S’ARTI NOSTRA
Foto fausto ferrara
Parco Geominerario Aurelio Galleppini aka Galep Kiki Skipi Chentannos Laura Mele Augusto Bissiri Giovanna Maria Podda Sergio Atzeni Santa Maria del Regno Sardinia Deep Space Sulle tracce di Maria Lai I Giganti Giovanni Maria Angioy Marco Ghiani Raffaele Rubattino Allevamento etico San Cesello a Villanova Canne al Vento Galtellì
Supplemento all’édizione di “SARDONIA“ Ottobre 2021
Q
S’Arti Nostra
Programma Televisivo OnLine di Diffusione d’Arte Contemporanea con il supporto di
Alessandra Sorcinelli
Consulente Artistica Anima la trasmissione “S’Arti Nostra” Audit Interno Accreditamento Università Cagliari 1991 Laurea giurisprudenza 2004 Laurea servizi giuridici per le imprese 2006 Master esperto per la PA in Sardegna 2006 master ministero per le pari opportunit asorcine@amm.unica.it
Vittorio E. Pisu Redattore Capo
Direttore Fondateur et Président des associations SARDONIA France SARDONIA Italia créée en 1993 domiciliée c/o UNISVERS via Ozieri 55 09127 Cagliari vittorio.e.pisu@email.it http://www.facebook.com/ sardonia italia https://vimeo.com/groups/ sardonia https://vimeo.com/channels/cagliarijetaime SARDONIA Pubblicazione dell’associazione omonima
Supplemento al numero dell’Ottobre 2021 in collaborazione con PALAZZI A VENEZIA
Publication périodique d’Arts et de culture urbaine Correspondance palazziavenezia@gmail.com https://www.facebook.com/ Palazzi-A-Venezia https://www.vimeo.com/ channels/palazziavenezia Maquette, Conception Graphique et Mise en Page L’Expérience du Futur une production UNISVERS vimeo.com&unisvers Commission Paritaire
ISSN en cours Diffusion digitale
Meglio una Donna
Marinella Staico vimeo.com/637692037 vimeo.com/638154373
Antonella Cannas Habens vimeo.com/609005412 vimeo.com/619923205
uesto numero di S’Arti Nostra arriva con molto ritardo rispetto ai tempi che c’eravamo fissati al momento della sua creazione e me ne scuso presso i nostri lettori. Purtroppo il successo delle numerose iniziative che Sardonia promuove sta occupando il nostro tempo che non é purtroppo estensibile. Cerchiamo comunque nonostante tutto di tenere gli impegni che ci siamo fissati e naturalmente siamo lieti di constatare che le numerose mostre che stiamo promuovendo riscuotano il successo che pensiamo meritato, sopratutto dagli Artisti che ci propongono un lavoro veramente eccellente, frutto di una dedizione completa ed un impegno totale. Tengo in oltre a ringraziarli per la fiducia che ci accordano ed anche se alcune artiste contattate per la serie di “Meglio una donna” hanno rinviato ad altre date le loro partecipazioni, non disperiamo comunque di presentarvi il loro lavoro quanto prima. Stiamo inoltre pensando di prolungare la serie di mostre anche dopo la dodicesima e vi terremo al corrente degli sviluppi come d’altra parte delle manifestazioni parallele come per esempio l’esposizione dei lavori di Antonella Cannas e Dolores Mancosu all’Arrubiu Art Gallery Cafè di Oristano a partire dal 30 ottobre e fino al 13 novembre. Inoltre L’Arte é di Casa, dopo la presentazione delle linoleografie anziane o recenti del sottoscritto, accoglierà, a partire dal 4 novembre nei locali della via Santa Margherita 6 a Cagliari Stampace, le opere di Michelle Pisapia con una mostra curata da Daniele Gregorini. Stiamo inoltre valutando l’eventualità di esporre a Tempio Pausania ed anche a Sassari, mentre per il momento lo spazio di cui dispone l’associazione “Ici là-bas et ailleurs” a Paris, non é agibile, a causa delle restrizioni generate dala pandemia covid-19, ma non disperiamo di poter accogliere prossimamente alcune delle artiste che vi abbiamo presentato in via San Domenico 10 a Villanova, e naturalmente di accogliere sia insieme a Terra Battuta che all’Arte è di Casa, alcuni degli artisti parigini che apprezziamo particolarmente e che ci hanno già dato il loro assenzo, contando inoltre su di un ritorno ad una situazione un pò più normale. Al momento in cui scrivo queste parole si é conclusa la presentazione su due giorni (22 e 23 ottobre) delle creazioni di Marinella Staico, Sartoria Artigianale, che potrete ancora ammirare sia su appuntamente che nella serata di sabato 30 ottobre dalle 18 alle 21, ed anche consultando i filmati diffusi su vimeo.com/unisvers. La manifestazione è stata un vero successo e ringrazio tutte le partecipanti, tra cui alcune delle artiste che abbiamo o che pensiamo esporre, che hanno accettato di indossare gli abiti creati dalla stilista, mostrando che sono assolutamente destinati alle donne vere, se non alle vere donne superando gli stereotipi anoressici che la cultura mainstream vorrebbe imporci. In questo numero troverete come al solito una selezione eccletica e soggettiva, ma che si ispira sempre non solo alla cultura ed alla storia della Sardegna e dei personaggi che ne hanno segnato lo svolgersi senza dimenticare le numerose figure femminili, spesso dimenticate o occultate sia volontariamente che senza volerlo veramente, applicando una certa cultura patriarcale che ha ancora una seria difficoltà a tramontare seriamente. Ma anche i personaggi maschili non sono da meno e non smettiamo di scoprire tutte le invenzioni e scoperte che numerosi sardi hanno donato all’umanità intera e se su Sardonia avevamo parlato dell’inventore della rivoltella qui invece vi raccontiamo dell’inventore addirittura della televisione, media diventato ormai inconturnabile, anche se il web si sta imponendo sempre di più come media di massa grazie anche alla sua consultazione attraverso i famigerati smart phones che al giorno d’oggi sono la dotazione normale di ogni individuo. Vorrei inoltre salutare qui l’apporto della petaradante dottoressa Alessandra Sorcinelli, attivissima nel campo culturale, poetessa riconosciuta nonchè presentatrice di trasmissioni televisive dedicate all’Arte e organizzatrice di eventi culturali numerosi e successfull senza dimenticare le numerose presentazioni di opere letterarie e non. Vi invito quindi a scoprire o a ritrovare le personalità e gli eventi che S’Arti Nostra vi propone questo mese, sperando che vi piacciano e che vi invitino ad essere sempre più presenti ed attivi in questo campo che, nonostante le restrizioni generate dalla pandemia, mostra tutta la sua vitalità e la volontà di andare avanti sia nel campo delle Arti Plastiche, che in quello della Letteratura, della Poesia, della Musica, del Cinema senza dimenticare naturalmente la gastronomia sarda che tanto si distingue specialmente all’estero, proponendo così un aspetto non secondario della Cultura Sarda alle popolazioni distanti che possono così non solo farsi un‘idea di quello che ci caratterizza da un punto di vista gastronomico ma suscitare inoltre la voglia di venire a visitarci e scoprire così tante altre bellezze della nostra isola. Ringraziandovi quindi per la vostra assiduità sia alle esposizioni che alla lettura dei nostri mensili, e naturalmente molto grato dei vostri messaggi nei quali non esitate a complimentare la nostra redazione sia per le pubblicazioni di S’Arti Nostra, che per quelle del mensile originale Sardonia, che si avvia tranquillamente per il suo ventinovesimo ano d’esistenza, vi invito, come già alcuni lo fanno regolarmente, a comunicarci le informazioni sugli eventi e sugli avvenimenti che amereste veder trattati su queste pagine, per il momento solamente fruibili sul web digitali ma agibili in qualsiasi momento. Augurandoci di ritrovare al più presto un funzionamento che non vorrei qualificare di normale ma piuttosto di post pandemico, nella speranza che questi mesi che ci hanno costretto, che hanno modificato alcune delle nostre abitudini ma al tempo stesso trasmettendoci un messaggio che spero sarà stato compreso dai più e sopratutto dai nostri dirigenti politici in modo da fare che possiamo veramente modificare il nostro modo di vita basato su di un spreco a tutti i livelli sia energetico che industriale, per non parlare dell’ambiente che soffre delle nostre deiezioni sia plastiche che tossiche e che meriterebbe, animale e vegetale confusi, più di rispetto e meno di obsolescenza programmata. Pertanto solo alcuni mesi di clausura forzata ci avevano dimostrato che basta poco perchè la vita animale e vegetale riprenda i suoi spazi ed i suoi diritti, senza dimenticare che la degradazione delle condizioni ambientali segnerà la fine della nostra specie, il pianeta continuerà indisturbato e sicuramente migliorato la sua corsa senza la nostra presenza distruttrice e particolarmente ignara dell’universo di cui é solamente una parte molto minoritaria e direi quasi con diritti limitati ma doveri molto estesi. Speriamo che la lezione sia stata recepita. Buona lettura. V.E. Pisu
S’ARTI NOSTRA 2
Foto gigighò
PARCO GEOMINERARIO
L’
UNESCO riconosce ufficialmente il Parco Geominerario Storico, Ambientale della Sardegna ma dopo 20 anni arriva la beffa Il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna è un’istituzione ministeriale che nasce nel 2001. In realtà è il frutto di un lavoro incominciato molti anni prima da parte di studiosi e amanti della propria Terra e del suo territorio che intuirono il valore e le potenzialità del grande patrimonio tecnico, scientifico e culturale rappresentato dalla ultra millenaria epopea mineraria della Sardegna. Nell’autunno del 1997, l’assemblea generale dell’UNESCO, con voto unanime dei 170 delegati, riconobbe il Parco Geominerario come primo Parco della nascente rete mondiale dei geositi dell’UNESCO, riconoscimento purtroppo però andato perduto perché il progetto UNESCO della rete mondiale dei geositi non fu più portato avanti per volontà stessa dell’Organizzazione. Il 30 settembre del 1998 l’UNESCO, il Governo Italiano, la Regione Sardegna, le Università sarde e l’EMSa firmarono la Carta di Cagliari, un importante documento con il quale vennero
fissati i principi cardine sui quali istituire il Parco e le finalità da perseguire. Il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna costituisce in ogni caso il primo esempio al mondo di questo genere di parchi. Rappresenta un unicum nel Mediterraneo per le sue straordinarie peculiarità geologiche, ambientali e paesaggistiche, alle quali si associano il valore e le potenzialità del grande patrimonio tecnico, scientifico e culturale rappresentato dall’ultra millenaria epopea mineraria della Sardegna. Nell’Isola è possibile individuare aree di maggiore densità mineraria che nell’insieme raccontano una storia di quasi 9000 anni di sfruttamento di risorse del sottosuolo. Il fiorire di tutta questa attività mineraria, ha prodotto con sé anche un non indifferente sviluppo tecnologico, che ha visto la realizzazione di nuovi macchinari innovativi e di brevetti, gran parte frutto dell’intelligenza e della perizia dei tecnici che vi lavoravano. La dismissione pressoché totale di tutto il comparto estrattivo in Sardegna ha lasciato un’importante ed insolita eredità di valori universali, storici ed ambientali altamente peculiari, di docu-
menti ed archivi, infrastrutture, macchinari, fabbricati, capacità professionali, valori umani, tutti all’interno di un contesto di paesaggi naturali veramente straordinari che rappresentano un’identità culturale unica da salvaguardare e da trasmettere. Il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna costituisce quindi un veicolo di valori universali e uno strumento per proteggere e salvaguardare tutto il patrimonio materiale e immateriale costituito dal contesto geologico, dal patrimonio tecnico-scientifico e dell’ingegneria mineraria, dal patrimonio di archeologia industriale e dal patrimonio documentale delle opere, degli insediamenti, delle tradizioni, dei saperi, degli usi e dei costumi e delle vicende umane legate all’attività mineraria. Nelle aree del parco geominerario è possibile svolgere attività di escursionismo e trekking a cavallo. Nell’area del monte Arci è possibile visitare il museo dell’ossidiana di Pau e il Geomuseo Monte Arci di Masullas, mentre presso il sito minerario di Funtana Raminosa la visita guidata permette di apprendere i processi di lavorazione del minerale di rame. Nei pressi di Seui è possibile vi-
S’ARTI NOSTRA 3
sitare le vecchie strutture minerarie in stile liberty delle officine di lavorazione dell’antracite. Nell’area di Orani-Sos Enattos si possono visitare le miniere di talco, mentre nell’area dell’Argentiera, Nurra, Gallura si possono visitare le cave di granito de La Maddalena, capo Testa e della Gallura, oltre alle miniere d’argento dell’Argentiera e alla miniera di Calabona, presso Alghero. L’area del Sarrabus-Gerrei è caratterizzata dalle miniere d’argento de S’Arcilloni e Serr’e S’Ilixi. Nell’area dell’Iglesiente è possibile visitare le miniere di Monteponi, San Giovanni e Villamarina e, ad Iglesias, il museo mineralogico ed il museo dell’arte mineraria. Lungo la costa occidentale si possono visitare numerosi siti minerari di Gonnesa, Buggerru, Nebida e Masua. In questa zona è possibile percorrere il sentiero “Miniere nel blu!, che collega, con un tragitto di circa 10 chilometri, percorribile in sei ore, Masua con cala Domestica. L’area Guspinese-Arburese permette la visita della miniera di Montevecchio, presso la quale sono visitabili la direzione, il museo dei minerali ed una parte delle gallerie sotterranee, e della miniera di S’Ingurtosu, dalle belle architetture liberty del palazzo della direzione. Nell’area del Sulcis, presso i locali della miniera di Serbariu è allestito il “Centro italiano della cultura del carbone. Museo del Carbone” dove sono illustrate le varie fasi della lavorazione del carbone e sono visibili gli strumenti di lavoro. È inoltre possibile visitare le gallerie sotterranee con l’accompagnamento delle guide. Nel settembre del 2019 però, il Parco Geominerario della Sardegna è fuori dalla Rete mondiale dei Geoparchi dell’Unesco. Infatti l’Executive board (la commissione) dell’Unesco Global Geoparks lo ha espulso dopo la visita, in luglio, delle due commissarie Marie Louise Frey e Catherine Posthumus che avevano ispezionato tutto il territorio del Parco. Una tegola per i responsabili del Parco e per le comunità interessate, che sul riconoscimento hanno puntato l’idea di uno sviluppo futuro dal punto di vista economico. Dagli articoli in Rete non abbiamo capito se nel frattempo questa bocciatura sia rientrata. parcogeominerario.sardegna.it wikipedia Ornella Demuru
A
AURELIO GALLEPPINI
Foto vistanet
urelio Galleppini in arte Galep, realizzatore grafico di Tex e disegnatore, è nato a Casal di Pari (GR) il 28 agosto 1917 da genitori sardi, e ha vissuto la maggior parte della sua giovinezza in Sardegna, dove lasciò gli studi al secondo anno dell’Istituto industriale per dedicarsi al disegno e alla pittura, che coltivò da autodidatta. Quando aveva diciotto anni, suoi disegni apparvero in filmini animati eseguiti per conto di una Casa tedesca fabbricante di proiettori a due tempi. visse a Cagliari dove per sbarcare il lunario realizzò diverse opere che sono conservate in alcuni edifici religiosi della città. Nella Cappella delle suore Vincenziane in viale San Vincenzo a Cagliari sono custodite 4 tele, un ciclo di dipinti e 14 stazioni della via Crucis che Aurelio Galleppini (l’ideatore con Gianluigi Bonelli di Tex, il fumetto italiano più famoso di sempre) dipinse nel 1945, durante la seconda guerra mondiale mentre soggiornava a Cagliari, distrutta dai bombardamenti, povero e senza un lavoro stabile. I primi disegni di Galleppini stampati su periodici risalgono al 1936: erano fiabe illustrate destinate a “Mondo Fanciullo”. Dal 1937 al 1939 collabora a “Modellina” con i suoi primi racconti illustrati “In terra straniera”, “La prova dei coccodrilli”, “All’ombra del tricolore”, “Le avventure di Pulcino” (quest’ultimo un grande albo a colori in chiave umoristica) - oltre a disegnare alcune copertine per “Il Mattino Illustrato” e a illustrare “Il segreto del motore” di Andrea Lavezzolo. Negli stessi anni, disegna per Mondadori due lunghi racconti a fumetti, sceneggiati da Federico Pedrocchi: “Pino il mozzo” e “Le perle del mar d’Oman”. Nel 1940 si trasferisce a Firenze, dove inizia la collaborazione con la Casa editrice Nerbini. Sull’”Avventuroso”, vengono alla luce numerosi racconti a fumetti, di alcuni dei quali cura anche la sceneggiatura. Nel 1947, riprende l’attività di illustratore con una serie di albi per l’”Intrepido”, fra i quali “Il clan dei vendicatori”, “Il corsaro gentiluomo”, “Il giustiziere invisibile”, “La perla azzurra”. Inoltre, illustra libri come “I Tre Moschettieri”, “La Maschera di Ferro”, “Le Mille e una Notte”, “Il
Barone di Münchhausen” e “Pinocchio” (quest’ultimo a fumetti). Verso la fine del 1947 prende i primi contatti con la direttrice delle edizioni “L’Audace” di Milano per una nuova collaborazione. Per Tea Bonelli illustra il periodico quindicinale “Occhio Cupo” e il fascicolo settimanale “Tex”, entrambi su testi di Giovanni Luigi Bonelli. Tex segna una svolta nell’attività artistica di Aurelio Galleppini, che a questa pubblicazione dedica ogni suo impegno, salvo brevi ed eccezionali pause come, per esempio, la storia “L’Uomo del Texas” realizzata nel 1977 su testi di Guido Nolitta per la collana Un Uomo, un’Avventura. Galep disegna da solo le storie di Tex per parecchi anni, fino a quando le dimensioni della pubblicazione richiedono la mano di altri disegnatori. Sue sono, comunque, tutte le copertine della serie fino al numero 400. Una dedizione (anzi, quasi una simbiosi), interrotta soltanto dalla sua scomparsa, avvenuta a Chiavari (GE), il 10 marzo 1994. Il legame tra l’artista e la Sardegna si cementerà nel corso del tempo.
S’ARTI NOSTRA 4
Galep (che durante la guerra eseguiva anche ritratti di militari e panorami della città dipinti su pezzi di mattonella e successivamente insegnò tecnica pittorica e storia dell’arte in alcuni istituti) le realizzò per le suore di San Vincenzo de’ Paoli, che in cambio gli regalarono abiti, il soggiorno e una serie di pasti in quella Cagliari ancora ferita dal conflitto. Per anni le opere conservate nella cappella vincenziana rimasero sconosciute ai più poi l’artista, nel 1994, 50 anni dopo (pochi mesi prima di morire), firmò le sue opere per ridare vita e fama a un patrimonio per troppo tempo nascosto. Si tratta di due affreschi ai lati dell’altare che raffigurano episodi della vita religiosa dell’ordine, alcune tele e 14 formelle della Via Crucis. Impressionante in uno dei quadri la somiglianza di Gesù Cristo con Kit Carson, il fedele amico di Tex Willer. Si tratta di opere che ancora non mostrano la vocazione fumettistica dell’autore, ma dimostrano comunque il tocco sensibile e delicato (da verista ricercato) e quanto fosse solida la base artistica e accademica del creatore di Tex,
allora più impegnato su figure sfumate ed evanescenti, dove gli aspetti psicologici, interiori e religiosi sono i più importanti. Due affreschi presentano le apparizioni della Vergine a Santa Caterina di Labouré, mentre tre pannelli raffigurano i martiri di Arras, la distribuzione della Medaglia Miracolosa da parte di Santa Caterina di Labouré e l’apparizione di Gesù alla Santa. C’è poi un’unica grande tela dove è raffigurato San Vincenzo de’ Paoli che presenta i bambini a Santa Luisa de Marillac. A Cagliari esistono anche altri lavori religiosi di Galleppini, che risalgono a un periodo precedente. Si tratta di due tele custodite nella chiesa di Santa Lucia nel quartiere di Castello. Subito dopo la sua morte all’artista venne dato il giusto risalto con il convegno “Galep, i tesori artistici tra sacro e profano” e la mostra “Tex passò prima in Sardegna”. Poi gli è stata intitolata una piazza (in viale Marconi davanti alla scuola Foscolo) e a 100 anni dalla nascita è arrivato anche il giusto tributo da parte del Comune. sergiobonelli.it
Foto virginia zanetti
KIKI SKIPI aka CHIARA PULSELLI N
essuno la conosce come Chiara Pulselli. Lei è per tutti Kiki Skipi. Curiosa e creativa sin da piccola, inizia a scoprire se stessa con la fotografia, ma è solo quando entra all’Accademia di belle arti di Sassari che riaffora il suo istinto di bambina. Col disegno, la pittura e l’illustrazione racconta le sue mutevoli personalità. Lavori onirici e autobiografici caratterizzati dalla continua ricerca del sé. Frammenti di vita sinceri della donna, della ragazza o della bambina ancora da scoprire in tutte le sue variabili sensazioni vengono delineati da tratti a volte maturi e consapevoli, altre volte angosciosi o infantili. Un lavoro in continua evoluzione come il viaggio alla ricerca di se stessa. Da qualche anno ha cominciato a raccontarsi attraverso la street art, mezzo che le permettere di mettere la sua intimità in rapporto col mondo esterno. Ultimamente uno dei suoi lavori ha illustrato i muri di una scuola. Una scuola inclusiva, accogliente, creativa, ossia creativamente attiva, che metta
Chiara Pulselli è il mio nome all’anagrafe, ma ormai tutti mi conoscono come Kiki Skipi. È un po’ come l’enigma della figura Clark Kent/Superman: sono entrambe la stessa persona, ma allo stesso tempo diverse. Kiki Skipi nasce dai vari nomignoli che mia sorella mi dava da piccola. Se devo dirla tutta mi piace di più essere Kiki, in queste vesti mi sento a mio agio e più libera. Kiki disegna fin dal bambina, incoraggiata dalle maestre dell’asilo che notano in lei un particolare talento e appoggiata dalla sua famiglia: Ricordo che alla scuola materna le maestre mi spronavano tantissimo ed erano sempre contente dei miei risultati. Da piccola andavo a casa dei miei nonni e per passare il tempo copiavo le immagini naturalistiche da alcuni libri che vi trovavo. Io avrei voluto studiare arte, ma sono finita al sociopsicopedagogico e lì mi sono un po’ allontanata dal disegno. Mi sentivo diversa dalle altre mie compagne, che magari volevano iscriversi in filosofia o psicologia. Io mi sentivo un pesce fuor d’acqua, volevo dedicarmi all’arte e in quel periodo avevo la fissa della fotografia: così dopo il diploma sono partita per Milano, dove ho frequentato per due anni una scuola di fotografia. Ma non mi sentivo ancora soddisfatta e ho deciso di iscrivermi all’ Accademia di Belle Arti di Sassari. L’Accademia è come una scatola enorme con dentro un po’ di tutto: tu devi frugare, prendere quello che ti interessa e talvolta anche quello che non ti interessa per poi usare ciò che ti serve a tuo piacimento. Ho sempre pensato che fare arte sia come andare dallo psicologo. Disegnare è uno strumento che mi permette di indagare me stessa. Spesso dicono che i miei lavori tendono al surreale, forse è vero, ma in realtà cerco solo di tirar fuori sensazioni e fantasie che mi appartengono. I miei lavori sono dei piccoli mondi imprevedibili, traggo ispirazione da quello che vivo, sono dei frammenti di me e delle mie percezioni. Quello che mi piace di più quando disegno è che inizio con un’idea, un concetto o una tematica profonda, ma poi finisco per fare dell’autoironia. (segue pagina 6)
al centro la solidarietà tra gli alunni: così il festival itinerante DeltArte, grazie al talento della giovane writer Kiki Skipi, immagina la comunità scolastica. Taglio del nastro il 15 ottobre scorso all’Istituto comprensivo di Costa di Rovigo, della nuova e poetica opera di street art che si aggiunge agli altri 13 murales realizzati in questa ricca nona edizione, che ha come leit-motiv l’importanza della memoria nelle giovani generazioni. All’inaugurazione erano presenti Kiki Skipi, giovane artista sarda, conosciuta a livello nazionale; Melania Ruggini, ideatrice e curatrice del festival di arte urbana; il primo cittadino, Gian Pietro Rizzatello e il vicesindaco Cristiano Villa; il dirigente scolastico Nello Califano e i ragazzi di prima, seconda e terza media, assieme ai loro docenti e al sindaco dei ragazzi. Come ha esordito il primo cittadino, il Comune è candidato a capitale nazionale del libro 2022. Questa candidatura nasce dopo il riconoscimento di “Città che legge”, ricevuto dal Centro per il libro e la lettura. Il murales di Kiki Skipi ben rappresenta il valore del libro
come strumento fondamentale per la crescita di ogni persona, a partire dalla scuola. A descrivere questa colorata opera di street art ci ha pensato il sindaco dei ragazzi: “Nella scuola il percorso è in salita (ha detto Elia, in rappresentanza di tutti gli alunni) tuttavia la salita è anche ascesa, crescita e infatti alla fine del nostro percorso realizziamo i nostri sogni, scopriamo i nostri interessi e i nostri talenti. Una volta arrivati in vetta, siamo arricchiti da ciò che abbiamo imparato nel nostro cammino e siamo pronti a un nuovo percorso”. Nel disegno si vedono tanti ragazzi e ragazze, bambini e bambine, che si aiutano vicendevolmente a salire lungo il percorso di crescita che la scuola porta avanti ogni giorno. “Per noi è un messaggio bellissimo, ha concluso Elia, perché la scuola è una comunità in cui si collabora, si viaggia insieme, in compagnia dei nostri amici. E’ bello vedere ogni giorno questa parete colorata che ci accoglie, perché rende più piacevole venire a scuola e rende più bella la nostra piccola città”. rovigoindiretta.it
S’ARTI NOSTRA 5
Foto lauramele
(segue dalla pagina 5) Ho sempre pensato che fare arte sia come andare dallo psicologo. Disegnare è uno strumento che mi permette di indagare me stessa. Spesso dicono che i miei lavori tendono al surreale, forse è vero, ma in realtà cerco solo di tirar fuori sensazioni e fantasie che mi appartengono. I miei lavori sono dei piccoli mondi imprevedibili, traggo ispirazione da quello che vivo, sono dei frammenti di me e delle mie percezioni. Quello che mi piace di più quando disegno è che inizio con un’idea, un concetto o una tematica profonda, ma poi finisco per fare dell’autoironia. Quando le persone vedono i miei lavori spero sempre di aprire dei mondi dentro di loro, che non per forza devono coincidere con i miei. Per questo non disegno mai i volti, perché così ognuno può vedere se stesso e fantasticare liberamente, farsi delle domande ed esplorare ciò che vede e sente. Il coraggio di Chiara sta nel non arrendersi nonostante le tipiche difficoltà di chi vuole vivere d’arte in Sardegna: Non è facile, spesso capita di partecipare a degli eventi, dipingere e non essere pagati. Un artista agli inizi lo fa per farsi conoscere: bisogna seminare per poter raccogliere. A Sassari ci sono tanti artisti e tante persone che spingono su arte e cultura, che si impegnano e credono in quello che fanno, organizzando mostre ed eventi. Qualcosa si muove, ma sempre lentamente. Molto spesso si rischia di collaborare sempre con le stesse persone, e questo non crea scambio, crea un circolo vizioso. Kiki condivide con Andrea D’ascanio un importante progetto: PHANGO. Collaboro spesso con Andrea D’ascanio, un artista e un amico che ammiro molto e con cui condivido da circa un anno PHANGO, ovvero uno spazio/ laboratorio artigianale indipendente nato con l’intenzione di uscire proprio da questi circoli viziosi. Ci occupiamo soprattutto di stampe artigianali, ma in realtà è uno spazio che ci permette di sostenere un certo tipo di arte “nascosta”! Chiara ha in serbo tante sorprese, ma per ora non vuole svelarsi troppo: noi continueremo a sognare seguendo le scie di colore di Kiki Skipi. sardegnacreativa.it
CHENTANNOS C
hentannos nasce nel 2017 dalla mia passione per la fotografia e dal fascino che ho sempre nutrito nell’ascoltare i racconti delle persone più anziane, ma è in seguito all’incontro con Tia Anna, la signora ritratta nella foto qui sopra, che è nata l’idea. Ho sempre pensato che i centenari e le loro storie siano una ricchezza ed un valore aggiunto della nostra isola, per questo ho deciso di volerle raccontare in modo da renderle note a chi nel presente e in un futuro avrà il piacere di leggerle. Per questioni di tempo ho deciso di includere in questo progetto, per ora, gli anziani di età superiore ai 95 anni di OGNI COMUNE di una parte della Sardegna: dell’intera Provincia di Nuoro. Pubblicherò i loro racconti mano mano che li avrò intervistati (con relative foto ed eventualmente per quelli che ne daranno il consenso anche il video). Non è un mistero che, tra tutte le regioni italiane, la Sardegna detenga il primato della longevità, in particolare per gli abitanti delle ampie zone montuose della Sardegna cen-
S’ARTI NOSTRA 6
trale, contigue al massiccio del Gennargentu. Chiamata da molti “la terra degli immortali”, questa macroarea della Sardegna è una delle cosiddette “blue zones” del pianeta, vale a dire uno di quei territori (insieme ad alcune zone del Giappone, del Costarica, un villaggio della California e l’isola greca di Ikaria) in cui compare un’altissima presenza di ultranovantenni, rispetto al numero effettivo di abitanti. Non solo vite più lunghe ma anche una scarsa incidenza di malattie cardiovascolari e di tumori, hanno fatto sì che molti studiosi (tra cui il celebre esploratore Dan Buettner di National Geographic) guardassero a questi luoghi come territori da cui imparare per acquisire uno stile di vita più sano ed estendere, di qualche anno, la speranza di vita anche in altre località del pianeta. Se la ricetta infallibile per la longevità non è stata ancora scoperta (anche se sono stati identificati elementi comuni che ne motivano in parte l’incidenza in certi luoghi) sono molte, soprattutto in campo artistico le opere che subiscono il fascino del tema.”Chentannos” è il progetto che la
fotografa barbaricina Laura Mele, originaria di Fonni, ha inaugurato nel 2017 ed è dedicato ai centenari dei comuni del nuorese. Una narrazione fotografica e videografica che omaggia la memoria e la vita in una prospettiva tutt’altro che rivolta al passato. “Da piccola ho sempre amato conversare con le persone anziane, racconta Laura, adoravo le loro storie e rimanevo ad ascoltarli per ore, come rapita. Questo fascino è rimasto intatto anche in età adulta. Nella vita sono un medico dentista ma da anni ho la passione per la fotografia, così pian piano è nato in me il desiderio di utilizzare proprio questo mezzo per raccontare i centenari della provincia e, in qualche modo, celebrare le loro lunghe vite. Una donna in particolare è stata la mia fonte di ispirazione, si tratta di zia (tia in lingua sarda) Anna, classe 1921. Ero molto entusiasta all’idea di intraprendere questa narrazione ma devo dire che, quando ho iniziato concretamente a seguire il progetto, alcune volte ho pensato che fosse troppo ambizioso per me.
I comuni della provincia di Nuoro sono 75, quindi non pochi, e per fare un buon lavoro ho avuto bisogno di molto tempo. Non sono fotografa di mestiere, perciò mi dedico a Chentannos dopo il lavoro o nel fine settimana; inoltre il progetto è completamente autoprodotto e autofinanziato, ma tutto ciò non mi impedisce di affermare che si tratti della più bella esperienza che abbia mai fatto in vita mia. Ho iniziato nel 2017 e ora, dopo tre anni, mi manca all’appello solo qualche paese per ultimare questo ‘itinerario’. Non si tratta soltanto di un progetto fotografico in realtà: oltre a immortalare tutti gli anziani della provincia che hanno superato i 95 anni di età, faccio loro anche videointerviste che poi raccolgo sul sito, insieme alla trascrizione delle storie”. Per Laura rintracciare ad uno ad uno i centenari non è cosa semplice: ad alcuni è arrivata più facilmente, tramite conoscenze dirette, per altri ha avuto bisogno di più tempo. Inoltre è molto importante avvicinarsi a loro con rispetto, non in maniera predatoria o invadente, ed è altrettanto
necessario rispettare chi, per riservatezza o per motivi personali, decide di non concedersi ai click. “Diciamo che questa fase è una delle più difficili, continua Laura, non devo convincerli semplicemente a farsi fotografare, ma devo per prima cosa spiegargli bene ciò che andrò a fare e lasciarli liberi di decidere. Molti non accettano la proposta ed io rispetto il loro volere. Comunque anche coloro che non si lasciano fotografare o riprendere in video, non disdegnano mai di chiacchierare con me e a me basta anche questo, insomma poter dialogare con loro mi rende comunque felice, perché sono fonti di conoscenza e saperi che altrimenti andrebbero perduti”. Ogni incontro, avvenuto da tre anni a questa parte, nasconde sempre per Laura una forte emozione e non è raro che tra la fotografa e i suoi ‘soggetti’ siano nate delle amicizie in grado di resistere (anch’esse) allo scorrere del tempo. “Si tratta di persone estremamente riservate, certo, ognuno di loro ha una personalità ben precisa ma questo aspetto li accomuna. Del resto, loro hanno vissuto
un’epoca molto diversa rispetto a quella in cui viviamo noi, lontani dall’ossessione delle fotografie e dalla centralità dell’immagine. Per questo è importante il momento in cui spiego loro il progetto, perché è allora che desidero fargli capire che quelle che farò non sono fotografie fini a se stesse. Con alcuni di loro sono nati dei bei legami e ad esempio, fino allo scorso anno, quando ancora era in vita, mi sentivo periodicamente a telefono con Tziu Gasparru Mele, che aveva 108 anni. Ancora adesso, ad esempio, con tziu Pietrino di 99 anni ogni tanto ci scriviamo delle lettere mentre con tzia Luisa di 98 anni ci sentiamo tramite in video-chiamata. Con gli altri, o vado a trovarli appena posso oppure sono sempre informata tramite i loro parenti. Un altro aspetto che accomuna i centenari che intervisto è che si tratta di persone ancora oggi molto impegnate sia mentalmente che fisicamente. Tra loro c’è chi legge, chi scrive, chi fa l’orto, chi ancora va in campagna e fare lavoretti. Hanno sempre e comunque “un pensiero” che li tiene attivi.
S’ARTI NOSTRA 7
Photo lauramele
LAURA MELE
Sono persone che hanno lavorato tanto nella loro vita, mangiato ciò che loro stessi producevano e vissuto a contatto con la natura, in climi piuttosto miti, senza smog e frenesie”. Fermare ulteriormente il tempo, forse è anche questa la sfida di Laura o semplicemente mettere a disposizione delle persone il grande patrimonio storico e culturale che pulsa ancora nei cuori e nelle menti dei centenari, ultimi testimoni di un mondo lontano di cui non resta che qualche traccia ma di cui è importante avere coscienza. Senza abbandonarsi a falsi miti del passato che tanto nuocciono al recupero di alcuni aspetti ormai perduti, Chentannos è un inno alla vita e alla sua bellezza, un omaggio alla memoria come vero impegno per un futuro più consapevole. “Non so precisamente qual è il messaggio che vorrei far passare attraverso questa narrazione fotografica, conclude Laura, però mi rendo conto che mi piacerebbe molto che le nuove generazioni potessero conoscere più da vicino, e senza fronzoli, la vita di un tempo, i sacrifici e le rinunce che i nostri anziani hanno dovuto sopportare. E’ importante ascoltare le esperienze direttamente dalla voce delle persone che le hanno vissute, per questo forse Chentannos è un invito a non dimenticare mai il valore della memoria e, a questo proposito ci tengo a ricordare una delle considerazioni che tziu Brundu , di ben 101 anni, mi ha lasciato nella sua intervista: ‘Il valore di un uomo non è dato dai vestiti che porta, dalla macchina o dalla casa che possiede, dai calli o meno che ha nelle mani. È dato da ben altro! Dipende dalla sua capacità di vivere avendo sempre in mente che, ciò che è ora deriva in gran parte dai sacrifici e dalle professioni più umili e semplici che hanno svolto i suoi avi‘. Insomma, è bene non dimenticare mai da dove veniamo”. Colgo l’occasione per ringraziare i protagonisti di questo progetto ed i loro familiari che mi stanno permettendo di realizzare tutto questo e di arricchirmi giorno dopo giorno, incontro dopo incontro. Ringrazio inoltre i cari amici dei paesi interessati per il prezioso aiuto e supporto. Ed ora non resta che augurarvi: Buon Viaggio nel passato. Valentina Di Cesare www.lavocedinewyork.com
Grazie a:
Gianni Cugusi, Gianluca Sumas, Mattia Melis, Mario Mele, Rita Mureddu, Gianluca Carta, Michele Fiori, Natalio Mele, Tore Podda, Luigi Columbu (VET Barbagia), Cristian Mulas, Marco Pirès, Ivan Carta, Francesca Puddu, Francesca Nieddu, Davide Mureddu, Nicoletta Arangino, Giovanni Filindeu, Massimo Melis, Patrizia Masuri, Salvatore Cadoni, Maurizio Diana, Maria Teresa Farina, Salvatore Casula, Roberto Brau, Simone Corrias, Melisa Delrio, Alessio Sagheddu, Tonino Soru, Silvia Serra, Giovanna Busia, Pietro Mattu, Paolo Meloni, Armando Maxia, Gianfranco Ruiu, Giovanna Basile, Michael Figus, Elisabetta Magrini, Eleonora Secci, Roberto Umano, Stefania Cappai, Pinuccia Carrus, Francesco Melino, Marco Sulas, Remo Caddeo, Michele Depau, Alessandra Deledda, Dario Gungui, Nicoletta Bidotti ....... Comuni: Fonni, Bolotana, Tonara, Orotelli, Ovodda, Ottana, Orune ...... Progetto fotografico e letterario denominato Chentannos, registrato alla SIAE con il numero di repertorio 2018003164 del 6.12.2018, nonché dell’omonimo marchio depositato all’Ufficio Marchi e Brevetti con il n. 302018000014795 del 23.4.2018; Progetto non finanziato da nessun entet54 chentannos.net/it
Q
AUGUSTO BISSIRI
Foto urbancenter
uasi tutti l’hanno dimenticato ma fu un inventore sardo, Augusto Bissiri, a ideare l’antenato della televisione, capace di trasmettere immagini da una parte all’altra del mondo. Augusto Bissiri nasce a a Seui da Giovanni Bissiri e Maria Luigia Caredda, il padre faceva il segretario comunale, il fratello Attilio fu come lui un brillante scienziato inventore. Resterà a Seui sino alle scuole secondarie, mentre le scuole superiori le farà a Cagliari. Andrà poi a Roma per studiare Giurisprudenza e mentre studia inizia ad appassionarsi di fumetti e novelle di fantasia che lui stesso realizza e che spesso gli verranno pubblicate con successo ne La Domenica del Corriere. Pian piano scopre di avere un’attitudine per la meccanica; a questa disciplina inizia ad applicarsi con particolari accorgimenti che pian piano prenderanno forma in vere e proprie invenzioni. Nel 1900 balza agli onori della cronaca per via di una sua particolare invenzione, un particolare congegno che oltre che dare allarme impediva lo scontro fra treni che transitavano nello stesso binario. Il brevetto viene subito acquisito dalla Società Statunitense Westinghouse Electric Company; inoltre tale scoperta viene messa subito in pratica da Luigi Merello, gestore delle Tranvie del Campidano, su un piccolo trenino a vapore che collegava Cagliari a Quartu. Ma anche il mondo della grafica e della comunicazione globale non gli era totalmente estraneo. Infatti già precedentemente (1893-1894), a Cagliari, assieme ad alcuni amici in una palazzina “de sa ruga de is Argiolas”, attuale via Garibaldi, aveva cercato di attivare una piccola tipografia, con relativo giornaletto letterario. A questa prima esperienza editoriale era seguita nel 1903/04, quella di novelliere di fantascienza nelle pagine del più diffuso settimanale italiano del periodo “La Domenica del Corriere”. Siamo nel 1905 quando decide, insieme alla sua famiglia, inmvitato in effetti da una società di ignegnieria americana, di partire alla volta delle Americhe, stabilendosi per diverso tempo a New York, dove lavorerà presso diverse case discografiche e imprese grafiche. Ma fu nel 1906, un anno dopo
il suo arrivo in America, che Bissiri progettò l’invenzione destinata a entrare nella storia: presso la sede del quotidiano “New York Herald” lo scienziato riuscì, attraverso un macchinario di sua creazione chiamato “Live Picture Production”, a trasmettere un’immagine fotografica da una stanza all’altra. La notizia si diffuse e fece rimbalzare il suo nome su tutti i quotidiani dell’epoca; persino il sindaco di New York gli dedicò una targa, tutt’ora conservata a Seui presso la Casa Farci. Nel 1913 si stabilisce definitivamente a Los Angeles. Ma le sue ricerche non terminarono qua. Bissiri continuò a perfezionare il progetto e, nel 1917, riuscì ad ottenere un altro straordinario risultato: teletrasmettere via cavo alcune immagini dalla redazione del quotidiano London Daily Mail di Londra alla sede newyorkese del New York Times. Era ufficiale: il tubo catodico aveva appena visto la luce e Bissiri ne registrò il brevetto il 7 agosto 1922. Questa invenzione lo portò a collaborare con diverse aziende di apparecchi teletrasmittenti, facendo altre scoperte legate ai tubi catodici e ai ci-
S’ARTI NOSTRA 8
nescopi, tanti dei quali sino a poco tempo fa conservavano ancora la sua firma. Tutta la sua vita fu dedicata alla ricerca tecnologica, come dimostrano le tante apparecchiature da lui realizzate: congegni a pedale per girare le pagine degli spartiti musicali, posacenere con spegnimento automatico dei mozziconi, strumenti per la registrazione vocale, nonché un sistema per lanciare aerei di legno con ali retrattili (1930). e un dispensatore di palline a moneta, oltre che un feltrino con cui pulire il disco dei telefoni (1927). senza dimenticare “L’Alipede”, mezzo di trasporto, leggerissimo e utile nel traffico delle metropoli, come nelle grandi distanze, e la “Lettera-disco”, il primo apparecchio per registrare la voce. Il brevetto venne acquisito dalla statunitense Electric Company. Questo 2figlio di Sardegna” era però ammirabile anche per la sua sincera umiltà. A chi gli attribuiva di aver praticamente scoperto i principi della televisione, rispondeva: “...non sono uno scenziato, non sono inventore. Io tengo prima di tutto alla mia reputazione di galantuomo. Al massimo si può dire che ho
fatto un primo passo indicando la strada dove altri poi ne avrebbero fatto tanti altri per arrivare lentamente alla macchina televisiva di oggi”. Nel 1968 Bissiri si spense nella sua casa di Los Angeles e lentamente la sua figura venne dimenticata. Negli stessi ambienti sardi in cui era stato ampiamente celebrato dopo l’invenzione del “Live Picture Production” (leggiamo sull’Unione Sarda del 22 maggio 1906 a firma di Luigi Perra “...Io non esito a chiamare il Bissiri uno strumento del progresso, che fa onore alla Sardegna ed all’ottima famiglia domiciliata a Seui, la quale può andare orgogliosa dei trionfi del figlio: Ai valorosi che, come il giovane Bissiri, per il bene dell’umanità si sacrificano, vada il nostro plauso e la nostra ammirazione”) non si parlò quasi più di lui. Solo a Seui, dove a lui e al fratello Attilio è intitolato il Liceo Scientifico, il ricordo di questo illustre cittadino è ancora vivo. https://www.treccani.it/enciclopedia/augusto-bissiri/ Popolo Sardo Wikipedia Vistanet Ornella Demuru
Foto ballero
GIOVANNA MARIA PODDA
voci del paese. Spesso per la paura di perdere, a causa della fama di Maria Podda, la loro influenza sui devoti. Non si spiega infatti perché anche coloro che avevano ricevuto dei benefici dalle magie praticate dalla donna di Guasila, poi andassero sistematicamente a denunciarla. Non si sa però che fine abbia fatto Giovanna. Probabilmente venne allontanata da paese a paese, per questo numerose sono le denunce di stregoneria contro la donna rintracciabili negli archivi storici. Figura cardine della magia in Sardegna, almeno per quanto riguarda la tradizione popolare, è la strega. Una donna capace di scrutare l’ignoto, mettersi in contatto con l’oltremondo e dominare le forze della natura. La parola più usata nell’area cagliaritana per indicare questa figura è bruscia , ancora oggi adoperata in riferimento a donne, o uomini, con spiccate doti indovine. Altrimenti, coga, in riferimento agli intrugli preparati nel calderone, in grado di imbottigliare il successo, la fama e, naturalmente, l’amore. Si racconta che le streghe facessero visita ai neonati, delle diverse famiglie, e li mordessero per succhiare loro il sangue. Da qui, i mussius de coga:morsi che giustificherebbero piccoli ematomi presenti sulla pelle del bambino. Per evitare ciò, si chiedeva a qualcuno di tenere compagnia al bimbo nella stanza. In altri casi, si ricorse a diversi espedienti, come la scopa messa fuori dalla porta: la strega avrebbe perso tempo a contare i fili e sul far dell’alba se ne sarebbe andata. Secondo la tradizione, nella pratica della magia nera, si faceva ampio uso a oggetti o parti del corpo di un animale attraverso cui lanciare il maleficio al “malcapitato”. Gli strumenti potevano essere di qualunque tipo, ma spesso si ricorreva alla testa o al cuore di un gallo/gallina, trafitto dagli spilloni. Ma i sortilegi più usati rimanevano le mazinas e i malifattus. La mazina più diffusa era la pipia de tzapulu ( “la bambina di stracci”), un fantoccio rappresentante la persona sulla quale operare il maleficio mediante trafitture di spilli o amputazioni di arti. I secondi, invece, potevano essere costituiti da pezzetti di indumenti o ciocche di capelli del destinatario, su cui operare in senso magico, come nel caso dei filtri d’amore o magia rossa. cagliari,italiani.it
D
escritte come donne dotate di poteri particolari e adoratrici del Demonio, la figura delle streghe ha radici antichissime, di molto precedenti al cristianesimo. Tra i racconti più diffusi, giusta commistione tra realtà e sovrannaturale, vi è quello che narra la storia di Giovanna Maria Podda, la “strega di Cagliari”. A partire dal tardo Medioevo, le religioni cattolica e protestante, indicarono le streghe come “persone pericolose, da perseguitare ed estirpare dalla società con la violenza”. L’insieme dei fenomeni persecutori contro la presunta setta di adoratrici del Demonio è noto come ” caccia alle streghe “, pratica alla carta conclusa in Italia nel 1828, anno al quale risale l’ultimo caso di donna uccisa perché ritenuta essere una strega. Nella prima metà del 1700 ai Qualificatores, ovvero teologi referenti degli inquisitori del Sant’Uffizio, arrivarono numerose denunce contro Giovanna Maria Podda, donna originaria di Guasila di circa sessant’anni, “ bruxa ” (ovvero strega) operante a Trexenta, a San Sperate e a Cagliari. Era l’1734 quando il primo dei 14 verbali conservati nell’archivio arcivescovile di Cagliari
riporta la denuncia da parte di Antonio Maria Carta, subdiacono originario di Sorgono, il quale disse di aver visto Maria Podda vagare scalza a notte fonda per le vie di Stampace, esattamente in Via San Bernardo, mentre disegnava dei simboli per terra. La donna confessò alcune sue pratiche stregonesche nel 1738, quando dichiarò di aver utilizzato del sangue mestruale per sedurre proprio Antonio Maria Carta. L’uomo si era avvicinato alla strega per guarire da una malattia. Il subdiacono, dopo aver bevuto la “pozione” realizzata da Maria Podda con acqua e lo sputo di una fattucchiera raccolto da suo padre, dichiarò che tale pratica migliorò le sue condizioni di salute. Al Santo Uffizio ricevettero qualche tempo dopo una lettera inviata dal parroco di Selegas, in cui veniva riportata la deposizione di Rosa Chicu. Raccontava che Maria Podda si era presentata a casa sua, e sapendo che stava per essere licenziata dal padrone dell’osteria dove lavorava, le offrì un rimedio per evitare ciò dietro compenso di 7 soldi. Nel caso in cui non avesse accettato, Rosa Chicu avrebbe dovuto consegnare 3 pietre prese da 3 crocevia alla strega, durante la
giornata di Pasqua. Il fine di questo gesto è sconosciuto. Un altro parrocco, Thomas Atiana di Senorbì, inviò un verbale in cui Francesco Orrù, maestro, denunciava Maria in quanto la donna intendeva guarire sua moglie attraverso la magia. Per tale azione chiese dei soldi, minacciando che, se si fossero confidati con altre persone, avrebbe utilizzato contro di loro le sue arti magiche. Il frate e minimo Calificador del Sant’Uffizio, Giuseppe Salis, riportò la deposizione di Domenico Porqueddu nell’aprile del 1741. Residente a Suelli ma originario di Cagliari, Porqueddu riferì che due anni prima Maria Podda aveva evitato l’arresto di un uomo utilizzando le sue arti magiche, con rituali basati sull’utilizzo di terra e ossa umane. Numerose sono le denunce e incuriosiscono le incriminazioni: si va dall’accusa di aver migliorato la qualità delle uova prodotte da alcune galline, a quella di aver liberato un bambino tormentato dal malocchio. Non si sa bene se le varie accuse siano reali, in merito viene comunque sia considerato il fatto che probabilmente i sacerdoti o i parroci che denunciavano, molto frequentemente spedivano all’inquisizione semplici confessioni o
S’ARTI NOSTRA 9
Q
Foto sara ledda
uel 6 settembre 1995 c’è mare grosso a Carloforte. La stagione è ancora nel pieno, ma la gente che fa il bagno è davvero poca. In quelle acque carlofortine de “La conca” si tuffa invece Sergio Atzeni, che all’epoca ha soli 42 anni ma è già uno dei più originali scrittori sardi dell’ultima generazione. Le onde lo travolgono: sarà il suo ultimo bagno. Nel giro di pochi anni, gli ultimi dieci della sua breve vita, ha scritto numerosi libri, la gran parte dei quali usciranno dopo la sua morte. Nato a Capoterra nel 1952, Sergio Atzeni trascorre la prima infanzia a Orgosolo per poi approdare a Cagliari. Da giovane si dedica al giornalismo, collaborando con le principali testate sarde, e in questo stesso periodo si iscrive al Partito Comunista Italiano, partecipando attivamente alla vita politica cagliaritana, dove suo padre Licio sarà a lungo segretario di federazione del PCI. Solo negli anni seguenti riesce a trovare un lavoro stabile (all’ENEL), che tuttavia abbandonerà presto. Nel 1977 è tra i fondatori del periodico «Altair. Mensile sardo di turismo e tempo libero» di cui sarà anche direttore responsabile, e che viene pubblicato fino al 1981. Nel 1986 parte per l’Europa, e in seguito si trasferisce a Torino. Questi si riveleranno gli anni più fecondi nella sua carriera di romanziere: sono quelli in cui scrive le opere più importanti, come “L’apologo del giudice bandito”, “Il figlio di Bakunìn”, “Passavamo sulla terra leggeri” e “Il quinto passo è l’addio”. “Una delle cose più strabilianti della sua troppo breve esistenza è che se guardiamo all’opera di Atzeni come un tutto salta all’occhio come egli abbia cercato di comporre un’unica grande storia della Sardegna: dalla notte dei tempi fino alla fine del 1300, quando si chiude l’epopea medievale incarnata da Mariano ed Eleonora in “Passavamo sulla terra leggeri”; l’eclissarsi a fine Quattrocento degli ultimi barlumi del “regno dei sardi”, come il narratore chiama questo medioevo di sovranità nell’”Apologo del giudice bandito”; il periodo del dominio spagnolo in “Araj dimoniu”; il passaggio, incistato dentro “Passava-
SERGIO ATZENI
mo”, legato alla dominazione sabauda e al suo tentativo di far scordare ai sardi di essere sardi e di avere una patria; il Novecento con l’eclissarsi della sardità politica e il conflitto fra rossi e neri fino agli anni ‘70 ne “Il filglio di Bakunìn”; i personalissimi anni ’80 di Ruggero Gunale ne “Il quinto passo è l’addio”; gli anni ’90 della Sardegna in “Bellas mariposas”. È come un puzzle temporale che opera dopo opera si va a comporre e ci lascia in eredità un rivoluzionario immaginario nazionale per la Sardegna del futuro.” (Franciscu Sedda, “Il sogno del falco”, 2020) Tra le novelle citiamo “Araj Dimoniu”. Antica leggenda sarda, Cagliari, Le Volpi Editrice, 1984 (riedito in: Bellas mariposas 1996). “Bellas mariposas”, Palermo, Sellerio, 1996. “Gli anni della grande peste”, Palermo, Sellerio, 2003. “I sogni della città bianca”, a cura di Giuseppe Grecu, Nuoro, Il Maestrale, 2005. “Racconti con colonna sonora e altri in giallo”, a cura di Giancarlo Porcu, Nuoro, Il Maestrale, 2002; 2ª ed. 2008. Poesie: “Quel maggio 1906” Ballata per una rivolta cagliaritana,
S’ARTI NOSTRA 10
introduzione di G. Podda, Cagliari, Edes, 1977. “Due colori esistono al mondo, il verde è il secondo”, Nuoro, Il Maestrale, 1997 (raccolta di versi). “Versus”, Edizione critica di Giancarlo Porcu, Nuoro, Il Maestrale, 2008 (Contiene tutta l’opera poetica), Saggistica: “Raccontar fole”, a cura di Paola Mazzarelli, Palermo, Sellerio, 1999 (spigolature di fraintendimenti e fantasie trovate nei resoconti relativi alla Sardegna di viaggiatori ottocenteschi). “Scritti giornalistici” (19661995), a cura di Gigliola Sulis, 2 voll., Nuoro, Il Maestrale, 2005. Negli ultimi anni, dopo aver abbandonato la militanza politica, si riavvicina, sia pure problematicamente, alla religione cristiana. Una conversione che si lega al contempo alla volontà di scrivere per intero la Sardegna. Non a caso, vicino alla fine dell’esistenza, parlando delle sue fedi, della sua terra, parlerà della necessità di una “rivoluzione spirituale”. La vita e la carriera di scrittore si concludono tragicamente nel mare di Carloforte, dove Atzeni muore annegato il 6
settembre 1995. Dopo la sua morte si sono ritrovati altri scritti, buona parte dei quali rapidamente pubblicati. I libri di Atzeni sono ancora oggi molto letti in Sardegna e trovano numerosi estimatori anche in Europa. Si può senza tema di smentita dire che Atzeni è stato uno dei più innovativi, coraggiosi e visionari romanzieri dell’intera storia sarda il cui lascito non è stato ancora pienamente raccolto ma sfida i sardi a raccontare con gioia la propria storia, e in particolare la propria storia di libertà. Ornella Demuru Fonti: Wikipedia, La Nuova Sardegna, Il sogno del falco, Franciscu Sedda. Per approfondimenti: Franciscu Sedda, Il sogno del falco, Arkadia 2020 http://www.arkadiaeditore.it/ tag/franciscu-sedda/ Ornella Demuru
prestavano giuramento all’inizio del mandato come giudici. Qui si svolse il matrimonio tra la giudicessa Adelasia ed Enzo di Svevia, e secondo recenti scavi archeologici davanti all’altare maggiore si troverebbe la tomba della giudicessa, ultima regnante sul trono di Torres. Secondo la tradizione Adelasia, che spesso aveva soggiornato nel palazzo giudicale di Ardara, morì intorno al 1259 nel castello di Burgos, dove si era ritirata La chiesa, come del resto l’intero borgo a cui appartiene, è costruita sopra un pianoro vulcanico, in posizione strategicamente scenografica per coloro che intendono avvicinarsi ad Ardara. L’edificio spicca anche per il suo colore scuro: furono infatti utilizzati per la costruzione conci di trachite ferrigna, il cui colore è tipicamente scuro. L’edificio, modellato da maestranze pisane, presenta numerose peculiarità. La facciata, divisa in cinque parti da lesene, presenta un coronamento a salienti; sopra il portale architravato centrale con arco di scarico a tutto sesto, si trova una finestra bifora, che illumina l’interno della chiesa.
Al centro si trova il portale architravato e con arco di scarico a tutto sesto, sormontato da una bifora. L’intero paramento esterno dell’edificio è scandito da lesene e decorato da archetti pensili. Sul lato sinistro dell’edificio, rivolto al nord, si affianca ciò che resta della torre campanaria, a canna quadra, incompleta a causa di alcuni crolli. L’interno dell’edificio è costituito da tre navate divise da colonne: quelle laterali presentano una copertura di volte a crociera, mentre quelle centrali sono coperte da capriate lignee. Anche dopo la fine del giudicato di Torres, Santa Maria del Regno continuò a godere dell’attenzione dei fedeli sardi, che continuarono a visitarla. Il presbiterio ospita un ampio abside la cui vista è impedita dal polittico ligneo, il grande retablo di Santa Maria del Regno, il più grande polittico cinquecentesco in Sardegna: è del 1515. Alto circa dieci metri e largo sei, che ospita 31 tavole, che mostrano le rappresentazioni di diversi profeti e santi, oltre alle vicende della vita di Maria separate tra loro da cornici di legno dorato.
S’ARTI NOSTRA 11
SANTA MARIA DEL REGNO AD ARDARA
I
stimad@s, l’odierna tappa di “S’Art” ci porta nel piccolo borgo di Ardara, nel nord-ovest dell’isola: qui si trova la Cappella Palatina di Santa Maria del Regno, un luogo importantissimo per la storia del Giudicato di Torres. La cappella fu eretta, insieme al castello di Ardara (all’epoca capitale del giudicato di Torres) nell’XI secolo per volontà di Giorgia, sorella di Gonnario Comita, giudice di Torres e Arborea Fu il giudice di Torres Comita a richiedere che fosse effettuato un ampliamento della chiesa intorno all’XI secolo. Probabilmente però non fu una iniziativa diretta del giudice, ma l’idea dell’ampliamento della chiesa partì da sua sorella Giorgia. Il nuovo edificio fu consacrato il 7 maggio 1107, e divenne un centro politico e religioso estremamente importante per il Giudicato di Torres. Tra il XI e il XII secolo, infatti, i giudici turritani decisero di trasferire il capoluogo del giudicato da Porto Torres ad Ardara: la chiesa, che sorgeva a poca distanza dal Palazzo Giudicale (di cui oggi non restano che rovine), divenne così il luogo dove i sovrani di Torres
Al centro del retablo, entro una preziosa nicchia, è collocata la statua lignea di Nostra Signora del Regno, in cui la Madonna, che tiene in braccio il bambino Gesù, appare rivestita delle insegne regali (corona e scettro), protagonista dei festeggiamenti patronali di Ardara che si svolgono in maggio per ricordare la consacrazione della chiesa. Sulla predella sono riscontrabili inoltre i nomi dell’autore (Giovanni Muru), dell’anno di esecuzione (il 1515) e del committente (Joan Cataholo, canonico di San Pietro di Sorres nel 1489 e arciprete di Sant’Antioco di Bisarcio nel 1503). Alla parete interna del lato sud è inoltre addossato il cosiddetto “retablo minore”, opera della stessa scuola del retablo Maggiore, oltre ad una serie di dipinti, risalenti al XVII secolo, addossati alle colonne, raffiguranti alcuni apostoli e altri santi. Tra le numerose opere citiamo i rari esempi di affreschi concavi, gli affreschi sulle pareti (XV sec.). Senza dimenticare lo stendardo processionale (coevo al retablo), la tavola gotico-catalana della passione (XIV sec.), la cuspide gotica di scuola senese (XVI sec.) e l’attuale mensa del presbiterio (XVI sec.) Infine il pulpito in legno intagliato e l’epigrafe, copia probabilmente duecentesca dell’originale, a ricordo della consacrazione del tempio, avvenuta il 7 maggio 1107. Santa Maria del Regno, nel suo ruolo di cappella palatina, è citata nel Libellus Judicum Turritanorum, documento in volgare logudorese redatto nel XIII secolo La chiesa principale di Ardara fu davvero un caposaldo del Giudicato di Torres: intitolata a Maria perché custodisse da ogni male il Regno di Torres, veglia ancora oggi sulle pendici del Montesanto incutendo un timoroso rispetto a chiunque intenda avvicinarvisi. Nei dintorni di Ardara vale la pena scoprire anche altri monumenti storici come la Chiesa di Nostra Signora di Castro, del XII secolo, la Basilica di Sant’Antioco di Bisarcio. Oppure lasciarsi trasportare dalle suggestive attrazioni naturalistiche come il Monte Acuto e la Grotta di San Michele. www.sardegnacultura.it; www.sardegnaturismo.it. Santa Maria del Regno, la cappella palatina di Torres Antonio Perra
A
Foto Essepi-Engineering
Selargius il Comune mette a disposizione tutti gli spazi di Cuccuru Angius per far arrivare, “entro il 2022”, centinaia di scienziati per elaborare i dati che arrivano dai satelliti. Il sindaco Concu dichiara: “Questo insediamento creerà dei vantaggi economici per tutto il territorio. Ci sarà anche una sala multimediale e un centro di elaborazione dati. Nella loro sede di Matera, gli scienziati, non ci stanno più, e hanno scelto la nostra regione: siamo orgogliosi”. Era uno degli ultimi tasselli per completare il sogno, ormai prossimo alla realtà, di una Selargius casa di ben centoquaranta scienziati dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana. A Matera, unica sede italiana oltre a quella, amministrativa, di Roma, gli spazi sono terminati. E già da anni chi studia i pianeti e i satelliti ha visto, nella collina di Cuccuru Angius, una meta ideale. Lì c’è già l’Istituto nazionale di astrofisica, dunque il “matrimonio” tra le due realtà è pure più semplice. La giunta comunale guidata dal sindaco Gigi Concu ha detto sì “alla concessione del comodato d’uso degli immobili realizzati nel compendio di Cuccuru Angius destinati alla sede del Sardinia Deep”. La maxi parabola che consente di osservare stelle e pianeti sarà utilizzata dai maggiori esperti d’Europa. Un piano da 15 milioni di euro, ai bordi della 554 la nuova casa di centoquaranta scienziati sarà immersa nel verde: prevista la realizzazione di un maxi parco da ben cinque ettari e, anche, di un infopoint, adatto ad accogliere visitatori sia sardi sia stranieri. La speranza è anche quella di creare un turismo di tipo scientifico, nell’area di San Basilio. L’infornata di scienziati dovrebbe essere realtà “entro il 2022, ma sono già stati messi 600mila euro per il trasferimento da parte dell’Asi, che ha voglia di accelerare i tempi. A Matera non ci stanno più, gli spazi sono quelli che sono. Da noi sorgerà un centro di elaborazione dati, oltre all’infopoint e a un giardino dove troveranno spazio anche alberi, come i pini, secolari, presenti lì sin da quando l’area era stata utilizzata come
SARDINIA DEEP SPACE deposito di munizioni durante la Seconda guerra mondiale”. È certamente una grandissima opportunità non solo per il nostro Comune ma per l’intera Isola”, ricorda Concu, che si è sempre speso per dare una svolta internazionale al parco della scienza ai bordi della Sss 554. “Un traguardo che premia il grande di squadra portato avanti dai nostri uffici e dai diversi assessorati coinvolti, grazie al quale, passo dopo passo, siamo riusciti a trasformare l’area oltre la 554, rendendola un fiore all’occhiello in grado che ci riempie di orgoglio e creerà importanti ricadute occupazionali sul territorio”. È l’ultimo tassello di un iter partito nel 2004 con l’arrivo dei fondi Por, proseguito nel 2008 con l’avvio degli interventi di riqualificazione nell’area dell’Ex polveriera e la costruzione dei primi immobili concessi all’Inaf, e andato avanti con il finanziamento regionale di oltre sei milioni e mezzo destinati al completamento delle opere», spiega il primo cittadino. «Con la delibera si arriva così a individuare i soggetti che prenderanno possesso delle strutture realizzate, e si com-
S’ARTI NOSTRA 12
pie un altro importante passo verso la valorizzazione del Campus, destinato a diventare il nostro fiore all’occhiello. Un traguardo che premia il grande lavoro di squadra portato avanti insieme agli uffici comunali, e agli assessorati ai Lavori pubblici, Urbanistica e Pianificazione strategica”. Ricordiamo inoltre che sul terreno, all’occasione dei lavori nel 2012 du ritrovato un muro semicircolare e altri basamenti di costruzioni risalenti ai periodi punico o romano: dai lavori nell’ex polveriera di Cuccuru Angius stanno emergendo numerosi reperti archeologici. Durante gli scavi per l’area destinata ai parcheggi, all’ingresso del futuro Campus della scienza, le ruspe si sono dovute immediatamente fermare alla comparsa di file di pietra che già a una prima occhiata davano l’idea di essere qualcosa d’importante e di antico. Il periodo di appartenenza è ancora in fase di definizione, ma il cerchio si stringe ai secoli tra il passaggio dell’Isola dal dominio cartaginese a quello romano. L’attività degli archeologi sta andando di pari passo con il completamento del Campus tranne che per l’area dove
sono stati rinvenuti i reperti. Così coabiteranno le ricerche spaziali con i reperti archeologici, molto correnti in Sardegna, sopratutto in questa zona che fu abitata sin dall’epoca nuragica ed in seguito dai cartaginesi ed infine dai romani, come si ipotizza siano stati i suo costruttori. Tra gli altri ritrovamenti durante il corso dei lavori, ci furono anche due bombe inseplose di origine tedesca, risalenti alla seconda guerra mondiale e di notevole potenza. La località, precedentemente adibita a polveriera non ha così finito di rivelarci i suoi segreti che oggi precedono le attività dell’Istituto nazionale di Astrofisica che si combineranno con quelle dell’Agenzia Spaziale Italiana che aprirà il “Sardinia Deep Space Antenna Research Center” La maxi parabola che consente di osservare stelle e pianeti sarà utilizzata dai maggiori esperti d’Europa. Un piano da 15 milioni di euro, ai bordi della 554 la nuova casa di centoquaranta scienziati sarà immersa nel verde: prevista la realizzazione di un maxi parco da ben cinque ettari e, anche, di un infopoint, adatto ad accogliere visitatori sia sardi sia stranieri a San Basilio.
C
oncepita in relazione alla collezione del Madre, Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud intende indagare attraverso le opere di cinquantacinque artisti italiani e internazionali, le pratiche contemporanee che hanno risposto ai massicci cambiamenti sociali dell’ultimo mezzo secolo: urbanizzazione, industrializzazione, creazione di nuove periferie urbane, svuotamento delle campagne, lotte relative alle libertà e alle restrizioni del corpo. Il percorso espositivo propone un’analisi delle speranze utopistiche messe a confronto con le esperienze distopiche dell’era moderna, con particolare attenzione al Mezzogiorno, oltre alla rappresentazione del sostanziale fallimento delle logiche, spesso violente, che muovono l’ideologia del progresso – fallimento anche di un sistema che si è sovraccaricato, di cui abbiamo vissuto la dimostrazione durante l’ultimo anno della pandemia. Dalle osservazioni nitide di Mimmo Jodice sulle periferie urbane, sulle architetture industriali e sui paesaggi del sud Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, agli omaggi fo-
Foto museomadre
SULLE TRACCE DI MARIA LAI
taggio. Il progresso e il sistema economico di crescita del capitale richiedono un’espansione costante, lavoro a basso costo, nuove risorse. Gli artisti Bianco-Valente lavorano con varie comunità sugli effetti nel Mezzogiorno di questo sistema, che ha portato all’espropriazione dei terreni, alla migrazione verso il nord e le grandi città, con la conseguenza della perdita delle radici, dell’identità culturale e della memoria. Il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito il neoliberismo come “un programma di distruzione delle strutture collettive capaci di ostacolare la logica del mercato puro” (Le Monde diplomatique, dicembre 1998). Nonostante ciò, il sud si afferma come territorio dove queste strutture e valori vengono preservati e dove si celebra ancora, collettivamente, l’estrema bellezza e fragilità dell’esistenza: un territorio dove si può immaginare un altro futuro.
tografici di Antonio Biasiucci ai villaggi abbandonati e alla vita pastorale in Campania, fino alle indagini di Raffaela Mariniello e Ibrahim Mahama sullo spazio industriale di Bagnoli con la sua potente e tossica bellezza. Attraverso sei sezioni (Spazio Urbano, Spazio Rurale, Spazio Periferico, Spazio Industriale, Spazio Extraterritoriale e Spazio del Corpo) viene esplorato anche il potenziale dell’intervento artistico di aprire spazi di trasformazione all’interno di realtà distopiche, e di creare alternative. Joseph Beuys ha scritto sul manifesto della sua mostra a Napoli del 1971 (creato sulla base di un’opera fotografica qui in mostra): La rivoluzione siamo noi. L’ideologia moderna del progresso afferma la capacità degli esseri umani di rimodellare la propria vita e il proprio ambiente con l’aiuto della tecnologia e della scienza, creando nuove infrastrutture e dando accesso a servizi medici, all’educazione e al lavoro salariato. Nuove scelte e libertà erano le prospettive delle donne e degli individui emarginati o economicamente svantaggiati. Molti di loro si sono trovati isolati nelle periferie, in pic-
coli nuclei familiari e con un lavoro precario, mal pagato e spesso pericoloso. Aprire spazi di scambio e sperimentazione artistica nelle periferie è stata una delle grandi utopie che hanno animato diversi artisti nel contesto napoletano a partire dalla fine degli anni Sessanta. Esemplare è stato il lavoro di Riccardo Dalisi, che ha collaborato con gli artigiani e i giovani del Rione Traiano. Nello stesso periodo, Tomaso Binga ha interpretato, attraverso le sue opere, la visione mediatica dominante della donna come oggetto sessuale, lontana dall’indipendenza e dal rispetto dichiarato da una società che si proclamava progressista. Un gran numero di artiste e artisti ha cercato una via d’uscita da un apparente vicolo cieco, mettendo in discussione, in prospettiva storica, l’ordine costituito e le norme comunemente accettate. Dal periodo dell’unificazione d’Italia, vissuta spesso come l’indebita imposizione di un sistema economico e sociale settentrionale, l’esistenza di un sud svalorizzato e sfruttato viene rinforzata, come ci ricorda l’opera in mostra di Giulio Delvè, Viva il Brigan-
S’ARTI NOSTRA 13
Il programma di eventi legati alla mostra Utopia Distopia: il mito del progresso partendo dal Sud si chiude con la proiezione del documentario di Maddalena Bregani,
Sulle Tracce di Maria Lai (2020, 55’30” min). ‘Sulle tracce di Maria Lai’ è un racconto circolare che inizia e termina a Ulassai, il villaggio nel cuore selvaggio della Sardegna dove Maria Lai (1919-2013) è nata e dove è tornata a vivere negli ultimi anni della sua vita. Il documentario è la ricostruzione della sua straordinaria figura di donna e artista attraverso le voci della nipote, di amici, collaboratori, artisti, storici dell’arte. È la scoperta di una produzione artistica ricchissima e unica: dal naturalismo degli esordi, alla svolta dagli anni Sessanta con i “Telai”, le “Tele cucite”, le “Geografie” - a “Legarsi alla montagna”, l’azione collettiva realizzata con i cittadini di Ulassai nel 1981, che anticipa di un decennio l’arte relazionale.
Museo Madre Via Luigi Settembrini, 79 80139 Napoli https://www.madrenapoli.it/
Gli artisti:
Francesco Arena, Betty Bee, Joseph Beuys, Monica Biancardi, Bianco-Valente, Antonio Biasiucci, Tomaso Binga, Eduardo Castaldo, Tonino Casula, Patty Chang e David Kelley, Danilo Correale, Riccardo Dalisi, Alexandre de Cunha, Giulio Delvè, Maria Adele Del Vecchio, Romina De Novellis, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Bruna Esposito, Cherubino Gambardella, Eugenio Giliberti, Didi Gnocchi, Goldschmied & Chiari, Gruppo XX, John DiLeva Halpern, Rebecca Horn, Michele Iodice, Mimmo Jodice, Kiluanji Kia Henda, Désirée Klain e Matteo Antonelli, Maria Lai, Ibrahim Mahama, Domenico Antonio Mancini, Lina Mangiacapre, Umberto Manzo, Raffaela Mariniello, Margherita Moscardini, Raffaela Naldi Rossano, Temitayo Ogunbiyi, Catherine Opie, Giulio Paolini, Athena Papadopoulos, Perino & Vele, Felice Pignataro, Giulia Piscitelli, Paolo Puddu, Annalisa Ramondino, Justin Randolph Thompson, Francesco Rosi, Mathilde Rosier, Rosy Rox, Melita Rotondo, Roxy in the Box, Franco Silvestro, Eugenio Tibaldi. https://www.madrenapoli.it/
loro. Tra consumo di droghe e confronti tinti di disillusione nei confronti dell’esistenza procedono verso un redde rationem finale. Bonifacio Angius prosegue la sua ricerca totalmente indipendente da anarchico individualista (come lui stesso si definisce) di un cinema che, al contempo, sia profondamente radicato nella sua terra ma anche traducibile sul piano universale. Perché la Sardegna è ricca delle cosiddette ‘tombe dei giganti’ così denominate per le loro dimensioni e intorno alle quali si sono costruite le più diverse teorie. I protagonisti che agiscono sullo schermo di gigantesco hanno ormai solo una profonda disperazione che cerca rifugio nella perdita di lucidità garantita dall’assunzione ripetuta di stupefacenti. Non siamo però né in una città degli Usa né in una villa nei dintorni di Parigi. Siamo nella campagna sarda ben lontana dai possibili rimandi a “Le iene” o a “La grande abbuffata” (in questo caso di droghe). Se si dovesse fare un’associazione la si potrebbe riferire al Sartre di “A porte chiuse” con quella porta da cui si finisce con il non uscire e con la conquistata consapevolezza che, ancora una volta e forse ancora di più, “l’inferno sono gli altri”. Perché qui, se si esclude il forse superfluo e un po’ troppo esplicativo finale, ognuno è chiuso nel proprio mondo e nelle proprie desolate convinzioni. Qualcuno le esprime in modo quasi piatto, qualcun altro prova a filosofeggiare ma in definitiva nessuno può sperare in un cambiamento positivo. Il percorso si presenta come ineluttabile e quasi atteso. Angius comunica questo clima interiore senza alcuna concessione se non al proprio modo di concepire un cinema che non ha intenzione di narrare e non sta narrando, come afferma uno dei personaggi, una storia ma un racconto non facile e, soprattutto, non convenzionale. iamo come nani, seduti sulle spalle dei giganti per vedere più lontano, fino a scordere un futuro. I giganti sono creature con un passato gravoso, spettri segnati dalla nostalgia e il rimpianto nel nuovo film di Bonifacio Angius.
Foto gettyimages
P
ersone che si conoscono da lungo tempo e che potrebbero anche definirsi amici si ritrovano in casa di uno di
I GIGANTI Regista: Bonifacio Angius Genere: Drammatico Anno: 2021 Paese: Italia Durata: 80 min Data di uscita: 21 ottobre 2021 Distribuzione: Il Monello Film
Ma il loro è un ruolo irrinunciabile, ci permettono con il loro sacrificio di perseverare e concederci anche un momento di serenità. Sono marginali, gli amici che si ritrovano in una casa su due piani in mezzo al niente, nell’entroterra. Se per Boccaccio era stata la terribile epidemia di peste del Trecento in Europa a portarlo a rinchiudere un gruppo di giovani per “raccontare” il Decameron, per alleviare la sofferenza e la desolazione della Firenze dell’epoca, qui c’è la pandemia, una piaga onnipresente, un velo cupo di aria malsana, sempre presente anche se mai direttamente evocata. Un ritrovo di fragilità che diventa una montagna russa emotiva, fra ricordi, racconti, risate, litigate. Il film è un carosello di generi della commedia umana di chi si ferma un attimo prima di varcare la porta d’uscita dalla vita, con una rabbia non sopita che li pervade, che non sempre riescono a tenere a bada. Il tempo rimane fuori, all’interno tutto è sospeso e ormai rimpianto. I giganti invidiano la giovinezza dei nani, anche perché la loro esperienza che potrebbe permettergli di guardare più
S’ARTI NOSTRA 14
lontano sembra solo funzionare all’indietro. Invece che spingerli oltre con lo sguardo, finiscono per insistere nel voltarsi verso un passato sempre più remoto. Alimentando in questo modo la loro sofferenza. C’è molto sentimento e poca ragione, fra le anime dannate del film di Angius, che realizza con I giganti il suo miglior film, torrenziale e inafferrabile, privo di un equilibrio normalizzatore che i suoi protagonisti ormai non inseguono neanche più. È tutto fuori asse, all’interno di quella casa, i pianeti non si allineano più e proprio come un orologio rotto che segna l’ora giusta almeno una volta al giorno, cercano di godersi una buona (ultima) volta quella illusoria serenità che potrebbe perfino rappresentare un idillio. Difficile non identificarsi in un questa masnada variamente assortita di disgraziati con un cuore grande così. Sono amici, fratelli e nemici che alzano la voce, il gomito e una pista di coca, ma fanno parte della nostra vita, addirittura siamo noi visti allo specchio. La casa viene in soccorso al regista nel suggerire una stratificazione di vissuti. Pareti ingiallite, mobili provenienti da mondi ed epoche di-
verse. I giganti è anche un film di volti, mappa epidermica di mille fallimenti illuminata da occhi ancora vivaci. C’è Bonifacio Angius stesso, che si mette in gioco in prima persona come attore; unica vicenda, la sua, che ci porta a materializzare il peso del passato con alcuni flashback che suggeriscono la sofferenza di un duplice amore in gioco, quello per una donna e per un figlio. Ci sono poi Stefano Deffenu, il nostro preferito, oltre a Riccardo Bombagi, Michele e Stefano Manca. L’umorismo è caustico, le risate enfisemiche, sguaiate o pervase da un’ironia quasi autoderisoria, e come tale liberatoria. Una cometa di autolesionisti in pausa, personaggi presi a pugni dalla vita, fra errori, remissioni, scelte sbagliate o subite. Eppure sono ancora lì, insieme. I giganti, evasi dalle pagine di Bukowski e dall’immaginario di Cassavetes, si insinuano nella nostra memoria, rigorosi militanti di una vita esposta in prima linea, senza “andare a letto presto”. Compagni di viaggio che suscitano interrogativi e ci fanno incazzare, ma di certo non ci lasciano indifferenti. Mauro Donzelli https://www.comingsoon.it/
GIOVANNI MARIA ANGIOY C
hi fu Giovanni Maria Angioy? “Virtuosissimo eroe” o “il nulla più nulla”, come ebbe a dire nel volgere di pochi anni Matteo Luigi Simon? La machiavellica e giacobina mente dietro l’“emozione popolare” del 28 aprile 1794, la successiva uccisione di Pitzolo e Planargia, la sollevazione repubblicana e antifeudale di metà Sardegna, come sostennero in presa diretta i suoi avversari politici, o un magistrato ingenuo e incapace di pensiero strategico, un borghese timoroso di una guerra civile, un leader casuale e impreparato a guidare una rivoluzione, tanto da dover riparare in esilio senza neanche aver mosso veramente guerra alla sovranità sabauda e ai suoi zelanti servitori sardi? O ancora un leale Alternos del potere sabaudo, tanto da chiedere di inneggiare al re anche mentre “marciava” verso Cagliari, o la punta avanzata delle idee repubblicane francesi, tanto da coltivare contatti anche familiari con i rappresentanti della Francia e circondarsi dei più aperti e ferventi giacobini sardi? Chi fu dunque Giovanni Maria Angioy?
Certamente fu un bambino nato a Bono nel 1751 presto orfano della madre e del padre; fu una mente acutissima se non geniale, tanto da ottenere già a 22 anni la cattedra di Diritto e a 30 occupare le più alte cariche della magistratura sarda. Fu un marito e padre tormentato; fu un borghese coraggioso e innovatore, ammirato per la sua intraprendenza e la sua capacità negli affari; fu un giudice della Reale Udienza del Regno di Sardegna che nel momento della tentata invasione da parte della Francia appoggiò timidamente la resistenza anti-francese e si mostrò magnanimo con i sostenitori delle idee rivoluzionarie. Fu figura appartata negli eventi del 28 aprile 1794 mentre divenne in seguito il leader del “partito patriottico”, anche detto “democratico”; fu “novatore” circondato da amici giacobini che col passare del tempo ostentavano sempre più apertamente la loro fede cantando canzoni rivoluzionarie, portando in pubblico la coccarda rosso-bianco-blu mentre inneggiavano all’abbattimento del feudalesimo, alla Nazione sarda e alla Repubblica di Sardegna. Fu Alternos del viceré, inviato
nel Capo di Sopra per fermare la secessione controrivoluzionaria ma forse ancor più per allontanarlo strategicamente da Cagliari; fu accolto come un salvatore a Sassari e infuse speranza nei paesi del Logudoro attraverso i patti civici confederativi che di fatto abolivano il feudalesimo. Fu colui che condusse un’ambigua marcia su Cagliari, iniziata senza portare con sé i suoi più valorosi generali rivoluzionari, come Gioachino Mundula e Francesco Cilocco, e finita a Tramatza si dice in lacrime e con la percezione di essere stato tradito da tutti. Fu colui che nell’esilio, e in particolare fra 1798 e 1800, perorò davanti a Napoleone l’esigenza di invadere la Sardegna per “rompere il giogo della tirannia” e farne una repubblica indipendente, una Nazione sarda eternamente riconoscente alla Nazione francese. Fu via via un esule sempre più solo, povero, malato, fino alla morte il 22 febbraio 1808.” Tutto ciò può apparire poco per chi cercasse storie lineari, chiare, compiute. Ma vale la pena considerare che ancora negli anni Sessanta del Novecento Angioy era considerato nientemeno che
S’ARTI NOSTRA 15
come un precursore del Risorgimento italiano. Precursore certo strambo e periferico ma pur sempre come patriota e repubblicano italiano fu celebrato nel 1896, nel centenario del suo ingresso a Sassari. Ecco, se c’è una cosa certa oggi è che fu molte cose ma non questa. Angioy non fu certo italiano: non si sentì né si credette né agi come tale. Nelle sue azioni, per quanto contraddittorie, c’era infatti un riferimento e un valore fisso: la felicità e il bene della Sardegna, di volta in volta definita Patria, Nazione, Paese, sempre in maiuscolo. Una Sardegna pensata al pari della Francia e delle altre nazioni dell’epoca. Se tutto ciò è stato per lungo dimenticato, e anche oggi può apparire sconveniente dirlo, lo si deve alle figlie che ne ripudiarono il nome e lasciarono che la cassa con i suoi scritti andasse persa, lo si deve alla controrivoluzione che distrusse corpi e memorie, alla Perfetta Fusione e all’Unità d’Italia che represse ulteriormente la coscienza di nazione dei sardi. E a tanti altri traumi di cui siamo figli. È proprio vero Giuanne Maria, quando non si ha tempo, quando non si domina la memoria e il suo senso, non resta che piangere per le disgrazie proprie e della propria Patria. Ma se la memoria torna, chissà quante altre cose possono tornare. «Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione.» Giovanni Maria Angioy, Memoriale, 1799 Fonti: Franciscu Sedda, La Nuova Sardegna Ornella Demuru https://ainnantis.home.blog/
E’
Foto cooperativaistelai
stato un sabato pomeriggio di grande festa quello di Ascot per Marco Ghiani. Nel “Qipco British Champions Day” tenutosi nel tempio dell’ippica inglese, infatti, il fantino oristanese è stato festeggiato e premiato come vincitore dell’ Apprentice Jockeys Championship, il Campionato degli apprendisti fantini, per il 2021. Prima della cerimonia, Marco è stato ospitato in una stanza all’interno della struttura con i suoi genitori, la sua fidanzata Brooke Down e suo figlio Louie. Successivamente, al suo ingresso trionfale nell’impianto, ha ricevuto applausi scroscianti, prima di poter sollevare al cielo il trofeo che gli è stato consegnato. «È davvero splendido essere incoronato campione degli apprendisti fantini – ha commentato Ghiani in perfetto inglese – per me è un sogno che si avvera e sono grato a tutte le persone che mi hanno aiutato in questo viaggio». Marco ha dominato la competizione, che si disputa dal 1° maggio al 18 ottobre, con 51 vittorie, ben 16 di vantaggio su Saffie Osborne, seconda classificata. Terzo posto per un altro fantino sardo, il sassarese Stefano Cherchi. Ghiani ha sfruttato al meglio le opportunità di ingaggio a lui offerte dall’allenatore Stuart Williams, che ha sempre creduto in lui e lo ha sostenuto e supportato in questa impresa. Il punto più alto del suo percorso lo ha raggiunto proprio nel Royal Ascot, imponendosi nella “Royal Hunt Cup” in sella al cavallo Real World della scuderia Godolphin, allenato da Saeed bin Suroor. Ma tutta la stagione del fantino oristanese, e i numeri lo confermano, è stata straordinaria. A giugno i suoi successi lo hanno portato anche ad essere eletto “Fantino del mese”. L’unico momento critico si è avuto nel corso dell’estate, quando una caduta da brividi a Lingfield, in piena corsa, lo ha costretto a fermarsi. Determinato e ambizioso, nonostante un problema ad un ginocchio, Marco si è però prontamente rialzato e con nuovi successi ha conseguito il suo grande obiettivo. Prima di lui soltanto un fantino italiano era riuscito a vincere il Campionato degli apprendisti: il suo nome è Frankie Dettori, che trionfò nell’ormai lontano 1989. Ghiani, succede nell’albo d’oro dei vincitori a Cieren Fallon, trionfatore nelle precedenti due edizioni. La gioia è incontenibile sul volto del ventiduenne fantino, che ricevuto il premio, ha posato poi per le foto assieme alla sua famiglia. Sorridente, Marco ha fatto una promessa ai media britannici: «Ora sorriderò sempre!».
Il fantino oristanese premiato come miglior fantino apprendista nel “Qipco British Champions Day” tenutosi nel tempio dell’ippica inglese
MARCO GHIANI Lo sguardo, per lui, che nel 2020 aveva vinto l’All Weather Championships, va ora già al 2022, anno che nei suoi obiettivi dovrà essere di conferma e di nuovi grandi successi. Mai sentito prima parlare di Ghiani? Quando infatti a 15 anni, folgorato dall’esempio del pluriscudettato fantino sardo Dario Vargiu ha cercato di iscriversi alla gloriosa scuola fantini di Pisa, che tante «fruste» azzurre ha forgiato negli anni, Ghiani ha scoperto che la crisi dell’ippica italiana aveva azzoppato anche questo fondamentale avamposto di formazione, e così ha dovuto trasferirsi in Inghilterra (senza sapere una parola di inglese) per tentare la scuola allievi fantini britannica. Una scuola dura: sveglia alle 5 di mattina, qualunque sia la stagione e la temperatura, umile apprendistato nel «fare le paglie» da artiere nei box dei cavalli (cioé lavare, curare, vestire, insomma governare i cavalli pronti poi per poter essere allenati la mattina), quindi in sella appunto per il training di tre cavalli, pranzo, lezioni pomeridiane sul «cavallo meccanico» per acquisire assetti corretti e andature di monta, ancora lezioni teoriche, poi di nuovo in scuderia per sistemare i cavalli a fine giornata, cena, e alle 9 a letto distrutti. Ancora niente, peraltro, rispetto a quando Marco «Linus» Ghiani
S’ARTI NOSTRA 16
(soprannome rimasto da quando gli amici sardi lo soprannominavano Marcolino, poi diventato Marcolinus, e alla fine rimasto Linus) comincia ad affacciarsi alle corse ufficiali inglesi: e inizia la spietata lotta (in una bolgia di fantini affamati della volontà di emergere) per farsi conoscere e apprezzare da allenatori che possano affidare a un giovane alle prime armi qualche discreto cavallo dei proprietari. Il primo che lo aiuta (proprio come tanti anni fa accadde per altri due giovanissimi espatriati come gli allora giovanissimi allievi fantini Lanfranco Dettori e Andrea Atzeni) è ancora una volta Luca Cumani, il grande allenatore italiano che in Gran Bretagna ha avuto una carriera fulgida. Poi, quando Cumani l’anno scorso va in pensione e smette di allenare, è Stuart Williams il primo piccolo trainer che dà più fiducia a Ghiani. Fin quando anche Saeed Bin Suroor, lo storico allenatore della potentissima scuderia dello sceicco del Dubai, non si arrischia a provare ad affidare a Ghiani uno dei cavalli di casa non campioni, Real Word. E, proprio come in certi film sulla storia di un bambino e di un cavallo, tra Real Word e il «bambino» Ghiani nasce un feeling che li porta a scalare entrambi le rispettive posizioni e a inanellare una serie di prime volte. Con lui
Ghiani vince la sua prima corsa di qualche rilevanza. Con lui in giugno coglie la sua prima vittoria nel meeting ippico più antico e famoso nel mondo, il Royal Ascot. E con lui, adesso, Ghiani vince la sua prima corsa di «gruppo 3», a coronamento di una escalation che é tanto del giovanissimo allievo jockey quanto del cavallo anch’esso al suo primo successo importante. Superata la prima soglia delle 100 vittorie in carriera, in testa alla classifica degli allievi fantini nella prima metà di stagione, e coronato questo mezzo 2021 dalla nascita della figlia Louise insieme alla compagna Brooke Brown (che pure lavora con i cavalli), Ghiani ha sperimentato anche il lato pericoloso dello sport ippico, venendo coinvolto all’ippodromo di Lingfield in una paurosa caduta e travolto (per fortuna senza gravi conseguenze) da tre cavalli dietro di lui. Le autorità ippiche inglesi lo hanno tenuto lo stesso fermo prudenzialmente per alcuni giorni, poi gli hanno dato il via libera per il rientro sulle piste. Appena in tempo per ritrovare a York la sella del fido Real World ad aspettarlo.
Luigi Ferrarella https://www.corriere.it/sport/ https://www.lanuovasardegna.it/
L’
armatore Raffaele Rubattino non è esattamente un personaggio “sardo di Sardegna” (anche se la madre di cognome farebbe Gavino...) come noi de “Sa matessi die” intendiamo (con cuore e cervello in Sardegna) ma riteniamo, comunque, sia importante far conoscere ai nostri lettori la sua storia e le sue vicissitudini. Innanzitutto perché si tratta di una figura che della Sardegna ha fatto la sua fortuna, ma in verità perché dopo più di un secolo il nome Rubattino ancora “aleggia” ancora per i nostri mari. Infatti mentre i sardi - spesso anche nella nostra contemporaneità - non riuscirono a cogliere le opportunità che questa Terra offriva, ci furono dei personaggi, come il genovese Raffaele Rubattino, che invece colsero appieno le possibilità e gli spazi di crescita e di progresso che la Sardegna e il Mediterraneo tutto offrivano, per poi divenire così dei punti di riferimento dell’economia dei trasporti italiana nonché dell’economia del mare (grazie all’industria del sale), ma che poco o niente hanno lasciato nella nostra Sardegna. Nato a Genova il 18 ottobre
1810 da Pietro (1785-1829) e da Giovanna Gavino (17851831), che gli imposero il nome di Dominique Raphael Joseph, Raffaele Rubattino era di famiglia piuttosto agiata (il padre era commerciante), frequentò il Collegio reale della Superba, dove acquisì una formazione umanistica che non poté tuttavia mettere a frutto in quanto, ventenne, perse in breve tempo entrambi i genitori e la sorella maggiore, Anna Amelia. Si vide quindi costretto a procurarsi da vivere, trovando un aiuto prezioso negli zii Giovan Battista Gavino e Lazzaro Rebizzo, attivi nel commercio e nella finanza. Si trasferì quindi a palazzo Doria, dove Rebizzo risiedeva insieme alla moglie, Bianca De Simoni, con la quale intrecciò una lunga relazione sentimentale. Lo stesso Rebizzo lo introdusse negli ambienti dell’opposizione politica genovese e lombardo-veneta: nella sua casa ebbe modo di incontrare, fra gli altri, Nino Bixio, Goffredo Mameli e Cavour, giovane ufficiale dell’esercito sabaudo. In questa fase coltivò simpatie mazziniane, iscrivendosi alla Giovine Italia. Debuttò sulla scena degli affa-
ri cittadini come noleggiatore e assicuratore, prima gestendo uno ‘scagno’ (ufficio) in vico Dogana, poi costituendo, nel settembre 1837, la Compagnia lombarda di assicurazioni marittime (d’ora in poi Lombarda). Fondata insieme a Gavino, Rebizzo e Gaetano De Luchi, la Lombarda contò fra i suoi soci anche Carlo Cattaneo e Federico Confalonieri: presto si aprì al cabotaggio, impiegando sulla rotta Genova-Livorno il piroscafo di seconda mano Dante, cui egli affiancò il Virgilio, realizzato dal cantiere livornese di Gustavo Capanna. All’ingresso nel settore armatoriale affiancò la scelta, innovativa per la Genova dell’epoca, di puntare con decisione sul vapore anziché sulla vela. Nel 1840 la Lombarda si trasformò in De Luchi, Rubattino & C. per la navigazione a vapore sul Mediterraneo e, due anni più tardi, divenne De Luchi, Rubattino & C. per la navigazione a vapore sul Mediterraneo dei bastimenti sardi, Castore, Virgilio e Dante. Fu anche grazie alla risonanza di una serie di brillanti iniziative, cui aggiunse una vivace presenza nel Consiglio comunale e in quello della Camera
S’ARTI NOSTRA 17
Foto fumettologica
RAFFAELE RUBATTINO
di commercio genovesi, che all’inizio degli anni Cinquanta divenne partner dello Stato sabaudo, con cui nel 1851 sottoscrisse una convenzione per gestire il servizio postale per la Sardegna, dal 1853 prolungato fino a Tunisi. L’apertura a istanze liberiste sostenuta allora, su tutti, da Cavour offrì lo scenario adatto per l’accordo, antefatto del saldo legame tra le principali compagnie di navigazione private e l’operatore pubblico che, fra Otto e Novecento, avrebbe marcato il Regno d’Italia. Questa intesa, inoltre, sollecitò un processo di integrazione industriale che vide Rubattino acquisire partecipazioni in varie imprese dell’isola, fra cui la Compagnia delle saline di Sardegna, fondata nel 1852 con Giacomo Filippo Penco. Nello stesso anno si lasciò coinvolgere in un progetto imprenditoriale promosso dal capitano Giovanni Pittaluga e sostenuto dal governo piemontese. All’iniziativa aderirono vari industriali e finanzieri, tra cui Penco e Carlo Bombrini (direttore generale della Banca nazionale degli Stati sardi), i quali l’anno seguente, insieme allo stesso Rubattino e a Giovanni Ansaldo, costituirono la Gio. Ansaldo & C., che – superate gravi difficoltà iniziali – sarebbe diventata la maggiore azienda meccanica italiana. Il progetto di Pittaluga prevedeva la nascita di un’impresa armatoriale dotata di piroscafi per il trasporto di merci e passeggeri nelle Americhe. Fino ad allora, nessuna società italiana o straniera aveva mai utilizzato vapori su linee transoceaniche regolari. Nata nell’ottobre 1852, la Compagnia transatlantica (d’ora in poi Transatlantica) beneficiò di un sussidio statale per predisporre, con sette navi di nuova costruzione, viaggi mensili sulle rotte Genova-Montevideo e Genova-New York. Ma la Compagnia transatlantica fallì. Il 4 settembre 1881 fu costituita a Genova la Navigazione Generale Italiana (Società riunite Florio e Rubattino), il cui capitale sociale era ripartito per un 40% agli ex-soci della Rubattino, un altro 40% agli ex-soci della Flotta Florio, e per il restante 20% al Credito Mobiliare. Rubattino accanto all’attività marittima ebbe partecipazioni rilevantianche in imprese di altri settori. (segue pagina 18)
Foto ilpost
(segue dalla pagina 17) Ad esempio nel 1852, quando aveva iniziato il collegamento navale con la Sardegna era diventato socio della Compagnia delle Saline della Sardegna. Tuttavia, la più importante delle partecipazioni di Rubattino, derivava dalla sua attenzione per la crescente importanza dell’industria pesante. Infatti, insieme a Giovanni Ansaldo e al banchiere Carlo Bombrini, fu fra i soci fondatori delle officine Ansaldo di Sampierdarena. Rubattino fu anche un fervente patriota dell’unità d’Italia. Fu amico personale di Cavour, di Nino Bixio col quale condivide l’estensione delle attività marittime italiane sui mari; con Giuseppe Biancheri, Paolo Boselli. Dopo l’apertura del canale di Suez, nel 1869 il governo italiano, ormai avviato verso l’espansione coloniale, aveva acquistato attraverso l’opera del missionario-esploratore Giuseppe Sapeto la Baia di Assab in Eritrea. Tuttavia, i presidenti del consiglio Luigi Federico Menabrea e Giovanni Lanza, timorosi delle reazioni delle altre potenze coloniali, chiesero a Rubattino di intestarsi la baia con il pretesto di farci una base per il rifornimento di carbone. L’armatore genovese, dal canto suo, non poteva sottrarsi alla richiesta, in quanto obbligato verso lo stato che lo stava salvando dal fallimento. Di fatto il contratto di acquisto della Baia di Assab si risolse in un nulla, in quanto l’area fu quasi subito rioccupata dall’Egitto. Nel 1880 Rubattino comprò, sempre per conto del governo italiano, la ferrovia Tunisi-La Goletta da una compagnia inglese. La mossa maldestra rivelò le intenzioni italiane di estendere la propria influenza coloniale sulla Tunisia. La Francia reagì, considerando l’acquisto italiano un’”aggressione” nei propri confronti, e conseguentemente attuò una propria politica tunisina, che sfociò nel Trattato del Bardo del 1881. Rubattino muore nella propria villa ad Albaro (Genova) il 2 novembre 1881, lasciando erede universale dei suoi beni la cugina Selene Gavino. Viene sepolto nella cappella di famiglia del cimitero di Staglieno, vicino alla moglie Bianca De Simoni. Ornella Demuru https://it.wikipedia.org › wiki › Raffaele_Rubattino
L’utopia dell’allevamento etico Sul Monte Amiata, in Toscana, due donne vivono con 135 maiali di una razza ritenuta estinta, e c’è chi pensa che il loro prosciutto sia il più sano del mondo
P
er arrivare al Felcetone, l’azienda agricola fondata nel 2005 da Giovanna De Cola e Tinti De Devitiis, ci si deve arrampicare sul Monte Amiata fino al comune di Seggiano, in provincia di Grosseto. La strada, salendo, si restringe e alla fine diventa un sentiero. Dall’alto si vede un panorama che comprende la Val d’Orcia e Montalcino. «L’Amiata è un vulcano, chilometri sotto terra c’è una grande attività e noi sentiamo l’influsso di questi movimenti: stare qui ci dà molta energia», dice De Cola. Tinti, più di settant’anni, ha una passione per le filosofie e la medicina orientale, ed è vegetariana. Una vegetariana che gestisce un’azienda agricola di allevamento suino e caprino. «Non mangiare carne per me è una disciplina. Ogni persona può scegliere di mangiarla: io la cucino, sono contenta se le cose che preparo piacciono. Non ho nessun problema nei confronti di chi la mangia». Che si sia in un posto speciale è facile capirlo, guardando Giovanna che con il forcone sposta porzioni di fieno dalla balla, per darle ai cavalli che stanno sotto i castagni.
S’ARTI NOSTRA 18
Ha 83 anni, ma un’energia da quarantenne. «Sono una contadina allevatrice da sempre. Mi sono dedicata all’agricoltura biologica e al recupero delle razze in estinzione. Io non sono vegetariana: mi piace prendere forza dagli animali che ho allevato». De Cola è laureata in pedagogia a indirizzo psicologico, una pratica che ormai applica solo per capire i suoi animali. Le due donne si conoscono dai tempi del liceo, dai salesiani, a Roma. La passione per i cavalli le ha fatte diventare amiche e lavorare insieme nell’azienda agricola della famiglia De Cola, a nord della capitale. Cavalli ce ne sono ancora al Felcetone: alcuni sono della linea del Maremmano Antico, ci sono dei Sella Italiano (una razza in via di estinzione) e poi dei Sella Francese. Non si tratta dell’attività prevalente della fattoria, ma la testimonianza dell’antica passione. Le due allevatrici sono concentrate sui 135 maiali della razza Macchiaiola Maremmana e sulle 40 capre di Montecristo che pascolano nella loro tenuta. «Non ci eravamo mai occupate di maiali, ma un professore,
con cui abbiamo collaborato per tanto tempo, una quindicina di anni fa mi ha detto che aveva visto sulle montagne del pistoiese una coppia di maiali neri, che riteneva della razza Macchiaiola. Abbiamo fatto un po’ di resistenza, ma una mattina si è presentato qui con un camion con due scrofe». La Macchiaiola Maremmana è una razza antica di maiali neri (da non confondere con la Cinta Senese) che vivevano nella macchia – senese e grossetana, allo stato brado o quasi. Ad un certo punto se ne erano perdute le tracce perché non c’erano più le famiglie contadine che mandavano i loro ragazzi a seguire i maiali: i pochi rimasti sono stati chiusi nelle stalle e in quelle condizioni erano difficili da gestire e di conseguenza sono stati abbandonati. Per la certificazione della specie, parallela alle analisi genetiche e del DNA, c’è stata una ricerca storica e sulle opere d’arte per trovare conferme sulle origini della razza e sui trattamenti a cui veniva sottoposta la Macchiaiola Maremmana. Dopo questi studi la razza è stata iscritta nel Repertorio
Regionale Toscano delle risorse genetiche animali. È proprio durante queste analisi che avviene l’episodio che cambia la storia del Felcetone. Due maiali vengono prelevati per essere macellati, ma già dalle modalità violente adottate per il trasporto, dai loro urli – secondo le due allevatrici – il resto del branco rimane scioccato. Fino all’uccisione dei maiali, si segue una procedura standard per la macellazione, secondo le normative europee. Giunte al mattatoio le bestie sono spinte in un ambiente con un pavimento bagnato. A quel punto viene loro somministrata una scossa elettrica per stordirle, prima di essere uccise. Purtroppo, soprattutto nel caso di una razza semi brada, che ha sviluppato una struttura più forte e una pelle più spessa, questo modo di agire si rivela particolarmente inadeguato. I macchiaioli, infatti, sono in grado di resistere al normale voltaggio utilizzato per gli altri maiali e non sono per nulla storditi dopo la scossa elettrica. La sofferenza di questi animali si è rivelata superiore a quella dei normali capi allevati. «È stata la prima volta che si
verificava un tale scempio, ma per noi è stata anche l’ultima», dice Giovanna Di Cola. «L’uomo ha diritto di cibarsi dell’animale, ma non ha il diritto di farlo soffrire in nessuna fase della vita. Dalla nascita alla morte un animale va rispettato nelle sue esigenze di sostentamento, di spazio, di tempi di crescita e, soprattutto, dall’inizio alla fine della sua esistenza non deve avere stress», aggiunge Tinti De Devitiis. Tinti e Giovanna hanno un rapporto stretto con i loro 135 maiali. Li chiamano per nome. «I maiali sono animali sensibili e delicati, non dico che siano come i cani, ma quasi, sostiene Tinti, ti vengono incontro, ti riconoscono… non posso sopportare che possano essere torturati». C’è anche un problema che riguarda l’effetto che hanno l’adrenalina e l’acido lattico sulla qualità della carne. Le tossine che si producono negli animali con il terrore che precede l’abbattimento sono pericolose: «L’adrenalina è tossica, spiegano al Felcetone, nel momento della morte dell’animale rimane nel suo sangue e nei suoi tessuti, come se fosse un cattivo condimento.
Nella carne fresca si mangia, mentre in quella conservata e negli insaccati, per evitare che imputridisca, i normali produttori sono obbligati a mettere dei conservanti». Infatti gli insaccati dei primi due capi abbattuti con il metodo tradizionale, per loro che non usano mai additivi chimici, hanno rivelato problemi di conservazione: «erano duri come pietre». Le due donne si definiscono “allevatrici etiche”, ma per mandare avanti l’azienda i maiali si devono comunque ammazzare: «Certo. Ma per noi è stato essenziale trovare un altro metodo di abbattimento dei maiali, non solo per convinzione etica, ma anche perché, accanto al recupero della razza Macchiaiola, abbiamo recuperato l’antico metodo di conservazione e lavorazione della carne, che ovviamente non prevede nessuna componente chimica. L’analisi storica ci ha rivelato che i contadini, dal Medioevo fino all’inizio del ‘900, non si potevano permettere il pepe e, per fare il prosciutto, la salsiccia e tutti gli altri insaccati, utilizzavano le erbe della macchia, mescolate insieme. Per arrivare all’equilibrio migliore di questo miscela è ser-
S’ARTI NOSTRA 19
vito del tempo, per fare esperimenti con il nostro norcino e verificare quale fosse il dosaggio migliore». «Per due, tre anni, spiega De Cola, abbiamo rispettato il Regolamento per la macellazione, che prevede che gli animali siano portati al mattatoio per gli abbattimenti. Noi abbiamo sfruttato la possibilità di macellare singoli capi, per il consumo famigliare, come si faceva una volta nelle aie. In questo modo abbiamo cominciato a fare una sperimentazione con produzioni che non sono entrate in commercio, con lo scopo di evitare al massimo la sofferenza per gli animali, per non sciupare la carne e per lavorarla sperimentando con metodi naturali». La formula che ha convinto le due allevatrici è questa: un norcino “capo sparo” entra nel recinto dei maiali mentre tutti stanno mangiando, si avvicina con una pistola silenziata, spara. Il maiale colpito cade morto e gli animali vicini non si accorgono di nulla e continuano normalmente la loro giornata. Il maiale ucciso poi viene appeso e dissanguato, e i lavori per “disfare il maiale” proseguono a casa: i risultati qualitativi si sono rivelati ottimi. Col passare del tempo l’attività delle due donne allevatrici e dell’università produsse un interesse e una maggior sensibilità della Regione Toscana verso il recupero delle specie animali e per l’etica dell’allevamento, tanto da scegliere di rendere operativa nella provincia di Grosseto un’unità mobile di mattazione (è un macello in un container, portato in giro da un camion), adatta per le lavorazioni in allevamenti a gestione famigliare. «Gli animali non devono spaventarsi ed essere caricati vivi per fare il loro ultimo viaggio, per i piccoli allevatori è stato un bel sollievo: trasportare i capi al mattatoio è un costo significativo che in questo modo viene azzerato. Purtroppo, anche su questa soluzione la burocrazia pubblica ha causato la sospensione l’esperimento». Al Felcetone capirono che difficilmente il pubblico poteva trovare una soluzione soddisfacente e cercarono qualcuno che in Europa aveva affrontato e risolto lo stesso problema. «A un certo punto abbiamo scoperto un allevatore tedesco». (segue pagina 20)
Foto ilpost
(segue dalla pagina 19) Si tratta di Ernst Hermann Maier, allevatore dell’azienda agricola Uria a Balingen-Ostdorf, titolare di un grande allevamento di bovini: ha inventato un box mobile per la macellazione, che permette di abbattere gli animali nel loro ambiente, di rendere minimo il dolore, la paura, il panico evitando situazioni di tensione anche per gli altri animali del branco. Maier è un innovatore, è stato tra i primi ad introdurre l’uso dei microchip senza perforazione auricolare, al posto degli attuali marchi con il codice identificativo apposti bucando le orecchie dell’animale. «Maier ha brevettato e prodotto una cassa trasportabile, la Mobilen Schlachtbox MSB, spiega De Cola, che permette di scomporre i primi due passaggi che avvengono normalmente nel mattatoio: l’abbattimento e la messa in sicurezza igienica della carne. Compiendo queste operazioni direttamente in azienda». Procedura di abbattimento dei capi in azienda. Il maiale viene abbattuto nel luogo dove vive. Viene appeso ad un attrezzo molto simile alla sbarra della disciplina olimpica della ginnastica e finito il dissanguamento viene, per evitare ogni inquinamento, sistemato dentro la scatola di acciaio inossidabile igienizzato e portato al mattatoio più vicino. (Claudio Caprara/Il Post) Una cosa che si fa in Germania non è detto che si possa fare automaticamente anche in Italia, anche se le regole europee sono le stesse. Per avere l’autorizzazione ad utilizzare il Schlachtbox sono stati necessari numerosi passaggi al ministero, alla Regione, alla Asl. Decine di studi, documenti, filmati. «Il problema è che nessuno si voleva prendere la responsabilità di firmare». Ci sono voluti quattro anni di rimpalli amministrativi, ma alla fine, nel 2018, le due signore di Seggiano hanno ottenuto quello che volevano, e la Schlachtbox è stata donata loro dalla fondazione Elsa e Nando Peretti. «Per tutto quel periodo, ricorda De Devitii, ci hanno preso per matte: avevamo i maiali e non li macellavamo. Che fanno queste: la collezione di maiali? Si chiedeva la gente qui attorno. Ma la nostra scelta era chiara». In Strade blu noi andiamo a cercare degli indizi di futuro.
Siamo consapevoli che il modello che si pratica al Felcetone è interessante dal punto di vista etico e culturale, ma non lo è affatto dal punto di vista economico. «Gli allevatori che hanno diecimila maiali non possono fare il lavoro che facciamo noi, conviene De Cola, ma se i grandi si facessero un mattatoio aziendale, per gli animali la situazione sarebbe migliore». Naturalmente la Macchiaiola dovrebbe vivere in libertà, ma per controllarne il mantenimento, evitando ad esempio gli accoppiamenti con i cinghiali, al Felcetone i maiali vivono in grandi recinti in uno stato semi brado. C’è comunque un’attenzione ad offrire loro rifugio per i momenti di intemperie e per l’inverno. «Abbiamo fatto delle capanne con il pavimento di legno, dice De Cola, perché non è affatto vero che i maiali vogliono dormire sulla terra o sul bagnato. Anche se stanno allo stato selvatico vanno a cercare il letto di foglie. D’estate, invece, abbiamo predisposto delle vere e proprie docce: così possono fare il bagno di fango e difendersi dai parassiti».
S’ARTI NOSTRA 20
Insomma, sull’Amiata c’è una specie di beauty farm per maiali, dove gli animali vivono per non meno di due anni e mezzo. Le scrofe potrebbero anche partorire due volte l’anno, ma in questo allevamento non lo si ritiene corretto. «Non sono macchine», sostengono. Tutta questa delicatezza stride un po’ con il fatto che ad un certo punto questi animali devono essere ammazzati. «Ci dispiace doverli abbattere, ma c’è un motivo che non ci fa avere dubbi: il sacrificio di un animale serve a dare continuità alla sua famiglia. Con la produzione e la vendita dei prodotti del maiale si garantisce la continuità e la qualità della vita degli altri». Ci sono persone che continueranno il vostro lavoro? La risposta è dura e netta: «Al momento no». De Cola spiega che a loro piacerebbe che il lavoro che stanno facendo, il patrimonio economico, ma soprattutto culturale che hanno accumulato in questi cinquant’anni di amicizia e collaborazione diventasse una fondazione dove continuare, come hanno fatto prima della pandemia, a formare giovani agricoltori e
a fare ricerca sulle specie in estinzione. Stanno lavorando su questo: hanno creato Arcobaleno sul Felcetone, l’associazione che dovrebbe essere la base della fondazione. «Noi abbiamo fatto queste cose con tanta passione e con tanto rispetto, ma al momento non abbiamo trovato le persone che hanno la passione, che è l’unica molla che può far continuare un’attività come questa». Non c’è nessuna stravaganza nelle analisi e nelle posizioni che tengono queste due donne. Sono persone che hanno fatto della loro vita un modello di coerenza su idee intense e precise. Utopiche? Forse, ma anche concrete. «Quando io vado a proporre i nostri prodotti, dice Tinti, che del Felcetone è la direttrice commerciale, e spingo sull’aspetto etico i nostri possibili compratori non danno a questo elemento un particolare valore. Credo che su questo la strada da fare sia ancora molto lunga». Claudio Caprara h t t p s : / / w w w. i l p o s t . it/2021/10/18/lutopia-dellallevamento-etico/
Foto meandsardinia
quale si intravede una collina che sembra salire verso Castello. Il riquadro di sinistra rappresenta la scena del martirio di Lussorio, a cui assistono i due fanciulli Cesello e Camerino: su di loro veglia un angelo, per confortarli nei momenti prima della loro uccisione. Con i suoi balconi in ferro battuto e le sue vie adorne di piante, che sembrano essere state attraversate dalla storia in punta di piedi senza fare troppo rumore, al riparo dai venti e dal caos delle vie più trafficate, Villanova non può che conquistare un posto d’onore fra i luoghi più suggestivi e caratteristici della città. Scopri questo affascinante rione cittadino con il nostro tour dedicato ai quartieri storici di Cagliari! Federica Marrocu © Riferimenti Bibliografici Francesco Alziator, La città del Sole Giuseppe Luigi Nonnis, Passeggiate semiserie: Villanova AA.VV, Cagliari, Quartieri Storici: Villanova https://meandsardinia.it/ la-chiesa-di-san-cesello-e-le-antiche-porte-del-quartiere-villanova/ a lettura della Bibbia ed in particolar modo dei Salmi sarebbe stata, secondo gli Atti leggendari, uno dei motivi principali della conversione al cristianesimo del soldato Lussurio. Denunciato al prefetto di Cagliari, Delasio (Delfio), subí un primo interrogatorio conclusosi con l’invito ad abiurare. Il suo rifiuto gli procurò il carcere e successivamente la condanna a morte per decapitazione, eseguita nei pressi di ForurmTraiani (l’attuale Fordongianus). Nello stesso tempo erano stati denunciati come cristiani due fanciulli, Cisello e Camerino; anch’essi per la loro fedeltà alla fede furono decapitati su ordine del prefetto. Sull’esistenza storica del martire Lussurio (o Lussorio), nessun dubbio: abbiamo la testimonianza del Martirologio Geronimiano e di s. Gregorio Magno che, in una lettera del 599, ricorda l’esistenza in Sardegna di un monastero dedicato ai ss. Gavino e Lussurio. Il culto è sempre stato vivo e sulla sua tomba fu costruita una chiesa romanica; il nome subí però una trasformazione in Lussurgiu. Notizie posteriori, la cui storicità non è controllabile, riferiscono che i Pisani,(segue p 22)
SAN CESELLO A VILLANOVA L U
na deliziosa chiesetta poco conosciuta, quella di San Cesello a Cagliari, un tempo ai margini del quartiere storico di Villanova ed eretta all’inizio del XVIII secolo in prossimità dell’antica Porta Cabaña. Il quartiere storico di Villanova nacque a oriente della rocca di Castello nel XIII secolo, in rapporto funzionale e simbolico con quest’ultimo e con Stampace. Francesco Alziator definì Villanova come una “fisionomia di tetti” per sottolineare il fatto che il quartiere non sia delimitato da antiche mura, oramai scomparse, ma da un confine fatto di tetti; tetti di piccole case, a schiera, originariamente quasi tutte ad un piano, dette bascius, le quali conferiscono un’aria paesana al rione delle aie e degli artigiani, dalla grande tradizione religiosa. Il quartiere era dunque originariamente cinto da mura, che, però, nella metà del Cinquecento pare non esistessero più, come si evince da una raffigurazione della città. La cinta fortificata partiva dal colle di Castello, in particolare dalla zona in cui oggi sorge il Bastione di Saint Remy, e scendeva fino a una porta tur-
rita detta dei Calderai la quale prese il nome di Porta di Villanova, in corrispondenza di via Sulis; da lì proseguiva lungo l’attuale via Garibaldi, fino al Portico Romero, (nel punto di congiunzione tra via Garibaldi e via San Domenico) per poi proseguire e ricongiungersi con Castello, intervallata dal terzo varco, la Porta Cabaña. Quest’ultima porta era detta in periodo spagnolo Cabanes, in origine chiamata anche delle Capanne poiché al suo esterno vi erano delle capanne, forse di pastori. Da questa porta passavano le merci provenienti dal Campidano, la terra del vino, e infatti la vicina Chiesa di San Cesello, eretta nel 1702, fu scelta come sede del Gremio di San Cristoforo, associazione dei bottai. Il gremio esisteva da secoli e precedentemente, almeno dal XIV secolo, aveva sede nella chiesa di Sant’Antonio in via Manno. Il retablo seicentesco Entrando nella piccola aula della chiesa di San Cesello, lo sguardo viene catturato immediatamente dalla presenza di un grande retablo che occupa a quasi tutta altezza la parete dell’altare. E’ un manufatto di grande interesse storico, riccamente deco-
rato con intagli e colonne tortili, che spicca per le pregevoli raffigurazioni che narrano la vita dei Santi Lussorio, Camerino e Cesello, eseguite tra la fine del XVII secolo e il XVIII secolo da artisti locali di scuola iberica. Secondo una passio di difficile datazione (presumibilmente redatta fra VII e X secolo) Lussorio era un impiegato civile vissuto ai tempi di Diocleziano: fu arrestato perché sorpreso a leggere dei salmi. Insieme a lui furono processati anche due bambini, Cesello e Camerino, dei quali però non vi è traccia nei Martirologi. Lussorio sarebbe stato martirizzato a Fordongianus, suo paese natìo, mentre i due bambini alla periferia di Caralis. Di questi fatti non è stato trovato riscontro in altre fonti, nè si può ritenere attendibile il fatto che l’arresto di San Lussorio, rappresentato sul riquadro di destra del retablo, sia avvenuto in prossimità della porta Cavagna, giacché quest’ultima non poteva esistere al tempo del racconto. In ogni caso il dipinto è interessante perché, nella scena dell’arresto di Lussorio, raffigura la porta con un architrave merlato, su cui campeggia la scritta Porta Cuanna, oltre la
S’ARTI NOSTRA 21
Foto meandsardinia.it
(segue dalla pagina 21) quando occuparono l’isola, trasferirono alcune reliquie nei pressi della loro città. Questa località corrisponderebbe a quella di S. Rossore, corruzione, secondo alcuni, del nome Lussurio (Luxorius = Ruscorio = Rossore). Si parla anche di alcune reliquie a Pavia. L’unico testo che parli dei due fanciulli è la narrazione leggendaria. Dato che il Martirologio Geronimiano non ne fa cenno, è da escludersi una relazione diretta col martire Lussurio. Il Martirologio Romano pubblicato da San Giovannni Paolo II all’alba del Terzo Millennio comemmora al 21 agosto il solo San Lussorio, mentre l’edizione precedente, risalente al 1956 sotto il Pontificato di Pio XII, ricordava nella medesima data i Santi Lussorio, Cisello e Camerino. La memoria dei tre santi è celebrata nella Cattedrale di Pisa sempre il 21 agosto. Emblema: Palma Martirologio Romano: A Forolongianus in Sardegna, san Lussorio, martire. Agiografia Il testo più attendibile della Passio sancti Luxorii martyris (Codex Sancrucensis 13 cc. 238-239), conservato nell’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, in Austria e risalente agli anni immediatamente successivi al 1181, racconta che al tempo degli imperatori romani Diocleziano e Massimiano il paganissimus Luxorius, apparitor del praeses della Sardegna Delphius entrò in possesso delle Sacre Scritture mentre svolgeva la sua attività. Spinto dal desiderio di conoscere i salmi iniziò a sfogliarli e nel leggerli restò talmente colpito nella sua sensibilità da convertirsi al cristianesimo. Cominciò così a pregare, a rinnegare gli idoli e ad applicarsi allo studio del Testo Sacro. Arrestato in seguito a una denuncia e portato in catene davanti al praeses, Lussorio affrontò la disapprovazione del magistrato romano che lo accusava di essere venuto meno alla sua fiducia, di disprezzare gli ordini degli imperatori e di ritenere blasfemi i sacrifici fatti agli dei. Ne scaturì un acceso e polemico confronto anti idolatria, in cui Lussorio replicò con fermezza ad ogni domanda del magistrato, il quale gli prospettò la scelta irrevocabile tra il sacrificio agli dei e la morte. Al suo rifiuto di sacrificare, Delphius ordinò che Lussorio fosse incatenato con pesantis-
simi ferri e trasferito in carcere. Alcuni giorni dopo Delphius dispose che Lussorio fosse ricondotto davanti al suo tribunale. Ne sorse una nuova disputa al termine della quale il magistrato, piegato nella dialettica e convinto che neppure i peggiori tormenti fossero in grado di sconfiggerne la resistenza, ordinò la condanna a morte di Lussorio. Le guardie del corpo di Delphius trasferirono Lussorio in territorium fani traianensis, nel territorio di un tempio pagano situato in prossimità della città di Forum Traiani, dove affrontò la morte, mediante decapitazione, dodici giorni prima delle calende di settembre (21 agosto) e dove fu sepolto all’interno di una cripta. Nel racconto della Passio l’azione giudiziaria è proposta sotto forma di una controversia religiosa, caratteristica del genere letterario agiografico, in cui si assiste al coraggioso tentativo dell’accusato di persuadere il giudice a non perseverare nel suo essere idolatra. Da parte sua il magistrato romano mette in atto tutti i possibili tentativi per non essere costretto ad applicare il decreto imperiale nelle sue estreme conseguenze.
S’ARTI NOSTRA 22
Atteggiamento comprensibile, se si tiene conto che fino al momento dell’arresto Lussorio era un suo stretto collaboratore. Subito dopo l’arresto, infatti, Delphius gli si rivolge in tono amichevole: «Ego te summa dilectione habui et cogitavi veram inter primates officii mei tibi honorem dare» cioè gli dice di averlo tenuto in grande predilezione e che pensava veramente di affidare a lui, fra gli eminenti, l’onore della sua carica. Il testo della Passio risponde, almeno in parte, ai canoni dei racconti martiriali tardo antichi piuttosto che alle passio epiche del periodo basso-medioevale. La narrazione è in ogni modo priva di quegli elementi fantastici che distinguono altri racconti agiografici. La lettura che se ne può trarre è che l’autore, pur ricorrendo al repertorio di brani disponibile a favore di quanti volevano esaltare il martirio, ha fatto certamente ricorso a fatti storicamente accertati. Il culto L’esistenza storica del martire Lussorio è documentata da una iscrizione latina risalente al VI secolo incisa su una lastra di marmo bianco murata nella parete meridionale della chiesa di san Lussorio, localizzata a cir-
ca 1500 metri fuori dall’abitato di Fordongianus, in provincia di Oristano. L’iscrizione è sormontata da una grossa croce greca e le prime quattro righe sono precedute e chiuse da una croce greca più piccola, la quinta riga (datata al VII-IX secolo) è invece preceduta e chiusa da una croce latina. Il testo opportunamente integrato è il seguente: (H)ic effusus est sangu(is) / beatissimi martyris / Luxuri. Celebratur / natale eius XII c(a)l(enda)s S(e)p(tem)b(re)s / renobatu(r) sup temporibus Helia(e) ep(is) c(o)p(i). Il culto di san Lussorio e la sua diffusione in Sardegna è attestato in periodo alto-medioevale da una lettera inviata nel luglio del 599 da papa Gregorio Magno al vescovo di Cagliari Gianuario, nella quale si fa riferimento ad un monasterii sanctorum Gavini atque Luxurii, probabilmente esistente al tempo nella città di Cagliari. Gli elementi fondamentali del martirio sono inoltre contenuti nel Martyrologium Hieronimianum, che risale nella sua originaria formulazione alla prima metà del V secolo. Reliquie Il Catalogo rodobaldino, redatto nel 1236 per disposizione
Il
del vescovo di Pavia Rodobaldo, riporta che nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro si conservano i corpora sanctorum Ceselli et Camerini fratrum et martirum et corpus sancti Luxorinj martiris. Lo storico Giacomo Gualla riferisce che furono trasferite dalla Sardegna a Pavia nel 722 insieme a quelle di sant’Agostino ad opera del re longobardo Liutprando. Un’altra tradizione vuole che le reliquie siano conservate a Pisa, trasportate nel 1088 dalla Sardegna alla loro cattedrale, dov’è chiamato san Rossore, nome derivato dalla corruzione nel nome Luxorius in Ruxorius. In attesa di una definiva collocazione, le reliquie furono deposte in una chiesetta posta di fronte al mare nella selva del Tombolo, non lontano da Pisa, che il vescovo Gerardo diede in dono nel 1085 ai monaci benedettini con l’annesso monastero e la vicina chiesa di San Torpete; donazione confermata nel 1093 dal vescovo Daimberto. Giuseppe Sainati racconta che, durante il restauro dell’arcivescovado di Pisa del 1796, fu ritrovata un’ arca di marmo che conteneva delle ossa e tre lamine di piombo con delle iscrizioni.
È comunque possibile che una parte delle reliquie del Martire siano conservate in queste due città, è invece certo che la supposta sepoltura di Lussorio, identificata dagli archeologi nella cripta della chiesa a lui intitolata, a Fordongianus, è vuota. Il culto di S. Lussorio si diffuse anche nel resto della Toscana e nel 1422 i frati Umiliati di Firenze ottennero di trasferire le reliquie da Pisa in questa città, dove furono conservate nella chiesa di Ognissanti. Nel 1427 questi frati si rivolsero a Donatello perché plasmasse con il bronzo un busto del Santo da utilizzare come reliquiario per la testa di san Lussorio. Lo scultore modellò un bellissimo busto di bronzo dorato, alto circa mezzo metro, (oggi conservato a Pisa nel Museo Nazionale di San Matteo) che fu conservato dai frati fiorentini fino alla soppressione dell’Ordine, avvenuta nel 1571. San Rossore Il nome “Rossore” deriva dalla corruzione del nome Luxurius o Luxorius in Ruxurius o Ruxorius operata su alcuni manoscritti (il primo è di origine pisana, gli altri due sono copie tardive e interpolate del primo) che ne raccontano il martirio,
Passio: Codex Vaticanus Latinus 6453,cc. 81-82, inizio secolo XII; Codex Vaticanus Latinus 6458 cc. 88-91, fine XVI secolo; Liber I Diversorum A dell’Archivio Storico Diocesano di Cagliari, cc. 229-231, risalente ai primi decenni del XVII secolo. Il nome Luxurius o Luxorius trova ampia attestazione nelle sue varianti maschile e femminile in età romana in Sardegna (CIL X, I, 1297; CIL X, I, 1457; ILSard, 363), nella Mauretania Caesariensis (CIL VIII, III, 20793), Prov. Proconsularis (CIL VIII, IV, 26506 = Dougga 124), in Gallia (CIL XIII, III-2, 10021 n. 56) e in modo particolare a Roma nei cimiteri delle vie Ardeatina, Appia, Labicana, Nomentana e Salaria. Un Luxorius, attestato in Africa durante il periodo degli ultimi re vandali, scrisse diversi poemi oggi conservati nel Codex Salmasianus, Parisinus latinus 10318; del nome Ruxurius o Ruxorius non si ha alcuna attestazione nel mondo romano così come del magistrato Dalasius o Delasius indicato in questo gruppo di manoscritti, ma non altrimenti attestato. Fonte: www.it.cathopedia.org www.sanlussorio.org
S’ARTI NOSTRA 23
borgo di Galtellì si prepara alla cerimonia di premiazione del concorso letterario dedicato a Grazia Deledda. Due giorni di eventi animeranno i luoghi significativi del paese tra incontri letterari, laboratori per le scuole, tour guidati e concerti. Durante la cerimonia verrà consegnato al tenore di Porto Torres Francesco Demuru il “Premio speciale” della giuria. La quarta edizione del Premio Internazionale “Canne al vento” di Galtellì si avvia alla conclusione e c’è grande attesa per la premiazione dei vincitori delle due sezioni, che avrà luogo sabato 30 ottobre. Assegnato a Francesco Demuru il “Premio speciale” della giuria. «Il Premio speciale è destinato a una personalità, non necessariamente sarda, che sia però collegata alla Sardegna, spiega Neria De Giovanni, presidente della giuria . Poiché la letteratura è già centrale nel concorso, per il Premio speciale volgiamo la nostra attenzione ad altre espressioni artistiche. Quest’anno abbiamo deciso di premiare Francesco Demuru perché, attraverso l’arte della musica, porta nel mondo le radici della cultura sarda». Particolarmente soddisfatto il sindaco di Galtellì, Giovanni Santo Porcu: «Francesco Demuru è un grande artista, conosciuto in tutto il mondo, fortemente legato alla sua terra. Ha iniziato con il canto a chitarra sui palchi della Sardegna e si è esibito anche a Galtellì diverse volte, una comunità a cui, come lui stesso ha riferito, è particolarmente legato. Demuru, portando la sua arte nel mondo, sta facendo quello che ha fatto Grazia Deledda con la letteratura, essendo stata tradotta in oltre quaranta lingue». Nell’edizione di quest’anno la musica si intreccia fortemente alla letteratura e non solo per l’assegnazione del Premio speciale: la giuria ha infatti accettato, seppure fuori concorso, un contributo musicale dedicato a Efix, il servo delle dame Pintor in Canne al vento, afferma Porcu. È nostra intenzione, già dalla prossima edizione, aggiungere una sezione riservata proprio alla musica. Il brano dedicato a Efix (segue pagina 24)
ROMA?NO SANT’ANTIOCO
Foto vistanet
(segue dalla pagina 23) è un’espressione di ciò che il nostro concorso si prefigge, ossia far conoscere Grazia Deledda ovunque e tenerne alto il nome. Comporre un brano legato alla sua opera implica la conoscenza e quindi la lettura dell’opera stessa, perfettamente in linea con le finalità del Premio». Entusiasta anche Neria De Giovanni: «La musica, che non ha bisogno di traduzioni, ha stimolato questa interessante partecipazione che abbiamo accettato extra concorso e che conferma l’importanza dell’internazionalità: Grazia Deledda ha raggiunto il mondo con le traduzioni dei suoi libri, la musica è linguaggio universale fruibile da tutti, ovunque si trovino». Un altro elemento di cui sia i giurati sia l’amministrazione comunale di Galtellì sono lieti è l’ampia partecipazione nazionale e internazionale. «Abbiamo ricevuto elaborati da tutto il mondo, afferma De Giovanni, e gli stessi finalisti provengono da diverse parti d’Europa. Grazia Deledda è sarda, ma non solo dei sardi. L’internazionalità del Premio e la partecipazione da tanti Paesi e continenti diversi lo confermano». Ben rappresentate anche le regioni italiane e la Sardegna: «Il Premio si conferma un ottimo strumento per valorizzare la produzione in lingua sarda. Abbiamo ricevuto racconti in tutte le varianti, una partecipazione che rende onore alla nostra terra e alla stessa Grazia Deledda», conclude Porcu.
IL PROGRAMMA
IL 29 E IL 30 0TT0BRE VENERDÌ 29 OTTOBRE LA FASE CONCLUSIVA Le iniziative della mattina sono dedicate agli allievi DELLA QUARTA EDIZIONE delle scuole di Galtellì. Lo scrittore e poeta AnDEL PREMIO drea Melis presenterà il LETTERARIO suo libro “Libertà. Storie di rivoluzionari che hanINTERNAZIONALE
“CANNE AL VENTO” DI GALTELLÌ
Dopo la rassegna letteraria estiva “Aspettando il premio Canne al vento…”, che tra luglio e agosto ha visto Vanessa Roggeri, Ciro Auriemma, Anthony Muroni, Emiliano Deiana e Milena Agus presentare a Galtellì le loro opere, la comunità si prepara alle due giornate conclusive del premio dedicato a Grazia Deledda, organizzato per conto del Comune di Galtellì dall’associazione Il Club di Jane Austen Sardegna. Previste anche quest’anno le attività con le scuole, oltre al tour guidato nei luoghi del romanzo Canne al vento e alla musica, che ha un posto di rilievo nella programmazione curata da Giuditta Sireus in qualità di direthttps://www.janeaustensardegna.com/ trice artistica.
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA A FRANCESCO DEMURU
no cambiato il mondo”, edito da Feltrinelli. Si prosegue la sera con l’evento “Musica e parole per Grazia”, che prevede il concerto di Moses Concas, arricchito dai contributi musicali del gruppo Tenore Garteddesu e da letture animate dedicate a Grazia Deledda. Appuntamento alle 19 nella corte del museo etnografico “Sa domo ’e sos Marras”.
SABATO 30 OTTOBRE
Anche nella mattina di sabato le iniziative sono dedicate agli allievi delle scuole di Galtellì e sono svolte in collaborazione col festival BAB – Bimbi A Bordo curato dall’associazione Incoro.
S’ARTI NOSTRA 24
Alle 18, nell’anfiteatro comunale di via San Pietro, la cerimonia di premiazione della IV edizione del Premio letterario internazionale “Canne al vento” di Galtellì. Intervengono: Giovanni Santo Porcu, sindaco di Galtellì, Neria De Giovanni, presidente di giuria, i giurati Anthony Muroni, Angel Basanta, Andrea Guiati e Pierfranco Bruni; i finalisti Fiona Vigo Marshall, Francisco Lopez Barrios, Carla Cristofoli, Antonio Maria Masia, Anna Cristina Serra, Giovanni Piga; il Premio speciale Francesco Demuru. Durante la serata sono previsti gli interventi musicali di Sos Cantores de Garteddì. L’accesso agli eventi è gratuito. È richiesto il Green pass.
Alle 10 è previsto il tour alla scoperta del borgo di Galtelli nei luoghi di Canne al vento. Il tour è a cura della guida turistica Marzia Gallus. Si parte dalla basilica di San Pietro, nella via omonima. L’evento è su prenotazione ed è prevista una quota di partecipazione.* *Percorso adatto a tutti. Quota di adesione € 10,00 (comprensivo di ingresso al museo etnografico Sa domo ’e sos Marras). Durata del tour: 2 ore. Si raccomanda abbigliamento comodo. Telefono: 320 27 59 739 deleddaprize@gmail.com