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VicenzaPiù Viva n. 298, 15 maggio 2025

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n. 298 - mensile - 15 maggio 2025 - e 4,00

Ogni lavoro pretende decoro Dal salario minimo ai morti sul lavoro, dalle escort ai dipendenti del Vaticano, da Palladio ai Paesi UE. La situazione


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Editorialino

Il lavoro “strumento” per la custodia del Creato

Andrea Palladio, una storia vicentina

I salari in Unione Europea

Lavoro in Vaticano

Come sta il lavoro in Italia

Il falso pudore del Comune di Vicenza

Cosa pensano le escort dei codici Ateco?

Il codice 96.99.92 il lavoro (in)visibile delle escort

Codice Ateco 96.99.92: cosa consente davvero e dove si ferma la legalità

Escort a norma di legge?

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Umorismo noir

Morti sul lavoro

Carlo Solicelli. Ritratto dell'artista

Renato Ellero, una vita in trincea

Comitato Albera, 20 anni di impegno

Ponte sì, ponte no

Tutto sull’alta velocità e alta capacità

“Essenziale” fa rivivere villa Rodella

Banche Venete

I radioamatori, quelli che ci salvano nelle catastrofi

Giorgio Vianello, l’autista di Schio laureato al DAMS


L’EDITORIALINO L’informazione “slow” ora arriva veloce: anche sui taxi di Vicenza

L

’informazione viaggia sempre più veloce e questo è un vantaggio, per l’accesso rapido alle notizie, ma anche un difetto, per la superficialità nel verificare i contenuti con proprio cervello. Un mensile di approfondimento e analisi come VicenzaPiù Viva, prima di decollare in libertà, deve essere “slow” per il tempo necessario a chi scrive a elaborare storie e riflessioni e a chi le legge per rifletterci su. Ma da questo numero VicenzaPiù Viva, completamente rinnovato nella sua grafica, diventa anche più veloce perché, oltre che online per gli abbonati e in edicola e altrove per chi ama “impossessarsi” del cartaceo, i 40 taxi della Cooperativa Tassisti Vicentini, dopo un test positivo in aprile, lo daranno come copia di cortesia, un altro loro servizio, ai primi clienti interessati. E gli altri? Niente paura: sul poggiatesta c’è un Qr Code per leggere gratuitamente tutti gli articoli di ViPiu.it e

L’altraVicenza.it e, per chi volesse, abbonarsi alla versione online del mensile. Bel lavoro? Lo speriamo, tanto più che il focus principale di questo numero, introdotto da padre Gino Alberto, è proprio sul lavoro e le sue difficoltà in tanti settori come “strilla” la copertina e come già ne sapeva qualcosa lo scalpellino più illustre della storia, Andrea Palladio. E poi ci sono il ritratto di un personaggio che ha scritto una parte della storia vicentina e nazionale, l’avvocato professor Ellero, insieme a quello del “tassista di Schio”, Giorgio Vianello; la questione tagliente della Tav Tac, su cui ci illumina Renzo Mazzaro, i 20 anni del Comitato dell’Albera che non molla e il ponte di Messina che forse Salvini farebbe meglio a mollare. C’è solo questo? Non sarebbe poco ma in 64 pagine, con pubblicità non invasiva, c’è molto di più: scorri l’indice di VicenzaPiù Viva n. 298 e, poi, leggi tutto, prima con una

VicenzaPiù Viva Fondato il 25 febbraio 2006 come supplemento di La Cronaca di Vicenza

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“scorsa” veloce, magari sul taxi, poi, sul divano, con calma e scegliendo l’ordine da te preferito per i nostri articoli che non guardano solo a Vicenza ma vogliono spingere la nostra terra a guardare fuori dal cortile di casa. Leggili, riflettici, parlane con chi conosci e, se vuoi, confrontati con noi scrivendoci. Giovanni Coviello

Abbonamenti digitali e postali https://www.vipiu.it/vicenzapiu-freedom-club info telefoniche 0686358980 Impaginazione chiusa il 10 maggio 2025 Associato

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Il lavoro “strumento”,

per la custodia del Creato

Il Giardino dell’Eden nel dipinto di Johann Wenzel Peter conservato nella Pinacoteca vaticana (1888-1829) di Padre Gino Alberto Faccioli Dall’antropologia sappiamo come la “scoperta” del lavoro sia stato un passo importante per lo sviluppo dell’uomo, e quando questi completò la sua evoluzione scoprendosi religiosus, ha iniziato a riflettere sul significato recondito del lavoro. Se per il mito babilonese di Atrahasis (2000-1500 a.C.), esso era segno di schiavitù, così non era per la Bibbia, per la quale, «il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2.15). L’uomo è chiamato a «coltivare e custodire» i beni creati da Dio e che ha ricevuto come dono prezioso, per cui deve averne cura con responsabilità. Coltivare la terra significa non abbandonarla a se stessa; esercitare il dominio su di essa significa averne cura, così come un re saggio si prende cura del suo popolo e un pastore del suo gregge. La verità che emerge da questo versetto del testo sacro è importantissima, il lavoro, l’operare umano agisce sulle cose create per trasformarle e migliorarle, è una dimensione importante della dignità della creatura di Dio, presente dall’inizio della creazione, non è quindi da leggere come spesso avviene, come una punizione dovuta al peccato dell’uomo, il lavoro anzi è una grazia e una vocazione che permette alla creatura, creata a somiglianza e immagine di Dio, di prendere parte all’azione creatrice del Suo Creatore. Quindi, attraverso il lavoro, l’uomo è chiamato a continuare l’opera creatrice di Dio, e per far questo è necessario che utilizzi anche strumenti adatti, certamente non invasivi. Oggi purtroppo non è così, il lavoro viene visto come strumento per procurare ricchezza, e quando questa prende il sopravvento genera disvalore, per cui si cercano tutte le vie per produrre di più e a minor prezzo, senza tener conto delle possibili conseguenze. Ritengo che l’esempio più chiaro di una perdita di valori - lo sono pure l’inquinamento e lo sfruttamento del creato -, sia quello che sta accadendo nel mondo del lavoro con le morti bianche anche se penso sia improprio chiamarle così. Perché una causa c’è sempre e molte volte, più che una fatalità, dipende dall’uomo, il quale per arricchirsi sempre più non investe nel campo nella sicurezza lavorativa, oppure costringe a turni mas-

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sacranti a discapito dell’attenzione dovuta a calo di concentrazione. Quando accadono questi incidenti ci si comincia a interrogare sulle cause e si finisce sempre nell’individuarle in rotture meccaniche o in disattenzione, senza tuttavia andare alla fonte: la perdita di valori, per cui anche l’uomo viene considerato alla stregua di un oggetto e non più com’è stato pensato da Dio: signore e custode del creato, con responsabilità di farlo crescere. La via, prima di imboccare la strada del non ritorno, ci è stata indicata da Papa Francesco nella sua lettera enciclica Laudato si’, in essa il pontefice esorta tutte le persone di buona volontà ad aprire gli occhi e ad osservare quello che sta accadendo a noi e al pianeta, interrogandoci su quale futuro vogliamo lasciare alle generazioni future. Papa Francesco, pur riconoscendo i benefici del progresso tecnologico per lo sviluppo sostenibile, mette in guardia dalla tecnocrazia che dà “a coloro che detengono la conoscenza ed il potere economico di sfruttarla, un dominio impressionante sul mondo intero” (LS 101). Allo stesso tempo, l’antropocentrismo moderno, che non riconosce la natura come norma, perde la possibilità di riconoscere il posto dell’essere umano nel mondo ed il suo ruolo di “amministratore responsabile” (Ibid. 116) dell’universo. Per questo Papa Francesco ribadisce la necessità di difendere il lavoro: tutti devono potervi accedere, perché esso “è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano” (Ibid. 121). “Rinunciare ad investire sulle persone in nome di un profitto immediato è un pessimo affare per la società” (Ibid. 128), afferma il Pontefice, evidenziando la necessità, a volte, di “porre limiti a coloro che detengono grandi risorse e potere finanziario” (Ibid. 129), affinché tutti possano beneficiare davvero della libertà economica. Cosa possiamo e dobbiamo fare, dunque? chiede Francesco. E la risposta è dialogare ed agire. Certo, spiega, “la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica” (Ibid. 188), ma l’esortazione è comunque “ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità o le ideologie non ledano il bene comune” (Ibid. 188). Il dialogo è ineludibile tra economia e politica, sottolinea il Pontefice, affinché “si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana” (Ibid. 189).


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Se c’è un paradosso nella storia dell’arte italiana, si chiama Andrea Palladio: un uomo che ha costruito la grandezza di Vicenza, ha dettato lo stile delle ville venete e ha ispirato la Casa Bianca a Washington... e che pure, spesso, ha dovuto rincorrere i suoi committenti per vedersi pagare il giusto

Andrea Palladio, una storia vicentina Nacque scalpellino povero, da genio architettonico fu “sfruttato” e, ahinoi, morì da debitore involontario di Giovanni Coviello Nato Andrea di Pietro dalla Gondola a Padova nel 1508 da una famiglia di umili origini, a tredici anni iniziò a lavorare come scalpellino, ma dopo il trasferimento a Vicenza nel 1523 entrò nella fraglia dei muratori e lavorò per oltre dieci anni nella bottega di Giovanni da Porlezza e Girolamo Pittoni. Si sposò con Allegradonna, una donna altrettanto povera, e da lei ebbe cinque figli, di cui tre sopravvissuti. Tra il 1535 e il 1538 incontrò il conte Gian Giorgio Trissino, che lo prese sotto la sua protezione, gli diede il nome di Palladio e ne guidò la formazione culturale, accompagnandolo anche a Roma. In questi anni Palladio realizzò le sue prime opere importanti, come la villa di Gerolamo Godi a Lonedo e, grazie anche alla protezione dell'erudito nobile vicentino, divenne l'architetto che tutti volevano. A parole, almeno. Perché in concreto, i nobili veneti - soliti a finanziare le proprie ambizioni con le rendite agricole (e con qualche trucco contabile) - non sempre avevano la prontezza di pagare quanto promesso. E Palladio, pur amato e richiesto, si trovava spesso nella posizione umiliante di dover "sollecitare" i suoi compensi. Ci sono documenti che attestano come, per la Basilica Palladiana, simbolo di Vicenza e orgoglio dei committenti, Palladio abbia dovuto più volte lamentarsi per ritardi nei pagamenti. E lo stesso accadde per molte delle sue celebri ville, da Villa Barbaro a Villa Emo: capolavori eterni, pagamenti eternamente posticipati. Non era questione di talento - su quello nessuno osava discutere - ma di un sistema che vedeva l’artista come servitore del prestigio altrui, più che come professionista da remunerare. In un Veneto dominato dall'aristocrazia di terra, il genio architettonico era considerato un ornamento, non un vero e proprio mestiere. Quando Palladio morì nel 1580, non era certo un uomo ricco. La sua eredità principale fu quella intangibile: uno stile, un’idea, un’architettura che ancora oggi plasma il mondo. Ma dal punto di vista materiale, non divenne mai quell’uomo facoltoso che il suo talento avrebbe meritato di essere.

Palladio, da scalpellino ad architetto geniale... per finire da vecchio con ristrettezze (immagini generate con l’IA) VICENZAPIÙ VIVA 7


I salari in Unione europea Una cartina a due velocità, con qualcuno che è ancora fermo Il salario minimo è la realtà nella maggioranza degli stati dell’Unione europea, mentre in Italia il dibattito è ancora acceso e non accenna a concludersi. Intanto però, a causa dell’inflazione e dell’aumento del costo della vita, gli stipendi nel nostro Paese diventano sempre più inadeguati

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Manifestazione a favore del salario minimo (foto Ansa) di Eleonora Boin Negli ultimi dieci anni l’Europa ha visto un’inarrestabile corsa verso l’innalzamento dei salari minimi legali: da maggio 2015, quando pochi Stati li avevano introdotti, al 2025 ben 22 dei 27 Paesi membri dell’Ue si sono dotati di un meccanismo statale per garantire un reddito minimo mensile. La fotografia aggiornata a gennaio 2025 racconta, però, un continente sempre più diviso in fasce: da un lato Lussemburgo, Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Belgio e Francia, con soglie superiori a 1.800 € (con una media di 2.200 €); dall’altro un gruppo di nazioni dell’Est e del Sud - Bulgaria, Romania, Ungheria,

Lettonia, Croazia, Grecia, Malta, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Portogallo e Cipro - in cui il salario minimo oscilla tra i 550 € e i 1.300 € mensili (e una media di 1.050 €). E chi il salario minimo non ce l’ha? C’è poi un’altra zona ancora, quella dei Paesi che il salario minimo non l’hanno inserito, ovvero l’Italia, la Danimarca, la Svezia, la Finlandia e l’Austria. In quest’ultima lista fa per lo meno sorridere la presenza del nostro Paese, poco abituato a condividere le classifiche con mostri dello stato sociale come gli stati scandinavi. Ad ogni modo, in questi Paesi è stata scelta la strada della contrattazione e sono quindi i sindacati che trattano a


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livello settoriale e territoriale. Va sottolineato che, se in Scandinavia il modello funziona da decenni, grazie a sindacati forti e ad un’alta densità di tutele sociali, in Italia, invece, la copertura reale dei contratti nazionali spesso non riesce a garantire un reddito adeguato, lasciando i lavoratori in situazioni che possono essere anche tragiche. Per dare un’idea del problema, nei Paesi nordici la copertura contrattuale supera il 90% dei lavoratori, mentre in Italia resta ferma poco sopra il 60%, con punte più basse nei servizi, nel turismo e nell’agricoltura. Insomma, in Scandinavia il salario minimo non è previsto per legge semplicemente perché non c’è bisogno di un intervento governativo: le tutele contrattuali sono sufficienti e il sistema di welfare capillare permette una vita dignitosa anche ai lavoratori meno qualificati. Anche in Austria, volendo uscire dalla retorica scandinava, la situazione è molto più rosea che in Italia, ed infatti, con una copertura contrattuale che supera l’80 %, il Paese registra un alto livello di benessere economico in area Ue. Ma come si fissano i minimi nei vari Paesi? Le modalità di determinazione variano sensibilmente da stato a stato e si dividono in 4 diverse tipologie. La prima, è la formula automatica, adottata da Francia e Lussemburgo, che calcolano il salario minimo grazie all’utilizzo di formule basate sull’inflazione e sulla variazione media degli stipendi. La Francia aggiorna il salario minimo ogni gennaio, mentre il Lussemburgo in base all’Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo. La seconda modalità è quella basata sugli indici nazionali, utilizzata sia dal Belgio, che tramite un «pivot index» sanitario adegua i minimi ogni due anni, sia dai Paesi Bassi, che rivedono il valore ogni 1° gennaio e 1° luglio in funzione dell’inflazione complessiva. La terza tipologia è quella adottata

Cartina salari minimi nell’EU (fonte Eurostat)

dalla maggior parte dei Paesi: in Germania, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria è il governo a fissare il salario minimo, con decreto o legge annuale, a seguito di una consultazione - che può essere più o meno vincolante in base al paese - con i sindacati e le associazioni datoriali. In questa lista, Ungheria e Repubblica Ceca rappresentano un caso particolare, perché prevedono un doppio livello di salario minimo, in base al livello di qualificazione professionale. Infatti, l’Ungheria distingue tra minimálbér (base) e garantált bérminimum (per chi ha qualifiche), mentre in Repubblica Ceca esiste un salario “garantito” più alto per chi ha competenze specifiche. Divario Est–Ovest sì, ma anche incrementi record Come è evidente dalla cartina, il divario tra i salari minimi tra est

e ovest è ancora significativo, anche se è da evidenziare che negli ultimi dieci anni sono stati proprio i Paesi dell’Est a registrare i ritmi di crescita più sostenuti. Tra il 2015 e il 2025, il salario minimo in Romania è aumentato del 23%, in Croazia del 15%, in Lituania del 12%, mentre in Repubblica Ceca e Polonia del 10%. I numeri in assoluto restano distanti dai livelli occidentali, ma è anche vero che pure il costo della vita in questi Paesi è ancora nettamente inferiore. Questi incrementi sono anche dovuti alla forte inflazione che ha caratterizzato gli ultimi anni e che ha portato quindi molti governi dell’est Europa ad aumenti a doppia cifra per rispondere al calo del potere d’acquisto. Dall’altra parte, nei Paesi europei a occidente gli incrementi dei salari minimi sono stati più modesti: +2% in Francia, +3,8% in Belgio, +4% circa in Lussemburgo. In Spagna, dopo il salto del 20% degli VICENZAPIÙ VIVA 9


anni precedenti, il governo ha concordato un aumento di +5,8% per il 2025. Italia: il caso perdente e un dibattito infinito L’Italia resta l’unico grande Paese Ue senza salario minimo legale, o almeno uno dei pochi se non l’unico in cui servirebbe. A conferma, anche le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in occasione del primo maggio, Festa dei Lavoratori, ha lanciato un monito: “tante famiglie non reggono l'aumento del costo della vita”: E a fargli eco è arrivata subito la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che ha sostenuto che “il salario minimo, una battaglia che portiamo avanti con le altre opposizioni, deve tornare al centro del dibattito politico”. Viene da chiedersi dove fosse tutta questa volontà del salario minimo quando queste opposizioni erano al governo. Ad ogni modo, in Italia il dibattito politico si trascina da anni: oggi da una parte ci sono le forze di opposizione e i sindacati che sostengono l’urgenza di introdurre una soglia minima nazionale, ritenendola uno strumento indispensabile per contrastare il “lavoro povero”; dall’altra, alcuni imprenditori e i

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Manifestazione sul lavoro (foto Corriere) partiti di maggioranza, nonché il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), mettono in guardia contro il rischio di un appiattimento dei contratti collettivi e di un potenziale aumento della disoccupazione, sottolineando la necessità di preservare la flessibilità del mercato del lavoro. E l’Ue cosa dice? Nel 2022 l’Unione europea ha adottato una direttiva per promuovere salari minimi adeguati e condizioni di vita dignitose per tutti i lavoratori. La norma non impone un livello uniforme di salario minimo per tutti i Paesi, ma stabilisce criteri chiari per fissarlo e aggiornarlo regolarmente, almeno ogni due anni. Inoltre, incoraggia la contrattazione collettiva, chiedendo agli Stati con una copertura inferiore all’80% quindi anche l’Italia - di elaborare un piano d’azione per aumentarla. La direttiva mira anche a garantire un accesso effettivo alla tutela salariale, attraverso controlli ispettivi e sanzioni verso i datori non conformi. Gli Stati membri devono monitorare e comunicare alla Commissione europea i dati su copertura contrattuale e livelli retributivi. L’obiettivo finale è contrastare la povertà lavorativa e ridurre le disuguaglianze salariali tra Paesi, rispettando le specificità dei singoli sistemi nazionali di regolazione del lavoro. Bella notizia in teoria, peccato che,

essendo una direttiva, ogni Stato può decidere come e quando applicarla, lasciando ampio margine di autonomia. Quali sfide per il futuro in un Paese sempre più povero? Le opzioni aperte sono due: la prima è semplicemente introdurre un salario minimo legale, calcolato con formule trasparenti, corredato da un meccanismo di indicizzazione annuale e legato al costo della vita e all’inflazione, come tanti Paesi europei hanno fatto prima di noi. Un salario minimo ben calibrato non è un freno, ma può diventare un motore di equità e crescita, come dimostrano Germania, Portogallo e Slovenia, che hanno introdotto o adeguato i minimi senza impatti negativi sull’occupazione. La seconda possibilità è rafforzare la capacità negoziale dei sindacati, incentivando accordi settoriali o territoriali in tutti i comparti soprattutto quelli meno coperti - e aumentare quindi la capacità contrattuale dei lavoratori. In entrambi i casi, comunque, rimane fondamentale anche combattere il lavoro nero, che terrebbe numerosi lavoratori fuori dalle tutele di queste soluzioni. L’Italia non può più permettersi di restare a guardare: in un mercato del lavoro sempre più flessibile e globalizzato, il salario minimo resta uno spartiacque certo tra un reddito dignitoso e la povertà salariale.


Lavoro in Vaticano: tra austerità e richieste di equità salariale di Marco Ferrero In un momento in cui il Vaticano affronta sfide economiche significative, da cui appaiono, però, toccati solo marginalmente i porporati e le alte sfere dell’amministrazione d’Oltretevere, i dipendenti laici chiedono riconoscimento, equità e partecipazione nelle decisioni che influenzano direttamente le loro vite. In occasione dello scorso Primo Maggio 2025, l’Associazione dei Dipendenti Laici Vaticani (ADLV) ha ribadito la necessità di adeguare i salari al costo della vita e agli aumentati carichi di lavoro, evidenziando che la base stipendiale è ferma al 2008 e che i meccanismi di promozione non sempre risultano trasparenti. L’ADLV denuncia, quindi, una gestio-

ne sempre più aziendalista, che rischia di snaturare la vocazione originaria del lavoro nella Santa Sede. Con regolamenti obsoleti e meccanismi poco meritocratici, il malcontento cresce, chiedendo giustizia sociale anche là dove si predica il Vangelo. Stipendi attuali: stime e considerazioni. Il personale laico della Santa Sede è inquadrato in dieci livelli funzionali, ciascuno associato a specifiche mansioni e responsabilità. Secondo stime recenti, il salario medio per un dipendente laico del Vaticano si aggira tra i 30.000 e i 40.000 euro annui, con variazioni in base al ruolo e all'anzianità. Tuttavia, l'Associazione dei Dipendenti Laici Vaticani (ADLV) sottolinea che, nonostante un cuneo fiscale inferiore rispetto all'Italia (circa il 10% contro il 45,9% italiano), gli stipendi netti risultano in linea o addirittura inferiori a quelli italiani. Un salario fermo nel tempo. Dal 2008, la base stipendiale dei dipendenti vaticani è rimasta invariata. Nonostante un adeguamento del 5% nel 2023 attraverso l'ASI (Aggiunta Speciale di Indicizzazione), l'inflazione ha eroso significativamente il potere d'acquisto, con un tasso che ha raggiunto il 10% nello stesso anno. In parallelo, gli affitti degli immobili vaticani, gestiti dall'APSA, sono stati adeguati all'inflazione reale, aumentando ulteriormente il peso economico sui lavoratori. Scatti biennali sospesi. Nel 2021, è stata sospesa l'erogazione degli scatti biennali di anzianità, una

Lavoro

Nel cuore della cristianità, anche i dipendenti laici del Vaticano sollevano la voce: salari fermi, esternalizzazione, inflazione galoppante e un sistema che sembra ignorare le loro esigenze.

misura che ha avuto un impatto significativo sul reddito dei dipendenti. Secondo l'ADLV, questa sospensione potrebbe comportare una perdita complessiva fino a 22.000 euro nel corso della carriera di un dipendente, considerando le ripercussioni su stipendio, liquidazione e pensione. Assunzioni e promozioni: un sistema opaco. Il blocco delle assunzioni e delle promozioni, in vigore dal 2014, ha limitato le opportunità di crescita professionale. Allo stesso tempo, alcune promozioni e incarichi sono stati assegnati senza concorsi pubblici, sollevando dubbi sulla trasparenza e meritocrazia del sistema. Esternalizzazioni e perdita di identità. L'esternalizzazione di servizi come pulizie, portierato e gestione del patrimonio immobiliare ha trasformato il Vaticano da una comunità ispirata ai valori del Vangelo a un'entità sempre più simile a un'azienda. Questa transizione ha generato preoccupazione tra i dipendenti, che temono una perdita dell'identità e dei valori che hanno storicamente caratterizzato il loro ambiente di lavoro VICENZAPIÙ VIVA 11


foto da Pexels - punttim

Come sta il lavoro in Italia (e dove sta andando) Luci e ombre del mondo del lavoro nel nostro Paese. Aumenta il numero delle persone con un lavoro, ma gli squilibri e le diseguaglianze restano forti e il livello dei salari è in stagnazione... Fig. 1. Occupati

Gennaio 2020 - febbraio 2025, valori assoluti in milioni, dati destagionalizzati

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di Salvatore Borghese Come ogni anno, anche nel 2025 il Primo Maggio è stata l’occasione per riflettere sullo stato di salute del mondo del lavoro in Italia. Da un punto di vista meramente quantitativo, il bicchiere sembra essere mezzo pieno: i dati ISTAT più recenti (febbraio 2025) mostrano infatti un tasso di disoccupazione sceso al 5,9%, il valore più basso dal 2007; ancora più rilevante è il tasso di occupazione (calcolato sulla popolazione attiva, cioè gli italiani che hanno dai 15 ai 64 anni), che è pari al 63%, un record dall’inizio delle serie storiche ISTAT: non ci sono mai stati così


tanti italiani al lavoro come oggi. Eppure, come spesso accade, anche dietro ai numeri più lusinghieri si possono nascondere delle ombre. Il tasso di inattività, che misura la quota di persone che non hanno un lavoro né lo cercano, resta infatti elevato: circa il 33%, un italiano su tre, un dato di molto superiore alla media europea (20% nel 2024 secondo Eurostat). Peraltro, un aspetto cruciale riguarda la definizione stessa di “occupato” adottata nelle statistiche ufficiali. Secondo la metodologia dell’ISTAT, viene considerato occupato chi, nella settimana di riferimento dell’indagine, ha svolto almeno un'ora di lavoro retribuito o ha contribuito all’attività di un'impresa familiare non retribuita. Sono inclusi anche coloro che, pur essendo temporaneamente inattivi (per ferie, malattia, maternità o altre cause), conservano il rapporto di lavoro. Questo criterio è in vigore in Italia da molti anni (2004), da quando cioè l’ISTAT si è uniformato agli standard

internazionali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Si tratta quindi di una metodologia che da un lato considera allo stesso modo i lavoratori full time e quelli che lavorano poche ore a settimana, dall’altro consente di fare paragoni sia con le statistiche italiane degli scorsi decenni, sia con quelle degli altri paesi che adottano gli stessi standard. Questo è un elemento importante da tenere presente per interpretare correttamente i numeri. Lavori a tempo, lavori full time Il lavoro, come si diceva, non è uguale per tutti: ci sono molti modi diversi di essere “lavoratori”. La crescita degli occupati, in questo senso, va letta interpretando anche le dinamiche che riguardano le diverse tipologie di rapporto di lavoro. È vero, ad esempio, che una parte consistente delle nuove posizioni lavorative è rappresentata da contratti a tempo determinato. Ma questo fenomeno non va necessariamente letto in chiave

Fig. 2. Tasso di disoccupazione

Gennaio 2020 - febbraio 2025, valori percentuali, dati destagionalizzati

Fig. 3. Inattivi 15-64 anni

Gennaio 2020 - febbraio 2025, valori assoluti in milioni, dati destagionalizzati

Disoccupati al minimo storico, ma ci sono ancora oltre 12 milioni di inattivi (fonte: ISTAT)

negativa: in gran parte, infatti, questi contratti vanno a sostituire rapporti simili giunti a scadenza, all’interno di un mercato che ormai da anni fa ampio ricorso a forme di lavoro flessibili. In altre parole, lungo uno stesso arco temporale, possono essere conteggiati diversi rapporti di lavoro a tempo determinato che però fanno riferimento a un unico lavoratore. Ciò che conta, inoltre, è che ormai da tempo si registra anche una crescita dei contratti a tempo indeterminato. In molti casi, peraltro, si tratta di vere e proprie “stabilizzazioni”: rapporti di lavoro inizialmente a termine che vengono trasformati in impieghi stabili. Questo passaggio, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, rappresenta un segnale importante di fiducia da parte delle imprese e di consolidamento dell’occupazione. Nel complesso, quindi, il lavoro dipendente a tempo pieno mostra segnali di rafforzamento; ma lo stesso vale — seppur con forme diverse e ritmi più moderati — per alcune tipologie di occupazione autonoma, specie nel mondo dei servizi professionali (il famoso mondo delle partite IVA). Tutti questi indicatori segnalano una ripresa più robusta e strutturale rispetto a quanto avveniva in passato, quando le fasi di espansione occupazionale erano trainate quasi esclusivamente dall’aumento del lavoro precario. Tutto questo, è bene ribadirlo, va riferito alla dinamica nazionale complessiva, ma non vale allo stesso modo per tutti. Il mercato del lavoro italiano continua ad essere caratterizzato da profonde disuguaglianze: di genere, di età e territoriali. Tra i giovani, le donne e i residenti nel Sud continua ad esserci, mediamente, un tasso di partecipazione inferiore al mondo del lavoro. Giovani e donne i più svantaggiati L’aumento dell’occupazione registrato dai dati ufficiali avviene, ormai ininterrottamente, dal 2021, cioè dalla fine della prima fase della pandemia. Tuttavia, questa VICENZAPIÙ VIVA 13


tendenza positiva convive con un’altra dinamica, più silenziosa ma altrettanto rilevante: l’aumento della popolazione inattiva, cioè di coloro che non lavorano e nemmeno cercano un impiego. In particolare, crescono le persone che hanno abbandonato ogni tentativo di entrare nel mercato del lavoro, spesso perché scoraggiate da esperienze negative o dalla convinzione di non avere opportunità concrete. Questo fenomeno colpisce soprattutto i giovani e le donne. L’Italia continua ad avere una delle più alte percentuali di NEET (acronimo di “Not in Education, Employment or Training”) in Europa: nel 2023, oltre il 19% dei giovani tra i 15 e i 29 anni risultava inattivo, quasi il doppio della media UE (10,5%). Allo stesso tempo, il tasso di inattività femminile rimane tra i più alti del continente, con forti disparità regionali: al Sud, oltre il 60% delle donne in età lavorativa è fuori dal mercato del lavoro. Il risultato è un mercato molto segmentato, in cui le opportunità non sono equamente distribuite e che finisce per scoraggiare le persone con determinate caratteristiche sociali. Oltretutto, l’inattività si concentra in aree geografiche che soffrono anche di una minore densità occupazionale e di minori opportunità formative, e questo finisce per amplificare lo divario Nord-Sud che caratterizza da sempre il nostro Paese. La vera anomalia italiana Un altro elemento critico (forse il più critico) del mercato del lavoro italiano riguarda il livello dei salari. Negli ultimi trent’anni, le retribuzioni medie in Italia sono pressoché stagnanti, o comunque sono cresciute molto meno che in altri paesi europei. Secondo un'analisi della Banca d’Italia, tra il 1990 e il 2020 il salario medio reale in Italia è aumentato di appena lo 0,3%, mentre in Germania è cresciuto di oltre il 30% e in Francia di quasi il 25%. A questa stagnazione si somma

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Gli occupati in Italia

(età 20-64 anni) sono meno rispetto alla media europea (fonte: Eurostat)

un’ulteriore peculiarità: l’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’Unione Europea a non avere una forma di salario minimo legale. Attualmente, le leggi italiane affidano la regolazione delle retribuzioni ai contratti collettivi nazionali, che coprono una buona parte dei lavoratori, ma non tutti. Secondo stime recenti, oltre il 20% dei lavoratori dipendenti percepisce salari inferiori a 9 euro lordi l’ora - una soglia proposta da alcuni partiti di opposizione come riferimento per un eventuale salario minimo. Un progetto di legge nazionale per il salario minimo era allo studio al momento della caduta del Governo Draghi, mentre l’attuale esecutivo, guidato da Giorgia Meloni, ha esplicitamente escluso l’adozione di un simile provvedimento. Nel frattempo, l’inflazione degli ultimi due anni ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie, rendendo ancora più urgente una riflessione sulla sostenibilità dei

livelli retributivi. Anche per questo, secondo diverse rilevazioni demoscopiche, la stragrande maggioranza degli italiani vedrebbe con favore l’introduzione di un salario minimo legale: una rilevazione di Tecné risalente a un anno fa (maggio 2024) vedeva una percentuale di favorevoli pari al 72%. Il lavoro di domani A complicare il quadro, va considerato che il mondo del lavoro è in una fase di piena trasformazione. L’emergere dell’intelligenza artificiale è solo l’ultimo di una serie di tendenze – la crescente diffusione dello smart working, la transizione ecologica e quella digitale – che impongono un ripensamento profondo delle competenze richieste e delle forme di organizzazione del lavoro. Molti dei lavori che vediamo oggi potrebbero cambiare radicalmente, o persino sparire, nel giro di pochi anni. Altri, del tutto nuovi, stanno già nascendo.


Questo vale per i settori più innovativi, ma anche per comparti più tradizionali, che dovranno adeguarsi ai nuovi paradigmi, e non è detto che l’esito sia sempre favorevole.

foto da Pexels - seven11nash

I numeri raccontano una realtà fatta di progressi importanti, ma anche di disuguaglianze persistenti e fragilità strutturali. Il mercato del lavoro italiano è oggi attraversato da spinte contraddittorie: da un lato la tenuta dell’occupazione, dall’altro salari stagnanti e ampie fasce di popolazione escluse o sottoutilizzate. Ma la fotografia attuale è solo un frammento di un film in continuo movimento. La direzione che prenderemo dipenderà dalle scelte di politica economica, dalla capacità del sistema produttivo di innovare e - non da ultimo - dalla possibilità per le persone di acquisire strumenti per affrontare un mondo del lavoro sempre più complesso. Nulla è scritto in anticipo, e molto resta da costruire. Fonti: ISTAT: https://www.istat.it/it/lavoro-e-retribuzioni - https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/04/CS_Occupati-e-disoccupati_FEBBRAIO_2025.pdf Eurostat: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Employment_-_annual_statistics LaVoce.info (NEET): https://lavoce.info/archives/107692/neet-un-problema-da-affrontare-lontano-dai-luoghi-comuni/ EuNews (salario minimo) https://www.eunews.it/2025/04/10/ue-2025-salario-minimo-eccezioni-italia/

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La Giunta Possamai annuncia misure “contro la prostituzione in strada”, un provvedimento che, più che risolvere un problema di fatto inesistente, ne dimostra la rimozione culturale e la gestione ipocrita. Eppure, dal codice ATECO 96.99.92 potrebbe partire una soluzione concreta

Il falso pudore del Comune e il lavoro delle accompagnatrici e degli accompagnatori di Giovanni Coviello Cambiano le amministrazioni, ma il copione resta sempre lo stesso. La Giunta Possamai ha appena annunciato nuove misure contro la prostituzione in strada a Vicenza, e le ha presentate con toni solenni, come se la città fosse alle prese con un’emergenza sociale di dimensioni epocali. In realtà, si tratta di qualche decina di “accompagnatrici e accompagnatori” maggiorenni, regolarmente presenti sul territorio e senza alcuna connessione con racket o sfruttamento. Donne e uomini che scelgono consapevolmente di offrire un servizio per il quale esiste una domanda da che mondo è mondo e, va detto, spesso discreta se non fosse che è la strada a mostrarla. Strada, che, peraltro, anche se non lo diranno mai pubblicamente, i gestori dell’ordine in privato convengono che viene protetta anche dalle loro pronte segnalazioni di anomalie. Stando al settore Servizi sociali del Comune di Vicenza “nei territori dei Comuni di Vicenza, Altavilla Vicentina, Creazzo e Montecchio Maggiore negli ultimi 12 mesi gli operatori hanno contattato 69 persone su strada (di cui 41 donne in prevalenza rumene e 28 trans in prevalenza brasiliani). Di queste, una dozzina sono quelle che si prostituiscono

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lungo le strade del Comune di Vicenza”. E il dramma pubblico, allora, dov’è? Le sanzioni, grazie al confermato, ma “rafforzato”, giura Possamai, Regolamento di polizia urbana e sulla civica convivenza, sono state “84 nel 2024 (di cui 82 a persone sorprese a prostituirsi e 2 ai clienti) e 46 nei primi tre mesi del 2025 (tutte a carico di chi si prostituisce...)”. Eccolo, quindi, nei numeri stessi, da rapportare a una popolazione adulta nell’area interessata, di circa 100.000 abitanti, il fenomeno sociale di così vaste dimensioni da giustificare ordinanze e conferenze stampa con successivo spargimento di profluvi di inchiostri mediatici e di servizi radio e tv

visto anche e, soprattutto, che, dichiara il sindaco, “La presenza di veicoli utilizzati per la prostituzione risulta particolarmente molesta per i residenti e per le attività di alcune zone della città, in particolare viale San Lazzaro e viale Verona, oltre che causa di degrado”. L'ordinanza - l’ennesima, visto che fu già firmata o mantenuta, in versioni pressoché identiche, da ben due amministrazioni Variati e da quella Rucco - rientra in quella lunga tradizione italiana fatta di perbenismo, ipocrisia e sostanziale inutilità normativa. Non risolve nulla, non tutela nessuno se non il perbenismo di facciata e, come già accaduto in passato, si scontrerà con mancate


La conferenza stampa del Sindaco Possamai che annuncia misure “contro la prostituzione in strada” applicazioni reali, leggansi sanzioni poi non onorate e non si sa quanto realmente sostenibili in eventuali ricorsi legali. Ma allora, perché insistere su un finto problema? Forse perché è più facile colpire le donne in strada, ben visibili, e i loro “clienti” (quelli degli uomini sono be più discreti a Vicenza) piuttosto che affrontare la realtà di un’attività che si è ormai spostata altrove: nelle case private, negli appartamenti affittati in nero a prezzi esorbitanti (con buona pace dell’Agenzia delle Entrate) magari dagli stessi sepolcri imbiancati che protestano per le offese al “pudore”, e sulle piattaforme digitali. E lì, nessuno disturba il decoro. Il Comune dovrebbe avere il coraggio di fare un passo avanti, non indietro. In molti Paesi europei - Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Spagna (in parte) - il lavoro sessuale è regolamentato, tassato, sottoposto a norme igienico-sanitarie e di sicurezza. Anche l’Italia, che pure vanta la celebre Legge Merlin, avrebbe gli strumenti per aprire un confronto serio sul tema, senza tornare ogni volta alla “soluzione rapida” dell’ordinanza moralista. Un’occasione in questo senso potrebbe arrivare proprio dal nuovo codice ATECO 96.99.92, una nuova “categoria” professionale e/o imprenditoriale non specifica ma ampia, che racchiude le cosiddette “altre attività di servizi alla persona” non classificate altrove. In questa zona grigia oggi si inseriscono attività come quelle degli accompagnatori

e delle accompagnatrici, non direttamente riconducibili alla prostituzione (che resta vietata solo se esercitata con modalità che configurano reato, come lo sfruttamento), ma che permetterebbero di regolarizzare situazioni oggi gestite con Partite IVA generiche, quando, nel maggior numero dei casi, non del tutto in nero. Sarebbe dunque sufficiente un’interpretazione inclusiva - e coraggiosa - del codice, con una guida operativa chiara per l’Agenzia delle Entrate e l’INPS, per permettere a chi offre servizi di compagnia, intrattenimento privato, e consulenza relazionale di operare legalmente, pagando le tasse e usufruendo delle stesse tutele e doveri di qualsiasi altro lavoratore autonomo.

A guadagnarci non sarebbero solo le lavoratrici e i lavoratori del settore, ma anche lo Stato, il Comune stesso (in gettito), i cittadini (meno ipocrisia, più sicurezza), e - soprattutto - quella cultura democratica che dovrebbe distinguere un’amministrazione moderna da una da basso impero... dell’ipocrisia da “bronse cuerte”. E magari, così facendo, si ridurrebbe anche l’evasione legata agli affitti in nero di chi mette a disposizione appartamenti – spesso a costi triplicati – per ospitare chi oggi lavora nel sommerso, senza alcun controllo. Insomma, meno ordinanze e più norme. Meno slogan e più realtà. Vicenza non ha bisogno di simboli moralisti, ma di soluzioni mature. L’ipocrisia, quella sì, è davvero indecorosa.

Un controllo sulla prostituzione da parte della Polizia Locale di Vicenza VICENZAPIÙ VIVA 17


Cosa pensano le escort dei codici Ateco 2025?

La ricerca di Escort Advisor con le voci di escort ed esperti: lo Stato batte cassa, ma darà in cambio prima o poi una vera regolamentazione? di Giovanni Coviello L’1,5% delle escort che si pubblicizzano online accetta pagamenti elettronici. Le recensioni scritte dagli utenti su Escort Advisor, primo sito di recensioni di escort in Europa, lo confermano e le escort lo pubblicizzano sui loro profili. Questo dato è sintomo di una volontà esistente da tempo da parte di una buona parte delle professioniste del sesso di trovare una propria regolarizzazione fiscale. Infatti, molte hanno accolto in maniera positiva la specifica dei codici Ateco 96.99.92. Questo perché in Italia la professione di escort è legale, ma non regolamentata come le altre ritenute socialmente accettabili. Escort Advisor ha chiesto ad un campione di escort cosa pensano di questa specifica entrata in vigore dal 1° aprile 2025 e con la consulenza del commercialista Dott. Cesare Beolchi ha delineato un quadro del settore. I numeri di Escort Advisor confermano la dimensione di un fenomeno difficilmente ignorabile: più di 60.000 numeri di telefono di escort che si pubblicizzano online indicizzati dal portale e oltre 6 milioni di utenti unici mensili, con quasi 820 mila recensioni di incontri. Codici Ateco: le escort li usavano già. Io pago già le tasse. Ho sempre utilizzato il codice Ateco dedicato al servizio alla persona che era molto generico, non specifico per il settore - spiega Mel, vincitrice della classifica top

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escort 2024 di Escort Advisor – Era l’unico modo che ho trovato per pagare le tasse. Adesso vedrò con il mio commercialista come fare per rientrare in questa specifica categoria, così da essere più tranquilla. Penso che il codice Ateco per il settore sia una bellissima occasione. È un’opportunità per tutte le ragazze che vogliono avere una vita tranquilla e serena rispetto al fisco – continua Mel - Anche per mettere qualche soldo in banca, per fare investimenti, finanziamenti, addirittura mutui. Per me vuol dire libertà e potrebbe essere l'inizio di un possibile dialogo per regolarizzare il settore in tutti i sensi, non solo a livello fiscale, ma anche come tutela di tutti i diritti. In realtà, la situazione fa clamore solo per la puntualizzazione del settore nei codici Ateco. Le differenze tra il vecchio codice

che contemplava l’attività di escort (96.09.03) e l’attuale (96.99.92) sono: l’introduzione di uno specifico riferimento alla fornitura di servizi sessuali e alla organizzazione di servizi sessuali, di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione; l’inserimento esplicito della parola escort che prima non era espressamente indicata in quanto c’era solo il termine italiano accompagnatrice; l’indicazione della versione maschile accompagnatore che in precedenza non era presente. Come conferma il Dott. Cesare Beolchi, Dottore Commercialista in Milano, in esclusiva per questo approfondimento di Escort Advisor: Nella sostanza, l’attività di escort, quale professionista individuale, era già prevista dalla precedente formulazione del codice. La novità assoluta, invece, è


la parte relativa all’organizzazione di attività inerenti il settore della prostituzione, che ritengo, allo stato attuale, inutilizzabile, in quanto attività che risultano essere contrarie alla legge. Ma questo tema sarebbe da approfondire meglio dal punto di vista legale. I doveri fiscali che aprono ai diritti: una necessità per vivere. Sicuramente l’attenzione che è stata creata, può aiutare la comprensione dei doveri e soprattutto dei diritti: l’apertura di una partita iva con il codice ATECO 96.99.92 comporta, come per tutte le altre tipologie di attività svolte in proprio, l’obbligo di tenuta della contabilità e la presentazione della dichiarazione dei redditi, con il conseguente versamento delle imposte e dei contributi INPS – continua il Dott. Beolchi - I benefici, invece, sono quelli di poter esercitare l’attività in un regime di regolarità fiscale e contributiva, avendo quindi la possibilità di far valere i propri diritti da lavoratore e cittadino. Il fatto di esercitare l’attività in regola da un punto di vista fiscale permette di poter versare in banca i propri incassi, anche in contanti, di richiedere dei prestiti, di poter dimostrare di avere un certo volume di reddito, che può essere necessario per affittare casa. Inoltre, il versamento di contributi INPS, garantirà in futuro a queste professioniste una pensione. Conferma questa necessità la escort Linda De Martini: I contanti hanno perso il loro valore di acquisto, se vuoi acquistare qualcosa che superi le soglie consentite per i bonifici, vieni segnalato, quindi sì, è perfettamente giusto regolamentare con un Ateco il lavoro da escort, per permetterci di avere una dichiarazione dei redditi. Tra le varie necessità, non ci sono solo comprare una macchina o chiedere un finanziamento, molte di noi hanno problemi a trovare un appartamento in affitto, anche se la casa è un diritto per gli esseri umani, e nessuno affitta se non si hanno delle garanzie.

Continua Linda che aveva già trovato il suo modo per regolamentare le proprie entrate: L’anno scorso ho aperto una partita iva e faccio la dichiarazione dei redditi, come massaggiatrice olistica. Regolamentare la professione, per me, significa avere più sicurezze in termini economici, poter acquistare una casa, senza rischiare che il conto corrente mi venga bloccato e segnalato e poter godere in futuro di una pensione un pochino più alta e dignitosa. Una modifica che non tiene conto della realtà del settore: la necessità di un riconoscimento non solo fiscale. Anche se una buona percentuale di escort che esercitano in Italia la professione ha già trovato un modo per regolarizzarsi al fisco e trova una conquista questa specifica nei codici Ateco, altre sono scettiche, come la escort Alessia Italiana che si chiede come si potranno controllare le straniere che lavorano in Italia, ma che non sono in regola con i permessi di soggiorno. Andrà a finire che subiranno più controlli le escort residenti in regola, che pagheranno le tasse, rispetto a quelle che continueranno a lavorare in nero perché per lo Stato non esistono essendo irregolari che mandano i soldi all’estero. Le fa eco anche la escort Luna Squirty: E’ molto bello per coloro che non hanno nulla da nascondere e non hanno problemi a portare i soldi in banca come me, anche se gli impiegati mi guardano sempre male. Nonostante questo, chi vuole mettersi in regola lo può fare, non pensavo che in Italia potesse accadere. L’unica cosa che mi fa pensare è il tema delle escort straniere non in regola che non potranno accedervi. Se il riconoscimento da un punto di vista fiscale può garantire dei diritti alle professioniste del sesso, dall’altra apre al tema del riconoscimento sociale e dello stigma legato al settore: Non credo che questa modifica aiuterà ad aumentare il numero di escort che aprirà una partita iva e che

pagherà le tasse, in quanto, a mio avviso, il problema dello stigma per il tipo di professione che svolgono è molto forte – conclude il Dott. Cesare Beolchi - Per assurdo, il fatto di avere un “patentino fiscale” che riporta così esplicitamente il tipo di attività svolta, potrebbe essere un deterrente ad utilizzare tale codice, per evitare di dover far sapere ai terzi, ad esempio la banca o il proprietario di casa, l’attività svolta. Non va per il sottile sul tema anche Mike Morra, fondatore di Escort Advisor, primo sito di recensioni di escort in Europa, che dal 2014 raccoglie le esperienze degli italiani nel sesso a pagamento: Sembra che l’Agenzia delle Entrate, alla ricerca di nuovi fondi da recuperare, abbia deciso di regolamentare le escort prima del Parlamento! Sappiamo che stanno recependo un indirizzo comunitario ma è indicativo di come questo lavoro (perché questo è) abbia bisogno di un quadro normativo più moderno che consenta alle donne che esercitano la professione di poter affrontare il mondo da un piano di parità. Conclude Morra: La professione di escort esiste. Il problema è che esiste solo per il fisco al momento. Abbiamo sempre sostenuto le escort e il loro riconoscimento come professioniste, così come abbiamo sempre garantito ai loro clienti il diritto di scegliere in sicurezza. Le persone vogliono intraprendere questo lavoro vivono ancora nel limbo della legalità non regolamentata, magari adesso possono pagare le tasse e garantirsi un minimo di contributi e diritti, ma arriveremo mai ad un pieno riconoscimento della professione al pari di tutte le altre svolte da liberi professionisti? O persisterà lo stigma e una mentalità rimasta alla Legge Merlin? Una buona percentuale di escort già utilizzava il precedente codice ATECO, come esiste una costante rivendicazione dei diritti da parte del settore. Lo Stato batte cassa, ma darà in cambio prima o poi una vera regolamentazione? VICENZAPIÙ VIVA 19


Codice 96.99.92: il lavoro (in)visibile delle escort Quando lo Stato fa finta di non vedere ma incassa A Vicenza come a Milano, a Roma come a Napoli. C’è un’Italia sommersa che lavora, fattura, paga le tasse. Eppure, non ha diritto a tutele previdenziali reali, viene guardata con sospetto e spesso anche stigmatizzata. Stiamo parlando del mondo di chi opera come accompagnatrice, escort, entertainer – a volte con espliciti riferimenti sessuali, altre no – inquadrata sotto un codice ATECO che, per chi non lo sapesse, recita: “altre attività di servizi per la persona nca”, ovvero “non classificabili altrove”. Un codice ombrello – 96.99.92 – che, nel suo vuoto di definizione, permette di far rientrare attività diverse: cartomanti, operatori energetici, consulenti di seduzione. E sì, anche escort. Ma con un patto implicito: non lo dite troppo forte. La legge che non c’è (o meglio, che c’è ma non funziona) Dal 1958, in Italia, è in vigore la Legge Merlin. Abolì le case chiuse e rese illegale lo sfruttamento della prostituzione altrui, senza però vietare la prestazione sessuale a pagamento in sé, se esercitata autonomamente. Da allora, lo Stato italiano è rimasto in un limbo: non legalizza, non regola, ma tollera. Purché il tutto rimanga sommerso, informale o – in casi sempre più frequenti – travestito da attività “di compagnia”.

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Una Partita IVA per (non) essere viste La via “legale” per lavorare da freelance nel settore è aprire una Partita IVA sotto il codice 96.99.92. Alcuni commercialisti, interpellati per questo articolo, confermano che le pratiche sono regolari: «La dicitura è neutra, non è nostra responsabilità sapere cosa fa di preciso il cliente. Se rispetta le regole fiscali, non ci sono problemi». Ma è davvero così semplice? Abbiamo parlato, in forma anonima, con “Sara”, 38 anni, che lavora come escort indipendente a Vicenza. «Fatturo, pago le tasse, eppure non ho accesso a una copertura sanitaria adeguata. Se vado all’INPS e dico cosa faccio, mi guardano come se venissi da Marte. Il bello è che allo Stato vanno bene i miei soldi, non io.» Un paradosso crudele: se da una parte il lavoro sessuale autonomo non è reato, dall’altra nessun ente pubblico sembra sapere come trattarlo. L’assurdo delle tutele Il codice ATECO permette, in teoria, l’iscrizione alla gestione separata INPS. Ma qui iniziano i problemi. Nessuna cassa previdenziale riconosce in modo esplicito il mestiere. Niente maternità, malattia, disoccupazione. Anche INAIL, che dovrebbe coprire gli infortuni

Tra vuoti normativi, partite IVA aperte regolarmente e silenzi istituzionali, migliaia di persone - soprattutto donne operano legalmente sotto il codice ATECO 96.99.92. È tutto legale? Sì. È tutto chiaro? Tutt’altro.


Lavoro occultato

sul lavoro, resta fuori dal campo. E in un mestiere che comporta esposizione fisica e rischi, il paradosso è lampante. Escort e agenzie: il confine è lo sfruttamento Attenzione però: se una escort lavora con un’agenzia o un intermediario, siamo fuori legge. Si entra nel campo dello sfruttamento della prostituzione, reato penale previsto dalla Merlin. Eppure molte piattaforme online fanno esattamente questo, guadagnando sugli annunci a pagamento. Nessuna interviene. «C’è una schizofrenia totale – commenta un avvocato penalista di Padova – Le escort sono libere professioniste solo fino a quando non disturbano. Poi, se c’è un problema, diventano invisibili o criminalizzate.» Il business (che lo stato finge di non vedere). Secondo alcune stime del Codacons, il giro d'affari del sex work autonomo in Italia – esclusi i racket – supera i 4 miliardi di euro l’anno. In gran parte sommerso. Ma negli ultimi anni, con l’apertura massiccia di Partite IVA in questo settore, qualcosa è cambiato. Non esistono dati ufficiali disaggregati, ma i numeri del codice 96.99.92, in costante crescita, lo dimostrano. «Chi lavora con trasparenza paga fino al 20-25% del reddito in tasse», conferma “Laura”, 41 anni, in attività da oltre un decennio.

«Eppure siamo ancora considerati fuorilegge. Come se la morale contasse più del fisco.» Una mappa a ostacoli Aprire una Partita IVA come “servizi alla persona nca” è semplice: si sceglie il regime fiscale (forfettario, nel 99% dei casi, per chi fattura meno di 85.000 euro), si dichiara il codice 96.99.92. Costo medio tra i 200 e i 500 euro per avviarla. Ma i problemi iniziano dopo. Le banche, ad esempio, spesso rifiutano finanziamenti. Le assicurazioni non coprono i rischi. Le piattaforme di pagamento online bloccano gli account. «Mi hanno chiuso il conto PayPal perché il mio sito aveva contenuti “per adulti”», racconta ancora Sara. Politica e ipocrisia: chi decide? La verità è che questo settore esiste, cresce, contribuisce al PIL e viene ignorato dalla politica. Nessun partito ha il coraggio di mettere mano a una riforma del lavoro sessuale. Troppo impopolare, troppo scomodo. Anche se in Europa sono sempre di più i paesi che regolano o quantomeno riconoscono questo tipo di attività. Intanto, in Italia, il lavoro sessuale resta un’attività “non classificabile altrove”. Come dire: lo sappiamo che esisti, ma facciamo finta di no. Ringraziamo per la consulenza tecnica il dr. Robert Guglielmi, commercialista in Vicenza

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Codice Ateco 96.99.92: cosa consente davvero e dove si ferma la legalità

In un mondo del lavoro sempre più frammentato, anche le attività di accompagnamento e intrattenimento trovano una cornice legale, ma entro limiti ben precisi. Il Codice Ateco 96.99.92 si è ritagliato un ruolo ambiguo e spesso frainteso. Cerchiamo di capirne di più

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In un panorama lavorativo che evolve continuamente, spesso anticipando le stesse normative, anche le categorie fiscali si sono adattate nel tentativo di offrire una cornice legale ad attività difficilmente classificabili. È il caso del Codice Ateco 96.99.92, che recita: "Altre attività di servizi per la persona nca (non classificate altrove)". Nella pratica, si tratta di un contenitore ampio e generico, in cui possono confluire le attività più disparate, purché non riconducibili ad altri codici specifici. Cosa prevede ufficialmente il codice Secondo le definizioni ufficiali dell’ISTAT e dell’Agenzia delle Entrate, il codice 96.99.92 include attività residuali nel campo dei servizi alla persona. Tra queste, si possono trovare: servizi di accompagnamento a eventi o incontri sociali consulenze di immagine e relazionali servizi di “compagnia” non sanitaria a persone anziane o disabili organizzazione di esperienze personalizzate per il tempo libero attività artistiche o creative di intrattenimento privato. È fondamentale sottolineare che l’attività dichiarata deve essere di natura esclusivamente relazionale, sociale, culturale o d’intrattenimento non sessuale. Ogni prestazione deve poter essere giustificata in caso di controllo amministrativo o fiscale.

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Escort e accompagnatori: un confine sottile Nella realtà dei fatti, il codice viene spesso utilizzato da liberi professionisti e professioniste che offrono servizi di accompagnamento a pagamento, talvolta anche presentandosi come escort o accompagnatori di charme. Tuttavia, per lo Stato italiano – che non criminalizza la prostituzione ma ne vieta lo sfruttamento, l’induzione e l’organizzazione in forma imprenditoriale – qualsiasi


Ringraziamo per la consulenza tecnica il dr. Robert Guglielmi, commercialista in Vicenza

prestazione sessuale a pagamento resta al di fuori di ogni inquadramento fiscale. Ciò che può essere regolarmente inquadrato e fatturato con il Codice Ateco 96.99.92 è dunque l’attività di presenza, compagnia, intrattenimento culturale o conversazione, come ad esempio l'accompagnamento a una cena di gala, la partecipazione a un viaggio o la consulenza relazionale. Come si apre legalmente l’attività Chi intende operare in questo ambito può aprire una Partita Iva con il regime forfettario, registrandosi con il codice 96.99.92 presso l’Agenzia delle Entrate. Non sono necessari albi professionali, ma è consigliabile: descrivere con chiarezza l’attività nel campo “descrizione dell’attività svolta” (es. “servizi di accompagnamento e consulenza relazionale”) dotarsi di assicurazione professionale per eventuali controversie Mantenere trasparenza nei pagamenti e nella rendicontazione fiscale. Molti operatori scelgono questo codice per avvalersi della copertura fiscale, emettendo regolari fatture per i servizi offerti, pagano le tasse e versano i

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contributi nella gestione separata INPS. Questo consente loro di operare nel rispetto della legge, evitando ambiguità. I limiti legali Il confine però è sottile, e proprio per questo la chiarezza nei servizi dichiarati è fondamentale. Qualsiasi elemento riconducibile a prestazioni di natura sessuale annulla la validità del codice fiscale e può dar luogo a contestazioni, anche penali. Va ricordato che la legge Merlin del 1958 è ancora in vigore in Italia: non punisce la prostituzione in sé, ma vieta l’organizzazione di case chiuse, lo sfruttamento, il favoreggiamento e la pubblicità a scopo sessuale. Pertanto, l’utilizzo del codice per “coprire” attività diverse da quelle dichiarate può esporre a rischi significativi. Il Codice Ateco 96.99.92 può, quindi, costituire una risorsa preziosa per chi opera con serietà nel mondo dei servizi alla persona, dell’intrattenimento e dell’accompagnamento professionale. Ma richiede trasparenza, rigore e piena consapevolezza dei limiti imposti dalla legge. In un mondo in cui i confini tra relazioni, affari e privacy sono sempre più sottili, la chiarezza resta l’unico vero strumento di tutela.

COME SI APRE UNA PARTITA IVA CON CODICE ATECO 96.99.92 Scegliere il regime fiscale Per chi inizia, il regime forfettario è quasi sempre la soluzione più vantaggiosa: imposta unica al 15% (ridotta al 5% per i primi 5 anni, se nuovi professionisti) niente IVA da applicare sulle fatture semplificazione contabile.

Istruzioni per l’uso

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Aprire la Partita IVA Lo si può fare: online tramite il sito dell’Agenzia delle Entrate tramite un commercialista (costo medio: 200500 euro una tantum) tramite un’associazione di categoria.

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generica e codice ATECO 96.99.92. In caso di controllo, è fondamentale che la descrizione delle attività sia “neutra” (es. “servizi di accompagnamento” o “animazione personalizzata”). QUANTO SI PAGA DI TASSE? Nel regime forfettario, le imposte si calcolano applicando un coefficiente di redditività (67%) all’incasso annuo. Esempio pratico: Fatturazione annuale: 30.000 € Reddito imponibile: 30.000 × 67% = 20.100 € Imposta sostitutiva al 15% (o 5%): 3.015 € o 1.005 € Contributi INPS (26,23%): circa 5.300 € Tasse e contributi totali annui: circa 8.300 €.

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Iscrizione INPS (obbligatoria) Si versano contributi alla gestione separata, anche se, come spiegato nell’articolo, mancano tutele reali (malattia, maternità, disoccupazione). Obbligo di fatturazione Ogni prestazione dev’essere documentata con fattura, indicando chiaramente prestazione

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Lavoro occultato Sempre più lavoratrici e lavoratori del sesso si inquadrano legalmente come “altre attività di servizi per la persona”. Lo Stato incassa, l’INPS contribuisce, ma la politica gira la testa. Ecco cosa prevede (e cosa nasconde) il codice ATECO 96.99.92.

Escort a norma di legge?

Il paradosso del codice ATECO 96.99.92 tra fisco, legalità e ipocrisie italiane «Alla fine, mi sono stancata di dover giustificare chi sono. Sono una escort. Ma soprattutto sono una libera professionista che paga le tasse. Ho una Partita IVA aperta con il codice 96.99.92 e ogni tre mesi verso l’IVA, come ogni cittadina onesta». A parlare, con nome fittizio e voce ferma, è Valentina, una delle decine di professioniste che in Italia hanno scelto di inquadrarsi nel codice ATECO che raggruppa “altre attività di servizi per la persona nca”, ovvero non classificate altrove. Sotto questa etichetta grigia – al confine tra ciò che è legale, ciò che è accettato e ciò che è tollerato – si celano decine di attività tra le più disparate: dai tatuatori agli organizzatori di eventi, dagli operatori olistici agli accompagnatori, fino a chi, nei fatti, esercita la prostituzione in forma autonoma e volontaria.

Ringraziamo per la consulenza tecnica il dr. Robert Guglielmi, commercialista in Vicenza 24

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Il vuoto normativo (comodo per molti La prostituzione in Italia, tecnicamente, non è reato. A stabilirlo è la Legge Merlin del 1958, che ha abolito le case chiuse ma non l’attività in sé. È reato lo sfruttamento, l’induzione, la favoreggiamento – ma non il libero esercizio, se avviene senza intermediari. E qui si inserisce il codice ATECO 96.99.92: l’unico spiraglio “ufficiale” che permette a escort e accompagnatori di versare con-

tributi, essere iscritti alla gestione separata INPS, ricevere fatture, persino mutui. Senza che nessuna legge dica apertamente che si sta parlando di sex work. Partita IVA per escort: manuale (quasi) legale Aprire una Partita IVA con il codice ATECO 96.99.92 è semplice. Serve un commercialista consapevole, una PEC, un inquadramento nel regime fiscale (forfettario o ordinario) e la consapevolezza di restare sempre sul filo del rasoio.


Curiosità: lo sapevi che...

Il problema è che nella descrizione ufficiale non si parla mai esplicitamente di prostituzione. Il che rende ogni attività passibile di contestazione soggettiva. Nessuna legge lo vieta, ma nessuna lo consente esplicitamente. Un “non detto” che lascia spazio a diffidenza, ipocrisie e, in alcuni casi, sanzioni arbitrarie. L’intervista: “Fatturo compagnia, vendo tempo”. Ma il pregiudizio è costante Abbiamo parlato anche con Simone, 34 anni, escort maschile in attività tra Milano e Roma: «Vendo il mio tempo. Alcuni clienti vogliono parlare, altri cercano compagnia a eventi. Se c’è anche sesso, è consensuale, non pagano quello. Fatturo il pacchetto di tempo, come un trainer o un animatore. Ma quando lo dici al CAF o in banca, ti guardano storto». Per chi esercita in trasparenza, il problema non è la legge, ma la cultura. «Lo Stato mi tassa, ma

In Germania e Olanda, il lavoro sessuale è legalizzato, tassato e regolamentato (con tutele sanitarie, previdenziali e legali). In Francia, invece, è illegale pagare per una prestazione sessuale (ma non offrirla). In Svezia, si punisce solo il cliente, non la prostituta. In Austria finiscono ingenti capitali italiani, appena oltre confine In Italia... si galleggia. I numeri (stimati) del settore Sex workers in Italia (stima associazioni): 70.000 Percentuale che lavora autonomamente: 40% Stima delle Partite IVA 96.99.92 attive nel settore: circa 4.000 Introiti annui medi: tra 25.000 e 60.000 euro

Cosa dice la legge? Legge Merlin (L. 75/1958): abolisce le case di tolleranza e vieta lo sfruttamento della prostituzione. Codice penale: punisce l’induzione, lo sfruttamento e il favoreggiamento (art. 600-bis e seguenti). Ma non esiste nessuna norma che vieti di prostituirsi liberamente. Come tutelarsi legalmente e fiscalmente se operi col codice 96.99.92 Trova un commercialista consapevole. Non tutti accettano di seguire clienti con attività “di frontiera”. Cerca chi abbia esperienza nel settore e ti aiuti a definire correttamente l’oggetto sociale (es. “servizi relazionali, di compagnia e intrattenimento per adulti”). Registra una PEC e iscriviti al VIES. Per lavorare in modo professionale e tutelarti in caso di controlli, dotati di Posta Elettronica Certificata e iscriviti al VIES che serve anche per le prestazioni di servizi. Inquadra l’attività come “servizio alla persona”. L’attività non deve essere presentata come “prostituzione” ma come “accompagnamento, compagnia e supporto relazionale”. La prestazione deve essere intellettuale o relazionale, non sessuale in senso stretto. Prediligi il regime forfettario (se possibile). Permette tassazione agevolata (5% o 15%) e adempimenti semplificati. Per aderire, serve rispettare requisiti di reddito e non svolgere attività in forma societaria. Documenta tutto e conserva ricevute. Meglio emettere regolare fattura o ricevuta anche per le prestazioni più semplici. Usa pos o bonifico: evita sempre il contante, sia per tracciabilità che per sicurezza. In caso di dubbio, consulta un legale. Un avvocato specializzato in diritto del lavoro e diritto penale può aiutarti a restare nei margini della legalità e a tutelarti da accuse infondate di favoreggiamento o altro.

non mi tutela. Se vengo aggredito, sono solo. Se mi ammalo, non ho tutele. Ma pago tutto: IVA, INPS, tasse. Lo faccio perché credo in un’Italia diversa». I casi noti e il paradosso fiscale Nel 2014 la Cassazione (sentenza 10578) ha confermato che i guadagni derivanti dalla prostituzione devono essere dichiarati. In altri casi, l’Agenzia delle Entrate ha contestato evasione a sex workers che non avevano aperto la Partita IVA. Il paradosso? Non puoi dichiarare di prostituirti, ma se non dichiari redditi derivanti da attività sessuali, sei un’evasora. Dove sono le tutele? Assenti Né INPS né INAIL offrono coperture su misura per chi esercita attività legate al sex work. Niente disoccupazione, niente invalidità, niente maternità (se non in casi

residuali). Alcuni sindacati autonomi o associazioni stanno cercando di offrire supporto e tutela giuridica. Ma il vuoto normativo resta profondo. Un futuro da chiarire (ma non troppo) Nel 2022 una proposta di legge a firma Zanella (PD) ha riaperto il dibattito sulla regolamentazione del sex work. Ma come sempre, la politica si ferma alla soglia del pudore. Intanto, lo Stato incassa – e tace. E chi esercita? Cammina su un crinale ambiguo, fatto di norme a metà e dignità non sempre riconosciuta. Il codice ATECO 96.99.92 potrebbe essere l’escamotage legale per una professione che l’Italia si ostina a non voler vedere, ma dalla quale, in fondo, incassa. VICENZAPIÙ VIVA 25


Per sdrammatizzare: Le vere vittime

Lavoro / Umorismo noir

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C

aro Commendatore, adesso che siamo rimasti soli ce lo possiamo dire senza paura: questa cosiddetta giustizia ha proprio passato il segno! Non me ne parli Ingegnere, pietà l’è morta! Prenda il nostro caso. Ci accusano di aver causato la morte di decine di operai per non aver adoperato misure di protezione adeguate alla pericolosità del lavoro. Faranno morire noi dal ridere... Ma se avessimo osato, durante lo svolgimento del processo, dire come stavano effettivamente le cose cosa sarebbe successo secondo lei? Non oso pensarci. Era chiaro che avevano le loro ipotesi scientifiche già belle che precostituite. E i giornali? Se li immagina i giornali? Guai parlare male degli operai, anche quando sono delinquenti. Eppure le prove sono evidenti. Direi inoppugnabili. Legga questo trafiletto del giornale: “Cancro alla vescica per gli operai addetti alle vernici. Quando tornavano a casa la loro orina era colorata.” Colorata! Lo dicono sfacciatamente. E perché era colorata? Perché se la nascondevano nella vescica per portarsela fuori dalla fabbrica dove, una volta urinata, la usavano per i loro lavori o magari se la rivendevano persino. Quelli sono capaci di tutto. Non lo dica a me che devo affrontare anche un altro processo per la mia fabbrica di amianto.

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Quei terroristi del sindacato mi hanno denunciato perché i miei operai contrarrebbero una roba che si chiama mesotelioma. Invece di ringraziarmi perché li ho resi praticamente ignifughi. Comunque, Ingegnere, ci hanno poi condannato solo a quattro anni e sette mesi. Poteva andare peggio. Cosa pensa di fare? Io me ne andrò alle Barbados prima della sentenza della Cassazione, tanto il mio avvocato non mi ha dato speranze. E lei? Ho già aperto una fabbrica di amianto in India. Lì sono civili e ti lasciano ancora fare e produrre quello che vuoi e come vuoi. Bella idea. Faccia un salto a trovarmi appena può e mi dica come va. Magari riapro anche io la mia fabbrica in India. Claudio Mellana


Morti sul lavoro “L’artista” Carlo Soricelli da oltre 15 anni documenta da “volontario” le vere vittime del lavoro in Italia includendo i morti dimenticati dall’INAIL di Eleonora Boin Non si può parlare di lavoro senza parlare di quelli che di lavoro muoiono, ed è proprio per loro che siamo andati a trovare Carlo Soricelli, artista e fondatore dell’Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna. Nel 2008 Soricelli si rende conto che i dati INAIL sui morti sul lavoro sono incompleti: non tengono conto dei lavoratori in nero, dei lavoratori vittime di incidenti “in itinere” e di altre casistiche particolari. Da allora porta avanti una battaglia rumorosa: quella della sensibilizzazione contro le morti bianche, una tragedia i cui numeri, contrariamente alle aspettative, non scendono nonostante le misure di sicurezza. Per l’impegno artistico e umano che Soricelli ha dedicato nella sua vita, la Città di Bologna nel febbraio del 2025, l’ha insignito della Turrita d’Argento.

Il fondatore dell’Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna che elenca anche i lavoratori in nero e le vittime di incidenti “in itinere”: “Spero nella grande partecipazione ai referendum a giugno, perché la politica o la fai o la subisci!”

Carlo Soricelli e il suo ritratto di Mattia Battistetti Quando e perché ha deciso di fondare l’Osservatorio? Prima di andare in pensione ero un tecnico metallurgico e già negli anni ’80 mi occupavo di riprese e filmati sul mondo del lavoro. Negli ultimi dodici-quindici anni, prima della pensione, avevo sentito l’urgenza di documentare come è cambiato il lavoro nel tempo. Poi, a dicembre 2007, è arrivata la tragedia di Torino alla ThyssenKrupp: sette operai bruciati vivi. Cercavo

notizie online e non ne trovavo: l’ultimo dato INAIL era dell’anno precedente. Con la tecnologia odierna mi sembrava assurdo che lo Stato non tenesse un monitoraggio aggiornato. Così, grazie all’aiuto dei miei figli – uno tecnico informatico e l’altra laureata in Scienze della Comunicazione – abbiamo lanciato il primo monitoraggio indipendente il 28 dicembre 2007, dando vita all’Osservatorio sui morti sul lavoro. VICENZAPIÙ VIVA 27


Quali episodi l’hanno colpita maggiormente tra quelli di cui si è occupato? Sono tantissimi perché ogni morte è un dramma familiare enorme. Penso a Mattia Battistetti, morto il 29 aprile 2021 a Montebelluna schiacciato da un carico di 15 quintali, sul cui caso proprio in questi giorni c’è stata la dodicesima udienza del processo: ho conosciuto sua madre, Monica. Così come ho conosciuto la mamma di Luana D’Orazio, la giovane operaia morta il 3 maggio 2021 finendo nell’ingranaggio di un orditoio (manomesso) della fabbrica in cui lavorava, a Montemurlo, vicino a Prato, e la mamma di Lisa Picozzi, l’ingegnera caduta il 29 settembre del 2010 dal tetto di un capannone a Tricase, in provincia di Lecce, che stava visionando. Incontrarle ti sconvolge e ti spinge a dire: ‘Devo fare qualcosa, sensibilizzare’. Credo di esserci in parte riuscito: oggi c’è molta più attenzione, anche se, nei diciotto anni in cui ho mandato migliaia di mail al mese alle istituzioni raccontando che i veri morti sono molti più di quelli ufficiali - non ho visto, purtroppo, interventi concreti da parte della politica. Secondo lei, cosa dovrebbe fare il governo per prevenire queste tragedie?

Partiamo dal presupposto che non è una questione né di destra né di sinistra, tutti i governi hanno fatto poco. Prendiamo il caso di Firenze, con la trave caduta che ha ucciso 5 operai: si è parlato subito di inasprimenti delle pene ed è stata introdotta la patente a crediti, che però all’atto pratico non serve a nulla, è solo carta. Poi, trovo scandaloso che in diciotto anni nessun ministro dell’Agricoltura abbia speso una parola per gli incidenti da trattore: quasi tremila vittime dal 2007, 143 solo lo scorso anno, e zero interventi, nemmeno una dichiarazione. E sono sicuro che i numeri li sanno, perché mando costantemente mail per aggiornarli. In ultimo, secondo me è fondamentale ripristinare in piena forza l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: il Jobs Act fatto da Matteo Renzi, lo ha svuotato del suo scopo. Ora i nuovi assunti - resi precari e senza garanzie proprio - sono costretti ad accettare anche i lavori più pericolosi per paura di essere licenziati ingiustamente, sapendo che ormai non verrebbero più reintegrati nel posto perso. Cosa pensa dei prossimi referendum sul lavoro? Adesso ci sono cinque referendum – quattro riguardano i diritti dei lavoratori – e spero che le persone vadano in massa a votare,

Morti bianche, di Carlo Soricelli

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soprattutto i giovani e chi lavora. In particolare, si richiede di estendere la responsabilità dell’imprenditore committente nel caso di infortuni o morti sul lavoro in presenza di appalti, che poi è la condizione presente quasi sempre negli incidenti nelle grandi opere. Credo sia l’occasione per rendere più efficace la sicurezza sul lavoro e richiamare l’interesse di chi finora è rimasto indifferente, anche perché la politica o la fai o la subisci! Esistono già norme come la legge 81/2008, come mai i morti sul lavoro non diminuiscono? Il decreto legislativo 81/2008 avrebbe tutti i punti giusti, il problema è che non vengono applicati o controllati. L’INAIL monitora solo le denunce formali e non conteggia i lavoratori in nero, gli autonomi o i pensionati che continuano a lavorare la terra. Negli appalti, sia pubblici sia privati, il lavoro è frammentato, il Documento unico di valutazione dei rischi da interferenze (DUVRI), ovvero i rischi di natura interferenziale con fornitori e imprese appaltatrici, spesso rimane solo un pezzo di carta, intorno al quale lucrano persone interessate più ai soldi che girano nell’ambiente della sicurezza che all’etica lavorativa. Occorre una grande campagna di comunicazione - per ricordare alle persone che la vita vale più di qualsiasi lavoro - e controlli veri nei cantieri e negli appalti. Quali settori ritiene più critici e di cui si parla meno? Senza dubbio agricoltura ed


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edilizia. Le cadute dall’alto rappresentano circa il 30% degli incidenti mortali ogni anno ma anche in agricoltura, dato che, come dicevo prima, mediamente 150 persone all’anno vengono schiacciate dal trattore. Inoltre, è anche significativo che un terzo delle vittime abbia più di sessant’anni: allungando l’età pensionabile, costringiamo persone con artriti, problemi di vista e udito a lavori pericolosi, spesso costretti a lavorare per colmare i contributi mancanti. Per non parlare poi di tutti quei lavori che fanno morire la gente di fatica: lavoratori autonomi, precari e senza tutele, costretti a lavorare anche 12 ore magari guidando mezzi per centinaia di chilometri. Perché poi, oltre a chi muore sul luogo di lavoro, c’è anche chi muore “in itinere", mentre si reca in azienda o in ufficio. Da questo punto di vista, chi rischia di più sono le donne, perché, finito il lavoro “tradizionale”,

Complessivo 2024 morti sui luoghi di lavoro nelle regioni (escluso itinere) in rapporto al numero di abitanti, così come li conta Eurostat

nr. morti un morto ogni dalla provincia x abitanti peggiore alla migliore 39 27.743 Trentino Alto Adige 18 29.611 Basilitaca 4 30.700 Vale d'Aosta 45 32.933 Marche 37 34.324 Abruzzo 31 38.516 Friuli Ven. Giulia 7 41.285 Molise 35 44.837 Sardegna 116 48.206 Campania 76 48.520 Toscana 81 54.681 Emilia Romagna 83 58.289 Veneto 14 59.857 Umbria 62 62.741 Puglia 23 65.608 Liguria 71 67.633 Sicilia 137 72.628 Lombardia 73.500 Calabria 25 77.121 Lazio 74 78.518 Piemonte 54

Pezzi di una mostra di Soricelli: 300 volti di vittime di incidenti sul lavoro comincia subito il secondo, quello di cura, e quindi tra genitori anziani da accudire, figli da andare a prendere a scuola e altri lavori casalinghi, lo stress gioca un ruolo fondamentale. Ha accennato a un problema culturale legato alla sicurezza sul lavoro. Può approfondire questo aspetto? Sì, c’è un problema culturale devastante: basti vedere che tantissimi artigiani muoiono sul lavoro nonostante siano i primi a potersi autotutelare. Anche quando vengono organizzati corsi di sicurezza ‘fatti bene’, resta sempre un limite culturale che si fa fatica a superare. Spesso manca la consapevolezza che rifiutare un incarico pericoloso non sia un atto di indisciplina ma un diritto. Senza questo cambio di mentalità, qualsiasi legge rimane inefficace. Una volta lasciato Carlo Soricelli, e le sue opere, di cui parliamo nelle prossime pagine, quello che ti rimane è la sensazione di impegno civile che trasuda dalla passione con cui parla di quello che fa. Soricelli ha preso la sua indignazione e ne ha fatto una testimonianza sociale e artistica importantissima, un lavoro di volontariato incredibile che ricorda sì i numeri, ma soprattutto le storie che ci sono dietro ogni vita spezzata, quelle delle famiglie distrutte e del fallimento della nostra collettività. Le leggi scritte, e il loro inasprimento dopo ogni tragedia, non servono a niente se restano inapplicate e senza controlli, come non bastano le commemorazioni se non seguono azioni concrete. In vista dei referendum di giugno, l’appello di Soricelli a “fare la politica e non subirla” è un invito alla responsabilità civile: perché nessuno dovrebbe morire per guadagnarsi da vivere. VICENZAPIÙ VIVA 29


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Carlo Soricelli

Ritratto dell'artista, attivista contro le morti bianche di E.B. Carlo Soricelli non è un sociologo né un politico, ma un artista e un tecnico metallurgico in pensione che nel dicembre 2007, dopo la strage di Torino alla ThyssenKrupp, ha fondato l'Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna. Tuttavia, non si può comprendere Soricelli e il suo impegno sul tema della sicurezza sul lavoro senza indagare la sua identità artistica. Salutandoci, al termine dell’intervista, Soricelli mi ha detto “da ragazzo pensavo che l’arte potesse cambiare il mondo”: un’idea, questa, che nei decenni ha pervaso la sua esperienza artistica, perché alla fine sia la pittura sia la scultura di Carlo Soricelli rappresentano il suo credo e il suo impegno politico, ritratti di un percorso artistico e civile unico. I ritratti esposti nel suo studio a Casalecchio di Reno (BO), parlano di lavoratori, di partigiani, di rifiuti e della condizione umana, in un vortice di colori e immagini che coprono tutte le pareti. Carlo Soricelli, nato 72 anni fa a San Giorgio del Sannio in provincia di Benevento, è il fondatore di due movimenti artistici - la Pittura Pranica, in cui “uso l’energia vitale del soggetto: non dipingo solo colori, dipingo forze”, e il Rifiutismo, nel quale l’artista raccoglie oggetti di uso comune dalle strade, rifiuti, appunto, che parlano della nostra società e di noi. In questi due movimenti, Soricelli coniuga sì la ricerca espressiva alla denuncia sociale, ma cerca anche il modo di esprimere quello che capta dalla società che lo circonda. Nella Pittura Pranica, i suoi quadri sembrano illuminarsi di un alito dorato: “Vedi questo qui? Questo è un quadro pranico... con colori talmente particolari, irreali, no? Normalmente dipingo i rossi con i gialli”, racconta l’artista, indicando tele in cui i paesaggi dell’appennino emiliano - luogo di origine della moglie - si dissolvono in vortici cromatici capaci di restituire un’energia primordiale. Nel Rifiutismo, invece, le pareti sono

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Dipinto raffigurante l’eccidio del cavalcavia a Casalecchio sul Reno


Da tecnico metallurgico a testimone civile, l’artista Soricelli ha fondato l’Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna che dà voce alle vittime sul lavoro, per far emergere i veri numeri dietro al fenomeno

Carlo Soricelli con il Premio Turrita d’Argento (foto Comune di Bologna) e alcuni esempi del suo stile Pranico tappezzate di tasselli colorati, al centro dei quali vengono incollati i rifiuti trovati nelle città, un attacco contro l’indifferenza. Alzando lo sguardo al soffitto, o facendosi aiutare da un piccolo specchio, scene prese dai quadri più famosi tappezzano la parete creando immagini alternative, “Io non credo mai alle casualità”, ripete, mentre descrive scene di dolore e ingiustizia: “Questo qui è l’inferno del nostro tempo”. A Bologna, Soricelli ha recentemente esposto la sua poetica ibrida in una mostra molto importante, “Morti sul lavoro. Bianche lenzuola celano vuoti immensi” tenutasi in Casa Saraceni e organizzata dalla Fondazione Carisbo tra il 20 dicembre 2024 e il 19 gennaio 2025. La mostra, curata da Luciano Pantaleoni, ha riunito oltre un centinaio di dipinti e sculture - dal celebre «Non

morire, amico mio» (1981) alle più recenti «Il muro delle farfalle bianche» (2023) e «Il braccio di Satnam Singh in una cassetta di frutta» (2024). Le grandi “lenzuola bianche” sospese nello spazio hanno evocato i numeri freddi delle vittime, mentre le opere di Soricelli ne restituivano i volti e le storie, trasformando il dolore in “poesia civile” e invitando i visitatori a un atto di indignazione condivisa. Durante il nostro incontro, Soricelli mi ha anche raccontato di un’altra occasione recente in cui ha avuto modo di esporre i suoi lavori, ovvero la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi dedicata alle vittime del lavoro, tenutasi nella Basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna l’11 aprile 2025. In quel caso, Soricelli ha esposto “Cristo operaio” (1988) e “Morti bianche”, dipinto raffigurante un corpo

coperto da un lenzuolo bianco, del quale si vedono solo le scarpe da lavoro. “Mi hanno chiesto di esporre un paio d’opere dentro la chiesa dei Servi – spiega –. Non sono particolarmente credente, ma rispetto profondamente la cultura religiosa”. Soricelli ha raccontato un aneddoto di quell'esposizione: “Morti bianche”, infatti, è crollata, staccandosi dalla cornice. “Non dai chiodi dell’ottocento, no quelli han retto” ha sottolineato l’artista, un segno, forse, della fragilità umana. Quello che resta, visitando lo studio di Carlo Soricelli, è la determinazione di chi, “da ragazzo”, voleva davvero che l’arte cambiasse il mondo, e oggi continua a farlo con la forza di una testimonianza che non si limita a contare le morti, ma ne restituisce volto, storia e umanità.

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Ritratti di Protagonisti

Renato Ellero, una vita in trincea con tanta grinta, molto pepe e zero diplomazia Non lo ferma neanche la sedia a rotelle che, anzi, l'ha spinto contro medici e giudici di Federica Zanini La grinta. Seppure oggi amplificata dalla rabbia e fomentata dalla frustrazione per quello che, dieci anni fa, all’improvviso, gli ha rovinato la vita senza ritorno, sembra essere stata sempre un’innata grinta - insieme alla passione per la giustizia - la linfa vitale dell’avvocato Renato Ellero. A ripercorrerne le gesta non sembra un caso nemmeno che sia nato il 14 luglio (1944), il giorno della presa della Bastiglia, come sottolinea lui stesso… Un’intera esistenza spesa per la giustizia, contro le ingiustizie, tra azione,

Veneziano trapiantato in una Vicenza che gli sta stretta, avvocato di fama, ex senatore, da sempre impegnato per la giustizia con giustizia. Nato il 14 luglio, giorno della Presa della Bastiglia, grazie anche alla sua Ada e alla famiglia continua a lottare per se stesso, ma in fondo anche per gli altri

convinzione e rivoluzione. Per gli altri, fino al 2015. Una lunga e fulgida carriera, di legge, accademica e politica, lo ha portato negli anni non solo a essere un personaggio noto a Vicenza, ma anche a popolare le cronache con le battaglie dei suoi (prestigiosi) clienti. Ora, dopo che dieci anni fa, in seguito a un malore, entrò in ospedale sulle proprie gambe e ne uscì su una sedia a rotelle con un’emiparesi, conseguenza di un ictus che «poteva e doveva essere evitato», dopo aver denunciato il San Bortolo e anche la magistratura berica, è la sua personale battaglia contro quelli di cui parla come «i crimini dei camici bianchi» che sta tenacemente combattendo. Con la sua caratteristica grinta, appunto. Non voglio dire che sia la sua unica ragione di vita, perché appena entro a casa sua, accolta da Ada, la sua signora, capisco subito che il suo punto fermo, fermissimo e confortante, è la famiglia. Una grande famiglia, che parte dall’insostituibile moglie, tanto (troppo?) pacata e solida come solo i friulani sanno essere, e passa attraverso due figli di cui va molto orgoglioso, le nuore e i nipoti, fino a tutti gli animali di affezione che ne hanno fatto parte prima di

L’avvocato professor Renato Ellero durante l’intervista Milù, la micia snob ma fedele che non si concede a nessuno, se non al suo Renato. Di origini veneziane, figlio di un noto industriale, Ellero, un passato da senatore dal ’94 al ’96, vive qui dal 1958 e della città, che oggi può godere solo dal terrazzo panoramico, ha dominato la scena per lunghissimi, vivacissimi anni, VICENZAPIÙ VIVA 33


Ritratti di Protagonisti

dedicandosi alla scienza giuridica, all’insegnamento e alla passione politica. Con tanto, tanto pepe in corpo. In città, ma anche in Parlamento e a Roma in genere, conosce davvero tutti. Con il suo inequivocabile e tutto fuorché formale lessico inquadra tutti i personaggi che hanno contato e quelli che contano e non lesina particolari “fuori curriculum”. Perché per lui è così: le cose (e le persone) sono semplici, hanno un nome preciso, almeno quanto l’idea che si fa di loro. Il racconto di una vita fuori dall’ordinario lo porta a citare, nel bene e nel male ma sempre con cognizione di causa, nomi grossi del panorama vicentino, regionale e nazionale e mi convinco che questo suo essere senza mezze misure sia il carburante per un viaggio che, nonostante la tragedia che lo ha colpito, è tutt’altro che finito. Anche i ricordi non sono intrisi di nostalgia, ma conditi al peperoncino e vividi, appassionati. Renato Ellero è una mente fervida e una lingua affilata, che però non colpisce a caso. E non risparmia nemmeno se stesso. Non si nasconde dietro i titoli e si racconta senza nascondere le varie evoluzioni in politica, dalla DC al NO Cav («Berlusconi nel ’94 non si dimise, fu buttato fuori», tiene a specificare), passando attraverso la Lega di Bossi, prima, e la Lega Italiana Federalista (LIF), fondata da lui stesso con altri dissidenti, poi. Lo fa nel suo stile, colorito ma anche colorato. Come quando dice di essere entrato nella Democrazia Cristiana con il cugino di Rumor, a 21 anni, pensando “Andiamo a fare un po’ di casino”. E d’altro canto non ha problemi a dichiarare «Ero rumoriano, ma Rumor non lo amavo affatto». Per non parlare dei tanti aneddoti imbarazzanti, non certo per lui, che eviterò di raccontare. C’è una rinuncia che l’ha segnata, a parte quella devastante a una vita normale cui è costretto oggi? Desideravo moltissimo andare alla Corte Costituzionale e tra il

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1995 e il 1996 me lo proposero, con il benestare sia di Berlusconi che di D’Alema, ma dissi no, perché avevo appena fondato la Lif. Non me ne sono mai pentito però… Però sono stati diversi i suoi no alla politica. Sì, in varie fasi e per disparate ragioni. Quella determinante però, a un certo punto della mia vita, è stata la famiglia. Al di là delle singole situazioni, della mia scarsa stima nei confronti degli elettori italiani, dei meccanismi nascosti e del ricatto dei sondaggi, la mia ragione prima di vita è sempre e comunque la famiglia. Mi sarebbe mancata troppo facendo quel tipo di esistenza. Avevo bisogno delle emozioni, più che della gloria. Amo la giustizia, ma adoro la mia famiglia. Una vita e una carriera intensi lo portano a sgranare come un rosario nomi che si direbbero illustri, a cui però l’avvocato non sempre dà questa valutazione: da Berlusconi a D’Alema, da Nordio a Meloni, da Maccanico a Dini, da Bossi a Maroni passando per mezza Italia, politici e personalità di Vicenza in primis. Ma poi, con naturalezza (e una dolcezza insospettabile), senza piagnistei e con fierezza, è ancora la sfera privata a tirargli fuori i sentimenti. L’armatura lucente si incrina e lui pronuncia queste esatte parole: «Senza mia moglie, mi ucciderei». Ma Ada c’è, va e viene discreta, partecipa senza intromettersi, placa e conforta, non lo contraddice, non minimizza, ma gli fa sentire che c’è altro e che è tantissimo.

Il piccolo Renato con la mamma È il momento per me di accantonare politica, giochi di potere, denunce, scandali - di cui, lo dico fuori dai denti, “alla Ellero”, molto poco mi importa – e di conoscere l’uomo. E la donna che gli sta accanto da mezzo secolo. Ada ora si ferma nella stanza con noi e partono i ricordi, spuntano le fotografie, si incrociano i racconti di vita vera, l’unica che in fin dei conti, può vincere su tutto, sedia a rotelle compresa. Com’è nata la joint venture Ada e Renato? Ci siamo conosciuti nel 1971, a una festa di amici. Ada è originaria di Forni Avoltri e abbiamo scelto di sposarci lì, nel 1974, tra le montagne della Carnia, lontano dalla scena pubblica. Ad aprile dovevamo portare le pubblicazioni ma, causa nevicata tardiva, dovemmo affidarci ai carabinieri, come in un film. L’anno scorso abbiamo festeggiato il cinquantesimo, con semplicità, a pranzo fuori con la famiglia. Mia moglie è essenziale per me, senza


Renato Ellero e la signora Ada Romanin, 50 anni di matrimonio di lei non sarei niente. Mi è sempre stata accanto, sostenendomi e contenendomi. Io sono il battagliero e lei è la diplomatica. In effetti, durante la nostra mattinata insieme, più volte, davanti a frasi non esattamente neutrali come «Io ormai vivo per sputtanare i giudici» e «Io sono uno scienziato del diritto, loro no», la mano di Ada si appoggia

delicatamente sulla spalla di Renato, mentre gli dice «Va bene, dai. Andiamo avanti». I bomba day a cui, volente o, meglio, nolente, è abituata Vicenza, tornati alla ribalta con la costruzione della Tav - su cui sono certa che l’avvocato avrebbe da dire la sua - non sono nulla: per Ada il disinnesco deve essere quotidiano, continuo. Ma lo fa, oltre che con grande maestria,

con evidente amore. Il solo che può essere più forte della rabbia, dell’odio. E gli altri pezzi di cuore? Abbiamo due fantastici figli, Luca e Marco. Entrambi avvocati, però oggi a praticare è solo Marco, Luca invece è nel ramo bancario. Tanta stima e affetto anche per le mie nuore, con cui ho un bel VICENZAPIÙ VIVA 35


Ritratti di Protagonisti

rapporto. Marco e Chiara hanno due figli, Andrea e Ginevra, oggi adolescenti, che, oltre al loro affetto, mi regalano anche soddisfazioni in campo sportivo, rispettivamente nella pallanuoto e nel nuoto sincronizzato. Ultimi ma non ultimi, i nostri adorati quattrozampe. Abbiamo tutti o cani o gatti, o entrambi. Maya, la cagnetta di Marco, trovata quando aveva 2 mesi chiusa in uno scatolone, ha un debole per il “nonno”: non lascia che nessuno mi avvicini. Ada e io oggi abbiamo Milù, scovata anni fa che miagolava in un garage. Ha riempito il vuoto lasciato dalla cagnetta Black, sempre affezionatissima a me, e le due giapponesine di razza Shiba, Tora e Byte, che avevamo preso dopo di lei. Come tutti i gatti, Milù è di rare smancerie, che però a me concede, ma è fedele almeno quanto si dice dei cani: quando fui ricoverato 10 mesi in clinica dopo il fattaccio, al mio ritorno prese a seguirmi ovunque, sia in casa che in passeggiata. Una guardia del corpo. Giuri di dire la verità, tutta la verità (che glielo dico a fare?), nient’altro che la verità: qual è il suo rapporto con Vicenza? Quello di un veneziano trapiantato. Non sono abituato a parlare alle spalle, ai giri di parole, alle maschere. Già quando arrivai, adolescente, non fui entusiasta. Probabilmente già allora ero molto selettivo e ancora oggi, pur conoscendo pregi, difetti (e qualche segreto) di moltissimi protagonisti della Vicenza che conta, ho legato davvero con pochi prescelti. D’altro canto, i vicentini sono sospettosi di natura. Sono avversi al “foresto”. E io mica sono un “ganghero”… In fondo, però, oggi il mio con Vicenza è un rapporto da disabile, come lo sarebbe in qualsiasi altro posto. A stemperare l’amarezza e addolcire le acque, arriva anche questa volta Ada, che dice invece: «La trovo bellissima. È una città che ti fa vivere camminando, ammirandola. Umana, insomma». Dici poco.

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Renato Ellero e la gatta Milù con cui divide la poltrona in cui è “costretto” Sotto: Tora e Byte, i due Sheba di casa Ellero


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Infrastrutture

Comitato Albera, 20 anni di impegno di Giovanni Coviello Il 2 aprile, presso Villa Lattes, il Comitato Albera Bretella Tangenziale di Vicenza ha commemorato i suoi, primi, venti anni con lo slogan “20 di questi anni”, ad indicare che c’è ancora da fare, riflettendo sul percorso intrapreso e sulle sfide future per una mobilità sostenibile e una migliore qualità della vita cittadina. Un impegno costante per la comunità. Fondato oltre vent’anni fa, il Comitato Albera ha lavorato incessantemente per affrontare le problematiche legate al traffico e all’inquinamento nell’omonima zona di Vicenza. Giovanni Rolando, figura storica del comitato, ha sottolineato, insieme a Fiorenzo Donadello e a chi lo ha accompagnato e ancora lo accompagnerà nella sua lotta per la vivibilità di Vicenza e non solo dell’Albera, l’importanza di accelerare la realizzazione di infrastrutture pubbliche per migliorare la vivibilità urbana. Ha ricordato che già nel 1988 il Consiglio Comunale aveva manifestato interesse per tali opere, evidenziando il ritardo accumulato nel corso degli anni e come, una volta partiti i cantieri, per comple-

Giovanni Rolando e Fiorenzo Donatello con i loro documenti e cartelli al Bar Bissa 38

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Giovanni Rolando e Fiorenzo Donatello in Comune

Giovanni Rolando, figura storica

del comitato, ha sottolineato, insieme a Fiorenzo Donadello e a chi lo ha accompagnato, l'importanza di accelerare la realizzazione di infrastrutture pubbliche per migliorare la vivibilità urbana tare la prima parte dell’opera ci siano voluti gli stessi anni che, dal 1956 al 1964, hanno visto nascere l’A1, l’Autostrada del Sole... Risultati ottenuti e obiettivi futuri. Tra i successi del comitato, spicca, comunque, dopo quello, fondamentale anche se interlocutorio, del blocco del passaggio dei TIR grazie all’ordinanza contrastata del sindaco di allora Renato Hüllweck, lo ha detto Rolando “perché per la salute non c’è colore”, l’inaugurazione della bretella di 5,3 km che collega Viale del Sole alla

Strada Provinciale 46 del Pasubio. Tuttavia, Rolando ha evidenziato che, nonostante l’inaugurazione avvenuta il 19 giugno 2023, restano lavori da completare e modifiche da apportare per garantire la sicurezza e l’efficienza dell’infrastruttura. In particolare, ha menzionato la necessità di intervenire sul sottopasso di Strada Comunale Ambrosini, considerato pericoloso per la scarsa visibilità. La voce delle nuove generazioni Ilaria Donadello, giovane ingegnere ambientale e membro attivo del


Ilaria Donadello legge la lettera ancora attuale di una bambina di allora: “Io ho un sogno”

comitato, ha portato all’attenzione dei presenti e ha riletto per noi (il video si può vedere digitando: https://youtu.be/gx4D6Y4skt4) una lettera scritta nel 2002 da una bambina del quartiere, intitolata “Io ho un sogno”. Questo scritto esprime desideri e preoccupazioni che, a distanza di vent’anni, risultano ancora attuali: “Respirare aria pulita, non avvelenata dalle polveri sottili PM10 che ci entrano nei polmoni, che ci ammalano, che ci uccidono. Essere rispettata a piedi o in bicicletta, muoversi sicura sui marciapiedi, attraversando le strade e sulle piste ciclabili. Vivere in una casa che non vibra e non si scuote con il traffico, senza le crepe che avanzano sui muri.”

Queste parole sottolineano come le problematiche legate all’inquinamento e alla sicurezza stradale siano ancora presenti e sentite dalla comunità. Un appello alle istituzioni Il comitato continua a sollecitare le istituzioni locali e nazionali affinché vengano completate le opere infrastrutturali necessarie e si adottino misure efficaci per ridurre l’inquinamento e migliorare la sicurezza stradale. Rolando ha evidenziato l’importanza di una volontà politica determinata e di un impegno concreto per rispondere alle esigenze dei cittadini. In conclusione, il ventesimo anniversario del Comitato Albera,

Comitato Albera Bretella Sp 46 Tangenziale

allietato dalla distribuzione ai presenti di deliziosi ovetti di cioccolato, rappresenta non solo un momento di celebrazione per i risultati ottenuti, ma anche un’occasione per riflettere sulle sfide ancora aperte e sull’importanza di un impegno collettivo per costruire una città più vivibile e sostenibile. Se non sono bastati “20 di questi anni” a chiudere questo capitolo, lungo 5,3 km di strada normale, per aprirne gli altri in sospeso della tangenziale, la triste domanda che non ci si può non fare è: quanto dureranno e con quali problemi anche ambientali i cantieri della linea Tav Tac tra lavori e BOB, la Bonifica Ordigni Bellici, che, ha ricordato nello specifico Rolando, ha anche interessato la bretella? Se ancora oggi Rolando e Donadello con le loro t-shirt gialle stazionano instancabili in tutti i consigli comunali e manifestano là dove serve, quante magliette, di quale colore e di quale materiale (per difenderci se non altro dall’inquinamento se, non, Dio non voglia, da schegge e detriti di ordigni sfuggiti alla BOB di cui nulla si sa) dovremo indossare con figli e nipoti per una linea ferroviaria che poteva benissimo passare, per il progresso, fuori città e non squarciarla internamente senza che, in futuro, nessun treno realmente TAV si fermi e parta dalla stazione... Per finire impossibile non dare atto alla creatività… documentale di Rolando & C. che hanno anche ideato e presentato il vocabolario di “Venti di questi anni”, che vi proponiamo in ordine alfabetico: narra storia e prospettive della tangenziale. VICENZAPIÙ VIVA 39


Infrastrutture

Vocabolario “20 di questi anni” 2005-2025

A Anas Gruppo FS Italiane SpA dichiarazione opera di pubblica utilità. Presidente G.V. Armani, co-firmatario consegna lavori (21.03.2018). Coordinamento Territoriale Nord Est Area compartimentale Veneto-Venezia. B Bretella dell’Albera, primo stralcio funzionale completamento tangenziale Vicenza. C C1 tipo strada extraurbana a due corsie, una per senso di marcia. Cronoprogramma per portare a termine l’opera:720 giorni+150. Collaudi tecnico e amministrativo risultano non ancora redatti. D Del Din nuova base militare americana su area ex aeroporto Dal Molin di viale Ferrarin Vicenza. Divieto transito mezzi pesanti Tir in strade comunali. Divieto monopattini e bici su arteria Bretella. E Espropri 18,5 milioni di euro, per un centinaio di proprietari terreni ed edifici privati (98% in territorio Vicenza, 2% Costabissara). F Finanziamento 92,5 milioni di euro, stabilito e finanziato in Legge di Stabilità dicembre 2014. G Giorni 2530 trascorsi da consegna lavori (21.03.2018 - 24.03.2025). Gara d’appalto aggiudicata a Consorzio Integra Bologna; con ribasso d’asta 31,33%. H HÜllweck Enrico, sindaco di Vicenza (19982008), ha firmato ordinanza comunale vieta-tir di sera e notte all’Albera. I Inaugurazione apertura al transito veicoli Primo Stralcio Primo Tronco Tangenziale Vicenza (19.06.2023). Impresa ATI Consorzio Integra soc. coop. Contratto num. di repertorio 100.710 Raccolta n. 25.850 (27/01/2017). Ne fanno parte soc. ICOS Maltauro di Vicenza, Cloe di Padova. L Lavori da ultimare per Bretella primo tronco. Secondo tronco da realizzare:1,2 km+370 metri al gate Nord base militare Usa Del Din. M Mutagene “sostanze considerate mutagene e cancerogene si respirano all’Albera di Vicenza causa traffico intenso pesante e veicoli” (Ulss Vicenza). Alto il valore di inquinamento atmosferico ed acustico. N Numeri 7 anni corrispondenti a 2530 giorni trascorsi da consegna lavori (21.03.2018); 7 istituzioni pubbliche firmatarie Protocollo di Intesa (2013); 1 viadotto svincolo Sud; 3 rotatorie svincolo Nord SP46 Pasubio; 92,5 milioni di euro stanziati; 18,5 milioni per indennizzi. O Opere al verde di mitigazione ambientale e paesaggistica (3,9 mln di euro stanziati). Ordinanze comunali vieta-tir mezzi pesanti h24 in viale Dal Verme/viale Diaz e in SP46 Pasubio: quartieri Maddalene e Villaggio del Sole/Villaggio Produttività. P Protocollo di intesa progettazione/realizzazione

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opera infrastrutturale definita Completamento Tangenziale Vicenza. Firmato da 7 Istituzioni pubbliche (28.08.2013). Petizione popolare raccolta firme rivolta a sindaco e presidente Consiglio comunale <No tir di attraversamento nei Quartieri di Vicenza per la Vita>. Q Quanto dovranno aspettare i cittadini perché sia realizzata l’opera infrastrutturale di Vicenza Completamento Tangenziale? R Rotatoria Albera quartiere Villaggio del Sole Vicenza; vi confluiscono 5 strade ad alto scorrimento (Pasubio, viale Diaz/Dal Verme, viale Del Sole, via Pecori Giraldi, viale Trento). S Sottopassi carrabili strade comunali via Ambrosini, via Pian delle Maddalene. Sottopassi ciclopedonali (3). Sottopassi poderali (2). T Tangenziale completamento Vicenza VEPUOOO62... Prog. e DG 166081-P 19/12/2014 Aggiudicazione efficace (30/11/2016) Determinazione efficace Anas prot. CDG-0130183. U Grande “U” costituisce la chiusura dell’anello Tangenziale Vicenza-Tangenziale Sud (complanare) - ad Est tramite innesto via Aldo Moro-viale Serenissima. V Variante SP46 Pasubio. Tratto ovest da Vicenza Viale del Sole a Isola Vic.na (9 km poi ridotti a 5,3 km confluenza in località Moracchino Vicenza). Variante di collegamento Vicenza-Alto Vicentino Schio-Torrebelvicino: tracciato e realizzazione da definire. Z Zaia Presidente Giunta Regionale Veneto (20102025). Ha firmato Protocollo di Intesa Tangenziale Vicenza con altri 6 soggetti istituzionali.

Gazebo per la tangenziale di Vicenza del Comitato Albera al Mercato Nuovo


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Ponte sì, ponte no: chiamiamolo ponte Falcone-Borsellino Di Antonino Pellegrino Nell’immaginario di chi a Messina è nato e vissuto il Ponte sullo Stretto ha sempre rappresentato un sogno, il simbolo di una nuova (ma pur sempre antica) Sicilia emancipata, sviluppata ed anche fisicamente connessa al resto dell’Italia e dell’Europa, come se potesse colmare tutte le cesure con il “continente”. Un ponte come simbolo del ritorno all’antico splendore che nei secoli l’ha vista al centro della cultura greca e romana e protagonista del risorgimento italiano. Una Sicilia attraverso la quale le truppe alleate si aprirono la strada per la liberazione dall’Asse dell’intera Italia senza tuttavia liberare quella terra – così piena di meraviglie da non temere uguali – dai mali (e dal malaffare) che da sempre ne hanno ostacolato lo sviluppo. L’abbraccio mortale che la vincola alla mafia, ai baroni, alla corruzione, al malaffare, agli intrecci tra istituzioni e criminalità, reso possibile dalla triste rassegnazione dei siciliani di non potersi opporre con successo a questi fenomeni perché di fatto soli ed abbandonati dallo Stato di diritto, come è avvenuto per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, amati Principi di Sicilia. La frattura dello Stretto è metaforicamente analoga a quella provocata dalle violazioni dei diritti dei cittadini quando restano impunite per l’incapacità - se non addirittura la negligenza - dello Stato di diritto sul quale

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la foto simbolo dei due magistrati del fotoreporter Tony Gentile incombe l’obbligo di intervenire per ristabilire lo status anteriore al compimento del delitto assicurando la civile convivenza e giustificando la propria (principale se non unica) ragion d’essere. Affinché il Ponte sullo Stretto non sia l’ennesima cattedrale nel deserto, come numerose altre infrastrutture, e possa contribuire alla rinascita dell’Isola, deve essere preliminarmente sciolto il legame tra politica, criminalità organizzata, economia, società civile e istituzioni, in una parola il malaffare. In assenza di ciò il Ponte rischia solo di consolidarne ulteriormente i rapporti e costituire fonte di profitti per la criminalità organizzata. Diceva Giovanni Falcone: “Per ventinove anni l’Italia è stata governata da un regime fascista in

cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente un unico partito, la Democrazia cristiana, ha monopolizzato, soprattutto in Sicilia, il potere, sia pure affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione. Dal canto suo, l’opposizione, anche nella lotta alla mafia, non si è sempre dimostrata all'altezza del suo compito, confondendo la lotta politica contro la Democrazia cristiana con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati a Cosa Nostra, o nutrendosi di pregiudizi: ‘Contro la mafia non si può far niente fino a quando al potere ci sarà questo governo con questi uomini’...” Nonostante il tempo sia passato ed i governi cambiati la mafia è ancora lì e la Sicilia è ancora terra occupata. VICENZAPIÙ VIVA 41


Infrastrutture

Non molto tempo fa accuse di voto di scambio e corruzione hanno riguardato il vicepresidente della Regione Sicilia al quale vengono addebitate l’estorsione aggravata dal metodo mafioso, la corruzione aggravata, l’istigazione alla corruzione e turbata libertà degli incanti. Non a torto affermava ancora il Dott. Falcone: “Come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?” È spontaneo pensare a quante azioni - magari anche supportate da leggi ad hoc - potrebbero essere finanziate con un investimento di circa 12 miliardi, quello stimato per il Ponte a carico dello Stato e delle due regioni interessate. Quante task force di forze dell’ordine ed esercito, magistrati, investigatori, potrebbero essere finanziate per realizzare un progetto civile e sociale serio che sradichi dalla Sicilia il cancro della mafia e del malaffare. Task force di persone che operino come indicava lo stesso Giovanni Falcone: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrifico da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”. Come non manca di rilevare la Banca d’Italia (cfr. Questioni di Economia

e Finanza - Occasional Papers Numero 661 – Dicembre 2021 La criminalità organizzata in Italia: un’analisi economica di Sauro Mocetti e Lucia Rizzica https://www.bancaditalia.it/ pubblicazioni/qef/2021-0661/QEF_661_21.pdf):

“Vi sono evidenze, in particolare, che la presenza delle organizzazioni criminali in un certo territorio ne freni in misura significativa lo sviluppo economico nel lungo periodo”. La pubblicazione della Banca d’Italia sintetizza così il fenomeno della presenza della mafia: “La presenza della criminalità organizzata in un territorio ne condiziona in misura profonda il contesto socioeconomico e ne deprime il potenziale di crescita. Inoltre, andando oltre la sfera economica, la presenza di attività illegali inquina il capitale sociale e ambientale.

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A livello internazionale esistono correlazioni significative tra grado di sviluppo economico e presenza della criminalità organizzata (Pinotti, 2015a). Guardando al caso italiano, e usando serie storiche territoriali di lungo periodo, Peri (2004) mostra che la presenza delle organizzazioni criminali (approssimata con il numero di omicidi) è associata a un minore sviluppo economico. Pinotti (2015b) rappresenta il primo esempio di stima causale degli effetti aggregati della criminalità organizzata. Secondo questo studio l’insediamento di organizzazioni mafiose in Puglia e Basilicata nei primi anni Settanta avrebbe generato nelle due regioni, nell’arco di un trentennio, una perdita di PIL pro capite del 16 per cento circa.” Interessante anche il lavoro del gennaio 2020 della SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana): “La criminalità organizzata come freno per lo sviluppo economico del Sud Italia Analisi del fenomeno ed applicazione del modello della Tripla Elica (Studentessa

Francesca Brianza Relatore Prof. Ivan Ureta) (https://tesi.supsi.ch/3527/1/ Brianza Francesca_tesi_Master.pdf) che recita testualmente: “la mafia costituisce uno dei più grandi ammortizzatori sociali delle regioni più povere d’Italia e maggiormente colpite dalla disoccupazione. Su questo aspetto, i dati vengono forniti dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia), secondo la quale nella cosiddetta “industria mafiosa” è impiegato 10% degli abitanti della Sicilia, il 12% di quelli della Campania e il 27% di quelli della Calabria. Ma è proprio questo il meccanismo subdolo della criminalità organizzata: essa non è erogatrice di benessere e di posti di lavoro come ama dipingersi, bensì rappresenta una causa della forte disoccupazione che colpisce soprattutto il Sud Italia, inchiodandolo sul fondo, senza permettergli di crescere e migliorarsi.” “In che misura la presenza della criminalità organizzata rappresenta un freno allo sviluppo e all’innovazione del Sud Italia?”. “La perdita economica per le regioni storicamente a maggiore

Mappa della presenza mafiosa La figura mostra l’indice sintetico di presenza mafiosa a livello provinciale. Le province sono state divise in 4 gruppi, sulla base dei quartili della distribuzione dell’indice; quelle con i colori più scuri (chiari) sono caratterizzate da valori più elevati (bassi) dell’indice di presenza mafiosa


presenza mafiosa si aggirerebbe intorno al 45% del Pil pro capite.” Alcuni fenomeni vengono così analizzati e sintetizzati dalle tabelle nel rapporto Unioncamere denominato “I fenomeni illegali e la sicurezza percepita all’interno del sistema economico italiano” (maggio 2015, ultimo realizzato) (https://www.unioncamere.gov.it/sites/default/ files/articoli/2022-04/Rapporto_Illegalita_%20 ed_economia%20%284%29.pdf)

Per combattere la criminalità organizzata ed il malaffare (diceva Giovanni Falcone: “Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale.”) il governo dovrebbe dedicarsi intensamente alla pulizia delle istituzioni, della politica, alla trasparenza anche all’interno dei poteri dello Stato favorendo

leggi che consentendo l’emergere delle situazioni anomale ed illecite (spesso le une sono il presupposto delle altre) favoriscano il ripristino della piena legalità. Non pare vadano nella direzione di un “incremento rigidità delle leggi” l’abolizione dell’abuso di ufficio, la rivisitazione del traffico

Categorie sociali ed economiche maggiormente colluse con le organizzazioni criminali secondo le imprese italiane (in %)

Domanda a risposta multipla; totale diverso da 100. Fonte: Unioncamere - Istituto G. Tagliacarne Azioni riteute maggiormente utili per contrastare la diffusione dell'illegalità nella provincia di localizzazione secondo le imprese italiane (in %)

Domanda a risposta multipla; totale diverso da 100. Fonte: Unioncamere - Istituto G. Tagliacarne

di influenze illecite e la limitazione alla pubblicazione del contenuto delle intercettazioni in quanto il malaffare spesso alimenta la criminalità organizzata che del primo è la massima espressione. L’efficace contrasto alla criminalità organizzata non può quindi certo prescindere da quello al malaffare. Quante opportunità di sviluppo economico e sociale – come si desume dai dati del rapporto Unioncamere citato – ci sarebbero per una Sicilia “demafiosizzata”? Quanti nuovi pensionati stranieri ed italiani (ai quali ultimi andrebbe estesa la norma) potrebbero volersi stabilire (dal 2019 solo 474 pensionati stranieri – sul 93% della pensione di fonte estera non si versa nulla - hanno scelto di trasferire la residenza in un comune con popolazione non superiore a 20.000 abitanti in Sicilia, Calabria, Sardegna, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia) in una Sicilia “demafiosizzata” come è avvenuto con numeri rilevanti in altri Paesi come il Portogallo fino al 2023, Tunisia, Romania, Isole Canarie, Cipro, Grecia, ecc.)? Quanti investitori e imprese potrebbe attrarre la Sicilia una volta eliminato il rischio di essere taglieggiati o ricattati dalla malavita? Non molto diverse potrebbero essere le considerazioni per l’altra regione interessata, la Calabria. Costruiamo pure questo ponte ma chiamiamolo Ponte FalconeBorsellino e poggiamone le rampe sulle sponde di due terre “demafiosizzate”, pena l’ennesimo insuccesso della politica italiana. VICENZAPIÙ VIVA 43


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L’alta velocità che arriva dopo 40 anni: storia del progetto dal 1995 ad oggi. Nel 2037 vedremo la fine (forse)

Tutto sull’alta velocità e alta capacità:

tempi, costi, bugie, furbizie, latitanze, ritardi di Renzo Mazzaro Chissà perché alta velocità fa venire in mente solo treni di lusso, gente riverita, lontana destinazione, come cantava Guccini: non viaggeranno tra velluti e ori, ma è sempre “il treno dei signori”. Cosa c’entrano quelli del magro giorno e la loro gente attorno, insomma il resto del mondo che paga le tasse per rendere possibile questa operazione? È duro rimontare i luoghi comuni, soprattutto se partiamo dalla

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“Locomotiva”, ma l’alta velocità così percepita è una reminiscenza di gioventù. Esiste solo nella fantasia dei cantautori, dove gli eroi sono tutti giovani e belli. Con l’alta velocità di oggi volenti o nolenti c’entriamo tutti e non solo perché paghiamo le tasse. C’entrano anche quelli che il “treno dei signori” non lo prenderanno mai perché viaggiano sempre su tratte locali con l’abbonamento o il biglietto scontato. Anzi, proprio loro ne dovrebbero beneficiare per primi.

Un aspetto taciuto della “narrazione” consueta sull’alta velocità, che invece vogliamo approfondire, evidenzia un effetto indotto ma non secondario del quadruplicamento dei binari. Oggi il transito sulla rete ferroviaria è misto e la precedenza va ai treni che si muovono su grandi distanze. Il traffico locale finisce in coda, è la Cenerentola del sistema, porta il peso di tutti i ritardi. Il quadruplicamento dovrebbe mettere fine a questi contraccolpi, separando


i due flussi: treni veloci su linee dedicate, traffico locale sulla rete storica, senza più intrusioni. Il risultato sarà che sull’orario dei treni potremo regolare l’orologio, come a Venezia dicono che si può fare con i vaporetti. Forse non sarà così, forse non è vero neanche a Venezia, ma c’è chi ci crede. «Differenziare il traffico in funzione delle diverse esigenze, questo è il grande vantaggio dell’alta velocità», sostiene per esempio Franco Miller, imprenditore veronese che per 12 anni ha seguito il progetto a nome di Confindustria Veneto. «I pendolari saranno liberati dall’incubo dei ritardi, il traffico regionale e locale avrà due binari a completa disposizione, il che significa fornire agli utenti veneti un trasporto efficientissimo». Miller non spartisce i dividendi con le ferrovie, non è cointeressato. La sua azienda produce serrature di sicurezza, ha una filiale a Madrid e un’altra negli Usa. «Siamo considerati leader mondiali nel settore per qualità», dice senza fronzoli. «Abbiamo fatto un accordo di partecipazione con una multinazionale svedese che è il più grosso costruttore di casseforti del mondo e sta puntando sui mercati

dell’estremo oriente: Indonesia, Australia, Malesia, Thailandia, India». Se ne deduce che per i dazi di Trump lui ha l’antidoto. Dal 2009 al 2022 Franco Miller ha tenuto alta la bandiera dell’alta velocità, è stato tra i fondatori dell’Osservatorio territoriale infrastrutture (Oti) del nord Italia e con Transpadana, ente che ha presieduto, si è occupato della rete in tutta la penisola. Aveva ottimi contatti con i francesi, in compenso parla malissimo dell’ex ministro Danilo Toninelli che nel primo governo Conte (2018-19) tenne bloccate le tratte dell’alta velocità Brescia-Verona e Verona-Padova, già finanziate con 3 miliardi dal governo Renzi, ministro alle infrastrutture Maurizio Lupi. «Toninelli voleva riesaminare la fattibilità e la convenienza economica che erano già state valutate, era un pretesto perché era mosso solo da opposizione ideologica», si infervora, e sembra quasi che gli prudano le mani perché con Toninelli ebbe scontri durissimi. A suo modo Miller è un visionario: sul Corridoio Mediterraneo da Lisbona a Kiev vede sfrecciare treni passeggeri a 320 chilometri l’ora di giorno e treni merci di notte a 160, su vagoni speciali per non

Franco Miller, imprenditore veronese che per 12 anni ha seguito il progetto a nome di Confindustria Veneto danneggiare i binari. «All’interporto di Verona li abbiamo già, questi vagoni, quelli attuali verranno dismessi. Le merci passeranno da gomma a rotaia, l’alta capacità trasporterà i Tir, succede già ora. Riusciremo a sfruttare il treno nelle sue modalità migliori. Sarà una trasformazione epocale, che farà fare un salto all’efficienza di tutto il Paese». Un milione di camion tolti dalla strada. Questo sogno italiano è in realtà un progetto europeo nato tra il 1990 e il 1991 con il la rete Ten T che identificava le grandi direttrici di trasporto del continente, poi definite “Corridoi prioritari”. Il Corridoio Mediterraneo (vedi foto di apertura) dell’alta velocità e alta capacità ferroviaria va da Algeciras, un porto vicino a Gibilterra, fino a Kiev. Si chiamava Corridoio 5 quando nel luglio 1995 il Consiglio regionale del Veneto lo adottò. Presidente della commissione trasporti era Renato Chisso, tra i componenti sedeva il padovano Ivo Rossi, allora consigliere regionale dei Verdi che se ne ricorda bene perché il suo gruppo commissionò un contro studio sull’alta capacità. «Se una persona aveva 40 anni nel 1995», commenta oggi VICENZAPIÙ VIVA 45


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Il padovano Ivo Rossi Rossi, passato successivamente per responsabilità di governo, «ne avrà 80 quando l’alta capacità entrerà in funzione nel Veneto, sempre che sia vera l’ultima data indicata dall’assessora regionale Elisa De Berti, visto che il termine dei lavori è stato continuamente spostato: prima 2028, poi 2032 con Salvini e adesso 2035 con De Berti. La Milano-Roma è stata completata nel 2004 e ha cambiato la gerarchia delle città. Oggi è Bologna con la via Emilia che attira risorse e persone, il Veneto è fermo alla Pedemontana. Siamo la terra del decisionismo localistico, alta densità di lavoro e bassa intensità di leadership, alla faccia dell’autonomia tanto propagandata». Siamo già ai giudizi, troppo presto, prima i fatti. Per attingere notizie sul Corridoio Mediterra-

neo la fonte ufficiale è il rapporto annuale che Oti Nord pubblica dal 2021. Il rapporto 2024 uscito lo scorso gennaio è un plico di 140 pagine dove sono illustrati stati di avanzamento dei lavori, finanziamenti, criticità e ritardi di tutte le infrastrutture del nord Italia. L’alta velocità ferroviaria entra in Italia da Lione attraverso un tunnel a doppia canna in costruzione sul Moncenisio. Sarà lungo 57 chilometri e mezzo ma i chilometri totali da scavare sono 162 e quelli realizzati finora solo 40. L’opera è estremamente complessa, ci lavorano 3.000 persone, i costi a carico dell’Italia sono 4,9 miliardi di euro, l’entrata in funzione è prevista nel 2031. «Una volta ultimato il tunnel toglierà dalle strade oltre un milione di camion», si legge nel rapporto. Tanti, pochi? Bisognerebbe sapere qual è il totale dei camion in circolazione all’anno. Per avere un’idea concreta, il milione tolto dalla strada diventa 2.700 camion al giorno, 115 all’ora, 2 al minuto. Chi viaggia sull’autostrada A4 vede transitare una media molto superiore, ma forse spalmata sulle 24 ore rende il milione un dato significativo. In ogni caso dopo il Moncenisio l’alta capacità dovrà fare i conti con le strozzature del tracciato successivo e nel 2031 mancheranno ancora pezzi importanti del mosaico. Per esempio, l’attraversamento di Padova, ancora da progettare. Per tacere dell’in-

L’assessora regionale Elisa De Berti a un taglio di nastro 46

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tera linea Venezia-Trieste dove il quadruplicamento dei binari non è previsto. Non ci sarà bisogno di un ferroviere anarchico che lanci la locomotiva contro il treno dei signori: l’alta velocità rischia di fermarsi da sola. I tre lotti da Verona a Padova. Sullo stato dei lavori nel Veneto il rapporto Oti è aggiornato dalla Fondazione Nordest. Con Gianmaria Toschi, consulente della Fondazione, esaminiamo la situazione dei tre lotti in cui è diviso il tracciato da Verona a Padova. Lotto 1, Verona-Bivio Vicenza. L’intervento ha un costo di 3,3

Gianmaria Toschi, consulente della Fondazione Nordest miliardi di euro, il quadruplicamento è lungo 44 chilometri con binari quasi sempre in superficie o in trincea, escluse tre gallerie artificiali, una a San Martino Buon Albergo e due a Montebello Vicentino. L’avanzamento dei lavori è dato al 60% con fine prevista nel 2026. Per quella data, secondo Franco Miller, dovrebbe essere completata anche l’entrata in Verona, “l’ultimo miglio” che manca al lotto Brescia-Verona sul quale il general contractor, cioè il costruttore per conto di Rfi (Rete ferroviaria italiana spa) è Cepav. Nel tratto Verona-Padova il contraente generale è invece Iricav Due, un consorzio di imprese costituito nel 1991 all’alba del progetto. Composizione: Iritecna 21,5%, Ansaldo 15, Italstrade 19, Girola 12, Salini (ora Webuild) 12, Torno 12, Del Favero


Le due canne del tunnel della Torino-Lione (foto Caroline Moureaux) 6, Condotte 2,5. Oggi è per l’83% costituito dal Gruppo Webuild (Salini S.p.A. 35,72%, Cdp Cassa depositi e Prestiti Equity S.p.A. 16,47%, azioni proprie 2,53%) e per il 17% da Hitachi Rail STS. Lotto 2, attraversamento di Vicenza. Finora è stata la parte più problematica del tracciato, che nel progetto originario di Rfi non doveva entrare in città ma passare a sud. Nel 2008 è cominciata la rincorsa della politica cittadina, con la controproposta di una stazione sotterranea da collocare sotto quella esistente. Ma l’interramento è stato bocciato da Rfi. Nel 2014 si è arrivati ad un accordo di programma siglato tra Comune, Regione, Ministero e Rfi, che spostava la stazione di Vicenza in Fiera, salvo scoprire nel 2016 che il progetto costava troppo per Rfi. Achille Variati sindaco all’epoca e fautore primo dell’opera accettò il punto di vista delle Ferrovie. Ricominciò la progettazione stavolta a cura di Italferr, società di ingegneria di Rfi, con la conclusione attuale: la linea Av/Ac entra a raso in città, salvo non sapere ancora bene come uscire. A Vicenza vorrebbero l’interramento, ma possiamo già anticipare che

non si farà, anche se il Comune nel notiziario di marzo accoglie due ipotesi di interramento su tre. Il motivo è tecnico, si creerebbero le montagne russe: impossibile scavalcare uno alla volta il Bacchiglione e il Tesina tornando sotto-sopra in un breve tratto. Di tutto questo non c’è niente nel rapporto Oti che si limita a illustrare le caratteristiche dei lavori in esecuzione, informando che il costo è 2,2 miliardi, lo stato di avanzamento al 21% e la conclusione prevista per il 2032. Lotto 3, Vicenza-Padova. Sono da realizzare 26 chilometri di tracciato Av/Ac e 10 di rifacimento della linea storica, ma è finanziato solo il progetto definitivo (25 milioni di euro). «Per la fase realizzativa non sono previsti finanziamenti», scrive il rapporto e non aggiunge altro. Attraversamento di Padova. Il rapporto ignora l’argomento. “Sconoscesi” (non si conosce, ndr), come nei fonogrammi dei carabinieri. Sappiamo che da Padova a Venezia il quadruplicamento esiste già dal 1990, manca invece da Corso Australia alla stazione. Su questo attraversamento della città, che dovrà essere realizzato perché i treni non volano, non si sa nulla,

né di ufficiale né di ufficioso. Se ne starebbe occupando Rfi attraverso Italferr ma in gran segreto. Anche l’amministrazione comunale è tenuta all’oscuro: l’assessore Andrea Micalizzi ha ammesso in seduta pubblica che le richieste d’incontro con Rfi vengono continuamente procrastinate. Siamo tornati alle carte geografiche dell’antica Roma, quando sopra i territori sconosciuti scrivevano “hic sunt leones”? La situazione è paradossale perché anche a Padova, come già accaduto a Vicenza, si parla da anni di approfittare dell’alta velocità per interrare la stazione ferroviaria, congiungendo finalmente la città all’Arcella. Non è escluso che proprio quanto accaduto a Vicenza abbia messo in allarme Rfi, che non vuole incappare in un bis. Facile prevedere che anche a Padova, come a Vicenza, non ci sarà nessun interramento della stazione. I tecnici l’hanno già spiegato: con quattro binari in più a ovest che devono avere la precedenza, la linea da Bologna a sud, il locale Castelfranco-Bassano che interseca da nord e il collegamento con l’Interporto nel ruolo della serva, l’intasamento è tale che sarebbe più facile alzare la città. D’altra parte, riunificare VICENZAPIÙ VIVA 47


Infrastrutture

Padova con l’Arcella è un problema di Padova, perché deve pensarci Rfi che si occupa di binari? Non fa una grinza. Questo non impedisce agli abitanti della periferia ovest di dormire preoccupati: attendono l’arrivo del quadruplicamento senza avere un’idea delle aree che verranno attraversate. E degli espropri a cui devono prepararsi. I comitati popolari sorti per avere voce in capitolo non trovano interlocutori. L’intersezione con l’autostrada a Grisignano. Se la linea Av/Ac consistesse nel mettere a terra i binari e nient’altro, i problemi sarebbero ridotti ai minimi termini. I guai cominciano quando i binari incrociano strade, autostrade, fiumi, quando tagliano la falda freatica e cambiano la situazione idrogeologica del territorio, oltre al paesaggio. Quando sventrano una città che preesisteva, con gente che vorrebbe continuare a lavorare e a vivere, se non come prima almeno in modo decente. La soluzione di problemi stradali e idraulici da Verona a Padova è affidata ad una società di ingegneria e progettazione di Roma, il Consorzio Bonifica, che lavora per Iricav Due, la quale lavora per Rfi, che si avvale di Italferr con cui Bonifica deve fare i conti. Bisogna parlare con i progettisti di questa matrioska per scoprire l’altra faccia dell’alta velocità. Limitiamoci al terzo lotto, il tratto Vicenza-Padova, finora tenuto in scacco dalle mancate decisioni del Comune di Vicenza sull’attraversamento della città, dal tribunale al confine est del territorio. Negli ultimi mesi Iricav Due ha deciso di mandare avanti il carro prima dei buoi, autorizzando la progettazione definitiva del terzo lotto senza aspettare Vicenza. Il progetto definitivo, che serve per le autorizzazioni, verrà consegnato a giugno ma deve risolvere i problemi che avrebbero dovuto essere affrontati dalla progettazione preliminare, approvata dal Cipe nel 2004. Non è avvenuto perché i progettisti di allora si preoccupavano solo dei binari, il resto veniva dato per scontato o poco ci mancava

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L’ingegnere Vincenzo Macello, commissario all’Av-Ac Verona-Padova Un esempio è l’attraversamento dell’A4 a Grisignano: oggi ci si trova a dover spostare 4 chilometri di autostrada perché la ferrovia passa sotto una galleria in mattoni troppo bassa per i treni ad alta velocità, che non può essere conservata come prevedeva il progetto preliminare, affiancandoci quella nuova. Non si può neppure alzare la volta delle gallerie, perché il peso dell’autostrada sovrastante diventerebbe eccessivo. È tutto da rifare, come diceva Bartali. Il nuovo tracciato dell’autostrada dovrà essere realizzato mantenendo in funzione quella esistente. Presenterà una curvatura con un raggio più esteso e carreggiate più larghe perché le normative stradali sono cambiate. Bisogna mantenere l’invarianza idraulica, prevedendo bacini di laminazione. Qualcuno informerà il sindaco di Mestrino dei nuovi ettari di territorio che andrà a perdere. In poche parole, il progetto ferroviario è diventato un progetto autostradale. Nel progetto approvato dal Cipe non c’era niente di tutto questo.

Vicenza-Padova cantieri nel 2032, fine lavori 2037. A giugno il progetto definitivo del terzo lotto Vicenza-Padova con la previsione delle opere necessarie, verrà consegnato dal Consorzio Bonifica al contraente generale Iricav Due e comincerà l’iter canonico: Iricav Due lo valuterà e lo trasmetterà a Italferr, dove faranno la stessa cosa, prima di consegnarlo a Rfi. Se Rfi sarà d’accordo, verrà convocata la conferenza dei servizi con tutti gli enti interessati, Comuni, Regione, Autorità di bacino, Soprintendenza, poteri civili, fino al livello ministeriale. Cominceranno le osservazioni, cui seguiranno le controdeduzioni dei progettisti, le trattative per ottenere modifiche o integrazioni. Alla fine, l’approvazione della conferenza dei servizi avrà valore di variante urbanistica. L’esperienza dei tecnici dice che per chiudere questa fase ci vogliono un paio d’anni. A meno che l’ingegner Vincenzo Macello, commissario all’Av/Ac Verona-Padova, non metta il turbo alle procedure. Come commissario ha pieni poteri, chi potrebbe impedirglielo? Seguirà la fase cosiddetta di ingegnerizzazione del progetto, per renderlo appaltabile, naturalmente avendo concordato prima i costi tra Iricav Due che realizza l’opera e Rfi che paga. Trattative sicuramente laboriose. Solo a quel punto, con il progetto esecutivo in mano, si potranno aprire i cantieri. Non sarà prima del 2032, con la fine dei lavori prevista nel 2037. Questi tempi sono stimati sulla scorta di quanto accaduto con il primo lotto Verona-Vicenza: dall’inizio della progettazione alla consegna dell’opera, collocata a fine 2026, corrono 12 anni.

Percorso di informazione e ascolto 2023


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Beni confiscati

“Essenziale” fa rivivere Villa Rodella

Con l’ente non profit del Terzo settore sarà (anche) un B&B, il sogno di... Galan

Beatrice Damiani e Francesco Casoni (Essenziale) di Renzo Mazzaro Il sogno di Giancarlo Galan di fare un B&B a Villa Rodella tornerà a rivivere. La barchessa del complesso cinquecentesco che l’ex presidente del Veneto aveva ristrutturato con questo scopo – un fabbricato di 750 metri quadrati coperti, a due piani, con 7 camere-alloggio, un grande salone, sale da pranzo, cucina, dispensa, ampio porticato, doppi servizi – verrà riaperta dalla Fondazione “Essenziale” di Rovigo che l’ha ottenuta in concessione lo scorso febbraio dall’Agenzia del Demanio per 45 anni. “Essenziale” è un ente non profit del Terzo settore, costituito da privati che svolgono attività

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d’interesse generale e non hanno come fine il profitto. Ma utili ne devono fare, per tirare avanti. Per rimettere in funzione Villa Rodella, confiscata nel 2014 a Galan, rimasta chiusa per dieci anni a tutti ma non a vandali e ladri (è capitato anche questo), serviranno 100.000 euro più altri 80.000 di gestione annuale. Stime fatte dal Comune di Cinto Euganeo competente per territorio. La Fondazione “Essenziale” è stata costituita nell’ottobre 2024 apposta per partecipare al bando del Demanio. Fa capo ad una centrale di cooperative, è costituita da giovani intraprendenti, pieni di entusiasmo e di belle idee, che si sono già sperimentati con successo a

Rovigo città. Riusciranno a ripetere l’impresa in questa trasferta molto più impegnativa? Per capirlo siamo andati a trovarli a Rovigo, nella sede della Fondazione. Scoprendo che il Demanio non ha ancora consegnato loro le chiavi per entrare nella Villa, anche se dall’assegnazione sono passati due mesi. Sembra che il passaggio di consegne preveda operazioni burocratiche particolarmente laboriose da parte degli uffici. Lunghi mesi ancora di lavoro. «Ci hanno fatto capire che ci daranno le chiavi dopo l’estate, noi speriamo anche prima», dice Francesco Casoni, responsabile della comunicazione di “Zico”. Il nome rinvia immediatamente al


famoso calciatore brasiliano che giocò a lungo in Italia, ma qui Zico è diventato una sigla, sta per “Zona ingegnosità collettiva”. Viva la fantasia. Zico sigla nasce nel 2020, come evoluzione di Polesine Lab. Siamo dentro alla centrale delle cooperative che ha partorito la Fondazione Essenziale. Vicepresidente di Zico è Beatrice Damiani, laureata in relazioni internazionali con triennale a Padova e magistrale a Firenze. Ha lavorato nell’associazionismo ad Abano Terme e con la Caritas di Vicenza. Anche Francesco Casoni viene da esperienze di volontariato, ha lavorato al Centro servizi di Rovigo, ha una laurea in scienze della comunicazione ottenuta a Bologna. Questi due giovani “promoter” sono gli ideatori della Fondazione Essenziale. Si sono fatti le ossa prendendo in gestione nel 2021 il cinema teatro Duomo di Rovigo, struttura parrocchiale in semiabbandono, destinata alla chiusura. L’obiettivo era trasformarla in un motore culturale della città. Era una corsa handicap, ma l’hanno vinta. Come? «Prendendo un caffè con tutti quelli che potevano avere interesse all’idea, ascoltando i loro punti di vista, i suggerimenti o le richieste», racconta Casoni. «Non volevamo imporre qualcosa di nostro ma mettere insieme le idee di tanti per costruire un progetto comune». Ha funzionato. La struttura aveva bisogno di interventi radicali per ripartire. Solo per attrezzare il cinema serviva un proiettore digitale da 70.000 euro. I finanziamenti sono stati trovati, oggi gli incassi garantiscono la copertura senza problemi dei costi di gestione, pari a 130.000 euro l’anno. La sala che ha 395 posti a sedere è spesso al completo. La struttura vive di una programmazione autonoma, cinematografica e teatrale, quindi dei biglietti ma anche degli affitti per eventi organizzati da terzi. Il cinema teatro Duomo è tornato ad

Attuale stato di degrado di Villa Rodella a Cinto Euganeo (foto di Zangirolami) essere un riferimento della città. Dal Duomo di Rovigo ai Colli Euganei: qual è il piano economico per sostenere la gestione a fini sociali di Villa Rodella? Dove troverà i soldi la Fondazione Essenziale? «Sappiamo che l’investimento iniziale sarà impegnativo, è una cosa che abbiamo previsto anche se non abbiamo ancora un’idea precisa dell’entità», risponde Beatrice Damiani. «E’ un lavoro da fare con i tecnici che esamineranno lo stato dell’immobile, il funzionamento degli impianti e tutto il resto. Per questo aspettiamo le chiavi della Villa per entrare stabilmente e fare le valutazioni. Da lì avremo una risposta precisa sull’investimento che serve e potremo valutare la sostenibilità. Mettiamo in preventivo che sarà una cifra considerevole ma abbiamo i 45 anni di durata della concessione per ammortizzarla». Viaggiano con andatura filante questi di Essenziale. E va bene, diamo pure per acquisito che il sistema delle cooperative Zico garantisca l’apertura di un credito bancario. Come verrà ripagato? Beatrice non vorrebbe entrare nei particolari: «Ci sarà un mix di entrate, noi siamo un po’ impresa di servizi e un po’ godiamo di contributi. Abbiamo ovviamente un programma ma prima di renderlo pubblico aspettiamo di confrontarci con le comunità del posto, perché vogliamo interagire con loro». «Noi non ci presenteremo a Cinto

dicendo siamo qui ed ecco cosa siamo venuti a fare», si inserisce Casoni. «Siamo un’impresa sociale anche nel modo di lavorare. Ci comporteremo come abbiamo fatto a Rovigo con il recupero del Cinema teatro Duomo: chiederemo agli abitanti di Cinto cosa vogliono fare, perché Villa Rodella appartiene a loro, alle comunità di tutta quell’area. Costruiremo un dialogo con gli abitanti e da questo confronto nascerà una gestione aperta della Villa». Possiamo almeno indicare per sommi capi la direzione che prenderà la vostra gestione? «Lavoreremo in tre direzioni», risponde Beatrice Damiani. «La prima è il turismo, apriremo il B&B nella barchessa che è già attrezzata per questo scopo. La seconda è un laboratorio culturale rivolto alle scuole, agli enti, alle associazioni, da allestire nel grande piano seminterrato di cui è dotata la Villa. La terza è fare di Villa Rodella un riferimento per l’intera area dei Colli Euganei, capace di proporre e ospitare manifestazioni culturali di richiamo». A Rovigo, per incentivare la partecipazione anche di chi non andava agli incontri, la cooperativa Zico aveva piazzato un albero in centro: chiunque poteva appendere ai rami un biglietto con la sua idea di come utilizzare il vecchio cinema Duomo. Abitanti di Cinto e dintorni, preparatevi a riprendervi Villa Rodella. VICENZAPIÙ VIVA 51


Banche Venete

Banche venete, Riccardo

Federico Rocca: “fermare al Senato

un altro sfregio al diritto a vantaggio anche di KPMG e PwC e a danno soci!”

Bisogna premere sui politici locali che nel passato avevano appoggiato la causa dei risparmiatori perché si attivino rapidamente in Parlamento per impedire questo ulteriore sfregio al diritto di Dr. Riccardo Federico Rocca Studio legale Rocca (Diritto societario, finanziario e bancario) C’è una nuova questione di assoluta attualità nell’ambito della nota vicenda riguardante le “Banche Venete” a danno degli azionisti/ risparmiatori e a vantaggio di KPMG e PwC, le due società di revisione delle ex Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Lo scorso 12 marzo 2025 il Senato ha approvato in via definitiva la modifica dell’art. 2407 cc. del Codice civile sulla responsabilità civile dei sindaci. Il testo previgente prevedeva quanto segue: “Essi [ndr i sindaci] sono responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi, quando il danno non si sarebbe prodotto se

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essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica”. Invero, la responsabilità solidale dei componenti il collegio sindacale con gli amministratori è sempre stata oggetto di lamentela da parte dei commercialisti che rimarcavano il loro diverso contributo causale all’eventuale danno sofferto dalla società rispetto a quello generato dagli amministratori. Pertanto, una modifica normativa sul punto era prevedibile. Nella parte così emendata, il nuovo testo dispone: “Al di fuori delle ipotesi in cui hanno agito con dolo, anche nei casi in cui la revisione legale è esercitata dal collegio sindacale a norma dell’articolo 2409-bis, secondo comma, i sindaci che violano i propri doveri sono responsabili per i danni cagionati alla società che ha conferito

l’incarico, ai suoi soci, ai creditori e ai terzi nei limiti di un multiplo del compenso annuo percepito, secondo i seguenti scaglioni: per i compensi fino a 10.000 euro, quindici volte il compenso; per i compensi da 10.000 a 50.000 euro, dodici volte il compenso; per i compensi maggiori di 50.000 euro, dieci volte il compenso”. Quindi le modifiche introdotte sono due: il principio di un tetto massimo alla responsabilità dei sindaci parametrato al compenso percepito e l’inclusione della funzione di “revisione legale”. Tale norma riguarda le sole “persone fisiche” e quindi senza apparente rilevanza per gli azionisti delle Banche Venete. Senonché, l’11 aprile 2025, con un tempismo alquanto sospetto, alcuni senatori hanno proposto


un DDL per estendere tale limitazione di responsabilità anche alle “società di revisione” con la conseguente modifica all’art. 15 del D.Lgs. n. 39/2010, che disciplina la materia della responsabilità dei revisori legali. L’aspetto più grave ed estremamente pericoloso per i risparmiatori è che, nella richiesta dei senatori proponenti, tale limitazione di responsabilità avrebbe efficacia retroattiva, quindi applicabile, se dovesse essere approvato, ai giudizi pendenti, ovvero anche – o soprattutto – a quelli avviati dagli azionisti di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca rispettivamente nei confronti di KPMG e PwC. Non solo: in tale proposta il tetto

per la responsabilità risarcitoria delle società di revisione di banche sarebbe limitato complessivamente ad appena 16 milioni di euro. Quindi, laddove un dottore commercialista è tenuto a una copertura assicurativa di almeno 3 milioni di euro che, per la stragrande maggioranza dei professionisti, equivale a un multiplo del fatturato annuale, KPMG e PWC che, per la sola attività di revisione, fatturano ca. 200 milioni di euro annui, verrebbero a godere di un tetto risarcitorio pari ad appena l’8% di tale ammontare. Importo davvero risibile ove si consideri che l’attività di revisione fa da traino alla molto remunerativa attività di consulenza, sicché nell’esercizio 2024 il solo

gruppo PwC ha superato il miliardo di fatturato con un utile netto di oltre cento milioni. Mentre nel diritto penale vige il principio del “favor rei”, sicché una nuova legge che cancelli un reato o ne riduca la pena si applica retroattivamente, nel diritto privato, la retroattività di una norma che limiti la responsabilità civile presenta diversi profili di incostituzionalità la cui eccezione, ove tale DDL sia approvato, dovrà essere sollevata da un Giudice sensibile al tema avanti alla Corte Costituzionale, la cui decisione inevitabilmente avrebbe una gestazione molto lunga. Pertanto, è assolutamente necessario informare l’opinione pubblica di quanto sta accadendo affinché si crei una pressione forte sui politici locali che nel passato avevano appoggiato la causa dei risparmiatori perché si attivino rapidamente in Parlamento per impedire questo ulteriore sfregio al diritto. Come si vede, non è facile ottenere la giusta (e aggiungerei meritata) vittoria in ambito legale se chi sta per perdere sul campo ha gli agganci per ribaltare il tavolo cambiando le leggi in corso di processo. Peraltro, giunti a questo punto il nostro desistere sarebbe un messaggio scoraggiante per chi ancora vorrebbe nutrire fiducia nella nostra comunità e nei principi a base del nostro vivere civile. Pertanto, la nostra battaglia continua.

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Banche Venete

Banche venete: risparmio tradito La protesta torna nelle piazze da Vicenza a Treviso e Padova

Rimangono le divisioni tra le associazioni

Il Funerale del risparmio in attesa della... Resurrezione: il 29 marzo a Vicenza Miatello, Paccagnella, Cavallari , Zaggia e altre associazioni con alcuni risparmiatori sulle nuove iniziative a loro tutela di Avv. Fulvio Cavallari La sentenza della Corte di Cassazione contro gli ex vertici della Popolare vicentina sembrava aver chiuso il cerchio e messo la parola fine alla vicenda, ma lo sconto di pena a Zonin e la provvisionale del processo di primo grado hanno fatto storcere il naso a parecchi.

Resta infatti sul tappeto l’onere di portare ad esecuzione la sentenza sui pochi beni disponibili con un elevatissimo numero di parti civili costituite oltre al fatto che per

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ottenere il risarcimento integrale è d’obbligo chiedere la liquidazione al Giudice civile. Dalle due LCA (Liquidazioni coatte amministrative) i Commissari hanno fatto sapere sin dall’inizio della procedura che nulla sarebbe andato ai risparmiatori, da qui l’insoddisfazione dei più. Certo vi sarebbe la soddisfazione della condanna penale, ma in termini economici sin ora solo vaghe speranze, sia dai processi che dalle procedure liquidatorie. L’unica certezza è rappresentata dal Fondo Indennizzo Risparmiatori che però ha risarcito al 40% gli azionisti e, peraltro, neppure tutti perché non tutti hanno fatto domanda, complice il periodo del Covid. Ed è proprio su questi aspetti che va in pezzi l’unità del mondo associazionistico perché se c’è chi brinda ai risultati ottenuti vi è, invece, chi sostiene che una cosa

Tornano nelle piazze venete le proteste dei Risparmiatori, da Vicenza a Treviso e, ultimamente a Padova, delle associazioni dei risparmiatori/soci delle banche venete si sono ridestate chiedendo a gran voce una rinnovata attenzione al problema degli azzerati delle banche venete. Non da meno sono attive quelle, meno mediatiche, del centro nord d’Italia: Banca Etruria, Banca Marche, Carife, Carichieti.


sono le esigenze di giustizia, altra invece i ritorni economici. Per la verità non è una novità, le frizioni sono sempre esistite, ma quello che forse non si è compreso è che si tratta di differenze d’impostazione strutturali in merito alla risoluzione del problema. Da un lato vi è chi da sempre ha raccolto una vasta platea di persone coltivando processi, cause, ricorsi e chi più ne ha più ne metta. Dall’altra coloro che, temendo la scarsità di risorse disponibili per tutti, hanno privilegiato la via del confronto con la politica, confidando nella creazione di un fondo alimentato dai cosiddetti conti dormienti. Va da sé che coloro che hanno scelto quest’ultimo binario non si sono prodigati nel raccogliere mandati e procure alle liti, hanno invece investito le proprie risorse, a volte personali, per gli innumerevoli pellegrinaggi romani. Coloro che hanno portato avanti i contenziosi, però, sostengono che anche grazie alla loro attività è stato creato il fondo indennizzo risparmiatori, per la vasta eco mediatica ottenuta dai processi, ed in parte è vero, ma si parla della seconda legge istitutiva del fondo, la 145 del 2018. Non bisogna dimenticare infatti che il primo fondo indennizzo

Pexel, Ivan Samkov

Risparmiatori soci delle Banche venete in Piazza dei Signori a Vicenza (foto d’archivio) risparmiatori era nato con la L. 205 del 2017, ossia prima che iniziassero i contenziosi e grazie all’attività di quei pochi che, credendoci, hanno concepito la stessa idea di un fondo per tutti. Quella legge, al contrario della 145/2018, non prevedeva paletti d’accesso di sorta e nessun limite risarcitorio, eppure alcune sigle associative hanno spinto fortemente per affondare quel progetto, di certo con l’ausilio del nuovo corso politico, verdearancio, di quegli anni. Ecco l’origine della frattura nel mondo associazionistico che di fatto non si è mai ricomposta da allora. Non si tratta come si vede di tristi digressioni su chi ha il primato del fondo, ma di comprendere a posteriori il perché vi è un atteggiamento diametralmente opposto sulle tematiche del risparmio tradito, fra chi crede nei processi e chi non ci crede, fra chi festeggia e chi invece protesta. Ma a conti fatti oggi sul tavolo dei risultati, e con spirito pragmatico, dobbiamo dire che solo il Fondo indennizzo risparmiatori ha pagato

in termini economici, il che non sta a significare sfiducia nella giustizia ma solo che lo strumento giudiziario ha, nei fenomeni di massa, dei limiti oggettivi, limiti in termini di tempo, di risorse umane ed, infine, economiche. Queste sono sono considerazioni oggettivamente riscontrabili da chiunque ma su cui vale la pena riflettere. Se pensiamo ad esempio al fondo antiusura, ebbene quelle risorse vennero stanziate proprio per combattere un fenomeno che in termini numerici era ed è ampiamente diffuso. Altro è, poi, il perseguire penalmente chi delinque, commettendo usura. In definitiva e per concludere il principio cardine sta nei numeri: ove i fenomeni sociali coinvolgono una platea molto vasta di soggetti, come per il crac delle banche venete e del centro nord d’Italia è inevitabile un coinvolgimento della politica per intervenire con leggi ad hoc. Vale il contrario se le piaghe del tessuto sociale sono ben delimitate perché chirurgicamente eliminabili. VICENZAPIÙ VIVA 55


Passioni Utili

I radioamatori, quelli che ci salvano nelle catastrofi

Alcuni componenti del gruppo A.R.I. Agno-Chiampo con il nuovo presidente Roberto Pretto

Siamo andati a conoscere da vicino l’A.R.I. Agno-Chiampo che ha sede a Montepulgo, frazione di Cornedo Vicentino di Martino Montagna

Nei terremoti, nelle alluvioni e nelle emergenze in generale, le prime a saltare sono le comunicazioni dei cellulari. Gli unici che riescono a parlare sono loro, fondamentali nei momenti critici

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Il presidente della Repubblica Italiana dal 1985 al 1992 Francesco Cossiga; l’astronauta prima donna italiana nello spazio Samantha Cristoforetti; l’attore e icona hollywoodiana Marlon Brando; l’ex Re di Spagna Juan Carlos I; l’esploratore e scrittore morto nel 2005 Ambrogio Fogar, solo per citarne alcuni. Che cosa accomuna queste importanti figure? Erano, e sono, tutti dei radioamatori spinti dalla grande passione verso le comunicazioni e la tecnologia, intese come spirito di servizio e garanzia di sicurezza nei momenti di forte criticità. Quindi si va ben oltre all’immaginario collettivo dei cosiddetti CB, spesso legati al mondo degli autotrasportatori, dove i dialoghi possono essere anche di servizio ma a volte pure leggeri e frivoli. Qui si parla di radio emergenza,

di attività riconosciute dallo Stato e di fondamentale importanza quando si tratta di situazioni emergenziali e di autentiche catastrofi. Perché i fatti e la cronaca parlano chiaro: spesso, quando si verificano calamità, i primi a saltare sono i ripetitori dei cellulari che vanno praticamente in tilt anche per il sovraccarico di chiamate. Chi invece riesce sempre e comunque a comunicare sono proprio loro, con impianti ed antenne capaci di raggiungere distanze lunghissime e di far parlare in ogni angolo del mondo. Un esempio lampante di questa situazione si è verificato durante la tempesta Vaia, l’uragano che nel 2018 ha devastato interi boschi anche del Veneto, in varie province e zone. Sull’Altopiano di Asiago e nel Recoarese, in particolare, i ponti e i ripetitori saltarono, spazzati via dalla furia del vento con i radioamatori che furono gli unici che riuscirono a


comunicare anche senza corrente elettrica perché costruirono una stazione radio, pur in condizioni quasi impossibili, al servizio del C.O.C. (Centro Operativo Comunale) utilizzando gruppi generatori di loro proprietà. Anche il terremoto in Nepal ha costituito un banco di prova importante con i radioamatori che, attraverso le frequenze “decametriche”, riuscirono a comunicare e coordinare a distanza l’atterraggio di aerei di soccorso C130 sull’aeroporto di Katmandu. Nel terremoto dell’Aquila, per un’intera settimana, le uniche comunicazioni avvennero grazie al loro intervento. In Veneto l’A.R.I. (Associazione Italiana Radioamatori) può contare su 25 gruppi di cui 5 nel Vicentino e precisamente a Vicenza, Bassano, Thiene, Cassola e Agno-Chiampo che ha sede sulle colline di Cornedo Vicentino, esattamente nella frazione di Montepulgo. E proprio su questo gruppo abbiamo voluto concentrare la nostra attenzione, non fosse altro perché è uno dei più numerosi e con costante aumento di soci visto che attualmente sono una trentina, dai dieci di qualche anno fa. Un incremento facilitato da una bellissima sede, l’ex scuola elementare dismessa da parecchio tempo, che il Comune ha dato

La sede nell’ex scuola di Montepulgo e il codice identificativo del gruppo in comodato d’uso gratuito all’associazione dall’inizio del 2019 e che i soci hanno attrezzato facendo lavori interni ed esterni. Il presidente Roberto Pretto, da poco subentrato ad Andrea Ongaro in un normale avvicendamento, è di Recoaro Terme come il suo predecessore e si riempie d’orgoglio quando ricorda che i soci arrivano dalle valli dell’Agno e del Chiampo ma anche da Vicenza e dal veronese. IQ3CO, è il loro codice identificativo e nella sede sono riusciti a creare una sala riunioni molto ampia e la sala radio con strumentazioni che si sono

costruiti e che sono di loro proprietà. Perché sono ingegneri, costruttori ma anche imprenditori, geometri e pure pensionati, tutti legati da una grande passione che può essere legata al piacere di comunicare con il mondo ma anche alla propensione verso l’elettrotecnica e la sperimentazione ingegneristica. L’A.R.I. Agno-Chiampo ha partecipato attivamente a numerose emergenze, oltre a Vaia e alle varie calamità avvenute anche di recente nella nostra provincia, e hanno dato un fondamentale supporto ai numerosi “Bomba day” a Vicenza e a Montebello Vicentino. Sono ovviamente al servizio della Prefettura, dei sindaci e della protezione civile ma non sempre e solo per calamità naturali. Sono, infatti, a disposizione di enti e associazioni nell’ambito di manifestazioni ludiche e sportive, coordinano il servizio di sicurezza e fanno visita agli studenti delle scuole per spiegare l’importanza della loro attività, anche con la speranza di fare breccia sulle nuove generazioni. Il tutto, ovviamente, sotto forma di volontariato puro. Ma si divertono anche, soprattutto quando partecipano a gare e VICENZAPIÙ VIVA 57


Passioni Utili

contest a livello mondiale, dove i gruppi si sfidano a colpi di collegamenti radio e vince chi colleziona il maggior numero di contatti nel mondo. Sono sfide molto competitive e che possono durare anche 48 ore, con la partecipazione di ventimila concorrenti. Ma al di là delle comunicazioni fondamentali durante una situazione di emergenza, di che cosa parlano nelle comunicazioni nei periodi normali? Spesso sono dialoghi dedicati al confronto sulle attrezzature e alla condivisione di aspetti tecnici, a volte sono le condizioni climatiche ad essere il fulcro della conversazione, altre (più leggere) sulla cucina e sulle tradizioni locali. Ma di una cosa non possono assolutamente parlare: la politica è argomento tabù ed, anzi, devono sottostare ad un codice di riservatezza che impone il silenzio su comunicazioni ufficiali di leader politici del mondo, in particolare di nazioni in guerra. E di questi tempi, ci confidano, può capitare di ascoltare qualche messaggio strategico che non possono, in nessun modo, divulgare pubblicamente. C’è un episodio che ha fatto storia durante la guerra fredda con protagonisti alcuni radioamatori piemontesi che ascoltarono comunicazioni radio di comandanti russi e, in alcuni casi, le divulgarono. Anche se non fu un’attività di spionaggio diretto, contribuì comunque alla conoscenza delle attività militari e politiche dell’Unione Sovietica.

Adesso, questo, non sarebbe più possibile. A Montepulgo, i volontari del gruppo Agno-Chiampo parlano al mondo rigorosamente in inglese, la lingua praticamente ufficiale, con il codice “Q”, ma alcuni usano il mitico alfabeto “Morse”, ancora molto utilizzato (ci sono pure delle gare) perché capace di coprire distanze lontanissime. Dove non si arriva con la voce si arriva con il primo linguaggio digitale del mondo. Proprio per questo, i radioamatori si sentono degli antesignani della comunicazione social perché già molto tempo prima di internet e del digital riuscivano a comunicare globalmente con tutto il mondo. Ora continuano a farlo anche sfruttando alcuni “rimbalzi” fissi e mobili; il più grande e sfruttato è riprodotto dalla Luna che rappresenta una sponda ideale per far giungere all’altro capo del mondo il proprio messaggio. La sponda mobile è invece rappresentata dalla “pancia” degli aerei, utilizzata di recente per comunicare con la Sicilia. Basta calcolare la distanza e la velocità del mezzo e il gioco è fatto. Da segnalare che sono dotati di antenne per lunghissime distanze e pure di un satellite esclusivamente dedicato a loro con sistema di geo localizzazione digitale. Se vogliamo, hanno anche una “succursale” in Uganda con il socio Paolo Bicego che si è trasferito da anni nel paese africano dove lavora per la locale Diocesi e gestisce con la

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moglie una casa accoglienza per i bambini poveri. Al suo arrivo le comunicazioni praticamente non esistevano per cui fu costretto a realizzare un impianto grazie alle sue conoscenze da radioamatore. A tutt’oggi è l’unico in tutta la nazione. La struttura di Montepulgo non è più una scuola ma qui si continua ad imparare, studiare e sperimentare nuove metodologie di comunicazione, restando sempre aggiornati e pronti a dare il proprio supporto per salvare vite umane in caso di disastri ambientali. E di questi tempi, purtroppo, sono sempre più frequenti.


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Storie di Famiglia

Giorgio Vianello, l'autista di Schio laureato al DAMS

I famigliari sono conducenti da generazioni di Marta Cardini Giorgio Vianello è un NCC ovvero un autista del “noleggio con conducente” di Schio di 64 anni. Proviene da una famiglia di conducenti da generazioni. L'azienda Vianello ha radici storiche a partire dai bisnonni, che costruivano carretti di legno per carrozze e biciclette di legno. Si tratta di una storia interessante, che vi raccontiamo, grazie alle parole di Giorgio. Giorgio, ci racconti la storia della tua famiglia di autisti/ conducenti? So che già i miei bisnonni, nell’Ottocento, costruivano carretti di legno per carrozze e biciclette anch’esse di legno. Il mio bisnonno Federico, bravo falegname, faceva calessi con suo fratello mentre il socio Carlo Menon costruì il prototipo di una bicicletta di legno. Pare che Menon abbia

Giorgio Vianello, ncc di Schio 60

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Alcuni componenti della famiglia Vianello

Dai calessi del bisnonno al taxi a guida autonoma. Presente e futuro del lavoro degli N.C.C. (Noleggio Con Conducente) costruito una macchina prima dei prototipi della FIAT a benzina. Poi mio nonno Giuseppe (detto Gino), nato a fine Ottocento a Roncade (TV), inizialmente lavorava come pompiere al Lido di Venezia, ma aveva paura dell'acqua e decise di tornare a Roncade. Sposò mia nonna Rosa Schiavon nel 1904, comprò una casa, una macchina ed ebbe numerosi figli: Giorgio, Luciano, Arnaldo, mio padre, detto Risso, Sergio, Gino detto Ginetto, Fausto, Italo, Francesca, Francesco detto Peri, Giuseppe detto Neno, Alfredo detto Cieli, Maria Rosa, Federico detto Checco. Tutti nati negli anni dal 1925 al 1945 e oramai deceduti.

L'ultimo figlio, Italo, è deceduto solo l'anno scorso. La povertà era grande. Mio zio Sergio mi raccontava che chi si alzava per primo la mattina si prendeva le scarpe e usciva, mentre gli altri, scalzi, erano costretti a restare a casa. Nel dopoguerra la famiglia Vianello aprì una pompa di benzina in centro a Roncade. All’epoca pochissimi avevano una macchina, per cui molte persone si rivolgevano a lui per i trasporti urgenti, tra cui anche medici e avvocati. C’erano inoltre richieste di trasporti per matrimoni e cerimonie. Finita la guerra il lavoro era poco e alcuni zii decisero di emigrare: Sergio andò in Australia a tagliare le canne da zucchero,


Auto parcheggiate a Roncade durante i funerali di Giuseppe Vianello Gino in Belgio in miniera e poi Svizzera a fare il maggiordomo, Alfredo in Svizzera a fare l'operaio. Mia nonna materna, invece, rimasta vedova del maestro Augusto Confenti, si era diplomata al Conservatorio di Bologna ai primi del Novecento e fu direttrice della filanda di Magrè. Si spostò verso Roncade per lavorare portandosi dietro la figlia. Quest’ultima conobbe mio padre Arnaldo e decisero di sposarsi e andare a vivere a Schio.

Come inizia l’attività di noleggiatore di auto? I miei genitori iniziarono questa attività affittando una rimessa con annessa pompa di benzina, dietro al municipio di Schio in via Pasini (dove passa adesso la galleria che porta in Piazza Falcone e Borsellino). Portarono con loro in azienda mio zio Francesco, che a sua volta sposò una scledense ed ebbe 4 figli. Le cose non andarono bene, così lo zio comprò una licenza di taxi. Al tempo non

I funerali di Giuseppe Vianello nel 1960

c'è erano distinzioni tra Taxi e N.C.C., la tipologia dei servizi era principalmente a carattere locale. Chi erano i clienti dagli anni Settanta in poi? Poche donne avevano la macchina e quando restavano vedove si rivolgevano a noi per le emergenze. Si lavorava, come anche adesso, per le ditte locali, per portare in aeroporto i trasfertisti e si lavorava anche col comune di Schio. Qualche volta chiamavano i Carabinieri per farci trasportare qualche detenuto in carcere a Vicenza, salivano dietro con il detenuto in mezzo tra i 2 agenti e si partiva. Poi un nostro collega andava a prendere in banca i soldi delle buste paga della Lanerossi per portarle in ditta e distribuirle agli operai. Era decisamente un altro mondo. Al tempo i taxi a Schio sostavano davanti la Farmacia Sella di fronte al Duomo. Ricordo che ce n'erano una decina. Rispondevano alle chiamate che arrivavano al telefono pubblico dei taxi o aspettavano i clienti che arrivavano a piedi dalla stazione dei treni o da quella dei bus che si trovava in piazza Almerigo da Schio. E poi, dove vi siete spostati? E gli VICENZAPIÙ VIVA 61


zii dove si trovano ora? Mio padre, non avendo accesso al telefono pubblico dei taxi, in quanto ultimo arrivato, decise assieme a mio zio Francesco di spostarsi davanti alla stazione dei treni, dove si trovano tutt'ora. Nel frattempo, gli zii (prima Federico e poi Giuseppe) rimasti a Roncade fondano aziende di trasporto con pullman, agenzie di viaggio, trasporto con camion (Luciano, Fausto e Italo). Solo mia zia Franca rimase a fare la tassista a Roncade, ma per un breve periodo. Si chiude e si demolisce, infine, la iconica pompa di benzina negli anni ‘70, credo mentre zio Luciano si trasferì a Treviso per fare autonoleggio ancora negli anni 50. Andava a prendere le auto incidentate, le metteva a posto e le noleggiava. E dopo gli anni Sessanta cosa è cambiato? Oramai negli anni ’60 quasi tutti riuscivano a comprarsi una utilitaria. Mio zio chiuse questa attività e passò a fare il camionista. Aveva il camion con la gru che faceva trasporti per macchinari in Italia del sud. Arriviamo a te, Giorgio. Come hai proseguito l’attività di famiglia? Dopo un percorso scolastico con un diploma da perito meccanico e una laurea al Dams Musica di Bologna, attorno al 1990 in attesa delle supplenze come professore

alle medie, decisi di continuare l'attività di famiglia. Alcuni anni dopo iniziai a fare qualche mese a scuola come insegnante di sostegno, ma mio padre morì a 71 anni. Mi ritrovai quindi al bivio e decisi di continuare con il lavoro di N.C.C., visto anche che il boom economico del Nordest di quegli anni prometteva un facile arricchimento per gli imprenditori. Come si è modificata quindi l’attività? Subentrano nuove regole e nuove opportunità. La tipologia del cliente cambiò. Chiusero le ditte tessili e affini, che caratterizzavano il core business della vallata fino ad allora e cominciò l'era dell'automazione del packaging delle lavorazioni di acciaio inox. Molti più visitatori stranieri arrivano a Schio per business e ci sono molti più trasfertisti da portare e prendere in aeroporto. Le vedove hanno oramai tutte l'auto propria e guidano fino a 95 anni… Cosa ne pensi del futuro del lavoro di taxista? Il taxi a guida autonoma già presente in molte città della Cina e degli USA forse porrà fine a questo lavoro entro 10 anni. Fare il taxista o l’N.C.C. oggi non è un lavoro facile, sia perché occorre essere quasi sempre reperibili, sia per il mercato e le richieste che cambiano. Il cambiamento della

Che differenza c'è tra taxi e n.c.c.

Storie di Famiglia

Taxi è una licenza principalmente per trasporto locale, con tariffe e regole imposte dal Comune. È un servizio pubblico e ha degli obblighi di servizio. La tariffa viene conteggiata dal tassametro e l’auto deve essere di colore bianco. N.C.C. è un servizio privato che parte dalla rimessa. Le tariffe vengono stabilite prima del viaggio. Non c’è il tassametro e non può essere di colore bianco. Non ha l’obbligo del servizio.

tipologia dei clienti e delle auto stesse non promette granché come futuro. Ma l’autista resta una figura indispensabile per chi è o rimane senza patente, per chi non se la sente di guidare, per chi ha emergenze di vario tipo. E un’auto del futuro a guida autonoma, caro Giorgio, non potrà mai sostituire il rapporto umano che il passeggero ha con chi guida! Ormai da più di un anno è arrivato inoltre, anche nel Vicentino, il servizio di Uber, una piattaforma che permette agli utenti di prenotare e richiedere corse in auto private, collegando passeggeri e autisti con un'app. Anche questo servizio porta via lavoro agli autisti più qualificati.

in alto: il distributore a Roncade a sinistra: il chiosco di benzinaio gestito dai Vianello nel Dopoguerra


Massimo Parolin

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