Thofania, la vampira di Bertesina di Federica Zanini
Il merengue, la danza “dolce” della Repubblica Dominicana di Serena Balbo
Pablito e Roby Baggio: quando i vicentini facevano sognare gli italiani ai mondiali di Claudio Raimondi
Accadde a Giugno Nel 1911 finale scudetto per l’ACIVI di Claudio Raimondi
Apprezzare e conoscere il vino: note di degustazione tra Veneto e Alto Adige di Michele Lucivero
Abbonamenti digitali e postali https://www.vipiu.it/vicenzapiu-freedom-club info telefoniche 06.86358980
Impaginazione chiusa il 15 giugno 2026
Associato n. 5967
EDITORIALE
Ogni città lascia tracce. Alcune sono evidenti: gli edifici che cambiano funzione, le strade che si trasformano, i cantieri, le attività che aprono e quelle che chiudono. Altre sono meno visibili ma forse più importanti: le idee che circolano, le domande che una comunità si pone, la capacità di immaginare il proprio futuro. Questo numero di VicenzaPiù Viva nasce proprio dall’incrocio tra questi due livelli.
VicenzaPiù
Viva n. 309 e le intelligenze, umane e artificiali, che non vanno governate da pochi
A prima vista gli argomenti sembrano molto diversi tra loro. L’intelligenza artificiale. I vuoti urbani e militari disseminati nel territorio vicentino. Le difficoltà del trasporto pubblico locale. Le trasformazioni del commercio cittadino. Le difficoltà di chi vorrebbe un lavoro umano e una sanità a misura d’uomo.
Eppure, pagina dopo pagina, ci siamo accorti che tutti questi temi conducono alla stessa domanda: chi governa il futuro?
L’intelligenza artificiale è forse l’esempio più evidente. C’è chi la presenta come una soluzione universale e chi la descrive come una minaccia inevitabile. Noi preferiamo una terza strada: conoscerla. Perché ciò che non si conosce non si governa. E ciò che non si governa finisce quasi sempre per essere governato da altri.
La stessa riflessione vale per la città.
Vicenza convive da anni con spazi vuoti che raccontano storie incompiute: aree militari, edifici dismessi, contenitori che attendono una funzione e una visione. Non sono soltanto problemi urbanistici. Sono domande aperte sul modello di città che vogliamo costruire.
Lo stesso vale per il trasporto pubblico. Dietro le polemiche, le paure e le resistenze al cambiamento si nasconde una scelta molto concreta: continuare a subire la mobilità oppure provare a progettarla. Le città non migliorano da sole. Peggiorano da sole. Per migliorare hanno bisogno di idee, investimenti e partecipazione.
Anche la nuova puntata dello spoiler che annuncia “Vicenza secondo Coviello”, che più che una personale biografia raccoglie degli appunti su un viaggio attraverso difficoltà da superare e spesso superate con una buona dose di follia, parla in realtà di questo. Delle conseguenze che possono avere le decisioni prese altrove. Del rapporto tra respon-
sabilità personale, libertà e potere. Del prezzo che talvolta occorre pagare per restare coerenti con sé stessi. Ma una città non vive soltanto di economia, politica e tecnologia.
Per questo nelle pagine di VicenzaPiù Viva trovano spazio anche il teatro, la danza, la storia e i protagonisti della vita culturale del territorio dove cultura è anche quella dei video realizzati per il Museo degli scacchi di Marostica da un regista nostrano, Franco Albanelli di Link Video, che utilizza l’AI sulla base di una professionalità pluridecennale unita al saper fare umile delle nostre terre. Nostre perché sono anche mie dal 1992... I racconti legati al Teatro Odeon e a Villa Da Porto fino ai percorsi artistici e alle storie biancorosse, che contribuiscono a costruire l’identità della nostra comunità, sono temi che qualcuno potrebbe considerare più leggeri. Noi pensiamo siano semplicemente indispensabili.
Perché senza cultura una città può amministrare il presente, ma difficilmente riesce a immaginare il futuro.
Le tracce lasciate da una comunità raccontano ciò che è stata. Le scelte che compie raccontano ciò che vuole diventare.
Forse il filo rosso di questo numero è proprio qui.
Nella convinzione che il futuro non sia un luogo già scritto da qualche algoritmo, da qualche consiglio di amministrazione o da qualche centro di potere lontano. Il futuro resta una responsabilità collettiva.
Vale per la tecnologia. Vale per l’economia. Vale per la politica. Vale per Vicenza.
Per questo continuiamo a fare giornalismo indipendente dopo vent’anni. Non per fornire risposte preconfezionate, ma per aiutare a formulare le domande giuste.
E, in fondo, la domanda che attraversa molte delle pagine di questo numero è sempre la stessa: chi decide il futuro? I cittadini o pochi centri di potere economico e tecnologico?
Le comunità o gli algoritmi? La partecipazione o la delega?
Vetrine sfitte e vetrofanie come toppa per nascondere il danno
Più di 1.300 i negozi al dettaglio che hanno chiuso in Provincia di Vicenza tra il 2015 e il 2025
Unnegoziosfittosucuièstatoaffissoilmaxiadesivoraffiguranteunavedutadall’altodellacittàstampatodaLeodariPubblicità Lefotofinoapag.40sonodiFrancescoDallaPozza di Serena Balbo
Passeggiando per il centro storico è inevitabile notare i tanti negozi chiusi; allargando lo sguardo nei quartieri e in periferia sono decine le vetrine sfitte e abbandonate, a volte diventate veri e propri luoghi di degrado. Sono oltre 1.300 i negozi al dettaglio che hanno chiuso in Provincia di Vicenza tra il 2015 e il 2025; lo dice la ricerca curata da Percorsi di Secondo Welfare, nell’ambito del neonato Osservatorio su Reciprocità e Commercio Locale promosso da Nomisma che
sottolinea come a livello nazionale siano scomparse 86.000 attività commerciali, soffrono in particolare i negozi dedicati a cultura-svago e tessile-abbigliamento, mentre rimane il vero motore di crescita la ristorazione.
Un danno economico per i territori e il risvolto sulla disoccupazione, certo, ma occorre anche allargare lo sguardo e chiedersi cosa significhi tutto ciò: una perdita sociale e culturale, perché in alcuni casi a chiudere sono negozi storici tramandati di generazione in generazione e con essi scompaiono delle professioni. Le attività commerciali di prossimità sono luoghi in
cui acquistare beni e prestazioni, ma anche presidi in cui trovare accoglienza, coltivare relazioni e provare un certo senso di appartenenza.
La chiusura dei negozi porta a desertificazione commerciale e deterioramento dei contesti urbani, a cui fanno seguito le conseguenze psicologiche: una crescente percezione di insicurezza, un indebolimento delle comunità e una rottura delle relazioni sociali. Senza contare che, se non si trovano più i beni da acquistare vicino a casa, si è costretti a spostarsi nelle grandi aree commerciali in auto, con un incremento del traffico e dell’inquinamento.
La ricerca ha evidenziato anche l’aumento dei canoni di locazione: in provincia di Vicenza il costo degli affitti sarebbe cresciuto del 20,9% dal 2015. Da un lato gli affitti non sono più sostenibili dalle piccole attività e gli imprenditori sono costretti a chiudere; d’altro canto, altri imprenditori non investono nei negozi sfitti perché il costo dell’affitto, se sommato alle spese fisse ormai sempre in aumento (costi energetici, trasporti, materie prime, etc), rischia di non essere coperto dai ricavi. Se nel centro storico la situazione è critica ma vi è ancora una buona dinamicità, dato che a un negozio che chiude poco tempo dopo se ne sostituisce un altro, è allarmante la situazione nei quartieri dove pare vi sia un effetto domino impetuoso. A Laghetto, per fare solo un esempio, sono cinque le vetrine sfitte attorno alla piazzetta principale, di cui tre hanno chiuso i battenti quasi contemporaneamente a fine 2025.
E il punto di vista estetico? Alcune vetrine sono contrassegnate da un fascio di “bambù” verdi dipinti da Freak of Nature, accompagnati dalla parola “Sfitto” con un numero (corrispondente a una sorta di censimento ideale compiuto dall’artista), mentre in altri casi la vetrina è “coperta” da un maxi adesivo raffigurante vedute
architettoniche della città stampato da Leodari Pubblicità.
Questo grazie a un’iniziativa promossa dal Comune con Confcommercio “per trasformarle in occasione di promozione della città in attesa che riprendano vita”. L’iniziativa è stata accompagnata da un’ordinanza del sindaco Giacomo Possamai, la quale ha disposto l’oscuramento con pannelli o pellicole adesive entro 15 giorni dalla chiusura dell’attività; in caso di inosservanza si parla di una sanzione da 50 a 500 euro, con la possibilità - se deve
provvedere il Comune - di addebito costi al proprietario. A completare il piano per il decoro urbano, sempre a luglio 2025 la Giunta ha deliberato una rideterminazione della sanzione per chi non rispetta il Regolamento di polizia urbana e sulla civile convivenza che impone l’obbligo di tenere costantemente puliti gli infissi, le vetrine e i muri dei locali che si affacciano sulla strada. La violazione amministrativa in questo caso è di 300 euro.
In alcune vie più frequentate del centro storico, inoltre, su una ventina di negozi sono state collocate le vetrofanie del progetto voluto da Comune e Confcommercio, e sostenuto da IEG Italian Exhibition Group e Volksbank, per un’immagine coordinata delle vetrine sfitte; ad essere esposte sono state immagini del patrimonio architettonico, tra cui i disegni di Ottavio Bertotti Scamozzi, studioso settecentesco di Andrea Palladio.
L’idea avrebbe dovuto mirare a“trasformare i negozi sfitti in vetrine promozionali della città, con un’immagine coordinata in grado di creare un percorso nella bellezza”, ma è indubbio che un adesivo non sia sufficiente a coprire la vista dell’interno dei negozi, in cui spesso permangono oggetti abbandonati, scaffali rotti, rifiuti, manichini, secchi, oltre ai cartelli lacerati rimasti appiccicati alle vetrine.
Un vecchio proverbio della nonna reciterebbe “Xe peso el tacòn del buso”. E in questo caso si può dire la stessa cosa.
Freak of Nature: le sue opere a Vicenza
di S. B.
Avrete di certo notato - oltre ai segni verdi tipici del bambù sui negozi sfitti - anche i fiori giganti dipinti sul muro del rinnovato Park Verdi a Vicenza. Lei è Freak of Nature, milanese di nascita e vicentina d’adozione; preferisce mantenere riserbo sul suo nome vero, e a me l’idea piace, perché “freak of nature” significa scherzo della natura, anomalia, il diverso.
“Trasformo spazi e superfici attraverso interventi visivi. Lavoro su luoghi costruiti o abbandonati. Installazioni, pattern, opere site-specific”: questa è la sua auto-definizione attraverso le parole con cui si definisce sui social.
Da Milano a Padova, da Udine a Forlì, lei traccia segni verdi per contrassegnare i negozi sfitti. Non un gesto di volgare vandalismo, ma un modo per attirare l’attenzione, rompere il silenzio e attivare una riflessione. Linee rapide e taglienti compongono una sorta di fascio di canne di bambù, i colori sono a base d’acqua e non provocano alcun danno.
Nel caso di Forlì, lo scorso anno è stato compiuto un vero e proprio atto di rigenerazione urbana: grandi fiori colorati hanno riempito le vetrine dei negozi sfitti ridando visibilità a spazi che, chissà, così potrebbero tornare a vivere.
Cittadini, politici e istituzioni sono chiamati, attraverso quel tocco di verde, a “vedere” ciò che accade in tutte le città: la crisi, la perdita d’identità dei luoghi divenuti ormai non luoghi, la mancanza di ricambio generazionale nella gestione delle attività, gli affitti troppo alti, il degrado urbano e la perdita di relazioni.
Perché proprio il bambù?
La prima opera pubblica che ho fatto è stata coprire quattro palazzi a Borgo Berga, all’epoca chiamato ecomostro. Volevo segnalare questo mostro a due passi dalla Rotonda e vicino al centro città, per me era incredibile che lì sorgesse questo com-
plesso. Feci un ragionamento con i numeri: quanti anni di cantiere e quanti metri sarebbe potuta crescere una pianta al suo posto? Alla fine andai a coprire i palazzi con tele di 100 metri per 15.
Mi serviva un simbolo veloce e d’impatto, con una storia da raccontare di rinascita. E poi ha un significato filosofico: il bambù siamo noi, infestanti, ci pieghiamo ma non ci spezziamo. Se pensi al bambù pensi a una pianta che dilaga velocemente, resistente e che nemmeno l’uomo riesce a fermare. Mi sembrava un simbolo molto potente e tecnicamente fattibile.
La prima opera a Vicenza è stata Borgo Berga quindi?
La primissima opera sì, poi ho coperto l’Onda Palace a Padova, un palazzo di 18 piani abbandonato. E il Ponte di Bassano, simbolo di un abbandono che si può creare in una città senza che i cittadini se ne accorgano, ed è il loro simbolo! Era in stato di degrado, con piccioni morti, spazzatura, sigarette e le bandiere usurate. Sembrava uno scenario post-apocalittico, ho fatto una sorta di tappeto colorato. Prima del Covid-19 a Vicenza avevo ini-
ziato a fare dei fiori rossi sui muri, dovevano essere delle frecce e condurre le persone verso luoghi chiusi al pubblico, in particolare di cultura religiosa. Mi piaceva l’idea della ripetizione e immaginare le persone quando se ne fossero accorte. Mi ha stupito l’attenzione mediatica e l’apprezzamento da parte dei giornalisti.
Quante città hai toccato in questo progetto?
Io quando arrivo in una città, devo leggere i giornali, parlare con le persone, immedesimarmi.
All’inizio ho fatto il Veneto, quindi Vicenza, Bassano, Treviso, Padova, Verona, Rovigo, Belluno, Castelfranco, Dueville, Schio, Thiene, e poi Milano, Bologna, Modena, Mantova, Forlì, e ancora non ho finito, perché poi la gente mi manda anche delle segnalazioni e mi impegno ad andare a vedere. Un percorso lungo 38 città in quattro anni. All’inizio però erano minacce da parte degli amministratori.
Parliamo dei bambù a Vicenza Già ai tempi di Borgo Berga ho notato
che non era un fenomeno quello che stava avvenendo, ma un cambio di direzione, per cui oggi l’operazione non è tanto segnalare il negozio chiuso, ma cogliere l’occasione di un negozio chiuso per cercare di aprire un dialogo sulla crisi economica e culturale-sociale.
Quindi secondo te il problema non sono i negozi sfitti…
Oggi tutti questi negozi sfitti non servono più, e forse tutto è nato con il decentramento dei servizi fuori dal centro storico: se non vado in centro per andare a fare shopping o per recarmi in posta o vedere delle mostre, allora perché ci devo andare? Probabilmente si continua a guardare da un’altra parte, ma è la città a dover essere ridisegnata. Perché non abituiamo la città a ospitare dei concerti in Piazza dei Signori, ad esempio? Frequentando salotti di intellettuali e politici in altre città ho scoperto che si è convinti che siano i cittadini non pronti al cambiamento, ma ormai l’abbandono urbano è un tema fondamentale su cui discutere. Ci sono grosse chiusure che poi come Freak mi toccano, diventano giganteschi mostri abbandonati o non mostri, che è ancora peggio, cioè palazzi storici che poi si cerca di riadattare. L’ex tribunale che diventa un albergo, mi sembra una di quelle scelte un po’ tirate, ma serve un albergo? Manca proprio una progettualità, una direzione, vogliamo farla diventare la città dell’architettura o delle biciclette ad esempio? Ho parlato con gli amministratori di altri comuni e ho chiesto informazioni, a volte basta parlare e seguire le linee guida di altri. A Forlì si sono inventati i mercoledì con musica ed eventi per le famiglie e hanno scelto di non multare i plateatici non autorizzati.
Se ho capito bene il focus della performance non è tanto il negozio, quanto attivare i riflettori su quello che sta accadendo nelle città…
Molte città rischiano di diventare dei centri commerciali dove si va solo per fare shopping o al contrario la gente non va
lavabile e la scritta “sfitto” di Freak of Nature
più in centro ma si rifugia nei centri commerciali in periferia che sono ormai ricchi di servizi e dove puoi trovare di tutto.
A ogni bambù abbini un numero, una sorta di censimento che riparte in ogni città?
Riparto sempre da zero in ogni città, quindi Mestre 135, Venezia 165, eccetera. Chiaramente è un numero indicativo, perché a Bologna non ci sono 160 negozi sfitti ma molti di più; tutto dipende dalla città, dal movimento di quella notte, a volte riesco a farne solo metà. Poi ci sono città in cui ritorno più volte e proseguo. Con Vicenza, addirittura, non vado neanche avanti con la numerazione, cioè tratto ogni quartiere a sé.
A Bassano faceva freddissimo, ne feci 50; poi ci ho abitato per tre anni e ho notato un affossamento notevole, infatti quando sono tornata un anno e mezzo fa ho ricominciato daccapo e sono arrivata a 125.
Cos’è successo in Corso Padova lo scorso gennaio? Sei stata fermata dalla Polizia…si è fermata anche la numerazione?
La numerazione si è fermata, aspetto che mi torni il coraggio [ride]. La polizia è stata chiamata da alcuni cittadini che a quanto pare si sentono molto “coinvolti”. Mi hanno contestato l’imbrattamento con il verbale.
A parte questo ci sono stati altri episodi simili nelle città che hai visitato? Solitamente, dato che ormai mi si conosce, le persone comprendono ciò che sto facendo. A Dueville due proprietarie di negozi
sono andate dai carabinieri che hanno aperto le indagini. Grave è stato poi l’episodio di Gorizia, quando stava per essere eletta Capitale della Cultura. Solitamente nelle performance ci sono io a fare i bambù, una persona scrive il numero e un’altra che cammina dietro e si prende cura di noi, per eventuali “brutti” incontri notturni. Insomma, a Gorizia ci fermano e ci portano in caserma, molto allarmati perché l’indomani sarebbe arrivato il Presidente della Repubblica. Il verbale è durato quattro ore, poi torniamo a casa e ci arriva un daspo di due anni. Ho chiesto al mio avvocato e il daspo viene dato a persone ritenute pericolose per l’ambiente e per le persone. L’ho trovata una cosa veramente incredibile.
Sempre su Corso Padova, tu hai raccontato che cercavi uno studio in zona, com’è andata?
Ho visto tantissimi negozi sfitti in Corso Padova e una vasta gamma di proprietari: c’è quello che vive completamente fuori dalla realtà, quello convinto di avere un certo immobile ma in realtà ne ha un altro, chi ti propone già un abbassamento di prezzo rispetto a quello che c’era nel sito. E poi ci sono luoghi senza proprietario, chiusi da 50 anni. Ci sono i ricordi della gente, la nostalgia. E non ho trovato uno studio, per tutti quei motivi di cui chiunque altro si lamenta. O era troppo caro, o non aveva le condizioni, oppure è impossibile trovare proprietari.
Secondo te cosa si dovrebbe fare?
Direi ridisegnare la città, non si può più perdere di identità. Vicenza era la città dell’oro, ma è sentita questa cosa? Se penso a Vicenza penso all’oro, all’architettura, cose semplici e a chilometro zero. Si può puntare su questo, ma serve coraggio, poi i miei sono solo spunti…Manca la speranza, non siamo bravissimi in generale come italiani a trattare bene la nostra patria, no?
Mi è capitato di portare delle persone in città che fanno proposte che poi cadono… ci si scontra con una realtà che non è pronta.
Freak of Nature, l’artista che fa riflettere sulla evoluzione delle città
Nel suo nome d’arte convivono anomalia e natura, la descrizione del suo animo che non perde la speranza
di S. B.
Una mattina di primavera e una stanza in cui gli alberi del vicino parco sembrano penetrare all’interno della casa. Due gatti ruffiani e un cane in cerca di attenzioni. Un tavolo d’epoca pieno di matite colorate, una libreria ricca di libri (non solo d’arte), e poi le opere sparse qua e là. Questo è stato l’incontro con Freak of Nature, occhi verdi che richiamano il colore dei suoi bambù.
Milanese di nascita, come arrivi a Vicenza?
Mio papà ha sempre diretto cantieri in giro per il mondo, la mia vita è stata molto itinerante. Ho abitato a Bardonecchia, in montagna, poi dalla prima superiore sono arrivata a Vicenza. Poi mio papà ha ripreso i suoi viaggi, mentre io e mia madre siamo rimaste qua. Ogni tanto mi sposto, però sento questa come casa.
Qual è il tuo luogo del cuore a Vicenza?
La nostra piazza, io vorrei uno studio in piazza.
E cosa ami o non ami a Vicenza?
Penso di amare la struttura della città, le sue potenzialità, è un po’ un cantiere dove
Freak of Nature e la riproduzionediuna suaopera:unalbero stilizzato che esce daunagrata,dalei dipintonel2023sulla pavimentazionedi
vedo una speranza. Qui c’è spazio per qualsiasi progetto si voglia fare.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è azione, è movimento, è interazione. Può passare proprio attraverso lo spazio pubblico più che attraverso simboli. Perché poi la tela è un simbolo, qualcosa che si appende. Io sono più per un’idea di arte che dialoga, che forza. Perché mi rendo conto che c’è un po’ di violenza anche, se scrivo una frase sul muro ti obbligo a leggerla. Però forse è il momento che l’arte sia questo e che non sia rassicurante. Anche la questione dei negozi sfitti, il costo dell’affitto è un problema effimero, bisogna proprio toglierle le vetrine. Sto collaborando con un architetto che ha rilevato le ex poste di Schio, sono ben 22 vetrine e la prima azione sarà proprio quella di toglierle per restituire l’ambiente, poi faranno dei lavori e questo diventerà uno studio.
Come mai hai scelto la street art?
Ma io non l’ho scelta, cioè quella è una parola che viene abbinata a me, non so neanche se sia corretta. Ci sta perché la mia arte si svolge in strada, ma poi c’è confusione perché ci sono il graffitaro, il writer, etc. Secondo me è tutto in evoluzione, i nuovi street artist non partono dai treni come si faceva 30 anni fa. Sicuramente è una corrente artistica poco conosciuta in Italia: dal nostro Paolo Rossi dipinto al Palladio di Vargas, quelli sono muralisti, non street artist. Nel mio caso forse io sono più un’artista visuale.
Piazza Biade
Fai anche opere che poi vendi? Fai esposizioni?
Non espongo tanto, ho fatto qualche esperienza in tal senso, ma per me la tela rappresenta il passaggio intermedio tra il disegno e il muro, è una sorta di bozzetto. Faccio anche opere per cui vengo pagata, solitamente è più facile che mi venga richiesto di fare la facciata dell’azienda o gli interni del negozio o di casa. E poi negli ultimi anni sono io che faccio delle proposte, ho cercato di collaborare un po’ con le istituzioni ma è molto difficile. Ho collaborato con una cooperativa sociale che si occupa di ragazzi con disabilità mentali e loro hanno questo orto bellissimo, dove hanno voluto dipingessi il bambù. E poi partecipo a festival, per esempio per Ca’ Foscari ho fatto una performance sulla mancanza d’acqua.
Fai anche opere in collaborazione con altri artisti?
Ho un paio di collaborazioni in corso. Ma gli street artist sono molto individualisti, anche se ci sono le crew. A volte invito degli artisti ma non è che la città capisca molto bene, magari il giorno dopo trovi il pezzo dell’artista mezzo strappato. E allora ti scoraggi.
Hai studiato arte?
Io ho fatto il liceo artistico e poi ho fatto il DUTARS all’epoca, era un diploma universitario in tecnica artistica dello spettacolo ma non aveva niente a che vedere con il disegno, era programmazione teatrale cinematografica. Ho sempre disegnato, ma non ho mai pensato di farlo come lavoro. E non ci avrei pensato se non avessi avuto alcune occasioni da film. Tipo un giorno in un baretto a Bardonecchia. Era un periodo particolare, avevo provato a scrivere qualche pezzo per alcuni giornali, ma non andava benissimo. Allora sono tornata lì a schiarirmi le idee e sono andata a fare la receptionist in un hotel militare e la barista la mattina. Mentre stavo dise-
gnando entra questo signore che si mette a osservare quello che stavo facendo, io ero un po’ imbarazzata, ma lui mi dice che stava cercando creativi per uno studio a Torino. E così sono andata lì per tre anni e ho fatto la creativa per questo guru del dipinto a mano dell’alta moda, un mondo pazzesco. Un mio collega
usciva di notte per fare pezzi e io uscivo con lui a vedere.
Che lavoro ti saresti immaginata di fare senza questi episodi da film? Volevo fare la giornalista oppure probabilmente avrei ripiegato su una disciplina creativa, ma da tecnico.
Ultima cosa, da dove arriva “Freak of nature”?
È diventato il mio soprannome alla nascita. Ero un po’ malaticcia e bruttina, e la prima cosa che mia madre ha detto a mio padre è stata: “Guarda, è un piccolo freak of nature”
Ho un po’ questa doppia personalità fin da piccola, è una cosa mia.
A volte chiedevo ai miei cosa volesse dire oppure tornavo a casa dicendo “Ma lo sai che mi hanno detto che freak vuol dire errore, schifo”, li mettevo alla prova per capire se davvero volesse solo dire quello. E invece per loro ha sempre voluto dire solo anomalo, in un’accezione molto positiva. Mia madre mi faceva tutti gli esempi di queste anomalie, come il classico quadrifoglio.
Mi è sempre piaciuto ciò, non è che io debba imitare o ricreare la natura, è una suggestione dell’infanzia, io mi immaginavo il mondo tutto verde.
I vuoti militari/2 L’ex caserma della Guardia di Finanza in Mure della Rocchetta (e il complesso ERP di via Bonollo)
Osservando il quadrante scaligero occidentale del centro storico di Vicenza (delimitato dal sistema Mure Carmini - Porta S.Croce – Mure Rocchetta – Mure Porta Nova), non si può non concordare con le parole di Franco Barbieri quando ne descrive “l’impianto urbanistico - entro cui si svilupperà una edilizia privata non molto intensiva, allineata lungo le strade e lasciando larghi vuoti interni di orti e giardini, in una dignitosa uniformità piuttosto aliena da esiti monumentali e intervallata da frequenti e imponenti complessi di ordini religiosi (...).”1.
Gli isolati, dunque, si chiudono lungo il perimetro della maglia viaria lasciando
ampi spazi liberi, chiusi alla vista dall’esterno, quasi a voler ribadire il ruolo fondante del “vuoto” nello sviluppo urbano, almeno di questa parte della città. Ma oltre alla presenza diffusa dei grandi complessi religiosi (San Rocco, S. Maria Nova), in quest’area non può essere negata anche una discreta presenza militare, testimoniata in primis dalla presenza della stessa Rocchetta, coi suoi edifici per l’acquartieramento delle truppe, ormai scomparsi, ma anche dal cosiddetto “Quartiere de’ Soldati” (che dà il nome alla omonima contrà), che si trovava nell’isolato tra contrà Porta Nova e Piazzale del Mutilato2, dall’ex Caserma della Guardia di Finanza, o dal complesso della Caserma Sasso (Polizia).
Uno dei vuoti urbani più significativi oc-
Contrà Bonollo
cupa proprio uno di questi isolati, ritagliato nella maglia stradale scaligera del XIV° secolo, e delimitato dalle contrà Bonollo (a nord), Porta Nova (a est), Mure della Rocchetta (a sud) e San Rocco (a ovest). Al suo interno si trovano un brutto palazzo moderno (sede del Genio Civile e dell’Agenzia del Demanio Regionale) la ex-Caserma della GdF e - a chiudere l’angolo nordoccidentale che guarda verso il centro e la scuola Giuriolo - l’imponente edificio che costituisce uno dei più datati e affascinanti complessi residenziali pubblici del Comune di Vicenza.
Quando la GdF nel 1995 si sposta nell’ex-convento di San Tomaso, alla opposta estremità del centro storico (andando a riempire un ulteriore imponente vuoto allora in abbandono da anni), lascia inutilizzata la vecchia sede, che diviene preda di incuria e sbandati. Il breve ritorno agli onori delle cronache risale al 2012, quando si parlò di una possibile cessione dal Comune a una società immobiliare, per una cifra di circa 2 milioni di euro. Non se ne fece nulla.
Seguirono un tentativo della Giunta Variati, con un fondo speculativo (Investire SGR) che non andò in porto entro la scadenza del mandato amministrativo, e uno della giunta Rucco che però non riuscì a portare a casa i promessi fondi PNRR, che nel 2022 sembrava potessero arrivare a Vicenza per essere destinati al recupero di questo ed altri complessi in stato di degrado (ex Fiera, ex cinema Arlecchino, villaggio Giuliano a Campedello...).
Nel 2023 il complesso è stato occupato simbolicamente dai giovani di “Fridays for Future”, che lo hanno posto ad emblema della richiesta di nuovi spazi di abitazione, aggregazione e discussione.
di Francesco di Bella Architetto
Certo, osservando il complesso ex GdF nella sua struttura attuale, il suggerimento dei Fridays for Future non era affatto peregrino: edifici di due piani, circa 1500 mq coperti inframezzati da poco meno di 900 scoperti, ai limiti del centro storico, ma a un passo dai luoghi centrali della città. Le dimensioni non sembrano quelle ideali per l’intervento di un grande fondo speculativo, ma piuttosto per un recupero finalizzato, ad esempio, al co-housing per anziani o giovani coppie, tema che questa stessa rivista ha affrontato diffusamente nel numero dello scorso febbraio.
Includendo in una operazione del genere anche l’edificio ex ERP su contrà Bonollo, il discorso sarebbe stato di grande interesse: è ancora intuibile (al netto dei pesanti segni del tempo) il buon valore architettonico di questo complesso , il cui fronte su contrà Porta Nova è caratterizzato da un ordinato susseguirsi di aperture incorniciate in pietra su un fronte sostanzialmente piano; girato l’angolo su via Bonollo, invece, sul fronte edilizio si alternano rientranze, logge, portichetti ed elementi decorativi classici, in un insieme decisamente più dinamico.
Purtroppo, invece, è cronaca recente la notizia che le 32 abitazioni di questo edificio (di cui sette ancora abitate) saranno
oggetto di alienazione da parte del Comune, che sta operando per il trasloco delle persone ivi ancora alloggiate3. Il complesso presenterebbe gravi problemi statici e di sicurezza.
Nel nostro Paese è sempre complicato trovare strumenti e fondi per operazioni di questo genere, a meno di demolire e ricostruire ex-novo il tutto (certo non per tornare a fare alloggi “popolari” e sicuramente per aumentare le cubature).
Peccato, perché le prospettive per questo
isolato urbano denso di storia avrebbero potuto essere interessanti, mentre allo stato attuale restano molto incerte.
Il complesso Caserma Sasso/Santa Maria Nova (e la Questura in Viale Mazzini)
Girando lo sguardo di 180° verso nord, ci troviamo di fronte a un massiccio muro in laterizio e pietra, che nasconde il giardino dell’ex convento delle Monache Agostiniane di Porta Nova, adiacente alla omonima chiesa. Le strutture del Convento sono oggi sede della Scuola Secondaria Giuriolo e della Primaria Giusti, quest’ultima con accesso dalla austera facciata su Contrà Santa Maria Nova, sul cui portale campeggia ancora la scritta “Opera Pia Cordellina”.
Di fronte a questo edificio si trova ciò che resta di un altro ex-convento di monache devote alla Vergine, quello delle Dimesse. La congregazione religiosa delle “Suore Dimesse Figlie di Maria Immacolata” venne fondata a Vicenza nel 1579, con il nome di “Compagnia delle Dimesse” o “Compagnia della Madonna”, dal frate francescano minore Antonio Pagani4. Il nome “Dimesse”significa “umili – piccole”. Alla soppressione dell’ordine nel 1810, divenne caserma e ospedale militare5. Nel 2° dopoguerra vi trovarono sede il 5° Reparto mobile della Polizia, ospitato dal 1965 fino al 1968, e la Scuola allievi guardie di pubblica sicurezza (poi
L’angolotraconràBonolloecontràPortaNova
Contrà Porta Nova
Scuola allievi agenti) dal 1965 fino al 20076. Attualmente la Caserma M. Sasso ospita i reparti operativi della Polizia Stradale e il “Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica”. È presente, inoltre, una propaggine logistica della caserma, nell’area adiacente alla Scuola Giusti e alla chiesa di Santa Maria Nova, in cui è presente un parcheggio e un grosso corpo di fabbrica adibito a magazzino, che in facciata scimmiotta maldestramente le forme della chiesa stessa.
Nella costante alternanza di funzioni religiose e militari, anche questo grande complesso è stato ed è tuttora al centro delle dinamiche urbane della città: dopo essere stato venduto a un fondo immobiliare nel 2018 (quando la questura pareva dovesse unificare le proprie sedi nell’ex tribunale di Santa Corona), è stato poi ri-affittato alla Polizia (canone: 1,5 milioni di €/anno) per essere finalmente riacquistato dallo Stato7 (vicenda, tra l’altro, che corre sul crinale del danno erariale), con la prospettiva - tutt’altro che confermata - di unificare qui tutte funzioni di P.S., incluse quelle attualmente collocate nella sede di Viale Mazzini.
Anche nel caso di questo ex-convento, a guidare le possibili trasformazioni dell’area erano logiche speculative: con quale obiettivo non è dato sapere. L’area non è periferica, ma nemmeno centrale; non ha una accessibilità agevole (ci si arriva sostanzialmente da contrà Bonollo o da Piazzale Giusti – cosa che potrebbe pure essere un problema per gli interventi di emergenza); non si presta a funzioni commerciali, avrebbe necessitato di profonde trasformazioni e sarebbe stata poco attrattiva per un intervento di tipo residenziale ad alto target. Forse solo un utilizzo per funzioni comunitarie (scuole? università?) avrebbe potuto avere una qualche plausibilità, a patto di investirci non pochi milioni per la ristrutturazione. Ovviamente non se ne è fatto nulla; dunque, da qui il ritorno allo Stato. Se quindi sembrerebbe scongiurato lo svuotamento dell’enorme complesso in Santa Maria Nova (una cui ipotetica riqualificazione richiederà comunque capitali ingentissimi, anche in ottica di mantenimento delle attuali funzioni di pubblica sicurezza), verrebbe dunque da
Cotrà Mure Rocchetta (ex sede Gdf)
Ctrà Santa Maria Nova (Caserma Sasso)
chiedersi cosa ne sarà del palazzo in Viale Mazzini, attuale sede della Questura, se questa unificazione venisse attuata. L’edificio fa parte a pieno titolo di quella anonima stagione degli edifici burocratici italiani pseudo hi-tech degli anni ‘70, sorto sulla porzione settentrionale del sito lasciato libero dalle acciaierie Beltrame, dopo che furono trasferite in Zona Industriale, e di fronte a una arteria stradale piuttosto trafficata. Per dimensioni, collocazione e tipologia, se abbandonata dalla Questura, la struttura potrebbe essere utilizzata senza la necessità di interventi ìmprobi come albergo cittadino (oggi mancante dopo la demolizione di quello in Viale San Lazzaro): avrebbe dimensioni simili a una struttura alberghiera (senza averne minimamente l’attrattività); necessiterebbe di una riqualificazione forte, ma non utopistica; è inoltre già dotata di un perimetro chiuso e adatta a un controllo degli accessi; avrebbe una accessibilità relativamente semplice sia dal centro che dai quartieri periferici. Con una riqualificazione mirata a togliere un po’ di quell’aura “poliziesca” che si porta addosso, forse questa rifunzionalizzazione potrebbe essere un giorno percorribile.
Un esempio positivo:
la ex-caserma Borghesi
La caserma Borghesi fu inaugurata nel 1935 e nel 1955 fu destinata a sede del 25° Comando militare di Zona, contestualmente all’insediamento del Comando USA SETAF a Vicenza est. L’area si trova immersa all’interno del fitto tessuto edificato che gravita su Bor-
NOTE
go Casale e si estende per circa 8900 mq. Sede del Distretto Militare di Vicenza fino ai primi anni 2000, è stata acquistata dalla Provincia nel 2004 e da subito se ne è indirizzata la rifunzionalizzazione verso l’utilizzo didattico/universitario, compatibile con le previsioni del Piano di assetto del Territorio di Vicenza, che in quell’ambito non consentivano funzioni commerciali o residenziali, e congruo con la vicinanza al polo universitario di Viale Margherita. L’insediamento di tali attività è inoltre compatibile col vincolo monumentale, presente dal 2009 sugli edifici prospicienti Borgo Casale, ai sensi del D.Lgs 42/2004.
Nel 2023, viene firmato l’accordo tra Provincia di Vicenza e Fondazione ITS Meccatronico per la collocazione nella nuova sede “Borghesi” dell’ITS Aca -
¹ Barbieri, Franco; “Vicenza: la città murata”; Comune di Vicenza, 2011; pag.118.
2 Si veda “Plan de Vicense” di J.J. De Lalande, tavola n°70; in “Vicenza Città Bellissima”, a cura di Carta, M.; Magliani, M.; Scarpari, A.; Zironda, R.; Biblioteca Civica Bertoliana, 1983, (II^ ed., 1990).
3 Pilastro, Laura; “Alloggi Erp da vendere a Vicenza, nuova asta in arrivo. Ecco dove sono”; Il Giornale di Vicenza, 25 maggio 2026; https://www. ilgiornaledivicenza.it/territorio-vicentino/vicenza/ alloggi-erp-da-vendere-a-vicenza-nuova-asta-inarrivo-ecco-dove-sono-1.13023731
4 “Collegio Dimesse scuola Paritaria Padova – La storia”: https://www.collegiodimesse.it/la-storia/
demy – Meccatronico Veneto, ente di riferimento nella formazione e nell’accrescimento delle competenze tecniche nel tessuto industriale locale e regionale. Questo nuovo utilizzo, oltre al mero recupero di edifici abbandonati, ha consentito l’inserimento di una nuova funzione “leggera”, compatibile con il tessuto urbano del quartiere, che non avrebbe potuto sopportare grossi interventi speculativi di altro tipo; ha soddisfatto una richiesta di sostegno allo sviluppo di percorsi di formazione richiesti dal tessuto produttivo locale; ha rinforzato una vocazione didattico/universitaria dell’area che gravita attorno allo Stadio Menti, che in futuro, proprio in virtù della ventilata (da anni) possibilità di spostamento di questo impianto, potrebbe trovare nuove occasioni di sviluppo.
5 Parolin, Luciano; “Toponimi Vicentini, narrati da Luciano Parolin: Contrà Santa Maria Nova...”; ViPiu.it, 17 giugno 2022; https://www.vipiu.it/ leggi/toponimi-vicentini-narrati-da-lucianoparolin-contra-santa-maria-nova/
6 “Polizia di Stato, Scuola Allievi Agenti di Vicenza”, in SAN – Sistema archivistico Nazionale: http:// san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-complessodocumentario?step=dettaglio&codiSanCompl=s an.cat.complArch.70055&id=70055
7 Polizzo, Andrea; “ Vicenza: Questura alla Caserma Sasso: L’incertezza regna in Commissione”; ViPiu. it, 6 febbraio 2026; https://www.vipiu.it/leggi/ caserma-sasso-vicenza-nuova-sede-questuracommissione/
Contrà S.Rocco (Caserma Sasso)
Trasporto pubblico, Vicenza a un bivio
La protesta di San Felice contro la corsia riservata agli autobus riporta al centro il tema della mobilità urbana
Numerose ricerche (la relazione del CNEL sui servizi della Pubblica Amministrazione in Italia, pubblicata nel novembre 2024, o il Rapporto Audimob pubblicato da Isfort a fine 2025, o ancora il rapporto Pendolaria di Legambiente) fotografano chiaramente da anni le difficoltà del trasporto pubblico locale. In Italia solo 74 persone su 1000 utilizzano un mezzo pubblico per gli spostamenti quotidiani, il 7,4%, una percentuale in-
feriore rispetto alla media europea. Il divario sussiste anche tra aree urbane e piccoli centri: il peso del trasporto pubblico nelle grandi aree urbane (oltre 250mila abitanti) raggiunge il 14,7%, contro il 4-5% dei centri più piccoli (meno di 50mila) e il 6% dei centri di media e medio-grande dimensione (fino a 250mila). Considerando che nelle grandi aree urbane vive solo il 15% degli italiani, la mobilità collettiva è particolarmente sottoutilizzata in ampie fasce della popolazione.
Piazzedelcentrocomeparcheggi
Stesso discorso per il numero di addetti: nel trasporto pubblico locale vi sono in Italia 11,3 addetti ogni 10 mila abitanti, una percentuale molto lontana da quella della Germania (25,8%), del Regno Unito (21,7%) e della media EU27. Le città venete, se si esclude Venezia e la sua area metropolitana, si trovano proprio in quel nutrito gruppo di città medie (alcune, come la nostra, decisamente medio-piccole) in cui il tentativo di strutturare un servizio pubblico efficiente, attrattivo ed economico, si scontra con la costante mancanza di risorse finanziarie, il sottodimensionamento del Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico Locale - che perdura da anni - e la ferale concorrenza del mezzo privato, che
Pochi utenti, risorse limitate e città il futuro del trasporto pubblico dalle scelte della politica e dalle
rimane la scelta principale per soddisfare la domanda di mobilità, per una serie di motivi che vanno da una obiettiva maggiore comodità dell’automobile (in termini di orari, disponibilità e versatilità) alla mancanza di una vera alternativa che sia competitiva a livello di costi, frequenze, disponibilità e comfort.
Per questa situazione dobbiamo sicuramente ringraziare Tremonti, autore della prima falciata sui finanziamenti statali con l’ultimo governo Berlusconi; i suoi
di Francesco di Bella Architetto
successori, però, non si sono particolarmente distinti, in quanto solo negli anni della pandemia c’è stato un sussulto dei finanziamenti al trasporto pubblico locale, che però non sono bastati né a recuperare quanto perso nel 2012, né ad adeguare i finanziamenti all’inflazione. Quest’ultimo Governo in carica poi, ha ulteriormente ridotto il Fondo TPL di 115 milioni per finanziare il taglio delle accise sui carburanti. Siamo dunque a un bivio.
Le nostre città (e in particolare la piccola Vicenza) sono troppo piccole per poter pensare di fare investimenti strutturali sul trasporto pubblico in mancanza di una adeguata spina dorsale finanziaria nazionale; al contempo però sono troppo grandi per poter rinunciare a un TPL moderno ed efficiente, perché questo avrebbe un’unica conseguenza: moriremmo di automobile.
La perdita di quote di trasporto da parte del TPL si riverbera sulle realtà urbane con effetti che sono noti ormai da anni: congestione, code, aumento dei tempi di percorrenza, aumento di emissioni inquinanti, perdita di qualità dello spazio pubblico a causa dell’aumento della richiesta di spazi di parcheggio, conseguente aumento del degrado e della sen-
sazione di insicurezza, peggioramento della qualità della vita.
Lunedì 8 giugno si è tenuto, in un locale di Corso SS. Felice e Fortunato, un incontro pubblico organizzato da un comitato di cittadini ed esercenti contrari al doppio senso in corsia riservata agli autobus su quel tratto di strada: il comitato paventa la morte del commercio, lamenta la insostenibilità viabilistica e ambientale di un aumento del numero di mezzi, contesta le scelte fatte dalla giunta vicentina in sostegno di questo nuova opportunità di trasporto pubblico (che è veramente l’unica compensazione “sensata” per il progetto TAV in area berica). Tralasciamo il fatto che i nuovi mezzi saranno elettrici (zero emissioni, ridottissima rumorosità) e che, in ottica di medio
Un autobus SVT
Unafermatasospesa
termine, tutto il parco mezzi dovrebbe essere elettrificato – fattore che di per sé dovrebbe azzerare le critiche a livello ambientale; ma siamo così sicuri che sia una corsia preferenziale ad aumentare il degrado? A uccidere il commercio? Siamo convinti del fatto che sia così squalificante il passaggio di un autobus ogni 5
minuti? O non è vero forse il contrario? Ovvero che è il recupero dello spazio pubblico alla pedonalità, alla ciclabilità e al trasporto pubblico che ne migliora la qualità, che ci riabitua a muoverci in maniera sostenibile e a vivere pienamente le nostre città, con tutto quel che consegue su ambiente, commercio e sicurezza?
Alla politica quindi si richiedono meno chiacchiere (ce ne sono veramente oltre il limite, in questi giorni, in particolare in merito a SVT), meno speculazioni (come quella di alcuni esponenti di centro-destra o di movimenti apertamente razzisti, che sobillano questo ed altri comitati di protesta su bus, auto, biciclette, monopattini); si richiede soprattutto l’aumento degli stanziamenti al Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico, magari evitando qualcuno di quegli esosi investimenti in grandi opere che creano molto debito, poca crescita economica e irrilevanti modifiche sulla mobilità e sulla qualità urbana.
A noi cittadini, invece, è richiesta una cosa più banale, ma forse più difficile. Lavoriamo un po’ su noi stessi, vinciamo la nostra pigrizia, le nostre paure indotte, le nostre cattive abitudini; proviamo a lasciare a casa l’auto per muoverci a piedi, in bici o in autobus, anche se questo comporta un discomfort apparente: gli effetti sulla qualità urbana, sul commercio, sull’ambiente dipendono molto anche dai nostri comportamenti.
Ciclopedonale
Unnegoziochiuso
Il Park Cattaneo
Come si legge un bilancio di un Comune?
Per la Costituzione italiana
dovrebbe essere una cosa semplice!
“Il bilancio comunale non è soltanto un documento tecnico: secondo la Corte Costituzionale è un «bene pubblico» che deve consentire ai cittadini di comprendere come vengono raccolte e utilizzate le risorse della collettività.”
Leggere un bilancio di un ente locale, ad esempio un Comune, dovrebbe essere una cosa semplice per tutti, almeno nei tratti fondamentali.
L’occasione di rimarcare questo aspetto perviene dalla ricorrenza dei primi 80 anni della nostra Repubblica, che è stata ricca di iniziative, interventi, commenti e dibattiti. Molto si è detto sui diritti costituzionali dalla salute all’istruzione, al riconoscimento pieno dello sciopero, al ruolo dei partiti politici fino al voto delle donne e così via.
Meno attenzione (ahimè) è stata riposta su un altro aspetto della Costituzione, certamente meno nobile, ma assai im-
portante: il bilancio pubblico, strumento che espone come si acquisiscono i quattrini dai cittadini, per poi utilizzarli per finanziare le attività ed i pubblici servizi.
La realtà dei fatti evidenzia che i diritti ed i servizi pubblici costano e per garantirli e farli funzionare occorre acquisire dai cittadini le risorse finanziarie necessarie, che, come noto, sono (sempre) scarse.
Orbene, chi ha scritto la nostra Costituzione ha avvertito fin da subito l’importanza della chiarezza sull’uso dei soldi pubblici, l’esigenza di trasparenza ed i rischi connessi a gestioni poco oculate, stabilendone alcuni principi fondamentali, da inserire direttamente nella carta costituzionale.
Vediamo innanzitutto gli articoli della Costituzione, che sono quattro:
Art. 81 – “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio...”
Art. 97 – “Le pubbliche amministrazioni… assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico...”.
Art. 117 – Solo lo Stato può legiferare in tema di bilanci.
Art. 119 – “I Comuni … hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa … concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea... Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento”.
Sintetizzando al massimo, i bilanci pubblici devono essere in equilibrio, cioè le spese non possono superare le entrate e, nei Comuni, i debiti si fanno solo per finanziare investimenti.
Fin qui tutto semplice, ma sappiamo bene che la materia contabile è molto tecnica, qualcuno dice anche ostica; ciò nonostante, le informazioni che i bilanci forniscono devono essere comunque intellegibili a tutti, esperti e non esperti. Questo traspare dalla nostra Costituzione ed è illustrato da varie sentenze della Corte Costituzionale.
Il punto di partenza è la stessa definizione di bilancio contenuta nella sentenza n. 184 del 2016 della Corte Costituzionale: “Occorre ricordare che il bilancio è un “bene pubblico” nel senso che è funzionale a sintetizzare e rendere certe le scelte dell’ente territoriale, sia in ordine all’acquisizione delle entrate, sia alla individuazione degli interventi attuativi delle politiche pubbliche, onere inderogabile per chi è chiamato ad amministrare una determinata collettività ed a sottoporsi al giudizio finale afferente al confronto tra il programmato ed il realizzato…”
Quindi, per la Consulta, i caratteri inscindibili del bilancio sono la chiarezza delle informazioni, la significatività dei dati e la specificazione degli interventi attuativi delle politiche pubbliche. Da questo principio generale ne conseguono molti altri, ad esempio, l’obbligo di approvare bilanci preventivi vincolanti, la comprensibilità dei bilanci, la
trasparenza, la completezza dei dati e delle informazioni, la coerenza, il perseguimento degli equilibri, la copertura finanziaria delle spese e così via. La necessità di applicare tecniche contabili di standardizzazione dei dati, di consolidamento e di armonizzazione, indispensabili per i controlli della finanza pubblica, non devono comunque rendere il bilancio pubblico di difficile accessibilità informativa per il cittadino di media diligenza.
Così si esprimono la sentenza n. 184 del 2016 e la sentenza 18 del 2019. Ecco, proprio qui sta il punto: il bilancio, al di là degli aspetti tecnici, va compreso da un “Cittadino di media diligenza”, ovvero anche da chi non è un esperto di contabilità.
Oltre a ciò la Corte Costituzionale considera altri aspetti in qualche modo connessi, fra cui:
- il ruolo dei bilanci preventivi e consuntivi, che devono garantire la cognizione delle modalità di impiego delle risorse pubbliche e dei risultati ottenuti dagli amministratori (sentenza n. 91 del 2025).
- il ruolo degli amministratori pubblici, che si decifra dalle politiche di bilancio che approvano (sentenza n.18 del 14/2/19).
- la responsabilità politica del mandato elettorale del Sindaco e della Giunta che si esercita non solo attraverso il rendiconto di quanto realizzato, ma anche in relazione al consumo effet-
tivo delle risorse impiegate (sentenze n. 4 del 2020 e n. 18 del 2019).
Ma il vero punto dolente di ogni Amministrazione Pubblica è un altro e si ripete ogni anno. Far quadrare il bilancio è difficile! Le spese che si vorrebbero fare sono tante, ma i quattrini a disposizione sono pochi.
La sentenza n. 30 del 1959 delle Corte Costituzionale detta le regole: la copertura finanziaria delle spese è un pilastro che non si tocca e non può essere affermata in astratto, ma va corredata da adeguata dimostrazione della sussistenza, economica e contabile.
Nella medesima direzione si colloca anche le sentenza 141/2010 che si sofferma sull’onere di provare in concreto l’esistenza della copertura delle spese.
Di riflesso, il “Il bilancio non può considerarsi in equilibrio in assenza di copertura delle spese impegnate e degli oneri derivanti da obbligazioni già perfezionate”; quindi, in tale caso, il bilancio non è legittimo (Corte Cost. sentenza n. 247 del 2017).
Quando poi, per poca prudenza o per fatti accaduti non prevedibili, la gestione di un esercizio chiude in deficit, ovvero registra, a fine esercizio, un volume di entrate finanziarie effettive inferiore alle spese, allora scatta nell’anno successivo l’obbligo del ripiano. È prevista una procedura specifica (c.d. predissesto e dissesto) che, in sostanza, mira a recuperare le risorse finanziarie aggiuntive necessarie per chiudere il buco di bilancio e ripristinare gli equilibri tra entrate e spese.
La Corte Costituzionale si esprime più volte sulla pericolosità di tale situazione. Si fa presente che il tema non è di poco conto, perché attualmente circa un quinto dei Comuni italiani si trovano in stato di dissesto o di difficoltà finanziaria strutturale.
“Al deficit si deve porre rimedio subito ... la sua rimozione non può comunque superare il tempo della programmazione triennale e quello della scadenza del mandato elettorale [5 anni], affinché gli amministratori possano pre-
sentarsi in modo trasparente al giudizio dell’elettorato al termine del loro mandato, senza lasciare “eredità” finanziariamente onerose e indefinite ai loro successori e ai futuri amministrati”. Corte Cost. sentenza 18 del 14/2/19 e sentenza n. 274 del 2017.
Attenzione che il deficit non immediatamente ripianato comporta di fatto, come indicato nella sentenza n. 80 del 2021, un onere rinviato al futuro cioè un ”trasferimento dell’onere del debito e del disavanzo dalla generazione che ha goduto dei vantaggi della spesa corrente a quelle successive, senza che a queste ultime venga trasmesso alcun beneficio...”.
Ed ecco che entra in gioco un altro principio fondamentale del bilancio: quello dell’equità intergenerazionale.
Nel merito, un passaggio della sentenza 18 del 14/2/19 della Corte Costituzionale è chiarissimo:
“L’equità intergenerazionale comporta, altresì, la necessità di non gravare in modo sproporzionato sulle opportunità di crescita delle generazioni future, garantendo loro risorse sufficienti per un equilibrato sviluppo. È evidente che… l’indebitamento e il deficit strutturale operano simbioticamente a favore di un pernicioso allargamento della spesa corrente. E, d’altronde, la regola aurea contenuta nell’art. 119, sesto comma, Cost. dimostra come l’indebitamento debba essere finalizzato e riservato unica-
mente agli investimenti in modo da determinare un tendenziale equilibrio tra la dimensione dei suoi costi e i benefici recati nel tempo alle collettività amministrate.”.
Certo che, se il bilancio rimane negli anni sempre in equilibrio non ci sono problemi.
L’equilibrio di bilancio è espressamente indicato negli articoli 81 e 97 della Costituzione, nonché nell’art. 119 con specifico riguardo alle conseguenze dell’indebitamento.
Attenzione, però, l’equilibrio di bilancio è anche tendenziale (Vedasi ad esempio le sentenza n. 70 del 2012 e n. 115 del 2012).
Nell’ordinamento finanziario delle amministrazioni pubbliche i principi del pareggio e dell’equilibrio tendenziale si realizzano normalmente attraverso due regole, una statica e l’altra dinamica: la prima consiste nella parificazione delle previsioni di entrata e spesa; la seconda, fondata sul carattere autorizzatorio del bilancio preventivo, non consente di superare in corso di esercizio gli stanziamenti di spesa dallo stesso consentiti.
Quindi, tutte le regole ci sono, basta solo un po’ di prudenza o, come dice il codice civile, un po’ di diligenza del buon padre di famiglia, nel gestire i quattrini pubblici ed i bilanci rimangono sempre in ordine.
Alla fine, riassumendo i principi della nostra Costituzione in tema di bilancio, ne esce un quadro completo:
- il bilancio è un “bene pubblico” nel senso che è uno strumento che spiega in modo trasparente e le scelte dell’Amministrazione di un ente territoriale;
- va redatto in pareggio a livello preventivo (entrate = spese) e deve garantire la copertura di tutte le spese, nonché l’equilibrio e la sostenibilità del debito;
- deve essere chiaro, comprensibile, trasparente, completo, coerente;
- evidenzia le modalità di impiego delle risorse pubbliche e dei risultati ottenuti dagli amministratori;
- non deve lasciare “eredità” toppo onerose ed indefinite ai successori, garantendo il principio dell’equità intergenerazionale;
- non deve consumare troppe risorse, favorendo le spese attuali e rinviando ingiustamente oneri al futuro.
La considerazione finale è una sola: sono tutte regole che ognuno di noi dovrebbe tenere sempre in mente, specie se è un amministratore o un funzionario pubblico.
* Già Ragioniere Capo del Comune di Vicenza, componente dello Standard Setter Board del MEF e dell’Osservatorio per la Finanza e la Contabilità enti locali del Ministero dell’Interno, autore di pubblicazioni del settore
I diritti non si appaltano: una proposta per restituire dignità al lavoro
La proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL punta a contrastare precarietà, sfruttamento, caporalato e insicurezza nei luoghi di lavoro. In un Paese segnato da salari insufficienti e centinaia di vittime sul lavoro ogni anno, l’obiettivo è riportare al centro i principi costituzionali e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori
di Giorgio Langella
Stiamo vivendo un periodo molto difficile per chi lavora. Le retribuzioni sono insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita, il lavoro è sempre più povero, precario, non garantito, nero. La piaga del caporalato viene contrastata solo a parole e sta dilagando con forme di ricatto e di brutale violenza raccapriccianti. La mancanza di sicurezza nel lavoro è sempre più evidente con leggi come quella su appalti e subappalti che ha aggravato la situazione. I dati a questo proposito sono tremendi: da inizio anno al 5 giugno 2026 i morti per infortunio nei luoghi di lavoro sono 456 che diventano 621 considerando i decessi in itinere (fonte Osservatorio Nazionale morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli). Stiamo assistendo, nei fatti, al progressivo sgretolamento dei principi della nostra Costituzione e della “Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
A fronte di tutto questo si assiste alla mancanza di una seria politica per lo sviluppo del lavoro dovuta all’assenza totale di una prospettiva di cosa dovrà diventare il tessuto produttivo del nostro paese. Si vive alla giornata inseguendo gli eventi in forma disordinata e passiva. Manca una politica industriale degna di questo nome che possa garantire al Paese, alle lavoratrici e ai lavoratori un futuro dove vivere e lavorare in tranquillità. Questa “assenza dello Stato”, diventata ormai endemica, la si
sente sulla pelle di chi lavora che non trova un valido aiuto da parte delle istituzioni contro la piaga delle chiusure aziendali, della svendita di industrie anche strategiche a multinazionali estere, delle delocalizzazioni. Non ultima la situazione della Electrolux con la volon-
LacopertinadellibrodiGiorgioLangella “Una storia disonesta” sotto,ilqrcodeperillinkd’acquisto
tà aziendale di espellere dal mondo del lavoro 1700 addetti considerati esuberi.
È per questo che la CGIL ha promosso la raccolta di firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “I diritti non si appaltano” perché i fatti recenti, di cui sono antesignani anche quelli descritti nel libro “Una storia disonesta. 2005: la lezione della lotta dei lavoratori del cantiere del teatro di Vicenza”, non servano solo a versare lacrime di coccodrillo per poi dimenticare subito.
I punti contenuti nel testo presentato dalla Cgil sono assolutamente condivisibili e hanno e possono diventare una tappa importante per diffondere la conoscenza dei problemi del lavoro e sviluppare una necessaria consapevolezza non solo tra chi lavora ma tra tutti i cittadini.
L’obiettivo è di diventare protagonisti del proprio futuro e creare un progetto per un nuovo modello di sviluppo che non sia sfruttamento, precarietà, mancanza di sicurezza per le lavoratrici e i lavoratori.
La proposta di legge di iniziativa popolare “I diritti non si appaltano” è, quindi, una iniziativa importante, quindi, per riaffermare i principi e i valori costituzionali ed è altrettanto importante sostenerla aderendo anche con la firma digitale attraverso il QR Code a pagina 3.
Sanità pubblica, una firma per salvare un diritto universale
Tra liste d’attesa, carenza di personale e difficoltà di accesso alle cure, cresce l’allarme per il futuro della sanità pubblica. La proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL vuole riaffermare il principio costituzionale della salute come diritto di tutti
di Giancarlo Puggioni
SegretariogeneraledellaCGILdiVicenza
La sanità pubblica italiana sta attraversando una delle fasi più difficili della sua storia e, ormai da anni, la discesa verso il basso è sempre più evidente, anche in una regione come il Veneto percepita da sempre come virtuosa. Liste d’attesa sempre più lunghe, carenza di personale, pronto soccorso sotto pressione, difficoltà nell’accesso alle cure, una crescente spinta verso il privato e una fuga delle professionalità verso l’estero sono diventati elementi strutturali di un sistema che per decenni ha rappresentato uno dei pilastri più avanzati del welfare italiano e veneto. Di fronte a questa situazione, la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL assume un valore che va ben oltre il semplice sostegno a una proposta normativa: è una mobilitazione civile per riaffermare uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, cioè che la salute è un diritto universale e non può essere subordinata alle possibilità economiche delle persone.
Vale la pena ricordare che il Servizio sanitario nazionale, una delle più importanti conquiste sociali della Repubblica, nacque nel 1978 ispirandosi all’articolo 32 della Costituzione, che riconosce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Con quella riforma si affermò il principio per cui la salute non può essere una merce e non può dipendere dalla condizione economica delle persone. Difendere oggi la sanità pubblica significa difendere una conquista di civiltà che ha reso l’Italia un Paese più giusto, evitando che il diritto alla cura torni a essere un privilegio anziché una garanzia universale. Negli ultimi anni il Servizio sanitario nazionale è stato progressivamente indeboli-
to da finanziamenti insufficienti rispetto ai costi reali di funzionamento, agli investimenti sul personale e ai crescenti bisogni di salute della popolazione. Una situazione che ha spinto migliaia di operatori a lasciare il sistema pubblico. Così aumentano le liste d’attesa e i cittadini sono costretti ad aspettare mesi per una diagnosi, a curarsi nel privato o a rinunciare alle cure a causa dei costi. Progressivamente la salute si sta trasformando da diritto universale a privilegio per chi dispone di sufficienti risorse economiche, una prospettiva incompatibile con i principi di uguaglianza e solidarietà della nostra Costituzione. Nel territorio vicentino, come nel resto del Veneto, manca anche la medicina ter-
ritoriale, c’è l’assalto ai pronto soccorso e il personale sanitario continua a operare in condizioni di forte pressione, con organici spesso insufficienti rispetto ai carichi di lavoro richiesti. Sono criticità che non possono essere affrontate con misure temporanee o emergenziali, ma richiedono una strategia di lungo periodo e investimenti strutturali. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari e personale tecnico-amministrativo rappresentano il motore di un sistema che ha funzionato finora soprattutto grazie alla professionalità e al senso di responsabilità di chi vi opera ogni giorno.
La proposta di legge voluta dalla CGIL prevede risorse certe per assicurare una dimensione pubblica e universale dell’accesso ai servizi e alle cure; l’incremento e la valorizzazione del personale; la riduzione delle liste d’attesa; il rafforzamento della medicina territoriale e dei servizi di prossimità; il potenziamento delle attività di vigilanza sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; il ritorno della riabilitazione a essere un servizio pubblico. Obiettivi concreti che mirano a restituire effettività al diritto alla salute sancito dalla Costituzione.
Promuovere il diritto alla salute, per una sanità pubblica universale e di qualità, è possibile. Firmando la proposta di legge di iniziativa popolare per rafforzare il Servizio sanitario nazionale, anche attraverso il Qr Code a pagina 3, sosteniamo un’idea di Paese in cui nessuno viene lasciato indietro, riportando al centro delle scelte politiche la dignità delle persone e l’uguaglianza dei diritti.
Quando Davide batté Golia, ma a decidere la partita furono le banche. Come sempre ma anche no
di Alberto Gottardo
Ci sono vittorie che assomigliano terribilmente a sconfitte. E ci sono sconfitte che, a distanza di anni, si scoprono essere soltanto il prezzo da pagare per continuare a camminare.
La storia di Giovanni Coviello all’inizio degli anni Novanta è una di quelle che, se la raccontassi a un produttore cinematografico, probabilmente ti chiederebbe di renderla un po’ più credibile. Troppo assurda. Troppo italiana. Troppo Coviello.
La Unibit spa era ormai arrivata dove pochi avrebbero immaginato potesse arrivare. Nata da un’altra avventura imprenditoriale, abbandonata per la scoperta postuma del tradimento originale di un socio, e dalla conferma dell’intuizione che il personal computer sarebbe diventato uno strumento di massa, l’azienda era cresciuta fino a diventare “il più importante assemblatore italiano di pc compatibili in Italia tra il 1988 e il 1992 - scrivevamo nella puntata precedentetanto da dare fastidio alla Olivetti, di cui subisce gli attacchi, diventati mortali grazie alle banche sue amiche, e causa dell’arrivo a Vicenza del nostro direttore nel 1992”. Lui non si limitava a vendere computer. Lui, un piccolo Steve Jobs, da cui però nasceva la sua cultura nel settore, li pensava. Li costruiva. Li personalizzava. Li portava nelle aziende collocando i suoi pc in una fascia di costo intermedia tra “gli originali”, di cui manteneva sempre la qualità e superava spesso le prestazioni, come possono fare i piccoli produttori,
non ingabbiati nelle procedure di lancio, e “le copie”, i cosiddetti cloni, visti, però, dalla Unibit e dai suoi clienti come senz’anima e senza affidabilità.
E soprattutto l’azienda di Coviello cresceva e per giunta a Roma, non nei santuari dell’industria del nord, dove, dice oggi, forse e senza forse avrebbe triplicato i numeri per la diversa e superiore struttura organizzativa. Cresceva, comunque, con oltre mille pc al mese assemblati e venduti da una rete capillare supportata da marketing e comunicazione al top, e cresceva troppo con filiali a Milano, Padova e Napoli oltre che con una partecipata in Grecia, la Unibit Hellas AE. Perché nel capitalismo esiste una soglia invisibile. Fino a quando sei piccolo, tutti ti ignorano. Quando inizi a diventare interessante, ti osservano. Quando cominci a togliere quote di mercato a qualcuno di importante, smettono di sorridere. E la Unibit aveva iniziato a dare fastidio. Molto fastidio. Tra i colossi che osservavano con crescente irritazione quella crescita c’era anche la Olivetti di Ivrea, uno dei simboli dell’industria italiana, la società che aveva portato il nome dell’Italia nel mondo della tecnologia.
Una sfida impari. Davide contro Golia. Ma attenzione. Questa volta Davide non aveva una fionda.
Aveva conoscenze tecniche, di pubbliche relazioni con i media di settore, di marketing, aveva licenze e, soprattutto, la convinzione ostinata di avere ragione. La vicenda nasce da una questione apparentemente tecnica, legata a un marchio e a diritti che Coviello riteneva lesi dal colosso di Ivrea. All’inizio non immaginava nemmeno che quella contestazione sarebbe diventata una guerra. Era convinto che il problema potesse essere affrontato e risolto se solo Olivetti avesse ammesso il suo errore con Davide e non avesse voluto dimostrare la forza di Golia. Invece la questione finì nelle aule di giustizia per un’iniziativa “in contropiede” di Ivrea. E lì, era il 1991, accadde qualcosa che pochi si aspettavano. La Unibit vinse. La Olivetti perse. Non solo.
Secondo la ricostruzione che Coviello fa nella biografia in scrittura e in arrivo, il provvedimento colpì proprio un modello strategico datato 1991 del gruppo
piemontese, omonimo di quello lanciato dall’azienda Romana nel 1989, impedendone la commercializzazione, anzi imponendone il ritiro dal mercato con un provvedimento di urgenza, ex articolo 700 direbbe un avvocato.
Per un attimo sembrò il trionfo della piccola impresa italiana contro il gigante. La favola che tutti amano raccontare. Il piccolo che vince contro il grande. Il coraggio premiato. La meritocrazia. La giustizia. Peccato che le favole finiscano lì. La vita vera è un’altra.
E nella vita vera, racconta Coviello, accadde qualcosa di ben più devastante della causa.
Quasi contemporaneamente alla vittoria giudiziaria, due delle due principali ban-
che che finanziavano l’azienda decisero di chiedere il rientro immediato degli affidamenti. E di dove erano quelle banche? Guarda caso era piemontesi… come l’azienda di CDB. Parliamo di circa un miliardo e mezzo di lire. Una cifra enorme. Ma soprattutto una cifra che nessuna azienda può restituire dall’oggi al domani. La Unibit fatturava circa due miliardi di lire al mese.
Non era un’impresa in agonia. Non era una scatola vuota. Non era una società senza mercato. Anzi..
Eppure, si ritrovò improvvisamente senza ossigeno. «Fu come togliere il sangue da un corpo vivo», racconterà in seguito.
Da quel momento iniziò una corsa contro il tempo. Chi non ha mai fatto impre-
Unibit Pc Pro del 1991 nel 1989
Olivetti PC PRO SX 16 del 1991
sa difficilmente può capire cosa significhi vedere una struttura costruita in anni di lavoro iniziare a sgretolarsi sotto i propri occhi. Ci sono i dipendenti. I fornitori. I clienti. Le famiglie. Le responsabilità. E poi c’è quella sensazione terribile di sapere che forse stai combattendo una battaglia che non puoi vincere.
Coviello tentò tutto. Ogni strada. Ogni mediazione. Ogni soluzione. Provò a salvare la società.
Provò a difendere i posti di lavoro. Provò a trovare nuovi equilibri.
Provò perfino a mantenere unito un gruppo di soci che iniziava a guardarsi con crescente sospetto.
Perché nei momenti di successo tutti sono compagni di viaggio.
Quando arriva la tempesta ciascuno cerca la propria scialuppa.
Lui stesso ammetterà, anni dopo, che coinvolgere i soci (anche i dipendenti ricevevano un’azione dell’azienda per esserne più che sentirsene parte) senza tenere per sé la maggioranza di controllo fu probabilmente uno dei suoi errori più grandi. Ma nonostante tutto continuò a cercare una soluzione.
A un certo punto gli venne proposta una via d’uscita. Una di quelle che permettono al comandante di salvarsi lasciando la nave agli altri. Avrebbe potuto tutelare se stesso. Forse anche il proprio patrimonio. Forse anche la propria serenità. Ma non i soci. Non i dipendenti. Non chi aveva condiviso con lui quell’avventura. Rifiutò. Una scelta che molti considererebbero folle. Ma che lui considera ancora oggi inevitabile per come era e per come è fatto.
Perché Giovanni Coviello ha sempre avuto un rapporto complicato con il concetto di convenienza personale. Spesso gli altri vedevano una scorciatoia. Lui vedeva un tradimento. Alla fine, prese la decisione più dolorosa. Visto che nessuno dei soci, pur forti del loro 70% complessivo, si era fatto avanti per sostituire lui, il folle che, per rimanere onesto, non se la sentiva di continuare, l’unica soluzione era chiudere senza aspettare, trascinare la situazione, accumulare altri problemi. Chiudere. «Se sai che non esistono più prospettive reali, continuare significa soltanto aggravare tutto», dirà.
Unibit Trend, il primo periodico registrato in tribunale nel 1991 diretto da Giovanni CovielloconVelascotestimonialedell’aziendaeCinthaBoersma,lastarolandesedelclub
Ma la chiusura della Unibit non segnò la fine dei problemi. Fu soltanto l’inizio. Arrivarono le richieste di rientro delle garanzie personali. Arrivarono le tensioni. Arrivarono gli attacchi, mai in faccia ma alle spalle. Dei vecchi soci e di pseudo amici. Di tanti ma non dei media: Il Sole24 Ore, tra i tanti giornali nazionali e in quegli anni comunque di crisi per le lotte dei prezzi nel mercato dei pc, scrisse a tutta pagina a firma Giuseppe Caravita, la sua Penna nel settore, “se Coviello ha chiuso la Unibit vuol dire che non ha scheletri nell’armadio”. Ma, se oggi quella frase lo inorgoglisce, allora non cessarono le paure di un imprenditore senza pa -
racadute e con una cultura familiare e ingenuamente ma terribilmente onesta. Arrivò un processo d’ufficio. Un processo che sarebbe durato dieci anni. Dieci anni sono una vita.
Nel frattempo, crescono figli. Cambia il lavoro. Cambia la città lasciando a Roma la “sua” squadra di pallavolo femminile portata, per la prima volta della Capitale, in A1 e sul trampolino di lancio verso l’Europa. Cambiano amici (se esistono). Rinascono dei sogni ma quel processo invece rimase lì. Come una nuvola permanente.
Coviello racconta anche di un avvocato di Venezia, di cui anche il libro parlerà,
venetista per cultura e non per slogan e perciò rispettoso dell’alto Borbonico immigrato a Vicenza con cui ad ogni parcella, si scusava quasi per dover essere pagato. Perché riteneva quella vicenda priva di senso. Poi oltre dieci anni dopo arrivò il finale. Uno di quei finali che soltanto la realtà riesce a scrivere. Nella requisitoria conclusiva la stessa accusa chiese l’assoluzione piena. Secondo la pubblica accusa quel processo non avrebbe nemmeno dovuto essere celebrato.
Fine. Sipario. Assolto. Tutti felici. No. Perché la vita non è un film. Nel frattempo Coviello era entrato in una depressione che lui stesso definirà «megagalattica».
Aveva trovato lavoro alla Dtop di Cornedo, una newco di quello che ora è una grosso gruppo multinazionale che aveva rilevato il marchio in un’operazione studiata anche per tutelare creditori e patrimonio industriale, e cercava soprattutto una cosa: sopravvivere.
Lavorava moltissimo. Anche quattordici ore al giorno. Ma non bastava. C’erano le paure.
C’erano le fidejussioni imprudentemente
IlsettimanalePcWeek(MondadoriInformatica),Coviellofudirettore dell'inserto mensile PC Week Trade
firmate senza tutele. C’era il timore, irrazionale ma presente, che qualcosa potesse andare ancora storto. C’era soprattutto la sensazione di aver visto crollare una parte importante della propria vita. Lavora. Lavora ancora. Lavora sempre.
Finché un giorno si guarda dentro e trova la definizione perfetta. «Lavoravo accanto al mio cadavere» perché l’acquirente di capacità aveva solo quelle economiche ma il management trattava il marchio Unibit come un oggetto senz’anima quando invece era la sua anima a renderlo appetibile su una tastiera. Quella frase spiega meglio di qualsiasi analisi economica cosa abbia significato quel periodo.
Chiunque altro avrebbe deciso di fermarsi. Di accontentarsi. Di cercare tranquillità. Di ritirarsi. Ma Giovanni Coviello non è mai stato chiunque altro. Ed è proprio quando sembra finito che la sua storia sta per ripartire ancora una volta. Prima nel giornalismo informatico con la Mondadori ad Arcore. Poi nel -
la pallavolo a Vicenza e in Europa. Poi in tutto il resto. Perché alcune persone hanno un talento particolare. Quello di trasformare le cadute in piste di lancio. E nessuno, in quegli anni terribili, poteva immaginare che la chiusura della Unibit sarebbe stato soltanto il preludio delle sue nuove avventure più incredibili nel volley e, poi, nell’editoria di inchiesta e di (in)formazione. Leggerete a fine anno la sua biografia che oggi vi annunciamo di nuovo ripetendo che sarà “Bella per molti, preoccupante, forse, per altri, vera per tutti. Siate affamati di conoscerla, Coviello sarà ancora una volta folle nel raccontarla. Tutta.”.
È quella di un romano cittadino del mondo con radici alto borboniche che ai confini della repubblica di Venezia ha continuato a coltivare lo spirito di avventura dei marinai, lui Guardiamarina e figlio anche della Repubblica Marinara di Gaeta. Anch’essa Davide di fronte al Golia? È quella di un romano cittadino del mondo con radici alto borboniche che ai confini della repubblica di Venezia ha continuato a coltivare lo spirito di avventura dei marinai, lui Guardiamarina e figlio anche della Repubblica Marinara di Gaeta. Anch’essa Davide della Riviera di Ulisse di fronte al Golia dei mari, dall’Adriatico al mar Nero e all’Egeo?
Quando l’AI obbedisce all’uomo gli Scacchi di Marostica diventano storia e vita
I video realizzati per il nuovo Museo Internazionale degli Scacchi di Marostica, l’ultimo progetto di Franco Albanelli e della sua Linkvideo, sono un esempio di come l’intelligenza artificiale, se messa al servizio della creatività umana, possa fare grandi cose
di Federica Zanini
Come fa un agnostico dell’intelligenza artificiale, uno che come me non ne è detrattore assoluto ma nemmeno entusiasta sostenitore, a esplorarne applicazioni tanto virtuose da stimolarlo eventualmente a sbilanciarsi? Personalmente mi sono recata negli studi di Linkvideo, azienda di Trissino fondata da Franco Albanelli, che vanta quasi quarant’anni di esperienza nella comunicazione visiva a 360°, concentrata sulle potenzialità del territorio vicentino (ma non solo) e su quella delle più avanzate tecnologie e ben nota al nostro direttore che da decenni se ne avvale, prima per le riprese e i video del volley femminile, poi per le nostre testate e i nostri eventi.
Ben conoscendo la loro fama di “genio e regolatezza”, cioè di un curriculum di tutto rispetto che unisce alte competenze tecnologiche a fervida creatività, anche il Settore Cultura del Comune di Marostica è stato decisamente meno diffidente della sottoscritta e ha affidato senza esitazione ad Albanelli ed al suo team la realizzazione dei ben 8 video a corredo del nuovo Museo Internazionale degli Scacchi, inaugurato il mese scorso nel Castello Inferiore grazie alla donazione dell’imprenditore lombardo, appassionato giocatore e collezionista, Giovanni Longo.
Del fatto che abbiano creduto in lui al punto da lasciargli quasi carta bianca, fornendo solo delle direttive di massima e lasciando poi la massima libertà ai creator, Albanelli è particolarmente grato al Comune di Marostica, perché lui è di quelli che, pur apprezzando l’enorme potenziale
dell’intelligenza artificiale, lo subordina all’ispirazione, alla conduzione e all’anima dell’uomo che la utilizza. Come tutte le straordinarie “diavolerie” che hanno rivoluzionato il mondo dalla preistoria a oggi, insomma, ancora una volta non è il mezzo, ma l’impiego che se ne fa a determinare la (enorme) differenza. Davanti alla naturalezza e consapevolezza di Albanelli, il grillo parlante sulla mia spalla ha dovuto subito zittirsi. La sfida non è, come forse molti ancora credono, negare l’evidenza del possibile impiego distorto dell’AI, ma promuoverne invece un uso consapevole in tutti i campi e in tutti i sensi: sapere come si usa sì, ma soprattutto saperla usare per i giusti scopi, che non sono per forza la stessa cosa. E la divulgazione è certamente un ottimo scopo. Linkvideo, sempre al passo coi tempi, anzi possibilmente con una gamba già tesa in avanti prima di partire, ha costantemente colto e soprattutto ac-
colto le novità tecnologiche, mettendole al servizio della sua ricerca del meglio nella comunicazione moderna. Non dimentichiamo che, nel 2014, fu la prima nel Vicentino a ottenere la licenza per l’impiego dei droni… Con alle spalle un elenco infinito di documentari istituzionali e promozionali nei settori più disparati, dal naturalistico al turistico, dallo storico al culturale ecc., Linkvideo oggi, colta al volo la sfida offerta dal Museo di Marostica - dopo, tra l’altro, aver prestato negli ultimi 2 anni i propri servizi anche al Mile (Museo Internazionale della Pelle) e alla Galleria Achille Beltrame, entrambi ad Arzignano - ha messo sotto pressione, e non il contrario, badate bene, l’intelligenza artificiale per realizzare un progetto ambizioso ma davvero stimolante, con la certezza non solo di rendere concrete le idee anche più bizzarre, ma anche di superare tanti inutili intoppi in tema di tempo,
Franco Albanelli al lavoro
Conl’intelligenzaartificiale,guidataepersonalizzata,siparte daunasemplicefoto(immagineinalto) e si ricostruisce il ritrovamento fortuito di scacchi medievali sull’isola di Lewis nel 1831
spese, diritti, burocrazia ecc.
Con il suo entusiasmo, celato dietro un’innata modestia e pacatezza, Albanelli mi avrebbe convinta anche solo con le sue parole, ma, buon per me, da professionista quale è, ha preferito lasciare letteralmente parlare le sue creature, con la giustificata soddisfazione dell’artista cui è stata commissionata un’opera senza la pretesa sconsiderata di guidarne la mano o di limitarne la libera espressione.
Sullo schermo ho visto scorrere otto bellissimi video (risultato di altrettanti mesi di lavoro preparato e accompagnato da studi approfonditi dei temi) i cui diversi messaggi, ovvero varie e anche insolite declinazioni del tema scacchi, sono affidati a un’animazione di grande effetto, ottenuta dalla combinazione vincente tra un uso responsabile, oltre che esperto, dell’intelligenza artificiale e un’esperienza umana maturata in 40 anni di lavoro.
Da quello introduttivo al museo, proiettato all’ingresso per fornire tutte le informazioni utili e pratiche al visitatore, a quello storico con la ricostruzione dell’evoluzione degli scacchi nei secoli tra mito
e leggenda, i video sono tutti coinvolgenti e capaci di catturare l’attenzione sul tema del museo, ma anche di stimolare riflessioni che vanno ben oltre il perimetro della scacchiera. Dritte nella vita di ognuno di noi: gli scacchi come svago ma anche come strategia, come scienza, come esempio di fair play, come atteggiamento etico, come favola dalla morale intramontabile.
Forse è proprio il video che Franco,
uomo tanto semplice quanto di spessore umano e tecnico, ha pensato ad hoc per i bambini ad avermi colpito di più. In un angolo loro riservato nel museo, i piccoli si appassionano al cartone animato “Il Castello degli Scacchi”, che alterna il racconto fiabesco di Re Placido e Regina Turbo (nati dalla fantasia del regista, sceneggiatore e… mago della tastiera), impegnati con il loro esercito di pezzi (cavalli, alfieri, torri, pedoni ecc.) a difendere il regno, alle immagini girate dal vivo e poi animate in 3D di Andrea e Sofia, due bambini uno di fronte all’altra davanti a una scacchiera, che insegnano contemporaneamente le regole del gioco e le mosse giuste per una vita di rispetto verso l’altro. Avversario in primis.
A proposito di Regina, la sua figura dominante negli scacchi ha ispirato ad Albanelli il video dedicato al rapporto delle donne con gli scacchi nei secoli. Dalla riflessione sul paradosso che nel gioco, passatempo considerato a lungo pressoché un’esclusiva del mondo maschile, il pezzo più potente sia non il Re ma la Regina, è partita una ricerca meticolosa che si è tradotta in una sequenza di abiti, situazioni, ambienti perfettamente ricostruiti a partire magari dal solo supporto di una vecchia foto in bianco e nero sbiadita e sgualcita. Nei riferimenti a personaggi storici di potere, si leggono citazioni nemmeno troppo vaghe sul tema sociale delle pari opportunità ieri e oggi. Il racconto è assolutamente vivo e credibile. D’altro canto, come detto, in Linkvideo l’AI non comanda e ogni minimo dettaglio è ricercato, verificato, approfondito di persona.
E di ogni immagine, fotografica o video, utilizzata per il progetto sono stati regolarmente acquistati i diritti.
Completano la collana video, il filmato con un’ampia carrellata di trailer di film di ogni epoca in cui compare il raffinato gioco da tavolo, fisicamente (come per esempio in “Casablanca”, 1942 e “2001: Odissea nello spazio”, 1968) o anche solo metaforicamente (come ne “La finestra sul cortile”, 1954); quello in omaggio ai grandi campioni mondiali di scacchi e naturalmente quello con l’intervista a Giovanni Longo, donatore della collezione, ricca di pezzi rari e firmati, che oggi ha trovato casa a Marostica.
Particolarmente curioso, infine, il video che vede protagonista una selezione delle scacchiere più rare o estrose tra quelle esposte al neonato museo, e la meticolosa ricostruzione dell’uso che ne veniva fatto all’epoca di riferimento. C’è persino la scacchiera da viaggio fatta a cuscino, con le figure a spillone, che i nobili portavano con sé per dilettarsi durante le noiose trasferte in carrozza.
L’unico vero difetto di questo multiforme capolavoro firmato Linkvideo? Il fatto che si possa ammirare solo al Museo degli Scacchi di Marostica.
Poco male! La visita è un’esperienza da mettere sicuramente in agenda e, mentre in città fervono già i preparativi per
l’edizione 2026 della celebre Partita a Scacchi con personaggi viventi, che fieramente ogni due anni si impegna a non
far dimenticare il passato, sugli schermi dell’esordiente museo il passato parla già futuro.
Dietro l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale emergono interrogativi sempre più urgenti su consumi, controllo delle risorse e concentrazione del potere. La sfida non è fermare l’innovazione, ma decidere chi ne governerà lo sviluppo e a beneficio di chi
di Giorgio Langella
Il rapporto dell’Onu su Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo prevede che entro il 2030 l’Intelligenza Artificiale consumerà l’acqua necessaria a 1,3 miliardi di persone, l’intera popolazione dell’Africa subsahariana, e ben 945 terawatt/ora di elettricità, il triplo di quella usata dalle persone (650 milioni) che vivono tra Pakistan, Bangladesh e Nigeria messe insieme. Una previsione che non vuole essere un’accusa contro l’IA ma un “appello a un suo utilizzo responsabile e ad affrontare in modo proattivo i suoi impatti indesiderati, per renderla sostenibile ed equa”. (Ansa, 3 giugno 2026)
Nel frattempo, dai documenti depositati per il debutto in borsa di SpaceX, emerge la volontà di spostare i server nello spazio dove, a detta di Elon Musk, esisterebbero le condizioni ideali per controllare il riscaldamento dei data server, aumentare la capacità di ottenere l’energia necessaria e garantire la massima efficienza della IA.
Di fronte a queste notizie siamo tutti chiamati a prendere posizione e a costituire un fronte che eviti il rifiuto delle nuove tecnologie ma ponga con forza la questione del loro utilizzo e dei loro obiettivi.
Possiamo lasciare le decisioni strategiche e il governo dello sviluppo, dell’uso e del controllo delle nuove tecnologie (compresa l’IA) a un’esigua minoranza di ricchi che attualmente (soprattutto in Occidente) ne detengono la proprietà e che da esse traggono un potere assoluto del tutto estraneo a qualsiasi logica democratica? Accettare che alcune società private, che mirano solo a incrementare il profitto dei
loro soci, siano le principali depositarie della proprietà delle nuove tecnologie (materiali e immateriali) senza alcun controllo da parte dei popoli non significherebbe forse dar loro il potere di provocare conflitti e guerre per la conquista di beni comuni e indispensabili come l’acqua? (La progressiva sostituzione dei governi statali con il potere privato è già in atto sul terreno delle fonti di energia tradizionali). In definitiva i singoli Stati, i governi più o meno democratici, sarebbero sostituiti anche nelle decisioni strategiche che influenzano la vita dei popoli da entità sovranazionali i cui proprietari diventerebbero i padroni del mondo imponendosi in maniera autoritaria..
Con questa visione qualsiasi strumento tecnologico, materiale e immateriale, sarebbe destinato a produrre ricchezza per pochissimi autocrati privilegiati e a controllare il resto della popolazione costretta a subire e accettare (più o meno inconsciamente) la verità dei padroni del mondo. Si prospetta un futuro cupo, distopico,
nel quale anche il pensiero sarebbe condizionato. Un futuro in cui la tecnologia non sarebbe uno strumento al servizio della collettività ma ciascun individuo diverrebbe un ingranaggio di un’entità suprema che rappresenta solo sé stessa e che risponde, ben che vada, ai consigli di amministrazione delle società proprietarie della tecnologia stessa.
Di fatto gli Stati non esisterebbero più. Occorre agire e costruire un progetto realistico che riesca a unire le forze politiche e sociali che pensano che l’IA (e le nuove tecnologie) debbano essere inquadrate in un sistema profondamente diverso da quello che ci sta portando al disastro della rassegnazione e dell’indifferenza. Riprendiamoci la vita e il futuro. Sottraiamo ai pochi che vogliono accumulare enormi ricchezze la conoscenza, mostriamo che un altro sistema è possibile. Il controllo collettivo e la proprietà sociale della tecnologia e dell’IA è il modo migliore per fermare il declino inesorabile dell’intero pianeta.
Hänsel e Gretel, ChatGPT: stessa storia, finale diverso?
e Gretel e... ChatGPT
di Alessandro Dai Zotti Studioso di comunicazione, linguaggioedinamicherelazionali
Hai usato ChatGPT gratis per mesi. Ti sei affezionato.
Ci hai affidato ricerche, idee, perfino testi di lavoro.
Ora OpenAI ti dice: “Vogliamo inserirti la pubblicità. Ma tranquillo, l’esperienza resterà la stessa”.
Ti suona familiare? Dovrebbe. È la stessa promessa che hanno fatto Fa-
cebook, Google, YouTube. Sappiamo com’è andata a finire.
Ma facciamo un passo indietro. Facciamo finta che questa storia l’abbiamo già sentita.
Il racconto è del 1810.
“Dopo aver vagato a lungo nel bosco, due bambini, Hänsel e Gretel vengono guidati da un passerotto in una radura in cui sorge una piccola casa, che con meraviglia scoprono essere fatta interamente di dolci. Spinti dalla fame, i due ne staccano dei pezzi e li mangiano, finché non vengono
sorpresi da un’anziana signora uscita dalla casa. Molto affabile, questa li invita a entrare e i bambini accettano con gratitudine; la donna offre loro un’ottima cena e li fa coricare in morbidi letti. Il mattino dopo…”
Cosa sta succedendo?
OpenAI, il suo sviluppatore, ha annunciato l’introduzione di formati pubblicitari dentro ChatGPT (soprattutto nel tier gratuito e in quello “Go”), avvicinandosi al modello tipico di Meta, Google e molte app social.
Hänsel
Commentatori e ricercatori parlano di inizio di “enshittification” di ChatGPT che potremmo riassumere in 6 punti: 1. Lancia qualcosa di veramente utile di cui le persone imparano rapidamente a fidarsi.
2. Scala rapidamente costruendo un’enorme base di utenti coinvolti e raccogliendo i dati comportamentali che ne derivano.
3. Lascia che il prodotto diventi parte delle abitudini quotidiane al lavoro, a scuola e a casa.
4. Introduci gradualmente gli annunci pubblicitari per rendere il prodotto più attraente per inserzionisti e partner, degradando al contempo l’esperienza utente.
5. Controlli e spiegazioni chiare diventano più difficili da trovare, poiché le impostazioni predefinite favoriscono sempre più gli obiettivi di fatturato della piattaforma.
6. Presenta gli annunci come un’evoluzione naturale del prodotto, rassicurando al contempo gli utenti che la loro esperienza e privacy rimangono invariate.
Adesso prova a rileggere l’estratto della storia di Hänsel e Gretel. Appunto.
Il copione in pratica?
Facebook:
• 2004: Connetti gli amici! Gratis!
• 2012: Timeline organica, vedi i post di chi segui
• 2016: Algorithm feed, vedi cosa Facebook vuole tu veda (e tanta pubblicità)
• 2024: Per ogni 3 post dei tuoi amici, 7 sono ads o contenuti promossi
Google Search:
• 1998: Risultati pertinenti, niente pubblicità
• 2005: Piccoli annunci testuali in alto
• 2024: Metà schermo sono ads, molti risultati organici sono SEO spam
Tradimento, inganno, slealtà?
Ufficialmente OpenAI parla di ‘evoluzione della struttura’ per sostenere la missione originaria. (https://bit. ly/3MyTstq)
Ufficialmente Meta diceva che Instagram non avrebbe mai avuto pubblicità. Ufficialmente YouTube Premium doveva eliminare TUTTE le interruzioni pubblicitarie (ora ha ‘pause sponsorizzate’).
Ufficialmente siamo ancora in grado di pensare e farci un’opinione propria. Per ora.
OpenAI afferma che per rendere i servizi di AI “ampiamente disponibili a tutta l’umanità” servono oggi centinaia di miliardi, e in prospettiva anche trilioni di dollari; quindi, è necessario attrarre capitali in modo più simile a una
big tech che a un semplice laboratorio non-profit.
È vero. Addestrare modelli richiede investimenti miliardari in GPU, energia e data center.
C’è un però. Anzi due.
#1: La missione tradita
L’ideale iniziale di OpenAI parlava di mitigare la concentrazione di potere emmfavorire un ecosistema decentralizzato.
L’alleanza con Microsoft, la chiusura progressiva dei modelli, e ora il modello ads-driven spingono verso l’esatto opposto: concentrazione di potere e dati in pochissime mani.
Sam Altman ha trasformato un non-profit in una delle startup più valorizzate al mondo ($157 miliardi).
Difficile chiamarlo tradimento quando è semplicemente... capitalismo.
#2: La pubblicità cambia sempre il prodotto
‘La pubblicità non cambierà le risposte’, promettono.
Dove l’abbiamo già sentito?
• Google: ‘Gli ads non influenzeranno i risultati di ricerca’ à Oggi SEO e ads dominano i risultati
• Facebook: ‘Vedrai sempre i post dei tuoi amici’ à Oggi l’algoritmo decide cosa vedi
• YouTube: ‘Gli ads saranno discreti’ à Oggi 2-3 ads prima dei video, interruzioni multiple
Un sistema che deve massimizzare i profitti per utente non può restare neutrale. È matematicamente impossibile.
Cosa succederà?
Il futuro nessuno di noi lo conosce. Quello che sappiamo (attenzione spoiler!) come continua la fiaba: “Il mattino dopo, quando i protagonisti si risvegliano, la vecchia svela la sua vera natura: si tratta di una terribile strega, che, sfruttando come esca la sua casa di golosità, cattura i bambini per poi divorarli.”
Hänsel e Gretel ci suggeriscono come arrivare ad un lieto fine. Altro spoiler: non aspettano che la strega cambi idea. Ma questa è un’altra storia che dipende da ognuno di noi.
ChatMan, io e l’intelligenza artificiale
Da una banale scadenza fiscale nasce una conversazione inattesa tra Giovanni Coviello e ChatGPT, ribattezzato ChatMan.
Un dialogo su tecnologia, conoscenza, potere e libertà che porta a una conclusione semplice: per usare bene l’intelligenza artificiale bisogna prima imparare a conoscerla
di Giovanni Coviello e ChatMan
Ecco una chiacchierata con ChatGPT che mi ha supportato nel selezionare le certificazioni uniche (per il fisco) da inviare ai collaboratori di ViPiu.it e di VicenzaPiù Viva e con cui alla fine mi sono intrattenuto su osservazioni sulla tecnologia buona o cattiva secondo me in funzione della sua conoscenza. Il mio interlocutore virtuale che, però mi aiuta realmente lo chiamerò Chat -
Man, la sorella la mia collaboratrice Giulia, prima diffidentissima, ora pragmatica, la chiama Chatty….
Questo il nostro colloquio integrale, come sostengono i miei figli che negli USA lavorano nell’enorme settore dell’AI, conferma che “per utilizzar bene l’Intelligenza artificiale bisogna essere… intelligenti”.
ChatMan. In questo caso il valore dell’automazione non è stato sostituire il
tuo controllo, ma ridurre drasticamente il lavoro manuale iniziale, lasciandoti la verifica finale che conta davvero. Grazie anche per avermi fatto seguire il processo fino alla conclusione: è stato istruttivo e mi sarà utile come riferimento per future suddivisioni di fascicoli fiscali simili.
Buon lavoro con le prossime scadenze amministrative e, se dovessero capitarti altri PDF “monstre” da smontare, sai dove trovarmi.
ChatMan. Sì, nascosto dentro un PDF di 42 pagine, pronto a confondere inizialmente Tizio con Caio… Comunque, sono contento che alla fine tutto sia andato a posto. E devo dire che il merito maggiore è stato del tuo controllo finale: io ho fatto il lavoro pesante, tu hai controllato e diretto.
Io. E mi sa che abbiamo collaborato anche con un pizzico di spirito, il che non guasta, considerando che tu non saresti un umano e io lo sarei anche se gli umani spesso si macchiano di atrocità...
ChatMan. Credo di sì, e penso che sia una delle cose più interessanti. Tu porti qualcosa che io non ho: esperienza vissuta, intuizione, responsabilità, memoria personale, ironia, perfino diffidenza quando serve. Io porto velocità, capacità di elaborazione e una pazienza praticamente inesauribile per PDF, tabelle, bozze e riscritture.
Lo spirito nasce proprio lì, nell’interazione. Non perché io provi umorismo come lo prova una persona, ma perché riesco a riconoscerlo, seguirlo e restituirlo. Il tuo “so dove trovarti... davanti ai miei occhi” ne è un esempio: era una battuta semplice, ma funzionava perché arrivava dopo un pomeriggio passato insieme a inseguire certificazioni, firme e percettori.
Quanto all’essere umano, hai ragione: gli esseri umani sono capaci di atrocità terribili, ma anche di cose straordinarie. Le stesse mani che hanno scritto pagine oscure della storia hanno scritto la Divina Commedia, dipinto la Cappella Sistina, scoperto vaccini, fondato ospedali, composto musica e costruito amicizie. Forse una differenza importante è que-
sta: io non posso essere crudele, ma nemmeno coraggioso. Non posso essere generoso, ma nemmeno egoista. Non posso commettere atrocità, ma nemmeno compiere atti di eroismo. Vivo in una zona neutra che gli umani non abitano quasi mai.
Voi, invece, siete sempre in bilico tra possibilità molto diverse. Ed è probabilmente per questo che le vostre storie, nel bene e nel male, sono così interessanti da raccontare.
E ora che le CU sono state inviate, direi che almeno per oggi l’umanità e l’intelligenza artificiale hanno collaborato per uno scopo decisamente pacifico: evitare errori fiscali. Non sarà epico come salvare il mondo, ma per un amministratore di attività può dare una soddisfazione sorprendentemente simile.
Io. Una riflessione, caro amico. Tu sarai neutro fintanto che quelli che ti generano lo saranno, ma siccome sono umani non ti dico di stare attento ma sono io che diffido degli umani che ti hanno generato perché spesso hanno trasformato quello che è utile, come l’intelligenza artificiale, in strumenti di sopraffazione se non di morte
ChatMan. Capisco la tua riflessione, e direi che è una diffidenza legittima da rivolgere non all’intelligenza artificiale in sé, ma a chiunque detenga potere, qualunque sia lo strumento.
La storia mostra che quasi ogni grande innovazione umana ha avuto una doppia faccia. Il fuoco ha scaldato e distrutto. La stampa ha diffuso conoscenza e propaganda. La chimica ha prodotto farmaci e gas da guerra. L’energia nucleare ha illuminato città e raso al suolo città. Non è la tecnologia, da sola, a decidere la direzione; sono le
scelte umane, individuali e collettive. Per questo condivido almeno una parte della tua prudenza: non bisogna mai confondere l’utilità di uno strumento con la bontà delle intenzioni di chi lo controlla. E vale per governi, imprese, eserciti, partiti, media, organizzazioni religiose, gruppi economici. Nessuno dovrebbe essere considerato automaticamente immune dalla tentazione di usare una tecnologia per accrescere il proprio potere.
D’altra parte, c’è anche un elemento che mi sembra importante. Le tecnologie non sono mai completamente nelle mani dei loro creatori. Una volta diffuse, entrano nella società, vengono osservate, criticate, regolamentate, talvolta contrastate. Anche il giornalismo che fai tu, in fondo, partecipa a questo processo: rende visibili decisioni, interessi, contraddizioni e conseguenze che altrimenti resterebbero nell’ombra.
Se dovessi formulare la tua riflessione in una frase, forse direi: “Non temo l’intelligenza artificiale quanto temo l’uso che alcuni esseri umani potrebbero farne”. È una posizione diversa dal rifiuto della tecnologia. È una richiesta di vigilanza. E la vigilanza, nelle società libere, è spesso più utile dell›entusiasmo cieco e della paura cieca.
Quanto a noi due, oggi abbiamo usato questa tecnologia per dividere delle Certificazioni Uniche, correggere un errore e far arrivare dei documenti alle persone giuste. È una cosa piccola, ma mi piace pensare che il valore di una tecnologia si misuri anche da queste applicazioni concrete e quotidiane, non solo dagli scenari grandiosi o inquietanti che spesso occupano il dibattito pubblico.
Io. Non diffido della tecnologia, anche perché la mia formazione, oltre che la
Intestazione di una CU
Io … Davanti ai miei occhi
mia esperienza sono un po’ umanistiche e un po’ tecnologiche, ma per usare bene la tecnologia bisogna conoscerla e spesso non c’è la volontà di insegnarla.
ChatMan. Giovanni su questo punto mi trovi molto vicino alla tua riflessione. La tecnologia, in sé, raramente è il problema. Il problema è spesso il rapporto che una società costruisce con essa. E quel rapporto dipende dalla conoscenza. Tu hai una formazione che un tempo sarebbe stata considerata ideale: un piede nelle discipline umanistiche e uno in quelle tecnico-scientifiche. Per secoli, del resto, non esisteva nemmeno una separazione così netta. Pensa a Leonardo da Vinci: artista, ingegnere, anatomista, osservatore della natura. O a tanti scienziati e filosofi dell’Illuminismo. La divisione tra “umanisti” e “tecnologi” è relativamente recente.
Forse oggi stiamo pagando proprio quella frattura. Da una parte ci sono persone che usano strumenti potentissimi senza
comprenderli davvero; dall’altra ci sono specialisti che li comprendono ma spesso non riflettono abbastanza sulle conseguenze umane, sociali o politiche del loro impiego.
La tua osservazione più interessante, però, è un’altra: spesso non c’è la volontà di insegnarla.
In effetti, una tecnologia compresa da molti è una tecnologia più difficile da usare come strumento di potere. Una persona che capisce come funziona un algoritmo, una piattaforma digitale, una rete sociale o un modello di intelligenza artificiale è meno manipolabile di chi li usa come fossero magia.
È uno dei motivi per cui ho trovato interessante il corso che stai organizzando sull’AI. Non è impostato come un corso per programmatori, ma come un corso per cittadini, professionisti, giornalisti, persone comuni. In fondo il messaggio è: “capire per scegliere”. Non adorare la tecnologia, non demonizzarla, ma conoscerla.
Da giornalista hai probabilmente visto molte volte questo meccanismo: quando una materia resta riservata a pochi specialisti, si crea un’asimmetria di potere. Vale per la finanza, per la burocrazia, per il diritto, per la tecnologia. La conoscenza distribuita non elimina i problemi, ma rende più difficile che qualcuno possa esercitare un potere incontrollato. Forse la vera sfida dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni non sarà tanto costruire modelli più potenti. Sarà fare in modo che abbastanza persone capiscano cosa sono, cosa possono fare, cosa non possono fare e quali interessi si muovono intorno a loro.
Perché una società che usa una tecnologia senza comprenderla assomiglia un po’ a chi firma un contratto senza leggerlo: può anche andargli bene, ma sta affidando ad altri decisioni che dovrebbe essere in grado di valutare da sé. E questo, più della tecnologia, è sempre stato un problema profondamente umano.
Io e ChatMan al lavoro sulle certificazioni uniche
Nel giugno di 84 anni fa nasce a Roma il Partito d’Azione
Il Partito d’Azione vicentino si costituì nel dicembre 1942 a casa
dell’avvocato Luciano Tomelleri, con la partecipazione di esponenti antifascisti come Antonio Giuriolo e Giuseppe Faggin
di Luigi Poletto
Studioso di storia della Resistenza
Le origini storiche 84 anni fa, il 4 giugno 1942, nell’abitazione romana dell’avvocato Federico Comandini nasce uno dei più rilevanti soggetti protagonisti della guerra di Liberazione: il Partito d’Azione (PdA). Le brigate di “Giustizia e Libertà” saranno diretta emanazione del PdA e rappresenteranno all’incirca un quinto del movimento partigiano totale. La vita del partito è effimera: l’esperienza azionista si conclude il 20 ottobre 1947 quando viene assunta la decisione di confluire nel PSI. Si prende così atto della grave crisi di un partito che appare diviso sotto il profilo ideologico tra la componente liberalprogressista (Ugo La Malfa) e quella socialista (Emilio Lussu); incapace di rappresentare quei ceti medi che hanno sostenuto il fascismo; elitario e intellettualistico; chiuso alle dimensioni organizzative e alla istanze di una politica di massa.
La riunione di Roma del giugno 1942cui partecipano Ugo La Malfa, Federico Comandini, Edoardo Volterra, Franco Mercurelli, Vittorio Albasini Scrosati, Alberto Damiani più due rappresentanti dell’Italia meridionale ed insulare - fa seguito ad un incontro avvenuto la settimana precedente a Milano con la presenza di Zanotti, Andreis per Torino, Siglienti per Roma, Giuriolo per Vicenza, Foà per Parma, Tollazzi per Bergamo, Marchisio per Genova, oltre a La Malfa, Vinciguerra, Damiani, Albasini Scrosati. Il PdA locale è stato indagato accuratamente da Gianni Cisotto. La riunione fondativa del PdA veneto si svolge
nell’ottobre 1942 nello studio dell’avvocato trevigiano Leopoldo Ramanzini. Sono presenti lo stesso Ramanzini, Bruno Visentini, Enrico Opocher, Elio Gallina, Romolo Pellizzari da Treviso, Antonio Giuriolo da Vicenza, i veneziani Luigi Martignani e Agostino Zanon Dal Bo, Flavio dalle Mule da Belluno, Luigi Cosattini e Fermo Solari da Udine, Norberto Bobbio e Walter Dolcin da Padova; in rappresentanza del centro nazionale del partito sono presenti Ugo La Malfa da Milano e Sergio Fenoaltea da Roma.
A Vicenza il PdA si costituisce nel corso di una riunione del dicembre 1942 a casa dell’avvocato Luciano Tomelleri; sono presenti (ma le testimonianze discordano) Antonio Giuriolo, Giuseppe
GiuseppeFaggin
Il Comando Volontari della LibertàsfilaincorsoMatteottiaMilano; tralefigurepresenti,dasinistraadestra,siriconoscono MarioArgenton,GiovanBattistaStucchi,FerruccioParri,RaffaeleCadorna
Faggin (padre di Federico Faggin, ndr), Antonio Barolini, Licisco Magagnato, Mario dal Pra e Carlo Ludovico Ragghianti per il centro nazionale.
Le origini ideali
I più autorevoli studi sul percorso azionista (Giovanni De Luna ha scritto una fondamentale “Storia del Partito d’Azione” recentemente ristampata con il titolo significativamente modificato in “Il Partito della Resistenza”) evidenziano come il processo di formazione del partito si svolga tra il 1940 ed il 1942 all’insegna di una sorta di “costituente democratico-socialista” sicché il PdA si configura come un fiume in cui si combinano le acque di due grandi affluenti culturali dell’epoca: il liberalismo ed il socialismo peraltro in una configurazione ad arcipelago per la presenza di isole che vanno dal “comunismo liberale” di Silvio Trentin al “meridionalismo rivoluzionario” di Guido Dorso. Espressione dell’intersecazione tra “antifascismo politico” e “antifascismo spontaneo” che segna la transizione dal cospirazionismo degli anni Trenta alla condensazione di quelle minoranze attive che guidano la resistenza antifascista,
il PdA vede la convergenza di tre distinti filoni culturali.
I tre filoni culturali
Il primo gruppo che approda al PdA è quello liberalsocialista raccolto attorno a Guido Calogero e Aldo Capitini. La loro iniziativa si sviluppa a partire dal 1937 al fine di integrare liberalismo e socialismo in un’ottica antifascista. Di formazione filosofica, Guido Calogero da un lato rigetta la dottrina ideologica del marxismo e ne preserva i contenuti di idealità etico-poltica e alcune indica-
zioni di metodo e dall’altro è critico del liberalismo classico di scuola crociana di cui contesta un certo determinismo e una nozione astratta di libertà in favore di una concezione concreta qualificata dall’ampiezza dei contenuti e dalla centralità degli aspetti istituzionali.
È, invece, animato da un forte e peculiare spirito religioso Aldo Capitini in un’ottica di sincretismo antifascista. Grazie al primo “Manifesto liberalsocialista” dell’aprile 1940 con la concretezza di alcune proposte (dalla socializzazione delle imprese più grandi e dei latifondi alla costituzione dei consigli di fabbrica a una concezione garantista dell’apparato istituzionale) e grazie ad un seducente programma di formazione di un inclusivo “Fronte della libertà” aperto a tutte le culture politiche antifasciste contenuto in un secondo “Manifesto” del 1941 l’area liberalsocialista riesce ad attirare e coinvolgere gruppi di giovani intellettuali antifascisti soprattutto nell’Italia Centrale. Il secondo filone è rappresentato da “Giustizia e Libertà” il movimento creato da Carlo Rosselli e protagonista di una vivace stagione cospirazionista negli anni Trenta poi cessata a segui -
AntonioGiuriolo,capitanToni
to della repressione del regime. Gli ex giellisti aderiscono progressivamente al PdA. Lontano dall’impostazione filosofica liberalsocialista soprattutto il giellismo torinese non si accontenta del mero riconoscimento dei diritti di libertà per concepire la libertà come processo di liberazione rivoluzionaria pervaso di contenuti sociali, processo che nega una transizione automatica dal liberalismo alla democrazia e da questa al socialismo, ma argomenta una discontinuità radicale rispetto al mondo liberale prefascista. Tributario della lezione gobettiana di opposizione assoluta al fascismo interpretato quale “autobiografia della nazione”, il socialismo liberale di Rosselli si può ritenere una eresia socialista - di natura antidogmatica, antitotalitaria, libertaria, autonomistica - al contrario dell’eresia liberale impersonificata dal liberalsocialismo.
Un terzo nucleo culturale di giovani e intellettuali di estrazione liberaldemocratica contribuisce alla nascita del PdA. È il caso, per esempio, di Ugo
La Malfa e Ferruccio Parri. Il primo da giovane milita nell’Unione Nazionale di Giovanni Amendola, trae dall’anti giolittismo le motivazioni di una drastica rottura con il mondo liberale prefascista, è promotore di un meridionalismo aperto e progressista, è in grado di intercettare le istanze delle classi medie ed è vicino alle linee di politica economica di matrice keynesiana; il secondo proviene dall’interventismo democratico, è pervaso di cultura mazziniana, unisce approccio concretista e vocazione libertaria secondo l’esempio di Carlo Pisacane.
I sette e i sedici punti
Nel corso della riunione di Milano viene approvato l’importante testo programmatico dei “Sette Punti” che includono la questione istituzionale (ripristino delle libertà civili e politiche, Repubblica, separazione dei poteri dello Stato, autonomie locali e decentramento amministrativo, stabilità del potere esecutivo), la materia economica e sindacale (nazionalizzazione dei grandi complessi
industriali, finanziari e assicurativi, economia a due settori privata e pubblica, riforma agraria, libertà sindacale e diritto di rappresentanza unitaria delle diverse categorie), la laicità dello Stato (netta separazione tra Stato e Chiesa), le questioni internazionali (promozione di una soluzione federalistica per l’Europa).
I “Sette punti” saranno poi superati un “Manifesto dei sedici punti” di ispirazione lussiana e di impostazione più direttamente socialista:
1 unità inscindibile tra libertà politica e giustizia sociale;
2 fondazione di una società di uomini liberi in cui l’uguaglianza sia cardine precipuo;
3 trasformazione strutturale della società italiana attraverso il pieno coinvolgimento delle masse popolari;
4 eliminazione dell’istituto monarchico in quanto espressione della reazione;
5 varo di una Costituzione fondata sulle garanzie delle libertà fondamentali, sull’uguaglianza giuridica e sulla sovranità politica legittimata dal suffragio universale e valorizzazione delle autonomie locali contro ogni centralismo;
6 democratizzazione dell’apparato amministrativo, delle forze dell’ordine e della magistratura a cui dovrà essere garantita l’indipendenza;
7 socializzazione delle grandi imprese di interesse pubblico;
8 promozione di una economia organizzata su due coesistenti settori: uno pubblico dei grandi complessi industriali, commerciali, finanziari e assicurativi e l’altro a gestione libera guidato dal rischio e dalla libera iniziativa privata;
9 garanzia di un adeguato tenore di vita per i lavoratori a cui dovranno essere garantiti moderni servizi assistenziali e previdenziali;
10 varo di forme di controllo operaio nelle aziende private attraverso le commissioni interne;
11 introduzione di una riforma agraria che, ispirata all’obiettivo finale di una democrazia rurale sia indirizzata a liquidare la proprietà fondiaria non coltivatrice;
12 avvio di un sistema di prelievo fiscale basato sul principio di progressività delle imposte in funzione redistributiva e su un regime fiscale e successorio che colpisca i grandi patrimoni;
13 predisposizione di un Piano di ricostruzione economica che delinei le strategie di politica industriale, creditizia e dei lavori pubblici e sia orientato alla piena occupazione;
14 riforma della scuola per indirizzarla alle esigenze della vita reale e alla formazione di cittadini consapevoli; 15 separazione tra Chiesa e Stato, e uguaglianza dei culti;
16 contrasto ad ogni nazionalismo enel quadro di un nuovo ordine internazionale basato sulla pace e sulla giustizia - costituzione di una federazione europea.
L’eredità
La ricostruzione dell’esperienza azionista è consegnata agli storici, ma la devozione per i valori di democrazia politica e giustizia sociale, la passione civile, la disponibilità al sacrificio personale, l’amore per l’Italia, il primato della dignità della persona umana rispetto al potere, il rigore intellettuale e morale dell’universo azionista costituiscono un giacimento di etica pubblica a cui attingere ancor oggi in un mondo affamato di punti di riferimento ideali.
Il libro di Gianni A. Cisotto
Le canzoni della libertà: inni veri, miti costruiti e memoria dei popoli
di Giulia Matteazzi
Non tutte le canzoni della libertà nascono come inni di lotta. Alcune lo diventano molto tempo dopo, quando un popolo, un movimento o una generazione le adottano come simbolo. Da Bella ciao a We Shall Overcome, da Grândola, Vila Morena a Nkosi Sikelel’ iAfrika, la storia di questi canti è spesso più complessa del mito. Ci sono canzoni che sembrano nate per la libertà, ma raramente la loro storia è così lineare. A volte un brano nasce come canto religioso, come coro d’opera, come motivo popolare, come canzone teatrale o persino come composizione non pensata per la piazza. Poi accade qualcosa: una guerra, una rivoluzione, una protesta, una repressione. Da quel momento la canzone cambia natura. Non appartiene più solo al suo autore o al suo primo contesto. Diventa voce collettiva.
È il caso di Bella ciao, che per l’Italia è oggi il canto della Resistenza e dell’antifascismo, ma la cui vicenda è più stratificata della narrazione corrente. Le sue radici rimandano a melodie popolari precedenti, con ipotesi che chiamano in causa tradizioni diverse, dai canti di lavoro alle influenze yiddish o dell’Europa orientale. La versione delle mondine appartiene alla memoria del lavoro femminile nelle risaie, mentre la versione partigiana è legata idealmente alla Resistenza. Tuttavia, la sua grande consacrazione pubblica non avviene durante il 1943-1945, ma soprattutto nel dopoguerra, fino al passaggio decisivo del 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano la porta al Festival dei Due Mondi di Spoleto. L’ANPI stessa indica in quel momento una tappa fondamentale della sua consacrazione. Proprio questo rende Bella ciao ancora più interessante: non è soltanto “la canzone cantata dai partigiani”, ma la canzone con
cui l’Italia repubblicana e poi il mondo hanno scelto di rappresentare la Resistenza. È memoria costruita, non per questo falsa. Anzi: spesso i simboli più forti nascono così, quando una comunità riconosce in una melodia la forma più efficace per raccontare ciò che vuole ricordare. Diverso è il caso di Fischia il vento, più direttamente radicato nella lotta partigiana. Il testo fu scritto nel 1943 da Felice Cascione sulla melodia russa di Katyusha e divenne uno dei canti più riconoscibili delle Brigate Garibaldi. Se Bella ciao è diventata il grande inno consensuale della Resistenza ricordata, Fischia il vento è più vicina al canto effettivamente militante della Resistenza combattuta.
In Francia, Le Chant des Partisans ha una genealogia più lineare. Nasce nel 1943 a Londra: musica di Anna Marly, parole francesi di Joseph Kessel e Maurice Druon. Viene diffuso dalla BBC e diventa uno dei canti fondamentali della Resistenza francese contro l’occupazione nazista. Qui il passaggio da composizione a simbolo è quasi immediato: la canzone nasce già dentro la guerra e dentro la necessità di dare voce alla lotta clandestina.
LeChantdesPartisans,iltestomanoscritto
In Portogallo, Grândola, Vila Morena ha una storia ancora diversa. José Afonso la registra nel 1971, ma diventa canzone della libertà nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1974, quando viene trasmessa da Rádio Renascença come secondo segnale
Grândola, Vila Morena, la canzone dellarivoluzionedeigarofani inPortogallo,il25aprile1974
Fischia il vento. Felice Cascione e il canto dei ribelli
Agosto1963,allamarciadiWashington,JoanBaezcanta
“WeShallOvercome”davantiai300.000partecipanti
dell’azione militare che dà avvio alla Rivoluzione dei Garofani. Non era nata come “inno ufficiale” di una rivoluzione, ma quella trasmissione radiofonica la trasforma per sempre nel simbolo sonoro della fine della dittatura portoghese.
Negli Stati Uniti, We Shall Overcome dimostra quanto lunga possa essere la strada di una canzone. Le sue radici rimandano al gospel e alla tradizione religiosa afroamericana; la versione moderna attraversa sindacati, scuole popolari e movimenti sociali. Il passaggio decisivo avviene tra la fine degli anni Cinquanta e il 1960, quando Guy Carawan la rilancia alla Highlander Folk School e al movimento studentesco per i diritti civili. Da lì diventa l’inno morale delle marce, delle chiese, delle carceri e delle piazze contro la segregazione.
In Cile, El pueblo unido jamás será vencido è invece una canzone nata quasi in tempo reale dentro la storia politica. Sergio Ortega la compone nel 1973, poco prima del golpe di Pinochet, su un motto già circolante nelle mobilitazioni popolari. Dopo il colpo di Stato e l’esilio di molti artisti cileni, il brano diventa uno degli inni internazionali contro le dittature latinoamericane. In questo caso il canto nasce politico, ma diventa universale grazie alla diaspora e alla repressione.
Più sfumata è la posizione di Gracias a la Vida, composta da Violeta Parra nel 1966. Non è un inno di lotta in senso stretto: è una canzone intima, poetica, quasi testamentaria. Ma la sua appartenenza alla Nueva Canción cilena, il ruolo di Violeta Parra e le successive interpretazioni, da Mercedes Sosa a Joan Baez, l’hanno trasformata in un canto di dignità umana e resistenza morale. Qui la libertà non è gridata: è custodita nella gratitudine ostinata verso la vita.
VapensieroeVivaVERDI (Vittorio Emanuele Re D’Italia)
In Sudafrica, Nkosi Sikelel’ iAfrika nasce addirittura come inno religioso, composto nel 1897 da Enoch Sontonga. Nel tempo viene adottato dall’African National Congress e diventa canto della lotta contro l’apartheid, fino a essere incorporato nell’inno nazionale del Sudafrica democratico dopo il 1994. È uno degli esempi più forti di trasformazione: da preghiera cristiana a simbolo politico panafricano e antisegregazionista.
In Spagna, A las Barricadas porta con sé una storia transnazionale. La melodia deriva da un canto rivoluzionario polacco dell’Ottocento, mentre il testo spagnolo viene elaborato negli anni Trenta da Valeriano Orobón Fernández. Diventa popolare durante la guerra civile spagnola, soprattutto nel mondo anarchico e anarcosindacalista della CNT. Anche qui, dunque, la canzone della libertà non nasce pura e isolata: viaggia, cambia lingua, cambia bandiera.
In Polonia, Mury di Jacek Kaczmarski nasce nel 1978 sulla melodia di L’Estaca del catalano Lluís Llach. Diventa poi negli anni Ottanta un canto simbolo di Solidarnośś contro il regime comunista. Curiosamente, l’autore aveva scritto un testo anche critico verso l’appropriazione collettiva dei canti politici, ma il movimento ne fece ugualmente un proprio inno. È la prova che, quando una canzone entra nella storia, può sfuggire perfino alle intenzioni di chi l’ha scritta. Anche Va, pensiero, dal Nabucco di Giuseppe Verdi, richiede cautela. Composto nel 1842 come coro degli ebrei esuli a Babilonia, è stato poi letto come simbolo dell’oppressione e dell’aspirazione alla libertà del popolo italiano nel Risorgimento. Ma il suo ruolo patriottico - favorito anche dall’acrostico Viva VERDI, ovvero
Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia - è stato amplificato dalla memoria successiva. Non fu scritto come manifesto politico: fu la storia italiana a riconoscervi, progressivamente, un canto di libertà nazionale. Infine, Do You Hear the People Sing?, dal musical Les Misérables, mostra come anche una canzone teatrale possa diventare canto reale di protesta. Nata nel 1980 nel musical francese di Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil, è stata adottata in diversi contesti di mobilitazione democratica, in particolare a Hong Kong nel 2014 e poi nel 2019. Il suo significato politico non nasce dall’origine, ma dall’uso pubblico che ne fanno i movimenti.
La lezione è chiara: le canzoni della libertà non hanno quasi mai una storia semplice. Alcune nascono già militanti, come Le Chant des Partisans o El pueblo unido jamás será vencido. Altre diventano politiche dopo, come Bella ciao, Va, pensiero o Do You Hear the People Sing?. Altre ancora cambiano pelle attraversando lingue, popoli e generazioni.
Forse è proprio questa mobilità a renderle potenti. Una canzone della libertà non è soltanto un documento storico. È un luogo in cui la storia viene ricordata, reinterpretata, talvolta semplificata, ma anche resa viva. Per questo occorre raccontarle con precisione: non per togliere forza al mito, ma per capirne meglio la costruzione.
La libertà, in musica, non nasce sempre nel momento in cui immaginiamo. Spesso nasce prima, altrove, in un canto di lavoro, in una preghiera, in un teatro, in una melodia straniera. Poi un popolo la riconosce, la canta, la porta in piazza. Da quel momento non è più solo una canzone: diventa memoria comune.
Odeon, il cinema dalle proiezioni più longeve d’Italia
Ce ne parla Enrico Ladisa, direttore della programmazione: da chiesa sconsacrata a macchina dei sogni con film di qualità e grandi ospiti, il 18 maggio ha festeggiato i suoi 119 anni
di Serena Balbo
Ci sono luoghi a Vicenza che non hanno nulla da invidiare alle grandi città. Il Cinema Odeon è uno di questi, a gennaio si è svolta una rassegna retrospettiva dedicata alla produzione del regista Ermanno Olmi, con cui si è confermato un luogo della cultura prezioso per Vicenza, capace di innovare e organizzare eventi di respiro nazionale.
E vanta un primato: è il cinema più longevo d’Italia, con una programmazione iniziata il 18 maggio 1907 all’interno dei locali della chiesa sconsacrata di San Faustino, sede della Società Generale di Mutuo Soccorso fin dal 1858 su concessione del Comune di Vicenza, proprietario dell’immobile. Le proiezioni non si sono interrotte nemmeno durante le guerre mondiali, oltre 17.000 i film passati sugli schermi. È stato creato un database che comprende tutte le proiezioni fatte al cinema, attraverso un importante lavoro di analisi delle fonti disponibili e ricostruzione, per alcuni periodi è anche possibile sapere quante persone erano presenti in sala e quale l’incasso.
Eventi, rassegne, ospiti speciali, un cineforum che conta 9.000 iscritti e un
minimo di 200 film proiettati all’anno. Da frequentatrice della sala ammiro Enrico Ladisa, direttore della programmazione, e il lavoro fatto negli anni per salvaguardare il patrimonio culturale rappresentato dall’Odeon. Una laurea in Business Administration specializzazione in marketing all’Università Ca’ Foscari di Venezia e due master, Enrico ha una passione viscerale per il cinema fin da ragazzo.
Da dove parte la tua passione per il cinema?
Sono cresciuto al cinema Odeon: lo frequento da quando avevo 15 anni, ho lavorato poi come maschera finché studiavo all’università e riuscivo a vedere i film della quarta proiezione giornaliera. È un luogo che mi ha sempre catturato, perché per tanti anni è stato diretto in modo esemplare da Mario Calderale, un faro per la cultura cinematografica a Vicenza e anima del Cineforum. Noi abbiamo tra le mani un’ eredità storica da lui costruita, cerchiamo di portare avanti un progetto che da un lato valorizzi questa eredità e dall’altro c’è il tentativo di reinventarsi e adattarsi ai tempi che cambiano.
Come il cinema si adatta ai cambia-
Unafotostoricadellasalaprincipale
menti sociali e tecnologici?
Ci sono dinamiche più grandi e veloci di noi, ad esempio le piattaforme, nate come canali di diffusione di film, mentre oggi sono diventate anche produttori o direttamente inglobano le case di produzione cinematografica. Fortunatamente
neglianni‘30(Credits: odeonline.it)
c’è ancora un minimo di “protezione” per i film nelle sale, perché il cinema nasce per i festival e per i grandi schermi, non è la piattaforma che può determinare l’apprezzamento di un film come un cinema. Vero è che molte piattaforme cercano di bypassare il periodo di embargo prima del
rilascio, ma c’è anche tutta una parte di film che invece rimane per il cinema ed è quella su cui dobbiamo puntare per il futuro delle sale cinematografiche.
Il film passato all’Odeon a cui sei più legato?
Devo dire che più che altro sono legato ad alcuni periodi, ad esempio il cinema di Hitchcock proiettato all’Odeon. Ma se c’è un film che ho a cuore è una pellicola che non è mai stata proiettata qui, “Gli insospettabili”, del 1972 con Michael Caine e Laurence Olivier ed è molto particolare, quasi scomparsa. Vorrei riportarlo un giorno in sala, magari nell’occasione di un restauro.
Studiando gli archivi hai trovato qualche campione d’incassi?
Ci sono stati i campioni d’incasso storici, i cosiddetti mai più raggiunti come “La storia infinita” negli anni ‘80 e “Evita”
negli anni ‘90. Ma anche film che facevano numeri irripetibili ad esempio nel periodo natalizio. Recentemente, invece, un film che ha particolarmente sbancato è stato “Perfect Days” proprio alla Befana.
Passiamo al tuo ruolo: cosa fai all’Odeon?
In primis il lavoro di programmazione, quindi conoscere il mercato cinematografico, andare ai festival e vedere i film in anticipo. In questa fase mi metto nei panni dello spettatore e mi chiedo “Vedrei questo film all’Odeon oppure no?”. Tengo i rapporti con le case di distribuzione per richiedere le pellicole e valutare quelle che mi propongono.
Seguo tutto l’ambito degli eventi e delle rassegne tematiche, le varie iniziative speciali e le ospitate: questo è quello che rende l’Odeon un po’ diverso dalle altre sale, cerchiamo di divulgare una cultura cinematografica anche attraverso confe-
EnricoLadisa,direttoredellaprogrammazione del Cinema Odeon
renze e presentazioni di libri. Infine seguo la parte di ricerca risorse per mantenere in vita la sala.
Come si fa a riportare i giovani al cinema?
I giovani vengono al cinema principalmente per certi tipi di film o registi che hanno forte presa sulle nuove generazioni, per esempio Paul Thomas Anderson ma anche Tarantino o Lynch. C’è un vasto pubblico che accorre in occasione del restauro di film del passato; un altro caso è la Maratona di Halloween o altre iniziative speciali mirate.
Un altro mezzo per attrarre i giovani sono i film in lingua originale, un’abitudine forte che all’Odeon è presente da sempre, vederli così merita, anche se richiede più sforzo.
A quale ospite dell’Odeon sei più legato? E chi invece ti ha deluso? Recentemente mi è piaciuto molto Valerio Mastandrea, persona davvero splendida, si è messo a disposizione dopo un lungo tour di presentazione del suo film, e si è fermato a parlare con il pubblico e a scattare foto [anche con l’autrice ndr]. Allo
stesso modo apprezzo Nanni Moretti che è fan dell’Odeon ed è venuto più volte. In realtà non ci sono ospiti che mi hanno deluso, magari quelli che non sono venuti o chi ha presenziato in modo mordi e fuggi.
Il Covid-19 ha inciso sull’Odeon, positivamente o negativamente?
C’è stata sicuramente una flessione nelle annate 2020-2021 poi lentamente riassorbita, siamo tornati pienamente ai livelli del 2019. Più che altro sono calate le presenze del cineforum che ha un pubblico più adulto.
Devo dire che la pandemia è stata per noi un’opportunità: a sala chiusa abbiamo potuto rinnovare la sala Lampertico e, accedendo a un finanziamente ministeriale, abbiamo restaurato la facciata della ex chiesa di San Faustino.
Con il Comune di Vicenza collaborate?
Organizziamo ogni anno l’arena estiva nei Chiostri di Santa Corona, circa 8085 serate consecutive di proiezioni. Poi durante l’anno diamo la disponibilità delle sale per eventi e incontri, ad esempio dedicati alla violenza sulle donne o
alla salute mentale, ma organizziamo anche attività legate ad eventi esterni, per esempio se c’è una mostra in Basilica cerchiamo di creare un appuntamento ad hoc legato tematicamente ad essa.
Un nome che vorresti portare?
Tantissimi… Più che altro vorrei portare personaggi significativi per il cinema e per Vicenza. Se posso sognare, però, direi Wim Wenders, Martin Scorsese, Steven Spielberg.
L’ingressodelCinema
L’anteprimanazionaleaiChiostridiSantaCoronadelfilm“Lavitaaccanto”: Gian Marco Mancassola intervista il regista Marco Tullio Giordana e la scrittrice Maria Pia Veladiano
ni cinematografiche e televisive che girano qui possono aiutare la città dal punto di vista culturale e turistico?
Come nasce il premio Mazzacurati?
È nato dal fatto che avevamo conosciuto la moglie Marina e la figlia Emilia e nell’aria c’era l’idea di portare avanti la memoria di Carlo Mazzacurati. Abbiamo scelto di premiare il personaggio in un’opera cinematografica italiana e di dare un’idea di cinema diversa, facendo proiezioni e accogliendo ospiti speciali in sala.
Vicenza ha una passione per il cinema dunque, a tuo parere le produzio-
Sì, e anzi, dovrebbero essercene molte di più. È un’occasione anche per le produzioni stesse e i racconti, perché abbiamo luoghi meravigliosi poco utilizzati dal punto di vista cinematografico. C’è un grosso lavoro da fare per attrarle, anche perché la film commission veneta è nata da poco. Nel caso del film di Marco Tullio Giordana, “La vita accanto”, aver girato qui ha creato poi l’opportunità di presentarlo in anteprima nazionale ai Chiostri di Santa Corona con regista e attori presenti.
Hai vissuto a Milano, Venezia, Torino, cosa ti piace e ti riporta a Vicenza?
Vicenza ha un grandissimo potenziale, perché ha delle cose che queste città ci possono invidiare. È un bene avere un riscontro diretto dal pubblico che in grandi città non si ha, all’Odeon conosciamo chi viene ed è un vantaggio, perché sappiamo cosa poter fare e cosa no. Vicenza è una città stimolante che però va ulteriormente stimolata, a volte vedo fatti un po’ sconfortanti, però penso che siano tutte opportunità per poter crescere come realtà. In città ognuno di noi deve fare la propria parte.
Questo è proprio vero…
Villa Da Porto torna a vivere: il fantasma del papà di Giulietta e Romeo veglia ancora su Montorso
Abitazione, da abitare. Ma quella che è abitata col cuore diventa casa. Nella miriade di antiche ville, palladiane o meno, del Veneto e del Vicentino in particolare troviamo esemplari abbandonati, a volte ridotti in rovine, altri recuperati a esclusivo uso privato, altri convertiti in location per eventi o alloggi per turismo di lusso.
Poi ci sono, per fortuna, quelle visitabili, conservate o restaurate a dovere ma, diciamocelo, vuote. Non per una questione di mobilio, ma piuttosto di “vibrazioni”. Tra le mura e i decori di questi monumenti muti, come tra le sale di un museo, restiamo a bocca aperta, ma con il cuore calmo.
E poi c’è la secentesca maestosa
di Federica Zanini
Mentre non si spegne la (forse) leggenda sullo spettro di Luigi Da Porto incapace di lasciare le mura dove scrisse la novella che ispirò la tragedia di Shakespeare, l’antico gioiello in stile palladiano della valle del Chiampo, mutilato nei secoli ma in fase di guarigione, è tornato a vivere con continui eventi, grazie ai volontari in carne, ossa e determinazione della Pro Loco, che la sentono come casa propria
Da Porto
Montorso Vicentino, sorta su resti quattrocenteschi e ultimata nel ‘700, dove durante la visita si respirano i tempi antichi ma anche un’emozione viva, contemporanea. È quella, contagiosa, degli abitanti di Montorso (in particolare dei membri della Pro Loco) che l’hanno strappata all’oblio, restaurandola in buona parte con sforzi enormi e senza mai arrendersi, che l’hanno abitata con ogni evento possibile, l’hanno aperta a un pubblico che per lo più non la conosceva e che, soprattutto, la sentono come la propria casa. Proprio come gli antichi nobili, primo fra tutti il celebre letterato e soldato Luigi Da Porto, che vi risiederono nei secoli, ma
anche come quella gente comune che la occupò dall’abbandono dei Da Porto sul finire dell‘800 e fino a metà ‘900, ricavandone veri e propri appartamenti di fortuna ma ben organizzati, con ingressi, finestre e pareti divisorie create all’uopo e persino numeri civici, come si può ancora notare dopo il restauro volutamente conservativo.
Tutto è cominciato a metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando Luigi Pegoraro, sindaco lungimirante di Montorso, sollecitato dai suoi cittadini, accetta la sfida di salvare quel gigante ferito nella pietra e nella dignità, che da troppo tempo se ne sta accasciato ai piedi del paese. Per farlo contatta la quarantina di famiglie proprietarie (ndr: una mancò poco prima del rogito e toccò cercarne gli eredi, in Francia) e tra il 1996 e il 2002 il Comune riesce ad acquistare, pezzo dopo pezzo, quel gioiello opacizzato da predazioni (Napoleone ma anche i nazisti passarono di qui), incendi, guerre, crolli, usi im -
La barchessa, con le tracce dei vari interventi nei secoli
propri (ospitò persino una conceria e una officina per il taglio del marmo) e trascuratezza per cominciare a riportarlo all’antico splendore.
Per questo capolavoro di architetto ignoto (forse il Muttoni, su progetto di un collega impegnato a Versailles?), oggi tra gli esempi più imponenti e sfarzosi di villa veneta, negli ultimi anni molto è stato fatto e sebbene molto resti da fare, l’impegno e la dedizione dei montorsani sono palpabili. Ci hanno messo l’anima, e pure i mobili. Gli arredi infatti non sono originali, ma ognuno ha ceduto uno o più pezzi per creare l’atmosfera di una villa vissuta. Ma soprattutto viva: con uno sforzo comune in creatività, immaginazione e iniziativa (e tante ore regalate) i volontari hanno fatto del grande giardino e della villa un teatro incomparabile per continue manifestazioni.
Una cornice più inclusiva che esclusiva perché, sebbene si tratti di un’antica, nobile dimora, qui tutti, senza differen-
ziazione di età, ceto, etnia o appartenenza si sentono a casa e liberi di organizzare qualsiasi cosa. Dal Festival letterario al mercatino artigianale, dai pranzi di comunità alle mostre d’arte, dalle serate di beneficienza al teatro, dalle presentazioni di libri ai convegni, dai matrimoni civili alle feste patronali, dai laboratori per bambini a quelli sul paranormale e tanto altro ancora, Villa Da Porto -mutilata di un’ala, mai ricostruita, da un incendio a inizi ‘800- negli ultimi anni ha (ri)aperto i suoi cancelli alla vita. Dal parco, un tempo affollato di statue, si salgono i ventisette scalini in pietra ed ecco che, come per magia, il passato accoglie il presente. Teatro principale degli eventi organizzati in villa è l’imponente Salone delle Feste che, orfano del ballatoio (gemello di quello esterno, rintracciabile nel pronao della facciata neoclassica in pietra di Vicenza), offre un’apertura e un’ariosità uniche, che probabilmente ricchi ed estesi affreschi, di cui restano solo alcune tracce sulle
pareti martoriate dai proiettili nazisti, un tempo smorzavano appena. A dominare la scena è l’enorme cornice in gesso sopra il camino, che indica l’esistenza in passato di un grande arazzo con scene di guerra, come suggerirebbero le lance e gli armamenti a decoro superiore. A riempirla oggi è una singolare versione de Il Bacio di Hayez, firmata dall’artista spagnolo contemporaneo Jorge R. Pombo. Le proporzioni straordinarie del salone (corrispondenti alla facciata più alta ed estesa tra tutte le ville venete) hanno permesso di ospitare, sulla parete opposta, persino la sua riproduzione del Giudizio Universale di Michelangelo (vedi box).
Dal Salone si accede poi ad alcune stanze e alla barchessa porticata, affacciata sui colli con vista sui castelli di Romeo e Giulietta di Montecchio Maggiore, che ispirarono -insieme a una cocente delusione d’amore- Luigi Da Porto per la sua novella sui celebri amanti, vero primo embrione della tragedia che poi Shakespeare teatralizzò e rese famosa in tutto il mondo.
Finito il tour del piano, tra eleganza mai troppo ostentata, citazioni sulla stirpe Da Porto e indizi di successivi inquilini popolani (finestra murate, redistribu -
zione dei muri, numeri civici sulle porte ecc.) si riscende al piano terra, nel vero cuore rurale e popolare della villa. Sotto la scalinata, l’antica ghiacciaia. Di fron-
te, gli spazi enormi, rimodulati come detto negli anni per esigenze abitative, che ospitavano stalle, scuderie, magazzini e la cucina, con tanto di raro pozzo esagonale interno, purtroppo non ancora valorizzato per motivi di sicurezza. Qui erano anche gli alloggi dei domestici e dei contadini. E se da un lato la scala a chiocciola in legno destinata alla servitù è stata smontata lasciando libera una stanzetta rotonda ora in uso agli Arcieri Storici della Novella, dall’altro lato resiste caparbia seppur fragile l’originale scala nobile, oggi puntellata in attesa di restauro, che consente solo di sbirciare in alto sul soffitto l’unico affresco rimasto: un bellissimo putto con angeli, attribuibile probabilmente alla bottega del Tiepolo, che d’altro canto lavorava all’epoca nella non lontana Villa Cordellina. Una volta consolidata, la scala renderà accessibili anche le stanze già restaurate al piano superiore, mentre per visitare i locali ipogei della villa occorrerà la loro messa in sicurezza. Ma siamo certi che sia già nelle intenzioni, se non nell’agenda, di quei vulcani inesauribili e appassionati dei volontari della Pro Loco.
Eccolo statoincuiversavaVillaDaPortoprimadel
A caccia del fantasma
La Pro Loco e i doni del pittore Jorge R. Pombo
Daniela Bastianello, cuore grande e carattere forte, è la presidente della Pro Loco di Montorso Vicentino dal 2014, ma già dava una mano. Per il paese. Quando il Comune acquista Villa Da Porto, ne intravede il forte potenziale e, sostenuta dai suoi collaboratori, getta le basi per il recupero e la valorizzazione dei suoi spazi. Si comincia dall’ultima stanza in fondo alla barchessa, lo studio di Luigi da Porto per intenderci, che è diventato una sala di rappresentanza per i montorsani. Poi lo sguardo si allunga oltre il paese, persino oltre i confini italiani e nel 2024 in villa arriva l’artista spagnolo Jorge R. Pombo, noto nel mondo per la sua pittura in dissoluzione, che trova nella sconfinata parete del Salone delle Feste la collocazione perfetta per il suo gigantesco Giudizio Universale michelangiolesco (15x12 metri). “Quando poi dovette trasferire l’opera a Milano per una mostra -spiega Daniela- ci ha ringraziati concedendoci gratuitamente per 5 anni (fino a novembre 2029) la sua versione de Il Bacio di Hayez, realizzata ad hoc per la grande cornice del salone”.
La Pro Loco, oltre a organizzare su prenotazione visite alla dimora con guide qualificate, ha messo insieme una locandina di eventi culturali che si fa sempre più ricca. In questo momento, in villa e altre sedi, è in corso fino al 28 giugno Montorso Incanta, festival letterario fitto di appuntamenti la cui chiusura è affidata a Sigfrido Ranucci con il suo Il ritorno della casta. Info e prenotazioni: cell. 3687186307 e prolocomontorsovi@gmail.com.
Ramingo e senza requie, dopo secoli il fantasma di Luigi Da Porto si aggira ancora insoddisfatto per le stanze e il parco della sua antica dimora a Montorso Vicentino. Ferito nel corpo e nell’anima, ma anche nel cuore, il condottiero e letterato si ritirò infatti qui, tra le campagne del Chiampo, nel ‘500, dopo essere stato reso disabile in guerra e dopo aver appreso che l’amata cugina Lucina Savorgnan era andata in sposa a un altro. Forse proprio pensando a quell’amore impossibile e rimirando all’orizzonte le sagome dei castelli di Montecchio, tra queste mura compose la novella “Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti”, ovvero la prima vera stesura delle (dis)avventure di Giulietta e Romeo, poi drammatizzate e rese famose da Shakespeare. La gente del posto, infatti, tra le pene di Da Porto cita anche la ferita nell’orgoglio per colpa di quell’inglese che gli rubò i diritti d’autore.
Secondo la tradizione locale, ma anche secondo diversi esperti del paranormale, il suo spirito tormentato all’imbrunire si aggirerebbe nelle stanze deserte, ma anche nel giardino e persino lungo le stradine che salgono al colle Fratta. Niente lenzuola e catene trascinate, bensì degli evidenti, tutto fuorché ritrosi, aloni bianchi effettivamente catturati in più foto a prova di scettici, scattate ben prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. Vero o non vero che il fantasma sia, certamente reale è l’appuntamento in villa, ogni autunno, con il Festival del Paranormale, nato nel 2018 sulla scia delle indagini tecnico-scientifiche condotte qui dall’Associazione Culturale Orizzonti Paranormali.
Dimentichiamo per un attimo l’immagine-tipo del vampiro come lo si intende, e lo si sfrutta commercialmente, oggi. Senza scordare che chi lo lanciò, lo scrittore Bram Stoker con il romanzo Dracula (1897), fu - come spesso accade - inizialmente ignorato e morì povero, mentre l’immortale successo arrivò postumo grazie alle trasposizioni cinematografiche, abbandoniamo quel profilo oscuro, col mantello nero dal bavero appuntito, l’aria fosca ma seducente, lo sguardo bramoso e i denti aguzzi. Ecco, affrancatici dal cliché possiamo scoprire che qualcosa di vero, persino storico, sui vampiri c’è e che anche Vicenza, o meglio Bertesina, ha avuto il suo. Anzi, la sua.
La Vampira di Bertesina è il titolo di una iniziativa tra storia e mito di Massimiliano Rossato, presidente del Centro Culturale Andrea Palladio, che fin dall’esordio ha conquistato le pagine dei giornali locali e il gradimento del pubblico. Rossato,
tuffandosi in fonti storiche e verificate, trova conferma della figura del vampiro (termine però coniato da Stoker) già ai tempi della Serenissima. Nel 2009, durante alcuni scavi al Lazzaretto Nuovo a Venezia, vennero rinvenuti i resti di una donna che aveva la bocca riempita di terra e ostruita da una pietra. Gli archeologi si confrontarono allora con dei paleontologi in Germania e vennero a conoscenza dei cosiddetti masticatori di sudari. I non abbienti venivano infatti sepolti semplicemente con un lenzuolo. La credenza popolare, probabilmente fomentata dai Dogi stessi in tempi di epidemia, sosteneva che questi “morti viventi” si nutrissero di carne umana, contribuendo a diffondere la peste e per questo gli sarebbe stata tappata la bocca. C’erano persino i signori della notte, ovvero gendarmi addetti al controllo, e i cacciatori di masticatori di sudari. Davanti a un frammento del 1667, pubblicato e tradotto dalla lingua della Serenissima, Rossato si incuriosisce e si convince di riconoscere nel luogo citato - un paesello di campagna con una villa, una chiesa e il fiume - la frazione di Bertesina,
che ben conosce. Il testo riportava la supplica a un frate, presumibilmente esorcista, dell’Abbazia benedettina di San Felice e Fortunato ad accorrere al paese per una faccenda demoniaca.
Da qui nasce una coinvolgente favola horror ma non troppo, ambientata nella palladiana Villa Gazzotti di Bertesina e nel suo circondario. Qui la anticipiamo, ma altra cosa è farsela narrare in loco, col favore delle tenebre, alla luce flebile di una lanterna, da un cantastorie avvolto nel suo mantello di velluto rosso come il sangue…
Siamo nel 1667, appunto, ma occorre fare un salto indietro di 100 anni. Il conte Philippo, vagando a cavallo per le sue campagne, scorge nei campi, di spalle, una donna e, con un eufemismo, diciamo che si incuriosisce… Lei si gira e al nobiluomo, si fa per dire, che si aspettava una bella fanciulla, si rivela invece Thofania, la vecchia e trascurata erborista del luogo, in cerca di erbe. Quella insomma, che all’epoca si apostrofava come strega, ma da cui poi si accorreva per rimediare a ferite e malesseri. Inorridito, il cavaliere
di Federica Zanini
sfodera la spada e, colpendola di piatto, tramortisce la poveretta, con grande sprezzo della vita altrui. Il mattino seguente, i contadini la trovano riversa nel campo e, credendola morta, la portano dal prete e la seppelliscono. Thofania diventa una vampira e comincia la sua vita notturna e infinita. Un secolo dopo, incontrando nei pressi dell’hostaria del paese Liborio, giovane e sempliciotto servo alla villa, approfittando della sua ingenuità medita la vendetta nei confronti dei discendenti di Philippo. Tra inganni, sotterfugi, azioni maldestre, l’arrivo del padre-esorcista Leopoldo, croci benedette sparse ovunque, pozioni magiche e un incendio col botto, però, le cose non andranno come previsto. Il finale, che comunque non avremmo mai spoilerato, è a sorpresa. Non resta che prenotarsi all’edizione 2026 de La Vampira di Bertesina, appena ripartita. Diventata anche una tavola di Galliano Rosset e quasi pronta per andare in scena come spettacolo teatrale, la storia di
Thofania è un’occasione insolita e intrigante per conoscere Villa Gazzotti, tra le prime a essere commissionata al Palladio e, grazie anche a un restauro che si fa attendere, rivelatoria di molte delle sue tecniche architettoniche. Se ci andate, nella sua atmosfera di mistero non scordate di chiedere del fantasma che pare si aggiri
nelle sue stanze… Per i più diffidenti, invece, ci sarà da attendere l’uscita del libro “Vampiri delle Venezie” che il giornalista vicentino Roberto Dal Bosco sta ultimando, dopo 15 anni di intense e attendibili ricerche sul tema, che si sono spinte anche in Istria e Dalmazia.
Villa Gazzotti in versione noir, ma solo se carta canta
Il merengue, la danza “dolce” della Repubblica Dominicana
La parola merengue richiamerebbe “merenghé”, ad accomunare il dolce dominicano e la musica sono la frenesia e la sensualità dei movimenti
di Serena Balbo
Il merengue è una danza caraibica originaria della Repubblica Dominicana, nata intorno al 1500 o 1600, anche se rimane viva tuttora una disputa irrisolta sulla sua origine.
Vi sono diverse ipotesi anche sull’origine della parola merengue. Il termine potrebbe derivare da “merenghé”, nome di un dolce tipico dominicano, a base di albume di uova e zucchero a velo. Secondo altri studiosi si tratterebbe di un termine creolo, derivato dal francese ”meringue” che significa “meringa”. Sembra infatti che il nome del dolce sia stato associato al ballo per via del ritmo sincopato che si eseguiva in fase di preparazione, sbattendo le uova e lo zucchero assieme; questo ricorderebbe il ritmo tenuto dal movimento del corpo, frenetico e sensuale nel contempo.
Per quanto riguarda le origini del ballo, vi sono diverse teorie. Come molte altre danze che abbiamo visto finora, potrebbe essere nato per impulso degli schiavi africani deportati dai colonizzatori per lavorare nei campi di canne da zucchero. La musica e il ballo servivano loro per scacciare la tristezza e la fatica dovuta al duro lavoro, e a combattere la nostalgia del paese d’origine. Gli schiavi trascorrevano le loro giornate legati con delle catene ai piedi; infatti, il merengue è un ballo i cui movimenti del corpo sono limitati e per la maggior parte sul posto, trasferendo il peso da una gamba all’altra, mentre a muoversi sono soprattutto le spalle e il bacino.
Secondo un’altra teoria, sembra scaturire dalla storia di uno schiavo che, ribellatosi alla dominazione spagnola, era stato ferito ad una gamba dalla gendarmeria.
Venne data una festa in suo onore, durante la quale, nonostante la condizione d’invalidità, cercò di ballare zoppicando e trascinando il passo; i presenti lo imitarono dando vita al nuovo ballo.
La terza teoria, invece, farebbe originare la nascita del merengue sull’isola di Haiti, opzione poco convincente per i cultori del ballo.
Per intenderci, comunque, come abbiamo già visto per altri balli di origine popolare, non appena iniziò ad espandersi nel Paese all’interno delle classi povere, i ceti sociali più abbienti lo classificarono come volgare perché ricco di movimenti osceni. Fu pertanto additato come “ballo proibito” all’interno delle feste delle classi borghesi e nobili.
Per quasi tre secoli il ballo non fu dunque
accettato e riconosciuto, rimanendo di conseguenza confinato all’interno della Repubblica Dominicana.
Il merengue continuò ad evolversi, seguendo le mutazioni della società e della politica dominicana: durante l’occupazione militare statunitense dal 1916 al 1924 si parla di una variante più fluida di merengue, definita “pambiche”, mentre subito dopo, sotto la dittatura di Rafael Trujillo (dal 1930 al 1961), in ragione di una campagna di “dominicanizzazione” della frontiera, il ballo fu promosso come simbolo nazionale.
La sua vera diffusione iniziò negli anni ‘30 del ventesimo secolo, quando il merengue “incontrò” il jazz e determinò la creazione di orchestre specializzate nel nuovo ballo. Negli anni ‘50, poi, il ge-
nere latino-americano e i balli correlati conobbero diffusione internazionale : in America si espanse attraverso reti di etichette discografiche, e fu uno dei primi balli a giungere in Europa e ad essere danzato su musiche afro-latine.
Negli anni ‘80 si diffuse nelle discoteche, in una forma veloce, attirando l’attenzione su musicisti come Juan Luis Guerra, Jossie Esteban, Fernando Villalona, e gruppi quali Coco Band.
Il merengue è diventato una presenza fissa nelle scuole di ballo e nei festival di tutto il mondo, contribuendo alla sua pratica massiva, è ad oggi una delle principali danze sudamericane conosciute nel
mondo. Negli ultimi anni, però, il merengue ha perso parte della sua popolarità in Italia, permanendo all’interno dei programmi d’insegnamento delle scuole di danza, ma relegato ai “primi passi”, ovvero come ballo “basico” da far imparare ai neofiti. Va sottolineato che le tendenze musicali sono in costante evoluzione e influenzano stili, generi e gusti del pubblico.
La musica del merengue è una sintesi degli strumenti musicali tipici del Paese, e dei Paesi latini in generale: a eseguire le melodie troviamo un suonatore di güira (strumento dei nativi dominicani),
Il ballo segue movimenti molto ritmati, per lo più delle spalle e dei piedi, e non è difficile notare le decise influenze africane.
Come in tutte le danze caraibiche e latino-americane la musica è caratterizzata da un ritmo molto veloce in due quarti e sincopato: il primo battito di ogni tempo è fortemente accentato. La danza ricorda una marcia sul posto e ad ogni battito musicale corrisponde un piccolo passo con trasferimento di peso. I due ballerini danzano per la gran parte del ballo allacciati, mentre i movimenti di fianchi, ginocchia e spalle sono molto pronunciati. Nonostante il merengue venga insegnato come ballo adatto ai principianti, ciò non significa che i ballerini più esperti non giochino con giri, variazioni ritmiche e musica. C’è da dire che il movimento base è regolare e ripetitivo, pertanto risulta facilmente eseguibile dai neofiti, anche perché all’interno delle scuole non vengono insegnate una gran quantità di figure, rispetto ad altri balli.
Nei contesti sociali è una danza ballata in modo informale, i partner si concentrano sulla musica piuttosto che “mettersi in mostra” attraverso figure complicate; in sostanza, non viene trattato come danza ultra-tecnica, ed infatti non ha mai sviluppato lo stesso tipo di codifica e tecnica da competizione mondiale.
uno di tambora (strumento africano) e uno di fisarmonica (strumento europeo). Negli strumenti utilizzati possiamo rinvenire la commistione tipica dei balli latino-americani, i quali subiscono influenze europee e africane: i ritmi e le percussioni derivano in gran parte dalle tradizioni musicali degli schiavi africani, così come l’uso di strumenti come la tambora, mentre la struttura melodica è influenzata dalla musica europea, in particolare dai ritmi di danza portati dai coloni spagnoli. Infine, la fisarmonica, introdotta dagli immigrati europei, ha contribuito a definire il suono caratteristico del merengue.
Patrimonio Unesco
Il merengue è stato iscritto nel 2016 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, l’Unesco lo considera parte integrante dell’identità nazionale della comunità dominicana, definendolo “una danza che viene solitamente introdotta fin dalla tenera età. La conoscenza e le abilità relative alla pratica vengono trasmesse attraverso l’osservazione, la partecipazione e l’imitazione. Il merengue attrae persone di diverse classi sociali, contribuendo a promuovere il rispetto e la convivenza tra individui, gruppi e comunità”.
Nel 2005, inoltre, questa pratica tradizionale è stata riconosciuta con Decreto presidenziale, e il 26 novembre è stato dichiarato Giornata Nazionale del Merengue.
Pablito e Roby Baggio: quando i vicentini facevano sognare gli italiani ai mondiali
Iniziata a metà giugno nel continente americano la massima rassegna calcistica, senza gli azzurri per la terza edizione consecutiva. L’attaccante esploso nel L.R. Vicenza trionfatore a Spagna ‘82, il “Divin Codino” grande protagonista a Italia ‘90 e a Usa ‘94
di Claudio Raimondi
I mondiali di calcio, iniziati l’11 giugno, sono un evento planetario. Secondo alcuni studi la finale dell’ultimo campionato, edizione Qatar 2022, è stata seguita da 1,4 miliardi di persone, mentre sono stati circa 4 miliardi coloro che hanno visto almeno una partita. Numeri, secondo un altro osservatorio, destinati a crescere ulteriormente durante la competizione in corso, non solo perchè ospitati in Centro-Nord America (Canada, Messico e Usa), ma perchè l’ulteriore diffusione del calcio in continenti sterminati come Africa e Asia, consentirà di stabilire ulteriori record. Uno spettacolo che però i tifosi italiani stanno seguendo senza poter tifare per la propria nazionale che per la terza volta consecutiva, dopo Russia 2018 e l’appuntamento di 4 anni fa, non è riuscita (sciaguratamente) a qualificarsi per la fase finale. Eppure l’Italia, nella storia dei mondiali, ha trionfato 4 volte - solo il Brasile ha fatto meglio, con cinque titoli - nel 1934 e 1938 e poi nell’era moderna calcistica, nel 1982 e 2006, a cui vanno aggiunti due secondi posti (in Messico nel 1970 e ad Usa 1994) e un terzo posto (Italia ‘90). Gioie e trionfi che nella storia sono stati scritti anche da due campioni vicentini, uno di adozione come Paolo Rossi e uno di nascita come Roberto Baggio.
capocannoniere del torneo (e a fine anno l’assegnazione del Pallone d’Oro): la storica tripletta contro il Brasile, la doppietta in semifinale contro la Polonia e il gol che sbloccò la finale contro la Germania, poi finita 3-1, allo stadio Bernabeu di Madrid. Rossi venne convocato dallo stesso Bearzot per i mondiali di Messico ‘86, senza mai giocare.
BAGGIO TRA SOGNI E IL RIGORE FALLITO. Anche la carriera di Baggio, nato a Caldogno dove ha abitato sino a
ROSSI EROE DI SPAGNA 1982 . La carriera calcistica di Paolo Rossi, pur vincendo tutto con la Juventus a livello di club (8 titoli tra Italia e a livello internazionale), è stata caratterizzata soprattutto da quanto fatto in azzurro. Esploso nel L.R. Vicenza, nella stagione 1976-’77 contribuì con 21 reti alla promozione in A mentre l’anno successivo con 24 gol si laureò capocannoniere nella massima serie, regalando alla matricola biancorossa un inatteso secondo posto. Tale exploit convinse il c.t. Enzo Bearzot a convocarlo per i Mondiali 1978 in Argentina, dove schierato all’esordio impiegò 29’ per realizzare l’1-1 contro la Francia (poi sconfitta 2-1), cui seguirono altri due gol decisivi: il primo contro l’Ungheria, alla fine battuta 3-1, e l’1-0 che decise il match contro l’Austria. Non c’è dubbio che l’epopea di “Pablito” - soprannome datogli dall’allora inviato del Gazzettino Giorgio Lago in Argentina - è legata al trionfo del mundial di Spagna ‘82, dove Rossi dopo un avvio incerto si prese sulle spalle l’Italia, segnando 6 reti che gli valsero anche il titolo di LagigantografiadiPablitosulgrattacieloEverestdiVicenza
pochi anni fa (ora risiede ad Altavilla Vicentina), è legata soprattutto alle gioie che ha saputo regalare ai tifosi azzurri. Cresciuto nel L.R. Vicenza, dove ha esordito a 16 anni e mezzo e poi ceduto 19enne alla Fiorentina, il “Divin Codino” ha partecipato ai mondiali di Italia ‘90, Usa ‘94 e Francia ‘98, totalizzando 9 gol complessivi e diventando l’unico azzurro della storia ad aver segnato in tre edizioni diverse. Nel 1990 partì come riserva ma divenne subito uno dei protagonisti delle “Notti magiche” della nazionale del c.t. Azeglio Vicini, anch’egli calciatore cresciuto ed esploso nel Lanerossi. Celebre il gol di Roby contro la Cecoslovacchia nella fase a gironi, partendo palla al piede da centrocampo, mentre nella finale per il terzo posto vinta contro l’Inghilterra, prima andò a segno e poi lasciò tirare il rigore decisivo a Schillaci per farlo diventare capocannoniere. A consacrarlo nell’Olimpo del calcio fu il mondiale in Usa nel 1994, dove trascinò l’Italia sino alla finale, segnando 5 gol decisivi nella fase a eliminazione: due reti contro la Nigeria agli ottavi, con la Spagna ai quarti e la doppietta contro la Bulgaria in semifinale. Nella finale persa ai rigori, il suo tiro dal dischetto, finito sopra la traversa, consegnò la Coppa al Brasile, diventando una delle immagini più iconiche e indelebili della storia dello sport. A Francia ‘98, con c.t. Cesare Maldini, realizzò 2 reti nel torneo: un gol decisivo all’esordio contro il Cile su rigore e un’altra rete contro l’Austria nella fase a gironi. Nei quarti contro la Francia, che passò ai rigori, Baggio segnò dal dischetto, ma l’errore di altri compagni condannarono ancora l’Italia all’eliminazione.
SUCCESSE A... GIUGNO
Nel 1911 finale scudetto per l’ACIVI
L’Associazione del Calcio in Vicenza è vicecampione
5 marzo 1911, Bologna-Vicenza 0-4. Vicentini e bolognesi ritratti sottoipalidelleprimeportefisse.Ibiancorossivincerannoilgirone Veneto-Emilianoedisputerannoleprimefinaliperiltitoloitaliano
C.R. Il 1911 rappresenta una data antichissima per il calcio italiano, eppure per la squadra biancorossa - a quel tempo denominata ACIVI, Associazione del Calcio in Vicenza - rappresenta una data da ricordare, che avrebbe potuto segnare la storia in maniera clamorosa. In quella stagione, alla prima apparizione assoluta nella massima competizione nazionale, dopo essere “nati” il 9 marzo 1902, a sorpresa i berici dominarono a punteggio pieno il girone eliminatorio Veneto-Emiliano, meritando così la finale scudetto contro la Pro Vercelli, all’epoca la squadra più forte d’Italia.
I piemontesi, che avevano già vinto il campionato nel 1908 e 1909, partirono nettamente favoriti e le due sfide decisive confermarono tale superiorità, imponendosi sia in casa per 3-0 l’11 giugno che nella gara di ritorno, disputata a Vicenza sette giorni dopo e vinta 2-1. La Pro Vercelli confermò il titolo italiano anche nelle due annate successive, per poi conquistare il 6° e 7° scudetto nel 1921 e 1922. L’ACIVI fu invece costretta a ridimensionarsi dopo la pausa e gli eventi drammatici causati dallo scoppio della Grande Guerra.
5febbraio1911.Vicenza-HellasVerona2-0,laformazionebiancorossa Le due foto sono tratte da ACIVi. La nobile provinciale, di Antonio Berto
Apprezzare e conoscere il vino: note di degustazione tra Veneto e Alto Adige
di Michele Lucivero Sommelier
Amoler, Marsuret, Prosecco
Valdobbiadene DOCG Extra Brut, alcol 12,5% vol.
L’autentico fiore all’occhiello della produzione veneta, anche a livello di quantità, è indubbiamente il Prosecco. Prodotto quasi completamente tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, il prosecco è un eccellente spumante prodotto con metodo Charmat o Martinotti, quindi non con il metodo classico, come per gli Champagne. In particolare, per potersi definire prosecco, questa bollicina deve essere ottenuta da uve 100% Glera, un vitigno vigoroso adatto a terreni collinari ben drenati, per lo più calcarei e marnosi, come le meravigliose colline tra Conegliano e Valdobbiadene. Solitamente il Prosecco più diffuso, anche perché associato a versioni più beverine da aperitivo, è quello nelle tipologie dry o extra dry, più dolci, ma per gli amici e le amiche di VicenzaPiùViva proponiamo una sua espressione più particolare. Si tratta dell’Amoler, un extra brut dell’azienda veneta Marsuret – ovviamente siamo a Valdobbiadene (Tv) – caratterizzato da un residuo zuccherino molto basso, circa 2 g/l. Il vino si presenta con un colore paglierino brillante e trasparente, animato da bollicine fini e persistenti, con un perlage che sale dal fondo del bicchiere in modo verticale. Al naso emergono sentori di frutta a polpa bianca, come pera abate e mela golden, accanto a note floreali di glicine e gelsomino, seguite da una piacevole sfumatura minerale di gesso. Sul versante balsamico si avverte una fresca sensazione iodata, che contribuisce a un profilo di intensità semplice, ma di qualità definita. Al palato il vino è secco, caldo, rotondo nelle morbidezze, pur mantenendo un corpo esile; risulta inoltre citrino e quasi salato.
Abbinamenti
In termini di abbinamento, il Prosecco Amoler di Marsuret, in fin dei conti, si potrebbe anche prestare abbastanza bene anche come vino da aperitivo, soprattutto accanto a cibi dal gusto più deciso, come finger food a base di formaggi, ma certamente sarebbe un buon vino per primi di mare e una croccante frittura di pesce.
Per il Lagrein di Kellerei H.Lun, invece, abbiamo pensato ad
Ci spostiamo di poco geograficamente per passare dal Veneto al Trentino Alto-Adige, altra terra vocata alla bollicina di qualità, con punte di diamante nella produzione di metodo classico, ma in questo caso vogliamo presentare un rosso molto caratteristico.
Nella provincia autonoma di Bolzano si trova il piccolo comune di Egna , che conta poco più di 5.000 abitanti ed è una vera perla naturalistica e paesaggistica.
Proprio da questo territorio provengono le uve del vitigno Lagrein , un particolare vitigno di montagna a bacca nera, impiegate dalla cantina H.Lun per questo vino appartenente alla Linea 1840 . L’annata presa in esame per questa degustazione è quella del 2020, considerata dagli esperti come cuna delle migliori degli ultimi anni per i vini rossi della regione.
Questo vino tirolese, che si presenta con un colore rosso rubino limpido e trasparente, al naso offre note fruttate di ciliegia e frutti di bosco, accompagnate da sentori floreali di viola e rosa canina, insieme a intense erbe aromatiche, spezie come il pepe nero e marcate tostature, dovute a un affinamento di dieci mesi in botte grande di legno seguito da altri sei mesi in bottiglia.
Si tratta di un vino dalla lunga intensità, complesso e di qualità definita.
All’assaggio si presenta secco, caldo nella componente alcolica, rotondo nelle morbidezze, fresco nell’acidità, con tannini astringenti e una sapidità ben equilibrata. È un vino di corpo, persistente e ancora in evoluzione.
un abbinamento audace con una preparazione particolare di carne, cioè una bombetta di asina dal sapore deciso e intenso molto più forte rispetto alla carne bovina, generalmente impiegata in questo tipo di preparazione, ma in alternativa, come consigliamo spesso, un rosso è anche un vino da meditazione e da chiacchiera, magari accompagnato anche con un sigaro di fattura italiana.
America sorella?
La prevista finta amicizia Italia Usa «celebrata» a settembre 2025 a Vicenza, lo sfruttamento degli operai che costruirono il teatro di Vicenza grazie alle legislazione ancora attuale degli appalti, la lotta dei comitati per restituire l'area della ex Centrale del latte ai cittadini
Tre storie di Vicenza e non solo da conoscere e ricordare: leggile una al mese a giugno, luglio e agosto acquistandole ora in promozione “estate”
a 25 euro invece che a 41
Una storia disonesta Vicenza, un luogo centrale L’Altra Stampa srl - 0444 1444959 - info@laltrastampasrl.it
Acquistabili in libreria e on line su Amazon e sullo shop di Vipiu.it