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Caivano non è persa

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CAIVANO NON È PERSA

Associazioni, insegnanti, famiglie. Le voci di chi prova a ricostruire la comunità nel Parco Verde

di ANNA SPENA


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CAIVANO NON È PERSA

Associazioni, insegnanti, famiglie. Le voci di chi prova a ricostruire la comunità nel Parco Verde I PROTAGONISTI DI QUESTO BOOK LE MAMME DEL PARCO VERDE G, una giovane ragazza che vive nel Parco ALFREDO GIRALDI, la sua famiglia è rimasta senza casa dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, vive nel Parco dal 24 dicembre 1985 ENZO E ANNA, 74 e 70 anni, vivono in una palazzina del lotto A, vivono nel Parco Verde da 37 anni F. 21 anni, è nato e vive nel Parco Verde BRUNO MAZZA, ex detenuto ed ex spacciatore, nel 2008 fonda all’interno del Parco Verde l’associazione Un’Infanzia da Vivere CRISTINA GIORDANO, la responsabile dei progetti dell’associazione Un’infanzia da Vivere ALESSANDRO PETRILLO, dell’associazione Uisp Campania. La realtà che nel Parco ha avviato il progetto “La Bellezza Necessaria”

TITTI DE CESARE, allenatrice di pallavolo del progetto “La Bellezza Necessaria” VIVIANA SANNINO, Formatrice del progetto Oceani in Costruzione promosso dall’associazione Traparentesi Onlus BARTOLOMEO PERSA, preside dell’IC Parco Verde 3 EUGENIA CARFORA, preside dell’istituto superiore F.Morano DON MAURIZIO PATRICIELLO, parroco della Chiesa di San Paolo Apostolo all’interno del Parco ADRIANO, 21 anni, è nato e vive nel Parco Verde STEFANO CONSIGLIO, presidente di Fondazione Con il Sud. La realtà che sostiene le associazioni che lavorano nel Parco Verde


CAIVANO NON È PERSA Associazioni, insegnanti, famiglie. Le voci di chi prova a ricostruire la comunità nel Parco Verde di Anna Spena

Editing e grafica: Vita Società Editoriale S.p.A. impresa sociale www.vita.it Via Giovanni Bovio, 6 - 20159 Milano © 2023

direttore: Stefano Arduini testi e foto: Anna Spena grafica e impaginazione: Antonio Mola revisione: Antonietta Nembri


INDICE

PREFAZIONE Il coraggio di cambiare metodo di Stefano Arduini

p.

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→ CAPITOLO 1 - LA STORIA 1981-2023. L’isola nata sulle macerie del terremoto

p.

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→ CAPITOLO 2 - GLI ABITANTI Voci da dentro. Non ci serve l’esercito, ci servono lavoro e socialità

p. 18

→ CAPITOLO 3 - IL SOCIALE In prima linea. Una strada per uscire

p. 38

POSTFAZIONE Istituzioni e Terzo settore imparino a fare squadra di Stefano Consiglio

p. 64


PREFAZIONE

Il coraggio di cambiare metodo di Stefano Arduini direttore di VITA

— Quello che emerge dalla lettura di questo book che Anna Spena ha scritto dopo aver passato una settimana h24 a contatto con gli abitanti del Parco Verde di Caivano non è una ricetta. Ma un metodo. Il metodo dello stare e dell’ascoltare. Un approccio lungo e paziente. Nulla a che vedere con l’allarme sicurezza o l’emergenza criminalità (se mai questi termini possono avere un senso in un luogo che vive questa condizione da 43 anni). Ascoltiamo allora fin da subito una voce del Parco Verde. Quella di Alessandro Petrillo, responsabile di un progetto della Unione Italiana Sport per Tutti-Uisp Campania, una delle esperienze più significative di questo martoriato fazzoletto di Italia. Dice Petrillo riferendosi ai ragazzi con cui ha a che fare tutti i giorni: “Sono bambini cresciuti in un contesto delicato. Non basta andare lì e dire “ecco questo campetto è per voi…Non basta alzare la mano e ricordagli che la legalità è meglio dell’illegalità. Perché tu sei “l’estraneo che arriva da fuori e poi se ne va”. Titti lavora con lui; è l’allenatrice di pallavolo: “Qui funziona così: lo Stato è il male, il sistema (la camorra, ndr) viene spesso percepito come il bene. Noi la guerra al 6


PREFAZIONE

sistema non la possiamo fare, e neanche loro la possono fare, sono bambini. Noi possiamo fare un’altra cosa a prescindere dagli sport, dai tornei, da tutti i progetti. Noi possiamo dire: “Io sto qua, e ci sono per te”. Lo dicono le famiglie, lo dicono gli insegnanti, lo dicono gli operatori sociali: quello che fa la differenza, quello che può fare la differenza fra il prima e il dopo è la moltiplicazione di questo “esserci”. La chiave possibile, ancora possibile perché non è mai stata realmente sperimentata finora, al contrario della militarizzazione del territorio che per necessità ha tempi corti e costi elevati, è quella che ben descrive Ivo Lizzola nel suo “In tempo d’esodo”, edito da Città Nuova. Sostiene il docente di pedagogia dell’università di Bergamo: “Il volontariato e l’associazionismo sono convocati sempre più a promuovere la cultura del volontariato, non “per attrarre persone a fare volontariato”, ma per diffondere una “cultura della vita”, ossia del vivere con dignità e del convivere con reciprocità. In questo senso il volontariato promuove un modo diverso di essere uomini e donne, professionisti, genitori… Alimentare e presidiare luoghi di vita dentro cui le persone maturino la voglia, il coraggio e il rischio di sentirsi e mettersi insieme è oggi estremamente attuale, anzi urgente. Un volontariato, un associazionismo presidio di orizzonti, di visioni e non solo presidio di un metodo di lavoro”. Questo più di ogni altra cosa serve oggi a Caivano. Il Parco Verde non è perso. Dipende da noi. 7


PREFAZIONE

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La storia Il Parco Verde è nato nel Comune di Caivano, cittadina di periferia a nord di Napoli, negli anni Ottanta. È stato aperto per ospitare parte dei terremotati dopo il sisma dell’Irpinia del 1980. Il Parco è tornato all’attenzione dei media e del Governo dopo l’ultimo drammatico fatto di cronaca che riguarda lo stupro di due ragazzine 8


1981-2023

→ 1981-2023

L’isola nata sulle macerie del terremoto — È un’isola nel niente, dai confini invisibili e blindati: dal Parco Verde di Caivano non si entra e non si esce. E questa linea trasparente, tra il dentro e il fuori, ha un nome. Si chiama “la frontiera”, glielo hanno dato gli abitanti di Caivano, dove il Parco è nato. Caivano è un comune a nord di Napoli, poco meno di 38mila abitanti. Tra loro anche i seimila, e oltre mille sono minori, che vivono nel Parco, considerato una delle piazze di spaccio più grandi di tutta Europa. Ma guardiamolo bene, mettiamolo a fuoco con lo sguardo: in quell’isola c’è vita. E no, o almeno, non è solo quella che ci raccontano. In questi ultimi periodi Napoli e la provincia hanno ricominciato a tremare. Gli esperti lo chiamo “sciame sismico”. Per il vulcano dei Campi Flegrei lo stato di allerta è giallo, tra le strade cresce la paura. Il nesso tra le scosse di un terremoto e uno dei luoghi più degradati e abbandonati d’Italia, il Parco Verde, sembra non essere indovinato. E invece c’è un filo, pure questo invisibile, che li tiene insieme strettissimi, terremoto e Parco Verde, da più di 40 anni. Sì perché il Parco Verde è figlio di 9


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Le palazzine del lotto C. Le riconosci dal colore verde acqua. I lotti A e B le hanno gialle e rosse, marrone e rosa

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un altro terremoto, quello che colpì l’Irpinia nel 1980. Il 23 novembre di quell’anno fu drammatico per tutta la Campania: un sisma di magnitudo 6.9 causò quasi novemila feriti e tremila vittime. 280mila, invece, fu il numero degli sfollati. Il Parco è stato aperto nel 1981 ed è nato per dare una casa a chi una casa non ce l’aveva più. Doveva accogliere i terremotati, soprattutto i cittadini di Napoli. Un Parco, abbiamo detto, figlio del terremoto e presto divennumero degli tato anche figlio dell’incuria, abitanti di Caivano dell’assenza dello Stato, della mancanza dei servizi, della non educazione. Il Parco Verde è una montagna che è cresciuta per sottrazione. Nel Parco c’è una chiesa, un bar e una macelleria. Un presidio medico veterinario e un istituto comprensivo. Solo questo, poi il deserto.

38mila

Dalla superstrada che attraversa l’area a nord di Napoli, l’Asse Mediano, lo vedi. Davanti agli occhi di chi arriva si spalanca una chiazza di colore verde acqua, sono le palazzine del lotto C, quelle dove si spaccia l’eroina. I lotti in totale sono tre, e insieme al lotto C, a chiudere il cerchio, anche il lotto B, dalle case marroni e rosa, e il lotto A con le palazzine gialle e rosse, dall’intonaco scorticato. Ma il Parco Verde non è sempre stato 11


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“il Parco Verde”. All’inizio si chiamava “Rione 219”, come il numero della legge del 14 maggio 1981 recante interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del novembre 1980 e provvedimenti per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti. Invece, furono i primissimi abitanti del Parco, che non raggiungevano neanche le mille persone, a trovargli un nuovo nome. E non lo scelsero a caso: le strade che disegnavano la geometria interna dell’area erano piene di oleandri, da qui il nome Parco Verde. Per i primi cittadini che lo hanno abitato questo Parco era un sogno che rappresentava l’inizio di una vita nuova, con una casa vera, dopo il tempo passato nei container dei campi per terremotati. Un sogno che però con gli anni è diventato una promessa tradita. I viali del Parco oggi la stima delle persone sono pieni di altarini con effiche vivono nel Parco Verde gi religiose, da Padre Pio alla Madonna. E negli anni questi altarini si sono riempiti di fiori finti e fotografie di chi non c’è più. Sono stati custodi di desideri e speranze: ma qui le preghiere non sono bastate. Facciamo un passo indietro, ma non troppo. Torniamo alla fine di agosto di quest’anno. Quando l’immagine di quella

6mila

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macchia verde acqua, che si spalanca in mezzo al niente, è rimbalzata da telegiornale a telegiornale, da post social a fotografia sui siti dei quotidiani, non solo italiani, ma internazionali. Torniamo a quando si è scoperto che due ragazzine, due cuginette di 11 e 12 anni, sono state violentate, più e più volte, da un branco di ragazzi minorenni e poco più che maggiorenni, in un ex centro sportivo adiacente al Parco, il centro sportivo Delphinia. Un fatto drammatico, non il primo tra queste strade. Torniamo a quel fatto di cronaca che ha rotto i confini invisibili. Che ci ha fatto mettere la punta del piede dentro al Parco. Rione 219: il primo nome del Parco Verde Ce le ricordiamo bene le immagini della premier Giorgia Meloni che lo scorso 31 agosto è arrivata al Parco Verde di Caivano: «Io penso che uno Stato serio ed una politica coraggiosa devono mettere la faccia sulle cose difficili da risolvere assumendosene la piena responsabilità», aveva dichiarato la premier. E poi ancora «sono qui per manifestare la presenza seria, autorevole, costante dello Stato che in territori come questo non sono stati sufficientemente percepiti e forse non sufficientemente presenti. Se siamo qui oggi a condannare un episodio barbaro come quello che condanniamo vuol dire che qui si è consumato un fallimento da parte dello Stato, nonostante gli sforzi che sono stati fatti. Lo Stato giusto ha prima di tutto il dovere di difendere i più deboli e i minori sono i principali fra questi soggetti. Il numero delle persone coinvolte nel duplice 13


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stupro alimenta il terrore che episodi del genere siano di più di quelli che emergono». Da quella visita è nato un decreto, informalmente detto “Decreto Caivano”, che, con quel nome, non ha fatto altro che schiacciare il comune e il Parco Verde (che non si vedono di buon occhio l’uno con l’altro) in uno stigma. Caivano è un comune giovane – un quinto della popolazione è rappresentato da bambine, bambini e adolescenti (il 20,7% pari a 7.474) – ma solo il percentuale di minori 17% degli alunni della scuola che vivono a Caivano primaria ha accesso alla mensa scolastica e solo il 30% può frequentare il tempo pieno. La conseguenza più diretta è quella legata all’insuccesso scolastico: nella fascia di età tra 1524 anni, solo il 54,8% delle ragazze e dei ragazzi studia, un dato molto al di sotto della media nazionale che è pari al 62,3%. Solo il 14,5% è occupato (media Italia 20%), e poco meno di 1 su 3 ingrossa le fila dei Neet (30,7%). Non esiste un censimento dedicato al Parco Verde, ma dovete immaginarlo come un incubatore di difficoltà. Sappiamo che qui è più alta la dispersione scolastica, è più feroce la povertà, non c’è lavoro – e quando c’è lo gestisce un sistema criminale. Per conoscere il Parco non basta intrufolare furtivamente la punta del piede e poi ritrarla pensando di avere un quadro chiaro. “Questi sono i problemi, ecco le soluzioni”. Non basta

20,7%

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Alcune delle palazzine che compongono il lotto B fotografate da una delle finestre dell’IC Parco Verde 3

Uno dei punti d’incontro del Parco, deserto dopo le stese di camorra: le persone hanno paura di stare in strada

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la polizia, non bastano più controlli, non basta smantellare le piazze di spaccio. Non basta perché militarizzare il territorio non è una risposta. E ancora: siamo sicuri di aver compreso la domanda? La domanda Nelle ultime settimane nel Parco sono arrivate le volanti di carabinieri e polizia. E dopo la visita della premier Meloni, il Parco si è svuotato: le persone si sono barricate in casa. Ora il silenzio ha tappato gli spazi, li ha compressi: l’isola si è trasformata in una bolla. Arriviamo al Parco Verde la mattina successiva a una “stesa”, l’espressione napoletana che indica i raid intimidatori che i clan della camorra compiono per terrorizzare e controllare il territorio e lanciare messaggi di morte alle bande rivali. La sera prima un gruppo di giovani armati di pistole e kalashnikov, in sella a motorini, ha setacciato le strade del Parco e sparato colpi di arma da fuoco in aria. Arriviamo al Parco pochi giorno dopo la visita della premier Meloni e dopo un blitz delle forze dell’ordine: 400 uomini, tra carabinieri, polizia di Stato e guardia di finanza, per un’unica retata e un variegato apparato di supporto: dai cani agli elicotteri, dai vigili del fuoco – con le autoscale per irrompere dalle finestre – alla polizia metropolitana. «Oggi è iniziata l’operazione di bonifica del Parco Verde di Caivano», aveva dichiarato la premier sui social annunciando l’inizio «di quel lungo percorso che il Governo si è impegnato a portare avanti per ripristinare legalità e sicurezza». Da 16


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quell’operazione, più mediatica che altro, sono state recuperate poche migliaia di euro, qualche arma, e diversi grammi di hascisc, cocaina e marijuana. Un “bottino” misero considerando che il Parco è una grande piazza di spaccio. Arriviamo al Parco Verde dove gli abitanti si sentono osservati come animali in gabbia. Sono giorni in cui pochissimi vogliono parlare e questo è un luogo dove si comunica, più che altro, in un’altra lingua, che non è solo quella del dialetto napoletano. E allora per essere pronti ad ascoltare la domanda di chi nel Parco vive bisogna entrare, prima di tutto, spogliati dai giudizi.

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Gli abitanti Alfredo, Anna, Enzo, Giusi, le mamme del Parco. Ma chi sono le persone che abitano queste strade? Siamo andati a conoscerli. E tutti chiedono la stessa cosa: servizi, attenzione da parte dello Stato, lavoro e possibilità di futuro per i loro figli *Gran parte delle interviste sono state fatte in napoletano, la prima lingua di molti abitanti del parco. Nella maggior parte dei punti le abbiamo tradotte in italiano per aiutare il lettore nella comprensione, cercando di rimanere fedeli il più possibile alle espressioni originali. 18


VOCI DA DENTRO

→ VOCI DA DENTRO

Non ci serve l’esercito, ci servono lavoro e socialità — È l’inizio dell’anno scolastico e le mamme sono feroci: «E noi siamo gli zingari? Ho fatto il giallo (mi so’ spaventata dopo la stesa dell’altra sera). Mio figlio viene bullizzato dal resto del paese solo perché è del Parco Verde». E ancora: «Stamattina è una brutta giornata, ho mia figlia buttata da un anno a casa con mia madre (mia figlia è un anno che rimane a casa con la nonna) e la scuola non è agibile». Questi sono solo alcuni dei frammenti urlati dalle mamme del Parco. Quando dicono che la scuola non è agibile si riferiscono al plesso dedicato all’infanzia dell’istituto comprensivo 3 Parco Verde. Quella stessa mamma entra in una delle aule e stacca con rabbia i disegni dal muro, come se volesse cancellare una realtà che l’avvilisce. Quello che rimane di quella carta stropicciata rimarrà sul pavimento: «Se li sta mangiando la polvere questi disegni, sono degli anni Ottanta, ma vi pare cosa? (Ma vi sembra possibile?)». C’è polvere tutt’attorno e l’aula è in penombra. Un filo attraversa la stanza, e da lì cadono i festoni di una qualche ricorrenza che non si riconosce più. Chi dovrebbe occuparsi di ristrutturare il plesso? Il comune di Caivano, ma non lo fa. Perché in questa scuola dentro il Parco ci vanno solo i bambini del Parco. I figli delle famiglie 19


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caivanesi qui non entrano. Ecco un’altra voce ancora: «A volte ci ha tutelati più la camorra che lo Stato. I figli nostri sono stati privati di qualcosa. La legge non ci ha tutelato quasi mai. Siamo noi mamme, noi mamme, che scendiamo e facciamo il casino quando succede qualcosa. Delle cose del sistema però (la camorra ndr) non voglio parlare». Tutte vogliono restare anonime, per paura di essere fraintese, quando raccontano la loro verità. Anche lei vive nel Parco e ha paura che un colpo sparato in aria possa colpire una persona che con quei proiettili non c’entra niente. Come uno La legge non ci ha dei suoi figli. tutelato quasi mai. Delle cose «Noi mamme del Pardel sistema però (la camorra co ci siamo sempre, lottiandr) non voglio parlare mo sempre per i diritti dei Le mamme del Parco Verde nostri figli: non mi ricordo un anno dove la scuola è iniziata senza problemi. Qui ci sono persone infami, ma anche lavoratori per pochi spicci. Non paghiamo la pigione (l’affitto). Il verde che ci sta lo curiamo noi e teniamo le case fatiscenti, che se ne cadono a pezzi. Per la scuola facciamo la colletta e compriamo pure la carta igienica e i detersivi. Ce mettimm paura e sta miezz a via cu ‘e creatur. Chi ce vo bene fallisce – Abbiamo paura di stare per strada con i bambini, chi ci vuole bene, fallisce».

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Palazzine del Lotto C, le più riconoscibili del Parco Verde, si vedono dalla superstrada che attraversa l’area a Nord di Napoli

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Dove non c’è stato lo Stato ha risposto la Camorra La storia del Parco Verde è diventata anche una storia di criminalità organizzata, un posto che la camorra si è mangiato pezzo dopo pezzo. E dove ha costruito un’impalcatura criminale sullo spaccio di droga. Nei momenti peggiori le piazze sono arrivate a 12, e nel Parco si trovava di tutto. Di giorno e di notte: l’andirivieni di chi doveva comprare le sostanze, è stato un movimento incessante, continuo. Come una processione di disperazione e la disperazione è venuta anche a chi, con quel sistema – ovvero la quasi totalità delle persone che Il verde che ci sta lo nel Parco vive – non c’encuriamo noi e teniamo le case tra assolutamente niente. fatiscenti, che se ne cadono a Mettere insieme un’impezzi palcatura criminale signiLe mamme del Parco Verde fica che i ragazzi invece di andare a scuola e per pochi euro, diventano vedette sui palazzi, significa che in un appartamento di un piano basso si vendono le siringhe, e magari in quello di fianco i lacci emostatici, che servono per vedere meglio la vena dove si inietta la sostanza, significa anche che i bambini del Parco per anni, in mezzo a quelle siringhe dei tossicodipendenti buttate tra le aiuole, hanno giocato. Significa anche che gli adolescenti – in mezzo al deserto della povertà – sono cresciuti credendo che quel modello, un modello criminale, fosse l’unico forte, l’unico possibile, l’unico dignitoso. 22


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Perché la povertà fa pure questo: esclude, la ricchezza invece no, quella include. Neanche quando è finta. G. è una ragazza di 24 anni, gli occhi verde acqua chiarissimi, la pelle diafana e la voce sottile, sottile, sottile. Parla poco e quando lo fa sembra che sussurri. «Sono nata qua, nel Parco. Da quando sono nata non sono mai uscita. Non solo fuori dal Parco, ma anche dentro il Parco. Sono stata quasi sempre a casa, abito con mia mamma e mio padre. Vivere qua è diciamo bene, non tanto bene forse». Per capirla bisogna fare uno sforzo di attenzione e anche lei lo fa: è come se non fosse abituata all’altro. Non ha finito le scuole, si è fermata alla terza media. «Sai il quartiere è un po’ difficile. Mi piacerebbe tanto vederlo un po’ diverso». Cosa non ti piace? «Eh sono tante cose». Hai paura? «Io non esco mai, ora la mattina vengo in questa associazione (si riferisce all’associazione Un’infanzia da Vivere, la raccontiamo nel capitolo 3 ndr) e cucino, poi torno a casa. Neanche prima uscivo, infatti non ho amiche». Non riprenderai a studiare? «No». Dai container alle case Le prime 600 famiglie che hanno abitato il Parco Verde di Caivano arrivavano dai campi per terremotati, dove hanno vissuto per diverso tempo nei container. I campi si chiamavano Mianella 1 e Mianella 2 a Miano, e poi c’era un terzo campo a San Pietro a Patierno, tutti nella periferia nord della città di Napoli. Oggi chi abita gli appartamenti del Parco Verde paga una 23


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Alfredo Gilardi. «Quando siamo arrivati le strade non erano asfaltate, le fogne non funzionavano...»

G., 24 anni. Si è fermata alla terza media, ma a chi gli chiede se ritornerà a studiare risponde: «No»

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cifra simbolica per l’affitto, più le spese di gestione. Da quando la camorra ha invaso il Parco si è diffusa sempre più una compravendita informale delle case. Se questo è stato possibile è perché negli anni nessuno ha fatto un censimento sul numero di abitanti reali e su quello degli appartamenti disponibili. Molti sono stati occupati abusivamente, nuove famiglie messe lì dal “sistema” (la camorra) si sono stabilite nel Parco. O più semplicemente quegli appartamenti sono diventati depositi di armi e droga. C’è una sentenza della Corte dei Conti che ha condannato sei ex funzionari e amministratori del Comune di Caivano a risarcire il Comune stesso per un milione di euro perché per anni non hanno riscosso l’affitto di 422 appartamenti del Parco. L’abusivismo è comunque rimasto invariato. «Perché non siamo mai andati via?». Quando i genitori di Alfredo Giraldi sono arrivati la prima volta nel loro appartamento del Parco Verde, al terzo piano di una palazzina del lotto C, il giorno della firma del contratto, hanno baciato i muri. Lui questa cosa non la sapeva, l’ha scoperto solo qualche mese fa, dopo la morte di suo padre Federico. Alfredo ha 51 anni, è un attore e burattinaio, fondatore della compagnia teatrale “La Carrozza d’oro”. Al Parco Verde è arrivato la mattina del 24 dicembre 1985, la Vigilia di Natale. «Il racconto del bacio a quelle quattro mura», racconta Alfredo, «in un Parco dove ancora non c’era niente, mancavano anche le fogne – i tombini erano così alti che noi ragazzi li usavamo come pali 25


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delle porte per giocare a pallone io non l’ho capito subito». Per trovare le ragioni di quel gesto bisogna ripercorrere la storia dei suoi genitori che già adulti, a causa del terremoto e per diversi anni, hanno vissuto da sfollati in un campo di terremotati. «Prima del terremoto vivevamo in un appartamento delle zone di Porta Capuana, a Napoli. Dopo il terremoto casa nostra è stata dichiarata inagibile. Per un breve periodo abbiamo vissuto in un basso (piccole abitazioni di uno o due vani poste al piano terra, con l’accesso diretto sulla strada) della Quando mia madre città. Poi abbiamo occue mio padre sono arrivati pato un’aula scolastica e al Parco Verde, hanno baciato dopo qualche mese ci fu le pareti della loro nuova casa» assegnato un container in Alfredo Gilardi un campo per terremotati, il campo Mianella 1. Vivevamo in quattro in un container che d’estate era caldissimo e d’inverno freddissimo». Ma Alfredo era felice: «Mia mamma non ce la faceva più a stare così, ma io quella stanchezza non la percepivo. Ero solo un bambino e il campo dove stavamo era pieno di ragazzi come me, si stava sempre all’aria aperta a giocare insieme, all’inizio anche stare nel Parco era bello». Nella casa di Alfredo, dove vive con sua mamma, pile di documenti stanno ordinate sul tavolo della cucina: «Sono di mio padre. Lui conservava tutto. A casa mia si organizzavano riunioni tra noi 26


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condomini, e da queste riunioni è nato il Comitato Rionale Assegnatari Alloggi legge 219, che nel 1989 ha cambiato nome in Azione Popolare Organizzata. Mio padre è stato uno dei fondatori del Comitato: avevamo una casa, avevamo lottato per averla, ma l’impegno non poteva finire lì. Quando siamo arrivati le strade non erano asfaltate, i contatori dell’elettricità non erano allacciati, le fogne non funzionavano. E, mentre lottavamo per i nostri diritti, dovevamo imparare a conoscerci come nuovi vicini. Nel Parco sono finite persone e famiglie che arrivavano da campi per terremotati diversi. C’era diffidenza tra noi e anche diffidenza tra noi e chi abitava a pochi metri da noi, nelle palazzine dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Quando siamo arrivati siamo stati isolati, gli abitanti delle palazzine dell’Iacp, palazzine che si trovavano dall’altro lato del viale che costeggia il quartiere: tra noi e loro è stato costruito un muro». Le case che cita Alfredo sono le stesse dove sono avvenuti terribili fatti di cronaca come l’uccisione di Antonio Giglio, un bimbo di quattro anni buttato giù da un balcone, e Fortuna Loffredo, morta allo stesso modo. «Quelle palazzine esistono ancora», dice Alfredo. E la convivenza continua ad essere difficile. «Sul Parco ci sono tante storie. Io sto tentando in ogni modo di far sì che passi quella vera: com’è nato, chi ci viveva all’inizio. Sono storie di persone che hanno lottato per avere una casa, che hanno lottato per vedere l’acqua scorrere dai rubinetti delle loro cucine. E quando mi chiedono “Perché è arrivata la Camorra?” Io dico che è arrivata non per riempire, ma proprio per 27


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occupare un vuoto: quello dello Stato. Quando lo ha fatto? Se dovessi indicare un momento preciso, direi, più o meno, nella metà degli anni Novanta». Alfredo per qualche anno ha collaborato con il Centro di Cultura Popolare, un gruppo di donne che si auto finanzia e organizza il doposcuola per i bambini del Parco. «Qui non si riesce a fare rete», dice. «I Comitati dopo qualche anno si sono sciolti e sono cresciute le diffidenze tra lotto e lotto, anche tra gli stessi vicini di casa». Il Parco Verde è diventata una matassa aggrovigliata. E forse la richiesta di chi ci vive non è quella di riempire l’aria con le sirene delle volanti, ma quella di essere aiutati a sistemare i fili. Enzo e Anna Entriamo in una palazzina del Lotto A, saliamo fino al secondo piano. Le pareti delle scale sono dipinte di blu e bianco. Il blu è diventato chiaro, il bianco sporco. Le pareti sono scheggiate, e di tanto in tanto in tanto, si vedono le crepe che stanno spaccando i muri. Alla fine della seconda scala, sulla sinistra, si apre la porta della casa di Anna e Enzo. Una casa curata: «Qua dentro ha sistemato tutto mia moglie, li ha fatti lei i lavori, con le mani sue», sorride Enzo, 74 anni. Quella sua e di Anna è una casa dai colori caldi, una casa accogliente, come loro. Enzo è nato a Santa Lucia, un quartiere di Napoli: «Non mi sarei mai spostato da Napoli, mai», dice. «Questo posto non ha mai offerto niente. Che ci sta? Nu bar, na chiesa, due magazzini, una salumeria e basta. Da qualche anno qualcosa sta nascendo nella zona, 28


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Enzo, 73 anni: «Secondo me tutti sti carabinieri non servono proprio a niente. Stanno consumando solo la benzina»

L’ingresso del plesso della scuola dell’infanzia IC3 Parco Verde. Le mamme durante il primo giorno di scuola dei figli

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ma dall’altra parte della frontiera (si riferisce agli spazi esterni al Parco Verde)». Enzo quella che ancora chiama “casa mia” (si riferisce alla città di Napoli ndr) l’ha dovuta lasciare dopo il terremoto dell’Irpinia. Ormai sono 37 anni che vive nel Parco Verde. «Siamo arrivati qua il 27 febbraio del 1987, e quando so arrivato qua la strada per andare a Napoli neanche la sapevo. All’inizio eravamo poche famiglie, forse cento. Non mi voglio vantare», sottolinea. «Ma qua ci sta la maggior parte La gente alla mattina della gente che la mattina scende alle sei per andare a scende alle sei per andalavorare, non siamo come ci re a lavorare, non siamo descrivono» come ci descrivono. Io ho Enzo, 74 anni lavorato al Palazzo di giustizia di Napoli, da quando lo stavano costruendo fino a quando sono andato in pensione, sono un tubista industriale, in pratica un idraulico». “Non siamo come ci descrivono” lo ripete due volte. «Noi una storia non la teniamo, il Governo si è scordato che esistiamo, siamo stati abbandonati. Mo stiamo vedendo tutti ’sti carabinieri», e mentre lo dice indica il balcone che dà su una via del Parco dove sono ferme due pattuglie. «Ma secondo me tutti ’sti carabinieri non servono proprio a niente. Stanno consumando solo la benzina. Una, due, tra, quattro, cinque macchine ferme 30


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a un posto, so’ soldi buttati. Stanno sbagliando secondo me, non si fa così. Non ci serve questo». Enzo, fino a quando è esistito, è stato una presenza attiva del Comitato Azione Popolare Organizzata. «Volevamo le strade fatte bene, i mezzi pubblici per spostarci, le scuole funzionanti per i nostri figli. Io e Anna ne teniamo tre». I figli di Enzo e sua moglie Anna, che ha 70 anni, non sono nati nel Parco ma qui sono cresciti. Entrati avrebbero voluto prendere i loro tre figli e andare via. «Potevo andare via? Eh cert sarei voluto andarmene, ma non c’è stata la possibilità». E così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, hanno continuato e provato a costruire con il poco che avevano. Seguire una strada, la loro, senza lasciarsi agguantare dalla criminalità che gli stava attorno. Ma non è stato sempre facile: «Sopra di noi fino a qualche tempo fa abitava un delinquente», racconta Enzo. «Comandava lui. Non un delinquente qualunque, ma uno delinquente delinquente, uno fetente. Perché non tutti i delinquenti sono uguali. A me qualcuno mi ha sempre rispettato perché sono un operaio, io non volevo avere niente a che fare con loro, e loro mi lasciavano stare. Ma quello di sopra non era così. Ventidue anni fa, me lo ricordo come se fosse ieri, io stavo sul letto e mia moglie a casa di una sua amica. Mia figlia era seduta in cucina, le finestre erano aperte. Bell e buon (all’improvviso ndr) due colpi di proiettile sono entrati in casa mia, uno ha sfiorato la testa di mia figlia. Non erano per noi quei colpi, erano per il delinquente del 31


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Parco Verde, palazzine del lotto A, nei viali del Parco c’è poca gente: troppa l’attenzione mediatica delle ultime settimane

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piano di sopra. Poi, poco dopo, quel delinquente ebbe un avvelenamento di piombo in testa (fu ammazzato con cinque colpi di pistola alla testa, ndr). La sera che mia figlia ha rischiato di morire mia moglie aveva cucinato pasta e cavoli, ma la pentola rimase piena sui fornelli. Quella sera nessuno mangiò». «Io ti direi così», spiega Enzo. «Qui siamo seimila. 400 so i malament, poi ci sta qualcuno che strizza l’occhio alla camorra. Ma tutto il resto siamo brave persone». Anna e Enzo stanno insieme dal 1967: «Lo sopporto da 54 anni», dice Anna. Che non si lascia fotografare perché dice, «no p favor, so brutt e vecchia (no, per favore, sono brutta e vecchia ndr)». Invece non lo è: ha gli occhi di ghiaccio e la pelle chiara, ha origini croate. Aveva 12 anni quando lei e Enzo si sono incontrati, lavoravano nella stessa via, lei faceva la sarta: «da quando l’ho conosciuto ho iniziato a far tutto cos malamente (ho iniziato a fare tutto male ndr), ho pure iniziato a fumare», sorride e si accende una sigaretta. Per risparmiare le sigarette le fa Enzo con il tabacco sfuso, le chiude con una cura meticolosa. Poi le conserva in un portasigarette color argento, come quelli di una volta. Anna è una figura chiave di questa famiglia, Enzo ha sempre lavorato e i figli li ha cresciuti lei. Una è tornata a vivere a Napoli e due sono rimasti qui. «Siamo un guaio noi genitori», dice. «Non se ne vanno un po’ per i soldi e un po’ per non lasciarci soli, perché siamo vecchi». Poi ci sono i nipoti: «qualcuno va a scuola, qualcuno non ci va. Ma io ho insistito fino alla fine con loro, 33


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studiare è importante. L’intelligenza serve. Ma con chi non lo vuole fare come faccio? Gli apro la testa? Però se non vanno a scuola devono lavorare con onestà, perché senza far niente non si può stare: né le femmine né i maschi». Anna, che si vergogna perché dice che non sa parlare in italiano, dà invece una lezione di educazione e lucidità che manca. Che fare per i ragazzi e le ragazze del parco? «Che fare con loro? Niente. Dobbiamo fare qualcosa con i genitori. Se le cose nel cervello non se le mettono le madri e i padri sti figli che possono imparare? Qua ci dobbiamo unire per aiutare i genitori a fare i genitori, e Se le cose nel cervello se i genitori fanno i geninon se le mettono le madri tori aiutiamo pure i figli». e i padri sti figli che possono E poi ricorda il fatto di imparare? cronaca delle due cugine Anna, 70 anni violentate che sono state allontanate dai genitori, una decisione presa dai servizi sociali e dai magistrati che indagano sulla vicenda. «Ma se la mamma si ubriacava», dice Anna, «chi aveva più bisogno: la mamma o la figlia?. Se o pat si droga (se il padre si droga ndr) chi aveva bisogno prima il padre o la figlia?». E con alla mano un esempio reale, molto concreto, Anna descrive che significa essere lasciati soli. E, nel Parco Verde di Caivano, tante famiglie sono lasciate così. «Se non sono controllati i figli è logico che aprono la porta e scendono. Ma quando scendono tu gli devi chiedere “ma aro’ vai?” (Ma dove vai? Ndr). I figli li 34


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dobbiamo portare a scuola prima di tutto, in chiesa, gli dobbiamo far fare i compiti il pomeriggio: ma se non ci mettiamo vicino noi genitori, chi si deve mettere. Io so’ ignorante, per fargli fare sempre i compiti vicino ai figli miei si metteva mio marito, che parla meglio». C’è una lucidità in Anna, una foga del racconto che spiazza e la rende ipnotica. Mentre i figli di Anna e Enzo diventavano grandi, hanno iniziato a crescere le richieste di spese, lei ha fatto così: «Ho preso il mensile (lo stipendio ndr) di mio marito, ho chiamato i miei tre figli e ho sparso i soldi sul tavolo. Poi ho detto: “Questi sono i soldi che guadagna vostro padre. Questi servono per le bollette, questi per la spesa perché dobbiamo arrivare a fine mese per mangiare”. E loro mi hanno risposto: “Mamma e non andiamo a villeggiare?” E io gli ho detto “Eh no, noi non ci possiamo andare perché i soldi questi sono”. Però li portavamo al mare avanti e indietro con la macchina d’estate. E abbiamo dato l’esempio di una vita in onestà, senza imbrogli. E quando andavamo al mare io dicevo a mio marito “accatt o gelat e creatur” (compra il gelato ai bambini ndr), perché i bambini il gelato d’estate se lo dovevano magiare. Ma io e lui invece il gelato non ce lo siamo mai mangiato». Anna adesso fa la stessa cosa con i nipoti: «Io non mi faccio le mani, non vado dal parrucchiere. E quella volta che ho dieci euro in più la do a turno a una delle mie nipoti, perché è più giusto che le mani se le fanno loro, che dal parrucchiere ci vanno loro. La soddisfazione mia sono loro, ma devono capire, quello che si può fare e quello che non si può fare, senza sbagliare strada». 35


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Comme nu sciore a marz F. ha 21 anni, è nato nel Parco. È poco più che maggiorenne, ma sembra un uomo, perché qui si cresce prima. La sua vita è il risultato delle scelte che non ha fatto. Poteva diventare un soldato della camorra, e non lo è diventato. Poteva provare a fare soldi facili con lo spaccio, ma quei soldi facili non li ha voluti, poteva essere impiegato come vedetta sui piani più alti dei palazzi e avvisare gli altri quando qualcosa andava storto. Poteva continuare gli studi ma lui: «A scuola non sono mai andato, ho sempre lavorato da quando avevo 14 anni, avevo bisogno di lavorare, ma un lavoro onesto». Racconta di come fino a poco tempo fa al Parco Verde ci fosse un business milionario che si reggeva sullo spaccio della droga, quel business ancora c’è, ma ora è più deboSono un ragazzo libero, ho le. «Nella mia famiglia», sempre lavorato onestamente. ci tiene a sottolinearlo, Cerchiamo un futuro migliore al «siamo tutti lavoratori di là di questo muro» sani. Mio padre a 60 anni F. 21 anni, nato nel Parco Verde faceva ancora il muratore e saliva sulle impalcature. E cerchiamo un futuro migliore al di là di questo muro». Ma al di là del muro quelli del Parco Verde come lui non sono visti bene, e quindi lui resta qui e si arrangia come può. «A restare resto», dice. «Anche perché da che cosa devo scappare? Da niente devo scappare, io sono libero di scendere e di salire (e 36


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qui il riferimento è al fatto che la criminalità organizzata non lo infastidisce ndr). Sono un ragazzo libero perché ho sempre lavorato onestamente. Dalla mattina fino alla sera. Sono ignorante sì, ma sono un ciuccio di fatica (lavoro tanto ndr) ho le mani di ferro». Il Parco Verde «non è solo quello che si pensa da fuori. Tiene un sacco di problemi, ma qua siamo tutti brava gente. Spero in un futuro migliore, ma non solo per me, pure per gli altri che ci vivono. O problema sai qual è? (Il problema sai qual è? ndr)». Quale? «È che siamo diventati una notizia. Ogni cos è paglia po’ fuoc (ogni cosa è paglia per il fuoco ndr). Io lo so qua dentro c’è futuro, solo che ancora add sboccià (solo che ancora deve sbocciare ndr). È comme nu sciore a marz (questo futuro è come i fiori nel mese di marzo, quando ancora non sono sbocciati ndr). E sai come sboccia? Ai giovani gli serve un lavoro, un lavoro onesto. Io ho scelto di camminare sulla linea bianca per non sbagliare. Ma mi dispiace sempre come si considera il Parco, mo c’hann mis pur nu decret (ora hanno anche fatto un decreto con il nome Caivano ndr). E in che consiste sto decreto? Ce menan a merd p cuoll (ci buttano la merda addosso ndr). E che siamo etichettati? Questa cosa non l’accettiamo. Nuj simm gent normale, nun simm animal (noi siamo gente normale, non siamo animali ndr).

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Il sociale Da diversi anni a provare a rispondere all’assenza di servizi e dello Stato ci sono le realtà del Terzo settore. Ma loro da sole non ce la fanno e chiedono il supporto dello Stato e delle scuole

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Una strada per uscire — Ma chi lo annaffia questo fiore? Bruno Mazza, quando si muove, letteralmente taglia l’aria. E si muove spesso, sembra in affanno. Lo sa che quando si resta fermi, le cose possono andare solo male. Bruno ha 42 anni, è un ex spacciatore, un ex detenuto. Bruno parla veloce, e parla tanto. Come chi ha la foga di dire, la paura di non dire abbastanza, a tratti anche la paura di non essere capito. Non è altissimo, ma in una stanza chiusa, come nei viali del Parco Verde, quando c’è, la sua presenza si percepisce. Ha la pelle abbronzata di sole, le mani ruvide, doppie, come quelle degli operai e dei contadini, e in effetti oggi fa un po’ entrambi: semina germogli di futuro e un mattone alla volta rompe il muro invisibile tra dentro e fuori il Parco Verde. Ha gli occhi nocciola brillanti Bruno, e un sorriso che non si piega. «Io sono nato a Napoli, nel Rione Sanità», racconta. Mazza quando parla adatta il napoletano all’italiano. «Dopo il terremoto ci hanno portati qua, doveva essere una soluzione provvisoria. Le strade non erano asfaltate, le case non avevano ancora le finestre, eravamo piccoli, non c’era niente, e dovevamo vivere la noia». Mazza dice proprio così: “vivere le noia”. E la sua, e dei tanti come lui, l’ha riempita la criminalità organizzata. «Non dovevamo essere lasciati da soli, nelle strade. Lasciarci da soli, a 39


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me e ai ragazzi come me, ha segnato i nostri anni successivi: io, per esempio, sono entrato e uscito di galera». Mazza continua il suo racconto: «Mio padre muore nel 1992, e a 12 anni inizio a fare i primi furti. Nel 1996 nel parco arrivò un boss di camorra dai quartieri spagnoli di Napoli. Voleva prendere tutte le piazze di spaccio. A noi ragazzi un po’ così, ci chiamava ”i coraggiosi”, ci avvicinò così e noi di quelle piazze che il boss voleva diventammo gli spacciatori, io il suo braccio destro: sì, sono stato il braccio destro di un boss». Nel 1998 Mazza viene arrestato: «La polizia mi fermò per strada, avevo una pistoLasciarci da soli, a me e la addosso. Dovevo fare ai ragazzi come me, ha segnato i una “stesa” (ammazzare nostri anni successivi: io sono una persona ndr) per un entrato e uscito di galera» pareggiamento di conBruno Mazza, 42 anni ti di camorra. Per fortuna quella persona non l’ho mai trovata. Dopo l’arresto vengo portato a Poggioreale per la detenzione». Mazza racconta la sua storia, va avanti e indietro nel tempo, poi ritorna alla pre adolescenza: «Mio padre è morto quando avevo 12 anni. Mia madre da sola non ce la faceva. Io e i miei fratelli eravamo difficili. Io la prima media l’ho ripetuta per sei volte, nessuno a scuola capiva che era difficile. Se penso a me, alla fine, dico che sono stato fortunato, avevo comunque una 40


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madre. Del gruppo dei miei 14 amici nessuno aveva i genitori. Erano tutti morti o tutti in carcere. Ma adesso anche i miei 14 amici sono tutti morti: assassinati o per overdose. Pure mio fratello è morto per droga, tutti qua muoiono per droga. Mi sono salvato perché in carcere mi sono avvicinato alla scuola, ho scelto di studiare. Nel mio Parco c’erano 12 piazze di spaccio e non c’era una farmacia. Oggi ci sono quattro piazze di spaccio e la farmacia non c’è lo stesso. Io ero un ragazzo difficile e anche per la scuola, a me e a quelli come me, era più facile farci stare fuori dalle aule che dentro, era più facile farci vivere il quartiere, che era una giungla piuttosto che tenerci in classe, protetti. Ma a me la scuola in carcere mi ha salvato. Lì ho capito realmente cosa fosse la libertà. E quindi da lì ho iniziato a vivere». Nel 2008 Mazza esce di galera, ci rientrerà comunque diversi anni dopo per finire di scontare una pena, ma quando è fuori si guarda attorno. E “quell’attorno”, non gli piace, non tanto per lui, ma per i nuovi bambini che sono nati nel Parco, e per gli adolescenti che erano bambini quando lo spacciatore era lui: «Ho fondato un’associazione», dice. «L’ho chiamata “Un’infanzia da Vivere”, l’ho fatto perché io, che sono stato deportato da Napoli a qui nel 1986, ho vissuto tutta la mia infanzia nel Parco, nell’osservanza di quello che era l’illegalità. Ho fondato l’associazione perché osservavo i bambini che iniziavano a fare le stesse cose che facevo io. Allora gli serviva quell’alternativa che non ho avuto io». 41


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“Nessuno resti solo”. Il murale realizzato con il sostegno di Fondazione Con il Sud, su una parete di una palazzina del lotto C

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Mazza la dice proprio così com’è: «Oh qua la criminalità ci sta, è forte, è potente. Si sente pure. Questo posto tiene una marea, ma una marea di problematiche. Però sentimi, siamo seimila, e la maggior parte delle persone vive nella legalità e la camorra la subisce e basta. Abitano nei palazzi dove si spaccia e sono in qualche modo segregati in casa. Per entrare nel loro palazzo devono usare il documento di riconoscimento. E qua dovete guardare le mamme, sono incredibili. Vogliono le scuole belle per i loro figli, si battono per i loro figli». Appena aperta l’associazione Mazza, insieme a qualche volontario, ha recuperato un campetto da calcio. L’ha ripulito dalle siringhe lasciate dai tossicodipendenti. «Le abbiamo raccolte con le mani. Avevamo i bustoni pieni». Oggi l’associazione ha una sede tutta sua, ovviamente dentro il Parco Verde. La struttura è comunale, che la lascia in comodato d’uso gratuito a Un’infanzia da Vivere. Una struttura a piano terra, alle pareti i disegni dei bambini. C’è una cucina professionale, e una sala comune grande, perché qua si mangia insieme. E infatti la porta dell’associazione rimane sempre aperta. Nel 2010 l’incontro con Fondazione Con il Sud ha dato linfa nuova al lavoro di Mazza, in qualche modo, non solo ne ha sostenuto economicamente i progetti, ma l’ha proprio organizzato. Ha messo ordine. Doposcuola per i bambini, tornei di calcio, corsi di cucina. Qui, nel Parco Verde, queste attività si caricano di un valore simbolico e concreto diverso. Qui, al Parco Verde, niente è scontato come fuori.

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Se l’isola diventa un arcipelago Da due anni e mezzo ad aiutare Mazza è arrivata Cristina Giordano, oggi è la responsabile dei progetti. Lei vive in un comune del napoletano e, a differenza di Mazza, non è cresciuta nel Parco. Quando è arrivata ha dovuto imparare un’altra lingua. Quella dei gesti che si fanno, come di quelli che non si fanno. Ha imparato anche la lingua dei “non detti”, perché pure il vuoto significa, è carico. «Siamo riusciti ad aggregare attorno all’associazione un gruppo di 50 tra bambini e ragazzi. E ciò significa che Tutti i progetti, per abbiamo anche un contatquanto belli, non bastano. Gli to particolare con le mamadolescenti che diventano adulti me. E qui è la loro figura hanno bisogno di un lavoro» Cristina Giordano che fa la differenza. Siamo in un contesto che rimane patriarcale, ma sono le donne la mente di tutto. E queste sono donne che, pur non avendo vite facili, sono partecipi, attente ai figli, non tutte, ma tante sì». C’è una barriera che l’associazione deve superare: «I ragazzi in qualche modo appartengono a questo Parco, è come se avessero delle radici profonde qui, radici che però gli abbassano lo sguardo: non riescono a capire, forse neanche ci credono, che fuori questo orizzonte c’è un mondo». L’approccio dell’associazione, soprattutto con i più grandi, è chiaro: «Questo è uno 44


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spazio, e questo spazio è per voi. Questo poi è anche uno spazio dove non esistono né giudizi né pregiudizi: per lavorare qui bisogna capire che dentro non è uguale a fuori, che la normalità non ha lo stesso significato ovunque, che la quotidianità pure non è eterogenea. È un micro mondo fatto di regole, linguaggi, contesto, educazione, mentalità». Una mentalità che se non cresci dentro non puoi capire. Ma per smontare un modello, di quel modello prima bisogna capire le cause, le ragioni. E soprattutto non fuori i giudizi. «Per noi, come associazione, una cosa è chiara», continua Giordano. «Dobbiamo fare un passo in più». Un’infanzia da Vivere organizza doposcuola, tiene corsi di cucina, di teatro, mette in piedi tornei di calcio, lavora agli orti sociali, fa sensibilizzazione sul territorio. Ogni giorno fa un passo avanti e ogni passo rappresenta “una cosa in più” per i ragazzi. «Ma», ammette Giordano, «tutti i progetti, per quanto belli, non bastano. Gli adolescenti che diventano giovani adulti hanno bisogno di un lavoro. Noi li agganciamo, gli mostriamo un’alternativa a quella che può essere la vita criminale. E poi? Poi serve che l’alternativa si concretizzi». Grazie al supporto di Fondazione Con il Sud, l’associazione Un’infanzia da Vivere, ha fondato una cooperativa sociale di tipo b, con l’idea di dare un lavoro ad ex detenuti e ai ragazzi più fragili del Parco Verde. La cooperativa si chiama “Nessuno resti solo” e vorrebbe prendere in gestione la cura del verde all’interno del Parco, che è una struttura comunale, pubblica, di tutti. «Solo il lavoro», dice Giordano, «solo il lavoro onesto, strappa 45


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Bruno Mazza. è un ex spacciatore e un ex detenuto. Poi cambia vita e nel 2008 fonda l’associazione Un infanzia da Vivere

Il Il dettaglio di un proiettile che ha colpito una delle finestre dove ha sede l’associazione Un’Infanzia da Vivere

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i ragazzi da un certo tipo di mentalità, una mentalità che è una vera trappola. Ma non parliamo solo di una retribuzione economica giusta, che comunque rimane fondamentale, ma anche del fatto che il lavoro ti dà dignità perché ti permette di conoscere i tuoi talenti, le tue capacità, te stesso, e quindi anche i tuoi limiti. Questi sono ragazzi abituati a vivere in un agglomerato, come se fosse una riserva. Sono abituati a un certo linguaggio, a un certo modo di vedere la vita. Loro fuori da questo posto si sentono inadeguati, incapaci. Quindi affidargli un lavoro significa anche prendere in carico la responsabilità di Sono bambini cresciuti portare avanti quel lavoin un contesto delicato. Non ro. E sviluppare un senso basta andare lì e dire “ecco di responsabilità è un alquesto campetto è per voi”» tro grandissimo obiettiAlessandro Petrillo vo». Nell’isola del Parco Verde anche l’associazione fondata da Bruno Mazza era un’isola. Ma poco alla volta sta diventando un arcipelago: «Prima c’eravamo solo noi, che però siamo nati qui», dice Giordano. «Negli ultimi anni invece, anche associazioni che non hanno la sede dentro il Parco, hanno deciso di entrarci dentro». La bellezza necessaria Se non si ha “dimestichezza” con il Parco Verde forse non si coglie fino in fondo il valore simbolico di una realtà come 47


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Un’infanzia da Vivere. Il Parco Verde è un buco nero, che risucchia. E per fermare questo vortice bisogna cambiare paradigma e passare dalla criminalità alla bellezza. Dall’assenza alla presenza. Non è un caso che il murale apparso in uno degli ingressi del Parco, su una parete della palazzina del lotto C, si chiami “Nessuno Resti Solo”, come la nuova cooperativa nata. Quel murale è un segno, un promemoria. L’opera è stata commissionata da Fondazione Con il Sud, l’ha realizzata l’artista palermitano Igor Scalisi Palminteri. La bellezza qui è necessaria. E “La bellezza necessaria” è anche il nome di un progetto, sostenuto da Fondazione Con il Sud, che vede come assocazione capofila l’Unione Italiana Sport per tutti–Uisp Campania, insieme ad altri partner, tra cui Phoenix Caivano, Pallacanestro Jirafa Caivano, l’associazione Patatrac, e certamente anche Un’infanzia da Vivere. Attraverso il progetto è stato riqualificato un campetto in via dei Tulipani, all’interno del Parco. Alessandro Petrillo è il responsabile di tutta l’iniziativa: «Quando siamo arrivati», racconta, «quella zona di Parco era una distesa di cemento abbandonata». Petrillo si muove con dimestichezza tra le vie del Parco. La vocazione dell’associazione Uisp è chiara: lo sport come strumento di integrazione, educazione, supporto. Ma qui è tutto diverso: «Sono bambini cresciuti in un contesto delicato. Non basta andare lì e dire “ecco questo campetto è per voi”. Potete giocare a calcio, basket, tennis o pallavolo. Non basta alzare la mano e ricordargli che la legalità è meglio dell’illegalità. Perché tu sei “l’estraneo che arriva da fuori” e 48


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La Bellezza Necessaria. È il nome del progetto che ha come capofila Uisp Campania. Nella foto gli educatori

Il campetto. L’area è stata riqualificata grazie al progetto sostenuto da Fondazione Con il Sud

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che poi se ne va». Però questi estranei che sono venuti da fuori l’hanno fatto pieni di dedizione. Titti è un’allenatrice di pallavolo: «Qui funziona così: lo Stato è il male, il sistema (la camorra ndr) viene spesso percepito come il bene. Noi la guerra al sistema non la possiamo fare, e neanche loro la possono fare, sono bambini. Noi possiamo fare un’altra cosa, a prescindere dagli sport, dai tornei, a prescindere da tutti progetti. Noi possiamo dire: “io sto qua, e ci sto per te”. Che sembra scontato, ma non lo è». Il gruppo che durante i pomeriggi partecipa alle attività sportive va dai sei ai tredici anni. «Quando mi hanno vista per la prima volta mi hanno riempita di domande, per questi bambini chi non vive nel Parco, ed entra nel Parco, è sempre una novità: “come ti chiami?”, “quanti anni hai?”, “perché stai con noi?”. E “Ma poi torni?”». È su quel “poi torni” che si costruisce una relazione. «A questi ragazzi non sfugge niente, non può sfuggire niente, nel bene e nel male. Se alle attività non manca mai nessuno è perché loro lo sentono che quando noi educatori siamo la, la nostra attenzione è per loro, al cento per cento. Poi lo strumento dello sport ci aiuta non ad imporre, ma a raccontare le regole, a viverle». Ma anche qui non basta: «Non stanno tutto il tempo con noi, noi abbiamo solo una parte del lavoro, solo una parte di responsabilità. Solo lo sport non serve, serve invece accompagnare questi giovani genitori, a volte giovanissimi, a crescere insieme ai loro figli».

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Il progetto Oceani in costruzione Bruno, Cristina, Titti, Alessandro. E ancora Alfredo, Anna e Enzo, ripetono spesso, anche se in modi diversi, lo stesso concetto: “Qua bisogna prevenire”. Perché prima si inizia con una narrazione diversa, prima quella narrazione – se io la vedo da subito davanti ai miei occhi – diventa credibile. I bambini non capiscono? No, fanno ancora di più: i bambini sentono. Sentono tutto. Il progetto Oceani in Costruzione, selezionato dall’impresa sociale Con i bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, e proÈ come se anche i palazzi, mosso dall’associazione le costruzioni, le strade Traparentesi, propone larimandassero a un bisogno di boratori di teatro e arte teintervento» rapia, e ora sta lavorando Viviana Sannino per aprire, entro il prossimo anno, una ludoteca pomeridiana per famiglie residenti dell’area del Parco Verde, per i minori da zero a sei anni, che sarà gestita dall’associazione Un’infanzia da Vivere. Viviana Sannino è una delle formatrici dell’associazione La Bottega del Liocorno, partner del progetto. «Per noi è fondamentale lavorare con scuole e famiglie», racconta. «Ci siamo presentati, gli abbiamo detto cosa volevamo fare. Ma prima bisogna che chi entra nel Parco capisca davvero cosa manca». Che manca? «La sensazione che io ho avuto era davvero di povertà, ma non solo di povertà economica. È come 51


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se fosse tutto spoglio, come se anche i palazzi, le costruzioni, le strade rimandassero a un bisogno di intervento. Questo Parco mi è sembrato un terreno aridissimo, un terreno che ha bisogno di tantissima acqua per far germogliare le piante, per far crescere i fiori. E l’acqua qui è anche il lavoro del Terzo settore, ma ancora di più la continuità di questo lavoro». Sannino ricorda un momento preciso: «Era la scorsa estate», racconta. «Stavamo facendo un laboratorio per bambini fino ai sei, sette anni. Più che un laboratorio era un gioco per la stimolazione sensoriale. Poi è arrivato un gruppo di bambini un po’ più grandi. “Volete giocare anche voi?”, abbiamo chiesto. “No, no. Questa è una cosa da piccoli”, hanno risposto così. Ma quel gruppetto era fatto da ragazzini che non raggiungevano gli undici anni. Però non sono andati via, guardavano come ipnotizzati. Poi hanno detto: “Abbiamo cambiato idea, possiamo giocare pure noi?”. Qui le fasce d’età si sovrappongono spesso, era evidente che quello fosse un gioco da bambini più piccoli che però comunque interessava anche bambini più grandi. Allora ci siamo chieste perché. Anche perché quello non era stato l’unico caso. Fino a quando rimaniamo nella fascia d’età fino ai sette anni, la risposta è coerente con quel target. Ma poi ci siamo accorte che le proposte per quella fascia d’età - come la pittura con le mani - interessavano anche i ragazzini più grandi perché per loro rappresentavano qualcosa di nuovo in cui sperimentarsi. Qui molto spesso età anagrafica ed età emotiva non 52


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corrispondono. C’è una regressione importante, si vede subito. Probabilmente perché quando mancano delle figure di riferimento solide, la parte emotiva non ha spazio per venire fuori e crescere». Le storie di questi bambini si somigliano tutte: «“tengo lo zio morto”, “mio padre sta in carcere”, “Eh mia madre non lo so che sta facendo”, “No, mio fratello a scuola non ci va”. Il Terzo settore è fondamentale, ma non basta mai. Serve il pubblico, servono le famiglie, serve anche un presidio psichiatrico, serva la scuola. Una cosa che ci raccontano è che “le Dobbiamo indicare una maestre cambiano semstrada diversa a questi ragazzi. pre”. Anche questo crea Ma da soli non bastiamo ci vuoti di riferimento nei servono le associazioni» minori».

Bartolomeo Perna

La mia scuola di trincea Qualcuno, invece, sono 19 anni che resta fermo, non va via. Si chiama Bartolomeo Perna, ed è il preside dell’Istituto Comprensivo Parco Verde 3, 650 alunni. Una scuola nata dentro il Parco. Una scuola che lui chiama “la mia scuola di trincea”. «Siamo in prima linea, insieme agli insegnanti. E non lavoriamo solo con i ragazzi, ma anche con le famiglie, o almeno ci proviamo. Dobbiamo indicare una strada diversa a questi ragazzi. Ma da soli non bastiamo. Ci servono le associazioni, lo Stato, 53


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Bartolomeo Perna. da 19 anni preside dell’istituto comprensivo Parco Verde 3, una “scuola di trincea”

Eugenia Carfora. preside dell’Istituto superiore F.Morano. La sua è una scuola che ambisce alla bellezza

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gli assistenti sociali». Questa non è “la scuola del Parvo Verde”, questa è una scuola del comune di Caivano. «Ma io un bambino del comune dentro le mie aule non l’ho mai visto, solo in pochi e rari casi. Qui, tra i tanti, c’è anche un problema di integrazione tra cittadini dello stesso comune, a volte anche tra abitanti di lotti diversi. Vi dovete immaginare il Parco Verde», continua, «abitato da persone che sono state strappate alla città di Napoli: “resterete qualche anno”, gli dicevano. Invece sono passati quarant’anni». È il progetto del Parco Verde che è stato pensato male, fin dall’inizio: «Se si potesse riavvolgere il filo?», è retorica la domanda di Perna, «il Parco non sarebbe dovuto nascere, almeno non così. Come si può concepire in quartiere dove raggruppi quelli che al tempo erano gli abbandonati tra gli abbandonati?». L’Istituto Comprensivo Parco Verde 3 è partner di quasi tutti i progetti attivati dal privato sociale: la scuola mette a disposizione le aule per i laboratori pomeridiani promossi dalle associazioni, le palestre per le attività sportive, il dialogo con Un’infanzia da Vivere è sempre aperto: «Bruno (Bruno Mazza ndr) sta sempre nel mio ufficio», sorride. Insieme ai suoi insegnanti, Perna i bambini prova a «prenderli casa per casa», dice proprio così. «Facciamo di tutto per completare l’iter di iscrizione alla scuola materna, se possiamo anche a due anni e mezzo. E poi proviamo a non perderli di vista. Ma la frequenza è problematica: vengono un giorno e poi due no». E le famiglie non sono 55


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tutte uguali: «Alcune», dice Perna, «alla scuola ci tengono. Per altre, invece, la scuola è una perdita di tempo perché poi alla fine il figlio deve crescere, arrivare a 16 anni, e “prendere il posto nell’organizzazione”». La risposta al perché per le organizzazioni criminali sia così facile arruolare ragazzi «è facile», spiega Perna. «I ragazzi e le ragazze del Parco Verde sono i figli di una mancanza e hanno fame». Ma Perna gli spiega: «Lo so che è facile mettersi su un motorino con una bustina di droga in mano e consegnarla a un tossico, lo so che è più facile fare la vedetta sui palazzi. Ma io glielo dico che è un’illusione, sembra facile, ma alla fine non è facile mai». Perna è un uomo dalla faccia simpatica, mai stanca. «Qui alla stanchezza non ci dobbiamo pensare». La scuola contro “l’altro Stato” Contiguo al Parco c’è l’Istituto Superiore “F. Morano”. Per i ragazzi del Parco questa scuola dovrebbe essere una sorta di “proseguimento naturale delle scuole medie”. Ma i ragazzi del Parco non ci vanno, o almeno la scelgono in pochissimi. Due istituti, uno professionale con tre declinazioni, enogastronomia, sala e vendita e accoglienza turistica e un istituto tecnico, anche questo con tre indirizzi: meccanica, elettronica, ed informatica. «Il primo anno da preside in questa scuola», racconta Eugenia Carfora, «gli iscritti erano 600, ma solo 327 frequentanti. Oggi posso dire che siamo arrivati anche a 900 iscritti in un anno, ma una fetta che va dai 200 ai 250 studenti, in classe non entra proprio o lo fa a singhiozzo». Carfora è preside dal 2007, e 56


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ha trasformato l’istituto Morano in una struttura che stona dal contesto. Questa è una scuola che – mentre tutto attorno cade a pezzi – ha puntato sulla bellezza. L’ingresso è arioso, si raggiunge attraversando una corte in mezzo al prato verde, un prato tagliato all’inglese. I pannelli solari coprono una porzione dello spazio. Dal retro della scuola si vede il lotto C, quello dalle palazzine verdi. «Questo spazio», racconta, «era solo un terreno abbandonato. Ora invece è diventato un orto, e quest’orto è stata una scommessa. Qui siamo nel cuore della Terra dei Fuochi e io volevo dare una speranza: ho chiamato a raccolta Qui c’è l’idea radicata che i miei studenti e ho detto “la terra non ti appartenga”. Che “ora bonifichiamo tutto”. E la scuola sia uno strumento che l’abbiamo fatto per davvesta fermo lì, immobile» ro». I ragazzi devono senEugenia Carfora tire l’appartenenza: «Se un pezzo di terra lo pulisci, lo curi, lo coltivi, quel pezzo di terra diventa parte di te. E se diventa parte di te non lo trascuri, non lo tratti male. Avevo bisogno di far sperimentare ai ragazzi, di fargli vedere, come una cosa brutta può diventare bella. Qui c’è l’idea molto radicata che “la terra non ti appartenga”. Che la scuola sia uno strumento che sta fermo lì, immobile. Non c’è animazione, non c’è cura della bellezza. Invece la scuola deve essere bella, deve essere il luogo delle meraviglie, quello per riempirsi di sogni e un’occasione per tirare fuori i tuoi talenti». 57


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Il numero di studenti del Parco Verde iscritti in questo istituto è bassissimo. «C’è “un’adultità” in questi giovani che assomiglia alla rassegnazione. Qui è un circolo di problemi, non si riesce a rompere la catena». Perché non vengono a scuola? «Il problema non è solo di chi non viene, ma anche di chi viene. Sono ragazzi veramente fragili, hanno bisogno di aiuto. Attraversare questi viali è un ginepraio, c’è disordine, ci vuole un bel coraggio. E poi c’è un altro ostacolo, le famiglie. Il 70% delle famiglie ha bisogno del lavoro, e se un lavoro non lo dà lo Stato, allora ci pensa l’altro Stato. La criminalità organizzata esiste, l’altro Stato appunto. E se l’altro Stato esiste, se l’altro Stato è cresciuto, è perché c’è qualcuno che ha fatto finta di non vedere. Sono diversi i ragazzi che vanno in prigione, poi escono. E il problema non è solo quando entrano, ma anche quando escono: Chi li aspetta fuori? Lo Stato che li vuole riabilitare o quello che ti ha mandato dentro? Queste è una catena, non si finisce mai. La legalità non si insegna, la legalità si pratica, non bisogna predicarla e basta. Qualcuno pensa che questi ragazzi abbiano brutti desideri. Io non la penso così. Ma se uno studente della mia scuola va a fare uno stage e lavora per dieci ore al giorno e quello stage non viene pagato, o al massimo viene pagato 300 euro al mese, allora sono io a chiedere: questa cosa che cos’è? Legalità o illegalità?». Che può fare la scuola? «Da sola», dice Carfora, «certamente non tutto. Io so che ai miei ragazzi devo garantire una scuola 58


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Un ingresso del Parco Verde, ma qui i mezzi pubblici non passano

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bella, ordinata, pulita, che dà servizi. E so anche che gli devo spiegare che questa non è una concessione, è un loro diritto. Questo significa avere una scuola normale. Una volta che capiamo che questa deve essere l’ordinarietà, allora possiamo pensare allo straordinario». Carfora ha messo in fila i problemi che più la preoccupano: «C’è una totale “inappetenza” della scuola, e questa parte dai genitori. Non perché siano cattivi, ma perché sono così presi dai loro problemi che non riescono a guardare il resto. Io qui registro l’impossibilità di esercitare la genitorialità. Mi sono chiesta tante volte il perché, e l’unica risposta a cui sono arrivata è che anche loro sono stati privati di qualcosa». Ed è così che nel Parco Verde la vita è diventata un circolo vizioso. «Faccio un esempio su tutti: hanno questi figli che vogliono fare i barbieri, e va bene. Ma devi comunque studiare per farlo, devi saper gestire un esercizio commerciale. E invece no: “tanto poi lavoro in nero”. Ma se non vai a scuola e non ti formi una struttura culturale solida, come fai a capire che fare il barbiere in nero è una cosa illegale?». La Chiesa di San Paolo Apostolo Abbiamo iniziato da un fatto di cronaca e a quello torniamo. E torniamo anche in un luogo preciso: la Chiesa di San Paolo Apostolo, la parrocchia del Parco Verde. È dall’altare di questa Chiesa che padre Maurizio Patriciello, ha denunciato lo scempio della Terra dei Fuochi e le morti dei bambini malati di tumore, troppi, tutti concentrati nella stessa area. Ed è da quello 60


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stesso altare che ha invitato la premier Giorgia Meloni ad andare nel Parco Verde. È un sabato pomeriggio, la chiesa di San Paolo Apostolo ha una struttura moderna, le navate sono disegnate da strutture di alluminio. È nata in via delle Magnolie nel 1989, Patriciello è arrivato 30 anni fa. Ci sono solo quattro persone sedute, ma manca ancora un po’ all’inizio della messa. Se diamo le spalle all’ingresso della chiesa e guardiamo dritto davanti a noi, si vedono le palazzine del lotto C. La Chiesa e il resto del Parco sono divise da un recinto. Dalle finestre ancora aperte arrivano i rumori dei motorini. Rumori innaturali. Troppo forti per quella strada lì. Poco alla volta la Chiesa si riempie, ma non tutta. Questo è forse l’unico punto di contatto tra il dentro e il fuori del Parco Verde: i fedeli arrivano più dai comuni limitrofi a Caivano che dalle palazzine a pochi metri di distanza. «I minori dovrebbero avere solo diritto ai loro diritti, ed essere sempre tutelati, coccolati, amati ed educati. C’è stata in questi anni una campagna contro la famiglia e adesso ci accorgiamo di quanto è importante la famiglia, le due ragazze che sono state violentate hanno alla spalle una famiglia non troppo forte», dice padre Maurizio. «Per quanto lo Stato si possa far avanti, essere presente, non potrà mai sostituire la famiglia». Per padre Maurizio: «la gente locale si divide in due grandi categorie, ci sono gli onesti che devono sopportare le angherie dei disonesti, poi ci sono i disonesti e loro mi vedono con il fumo negli occhi». Ma il Parco Verde non è sempre stato così: «è peggiorato un po’ alla volta, lo 61


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Stato ha abbandonato questo quartiere a se stesso, come ha fatto con tante altre periferie». Ma per i giovani si deve fare qualcosa: «Dobbiamo dire una grande verità», spiega Patriciello. «Il più delle volte riusciamo ad arrivare alle mamme, ma i papà io qui non li vedo quasi mai, solo il giorno della prima comunione. La fatica dell’educazione ricade sulle mamme». La chiesa rimane aperta come oratorio, e con i bambini di oggi, lavorano i ragazzi e le ragazze che sono stati bambini del Parco Verde, come Adriano, 21 anni, vive nel lotto C: «Studio alla facoltà Scienze del Turismo all’Università Luigi Vanvitelli di Caserta», racconta. «I miei genitori sono arrivati qui dopo il terremoto, vivevano a Napoli. Io invece sono nato qui. Gli fu assegnata un’abitazione provvisoria, invece poi siamo rimasti. Qui perdersi è facilissimo e sono gli incontri con le persone positive che possono cambiarti davvero la vita». Siamo arrivati alla fine di questo viaggio, che certamente non ha la pretesa di essere esaustivo. Ci siamo arrivati riempiti dei volti e delle voci di chi nel Parco è stato trasportato – loro dicono “deportato” – senza volerlo. Ma anche di chi c’è nato e non conosce altro. Di chi ci vive e vorrebbe fuggire, di chi non fugge perché creda che esista solo questo. Le testimonianze di chi ne ha subito le dinamiche e ora prova a cambiarle, quelle di chi invece con il Parco poteva continuare a non avere niente in comune e invece ha scelto di esserci, entrarci, imparare una lingua nuova e spiegare che però quella non è – e non può essere 62


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– l’unica lingua. Ecco che tra le righe c’è un bisogno comune, qui vogliono tutti la stessa cosa. Vogliono un diritto, un’alternativa. Vogliono vivere fuori dallo stigma. È possibile questa cosa? Forse sì, ma a una condizione: che le realtà si parlino, tutte insieme, nello stesso momento. Continuare a fare da soli, ognuno per la sua strada, non è una buona strada.

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Istituzioni e Terzo settore imparino a fare squadra di Stefano Consiglio presidente Fondazione Con il Sud

— Una riflessione sui fatti avvenuti a Parco Verde non può che partire dalle due bambine di 12 e 13 anni che sono state oggetto di un atto reiterato di inaudita violenza. Lo stupro di gruppo, gli abusi sessuali, la prostituzione minorile sono purtroppo un fenomeno diffuso in tantissimi luoghi degradati del nostro Paese. Una piaga dolorosa e terribile che vede le bambine e le ragazze vittime di una cultura della sopraffazione e del dominio che dovrebbe spingere ognuno di noi a prestare grande attenzione al fenomeno e a costruire le condizioni per combatterlo in modo deciso ed efficace. In queste settimane l’attenzione verso Parco Verde è stata enorme e questo quartiere, concepito male ed abbandonato negli anni, è stato messo sotto i riflettori dei media nazionali ed internazionali. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha giustamente deciso di intervenire sia manifestando la sua attenzione con una visita a Parco Verde sia approvando un intervento battezzato “decreto Caivano”. La vera sfida, però, è passare dalle dichiarazioni ai fatti e dimostrare che anche a 64


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riflettori spenti lo Stato sarà in grado di dare risposte concrete e mantenere gli impegni presi. Dopo la morte di Fortuna Loffredo, bambina di 6 anni uccisa perché si ribellava agli abusi subiti, avvenuta nel 2014, purtroppo nulla è cambiato e la sfiducia domina tra le famiglie che vivono a Parco Verde. Per riuscire a vincere la sfida della concretezza è necessario un intervento che faccia tesoro degli errori del passato e provi a costruire un percorso nuovo basato su alcuni principi di fondo. Il primo elemento su cui bisogna puntare è partire dalla consapevolezza che in luoghi come Parco Verde servono tante cose. Serve maggiore sicurezza e controllo del territorio e quindi una lotta decisa ai clan che controllano le piazze di spaccio e l’assegnazione delle case. Servono servizi di cittadinanza basilari, ed in particolare: scuole aperte a tempo pieno, manutenute e a pieno organico; impianti sportivi funzionanti ed accessibili anche a chi non ha risorse economiche. Serve la bellezza, servono luoghi di aggregazione giovanili dove poter giocare, imparare a suonare ed avere occasioni per avvicinarsi al teatro, all’arte, alla lettura. Servono servizi di orientamento e formazione che diano alternative concrete a chi intende realizzare un progetto di vita sereno nel luogo in cui è nato. Bisogna quindi superare la sterile contrapposizione tra chi vuole maggiore repressione e presenza delle forze dell’ordine e chi invoca eserciti di educatori, psicologi e assistenti sociali. In luoghi come Parco Verde serve tutto. 65


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Un secondo elemento per vincere la sfida della concretezza è quello della collaborazione. Nessun attore sia esso lo Stato centrale, l’ente regionale, l’amministrazione locale, la scuola, la chiesa, il mondo del Terzo settore e del privato sociale è in grado da solo di dare risposte adeguate alla sfida complessa che abbiamo di fronte. La collaborazione tra attori pubblici e tra questi ed il mondo del Terzo settore e delle imprese non è un’opzione, ma la sola strategia in grado di dare una risposta concreta ed efficace. Spesso l’approccio collaborativo è invocato È fondamentale ma non praticato perché valorizzare al massimo e richiede tempo, maturirafforzare la finducia senza la tà politica, pazienza. Purquale nulla potrà essere fatto» troppo, però, la scelta di Stefano Consiglio muoversi in autonomia, con la convinzione che è l’unica che ci consente di “fare presto”, ha vanificato gli sforzi ed ha portato al fallimento di tante progettualità che hanno, paradossalmente, acuito ulteriormente il senso di sfiducia nei confronti delle istituzioni. Dopo anni di abbandono è velleitario e sbagliato immaginare interventi veloci ed immediati in grado di migliorare la situazione. Bisogna avere la pazienza e la determinazione per costruire progetti collaborativi solidi e duraturi. Al tempo stesso, però, è assolutamente necessario dare dei segnali di discontinuità in grado di alimentare la speranza 66


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di un possibile cambiamento e garantire supporto alle iniziative positive che già si stanno sperimentando sul territorio. Un ultimo aspetto, forse il più importante, è l’imperativo categorico di coinvolgere i cittadini e le associazioni, che vivono in questi quartieri degradati, nella progettazione e realizzazione degli interventi. Soltanto attraverso il protagonismo di chi vive in questi luoghi è possibile immaginare una strategia di miglioramento. L’esempio del Rione Sanità di Napoli dimostra che l’unica strada percorribile per rigenerare le comunità è il protagonismo di chi vive in questi luoghi. Vale lo stesso a Parco Verde, penso in particolare all’azione dell’associazione Un’infanzia da Vivere” che ha avviato una serie di iniziative orientate ai giovani e che vede protagonisti alcuni cittadini del quartiere. In questi anni di abbandono sono stati tra i pochi che hanno iniziato a fare qualcosa ed a costruire relazioni fiduciarie con alcune famiglie che vivono a Parco Verde. La Fondazione Con il Sud ha sostenuto queste iniziative proprio perché crediamo che il cambiamento presupponga percorsi di coesione sociale. Per passare dalle dichiarazioni di intenti ai fatti, dunque, è fondamentale valorizzare al massimo e rafforzare la fiducia senza la quale nulla potrà essere fatto. E su questo campo il ruolo del Terzo settore è cruciale. Quando a maggio abbiamo donato alla comunità di Parco Verde il murale realizzato da Igor Scalisi, con l’immagine delle due bambine 67


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che reggono, insieme, tra le mani un germoglio, pensavamo proprio ad un messaggio di speranza e di fiducia, attraverso la bellezza. Ecco, questa immagine divenuta velocemente simbolo di Parco Verde speriamo che possa stimolare tutti gli attori coinvolti a riempire di senso e concretezza la propria azione su quel quartiere.

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Caivano non è persa by Vita Società Editoriale - Issuu