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Vita&Salute WEB_01_2021

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VITA

SALUTE WEB Magazine multimediale della Fondazione Vita e Salute

STORIE DI IMPEGNO SOCIALE, ATTUALITÀ, STILI DI VITA


REDAZIONE DAVIDE MOZZATO, COORDINATORE MARKO HROMIS MAURIZIO CARACCIOLO GRAFICA RONCONI COMUNICAZIONE ENTE ECCLESIASTICO AVVENTISTA ADV VIUZZO DEL PERGOLINO, 8 - FIRENZE PROGETTO GRAFICO ORIGINALE MADE BY B.SOCIAL RESPONSABILE CONTENUTI MULTIMEDIALI VINCENZO ANNUNZIATA FOTOGRAFIA IN COPERTINA PAOLO LAMURAGLIA ___________________________________________________ VITA&SALUTE WEB edizione digitale gratuita del Magazine Vita & Salute periodico iscritto alla federazione italiana editori giornali - IT ISSN 0042-7268 Direttore responsabile: Veronica Addazio Questo numero di Vita&Salute WEB è interamente sostenuto dall’8xmille della Chiesa Avventista


UMANITÀ A COLORI Palpito ergo sum Squarciato il velo degli “ismi” si riesce a guardare negli occhi l’umanità

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Se si facesse a gara e si provasse a classificare gli “ismi”, non finiremmo più. Facci caso, gli -ismi sono sempre o quasi declinati al negativo, e qualcuno può fare anche sorridere: nazismo, razzismo, gargarismo, meteorismo, isterismo, misterismo e Mister Ismo, spiritismo e spiritosismo, sismo e la sorella sisma, sismografobiro e stilosismografo, ascetismo e scetticismo che l’ascetismo è lo scetticismo che si ritira spossato dall’agone e dall’agonismo del presente e del passato. Tra tutti, quello che fa proprio arrabbiare chi ne sente il senso di marcia sulla propria pelle è l’abilismo, dall’inglesismo (ableism) che indica, con indice teso, chi interpreta un atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità, teso alla compassione, alla svalutazione o alla esclusione marginale. Abilismo? No grazie! A differenza degli altri -ismi, quelli terribili per intenderci, quest’ultimo è pressoché sconosciuto ai più. Dell’abilismo ne sentirai parlare su queste frequenze e da pochissime altre parti, approfittane. E che sarà mai? Ti chiedi. Qualche esempio: si può avere difficoltà a deambulare, a esprimersi, a sentire con le orecchie, a usare le mani perché non le si ha, ma questo non significa che l’essere umano che si ha davanti sia un poverino o una poverina. Lei e lui non sentono con le orecchie ma ci sentono bene con il cuore, lo sapevi? Palpito ergo sum. Certo, chiunque vorrebbe avere il fisico statuario di Superman o di Wonder Woman ma non è il possesso di poteri o superpoteri a fare di noi degli uomini e delle donne, degli esseri umani insomma. Qualcuno cantava, «Donne, donne, oltre le gambe c’è di più»? Ecco, il ritornello vale anche per i cosiddetti Normalman. Poi c’è l’altro verso che fa il verso, con il pollice verso, quello della sorpresa, quello del sentimento pietista che sorge spontaneo dalle nebbie quando si assiste a una performance paralimpica. Ecco, questo ha fatto arrabbiare e non di poco LaSara, la nostra twitterina (@BriocheSalata), leggitela attentamente, geniale. Seguila. L’abilismo è un -ismo imparentato in primo grado con il paternalismo. Tra l’abilismo e il paternalismo c’è un -ismo e un istmo che può essere percorso in avanti e indietro. Stop! No grazie, mi arrangio, lo dico sereno, senza acrimonia alcuna, non voglio la tua pietà, sono un essere umano e vorrei essere valutato per quello che sono e io sono una persona e forse sei tu a esserti sopravvalutato. Libra, libera la mente, liberamente. Davide Mozzato Coordinatore Vita&Salute WEB

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SALUTE WEB PRIMO PIANO CAVALIERE DELLA REPUBBLICA IACOPO MELIO 6 BES T FRIENDS E VITA & SALUTE WEB AL TERZO TEMPO 13 06

STORIE GINO: MANI STRETTE CHE STRINGONO di Giovanni Varrasi 8 LA FAMIGLIA DE “GLI INCREDIBILI” 22

RIFLESSIONI SBAM, CI SIAMO CASCATI ANCORA! di Sara Sarzano 15 8

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ATTUALITÀ

INTERVISTE

“FIRST REACTION, SHOCK” POTEVA ANDARMI PEGGIO: POTEVO NASCERE NEGAZIONISTA 25

IL DIAMANTE PIÙ PREZIOSO È FATTO DI ERBA E TERRA PIERO AMATI 26

BARRIERE ARCHITETTONICHE, ACCESSIBILITÀ E MOBILITÀ UN PUNTO DI VISTA AUTOREVOLE SULLE CITTÀ DEL FUTURO di Fabio Maria Ciuffini 36

FACCIAMO GIRARE LE ROTELLE! #PERDIRE VALENTINA TOMIROTTI 29

LA CRISI È UN NUOVO INIZIO ESSERE RESILIENTI PER RITUFFARSI NELLA VITA di Roberto e Anna Iannò 44

VIAGGIO IN UN MONDO SENZA BARRIERE, DOVE A CORRERE SONO LA VOLONTÀ E I DESIDERI MAURO SBRILLO 32

INIZIATIVE SOCIALI PER LE SCUOLE SE ENTRI NEI PANNI DELL’ ALTRO ELIMINI IL PREGIUDIZIO di Laura Ferraresi 48

GENIO SENZA LAMPADA FULVIO MAROTTO 34

LE PERLE SU TWITTER 52

CLAUDIA, UNA TAVOLOZZA PER DIPINGERE UNA VITA NORMALE 42

IL MONDO DI CELESTE 53

RUBRICHE 37

ADRA COSTRUTTORI DI NUOVA UMANITÀ LA DIVERSITÀ COME UN VALORE DA VIVERE E GIOCARE IN TENERA ETÀ 40

LA SEMENTE: DOVE OPERANO I COLTIVATORI D’INTENTI NASCONO PROGETTI E FIORISCONO COMUNITÀ 20

BARRIERE di Ivana Battista 54 ASCOLTA CON IL CUORE 55

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ascolta l’audio

approfondisci l’argomento 34

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PRIMO PIANO

Cavaliere della Repubblica Iacopo Melio Il suo cavallo è fatto di ferro e gomma ma vola alto da terra Parla di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Racconta storie, scrive libri e divora maionese. Vuole prendere il treno come tutti e desidera avere la chance di innamorarsi, come nei film americani. Iacopo, con la I, è un uomo serio, dotato di un’ironia che fa morire dalle risate. È stato intervistato dalla BBC e la nonna era contentissima, poi, a stretto giro, da Al Jazeera e la nonna era molto preoccupata. Iacopo sa metterti a tuo agio perché lui si sente a suo agio. È Consigliere Regionale in Toscana, fa politica, si batte per i diritti e contro le barriere architettoniche e la stupidità. È una star di Twitter con 30.8K followers e ha una carica che senti vibrare anche a distanza. La sua intervista è uno spasso ed è densa di umanità, quella vera. Ah, dimenticavo, il 29/12/18 è stato nominato “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica” dal Presidente Mattarella.

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... È stato intervistato dalla BBC e la nonna era contentissima, poi, da Al Jazeera e la nonna era molto preoccupata... VITA

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STORIE STRAORDINARIE STORIE

Gino: mani strette che stringono di Giovanni Varrasi

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Gino è un ragazzone alto un metro e novanta, magro e dinoccolato. Da qualche anno porta i capelli molto lunghi e una barbetta abbastanza rada. È ospite della struttura per disabili, di cui sono consulente psichiatra, da diversi anni. Di fatto è stato allontanato da casa e dal suo destino familiare da una sorella, dopo la morte di entrambi i genitori per un incidente stradale. Era poco più che un ragazzo. Non si può dire che il suo handicap mentale sia grave e particolarmente evidente. Il punto è che non si applica a nessun compito, non risolve alcun problema che lo riguardi, legge a stento e malvolentieri. Con noi operatori è guardingo, se non apertamente ostile. Deve dimostrare a tutti che lui è forte e non si piega di fronte a nessuno.

La sua prepotenza la esercita soprattutto sugli altri ospiti. Vuole essere il capo. Dà ordini, si mette alla testa di un piccolo gruppo che lo asseconda, bullizza ragazzi 8 VITA

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deboli o passivi. Quando l’ho conosciuto, sono rimasto colpito dalle sue grandi mani, che appoggia, anche per una incerta e ambigua cordialità, sulle spalle o sul collo di chiunque gli capiti a tiro. Attraverso quelle mani che ti stringono o ti danno un colpetto, senti la sua violenza privata, solo mascherata da convenevoli e affettuosità.

Il primo episodio che ha segnato una svolta nei nostri rapporti è accaduto un paio di anni fa. Gino si trovava nella sala di ricreazione e prendeva in giro un altro ragazzo, il quale se ne stava passivo, stralunato, dolente, su una poltrona, con gli occhi bassi. Nessuno degli operatori osava intromettersi, non tanto per paura, quanto perché “era affar loro”. A differenza di altre volte, sono intervenuto e gli ho fatto notare, con tono deciso, che questo modo di fare non andava bene, che doveva smettere di essere prepotente con una persona indifesa, che lo doveva fare SUBITO.


... La possibilità di rinascere e riconoscersi, donando ciò che si è ricevuto... VITA

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Mentre agivo così perentoriamente, avvertivo che stavo sbagliando, che il mio modo di fare non era corretto né tecnicamente né professionalmente. Ero troppo categorico, non gli lasciavo alcuna via d’uscita, e poi il mio invito pressante era pubblico, davanti a tutti. Gino mi guarda in maniera ostile e avvicina la sua faccia a pochi centimetri dalla mia. Per lunghi secondi, o forse attimi, aspetto una sua reazione fisica, uno schiaffo, una spinta, che per fortuna non è arrivata. Il rischio era stato grande, la corda che avevo tirato così tanto poteva spezzarsi e portare a conseguenze pericolose.

Gino mi guardava, quasi stupito che qualcuno osasse contraddirlo. Dopo pochi secondi uscì con fare teatrale dalla sala e io, ormai quasi rassicurato, lo accompagnai fuori. Scaturì tra noi una conversazione importante, in cui gli feci notare che il personaggio che incarnava in pubblico forse gli conferiva uno status che gli andava bene, ma gli impediva di far vedere le sue qualità e, nel contempo, di imparare nuove abilità. Gino continuava a guardarmi. A mano a mano che anch’io mi allontanavo dallo stato d’animo reattivo e da combattimento, cominciavo a capire che forse avevo esercitato nei suoi confronti un ruolo paterno, quello che impone limiti, che suggerisce responsabilità. Risultava evidente che Gino aveva bisogno di questo: non di persone spaventate o 10 VITA

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indifferenti che gli lasciavano fare tutto, ma di una figura che, finalmente, entrasse in rapporto con lui, senza avere paura dello spauracchio che incarnava, a estrema difesa delle sue fragilità. I mesi successivi il rapporto con Gino migliorò molto. Ebbi modo di cominciare a mettere in evidenza e valorizzare gli sforzi che lui faceva, nella lettura, nei giochi con gli altri ragazzi, nello sport. La seconda tappa del nostro rapporto fu quando decisi, insieme agli altri colleghi, di affidargli l’assistenza di una ragazza fortemente handicappata, tanto che non parlava e non riusciva ad alimentarsi da sola.

Gino sorprese tutti, fu straordinario. Svolse il compito con grande dedizione e con risultati evidenti. La ragazzina, imboccata, si alimentava con regolarità e si muoveva meglio nelle varie attività comunitarie. Gino le era vicino, la conduceva per mano con fare da fratello maggiore. I complimenti si sprecavano, e a quelli aggiunsi una piccola, simbolica paghetta, che mostrava la natura professionale del suo compito. Malgrado questo cambiamento, le grandi mani di Gino incombevano su qualunque sventurato gli si avvicinasse troppo. Ti stringeva… eccessivamente. E se ti lamentavi della stretta dolorosa, ti guardava preoccupato, deluso da se stesso,


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come se ti dicesse: “sono arrivato a questo punto, so toccare gli altri solo in questo modo... cerca di capirlo!” E noi tutti lo capivamo. Da qualche mese Gino ha una nuova passione.

Insomma, questo racconto di vita vera sembra avere un lieto fine, aprire nuove prospettive a una mente ferita, indurita, pronta solo per la violenza.

Ha capito, attraverso esperimenti fatti su altri ragazzi, che gli piace il massaggio, gli piace fare il massaggiatore.

Martedì scorso ho chiesto a Gino se voleva occuparsi di un assistente che dopo una partita di calcio aveva sofferto di contratture a una gamba. Gino, come sempre, prima di rispondermi mi ha guardato a lungo. Poi, abbozzando un sorriso che gli avevo visto poche altre volte, ha preso il portafoglio dalla tasca e mi ha mostrato un foglio. Aveva annotato i suoi impegni della settimana: teatro, partita di bocce, riunioni di gruppo, massaggi prenotati da vari ospiti e operatori. Il sorriso a questo punto è diventato una risata. Gino mi ha afferrato per le spalle e ho sentito il suo bisogno di intensità e di condivisione intima, solo dopo ho percepito che la stretta era leggermente più forte di quello che avrei gradito. Eravamo diventati amici, anzi colleghi… anche lui aveva il suo posto nel mondo.

Forse è stato influenzato dalla figura di un riabilitatore, alto e grosso pure lui, che aiuta gli handicappati fisici anche con i massaggi, oppure, come mi ha detto, dalle trasmissioni sportive che guardava in televisione. Di fatto, ha cominciato a leggere un libro corposo che parla delle tecniche di massaggio. La sua lettura è migliorata, si è fatta quasi fluida. Collabora con il riabilitatore e in qualche caso più semplice, sotto la sua guida, svolge un ruolo diretto. Quando ne parliamo, io cerco di mettere in evidenza il fatto che finalmente le sue grandi mani e la sua mente possono servire per fare del bene a qualcun altro. Qualcosa di sé, che era ingombrante e al servizio della rabbia (le sue manone), si è trasformato nello strumento più efficace, che madre natura gli ha regalato, per prendersi cura del dolore. Lui continua a guardarmi e non dice niente. “Dovrei fare un corso vero e proprio per migliorare…mi aiuti?”, mi ha detto l’altro giorno. Abbiamo controllato se in zona ci fosse qualche scuola di massaggio che gli potesse andar bene.

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PRIMO PIANO

BES T FRIENDS e Vita & Salute Web al terzo tempo

La “mischia” come metafora di vita e integrazione Macché, nessun refuso, il titolo è così, apposta. Un acronimo in inglese: Bisogni Educativi Speciali. La T sta per Team (squadra) o Terzo tempo, che nel rugby è la parte più relazionale tra le due squadre che non giocano mai ‘contro’ ma ‘insieme’. E poi: FRIENDS che significa “amici” e d‘altronde se l’altro non è un nemico-contro è un amico-con. BES T FRIENDS è un’Associazione, con tanto di presidente, che è riuscita a far penetrare il suo progetto educativo speciale in un Comprensorio scolastico di Bracciano. Noi di Vita & Salute WEB ne abbiamo parlato con la preside, una professoressa di educazione fisica, una bagnante che partecipa agli allenamenti sulla battigia, una mamma di un ragazzo con sindrome di Asperger e professoressa di lettere, un arbitro di rugby, il presidente del rugby di Oriolo e Marco, l’anima di BES T FRIENDS. Quante emozioni in mischia!

Un pallone rotondo te lo può restituire anche un muro... un pallone ovale te lo restituisce solo un amico VITA

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“...Io guardo ogni cosa come se fosse bella. E se non lo è vuol dire che devo guardare meglio”

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RIFLESSIONI

ABILISMO

Sbam, ci siamo cascati ancora! di Sara Sarzano

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Consapevolezza e forme di abilità nella lotta all’abilismo Finalmente si comincia a parlare, sempre più di frequente, di abilismo. Se ancora non sapete bene di cosa si tratta, provo a spiegarvelo qui, consapevole che il discorso sia immenso e che servirebbero manuali interi per delinearlo. È, quindi, un post un po’ lungo, ma spero avrete la voglia di arrivare fino in fondo.

Abilismo è la convinzione, più/ meno/per nulla consapevole, che essere normodotati ponga, sempre e comunque, in una condizione di superiorità rispetto alle persone disabili. Condizione di superiorità che si concretizza in varie forme, a partire dal pietismo, passando per il girarsi dall’altra parte o fissare inebetiti, per arrivare ai pensieri eugenetici e ai crimini d’odio. Ebbene sì, la filosofia del “non lamentarti che c’è chi sta peggio”, in questo caso è abilismo. Pensare:

“meno male che non sono disabile, altrimenti non so come potrei sopportarlo” (quindi, disabilità sempre e solo come tragedia) o insultare qualcuno usando termini come “Handicappato”, “Ce la fai o vuoi la 104?”, “Oh ma sei autistico?”, “Mongoloide” ecc., è abilismo.

Parcheggiare nei posti riservati alle persone disabili è abilismo; oltre che violazione del Codice della Strada e, in determinati casi, anche reato; oltre a essere da [inserire parolaccia a piacere]. Il fatto che le Paralimpiadi si svolgano giorni dopo le Olimpiadi, con un interesse mediatico inferiore, è abilismo. L’abilismo parte dalla convinzione che l’universalmente riconosciuto è l’essere “normali”, cioè normodotati, che quindi diventa la condizione necessaria per essere socialmente accettati e accettabili. VITA

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...per accedere sui mezzi pubblici ci sono scalini che manco l’Everest.

Tutto il resto è noia, direbbe Califano, buonanima. Tutto il resto è brutto, inferiore, altro. Tutto il resto è ciò che non si vuole.

non a tema, ci sia il salumiere disabile, la dottoressa disabile o l’amante disabile.

Se ci pensate, infatti, dalla notte dei tempi il mondo è strutturato solo a misura delle persone normodotate: per accedere sui mezzi pubblici ci sono scalini che manco l’Everest.

Comunque, è curioso come le persone con disabilità non se le fili mai nessuno e, poi, guarda caso, ogni quattro anni, durante le Paralimpiadi, BOOM!, ci si ricorda che esistono e che fanno cose, anche bene, anche meglio.

Le pubblicità utilizzano sempre persone standardizzate, 90-60-90, ovviamente mai disabili, tranne quando la pubblicità è per qualche raccolta fondi sulla ricerca e allora ecco che bisogna suscitare la pietà altrui e quindi non lo vuoi scomodare un disabile, con tutta la famiglia sofferente? A ridaje (mi perdonino gli amici romani) con il binomio senza scampo: disabilitàsofferenza. Attenzione: la ricerca è fondamentale, ma si può promuovere anche senza far leva su unidirezionati sentimenti di straziante pietismo. Nei film, recitano attori disabili solo quando la trama ha come tema la disabilità; rarissimo che, in un film

Ecco, però, che scatta la retorica, più veloce di Marcell Jacobs! Vi vedevo che guardavate le gare con gli occhi “alla Gatto con gli Stivali” di Shrek, vi sentivo bisbigliare “guardali, che eroi! Poverini, sono un esempio per tutti”. Frasi completamente scollate dalla realtà: infatti, loro erano alle Olimpiadi (sì, Paralimpiadi, ma sogno un unico nome, tanto è la stessa cosa) e voi sul divano. Benissimo, bello essere di esempio, non fraintendetemi. E lo so che non siete brutte persone, non vi allarmate. Però ascoltate, per favore. Infatti, tutto questo rischia di sconfinare nell’“ispiration porn”. Vi spiego cos’è riprendendo le parole di un articolo

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ABILISMO di Factanza: «Il termine, coniato da Stella Young, indica quella tendenza a utilizzare le persone con disabilità e le loro storie come dei feticci motivazionali, per ricordarci che “se loro ce l’hanno fatta, noi non abbiamo scuse». In questo modo si mercifica l’esperienza dell’individuo, che smette di essere tale e viene ridotto a un santino che ci ricorda quanto siamo “fortunati”.

Ricordiamolo: le persone hanno una disabilità, non sono la loro disabilità.” Poi vorrei dirvi una cosa, cari amici normodotati: a furia di vederci come esempio di virtù, di coraggio, di tenacia e chi più ne ha più ne metta, poi vi costringete a fare una vitaccia, perché vi togliete ogni diritto di lamentarvi. Invece noi questo diritto ve lo lasciamo: lamentatevi, lamentatevi pure, così lo facciamo tutti insieme appassionatamente. Oppure lamentatevi solo voi, perché, magari, i “poveri disabili” hanno una vita molto più felice e attiva della vostra. Comunque, lieta che le vite altrui possano servire per la vostra crescita personale, davvero, ma sarei ancora più felice se questo vi facesse anche empatizzare con le stesse, magari iniziando a combattere con noi contro le barriere architettoniche o a chiamare i Vigili quando vedete

qualcuno parcheggiare, senza diritto, nei posti riservati alle persone disabili. O magari evitando di dire a una persona con una disabilità non grave o non visibile: “Ah, ma non si vede che sei disabile!”. Perché non è un complimento, bensì, indovinate un po’? Esatto, è abilismo! Perché mi stai dicendo che è una fortuna non sembrare disabile, quindi, implicitamente, mi stai dicendo che è brutto essere disabili.

Ma io disabile ci sono davvero e non devo apparire diversa, non devo apparire “normale”, perché essere una persona con disabilità non toglie nulla alla mia persona. Ma la cosa che mi fa più infuriare è che io stessa credevo fosse un complimento. Infatti, anche tra le stesse persone disabili circola l’abilismo. Un altro esempio? Quando una persona con disabilità fisica reputa “inferiore” un’altra con disabilità intellettiva e ringrazia di “non essere come lei, almeno”. Insomma, una triste gara a chi è più “normale”. Ci ero cascata anch’io, sapete?

“... se loro ce l’hanno fatta, noi non abbiamo scuse...” VITA

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ABILISMO Poi ho preso coscienza di essere nata immersa in una società abilista che, inevitabilmente, condiziona il tuo agire, il tuo pensare, il tuo guardare.

Nascere in una società abilista, inizialmente, ti fa vergognare di avere una disabilità, almeno fino a quando prendi coscienza del fatto che dovrebbe essere la società a vergognarsi. Per anni non ho accettato il mio corpo perché io stessa non lo reputavo “normale”. Per anni, il mio obiettivo è stato apparire “normale”, non stare bene nel mio corpo. Per anni, non volevo farmi vedere mentre, per esempio, venivo aiutata a salire certe scale, perché mi vergognavo. Mi vergognavo anche di dover chiedere aiuto. Mi vergognavo di non essere “normale”, perché sapevo che,

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agli occhi degli altri, sarei apparsa “diversa” e, quindi, “da scartare”. Non reputavo il mio corpo attraente. Ma poi, fortunatamente, ho capito e, con fatica, mi sono ripulita dal fango abilista che mi sono ritrovata addosso (mi sto ripulendo tutt’ora). Con fatica, sono finalmente riuscita a fare mio un immenso e luccicante “CHI SE NE FREGA!”. Siamo tutti permeati di qualche forma di abilismo, anche tu che stai leggendo, nessuno escluso. Ma la bella notizia è che possiamo levarcelo di dosso: il primo passo per combattere il nemico è conoscerlo! Ed eccoci qua, appunto. Bisognerebbe essere bombardati da immagini di corpi diversi, di tutti i tipi. Tanto quanto si è bombardati di corpi stereotipati, addirittura finti.

Quello che manca è la rappresentazione della realtà vera, variegata. È un meccanismo mentale facilissimo: se io continuo a vedere sempre e solo una cosa fatta in un certo modo, appena osservo qualcosa che si discosta da ciò che ho sempre visto, la sento lontana da me e la respingo. Ecco, dunque, che la disabilità non mostrata, non rappresentata, viene percepita come un corpo estraneo, da “guardare ma non toccare”, oppure da non guardare neanche. Vi lascio qui una poesia di Franco Arminio, un bellissimo esercizio di Bellezza che possiamo abituarci a praticare come rimedio all’aridità degli occhi: “GUARDARE. Io guardo ogni cosa come se fosse bella. E se non lo è vuol dire che devo guardare meglio.”

Perché le persone disabili non sono persone speciali, sono persone; 18 VITA

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La normalità è variegata. Anzi, una normalità non esiste, ognuno ha la sua.

e adesso vi vedo che state pensando che sì, è vero, forse non siamo persone speciali, ma “persone con bisogni speciali”. Eh no! Neanche quello! Eccolo, l’abilismo, amici cari: i bisogni speciali nascono in un mondo standardizzato, che ha come metro di paragone una sola fetta di persone e non tutte le persone. Mi dispiace dirvelo così brutalmente, ma là dove ci sono bisogni speciali, c’è discriminazione. Perché significa che non si è pensato per tutti. I bisogni delle persone con disabilità sono anche i vostri. Perché è normale essere disabili: non finirò mai di ripetere che anche voi lo siete quando vi rompete una gamba e usate le stampelle, anche voi lo siete quando invecchiate e non riuscite più ad allacciarvi le scarpe, anche voi lo siete quando dovete far salire vostro figlio con il passeggino su per i gradini di un treno regionale (che manco l’Everest, vedi sopra), ecc. ecc. Sogno un mondo in cui non si riduca tutto a un eterno, insopportabile paragone,

tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Sogno occhi abituati alla normale diversità. Perché è la diversità a essere normale. La normalità è variegata. Anzi, una normalità non esiste, ognuno ha la sua.

LaSara @BriocheSalata

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La Semente:

dove operano i coltivatori d’intenti nascono progetti e fioriscono comunità Alle pendici del monte Subasio, tra il borgo umbro di Spello e la francescana Assisi, città della pace, sorge un luogo in cui si costruisce speranza, integrazione ed emancipazione.

Il suo nome è LA SEMENTE, abitato da uomini e donne che si fanno chiamare “coltivatori di intenti”. Un centro diurno in cui ragazzi affetti dalla sindrome dello spettro autistico passano le loro giornate a prendersi cura della terra, degli animali e della loro preziosa vita, attraverso laboratori di artigianato, attività di gruppo e avviamento al lavoro.

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La SEMENTE è un sogno trasformato in realtà da ANGSA, associazione nazionale genitori soggetti autistici, che anno dopo anno, mattone dopo mattone, ha riqualificato un casale abbandonato trasformandolo in un centro pulsante e creativo che integra assistenza ad impresa sociale, formazione ed emancipazione. Un luogo in cui risiede l’umanità e si esplicita nelle forme più colorate che si possano immaginare. Scopriamolo insieme ad Andrea Tittarelli, direttore generale dei servizi.


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STORIE

VITE NORMALI

La famiglia de “Gli Incredibili” È quando gli eroi vivono a colori senza maschere né costumi

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Niente di che, solo e sono una normale famiglia di supereroi. Li abbiamo ripresi, riflessivi, sotto la luce dei riflettori e non siamo riusciti a sorprenderli per nulla. Per l’occasione hanno indossato abiti civili sulle calzemaglia elastiche d’ordinanza. Sono loro i protagonisti della storia, protagonisti loro malgrado. Sono gli Incredibili, soprattutto quando si stringono insieme sull’unico divano di casa che devono spartire con due gatti e si contendono il telecomando della TV. Una adolescente qualsiasi, scolara incredibile, diligente e innamorata del disegno prodotto a getto continuo e colorato dal rubinetto della sua fervida fantasia. Un ragazzetto incredibile, sempre in movimento, sveglio, veloce, attento, sguardo sensibile sotto le lenti degli occhiali convenzionali. Mr. Incredibile lavora su più campi e si prende cura dei suoi con attenzione e Mrs. Incredibile usa di continuo il suo superpotere per il bene familiare con il sorriso sulle labbra.

Si proteggono gli uni gli altri, il più grande il più piccolo e il più piccolo il più grande, sebbene siano tutti più o meno della stessa statura. Affrontano la vita così com’è e si confrontano con noi di Vita & Salute WEB, gli Incredibili. VITA

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ATTUALITÀ

“First reaction, shock” Poteva andarmi peggio: potevo nascere negazionista! I protagonisti di questa campagna sono ragazzi affetti da distrofia muscolare di Duchenne e Becker. Non sono dei ‘poverini’ sono Persone dotate, tra le altre cose, di grandi dosi di ironia graffiante. «Davvero credi che questo tipo di campagna pubblicitaria sia scioccante? Beh…». «E quella pubblicità pietistica e impietosente con la quale siamo bombardati ogni giorno e ogni sera, come la considereresti?». «Luca, quale dei commenti che questa campagna ha inevitabilmente suscitato ti ha colpito maggiormente?». Vuoi sapere la risposta in anteprima? Eh, no così non vale, te ne offriamo solo un assaggino, qui: «Nel corso della mia vita ho imparato che…». Poteva andarti peggio, potevi nascere senza curiosità.

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INTERVISTE

ALLENATORE DI AUTOSTIMA

Il diamante più prezioso è fatto di erba e terra Intervista a Piero, maestro di baseball e di vita Piero, un’intervista per Vita & Salute WEB. Pronti! Ecco, il professor Piero Amati non si fa pregare, è sempre pronto a dare una mano. Crede che lo sport sia una metafora della vita, che lo sport non abbia l’unica funzione di stimolare la competitività, che lo sport abbia un ruolo sociale, inclusivo. Inclusivo per tutti? Certo per tutti.

È un professore di Educazione fisica, un educatore, uno sportivo che ha militato in diverse squadre di baseball. Si occupa di ragazzi in formazione e di ragazzi e ragazze che credono di non aver più possibilità di essere formati o riformati. Piero allena la loro autostima, ci vuole tempo, pazienza, perseveranza ma che gioia vedere dei giovani che accettano di sfilarsi dal letto, affidarsi alle sue cure e sfidarsi sul campo sportivo. Pronti? 26 VITA

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INTERVISTE

Facciamo girare le rotelle! #Perdire “Amo raccontare tutto da una prospettiva privilegiata: un metro d’altezza, a cavallo della mia carrozzina che, spesso, trasformo, in un trono”.

Parola di Valentina Tomirotti, alias Pepitosa, con le ruote ben salde a terra ma altrettanto bene oliate per intraprendere un altro viaggio. Penna e tastiera sempre pronte, lo sguardo dritto al futuro, Valentina mangia comunicazione come pane quotidiano e nuota sul web controcorrente. La sua vita “a rotelle” è un racconto quotidiano. “Queste ruote che mi trasportano, ma non mi conducono” è il suo mantra e il suo sogno è quello di disegnare una società più consapevole sulle diversità, a cominciare guarda dalle parole che pensiamo e diciamo.

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Queste ruote che mi trasportano, ma non mi conducono... Presidente dell’associazione di turismo accessibile “Pepitosa in carrozza”, ha da poco sgommato sul prestigioso palco del TEDxMantova per scardinare i luoghi comuni di cui è infarcita la comunicazione della disabilità. E non facciamole girare le rotelle! O meglio, facciamo girare quelle del buon senso e della consapevolezza. “Non vedo il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, io vedo il bicchiere da rovesciare”, dice Pepitosa. Vi aspetta sui canali social dove snocciola post emblematici con l’etichetta #perdire.

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INTERVISTE

MARCIAPIEDE DIDATTICO

Intervista a Mauro Sbrillo Viaggio in un mondo senza barriere, dove a correre sono la volontà e i desideri

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Mauro Sbrillo sbuca dalla salita della strada sterrata sulla sua seggiola a rotelle bionica, una sorta di mountain bike elettrica, senza pedali. Lo precede il suo sguardo allegro, la sua risata chiassosa, il suo sorriso generoso. La Polio credeva di, e c’è riuscita per certi versi, ma... Genitori illuminati, viaggio dalla Liguria fino all’est dell’Europa sovietica (molto prima che cadesse il muro di Berlino), riabilitazione, cura, allenamenti: “Ci riesci Mauro, ci riesci di sicuro?”. Mauro ci riesce, non è stato facile ma c’è riuscito.

È un bulldozer non si ferma davanti a nulla ed è pronto a esaudire i desideri della sua bambina: “Papà mi prendi in braccio come fanno tutti gli altri papà?”. Forza, coraggio, fantasia, ingegno, umanità, grande umanità: questo è Mauro Sbrillo.

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INTERVISTE

Genio senza lampada Intervista a Fulvio Marotto

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Non abbiamo nessuna esclusiva e nemmeno ce lo sognavamo. L’unico esclusivo è Fulvio Marotto, un genio. Siamo arrivati pressoché ultimi a Treviso. Erano già passati: Discovery Channel, Le Iene, Antennatre, Treviso today, l’Avvenire, Libero Quotidiano… Vita & Salute WEB. Fulvio Marotto è un tipo straordinario, nel vero senso del termine, uno che sorprende. Perché? Devi vedere come scia con gli sci che ha brevettato, come sfreccia con la sua moto, come si prende cura di persone che gli chiedono aiuto da tutta Italia, come faccia buon viso a cattivo gioco quando bande di predoni lo derubano dei suoi brevetti e diventano milionari. 34 VITA

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Fulvio cosa insegneresti il primo giorno di scuola ai tuoi alunni, se ne avessi la possibilità? Che ne so, domanda troppo difficile, non ho studiato. Te chiedimi di fare qualche cosa, qualsiasi cosa e io ci lavoro, punto.

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Foto Alfonso Lorenzetto


ATTUALITÀ

Barriere architettoniche, accessibilità e mobilità di Fabio Maria Ciuffini Un punto di vista autorevole sulle città del futuro

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Il termine “barriera architettonica” entrò nell’uso a partire dagli anni ‘60. Il loro abbattimento fu accolto inizialmente con indifferenza se non con ostilità. Troppi soldi e troppe complicazioni tecniche per allineare a nuove necessità i futuri progetti, per non parlare dell’adeguare case e città esistenti. Un’ostilità mai apertamente dichiarata ma che si è manifestata nel concreto lesinando sempre attenzioni e finanziamenti. Mi si chiese allora, in qualità di progettista, amministratore comunale e deputato - alla vigilia del D. P. R 384/1978 (poi perfezionato con la legge 13/89) - un articolo in favore della nuova normativa. Lo scrissi spiegando come un ambiente domestico e urbano privo di barriere architettoniche che offrisse ai disabili le stesse opzioni e occasioni di mobilità dei “convenzionalmente abili”, rappresentasse un passo avanti per tutti. Di come la condizione di disabile potesse capitare a chiunque magari temporaneamente, di come quelle barriere fossero tali anche per passeggini

e carrozzelle per non parlare di ascensori verticali o inclinati per ridurre la fatica del salire. Ora, che nella mia condizione di vecchio per cui ogni gradino è un impedimento, uso - se le trovo - le rampe per disabili, sogno ascensori (non scale mobili) diffusi ad uso urbano e

sono più che mai convinto della necessità e della convenienza di integrare tutti, disabili e no, in un’unica visione della mobilità urbana. Certo, l’integrazione fisica non basta da sola a costruire un’empatia che non sia offensiva o puramente compassionevole: non basta chiudere gli occhi per condividere la condizione di un non vedente! Eppure, va sottolineato che la tematica della mobilità dei disabili incrocia oggi più che mai quella della mobilità quotidiana di ognuno di noi. La chiave per una profonda riconversione della mobilità più rispettosa dell’ambiente, dei diritti dei disabili e in linea con gli obiettivi di salvaguardia del clima è data dal recupero del concetto di prossimità. Avvicinare cioè tutto a tutti, in casa e fuori, VITA

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valorizzando i mezzi di spostamenti meno energivori e inquinanti.

Nasce – o per meglio dire rinasce dopo un secolo di ubriacatura automobilistica - il concetto delle “zone urbane 15” dove in un quarto d’ora a piedi trovi sempre tutto ciò che è necessario alla vita quotidiana; dove puoi lavorare da casa o in coworking in un ufficio non lontano. Dove è funzionante un sistema di consegna a domicilio di ciò che avrai ordinato online. Dove i dislivelli vengono abbattuti con sistemi di mobilità alternativa praticabili anche dai disabili. Dove, se devi spostarti da una “unità di prossimità” all’altra, lo puoi fare con un sistema di mezzi pubblici efficiente fruibile per chiunque in qualsiasi condizione fisica si trovi. Un mix di antico e nuovo per una profonda riorganizzazione di tutti i servizi e della loro localizzazione, dunque, per abbattere innanzitutto il bisogno di mobilità. 38 VITA

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E dove funzioni perfettamente una rete di marciapiedi integrati da brevi tratti di ascensori inclinati nelle città collinari, recuperando lo spazio via via sequestrato dalle auto in sosta o in movimento. E dico

marciapiedi larghi, ben pavimentati, dotati di rampe e strisce tattili per i non vedenti o gli ipovedenti e, soprattutto, inibiti a ciclisti e monopattini: la principale infrastruttura di base per la mobilità urbana, fruibile da tutti, in qualsiasi stato o condizione e un modello di trasporto che renda superfluo l’uso dei mezzi individuali, elettrici o meno che siano. E non è un passo indietro, ma un formidabile passo avanti per avviare un completo processo di integrazione e abbattere ogni disuguaglianza. ________________________________________________

Ingegnere Fabio Maria Ciuffini progettista, ex amministratore comunale e deputato della Repubblica per tre legislature.


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Costruttori di nuova umanità La diversità come un valore da vivere e giocare in tenera età L’estate è finita da un pezzo, lo sappiamo. Ma un po’ di tepore e luce e sole crediamo non possa che farci del bene in queste giornate grigie, nel pieno dell’inverno. Bimbi che sorridono e corrono veloci, che girano e rigirano su loro stessi danzando e lasciando tracce colorate di sé imprimendo i loro palmi, non sui muri imbiancati -ci raccomandiamo- ma su fogli e nastri trasparenti preparati ad hoc.

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I bambini sono tutti diversi e per questo uguali; non sono ombre miniaturizzate dei grandi, per fortuna. Sono grandi proprio perché sono piccoli. Il colore della loro pelle, la lingua che parlano e imparano in famiglia assieme alla loro fede? Sono dettagli che ci interessano, certo, ma relativamente. A noi preme entrare in relazione con loro. A noi di ADRA interessa che loro entrino in relazione tra loro. Come si fa e come si cerca l’integrazione? Dove si costruisce una umanità nuova? È semplice, più facile di quanto si possa immaginare. Il sole grande, anche questa estate, ha scaldato i nostri cuori piccoli.

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INTERVISTE

PERSONE SPECIALI, VITE NORMALI

Claudia,

una tavolozza per dipingere una vita normale Claudia va in palestra, non vuole ingrassare. Ama dipingere con gli acquerelli, la fanno sentire libera come un uccello, lavora d’estate in un bar sul porto, adora farsi selfie con passate colorate infilate tra i capelli. Claudia disegna in tanti modi ed è pure un’insegnante.

Disegna e insegna acquerello e informatica ai bambini delle elementari.

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Claudia disegna in tanti modi ed è pure un’insegnante. Niente di che? Esatto! Niente di strano… una vita normale, e per questo da raccontare. C’è però un particolare non certo scontato: la sua vita normale è vissuta con entusiasmo, vitalità, sensibilità, serenità, attenzione e cura verso gli altri.

Una pennellata sola: “Sai, i miei genitori si sono sempre occupati di me, io gli voglio bene, invecchieranno e io mi occuperò di loro”. Claudia, una davvero speciale.

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La crisi è un nuovo inizio Essere resilienti per rituffarsi nella vita di Roberto e Anna Iannò “Non ce la posso fare”, è la frase che molti, in famiglia, hanno ascoltato, o persino pronunciato. Poi, dopo un momento di pausa, ci siamo guardati attorno – e dentro di noi – per trovare nuove risorse e motivazioni per farcela. Queste due diverse reazioni non sono in contraddizione tra di loro. La prima, ci permette di dare ascolto alle reazioni emotive interne; la seconda, mette in moto le nostre risorse emotive e mentali per superare la crisi. Ecco, la parola chiave potrebbe essere proprio questa: superare la crisi? Certo, non tutti i problemi possono essere evitati, e una disabilità può rientrare sicuramente in questa 44 VITA

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casistica. Anche le sfide quotidiane e (stra)ordinarie della vita familiare possono mettere in difficoltà gli equilibri relazionali. Ma ogni problema può essere fronteggiato, e superato. È questo il senso della parola “resilienza”, un concetto usato in psicologia per descrivere “la capacità di riprendersi e di uscire più forti e pieni di nuove risorse dalle avversità” (Froma Walsh, La resilienza familiare, Raffaello Cortina). È quell’atteggiamento che porta l’individuo a trasformare una situazione difficile e critica in opportunità per rafforzarsi. Ma in che modo può essere utile questo concetto di fronte alla decisione di ripartire - di rinascere - dopo un rapporto logoro, o addirittura da un fallimento matrimoniale?


... ogni problema può essere fronteggiato, e superato. È questo il senso della parola “resilienza”... VITA

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ESSERE RESILIENTI

Resilienza e interpretazioni Cyrulnik (psicoterapeuta e figlio di deportati) ci spiega che un atteggiamento resiliente alla vita implica la capacità di saper dare il giusto peso alle cose, non facendoci schiacciare dagli eventi ma da questi prendere il meglio che possiamo (I brutti anatraccoli, Ed. Frassinelli). È questo il senso della seguente frase: «sarà il significato che tale choc [il primo colpo, cioè l’evento traumatico] assumerà successivamente nella storia del soggetto ferito e nel suo contesto familiare e sociale a spiegare gli effetti devastanti del secondo colpo, vero responsabile del trauma». Oliviero Ferraris, parla delle 46 VITA

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«interpretazioni/opinioni» che diamo alla realtà che osserviamo: credere di poter guidare la propria vita; sperare di poter trovare una soluzione; accettare le conseguenze delle proprie scelte; sono tutte opinioni che favoriscono un atteggiamento proattivo. (La forza dell’anima, Ed. Rizzoli). L’autore crede che ogni individuo abbia in sé l’energia per fronteggiare e superare una crisi a condizione che «ne veda il senso e trovi un appiglio di cui avvalersi».

Resilienza e figure significative È proprio la precedente citazione che ci introduce un altro aspetto della resilienza: la presenza di una figura


significativamente positiva, o come la definisce Cyrulnik, di un «tutore di resilienza». Partendo dalla teoria dell’attaccamento, l’autore narra i processi di resilienza messi in atto dai bambini, che vivono situazioni altamente stressanti, quali la guerra, la violenza domestica, le tare ereditarie. In più parti della sua opera, Cyrulnik sottolinea come la presenza di figure significative per il bambino siano state per lui fonte di resilienza, aiutandolo a tradurre emotivamente gli eventi traumatici, dando «corpo a uno stesso concetto: “È possibile superare questo momento”». È questa è una delle frasi che ognuno di noi può dire a se stesso per superare le proprie crisi.

Resilienza e spiritualità

preghiera vista come lode e ringraziamento a Dio per le «benedizioni che abbiamo ricevuto e che riceviamo in continuazione» (Intelligenza emotiva per la coppia, Ed. Rizzoli) che permette di sperimentare un senso di pace e di perdono – ovvero, di rinascere. Può essere questo il senso di quanto la Bibbia afferma: “quelli che sperano nel SIGNORE acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano”? (Is 40:31).

La Walsh ricorda come la religione e la spiritualità offrono conforto e «significati ultimi» di fronte alla sofferenza (La resilienza familiare, Ed. Cortina). La Walsh utilizza la dimensione spirituale come risorsa per la guarigione, in quanto «la sofferenza […] è un problema spirituale e la religione e la spiritualità può essere un’efficace risorsa terapeutica per la ripresa, per la guarigione e la fiducia». Anche Gottman ha trovato nella religione una grande risorsa: la

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RUBRICHE

CONTRO LA DISCRIMINAZIONE

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Iniziative sociali per le scuole

Se entri nei panni dell’altro elimini il pregiudizio di Laura Ferraresi

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Un progetto di ricerca italiano ha sperimentato come ridurre, tra i ragazzi, le discriminazioni verso disabili e gruppi minoritari. Con la simulazione di situazioni di disagio. Vediamo cos’è successo “Penso che il minuto e mezzo in cui sono dovuto andare sulla sedia a rotelle, sia stato il più difficile della mia vita”, racconta emozionato Romi, 14 anni, dell’Istituto Comprensivo in provincia di

Arezzo. Quanti ragazzini come Romi abbiamo incontrato in questi anni di lavoro con le scuole! In tante classi abbiamo proposto il progetto educativo “Marciapiede Didattico - Disabilita il pregiudizio” coordinato da ADRA Italia. Il progetto, unico nel suo genere, è consistito nel fare percorrere seduti su una carrozzina una struttura modulare in legno che riproduceva un normale marciapiede con tutti gli ostacoli che si incontrano quotidianamente. L’esperimento è stato proposto a gruppi di studenti di età 11-15 e ha avuto come obiettivo principale la riduzione del pregiudizio nei confronti di chi presenta una forma di disabilità, utilizzando la prospettiva dell’immedesimazione. Il progetto era partito inizialmente in una forma non strutturata scientificamente. Nel tempo però ci siamo chiesti cosa realmente rimanesse in loro dopo questa esperienza. Che, tra l’altro, consisteva anche nell’ascolto di una testimonianza dal vivo di chi vive la disabilità fisica - grazie alla partecipazione di Mauro Sbrillo, presidente onorario dei gruppi di Auto Aiuto Regione Toscana - e la visione di un breve video sulle forme di pregiudizio. Per poi concludere con la condivisione in gruppo con i compagni delle loro emozioni e riflessioni. Come associazione Adra, volevamo qualcosa di più oggettivo per capire se realmente il “Marciapiede Didattico” e il suo format educativo raggiungesse, in modo inequivocabile, i suoi obiettivi. VITA

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CONTRO LA DISCRIMINAZIONE

La collaborazione con l’università di Firenze Ed è così che è nata una collaborazione con il Dipartimento di formazione, lingue, intercultura, letterature e psicologia dell’università degli studi di Firenze che mirasse a valutare se il pregiudizio nei confronti delle persone con disabilità potesse essere ridotto con successo promuovendo la prospettiva dell’immedesimazione e, in caso positivo, se ciò potesse influenzare anche l’atteggiamento nei confronti di un membro esterno appartenente a una qualche minoranza (persona di diversa etnia e/o religione, orientamento omosessuale, rom…). In altre parole, lo studio ha valutato per la prima volta il Secondary Transfert Effect, ossia gli effetti positivi sugli atteggiamenti nei confronti di altre forme di diversità.

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Immedesimarsi Mettersi nei panni di qualcun altro consente di capire come una persona che appartiene alla maggioranza vive la situazione di diversità. È un metodo che favorisce la capacità cognitiva di considerare il mondo dal punto di vista di un altro individuo. Va però distinto dall’empatia, che è la capacità di connettersi emotivamente con un altro individuo. Queste due abilità possono interagire in situazioni complesse che richiedono contemporaneamente entrambe le funzioni.

Che cosa è emerso I risultati ottenuti dallo studio (dopo aver testato circa 450 studenti di alcune scuole secondarie di primo e di secondo grado del comune di Firenze) supportano la nostra tesi iniziale e dimostrano che assumere il punto di vista di un gruppo minoritario mentre si interagisce con un membro di questo stesso gruppo è più efficace nel ridurre il pregiudizio rispetto ad avere questa prospettiva senza incontrare efficacemente nessuno dei suoi membri. L’aspetto molto interessante che questi risultati hanno rilevato è che la prospettiva di immedesimazione ha dimostrato di essere efficace nel ridurre i pregiudizi verso le minoranze che non sono state menzionate direttamente durante


l’intervento. Inoltre, abbiamo osservato che mettersi nei panni di qualcun altro era sufficiente per produrre uno o più Ste (Secondary Transfert Effect – effetto secondario). Possiamo affermare che il progetto educativo “Marciapiede Didattico” è un valido strumento per abbattere le barriere mentali, oltre che fisiche, nei confronti della disabilità e della diversità.

Per ulteriori informazioni, visita: ADRAItalia.org Per donare il 5X1000, potete inserire il codice fiscale: 97311560581

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Laura Ferraresi Coordinatrice del progetto di ricerca Box Sintesi Adra dalla parte degli ultimi. Adra Italia è l’agenzia umanitaria della Chiesa Avventista del Settimo Giorno che opera in Italia e all’estero. Si impegna per la lotta alla povertà e per fornire supporto e sollievo verso quelle situazioni di disagio sociale senza distinzione di appartenenza politica, religiosa, etnica o di genere. Fornisce un aiuto concreto che riconosce il valore e la dignità della persona.

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RUBRICHE

Le perle su Twitter Carla Q. Corsi (@CarlaQ)

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Segui «Ogni mattina che Anna si siede per fare colazione io e Riccardo dobbiamo rassicurarla, a parole o gesti, che va bene essere proprio come si è. Va bene se ci spaventano i rumori, se ci fanno piangere certe parole o immagini, se alcuni tessuti non riusciamo a toccarli e alcuni cibi a mangiarli; che va bene se non guardiamo la tv perché i cartoni sono troppo intensi, che siamo già persone vere, ma va bene pure sentirsi gatti o conigli. Va bene se a volte non capiamo cosa dicono o fanno o provano gli altri, se preferiamo gli insetti o gli uccelli alle principesse. Però va bene pure se cominciamo ad urlare e piangere terrorizzati se entra un moscone in casa. Va bene se certe volte “il cervello è come liquido”, se ci sentiamo alieni, se ci spaventano le bambole, se non sappiamo andare bene in bicicletta o giocare bene a palla. Va bene se non disegniamo persone perché non le capiamo o nasi perché gli odori ci mettono a disagio. Va bene tutto, sempre. A parole e gesti cerchiamo di far passare l’idea difficilissima che non esiste “normale”, che la diversità è la cosa che ci unisce davvero. Ma spesso Anna risponde, a parole o gesti, che sente che è proprio quella a dividere, che la diversità è bellezza, sì, ma anche fatica».

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Il mondo di Celeste

__________________________ Celeste Scuccimarri Artista di 13 anni VITA

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Barriere di Ivana Battista

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Ascolta

con il cuore Cani per assistenza disabili, un aiuto concreto per la vita Riflettiamo insieme a Vittorio Fantoni

di tutti i giorni

sulla morale, sulla disabilità

e sulla diversità

HandicaPPati in orbita, quello che serve davvero a una persona disabile

Intervista a Alex Zanardi

Li sentiamo, progetto missionario in favore dei sordi A tu per tu con Dag Pontvik sul progetto “marciapiede didattico”

Mens sana, 31 disturbi specifici

dell’apprendimento, diagnosi e aspetti psicologici Omaggio a Ezio Bosso

Non porsi limiti

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Se la grandine a maggio L’ultimo romanzo di Rolando Rizzo “In Se la grandine a maggio Rolando Rizzo affronta la prova più spinosa, esplorare l’handicap fisico, psichico e morale, con il sotteso pensiero che esplorando con cura si approda all’inevitabile epilogo: nessuno alla fine ne risulta esente. Siamo tutti diversamente disabili, anche se molti si ignorano, e la redenzione non può che transitare dall’ammissione, dalla conquista di questa consapevolezza” Aurelio Magistà, giornalista, autore, direttore del mensile ‘RCasa&Design’ in edicola il giovedì con ‘Repubblica’


Se la grandine a maggio è l’ultimo romanzo di Rolando Rizzo, che oltre a essere stato un pastore, insegnante e amministratore della chiesa avventista, è anche un affermato scrittore, autore di poesie e romanzi. In questo libro, Rolando Rizzo si cimenta in un giallo, in cui però la cosa davvero importante non è tanto la trama, quanto i temi trattati: la disabilità fisica, quella psichica, gli spazi di inclusione o esclusione e discriminazione che esse incontrano nelle famiglie e nella società.

Prezzo 14 Euro È possibile ordinarlo tramite il sito Web

www.edizioniadvshop.it oppure telefonando dal lunedì al giovedì dalle ore 8.30 alle 13.00 al numero

055/5386230

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STORIE DI IMPEGNO SOCIALE ATTUALITÀ, STILI DI VITA

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