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Aggionarmenti VMA_n10_27.4.2026

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AGGIORNAMENTI VMA

Gli Aggiornamenti segnalano alcune novità esaminate nel corso dell’attività dello Studio. Si resta a disposizione per approfondimenti riguardo alle stesse: aggiornamenti@vm-associati.it

A cura di:

Michela Bassani (MB)

Andrea Di Gialluca (ADG)

Lorenza Filippone (LF)

Davide Galofaro (DG)

Valentina Garilli (VG)

Mario Manna (MM)

Francesca Marchetti (FM)

Giorgia Marra (GM)

Alfonso Papa Malatesta (APM)

Michele Maria Rossi (MMR)

Eugenio Ruggiero (ER)

Federica Sisca (FS)

Annalisa Stirpe (AS)

Enrico Tonelli (ET)

Ernesta Visentini (EV)

• Rinvio dell’obbligo di assicurazione per i gestori di risorse

• Limiti processuali all’applicabilità della nuova disciplina in tema di responsabilità erariale 19

• Laleggedidelegazioneeuropea2025prevedel’adeguamentodella disciplina nazionale ai regolamenti europei in tema

• Nuove protezioni per i consumatori: norme contro il greenwashing e maggiori garanzie di corretta informazione e trasparenza

Concorrenza e mercato

L’AGCM trasmette una nuova segnalazione al Governo in materia di concessioni demaniali marittime

Il 5.2.2026 l’Autorità è nuovamente intervenuta in materia di concessioni demaniali marittime, trasmettendo al Governo un secondo atto di segnalazione ex artt. 21 e 22 L. n. 287/1990, con il quale ha evidenziato le criticità concorrenziali conseguenti alla modifica dell’art. 3 l. n. 118/2022 introdotta con d.l. n. 131/2024 per estendere l’efficacia delle concessioni in essere fino al 30.9.2027. Molte amministrazioni concedenti hanno infatti deciso di differire la validità delle concessioni, rinviando ulteriormente l’adozione dei bandi di gara, senza prevedere uno specifico cronoprogramma o un termine finale entro cui concludere la procedura.

L’Autorità, ritenendo che l’intervento legislativo si è dunque tradotto in un’ingiustificata proroga automatica e generalizzata di tutte le concessioni in essere, ha altresì rilevato che la disciplina applicabile ai procedimenti di affidamento delle concessioni si pone in contrasto con i principi della libera concorrenza, in quanto:

a) il modello procedimentale adottato per l’assegnazione delle concessioni contempla modalità di selezione non idonee a stimolare il confronto competitivo (come uniformemente ribadito dalla recente giurisprudenza del Consiglio di Stato);

b) prevede un evidente favor nei confronti dei soggetti titolari di concessione, sia in relazione ai criteri di valutazione delle offerte che penalizzano i nuovi operatori, sia per la previsione di un indennizzo per il concessionario uscente che non è circoscritto nell’an e nel quantum (come invece imporrebbero i recenti rilievi mossi dal Consiglio di Stato, dalla Commissione UE e dalla Corte Costituzionale);

c) contempla la possibilità, non circoscritta da specifici limiti, di ricorrere allo strumento del project financing per l’assegnazione delle concessioni demaniali marittime, nonostante la previsione (art. 193, c. 9 e 12 d.lgs. n. 36/2023) dell’obbligo di prevedere nel bando di gara un diritto di prelazione a favore del promotore/proponente sia stata recentemente dichiarata dalla Corte di Giustizia UE, (sentenza del 5.2.2026, discussa nel contributo del 23.02.2026) incompatibile con l’ordinamento euro.

(EV – APM)

Operazione di concentrazione: aggiornate le soglie di fatturato per l’obbligo di notifica

Con la delibera n. 31873 del 10 marzo 2026, pubblicata il 16 marzo 2026, l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha modificato le soglie di fatturato che rendono obbligatoria la comunicazione preventiva delle operazioni di concentrazione, ai sensi dell'art. 16, co. 1, della legge n. 287 del 1990

Le nuove soglie di fatturato sono pari a 595 milioni di euro per il fatturato totale realizzato a livello nazionale dall'insieme delle imprese interessate all'operazione e a 36 milioni di euro per il fatturato totale realizzato individualmente a livello nazionale da almeno due delle imprese.

(MB)

Società e mercato dei capitali

Attuazione della legge capitali

Con il d.lgs. 27 marzo 2026, n. 47, è stata data attuazione alla delega contenuta nella Legge Capitali (legge 5 marzo 2024, n. 21), per la riforma organica delle disposizioni in materia di mercati dei capitali. La normativa interviene su numerosi e variegati profili, dalla disciplina della gestione collettiva del risparmio, alla governance delle società per azioni, alla disciplina delle società quotate e, ancora, su altre materie affini (quali, ad esempio, l’abrogazione della disciplina c.d. dell’interlocking in materia di composizione degli organi di amministrazione e controllo degli intermediari del mercato finanziario). Si avrà modo, in futuro, di tornare su singoli argomenti per offrire gli opportuni approfondimenti. (ER)

Contratti bancari e finanziari

Validità dei contratti di Interest Rate Swap: la Cassazione chiarisce e sviluppa i principi fissati dalle Sezioni Unite con sentenza n. 8770/2020

Con le due ordinanze n. 2262 del 3.2.2026 e n. 2358 del 4.2.2026, la Cassazione propone una rilettura ragionata dei principi enunciati dalle Sezioni Unite in tema di validità dei contratti di IRS (sentenza n. 8770/2020), con l’obiettivo di tracciare una rotta rispetto alle incertezze applicative affrontate e risolte in modo disomogeneo dalla successiva giurisprudenza di legittimità.

Resta fermo il solco delineato dalle Sezioni Unite: l’IRS è una scommessa finanziaria legalmente autorizzata solo se l’alea che le è connaturata è misurabile secondo criteri scientificamente riconosciuti e oggettivamente condivisi (c.d. alea razionale), di modo che l’accordo tra intermediario e investitore si formi anche sulla misura (qualitativa e quantitativa) delrischioassunto. Gli elementi essenziali alla comprensione dell’alea razionale sono il mark to market (MTM) e gli scenari probabilistici, entrambi indispensabili, essendo l’uno la formula matematica e gli altri i fattori posti in rapporto con la stessa.

Con le citate ordinanze, dirette a «sviluppare ulteriormente, precisare e puntualizzare» la pronuncia delle Sezioni Unite, la Cassazione promuove un approccio teso alla verifica in concreto, al di là del tenore letterale del contratto, della sussistenza, al momento della conclusione del contratto stesso, degli elementi necessari perché l’investitore abbia consapevolezza della misura del rischio assunto, stabilendo che:

(a) posto l’innegabile legame (probabilmente indissolubile) tra i tre requisiti del contratto attinenti alla meritevolezza, alla causa ed all’oggetto, l’impostazione delle Sezioni Unite diventa, per effetto delle precisazioni contenute nella giurisprudenza successiva, quella per cui il contratto di IRS che, secondo un giudizio ex ante, non sia assistito da un’alea razionale (perché privo degli elementi necessari a far comprendere all’investitore la misura del rischio assunto), è nullo perché non persegue un interesse meritevole di tutela ex art. 1322 c.c. in quanto «in contrasto con l’ordine pubblico economico che non tollera scommesse aventi ad oggetto uno scambio di flussi “al buio”» (ord. 2262/2026);

(b) in mancanza di una nozione normativa di scenari probabilistici, l’espressione utilizzata dalle Sezioni Unite va intesa in chiave oggettiva e non previsionale; essa va riferita a dati storici (rendimento medio e volatilità) utilizzati per la determinazione del mark to market, restando invece esclusa ogni valutazione basata su aspettative future, che sconta un difetto di oggettività;

(c) è coerente con i principi stabiliti dalle Sezioni Unite riconoscere che il grado di dettaglio delle informazioni necessarie alla comprensione dell’alea dipende dalla

complessità del prodotto finanziario e che la mancanza di informazioni che sono di pubblico dominio o di agevole reperibilità per l’investitore non determina l’invalidità del contratto

(ET – EV)

Clausole abusive nei contratti con i consumatori: decorrenza della prescrizione delle azioni restitutorie secondo la CGUE e la giurisprudenza italiana

Con sentenza C-679/24 del 19.03.2026, la Corte di Giustizia UE ha ribadito che le norme nazionali sulla prescrizione dell’azione di restituzione di somme indebitamente versate in forza di clausole abusive sono compatibili con la Direttiva 93/13/CEE solo se non compromettono l’effettività della tutela del consumatore (così anche CGUE 25/04/2024, n. 484; CGUE 25/01/2024, n. 810).

In particolare, il decorso del termine non può essere collegato a un momento in cui il consumatore potrebbe non disporre degli elementi necessari per comprendere che il suo diritto è stato leso – ad esempio, dalla stipula del contratto, come nel caso esaminato dalla Corte – poiché il rimedio ne risulterebbe svuotato di contenuto. Il consumatore rischierebbe infatti di vedere prescritta l’azione di restituzione prima ancora di aver acquisito consapevolezza dell’abusività della clausola. Il principio di effettività impedisce dunque che il dies a quo sia sganciato dalla concreta conoscibilità dell’esistenza del diritto.

Tale impostazione si confronta con l’orientamento della Corte di Cassazione in tema di decorrenza della prescrizione dell’azione di indebito oggettivo (art. 2033 c.c.), che distingue tra difetto originario della causa solvendi e difetto sopravvenuto: nel primo caso la prescrizione decorre dall’esecuzione della prestazione non dovuta, mentre nel secondo il dies a quo coincide con il momento in cui l’accertamento dell’indebito diviene definitivo (Cass. n. 3561/2026; Cass. n. 24653/2016; Cass. n. 24628/2015).

Con riguardo alle clausole abusive ex art. 33 e ss. Codice del Consumo – nulle ab origine, ma spesso percepite come tali solo anni dopo la stipula del contratto o l’esecuzione della prestazione – l’applicazione di tali principi rischia di frustrare l’effettività della tutela.

La CGUE non impone un dies a quo, ma esige che la disciplina nazionale non si traduca in una compressione sostanziale dei diritti del consumatore. Ne deriva la necessità di un’interpretazione conforme al principio di effettività, che individui il dies a quo in modo coerente con la reale capacità del consumatore di conoscere il vizio e azionare il rimedio.

(DG – EV)

Imposte e tributi

Dal 2027 niente più cumulo fra neo-residenti e impatriati

L’art. 2 del d.l. 38/2026 ha colmato (con effetti dal 2027) un vuoto normativo aperto sin dal 2024, stabilendo esplicitamente la non cumulabilità fra il c.d. nuovo regime impatriati e il c.d. regime per i neo-residenti.

La legge di bilancio per il 2017 aveva introdotto il regime dei neo residenti e aveva sancito l’incompatibilità di tale regime con il vecchio regime impatriati e il c.d. regime dei ricercatori e docenti universitari (o c.d. rientro dei cervelli).

Tuttavia, il vecchio regime impatriati era stato abrogato con il d.lgs. 209/2023, introducendo la disciplina del nuovo regime.

Il nuovo regime impatriati aveva creato problemi di coordinamento con gli altri due regimi agevolativi citati, portando l’Agenzia dell’Entrate, risposta ad interpello 16/2025, ad affermare la cumulabilità dello stesso con il regime dei ricercatori e docenti universitari. Secondo la dottrina, tale soluzione interpretativa era pienamente estendibile anche al regime per i neo-residenti.

La lacuna normativa creatasi, tuttavia, ha portato il legislatore ad intervenire, con il suddetto d.l. 38/2026, inserendo nel testo della legge di bilancio il rinvio espresso all’incumulabilità del nuovo regime impatriati con il regime dei neo residenti.

La conclusione è che i due regimi non saranno più cumulabili a partire dal 2027: il contribuente che deciderà di trasferire in Italia la propria residenza nel 2027 potrà, pertanto, al sussistere di tutti i requisiti, optare per uno solo dei due regimi agevolativi.

(ADG – MMR)

Marcia indietro su plusvalenze e dividendi

In data 27 marzo 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto-legge n. 38 del 2026 recante "Disposizioni urgenti in materia fiscale ed economica".

Per mezzo di tale decreto vengono corrette principalmente alcune misure introdotte dalla Legge di Bilancio 2026.

L'art. 11 del suddetto decreto ripristina il regime di esclusione dei dividendi e di esenzione delle plusvalenze.

Il legislatore ha abrogato, a decorrere dal 1° gennaio 2026, le disposizioni di cui all’art. 1, co. da 51 a 55, della Legge di Bilancio 2026, che avevano modificato le condizioni di applicazione degli artt. 58,59,97 e 89 del t.u.i.r., richiedendo altresì che i dividendi e le plusvalenze, per usufruire del regime agevolativo, fossero realizzati su partecipazioni detenute, direttamente o indirettamente all’interno dello stesso gruppo,

in misura non inferiore al 5% ovvero di un valore fiscalmente riconosciuto non inferiore a 500 mila euro.

(ADG – MB)

Esterovestizione

La Corte di Cassazione (ordinanza n. 7694 del 30.03.2026) prosegue nel proprio precedente orientamento – e in quello della Corte di Giustizia UE – confermando che per "esterovestizione" si intende la fittizia localizzazione della residenza in un Paese con un trattamento fiscale più vantaggioso di quello nazionale, allo scopo di sottrarsi al più gravoso regime nazionale.

L'oggetto dell'accertamento che il giudice deve compiere, pertanto, è quello dell'apparente localizzazione all'estero di un soggetto; non è rilevante accertare la sussistenza di ragioni economiche diverse da quella della convenienza fiscale, anche perché la scelta di stabilire la sede, legale o effettiva, di una società in uno Stato membro al fine di beneficiare di una legislazione più vantaggiosa, non costituisce di per sé un abuso.

(ET)

Riscossione delle entrate e rapporti con gli Enti creditori

Le Sezioni Unite sulla Rottamazione-quater

Nella sentenza n. 5889 del 15 marzo 2026 le Sezioni Unite enunciano alcuni importanti principi di diritto sulla definizione agevolata dei carichi affidati agli agenti della riscossione disciplinata dall’art. 1 commi da 231 a 252 della Legge n. 197 del 2022 (Rottamazione-quater).

In relazione alla prima questione oggetto di rimessione («effetti processuali dell’adesione alla procedura di ‘rottamazione quater’»), le Sezioni Unite, preso atto dell’introduzione dell’art. 12-bis del D.L. n. 84 del 2025 convertito con modificazioni dalla Legge n. 108 del 2025 (norma di interpretazione autentica dell’art. 1 comma 236 della Legge n. 197 del 2022), affermano che la norma ha eliminato qualsiasi dubbio “sul fatto che l’estinzione del processo discenda dalla definizione della procedura amministrativa intesa quale perfezionamento dell’ammissione alla procedura stessa mediante presentazione della domanda da parte del debitore; comunicazione di ammissione e determinazione del dovuto da parte di Ader; versamento dell’unica ovvero della prima rata di rientro, da documentarsi agli atti di causa. La sospensione del processo legalmente stabilita nelle more del versamento delle somme dovute non va oltre il tempo necessario all’esaurimento di queste fasi, dall’istanza al primo o unico versamento, scadenzate da termini perentori”.

Quanto alla seconda questione («estensione della procedura definitoria ai carichi non tributari»), le Sezioni Unite ritengono che il procedimento di definizione agevolata possa avere ad oggetto anche debiti di natura non tributaria, “purché risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022”.

Ciò si ricava, secondo il Supremo Consesso:

- dalla normativa in materia di definizione agevolata (art. 1 commi 231, 246, 245, 247 e 251 della Legge n. 197 del 2022; l’art. 1, comma 231, in particolare prevede che oggetto di definizione agevolata sono “i debiti risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022”, venendo, dunque, in rilievo “da un lato, la modalità legale di riscossione a mezzo ruolo e , dall’altro, l’affidamento del recupero all’agente entro l’arco temporale indicato”);

- nonché dallo scopo della procedura “volta sia ad agevolare, mediante lo stralcio di interessi e sanzioni, il recupero delle somme, sia ad estinguere – nel caso di processi pendenti – il relativo contenzioso”.

Da ultimo, in relazione alla terza questione oggetto di rimessione («estensione della estinzione del processo ai co-obbligati in solido»), le Sezioni Unite affermano che la definizione agevolata disciplinata dall’art. 1, commi 231 e ss. della Legge n. 197 del 2022 “…produce i suoi effetti sostanziali e processuali, tra i quali l’estinzione del giudizio,

anche nei confronti del co-obbligato non aderente”, operando un coordinamento tra i principi in materia di obbligazioni solidali e quelli relativi alle procedure pubblicistiche di definizione.

Enti locali

Compensi degli amministratori delle società a partecipazione pubblica: interviene la Sezione autonomie della Corte dei Conti

Con deliberazione n. 9 del 23 marzo 2026, la Sezione autonomie della Corte dei Conti è intervenuta sul tema della determinazione dei compensi degli amministratori delle società in house providing controllate dagli enti locali, ai sensi del combinato disposto degli artt. 11, comma 7, del d.lgs. 175/2016 (TUSP) e 4, comma 4, d.l. 95/2012, in risposta alla richiesta di chiarimento nomofilattico sollevata dalla Corte dei conti Puglia, sez. contr., delib. 21.1.2016 n. 11 (cfr. contributo del 27.3.2026).

Si ricorda brevemente che le disposizioni richiamate hanno stabilito, in via transitoria (nell’attesa dell’emanazione del decreto attuativo richiamato dall’art. 11, c. 6), che il costo annuale sostenuto per i compensi degli amministratori delle società a controllo pubblico non può superare l’80% del costo complessivamente sostenuto nell’anno 2013. Nell’applicazione delle disposizioni, si sono avuti dubbi e contrasti interpretativi in due ipotesi: il caso di costo storico inesistente e quello di costo storico esistente, ma irrisorio (cfr. contributo del 27.3.2026).

Ricordato che la questione va circoscritta alle società a partecipazione pubblica controllate da regioni ed enti locali (atteso che a quelle controllate dal MEF si applica la disciplina dei compensi come regolati dal d.m. n. 166/2013), in relazione al primo caso, la Corte condivide gli approdi già raggiunti dalla giurisprudenza contabile, acconsentendo che, in caso di costo storico inesistente, l’amministrazione controllante possa individuare un parametro diverso dal costo storico, nel rispetto di precisi indicatori dimensionali.

Anche per il caso del costo storico esistente, ma irrisorio, rilevata la evidente insufficienza del regime transitorio (messa in luce anche dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 153/2022), la Corte ritiene possibile individuare un diverso parametro per la determinazione dei compensi degli amministratori.

Secondo la Corte, l’ipotesi del costo storico irrisorio è riconducibile a quella del costo storico sostanzialmente inesistente, purché l’amministrazione dimostri l’intervento di vicende modificative sopravvenute, tali da tradursi in un effettivo e rilevante ampliamento sostanziale dell’attività societaria e/o comunque in una maggiore complessità della società, se non in una modifica sostanziale della stessa.

La Corte offre poi indicazioni per determinare gli emolumenti da corrispondere agli amministratori, in entrambe le ipotesi al suo esame: individuare i parametri in “precisi indicatori dimensionali, confrontando, in primis, il compenso con il volume d'affari, il patrimonio netto e l'utile della società; di poi, evidenziando dell’incarico la sua complessità, valutando la responsabilità assunta e la professionalità specifica richiesta; ancora, analizzando i compensi medi per posizioni simili in aziende dello stesso settore

e area geografica ed, infine, armonizzando il compenso rispetto alla retribuzione dei dipendenti e degli altri dirigenti, entro il limite dell’equilibrio economico e comunque senza superare il tetto massimo complessivo del trattamento economico degli amministratori e dirigenti pubblici”.

(FM)

Giurisdizione e processo

Contumacia involontaria e notifica della sentenza: alle Sezioni Unite la questione tra stabilità e diritto di difesa

La rimessione alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione sul tema del contraddittorio “differito” riapre un nodo cruciale del processo: il rapporto tra stabilità delle decisioni e diritto effettivo di difesa.

Il caso riguarda una sentenza della Corte di Giustizia tributaria di Roma con cui sono state annullate cartelle di pagamento e avvisi di accertamento. Non essendo stata impugnata la sentenza, il ricorrente ha adito il giudice per l’ottemperanza. L’Agenzia delle Entrate-Riscossione si è costituita deducendo di non aver mai avuto conoscenza del giudizio, non avendo ricevuto la notifica del ricorso introduttivo. Ciononostante, la Corte ha accolto il ricorso, rilevando la mancata impugnazione nei termini.

Proposto ricorso per Cassazione, l’ente ha sostenuto che, in assenza di valida instaurazione del contraddittorio, non sussistesse alcun onere di impugnazione, neppure dopo la notificazione della sentenza. Con ordinanza interlocutoria n. 5910/2026 del 16 marzo 2026, la Suprema Corte ha ritenuto di rimettere la questione alle Sezioni Unite.

L’ordinanza sembra prendere le distanze dall’orientamento consolidato secondo cui la notificazione della sentenza è idonea a far decorrere il termine breve anche per il contumace involontario, attribuendole una funzione autonoma e sufficiente; mentre esamina la distinzione tra effetti processuali della notificazione ed effettiva conoscenza del processo. In tale prospettiva, la conoscenza sopravvenuta della decisione non può considerarsi equivalente a quella che dovrebbe accompagnare l’instaurazione del contraddittorio, specie in caso di mancata o inesistente notificazione dell’atto introduttivo.

Il tema si sposta così dal piano della decadenza a quello della compatibilità con i principi costituzionali e convenzionali, in particolare con gli artt. 24 e 111 Cost. e con l’art. 6 CEDU. La questione è se sia legittimo stabilizzare una sentenza formatasi in assenza di contraddittorio effettivo.

Le Sezioni Unite sono, quindi, chiamate ora a bilanciare certezza dei rapporti giuridici e diritto di difesa, stabilendo se sia conforme al giusto processo far decorrere i termini da un procedimento che, per una parte, non è mai realmente iniziato.

(FS)

La notifica delle sentenze tributarie valida ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione

Cass. civ., Sez. V, Ord., del 23/02/2026, n. 4057 ha affermato che la trasmissione via pec della sentenza tributaria è idonea a far decorrere il termine breve per l’impugnazione solo se il messaggio pec riveste i requisiti di forma-contenuto previsti dall'art. 3-bis della legge n. 53 del 1994

L’ordinanza prende le mosse dal principio - già radicato in seno alla Suprema Corte (non senza pronunce di segno contrario, come sembra essere Cass. Civ., ord. 5155/2025) – secondo cui la notifica telematica della sentenza è idonea a determinare la decorrenza del termine breve di impugnazione, solo se consente al notificato di percepire, senza equivoci, l’intenzione del notificante di sollecitare il termine ad impugnandum.

Con l’arresto in esame, la Corte ha ritenuto di offrire un’ulteriore precisazione al richiamato principio, dichiarando che la validità della notifica della sentenza, ai fini della decorrenza del termine breve per l’impugnazione, si misura sul rispetto della disciplina della l. 53/1994 sulle notifiche degli avvocati.

La Suprema Corte dimentica però di confrontarsi con l’art. 16 bis del d.lgs. 546/1992, con le istruzioni fornite in materia dal MEF nella circolare n. 1/DF del 4 luglio 2019 e con i suoi stessi precedenti (che, sia pure con riferimento al periodo antecedente alla piena introduzione del processo tributario telematico, escludono l’applicazione della l. 53/1994 nella materia tributaria, Cfr. Cass. Civ., Sent. nn. 17941/2016, 15109/2018 e Ord. n. 8560/2019). Soprattutto, la Corte pare dimenticare i soggetti (diversi dagli avvocati) abilitati al patrocinio presso le Corti Tributarie, per i quali non trovano applicazione le norme della l. n. 53/1994

Nel dichiarato intento di individuare un parametro generale ed astratto sul quale verificare validità ed efficacia delle notifiche, sottraendone l’esame all’apprezzamento soggettivo del destinatario o del giudice, “per evidenti ragioni di certezza del diritto”, l’ordinanza in esame sembra invece aver generato non poche incertezze negli operatori.

(MMR – FM)

Ambiente

Modello Unico di dichiarazione ambientale per l'anno 2026

In data 5 marzo 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DPCM del 30 gennaio 2026 recante "Approvazione del modello unico di dichiarazione ambientale per l'anno 2026 - MUD", da utilizzare per le dichiarazioni riferite all'anno 2025. Il Modello Unico di Dichiarazione ambientale è una comunicazione obbligatoria, che enti ed imprese devono presentare annualmente, dichiarando alle autorità competenti i dati relativi ai rifiuti prodotti, trasportati, recuperati o smaltiti nel corso dell’anno precedente.

In base all'articolo 6 della Legge 25 gennaio 1994 n.70, il termine per la presentazione del Modello Unico di dichiarazione ambientale (MUD) è fissato in centoventi giorni a decorrere dalla data di pubblicazione e, pertanto, la presentazione del MUD dovrà avvenire entro il giorno 3 luglio 2026.

A seguito della pubblicazione del DPCM, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato sul proprio sito web le istruzioni per la compilazione del Modello unico di dichiarazione, il modello per la comunicazione rifiuti semplificata, i modelli raccolta dati, le istruzioni per la presentazione telematica, nonché una sintesi delle modifiche del MUD 2026. (MB)

Contabilità pubblica e giustizia contabile

Rinvio dell’obbligo di assicurazione per i gestori di risorse pubbliche

Il Decreto Milleproroghe (D.L. 200 del 31 dicembre 2025, convertito con modificazioni nella L. 27 febbraio 2026, n. 26) all’art. 1 comma 19-quinquies ha disposto che l’obbligo di assicurazione per i gestori di risorse pubbliche sottoposti a giurisdizione della Corte dei conti, introdotto all’art. 1 comma 4-bis L. 14 gennaio 1994 n. 20 dalla L. gennaio 2026 n. 1, si applicherà a decorrere dal 1° gennaio 2027 (in argomento si rinvia altresì ai contributi del 30.1.2026 e del 23.2.2026). (GM)

Limiti processuali all’applicabilità della nuova disciplina in tema di responsabilità erariale

Nell’ambito della riforma sulla responsabilità erariale di cui alla l. 1/2026, la norma transitoria contenuta nell’art. 6 stabilisce l’applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 1 comma 1 lett. a) (ossia quelle che incidono sulla responsabilità erariale e sui relativi giudizi) ai procedimenti e ai giudizi pendenti non definiti con sentenza passata in giudicato alla data della sua entrata in vigore.

La Corte conti Sezione Giurisdizionale d’Appello per la Regione Siciliana, con la sentenza n. 8/A/2026, ha chiarito che, sebbene la nuova disciplina sia applicabile ai giudizi di appello, quest’ultima deve comunque coordinarsi con le regole processuali del grado nel quale la novella stessa viene in rilievo.

Ad avviso del Collegio, l’applicazione delle regole introdotte con la novella incontrerebbe i limiti conformativi dell’effetto devolutivo dell’appello ex art. 190 c.g.c., delle preclusioni assertive e deduttive previsti dagli artt. 193, 194 e 195 c.g.c., e delle fattispecie in cui è consentito il rinvio al primo giudice ex art. 199 c.g.c.

In particolare, posto che il citato art. 199 c.g.c. non prevede lo ius superveniens tra le cause di rinvio, il Collegio ha rigettato l’istanza di regressione del giudizio al primo grado sollevata dal convenuto. (GM)

Transizione digitale

La legge di delegazione europea 2025 prevede l’adeguamento della disciplina nazionale ai regolamenti europei in tema di cybersicurezza

La Legge 17 marzo 2026, n. 36 (“Legge di delegazione europea 2025”) conferisce al Governo il compito di adeguare l’ordinamento italiano a diversi atti UE, con forte impatto sul settore della cybersicurezza (cfr. artt. 15-17).

Tra questi spicca il Regolamento UE 2024/2847 (Cyber Resilience Act), in relazione al quale il Governo dovrà adottare decreti legislativi di adeguamento entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge (ossia, a partire dal 9 aprile 2026). Il regolamento stabilisce requisiti di sicurezza per prodotti digitali lungo tutto il ciclo di vita, nonché obblighi per fabbricanti, importatori e distributori degli stessi. Sebbene già in vigore, sarà pienamente applicabile dal dicembre 2027, con alcune disposizioni anticipate già al 2026 (in tema di obblighi di notifica degli incidenti e degli organismi di valutazione di conformità).

La legge prevede il coordinamento del CRA con normative nazionali ed europee come il Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica e la Direttiva NIS 2 (di cui si è trattato negli ultimi Aggiornamenti VMA). Centrale è il ruolo dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), designata come autorità di notifica e vigilanza, oltre alla prevista introduzione di un sistema sanzionatorio efficace e coordinato con quelli esistenti previsti dal PSNC e dalla NIS2.

Ulteriore delega riguarda l’adeguamento al Regolamento (UE) 2025/37 sui servizi di sicurezza gestiti, che estende il sistema europeo di certificazione anche a servizi come gestione degli incidenti, audit e consulenza. Ciò incide su norme nazionali esistenti (quale il D.Lgs. n. 123/2022 di adeguamento dell’ordinamento interno al Cybersecurity Act) e rafforza le competenze dell’ACN in materia di certificazione. È inoltre prevista l’attuazione del Regolamento UE 2025/38 (Cyber Solidarity Act), volto a migliorare la capacità europea di prevenzione e risposta agli attacchi informatici. Introduce strumenti come un sistema di allerta europeo, un meccanismo di emergenza, una riserva UE di servizi di sicurezza, nonché procedure di revisione degli incidenti.

Nel complesso, la legge rappresenta un passo verso una disciplina unitaria della cybersicurezza, integrando sicurezza dei prodotti, certificazione, vigilanza e risposta agli incidenti. Il vero nodo sarà costruire un sistema coerente di competenze e poteri tra le autorità, con un ruolo sempre più centrale dell’ACN. (VG)

Proprietà intellettuale

Copyright e IA generativa: nuove regole in arrivo dal Parlamento UE

Nella seduta plenaria del 10 marzo il Parlamento europeo ha analizzato la mozione proposta dalla Commissione Affari Legali volta a riequilibrare tutela del diritto d’autore e sviluppo dell’IA generativa (cfr. Aggiornamenti VMA del 23 febbraio 2026).

Ha dunque approvato una Risoluzione con varie raccomandazioni alla Commissione per la tutela delle opere protette da copyright rispetto al relativo impiego da parte dell’intelligenza artificiale. Invita la Commissione a presentare nuove proposte legislative che traducano queste raccomandazioni in regole vincolanti, aggiornando l’attuale quadro sul diritto d’autore.

In breve, il Parlamento caldeggia:

- remunerazione equa per l’utilizzo delle opere nell’addestramento dei modelli, da estendere anche agli utilizzi passati. A tal fine si chiede di promuovere un mercato delle licenze, privilegiando schemi di licenza collettiva volontaria per settore e respingendo l’idea di licenze generalizzate a fronte di un pagamento forfettario.

- rafforzamento del controllo dei titolari dei diritti sulle opere, con facoltà di impedire che le proprie creazioni siano utilizzate per l’addestramento e la istituzione di un registro centralizzato per le esclusioni gestito dall’Ufficio UE per la Proprietà Intellettuale-EUIPO.

- trasparenza come requisito sostanziale, specificando che l’assenza di informazioni sulle opere utilizzate potrà determinare violazione del diritto d’autore.

Si ribadisce l’attenzione verso i media, suggerendo che le testate giornalistiche siano compensate per il traffico e i ricavi persi a causa dell’azione dei sistemi di IA. Si insiste per la necessità di garantire il pluralismo dei media, contenendo il rischio di una selezione di notizie affidata ai grandi player digitali.

Infine, si sottolinea che i contenuti generati interamente dall’IA dovrebbero essere esclusi dalla tutela del diritto d’autore e che le persone andrebbero protette dalla diffusione di contenuti manipolati o generati attraverso l’intelligenza artificiale

(FS – APM – AS)

Nuove tariffe dei compensi per copia privata. Cloud e dispositivi ricondizionati

Il 23 febbraio 2026 è stato firmato dal Ministro della cultura Alessandro Giuli il decreto sulla “Determinazione del compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi ai sensi dell'articolo 71-septies della legge 22 aprile 1941, n. 633”. Il provvedimento rappresenta l’aggiornamento del sistema di compensi già

previsto dal precedente decreto del 30 giugno 2020, attuato attraverso la rivalutazione delle tariffe sulla base dell’indice ISTAT (FOI / decorrenza 1° gennaio 2021 - 31 dicembre 2024).

Ricordiamo che l’articolo 71-septies LDA prevede che agli autori e ai produttori di fonogrammi, nonché ai produttori originari di opere audiovisive, agli artisti, interpreti ed esecutori e ai produttori di videogrammi, e ai loro aventi causa, sia attribuito un compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi, recanti opere protette dal diritto d’autore. In particolare, il comma 2 dispone che detto compenso per la c.d. copia privata sia determinato con decreto del Ministro della cultura, sentito il Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore, e sottoposto ad aggiornamento triennale. Il presupposto della disciplina si ravvisa nella possibile presenza, grazie allo sviluppo tecnologico, di “memorie” in qualsiasi apparato o dispositivo, che viene ad essere dotato di una propria e specifica capacità di registrazione di fonogrammi e di videogrammi.

Le nuove tariffe sono entrate in vigore il 21 marzo 2026, con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale (GU Serie Generale n.67 del 21-03-2026).

Degna di nota appare, in particolare, l’estensione del sistema dei compensi ad ambiti prima non previsti. Infatti, l’allegato tecnico annesso al decreto include ora espressamente:

i) la memoria in cloud o spazio di memorizzazione in cloud (art. 2, comma 1, lett. q); si prevede un compenso mensile basato sulla capacità in GB. L’inclusione del “cloud” si collega, nell’impianto del decreto, alla sentenza CGUE 24/03/2022, causa C-433/20, la quale precisa che il salvataggio di una copia di un’opera in uno spazio di memorizzazione cloud rappresenta una riproduzione tecnicamente equivalente al salvataggio nella memoria di un qualsiasi altro supporto; ii) gli apparecchi e supporti ricondizionati (art. 2, comma 2); questi dispositivi pagano i compensi come i corrispondenti dispositivi nuovi, i quali diventano quindi suscettibili di corrispondere la tariffa più volte, ossia ad ogni immissione in commercio dopo una rigenerazione.

(AS – APM)

Tutela dei consumatori

Nuove protezioni per i consumatori: norme contro il greenwashing e maggiori garanzie di corretta informazione e trasparenza

Il d.lgs. n. 30 del 20/2/2026 modifica il codice del consumo (d.lgs. n. 206/2005) per recepire la direttiva (UE) 2024/825 contro il greenwashing (marketing ingannevole per costruire un’immagine ecologica positiva non veritiera) e per garantire maggiore trasparenza e protezione ai consumatori dalle pratiche sleali.

Tra le principali novità, vi è l’introduzione di concetti giuridici nuovi, come quelli di “asserzione ambientale” (messaggio commerciale, a carattere non obbligatorio, avente ad oggetto l’impatto ambientale) o “etichetta di sostenibilità” (marchio di fiducia, di qualità o equivalente, a carattere volontario, avente ad oggetto caratteristiche ambientali) o di “durabilità” (capacità dei beni di mantenere le loro specifiche funzioni e prestazioni attraverso un uso normale).

Con riguardo alle pratiche commerciali scorrette, si specifica che possono risultare ingannevoli pratiche:

- idonee ad indurre in errore il consumatore sulle caratteristiche principali del prodotto;

- volte alla formulazione di un’asserzione ambientale relativa a prestazioni ambientali future senza includere impegni chiari, oggettivi, disponibili e verificabili;

- che pubblicizzano come vantaggi elementi irrilevanti che non derivano da caratteristiche del prodotto o dell'impresa.

Tra le pratiche commerciali considerate sempre ingannevoli si includono fattispecie come:

- asserzioni ambientali generiche non dimostrabili:

- uso di etichette di sostenibilità non certificate;

- indicazione che un prodotto nel complesso è “green” quando solo una sua componente lo è;

- comunicazioni ingannevoli sulla durata del prodotto, possibilità di riparazione o obsolescenza;

- omissioni informative su effetti negativi degli aggiornamenti software e divieto di presentare un aggiornamento come necessario se è solo opzionale.

Quanto agli obblighi informativi e di comunicazione, si fissano regole più stringenti in relazione ad aspetti quali la durata dei prodotti, la possibilità di riparazione, gli aggiornamenti software per beni con elementi digitali e contenuti o servizi digitali, l’impatto ambientale e la circolarità, le modalità di pagamento, di consegna e di reclamo, la garanzia legale di conformità e la garanzia commerciale di durabilità (in allegato si prevedono i modelli grafici di avviso armonizzato ed etichetta armonizzata).

Le nuove disposizioni saranno pienamente applicabili dal 27/9/2026, per consentire alle imprese l’adeguamento. (AS – APM)

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