritto di recesso. La società somministrata negava che la clausola avesse efficacia. La Corte sviluppa dunque il seguente ragionamento:
- stante la pacifica natura di "professionisti" delle parti del contratto, nella specie non viene in rilievo la disciplina consumeristica (codice del consumo);
- la questione dell’applicabilità del disposto dell’art. 1341, co. 2, c.c., al commercio elettronico dev’essere risolta in base all’art. 13, comma 1, del D.Lgs. n. 70/2003, secondo il quale «Le norme sulla conclusione dei contratti si applicano anche nei casi in cui il destinatario di un bene o di un servizio della società dell'informazione inoltri il proprio ordine per via telematica»;
- essendo l’elezione convenzionale del foro esclusivo una clausola vessatoria, occorre la doppia firma ex art. 1341, co. 2, c.c.;
- in materia di contratto per la fornitura di energia elettrica non è prevista la forma ad substantiam, essendo sufficiente l’utilizzo di una firma elettronica (o «digitale leggera», dice la Corte, cioè una firma elettronica semplice) per l’approvazione di una clausola vessatoria - «di regola, mediante l’utilizzo e l’ inserimento sulla piattaforma web di un codice OTP-One Time Password, inviato al firmatario mediante sms o e-mail, firma definita dall’art. 3, punto 10, del Regolamento UE n. 910/2014 (c.d. Regolamento eIDAS) come "dati in forma elettronica, acclusi oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici e utilizzati dal firmatario per firmare»;
- una simile manifestazione del consenso deve essere prestata in modo consapevole e pertanto occorre che detta approvazione sia "specifica"; a tal fine, il prestatore del servizio deve predisporre sul proprio sito web un apposito form nel percorso dedicato alla conclusione del contratto on line, onde consentire al firmatario di approvare specificamente la clausola vessatoria (o le clausole vessatorie, se del caso specificamente richiamate e/o raggruppate) mediante la firma elettronica o c.d. digitale leggera, non essendo di per sé sufficiente la mera "flaggatura", ossia la spunta della relativa casella, solo in tal caso potendo spiegare efficacia la clausola stessa; - nella specie, secondo la Corte, era stato accertato dal Tribunale di Viterbo che quanto sopra non fosse avvenuto, e pertanto dall’esame del contratto in discorso (prodotto in giudizio dal fornitore in formato "pdf") poteva senz’altro escludersi che la clausola di cui all’art. 16 delle condizioni generali fosse stata specificamente approvata dalla impresa cliente, sicché essa non poteva spiegare alcuna efficacia.
Ne deriva il seguente principio di diritto: «in tema di contratti conclusi telematicamente tra professionisti ed aventi ad oggetto beni o servizi della società dell’informazione, poiché l’art. 13, comma 1, del D.Lgs. n. 70 del 2003 stabilisce che si applicano le ordinarie regole sulla conclusione dei contratti, la clausola vessatoria deve essere specificamente approvata per iscritto dall’acquirente, ai sensi dell’ art. 1341, comma secondo, c.c., mediante firma digitale - che nel caso di contratti non soggetti a forma ad substantiam ex art. 1350 c.c. può assumere la veste della firma elettronica (o c.d. digitale leggera), di cui all’art. 3, punto 10, del Regolamento UE n. 910 del 2014 (c.d. eIDAS) -, non essendo di per sé sufficiente la mera "spunta" (o "flaggatura") della casella corrispondente alla clausola stessa».
Rispetto a tale statuizione si può osservare che dalla motivazione della sentenza del Tribunale di Viterbo n. 592 del 30.9.2025, che aveva dato luogo al ricorso per regolamento di competenza e che viene richiamata dalla Corte sul punto, non è però chiaro se nel giudizio di merito l’inefficacia della clausola fosse stata fatta discendere dalla ritenuta insufficienza del doppio flag ad integrare la doppia sottoscrizione, o dalla mancanza di prova che un doppio flag fosse affatto intervenuto. La motivazione del Tribunale si limita infatti ad affermare che: «Parte convenuta ha dedotto che il contratto è stato stipulato in modalità digitale, sicché la doppia sottoscrizione sarebbe stata sostituita dal doppio “flag” nella casella di riferimento, tuttavia, non vi è prova di tale circostanza e, quindi, va esclusa l’operatività della clausola», dove resta ambiguo se tale non provata “circostanza” consistesse nella mancanza di prova dell’esistenza in concreto dei flag, o nel fatto che i flag fossero in assoluto insufficienti a fornire valida prova della doppia sottoscrizione richiesta dall’art. 1341, c.c.; nel primo caso la decisione discenderebbe dall’accertamento di una questione di mero fatto assorbente (non essendoci prova di sorta di alcun doppio flag), nel secondo caso, dipenderebbe anche dalla soluzione di una questione di diritto attinente alla natura o meno di firma elettronica del doppio click (che dà luogo al doppio flag) sulle relative caselle.
Inoltre, nessuna delle due decisioni, tanto quella di merito, quanto quella di Cassazione, si confronta né con l’art. 25, par. 1, del Reg. eIDAS, secondo cui non si possono negare effetti a una firma elettronica per il solo fatto di essere elettronica o di non soddisfare i requisiti della firma qualificata, né con il correlato art. 20, co. bis, del CAD, secondo cui l’idoneità del documento informatico a soddisfare il requisito della forma scritta, la sua riconducibilità all’autore e il suo valore probatorio, sono liberamente valutabili da Giudice in relazione alle sue caratteristiche di sicurezza, integrità e immodificabilità. Il diniego aprioristico di efficacia del doppio flag come firma elettronica semplice resta quindi privo di adeguata argomentazione in entrambe le pronunce; non è chiarito se ai flag manchi l'attitudine a identificare il firmatario e a manifestare l'approvazione specifica ex art. 1341, co. 2, c.c., oppure soltanto la robustezza probatoria per quella imputazione; giudizio, quest'ultimo, che il citato art. 20, co. 1-bis, CAD rimette alla libera valutazione del giudice in relazione alle predette
caratteristiche del documento informatico, sulle quali - come detto - né il Tribunale, né la Corte, si soffermano compiutamente.
Fatto sta che la pronuncia esprime chiaramente una richiesta di maggior rigore per la doppia sottoscrizione delle clausole vessatorie nei contratti via web. La Cassazione conclude infatti dicendo che per la firma delle clausole vessatorie nei moduli on line non è di per sé sufficiente la mera "spunta" (o "flaggatura") della casella corrispondente alla clausola stessa. Una one time password, inviata al sottoscrittore dal fornitore via e-mail o sms, viene invece espressamente indicata come una delle modalità sufficienti ad integrare la firma elettronica (semplice) ai fini dell'art. 1341 c.c., co. 2, cc. L'uso di una OTP riceve pertanto un chiaro giudizio di favore (sebbene questa modalità di firma fosse rimasta del tutto estranea alla fattispecie scrutinata).
Per un precedente della Corte di Giustizia UE in favore del mero click, non afferente alle esigenze di specificità della doppia firma promosse dall’art. 2341 c.c. italiano, quanto piuttosto alla comunicazione elettronica che permetta la conclusione di un contratto con una registrazione durevole ex art. 23, par. 2, del previgente Reg. CE 44/2001, si segnala Corte di Giustizia UE, 21 maggio 2015, C-322/14, El Majdoub. (APM)
Il nuovo Codice europeo sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA
La Commissione europea ha pubblicato il 10 giugno 2026 il Codice di buone pratiche per l’identificazione e marcatura dei contenuti generati o manipolati mediante sistemi di AI, e che attua gli obblighi di trasparenza dell’art. 50 AI Act.
Il Codice distingue tra provider di sistemi generativi e deployer.
Per i provider è previsto l’obbligo di inserimento di una marcatura che sia leggibile dal software per rendere riconoscibili i contenuti artificiali. All’atto pratico, il Codice indica tecniche come l’aggiunta di metadati digitali (informazioni invisibili che accompagnano il file) e watermark (segni digitali nascosti nel contenuto e che non siano percepibili dall’uomo). Il punto più rilevante è che il Codice non si limita a imporre un’etichetta sul contenuto generato dall’AI, ma obbliga all’uso di soluzioni che siano nella pratica efficaci. In altri termini, il provider può anche usare tecnologie diverse da quelle “standard” ma deve dimostrare che siano altrettanto valide ed efficaci.
Per i deployer, invece, il Codice rafforza l’obbligo di trasparenza per i deep fake e per i testi pubblicati generati o manipolati dall’IA su temi di interesse pubblico, salvo il caso di contenuti sottoposti a revisione umana ed editoriale. Mentre per le aziende che usano AI devono essere previste procedure interne per garantire la corretta etichettatura e formazione del personale.
Sul piano della sicurezza e della privacy, il Codice stabilisce che le attività di marcatura e rilevazione rispettino la normativa UE in materia di protezione dei dati personali e che i dati utilizzati per la rilevazione siano cancellati subito dopo l’uso. (FS)
Il portale dati.gov della PA si arricchisce con nuovi dati disponibili per il riutilizzo in conformità al Data Governance Act (DGA) Il Con avviso del 28 maggio 2026, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha comunicato l’implementazione dello Sportello unico nazionale dei dati protetti ai sensi dell’art. 8 del Reg. UE 2022/868 sulla governance dei dati (Data Governance Act).
Si tratta di una novità legata all’entrata in vigore del DGA che poggia sul già esistente sportello unico introdotto inizialmente per la condivisione dei soli dati raccolti e prodotti in ambito pubblico secondo la direttiva europea ‘Open Data’ (Direttiva UE 2019/1024), la quale si proponeva di favorire il riutilizzo di dati pubblici da parte di imprese e società civile per lo sviluppo di nuovi servizi e di tecnologie digitali avanzate. Il DGA si propone di estendere la possibilità di riutilizzare categorie di dati detenuti da enti pubblici anche a quei dati che non sono accessibili, sulla base della suddetta direttiva, per motivi di riservatezza commerciale o statistica, di protezione dei dati, di vita privata o di integrità dell’individuo, o perché figurano in opere o in altro materiale su cui terzi detengono diritti di proprietà intellettuale (‘dati protetti’, art. 3, par. 1, DGA).
Per consentire il riutilizzo anche di questi dati, è quindi necessario garantire la tutela della loro natura protetta, attraverso l’anonimizzazione (nel caso di dati personali) e la modifica, l’aggregazione e il trattamento mediante altro metodo di controllo della relativa divulgazione (nel caso di informazioni commerciali riservate, art. 5, par. 3, DGA). A differenza degli open data, i dati protetti non saranno fruibili direttamente, ma potranno essere ottenuti previa richiesta di accesso da indirizzare all’ente pubblico titolare dei dati stessi, attraverso lo sportello unico e conformemente alle condizioni pubblicate dall’ente stesso (art. 5, par. 1, DGA).
Ai sensi dell’art. 8, DGA, quale sportello unico per l’accesso ai dati protetti è stato scelto proprio quello già esistente presso il sito web dell’AgID (autorità nazionale designata come competente per il DGA) per gli open data, ossia il portale dati.gov.it Ciò consente agli utenti di cercare e trovare facilmente, in un unico punto di accesso, metadati relativi agli open data (provenienti da portali open data già disponibili su dati.gov.it) e ai dati non aperti (di nuova integrazione), favorendone così l’uso e il riutilizzo ai sensi della normativa europea. (VG)
La responsabilità dell’esattore per la mancata riscossione del credito
In tema di In tema di responsabilità dell’esattore per aver lasciato prescrivere il credito iscritto a ruolo, l’ordinanza n. 21302 del 23.6.2026, della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, ha ritenuto che l’annullamento ex lege del carico può escludere, in astratto, la responsabilità dell’esattore, solo se risulti antecedente alla prescrizione del credito (e, in concreto, solo a seguito dell’esatta specificazione, nelle difese, delle ragioni determinanti la limitazione o l’esclusione della responsabilità).
A sua volta, il mancato esperimento della procedura di discarico per inesigibilità ex art. 19 e 20 del d.lgs. n. 112/1999 può rilevare ai fini dell’ammissibilità o della fondatezza della domanda risarcitoria promossa dall’ente impositore, se la questione, che implica sempre un accertamento in punto di fatto, risulta tempestivamente promossa nel giudizio di merito (con puntuale indicazione, nel ricorso in Cassazione, della sede processuale in cui il tema risulta proposto).
L’ordinanza, in definitiva, offre pochi spunti sul tema della responsabilità dell’esattore (sul tema si segnala anche Sezioni Unite n. 31908 del 2025) e molte indicazioni in punto di redazione degli atti di causa, e del ricorso in Cassazione in particolare, ché la Cassazione è giudice del fatto processuale, solo se il ricorso è autosufficiente. (FM)
Il canone unico patrimoniale ha natura tributaria
Nella sentenza n. 12225/2026 del 1° maggio 2026 le Sezioni Unite hanno stabilito che il canone unicopatrimoniale disciplinato dall’art. 1, commi 816-847, della Legge n. 160 del 2019 “ha sempre natura tributaria”.
Nella sentenza le Sezioni Unite, a seguito del rinvio pregiudiziale ex art. 363-bis c.p.c. disposto dalla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Vicenza, si sono pronunciate sulla questione dell’individuazione del giudice munito di giurisdizione nelle controversie aventi ad oggetto il nuovo “canone patrimoniale di concessione, autorizzazione o esposizione pubblicitaria” disciplinato dall’art. 1, commi 816-847, della Legge n. 160 del 2019 che ha sostituito ed unificato entrate di diversa natura giuridica ossia: “la tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, il canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, l'imposta comunale sulla pubblicità e il diritto sulle pubbliche affissioni, il canone per l'installazione dei mezzi pubblicitari e il canone di cui all'articolo 27, commi 7 e 8, del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, limitatamente alle strade di pertinenza dei comuni e delle province” (l’art. 1, comma 816, della Legge n. 160 del 2019, prevede, altresì, che: “Il canone è comunque comprensivo di qualunque canone ricognitorio o concessorio previsto da norme di legge e dai regolamenti comunali e provinciali, fatti salvi quelli connessi a prestazioni di servizi”). I commi 837-846 dell’art. 1 disciplinano, più precisamente, “il canone di concessione per l'occupazione delle aree e degli spazi appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile, destinati a mercati realizzati anche in strutture attrezzate” che, in base al comma 838, sostituisce “la tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche di cui al capo II del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507, il canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, e, limitatamente ai casi di occupazioni temporanee di cui al comma 842 del presente articolo, i prelievi sui rifiuti di cui ai commi 639, 667 e 668 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147”.
Nel valutare la sussistenza dei requisiti di cui all’art. 363-bis c.p.c., il Supremo Consesso ha rilevato la formazione nella giurisprudenza di merito di tre diversi orientamenti sulla qualificazione del canone unico patrimoniale.
In particolare, secondo un primo orientamento la giurisdizione appartiene al giudice tributario avendo il canone unico patrimoniale “natura sostanziale di tributo”.
In base ad un secondo orientamento la giurisdizione spetta al giudice ordinario “venendo in rilievo mere pretese patrimoniali della Pubblica Amministrazione, prive di valenza provvedimentale”.
Secondo, infine, un terzo orientamento la valutazione va fatta “caso per caso, in relazione al contenuto della pretesa”.
Le Sezioni Unite, in base alla nuova disciplina di cui all’art. 1, commi da 816 a 847 della Legge n. 160 del 2019, hanno stabilito che il canone unico patrimoniale “ha
sempre natura tributaria”, con conseguente sussistenza della giurisdizione del giudice tributario.
Nello specifico hanno ritenuto che il canone unico patrimoniale, nonostante sia definito come “patrimoniale” e nonostante si fondi su i due diversi elementi di cui al comma 819, sia “unitario” e che lo stesso abbia “i caratteri tipici dei tributi”, come individuati dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale e delle Sezioni Unite, ossia: “la doverosità dell’imposizione; l’assenza di un rapporto sinallagmatico tra la decurtazione e la prestazione; la destinazione delle risorse, connesse ad un presupposto economicamente rilevante per il soggetto passivo, alla contribuzione alle spese pubbliche”.
(LF)
Indagini bancarie del Fisco: la Cassazione richiama i principi affermati dalla Corte EDU e stabilisce che, in difetto dell’autorizzazione amministrativa, i dati acquisiti sono inutilizzabili
Con le ordinanze n. 19960 e n. 19956 del 15.6.2026, la Corte di Cassazione ridisegna il regime dell’autorizzazione amministrativa alle indagini bancarie alla luce dei principi stabiliti dalla decisione della Corte EDU (Ferrieri e Bonassisa c. Italia del 8.1.2026), segnando un mutamento di rotta nella giurisprudenza, che avrà risvolti sul piano operativo.
Con la citata sentenza, la Corte di Strasburgo ha stabilito che l’ordinamento italiano viola l’art. 8 della Convenzione EDU (diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali) perché attribuisce alle autorità fiscali “un potere discrezionale illimitato”, senza fornire al contribuente sufficienti garanzie procedurali contro accessi abusivi e arbitrari alle informazioni bancarie, che sono dati personali.
La Corte di Cassazione, nell’intento di fornire un’interpretazione evolutiva delle norme vigenti che tenga conto del quadro convenzionale ed eurounitario a tutela dei diritti fondamentali, pur senza incidere sulla legittimità del potere dell’Amministrazione finanziaria di acquisire i dati bancari del contribuente, ne ridefinisce le condizioni di esercizio, al fine di assicurare che l’ingerenza dei pubblici poteri nella sfera privata degli individui sia delimitata, controllabile e proporzionata (artt. 7, 8 e 52 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE). E così, l’autorizzazione alle indagini prevista dall'art. 32, co. 1 n. 7, del d.P.R. n. 600 del 1973 e dall’art. 51, co. 2 n. 7, del d.P.R. n. 633 del 1972, pur conservando natura di atto preparatorio non soggetto a obbligo di motivazione, è individuato come il titolo dell’ingerenza, il presupposto giuridico dell’accesso, che deve preesistere alla richiesta di consultazione del conto bancario, essere conoscibile dal contribuente e presentare un contenuto minimo
idoneo a consentire, anche ex post, la verifica della sua esistenza, nonché dei presupposti e dei limiti dell'indagine.
In tale prospettiva, la mancata allegazione dell’autorizzazione o la sua radicale inidoneità non integrano una mera irregolarità procedurale, bensì costituiscono un vizio del titolo che legittima l’acquisizione dei dati bancari, che li rende inutilizzabili e che può riflettersi sulla validità dell’avviso di accertamento fondato sulle risultanze così ottenute.
(EV–MB)
Utili extracontabili e intestazione fiduciaria delle quote: Cass. civ., Sez. V, Ordinanza, 11/05/2026, n. 13752
Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione ha affermato che l’intestazione fiduciaria a persona fisica (non a società fiduciaria) delle quote di una società di capitali a ristretta base partecipativa non vale ad escludere l’operatività, nei confronti del socio fiduciario, della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili accertati in capo alla società. Il pactum fiduciae configura, infatti, un’ipotesi di interposizione reale di persona, in forza della quale l’interposto acquista l’effettiva titolarità della partecipazione, obbligandosi unicamente a ritrasferirla al fiduciante o ad un terzo da questi designato: l’accordo, pur valido inter partes sul piano civilistico, resta inopponibile ai terzi e, a maggior ragione, all’Erario. Da ciò discende che il fiduciario non può considerarsi mero “prestanome”, ferma restando la possibilità di fornire la prova contraria mediante la dimostrazione che i maggiori ricavi non siano stati effettivamente realizzati o distribuiti, bensì accantonati o reinvestiti dalla società, ovvero che degli stessi si sia appropriato un altro soggetto. La possibilità di fornire prova contraria riguarda, pertanto, solo la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili e non ha nulla a che vedere con l’interposizione. Nel caso di specie, in definitiva, i giudici di legittimità hanno ritenuto irrilevante la sentenza con la quale il giudice civile aveva accertato la natura fiduciaria dell’intestazione e dichiarato l’estraneità del fiduciario alla gestione societaria. (ADG-MMR)
Usura originaria: il tasso oltre soglia travolge gli interessi anche se non viene applicato
La mera pattuizione di un tasso usurario è sufficiente a determinare la nullità della clausola e la non debenza degli interessi, anche quando, nel concreto svolgimento del rapporto, la banca abbia mantenuto gli addebiti entro la soglia. È quanto afferma la Corte d’Appello di Bologna con la sentenza n. 1527 del 1° giugno 2026, relativa a un’apertura di credito in conto corrente.
La società correntista contestava il tasso debitore nominale annuo del 13,75% previsto dal contratto stipulato il 9 gennaio 2009, superiore al tasso soglia del 13,68% allora applicabile, ai sensi della legge n. 108/1996, alle aperture di credito oltre euro 5.000,00. La Corte ha accolto la censura anche sulla base della CTU, che aveva rilevato l’anomalia della previsione contrattuale.
Il dato più significativo è che, durante il rapporto, la banca non aveva mai applicato interessi superiori alla soglia. Tale circostanza, tuttavia, è stata ritenuta irrilevante: gli artt. 644 c.p. e 1815, comma 2, c.c. sanzionano già la promessa o convenzione di interessi usurari, indipendentemente dal loro successivo pagamento.
La decisione si colloca nel solco del principio ribadito dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 24675/2017, secondo cui il carattere usurario degli interessi deve essere verificato al momento in cui essi sono promessi o convenuti. Da tale principio la Corte bolognese trae una conseguenza netta: accertato il superamento originario della soglia, la clausola è nulla e gli interessi non sono dovuti, senza che la banca possa invocare la più favorevole gestione concreta del rapporto.
La pronuncia richiama dunque gli intermediari a un controllo rigoroso delle condizioni economiche sin dalla stipula e offre ai clienti un rilevante criterio di verifica: ai fini dell’usura originaria, non conta soltanto quanto sia stato effettivamente addebitato, ma anzitutto quanto il contratto consentiva di esigere. (MM)
La concessione abusiva di credito non determina automaticamente nullità del contratto di finanziamento
Con le pronunce n. 19288, n. 19276 e n. 19264 del 11.6.2026, la Corte di Cassazione è intervenuta sul recente nuovo orientamento della giurisprudenza in materia di concessione abusiva di credito secondo il quale l’erogazione di un finanziamento a un’impresa in stato di decozione, oltre a rilevare sul piano risarcitorio, può determinare la nullità del contratto (Cass. n. 7134 del 25.3.2026; Cass. n. 4376/2024; Cass.
16706/2020), per chiarire che tale ulteriore conseguenza di natura “demolitoria” non è affatto automatica bensì si configura solo al ricorrere di determinate fattispecie. Non rinvenendosi nell’ordinamento una norma che sancisca in via generale l’invalidità del contratto in frode ai terzi, la mera omissione o insufficiente verifica del merito creditizio del soggetto finanziato non determina l’invalidità del contratto di finanziamento (Cass. Sez. Un. n. 26724/2007). Solo quando l’apporto di provvista si inserisca coscientemente in una vicenda di riprovevole occultamento della crisi, determinando un ritardo dell’apertura della procedura concorsuale o l’intensificazione del dissesto, si può profilare un vizio di nullità strutturale del contratto per illiceità della causa, con contestuale attivazione del rimedio della soluti retentio ex art. 2035 c.c. Dunque, spiega la Corte, occorre indagare se il finanziatore abbia erogato credito in modo predatorio e immorale oppure se la stipulazione del contratto di finanziamento costituisca essa stessa, in ragione dell’assetto di interessi ivi contenuto, la consumazione di un reato (ad es. bancarotta semplice, art. 217 l. fall.) che coinvolga entrambe le parti del rapporto bancario (c.d. “reato-contratto”).
In assenza di tali presupposti, la violazione delle regole di sana e prudente gestione bancaria, anche quando integri concessione abusiva di credito in favore di un’impresa in stato di crisi, determina solo obblighi risarcitori in favore della massa dei creditori, senza che il credito della banca possa essere escluso dal passivo fallimentare solo perché il finanziamento sia stato erogato in un contesto di crisi non adeguatamente valutato. (EV)
Regolamento di competenza e legittimazione a richiedere in via incidentale l'esame dell'eccezione di incompetenza territoriale
Costituisce La controversia decisa dalla Cassazione nell'ordinanza 20 giugno 2026, n. 20945 atteneva all'individuazione della competenza territoriale del giudice di merito adito (Tribunale di Roma o di Viterbo), ma ha offerto alla Corte l'occasione per decidere (tra l’altro) una questione procedurale «assai delicata».
La convenuta aveva eccepito l'incompetenza del giudice adito in via principale sulla base di una clausola di foro esclusivo contenuta nelle condizioni generali, in via subordinata richiamando i fori concorrenti; il Tribunale aveva disatteso la prima eccezione ma accolto la seconda. Proposto dall'attrice il regolamento di competenza (infine accolto sulla scorta di giurisprudenza consolidata sulla formulazione dell'eccezione a pena di decadenza sin dalla comparsa di risposta), la resistente, con la memoria difensiva, aveva chiesto di mantenere ferma la competenza dichiarata, sul fondamento dell'eccezione principale disattesa dal Tribunale (relativa alla clausola sul foro esclusivo in Roma).
La questione «delicata» attiene dunque alla proponibilità, da parte della parte resistente in sede di regolamento di competenza, dell'impugnazione incidentale condizionata all'accoglimento del regolamento proposto dalla ricorrente principale. Il tema si pone in quanto, in via generale, nel giudizio per regolamento di competenza non è ammessa l'impugnazione incidentale; l'art. 47, ult. co., c.p.c., consente alle parti cui è notificato il ricorso per regolamento, la sola facoltà di depositare scritture difensive e documenti. La Corte conferma il principio ma, con lettura costituzionalmente orientata del predetto ultimo comma dell’art. 47 c.p.c., alla luce dell'art. 24 Cost., riconosce alla resistente, vittoriosa nel giudizio di merito ma sulla base di un'eccezione ivi proposta in via subordinata, la facoltà di "sollecitare" l'esame della propria eccezione principale (disattesa nel giudizio di merito), in via condizionata rispetto alla fondatezza del regolamento avversario.
Due i passaggi principali che sorreggono la soluzione. Il primo attiene all'interesse ex art. 100 c.p.c.: la resistente, avendo ottenuto la declaratoria di competenza del Giudice da essa indicato, non avrebbe potuto proporre autonomo regolamento, per difetto di interesse, né poteva pretendersi che lo proponesse in via meramente prudenziale, onere che la Corte qualifica «inesigibile»; l'interesse riemerge solo con l'iniziativa della parte risultata soccombente nel giudizio di merito, e negare alla resistente in Cassazione ogni possibilità di riproporre l’eccezione principale respinta dal Tribunale renderebbe di fatto incensurabile il rigetto dell'eccezione principale. Il secondo attiene ai poteri della Corte, rispetto ai quali quelli della parte vanno ricostruiti «in modo non meno che speculare»: poiché in sede di regolamento la Cassazione non è
vincolata ai motivi e può esaminare la questione di competenza nella sua interezza, la richiesta della resistente non amplia il thema decidendum. Coerentemente, la Corte non ammette la possibilità di un'impugnazione incidentale, cui anzi ribadisce di voler «convintamente» negare ingresso secondo giurisprudenza consolidata, bensì ritiene ammissibile «una attività difensiva sollecitatoria da parte della resistente, ossia volta ad ottenere una diversa decisione da parte di questa Corte sull'eccezione principale». Tale "sollecitazione" non richiede la proposizione di ricorso incidentale condizionato, potendo essere svolta nella memoria difensiva prevista dall'art. 47, ult. co., alla quale il ricorrente può comunque replicare con la memoria illustrativa ex art. 380-bis.1 c.p.c.
Questo il principio di diritto stabilito nell'ordinanza: «in tema di regolamento di competenza per territorio derogabile, la parte resistente - vittoriosa sulla questione di competenza nel giudizio a quo per essere stata accolta la propria eccezione subordinata (con cui si era propugnata la competenza per territorio del medesimo giudice poi dichiarato competente, ma su altri presupposti rispetto a quelli ventilati in via principale o alternativa) e benché nel giudizio di regolamento non sia proponibile ricorso incidentale -, in virtù di una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 47, ult comma, c.p.c. con la memoria difensiva può chiedere alla Corte di cassazione, per l'ipotesi in cui il proposto regolamento sia fondato e tenuto anche conto dei poteri della stessa Corte in relazione alla questione di competenza devolutale col regolamento, di esaminare l'eccezione di incompetenza proposta in via principale ma disattesa dal giudice di merito, e di risolvere la stessa questione di competenza nel senso così prospettato, al fine di mantenere ferma la statuizione dello stesso giudice di merito, giacché in caso contrario risulterebbe impossibile per la parte (stante la sua carenza d' interesse) censurare la decisione stessa, benché questa sia potenzialmente suscettibile di pregiudicarla in via definitiva, seppur solo sulla competenza ». (APM)
Il travisamento della prova non è precluso dalla “doppia conforme”
Costituisce travisamento della prova la supposta inesistenza del documento probatorio, esistente e non valutato, oggetto di un punto controverso tra le parti e dirimente ai fini della decisione.
Secondo Cass. civ., Sez. V, Ord., 30/06/2026, n. 22381, è quindi deducibile, ai sensi dell’art. 360 n. 5) c.p.c, quale travisamento della prova, l’affermazione del giudice del gravame dell’omessa notifica di una cartella di pagamento che risulta invece regolarmente notificata sulla base dei documenti acquisiti in giudizio.
La deduzione del travisamento della prova non è impedita dal fatto che il gravame, sul punto, abbia confermato la sentenza di primo grado (c.d. doppia conforme). La doppia conforme richiede infatti una effettiva cognizione in fatto che, nel caso di travisamento, invece, manca e, con essa, la vera e propria statuizione che costituisce la ragione di
divieto dell'ulteriore ritorno sul decisum (cfr. anche Cass. n. 16618/2026; in senso conforme in motivazione, Cass. n. 16752/2026). (FM)
Nuovi documenti in appello ammessi nei giudizi tributari instaurati prima del 4 gennaio 2024
Con le ordinanze n. 16456 e n. 20127 del 2026, la Corte di Cassazione, allineandosi a quanto statuito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 36 del 2025, afferma che nei giudizi tributari instaurati in primo grado prima del 4 gennaio 2024 continua a trovare applicazione la versione previgente dell’art. 58 de d.lgs. n. 546 del 1992, che consentiva alle parti di produrre nuovi documenti in appello senza dover dimostrare l’impossibilità di depositarli nel precedente grado di giudizio.
Pertanto, la nuova versione dell’art. 58 cit. (come modificato dall’art. 1, co. 1, lett. bb), del d.lgs. n. 220 del 2023), che vieta alle parti la produzione di nuovi documenti in appello, salvo che risultino indispensabili ai fini della decisione della controversia o che la parte dimostri di non averli potuti produrre per causa a essa non imputabile, può essere applicata solo ai giudizi di primo grado instaurati dal 4 gennaio 2024.
Le due ordinanze recepiscono integralmente i principi enunciati dalla Consulta, che ha dichiarato costituzionalmente illegittima l’applicazione immediata della nuova disciplina anche ai giudizi già pendenti, ritenendola lesiva del legittimo affidamento e del diritto di difesa delle parti. Sul piano operativo, le ordinanze confermano che il discrimine tra vecchio e nuovo regime è ormai rappresentato dalla data di instaurazione del giudizio di primo grado, e non da quella di proposizione dell’appello.
(DG-MB)
Il Decreto Infrastrutture sulla transizione al sistema di contabilità economico patrimoniale unico “accrual”
Il D.L. 107/2026, in vigore dal 27 giugno 2026, reca, tra l’altro, principi e regole con riferimento al sistema di contabilità economico patrimoniale unico “accrual” (artt. 8 ss.), che dovrà entrare a regime, per tutte le amministrazioni indicate all’art. 10 comma 3 D.L. 113/2024, a partire dal 2030 (art. 8). L’entrata a regime seguirà alla fase di sperimentazione (a partire dall’esercizio 2026 ex art. 12) nell’ambito della quale le amministrazioni elaborano schemi di bilancio come da art. 1 decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 23 dicembre 2024, poi acquisiti dalla Ragioneria Generale dello Stato.
Il regime, che di regola affianca la contabilità finanziaria, comprenderà il quadro concettuale, gli standard contabili ITAS e il piano dei conti unico multidimensionale, e si prevede l’adozione di principi e regole con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze (art. 9).
È però previsto un regime contabile semplificato per le amministrazioni escluse dal novero di cui al citato art. 10 comma 3 D.L. 113/2024 (in particolare enti di piccole dimensioni: con numero di dipendenti a tempo indeterminato inferiore a 50, volume complessivo annuo di entrate correnti ed in conto capitale o valore della produzione annua inferiore a 8,8 milioni di euro).
Sono inoltre previsti adempimenti propedeutici all’adozione di siffatto sistema, che comprendono l’adeguamento degli inventari, la ricognizione delle partite debitorie e creditorie, l’individuazione di una struttura interna responsabile del coordinamento e della gestione delle attività di contabilità economico patrimoniale e degli inventari, l’adeguamento dei sistemi informativi e gestionali ai requisiti ministeriali (art. 10), e la definizione di un piano formativo nell’ambito del programma di formazione di cui alla Milestone M1C1-118 del PNRR (art. 11). (GM)
Il meccanismo dello sportello unico nel GDPR alla luce della sentenza del Tribunale di Roma n. 4153/2026 (il caso Open AI)
Il Con la sentenza n. 4153 del 18 marzo 2026, il Tribunale di Roma ha annullato l’ordinanza-ingiunzione con cui il Garante per la protezione dei dati personali aveva irrogato a OpenAI una sanzione amministrativa di 15 milioni di euro. Accogliendo il primo motivo di ricorso, il Tribunale ha ritenuto che, a seguito del riconoscimento di OpenAI Ireland quale stabilimento unico nell’Unione europea ai fini del GDPR, l’autorità irlandese fosse divenuta l’autorità di controllo “capofila” ai sensi degli artt. 56 e 60 GDPR. Conseguentemente, il procedimento, ancora pendente, avrebbe dovuto essere trasferito all’autorità irlandese secondo il meccanismo dello sportello unico (onestop-shop), con illegittimità del provvedimento sanzionatorio adottato dal Garante italiano.
La sentenza ricostruisce la disciplina degli artt. 55, 56 e 60 GDPR, affermando che il mutamento delle circostanze relative allo stabilimento principale o unico può incidere anche su procedimenti già pendenti, purché non sia ancora intervenuta una decisione definitiva, e ciò anche con riguardo a violazioni già consumate. A sostegno di tale interpretazione il Tribunale richiama il Parere EDPB n. 8 del 9 luglio 2019 sulla competenza delle autorità di controllo in caso di mutamento delle circostanze relative allo stabilimento principale o unico.
Tale decisione, seppur rappresentando un’importante applicazione del meccanismo dello sportello unico previsto dal GDPR (operante nelle ipotesi di trattamento transfrontaliero dei dati personali), al contempo evidenzia il rischio di una carenza di una tutela tempestiva dei diritti dei soggetti interessati. L’annullamento del provvedimento per un vizio di competenza, senza alcuna valutazione delle contestazioni sostanziali (che sono rimaste, appunto, assorbite dalla questione preliminare di competenza), dimostra come le regole procedurali possano incidere in modo decisivo sull’effettività dell’applicazione del GDPR specie nei confronti di grandi piattaforme digitali come Open AI.