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Gli Aggiornamenti segnalano alcune novità esaminate nel corso dell’attività dello Studio. Si resta a disposizione per approfondimenti riguardo alle stesse: aggiornamenti@vm-associati.it
A cura di:
Michela Bassani (MB)
Andrea Di Gialluca (ADG)
Lorenza Filippone (LF)
Davide Galofaro (DG)
Valentina Garilli (VG)
Mario Manna (MM)
Francesca Marchetti (FM)
Giorgia Marra (GM)
Alfonso Papa Malatesta (APM)
Michele Maria Rossi (MMR)
Eugenio Ruggiero (ER)
Federica Sisca (FS)
Annalisa Stirpe (AS)
Enrico Tonelli (ET)
Ernesta Visentini (EV)
• Omesso riversamento dell’imposta di soggiorno da parte di gestori di strutture ricettive: la Corte dei conti declina la giurisdizione
• Prima Revisione della Commissione UE al Digital Markets Act: giudizio positivo e conferma dell’assetto regolatorio 19
• In attesa della pubblicazione definitiva delle Linee Guida sullo sviluppo e sul procurement di sistemi di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione 20
• NIS2: pende il termine per procedere alla prima categorizzazione delle attività e dei servizi offerti dai soggetti NIS 20
• L’inserimento di AI Overview nel motore di ricerca di Google è all’esame della Commissione UE per diverse possibili infrazioni: Digital Services Act, disciplina antitrust e copyright 21
Ancora in tema di finanziamento soci di s.r.l.
La Corte di cassazione con ordinanza 12.03.2026 n.5582 torna a pronunciarsi sul tema dei finanziamenti erogati dai soci di s.r.l. e della disciplina dettata nell’art. 2467 c.c., mettendo a fuoco i concetti già espressi in precedenti decisioni.
Questi i punti fondamentali:
a. rientra nella fattispecie finanziamento soci, anche la garanzia personale (nella specie, una fideiussione) prestata dal socio a favore della società (Cass., Ord. n. 350054 del 2023; tra le pronunce di merito Trib. Milano 25.07.2016, n.8320; Id., 04.06.2013, n. 7805);
b. la postergazione del credito del socio per il rimborso del finanziamento rispetto alla soddisfazione dei creditori sociali (come è noto, l’art. 383, D. Lgs. n. 14 del 12.01.2019 ha soppresso l’altro profilo della disciplina che originariamente si accompagnava alla postergazione, quello dell’inopponibilità ai creditori sociali del rimborso eseguito nell’anno precedente la dichiarazione di fallimento) integra una condizione di inesigibilità legale e temporanea del diritto al rimborso del finanziamento sino a quando non sia superata la situazione di difficoltà economico-finanziaria descritta dal comma 2 dello stesso art. 2467 c.c. (Cass., 30.05.2024 n.15196; fra le molte altre pronunce di merito.: Trib. Milano 14.02.2020, n.1465); c. corollario della precedente affermazione, ugualmente ricorrente nelle pronunce sia di legittimità sia di merito, è che la verifica dei presupposti per l’applicazione della relativa disciplina va fatta con riferimento ad entrambi i momenti: quello dell’erogazione del finanziamento e quello del rimborso. Per le pronunce di legittimità, cfr. Cass., 30.05.2024, n. 15196 cit.; fra le pronunce di merito, Trib. Bari, 04.08.2021, n. 2996; Trib. Torino, 19.02.2021, n. 818; Trib. Milano, 14.02.2020, n. 1465. Va tuttavia segnalato un mutamento nell’orientamento, evidente specialmente nelle pronunce dei giudici di merito: nelle sentenze più risalenti si riteneva rilevante esclusivamente il tempo della erogazione del finanziamento (es.: Trib. Milano, 13.10.2016, n. 11243 a parere del quale non rilevano eventuali successivi peggioramenti della situazione patrimoniale della società). Questa evoluzione della giurisprudenza è invero significativa di un corrispondente mutamento intervenuto nella ricostruzione del fenomeno e della disciplina ad esso applicabile: il trattamento riservato al finanziamento dei soci di s.r.l. non è più (o non soltanto) collegato al riscontro di un intento lato sensu elusivo del socio, che assume la veste di finanziatore, consapevole che la situazione economico-finanziaria della società in atto sconsiglia un conferimento, ma è in qualche misura oggettivizzato. Nelle società di capitali in cui i soci sono inseriti nei
meccanismi della gestione degli affari sociali (tipicamente, le s.r.l., ma anche le s.p.a. in cui si rilevano gli stessi caratteri, secondo un orientamento della giurisprudenza che va sempre più consolidandosi: cfr. per le pronunce di legittimità, Cass., 20.06.2018, n. 16291; Id., 07.07.2015, n. 14056; per quelle di merito, Trib. Bologna, 31.01.2019, n. 265; Trib Milano, 04.06.2015), esigenze di tutela dei creditori sociali impongono un corretto equilibrio tra equity e debito per mezzi forniti da terzi. La disciplina prevista nell'art. 2467 c.c. ha questo obiettivo; d. secondo le regole generali della ripartizione dell’onere della prova nel processo civile, sulla società che si oppone al rimborso richiesto dal socio-finanziatore incombe l’onere di fornire la prova della sussistenza dei presupposti per l’applicazione della disciplina dettata dall’art. 2467 c.c. La decisione ribadisce il principio che il giudice deve procedere all’analisi di tutti i fatti allegati dalla parte onerata. E a questo riguardo la corte ha cassato la decisione di merito (anche) perché nella valutazione delle prove fornite dalla società, non aveva tenuto conto del principio di continuità dei bilanci societari, né aveva motivato al riguardo. Era, infatti, agli atti che in una diversa precedente controversia tra le stesse parti, era stata disposta in sede giudiziale (ugualmente agli atti del processo) la postergazione del credito del socio in ragione dell’accertata situazione di temporanea illiquidità. Il giudice di merito, nella successiva controversia, ha sminuito l’importanza di detto profilo di fatto, semplicemente affermandone l’irrilevanza per essere relativo ad altro esercizio. Mentre avrebbe dovuto accertare la risoluzione delle cause di detto squilibrio, proprio in considerazione del principio di continuità dei bilanci societari.
(ET)
Insider trading secondario e opposizione alle sanzioni Consob, la Cassazione fa il punto
In materia di insider trading secondario e di procedimento di irrogazione delle sanzioni Consob, Cass. civ., Sez. II, Ordinanza, 24/04/2026, n. 11040 ribadisce che: - i fatti costitutivi del trading secondario possono essere accertati in via presuntiva, sulla base della valutazione complessiva di una pluralità di circostanze indizianti, in cui ciascun elemento della serie inferenziale appare grave, pertinente e munito di capacità dimostrativa in rapporto agli altri, senza che sia preclusa la doppia presunzione;
- è possibile l’utilizzo delle dichiarazioni dell’incolpato, confermative del quadro indiziario; nella materia de qua, infatti, la tutela del diritto al silenzio dell’incolpato non deve svolgersi in forme analoghe a quelle del processo penale, ma calibrarsi sulle specificità dei procedimenti del caso, nel rispetto dei principi della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e del diritto dell'Unione europea (Corte Cost. n. 84/2021, par. 5);
- anche il canone dell'oltre ogni ragionevole dubbio non preclude il ricorso al criterio presuntivo: la responsabilità può essere desunta da indizi i quali, considerati nel loro insieme, rappresentino, in mancanza di un'altra spiegazione coerente, la prova della violazione (Corte di Giustizia 01/07/2010, in C-407/08);
- nell’applicare lo ius superveniens introduttivo di parametri edittali più miti per il sanzionato, il Giudice non è tenuto a seguire un criterio proporzionale di tipo aritmetico, correlato alla pena calcolata prima dell'introduzione dello ius superveniens, ma deve rimodulare la pena nell'ambito della nuova cornice edittale, secondo gli ordinari criteri di determinazione legale; - l'oggetto del giudizio di opposizione alle sanzioni CONSOB è strettamente circoscritto ai motivi di opposizione dedotti con l’atto introduttivo, i quali non possono essere successivamente integrati neppure con questioni di diritto che non richiedano nuovi accertamenti.
(FM)
Concessione abusiva del credito a imprese decotte: per la Cassazione il credito della banca può essere irripetibile
Con ordinanza n. 7134 del 25 marzo 2026, la Corte di Cassazione torna ad affermare il principio per cui la concessione di un finanziamento a un’impresa già in decozione, oltre a rilevare sul piano risarcitorio, può incidere sulla validità del contratto e anche assumere un rilievo immorale, determinando l’irripetibilità ai sensi dell’art. 2035 c.c. delle somme versate.
Il caso riguarda finanziamenti garantiti dallo Stato concessi durante la crisi pandemica a una società poi fallita. Parte delle somme era stata utilizzata per ripianare una pregressa esposizione chirografaria verso la stessa banca finanziatrice, trasformando di fatto un credito chirografario in uno assistito da garanzia pubblica. Secondo l’accertamento del Tribunale, il credito era stato erogato nonostante dai bilanci emergessero evidenti indici di insolvenza e senza effettuare alcuna verifica del merito creditizio.
La Cassazione, riconoscendo che nel caso di specie la stipulazione del contratto di finanziamento, in ragione dell’assetto di interessi ivi contenuto, integra essa stessa la condotta violativa del precetto penale di cui all’art. 217, co. 1 n. 4 L. Fall. (applicabile ratione temporis) e che sussiste quella che la giurisprudenza definisce un’ipotesi di “reato-contratto”, ha dichiarato il contratto nullo per violazione di norme imperative ex art. 1418 c.c.
Quanto alla sorte delle somme erogate dalla banca, pur trattandosi di prestazione astrattamente ripetibile, la restituzione delle stesse è stata esclusa, in quanto le somme sono state pagate in esecuzione di un’operazione contraria al “buon costume economico” e perciò idonea a integrare la soluti retentio di cui all’art. 2035 c.c. La decisione aderisce alla nozione, già fatta propria dalla giurisprudenza di legittimità, per cui il “buon costume” non va riferito solo alle regole della morale sessuale o della decenza, ma comprende anche i principi etici che governano il corretto funzionamento del mercato.
Importante conseguenza dell’arresto in commento è che la banca non si può insinuare al passivo della liquidazione giudiziale dell’impresa per il recupero delle somme erogate.
(EV - DG)
CGUE sul credito al consumo: la banca non può riscuotere interessi sugli importi trattenuti per i costi connessi al credito
Con sentenza del 23.4.2026 (Causa C-744/2024) la Corte di Giustizia UE chiarisce come devono essere calcolati gli interessi applicati ai contratti di credito con i consumatori, migliorando la protezione contro pratiche che determinano un aggravio occulto del costo del credito.
La pronuncia, nell’interpretare le nozioni di “importo totale del credito”, “costo totale del credito per il consumatore” e “tasso debitore” di cui all’art. 3 Dir. 2008/48/CE, stabilisce che la banca mutuante può applicare interessi unicamente sulla somma degli importi messi materialmente a disposizione del mutuatario, mentre non può riscuotere interessi sulle somme che trattiene per il pagamento di costi connessi al credito (nel caso di specie, il premio per l’assicurazione del credito) che pur formano oggetto di restituzione dal mutuatario al mutuante. Secondo la Corte di Giustizia, alla mancata riscossione di interessi su importi corrispondenti a un costo del credito la banca può rimediare solamente applicando, in modo trasparente, un tasso debitore proporzionalmente più elevato.
La decisione rafforza la tutela del consumatore perché, incidendo direttamente sulla struttura economica dei contratti di finanziamento, impone uniformità nel calcolo degli interessi e trasparenza sul costo totale del credito, favorendo la comparabilità delle offerte sul mercato.
IRAP: sì al rimborso per gli intermediari finanziari e per le imprese assicurative sui dividendi di fonte UE/SEE
In data 22 aprile 2026 è stato pubblicato il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n. 123184/2026, mediante il quale è stato approvato il modello da utilizzare per ottenere il rimborso della maggiore IRAP corrisposta dagli intermediari finanziari e dalle imprese assicurative sui dividendi di fonte UE/SEE, relativamente ai periodi d’imposta 2024 e antecedenti.
A tale riguardo, la Legge di Bilancio 2026, recependo gli orientamenti espressi dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nelle cause riunite da C-92/24 a C-94/24, ha apportato modifiche al Decreto IRAP, allo scopo di allineare alle previsioni della c.d. Direttiva Madre-Figlia la disciplina fiscale, ai fini IRAP, dei dividendi di provenienza UE o SEE, incassati rispettivamente da intermediari finanziari e da compagnie assicurative.
Più precisamente, a seguito di tale intervento normativo, i dividendi distribuiti da società o enti che risultano residenti o localizzati in uno Stato membro dell’UE o aderente al SEE, con cui l’Italia abbia sottoscritto un accordo idoneo a garantire un effettivo scambio di informazioni, al ricorrere della condizione contemplata dall’art. 44, comma 2, lettera a), secondo periodo, del T.U.I.R.:
• non rilevano ai fini della determinazione del margine di intermediazione del periodo in cui vengono iscritti a conto economico, risultando esclusi dalla formazione del valore della produzione netta del soggetto percipiente nella misura del 95 per cento del relativo ammontare;
• non concorrono alla composizione della base imponibile IRAP del soggetto percipiente nella misura del 95 per cento del relativo ammontare.
Con riferimento ai periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2025, la porzione di IRAP relativa ai dividendi sopra indicati, che hanno partecipato alla formazione del valore della produzione netta secondo quanto disposto dagli artt. 6 e 7 del Decreto IRAP, in misura superiore rispetto a quanto stabilito dal comma 46 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2026, è suscettibile di essere recuperata mediante istanza di rimborso.
Con il provvedimento in commento vengono definite le modalità operative per dare attuazione ai commi 48 e 49 del medesimo art. 1 della Legge di Bilancio 2026. Nello specifico, viene approvato il modello di istanza finalizzato a richiedere il rimborso oppure l’utilizzo in compensazione della quota IRAP, unitamente alle relative istruzioni, e vengono fissati i termini e le modalità di trasmissione dell’istanza, nonché le modalità per l’impiego in compensazione della quota IRAP.
(ADG - MMR)
PEX: Risposta del 10 aprile 2026, n. 97, la fase di start up è computabile ai fini del requisito temporale della commercialità Mediante la risposta ad interpello in esame, l’Amministrazione finanziaria ribadisce e illustra le condizioni richieste affinché possa ritenersi integrato il requisito della “commercialità” rilevante ai fini dell’accesso al regime di Participation Exemption. La normativa fiscale richiede che la società oggetto della partecipazione svolga un’attività di natura commerciale per un arco temporale pari ad almeno tre periodi d’imposta antecedenti il momento del realizzo. L’Amministrazione precisa che, nel conteggio di detti periodi d’imposta, deve essere inclusa anche la fase di start up, purché la società partecipata, una volta concluse le attività preparatorie e dopo essersi dotata di una struttura organizzativa autonoma, intraprenda effettivamente l’attività per cui è stata costituita. Resta comunque indispensabile un’analisi condotta caso per caso, volta ad accertare che il complesso delle attività di natura meramente preparatoria all’avvio dell’impresa possa essere ritenuto manifestazione dell’effettivo esercizio di un’attività imprenditoriale.
(ADG - MMR)
Interessi e sanzioni in ambito tributario: la Cassazione tra prescrizione decennale e quinquennale
La Relazione sullo stato della Giurisprudenza n. 18/2026 dell’Ufficio del Massimario e del ruolo della Corte di Cassazione passa in rassegna gli orientamenti di legittimità in materia di prescrizione del diritto alla riscossione degli interessi e delle sanzioni in ambito tributario, mettendo in luce i contrasti emersi, anche recentemente, tra le pronunce delle Sezioni semplici.
Mentre la Sezione tributaria appare ormai ferma nel sostenere l’applicazione del termine quinquennale di prescrizione sia agli interessi (in forza dell’art. 2948, n. 4, c.c.), sia alle sanzioni (in applicazione dell’art. 20, comma 3, del d.lgs. n. 472 del 1997), sulla scorta del principio dell’autonomia del credito per interessi e sanzioni da quello principale, l’ordinanza della Terza Sezione civile, n. 32374 dell’11/12/2025, ritiene che, una volta che si pervenga alla fase della riscossione, i crediti per sanzioni e interessi soggiacciono al medesimo termine di prescrizione previsto per il credito principale. In relazione alle sanzioni, tanto sarebbe previsto dall’art. 24, primo comma, del d.lgs. n. 472/1997, in base al quale "per la riscossione della sanzione si applicano le disposizioni sulla riscossione dei tributi cui la violazione si riferisce". La prescrizione degli interessi viene invece allineata a quella dell’obbligazione principale, perché i due crediti costituiscono una "prestazione strutturalmente unica".
Nella pronuncia della Sezione terza, si legge un’eco del principio dell’unitarietà del termine di prescrizione dell’obbligazione tributaria principale e di quella accessoria, che,
come sembra mettere in luce anche la Relazione, è sovente richiamato, non senza contraddizioni, anche dalla Sezione tributaria. Il tema, che pareva definitivamente risolto dai più recenti approdi delle Sezioni tributarie, potrebbe insomma riservare delle sorprese. (FM)
TRUST: Cass. civ., Sez. V, Ord., 25 marzo 2026, n. 7161
Con l’ordinanza richiamata, la Corte di Cassazione ha riaffermato il principio secondo cui la costituzione di un trust e il conferimento al medesimo dei beni destinati a comporne la dotazione rappresentano operazioni prive di rilevanza sotto il profilo fiscale, posto che non determinano un trasferimento reale e duraturo di ricchezza, né un accrescimento del patrimonio in capo al trustee. Quest’ultimo infatti ne acquisisce esclusivamente la titolarità formale, con l’obbligo di trasmetterla successivamente al beneficiario finale; per tale ragione, dette operazioni non rientrano nell’ambito applicativo dell’imposta sulle successioni e donazioni, la quale risulterà invece dovuta nel momento in cui i beni o i diritti verranno trasferiti dal trustee al beneficiario, dovendosi ritenere tale lettura l’unica coerente con i principi sanciti dall’art. 53 della Costituzione. Risulta pertanto imprescindibile, secondo la Corte, ai fini dell’applicazione dell’imposta in questione, che si realizzi un trasferimento di beni dotato dei caratteri dell’attualità, dell’effettività, della stabilità e della definitività, elementi che non possono in alcun modo riscontrarsi nel momento dell’istituzione del trust e nel relativo atto dispositivo: atti del tutto incapaci di rappresentare un autentico spostamento di ricchezza tale da denotare una maggiore capacità contributiva e, conseguentemente, da legittimare l’imposizione. Detto indice di maggiore capacità contributiva, infatti, è destinato a manifestarsi soltanto attraverso la realizzazione del programma negoziale sotteso alla finalità del vincolo di destinazione, ossia mediante le attribuzioni patrimoniali previste dal trust stesso, anche quando eventualmente distribuite in più momenti nel tempo, come nel caso di specie.
(ADG - MMR)
Corte Cost. sent. n. 50/2026: Gli effetti del giudicato penale nel processo tributario
La Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità costituzionale dell’art. 21bis del d.lgs.74/2000 sollevata dalla CGT del Piemonte e dalla CGT di Roma. Come noto, la norma in discussione prevede che la sentenza irrevocabile di assoluzione del contribuente nel processo penale perché il fatto non sussiste o l’imputato non l’ha commesso, pronunciata in dibattimento ed avente ad oggetto i medesimi fatti in discussione nel processo tributario, produce, in ogni stato e grado, l’efficacia di giudicato.
Le Corti remittenti avevano ritenuto censurabile la norma sotto differenti aspetti. In primo luogo, poiché lede il diritto di difesa dell’Agenzia delle Entrate. Sotto tale profilo, la Corte Costituzionale non ravvisa alcuna incompatibilità con la Costituzione, poiché, ferma restando la possibilità per l’Agenzia delle Entrate di partecipare al giudizio penale costituendosi come persona offesa, la stessa contribuisce attivamente al procedimento istruttorio in ragione delle diverse norme di raccordo istituzionale con il Pubblico Ministero.
In secondo luogo, si era ritenuto che il credito erariale non fosse adeguatamente tutelato dal PM nel processo penale. Sul punto, la Consulta ritiene invece che tale tutela sia garantita dal PM, potendo questi disporre della Guardia di finanza, nonché in considerazione della partecipazione dell’Agenzia delle Entrate al procedimento istruttorio.
In terzo luogo, era stata prospettata un disparità di trattamento tra l’Agenzia delle Entrate e il contribuente, non potendo l’Agenzia beneficiare delle sentenze di condanna come invece il contribuente può avvalersene in caso di assoluzione. La Corte ritiene che si tratti di una scelta del legislatore delegante non manifestamente irragionevole secondo i parametri dalla stessa sviluppati, coerente con l’evoluzione del procedimento tributario.
Tutte le considerazioni su esposte, secondo la Consulta, giustificano anche la disciplina differenziata fra procedimento tributario e procedimento civile e amministrativo, nel primo caso gli interessi del danneggiato son tutelati, principalmente, nella fase istruttoria, nel secondo caso nella fase dibattimentale, dunque non si ravvisa pertanto alcun profilo di incostituzionalità.
Secondo la CGT di Roma, la norma sarebbe censurabile poiché darebbe “automatico ingresso” nel processo tributario a tutte le sentenze irrevocabili di assoluzione, anche quando fondate su vizi procedurali o di inutilizzabilità probatoria; tale tipologia di assoluzioni non escluderebbe la sussistenza di una capacità contributiva idonea a giustificare il prelievo. Inoltre, sarebbe lesa la funzione giurisdizionale del giudice tributario, venendo compresso il suo potere di valutazione. Sul punto la Consulta fornisce un’interpretazione della norma conforme a Costituzione. La disposizione costituisce, infatti, una scelta garantista, che assicura al contribuente lo stesso elevato standard probatorio richiesto in sede penale: scelta non manifestamente irragionevole, purché interpretata in modo costituzionalmente orientato.
In questa prospettiva, la Corte individua due ipotesi in cui l’effetto di giudicato nel processo penale non può considerarsi operante ai fini tributari, poiché, in caso contrario, verrebbe meno la coincidenza fra i fatti valutati nei due processi: Quando l’assoluzione sia dovuta all’impossibilità di utilizzare presunzioni legali tipiche previste in materia tributaria, precluse al giudice penale, allorché quindi l’assoluzione non si fondi su un accertamento positivo dell’inesistenza del fatto. In tali
casi il giudice penale e quello tributario giudicherebbero su una base probatoria strutturalmente diversa.
Quando l’assoluzione dipenda esclusivamente dall’inutilizzabilità delle prove in sede penale, allorché le stesse prove siano invece utilizzabili in sede tributaria.
Resta fermo che, se il contribuente fornisce già nel processo penale la prova contraria alla presunzione legale, il giudicato di assoluzione torna a spiegare pienamente i propri effetti anche nel processo tributario.
Tale interpretazione è idonea a salvare la norma dai vizi denunciati e a garantire un equilibrato raccordo fra i due processi.
(ER-MMR)
La Corte Costituzionale sulla società di scopo non iscritta all’albo dei riscossori
La Corte Costituzionale (sentenza n. 62/2026) ha chiuso (almeno per ora) la vicenda della società di scopo Napoli Obiettivo Valore S.r.l. costituita da Municipia S.p.a per lo svolgimento del servizio di riscossione per il Comune di Napoli. Tale società di scopo non era iscritta all’albo dei concessionari della riscossione, mentre l’iscrizione era posseduta dalla società madre, cioè l’originaria partecipante alla gara ed aggiudicataria del bando per project financing indetto dal Comune.
Come già segnalato in nostri precedenti Aggiornamenti, due diverse sezioni della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Napoli avevano rimesso alla Corte la decisione sulla costituzionalità della norma di interpretazione autentica introdotta dal comma 14-septies dell’art. 3 del d.l. n. 202/2024 (convertito in legge n. 15 del 21/2/2025. Il comma in questione ha fornito interpretazione autentica delle disposizioni di cui agli articoli 52, comma 5, lettera b), numero 1), e 53, comma 1, del decreto legislativo n. 446 del 1997, disponendo che le società di scopo costituite per svolgere attività di accertamento e di riscossione o attività di supporto ad esse propedeutiche, non devono essere iscritte nell'albo di cui all’art. 53, laddove risulti già iscritta nel predetto albo la società aggiudicataria della gara per l'affidamento del servizio di accertamento e di riscossione delle entrate degli enti locali, socia della stessa società di scopo. Precisa inoltre la norma interpretativa che gli atti di accertamento e di riscossione emessi dalle società di scopo sono da considerare legittimi in quanto emessi in luogo dell'aggiudicatario, “comunque tenuto a garantire in solido l'adempimento di tutte le prestazioni erogate direttamente dalle predette società”.
La Corte delle leggi, dopo aver dichiarato inammissibile la questione sottoposta con una delle due ordinanze di rimessione (per inadeguata motivazione della rilevanza nel giudizio a quo) ha poi ritenuto che la norma interpretativa non fosse affetta dai denunciati vizi di incostituzionalità (sul punto, si rinvia all’articolata motivazione della sentenza). Restano in questo modo da nessun Giudice scrutinati alcuni rilevanti dubbi circa la legittimità del complessivo impianto normativo applicabile alla materia dello svolgimento del servizio di riscossione da parte delle società di scopo non iscritte all’albo, dubbi non tutti risolti dalla sopravvenuta norma interpretativa; tali questioni erano state sollevate nell’ordinanza di rinvio pregiudiziale alla Cassazione da parte della Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Napoli n. 3737 del 23.05.2024, questioni che la Corte di Cassazione (sent. 7495/2025) aveva sbrigativamente ritenuto superate proprio per effetto dell’entrata in vigore della suddetta norma di interpretazione autentica, così evitando di affrontarle. (APM)
Consorzi di bonifica: dubbi sulla giurisdizione in materia di riscossione dei cd. “conguagli”
La sezione tributaria della Cassazione (ordinanza interlocutoria n. 7792/2026) ha rimesso al Primo presidente la questione del se anche i “conguagli” dovuti dai consorziati di un consorzio di bonifica a seguito di un piano di riordino fondiario rientrino nella giurisdizione tributaria, come è invece assodato per i normali contributi consortili dovuti per le attività di bonifica.
Il “conguaglio” è dovuto in conseguenza del maggior valore della proprietà risultante in favore di alcuni consorziati per effetto del riordino effettuato dal consorzio. La Sezione dubita che le entrate in questione abbiano natura tributaria, non costituendo contribuzione a fronte di spese pubbliche, ma un corrispettivo/indennizzo dovuto ad alcuni consorziati a seguito dell’attività consortile diretta a riassegnare frazioni di terreni in forza di legge regionale di riordino fondiario. Il consorzio, nel riscuotere il pagamento dei conguagli (che finanzia quanto dovuto ai consorziati svantaggiati dal riordino) non eserciterebbe un potere impositivo, ma un potere amministrativo incidente sulla titolarità della proprietà fondiaria.
Poiché un tal genere di entrate non rientra tra quelle rispetto alle quali si è già formato un solido indirizzo giurisprudenziale in tema di giurisdizione, la Sezione remittente ha ritenuto che la questione dovrebbe essere decisa dalle Sezioni Unite e non dalla sezione semplice della Suprema Corte. (APM)
Nel processo tributario il difetto di giurisdizione è (di nuovo) rilevabile in ogni stato e grado
Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 23/03/2026, n. 6896, facendo applicazione della recente sentenza n. 24172/2025 delle Sezioni unite, ha dichiarato la rilevabilità del difetto di giurisdizione del Giudice tributario in ogni stato e grado del procedimento, anche allorquando sul tema si sia formato il giudicato implicito (in superamento del precedente orientamento che aveva preso le mosse dalla storica Cass. Sez. Un. n. 24883/2008). Il recente arresto delle Sezioni unite, - pur confermando che, quando la causa è decisa nel merito e i vizi processuali non sono rilevati dal Giudice di primo grado, la parte è onerata di promuovere specifica impugnazione sul punto, al fine di evitare la formazione del giudicato interno - ha affermato che a tale regola si sottraggono i vizi processuali rilevabili, in base ad espressa previsione legale, "in ogni stato e grado" e i vizi relativi a questioni "fondanti", i quali, per contro, restano rilevabili anche d’ufficio nei gradi successivi.
Il difetto di giurisdizione del Giudice tributario è per l’appunto rilevabile in ogni stato e grado del processo, in forza dell’espressa previsione di cui all’art. 3 del d.lgs. n. 546/1992 (analoga disciplina è contenuta nell’art. 47 del d.lgs. 175/2024, efficace dal 1/1/2027). Una diversa regola è invece dettata in tema di difetto di giurisdizione del Giudice ordinario (art. 37 c.p.c., novellato dall’art. 3 del d.lgs. 149/2022) e in tema di difetto di giurisdizione del Giudice amministrativo (art. 9 del d.lgs. 104/2010), “con il risultato che, in base alle differenziate discipline attualmente vigenti, il difetto di giurisdizione del giudice tributario è rilevabile, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del processo, mentre lo stesso non vale per il difetto di giurisdizione del giudice ordinario (e del giudice amministrativo)”. (FM)
Netflix e ius variandi, tutela effettiva o rischio di illusione?
La sentenza del Tribunale di Roma n. 4993/2026 è rilevante non solo perché considera illegittimi alcuni aumenti del prezzo degli abbonamenti Netflix, ma soprattutto perché sposta l’attenzione dal mero rincaro alla struttura informativa della clausola, verificando se il consumatore fosse stato posto in condizione di comprendere, già al momento della conclusione del contratto, in base a quali criteri quel prezzo sarebbe potuto variare.
In questo senso la decisione sembra allinearsi con la giurisprudenza maturata nei settori delle telecomunicazioni e dei servizi essenziali, ma compie un passaggio ulteriore: non ritiene sufficiente la mera previsione del preavviso e del diritto di recesso, se lo ius variandi resta formulato in termini generici e privo di motivazioni contrattualmente prestabilite
Il medesimo principio è stato espresso dalla CGUE nella causa C-92/11, RWE Vertrieb, secondo cui, per valutare la vessatorietà di una clausola di variazione del prezzo, occorre verificare se il contratto espone in modo trasparente i motivi e le modalità dell’eventuale modifica, così da consentire al consumatore di prevederne gli aumenti.
Altro precedente interessante è la giurisprudenza formatasi nei servizi di comunicazioni elettroniche, ove si è progressivamente affermato che lo ius variandi è ammissibile solo se ancorato a un giustificato motivo contrattualmente intelligibile e a criteri di esercizio trasparenti.
In conclusione, la sentenza impone alle piattaforme una sorta di “regolarizzazione preventiva” delle proprie scelte economiche. Tuttavia, ciò può produrre un effetto paradossale, perché gli operatori, per prevenire il contenzioso, saranno indotti a predisporre clausole sempre più analitiche e tecniche, con il rischio che la tutela diventi solo formalmente più trasparente ma, di fatto, risulti meno leggibile per il consumatore. (FS)
Omesso riversamento dell’imposta di soggiorno da parte di gestori di strutture ricettive: la Corte dei conti declina la giurisdizione
La Corte dei Conti, Sezione Seconda Giurisdizionale Centrale d’Appello, sent. 51/2026, e Sezione Prima Centrale d’Appello, sent. 61/2026 conformandosi ad un recente arresto della Suprema Corte di Cassazione (Cass. SS.UU. ord. n. 1527/2026, su cui si v. il contributo del 27.03.2026), ha declinato la propria giurisdizione in favore del giudice tributario in ordine a giudizi per omesso riversamento ai Comuni di somme percepite a titolo di imposta di soggiorno da parte di gestori di strutture ricettive.
In entrambe le pronunzie la Corte ha preso atto dell’intervenuto mutamento nella giurisprudenza di legittimità, a seguito della novella attuata con l’art. 180 comma 3 d.l. 34/2020 (che ha introdotto il comma 1-ter dell’art. 4 d.lgs. 23/2011), ed affermato che, posta la natura tributaria di tale obbligo di riversamento, essi non sono agenti contabili ma responsabili di imposta, con conseguente attrazione delle liti tra questi e gli Enti impositori alla giurisdizione tributaria. (GM)
Prima Revisione della Commissione UE al Digital Markets Act: giudizio positivo e conferma dell’assetto regolatorio
Il 28 aprile 2026 la Commissione UE ha adottato la prima Revisione del Regolamento (UE) 2022/1925 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo a mercati equi e contendibili nel settore digitale (Digital Markets Act - DMA).
Il DMA contiene le regole dedicate alle grandi piattaforme tecnologiche che rappresentano un punto di accesso ai mercati digitali (gatekeeper). L’obiettivo è quello di regolare il comportamento delle imprese Big-Tech all’interno del mercato unico europeo, garantendo un livello equo di accesso e concorrenza su mercati altamente concentrati. L’autorità preposta all’applicazione della regolamentazione è la Commissione UE.
Nella relazione presentata al Parlamento, al Consiglio e al Comitato economico e sociale, la Commissione ha evidenziato come il DMA - che si applica ai soli gatekeeper e non impone obblighi diretti alle PMI - abbia già prodotto effetti positivi in termini equità e contendibilità dei mercati digitali, nonostante la recente entrata in vigore. L’attuazione iniziale si è mostrata efficace nel contrastare le pratiche dannose, incidendo su condotte, scelte tecniche e assetti contrattuali dei gatekeeper. Ciò ha favorito nuove opportunità per utenti commerciali e concorrenti e ha rafforzato l’autonomia degli utenti finali, con particolare riguardo al controllo dei dati e alle scelte digitali.
La Commissione ha sottolineato come il DMA si sia rivelato inoltre uno strumento adeguato al contesto tecnologico, in rapida evoluzione. Nella formulazione attuale, la regolamentazione tiene il passo con gli sviluppi tecnologici, come la crescente importanza dei servizi di cloud computing e l’ascesa dell’intelligenza artificiale. La Commissione non ha ravvisato pertanto la necessità di apportare modifiche nell’immediato.
Le prossime priorità riguarderanno: i servizi di intelligenza artificiale; eventuali lacune applicative nella designazione di gatekeeper; possibili modifiche al quadro procedurale; possibili modifiche ad alcuni template utilizzati dai gatekeeper; incremento della trasparenza; istituzione di un sistema di valutazione strutturata dell’impatto della regolamentazione in futuro.
In attesa della pubblicazione definitiva delle Linee Guida sullo sviluppo e sul procurement di sistemi di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione
Con la Determinazione n. 43 del 10 marzo 2026, l’AgID ha avviato le procedure di consultazione relative ai testi delle Linee Guida per lo sviluppo e per il procurement di sistemi di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione, previste dal Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione 2024-2026 (DPCM 12 gennaio 2024).
Seppur espressamente destinati alle PA di cui all’art. 2, co. 2, del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), entrambi i documenti forniscono importanti indicazioni relativamente a quelli che sono i principi da rispettare nell’adozione dei sistemi di IA da parte della PA, anche e soprattutto quando acquisiti tramite public procurement.
In tema di sviluppo di sistemi IA, le Linee Guida individuano i principi generali a cui le PA devono attenersi per garantire conformità normativa e autonomia operativa nell’impiego dell’IA, offrendo anche un’utile sintesi di quella che è la declinazione pratica, sia nella fase di sviluppo che in quella di procurement, dei principi di cui al par 3.4 delle Linee Guida per l’Adozione dell’Intelligenza Artificiale nella PA, adottate da AgID con Determinazione n. 17/2025, pubblicate per la consultazione tra febbraio e marzo dello scorso anno e non ancora adottate.
In tema di procurement di sistemi IA, invece, le Linee Guida integrano il quadro dei principi generali applicabili ai contratti pubblici, individuando in modo mirato principi rilevanti, appunto, ai fini dei procurement di sistemi di IA, anche con riferimento a quanto previsto dalla L. n. 132/2025 (Legge IA). Si tratta di un insieme di principi che assumono valore trasversale rispetto alle diverse fasi del ciclo di vita del contratto, dalla programmazione e progettazione fino all’affidamento, alla stipula e all’esecuzione (principio di risultato, della fiducia, dell’accesso al mercato, di trasparenza, di responsabilità, di proporzionalità, di controllo e di sostenibilità).
Iniziata il 12 marzo 2026, la consultazione pubblica si è conclusa l’11 aprile 2026. I testi aggiornati delle Linee Guida sono stati quindi trasmessi alle amministrazioni competenti perché rendano i dovuti pareri e osservazioni, per poter procedere solo poi alla loro pubblicazione definitiva. (VG)
NIS2: pende il termine per procedere alla prima categorizzazione delle attività e dei servizi offerti dai soggetti NIS
Il 1° maggio 2026 si è aperta la prima finestra temporale per completare, entro il 30 giugno 2026, l’attività di elencazione e categorizzazione delle attività e dei servizi
dei soggetti NIS, per il tramite della Piattaforma tenuta dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN).
Come già affrontato nel contributo del 23.2.2026, la Direttiva NIS2 ha introdotto nuovi obblighi di gestione del rischio per la sicurezza informatica e di notifica degli incidenti informatici ed è stata recepita a livello interno dal D. Lgs. n. 138/2024, Decreto NIS
Gli adempimenti imposti alle imprese che rientrano nell’ambito di applicazione della disciplina (i soggetti NIS) sono molteplici e tra questi rilevano anche le attività che le stesse devono svolgere sulla Piattaforma ACN, che costituisce il principale (e unico) canale di comunicazione tra il soggetto NIS e l’Agenzia. Tra le attività da compiere, la più importante è la Registrazione, che dev’essere effettuata tra gennaio e febbraio di ogni anno, a cui si aggiunge poi l’Aggiornamento annuale, da completare tra il 15 aprile e il 31 maggio con l’inserimento di nuove informazioni, come l’elenco dei componenti degli organi di amministrazione e direttivi e, da ultimo, i referenti CSIRT e l’elenco dei fornitori rilevanti NIS (cfr. Determinazione ACN 127437/2026).
Di recentissima introduzione è invece la funzionalità legata all’elencazione e categorizzazione delle attività e dei servizi. Queste attività sono previste già a livello legislativo dall’art. 30, Decreto NIS, e sono finalizzate a determinare l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure tecniche, operative e organizzative che un soggetto NIS deve adottare per gestire i rischi per la sicurezza informatica e ridurre al minimo l’impatto degli incidenti (artt. 24, co. 1, e 31, Decreto NIS). L’elencazione è diretta alla successiva attribuzione, a ciascuna attività e servizio, di diverse “categorie di rilevanza”, le quali misurano «l’impatto di una possibile compromissione dell’attività o del servizio sulla capacità del soggetto di svolgere correttamente le attività e i servizi NIS» (cfr. Determinazione 155238/2026 e relativi allegati). L’attività di categorizzazione è svolta dal soggetto NIS sulla base del modello di categorizzazione predisposto dall’ACN, di cui alla Determinazione 155238/2026, nonché alle relative Linee Guida NIS.
Anche in questo caso, la mancata elencazione o categorizzazione delle attività e dei servizi NIS è sanzionabile ai sensi dell’art. 38, co. 10 e 11, Decreto NIS (VG)
L’inserimento di AI Overview nel motore di ricerca di Google è all’esame della Commissione UE per diverse possibili infrazioni: Digital Services Act, disciplina antitrust e copyright Il 29.04.2026 l’AGCOM, quale Coordinatore nazionale per i servizi digitali, ha deliberato l’invio di una segnalazione alla Commissione UE, invitandola a valutare l’apertura di un procedimento di infrazione del DSA da parte di Google per avere inserito in Google Search la funzione AI Overview. Tale funzione genera risposte
sintetiche, fondate su contenuti di terzi, che, collocate nella parte alta della pagina dei risultati, riducono la visibilità e reperibilità dei link ai siti originali di editori e giornalisti, con l’effetto, ormai accertato, di produrre una rilevante riduzione dei clic verso gli stessi.
Nella segnalazione, che nasce da un reclamo formale della FIEG, l’AGCOM contesta:
- insufficiente trasparenza dei sistemi di raccomandazione: l’utente non è posto in condizione di comprendere come e sulla base di quali contenuti è costruita la risposta di AI Overview;
- rischio di disinformazione: AI Overview incorre in errori e “allucinazioni” e non offre all’utente strumenti per verificare facilmente le fonti e risalire al materiale originale;
- rischi sistemici per pluralismo e libertà di informazione: Google Search si è trasformato da “motore di rinvio” a “motore di risposta” e, riducendo drasticamente l'incentivo a cliccare le fonti originali, compromette la sostenibilità economica dell’editoria e la libertà di espressione e informazione, a danno soprattutto di editori piccoli e indipendenti.
L’inserimento dell’IA generativa nel motore di ricerca di Google aveva già prodotto reazioni: a dicembre 2025 la Commissione UE ha avviato un’indagine per violazione dell’art. 102 TFUE e a febbraio 2026 l’European Publishers Council ha proposto reclamo formale alla Commissione UE per abuso di posizione dominante e violazione del copyright. Si contesta a Google di utilizzare i contenuti web di editori e giornali senza autorizzazione, senza adeguata remunerazione e senza effettivi meccanismi di opt-out per i titolari dei diritti rispetto all’utilizzo dei propri contenuti (se non a costo di un peggioramento dell’indicizzazione nei risultati di ricerca). Google, da un lato, ha abusato di un accesso privilegiato ai contenuti per addestrare i propri modelli di IA, creando uno svantaggio competitivo per altri sviluppatori di IA e, dall’altro, ha ridotto traffico e ricavi per gli editori, compromettendo la sostenibilità dell’informazione professionale.
(EV - AS)