Dottoressa Emilia Laugelli: il fine vita degli altri ti resta dentro per tutta la vita.
Appena andata in pensione, la dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia
Clinica dell’Ulss 7 Pedemontana e responsabile del telefono antisuicidi regionale, nato nel 2012 e pioniere in Italia, racconta quanto intenso sia il lavoro di ridare speranza a chi la vuole fare finita e quello di accompagnare chi è condannato a morte dalla malattia.
Oltre al fine vita auspicato (eutanasia e/o suicidio assistito), chiesto convintamente e per lo più negato, tema di cui comunque ancora troppo poco si dibatte e che ci vede arretrati rispetto a diversi Paesi europei, ci sono morti, altrettanto dolorose e degne di rispetto e considerazione, che non vanno trascurate: la morte auto-procurata, senza dover chiedere
il permesso a nessuno, e la morte come sentenza inappellabile, inattesa quanto non gradita.
Dell’accompagnamento al fine vita di chi non vede più speranza e di chi la speranza se l’è vista rubare da una diagnosi infausta, si è sempre occupata con intuizione, passione, empatia e grande umanità (“il malato è prima di tutto e soprattutto una persona. Perché sanità e salute sono cose diverse, curare è diverso da prender-
si cura… E chi soffre ha diritto a entrambe”) la dottoressa Emilia Laugelli.
La dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ospedale di Santorso è nota in particolare alle cronache, ma soprattutto alla gente, per l’eccezionale telefono antisuicidio, che ha diretto e coordinato fin dalla nascita, nel 2012 e che ha seguito molti casi di aspiranti suicidi per aver perso tutto o quasi tutto col crollo delle banche popolari venete, quella di Vicenza e l’altra di Montebelluna.
Emilia ha da pochissimo messo nel cassetto il cartellino, insieme a un mare di emozioni, un bagaglio di esperienze e il ricordo di tante persone indimenticabili, colleghi e collaboratori, ma soprattutto pazienti.
Proprio nel giorno in cui la intervistiamo festeggia, infatti, al traguardo di una carriera intensa, con le tante emozioni ancora da riordinare e “domare”, il suo primo giorno di pensione: lunedì 23 marzo 2026.
Che effetto le fa? Sa già che cosa farà in futuro?
Mi devo ancora abituare. Ho lavorato fino a venerdì scorso e anche se non ho rimpianti e ho anzi le idee chiare sulle mie priorità per il futuro (ndr: stare più tempo possibile con la mamma anziana che vive in Calabria, coccolarsi i tre nipotini di 6, 4 e 2 anni e godersi la famiglia in generale),
non è facile smettere un lavoro come il mio, davvero molto intenso, potente. So già che non manderò in pensione la mia naturale propensione a mettermi a disposizione degli altri, ma intanto posso dire con fermezza che per me è stato un onore toccare la parte più sensibile e fragile delle persone, trattare il loro dolore con tutta la cura che merita. Mi sono appena ritirata e non ho ancora progetti, tanto meno lavorativi, nonostante le tante proposte dal settore privato. No, ho assolutamente bisogno di uno stop, ne ho bisogno per imparare a staccarmi da quella che è stata la mia vita, legata indissolubilmente a quella degli altri e, per oltre un decennio, con reperibilità 24 ore su 24 e con un carico di dolore e un dispendio di energie inimmaginabile.
È davvero difficile immaginare… Non è che per sollevare l’altro si mette tutto il carico sulle proprie spalle, sul proprio cuore fino a non reggere più? È uno degli aspetti da imparare a gestire e che deve far parte della formazione degli psicologi specializzati in questo ramo. Io ho avuto modo di lavorare con un team eccezionale. Ci vuole formazione, professionalità ma soprattutto empatia. Quello dello psicologo è un mestiere particolare: devi capire chi hai davanti, instaurare un contatto perché non esistono manuali o ricette universali e infallibili. Puoi lavorare bene solo decifrando quello che la persona ti trasmette, direttamente o indirettamente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone fragili, diffidenti e la loro richiesta di aiuto va spesso decodificata. Io personalmente posso dire di avere quasi sempre trovato la giusta sintonia dopo i primi 3-5 minuti di colloquio. Il segreto è sicuramen-
te anche una predisposizione personale, ma soprattutto non dimenticare mai che chi si rivolge a te non è il malato di cancro o di depressione, ma una persona. Un essere umano con nome e cognome, con un suo vissuto unico, con le sue personali fragilità che per primo deve rivedere, e imparare ad accettare, il suo nuovo ruolo di paziente. Una persona che si trova a dover affrontare un nuovo percorso e, ottenuta la sua fiducia, devi fargli capire che sei lì per percorrerlo insieme.
Ho ragione allora a dire che l’umanità nel rapporto paziente-dottore (ma anche con tutto il personale medico e gli operatori delle strutture sanitarie) è essenziale?
Assolutamente. Dico sempre che sanità e salute hanno significati diversi. La sanità è l’insieme di tecniche, sistemi, terapie cui ti devi affidare per curarti, la salute invece si nutre di relazioni umane. Con i dottori ma anche con gli infermieri, i volontari, il personale in genere. Insomma, la malattia ti cade addosso ma non sei solo, per un’assistenza a 360 gradi c’è bisogno di chi ti cura e di chi si prende cura di te.
Come si fa? Come ci si prende cura del paziente, come lo si accompagna verso il suo destino? Eh, non è facile. Lì tu psi-
cologo sei solo con te stesso e non puoi permetterti di sbagliare. Devi appunto instaurare una sintonia e una fiducia che solo l’empatia ti può aiutare a ottenere, ma si arriva a un’intensità emotiva che è contagiosa. Torniamo sempre lì: quello che fa la differenza è la persona che hai davanti, non la sua cartella clinica, che è certamente importante per capire il contesto ma che non contiene le dritte su come aiutarlo psicologicamente. Molto dipende proprio dalla bomba emotiva che il tuo interlocutore si tiene dentro. L’aspirante suicida, per esempio, pensa di non avere più nulla da perdere e l’unico modo di distoglierlo dai suoi propositi è convincerlo che c’è ancora un filo di speranza, facendogli capire che non è solo e non lo sarà. Quando invece hai a che fare con un malato oncologico terminale, la missione è mantenerlo in salute, nonostante la malattia, fornirgli la chiave per cercare di vivere con il miglior equilibrio possibile quello che gli resta. Accompagnarlo insomma all’accettazione del proprio destino e alla conquista, anche se può sembrare contraddittorio, di uno stato di serenità rispetto al fine vita. E questo è fondamentale non solo per chi va, ma anche per chi resta. Spesso chi è riuscito a fare
inOltre - numero verde antisuicidi
L’AI che usi crea sofferenza o ti aiuta?
Tra favole per bambini e strategie militari, una riflessione sull’uso dello stesso strumento
Una mamma sta chiedendo alla sua AI preferita: “Mi scrivi una favola per bambini?”. La fiaba le piace e la userà questa sera per far sorridere il suo bambino. La stessa AI, nel frattempo, viene usata da un governo per pianificare una strategia militare che invece potrebbe far piangere più di un fanciullo. Dovresti smettere di usarla o boicottarla?
Questa è la domanda che in tanti nel mondo si fanno e che risuona più forte dove la guerra, anzi le guerre si combattono o dove, nelle basi sparse nel mondo, tra cui quelle di Vicenza in Italia, si preparano e si guidano.
Il fatto
Anthropic non “usa l’AI a scopo militare senza limiti”: ha posto red line esplicite contro sorveglianza di massa domestica e armi completamente autonome, ed è proprio per aver difeso questi limiti che è stata punita e bandita. OpenAI ha invece accettato un accordo con il Pentagono che consente l’uso della sua tecnologia per qualunque uso “lecito”, negoziando solo il divieto di sorveglianza di massa interna e l’obbligo di responsabilità umana nell’uso
della forza; ciò non esclude comunque supporto ad applicazioni militari molto controverse, anche se non sono “killer robot totalmente autonomi".
La reazione tra gli utenti contrari all’uso militare dell’AI si è fatta sentire subito. Secondo quanto riportato da TechCrunch e altri media, il 28 febbraio 2026 le disinstallazioni di ChatGpt negli USA sono aumentate di circa il 295% rispetto al giorno precedente mentre sono aumentate le installazioni di Claude.
Come si sostiene una compagnia che si occupa di intelligenza artificiale
Addestrare e mantenere i modelli di intelligenza artificiale costa moltissimo: tecnologia per la potenza di calcolo, infrastrutture, energia e personale. Quindi servono flussi di cassa molto grandi e possibilmente stabili.
di Alessandro Dai Zotti
“Sei morto?”: l’app
cinese che misura la solitudine contemporanea
arriva
in Italia come “Ispettore della vita”
Arriva in Italia “Sileme”, l’app che spopola in Cina e che invia un allarme se l’utente non dà segnali di vita. Dietro il successo, un fenomeno sociale globale: sempre più persone vivono sole. Tra sicurezza, solitudine e tecnologia, emerge una domanda inquietante: chi si accorgerebbe davvero di noi?
Un anziano che vive da solo col... cellulare
di Giovanni Coviello
“Sileme”, letteralmente “Sei morto?”, è un nome che colpisce, quasi respinge. Eppure è diventata in poche settimane l’app a pagamento più scaricata in Cina. Costa meno di un euro, ma intercetta un bisogno profondo, difficile da nominare: la paura di scomparire senza che nessuno
se ne accorga.
Con un nome meno preoccupante del realistico “Sei morto?” ora si può scaricare anche sui nostri cellulari digitando “Ispettore della vita”. Il funzionamento è semplice. L’utente deve “dare un segnale di vita” ogni giorno, premendo un pulsante. Se per oltre 48 ore non accede, l’app invia automa-
ticamente un messaggio ai contatti di emergenza indicati. Un sistema minimale, quasi rudimentale, ma proprio per questo efficace. E soprattutto simbolico. A raccontarne il senso sono gli stessi utenti. Una giovane donna spiega di averla scaricata perché teme che, in caso di morte improvvisa, nessuno verrebbe a cercarla. Un’altra, studentessa, racconta
di averci pensato dopo un momento di sconforto: contatta raramente la famiglia, non ha più una relazione stabile, e la sua quotidianità scorre in una solitudine silenziosa.
Non si tratta di casi isolati. I numeri raccontano una trasformazione strutturale: in Cina già nel 2024 oltre 120 milioni di persone vivevano da sole, e le proiezioni indicano che entro il 2030 potrebbero diventare 200 milioni. Un fenomeno che riguarda sia gli anziani – spesso rimasti nei territori rurali mentre i figli emigrano – sia i giovani urbani, sempre più soli per scelta o necessità.
Ma anche in Italia circa 8,8 - 9,3 milioni di persone vivono da sole, rappresentando quasi il 36% delle famiglie italiane. Questo fenomeno, leggermente più diffuso al Nord (35%) rispetto al Sud (30%), è in costante crescita e coinvolge principalmente anziani (vedovi/e), separati e giovani, rendendo le famiglie unipersonali una delle forme abitative più diffuse, specialmente al Nord. Poco più della metà ha meno di 65 anni, mentre il 41-47% delle persone sole sono over 65 (in gran parte donne vedove). L'aumento è dovuto all'invecchiamento della popolazione, all'aumento delle separazioni
e alle scelte di vita.
“Sileme” o l’Ispettore della vita che dir si voglia nasce esattamente dentro questa frattura sociale. Non è solo un’app di sicurezza: è una risposta tecnologica a un vuoto relazionale. I suoi creatori la descrivono come un “assistente personale per la sicurezza”, ma il successo rivela qualcosa di più: il bisogno di essere “visti”, di lasciare una traccia, di non essere invisibili.
Non a caso, il nome in Cina ha suscitato critiche. Troppo crudo, troppo diretto. Qualcuno propone alternative più rassicuranti, come “Sei vivo?”. Ma proprio quella crudezza sembra essere stata la chiave del suo impatto. “Sei morto?”, più forte dell’Ispettore della vita, non è solo una funzione: è una domanda esistenziale, che intercetta una fragilità diffusa.
La tecnologia, in questo caso, non crea il problema. Lo rende visibile. Editoriali della stampa cinese parlano di “specchio sociale”: l’app riflette un lato nascosto della vita contemporanea, fatto di isolamento, distanza emotiva, rarefazione dei legami. Non è l’algoritmo a generare la solitudine, ma la società che, cambiando, produce nuovi bisogni. E il fenomeno non riguarda solo la Cina.
Anche in Europa e, come visto, in Italia cresce il numero di persone che vivono sole, tra invecchiamento della popolazione, precarietà delle relazioni e trasformazioni culturali. In questo contesto, strumenti simili trovano spazio come risposta a un’esigenza concreta di sicurezza ma anche di riconoscimento.
Resta però una domanda aperta: può un’app sostituire una relazione? Evidentemente no. Ma può segnalare la sua assenza. E forse è proprio questo il punto. “Sileme” funziona perché non promette di eliminare la solitudine, ma di renderla meno rischiosa. Di trasformare un silenzio totale in un segnale. Di garantire che, almeno, qualcuno venga a cercarci.
In un mondo sempre più connesso, è paradossale che serva un’app per ricordarci di esistere agli occhi degli altri. Ma è anche un segno dei tempi: vivere da soli non significa più essere un’eccezione, bensì una condizione diffusa.
E allora quella domanda – “Sei morto?” – smette di essere solo inquietante. Diventa, piuttosto, un invito a riflettere su come viviamo, su chi abbiamo accanto, e su quanto, davvero, siamo presenti nella vita degli altri, quelli che non ci fanno da amichevoli e umani ispettori
LogoSileme,ispettoredellavita
Sileme in Cina
La Grazia, ovvero l’agognato lusso di un po’ di leggerezza anche sul tema combattuto e sempre più attuale dell’eutanasia.
Nell’ultimo film di Paolo Sorrentino, che ha spopolato nei cinema, un bravissimo Toni Servillo nei panni di un Presidente della Repubblica a fine mandato, mette a nudo tutte le fragilità ma anche le potenzialità di chi accetta di scendere a patti con la propria coscienza e quella degli altri. E con un (troppo) grande senso di responsabilità. Al centro due richieste di grazia e l’eventuale firma della legge sul riconoscimento del diritto alla scelta sul fine vita.
Sullo sfondo di neutre nuvole bianche prima e poi di quelle colorate e “partigiane” prodotte dai fumi delle Frecce Tricolori, scorre il testo dell’articolo 87 della LaGrazia,il“Presidente”ToniServilloelafigliaAnnaFerzetti(copyAndreaPirrello)
di Federica Zanini
Costituzione Italiana, che definisce la figura del Presidente della Repubblica e ne sancisce le responsabilità. E non prediligo a caso il termine responsabilità a doveri. Si apre così il film, bellissimo, La Grazia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo.
Subito dopo che le suddette nuvole si dissipano, con il procedere della trama e l’interagire dei personaggi (in entrambi i casi di fantasia, ma con evidenti riferimenti alla realtà) ad assieparsi sono invece i dubbi, o se vogliamo gli spunti di riflessione.
Nel film di Paolo Sorrentino, l’eutanasia non è trattata come una questione tecnica o giuridica, ma come un conflitto profondo tra libertà individuale e responsabilità morale: rappresenta il diritto di scegliere sulla propria fine, ma allo stesso tempo mette a nudo l’incapacità delle istituzioni e del potere di dare risposte definitive su vita e morte. Tra l’interpretazione magistrale dei protagonisti, una fotografia poetica dai tratti magrittiani, l’eterna lotta tra conservatorismo e innovazione (rivoluzione?), un tratteggio onesto e senza sconti della politica, i richiami alla coscienza e qualche incursione nel semiserio, va in scena l’antica, scomoda verità: dietro ogni carica, c’è un uomo. Con le sue
debolezze e, si spera, il suo senso di responsabilità.
Sebbene il film si apra via via a svariate letture, il tema principale, monumentale, è già nel titolo, anche se solo sulle scene finali si giunge a captarne il (doppio) senso profondo. Un presidente sconsolatamente vedovo (Toni Servillo, con innegabili anche se non preponderanti richiami al nostro Mattarella), giunto pieno di malinconia a fine mandato, si trova a non poter evitare il bilancio di 7 lunghi anni al servizio dello Stato e dei cittadini, ma anche a desiderare di andarsene senza lasciare nulla di incompiuto, comprese tre questioni assai spinose: due richieste di grazia e l’eventuale firma della legge sull’eutanasia.
Affiancato, spronato e punzecchiato dalla figlia Dorotea, quello che scopre con sorpresa di essere da tutti soprannominato “cemento armato” per il proprio essere irremovibile, si trova a muovere invece passi incerti e condizionati dal dubbio, a immedesimarsi in chi -che sia attraverso la sospensione della pena o attraverso la rinuncia alla vita- cerca disperatamente un po’ di libertà e di leggerezza. Ecco che cos’è in fondo la grazia, intesa come stato di grazia, per l’uomo, ecco il doppio senso del titolo del film: la possibilità, il lusso di vivere con un po’ di levità, pur senza superficialità.
Una leggerezza che Sorrentino riesce a dare anche al suo film, sgonfiandone la (solo apparente) severità con qualche incursione divertente, ma suggestiva, come per esempio il papa nero che ci vede lungo e gira in scooter, l’estrosa amica di sempre del Capo dello Stato che non se-
gue i cerimoniali e tra parolacce, imprecazioni e battute caustiche non fa a sua volta cerimonie e persino il rapper Guè Pequeno, che strizza letteralmente l’occhio, quello sano, a un Presidente autorevole e serioso che in segreto canticchia le sue melodie.
Solo, malinconico, chiuso in un’armatura ormai troppo stretta, in un continuo confronto con se stesso e con i suoi referenti (dalla figlia al Santo Padre, dal suo fedele bodyguard/consigliere ai richiedenti la grazia, fino al suo amato cavallo ridotto in agonia, che pare implorare con gli occhi anche lui l’eutanasia), il protagonista arriva faticosamente a capire di essere “appesantito” dal suo stesso
ruolo. A chiedersi “ma io sono mai stato leggero?”. A desiderare di tornare a esserlo. Proprio attraverso il dubbio, fin qui inconcepibile, che in fondo ha una sua bellezza, perché solo può portare al coraggio. A decidere: “proverò a lasciarmi vivere”.
Il film La Grazia suggerisce che l’eutanasia non è solo una decisione personale, bensì uno specchio delle contraddizioni della società contemporanea, dove legge, coscienza, dolore e compassione si scontrano senza trovare una sintesi semplice, lasciando aperta una domanda più ampia sul senso della dignità e della “grazia” nel momento estremo.
Tra le domande clou, che corrono e ricorrono nel film, quella che non abbandona più il Presidente, fino all’ultima scena è: “di chi sono i nostri giorni?”.
“I nostri giorni sono nostri, ma non basta una vita per capirlo” ammette con se stesso, su un finale non scontato.
E se i nostri giorni sono nostri ma i nostri giorni non sono più tollerabili, mi chiedo io, a chi spetta decidere se lasciarsi vivere (o lasciarsi morire)? Rispetto e non invidio chi è chiamato in causa.
E se Battiato cantava cerco un centro di gravità permanente, io come il Presidente nel film -dopo un commovente collegamento con un astronauta in una navicella spaziale- sogno l’assenza di gravità. Per tutti.
Gliapplausial"Presidente"ToniSorvillo
Caso Silva: la vittoria di Davide contro Golia.
La
storia di un Comitato di cittadini che ha salvato l’acqua di vicentini e padovani
Il gruppo “Tuteliamo la Salute” si è battuto contro il progetto di ampliamento della Silva srl, azienda del Gruppo Ecoeridania specializzata nel trattamento e recupero di rifiuti industriali, a Montecchio Precalcino (VI).
di Serena Balbo
Di acqua si parla spesso a Vicenza, e non sempre dal punto di vista degli scorci poetici di cui sono protagonisti i suoi fiumi. L’acqua è il bene primario dell’uomo e, se inquinata, può mettere a rischio la salute dei cittadini.
Per l’acqua si è battuto un Comitato denominato “Tuteliamo la Salute”, in lotta contro il progetto di sviluppo delle attività della Silva S.r.l., ex Safond-Martini, azienda del Gruppo Ecoeridania specializzata nel trattamento e recupero di rifiuti industriali, a Montecchio Precalcino (VI)
Capita raramente, nella vita reale, che Davide vinca contro Golia, ma in questo caso, così come per la lotta di 20 anni del Coordinamento Comitati di Giancarlo Albera per la destinazione pubblica dell’area della ex Centrale del Latte di Vicenza, l’attivismo popolare ha dato i suoi frutti.
Ma facciamo un passo indietro… Safond-Martini - nata nel 2009 dalla fusione di Safond Sabbie da Fonderia in Via Terraglioni 50 (sito denominato T50) e Martini Sabbie sito in via Terraglioni 44
(denominato T44), attive fin dagli anni ‘80, e poi acquisita nel 2022 dal Gruppo Ecoeridania - includeva un impianto di trattamento di rifiuti costituiti da sabbie di fonderia esauste; oggi il progetto proposto da Silva prevedeva l’installazione di tre nuovi impianti: uno per la sterilizzazione termica di rifiuti ospedalieri (provenienti da fuori provincia), un impianto per la rigenerazione di sabbie da fonderia, con aumento della capacità da 15mila a 70mila tonnellate annue, e il terzo un deposito di rifiuti pericolosi e non, liquidi e solidi, comprendente sostanze altamente tossiche e corrosive. Il sito si trova al centro della zona di ricarica di falda dei pozzi di Villaverla e Dueville e a ridosso delle risorgive del fiume Bacchiglione, aree che andrebbero rese zone di salvaguardia, come già stabilito da più di 70 sindaci dei comuni del consorzio di bacino ATO Bacchiglione ad agosto 2025.
La vicenda inizia nel 2024, quando il sindaco di Montecchio Precalcino, Fabrizio Parisotto, viene riconfermato e viene eletta la giunta comunale; l’Opposizione solleva la questione del progetto Silva - allora i cittadini non ne erano a conoscenza -. Il progetto a luglio viene presentato in Provincia di Vicenza con la possibilità da parte di cittadini ed enti di avanzare
delle osservazioni; Silvia Peruzzo, ex assessore del comune di Montecchio Precalcino, ha formulato le considerazioni che, corredate da circa 400 firme di cittadini, sono state inviate dall’avvocato Pierantonio Cenci tramite il portale preposto della Provincia. Da quel momento è nata la consapevolezza , in molti cittadini anche dei comuni limitrofi, che il progetto se approvato sarebbe stato troppo impattante per le conseguenze ambientali irreversibili che avrebbe comportato.
Il 20 gennaio 2025 si è costituito un Comitato, “Tuteliamo la Salute”, che ha preso a cuore la vicenda; l’obiettivo dei firmatari provenienti da diversi paesi tra cui Montecchio Precalcino, Dueville, Villaverla, Sarcedo, è quello di informare i cittadini attraverso incontri pubblici e sensibilizzare enti e istituzioni, ricercando un dialogo con i sindaci. La preoccupazione era legata in particolare al rischio inquinamento dell’acqua, ma anche alla qualità dell’aria e alla sicurezza stradale: nel progetto si parlava di 104 mezzi pesanti e 222 furgoni che ogni giorno avrebbero transitato per il Comune di Montecchio Precalcino, portando un notevole aumento di inquinamento, oltre che un pericolo per gli studenti che ogni giorno viaggiano in bicicletta per raggiungere lo scalo ferroviario di Montecchio-Villaverla.
Inizialmente i tre sindaci dei comuni coinvolti (Montecchio Precalcino, Dueville, Villaverla) era-
no unanimi nel definire “allarmistiche” le posizioni del Comitato, in quanto il progetto era da considerarsi, a loro detta, “migliorativo”, e lo avevano espresso attraverso un comunicato stampa congiunto emanato il 14 febbraio 2025. Nel frattempo il Comitato ha interpellato esperti, idrogeologi, ingegneri e medici, tra cui Vincenzo Cordiano di Associazione Medici per l’Ambiente, Lorenzo Altissimo, ex direttore del Centro idrico di Novoledo, e Andrea Rinaldo, insignito del Premio Nobel per le Scienze dell’Acqua; tutti hanno dato parere negativo al progetto.
A fine luglio 2025 il Comitato ha inviato una lettera alla Regione Veneto, all’attenzione del Presidente Luca Zaia e dell’assessore all’Ambiente e Protezione Civile Gianpaolo Bottacin, per sollecitare l’approvazione delle aree di salvaguardia, corredata da 5.000 firme raccolte dal Comitato che ha acquisito, nel frattempo, sempre più notorietà e consenso a livello locale, ma anche regionale.
Intanto, la preoccupazione dei cittadini è aumentata perché è stata pubblicata una relazione di ARPAV in cui si stabilisce la presenza di PFBA provenienti dai lavori relativi alla Superstrada Pedemontana Veneta anche nelle cave di Montecchio. Il Comitato ha ricordato inoltre che 30.600 metri cubi di materiale contaminato della Pedemontana è stato portato nella “Cava Brugiane”, di cui Silva srl è comproprietaria, ed ha evidenziato la presenza di PFBA nelle acque sotterranee dei piezometri di valle della discarica Terraglioni di Mon-
MelissaPeruzzo,
L'8 novembre 2025 il flash mob con il "funerale di madre terra vicentina" davanti alla sede della Provincia di Vicenza
tecchio Precalcino, adiacente a Silva. Intanto, tra i cittadini hanno iniziato a circolare video e foto che immortalano l’area T50 (sita a ovest della stazione ferroviaria di Montecchio-Villaverla): da un lato si sono interrogati sulle emissioni aeree dei cumuli di sabbia di fonderia, e dall’altro ci si è domandati quale sia l’effettivo trattamento delle acque di dilavamento, le quali - in alcuni video - si riversavano copiosamente nei terreni limitrofi e nel fondo cava (potenzialmente potrebbero essere inquinate).
Ad ottobre 2025 il Comitato ha organizzato una serata dal titolo “Un po’ di sana politica” (patrocinata dal comune di Dueville), in cui si è tenuto un dibattito tra diverse formazioni politiche, tre di centrodestra e tre di centrosinistra. A discutere sono stati Francesco Gonzo (FDI), sindaco di Isola Vicentina; Morena Martini (Lega), ex sindaco di Rossano Veneto; Gabriele Tasso (FI), sindaco di San Pietro Mussolino; Simone Contro (M5Stelle); Chiara Luisetto (PD) e Renzo Masolo (Alleanza Verdi Sinistra), entrambi consiglieri regionali uscenti. Parere unanime da parte di tutti contrario all’ampliamento richiesto dalla ditta.
L’8 novembre comitati, associazioni e gruppi ambientalisti hanno organizzato un flash mob davanti alla sede della Provincia di Vicenza, inscenando un sarcastico “funerale di Madre Terra”: un gesto simbolico ma forte per sottolineare l’eccessivo inquinamento di aria e di acqua, nonché lo sfruttamento del suolo in terra vicentina.
Il 6 dicembre il Consiglio comunale di Montecchio Precalcino ha dichiarato all’unanimità la propria contrarietà al progetto
(solo) per ragioni viabilistiche, sollevando alcune prescrizioni. Il 9 dicembre successivo i membri del Comitato hanno atteso il “verdetto” sul progetto Silva: nel corso della mattinata si è tenuta la riunione dei tecnici della Commissione Via conclusasi con un “sì con prescrizioni”; nella seconda fase la Conferenza dei Servizi si è riunita per prendere la decisione definitiva. A farne parte, oltre alla Provincia di Vicenza, tredici portatori d’interesse: comune di Montecchio Precalcino (VI), Arpav, Ulss 7 Pedemontana, Italferr, Autostrada A4 Brescia-Padova, E-distribuzione, Genio Civile, Regione del Veneto, Consiglio di Bacino Veneto Orientale, Consorzio di Bonifica Alta Pianura Veneta e Vigili del Fuoco. In apertura della Conferenza, due membri del Comitato (Rossella Maccà e Mariano Caretta) hanno potuto accedervi e spiegare le motivazioni di preoccupazione dei cittadini di Montecchio Precalcino e dei limitrofi. Dopo tre ore di riunione, però, la seduta è stata rimandata “in attesa di sapere se l’azienda riesce a superare le contrarietà espresse dal Comune”. In attesa della seduta definitiva della Conferenza dei servizi, nel frattempo è arrivato da Bruxelles, in particolare dal presidente della Commissione per le Petizioni dell’Unione Europea Bogdan Rzonca, il riscontro positivo al
ricevimento della petizione che segnala la violazione di normative europee - tra le altre, della Direttiva Quadro per l’Azione Comunitaria in materia di acque -, presentata lo scorso agosto dal Comitato. Della questione si è interessata l’Onorevole Cristina Guarda, vicepresidente della suddetta Commissione, e il 25 febbraio una delegazione del Comitato è volata a Bruxelles presso il Parlamento Europeo per esporre la vicenda e le proprie posizioni; all’unanimità, tutti i gruppi politici hanno deciso di tenere aperta la petizione, scegliendo di procedere con ulteriori approfondimenti sulla vicenda.
Nel frattempo, i sindaci di alcuni Comuni della bassa Padovana hanno inviato una lettera all’attenzione dei neoeletti Alberto Stefani ed Elisa Venturini, rispettivamente presidente e assessore all’Ambiente della Regione. Poco più a sud rispetto al territorio comunale di Montecchio Precalcino si trova Dueville, in cui 13mila persone bevono acqua tramite pozzi privati, mentre l’acquedotto di Padova - gestito da AcegasApsAmga e che serve circa 300mila persone - preleva l’acqua a poco più di un chilometro rispetto all’impianto in oggetto, ed è quindi in gioco l’acqua bevuta da vicentini e padovani. Venturini ha incontrato i sindaci rassicurandoli che “la perimetrazione delle aree di salvaguardia sarà
JacopoGraziani,AntoniaZambon,CristinaGuarda,Mariano Caretta,RossellaMaccà,DanieleGiarettadavantialla Stazione di Villaverla-Montecchio.
completata entro pochi mesi, probabilmente entro aprile”.
A fine gennaio, dopo un’intervista sul Corriere del Veneto di Andrea Nardin, presidente della Provincia, in cui lo stesso ha dichiarato “Silva non è in prima fascia, non è in stretta salvaguardia”, il Comitato ha dichiarato come la stessa AcegasApsAmga nella documentazione inviata in Provincia, abbia sottolineato che “nella zona di rispetto, indipendentemente quindi che sia ristretta o allargata, è vietata la gestione di rifiuti e lo stoccaggio di prodotti ovvero sostanze chimiche pericolose”. Il Comitato Tuteliamo la Salute ha chiesto dunque la sospensione del voto della Conferenza dei Servizi in attesa che la Regione approvi le zone di salvaguardia e che la stessa Conferenza non fosse convocata prima che la Commissione Europea si fosse espressa sulla petizione. Anche sei consiglieri provinciali di minoranza sono intervenuti per la sospensione della conferenza dei servizi in attesa dell’approvazione delle aree di salvaguardia da parte della Regione. Il caso Silva (e zone di salvaguardia) è approdato poi al Consiglio regionale del Veneto, convocato a Palazzo Ferro-Fini il 29 gennaio, con discussione della mozione presentata dai consiglieri Luisetto, Cunegato, Dalla Pozza, Manildo, Micalizzi, Ostanel e Sambo. Questi avevano chiesto alla Giunta regionale di ascoltare i territori e individuare le aree di salvaguardia delle captazioni acquedottistiche approvate dal Consiglio di Bacino Bacchiglione, bloccando così l’impianto di Silva. La decisione è stata rimandata al 10 febbraio per approfondimenti voluti dall’assessore Venturini che ha richiesto una valutazione avanzata nell’ambito dei procedimenti in corso presso la Provincia di Vicenza; nella seconda seduta del Consiglio regionale è stata approvata all’unanimità la Mozione n. 2 che “impegna la Giunta regionale a proseguire, in tempi tempestivi ed adeguati alla circostanza in esame, l’attività istruttoria per l’approvazione delle aree di salvaguardia delle captazioni acquedottistiche, percorrendo la proposta tecnica elaborata dal Consiglio di bacino territorialmente competente”.
Intanto numerosi enti si sono dichiarati contrari al progetto: prima è arrivato un freno dall’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali che ha sospeso i procedimenti autorizzativi in grado di interferire con le aree di salvaguardia delle
opere di captazione destinate al consumo umano nei Comuni di Dueville e Villaverla (tra questi Silva). L’Autorità, preso atto dell’istruttoria per l’approvazione della perimetrazione delle aree di salvaguardia proposta dal Consiglio di Bacino Bacchiglione, ha ritenuto necessario che le amministrazioni interessate sospendessero ogni procedimento volto al rilascio di titoli abilitativi e alle valutazioni ambientali per interventi con potenziali interferenze sui corpi idrici coinvolti. Il secondo stop è giunto da Ulss 7 Pedemontana, il cui parere, sollecitato dalla Provincia di Vicenza, è stato ufficialmente depositato con esito negativo; l’azienda sanitaria ha dichiarato senza mezzi termini la “non compatibilità con il sito su cui andrebbe ad inserirsi” l’impianto, sollevando numerosi dubbi.
Dal canto suo, Silva SRL è intervenuta a difesa dell’investimento complessivo di circa 30 milioni di euro sull’impianto di trattamento rifiuti progettato, affermando che il piano di sviluppo “ha l’obiettivo di rafforzare la gestione industriale del sito attraverso nuove tecnologie e standard ambientali più avanzati“. A sostenere il piano, Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, il cui vicepresidente Franco Vicentini ha dichiarato: “Questo progetto è importante non solo perché garantisce l’immediata riqualificazione ambientale dell’area e la creazione di nuovi posti di lavoro diretti e indiretti, ma anche per i benefici connessi al recupero delle sabbie esauste”. Pioggia di critiche in particolare dai comitati contro il progetto e dal Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa (CoVePA). Subito dopo, cartelloni, striscioni, manifesti sono stati esposti dalle abitazioni, ma anche lungo
le strade e affissi alle vetrine nei comuni di Villaverla, Dueville e Montecchio Precalcino.
Fino alla grande vittoria: il 13 marzo nella sede della Provincia di Vicenza a Palazzo Nievo si è tenuta la Conferenza dei Servizi che ha dato il parere definitivo sul progetto Silva. Negativo, secondo le voci, grazie al decisivo voto contrario dell’Ulss 7 Pedemontana. “A volte, raramente, ma succede, Davide batte Golia!” è stato il commento a caldo del Comitato Tuteliamo la Salute che ha festeggiato una storica giornata. Non solo per il comitato stesso, ma per tutti i cittadini di Vicenza e Padova che possono continuare a bere l’acqua che esce dal rubinetto della propria casa.
In un momento storico in cui dilaga una sfiducia verso la politica e verso le istituzioni, questa è una vera e propria vittoria dei cittadini e delle loro preoccupazioni verso la qualità dell’aria e dell’acqua. Ai membri del Comitato Tuteliamo la Salute va dato atto di essersi impegnati in modo tenace, acquisendo nel tempo i pareri di medici e studiosi del settore ambientale, ma anche di aver bussato alle porte della politica (e della Corona inglese) per ricevere supporto, oltre che di aver combattuto per infondere la consapevolezza del rischio che il Progetto Silva avrebbe potuto comportare. L’auspicio è che questa vicenda sia un monito: da un lato per i cittadini, affinché si impegnino a lottare per la tutela dei territori ormai eccessivamente sfruttati. Dall’altro, per i politici affinché salute e ambiente non vengano subordinati agli interessi economici e le decisioni siano sempre prese dopo un’attenta analisi di tutte le forze in gioco e dei danni che potrebbero provocare.
Il giorno del ricordo: da ricorrenza nazionalistica a momento di riconciliazione nella comune casa europea
di vista di una specifica categoria di vittime;
con la seconda guerra mondiale quale “guerra totale, stragista, ai civili (la “stagione delle stragi”).
Le vicende di questa area sono state ricostruite accuratamente dall’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia.
Il giorno del Ricordo nasce dalla legge n° 92 del 30 marzo 2004 la quale riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Tale ricorrenza può essere vissuta correttamente solamente a patto di rispettare alcuni criteri:
• il rifiuto di qualsiasi atteggiamento negazionistico o riduzionistico o giustificazionistico riconducibile ad un “a priori” ideologico;
• il riconoscimento della complessità delle vicende storiche;
• il rigetto di ogni unilateralismo nazionalistico;
• l’emancipazione dalla logica del c.d. “paradigma vittimario” che assolutizza il punto
• l’inserimento della tragedia delle foibe nel più generale contesto storico;
• l’attenzione a distinguere la memoria dalla storia: la prima ha a che fare con il vissuto delle persone e quindi è necessariamente mobile e soggettiva, la seconda tende all’accertamento della verità dei fatti;
• la repulsa di ogni “uso politico della storia” che piega gli eventi passati ad una finalità di polemica politica o di costruzione di una narrazione ideologica di parte.
Lo storico Raoul Pupo che ha indagato in opere fondamentale le “complesse vicende del confine orientale” ha sottolineato il fatto che la violenza ha pervaso quelle terre dalla Grande guerra alla fine degli anni Cinquanta; lì si è registrato un “laboratorio di esperienze politiche estreme” in cui la violenza si è esercitata in tutte le sue forme e modalità in un primo momento dopo il primo conflitto mondiale quale portato di un fenomeno di “brutalizzazione della politica” (la “stagione delle fiamme”) e in un secondo momento
La narrazione nazionalistica dominante rivendica l’italianità dell’area, ma in realtà storicamente questi territori hanno una identità meticcia, multiculturale, multietnica e plurilinguistica grazie all’intreccio di vari universi: lo slavo, il latino, il tedesco, il magiaro. L’italianità adriatica è un modello volontaristico ed inclusivo: ad inizio Novecento non si “è” italiani per appartenenza etnica, ma si “diventa italiani” per decisione individuale in cui è decisivo abbracciare la cultura italiana e parlare la lingua italiana, il che consente al mondo italiano di assimilare gli apporti secolari provenienti dalla penisola, dall’entroterra, dal Mediterraneo, dall’Ungheria e dalle zone germaniche. Per l’Italia con la prima guerra mondiale all’obiettivo di conquista delle “terre irredente” di Trento e Trieste si sovrappone una più generale spinta espansionistica nei Balcani e nel Mediterraneo. Dopo la retorica della c.d. “vittoria mutilata” per il mancato rispetto del Patto di Londra e dopo la spedizione dannunziana a Fiume, con il Trattato di Rapallo (novembre 1920) l’Italia ottiene Trieste, Gorizia, tutta l’Istria e alcune isole della Dalmazia tra cui Cherso e Lussino. Il c.d. “fascismo di confine”, che ha il suo leader nel toscano Francesco Giunta, è prematuro e particolarmente aggressivo: realizza frequenti spedizioni contro sloveni, croati, socialisti e persegue l’obiettivo di
Giorno del ricordo
di Luigi Poletto studioso di storia della Resistenza
nenti protagonisti della vita civile, professionale ed economica. Sono le “foibe istriane”.
attuare una vera e propria bonifica etnica. L’incendio del “Narodni Dom” - la sede polifunzionale che ospita le organizzazioni slovene triestine - è del 13 luglio 1920. A seguire l’italianizzazione forzata praticata dal regime è particolarmente dura nei confronti degli slavi perché la lingua italiana viere resa obbligatoria nei luoghi pubblici e di culto; i nomi e i cognomi e toponimi sono italianizzati; il clero slavo viene perseguitato; le associazioni e i luoghi di ritrovo di sloveni e croati sono soppressi; si accentua il processo di marginalizzazione della componente slava dai circuiti decisionali.
Nella primavera del 1941 la Jugoslavia viene invasa dalle forze dell’Asse e a questa aggressione fu recapitata la prima responsabilità politica e morale delle terribili vicende successive. La Serbia diventa indipendente ma è controllata dai tedeschi, la Croazia è pure indipendente con gli ustascia filo-fascisti di Ante Pavelic, l’Italia si annette la “provincia di Lubiana” con Istria e Dalmazia.
Rispetto all’efficiente movimento partigiano la repressione italiana è feroce, estrema e stragista all’insegna di una vera e propria “guerra ai civili”. Si pensi alla circolare 3C del generale Roatta che legittima distruzioni di villaggi, rappresaglie, fucilazioni di ostaggi e deportazioni; nel luglio 1942 nel paese di Podhum sono assassinati tutti i 90 maschi e deportati gli abitanti.
Con l’8 settembre vi è un vuoto di potere e i partigiani jugoslavi sono autori di terribili eccidi all’interno di una vera e propria ondata di terrore in un clima di jacquerie con centinaia di vittime. Gli assassinati e gettati nelle foibe sono italiani coinvolti nella repressione, esponenti istituzionali, emi-
Nell’ottobre del 1943 viene creata e amministrata dai tedeschi la “zona d’operazioini del litorale adriatico” comprendente Istria, Venezia-Giulia e Lubiana. La repressione è durissima: fucilazioni, torture stupri, uccisioni di ostaggi, distruzione di paesi; sono 280 gli uccisi a Lipa il 30 aprile 1944. Sono presenti bande feroci di fascisti oltre alla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. A Trieste opera la Risiera di San Sabba, struttura polifunzionale della morte, al contempo caserma, centrale di repressione, deposito, stazione di deportazione, luogo di massacri di massa; vi opera un forno crematorio. La “corsa verso Trieste” viene vinta dai partigiani jugoslavi che raggiungono la città il 1° maggio. Nei successivi quaranta giorni si verificano atroci eccidi noti come “foibe giuliane”. Circa 10-12 mila persone sono arrestate. Molte vengono liberate; un migliaio di persone vengono giustiziate e gettate nelle foibe, altre migliaia sono deportate in campi dove periscono per denutrizione, maltrattamenti e malattia. Quante sono le vittime delle foibe (inghiottitoi tipici del terreno carsico storicamente utilizzati quali depositi di materiali di scarto e poi impiegati per occultarvi cadaveri)?
Calcolando il numero delle persone scomparse (computo per eccesso) arriviamo a 500700 nell’autunno del 1943 e a 3-4 mila nella primavera del 1945. Non si può parlare di “pulizia etnica” e del resto la nozione culturale e non etnica di “italianità adriatica” esclude questa possibilità come pure la presenza di italiani nelle fila dei partigiani jugoslavi. L’epurazione non viene compiuta su basi nazionali ma politiche con finalità punitive per chi si è macchiato di crimini, epurative nei confronti di oppositori reali, potenziali o presunti, del nascente regime comunista (compresi anche esponenti del
CLN triestino) e intimidatorie verso la popolazione locale per dissuaderla dall’opporsi al nuovo potere. Gli italiani sono colpiti non in quanto tali, ma perché rientrano nelle categorie da epurare preventivamente: in questo senso si è espressa la Commissione italo-slovena: “L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario, che si stava trasformando in regime, convertendo in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.
Il successivo esodo ha proporzioni enormi: se ne va l’83% della popolazione italiana ovvero circa 280-300 mila persone. Le ragioni vanno ricercate nella percezione di un pericolo strutturale, nell’essere oggetto di pratiche oppressive, repressive e vessatorie, nel disagio psicologico per la disintegrazione di un mondo, nel rifiuto del sistema economico collettivista jugoslavo, in meccanismi di emulazione.
Vicende tragiche. Per uscire dall’imbuto della strumentalizzazione e delle memorie divise occorre trasformare il “Giorno del Ricordo” in ricorrenza totalmente liberata da scorie nazionalistiche, in giornata in cui si denuncia la primaria responsabilità del fascismo per l’aggressione della Jugoslavia nel 1941, si celebra la fratellanza di tutti i popoli, si conserva la memoria di tutte le vittime, si considerano le vicende nella loro oggettività storica, si condivide il dolore dell’altro, ci si riconosce nella casa comune europea.
RaoulPupo(Wikipedia)
Francesco Giunta
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Giorgio Sala
allo sportello dell'anagrafe per la carta d'identità elettronica
Non si è cucito addosso la carica ricoperta dal 1962 al 1975, ma la sua città lo ha ancora cucito nella mente e nel cuore. Al di là del colore politico, ha lasciato tracce indelebili di un’epoca che lo ha visto lungimirante e visionario e che soprattutto va via via perdendo chi la può documentare. Ecco perché, arrivato a 98 anni vissuti intensamente, sta ultimando il suo dono alla città: un libro che racconti la Vicenza che ha vissuto.
Neanche lo ho ancora di persona davanti a me, che già mi strappa una risata. E tanta stima. Quando telefono a quello che è stato il primo cittadino di Vicenza tra gli anni Sessanta e Settanta per fissare un appuntamento, chiedo: “Parlo con il sindaco Sala?”. “Signora mia, è tanto tempo ormai che non sono più sindaco…”. E pensare che c’è chi a quel titolo si avvinghia tenacemente ad infinitum: invece che senatore, sindaco a vita… In quella risposta, spontanea e anche un po’ ironica, c’è già tutta l’essenza del personaggio che vado a intervistare.
È raro ormai, non solo nella politica, trovare consapevolezza e umiltà nella stessa persona e io già me ne innamoro al telefono. Poi l’incontro, nel suo studio, carico di quadri, foto e ricordi proprio come il resto della casa, per scovare ancora una volta l’uomo dietro il personaggio.
Cominciamo col dire che questo è un uomo che ha già celebrato -lucidissimo, pacato ma ancora entusiasta e sempre impegnato- il 98° compleanno. Si mette cortesemente e pazientemente a mia disposizione, seduto alla scrivania, padrone del suo spazio, del suo tempo e soprattutto di sé. Questa volta più che mai non posso
sprecare spazio con la sua biografia e con l’elenco di cariche e onorificenze reperibili online, perché riassume i quasi 100 anni e l’anima di Giorgio Sala è davvero ardua, ma splendida impresa.
La sua è stata una vita non solo lunghissima, ma pienissima. Diciamo che il tempo non è stato a guardarlo passare, nemmeno ora. E che ha colto sempre l’attimo. Alla sua epoca non c’era ancora il limite dei mandati, come mai, dopo aver assunto la carica di Sindaco nel ’62, nel ’75 decide di lasciare?
Ho dato la mia anima alla politica, prima come consigliere comunale, poi come
assessore e poi come sindaco ma a un certo punto ho capito che era ora di smettere. Il contorno non era più lo stesso. Io ero un moroteo, in una città fortemente rumoriana. E comunque altre sfide stavano per arrivare. Era giusto stare al passo coi venti nuovi. Per esempio, quello portato dalla costituzione della Regione in Italia, che richiedeva di costruire un apparato ad hoc.
Un’epoca densa, difficile da immaginare oggi. Uno scenario che rischia di andare dimenticato… È proprio per questo che ho deciso di scrivere il mio libro, sui cui ultimi capitoli sto lavorando. Ho sentito il dovere civico di farlo, perché ormai siamo in pochi a poter testimoniare quei tempi e io voglio regalare ai vicentini il ricordo di come era Vicenza allora, quella che io ho vissuto. Si intitolerà “Una città” e confido di poterlo ultimare entro fine anno. Nei miei progetti doveva essere già finito, ma purtroppo da più di un anno non ci vedo praticamente più e questo, oltre a essere molto frustrante, mi ha costretto ad affidarmi a una rete di assistenti cui detto i miei pensieri. Con i quali comunque lavoro a ritmo serrato, quasi tutti i giorni.
In epoche successive, sembra che la priorità dei sindaci, non solo a Vicenza, sia stata quella, certamente lodevole, di regalare (e costruire) novità, mentre a me piace ricordare quello che lei ha recuperato e salvato del bello che in città già c’era. Penso
per esempio al Parco Querini. Ci racconti come è andata. Un po’ come tutti i vicentini, lo conoscevo poco, in quanto privato. Qualche sbirciatina dal muro dell’oggi via Rumor e via. Poi vengo invitato per un tè dai proprietari, Lillina Rezzara e il marito notaio Rinaldi, e dal balcone ne scopro tutta la straordinaria bellezza, estesa su 110 mila metri quadri. Scorgo la loro bambinaia con la carrozzina e apprendo che è l’unica a usufruire di quello spazio. E capisco che c’è un problema. Consultando il dossier in Comune scopro che i proprietari ipotizzano di donarne ¼ al Comune per ottenere la lottizzazione del resto e che nelle trattative è già coinvolto un immobiliarista di Tombolo, intenzionato a costruire delle villette nell’area del boschetto. Diventa una crociata, mia ma devo riconoscere anche dell’opposizione, che porterà a Roma la causa, in nome degli alberi secolari minacciati. E si arriva così nel 1968, in soli 6 anni, all’esproprio totale e a quell’oasi di cui i vicentini possono ora godere appieno.
E vogliamo parlare della riqualificazione del quartiere Barche e del sistema che ha inventato per ridurre l’impatto e i disagi su chi lo abitava? Le Barche le ho prese a cuore già quando ero assessore, sotto il mandato di Dal
Sasso. Nell’ambito di una più ampia operazione per il risanamento del centro storico di Vicenza, prendo atto che il Palazzetto Gotico è sovraffollato di famiglie in evidente disagio e che il degrado interessa l’intero quartiere. Inizialmente sistemiamo le famiglie del palazzo in nuove case dell’Iacp ai Ferrovieri, ma non mi piace averli sfrattati dalle loro case e dal centro. In quel periodo la Gescal (Gestione case per i lavoratori) stava chiudendo i battenti. In quanto vicepresidente dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, conoscevo il presidente, che desiderava chiudere in bellezza. Con lui, supportati economicamente anche dalla neonata Regione, dal Comune e anche da qualche privato, inauguriamo il sistema della casa a rotazione. Un po’ alla volta, alloggiandovi temporaneamente i residenti, ristrutturiamo tutto il quartiere. Che, una volta riqualificato, da luogo di
rassegnazione passa a essere un centro vitale, oggi sede di diverse associazioni culturali. E il sistema si estende, con il risanamento anche di altri quartieri dentro le mura. Fu una rinascita.
E che cosa pensa dei centri storici, quello di Vicenza in primis, che oggi stanno invece morendo?
Penso che sia una sofferenza comune a tutti i centri storici e che sia dovuta a tanti e diversi motivi, tra cui anche la mentalità di chi li vive e abita, e soprattutto che sia di difficilissima soluzione.
Le mancano quei giorni, le manca la politica? Come vive la carica di vicesindaco di sua figlia Isabella?
Per nulla, ho vissuto, intensamente, l’attimo e questo è ancora più vero alla mia età. Non penso, né tanto meno rimpiango, il passato. A 98 anni, con ogni giorno regalato, penso solo al presente e al futuro, quanto e quale che sarà. La politica è nelle mie vene, ma ogni cosa ha una sua era e, a parte la parentesi in cui mi ricandidai nel 1998, mi sono sempre chiamato fuori, dopo il ’75 non sono nemmeno più andato in Consiglio. Il sindaco Chiesa mi chiedeva suggerimenti, ma io lascio che ognuno viva le sue esperienze e trovi la sua strada. A partire da Isabella, di cui sono ovviamente molto orgoglioso, ma che non chiede nulla e a cui nulla impongo.
A proposito di futuro, mi posso quindi permettere di chiederle che cosa si aspetta per i suoi 100 anni, il 28 novembre 2027? Un festeggiamento intimo con la famiglia o non le dispiacerebbe anche l’abbraccio pubblico della sua città?
AllarecentemostraGlasstress,aPalazzoThiene,approfondisce con la curatrice Francesca Valente
Diciamo che, se mi sarà concesso di arrivarci, per celebrare il secolo di uno che è stato sindaco tanto tempo fa, ma trova ancora tanti cittadini che lo amano e che lui ama, sarò costretto (ndr: ride) a subire dei festeggiamenti. Scherzi a parte, vorrei celebrare una storia che mi ha visto camminare al fianco di tanta gente.
Un tuffo, brevissimo, nel passato glielo chiedo. Nel 2024 lei ha tenuto a braccio uno straordinario discorso pubblico, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Se invitato, lo rifarebbe quest’anno?
No. Alla mia età le cose belle si vivono una volta sola…
Per chiudere con leggerezza, lei che di Resistenza con la R maiuscola sa molto, recentemente sul palco del Comunale, in occasione della cerimonia per Una vita insieme, ha scherzosamente dichiarato che il matrimonio è un fatto di resistenza.
Il suo con Ornella, che si è trqdotto in ben 5 figli e 11 nipoti, resiste da 64 anni… (ndr: ridacchia con dolce malizia)
Ornella è la mia colonna e lei si che è resistente e resiliente. Povera donna, ci siamo sposati il 4 giugno del 1962 con un progetto di vita insieme “normale” e a novembre vengo eletto Sindaco. Un delirio. Ciao vita normale. Tra le altre cose, allora non c’erano i cellulari e tutti potevano recuperare dalla Pagine Bianche il mio numero di telefono di casa. Un aneddoto dolce-amaro: una notte, mentre io dormivo e Ornella allattava Isabella, squilla il telefono. Mia moglie risponde e le chiedono di me, mi sveglia. Un pover’uomo, che scopriremo poi essere disperato perché senza una casa, mi chiede aiuto. Nel trambusto Isabella, privata del suo pasto, si mette a strillare e quest’uomo chiede “Signora, ghoi disturbà?”. Ora ci ridiamo, ma Ornella allora mi disse: “Giorgio, se avessi saputo…”. E invece eccoci ancora qua, sempre insieme.
Il vicentino Massimo Calearo Ciman entra nell’intergruppo parlamentare sulla IA tra giravolte politiche, successi e flop imprenditoriali
L’ incarico riapre il dibattito su una figura vicentina segnata da successi nelle telecomunicazioni, una carriera politica controversa e crisi aziendali, tra riconoscimento tecnico e interrogativi pubblici.
di Giovanni Coviello
L’ingresso di Massimo Calearo Ciman nel comitato tecnico-scientifico dell’ intergruppo parlamentare “AI, Empowerment e mercati emergenti” riporta al centro dell’attenzione una figura che, tra industria e politica , ha
segnato in modo rilevante – e discusso – la storia recente vicentina.
Un incarico che può apparire come un riconoscimento delle competenze maturate nel settore delle telecomunicazioni e dell’innovazione, ma che inevitabilmente riapre anche interrogativi su un percorso pubblico caratterizzato da svolte, rotture e trasformazioni.
Dalle telecomunicazioni al vertice di Confindustria Vicenza
Nato come imprenditore nel settore della connettività, Calearo – il cui nome originario è Massimo Calearo prima dell’aggiunta del cognome Ciman della madre Lucia Ciman Calearo a cui sono molto legati i suoi successi aziendali prima che la società Antenne Calearo finisse in liquidazione per decisione del tribunale di Vicenza –ha costruito il proprio percorso industriale con l’azienda familiare attiva nelle telecomunicazioni, affermandosi anche sui mercati internazionali.
La sua ascesa lo porta a diventare presidente nazionale di Federmeccanica e di Confindustria Vicenza , ruolo che ne consolida l’immagine di rappresentante dell’imprenditoria locale e nazionale, in una fase di trasformazione dell’industria verso modelli sempre più tecnologici e globali.
La svolta politica e le contraddizioni È però con l’ingresso in politica che la figura di Calearo diventa più
Massimo Calearo Ciman
controversa. Eletto nel 2008 nelle liste del Partito Democratico , in una fase in cui il centrosinistra cercava un dialogo più stretto con il mondo produttivo, intraprende poi un percorso segnato da cambi di posizione e progressivo distacco dal partito.
Nel corso della legislatura, il suo spostamento verso posizioni più vicine al centrodestra e il successivo avvicinamento a esperienze politiche differenti hanno alimentato critiche e perplessità, contribuendo a costruire un’immagine pubblica segnata dalla discontinuità.
Crisi aziendali e difficoltà economiche
Parallelamente, anche il percorso imprenditoriale ha conosciuto fasi difficili. Le aziende legate al gruppo Calearo
hanno attraversato crisi rilevanti, tra ristrutturazioni e tensioni finanziarie, ridimensionando nel tempo il peso industriale costruito negli anni precedenti soprattutto dal padre e dalla madre e ora affidato anche ai figli tra cui Eugenio Calearo Ciman , già presidente dei Giovani di Confindustria Veneto e, tra l’altro, membro del Comitato di gestione del Premio Campiello. Un elemento che ha inciso sulla percezione complessiva della figura, tra riconoscimento dei risultati ottenuti e critiche per le difficoltà successive.
Il ritorno con il tema dell’intelligenza artificiale L’ingresso nell’intergruppo parlamentare dedicato all’intelligenza artificiale rappresenta oggi un nuovo capitolo.
Calearo Ciman è stato chiamato a contribuire ai lavori delle commissioni su energia sostenibile, aerospace e mercati emergenti, portando – secondo quanto dichiarato – la propria esperienza internazionale.
«Metto a disposizione le mie competenze per promuovere uno sviluppo etico e sostenibile dell’IA», ha affermato.
Un “premio” che riapre il dibattito È proprio qui che si colloca il nodo più delicato. La nomina può essere letta come un riconoscimento tecnico, legato alle competenze maturate nel campo dell’innovazione e della connettività. Ma allo stesso tempo solleva interrogativi sul significato politico e simbolico di questo ritorno sulla scena pubblica.
Per alcuni, una valorizzazione di un profilo con esperienza internazionale; per altri, un “premio” difficilmente comprensibile alla luce delle controversie passate.
In questo equilibrio tra meriti e ombre si colloca oggi la figura di Calearo Ciman, chiamata ancora una volta a misurarsi con il giudizio pubblico in un ambito – quello dell’intelligenza artificiale – destinato a segnare il futuro economico e sociale del Paese purché viva soprattutto degli Up e non anche dei Down, comunque formativi, tipo quelli che hanno caratterizzato la storia personale e resiliente di un esponente… Massimo di Vicenza.
Giustizia, Italia condannata Lo scandalo degli avvocati d'ufficio
Tengono in piedi i tribunali ma vengono pagati dopo 4 anni con un'estenuante procedura che dimezza i loro onorari
Tutto ci siamo sentiti dire dal governo nelle ultime settimane prima del referendum, conclusosi con un sonante No alle modifiche costituzionali, a proposito del mal funzionamento della giustizia, meno una cosa: quanto è disposto a pagare per coprire il buco che lascia vuoto negli organici dei tribunali. Possiamo menar il can per l’aia quanto vogliamo con le carriere dei giudici e dei pm, ma divise che fossero diventate o unite come sono teoricamente rimaste, non fanno guadagnare un giorno ai processi. Nei procedimenti civili le sentenze di primo grado arrivano dopo un anno e mezzo o due, contro i 5 mesi di media in Francia e
in Spagna. Per arrivare al terzo grado in Italia bisogna aspettare da 7 a 9 anni, in Francia la media è 3 anni e 4 mesi. Nei processi penali l’attesa media da noi per il primo grado va da un anno e mezzo a due, in Danimarca 38 giorni, in Olanda 104 giorni. Peggio di noi fa solo Cipro.
Ma si spiega: nel 2023 in Italia operavano 12 giudici ogni 100.000 abitanti contro una media europea di 22 e 4 pubblici ministeri contro una media UE di 11. Al 30 giugno di quell’anno fra tribunali ordinari, corti d’appello e cassazione mancavano 1.250 giudici in Italia, rispetto agli organici previsti dal ministero. Il quale sostiene che con l’informatizzazione le cose sono migliorate, ma come vedremo solo per
snellire le code alle segreterie e alle cancellerie. I tempi delle sentenze restano fuori dalla durata ragionevole dei processi riconosciuta dalla legge Pinto (2001) che prevede indennizzi per gli sforamenti. Con manica larga sul limite massimo dei tempi consentiti (3 anni primo grado, 2 appello, 1 cassazione) e manica stretta sull’entità dei rimborsi: da 400 a 800 euro per ogni anno di ritardo. Significa 1 o 2 euro al giorno, una miseria per ripagare un furto di giustizia.
Ciò nonostante, l’ammontare di questi indennizzi, finora mai rimborsati dallo Stato, ha raggiunto quota 400 milioni di euro. Al punto che l’anno scorso il governo ha dovuto far ricorso a correttivi di procedura, imponendo tra l’altro la digitalizzazione delle domande: chi ha fatto ricorso deve ricaricare la documentazione sulla piattaforma SIAMM entro il 30 ottobre prossimo, pena la decadenza del diritto. Quando questo diritto verrà rispettato, nessuno l’ha ancora capito. Questa è la giustizia italiana, dati ufficiali alla mano. Un disastro, certificato dalle sistematiche procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea, con accompagnamento di sanzioni.
La Corte europea condanna l’Italia
Adesso arriva anche una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che condanna il nostro Paese per ritardi sistematici nel pagamento delle somme dovute agli avvocati d’uf -
di Renzo Mazzaro
ficio per il gratuito patrocinio. La sentenza (Requetes n. 15587/10, 32536/10 e 18531/14) è dell’11 dicembre scorso ma non ha avuto molta pubblicità. Questo potrebbe far pensare ad una questione tecnica che riguarda solo gli avvocati. Invece questa sentenza andrebbe affissa alle porte dei tribunali perché apre uno squarcio su un certo tipo di burocrazia che impegna inutilmente giudici e cancellieri, diventando fonte di rallentamento dei processi. Un malfunzionamento che nessuna informatizzazione può cancellare perché è legato ad una procedura farraginosa. Ci vorrebbe poco per toglierla di mezzo, ma nessuno ci pensa, meno di tutti il ministero cui andrebbe la competenza.
La Corte europea si è pronunciata sul ricorso presentato da due avvocati italiani, Giuseppe Diaco di Roma e Maria Alessandra Lenchi di Vigevano, sostenuti dal Consiglio nazionale forense, per prestazioni fornite come difensori d’ufficio e pagate fuori tempo massimo dai tribunali, con ritardi arrivati anche a 4 anni. La sentenza parla di «ritardi irragionevoli alla luce della semplicità degli adempimenti richiesti all’amministrazione, imputabili esclusivamente a disfunzioni delle cancellerie, smarrimento di fascicoli, lentezza delle comunicazioni e indisponibilità sistematica di fondi». I tribunali chiamati in causa dai due avvocati per difese d’ufficio fornite dal 2014 al 2018 sono quelli di Roma, Bologna, Potenza, Trieste e Como più le corti d’appello di Ancona, Caltanissetta, Campobasso, Potenza, Trieste e Torino. Ma nel resto d’Italia, Veneto incluso, la situazione non è diversa.
La situazione nel Veneto
Per fare l’avvocato d’ufficio bisogna essere iscritti ad un elenco speciale previsto da un Dpr del 2002, affidato alla gestione degli Ordini professionali di ogni provincia. Da questo elenco i tribunali pescano i difensori soprattutto
per i processi in cui gli imputati non si presentano o sono dichiaratamente latitanti oppure quando il difensore di fiducia ha rinunciato o abbandonato la difesa.
Nel Veneto i difensori d’ufficio del penale sono 158 a Treviso, 86 a Belluno, 161 a Verona, 154 a Vicenza, 202 a Venezia, 235 a Padova e 56 a Rovigo. In tutto 1.052 su un totale di 14.768 avvocati di ogni specializzazione iscritti ai vari Ordini provinciali. Non raggiungono il 15%, sono una piccola parte della categoria, per giunta poco considerata: il reclutamento volante e la disponibilità che devono assicurare h24 come dicono i carabinieri, li fa passare per avvocati di serie B. Invece sono questi peones che tengono in piedi la macchina dei tribunali. Hanno turni di 24 ore, possono essere buttati giù dal letto anche di notte. Sono come il pronto soccorso, sempre disponibili a garantire la presenza nelle aule di giustizia in una valanga di processi. Giudice, pubblico ministero e cancelliere non sono sufficienti, se manca l’avvocato difensore il processo semplicemente non parte.
Gratuito patrocinio o lavoro gratis?
Gli avvocati d’ufficio tutelano clienti che non si fanno trovare, ne consegue che lavorano gratis? No, vengono pagati dallo Stato secondo le norme del gratuito patrocinio, assicurato sia in sede civile che penale a ogni cittadino italiano e straniero (purché regolare) con un reddito inferiore a 12.000 euro, che ne faccia richiesta. La legge istitutiva del
gratuito patrocinio assicura il pagamento anche nei casi in cui l’imputato è irreperibile, ma l’irreperibilità va dimostrata. Se non risulta per decreto del tribunale (come avviene nove volte su dieci) tocca all’avvocato d’ufficio attivare ricerche a 360 gradi: residenza, posto di lavoro, consolati nei casi di stranieri, dovunque. Esaurite le possibilità e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’imputato è effettivamente uccel di bosco, l’avvocato deve stendere un rapporto raccontando per filo e per segno le ricerche effettuate invano. Lo deve fare perché il rimborso non è automatico, avviene solo dietro presentazione di domanda, fatta in genere alla fine del procedimento, oppure alla fine della fase di giudizio, o anche alla fine delle indagini.
Al carteggio l’avvocato deve aggiungere una relazione che documenti l’attività professionale svolta per il dibattimento. Non importa che il tribunale la conosca perfettamente, visto che tutti gli atti del processo si sono svolti davanti al giudice e le carte sono conservate nel fascicolo in cancelleria. Una procedura inesorabile pretende il bis.
Completati questi adempimenti, l’avvocato d’ufficio spedisce il carteggio con annessa parcella al giudice di cui al processo. È lui che deve ratificare l’onorario.
Naturalmente il giudice nel frattempo è passato ad altro, pressato com’è dalla pila di fascicoli sempre ammonticchiata sul suo tavolo. Quando liquiderà la pratica? Quando troverà il tempo togliendolo ai processi e alle sentenze. Di solito succede a otto o nove mesi di distanza, dopo che avrà sfalciato di un terzo ma anche di metà la parcella. Non è chiaro perché gli onorari degli avvocati d’ufficio debbano subire questo trattamento, stile taglio scolpito a rasoio dei barbieri. Gli interessati parlano di una decurtazione generalizzata voluta dalla legge sul gratuito patrocinio, che a sua volta rinvia ad altre norme ancora.
Sia come sia, effettuato il taglio il giudice notifica a tutte le parti il provvedimento di liquidazione della parcella, ma non è ancora sufficiente: perché il provvedimento diventi definitivo, non opponibile, devono passare altri 30 giorni.
Ci siamo: pochi, maledetti e in ritardo, ma almeno è finita? No, bisogna aspettare che l’ufficio spese di giustizia del tribunale emetta la bozza di fattura. Anche i cancellieri e gli amministrativi hanno il loro daffare. Passano altri mesi. Solo quando arriva la bozza, l’avvocato può spedire la fattura e contare i giorni aspettando il pagamento. Di media sono altri due-tre mesi. Il conteggio a fine corsa racconta che la liquidazione arriva mediamente un anno e mezzo dopo la prestazione del gratuito patrocinio. Ognuno dei 1.052
avvocati d’ufficio degli elenchi speciali del Veneto lo può confermare. E forse anche aggiungere dettagli ulteriori.
Appello al ministro Nordio
Se il ministro della giustizia Carlo Nordio non è interessato agli stipendi degli avvocati, può almeno chiedersi per quale motivo questa estenuante procedura di liquidazione dei compensi venga messa in capo a giudici e cancellieri, distogliendoli dall’attività dei processi per cui sono pagati. Perché un cancelliere e un magistrato devono occuparsi dell’onorario degli avvocati? Davvero non può far nulla per togliere loro questo ingombro? Tutti i giudici del penale, a seconda dei processi che hanno avuto in carico, si ritrovano questa incombenza. C’è l’ufficio spese di giustizia interno al tribunale, che
ha in organico cancellieri e funzionari, che vengono tolti al lavoro su processi e sentenze. Trasferire l’incombenza agli uffici del ministero, perché no? Costituire un ufficio personale esterno, cui delegare questa attività? Liquidare i pagamenti con un cedolino, come avviene per gli altri dipendenti pubblici?
Gli avvocati d’ufficio, benché pagati a cottimo, forniscono una prestazione professionale non diversa da quella del giudice o del pubblico ministero, pagati con stipendi a fine mese. L’unica cosa che li diversifica è che non hanno il parcheggio riservato nell’area del tribunale.
Dissipiamo un equivoco
In materia di ritardi della giustizia ci si può chiedere, per concludere, quanto l’informatizzazione abbia migliorato le cose nei tribunali. Il ministero ha diffuso statistiche che parlano di un accorciamento anche del 40% della durata dei processi. Bene. Ma c’è qualche equivoco da dissipare. Prendiamo una causa civile: prima dell’informatizzazione si cominciava con l’atto di citazione e la comparsa di risposta. Dopo di che, a distanza di cinque mesi arrivava la prima udienza, durante la quale il giudice dava un termine ulteriore per depositare le memorie di precisazione e di prova. Passaggi che allungavano non di poco il procedimento. Con la riforma Cartabia questi passaggi sono stati accorpati e anticipati. Non è più necessario aspettare la prima udienza per poi depositare le memorie. Alla prima udienza il giudice trova tutto pronto: una marea di fascicoli depositati, con le relative memorie allegate e può decidere. Se è il caso di acquisire le prove, procede in quel senso. Se è tutto documentale fissa subito l’udienza di conclusione. I tempi del processo si sono innegabilmente ristretti per tutti, ma l’ingolfamento si è trasferito sul tavolo del giudice, che è sempre quello di prima, da solo con due cancellieri nello sgabuzzino a fianco. Lui è diventato l’imbuto.
C’è poco da fare: se manca personale di cancelleria e se i giudici civili sono pochi, non c’è informatizzazione che possa migliorare le cose. Bisogna aumentare le spese per la giustizia, non si scappa.
DEMETRIO ZACCARIA
IV
VIII
XIV
XVI
Libri e libertà
l’altra
Demetrio Zaccaria, fondatore, mente e cuore della Biblioteca Internazionale La Vigna di Federica Zanini
INDICE
Scrivere che passione (parte seconda): come dare forma a un libro tra contenuto, misura e scelte editoriali di Giulia Matteazzi
Valzer, un abbraccio scandaloso di Serena Balbo
Storia Biancorossa: oltre un secolo di successi di Claudio Raimondi
Con Demetrio Zaccaria, L’altra Vicenza n. 10 celebra chi legge e chi resiste: l’editoria come atto civile. C’è un gesto silenzioso che tiene insieme comunità e pensiero: leggere. Il numero 10 de L’altra Vicenza sceglie come protagonista
Demetrio Zaccaria, uomo di libri, testimone di una passione che non è rifugio ma apertura. In un tempo di
L'Altra Vicenza
Autorizzazione Tribunale di Vicenza n. 1191 del 30 dicembre 2008
Centro culturale Andrea Palladio: in giro per Vicenza di Federica Zanini
Pinot grigio del Garda e Verdicchio dei Castelli di Jesi: bianchi raffinati a tutto pasto di Michele Lucivero
Vellutata di polpo? Può capitare... di Federica Zanini
velocità e consumo, i libri restano uno spazio di libertà, un luogo dove le idee si sedimentano e diventano coscienza. Non è un caso che, accanto al suo ritratto, trovino posto pagine dedicate all’editoria: oggi più che mai terreno fragile e necessario. Perché leggere non è solo un piacere individuale, ma un atto civile. Significa scegliere complessità contro semplificazione, profondità contro superficie.
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Zaccaria incarna tutto questo senza proclami. La sua storia racconta che i libri non cambiano il mondo da soli, ma cambiano le persone. E sono le persone, poi, a cambiare il mondo. Questo numero, ricco anche di passaggi e… assaggi leggeri, è un invito semplice: tornare a leggere, per capire meglio ciò che siamo e, soprattutto, chi vogliamo essere.
Abbonamenti digitali e postali https://www.vipiu.it/vicenzapiu-freedom-club info telefoniche 06.86358980
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Demetrio Zaccaria, fondatore, mente e cuore della Biblioteca Internazionale La Vigna
La
sua fedele
governante per
oltre trent’anni ci ha restituito vissuto, ideali, ambizioni, pensieri ed emozioni di un uomo più apprezzato all’estero che in patria. Un docufilm recentemente ne ha riproposto la figura professionale,
Demetrio Zaccaria è uno dei grandi dimenticati di/da Vicenza. Di quest’uomo di profonda cultura, imprenditore brillante, esperto di alta finanza, viaggiatore instancabile, poliglotta, filantropo, fondatore della Biblioteca Internazionale
La Vigna, si ricordano di più all’estero che in patria. Non è poi così insolito, purtroppo, ma quando si tratta del “Signor Zaccaria”, a Vicenza c’è qualcuno che non ci sta. È Angela Sartori, sua fedele governante per 33 anni. Soprattutto ora che, a oltre 30 anni dalla scomparsa, è stato prodotto e proiettato il docufilm “La Vigna” -di Manuela Tempesta, con la partecipazione di Gianmarco Tognazzi- si rammarica del fatto che ne sia uscita, tra l’altro molto bene, la figura professionale ma nulla di Demetrio uomo.
Ecco allora che ce lo siamo fatto raccontare noi, in più incontri perché quella di Zaccaria è una vita pienissima, la memoria della governante infallibile e soprattutto vera la sua proverbiale incapacità di tacere fatti anche scomodi. Insomma, pane al pane e vino al vino, visto che ha vissuto al fianco di uno che di vini se ne
di Federica Zanini
intendeva… Angela, chi era allora Zaccaria uomo? Una persona elegante e distinta, che non amava apparire né ricevere onorificenze. Anzi, ne ha spesso rifiutate. Ad alcuni poteva apparire introverso e taciturno, per-
sino un po’ austero, ma il fatto è che era molto esigente, prima di tutto con se stesso. Pretendeva precisione, coerenza, puntualità… “Angela, semo fora posto ormai”, mi diceva con amarezza negli ultimi tempi, dopo tante delusioni. In realtà, era ospitale, di compagnia, una mente lucida e lungimirante, con cui si poteva parlare di tutto. E così faceva l’intera famiglia a tavola: parlavano di tutto e mi coinvolgevano nei loro discorsi. Per me è stato un maestro di vita e io per lui, forse, la figlia che non ebbe. Ero una di famiglia, nonostante indossassi la divisa e abbia sempre rispettato il mio ruolo. Il Signor Zaccaria era un uomo dalle mille sfaccettature, ma era soprattutto generoso e, ironia della sorte, a Vicenza (e non solo) ha fatto tanta fatica a concretizzare la donazione più grande. Diceva: “Io sono quel che dono”.
Per raccontare Zaccaria uomo dobbiamo prediligere la sua biografia al suo curriculum. Ci aiuti a ricostruirne la storia…
I genitori del Signor Zaccaria si sono conosciuti, e immediatamente innamorati,
a Bassano, dove la famiglia di Annamaria possedeva due spacci alimentari ben avviati, presso i quali aveva preso servizio anche Demetrio senior. Anna lo ha sposato il giorno dopo aver compiuto 17 anni! Trasferitisi da Bassano hanno messo radici a Vicenza, in corso Padova, dove hanno aperto a loro volta una rivendita all’ingrosso e al dettaglio di alimentari. Hanno avuto 9 figli, 7 maschi e 2 femmine. Demetrio, il terzo, si è diplomato all’Istituto Rossi, che però allora non dava sbocco all’università e, dovendo lavorare per sostenere la famiglia numerosa, si iscrive alla Scuola per allievi ufficiali e diviene radiotelegrafista. Con i soldi vinti con un premio scolastico riesce poi a ottenere il brevetto di pilota civile. Poiché di lavoro non se ne trovava, nemmeno trentenne parte volontario per l’Abissinia,
dove era in corso la campagna d’Etiopia di Mussolini e prende servizio nell’ufficio del vicerè. Con il suo occhio lungo intuisce subito le potenzialità di quella terra. Fonda una sua azienda di trasporti, con ben 15 autisti alla guida di un parco camion Lancia 3RO, per i quali apre anche un’officina specializzata, facendo venire dall’Italia un abile meccanico della Trivellato. Con la Società del Sale trasporta l’oro bianco dal mare all’entroterra, ma anche calce e pelli. Pensa di aprire anche un calzaturificio e per farlo al meglio, come piaceva a lui, si reca più volte nell’allora Cecoslovacchia, per imparare dall’impero di Bat’a.
Tomas Bat’a è stato per Zlin quello che Alessandro Rossi è stato per Vicenza. Era un imprenditore illuminato, che vedeva nel benessere dei suoi operai il segreto di un’azienda sana e produttiva. E Demetrio?
Il Signor Zaccaria è stato sempre un signore e, quando l’Etiopia è stata conquistata dalla coalizione anglo-franco-belga, lui che non poteva scappare perché sarebbe stata diserzione, ha cercato di aiutare i suoi autisti a mettersi in salvo.
E con lei come è stato?
Meraviglioso. Tutto quello che sono lo devo a lui, che mi ha sempre spronata. Avevo solo le elementari, ma lui mi invitava a leggere la
DemetrioZaccaria,unamoreinnatoperlanatura
Terza pagina del Corriere della Sera, mi aveva abbonata alla rivista Amica, discuteva con me di attualità, mi chiedeva pareri e consigli. Il mio unico rammarico è che avrei potuto impegnarmi di più, ma ero giovane e ho preso molto sul serio il mio lavoro. Era un uomo intelligente e anche astuto. Quando mi chiese di seguirlo dal lago (ndr: di Garda) a Vicenza, pur lasciandomi libera di fare un periodo di prova, mi iscrisse a Italia Nostra e mi organizzò una visita guidata di gruppo di Villa Manin, a Codroipo. Mi piacque da morire, cominciai a conoscere gente, ad allargare il mio sapere. Non ebbi più dubbi se restare.
A proposito del lago di Garda, come si incrociano le vostre strade?
Pur essendo cittadino, il Signor Demetrio era grande appassionato di natura e da piccolo trascorreva periodi felici in campagna, dagli zii paterni. Probabilmente affondano lì le radici della sua passione per l’agraria in genere e per la viticoltura in particolare. Innamoratosi degli scenari del Benaco -“superficie calma e silenziosa e profondità carica di riflessi”, diceva- si fece costruire una casa tra Toscolano e Gargnano. Io vivevo lì con la mia famiglia. Avevo bisogno di lavorare e non volevo finire come tutte in fabbrica o sarta. Mia madre venne a sapere che quel signore distinto col cappello, che tutti avevano notato in paese, cercava un aiuto domestico e mi accompagnò da lui. Non avevo neanche 15 anni. Lo ricordo ancora come fosse ieri: in camicia rossa a
scacchi, perfettamente a proprio agio in fondo al giardino, intento ad abbeverare i suoi adorati ulivi… Nel pomeriggio ero già in prova e avevo già in mano le chiavi di casa. Era fine marzo e il primo aprile ero in regola. Fin da allora ha sempre pensato a tutelarmi. Negli anni mi stipulò un’assicurazione e tuttora percepisco un vitalizio, perché voleva che, una volta mancato lui, io non fossi costretta a lavorare ancora e potessi dedicarmi ai miei genitori che nel frattempo avrebbero avuto bisogno delle mie cure. Venivo a Vicenza solo di tanto in tanto, quando andava a trovare la madre. Poi, nel 1971, il Signor Zaccaria, deluso dalle amministrazioni locali, vendette tutto e mi chiese di trasferirmi con lui definitivamente. Avevo 25 anni e qui c’erano ancora il tram e la Vaca Mora…
Perché deluso?
Era cominciata la lunga odissea per trovare una collocazione alla sua Biblioteca. Inizialmente la voleva lì sul lago ma presupponeva troppa apertura mentale da parte degli enti locali. Poi valutò anche Castellamonte, in Piemonte, ma anche lì nulla. Difficoltà per difficoltà, decise di concentrarsi su Vicenza, da dove tutto era partito. Il progetto però veniva visto come una delle sue tante eccentricità… Anche qui donare sembrava complicato e dopo varie opzioni, tra cui ovviamente la Bertoliana, che però voleva i libri subito mentre Zaccaria desiderava giustamente goderne fino alla morte, arrivò infine l’occasione di Palazzo Brusarosco. Nel 1980 Zaccaria lo acquista, vi trasferisce gli 11 mila tra volumi e pubblicazioni specializzati, amorevolmente raccolti in una vita intera. All’inizio erano stoccati nei magazzini e noi vivevamo al primo piano, dove oggi ha invece sede la Biblioteca. Poi ci siamo trasferiti di sopra, nell’appartamento noto oggi come Spazio Scarpa, fino alla morte del Signor Demetrio, il 27 novembre 1993, quando la sua collezione ammontava già a 31 mila volumi. Oggi sono 62 mila.
Ma da dove è partito tutto quanto?
Il Signor Demetrio era un uomo curioso, assetato di sapere. Ha colto occasioni ovunque di conoscere. Quando era al liceo, in estate andava a lavorare in una segheria in Austria per imparare il tedesco, della prigionia sotto gli inglesi ha approfittato per imparare la loro lingua, quando partì per l’Argentina volle un equipaggio ispanico per apprendere lo spagnolo… Era fatto così. In quanto esperto di alta finanza, era richiestissimo come analista dei mercati in-
L'ufficio di Demetrio Zaccaria a Palazzo Brusarosco - Credito Federica Zanini
ternazionali e ha viaggiato in tutto il mondo, ma sceglieva di fermarsi a lungo per imparare, scoprire. Un’estate, in un ristorante di Vicenza, conobbe un gruppo dell’associazione piemontese Amici del Vino che, in quanto vicentino, lo tartassarono di domande sui vini veneti. Fu allora che si incuriosì a una materia di cui non era esperto, che però lo affascinava. In una libreria di New York incappò nel volume Dictionary of Wines, che acquistò per non farsi più trovare impreparato e che segnò la sua vita. Trasformandolo in un raffinato collezionista, alla costante ricerca del “libro perfetto”. Un visionario, insomma. Ma tanto caparbio da farcela.
Una sorta di genio incompreso, però. Non era da tutti essere all’altezza del suo pensiero. Pensi che durante la ricerca della location migliore per la sua collezione, grazie all’amico Angelo Valentini, grande esperto agronomo ed enologo, avviò le contrattazioni, in Toscana, con la medicea Villa Artimino, attratto dalle barchesse. Alle rimostranze di una gentil donna che sottolineò che così avrebbero perso lo spazio per feste e balli, Demetrio rispose: “Voi avrete anche i soldi, ma non capite niente”.
Lei oggi vive nei paraggi, quasi non volesse allontanarsi dalla “bambina” di Demetrio… Oggi frequento regolarmente La Vigna come volontaria. Lo faccio per Demetrio, perché solo io so quanto
ci si è dedicato. Da autodidatta ha provveduto lui alla catalogazione e classificazione di ogni singolo volume, alla compilazione, rigorosamente a mano, delle relative schede. Di alcuni libri ha raccolto più edizioni, in giro per il mondo, e biblioteche e antiquari, ambienti piuttosto chiusi, conoscendone l’autorevolezza, gli spalancavano le porte. Un’antiquaria, dopo che la Biblioteca era stata derubata subendo un danno irreparabile, un giorno lo chiamò perché aveva riconosciuto come suo un raro volume che le era stato proposto di acquistare… Negli ultimi anni, consapevole del rischio d’ingerenza da parte della politica, Demetrio mi chiese: “Quando non ci sarò più, lei resterà?”. Io non li sopporto quegli ambienti lì e non mi so tenere un cecio in bocca. Si pensi che, figlia di un uomo che rifiutò la tessera del fascio, l’unica tessera che rinnovo ogni anno, in suo nome, è quella dell’Associazione Nazionale Alpini. Però de La Vigna mi prendo cura come posso, finché ce la faccio. In fondo ho 80 anni e anche partecipare al docufilm, polemiche a parte, è stato molto impegnativo emotivamente.
Lui non c’è più, ma sicuramente lei sa risponderci: che cosa pensava Zaccaria di Vicenza?
Che i vicentini non hanno mai capito niente, non sono mai stati lungimiranti, hanno tentato di fermare ogni forma di progresso. “Se uno capise bon, sennò amen”, diceva sempre.
Scrivere che passione (parte seconda): come dare forma a un libro tra contenuto, misura e scelte editoriali
Dalla necessità di avere davvero qualcosa da raccontare alla gestione della lunghezza del testo, fino alle scelte tecniche su carta, formato e immagini: consigli pratici ed esperienza diretta per chi vuole trasformare un’idea in libro, senza illusioni ma con consapevolezza.
di Giulia Matteazzi
Nell’articolo del mese precedente avevo dato indicazioni in generale su come avvicinarsi al mondo editoriale, come scegliere l’editore, come farsi consigliare, come promuovere il proprio libro.
Ho però saltato alcuni passaggi, sia per non scrivere troppo, sia perché alcuni dettagli cambiano libro per libro e caso per caso, quindi vanno valutati sempre assieme all’editore. Però qualche indicazione di massima la aggiungo volentieri, ribadendo che si tratta di consigli derivati dalla mia esperienza e non di verità incontrovertibili.
Qualcosa da raccontare
Come ho detto, per scrivere un libro, bisogna innanzitutto avere qualcosa da raccontare. Ovviamente lungi da me suggerire gli argomenti: si può scrivere di qualunque cosa, dalla storia della propria vita al ciclo vitale degli anfibi, si può fare polemica, si possono fare inchieste. Ovviamente in quest’ultimo caso è fondamentale avere fonti credibili e riscontrabili e la polemica non deve mai scadere nell’insulto gratuito o nel reato di diffamazione. Nel dubbio, meglio consultarsi
con un avvocato o chiedere all’editore di farlo. Una cosa va tenuta presente: nella stragrande maggioranza dei casi, non saremo mai i primi ad aver trattato un certo argomento. Quindi rassegniamoci, il libro della vita, quello che apre un mondo, quello che fa fermare un paese, quello che diventa fenomeno di costume, capita molto raramente. Cioè, se J.K. Rowling ha riportato due generazioni di ragazzini a ricominciare a leggere, non è che basti scrivere storie di maghetti orfani per avere lo stesso risultato. Se Il nome della rosa è stato un successo planetario, non basta ambientare una detective story nel medioevo per ripetere tale successo. E non si prenda per oro colato tutto quello che si legge sui fenomeni letterari nati sui social. Insomma, quando si contempla il proprio scritto e si decide di pubblicarlo, non ci si deve aspettare assolutamente nulla se non un po’ di soddisfazione personale e il piacere di donare una parte di sé agli altri. Poi, magari, si vedrà…
perché anche i primi successi letterari, limitati al proprio ambito o più estesi, arrivano per tentativi.
Niente fiumi di parole
Quanto lungo deve essere un libro?
Non c’è una risposta univoca, ci sono libri brevi e libri lunghi, la stessa saga di Harry Potter parte da due opere piuttosto corte per poi continuare con dei tomi oltre le 500 pagine, tutte celebrate nella stessa misura. Personalmente, consiglio sempre di non scrivere troppo, niente fiumi di parole, per citare il successo sanremese dei Jalisse. Sia perché più pagine vuol dire più costi, sia perché, parlo da lettrice, se un libro non riesce a prendermi fin dall’inizio, magari tento di trovarci qualcosa di interessante fino a pagina 150 ma non ci arrivo a 400…
La sensazione è che al giorno d’oggi si tendano a scrivere libri troppo lunghi. La stessa cosa succede con i film, che ormai trovarne uno che stia nei canonici 105 minuti
è un miracolo. Pure i cartoni animati superano le due ore, quasi sempre inutilmente. In realtà stare entro le 150-200 pagine ha molti vantaggi. Il libro costa meno, è meno pesante, fa meno paura. E sicuramente in ogni testo c’è almeno una pagina di troppo, un concetto ridondante, una digressione inutile. Qui torna il discorso dell’editing: affidarsi a una terza persona, che conosca il lavoro, è fondamentale anche per farsi “asciugare” il testo. Ah, quanto a “come” presentare il proprio manoscritto, ovviamente oggi si consiglia di usare un programma di videoscrittura. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, e non sono passati secoli ma una trentina d’anni, c’erano autori che portavano testi scritti a mano, battuti a macchina, stampati da quello che sembrava un file word ma il file originale non c’era o non riuscivano a passarlo o chissà (uno dei grandi misteri irrisolti di quel periodo), per cui oltre all’impaginazione c’era da fare il
Scrittura a mano L’ALTRA
lavoro di battitura testi. Oggi la questione è superata, anche se personalmente troverei commovente dover trasformare in libro un testo scritto totalmente a mano. Laborioso, ma bello.
Note e bibliografia contano ma con discrezione
Se quello che si scrive è un saggio o un testo di ricerca o una tesi, sono gradite le note a piè pagina. Gradite agli studiosi, un po’ meno ai grafici, ma è sempre meglio farle. Un autore, al quale dicevo che i suoi libri avevano più note di uno spartito, sosteneva che per lui la bibliografia e le note erano la parte più importante del testo. Sono d’accordo, anche se a mio avviso deve esserci un po’ di misura per non rendere la lettura difficoltosa. Se una nota occupa una intera pagina, forse è il caso di trasformarla in capitolo a parte, da mettere eventualmente in appendice.
Una volta composto il testo, le grandi decisioni sono: con foto-senza foto, a colori o in bianco e nero, su carta bianca o carta avorio, il formato e la brossura.
Sul discorso con o senza foto, dipende dalla tipologia di libro. Un romanzo non ne ha bisogno, al limite una illustrazione ogni
tanto, ma non è obbligatoria. Una raccolta di racconti o di poesie idem, a meno che l’autore non sia un artista a tutto tondo che vuole unire più talenti. Un libro di ricerca invece potrebbe averne bisogno, anzi, se si racconta la storia di un paese, una società, un ente o un monumento le immagini sono fondamentali.
Colori o bianco e nero
Stampare il libro a colori o in bianco e nero è una scelta personale. Ovviamente a colori costa di più, ma con l'evolversi delle tecnologie di stampa la differenza non è troppo pesante. Semmai è da valutare come sono le foto che si intendono pubblicare: se per lo più si tratta di documenti, di vecchie immagini e ritagli di giornale in bianco e nero all’origine o molto sbiadite, il colore diventa uno spreco. Se invece prevalgono le immagini a colori di qualità, ovviamente si sceglie il colore. C’è anche la possibilità di fare metà e metà. Riguardo al testo, invece, credo che sia sempre preferibile scrivere solo in nero. Solo se si tratta di un libro per bambini si può pensare a un colore diverso per il titolo o il capolettera di ogni capitolo. E a proposito di scrittura, la scelta del carattere va anche
questa a gusto personale. Può essere con le grazie, cioè con i trattini ai piedi o testa delle lettere (come il times, il garamond, anche il carattere di questo giornale), oppure senza grazie, i cosiddetti bastoni, più lineari e moderni, che però possono avere lo svantaggio di essere meno leggibili (è più facile confondere tra loro alcune lettere). La scelta è personale e il consiglio è sempre quello di fare una prova di un capitolo per decidere che cosa si preferisce. Per prova intendo una prova stampata, perché il file video non dà le stesse sensazioni di un foglio di carta. L’importante poi è che il carattere scelto non sia troppo piccolo, perché chi legge deve poterlo fare senza ricorrere a lenti d’ingrandimento, ma nemmeno troppo grande da dare la sensazione di aver voluto allungare il brodo per fare più pagine.
Carta… canta
Quanto alla carta, meglio bianca o meglio avoriata? Liscia, ruvida, usomano o patinata? Anche qui non mi avventuro in consigli, dipende dal gusto personale e dalla tipologia di libro. Statisticamente i libri di narrativa li faccio più spesso su carta avoriata e quelli di saggistica e con tante
Campionilibridiversecarte
immagini su carta bianca, ma non è una regola. Sono dettagli da discutere direttamente con l’editore, con dei campioni in mano, e ragionando anche sui costi, sui quali non mi addentro, anche perché - in particolare di questi tempinon ci sono certezze.
Anche il formato dipende dalla tipologia di libro. Il 14,8x21 (intendo centimetri) è attualmente il più gettonato, facile da gestire, adatto sia ai romanzi sia ai saggi, non punitivo per le fotografie. In alternativa ci sono formati più piccoli, come il 13,5x20, adatto soprattutto alla prosa, e il 16,8x24, ottimo soprattutto quando ci sono tante immagini e tabelle. Ovviamente nulla impedisce di fare libri più grandi o con misure diverse, sempre tenendo presente che i costi dipendono non solo da quanta carta si utilizza ma anche da quanta ne viene “sprecata” se le misure non sono standardizzate. Anche sulla confezione: brossura
cucita, brossura fresata, copertina flessibile, copertina rigida… non saprei dare consigli fissi ma caso per caso e sempre con un occhio ai costi. Chiaro, infatti, che il libro cucito con la copertina cartonata e magari la sovracoperta è bellissimo da vedere, però è anche molto costoso, soprattutto per le basse tirature.
La sostanza conta più dell’apparenza
A proposito di questo, tra i vari dettagli nel fare un libro c’è da stabilire il prezzo di copertina. E a costo di essere noiosa, dico che anche qui non c’è una regola. Se non si ha un editore disposto a investire sul vostro talento e accollarsi i costi, cosa sempre più difficile, un punto di partenza potrebbe essere fare il totale delle spese, aggiungere il 50% in più e dividerlo per il numero delle copie escluse quelle d’obbligo da mandare alle biblioteche (che sono tre) e quelle che si intendono tenere come omaggi,
arrotondando poi per eccesso il risultato. Ma se il totale supera i 20 euro forse è il caso di ridimensionare. Anche qui la cosa migliore è parlarne con l’editore ed eventualmente anche con altri scrittori che stanno vivendo l’esperienza del primo libro.
Personalmente, non ho mai giudicato un libro dal prezzo, né dal fatto che fosse in edizione di lusso o economica. Una bella copertina può essere accattivante, ma un buon contenuto vale di più. Purché si trovi chi lo sappia apprezzare. E qui vi rimando alla lettura dell'ultimo paragrafo dell'articolo precedente (“Scrivere una passione. Pubblicare una scelta” in VicenzaPiù Viva n. 205 di febbraio 2026, pp. 50-52), che contiene appunto alcuni consigli su come promuovere, diffondere e vendere il proprio libro. Il tema merita probabilmente un ulteriore approfondimento: ne scriveremo ancora.
Alcune nostre pubblicazioni
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• vicenza papers
Valzer, un abbraccio scandaloso
Storia di un ballo nato nel centro dell’Europa, introdotto a Versailles da Maria Antonietta, simbolo della nuova società borghese ottocentesca,
fino ad arrivare alle balere di Bellaria
Unpassodivalzer
di Serena Balbo
Marzo invoca la primavera, le giornate più lunghe, il sole che fa capolino e riscalda, il cinguettio degli uccellini che accompagna le passeggiate e i colori dei fiori che riscaldano l’animo dopo il lungo inverno.
Se penso alla primavera è inevitabile pensare ai quadri impressionisti: uno dei dipinti più noti è “Ballo a Bougival”, dipinto nel 1883 da Pierre-Auguste Renoir e conservato al Museum of Fine Arts di Boston. Al centro della scena un barcaiolo dilettante trascina la sua compagna in un delicato ballo; l'artista francese voleva ritrarre uno spaccato di vita mondana parigina. Le tonalità cromatiche accese e intense danno al dipinto un senso di gioia e armonia.
I protagonisti del quadro ballano un valzer (o walzer), dal tedesco walzen, "girare, ruotare, volteggiare", nato alla fine del XVIII secolo come evoluzione del Ländler, danza popolare tipica dell'Austria, delle regioni meridionali tedesche e della Svizzera tedesca.
Inizialmente diffuso solo nel paese austriaco e nel sud della Germania, conquistò presto il resto dell’Europa grazie alle sue sonorità orecchiabili: Russia, Inghilterra, Italia, persino Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ne rimase colpita tanto da portarlo alla corte di Versailles, da cui poi si diffuse in tutta Francia. Aveva una particolarità: per la prima volta la coppia di ballerini danzava abbracciata, in opposizione alle tipiche danze precedenti in cui uomo e donna si tenevano solo per mano nel compiere i passi. A
inizio Ottocento piacque in particolare ai giovani perché rappresentava l’espressione della nascente borghesia che si lasciava alle spalle i costumi aristocratici: un ballo che raccontava una sensazione di libertà e una differenza notevole rispetto ai balli di corte rigidi e ingessati, come il minuetto. Con il valzer la coppia volteggiava avvolta in un abbraccio armonioso: per questo motivo fu osteggiato dalle menti più conservatrici che ritenevano immorale ballare a così stretto contatto; addirittura nel 1833 un manuale inglese di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo immorale per le signorine». Goethe inserì nel volume “I dolori del giovane Werther” (1774) una perfetta descrizione della danza dove il protagonista partecipa a una serata di ballo, iniziata con dei minuetti: «Venne poi il momento del valzer, le coppie iniziarono a volteggiare come sfere celesti le une attorno alle altre […] Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più adorabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…».
Sarà in particolare Vienna il fulcro del valzer all’inizio del 1800, affermatosi grazie a Johann Strauss (padre) assieme al collega Joseph Lanner. Con Strauss, definito il padre del valzer viennese, al ballo venne attribuita una dignità, smise di essere una semplice danza contadina e fece il suo ingresso fra i livelli più elevati della società. In ambito colto si diffuse grazie alle opere di Johann Nepomuk Hummel (che ne definì il canone formale) e Carl
Maria von Weber, entrambi compositori, il primo austriaco e il secondo tedesco.
In seguito il ballo assunse diverse conformazioni in base al Paese: con Johann Strauss (figlio) il valzer viennese mantenne un andamento spigliato e rapido; in Inghilterra a fine ‘800 si affermò il valzer lento, mentre la Francia scelse il genere operettistico con un ritmo più sentimentale ma anche la forma sinfonica e pianistica di Fryderyk Chopin.
Nel XX secolo il valzer viennese assunse anche uno spirito nuovo e dissacratorio grazie a compositori come Gustav Mahler, Richard Strauss e Alban Berg. Di certo, il valzer più noto è “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss figlio composto nel 1867, per cui si ispirò a un poema di Karl Beck che decantava la bellezza di Vienna (o di una donna) «sulle sponde del bel Danubio blu»; la musica fu interpretata da tutte le orchestre di Vienna al passaggio del suo feretro quando morì nel 1899.
Molto noto è il valzer ballato da Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo” (Luchino
Il valzer lento
Originatosi a fine Ottocento dal boston o hesitation statunitense - una danza composta da serie di passi indietro, avanti e volteggi - si è imposto negli anni Venti del Novecento con il nome di valzer diagonale; a seguito dei Campionati Mondiali di Londra del 1927 è stato modificato ed ha assunto una standardizzazione. Viene danzato con 28-30 battute al minuto per le competizioni delle danze standard e a 30 battute al minuto per quelle della disciplina ballo da sala. La postura è fondamentale, sia dell'uomo, ma soprattutto della donna, la quale conferisce eleganza e armonia ai movimenti. I due ballerini devono toccarsi solo nella parte superiore destra e la dama deve inchinare con eleganza la testa all'indietro per tutta la durata del ballo, facendosi guidare dal cavaliere che sceglierà anche la lunghezza dei passi.
Visconti, 1963) sulle note di un Valzer inedito in Fa maggiore per pianoforte composto da Giuseppe Verdi nel 1859 ed arrangiato da Nino Rota. La scena rappresenta un momento di grande eleganza e, non a caso, simboleggia la decadenza dell’aristocrazia siciliana durante il periodo di transizione dell’Unità d’Italia.
Attualmente vengono praticati differenti tipi di valzer: il valzer lento (English Waltz, elegante e cadenzato), il valzer viennese (veloce e vorticoso) e il valzer musette (popolare francese), tutti caratterizzati dal tempo in tre quarti. I valzer non si distinguono solo per la velocità, ma anche per il contesto di esecuzione: mentre il valzer lento e quello viennese sono inclusi nelle competizioni internazionali nella categoria Danze standard e presentano uno stile tecnico elegante, accompagnato da sontuosi costumi, il valzer tipicamente romagnolo fa parte del ballo liscio danzato nelle balere.
Il valzer romagnolo
Carlo Brighi, violinista e compositore, è considerato il capostipite del genere musicale popolare che prese il nome di liscio romagnolo. Dopo essersi dedicato alla musica colta, mise in piedi un'orchestra tutta sua e iniziò a girare la Romagna suonando valzer, polche e mazurche nei teatri e nei circoli, fino ad inventare il concetto di balera adattando una parte della sua casa di Bellaria a sala da ballo, che divenne il "Salone Brighi". Il compositore caratterizzò il valzer, la polka e la mazurca accelerando i tempi tramite l’utilizzo del clarinetto in do; a lui va attribuita l'idea di velocizzare il valzer e di assegnare la parte dominante del brano allo stesso clarinetto in do, come principale strumento solista. Il più importante esponente del liscio romagnolo fu Secondo Casedei che partecipò all’orchestra di Emilio Brighi (figlio di Carlo) e che in seguito debuttò formando un proprio gruppo, dove introdusse innovazioni importanti negli strumenti utilizzati: batteria, banjo, sax, etc. Scrisse numerose polche, valzer e mazurche, tra cui la celeberrima “Romagna mia” del 1954, un valzer che narra la nostalgia e l'amore di un uomo per la sua terra d'origine, la Romagna.
Nei 124 anni di vita spicca la Coppa Italia 1997, ma anche due partecipazioni alle coppe europee e due secondi posti in A. E dopo promozione diretta in B il L.R. Vicenza cercherà di aggiungere la Supercoppa di serie C
E' stata soprannominata la "Nobile Provinciale" per i 20 campionati consecutivi, dal 1955-1956 al 1974-1975, in serie A, un ventennio caratterizzato da alcune salvezze miracolose e sofferte, ma anche da piazzamenti di grande prestigio, come nella stagione 1965-1966, quando trascinata da un bomber di razza come il brasiliano Luis Vinicio concluse al sesto posto, davanti a "squadroni" come Milan, Roma e Torino. Con le ulteriori presenze accumulate nella massima serie con i tecnici G.B. Fabbri (nell'epopea di Paolo Rossi) e Francesco Guidolin, il L.R. Vicenza ha totalizzato
complessivamente 30 campionati di A, che la pongono attualmente al 16° posto nazionale (assieme al Bari) per numero di presenze nella massima categoria.
DUE SECONDI POSTI IN A
A livello di piazzamenti il risultato più prestigioso è il secondo posto del "Real Vicenza" trascinato dal futuro "Pablito" che nella stagione 1977-1978, in cui partì nello scomodo ruolo di matricola (l'anno precedente aveva vinto il campionato di B con l'esplosione di Paolo, a segno 21 volte) dopo un inizio di torneo difficile e l'arrivo nel mercato autunnale (in quegli anni non esisteva la "finestra" a gennaio) di Cerilli e
Guidetti. Tra la sorpresa generale la squadra scalò la classifica sino a contendere alla Juventus il vertice già alla fine del girone d'andata: i bianconeri poi vinsero lo scudetto con 44 punti, con il Lanerossi alle spalle a quota 39 con il Torino. Un altro secondo posto è datato 1910-1911 quando nel primo campionato a livello assoluto l'allora ACIVI giunse alla finale nazionale venendo sconfitta dalla Pro Vercelli, che vinse 3-0 all'andata in Piemonte e 2-1 al ritorno a Vicenza. Seppur a livello parziale vanno rilevate anche le quasi tre settimane in testa alla classifica di A, tra novembre e dicembre 1996, in un'annata conclusa trionfalmente.
L’ALTRA
COPPE IN BACHECA
Nella bacheca del club a brillare maggiormente (non solo perché è la più grande) è la Coppa Italia 1997, in assoluto il traguardo più prestigioso in 124 anni di storia. Un cammino trionfale con l'eliminazione nell'ordine di avversarie del calibro di Genoa (negli ottavi di finale), Milan (quarti), Bologna (semifinale) e poi culminata con la doppia tiratissima sfida contro il Napoli: 0-1 al San Paolo e ritorno il 29 maggio al "Menti" con il gol di Maini che pareggiò i conti e poi i gol allo scadere dei supplementari di Maurizio Rossi e Iannuzzi per il definitivo 3-0. Due le partecipazioni alle coppe europee: in Uefa nel 1978-79 (eliminazione al primo turno per opera del Dukla Praga, a quel tempo squadra molto forte) e nella Coppa delle Coppe 1997-98, dove Lopez & compagni arrivarono sino alle semifinali, eliminati dal Chelsea, poi vincitore del trofeo. Nel palmares biancorosso - riassunto nella tabella a fondo pagina con l'inserimento di altri importanti risultati - figurano anche due Coppe Italia di C, nel 1981-1982 e nel 2022-2023, quest'ultimo sinora unico trofeo nell'era della famiglia Rosso.
ASSALTO ALLA SUPERCOPPA DI C
Con la promozione diretta in serie B, il L.R. Vicenza avrà la possibilità di conquistare un trofeo che la vede in lizza per la prima volta: si tratta della Supercoppa di serie C che si disputa dal 2000 e che vede protagoniste a fine torneo (in concomitanza con i playoff promozione, che regalano il quarto pass per la B) le prime classificate dei 3 gironi. Ognuna disputerà due match, uno in trasferta e uno in casa, che sarà l'occasione per ulteriori festeggiamenti. Nella scorsa stagione il torneo è stato vinto dalla Virtus Entella guidato proprio da mister Gallo (nella sfida decisiva sconfitto il Padova), ora pronto a riprovarci per puntare al bis personale.
IL PALMARES BIANCOROSSO
Coppa Italia: 1 1996-1997
Secondo posto in serie A: 2 1910-1911 e 1977-1978
Partecipazione alle Coppe europee: 2
Coppa Uefa 1978-1979 Coppa delle Coppe 1997-1998
Coppa Italia Serie C: 2 1981-1982 e 2022-2023
Vittoria campionato di B: 3 1954-1955, 1976-1977 e 1999-2000
Torneo di Viareggio (giovanili): 2 1954 e 1955
SUCCESSE A... MARZO
ACIVI Vicenza nasce nel 1902: tutto inizia in una palestra scolastica
La sede di contra' Santa Caterina 7 dove è nato l'ACIVI Vicenzail9marzo1902.Nellafotoifesteggiamentiin occasionedel120°compleanno
C.R. La storia calcistica biancorossa inizia ufficialmente il 9 marzo 1902. In quel giorno, era una domenica, nella palestra della scuola di contra' Santa Caterina 7 a Vicenza, via tuttora esistente all'interno delle mura storiche cittadine, viene stipulato l'atto di fondazione con la nomina del primo consiglio direttivo, che nella riunione della settimana successiva, darà vita al primo organigramma della neocostituita Associazione Calcio Vicenza, conosciuta con l'acronimo di ACIVI, così composta: presidente Tito Buy (Direttore Scuola Tecnica), vicepresidente Giovanni Ghilardini, revisori Francesco Buy e Giovanni Tonello, insegnante tecnico (corrispondente all'attuale mister) professor Antonio Libero Scarpa. La squadra, composta dagli stessi soci della società, disputa in quell'anno solo gare amichevoli con squadre composte da elementi reclutati tra le altre realtà sportive cittadine, giocando nel cortile interno della palestra. La prima uscita ufficiale avverrà 14 mesi dopo, il 18 maggio 1903, nel Campionato provinciale per Scuole con la compagine berica opposta ad altri istituti.
Quando le strade di VicenzaPiù e del Centro Culturale Andrea Palladio si sono incrociate, è stata subito scintilla. Quella del fuoco ardente della cultura, ma una cultura che sia davvero per tutti.
L’obiettivo di entrambi, infatti, è portare i vicentini a conoscere meglio Vicenza e apprezzare la propria erba più di quella del vicino. Tanto più che non parliamo di un semplice prato, ma di un parco immenso, variegato e verde come pochi altri al mondo.
L’associazione, fondata e presieduta da Massimiliano Rossato, è una realtà giovane ma già consolidata nella promozione del territorio. Organizza regolarmente visite guidate, sempre particolari e curiose. Senza trascurare i grandi classici (che però tiene a proporre sotto luci diverse), invita a scoprire altri siti, quelli che nem-
meno sappiamo esistere, quelli cui non abbiamo mai fatto caso o quelli che abbiamo sotto casa e proprio per questo… “ci andremo un’altra volta”.
Non di rado, associandosi al CCAP, si ha l’occasione inoltre di accedere a ville, palazzi e altri monumenti normalmente non visitabili.
Le proposte culturali del centro hanno un’impronta si storica e architettonica, ma con un approccio semplice e coinvolgente, condito più che di noiose date, di dettagli curiosi, aneddoti e fatti di cronaca. Il tutto servito in un mix accessibile e gradevole a tutti, a prezzi calmierati, che ha il pregio di tramandare non solo la storia, ma anche la tradizione vicentina e veneta.
Ecco qui il calendario di aprile, con il solito avvertimento: sorprese e novità dell’ultimo minuto sono sempre in agguato…
Sabato 4 aprile ore 15:00
Palazzo vescovile
Visita esclusiva e straordinaria al Vescovado affacciato su piazza Duomo, sede del vescovo e del Museo Diocesiano, splendido palazzo oggetto nei secoli di diversi interventi stilistici. Durata circa 90 minuti.
Domenica 5 aprile ore 14:30
La Bassano misteriosa
Interessante fuoriporta: visita guidata a tema a Bassano del Grappa, alla ricerca dei suoi angoli meno noti e più oscuri. Tra storia e leggenda. Durata 2 ore circa.
Domenica 19 aprile ore 10:00 e ore 15:00 doppio turno
Il gioiello scamozziano
Visita alla celebre Rocca Pisana di Lonigo, villa palladiana su progetto di Vincenzo Scamozzi -detto l’architetto della luce-e su commissione del nobile veneziano Vettor Pisani. Durata 90 minuti circa.
Domenica 26 aprile ore 10:00 e ore 15:00 doppio turno
Villa Cordellina Lombardi
Visita guidata straordinaria al gioiello settecentesco di Montecchio Maggiore, firmato dall’architetto Giorgio Massari e affrescato dal Tiepolo, oggi sede di rappresentanza della Provincia di Vicenza. Durata 90 minuti circa.
Per dettagli, iscrizioni e prenotazioni: cell. 339 3693377 centroculturaleap@gmail.com
Pinot grigio del Garda e Verdicchio dei Castelli di Jesi: bianchi raffinati a tutto pasto
Siamo nel cuore della Valpolicella in provincia di Verona, in un territorio vocato alla produzione di grandi e storici vini rossi, ma anche di interessanti vini bianchi, come il Soave DOC, che intreccia vitigni internazionali a vitigni autoctoni. In questo caso, però, vogliamo presentarvi un Pinot grigio di tutto rispetto allevato tra le colline veronesi da una cantina storica di quasi un secolo, fondata nel 1938, la Cantina di Illasi. Originario della Borgogna, in Francia, il Pinot grigio nasce da una mutazione del nobile Pinot nero, per poi avere una notevole diffusione in Europa, soprattutto nel zone del nord, ma anche in Italia tra Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Trentino Alto-Adige. È caratteristica la sua bacca di colore grigio, che lo rende unico tra i vitigni coltivati in Italia, da cui si ricava un vino bianco fresco, beverino e versatile per tutte le tavole. Questo Pinot grigio della Cantina di Illasi, adattatosi egregiamente tra le colline del Garda e chiamato in maniera evocativa Le Folate, si presenta alla vista di colore giallo paglierino con riflessi verdolini “sull’unghia”, cioè sull’orlo del liquido al contatto con il bicchiere inclinato, che è un segno di giovinezza del vino. Al naso si avverte immediatamente un floreale fresco di fiori bianchi e sentori di pera, mela gialla e anche delle note minerali e ed erbe aromatiche. Colpisce all’assaggio la discreta acidità e la sapidità di un vino secco che merita di accompagnare anche piatti dal sapore importante e, grazie alla sua versatilità, restare a tavola dall’inizio alla fine di un pranzo.
Abbinamenti
Tanto il versatile Pinot grigio della Cantina di Illasi quanto il distinto Verdicchio dei Castelli di Jesi di Villa Bucci sono vini che possono tranquillamente accompagnare il pranzo dall’antipasto alla frutta, tuttavia vale la pena citare, quantomeno per scambiarsi vicendevolmente prelibatezze culinarie venete
Verdicchio dei Castelli di JesiRiserva2017, 13,5%,VillaBucci
Con tutto il rispetto per il panorama enologico italiano, quello che qui vi stiamo presentando è un vino importante che è stato insignito di uno dei premi internazionali più prestigiosi nel panorama dell’enologia, infatti questo Verdicchio di Villa Bucci nella classifica Wine Enthusiast 2021 è stato valutato come il migliore del mondo, dopo un rosso francese. La Cantina Villa Bucci lavora con metodo biodinamico, ma la caratteristica di questo bianco è legata al fatto che fa affinamento in botti grandi per otto mesi e poi fa ancora un altro periodo in bottiglia. Dal colore giallo dorato con riflessi verdolini nell’unghia, questo Verdicchio si presenta assolutamente brillante in limpidezza. La sensazione olfattiva è dominata da un sentore fruttato intenso di litchi, ananas e papaya, frutta esotica, ma anche mela cotogna e frutta gialla, come la susina, il pompelmo rosa e il kumquat (il curioso mandarino cinese). Tra i floreali riconosciamo il profumo di peonia, mimosa, giglio, margherita e fiori di campo, che cedono il passo ad una leggera nota vegetale di bosso e di fieno fresco. Tra le erbe aromatiche emerge l’origano, il timo e l’aneto, mentre tra le spezie avvertiamo lo zenzero, il pepe bianco fresco e la curcuma. Si sentono lievi le tostature e, infine, il balsamico ci arriva con eucalipto e caramella fresca. È interessante la nota di burro fuso spalmato su pane appena leggermente tostato, che è quella che ci fa concordare nel ritenere questo vino molto delicato, complesso con una qualità assolutamente definita. All’assaggio il palato si delizia con un vino secco, avvolgente nelle morbidezze, piacevole per l’equilibrio delle parti, ma con una spiccata acidità.
e marchigiane, dei piatti a base di selvaggina, dalla faraona al coniglio, ma anche con taglieri di salumi e formaggi veneti, soppressa e prodotti della Lessinia, oppure col ciauscolo, un delizioso salame spalmabile marchigiano, e, infine, perché no, anche semplicemente con una succulenta oliva ascolana.
Vellutata di polpo? Può capitare...
Polpoezucca(troppo)arrostitiinfriggitriceadaria
di Federica Zanini
Questa volta la mia idolatrata friggitrice ad aria mi ha tradita. O forse sono io ad aver deluso lei?
Mi avevano avvertita che acquistarne una mi avrebbe cambiato la vita, ma non credevo potesse creare dipendenza. E soprattutto minare l’equilibrio (mentale) in cucina. Sta di fatto che, colpa mia o colpa sua non importa, il riciclo che vado
a proporvi è partito dalla pessima riuscita di polpo e zucca arrosto. Avevo già sperimentato, con grande successo. Una meraviglia per l’occhio e per il palato. Il pesce croccantino fuori e morbido dentro, una favola. Stavolta però niente lieto fine: immangiabile, non per il sapore per carità, ma letteralmente impossibile da masticare, duro e gommoso. Peggio delle stracaganasse (per i vicentini d’adozione, le castagne secche la cui
consistenza gli ha regalato appunto il nome di stanca-mascelle).
Alla rabbia per il fallimento, vuoi aggiungere l’onta dello spreco? Non sia mai! Contrario alla mia etica e alla mission di questa rubrica. E così scatta la ricetta di recupero. Più che mai ardita, ma davvero d’effetto. Partiamo dunque dalla zucca e dal polpo incartapecorito. Strappiamoli dalla presuntuosa friggitrice e affidiamoli al mixer salva-tutto. Tritiamo
Operazionemixersalva-tutto
aggiungiamolammiscelaottenutacolmixere condiamo con erbe aromatiche
bene, aiutandoci con un goccio di brodo, fino a ridurre il tutto in una morbida poltiglia. In una casseruola a parte, soffriggiamo una bella cipolla grande, ridotta a pezzettini, irrorandola con vino bianco. Quando quest’ultimo è sfumato del tutto, aggiungiamo in abbondanza il brodo in cui avevamo precotto il polpo e lessiamoci un paio di patate non troppo grandi, precedentemente tagliate a fettine.
A questo punto aggiungiamo il contenuto del mixer, mescoliamo bene. Regoliamo di sale, pepe e aglio in polvere, quindi personalizziamo con erbe aromatiche secche (o fresche ben tritate, la stagione comincia a consentirlo) a piacere. Ripensando alla presenza della zucca, incolpevole e dimenticata per colpa del polpo io ho optato per rosmarino, salvia, santoreggia e timo. Per rendere tutto più omogeneo e piacevole al palato, diamo un paio di colpi di mixer a im -
mersione. Eventualmente allunghiamo con acqua o brodo del polipo, ma solo un goccio: la consistenza deve essere quella di una vellutata.
A gusto, possiamo aumentare l’effetto “velluto” aggiungendo una vescica di panna da cucina.
A questo punto non resta che impiattare. Io ho completato con fette di pane tostato, qualche pomodorino a pezzetti (avevo quelli gialli) e un paio di cucchiaini di fiocchi di formaggio. Volendo si può optare per una versione dal sapore più deciso, sostituendo i pomodorini freschi con quelli secchi sott’olio (tagliati a listarelle) e il formaggio con yogurt greco bianco.
Tocco finale: una macinata di pepe nero e una croce di olio evo.
Una bontà, con cui fare anche un figurone con gli amici. Evitate però di arrostire apposta troppo il polpo! La vellutata sarà piacevolissima anche con “semplici” avanzi di altro pesce.
Da oltre 40 anni, Serenissima Ristorazione è un punto di riferimento nella ristorazione collettiva, con un impegno costante nell’offrire un servizio che unisce qualità e benessere nutrizionale. Grazie all’adozione di tecniche di cottura innovative, Serenissima garantisce piatti sani e sicuri, con un’attenzione particolare alla sicurezza alimentare e alla sostenibilità ambientale. Non solo esaltando i sapori autentici della tradizione, ma mettendo al centro le esigenze di una corretta e sana alimentazione, per offrire un’esperienza gastronomica completa e responsabile.