Skip to main content

Se vuoi la pace, prepara la pace

Page 1


SE VUOI LA PACE PREPARA LA PACE

SE VUOI LA PACE PREPAR A LA PACE

Sul la pace, la g uer ra, i l d ir it to i nter naziona le e i l f ut u ro del la conv iven za t ra i popol i di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis

Sulla pace, la guerra, il diritto internazionale e il futuro della convivenza tra i popoli di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis

SE VUOI LA PACE PREPARA LA PACE

di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis

Questo progetto è stato realizzato in collaborazione con www.intersos.org

© 2026

Supplemento digitale al numero in corso della testata giornalistica VITA

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 397 dell’8/7/1994

ISSN 1123-6760

Direttore responsabile: Stefano Arduini

Redazione: redazione@vita.it

Grafica: Antonio Mola, Matteo Riva

Editore

Vita Società Editoriale S.p.a. impresa sociale

Via Giovanni Bovio, 6 - 20159 Milano (Mi)

Iscritta al ROC al n. 3275

La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo.

SOSTIENI VITA

VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è grazie a chi decide di sostenerci. Puoi farlo da qui: vita.it/abbonati

SE VUOI LA PACE PREPARA LA PACE

Sulla pace, la guerra, il diritto internazionale e il futuro della convivenza tra i popoli di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis

Indice

Prefazione/La razionalità della pace contro l’ordinarietà della guerra di Stefano Arduini

Introduzione/La pace non è una possibilità. È una necessità di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis

1. Un mondo più armato è un mondo più fragile

2. La pace non è assenza di guerra

3. La forza del diritto contro il diritto della forza

4. La falsa sicurezza della deterrenza

5. Disarmo e sicurezza condivisa

6. Il riarmo come fallimento dell’immaginazione politica

7. Energia, economia e pace: uscire dai ricatti della scarsità

8. Il Novecento sarebbe dovuto bastare

9. Ucraina: il diritto violato e la pace da ricostruire

10. Israele e Palestina: né giustizia, né sicurezza

11. La diplomazia come forza

12. Un nuovo ordine mondiale per la pace

13. De-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale

14. Il ruolo dell’Europa in un mondo frammentato

15. Disarmare non significa disarmare la giustizia

16. La guerra non può essere umanizzata

17. La pace come normalità della civiltà adulta

Conclusione/Preparare la pace significa assumersi la responsabilità del futuro

Intersos/Trent’anni nei luoghi di guerra

Prefazione La razionalità della pace contro l’ordinarietà della guerra

La formula si vis pacem para bellum nasce in un mondo di imperi e sudditi sacrificabili, prima che l’umanità sperimentasse Auschwitz, Hiroshima, il Ruanda, Gaza… e prima che possedesse gli strumenti tecnici per autodistruggersi. Oggi quella formula «rischia di trasformarsi in una forma di superstizione politica». Gli autori ricordano come la guerra non sia una costante immutabile della condizione umana ma un prodotto della storia: e se la guerra è un prodotto della storia, anche la pace può essere costruita dalla politica e stare nella storia. Questo saggio breve di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis compie un’operazione difficile e necessaria: rovesciare l’adagio nato in epoca romana per trasformarlo in si vis pacem para pacem. Gli autori non lo fanno con un appello morale, ma con la forza della logica politica: la pace non è l’opposto del realismo, è il realismo della sopravvivenza. In un mondo che nel 2025 ha speso 2.887 miliardi di dollari in armamenti (undicesimo anno consecutivo di crescita, +41% nel decennio) continuare a

chiamare “sicurezza” la preparazione permanente della guerra «non è realismo. È una forma di follia organizzata».

La solidità di queste pagine risiede anche nel punto di vista da cui il libro ci parla. Non da una cattedra, ma da trent’anni di presenza nei luoghi dove la guerra non è un’astrazione televisiva o digitale: Sudan, Yemen, Ucraina, Gaza, Sahel. Intersos, l’organizzazione umanitaria a cui appartengono i due autori, è nata in quei luoghi e lì rimane, accanto a chi resta, anche dopo che le guerre si sono consumate e i riflettori se ne sono andati.

Da quell’esperienza gli autori distillano una verità che nessuna dottrina strategica può confutare: «Preparare la guerra non prepara la pace. Prepara, come abbiamo constatato troppe volte, nuove distruzioni». Chi ha visto ospedali distrutti e generazioni educate al rancore sa che ogni vittoria militare lascia un debito che qualcun altro pagherà.

Il libro non si ferma alla denuncia. Costruisce un’agenda: il primato del diritto sulla forza, la diplomazia come prevenzione e non come ripiego, il disarmo come costruzione di garanzie, un’Europa capace di essere soggetto politico della pace e non spettatrice armata. E indica il primo disarmo necessario, quello del linguaggio: perché ogni guerra comincia nelle parole che disumanizzano, ancor prima che nelle armi. È un testo, questo, che cambia la prospettiva del dibattito perché sposta la domanda. Non chiede se la pace sia possibile, ma se possiamo permetterci di non prepararla. In un tempo in cui la guerra torna a essere considerata un’opzione ordinaria della politica, questa è la domanda che una civiltà adulta deve porsi. È il principio di tutto il resto.

Se vuoi la pace, prepara la pace. Non è uno slogan. È un programma di lavoro e una prospettiva razionale e pragmatica di benessere condiviso.

Introduzione La pace non è una possibilità. È una necessità

di Nino Sergi, cofondatore di Intersos e Kostas Moschochoritis, direttore generale di Intersos

Viviamo in un tempo paradossale. In questa fase della storia umana disponiamo di conoscenze scientifiche, capacità tecnologiche, istituzioni internazionali e strumenti di cooperazione senza precedenti. Mai prima d’ora erano esistite così tante risorse per prevenire le guerre, tutelare i diritti e affrontare problemi comuni su scala globale. Eppure, proprio mentre disponiamo di più strumenti per rendere possibile la pace, sembra diffondersi la convinzione che la sicurezza dipenda soprattutto dalla forza, dal riarmo e dalla capacità di prepararsi alla guerra.

Dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Sudan alla Repubblica Democratica del Congo, dallo Yemen ai Paesi del Sahel, fino alle tensioni nel Pacifico, la guerra continua a colpire vaste regioni del pianeta. Alcuni di questi conflitti sono al centro dell’attenzione internazionale; altri, pur provocando gravissime perdite di vite umane, distruzioni, milioni di sfollati e sofferenze protratte nel tempo, ricevono

un’attenzione assai più limitata. In questo scenario, il linguaggio della potenza è tornato a occupare il centro della scena internazionale. Crescono le spese militari, si moltiplicano i conflitti, si indeboliscono le istituzioni multilaterali e il diritto internazionale appare sempre più spesso subordinato alla logica della potenza e dell’interesse nazionale. In molte società la guerra non è più percepita come il fallimento della politica, ma come una sua opzione ordinaria.

A questo quadro si aggiunge una trasformazione destinata a incidere sempre più profondamente sulla vita delle persone, sulle istituzioni e sugli equilibri di potere: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali. Come ogni grande innovazione, apre opportunità importanti per la conoscenza, la salute, il lavoro e la cooperazione, ma solleva anche interrogativi decisivi sulla qualità della democrazia, sulla diffusione dell’informazione, sulla tutela della libertà, sulle disuguaglianze e sul controllo del potere. Diventa infatti sempre più rilevante la questione di chi governerà questi processi, secondo quali regole, nell’interesse di chi e a tutela di quale idea di umanità. Anche per questo diventa ancora più urgente interrogarsi sui fondamenti della convivenza, della responsabilità politica e della pace.

Una lezione fondamentale della storia è che nessuna superiorità militare è sufficiente a costruire una pace stabile e giusta. La guerra può imporre tregue, ridisegnare confini, rovesciare governi. Più difficilmente costruisce convivenza, giustizia e stabilità duratura. Ogni conflitto lascia dietro di sé non soltanto distruzioni materiali, ma ferite umane, sociali e culturali che spesso attraversano generazioni.

Questa consapevolezza nasce anche dall’esperienza concreta di Intersos, che da oltre trent’anni opera nei luoghi colpiti da guerre e crisi umanitarie. Nei conflitti non si incontrano concetti astratti, ma morti e feriti, famiglie spezzate, comunità sradicate, sfollati e rifugiati costretti ad abbandonare le proprie case, bambini traumatizzati, scuole chiuse, ospedali distrutti, lavoro interrotto, vite sospese, dignità calpestate, sofferenze e rancori che si trasmettono nel tempo. Da questa esperienza emerge una verità semplice: preparare la guerra non prepara la pace. Prepara, come abbiamo constatato troppe volte, nuove distruzioni. Questo saggio nasce da una domanda semplice e decisiva: è ancora possibile pensare la pace come un progetto politico realistico? La tesi che attraversa queste pagine è che la pace non sia un ideale astratto contrapposto al realismo della forza. Al contrario, è il realismo più necessario in un mondo armato, interdipendente e vulnerabile. Preparare la pace non significa ignorare le minacce, ma affrontarle innanzitutto attraverso la politica, la diplomazia, il diritto, la cooperazione, la giustizia, la sicurezza condivisa e istituzioni capaci di governare le crisi prima che degenerino in guerre. Per queste ragioni, preparare la pace non è soltanto una possibilità. È una necessità non più rinviabile, che corrisponde anche a una delle aspirazioni più universali della condizione umana.

Continuare ad affidare la sicurezza alla preparazione della guerra e alla corsa agli armamenti significa perseverare in una logica che l’esperienza storica ha ripetutamente mostrato insufficiente e spesso fallimentare. Occorre cambiare paradigma: è necessario investire nella pace con la stessa determinazione con cui troppo spesso si continua

a investire nella guerra. Questo cambiamento riguarda certamente le istituzioni, i governi e la comunità politica internazionale. Ma nessun progetto di pace può essere duraturo senza il coinvolgimento delle società. La pace non è soltanto il risultato di decisioni politiche: dipende anche, e anzitutto, dalla cultura civile che una comunità riesce a costruire, dal modo in cui affronta e gestisce i conflitti e dalla qualità delle relazioni che la tengono unita e, al tempo stesso, la mettono in relazione con gli altri.

Se vuoi la pace, prepara la pace.

→ → →

Preparare la guerra può talvolta dissuadere, ma solo costruire la pace rende la guerra meno probabile, meno utile, meno pensabile

1. Un mondo più armato è un mondo più fragile

Il motto antico dice, si vis pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra. È una formula che attraversa i secoli con l’apparenza della saggezza. Proprio per questo va interrogata. Nasce in un mondo di imperi, sovrani assoluti, eserciti dinastici, conquiste territoriali e sudditi sacrificabili, in cui il potere decideva della vita e della morte senza rispondere a una coscienza pubblica universale.

È il linguaggio di un’epoca in cui la sicurezza poteva ancora essere pensata come equilibrio di forze tra poteri sovrani e non come responsabilità condivisa di una comunità internazionale interdipendente. È anche il linguaggio di un’umanità che, pur avendo conosciuto violenze, conquiste, distruzioni e schiavitù, non aveva ancora sperimentato l’ampiezza e la sistematicità degli orrori del Novecento e del nuovo secolo - Auschwitz, Hiroshima, il Vietnam, il Ruanda, Sarajevo, Gaza - resi possibili da forme diverse di violenza organizzata e, sempre più spesso, da armamenti sofisticati e distruttivi. Un’umanità che non possedeva ancora gli strumenti tecnici per autodistruggersi.

Anche se viene continuamente ripetuta, oggi quella formula non

basta più. Anzi, rischia di trasformarsi in una forma di superstizione politica. La ricerca storica mostra come la guerra non costituisca una costante immutabile della condizione umana, ma un fenomeno che si trasforma nel tempo insieme agli assetti politici, alle forme del potere, agli strumenti della violenza e alle idee con cui viene legittimata. Marcello Flores e Giovanni Gozzini evidenziano come i conflitti assumano caratteristiche differenti nelle varie epoche, seguendo l’evoluzione delle società, delle istituzioni e degli equilibri internazionali. Se la guerra è un prodotto della storia, anche la pace può essere costruita attraverso la politica1.

Dopo due guerre mondiali, la Shoah, la nascita delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani, ottant’anni di istituzioni multilaterali, trattati, corti internazionali e interdipendenze globali, la guerra non può più essere considerata uno strumento ordinario della politica. Può ancora esistere; può anche imporsi come estrema difesa davanti a un’aggressione. Ma non può diventare un principio ordinatore della civiltà.

Il nostro tempo non è più soltanto la prosecuzione del dopoguerra che abbiamo conosciuto. È un tempo nuovo, più instabile e più complesso. L’ordine internazionale nato nel 1945 ha finora evitato una terza guerra mondiale tra grandi potenze, ma mostra limiti sempre più evidenti: il Consiglio di sicurezza dell’Onu riflette ancora gli equilibri dei vincitori della seconda guerra mondiale; le grandi potenze tornano a competere per l’egemonia; il Sud globale reclama maggiore rappresentanza; nuove potenze regionali agiscono secondo logiche di influenza; l’interdipendenza economica, che avrebbe dovuto favorire la cooperazione e ridurre il ricorso alla guerra, viene spesso trasformata in strumento di pressione e ricatto.

Questa interdipendenza non è di per sé una garanzia di stabilità.

1 Marcello Flores, Giovanni Gozzini, Perché la guerra, Laterza, 2024.

Quando non è accompagnata da adeguate forme di cooperazione politica e istituzionale, può trasformarsi in un fattore di vulnerabilità reciproca, attraverso il quale crisi economiche, energetiche, ambientali e geopolitiche si propagano ben oltre i confini in cui hanno origine. La sfida non consiste quindi nel ridurre l’interdipendenza, ma nel governarla attraverso regole condivise e istituzioni capaci di trasformarla in un fattore di cooperazione anziché di conflitto.

Non stiamo assistendo a una semplice de-globalizzazione, ma a una trasformazione della globalizzazione, che resta profonda e difficilmente reversibile. Non siamo tornati al vecchio mondo degli Stati sovrani. Siamo entrati in una fase ibrida, nella quale istituzioni globali fragili, potenze imperiali, blocchi regionali, oligarchie economico-finanziarie, piattaforme tecnologiche e nazionalismi convivono e competono nello stesso spazio geopolitico.

In un contesto così frammentato e competitivo, cambia anche il modo di pensare la guerra. Oggi essa tende a essere normalizzata, inserita in una cultura della potenza in cui la logica del dominio orienta le decisioni politiche. L’uso della forza non è più percepito come extrema ratio, ma come uno strumento tra gli altri. È questo slittamento culturale, prima ancora che militare, a rendere il nostro tempo più pericoloso.

Se il problema è anche culturale, la risposta non può essere soltanto militare o diplomatica. Le guerre vengono decise dai governi, ma prendono forma anche dentro le società, nel modo in cui si rappresenta l’altro, si alimentano paure collettive e si normalizzano l’ostilità, la diffidenza e la contrapposizione permanente. Preparare la pace significa allora lavorare sul terreno culturale, senza il quale nessuna soluzione politica può essere davvero duratura.

Nel XXI secolo la sicurezza non può più fondarsi sulla preparazione indefinita della guerra. Deve fondarsi sulla costruzione permanente della pace. La differenza è decisiva: preparare la guerra significa accumulare strumenti di distruzione nella speranza di dissuadere il nemico;

preparare la pace significa costruire condizioni politiche, economiche, sociali e giuridiche che rendano la guerra meno probabile, meno utile, meno pensabile.

Questa prospettiva è stata espressa con particolare chiarezza da Pasquale Ferrara che, nel suo Cercando un paese innocente. La pace possibile in un mondo in frantumi, rovescia uno dei luoghi comuni più radicati della politica internazionale: il vero realismo non consiste nell’accettare la guerra come prosecuzione ordinaria della politica, ma nel riconoscere che un mondo sempre più armato è anche più esposto all’errore, alla paura e all’escalation2.

La pace richiede istituzioni, diritto, cooperazione, educazione, memoria storica e fiducia reciproca. Non coincide con un sentimento né con un generico appello morale3. Non è l’opposto del realismo. È il realismo della sopravvivenza. Non consiste nel negare il conflitto, ma nel guardarlo senza illusioni e senza scorciatoie. Significa fare i conti con la realtà delle distruzioni e dei massacri che continuano a segnare il mondo e riconoscere che la guerra non è una soluzione, ma un fallimento che nessuna vittoria riesce a compensare. Se oggi i leader politici stentano a riconoscerlo, finiranno prima o poi per confrontarsi con questa realtà, a costi umani incomparabilmente più alti.

2 Pasquale Ferrara, Cercando un paese innocente. La pace possibile in un mondo in frantumi, Città Nuova, 2023.

3 CEI, Educare a una pace disarmata e disarmante. Nota pastorale, 19 novembre 2025.

2. La pace non è assenza di guerra

Una delle più grandi illusioni del nostro tempo consiste nel confondere la pace con la semplice assenza di combattimenti. Ma una tregua armata non è pace. Un equilibrio del terrore non è pace. Una popolazione sottomessa o umiliata non è pace. Un confine militarizzato fino all’ossessione non è pace. Una società che vive aspettando il prossimo attacco non è pace.

La pace autentica non è un vuoto. È una presenza: presenza di diritto, riconoscimento reciproco, istituzioni credibili, sviluppo, memoria, responsabilità. È la condizione in cui i conflitti - inevitabili in ogni società umana - vengono trattati senza trasformarsi in guerre e massacri. Per questo la pace deve essere giusta. Ma “pace giusta” non significa pace perfetta, né pace dei vincitori, né pace senza compromessi. Significa un equilibrio difficile tra principi e realtà: tra il diritto violato e le vite da salvare, tra la giustizia e l’urgenza di fermare la distruzione. Una pace giusta non cancella l’aggressione subita, ma impedisce che l’aggressione diventi il destino permanente di interi popoli.

Il motto antico va rovesciato. Non: “se vuoi la pace, prepara la guerra”.

Ma: “se vuoi la pace, prepara la pace”. Preparare la pace significa lavorare perché le crisi non degenerino: mantenerle governabili prima che diventino irreversibili, tenere aperti i canali diplomatici anche con i nemici, investire nella prevenzione, nella cooperazione e nella fiducia. Soprattutto, significa prepararla proprio quando sembra inutile: è allora che diventa necessaria, perché è ancora possibile. La guerra, una volta iniziata, divora il linguaggio. Trasforma le ragioni in propaganda, i dolori in vendetta, i lutti in carburante per nuovi lutti. Ogni parte si percepisce come vittima e vede nell’altra solo la minaccia. La guerra sviluppa rapidamente una propria logica autonoma: una spirale di azioni e reazioni che finisce per condizionare anche chi l’ha innescata. I meccanismi che produce sfuggono progressivamente al controllo degli stessi protagonisti, anche quando credono di dominarli.

Il primo disarmo necessario è quello del linguaggio. Ogni guerra viene preceduta da parole che degradano, semplificano, disumanizzano. Prima delle armi, si prepara il conflitto normalizzando l’insulto, il sospetto, l’odio, la riduzione dell’altro a minaccia assoluta. Il conflitto viene preparato nella mente dei popoli, anche attraverso una narrazione che lo rende progressivamente pensabile e accettabile. Quando le parole diventano offesa, demonizzazione e manipolazione, il conflitto è già iniziato ben prima dello scontro armato. Disarmare il linguaggio significa impedire che la propaganda sostituisca la realtà e che la demonizzazione renda impossibile ogni dialogo.

Questo disarmo riguarda certamente i governi, i leader politici e i mezzi di comunicazione. Ma riguarda anche ciascuno di noi. Ogni volta che l’altro viene ridotto a nemico assoluto, che l’insulto sostituisce l’argomentazione, che la paura prevale sulla comprensione, si prepara il terreno al conflitto. Ogni volta che si riconosce la dignità dell’altro, che si difendono i fatti contro la propaganda e che si mantiene aperta la possibilità del dialogo, si prepara la pace. La si rende più possibile e si rende la guerra meno pensabile.

3. La forza del diritto contro il diritto della forza

Il punto decisivo non è negare il male, l’aggressione, la violenza. È stabilire quale principio debba governare la convivenza internazionale: la forza del diritto o il diritto della forza.

La prima è fragile e imperfetta. Richiede istituzioni autorevoli, trattati, capacità politica, pazienza diplomatica, compromessi, verifiche, tribunali, responsabilità. La seconda appare più rapida e immediata.

Ma è anche il principio che distrugge ogni ordine comune: se prevale il diritto della forza, nessuno è più davvero al sicuro, nemmeno chi in quel momento lo sta esercitando. Il diritto internazionale è spesso percepito come inefficace: lo si giudica soprattutto nei momenti della sua violazione. Nella quotidianità, invece, esso continua a regolare una quantità enorme di rapporti tra Stati e società, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Il diritto internazionale non elimina la guerra. Ma contribuisce a delegittimarla. Freud aveva colto con lucidità questo meccanismo: quando l’uso della forza prevale, tende a produrre un nuovo diritto modellato sull’interesse del più forte. Per questo il diritto, da solo, non basta: deve essere sostenuto da istituzioni comuni, da poteri di garanzia e

da una cultura politica capace di riconoscere la violenza per ciò che è: non fondamento dell’ordine, ma sua negazione4.

Non ogni uso della forza è uguale: la legittimazione internazionale, la chiarezza dei mandati e il rispetto del diritto restano condizioni essenziali per distinguere tra difesa e arbitrio. Quando queste condizioni vengono meno, anche la percezione della legalità si indebolisce. E se questa erosione avviene in modo sistematico e visibile, si produce una trasformazione più profonda: il diritto non viene semplicemente violato, ma svuotato dall’interno, proprio da chi dovrebbe garantirlo. È una forma di colpo di Stato nell’ordine internazionale, che prepara un terreno sempre più favorevole al ritorno della forza come linguaggio ordinario della politica.

La questione non è solo chi ha il diritto di usare la forza, ma con quale intenzione. Quando la guerra è guidata da logiche di dominio, vendetta o interesse, la sua legittimità non basta a giustificarla sul piano etico. Anche quando una guerra è formalmente legittima, non è detto che sia moralmente giusta. Il diritto è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Senza un giudizio etico sulla proporzionalità, sull’intenzione e sulle conseguenze, anche decisioni giuridicamente legittime possono produrre ingiustizia5. Le armi nucleari rappresentano il punto estremo di questa contraddizione. Non sono soltanto armi più potenti delle altre. Sono il simbolo di una sicurezza fondata sulla disponibilità dichiarata allo sterminio. La deterrenza nucleare pretende di evitare la guerra mantenendo permanentemente possibile la catastrofe. Trasforma l’irreparabile in una possibilità calcolata. Una civiltà che difende la propria sicurezza minacciando la propria autodistruzione non è una civiltà sicura. È una civiltà sospesa sull’abisso.

4 Albert Einstein e Sigmund Freud, Perché la guerra? Carteggio promosso dalla Società delle Nazioni, 1932.

5 Francesco Occhetta, Dall’Iran all’Ucraina a Gaza | L’uomo, Dio e la spada: quando una guerra è giusta?, IlSussidiario.net, 11 maggio 2026; cfr. Papa Francesco, Fratelli tutti, par. 257-262.

4. La falsa sicurezza della deterrenza

Chi difende il si vis pacem, para bellum sostiene che la pace si conservi con la forza. Una parte di verità esiste: davanti a un’aggressione, una comunità politica non può essere indifesa; davanti a un invasore, il diritto alla difesa è legittimo; davanti a un potere criminale, la protezione dei civili può richiedere strumenti coercitivi.

Ma la difesa non coincide automaticamente con il militarismo. Uno Stato ha il dovere di proteggere i propri cittadini; un popolo aggredito non può essere invitato semplicemente alla resa. La difesa, però, è legittima nella misura in cui protegge la pace e crea le condizioni per ristabilirla. Diventa pericolosa quando si trasforma in riarmo permanente, in logica di rivalsa, in fondamento dell’identità collettiva, in interesse economico e nell’unica risposta ai problemi della sicurezza.

La deterrenza può talvolta evitare una guerra immediata. Da sola, però, non costruisce una pace duratura. Può congelare un conflitto, ma non guarirlo. Può dissuadere un attacco, ma non rimuovere le cause dell’ostilità. Resta una sicurezza fondata sull’azzardo. Nel caso delle grandi potenze, il pericolo non è solo la volontà deliberata di guerra: è

anche l’errore di calcolo, l’incidente, la percezione distorta delle intenzioni altrui. La cosiddetta “trappola di Tucidide” 6 ricorda proprio questo: quando una potenza dominante teme l’ascesa di un’altra, ogni gesto può essere interpretato come minaccia e ogni mossa difensiva può trasformarsi in escalation, alimentando una spirale di paura e reazioni reciproche. Riconoscere la trappola è il primo modo per non caderci.

All’inizio del 2026, secondo il Sipri, i nove Stati dotati di armi nucleari possedevano complessivamente 12.187 testate. Di queste, 9.745 erano negli arsenali militari per un possibile impiego, di cui oltre 4.000 risultavano dispiegate con forze operative e più di 2.100 erano mantenute in stato di elevata prontezza. Ancora più significativo dei numeri è il segnale politico che essi rivelano: proprio mentre crescono le tensioni tra le grandi potenze, le armi nucleari tornano a occupare una posizione centrale nelle strategie di sicurezza e di potenza delle grandi nazioni. È un’inversione di tendenza che aumenta i rischi di escalation, competizione strategica ed errore di calcolo7. Ciò significa che l’umanità continua a vivere sotto la possibilità tecnica della propria distruzione. Non è realismo. È una forma di follia organizzata. Ed è necessario averne piena consapevolezza.

Il paradosso è che, durante la Guerra fredda, quando il mondo era diviso in due blocchi contrapposti, la consapevolezza del rischio spinse Stati Uniti e Unione Sovietica a costruire trattati, verifiche e meccanismi di controllo reciproco degli arsenali nucleari. Oggi, invece, proprio mentre le tensioni tra grandi potenze tornano a crescere, quell’architettura si è progressivamente indebolita: il Trattato Inf è cessato nel 2019, il Trattato Open Skies ha perso la sua funzione centrale dopo il

6 Graham Allison, Destined for War. Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, Houghton Mifflin Harcourt, 2017; cfr. anche Tucidide, La Guerra del Peloponneso, V sec. a.C.

7 Sipri, Sipri Yearbook 2026. Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, 2026; Sipri, Increasing focus on nuclear weapons amid heightened escalation risks, Yearbook, 8 giugno 2026.

ritiro degli Stati Uniti e della Russia, e il New Start, ultimo grande accordo bilaterale vincolante tra Washington e Mosca sulle armi nucleari strategiche, è scaduto nel febbraio 2026 senza un’intesa sostitutiva8. Oggi il rischio è che, in un mondo in cui la guerra torna a essere considerata una possibilità ordinaria, un conflitto tra potenze nucleari non resti più confinato alla dimensione convenzionale.

Lo stesso Sipri ha avvertito che il mondo sta entrando in una nuova corsa agli armamenti nucleari, mentre i sistemi di controllo e limitazione degli arsenali si stanno progressivamente indebolendo. Per questo il disarmo non può essere soltanto tecnico. Deve essere anche culturale. Non basta ridurre gli arsenali se non si smonta la cultura della paura, la psicosi bellica che li rende desiderabili e la convinzione che la sicurezza coincida con la superiorità assoluta.

Quando i trattati e i meccanismi di controllo si indeboliscono, la deterrenza cambia natura: non è più equilibrio regolato, ma una competizione senza garanzie. Così, la deterrenza perde la funzione stabilizzatrice che le veniva attribuita. Più attori, più variabili e minori vincoli rendono il sistema meno prevedibile: il risultato può essere non un maggiore equilibrio, ma, al contrario, più caos che deterrenza e una crescente perdita di controllo sulle dinamiche che dovrebbero prevenire l’escalation.

Questo fragile equilibrio presuppone una condizione spesso implicita: la razionalità e il controllo dei decisori politici. Una condizione che, tuttavia, non può essere garantita in modo permanente. La storia mostra che leadership instabili, radicalizzate o ideologicamente estreme possono emergere anche in sistemi avanzati. In tali contesti, il

8 Comunicati dell’U.S Department of State: U.S. Withdrawal from the Inf Treaty on August 2, 2019, 2 agosto 2019; U.S. Withdrawal from the Treaty on Open Skies, 22 novembre 2020; United Nations, Statement by the Secretary-General on the occasion of the expiration of the New Start Treaty, 5 febbraio 2026; Bulletin of the Atomic Scientists, 2026 It is now 85 seconds to midnight, 2026 Doomsday Clock Statement, 27 gennaio 2026.

rischio non è soltanto teorico: è la possibilità che strumenti di distruzione assoluta vengano affidati a decisioni imprevedibili, rendendo la deterrenza non più un equilibrio, ma una scommessa. È dentro questa fragilità che si rivela il limite più profondo della deterrenza: affidare la pace alla possibilità permanente della catastrofe.

5. Disarmo e sicurezza condivisa

Il nostro tempo è attraversato da tensioni simultanee che rendono più difficile pensare il disarmo come politica realistica. Rivalità tra grandi potenze, competizione economica e tecnologica, controllo delle risorse e delle catene di approvvigionamento - dall’acqua ai minerali critici -, crisi climatica, nazionalismi, uso della politica estera come strumento di consenso interno, indebolimento delle istituzioni multilaterali e contestazione delle giurisdizioni internazionali alimentano una sensazione diffusa di insicurezza.

In questo contesto, Stati e popoli hanno il diritto di proteggersi: davanti a un’aggressione, la resistenza non è un principio astratto, ma una necessità. Nelle democrazie costituzionali la difesa non è soltanto una facoltà dello Stato, ma un dovere che coinvolge l’intera comunità politica. La Costituzione italiana afferma che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino» (art. 52), ricordando che libertà, sicurezza e istituzioni democratiche non sono beni acquisiti una volta per sempre e vanno difese in tutte le forme possibili, civili e militari.

Proprio per questo il disarmo va pensato con maggiore rigore: non

come gesto unilaterale, non come fiducia ingenua, non come rinuncia alla difesa, ma come costruzione di garanzie. Il caso ucraino lo dimostra in modo drammatico: la rinuncia all’arsenale nucleare ereditato dall’Unione Sovietica mostra la fragilità di un disarmo nucleare privo di garanzie efficaci, meccanismi di verifica, risposte certe alle violazioni e istituzioni capaci di far valere gli impegni assunti.

Il rischio, altrimenti, è un circolo vizioso: ogni crisi diventa argomento per nuovo riarmo, ogni riarmo viene percepito come minaccia, ogni minaccia giustifica un’ulteriore escalation. In questo modo la difesa, nata per proteggere, finisce per alimentare la stessa insicurezza che pretende di contenere.

Il disarmo possibile, oggi, non è cieco né immediato, ma richiede negoziazione, tempo e costruzione di fiducia. Significa riduzione del rischio, controllo degli armamenti, trasparenza, verifica, limiti alle armi più destabilizzanti, canali permanenti di comunicazione tra avversari, rilancio dei trattati di non proliferazione e controllo umano sulle tecnologie militari emergenti. Non elimina la difesa. La colloca dentro una politica più ampia, orientata a impedire che la sicurezza degeneri in escalation permanente.

La storia europea mostra che questi strumenti non sono astratti. Le misure di fiducia e sicurezza - scambio di informazioni sugli armamenti, notifiche preventive delle esercitazioni, osservazione delle attività militari, ispezioni, linee di comunicazione in caso di crisi - sono state costruite proprio per ridurre il rischio che la paura o l’errore trasformino una tensione in guerra. Non eliminano il conflitto politico: impediscono che esso degeneri automaticamente in escalation militare.

Il pericolo atomico non deve farci dimenticare le armi chimiche e biologiche. Proprio l’orrore provocato dall’impiego dei gas nella Prima guerra mondiale contribuì alla maturazione di una consapevolezza nuova: alcune forme di violenza apparvero incompatibili con la dignità umana e con il diritto dei conflitti armati. Il Protocollo di Ginevra del

1925 vietò l’uso in guerra di armi chimiche e batteriologiche; successivamente, la Convenzione sulle armi biologiche e la Convenzione sulle armi chimiche hanno rafforzato quel divieto, estendendolo alla produzione, allo sviluppo e allo stoccaggio9. Eppure, anche queste soglie sono state violate: dalle sperimentazioni e dai programmi offensivi sviluppati nel corso del Novecento, all’uso di armi chimiche nella guerra Iran-Iraq e contro la popolazione curda di Halabja, fino agli attacchi documentati in Siria; e con il rischio che attori non statali o apparati clandestini ricorrano nuovamente a sostanze proibite. Quando il diritto internazionale si indebolisce e le violazioni restano senza conseguenze credibili, ciò che era stato escluso come intollerabile può tornare a essere pensato come possibile. È per questo che il disarmo richiede non solo trattati, ma anche verifiche, responsabilità penale e istituzioni capaci di far rispettare i divieti più fondamentali.

Anche la regolazione delle nuove tecnologie militari diventa decisiva. Il controllo umano effettivo sulle decisioni di vita e di morte deve essere un principio inderogabile del diritto internazionale. Delegare a sistemi automatici scelte irreversibili significa attenuare l’assunzione di responsabilità, rendere opaca la decisione e aumentare il rischio di errori incontrollabili. Il problema non riguarda soltanto l’impiego diretto delle armi. Sempre più spesso l’intelligenza artificiale viene utilizzata per raccogliere informazioni, analizzare scenari, valutare minacce e formulare opzioni strategiche. Anche in questi ambiti il rischio è significativo. Quando decisioni che possono contribuire a determinare il ricorso alla forza vengono progressivamente affidate a sistemi algoritmici, la responsabilità politica tende a diluirsi e il giudizio umano

9 Protocollo di Ginevra, 17 giugno 1925; Biological Weapons Convention, 1972; Chemical Weapons Convention, 1993, entrata in vigore nel 1997; Opcw, Organizzazione per il divieto delle armi chimiche, Opcw confirms: All declared chemical weapons stockpiles verified as irreversibly destroyed, 7 luglio 2023; Opcw, Artificial Intelligence. Report of the Scientific Advisory Board’s Temporary Working Group, marzo 2026.

rischia di essere sostituito, talvolta in pochi secondi, da procedure difficilmente verificabili e non pienamente dominabili, nemmeno da chi le utilizza.

Lo stesso vale per l’impiego dell’intelligenza artificiale nella progettazione, selezione o ottimizzazione di strumenti di distruzione, anche di natura chimica e biologica: ciò che la tecnica rende possibile non può diventare automaticamente lecito o accettabile. Del resto, proprio la storia delle guerre mostra quanto spesso l’intelligenza umana sia stata sofisticata nei mezzi e carente nella saggezza. Una guerra affidata agli algoritmi non sarebbe più razionale: sarebbe più rapida, più opaca e meno responsabile. Quale responsabilità potrebbe essere attribuita a un algoritmo?

In un mondo instabile, il disarmo non è l’opposto della sicurezza. È il tentativo più razionale di sottrarla alla logica della paura e dell’escalation. Eppure, è proprio questa prospettiva a scontrarsi oggi con dinamiche che spingono il mondo nella direzione opposta.

6. Il riarmo come fallimento dell’immaginazione politica

La guerra contemporanea è segnata da una doppia contraddizione: da un lato, un’economia globale che non può reggere a lungo il peso di conflitti prolungati; dall’altro, tecnologie di distruzione che rendono possibile una catastrofe immediata. Tra questi due estremi - l’insostenibilità e l’irreversibilità - si gioca oggi il destino della sicurezza internazionale. Il mondo continua a investire cifre immense nella preparazione della guerra. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari: è l’undicesimo anno consecutivo di crescita, con un aumento del 41% nel decennio 2016-2025 10 .

Non ogni spesa militare è automaticamente difesa. «Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune»11.

Esiste una soglia oltre la quale il riarmo non aumenta la sicurezza,

10 Sipri, Trends in World Military Expenditure 2025, aprile 2026.

11 Papa Leone XIV, Discorso all’Università La Sapienza di Roma, 14 maggio 2026.

ma alimenta tensioni, sottrae risorse a scuole, ospedali, transizione climatica, cooperazione, lotta alla fame e ricostruzione sociale. Indebolisce inoltre la fiducia nella diplomazia e rafforza interessi economici che traggono profitto dalla spesa militare. Non è una preoccupazione nuova. Già il generale statunitense Smedley Butler, tra i militari più decorati della sua generazione, denunciava come la guerra potesse diventare un’attività economicamente vantaggiosa per gruppi industriali e finanziari, mentre i costi umani ricadevano sulle popolazioni e sui soldati12. Ogni miliardo destinato alla distruzione è un miliardo sottratto alla prevenzione della distruzione.

Mentre gli investimenti militari crescono, gli aiuti destinati allo sviluppo e alla riduzione della povertà diminuiscono drasticamente. Secondo l’OCSE, nel 2025 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi DAC e associati è sceso a 174,3 miliardi di dollari, con una diminuzione del 23,1% rispetto all’anno precedente: la più ampia contrazione annuale mai registrata13. La spesa militare mondiale è così oltre sedici volte superiore all’aiuto pubblico allo sviluppo.

Naturalmente nessuno Stato responsabile può ignorare la propria difesa. La questione, però, non è se difendersi o non difendersi, ma quale idea di sicurezza debba guidare la difesa. Una difesa comune, concepita come strumento politico e non soltanto militare, può ridurre frammentazioni, duplicazioni e dipendenze strategiche. Una militarizzazione priva di un progetto politico rischia invece di moltiplicare arsenali, paure e interessi industriali senza costruire vera sicurezza.

Quando il riarmo diventa l’unico linguaggio della sicurezza, siamo davanti a un fallimento dell’immaginazione politica e strategica. La scelta militare diventa spesso la scorciatoia con cui i leader politici

12 Smedley D. Butler, War Is a Racket, Round Table Press, 1935 - Edizione italiana: La guerra è una mafia, traduzione di C. Ziviello, Ed. ad est dell’equatore, 2017.

13 Ocse-Oecd, A historic decline in foreign aid: Preliminary 2025 ODA data, 9 aprile 2026; Ocse-Oecd, Official development assistance in 2025.

possono mascherare la propria incapacità di costruire soluzioni. Non sempre, quindi, nasce dalla forza dello Stato; talvolta nasce dalla debolezza della leadership politica, dalla mancanza di visione, di analisi e di strategia.

Anche nell’Unione europea il problema non può essere ridotto alla somma di ventisette difese nazionali spesso frammentate, duplicate e inefficienti. Una difesa europea, sottoposta a controllo democratico e subordinata a una politica estera di pace, può avere senso solo come parte di una strategia comune; se si limita a moltiplicare spese e nazionalismi armati, oltre a essere fallimentare, tradisce la stessa ragione storica dell’Unione europea.

In Europa emerge anche una crescente critica alla militarizzazione dell’economia e della politica: la corsa al riarmo rischia di alimentare nuove escalation e di rafforzare il peso del complesso militare-industriale nelle decisioni pubbliche. La militarizzazione non modifica soltanto le strategie di sicurezza: modifica le priorità delle società, spostando risorse e attenzione dalla coesione sociale, dalla cooperazione e dai diritti verso una preparazione permanente del conflitto.

Nell’età nucleare l’umanità è diventata capace non soltanto di distruggere il nemico, ma di distruggere sé stessa. Questo paradosso attraversa anche la logica del riarmo contemporaneo: la sicurezza viene sempre più fondata sulla disponibilità permanente alla distruzione, e dunque sulla possibilità della catastrofe.

7. Energia, economia e pace: uscire dai ricatti della scarsità

La guerra non è soltanto una tragedia umana e politica. È anche un sistema economico, in cui si concentrano interessi industriali e finanziari che possono rendere più difficile scegliere la pace. Questo sistema ha però un limite strutturale. L’economia globale contemporanea, profondamente interdipendente, difficilmente potrebbe sostenere a lungo ostilità militari estese senza subire contraccolpi destabilizzanti. Crisi energetiche, interruzioni delle catene di approvvigionamento, inflazione e instabilità finanziaria mostrano quanto la guerra, nell’economia globale, non sia solo distruzione, ma anche un danno sistemico autoinflitto. Anche conflitti regionali - come le tensioni nell’area del Golfo - hanno dimostrato quanto rapidamente gli effetti si propaghino ben oltre il teatro militare.

In questa dinamica emerge anche una crisi più profonda del modello economico contemporaneo. Negli ultimi decenni, una parte crescente dell’economia globale si è progressivamente finanziarizzata, allontanandosi dall’economia reale e dalle condizioni concrete di vita delle persone. Questo processo non produce automaticamente conflitti, ma

può accentuare instabilità sociali, dipendenze economiche e competizioni per risorse strategiche. La ricerca di profitti immediati e la concentrazione della ricchezza hanno contribuito ad ampliare squilibri e fragilità già esistenti.

La crescente distanza tra mercati finanziari e società reali pone allora una domanda decisiva: non solo quanto valore venga prodotto, ma per chi e per quale futuro. Una finanza che perde il legame con il lavoro, la produzione e gli obiettivi di sviluppo sostenibile può accrescere i profitti senza tradursi in un effettivo miglioramento delle condizioni di vita, ampliando il divario tra ricchezza finanziaria e benessere sociale.

Allo stesso tempo, il sistema economico globale continua a esercitare una pressione crescente e non sostenibile sulle risorse naturali e sugli equilibri ambientali, senza riuscire a ridurre in modo significativo disuguaglianze ed esclusioni. Quando vaste aree della popolazione mondiale vivono precarietà, impoverimento o assenza di prospettive, le tensioni sociali e geopolitiche tendono ad aumentare.

Anche per questo la pace non dipende soltanto dall’assenza di guerra. Dipende anche dalla capacità di costruire condizioni economiche più giuste, sostenibili e cooperative.

La questione energetica mostra con particolare evidenza quanto economia, sicurezza e guerra siano oggi strettamente intrecciate. Tensioni e conflitti si alimentano attorno al controllo delle risorse: petrolio, gas, rotte energetiche, materie prime critiche, acqua e infrastrutture strategiche. In questo senso, la dimensione economica della guerragià evidente negli interessi che la sostengono e nella crescita degli investimenti militari - trova nell’energia uno dei suoi snodi più decisivi.

Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno mostrato quanto la dipendenza da risorse a elevata concentrazione, controllate da pochi Paesi o da pochi attori economici, possa trasformarsi in vulnerabilità politica e strategica. Il gas russo in Europa, le tensioni nello Stretto di Hormuz, gli attacchi alle infrastrutture energetiche e la competizione

per le materie prime critiche dimostrano che sicurezza energetica e geopolitica sono ormai profondamente interconnesse.

La transizione energetica non è quindi soltanto una questione climatica. È anche una questione di pace. Un sistema fondato su energie rinnovabili diffuse, decentrate e tecnologicamente accessibili riduce le dipendenze geopolitiche, attenua il peso delle rendite fossili e rende meno probabile che l’energia diventi causa o leva di guerra14. È più difficile fare guerre per il sole o per il vento del vicino. Questo non elimina i conflitti. Anche la transizione richiede materie prime critiche, tecnologie, filiere e regole. Ma cambia la direzione: da un’economia fondata sulla competizione per risorse scarse a un’economia più distribuita, resiliente e cooperativa. Preparare la pace significa anche trasformare il modo in cui produciamo energia, organizziamo l’economia e costruiamo sicurezza. Significa ridurre le dipendenze che alimentano il ricatto, la competizione permanente e il conflitto, per sostituirle con forme più cooperative e sostenibili di interdipendenza.

14 Irena, Geopolitics of the Energy Transition: Energy Security, 2024; Irena, Renewable Energy Statistics, 2025.

8. Il Novecento sarebbe dovuto bastare

Le due guerre mondiali avrebbero dovuto chiudere per sempre l’illusione che la guerra potesse essere uno strumento ordinario della politica e della storia. Dopo il 1945 l’umanità comprese che la sovranità degli Stati non poteva più giustificare una violenza senza limiti. Ma quella memoria si è progressivamente indebolita. La guerra è tornata a essere considerata come necessità, fatalità, prova di forza, destino geopolitico. La normalizzazione culturale della guerra è uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo. Non è solo una percezione. È una trasformazione più profonda, nella quale si afferma una vera e propria “cultura della potenza”: la disponibilità della forza tende a dettare i criteri della decisione, mentre il bene comune arretra sullo sfondo. In questo quadro, anche il discorso pubblico cambia: la guerra smette gradualmente di apparire scandalosa e torna a essere presentata come opzione praticabile, mentre la pace viene ridotta a un’illusione ingenua o irrealistica 15. Ci si abitua a

15 Papa Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, par. 190-193.

una retorica militarista, alla logica dell’emergenza permanente, all’idea che il riarmo sia inevitabile e che la sicurezza dipenda soprattutto dalla forza militare.

Questa normalizzazione culturale trova riscontro anche nell’evoluzione dei conflitti contemporanei. Secondo il rapporto Conflict trends: A global overview 1946-2025 del Peace Research Institute Oslo (Prio), nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati con almeno un attore statale, il numero più alto dal 1946, distribuiti in 35 Paesi. Particolarmente significativo è anche il ritorno dei conflitti tra Stati: nel 2025 ne sono stati registrati otto, il doppio rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno, le morti direttamente legate ai combattimenti e alla violenza organizzata sono state circa 245.000, facendo del 2025 il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda. Il dato è ancora più grave se si considera che non comprende pienamente le vittime indirette provocate dalla distruzione di ospedali e infrastrutture, dalla fame, dalle malattie, dagli sfollamenti e dal collasso dei servizi essenziali. La guerra continua infatti a uccidere anche quando non sono più le armi a causare immediatamente la morte.16

Per questo la memoria non è custodita soltanto dagli archivi, dagli storici o dalle istituzioni. Vive nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità e nella coscienza civile. Quando smette di trasmettere il costo umano della guerra, la società diventa più vulnerabile alla propaganda, alla semplificazione e alla fascinazione della forza. Coltivare una memoria capace di umanizzare la storia significa rendere più difficile la normalizzazione della guerra e più consapevole il giudizio sulle sue conseguenze.

Le guerre degli ultimi decenni offrono esempi particolarmente evidenti dei limiti della forza come strumento di costruzione della pace.

16 Peace Research Institute Oslo, Siri Aas Rustad, Conflict trends: A global overview 1946-2025, Prio Paper 2026.

L’occupazione dell’Afghanistan è durata vent’anni, per poi riportare il Paese al punto di partenza. L’Iraq rappresenta una ferita ancora più grave: una guerra fondata su presupposti rivelatisi falsi e contestata nella sua legalità internazionale. La Somalia continua a mostrare come decenni di conflitti e interventi non abbiano costruito ordine politico stabile, ma abbiano prodotto ulteriore vulnerabilità. Anche i Balcani occidentali ricordano quanto sia fragile una pace non accompagnata da riconciliazione profonda, istituzioni inclusive e prospettive politiche credibili.

Queste guerre hanno mostrato anche un limite strutturale: l’illusione che la superiorità militare sia sufficiente a costruire un ordine politico stabile. Afghanistan e Iraq mostrano con chiarezza quanto sia precaria e reversibile una sicurezza costruita senza legittimazione multilaterale, consenso sociale e una strategia complessiva capace di andare oltre la sola dimensione militare. La guerra può abbattere un regime; difficilmente costruisce una convivenza. Per distruggere basta un attimo; per ricostruire può non bastare una generazione.

Queste esperienze hanno mostrato anche un limite decisivo: nessuna strategia di stabilizzazione può riuscire se non ascolta la popolazione che pretende di proteggere. La sicurezza non è solo controllo del territorio; è fiducia, legittimità, percezione di giustizia, capacità delle comunità locali di riconoscersi nel processo politico.

Possiamo trarne un ulteriore insegnamento, spesso sottovalutato: la produzione di conseguenze inattese. Un intervento armato genera spesso effetti che sfuggono al controllo di chi lo avvia, ridefinendo equilibri regionali, rafforzando attori imprevisti e aprendo nuove linee di conflitto. L’evoluzione del ruolo dell’Iran nella regione ne è uno degli esempi più evidenti: esiti non previsti nei calcoli iniziali, ma che sono il risultato di dinamiche innescate da scelte strategiche i cui effetti non erano stati pienamente compresi o valutati.

Non contano soltanto le conseguenze materiali della guerra. Conta

anche il modo in cui essa viene raccontata e giustificata. Quando un intervento armato viene definito “umanitario” e la forza presentata come strumento ordinario della protezione, si produce un inquinamento morale e politico che non resta teorico: confonde aiuto e strategia militare, restringe lo spazio umanitario, mette a rischio operatori e popolazioni e rende meno distinguibili protezione, dominio e propaganda. Quando le parole smettono di distinguere tra guerra e protezione, tra intervento e dominio, anche la memoria storica si indebolisce. E con una memoria indebolita diventa più facile accettare ciò che il Novecento avrebbe dovuto rendere impensabile. Non si tratta di lezioni del passato. Sono questioni che tornano oggi, anche nel cuore dell’Europa.

9. Ucraina: il diritto violato e la pace da ricostruire

L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato in Europa la guerra di aggressione su larga scala. Il principio violato è quello fondamentale della convivenza internazionale, cioè il divieto di sottomettere un altro Stato con la forza.

L’aggressione del febbraio 2022 ha segnato un salto qualitativo decisivo, trasformando in guerra aperta una crisi iniziata anni prima con l’annessione della Crimea e il conflitto nel Donbass. Proprio questa lunga incubazione dimostra quanto sia pericoloso lasciare irrisolte tensioni che avrebbero richiesto una più forte iniziativa diplomatica internazionale.

Secondo l’Un-Hrmmu (Human Rights Monitoring Mission in Ukraine), dal 24 febbraio 2022 al 30 aprile 2026 sono stati verificati almeno 15.850 civili uccisi e 44.809 feriti. Sono numeri che non raccontano tutto. Non raccontano, soprattutto, le perdite militari - nell’ordine di centinaia di migliaia tra morti, feriti e dispersi nei due eserciti, che colpiscono in larga parte giovani, privando entrambi i Paesi di una parte significativa delle generazioni su cui costruire il proprio futuro - che

restano difficili da quantificare con precisione. Ma impediscono di dimenticare che ogni strategia militare produce vite spezzate, famiglie distrutte, città ferite, generazioni segnate.

La guerra in Ucraina ha mostrato anche quanto i conflitti contemporanei tendano a oltrepassare i confini nei quali hanno origine. Le conseguenze si estendono ben oltre il campo di battaglia: modificano le percezioni della sicurezza, influenzano le scelte economiche, accelerano i processi di riarmo, cambiano le strategie energetiche e ridefiniscono gli equilibri politici di intere regioni.

La pace giusta, in Ucraina, non può essere la semplice ratifica della forza. Ma non può nemmeno essere rinviata indefinitamente in attesa di una vittoria totale, il cui costo umano e politico cresce mentre la sua possibilità continua a rimanere incerta. Deve essere costruita come un difficile equilibrio tra principi e realtà: garanzie per l’aggredito, responsabilità per l’aggressore, sicurezza, ricostruzione, ritorno del diritto.

Qui emerge anche un limite dell’Unione europea. Già dopo l’annessione della Crimea nel 2014, e ancor più dopo l’invasione del 2022, è mancata una propria iniziativa diplomatica sufficientemente autonoma, propositiva e incisiva. L’Europa ha sostenuto l’Ucraina sul piano politico, economico e militare, ma non è riuscita a promuovere un proprio percorso negoziale, capace di affiancare alla difesa una strategia credibile di pace. Senza una più decisa strategia politico-diplomatica, l’Europa rischia di rimanere una spettatrice armata di una guerra combattuta sul proprio continente. Va inoltre considerato che, senza un salto di integrazione in senso federale, ogni iniziativa diplomatica europea rischia di restare strutturalmente lenta, frammentata e debole.

La lezione è netta: il diritto va difeso, ma non basta invocarlo. Senza una politica capace di trasformarlo in pace, anche il diritto rischia di restare prigioniero della guerra.

10. Israele e Palestina: né giustizia, né sicurezza

Le norme internazionali non si indeboliscono soltanto quando vengono violate, ma anche quando tali violazioni non incontrano reazioni politiche coerenti e credibili da parte della comunità internazionale. L’assenza di reazione finisce per mettere in discussione la stessa obbligatorietà dei principi.

Nessun luogo mostra meglio del conflitto israelo-palestinese il circolo tragico in cui violenza chiama violenza, paura chiama forza, forza chiama vendetta, vendetta chiama nuova paura, e quindi nuova forza. Non si può comprendere Israele senza comprendere la memoria storica ebraica: persecuzioni, antisemitismo europeo, Shoah, esperienza di vulnerabilità. Questa memoria si è riattivata drammaticamente con il massacro del 7 ottobre 2023, compiuto da Hamas e dal Jihad islamico, che ha riportato al centro della società israeliana il senso di vulnerabilità e di minaccia esistenziale. Ma con la stessa chiarezza va riconosciuta anche l’altra faccia della verità: nessuna sicurezza israeliana potrà essere stabile se il popolo palestinese continuerà a vivere senza libertà, senza Stato, sotto occupazione, discriminazioni sistematiche e

senza prospettive politiche reali. Israele e Palestina ricordano che queste due verità non possono essere separate.

Anche qui, per anni, è mancata un’iniziativa diplomatica internazionale all’altezza della situazione. La gestione intermittente del conflitto, la continua espansione degli insediamenti e la tolleranza verso quelli illegali, il rinvio indefinito di una soluzione politica, la frammentazione della leadership palestinese, l’estremismo di Hamas, la radicalizzazione del governo israeliano, la crescente visione messianica del Grande Israele e l’accondiscendenza di molte capitali occidentali hanno alimentato l’illusione che il problema potesse essere gestito senza essere risolto. Ma i conflitti non risolti non restano fermi: si radicalizzano, si incancreniscono, fino a esplodere.

La devastazione di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 ha rappresentatoper ampiezza delle distruzioni, numero di vittime civili, collasso sanitario, fame, sfollamenti di massa - non solo una tragedia umana immensa, ma anche un fallimento politico e morale. Secondo Ocha, che riporta i dati del Ministero della Salute di Gaza, al 10 giugno 2026 risultano 72.783 palestinesi uccisi e 172.779 feriti dall’inizio della guerra.17

Le responsabilità del governo Netanyahu nella conduzione della guerra e nella distruzione su larga scala della Striscia di Gaza, con conseguenze devastanti per la popolazione civile, rappresentano una ferita storica e giuridica destinata a pesare a lungo sulla coscienza internazionale e sul futuro dello stesso Israele. La lotta contro Hamas non può essere assunta come giustificazione sufficiente per la devastazione di un intero territorio e della sua popolazione. Peseranno anche le ambiguità, le incoerenze e le forme di accondiscendenza di parte dell’Occidente, che troppo spesso ha invocato il diritto internazionale in alcuni scenari e lo ha relativizzato in altri, indebolendo così la credibilità universale

17 Ocha, Reported Impact Snapshot – Gaza Strip, 10 giugno 2026; Ocha, Humanitarian Situation Report, 5 giugno 2026.

dei principi che dice di difendere.

In Cisgiordania, Ocha ha documentato, tra il 1° gennaio 2025 e il 31 marzo 2026, 2.380 attacchi da parte di coloni israeliani con vittime e danni materiali. Nello stesso periodo ha registrato 273 palestinesi uccisi, 4.774 feriti e 39.428 costretti allo sfollamento. I rapporti più recenti dell’Ocha mostrano che tali dinamiche non si sono arrestate: nei primi cinque mesi del 2026 sono stati registrati oltre 950 attacchi di coloni in più di 230 comunità palestinesi, con una media di circa sei attacchi al giorno.18 Anche qui il nodo è evidente: l’occupazione non produce sicurezza, produce risentimento; l’umiliazione non produce pace, produce radicalizzazione; la negazione dei diritti di un popolo non protegge i diritti dell’altro.

Quando Dio, la patria, la civiltà o la memoria vengono trasformati in armi assolute, il nemico smette di essere un avversario politico e diventa un essere da cancellare. Ed è allora che la guerra rischia di diventare interminabile, perché priva di un orizzonte politico condiviso.

È nelle società, prima ancora che nelle istituzioni, che si decide se la memoria diventerà strumento di reciproca comprensione oppure arma identitaria. Quando la memoria del trauma subito non si accompagna al riconoscimento dell’umanità dell’altro, il conflitto tende a riprodursi anche nelle generazioni successive. Nessuna pace sarà duratura se non saprà trasformare la memoria da motivo di separazione in occasione di incontro.

18 Ocha, West Bank Snapshot, January 2025–March 2026, marzo 2026

11. La diplomazia come forza

Le crisi del Medio Oriente mostrano come un conflitto irrisolto non resti mai confinato, ma tenda ad allargarsi e a coinvolgere attori sempre più numerosi. Il Libano ne è uno degli esempi più evidenti. Il confine israelo-libanese, Hezbollah, l’Iran, la Siria, Gaza, gli Stati Uniti, le monarchie del Golfo: tutto si intreccia in una rete di alleanze, paure, milizie, interessi e vendette. La questione iraniana conferma poi un altro punto decisivo: nel mondo contemporaneo nessuna guerra resta davvero locale.

Quando la politica si blocca o si rivela incapace di trovare soluzioni, diventa necessario ampliare lo spazio diplomatico. La diplomazia non è un ripiego. È il contrario dell’impotenza. È l’arte politica di impedire che i conflitti diventino irreversibili. È la capacità di mantenere aperti canali di comunicazione e di dialogo tra le parti anche quando prevalgono odio, propaganda e logiche militari.19 È il momento in cui la politica

19 Mario Giro, Se manca la politica estera l’Italia resterà irrilevante, Domani, 11 maggio 2026; Pace in tempo di guerra, Guerini e Associati, maggio 2026.

ritrova la propria funzione più alta: comprendere, mediare, prevenire e costruire soluzioni prima che il conflitto venga consegnato alla forza.

Le guerre contemporanee dimostrano che nessun conflitto si risolve davvero sul solo piano militare. Prima o poi si torna sempre al tavolo politico-diplomatico. La differenza è che, nel frattempo, migliaia o milioni di persone possono essere morte, intere società possono essere distrutte e nuove generazioni educate al rancore. Per questo il dialogo non dovrebbe iniziare quando la guerra è ormai esplosa: dovrebbe precederla.

La diplomazia del XXI secolo non si svolge più soltanto nelle cancellerie e nei vertici tra governi. Le crisi contemporanee coinvolgono società, economie, tecnologie, culture, opinioni pubbliche e attori non statali. Per questo la diplomazia richiede non solo competenze negoziali, ma anche conoscenza dei contesti, capacità di ascolto, discernimento e comprensione delle dimensioni umane dei conflitti.

La diplomazia efficace è innanzitutto prevenzione. Richiede presenza, continuità, competenza e capacità di individuare tempestivamente i segnali di crisi, prima che i conflitti esplodano. Significa riconoscere per tempo le cause profonde dei conflitti e costruire spazi in cui possano essere affrontate politicamente. Per questo la mediazione internazionale, il negoziato multilaterale, le missioni di interposizione legittimate dalle istituzioni internazionali e la costruzione paziente di fiducia reciproca non sono accessori della politica internazionale, ma strumenti essenziali di sicurezza collettiva. Questo vale anche nei contesti più difficili. In molte situazioni di crisi, la sicurezza non è garantita dalla forza, ma dalla fiducia costruita con le comunità locali, un capitale fragile ma spesso più efficace della protezione armata. Perfino nei contesti più drammatici, interloquire non significa giustificare né identificarsi con l’interlocutore: significa proteggere le popolazioni, ridurre la violenza e impedire che l’unico linguaggio possibile diventi quello delle armi. Parlare con il nemico non è il fallimento della politica. È spesso l’ultima possibilità di salvarla.

12. Un nuovo ordine mondiale per la pace

La pace non può vivere senza istituzioni. Ma le istituzioni possono garantire la pace solo se sono autorevoli, rappresentative e capaci di agire. L’Onu, il diritto internazionale, i trattati, le convenzioni umanitarie, le agenzie multilaterali, le corti internazionali hanno rappresentato per decenni un argine alla pura legge della forza. Per questo la sfida non è demolire l’indebolito ordine internazionale nato dopo il 1945, ma riuscire a trasformarlo.

Nessun sistema internazionale può eliminare i conflitti di interesse tra Stati, che sono una componente inevitabile della vita internazionale. La forza delle istituzioni multilaterali non consiste nel cancellare quei contrasti, ma nel ricondurli entro regole condivise, procedure comuni e strumenti di composizione pacifica che ne impediscano la trasformazione in conflitti armati.20 Quando queste regole si indeboliscono, le divergenze non scompaiono: tendono semplicemente a essere regolate

20 Fabio Panetta, Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Roma, 29 maggio 2026, sul ruolo del sistema multilaterale nel ricondurre i contrasti tra Paesi entro regole condivise.

non dalla forza del diritto, ma dal diritto della forza.

Trasformarlo significa anche affrontare il nodo più delicato: l’effettività delle decisioni comuni. Un sistema internazionale non può fondarsi su regole proclamate ma neutralizzate dal veto di chi le viola o le protegge selettivamente. La riforma del Consiglio di sicurezza, la limitazione del diritto di veto almeno nei casi di aggressione, genocidio, crimini di guerra e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, la previsione di sanzioni tempestive e proporzionate contro i trasgressori, la tutela e il rafforzamento delle corti internazionali e dei meccanismi di verifica non sono dettagli tecnici: sono condizioni della pace. Senza conseguenze credibili, il diritto resta esortazione morale; con istituzioni autorevoli, rappresentative e capaci di agire, può diventare un vero argine alla forza indebita.

La questione non è nuova. Luigi Einaudi la espresse con chiarezza già nel secondo dopoguerra, riferendosi all’Europa ma avendo presenti anche le istituzioni globali: «Chi vuole la pace deve volere la creazione di un potere superiore a quello dei singoli Stati sovrani. Tutto il resto è pura chiacchiera». Non basta invocare la pace o chiedere il disarmo: senza una forza comune capace di far rispettare il diritto, anche le migliori intenzioni restano parole.21

Il punto decisivo è questo: la pace non si regge su dichiarazioni di principio, ma su istituzioni dotate di autorità reale. Come all’interno degli Stati il diritto è garantito da poteri capaci di farlo rispettare, così a livello internazionale la pace richiede un livello superiore di governo, in grado di limitare le pretese di sovranità assoluta quando queste si trasformano in violenza.

Già Einstein e Freud, nel carteggio Perché la guerra22, avevano indi-

21 Luigi Einaudi, Chi vuole la pace?, Corriere della Sera, 4 aprile 1948; cfr. anche scritti sull’unità europea e sulla necessità di una federazione di Stati come condizione della pace.

22 Albert Einstein e Sigmund Freud, Perché la guerra? Carteggio promosso dalla Società delle Nazioni, 1932. Cfr. anche Cosimo Risi, Perché la guerra?, Italia.co, 18 maggio 2026.

viduato il nodo decisivo nel rapporto tra diritto, violenza e sovranità. La pace non può fondarsi sulla sovranità assoluta degli Stati, se questa resta libera di trasformarsi in forza quando il diritto diventa scomodo. Richiede invece che una parte della libertà d’azione degli Stati sia trasferita a istituzioni sovranazionali capaci di decidere e far rispettare le proprie decisioni. Senza questo passaggio, il diritto internazionale rischia sempre di arretrare davanti alla violenza organizzata.

Nel 1992, con la fine della Guerra fredda, Boutros Boutros-Ghali cercò di indicare una nuova direzione nel rapporto Un’Agenda per la pace: diplomazia preventiva, pacificazione, mantenimento della pace, ricostruzione postbellica e intervento sulle cause profonde dei conflitti. Nel 1995 seguì anche un Supplemento a un’Agenda per la pace. 23 Quel progetto rimase in larga parte inascoltato. Fu una delle grandi occasioni mancate del dopoguerra freddo.

Oggi non si tratta di rimpiangere quell’occasione, ma di riprenderla e aggiornarla: una nuova Agenda per la pace è una necessità storica. In questo quadro, il nuovo multilateralismo non può limitarsi all’affermazione di principi condivisi. Deve essere sostenuto da competenze, capacità di analisi e di previsione, istituzioni credibili e strumenti efficaci di attuazione. Anche quando la fiducia politica è debole, conoscenze verificabili, dati condivisi e analisi indipendenti possono offrire una base comune per negoziare, verificare gli impegni assunti e prevenire nuove crisi.

Di fronte a queste esigenze, la risposta non può quindi essere un ritorno a nazionalismi speculari, che finirebbero per alimentare ulteriormente tensioni e conflitti. Richiede piuttosto un internazionalismo capace di confrontarsi con la complessità del presente: aperto alla cooperazione, fondato su regole condivise, orientato al bene comune

23 United Nations, Boutros Boutros-Ghali, An Agenda for Peace, 17 giugno 1992; Supplement to An Agenda for Peace, 3 gennaio 1995.

globale. Proprio qui emerge il limite più profondo dell’ordine internazionale contemporaneo. Non è soltanto un problema istituzionale. Il suo elemento più fragile è oggi il diritto internazionale: non è scomparso, ma si è indebolita la volontà politico-costituzionale di farlo valere. Anche le norme più fondamentali - dal divieto dell’uso della forza al rispetto dei diritti umani - restano formalmente valide. Ma senza reazioni politiche decise, coerenti e credibili alle loro violazioni, rischiano progressivamente di svuotarsi.

A questa fragilità ha contribuito anche il modo in cui si è sviluppata la globalizzazione dopo la fine della Guerra fredda. L’integrazione economica è avanzata più rapidamente della costruzione di istituzioni politiche internazionali capaci di governarla. Ne sono derivate nuove vulnerabilità, disuguaglianze e reazioni identitarie che hanno ulteriormente indebolito la fiducia nelle regole comuni e nelle istituzioni chiamate a custodirle.

In un mondo interdipendente, la pace non può essere garantita da sovranità isolate: richiede istituzioni comuni capaci di governare problemi comuni.

13. De-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale

Esiste un rischio meno visibile delle guerre in corso, ma capace di produrre conseguenze altrettanto profonde: che le regole fondamentali della convivenza internazionale perdano progressivamente forza e autorevolezza. In questo processo si manifesta una vera e propria de-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale, nella quale principi che dovrebbero essere inderogabili - come il divieto dell’uso della forza o l’autodeterminazione dei popoli - cessano di essere percepiti come tali e perdono la loro funzione di limite effettivo alla forza.24

Le più recenti vicende del Medio Oriente, compreso l’attacco contro l’Iran, mostrano quanto rapidamente possa affermarsi la logica dell’azione unilaterale a scapito del diritto internazionale. Quando il ricorso alla forza tende a sostituire il primato del diritto, si indebolisce ulteriormente l’ordine internazionale e cresce il rischio di escalation difficilmente controllabili.

24 Intervista a Pasquale De Sena, “L’ordine del mondo | Il diritto internazionale c’è ma i princìpi sono in crisi, ecco come salvarli”, IlSussidiario.net, 21 gennaio 2026.

L’indebolimento dell’ordine internazionale non riguarda soltanto il divieto dell’uso della forza. Anche principi, regole e istituzioni che per decenni hanno contribuito a rendere più prevedibili le relazioni tra gli Stati perdono progressivamente forza ed efficacia, quali il diritto internazionale del mare e la libertà di navigazione, le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’autorità della Corte penale internazionale. Le crisi nello Stretto di Hormuz e lungo altre rotte marittime strategiche mostrano quanto l’indebolimento di regole condivise possa produrre conseguenze globali sulla sicurezza, sull’energia, sui commerci e sulla stabilità economica.

Questo si collega anche a una questione decisiva per le democrazie contemporanee. In un mondo in cui le decisioni possono produrre effetti immediati e irreversibili, la capacità di decidere nei tempi richiesti dagli eventi diventa parte integrante della sicurezza. Le democrazie non possono rinunciare alle garanzie, ma devono essere in grado di renderle compatibili con l’efficacia dell’azione istituzionale, a livello nazionale, europeo e internazionale. Una delle loro fragilità più evidenti consiste nella difficoltà di coniugare partecipazione, controllo democratico e rapidità decisionale. Quando le istituzioni non riescono a fornire risposte tempestive ed efficaci, cresce la sfiducia dei cittadini e si rafforza la tentazione di affidarsi a soluzioni fondate sulla concentrazione del potere e sulla riduzione delle garanzie democratiche.

Questa difficoltà alimenta anche una sfida più profonda. In molte parti del mondo le democrazie appaiono lente, divise e incapaci di affrontare con efficacia crisi sempre più complesse, mentre modelli autoritari promettono decisioni rapide e risultati immediati. È una contrapposizione ingannevole. Il problema del XXI secolo non è scegliere tra sicurezza e democrazia, ma rendere la democrazia capace di garantire sicurezza: istituzioni in grado di decidere tempestivamente senza rinunciare al pluralismo, al controllo democratico e alla tutela dei diritti. Fenomeni di concentrazione del potere attraversano ormai il sistema

internazionale e influenzano sempre più profondamente la vita politica. A queste dinamiche si accompagna una trasformazione destinata a incidere profondamente sugli equilibri politici, economici e sociali del XXI secolo: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle grandi piattaforme digitali. Una parte crescente della capacità di orientare l’informazione, influenzare le opinioni pubbliche, organizzare l’accesso alla conoscenza, trasformare il lavoro e incidere sui processi decisionali collettivi tende oggi a concentrarsi nelle mani di pochi attori globali, spesso sottratti a forme adeguate di controllo democratico.

La questione non riguarda soltanto la tecnologia, ma il rapporto tra potere, libertà, responsabilità e tutela dei diritti. Senza regole condivise, controllo pubblico e responsabilità politica, l’innovazione può accentuare disuguaglianze, discriminazioni e nuove forme di dipendenza. Governare democraticamente queste trasformazioni rappresenta una delle grandi sfide politiche del nostro tempo. Significa impedire che l’innovazione accresca nuove forme di concentrazione economica, tecnologica e decisionale e alimenti ulteriori disuguaglianze.25

Non è la prima volta che le democrazie si trovano di fronte al rischio che poteri organizzati, economici, tecnologici o militari acquisiscano un’influenza crescente sulle decisioni pubbliche.26 Dwight Eisenhower, generale vittorioso della Seconda guerra mondiale e presidente degli Stati Uniti, mise in guardia contro il potere crescente del complesso militare-industriale. «We must guard against the acquisition of unwarranted influence… by the military-industrial complex», «Dobbiamo impedire che il complesso militare-industriale acquisisca un’influenza

25 Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, par. 105-106, sulla responsabilità, la trasparenza, l’accountability e la necessità di istituzioni capaci di governare gli effetti dell’intelligenza artificiale.

26 Dwight D. Eisenhower, Discorso di commiato, Farewell Radio and Television Address to the American People, 17 gennaio 1961.

indebita sulle decisioni pubbliche». Il suo timore non riguardava soltanto l’aumento delle spese militari, ma il rischio che una logica permanente di sicurezza e riarmo finisse per alterare progressivamente gli equilibri democratici e subordinare la politica alla forza.

Questa dinamica è stata descritta da alcuni osservatori come una sorta di progressivo “colpo di Stato planetario” 27: non un evento improvviso, ma un processo che avanza alla luce del sole, attraverso decisioni unilaterali che sospendono di fatto il diritto internazionale pur continuando a invocarlo formalmente. Non attraverso la rottura formale delle regole, ma mediante il loro progressivo svuotamento.

Se questa dinamica si consolida, il rischio non è soltanto giuridico o istituzionale, ma storico: un ordine internazionale in cui il diritto perde forza vincolante e la decisione torna a coincidere con la potenza diventa strutturalmente instabile. In un tale contesto, la guerra non è più un’eccezione da evitare, ma una possibilità sempre più probabile: non inevitabile nel breve periodo, ma destinata, prima o poi, a riemergere come esito quasi naturale di un sistema privo di limiti condivisi.

Torna quindi la questione fondamentale: nessuna convivenza, nemmeno a livello globale, può reggersi senza regole comuni e senza istituzioni capaci di garantirle. Quando le relazioni tra Stati vengono concepite come uno spazio sottratto a ogni vincolo condiviso, il diritto arretra, la forza prevale e la stabilità diventa sempre più fragile.

In un mondo segnato da interdipendenze sempre più strette, la crisi dell’ordine internazionale non riguarda solo la sicurezza o il diritto, ma anche la capacità di governare processi globali. La pace del XXI secolo richiede anche una governance globale della transizione ecologica ed energetica. Non si tratta solo di gestire risorse, ma di governare interdipendenze strutturali tra Stati e società. Senza cooperazione su questi 27 L’espressione è di Pasquale Ferrara, Il colpo di Stato planetario, Avvenire, 22 maggio 2026.

fronti, le tensioni sono destinate a moltiplicarsi.28

Nel gennaio 2026, a Davos, Mark Carney ha espresso una formula efficace: la nostalgia non è una strategia.29 Il vecchio ordine non tornerà semplicemente com’era. Ma dalle sue fratture potrebbe nascere un ordine più giusto, se le potenze medie e regionali avranno la capacità e il coraggio di cooperare invece di rassegnarsi al dominio delle superpotenze.

28 United Nations, Secretary-General António Guterres, A New Agenda for Peace, 20 July 2023. 29 Mark Carney, Special Address, World Economic Forum, Davos, 20 gennaio 2026.

14. Il ruolo dell’Europa in un mondo frammentato

L’Europa rappresenta, in questo quadro, un caso emblematico. È stata il più avanzato tentativo storico di trasformare un continente di guerre in uno spazio di cooperazione, diritto e integrazione. Per decenni ha mostrato come la sicurezza possa essere costruita non contro l’altro, ma insieme all’altro.

L’Europa non può però limitarsi a rafforzare le proprie capacità di difesa. Le incertezze che oggi attraversano il sistema delle alleanze occidentali e il progressivo spostamento delle priorità strategiche degli Stati Uniti rendono più evidente la necessità che l’Europa assuma maggiori responsabilità nella propria sicurezza. Ciò richiede certamente adeguate capacità di difesa, ma anche maggiore coesione politica e una più incisiva azione comune. Deve inoltre rafforzare la propria iniziativa diplomatica autonoma, riconoscibile e credibile. La sicurezza non può costruirsi soltanto con deterrenza e armamenti, ma con la capacità di aprire spazi di negoziato, perfino nei conflitti più difficili. Presuppone inoltre la capacità di definire con chiarezza obiettivi, limiti e responsabilità della propria azione e delle proprie alleanze. Il dialogo

internazionale non è subordinazione: richiede autonomia, coerenza e, quando necessario, la capacità di dire dei “no” per difendere principi fondamentali.

Se l’Europa rinuncia a essere soggetto politico della pace, rischia di diventare soltanto uno spazio geografico attraversato dalla guerra o il punto di arrivo delle strategie altrui. Oggi questo modello è sottoposto a tensioni profonde. L’ascesa dei nazionalismi, la paura della perdita di identità, le crisi economiche e migratorie hanno progressivamente riportato al centro i confini, sempre più percepiti come linee da difendere anziché come spazi di incontro.

È una regressione comprensibile, ma pericolosa. Quando la sicurezza viene identificata prevalentemente con la logica difensiva, il discorso pubblico rischia di ridursi a gestione della paura. E quando la paura diventa linguaggio dominante, la convivenza si indebolisce e il conflitto torna pensabile.

L’Europa può svolgere una funzione peculiare in un mondo sempre più competitivo e frammentato: non come una potenza tra le potenze, ma come comunità politica capace di coniugare sicurezza e cooperazione, autonomia strategica e apertura, diritto internazionale e responsabilità condivisa. Tuttavia, senza una reale integrazione interna - economica, politica e strategica - l’Europa difficilmente potrà esercitare una capacità autonoma di iniziativa. La sfida non riguarda soltanto le capacità economiche, tecnologiche e militari dell’Europa, ma anche la sua capacità di decidere e agire in modo unitario e tempestivo di fronte alla rapidità delle trasformazioni contemporanee.

Autonomia non significa però egemonia. Se saprà rinunciare a ogni approccio paternalistico e costruire relazioni realmente paritarie, l’Unione europea, insieme ad altre realtà regionali, potenze intermedie e coalizioni internazionali – dall’Unione Africana all’Asean, dai principali Paesi dell’America Latina al Canada, fino ai Brics – potrebbe promuovere una grande iniziativa globale per rifondare il multilateralismo. La

crescente multipolarità del sistema internazionale non coincide infatti automaticamente con il multilateralismo. Un mondo con più centri di potere può restare frammentato e conflittuale se non è accompagnato da regole condivise, istituzioni comuni e una reale volontà di cooperazione.

La risposta alla crisi dell’ordine internazionale non può consistere nella semplice nostalgia del passato. La sfida consiste piuttosto nel preservarne le conquiste più preziose – il primato del diritto, la cooperazione multilaterale, le istituzioni comuni, la tutela dei diritti fondamentali – correggendone al tempo stesso limiti, squilibri e insufficienze.

Se le potenze medie e regionali sapranno cooperare, le attuali fratture dell’ordine internazionale potranno diventare un’opportunità per costruire un sistema più equilibrato, inclusivo e fondato sul diritto. La pace del XXI secolo non potrà essere garantita dall’egemonia di una sola potenza. Potrà nascere solo da un equilibrio cooperativo fondato sulla legalità internazionale, sulla sicurezza condivisa e su una reale corresponsabilità tra popoli.

15. Disarmare non significa disarmare la giustizia

L’obiezione è nota: che cosa si fa di fronte all’aggressore? Come si risponde davanti a gruppi armati come Isis, al-Shabaab e altre organizzazioni analoghe, che fanno della violenza contro persone e comunità il proprio metodo di azione?

La risposta non può essere né ingenua né semplicistica. Esistono aggressioni, crimini e regimi che usano deliberatamente la violenza. Esiste il diritto alla difesa e il dovere di proteggere i civili. In alcune circostanze, l’uso della forza può apparire necessario per impedire un male maggiore. Ma proprio per questo ogni situazione richiede una valutazione rigorosa, capace di distinguere tra necessità, proporzionalità e abuso.

Questa consapevolezza induce a riconsiderare criticamente la tradizionale teoria della “guerra giusta”. Michael Walzer, nel suo classico Guerre giuste e ingiuste, 30 ha mostrato come anche il ricorso alla forza

30 Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esempi storici, Laterza, ed. aggiornata 2009.

debba essere essere sottoposto a criteri morali e giuridici, distinguendo tra guerre di aggressione e guerre di difesa e riaffermando il principio di responsabilità nelle decisioni belliche. La sua riflessione ha rappresentato un passaggio importante per limitare l’arbitrio della forza e per riaffermare che non ogni guerra può essere considerata moralmente equivalente. Tuttavia, di fronte alla capacità distruttiva degli armamenti contemporanei, all’interdipendenza globale e all’enorme impatto dei conflitti sulle popolazioni civili, appare sempre più necessario andare oltre quel paradigma, pur restando fermo il diritto alla legittima difesa. La sicurezza non può essere affidata principalmente alla forza, ma alla capacità delle istituzioni, del diritto e della diplomazia di prevenire, contenere e risolvere i conflitti.31

La violenza non assume però soltanto la forma di gruppi armati o regimi apertamente violenti. Nel mondo contemporaneo esistono anche aggressioni economiche, ambientali, tecnologiche e geopolitiche: guerre per il controllo di materie prime, corridoi energetici, terre rare, acqua, rotte commerciali, spazi marittimi e nuove aree strategiche come l’Artico; pressioni finanziarie capaci di piegare Stati fragili; predazioni ambientali che distruggono territori e comunità; forme di dominio esercitate attraverso dipendenze alimentari, tecnologiche o legate all’indebitamento. Non tutte queste dinamiche sfociano in guerra aperta. Molte però preparano il terreno del conflitto, alimentano instabilità, umiliazione, risentimento e tensioni future.

Tra queste dinamiche rientra, in modo sempre più evidente, anche la dipendenza energetica, costruita attorno a fonti concentrate, rotte vulnerabili e fornitori politicamente instabili. La sicurezza comune

31 Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, par. 192: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono».

passa anche dalla capacità di sottrarre energia, cibo, acqua e materie prime alla logica del ricatto e della competizione permanente.

Riconoscere il diritto alla difesa non significa dunque accettare il riarmo permanente come destino. L’alternativa non è tra pacifismo, spesso liquidato come ingenuo, e militarismo, presentato come realista. Esiste una terza via: costruire una sicurezza comune, non fondata sulla vittoria di alcuni sugli altri, ma sulla riduzione condivisa delle minacce.

Questa prospettiva non comporta alcuna diminuzione del rispetto dovuto alle donne e agli uomini delle Forze armate. In ogni Paese essi sono chiamati a svolgere il proprio servizio con disciplina, spirito di sacrificio, dedizione e senso del dovere, mettendo talvolta a rischio la propria vita per la protezione della collettività. Proprio perché la difesa è un bene essenziale, non può essere ridotta alla sola dimensione militare, ma richiede anche diritto, diplomazia, cooperazione internazionale e prevenzione dei conflitti.

Una sicurezza fondata sul diritto non può limitarsi a regolare i rapporti tra Stati. Deve garantire tutela effettiva alle persone, in particolare a quelle più esposte alla violenza, all’esclusione e all’arbitrio. Quando i diritti non proteggono i più vulnerabili, si indebolisce la loro stessa credibilità e si apre lo spazio a nuove forme di ingiustizia e conflitto. Per questo la prevenzione dei conflitti passa anche da qui: sviluppo, diritti, dignità, partecipazione democratica, riduzione delle disuguaglianze. La tutela dei diritti rafforza anche il senso dei doveri e delle responsabilità comuni. Dove povertà, esclusione e umiliazione si accumulano, la pace diventa più fragile e la violenza trova terreno più fertile.

Una simile concezione della sicurezza non implica rinuncia alla difesa. Significa, al contrario, sottrarre la difesa alla frammentazione, alla dipendenza e all’improvvisazione. Per l’Europa, una difesa comune può avere senso soltanto se diventa strumento politico condiviso, democraticamente controllato, non una somma disordinata di riarmi nazionali. L’autonomia strategica europea non dovrebbe servire a moltiplicare la

logica della forza, ma a rendere l’Europa meno dipendente, più responsabile e più capace di sostenere un’azione esterna coerente e orientata alla pace. 32

Il disarmo non può essere cieco, improvviso, unilaterale. Richiede un percorso graduale, verificabile, multilaterale e accompagnato da garanzie. Ma deve tornare a essere un obiettivo politico esplicito. La marginalizzazione del tema del disarmo si riflette anche nel linguaggio pubblico, che oggi sembra dominato da altre parole: deterrenza, prontezza, superiorità tecnologica, minaccia, nemico, riarmo. Si parla troppo poco di mediazione, convivenza pacifica, cooperazione internazionale, corpi civili di pace, controllo degli armamenti, sicurezza comune, conversione della spesa militare ed educazione alla pace. È il segno di un impoverimento del pensiero politico.

32 Mario Draghi, Discorso ad Aquisgrana, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 14 maggio 2026.

16. La guerra non può essere umanizzata

Albert Einstein, Bertrand Russell, Norberto Bobbio, Hannah Arendt, Immanuel Kant, Martin Luther King, Antonio Cassese, Giorgio La Pira, Luigi Einaudi, Altiero Spinelli, Luigi Ferrajoli, Simone Weilpensatori diversissimi per cultura, storia e orientamento - hanno visto, ciascuno a suo modo, lo stesso problema: la violenza può distruggere, ma non fondare una convivenza giusta. Può imporre silenzio, ma non consenso. Può vincere battaglie, ma non guarire le cause dei conflitti.33 Anche Sigmund Freud, interrogandosi sul perché la guerra suscita indignazione, ricordava che essa annienta vite cariche di possibilità,

33

Albert Einstein e Bertrand Russell, Manifesto Russell-Einstein, 1955; Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795; Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, 1979; Hannah Arendt, Sulla violenza, 1970; Antonio Cassese, I diritti umani nel mondo contemporaneo, 1988, e successivi scritti sul diritto internazionale e la tutela dei diritti umani; Luigi Einaudi, scritti federalisti raccolti in La guerra e l’unità europea, 1986; Altiero Spinelli, Il Manifesto di Ventotene, 1941, e successivi scritti federalisti; Giorgio La Pira, Discorsi al Convegno internazionale dei Sindaci delle capitali del mondo, Firenze, 1955, e successivi interventi ai Colloqui Mediterranei; Luigi Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio, 2022, e successivi interventi sul rapporto tra guerra, diritto e pace.

degrada l’individuo e lo costringe a uccidere altri esseri umani, distruggendo insieme persone e beni nati dal lavoro umano. È un punto essenziale. La guerra non distrugge solo corpi e città; distrugge possibilità di vita, futuro, lavoro, legami, fiducia.

Kant aveva compreso che la pace non è uno stato naturale ma una costruzione giuridica. Bobbio ha insistito sul nesso tra pace, diritto e democrazia internazionale. Arendt ha mostrato come la violenza possa distruggere il potere politico senza riuscire a sostituirlo stabilmente. Cassese e Ferrajoli hanno evidenziato, da prospettive diverse, come il diritto resti il parametro indispensabile per giudicare la violenza, limitarne gli effetti e difendere la dignità umana. Einaudi e Spinelli compresero che la pace europea richiedeva istituzioni sovranazionali, non semplici alleanze tra sovranità gelose di se stesse. Giorgio La Pira ricordò che la pace non si costruisce soltanto tra gli Stati, ma anche attraverso il dialogo tra i popoli e le città, anticipando forme di diplomazia dal basso che conservano ancora oggi una forte attualità.

Einstein e Russell, nell’età nucleare, compresero che la questione non era più “Chi vincerà la prossima guerra?”, ma “Ci sarà ancora qualcuno dopo la prossima guerra?”. Martin Luther King lo disse con una formula che resta attuale: “Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o morire insieme come stolti”.34

Simone Weil, leggendo l’Iliade, colse forse il nucleo più profondo della violenza: la forza trasforma in una cosa chi le è sottoposto.35 La guerra contemporanea continua a fare proprio questo: riduce persone a obiettivi, città a mappe operative, morti a statistiche, popoli a funzioni strategiche.

Questo è il punto decisivo. Oggi la ricerca della pace non è

34 Martin Luther King Jr., discorso pronunciato a St. Louis il 22 marzo 1964, “We must learn to live together as brothers or perish together as fools”, e altri scritti sulla nonviolenza e la fraternità umana.

35 Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, 1940, in La Grecia e le intuizioni precristiane, 1974.

sentimentalismo. È razionalità della sopravvivenza.

La guerra moderna non colpisce solo eserciti. Colpisce soprattutto città, infrastrutture, ospedali, scuole, reti idriche, memorie e generazioni future. Anche quando si tenta di limitarla, tende a oltrepassare i limiti. Anche quando si invoca la proporzionalità, genera frequentemente effetti sproporzionati. Anche quando promette operazioni “chirurgiche”, a essere colpiti sono quasi sempre i civili.

La guerra contemporanea è resa ancora più inquietante dall’intreccio con le nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi, i droni, la sorveglianza algoritmica e i processi automatizzati di identificazione degli obiettivi rischiano di allontanare ulteriormente la decisione di morte dalla responsabilità umana.36 La guerra non diventa più umana perché diventa più tecnologica; diventa, al contrario, più opaca, più difficile da controllare e più capace di allontanare la responsabilità dalle conseguenze concrete della violenza.

Le innovazioni tecnologiche alimentano inoltre una persistente illusione: quella di guerre rapide, precise e a basso costo umano. L’esperienza degli ultimi decenni mostra invece il contrario. Dall’Afghanistan all’Ucraina, le guerre contemporanee continuano a essere lunghe, costose e profondamente distruttive. Cambiano gli strumenti, ma non la realtà fondamentale della guerra: il suo costo umano, sociale e politico. Le nuove tecnologie non rendono la guerra più controllabile: rischiano di renderla più facile, abbassando la soglia del ricorso alla forza e aumentando la distanza tra chi decide e chi subisce la violenza. Per questo la guerra non può essere umanizzata. Può soltanto essere prevenuta, limitata, delegittimata e superata.

36 Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, par. 198 e ss.

17. La pace come normalità della civiltà adulta

La normalità del nostro tempo non dovrebbe essere la guerra. Dovrebbe essere la pace. Non perché gli esseri umani siano diventati buoni per natura, ma perché la storia ci ha istruiti a caro prezzo. Non perché i conflitti siano scomparsi, ma perché abbiamo costruito - o possiamo costruire - strumenti per affrontarli senza trasformarli in massacri. Non perché il diritto internazionale sia perfetto, ma perché senza diritto resta solo la legge del più forte.

La pace dovrebbe essere la normalità di una civiltà adulta. La guerra rappresenta sempre una ricaduta nella minorità morale dell’umanità, anche quando viene presentata come necessaria. Preparare la pace significa educare alla memoria, non alla vendetta. Significa insegnare la storia non come celebrazione delle vittorie militari, ma come conoscenza delle sofferenze umane. Significa formare cittadini capaci di riconoscere la propaganda e le falsità, di distinguere difesa e aggressione, giustizia e ritorsione, sicurezza e dominio.

Preparare la pace significa mantenere canali diplomatici aperti anche con i nemici. Non perché il nemico abbia necessariamente ragione,

ma perché senza comunicazione resta solo l’escalation. Significa anche disarmare l’immaginazione bellica. Smettere di pensare che la forza sia l’unico linguaggio serio della politica. Smettere di considerare ingenuo chi prova a prevenire la guerra e realistico chi contribuisce a renderla più probabile. Troppo spesso, quando la politica rinuncia alla ricerca di soluzioni, lo spazio lasciato vuoto viene occupato dalla forza.

Costruire la pace richiede tempo. Richiede negoziati spesso lunghi e difficili, pazienza politica, fiducia reciproca e capacità di mantenere vivo il dialogo anche quando i risultati sembrano lontani. Le tensioni del presente non rendono questo percorso meno necessario; lo rendono più urgente. Le guerre possono esplodere in pochi giorni. La pace ha invece bisogno di anni per essere preparata, costruita e consolidata. È un processo che esige costanza e perseveranza.

La pace non è soltanto responsabilità dei governi. È anche una costruzione civile quotidiana: ascolto, rispetto della diversità, educazione, lavoro, giustizia sociale, attenzione a non voltarsi dall’altra parte davanti all’ingiustizia. Costruire e diffondere una cultura della pace significa però confrontarsi oggi non soltanto con la logica della forza e della contrapposizione, ma anche con un individualismo che tende a restringere l’orizzonte della responsabilità al proprio interesse immediato, indebolendo il senso della reciprocità e del bene comune. Le convinzioni con cui le persone interpretano il mondo non nascono soltanto dalle idee che ricevono o dalle informazioni di cui dispongono. Si formano anche attraverso le esperienze che vivono.

Quando si sperimentano relazioni fondate sulla cooperazione, la partecipazione, il volontariato, la responsabilità condivisa e l’impegno per il bene comune, diventa più facile riconoscere che il benessere degli uni non dipende necessariamente dal danno degli altri. La pace si costruisce anche così: attraverso esperienze che educano alla fiducia, alla reciprocità e alla consapevolezza che la convivenza può essere il risultato di un impegno condivisoe non un conflitto permanente tra

interessi contrapposti. 37

La pace crea anche le condizioni nelle quali la democrazia può respirare, correggere i propri limiti e svilupparsi. Dove prevalgono il dialogo, la partecipazione e la fiducia reciproca, diventa più facile rafforzare i corpi intermedi, riconoscere il pluralismo e costruire una cittadinanza più responsabile. Preparare la pace significa anche preparare una democrazia più forte.

In questo processo, la società civile organizzata svolge un ruolo essenziale. Associazioni, organizzazioni umanitarie, comunità religiose, scuole, università, mondo del lavoro e delle imprese, movimenti civici e realtà culturali contribuiscono a mantenere aperti spazi di dialogo, a difendere i diritti, a contrastare la disumanizzazione dell’avversario e a promuovere una cultura della convivenza.

La costruzione della pace riguarda anche il modo in cui una società tratta e riconosce le persone più vulnerabili: gli esclusi, i dimenticati, le vittime senza nome dei conflitti e delle ingiustizie. Una pace che non restituisce voce a chi è stato marginalizzato o schiacciato dalla storia resta incompleta. Perché la dignità della persona non è un principio astratto: è il criterio concreto con cui si misura la giustizia di un ordine politico.

In un mondo segnato da interdipendenze sempre più profonde, la pace richiede anche una più ampia coscienza della comune appartenenza umana. Edgar Morin ha descritto l’umanità come una comunità di destino, unita dalle stesse vulnerabilità globali: guerre, crisi ambientali, disuguaglianze e rischi tecnologici. In questa prospettiva, la fraternità non è soltanto un valore morale, ma una necessità politica e civile. L’unità dell’umanità non cancella le differenze: le rende parte di una responsabilità comune verso la Terra e verso le generazioni future. 38

37 Leonardo Becchetti, Il pensiero a somma zero e l’esperienza generativa, in Avvenire, 23 giugno 2026.

38 Edgar Morin, Anne B. Kern, Terra-Patria, Raffaello Cortina, 1994; Edgar Morin, Di guerra

Le fedi e le identità possono diventare strumenti di esclusione o risorse di riconciliazione: dipende dall’uso che se ne fa. Per questo il rispetto delle culture e delle tradizioni religiose non è un ornamento del discorso sulla pace, ma una condizione concreta della convivenza. Riconoscere l’altro senza assorbirlo, dialogare senza pretendere uniformità, difendere i diritti senza umiliare le appartenenze: è in questo spazio che la pace diventa reciprocità e convivenza reale.

Una civiltà adulta considera la pace un bene comune e riconosce che essa richiede responsabilità diffuse. Le istituzioni possono creare condizioni favorevoli; ma la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui le persone affrontano i conflitti, partecipano alla vita pubblica, educano le nuove generazioni e riconoscono la dignità di chi è diverso da loro. La pace non è soltanto un obiettivo politico. È una pratica civile che deve essere continuamente coltivata. La pace non può dunque limitarsi a fermare la violenza. Deve anche trasformare le relazioni che l’hanno prodotta, impedendo che gli esclusi di ieri diventino i nuovi “esclusori” e che la sofferenza subita si trasformi in giustificazione della violenza esercitata.

in guerra. Dal 1940 all’Ucraina invasa, Raffaello Cortina, 2023; Edgar Morin, Ancora un momento, Raffaello Cortina, 2024.

Conclusione Preparare la pace significa assumersi la responsabilità del futuro

Ogni generazione decide quale mondo consegnare alla successiva: un mondo fondato sulla paura o sulla fiducia, sulla forza o sul diritto, sulla guerra o sulla convivenza. Da questa scelta dipenderà il futuro della nostra convivenza e di quella delle generazioni che verranno.

La pace non è un lusso morale. È una necessità storica. Non è l’opposto del realismo. È il realismo della sopravvivenza. La domanda decisiva non è chi abbia ragione nella guerra, ma se, nel combatterla, l’essere umano riesce a restare umano. È qui che si misura il limite più profondo della violenza: non solo in ciò che distrugge fuori di noi, ma in ciò che rischia di distruggere dentro di noi.

Non ci salveranno la corsa agli armamenti, la deterrenza permanente o l’illusione della sicurezza assoluta. Una possibilità di futuro può venire soltanto dal diritto, dalla giustizia, dal disarmo, dalla cooperazione, dalla diplomazia, dall’educazione, dalla memoria e dal riconoscimento della dignità di ogni persona e di ogni popolo.

La politica del XXI secolo sarà giudicata soprattutto da questo: dalla capacità di trasformare la sicurezza da equilibrio della paura in

costruzione condivisa della convivenza. È qui che si misura la maturità di una civiltà. Preparare la guerra può talvolta dissuadere. Ma solo preparare la pace può rendere la guerra meno probabile, meno utile, meno pensabile. Continuare a considerare la guerra un orizzonte inevitabile significa accettare come necessario ciò che dovrebbe essere superato. La sicurezza non può continuare a essere pensata come gestione della paura, ma come costruzione politica della convivenza. Una pace fondata sulla paura resta instabile: prima o poi tende a trasformarsi nella guerra che pretendeva di evitare. Le conseguenze di questa visione riguardano anche le scelte concrete dei singoli Paesi e delle loro società. In un mondo sempre più interdipendente, la sicurezza condivisa non dipende soltanto dagli equilibri internazionali, ma anche dalle priorità politiche, economiche e culturali che ogni comunità decide di perseguire.

Tra queste priorità rientra oggi anche il governo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie emergenti. Esse possono contribuire alla conoscenza, alla salute, all’educazione, al lavoro e a nuove forme di cooperazione, ma possono anche accentuare disuguaglianze, concentrare quote crescenti di potere senza adeguati controlli democratici, alimentare manipolazioni, creare nuove dipendenze e rendere più difficile distinguere tra realtà e rappresentazione. La questione decisiva non è quanto le macchine diventeranno intelligenti, ma se l’umanità saprà governare questa trasformazione senza smarrire il senso della dignità della persona, della libertà, della giustizia e della responsabilità.39

Le tecnologie più avanzate non potranno sostituire quel patrimonio di esperienze, valori, diritti e riflessioni che, attraverso conquiste, errori, tragedie e faticosi progressi, generazioni di donne e uomini hanno costruito nel tentativo di affermare la dignità umana, limitare la violenza e costruire forme più giuste di relazione e convivenza. Determinante sarà

39 Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, par. 4-6 e 105-106, sul rapporto tra potere tecnologico, dignità della persona, responsabilità politica e necessità di orientare l’intelligenza artificiale al bene comune.

la capacità delle società democratiche e delle istituzioni di orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in modo coerente con questo patrimonio, affinché l’innovazione rafforzi la libertà, la giustizia e il bene comune invece di indebolirli. Anche questa è ormai una questione di pace. La pace del XXI secolo richiederà infatti che le democrazie e le istituzioni internazionali siano capaci di governare il potere tecnologico, affinché l’innovazione resti al servizio della persona umana e contribuisca a ridurre, anziché ampliare, disuguaglianze, esclusioni e concentrazioni di potere.

Sarebbe però un errore pensare che la costruzione della pace dipenda esclusivamente dai governi, dalle organizzazioni internazionali o dalle grandi potenze. Ma nessuna architettura politica può reggersi senza una cultura della pace condivisa dalle società e dai cittadini. La pace si costruisce anche nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle comunità, nei mezzi di comunicazione e nella vita democratica, ogni volta che si sceglie il dialogo invece della demonizzazione, il rispetto invece dell’umiliazione, la verità invece della propaganda.

Nessuno può costruire da solo la pace del mondo. Ma ciascuno può contribuire, nel proprio ambito di vita e di responsabilità, a rendere la pace più possibile e la guerra meno pensabile. È anche da questa somma di responsabilità che dipende il futuro della convivenza umana.

Il cammino non sarà semplice. Le resistenze saranno forti, gli interessi in gioco enormi e le difficoltà spesso sembreranno scoraggiare ogni tentativo di cambiamento. Ma proprio questa sarà la prova della politica del XXI secolo: riuscire a costruire forme nuove di sicurezza, cooperazione e governo delle grandi trasformazioni globali. Da questa capacità dipenderà in larga misura il futuro della convivenza umana.

Per questo, la pace non è un compito tra gli altri. È la responsabilità decisiva della politica. Ed è, oggi più che mai, la condizione stessa della nostra comune sopravvivenza.

Se vuoi la pace, prepara la pace.

Intersos Trent’anni nei luoghi di guerra

Intersos è un’organizzazione umanitaria che opera nei contesti segnati da conflitti armati, crisi umanitarie e calamità naturali. Nata nel 1992, nel pieno della tragedia somala, l’organizzazione è stata promossa da figure di rilievo attive in diversi ambiti dell’impegno civile e sociale, accomunate dalla volontà di intervenire di fronte alle sofferenze provocate dai conflitti armati e dalle crisi umanitarie.

Tra i fondatori vi erano personalità del mondo della cooperazione internazionale, della cooperazione sociale, del volontariato, dell’impegno ecclesiale, del sindacato e delle istituzioni democratiche: Amedeo Piva, Felice Scalvini, Giovanni Bersani, Maria Teresa Crescini, Licio Palazzini e Nino Sergi. Fondamentale fu anche il sostegno iniziale delle Confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil.

In oltre trent’anni di attività Intersos ha operato in 52 Paesi di quattro continenti, colpiti da guerre, emergenze umanitarie e calamità naturali, portando assistenza, protezione e sostegno alle popolazioni coinvolte. Particolare attenzione è stata rivolta agli sfollati interni, ai rifugiati, ai bambini, alle donne e alle persone più vulnerabili.

Ha accompagnato comunità e famiglie nei percorsi di sopravvivenza, ritorno, ricostruzione delle condizioni di vita e restituzione della dignità, sviluppando anche programmi di sminamento umanitario e bonifica dei territori contaminati da residuati bellici esplosivi. Laddove le condizioni lo hanno consentito, ha inoltre contribuito a favorire processi di pace e di riconciliazione.

Questo percorso è stato reso possibile dall’impegno delle molte persone che, nel corso degli anni, hanno guidato e sviluppato l’organizzazione in Italia e all’estero, così come delle migliaia che hanno operato hanno operato sul campo nei contesti di crisi. Presidenti, direttori generali, responsabili dei diversi settori, operatori e operatrici nazionali e internazionali: tutti hanno contribuito con competenza, professionalità e dedizione a costruire e consolidare nel tempo l’identità, l’autorevolezza e la credibilità di Intersos. Tra loro vi sono anche donne e uomini che hanno perso la vita nello svolgimento della loro missione umanitaria o a causa delle violenze dei contesti in cui operavano. La loro memoria appartiene alla storia, ai valori e all’identità stessa di Intersos.

L’organizzazione collabora con le principali istituzioni e agenzie europee e internazionali, tra cui Echo, Dg Intpa, Unhcr, Oim, Ocha, Unicef, Wfp, Unfpa, Undp, oltre che con l’Aics, la Dgcs e altre istituzioni italiane. La sua azione si fonda sui principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, e sui valori della solidarietà, della giustizia, dell’uguaglianza e del rispetto della dignità di ogni persona.

L’esperienza maturata accanto alle popolazioni colpite dalla violenza dei conflitti ha rafforzato nel tempo una convinzione semplice: la guerra produce morte, sofferenza, distruzione, rancori e nuove fragilità; la pace è l’unica strada, ma richiede giustizia, dialogo, cooperazione e responsabilità condivisa. È anche dall’incontro tra oltre trent’anni di esperienza diretta e una lunga riflessione sulle cause della guerra e sulle condizioni della pace che nasce il presente saggio.

Il testo che segue propone un Manifesto della pace possibile, che traduce in principi e proposte le riflessioni sviluppatein questo saggio. Intende offrire una base aperta di confronto e di iniziativa per quanti ritengono che la pace, la sicurezza condivisa e il rafforzamento del diritto internazionale debbano tornare al centro della vita pubblica.

→ → →

La pace è una responsabilità che appartiene a tutti.

Non è un’attesa.

È una scelta. Va preparata e costruita.

Non accade da sola

PER UN MANIFESTO DELLA PACE POSSIBILE

Una nuova sicurezza condivisa in un mondo interdipendente

1. Il mondo è a un bivio

Il nostro tempo è segnato dal ritorno della guerra, dalla crescita degli armamenti, dall’indebolimento del diritto internazionale e dalla frammentazione dell’ordine mondiale.

Molti considerano questa evoluzione inevitabile. Noi riteniamo invece che esistano alternative politiche, istituzionali e culturali capaci di contrastarla.

Il problema del nostro tempo non è la mancanza di strumenti, ma un deficit di politica: l’indebolimento degli strumenti politici, giuridici e diplomatici attraverso i quali l’umanità ha cercato di contenere la violenza e costruire la convivenza.

2. La sicurezza è diventata interdipendente

Guerre, crisi climatiche, instabilità economiche, insicurezza energetica e alimentare, migrazioni forzate e innovazioni tecnologiche attraversano i confini.

Nessuna nazione può affrontare da sola le grandi sfide del XXI secolo.

La sicurezza di ciascuno dipende sempre più dalla sicurezza di tutti.

3. L’ordine internazionale va ricostruito, non abbandonato

Dopo le tragedie del Novecento, il diritto internazionale, le Nazioni Unite e le istituzioni multilaterali hanno rappresentato il più avanzato tentativo finora compiuto di fondare la convivenza tra i popoli sulla

forza del diritto anziché sul diritto della forza. Un progetto incompiuto e spesso contraddetto dai fatti, ma che nessuna alternativa credibile ha finora saputo sostituire.

Oggi assistiamo a una progressiva erosione delle regole fondamentali: una de-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale.

La crisi dell’ordine internazionale non dimostra che il diritto sia inutile. Dimostra quanto sia pericoloso perderlo.

Per questo occorre rafforzare, aggiornare e rendere più efficace la cooperazione a livello internazionale.

4. La forza non basta

La difesa degli Stati è legittima e necessaria.

Ma la sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione militare.

Le guerre continuano. Gli arsenali crescono. Il rischio nucleare permane. Le crisi climatiche, energetiche, economiche e sociali alimentano nuove instabilità.

La sicurezza dipende anche dalla qualità delle istituzioni, dalla cooperazione internazionale, dalla tutela dei diritti umani, dalla riduzione delle disuguaglianze, dalla sostenibilità ambientale e dalla capacità di prevenire i conflitti.

5. Serve una nuova idea di sicurezza

Una sicurezza condivisa.

Una sicurezza che non sostituisce la difesa, ma la integra e la orienta.

Una sicurezza fondata sul diritto, sulla diplomazia, sulla cooperazione, sulla prevenzione dei conflitti e sulla responsabilità comune.

Una sicurezza che comprende anche il governo democratico delle grandi trasformazioni tecnologiche e dell’intelligenza artificiale, affinché l’innovazione rimanga al servizio della persona umana, della libertà e del bene comune.

Una sicurezza che riconosce l’accesso all’acqua, all’energia, al cibo, all’istruzione, alla salute e a un ambiente vivibile come condizioni fondamentali di stabilità e pace.

La cooperazione internazionale non è un gesto di beneficenza, ma un investimento strategico per il futuro.

La pace non è il contrario della sicurezza. È la sua forma più alta e più lungimirante.

6. L’Europa ha una responsabilità storica

L’integrazione europea è nata dalla consapevolezza che la cooperazione può essere più forte della guerra.

Deve assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza, rafforzando la propria capacità di difesa, la propria autonomia strategica e la propria capacità di iniziativa diplomatica e politica al servizio della pace, del diritto internazionale e del multilateralismo.

7. Linee di azione

Alcune priorità possono tradurre questi principi in scelte concrete:

• il rilancio del diritto internazionale, la sua applicazione coerente e non selettiva, e il rafforzamento delle Nazioni Unite;

• il rafforzamento della diplomazia preventiva, della mediazione e degli strumenti civili di prevenzione dei conflitti;

• la riforma delle istituzioni multilaterali;

• nuovi accordi sul controllo degli armamenti e percorsi verificabili di disarmo, a partire dalle armi nucleari;

• il mantenimento di un controllo umano effettivo sui sistemi d’arma basati sull’intelligenza artificiale;

• regole nazionali e internazionali che garantiscano trasparenza, responsabilità, controllo democratico e tutela dei diritti nello sviluppo e nell’impiego civile dei sistemi di intelligenza artificiale;

• una politica europea capace di coniugare difesa, autonomia strategica, diplomazia e responsabilità internazionale;

• maggiori investimenti nella cooperazione internazionale, nell’educazione, nella ricerca, nella salute, nella lotta alla povertà e nella riduzione delle disuguaglianze;

• politiche energetiche, ambientali, alimentari e sulle materie prime

critiche capaci di ridurre dipendenze, ricatti e cause strutturali dei conflitti.

8. Una responsabilità comune

La pace è una responsabilità comune.

Questo percorso verso un Manifesto della pace possibile vuole offrire una base aperta di confronto e di iniziativa per quanti, in ambiti e percorsi diversi, ritengono che la pace, il diritto internazionale e la sicurezza condivisa debbano tornare al centro della vita pubblica e delle scelte politiche.

La storia non avanza perché gli esseri umani si rassegnano. Avanza quando decidono di costruire ciò che manca e di difendere ciò che rischia di andare perduto.

La costruzione della pace richiede tempo, perseveranza, volontà politica e alleanze durature, capaci di durare oltre le emergenze e le crisi del momento.

La pace non dipende soltanto dalle decisioni dei governi, dalle organizzazioni internazionali o dai negoziati diplomatici. Dipende anche dal modo in cui ciascuno, nel proprio ambito di vita e di responsabilità, contribuisce a disarmare il linguaggio, a contrastare la disinformazione, a riconoscere la dignità dell’altro, a educare al dialogo e a partecipare alla vita democratica.

Si prepara la guerra quando si normalizzano l’odio, la paura, la disumanizzazione dell’avversario e l’indifferenza davanti all’ingiustizia. Si prepara la pace quando si costruiscono relazioni fondate sul rispetto, sulla verità, sulla giustizia e sulla responsabilità. Nessuno può costruire da solo la pace del mondo. Ma ciascuno può contribuire a rendere la pace più possibile e la guerra meno pensabile.

La pace è una responsabilità che appartiene a tutti. Non è un’attesa. È una scelta. Va preparata e costruita. Non accade da sola.

FOCUS BOOK

FOCUS BOOK

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Se vuoi la pace, prepara la pace by Vita Società Editoriale - Issuu