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VicenzaPiù n. 310, agosto settembre 2026

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Alto e Ovest

ICENTINO Appalti Usa a Sigonella

Lente Antimafia su appaltatore della Maltauro

Farà sempre più caldo I perchè del meteorologo Marco Rabito

n. 310 - mensile - agosto-settembre 2026 - € 4,00

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NE PAGI RO 4 EU

Il vescovo Giuliano “uomo tra gli uomini” PERSONE E PASSIONI

ALTO E OVEST VICENTINO

L’ALTRA STAMPA

Il caffè dei gatti, La Vispa Teresa, Poli in edicola, la Vicenza Schio di Bettanin

Chiese medievali di Arzignano memorie d’Abissinia a Sarcedo

In Viale Verona 35 uno spazio aperto per i vicentini

20 anni di stampa indipendente

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INDICE 5 7 8 10 14

Editoriale Parabole Pop di Milko Dalla Battista Il santuario oltre il culto: luogo di evangelizzazione, carità, cultura e dialogo di p. Gino Alberto Faccioli Dal “cadavere” di Unibit alla rete del volley: così Vicenza diventò la sua seconda vita. E prima in Italia e in Europa di Alberto Gottardo Quando il caldo eccezionale diventa la nuova normalità anche nel Vicentino: Marco Rabito spiega perché di Jacopo Graziani

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I vuoti religiosi/1 Il complesso di San Biagio di Francesco Di Bella

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Dalla Vicenza di Maltauro ai droni di Sigonella: viaggio negli appalti finiti sotto la lente antimafia di Antonio Mazzeo

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Da Vicenza alla Romea: il progetto mai considerato contro le piene di Brenta e Bacchiglione di Renzo Mazzaro

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Neko, gatto in giapponese: a Longara c’è il Neko Cat Cafè dove i padroni di casa sono i gatti nella città… dei magnagati di Serena Balbo

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La vispa Teresa, un piccolo gioiello per bambini e adulti di Serena Balbo

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Giampaolo Poli, dagli alambicchi sulla Marosticana all’edicola di Vicenza… seguendo la passione di Federica Zanini

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Il solo abito non fa il monaco. E nemmeno il vescovo (di Vicenza), che resta uomo tra gli uomini di Federica Zanini

VicenzaPiù Viva Fondato il 25 febbraio 2006 come supplemento di La Cronaca di Vicenza Autorizzazione Tribunale di Vicenza n. 1183 del 29 agosto 2008 Responsabile direzione ed edizione Giovanni Coviello - direttore@vicenzapiu.com Redazione tel. 0444.1444959 - redazione@vicenzapiu.com Sede Viale Verona 35, 36100 Vicenza info@vicenzapiu.com

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VICENZAPIÙ VIVA

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Dopo la Vicenza-Schio rinasce la Vaca Mora da Rocchette ad Asiago: un plastico per riportare in vita il treno che avvicinava la pianura alla montagna di Jacopo Graziani

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Galeotta fu la foto: ecco come l’Altra Stampa è arrivata a pubblicare il libro “Un liceo per Thiene” di Giulia Matteazzi

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«Spara tu, io non ci riesco» La confessione che riemerge dalle memorie di un soldato di Sarcedo che combattè in Abissinia di Daniele Fioravanzo

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Arzignano Medievale, la fede scolpita nella pietra di Marco Ferrero

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Cha cha cha, un’elegante onomatopea nata tra le palme di Cuba di Serena Balbo

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Roberto Baggio, quel “quasi Napoli” che avrebbe cambiato la storia di Giovanni Coviello

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Accadde a Settembre Nel 1935 nasce lo Stadio. Diventerà “Menti” nel 1949 di Claudio Raimondi

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Volley biancorosso Ma Vicenza l’aveva vista prima di Luca Muzzioli

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Settembre 2003: a Sanremo Vicenza stende le regine d’Europa

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12 settembre 1919, Gabriele D’Annunzio occupa Fiume: la sedizione che anticipò il linguaggio del fascismo di Luigi Poletto

77

Processi Mediatici, la sentenza prima del Processo di Avv. Prof. Rodolfo Bettiol

Impaginazione Giulia Matteazzi Concessionaria della pubblicità L'Altra stampa srl info@laltrastampasrl.it

Abbonamenti digitali e postali https://www.vipiu.it/vicenzapiu-freedom-club

Sede operativa Viale Verona 35 36100 Vicenza tel. 0444 1151016 Sede legale Via Fermi 253 36100 Vicenza Stampa Mediagraf Spa Noventa Padovana (PD)

info telefoniche 06.86358980

Lettere dei lettori cittadini@vicenzapiu.com

Impaginazione chiusa il 14 agosto 2026

Distributore L’altra stampa srl div. distribuzione comunicazione@lalstrastampasrl.it

Associato

n. 5967


EDITORIALE

Alto e Ovest ICENTINO

Ci sono anniversari che invitano a fermarsi e altri che spingono a ripartire. Per i suoi vent’anni VicenzaPiù ha scelto la seconda strada

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on questo numero 310 il mensile aumenta le pagine, che diventano 80 mantenendo invariato il prezzo di 4 euro, e da settembre allarga la diffusione da Vicenza e dintorni a tutto l’Ovest e l’Alto Vicentino dove la testata web consorella è da anni un riferimento per l’informazione indipendente. Questa crescita territoriale nasce dalla volontà di raggiungere comunità diverse e metterne in relazione le voci, continuando a partire dalle nostre aree per guardare al mondo. Nello stesso mese L’Altra Stampa Srl apre in viale Verona 35 una nuova sede. Qui proseguiranno le attività di edizione di libri propri o per conto terzi, di raccolta pubblicitaria per le testate VicenzaPiù e ViPiù.it, alias di VicenzaPiu.com, e per il bimestrale La Madonna di Monte Berico, e di editrice diretta di Laltravicenza.it e ora anche di Padova24Ore.it, un altro passo fuori dai confini. I suoi 70 metri quadrati saranno, però, aperti ai vicentini per incontrare i redattori delle testate e i curatori dei libri legati alla società ma anche per leggere e acquistare volumi di altri editori dedicati a Vicenza o scritti da autori vicentini, incontrare chi li ha scritti, navigare liberamente nel web, partecipare a presentazioni, convegni, dibattiti e iniziative proposte anche da associazioni e movimenti. Vi troverà posto pure un angolo dedicato alla storia del Volley Vicenza di serie A, perché lo sport è anche memoria, appartenenza e identità collettiva. Vorremmo che questa sede fosse una piccola fabbrica di partecipazione: un luogo nel quale non si entri soltanto per comprare qualcosa, ma per leggere, ascoltare, discutere e magari cambiare o far cambiare idea. Le persone, non a caso, sono il filo che attraversa molte pagine di questo numero. Ci sono quelle che trasformano una passione in un mestiere

VicenzaPiù Viva n. 310 allarga i suoi confini e apre uno spazio perché persone, idee e storie continuino a incontrarsi

o in un servizio agli altri: chi apre un cat café, chi difende il valore dei libri illustrati, chi custodisce un’edicola, chi ricostruisce in scala la Vicenza-Schio e la Vaca Mora. E c’è il vescovo Giuliano Brugnotto, personaggio del mese, raccontato non attraverso l’abito o l’autorità, ma come uomo tra gli uomini, capace di ascoltare le fragilità e considerare la diversità un’occasione per conoscere e conoscersi. La terza anticipazione di “Vicenza secondo Coviello” accenna, invece, al “mio” passaggio dal “cadavere” di Unibit alla nuova vita costruita a Vicenza attraverso il volley, fino alla serie A e all’Europa, e all’editoria: un altro capitolo di un percorso fatto di successi, cadute, ripartenze, intuizioni e persone incontrate, moltissime semplici, altre potenti, talvolta amate dalla nostra gente ma anche, in vari casi, prevaricatrici dei vicentini, dei veneti e non solo. Di editoria parla anche il libro per i sessant’anni del liceo Corradini di Thiene, commissionato a L’Altra Stampa per la sua professionalità non limitata alla stampa ma estesa alla progettazione, alla cura editoriale, alla distribuzione e alla promozione, come attesta anche l’iscrizione della casa editrice al MePA, il Mercato elettronico della Pubblica amministrazione. Accanto alle persone, ai luoghi come le chiese medievali di Arzignano fino al come divertirsi col Cha cha cha, ci sono le domande che il giornalismo deve porre: sul caldo eccezionale che diventa normalità; sul futuro del complesso religioso di San Biagio; sugli appalti per le infrastrutture militari statunitensi, da Vicenza agli hangar dei droni di Sigonella, affidati alla ICM, ex Maltauro, con subappalti finiti sotto la lente dell’Antimafia, pur risultando la società vicentina estranea alle accuse. E poi la memoria: la guerra d’Abissinia nelle parole di un soldato di Sarcedo, l’impresa di D’Annunzio a Fiume, il “quasi Napoli” di Roberto Baggio e il Volley Vicenza che costruì le sue imprese su campionesse scoperte in giro per il mondo. Allargare la diffusione significa allargare il confronto. Aumentare le pagine significa assumersi una responsabilità maggiore. Aprire una sede significa aprire una porta. Dopo vent’anni vogliamo continuare a creare spazio per ciò che, insieme ai lettori e ai cittadini, possiamo ancora fare. VICENZAPIÙ

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70 mq di nuova partecipazione

A Vicenza da settembre

SPAZIO APERTO Libri, idee, incontri, confronti e informazione in una fabbrica innovativa

Viale Verona 35 • Vicenza

Un luogo accogliente dove leggere, scoprire e incontrarsi: per chi ama Vicenza, per chi scrive, per chi vuole trasformare un’idea in un libro e per chi cerca informazione indipendente.

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Libri dedicati a Vicenza e opere di autori vicentini, da comprare ma anche da sfogliare liberamente.

Presentazioni, seminari, convegni, dibattiti e iniziative socio-culturali con navigazione web gratuita e con attività connesse di comunicazione, ufficio stampa, recensioni, video on demand e/o dirette streaming.

Qui hanno sede anche le redazioni e/o le concessionarie della pubblicità dei periodici VicenzaPiù (mensile) e La Madonna di Monte Berico (bimestrale), delle testate online ViPiu.it alias VicenzaPiu.com, LaltraVicenza.it, Padova24Ore.it e di altre testate locali e regionali.

Valutazione dei manoscritti, editing, progettazione editoriale e grafica, attivazione codici ISBN, stampa, distribuzione e promozione.

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100 euro di sconto sui servizi editoriali per ogni libro affidato a noi APERTURA AL PUBBLICO Giorni feriali (lunedì-venerdì) 15.00-19.30 • Sabato 9.00-12.30 • Domenica chiuso Redazioni aperte negli stessi orari e, su appuntamento, anche al mattino Viale Verona 35 • 36100 Vicenza | 0444 1151016 | laltrastampasrl.it | info@laltrastampasrl.it


LUOGHI DI CULTO

Il santuario oltre il culto: luogo di evangelizzazione, carità, cultura e dialogo di padre Gino Alberto Faccioli

parrocchie, soprattutto da parte dei Solitamente, quando parliamo di Il santuario non è soltanto una meta più giovani. Tuttavia, in questa crisantuario, pensiamo a una chiesa o a un altro luogo di culto, come di pellegrinaggio e preghiera. Accanto si, che si può definire esistenziale, il santuario è ancora percepito come si legge nel Codice di diritto canonico: «Con il nome di santuario si alla funzione liturgica, può diventare uno spazio sacro in cui recarsi in pellegrinaggio per trovare un momento intendono la chiesa o altro luogo luogo di nuova evangelizzazione, di sosta, di silenzio e di contemplasacro ove i fedeli, per un peculiare zione nella vita spesso frenetica dei motivo di pietà, si recano numerosi carità concreta, promozione culturale, nostri giorni. L’uomo ha compiuto il in pellegrinaggio con l’approvazione proprio cammino evolutivo quando dell’Ordinario del luogo» (CIC, can. impegno ecumenico e dialogo si è scoperto homo religiosus; questa 1230). Tuttavia, ridurre il santuario dimensione riemerge nei momenti a questa sola dimensione sarebbe interreligioso, senza rinunciare alla di crisi, quando torna ad affiorare limitante, perché esso porta con sé propria identità cattolica un desiderio nascosto: la nostalgia molteplici aspetti, come evidenzia di Dio. Il santuario diventa così un il Direttorio su pietà popolare e livero e proprio rifugio dell’anima, nel quale impegno ecumenico, nonché, aggiungiaturgia, edito dalla Congregazione per il riscoprire sé stessi e ritrovare la forza necesmo oggi, di dialogo interreligioso. Culto Divino e la Disciplina dei Sacrasaria per riprendere il proprio cammino. Esaminiamo questi aspetti, che complementi, oggi Dicastero per il Culto Divino tano e qualificano la realtà del santuario. e la Disciplina dei Sacramenti. In questo Luogo della carità documento, dopo aver ricordato che nel Se la liturgia, o meglio la preghiera, non Luogo della nuova evangelizzazione santuario, oltre alle celebrazioni cultuasi trasforma in gesti concreti di attenzioli, si possono ricevere i sacramenti della Il nostro mondo contemporaneo, sopratne verso l’altro, rimane asfittica. Lo stesso tutto quello occidentale, sta vivendo una Penitenza, dell’Eucaristia e dell’Unzione profonda crisi di fede, come testimonia Signore ammonisce che non basta dire degli infermi, si sottolinea che esso è anche la sempre minore frequentazione delle «Signore, Signore» (cfr. Mt 7,21); per luogo di evangelizzazione, carità, cultura e questo motivo, la funzione esemplare del santuario si manifesta anche nell’esercizio della carità. Ogni santuario, infatti, celebrando la presenza misericordiosa del Signore e richiamando l’esemplarità e l’intercessione della Vergine e dei santi, è «un focolare che irradia la luce e il calore della carità». La carità, nel linguaggio comune, è manifestazione dell’amore di Dio e trova concreta espressione nell’accoglienza e nella misericordia, nella solidarietà e nella condivisione, nell’aiuto e nel dono. Per la generosità dei fedeli e lo zelo dei responsabili, molti santuari sono luoghi di mediazione tra l’amore di Dio e la carità fraterna, da una parte, e i bisogni dell’uoIl santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza mo, dall’altra. In essi fiorisce la carità di Celebra nel 2026 i 600 anni dalla prima apparizione della Beata Vergine 8

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Cristo e sembrano prolungarsi la sollecitudine materna della Vergine e la solidale vicinanza dei santi, che si esprimono, per esempio: – «nella creazione e nel sostegno permanente di centri di assistenza sociale, quali ospedali, istituti per l’educazione di fanciulli bisognosi e case per persone anziane; – nell’accoglienza e ospitalità verso i pellegrini, soprattutto i più poveri, cui sono offerti, nella misura del possibile, spazi e strutture per un momento di ristoro; – nella sollecitudine e premura verso i pellegrini anziani, infermi, portatori di handicap, ai quali si riservano le attenzioni più delicate, i posti migliori nei santuari; per essi si organizzano, negli orari più adatti, celebrazioni che, senza isolarli dagli altri fedeli, tengono conto della loro peculiare condizione; per essi si instaura una fattiva collaborazione con le associazioni che generosamente curano il loro trasporto; – nella disponibilità e nel servizio offerto a tutti coloro che accedono al santuario: fedeli colti e incolti, poveri e ricchi, connazionali e stranieri» (Congregazione per il Culto Divino, Lettera circolare

Santuario della Madonna dell’Olmo a Thiene Il santuario mariano della Madonna dell’Olmo a Thiene, tradizionale meta di pellegrinaggi

Orientamenti e proposte per la celebrazione dell’Anno mariano, 76).

Il santuario come luogo di cultura In se stesso, il santuario può essere considerato, per ciò che contiene, un «bene culturale»: in esso, infatti, si riscontrano, quasi raccolte in sintesi, numerose manifestazioni della cultura delle popolazioni circostanti: testimonianze storiche e artistiche, caratteristici moduli linguistici e letterari, tipiche espressioni musicali. Sotto questo profilo il santuario costituisce non di rado un valido punto di riferimento per definire l’identità culturale di un popolo. Quando nel santuario si attua un’armoniosa sintesi tra natura e grazia, pietà e arte, esso può proporsi come espressione della via pulchritudinis per la contemplazione della bellezza di Dio, del mistero della Tota pulchra e della meravigliosa vicenda dei santi. Negli ultimi anni si va sempre più affermando l’orientamento a fare del santuario uno specifico «spazio culturale», un luogo in cui si organizzano corsi di studio e conferenze, si promuovono interessanti iniziative editoriali e si propongono sacre rappresentazioni, concerti, mostre e altre manifestazioni artistiSantuario Grotta di Lourdes del Beato Claudio a Chiampo che e letterarie. La Grotta di Lourdes del santuario francescano di L’attività culturale del sanChiampo, realizzata dal beato Claudio Granzotto

tuario si configura come un’iniziativa collaterale per la promozione umana; essa si affianca utilmente alla sua funzione primaria di luogo per il culto divino, per l’opera di evangelizzazione e per l’esercizio della carità. Il santuario come luogo di impegno ecumenico e di dialogo interreligioso Il santuario, per le sue caratteristiche di luogo di annuncio della Parola, di intensa vita liturgica e di esercizio della carità, è un «bene spirituale» condivisibile, secondo le indicazioni del Direttorio ecumenico, con i fratelli e le sorelle che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questa prospettiva il santuario diviene un luogo di impegno ecumenico, sensibile alla grave e urgente istanza dell’unità di tutti i credenti in Cristo, unico Signore e Salvatore. È quindi opportuno che, ogni volta che sia possibile, si offrano in questo luogo incontri di preghiera fra i cristiani delle varie confessioni; in tali incontri, preparati con cura e in collaborazione, dovrà primeggiare la Parola di Dio e dovranno essere valorizzate le espressioni di preghiera proprie delle varie confessioni cristiane. Secondo le circostanze e quando se ne manifesti l’opportunità, è possibile estendere eccezionalmente gli incontri anche ai membri di altre religioni. Vi sono, infatti, santuari frequentati da non cristiani, che vi accorrono attratti dai valori propri del cristianesimo. Tuttavia, va evitato il rischio del «buonismo»: tutti gli atti di culto che si svolgono nei santuari devono essere chiaramente coerenti con l’identità cattolica, senza mai nascondere ciò che appartiene alla fede della Chiesa. VICENZAPIÙ

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VICENZA SECONDO COVIELLO... LA BIOGRAFIA TERZO SPOILER

Dal “cadavere” di Unibit alla rete del volley: così Vicenza diventò la sua seconda vita. E prima in Italia e in Europa di Alberto Gottardo

Ci sono persone che, quando vedono il cadavere della propria impresa, si allontanano. Per pudore, per paura o semplicemente per non continuare a soffrire. Giovanni Coviello, invece, andava ogni giorno a lavorarci accanto. La definizione è sua: lavorava accanto al proprio «cadavere». Il cadavere era ciò che restava della Unibit dopo che marchio e storia erano stati rilevati dalla DTop di Cornedo Vicentino. Il nome continuava a esistere. Ma per chi lo aveva spinto fino a farne quello del maggiore assemblatore italiano di personal computer compatibili, il corpo era rimasto senza anima. Alla DTop lavorava anche quattordici ore al giorno. Poteva organizzare, suggerire e tentare di trasferire esperienza e relazioni; non poteva restituire a quel marchio ciò che lo aveva reso vivo. Il nuovo proprietario aveva la capacità economica per rilevarlo, ma il management trattava Unibit come un oggetto da collocare su una scrivania. Per Coviello, invece, era stata una visione prima ancora che un’azienda. Dopo avere perso la propria creatura, rischiava di trasformarsi nel custode del suo mausoleo. Lasciare la DTop non significava sapere dove andare, ma accettare che il ritorno non esisteva. Dopo una consulenza per una società veronese, fu proprio l’informatica a offrirgli la possibilità di cambiare mestiere. Per anni Coviello aveva frequentato direttori, giornalisti e concessionarie delle maggiori riviste specializzate: sapeva quanto una prova positiva potesse aprire un mercato e quanto il silenzio di una testata autorevole 10

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Giovanni Coviello negli anni Novanta

potesse pesare su un’azienda. Mondadori Informatica lo chiamò dall’altra parte della scrivania e gli affidò la direzione editoriale di PC Week Trade. Non era ancora il giornalista che sarebbe diventato e la biografia non prova a costruirgli una vocazione retroattiva. Ad Arcore portò ciò che sapeva fare: capire un prodotto a livello globale, leggere un mercato internazionale e trasformare un’intuizione in comunicazione nazionale. Il cambiamento era sostanziale. Prima chiedeva ai giornali di occuparsi dei suoi computer; ora contribuiva a decidere quali aziende e tecnologie avessero titolo per diventare notizia. Prima acquistava pubblicità; poi, ottenuta anche l’agenzia per il Nordest delle testate del gruppo, doveva venderla. Collaborò inoltre, scrivendo di case history con Espansione della capogruppo Mondadori e col settimanale vicentino Il 2000 fondato e diretto da Gian Franco Filippini, che con la sua precedente creatura, La Nuova Vicenza, Coviello

lo scoprì dopo, aveva minacciato lo strapotere del quotidiano locale, lanciando giornalisti e collaboratori allora sconosciuti come, ne citiamo solo alcuni, Paolo Possamai, Paolo e Anna Madron, Antonio ed Emilio Franzina, Mauro Carrer, Diego e Luca Illetterati, Alessandro Mognon, Ilvo Diamanti e, poi, quando l’esperimento di Nuova Vicenza si espanse temporaneamente da settimanale a quotidiano, Alessandro Marzo Magno, Ilaria Danieli, Giovanni Chiades e Paola Sperotto, ora capo ufficio stampa in Comune. Tutti questi professionisti, alcuni dei quali lo hanno, poi, “rinnegato” perché a loro dire, oggi ma non allora quando li “incubò”, sarebbe stato “divisivo”, hanno condiviso quel vivace spaccato di giornali-

La copertina del libro “Ho preso tre testate. Memorie di un cronista tra Il Gazzettino, Il Giornale di Vicenza e Nuova Vicenza”


Un articolo di Giovanni Coviello su Il 2000 di Gian Franco Filippini

smo di provincia descritto poi dallo stesso Filippini nel suo libro di memorie postumo “Ho preso tre testate. Memorie di un cronista tra Il Gazzettino, Il Giornale di Vicenza e Nuova Vicenza”, quando dal giornalismo fu “espulso” dai poteri locali e, sconsolato, si dedicò all’antiquariato prima di lasciare queste terre nel 2022. PC Week Trade, Espansione e Il 2000 furono il primo laboratorio della futura vita editoriale di Coviello. Lì vide dall’interno la contraddizione che anni dopo sarebbe diventata centrale: la pubblicità paga il giornale, ma il giornale deve poter pubblicare anche ciò che l’inserzionista non vorrebbe leggere. Un principio semplice finché non bisogna pagare stipendi, collaboratori, tipografie e server. Mentre imparava l’editoria, l’imprenditore non era scomparso: continuava a ragionare in termini di prodotto, organizzazione, identità e pubblico. Soltanto che il nuovo prodotto stava diventando una squadra e il nuovo mercato un palasport. La pallavolo non era una scoperta assoluta. Il primo incontro risaliva all’Accademia navale di Livorno, ma a Roma Coviello aveva già portato per la prima volta una squadra femminile della Capitale in A1. Fu Vicenza, però, a trasformare il volley da passione laterale in una nuova professione. Quando arrivò nella pallavolo vicentina,

nel 1994, trovò una squadra in A2 che alcuni protagonisti avrebbero poi descritto come quasi morta. Era il tipo di situazione capace di attirarlo: le realtà ordinate lo hanno sempre interessato meno di quelle da salvare o trasformare. Ricominciava ancora da un corpo ritenuto senza futuro, ma questa volta davanti aveva una rete, non il marchio della sua azienda morta. Nel Nordest incontrò imprenditori identificati con le proprie aziende, famiglie partite da un laboratorio e arrivate sui mercati internazionali. Era un ambiente ricco di sponsor potenziali, ma non bastava chiedere un assegno in cambio di un logo. Applicò la lezione imparata con Apple: prima capire il cliente, poi proporgli il prodotto. Quale pubblico voleva raggiungere? Come potevano atlete, palasport ed eventi diventare strumenti del suo progetto? Sia pure in un territorio che fino allora era stato dominio solo del basket, la pallavolo femminile offriva un terreno ideale: spettacolare, competitiva, familiare e capace di produrre testimonial credibili. Le giocatrici non erano soltanto atlete, il pubblico non era soltanto chi comprava un biglietto e gli sponsor non dovevano essere bancomat. La società poteva diventare una comunità e il marchio appartenenza. Tornò utile anche la lezione di Steve Jobs: una tazza o una maglietta con la mela

colorata valevano perché permettevano di portare con sé un frammento di quel mondo. Nel volley vicentino nacque così un catalogo sorprendente per l’epoca: orologi, profumi, cosmetici, palloni e perfino bottiglie di grappa con il marchio della squadra. I bambini compravano i palloni in miniatura e cercavano le giocatrici per farseli firmare. Il fatturato era modesto, ma quel pallone continuava a far vivere la squadra nella loro camera molto dopo l’ultimo punto della domenica. La vera differenza rispetto all’informatica erano le persone. Un pc assemblato bene e sottoposto a quarantotto ore di burn-in aveva elevate probabilità di funzionare come previsto. Una squadra no. Potevano esserci ottime giocatrici e un allenatore competente e arrivare ugualmente una sconfitta. Bastavano un problema personale o una parola efficace per un’atleta e devastante per un’altra. Le persone non sono programmabili. Coviello avrebbe dovuto impararlo già nell’impresa, ma il volley glielo ricordava ogni settimana. Portava nello sport entusiasmo, rapidità, disponibilità al rischio e la tendenza a pretendere dagli altri la stessa intensità che pretendeva da se stesso: qualità capaci di costruire un progetto e difetti capaci di complicarlo. Una giocatrice poteva essere professionale senza consegnare alla squadra tutta la propria esistenza. Il dirigente, abituato a confondere lavoro, passione e vita, lo avrebbe imparato con fatica. Servirono, solo, quattro anni per arrivare in A1. Era il 1998 e Vicenza raggiungeva per la prima volta, e finora unica, la massima serie della pallavolo femminile. Per quasi chiunque sarebbe stato il coronamento. Per Coviello fu soprattutto il punto dal quale pensare alla tappa successiva. Arrivarono undici campionati di A1, i play off, una Coppa CEV, una Supercoppa italiana e successi nel beach volley e nel settore giovanile. Ma contano altrettanto le persone viste prima che diventassero famose. Paola Paggi, Elisa Togut e Darina Mifkova passarono da Vicenza prima del Mondiale vinto dall’Italia nel 2002. Giovanni Guidetti sarebbe diventato un allenatore di livello internazionale. Poi, da Sorrento, arrivò una ragazzina di quattordici anni e mezzo. VICENZAPIÙ

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Monica De Gennaro dopo un rinnovo di contratto con Giovanni Coviello

Si chiamava Monica De Gennaro. Il talento non mostrava la carta d’identità e Vicenza le diede presto spazio in prima squadra. Molti anni dopo sarebbe diventata una delle migliori al mondo e avrebbe conquistato con l’Italia l’oro olimpico di Parigi. Coviello non rivendica di avere creato una campionessa: il merito appartiene all’atleta e agli allenatori. Rivendica di avere riconosciuto una possibilità prima che fosse evidente a tutti e di averle aperto una porta.

Nell’informatica aveva cercato di arrivare prima con i prodotti. Nel volley cercava persone. E le persone, nel bene e nel male, potevano sorprenderlo molto più della tecnologia. Intanto Vicenza smetteva di essere soltanto il luogo nel quale lavorava. Attraverso la pallavolo Coviello incontrava imprenditori, amministratori, professionisti, giornalisti e istituzioni. Imparava il territorio senza sapere ancora che un giorno avrebbe cominciato a raccontarlo e a rivolgere do-

Palasport soldout ai tempi del Vicenza Volley in A1

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Moky De Gennaro con la mitica Shin Takahashi

mande proprio a molti di quei centri di potere. Vicenza diventò la città della seconda metà della sua vita. Mondadori gli aveva fatto attraversare la scrivania. Il “cadavere” di Unibit gli aveva insegnato che perfino un marchio vivo può morire quando perde la propria anima. Il volley gli mostrò il contrario: una realtà considerata quasi inesistente se non a Noventa Vicentina da cui era emigrata, per carenza di risorse, può rinascere o, meglio, nascere in un territorio apparentemente non fertile se attorno a una rete si costruiscono persone, appartenenza, organizzazione e sogni. La biografia di Giovanni Coviello, annunciata per i vent’anni di VicenzaPiù, racconterà anche che cosa accadde dopo: l’Europa del volley, vittorie e fratture, poi l’ingresso nell’editoria vicentina e il passaggio da chi cercava spazio sui giornali a chi avrebbe usato un giornale per illuminare ciò che altri preferivano lasciare nell’ombra. Ma questa è la puntata nella quale il morto resta indietro e il sopravvissuto attraversa la rete. Non per dimenticare la prima vita. Per verificare se fosse ancora capace di costruirne una seconda.


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CLIMA IMPAZZITO

Quando il caldo eccezionale diventa la nuova normalità anche nel Vicentino: Marco Rabito spiega perché Dalle ondate di calore sempre più frequenti alla siccità, fino alla gestione del territorio: il meteorologo, divulgatore e vicesindaco di Monticello Conte Otto analizza gli effetti del cambiamento climatico sul Vicentino e offre una chiave di lettura di un futuro già iniziato

di Jacopo Graziani

Il clima sta cambiando ed è sotto gli occhi di tutti, e lo sta facendo sempre con maggiore rapidità, impattando in modo considerevole anche sulla vita degli italiani e vicentini in particolare. Per un’analisi più precisa sui cambiamenti climatici in atto nel nostro territorio e per fare delle considerazioni sull’estate che si sta per concludere abbiamo interpellato Marco Rabito, principale volto della meteorologia vicentina, eletto meteorologo dell’anno nel 2025, nonché vicesindaco di Monticello Conte Otto. 14

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Il clima sta cambiando a livello globale, ma quali sono i segnali più evidenti e misurabili che stiamo osservando qui nella Provincia di Vicenza? Anche nel Vicentino osserviamo segnali ormai molto chiari. Le temperature medie sono aumentate sensibilmente rispetto a qualche decennio fa, con un incremento particolarmente marcato delle temperature minime notturne. Le estati risultano più lunghe e persistenti, mentre le ondate di calore sono più frequenti, intense e durature. Assistiamo inoltre a un aumento delle cosiddette notti tropicali, cioè con temperature che non scendono sotto i 20 °C, un fenomeno che fino a pochi decenni fa era

decisamente più raro nelle nostre pianure. Parallelamente si osserva una maggiore irregolarità delle precipitazioni: non necessariamente piove meno nell’arco dell’anno, ma la pioggia tende a concentrarsi in episodi più intensi, intervallati da periodi più lunghi di siccità. Questa alternanza rappresenta una delle caratteristiche più evidenti del cambiamento climatico sul nostro territorio. La sensazione è quella che i cambiamenti climatici abbiano maggiore rapidità rispetto al passato, è così? Sì, questa percezione è supportata anche dalle osservazioni scientifiche. I cambia-


Nell’estate trascorsa tra gli aspetti critici rilevati c’è stata quella della presenza di tante notti tropicali? L’estate si è confermata decisamente molto calda, caratterizzata da una lunga persistenza dell’alta pressione e da numerose notti tropicali. Proprio queste rappresentano uno degli aspetti più critici, perché impediscono il recupero fisiologico dell’organismo e aumentano il disagio bioclimatico, soprattutto per anziani, bambini e persone con patologie croniche. Il caldo notturno è oggi uno degli indicatori più evidenti dell’evoluzione climatica nella pianura veneta.

Marco Rabito è meteorologo dell’AMPRO, Associazione Meteo Professionisti

menti climatici sono sempre avvenuti nella storia della Terra, ma quello attuale si distingue per la velocità con cui sta evolvendo. Negli ultimi decenni stiamo registrando variazioni che, in condizioni naturali, avrebbero richiesto tempi molto più lunghi. Questo rende più difficile l’adattamento sia degli ecosistemi sia delle infrastrutture costruite dall’uomo, progettate sulla base di un clima che oggi non esiste più. L’ondata di caldo vissuta questa estate ricorda per certi aspetti quella del 2003. Che confronto si può fare? Il 2003 resta un punto di riferimento perché rappresentò un evento eccezionale. Tuttavia oggi assistiamo a una situazione diversa: episodi di caldo molto intenso non sono più eccezioni isolate ma tendono a ripetersi con maggiore frequenza. La differenza principale è che nel 2003 l’evento fu straordinario, mentre oggi condizioni simili stanno diventando progressivamente più normali. I dati elaborati da ARPAV evidenziano come il periodo compreso tra il 1° giugno e il 20 luglio 2026 abbia fatto registrare, in Veneto, una temperatura media superiore persino a quella dello

stesso intervallo del 2003, estate rimasta nell’immaginario collettivo come il riferimento assoluto per il caldo eccezionale. Si tratta di un segnale molto significativo, perché il 2003 fu considerato all’epoca un evento con tempi di ritorno plurisecolari, cioè statisticamente destinato a verificarsi solo molto raramente. È un’ulteriore conferma di come il cambiamento climatico non si manifesti soltanto attraverso nuovi record assoluti, ma soprattutto attraverso una crescente frequenza e persistenza di condizioni di caldo estremo. La tendenza intrapresa appare ormai inarrestabile. Come ci si può adattare a questo caldo tropicale? Una parte del cambiamento climatico è ormai inevitabile e dobbiamo investire sull’adattamento. Significa progettare città più verdi, aumentare la presenza di alberature, utilizzare materiali che accumulano meno calore, favorire edifici energeticamente efficienti e migliorare la gestione delle risorse idriche. Anche sul piano individuale occorre modificare alcune abitudini, limitando l’esposizione nelle ore più calde, idratandosi correttamente e proteggendo le persone più fragili.

Sulla siccità e il consumo di acqua com’è la situazione nel Vicentino? Sul fronte della disponibilità idrica, il quadro appare estremamente preoccupante. La situazione si sta rivelando addirittura più critica rispetto alla già grave siccità del 2022 e, inoltre, non si intravedono segnali di un cambiamento significativo della circolazione atmosferica: è quindi difficile attendersi un miglioramento sostanziale prima dell’autunno, quando le perturbazioni atlantiche potrebbero tornare a interessare con maggiore continuità il Nord Italia. A questa sfida si aggiunge un’altra questione altrettanto cruciale: la qualità dell’acqua. Le contaminazioni da PFAS e da altre sostanze persistenti stanno interessando aree sempre più ampie e richiedono una riflessione profonda sulla tutela della risorsa. Il problema, infatti, non è soltanto avere acqua a disposizione, ma poter contare su un’acqua sicura. Se oggi il rischio è la scarsità quantitativa, domani potremmo trovarci nella condizione, altrettanto critica, di avere una maggiore disponibilità di acqua ma compromessa sotto il profilo qualitativo. Per questo motivo, quantità e qualità devono diventare due obiettivi inscindibili nella gestione della risorsa idrica. L’unico rimedio al caldo torrido sembra essere creare più zone verdi possibili. Quanto influisce la cementificazione? Influisce in maniera determinante. La cementificazione eccessiva rappresenta uno dei principali fattori che amplificano gli effetti delle ondate di calore nelle aree urbane. Asfalto, cemento e superfici artificiali assorbono enormi quantità di energia solare durante il giorno e la rilasciano lentamenVICENZAPIÙ

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te nelle ore serali e notturne, alimentando il fenomeno dell’isola di calore urbana. È proprio questo il motivo per cui nelle città le temperature, soprattutto di notte, possono risultare anche di alcuni gradi superiori rispetto alle campagne circostanti. Le aree verdi svolgono invece un ruolo fondamentale: gli alberi intercettano la radiazione solare, ombreggiano edifici e strade e, attraverso il processo di evapotraspirazione, sottraggono calore all’ambiente contribuendo a ridurre la temperatura dell’aria. Numerosi studi dimostrano come una rete diffusa di parchi, filari alberati e superfici permeabili possa abbassare sensibilmente le temperature locali, migliorare il comfort bioclimatico e ridurre anche i consumi energetici legati alla climatizzazione. È però importante sottolineare che il verde e queste iniziative non rappresentano, da soli, la soluzione definitiva. Sono strumenti indispensabili per adattarsi ai cambiamenti climatici e ridurne gli effetti sulla popolazione, ma devono essere accompagnati da una pianificazione urbana più sostenibile, dalla riduzione del consumo di suolo e da politiche efficaci di contrasto al cambiamento climatico. Solo così sarà possibile rendere le nostre città realmente più vivibili e resilienti negli anni a venire.

Qual è il ruolo di una corretta divulgazione meteorologica? Una comunicazione meteorologica seria, competente e basata su dati scientifici rappresenta uno strumento fondamentale di protezione civile. Informare in modo corretto significa aiutare cittadini, imprese e amministrazioni a prepararsi agli eventi meteorologici senza creare inutili allarmismi, ma senza nemmeno sottovalutare i rischi. Negli ultimi anni, inoltre, i cambiamenti climatici stanno aumentando la frequenza e l’intensità di eventi meteorologici parti-

Marco Rabito è presidente dell’associazione vicentina “Meteo in Veneto”

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colarmente impattanti, in questo contesto, una divulgazione meteorologica responsabile assume un valore ancora maggiore: deve spiegare non solo cosa potrebbe accadere, ma anche il grado di incertezza delle previsioni, l’evoluzione attesa e i comportamenti più corretti da adottare. È altrettanto importante distinguere tra informazione scientifica e spettacolarizzazione del meteo. Il ricorso a titoli sensazionalistici o a previsioni formulate senza adeguato rigore rischia di minare la fiducia dei cittadini e di generare comportamenti inappropriati. Al contrario, una comunicazione chiara, trasparente e aggiornata, supportata dai modelli previsionali più avanzati e dal monitoraggio in tempo reale, permette alle persone di prendere decisioni consapevoli e alle istituzioni di pianificare interventi tempestivi. Il riscaldamento globale potrebbe costare molto all’Italia. Quali iniziative dovrebbero essere intraprese? Il riscaldamento globale rappresenta una delle principali sfide economiche, ambientali e sociali che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi decenni. Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già visibili e questo comporta costi elevatissimi per le famiglie, le imprese, l’agricoltura, il turismo, il sistema sanitario e le amministrazioni pubbliche. Per questo motivo è necessario agire contemporaneamente su due fronti: mitigazione e adattamento. Da un lato occorre proseguire con decisione nella riduzione delle emissioni di gas


serra attraverso la transizione energetica, il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, la diffusione delle fonti rinnovabili, lo sviluppo di una mobilità più sostenibile e il sostegno all’innovazione tecnologica. Queste politiche non rappresentano soltanto un beneficio per il clima, ma anche un’opportunità per aumentare la competitività del Paese, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e creare nuove opportunità di lavoro. Dall’altro lato bisogna prendere atto che una parte dei cambiamenti climatici è ormai inevitabile e che il territorio deve essere reso più resiliente. È quindi indispensabile investire nell’adattamento, potenziando la sicurezza idraulica, realizzando opere per la laminazione delle piene, migliorando la gestione e l’accumulo delle risorse idriche, contrastando il dissesto idrogeologico, riqualificando i corsi d’acqua e incrementando il verde urbano e la forestazione, capaci di mitigare le isole di calore e migliorare la qualità della vita nelle città. Un ruolo fondamentale spetta anche alla pianificazione urbanistica. È necessario limitare il consumo di suolo, ridurre la cementificazione, favorire superfici permeabili, creare nuovi parchi, corridoi ecologici e rifugi climatici, progettando quartieri più vivibili e capaci di resistere agli eventi meteorologici estremi. Parallelamente, occorre rafforzare i sistemi di monitoraggio meteorologico e idrologico, investire nella protezione civile e promuovere una corretta informazione alla popolazione, affinché cittadini e amministrazioni possano pre-

Nel Vicentino oltre al rischio siccità c’è il problema della qualità dell’acqua, per il problema della contaminazione da Pfas

pararsi con maggiore efficacia agli eventi più critici. Ogni euro investito oggi nella prevenzione e nell’adattamento può evitare danni ben maggiori domani, rendendo il Paese più sicuro, competitivo e preparato ad affrontare un clima che continuerà a cambiare. Cosa risponde a chi dice che anche in passato ha fatto molto caldo? Chi sostiene che “ha sempre fatto caldo” dice una cosa solo parzialmente vera. Nessun meteorologo serio ha mai affermato che in passato non esistessero estati torride o ondate di calore. Sarebbe assurdo negarlo. Il punto, però, è un altro, ed è proprio qui che spesso il dibattito si ferma a uno slogan invece di confrontarsi con i dati. La climatologia non studia il singolo epi-

sodio, ma l’evoluzione delle medie e delle tendenze nel corso dei decenni. È come sostenere che una persona non stia invecchiando perché anche vent’anni fa aveva qualche capello bianco. Il problema non è il singolo evento, ma la direzione in cui sta andando il sistema. Oggi le ondate di calore non sono semplicemente “come quelle di una volta”. Sono mediamente più frequenti, più intense e più durature. Le temperature elevate persistono per molti più giorni consecutivi, le notti tropicali sono in costante aumento e il caldo accumulato rende sempre più difficile il raffrescamento degli edifici e dell’organismo umano. Stiamo progressivamente perdendo i riferimenti climatici del passato: ciò che fino a pochi decenni fa veniva considerato eccezionale sta diventando sempre più ordinario, mentre i nuovi estremi continuano a spostarsi verso valori mai osservati prima. In altre parole, stiamo scrivendo una nuova normalità climatica. Le estati che un tempo avremmo definito eccezionali stanno diventando la regola, mentre quelle considerate “normali” cinquant’anni fa oggi appaiono sempre più rare. La vera domanda, quindi, non dovrebbe essere se in passato abbia fatto caldo, perché la risposta è ovviamente sì. La domanda è quanto sia cambiata la frequenza, l’intensità e la durata di questi eventi. Ed è proprio su questo che le serie storiche non lasciano spazio a dubbi: il clima di oggi non è più quello di qualche decennio fa e il territorio deve prepararsi a convivere con una realtà climatica profondamente diversa. VICENZAPIÙ

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I VUOTI URBANI DI VICENZA

I vuoti religiosi/1

Il complesso di San Biagio di Francesco di Bella Architetto

Nel documento sulla “rigenerazione della città storica”, discusso in Consiglio Comunale a settembre 20251, il Sindaco Possamai ha presentato i nodi principali su cui si stanno concentrando i processi di rinnovo urbano del nucleo più antico di Vicenza: “Nel Centro Storico assumono particolare rilevanza, tra i cespiti di proprietà pubblica, il complesso dell’ex tribunale e l’isolato di Santa Corona, le strutture edilizie dell’ex convento e delle ex carceri a San Biagio, il complesso ex fiera campionaria - ex scuola Giusti. Altra importante prospettiva di rigenerazione è determinata dalla riqualificazione del compendio immobiliare della sede di AGSM-AIM a San Biagio.” Siamo dunque nel “centro del centro” e il quadrante di San Biagio assume un ruolo

particolare, in quanto area dall’importanza storica notevolissima per la città di Vicenza e contemporaneamente oggetto di due interventi molto significativi, vista la dimensione dei complessi interessati. Attualmente, nella fascia che si allunga tra il Bacchiglione e il tratto delle mura medievali dei Carmini, si trovano il complesso dell’ex-convento (in parte riaperto di recente, dopo un positivo intervento di riqualificazione che ha regalato alla città un suggestivo giardino prima non accessibile), l’edificio ex AGSM-AIM (ora MAGIS) su contrà Pedemuro San Biagio, le retrostanti officine e magazzini, e infine l’ampia “piarda” del convento trasformata qualche anno fa nel Park Fogazzaro. L’ex-convento occupa un’area di circa 10.600 metri quadrati (dei quali circa 6000 mq demaniali e 4600 mq comunali) e il suo volume edificato ammonta a circa 50.000 metri cubi (divisi in circa 20.000 mc demaniali, 19.500 mc comunali, 10.800 mc della ex chiesa).

San Biagio da Google Earth

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Dal 1872 sino al 1892, furono eseguiti i lavori per la realizzazione di nuovi edifici funzionali che lo resero carcere mandamentale di Vicenza sino al 1986. Poi, nel 1928 l’amministrazione fascista concesse parte del fabbricato al R.A.C.I, – Reale Automobile Club d’Italia – affinché vi costruisse la propria sede. Ora, mentre la ex-Chiesa continua a essere utilizzata come autorimessa, il palazzo ex-ACI è diventato sede dei corsi universitari dello IUAV, mentre i chiostri sono murati e versano in un completo stato di abbandono, privo di qualsiasi intervento di manutenzione2. Su un contesto in tali condizioni, vige un Decreto di Vincolo per Interesse Storico-Artistico (legge 1089/39) da parte del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, risalente al 1997 e riferito esclusivamente all’ambito dei due chiostri più a nord e della Chiesa (il cui valore è irrimediabilmente compromesso dall’utilizzo come autorimessa da quasi 100 anni). Inoltre è presente un generico vincolo di tutela (ai sensi del D.Lgs. 42/2004) sul resto del complesso. È interessante notare un passaggio, nell’invito alla manifestazione di interesse: “L’Agenzia e il Comune mirano a verificare la disponibilità e le eventuali condizioni con cui gli operatori economici possono realizzare, nell’ambito delle più ampie attività di riqualificazione del Complesso di San Biagio, un intervento di recupero del compendio prevedendo la possibilità di introdurre nuove destinazioni d’uso volte, prioritariamente, allo sviluppo del polo didattico universitario e dei correlati servizi agli studenti, nonché ad ulteriori iniziative di carattere culturale, espositivo, ricettivo o di servizio alla cittadinanza.”3 Tutto sommato, al netto dell’indicazione per l’inserimento di attività legate al polo universitario, l’attività di recupero si au-


L’angolo sud-ovest del complesso

spica “ampia” e di fatto si sta aprendo a una pluralità di nuove destinazioni d’uso, tra le quali però non sono esplicitamente contemplate né quella residenziale né quella commerciale. Inoltre - sebbene il

processo di riqualificazione del complesso dovrà concretizzarsi in una variante urbanistica e in un passaggio approvativo in Soprintendenza - non paiono porsi prioritariamente limiti ad aumenti di cu-

L’ingresso del giardino

batura, almeno per le porzioni libere dal vincolo storico-artistico. La riqualificazione di un complesso di questo genere è assolutamente impegnativa, a livello sia finanziario che tecnico, e l’intervento dovrà svilupparsi in parallelo tra un progetto di restauro filologico e conservativo, ove ciò abbia ancora senso, e una riqualificazione delle parti il cui valore storico-artistico è ormai compromesso, in cui gli interventi potrebbero forse anche essere più radicali. Per fare in modo che questo processo sia vincente, bisognerà dunque capire presto come un rinnovato contenitore di questa dimensione potrà essere “riempito” dalle istanze provenienti dalla città, tenendo conto che a livello culturale ed espositivo il futuro San Biagio potrebbe entrare in concorrenza con la stessa Basilica Palladiana e altre forti realtà espositive vicine (come Pal. Leoni Montanari); al contrario, in un centro progressivamente svuotato di residenti e riempito di B&B, la destinazione ricettiva potrebbe aver successo in particolare se destinata specificamente agli studenti, insediati a poca VICENZAPIÙ

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lato est ed ex chiesa

distanza. Ricordiamo che nello stesso ex-Tribunale in Santa Corona, a poche decine di metri da San Biagio, si prevede una trasformazione con la stessa destinazione d’uso: a questo punto sarebbe opportuno pensare almeno di differenziare la clientela... Addirittura, alcune porzioni del convento, nonostante le premesse, potrebbero non essere interessate da alcun processo di riqualificazione: pensando ad esempio alla ex-Chiesa, oggi non possiamo non tenere conto che il Comune ha in essere un contratto di concessione a un privato, per la gestione dell’autorimessa, che frutta all’Ente un affitto piuttosto irrisorio, ma assicura al privato un guadagno presumibilmente significativo (se pensiamo ai circa 100 posti auto affittati in buona parte per 365 giorni all’anno)4, e che per entrambe le parti potrebbe essere interessante mantenere lo status quo, senza troppi sconquassi. In questo senso, se è condivisibile l’intenzione di non voler portare cubatura commerciale nel nuovo san Biagio, forse bisognerebbe fare un pensiero sulla possibilità di riservare una quota alla residenza, magari stavolta non pensando alla solita valorizzazione immobiliare verso il comparto del lusso (che in “centro-centro” non pare funzionare trop20

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po bene - vedi Palazzo delle Poste), ma piuttosto verso una edilizia residenziale destinata alle giovani famiglie, che in centro storico sarebbe motore di nuova vitalità. Tutto ciò, naturalmente, in attesa del-

la comparsa del comitato “San Biagio com’era dov’era”, che immaginiamo non mancherà presto di dilettarci con ulteriori prove di uno degli sport preferiti dai vicentini: protestare quando non cambia niente, per poi protestare

Il lato ovest verso il Park Fogazzaro


Lato sud e palazzo ex Aci

quando si cerca di cambiar qualcosa. Di certo, una cosa la possiamo affermare con certezza: su questo complesso, di grande importanza anche simbolica per la città, ci saremmo potuti aspettare un dibattito meno “evanescente” di quanto non sia stato fino ad oggi. San Biagio merita più attenzione, e potremmo dire che la merita “prima dai vicentini”, piuttosto che dai fondi immobiliari. Comunque, fino al 4 settembre 2026 sarà possibile presentare le manifestazioni di interesse, e, nel momento in cui si scrivono queste righe, il Comune ha dato notizia di 20 proposte già ricevute5. Vedremo se e come la città si preoccuperà di seguirne le vicende.

Ancora l’ex chiesa

NOTE 1 Disponibile sul sito web del Vicenza Forum Center: https://www.vicenzaforumcenter.it/ progetti?id=108238 2 https://beniabbandonati.cultura.gov.it/beni/ convento-di-s-biagio/ 3 “CONVENTO ED EX CARCERE DI SAN BIAGIO DI VICENZA COMUNICAZIONE AL MERCATO A MANIFESTARE INTERESSE PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL’IMMOBILE DI PROPRIETA’ DELLO STATO E DEL COMUNE DI VICENZA”; Agenzia del Demanio e Comune di Vicenza, disponibile sul sito

web del Agenzia del Demanio: https://www.agenziademanio. it/it/gare-aste/immobiliare/gara/Invito-pubblico-a-manifestareinteresse-per-la-riqualificazione-dellimmobile-denominatoConvento-ed-ex-Carcere-di-San-Biagio-di-Vicenza-di-proprietadello-Stato-e-del-Comune-di-Vicenza 4 https://www.lapiazzaweb.it/news/vicenza/91465/ vicenza-il-parcheggio-di-s-biagio-concesso-a-pochisoldi-e-ora-il-comune-deve-spenderne-tanti.html 5 https://www.vipiu.it/leggi/ex-carcere-di-san-biagiooltre-20-interessati-il-comune-cerca-idee-pertrasformare-il-complesso-storico/

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BASI USA E APPALTI VICENTINI

Dalla Vicenza di Maltauro ai droni di Sigonella: viaggio negli appalti finiti sotto la lente antimafia Un’inchiesta della DDA di Messina sui lavori per gli hangar dei droni USA a Sigonella riporta l’attenzione sulla vicentina ICM, ex Maltauro. La società risulta estranea alle accuse, ma una delle società subappaltatrici è finita sotto sequestro per presunti legami mafiosi di Antonio Mazzeo Insegnante e saggista

Con sempre più frequenza i droni MQ4C “Triton” di US Navy di stanza nella stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, hanno un ruolo chiave nello svolgimento delle operazioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento nei principali scenari bellici dello scacchiere mediorientale, in particolare a sostegno della campagna genocida di Israele contro il popolo palestinese e dei sanguinosi raid contro l’Iran. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, i “Triton” possono operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. I velivoli godono di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche. È in questo contesto che compare il nome della vicentina ICM S.p.A., già Giuseppe Maltauro, società indicata negli atti come appaltatrice dei lavori per il Dipartimento della Marina statunitense e ritenuta estranea al presunto contesto criminale oggetto dell’inchiesta. I “Triton” operano dalla base siciliana dal 2024, quando si conclusero i lavori di realizzazione di due ampi hangar adibiti al ricovero e alla manutenzione dei droni da 22

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Il primo drone MQ-4C Triton arrivato alla Naval Air Station di Sigonella il 30 marzo 2024. Foto U.S. Navy/NAS Sigonella Public Affairs

guerra USA. Una recente inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Messina ha rivelato che alla realizzazione a Sigonella del complesso infrastrutturale da cui operano i velivoli senza pilota ha contribuito un’azienda peloritana in odor di mafia. Il 2 aprile 2026 il Tribunale di Messina, su richiesta della DDA, ha ordinato il sequestro dell’intero capitale della G.R. Costruzioni S.r.l. con sede sociale a Torregrotta (Messina). Secondo quanto accertato dagli inquirenti, l’azienda era gestita da un “socio occulto”, Domenico Giuseppe Molino, genero del boss barcellonese Filippo Milone, già

condannato per estorsione aggravata al processo Gotha7 a 11 anni di reclusione in primo grado, ridotti a 5 anni e 4 mesi in appello. Domenico Giuseppe Molino è ritenuto “vicino” al clan mafioso dei barcellonesi, con cui avrebbe fatto affari fin dagli anni ’90. Egli ha anche partecipato al matrimonio del boss di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti. Numerosi collaboratori di giustizia lo hanno indicato come esponente del “gruppo di Gala”, appartenente al consorzio criminale poi confluito nel clan D’Amico. Relativamente alle opere realizzate a NAS Sigonella, la DDA ha rilevato che l’impresa G.R. Costruzioni è interve-


nuta in qualità di subappaltatore per conto della ICM S.p.A. di Vicenza (ex Giuseppe Maltauro S.p.A.), in ordine ai lavori commissionati a quest’ultima dal Department of Navy – Naval Facilities Engineering Comman Atlantic, con quartier generale a Norfolk, Virginia. Nello specifico i lavori hanno riguardato la progettazione e costruzione dell’Hangar P655 per lo stazionamento di due aeromobili pattugliatori P-8A, dalla superficie di 7.810 m2, con officine per la manutenzione e uffici amministrativi; e dell’Hangar P407 per lo stazionamento di due droni “Triton”: edificio di 6.626 m2 (71.322 SF), con relativi officine e uffici amministrativi, magazzini e altri servizi. Importo complessivo della commessa, 45.200.000 euro. Gli hangar per i droni USA sono cosa loro L’ICM S.p.A. di Vicenza ha sottoscritto tre contratti di subappalto con l’impresa di Domenico Giuseppe Molino: il primo, recante prot. 62488 del 18 maggio 2017, per l’esecuzione dei “lavori specializzati di bonifica, demolizione, selezione, trasporto e smaltimento”, per un importo contrattuale presunto di 1.025.000 euro; il secondo, recante prot. 63591 del 25 maggio 2018, per l’esecuzione di scavi e movimenti terra ed opere edili (importo

Controlli successivi al volo su un MQ-4C Triton a Sigonella, 2 luglio 2024. Foto U.S. Navy/Lt. Alex Delgado

contrattuale di 979.990 euro); il terzo, recante prot. n. 63777 dell’11 luglio 2018 per la realizzazione di una recinzione fuori terra (656.635 euro). Complessivamente l’ammontare delle opere realizzate per i “Triton” di Sigonella dall’azienda in odor di mafia è stato di 2.661.625 euro. “Da una telefonata del 23 dicembre 2017, emerge come Molino e il socio Giorgio Gringeri cercassero appoggi nella città di Messina al fine di potersi inserire in alcuni appalti”, scrivono gli inquirenti della DDA. Qualche giorno dopo questo colloquio, era lo stesso Molino, nel conversare con tale Sergio Lo Presti (soggetto

La cerimonia di apertura del nuovo hangar destinato ai MQ-4C Triton a Sigonella, 2 marzo 2024. Foto U.S. Navy/Sebastian Portieleslopez

che appariva inserito nel settore dei lavori pubblici), a rivelare il proprio impegno nell’esecuzione di opere presso la base di Sigonella. Il 28 e 30 dicembre 2017 Giorgio Gringeri e Domenico Giuseppe Molino venivano intercettati mentre discutevano ancora della esecuzione dei lavori presso l’infrastruttura USA e NATO. Nel corso di una conversazione telefonica del 23 marzo 2018, Gringeri riferiva delle modalità di accesso a Sigonella, “favorite anche dall’interessamento di terzi soggetti”. Quattro giorni dopo, Gringeri confidava all’interlocutore di aver emesso fatture per importi elevatissimi per i lavori alla base NATO, affermando anche di avere richiesto alla banca un anticipo di 300.000 euro, che forse l’indomani gli sarebbe stato accordato. Il 29 marzo 2018 Giorgio Gringeri rivelava ad un terzo uomo le “prospettive di collaborazioni future” con la ICM S.p.A,, cioè la società appaltatrice dei lavori in corso a Sigonella con la quale Gringeri affermava di “avere concluso altre due operazioni”. Due giorni dopo, lo stesso Gringeri confidava all’ex sindaco di Milazzo, Lorenzo Italiano, che “i rapporti con la ex Maltauro vanno a gonfie vele e che ha finito i lavori del primo appalto a Sigonella, mentre ce ne saranno altri due da fare e stanno organizzando pure un altro lavoro in Sardegna con la stessa ditta”. Nel corso delle indagini della DDA di Messina, la società vicentina è stata ritenuta estranea al presunto contesto criminale. Quello di Sigonella, tuttavia, non è il priVICENZAPIÙ

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mo procedimento giudiziario nel quale compare la ex Maltauro in relazione a grandi infrastrutture militari statunitensi in Sicilia. Centinaia di villette a Lentini per i marines USA di Sigonella La Maltauro, oggi ICM SpA è stata citata in un’altra complessa indagine degli inquirenti siciliani, relativa al tentativo di realizzare a Lentini (Siracusa) un mega complesso residenziale per i militari USA di stanza a Sigonella. L’affaire è stato ricostruito dai magistrati di Catania nell’ambito dell’inchiesta contro il potente editore-imprenditore siciliano Mario Ciancio Sanfilippo per presunte relazioni con la mafia e contro il quale, il 24 settembre 2018, veniva disposto il sequestro e la confisca dei beni per il valore di 150 milioni di euro. “Anche la vicenda della costruzione, in territorio di Lentini del complesso abitativo destinato ai militari americani di Sigonella dimostra le cointeressenze tra il preposto Mario Ciancio Sanfilippo e Cosa Nostra”, scrivevano i giudici della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Catania nell’ordinanza di confisca dei beni. “A seguito di decisione del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, che aveva programmato un incremento della presenza di militari in Sicilia, venivano presentati diversi progetti per la realizzazione di alloggi per insediamenti temporanei dei militari e dell’altro personale di nazionalità statunitense che avrebbe dovuto prestare servizio presso la base NATO di Sigonella, sita in territorio del Comune di Motta S. Anastasia (Catania)”. L’istanza per l’approvazione del progetto (mille casette a schiera unifamiliari con annesso verde privato, parcheggi coperti, alcuni residence, impianti sportivi, ecc.) fu presentata il 2 febbraio 2006 dalla società Scirumi S.r.l. all’allora sindaco di Lentini Sebastiano Neri, esponente dell’Mpa di Raffaele Lombardo. Il progetto prevedeva l’insediamento urbanistico in due distinte aree agricole: la prima di 67 ettari nelle contrade Xirumi e Cappellina; la seconda in contrada Tirirò, estesa 24 ettari. Il progetto fu discusso e approvato in tempi record. Il 17 febbraio 2006 l’amministrazione chiese ai tecnici comunali 24

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Gli hangar P655 e P407 realizzati da ICM (foto ICM)

di istruire “con urgenza” il progetto di variante richiesto dalla Scirumi S.r.l. per la “particolare rilevanza sociale, economica e occupazionale” per la città. Il 18 aprile 2006 il neoeletto consiglio comunale di Lentini approvò la variante al P.R.G., trasformando l’area interessata per la realizzazione del complesso residenziale da zona agricola E in zona CE 4. A scompaginare le carte giunse però il 7 giugno 2006 una lettera-esposto a firma del Centro Studi Territoriale DDISA, dei Verdi di Lentini e del giornale online Girodivite.it, in cui si ipotizzava la violazione delle norme regionali in materia urbanistica. L’esposto convinse gli amministratori lentinesi a sospendere la delibera e a convocare una nuova seduta del consiglio comunale. “Con delibera 52 del 16 ottobre 2006, veniva tuttavia approvata definitivamente la variante al P.R.G., trasformando l’area interessata all’insediamento del complesso residenziale”, annotano i giudici di Catania. “Tale delibera veniva approvata dall’Assessorato Regionale al Territorio e all’Ambiente – Dipartimento Urbanistica con decreto n. 93 emesso in data 1 febbraio 2007, pubblicato il 13 aprile 2007 sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana. Assessore Regionale era l’avvocata Rossana Interlandi, soggetto molto vicino all’allora Presidente della Provincia Regionale di Catania (successivamente presidente della Regione) Raffaele Lombardo”.

Scirumi USA, un progetto di casa Ciancio A convincere gli inquirenti sul ruolo centrale di Mario Ciancio Sanfilippo e dei familiari nell’affaire, i dati riportati nella visura camerale della compagine sociale che aveva presentato il progetto per i militari di Sigonella, la Scirumi S.r.l., con sede a Catania presso lo studio del professore Gaetano Siciliano, già presidente dell’ordine dei commercialisti e del collegio dei revisori dei conti del Comune di Catania. “La Scirumi – si legge nell’ordinanza di confisca - era così composta: Cappellina S.r.l., avente sede a Catania in via Pietra dell’Ova n. 51 (luogo di residenza di Mario Ciancio Sanfilippo), i cui soci erano in parti eguali i figli; tale società aveva detenuto sino al 26 ottobre 2010 il 10% delle quote della Scirumi e da quella data ne era divenuta titolare al 100%; Impresa Costruzioni Giuseppe Maltauro S.p.A., titolare fino al 26 gennaio 2010 del 51% delle quote del capitale sociale; DA.CA. S.r.l., inizialmente proprietaria del 35,5% del capitale sociale”. Altre piccole quote sociali della Scirumi erano state detenute sino al gennaio 2010 da Giuseppe Celano (4%) e Francesco Siciliano (2,5%), quest’ultimo figlio del commercialista Gaetano Siciliano. “Quanto a tali soggetti merita attenzione anzitutto la Impresa Costruzioni Giuseppe Maltauro S.p.A.”, aggiungevano i magistrati etnei. “Tale società, con sede a Vicenza,


La Naval Air Station di Sigonella con l’Etna sullo sfondo, gennaio 2021. Foto U.S. Navy/Jacques-Laurent Jean-Gilles. (Foto Wikimedia)

attiva sin dall’anno 1969, aveva già eseguito lavori per conto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America presso la base di Aviano (Pordenone). La Maltauro, inoltre, aveva acquistato l’impresa Ferrari di Genova, a sua volta acquirente della IRA Costruzioni di Graci e della Fratelli Costanzo, storiche imprese edili di Catania (originariamente appartenenti a soggetti vicini a Cosa Nostra etnea), ed aveva infine realizzato il centro commerciale Etnapolis, sito a Belpasso (Catania), la cui costruzione aveva costituito oggetto del procedimento penale denominato Dioniso”. Quel Sì al MUOS del governo Lombardo Nel corso delle indagini sul gruppo criminale dominante nel comune di Ramacca (Catania), gli inquirenti intercettavano un colloquio tra l’allora boss reggente del clan locale, Rosario Di Dio, e due suoi conoscenti, nel corso della quale il Di Dio riportava che le aree di proprietà dell’editore Ciancio erano diventate idonee alla realizzazione del villaggio per i militari statunitensi “grazie al prezioso intervento della Sovrintendenza che aveva concentrato il vincolo originariamente esteso all’intera area ad una porzione molta più ridotta, tanto da consentire lo sblocco

dell’iter amministrativo per la realizzazione del villaggio USA sulla rimanente parte dell’area”. I magistrati etnei richiamano infine la conversazione intercettata in data 23 settembre 2008, allegata alla annotazione del ROS dei Carabinieri di Catania del 23 gennaio 2014. “Tale dialogo aveva luogo presso l’ufficio del proposto (Mario Ciancio Sanfilippo Nda), tra quest’ultimo e due soggetti dei quali uno era verosimilmente Mauro De Paoli presidente del C.d.A. della Scirumi S.r.l., e l’altro è rimasto non identificato. Nel corso della conversazione il De Paoli chiedeva l’intercessione del Ciancio Sanfilippo con l’allora neoeletto Presidente della Regione Raffaele Lombardo affinché agevolasse l’installazione del MUOS (si tratta del sofisticato sistema di telecomunicazione satellitare della Marina Militare USA con un terminale terrestre destinato ad essere costruito all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, Caltanissetta, nda), cosi da accreditare lo stesso Ciancio Sanfilippo e tutta la Scirumi presso il nuovo comandante americano di Sigonella (tale Kinsley) al fine di concludere l’accordo con l’amministrazione militare statunitense che avrebbe portato alla realizzazione del progetto…”.

“Da quanto precede – conclude il Tribunale di Catania - emerge come ancora una volta il Ciancio abbia sfruttato i propri legami e rapporti con esponenti del sistema politico siciliano al fine di assicurare un canale privilegiato per l’approvazione del progetto ora in esame, il cui iter amministrativo procedeva e si concludeva positivamente in tempi rapidi: detti legami gli consentivano di avere in anticipo la certezza dell’esito favorevole, tanto da ottenere, ancora una volta, rilevantissimi profitti ricavati dalla plusvalenza dei suoi terreni, venduti quando erano ancora a vocazione agricola ma per i quali veniva corrisposto dalla controparte un prezzo elevatissimo come se già la detta destinazione fosse stata modificata. E tale certezza non poteva che essere comune anche alla controparte del Ciancio Sanfilippo (prima fra tutti la Maltauro, soggetto con notevole esperienza imprenditoriale), che non si sarebbe certo determinata ad effettuare detto onerosissimo acquisto se non avesse avuto adeguate garanzie in ordine alla concessione della variante urbanistica (…) Il Ciancio aveva estremo interesse alla realizzazione del progetto portato avanti dalla Scirumi S.r.l., tanto da promettere il suo intervento presso il Presidente della Regione Sicilia per il VICENZAPIÙ

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controverso progetto del MUOS solo a condizione che gli venisse garantita l’adesione al progetto Scirumi delle competenti autorità statunitensi…”. Alla fine il mega residence di Lentini per i marines USA non fu realizzato. Nel gennaio 2024 Mario Ciancio Sanfilippo ha però ottenuto l’assoluzione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa “perché il fatto non sussiste” e l’annullamento della confisca dei beni. Ancora sotto processo, il 22 settembre 2021, la SATER – Società Agricola Turistica Etna Riviera di Catania, da lui controllata, riceveva dall’Aeronautica Militare italiana il decreto di esproprio di 76 ettari di terreni seminativi confinanti con la base di Sigonella, con un indennizzo di 2.573.894 euro. Gli espropri hanno consentito di ampliare il sedime della grande infrastruttura di guerra e allungare le piste di volo, nell’ambito del programma NATO Capability Package 9°1301 Air-to-air refuelling assets che consentirà gli atterraggi e i decolli dei grandi aerei cisterna per il rifornimento in volo dei velivoli USA e NATO.

Le grandi commesse militari della vicentina ICM Non solo Sigonella. Sono stati numerosi i lavori eseguiti per conto delle forze armate USA e del complesso militare industriale internazionale da parte della società vicentina ICM S.p.A., già Giuseppe Maltauro. Innanzitutto nella città del Palladio, dove sorgono alcune delle infrastrutture più rilevanti dal punto di vista strategico dell’esercito statunitense. Nel marzo 2016, il Pentagono ha affidato ad ICM l’esecuzione presso la Caserma “Ederle” di un nuovo edificio residenziale di quattro piani di circa 8.300 mq con i requisiti di protezione avanzata anti-terrorismo per 230 unità delle forze armate USA. Importo dei lavori 18.400.000 euro. Ancora nella Caserma “Ederle”, l’allora Maltauro S.p.A. ha realizzato a partire del 2019 la nuova High School per i figli del personale militare statunitense, con relative aree studio, laboratori scientifici, aule computer, laboratori d’arte e di musica, una palestra, un poligono

Renato Del Din, la seconda base Usa a Vicenza

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VICENZAPIÙ

di tiro, gli uffici amministrativi, un ambulatorio, la zona mensa (importo 28.330.000 euro). Nel luglio 2018 la Maltauro veniva poi inserita tra i cinque main contractor per i lavori di ampliamento e potenziamento infrastrutturale (MATOC - Multiple Award Task Order Contract) dell’ex aeroporto “Dal Molin”, oggi base “Del Din” (sede del Comando della 173^ Brigata Aviotrasportata di US Army). Nello specifico l’azienda veneta si aggiudicava il progetto “HB-470967J” consistente nell’aggiunta di un nuovo refrigeratore industriale (chiller) e di una nuova torre di raffreddamento alla centrale di cogenerazione presso l’edificio 55 della Caserma “Del Din” (importo dei lavori 8.640.000 euro). Nello scalo aereo di Aviano (Pordenone), sede del 31st Fighter Wing di US Air Force dotato dei cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 Fighting Falcon, Maltauro ha realizzato tra il 2001 e il 2004 un


Un pattugliatore P-8A Poseidon sulla pista della base di Sigonella il 17 gennaio 2024. Foto U.S. Navy/Jacquelin Frost.

complesso di quattro edifici a destinazione residenziale per un totale di 100 unità abitative per il personale militare statunitense, comprensivo di parcheggi, percorsi pedonali, opere a verde e aree gioco per bambini (importo 15.354.812 euro). Sempre ad Aviano, nell’agosto 2004 il Dipartimento della Difesa USA ha assegnato alla Maltauro i lavori di realizzazione della pista di volo denominata “South Ramp, Zulu Arm/Dearm Pad, Expand North Ramp” (importo 8.667.056 euro). Dal 2007 al 2013, committente il Ministero della Difesa italiano, il gruppo vicentino ha pure ristrutturato ad Aviano gli hangar n.1, 2 e 3 dell’aeroporto (importo dei lavori 12.527.617 euro) Nel settembre 2018 la Marina Militare degli Stati Uniti d’America avviava un piano di potenziamento delle proprie infrastrutture militari ospitate nel comprensorio di Napoli affidando a cinque aziende lavori per 90 milioni di dollari (costruzione, ristrutturazione, riparazione e demolizione di edifici, piste aeree o altre infrastrutture primarie alla stazione aeronavale NSA di Napoli Capodichino e dei siti collegati, quali NSA Gaeta, “Admiral Carney Park” a Pozzuoli, Monte Camaldali Radio Site e Satellite Receiver Site a Lago Patria. L’ICM S.p.A. si aggiudicava un contratto per 16.756.000 euro. Dal settembre 2003 all’agosto 2008 la società vicentina ha eseguito per conto del Ministero della Difesa italiano i

lavori di realizzazione del 3° Pontile e risanamento e adeguamento funzionale del pontile sommergibili presso il Porto di Taranto (19.734.362 euro). A fine 2010, la ICM S.p.A. avviava all’interno dell’aeroporto militare di Cameri (Novara) la costruzione dello stabilimento di Alenia Aeronautica (gruppo Leonardo S.p.A.) destinato all’assemblaggio finale dei nuovi cacciabombardieri F-35 destinati all’Aeronautica Militare e alla Marina Militare italiana e ad alcuni paesi europei. La quota dei lavori assegnata alla società vicentina era dell’80,42% per un valore complessivo di 213.782.665 euro. Sempre per la holding Leonardo S.p.A. la ICM ha eseguito nel periodo 2017-2022 lavori infrastrutturali e manutentivi in alcuni dei suoi stabilimenti per un importo di 182.533.291 euro. Particolarmente rilevanti dal punto di vista geostrategico e finanziario le commesse in ambito militare ottenute dall’ex Maltauro fuori dall’Italia. Nel febbraio 2017 il Comando generale delle forze armate navali USA per l’Europa e l’Africa ha affidato all’azienda vicentina la progettazione e realizzazione ex-novo, nonché le riparazioni, riqualificazioni, demolizioni, manutenzioni di infrastrutture ed edifici presso la base militare statunitense di Deveselu, Romania (importo dei lavori per 16.000.000 di euro). Nel 2018 ad ICM S.p.A. sono stati assegnati dal Dipartimento della Difesa USA i lavori di costruzione di alcune in-

frastrutture all’interno della grande base “Camp Lemmonier” delle forze armate a Gibuti, in Africa orientale (35.000.000 di euro). L’anno successivo il gruppo vicentino è stato chiamato dal Comando delle forze aeree del Qatar ad apportare le modifiche richieste agli edifici esistenti presso la base militare di Al Udeid (magazzini, quartiere generale comando, hangar, officine, ecc.) per poter ospitare “temporaneamente” i cacca multiruolo “Rafale” acquistati in Francia dal Qatar (11.809.200 euro). Sempre nell’aeroporto di Al Udeid, committente l’U.S. Army Corps of Engineers, ICM S.p.A. ha avviato nel luglio 2020 la costruzione di strutture e infrastrutture destinate ad ospitare i cacciabombardieri F-15 dell’aeronautica militare del Qatar (importo lavori 235.000.000 euro). Presso l’aeroporto della capitale dell’emirato arabo, Doha, la società vicentina aveva eseguito tra il 2022 e il 2017 la costruzione di nuovi edifici e delle relative piste per velivoli militari in dotazione all’aeronautica qatariota. Nello specifico venivano realizzati il quartier generale di comando (29.000 m2), gli hangar per aerei ed elicotteri (35.700 m2), magazzini (18.300 m2), strutture varie come terminal passeggeri e moschea (14.000 m2), gli edifici per l’installazione di simulatori di voli per il training dei piloti (26.500 m2), le piste di volo, i relativi sistemi aeronautici e di illuminazione (importo lavori per 1.072.913.160 euro). Nel Sultanato dell’Oman, nel 2019 l’ICM ha costruito per conto del Ministero della Difesa alcuni edifici presso l’ospedale militare di al Khoudh (46.373.970 euro). Il Gruppo ex Maltauro riunisce società finanziarie e industriali operanti prevalentemente nel settore delle costruzioni. Ha chiuso il 2025 con un fatturato superiore a 800 milioni di euro, in crescita di circa il 12% rispetto al 2024 (712 milioni). L’ICM ha approvato il nuovo Piano Industriale 2026–2028, che punta a superare 1 miliardo di euro di ricavi entro il 2027 attraverso l’acquisizione di nuove commesse per circa 2,4 miliardi di euro nel triennio, di cui 1,8 miliardi in Italia e 600 milioni all’estero. VICENZAPIÙ

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TERRITORIO

Da Vicenza alla Romea: il progetto mai considerato contro le piene di Brenta e Bacchiglione Un progetto mai preso in considerazione utilizza gli interventi sulla Romea per mettere in sicurezza il territorio dalle ondate di piena del Brenta e del Bacchiglione. Dalla guerra medievale dell’acqua tra Vicenza e Padova emerge una storia che unisce il Vicentino alla laguna di Venezia di Renzo Mazzaro

La guerra dell’acqua tra Vicenza e Padova Accadde nel secolo XII, la chiamarono la guerra dell’acqua e durò la bellezza di 126 anni, dal 1188 al 1314. Una storia dimenticata ma i particolari sono rintracciabili in internet, un po’ discordanti ma molto istruttivi. La vicenda comincia con i vicentini che nel contesto rissoso di guerre e guerricciole tra i Comuni dell’epoca, decidono di usare l’acqua come arma per punire i padovani. Nel 1188 deviano il Bacchiglione in un canale artificiale che avevano costruito tra Longare e Monselice-Este, il Bisatto. Ci avevano impiegato 45 anni ma valeva la pena: di colpo i padovani vedono i loro fiumi prosciugarsi. Il Bacchiglione garantiva l’acqua che faceva girare i mulini, irrigava i campi, consentiva gli scambi fluviali per l’approvvigionamento di merci della città. Non potevano accettarlo. Cominciò una guerra per l’occupazione di Longare che andò avanti per anni, con alterne vicende. Le cronache parlano perfino di un intervento dell’imperatore Enrico VI di Svevia, che ingiunse a Vicenza di ripristinare il corso naturale del fiume. I vicentini se ne fecero beffe. I padovani pensarono allora di

Mappa fiume Brenta e Bacchiglione 1789

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Il territorio vicentino in una carta del 1650 di Angelo Giovanni Novello e Marco Boschini. Tre secoli prima delle moderne opere idrauliche, il controllo delle acque del Bacchiglione e del Bisatto fu al centro della lunga “guerra dell’acqua” tra Vicenza e Padova. Fonte: Bibliothèque nationale de France – pubblico dominio


imitare i nemici costruendo a loro volta un canale di collegamento con il Brenta a Noventa. Ma la cosa disturbava i veneziani, perché il flusso in caso di piena poteva portare l’ondata a scaricarsi nel Brenta, salvando Padova ma trasferendo le inondazioni a valle. Tra accordi fatti e disfatti, beghe e contro beghe, va a finire che Padova e Venezia trovano un accordo e nel 1314 entra in funzione il canale Brentella, costruito a Limena dai padovani per immettere nel Bacchiglione acqua dal Brenta. Era l’indipendenza di Padova da Vicenza, ottenuta con il benestare di Venezia. Dalla guerra dell’acqua alla sicurezza della Romea Quel conflitto medievale mostra come la gestione delle acque nel Vicentino abbia sempre prodotto conseguenze ben oltre i confini provinciali, fino a Padova e alla laguna. Oggi la stessa geografia idraulica riemerge nel rapporto fra Brenta, Bacchiglione, idrovia Padova-Venezia e Romea: problemi diversi che chiedono una soluzione comune. A gennaio, subito dopo la Befana, in un vertice a Roma il ministro Salvini ha annunciato un piano che metterà in sicurezza la statale Romea, arteria vitale per gli spostamenti nord-sud del Veneto, percorsa quotidianamente dal traffico locale e da quello turistico e di mezzi pesanti che si muovono su grandi distanze. Un mix che è fonte di guai continui: rallentamenti, intasamenti, code chilometriche sono all’ordine del giorno. D’estate è un massacro: per entrare o uscire da Chioggia, città protesa sulla laguna ma prigioniera della Romea, con 46.000 abitanti che diventano il quadruplo nei mesi estivi, non basta la pazienza di Giobbe. Le cose non sono meno semplici per chi vuole tirare dritto: i limiti di velocità e gli autovelox servono a poco, passato il punto di controllo scattano i sorpassi, spesso azzardati. E capita l’incidente, che con queste caratteristiche di viabilità è sempre grave. Neanche a farlo apposta, recentemente (mercoledì 24 giugno, ore 18) è capitato l’ennesimo: «Incidente frontale tra auto e tir sulla Romea», leggiamo sul sito del Gazzettino, «intervento di ambulanze e vigili del fuoco, strada chiusa per ore e traffico in tilt.

Incidente frontale tra auto e tir sulla Romea» (24 giugno 2026, sito del Gazzettino)

L’annuncio di Salvini non è stato esattamente un regalo della Befana per il presidente del Veneto Alberto Stefani e la consigliera Elisa De Berti delegata alle infrastrutture, che l’ascoltavano. Della necessità di intervenire sulla Romea si parla da anni, con scontro di progetti, progettisti e imprese, sostenuti da cordate politiche fieramente avversarie. Il risultato è che non si è fatto nulla, a parte gli interventi di manutenzione dell’Anas che ultimamente ha imprigionato lunghi tratti dell’arteria dentro due cordonate di guardrail, che preoccupano invece di rassicurare gli automobilisti perché totalmente prive di vie di fuga. Il piano di Salvini prevede la messa in sicurezza dell’arteria in cinque anni e la creazione di una variante a Chioggia. Ma buona parte del tratto fra Marghera e Chioggia corre per decine di chilometri stretto fra il canale Novissimo da una parte e la laguna dall’altra. Allargare la sede stradale è impossibile, non c’è un centimetro disponibile. Non si vede come il tratto possa essere messo in sicurezza, a meno che per messa in sicurezza non s’intenda abbassare i limiti di velocità, rallentando ancor più il traffico che si vorrebbe snellire. Quanto alla variante di Chioggia, indispensabile per far uscire dalla città gli abitanti e i turisti ora imbottigliati dagli innesti a raso sulla Romea, l’annuncio di Salvini prevede due anni per la progettazione e tre per l’esecuzione. Il che significherà, conoscendo i tempi dei lavori pubblici, sicuramente di più. Il risultato non influirà sul traffico a lunga percorrenza. Insomma, questo piano non è una soluzione ma un tampone.

Usare un’emergenza per risolvere l’altra Esistono progetti che consentirebbero di risolvere radicalmente il problema, messi a punto nel corso degli anni da intese tra pubblico e privato ma poi tutti variamente accantonati, anche se questo non significa necessariamente defunti. Ce n’è uno mai preso in considerazione, che si differenzia dagli altri perché mette insieme due emergenze che sembrano aver poco a che fare – il traffico sulla Romea e le inondazioni periodiche dovute ad alluvioni – utilizzando una emergenza per risolvere l’altra. È il frutto di un dibattito tra studi professionali, manager pubblici e ministero dell’ambiente, che viene da lontano. Possiamo farlo partire nel 2005 quando la società Autostrada Venezia-Padova commissiona uno studio di fattibilità per verificare se sugli argini dell’idrovia Padova-Venezia allora non ultimata (e altrettanto oggi) era possibile far correre una strada su un argine e un binario ferroviario sull’altro, salvando le strutture preesistenti. La cosa risultò possibile, ma rimase sulla carta. Qualche anno dopo ai progettisti che lavoravano al Grande raccordo anulare di Padova venne chiesto di considerare la possibilità di trasformare l’idrovia da canale navigabile a invaso scolmatore, capace di contenere le piene del Brenta e del Bacchiglione che periodicamente minacciano Padova. Lo studio di fattibilità che ne risultò proponeva di allargare il bacino dell’idrovia con golene di varie dimensioni, che potevano diventare un parco d’acqua, complessivamente lungo 16 chiVICENZAPIÙ

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lometri, tra Fiesso d’Artico e Malcontenta. Anche questa ipotesi è rimasta sulla carta. Tra il 2008 e il 2010 si fa sintesi degli studi idraulici e del dibattito precedente e nasce l’idea di utilizzare oltre all’idrovia anche il Novissimo come canale scolmatore delle piene storiche, ampliandone il bacino con la creazione di golene capaci di contenere la parte eccedente che l’idrovia scaricherebbe altrimenti in laguna. Cosa improponibile quest’ultima, perché una massa enorme d’acqua dolce scaricata con violenza su fondali di un metro comporterebbe la devastazione dell’ambiente lagunare per decenni. Non a caso la Repubblica Serenissima aveva deviato il Brenta e altri canali fuori dalla laguna sud. E altrettanto aveva fatto nella laguna nord. L’idrovia nell’impostazione originaria non si farà mai per questo motivo. A Venezia sono tutti contrari, dall’Autorità per la laguna, ex Magistrato alle acque, al Provveditorato al porto. Senza bisogno di dirlo, tanto sanno che non si può fare. Qui si innesta la soluzione proposta per la Romea, che oggi corre sull’argine sinistro del Novissimo e verrebbe spostata su un nuovo tracciato, ricavato sull’argine destro del canale molto distanziato rispetto alla situazione attuale per fare spazio nel letto del fiume a golene in grado di contenere l’onda di piena. Non sarebbero necessari espropri, perché questi i terreni andrebbero sott’acqua una volta ogni cinque o dieci anni. Potrebbero rimanere ai proprietari ed essere coltivati come avviene oggi, magari con un indennizzo annuale.

L’Idrovia Padova Venezia, grande incompiuta Come si vede questo progetto include il recupero dell’idrovia Padova-Venezia, una delle grandi incompiute d’Italia, diventata cimitero di denaro pubblico pagato inutilmente dai contribuenti. L’idrovia mai finita segna il territorio con ponti, cavalcavia e deviazioni stradali realizzate solo per quello scopo e rimaste fuori contesto. Le chiuse arrugginite e le banchine mai utilizzate sono un monumento storico all’incapacità di programmazione e di realizzazione di un’intera classe dirigente del Veneto. Uno degli sponsor dell’idrovia fu Carlo Bernini, da presidente del Veneto negli anni Ottanta (è stato il primo per il quale venne scomodato il termine “Doge”) e poi da ministro dei trasporti. Di fronte ai ritardi Bernini si giustificava ricordando che le grandi idrovie in Francia, paese che ne è ampiamente dotato, sono state realizzate nel giro di duecento e anche trecento anni. Ometteva di dire che erano tempi in cui il lavoro si faceva a braccia, molto prima che nascesse il motore a scoppio. I lavori dell’idrovia per collegare la zona industriale di Padova e quella di Venezia cominciano negli anni Sessanta ma vengono interrotti negli anni Settanta, con l’infrastruttura arrivata a metà. Problemi di finanziamento, ma anche un rapporto mai chiarito con Venezia, fonte di sotterranee divergenze. Soprattutto si era spostato il quadrante degli interessi che preferivano puntare sulla navigabilità del Po. Il sistema idroviario veneto, di cui l’idrovia Pado-

Traffico lungo la Romea

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va-Venezia doveva diventare il capolinea, finisce in coda ai finanziamenti pubblici. Le opere realizzate, ponti, conche, chiuse, perfino una banchina portuale nella zona industriale di Padova dove avrebbero dovuto attraccare le chiatte partite da Fusina, invecchiano senza essere mai usate. Finché il 15 novembre 1990 il Senato rimette mano al progetto, trainato da Carlo Bernini diventato ministro dei trasporti. Viene approva una legge che prevede il completamento dell’idrovia con uno stanziamento di 110 miliardi di lire in tre anni. Era il risveglio della bella addormentata, scrissero i giornali, anche se i soldi non bastavano. Poco male, l’anno dopo Bernini arrotonda la cifra portandola a 350 miliardi. Ma il risveglio non dura: arriva Tangentopoli e l’intera classe politica che aveva partorito il progetto, accelerando o frenando a seconda, viene spazzata dalle inchieste della magistratura e dai processi. Per restare a Bernini, il primo “Doge del Veneto” dell’era moderna viene condannato per corruzione a 3 anni e 7 mesi in primo grado e si accorda prima dell’appello per 1 anno e 4 mesi, con pena sospesa. Mancando il traino politico, la fattibilità dell’idrovia rimane “tra color che son sospesi” come diceva il poeta, finché nel 1997 arriva il certificato di morte presunta: i finanziamenti sono definitivamente dirottati sull’asse del Po. Perché Venezia è sempre stata contraria Ben che vada sull’idrovia Padova-Venezia si potrà navigare solo dopo il Duemila, scrivevano i giornali alla fine degli anni Novanta. Sbagliavano: siamo nel 2026 e se l’idrovia verrà realizzata non servirà più alla navigazione commerciale. Le chiatte hanno dimensioni insostenibili per un canale concepito sessant’anni fa. Soprattutto la rottura del carico per un percorso di 30 chilometri non è più conveniente, il trasporto merci su queste distanze si fa con i camion. È sottoposto a critiche perfino il finanziamento in corso per l’idrovia Mantova-mare, tratto di 50 chilometri attraverso il Fissero, Tartaro e Canal Bianco, che gode di uno stanziamento pubblico di 59 milioni di euro per adeguare i ponti al passaggio delle chiatte. Oggi completare l’idrovia Padova-Venezia ha senso solo per utilizzarla da bacino scolmatore di “un’onda di piena secolare”


come la chiamano i tecnici e da risorsa per il diportismo nautico. Avere una darsena sotto casa, dove tenere il gommone, non sarebbe cosa da poco. Il progetto di cui parliamo ha un punto di forza che lo stacca da tutte le proposte precedenti, perché toglie di mezzo l’opposizione di Venezia al completamento dell’idrovia. La facile idea dei padovani di sversare in laguna l’onda di piena a prescindere da quello che può capitare, non è mai stata accettata dai veneziani e non può esserlo, visti i guai che combinerebbe. Venezia ha una storia secolare di difesa della laguna, fatta defenestrando sistematicamente uno alla volta tutti i fiumi che sversavano dentro. Il governo delle acque era una questione di sopravvivenza ma lo è stato anche per Padova, anche se in altro modo, quando i vicentini deviarono il corso del Bacchiglione.

Esondazione del Brenta tra Levico e Barco il 28 ottobre 2018

messi in sicurezza per sempre. Ma sarebbe messa in sicurezza e stavolta per davvero anche la Romea, che con il nuovo tracciato sopra l’argine destro del Novissimo offrirebbe un percorso finalmente adatto al grande traffico. La portata innovativa del progetto sta nella capacità di integrare più opere: coglie l’occasione dell’infrastrutturazione della Romea per mettere in sicurezza un grande bacino territoriale a rischio alluvione. Beneficio infrastrutturale e beneficio ambientale ottenuti contemporaneamente, con una visione integrata dei sistemi che la mano pubblica raramente persegue.

Una soluzione di sistema per finirla con le soluzioni tampone L’idrovia nel progetto di cui parliamo non scaricherebbe le piene del Brenta e del Bacchiglione in laguna: all’incrocio di Mira con il canale Novissimo l’onda di piena dell’idrovia verrebbe deviata su quest’ultimo e troverebbe mitigazione nelle golene ricavate nel nuovo alveo del canale. Tra Mira e Conche, su una distanza di circa 30 chilometri, la superfice di invaso andrebbe ad aggiungersi a quella dell’idrovia raggiungendo la capienza necessaria a contenere le “piene secolari”. L’onda di piena di un’alluvione, la famosa “brentana”, è stimata in 4-5 milioni di metri cubi d’acqua, che arrivano a tutta velocità: 3 milioni verrebbero trattenuti nel bacino dell’idrovia e 2 in quello del Novissimo, per essere poi rilasciati lentamente in laguna o restituiti al Brenta alla fine del Novissimo. Padova e i territori dei Comuni oggi a rischio inondazione dal Brenta e dal Carta topografica Idrovia e canale come Novissimo come Bacchiglione sarebbero scolmatori di piene rovinose

Cosa manca a questo progetto per decollare? I contenuti strutturali ci sono, tutto è stato studiato, basterebbe solo ingegnerizzare il progetto. Quello che manca invece completamente è il soggetto politico che se ne faccia carico. L’appello è rivolto alla plancia di comando che sta decidendo come intervenire sulla statale Romea: con un progetto tampone fatto di circonvallazioni, rotatorie e piccole varianti, che richiederà minimo 5 anni e non risolverà nulla, o con un intervento di sistema che mette le basi per eliminare due emergenze storiche. Al presidente Alberto Stefani e ai suoi collaboratori la risposta.

Topografia Nella topografia c’è la zona interessata da questo progetto che utilizza l’idrovia e il canale Novissimo come scolmatori di piene disastrose, mettendo in sicurezza un territorio da sempre teatro di allagamenti. E nel tempo stesso crea un nuovo tracciato per la statale Romea, sulla quale il ministro Salvini sta mettendo mano con soluzioni tampone. In alto il tracciato dell’idrovia, allargato da golene indicate in azzurro per una lunghezza di 16 chilometri fino a Mira Piazza Vecchia. A quel punto l’intersezione dell’idrovia con il canale Novissimo, anche questo con il letto allargato da golene indicate in verde. La statale Romea corre in questo momento sull’argine sinistro del Novissimo, dalla parte della laguna: verrà spostata sull’argine opposto che risulterà molto più arretrato dopo la risagomatura dell’alveo per far posto alle golene. VICENZAPIÙ

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PERSONE E PASSIONI

Neko, gatto in giapponese: a Longara c’è il Neko Cat Cafè dove i padroni di casa sono i gatti nella città… dei magnagati

Circa duemila associati all’anno sia vicentini ma soprattutto da fuori all’Associazione di promozione sociale: il Caffè dei Gatti è un luogo dove i mici possono sentirsi a casa, accolti e coccolati da volontari e avventori di Serena Balbo

In un torrido pomeriggio estivo ho conosciuto i piccoli ospiti di Neko Cat Cafè - Il Caffè dei Gatti, un bar situato a Longara ricco di opere d’arte fatte dalla creativa Ilenia - una delle volontarie -, di frasi spiritose lasciate qua e là, e di locandine di film riadattati con titoli felini appese alle pareti. Ad accogliermi i volontari, tra cui Angelo Di Bari, il presidente dell’associazione, anche se, a dire il vero, il padrone di casa è

Matisse, un gattone dal pelo striato. Un luogo dove sorseggiare un caffè accarezzando un micio, e dove vivere appuntamenti culturali come presentazioni di libri, incontri con il nutrizionista e live musicali. Angelo, quando nasce questo luogo? Noi siamo un’associazione no-profit, gestita da volontari nel tempo libero. Neko nasce a Torino nel 2014; abbiamo fondato una onlus, con l’obiettivo di sensibilizzare le persone verso un’ideologia che riguarda il rispetto degli animali, in particolar modo i gatti. Agli inizi abbiamo raccolto

L’interno del bar Neko, la caffetteria di Longara dove umani e gatti possono condividere dei momenti assieme

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dalla strada circa 60 gatti, li abbiamo fatti sterilizzare e visitare a nostre spese, e poi li abbiamo messi in adozione; quelli che non hanno trovato una casa sono rimasti con noi; infatti, la maggior parte dei gatti che ci sono adesso sono ancora i mici originari della prima apertura di Torino. Quanto siete stati a Torino? A Torino siamo stati circa 3 anni, abbiamo chiuso perché avevamo troppa gente e per noi non è un lavoro, qui nessuno prende stipendi, nessuno è obbligato a fare nulla, è un piacere insomma, un completare se stessi. A Vicenza abbiamo riaperto nel 2018 fondamentalmente perché io ai tempi avevo 12 gatti tra i miei e quelli di Neko, e non riuscivo a tenerli a casa, per cui ho trovato questo posto che, al contrario del bar di Torino collocato in centro, è fuori città, quindi le spese sono più basse e soprattutto non c’è un viavai pedonale, per cui arriva solo chi è interessato al progetto. In genere la gente che ci fa visita sa già cosa trova, non ci sono lamentele e quant’altro. Il progetto ormai ha già 12 anni, che è più o meno l’età media di un gatto e l’età dei gatti che vivono da sempre da Neko. Quindi a Torino il locale non c’è più? No. Neko a Torino era nata come un’attività commerciale, anche se non ci dividevamo i guadagni, però poi abbiamo capito che ci toglieva troppo tempo. Noi non abbiamo l’indole da imprenditori, soprattutto io, anche perché poi quando devi


badare al business ti focalizzi meno su altre cose, cioè il benessere dei gatti, il benessere delle persone e la serenità che abbiamo ricercato e che penso siamo riusciti a creare all’interno dell’associazione. Quindi la riapertura a Vicenza è stata creando un circolo dove tutti fanno la propria opera in modo volontario, ma riusciamo tranquillamente a stare in piedi. Gli amici di Neko sono tesserati? Arriviamo a circa duemila associati all’anno più o meno, sia vicentini ma soprattutto da fuori. Che io sappia questo è l’unico bar dei gatti nel Triveneto, quindi le persone provengono da Padova, da Verona, da Treviso, dall’Emilia-Romagna, e poi parecchi stranieri in vacanza nei paraggi passano di qua. Visitano l’Arena di Verona, Venezia, e poi a metà ci siamo noi con i nostri amici pelosi. Molti tesserati vengono una volta all’anno, però abbiamo anche un discreto numero di persone che, quantomeno il fine settimana, passano a trovarci spesso.

Il vero padrone di casa è Matisse, un gatto dal pelo striato che accoglie gli avventori chiedendo grattini e facendo le fusa

Quanti volontari ci sono? Siamo in due durante la settimana e quattro nel fine settimana, quando c’è più movimento e afflusso. Quindi voi volontari fate altri lavori e questa è una passione? Facciamo tutti altri lavori. C’è chi si occupa di alimentazione per gli animali, cani e gatti; chi è un tecnico veterinario, chi

Angelo Di Bari, presidente dell’associazione Neko e volontario, risponde alle nostre domande in compagnia di Felix, un micio dal passato molto triste, ma oggi sempre alla ricerca di coccole

è un DJ come me, e chi è artista, Ilenia, creatrice delle opere sparse nella caffetteria. Che cosa si può fare in questo bar, associandosi? Il nostro modo per supportare il progetto, per pagare le spese, perché a noi non viene mai nulla “da fuori”, è offrire un servizio caffetteria e bar quasi completo. Abbiamo delle proposte vegane o vegetariane per

Freddy, un gattone di 8 kg di muscoli, l’unico vicentino di Neko, in braccio a un volontario

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modo da essere sereni anche noi.

Il locale è arricchito di locandine dove i nomi dei film vengono “adattati” a protagonisti felini e le opere create da Ilenia.

quanto riguarda burger, piadine, bruschette, quindi non diamo carne. E la pensione per gatti? Offriamo, tra le varie cose, un servizio di pensione per gatti a prezzi molto popolari rispetto a quello che si sente in giro. Ogni gatto ha la sua stanza, non c’è promiscuità; per gli ospiti diamo la disponibilità di una stanza qui e poi io metto a disposizione tre stanze di casa mia, mentre Ilenia quattro. A luglio e agosto ogni anno siamo pieni; questo ci permette di potercene occupare tranquillamente, essendoci d’estate un afflusso minore di persone all’interno del Neko. Tutti i volontari hanno dei gatti a casa? Sì, abbiamo tutti gatti, siamo tutti appassionati. Emilio è uno dei volontari che ci aiuta nel fine settimana. Lui abita a Taglio di Po, quindi ogni settimana passa il sabato e la domenica qui, è un tecnico veterinario, ma anche nutrizionista. Il cibo che diamo ai mici non si trova nella grande distribuzione, è un cibo senza cereali, perché i gatti non possono mangiare cereali, gli fanno male, ed è Emilio a produrlo in modo testato e monitorato. Quindi anche a livello nutrizionale, questi gatti hanno il meglio che si possa trovare. E sono sette i gatti di Neko? Sono sette. Cinque c’erano già ai tempi del bar di Torino, uno è autoctono e una è arrivata a metà 2020 da Palermo. 34

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E i gatti da dove vengono? Ci sono adozioni? Come dicevo, avevamo raccolto circa 60 gatti dalla strada e quelli che non hanno trovato un’adozione li abbiamo tenuti noi, ovvero 5. Mentre Freddy, il vicentino, era di una ragazza che frequenta il circolo, ha dovuto cambiare casa, aveva tanti gatti e non riusciva più a tenerli, quindi l’abbiamo aiutata a trovare una sistemazione per tutti e uno è arrivato qui. E invece Coffee viene da lontano, da Palermo: una mia amica che abitava lì l’ha trovata per strada. Coffee è disabile perché ha una zampetta nata male, quindi era in forma, ma purtroppo al sud ci sono tanti cani randagi, e i gatti che non hanno una mobilità normale possono anche fare una brutta fine. La mia amica è riuscita a catturarla e poi ha preso l’aereo e l’ha portata qua. E adesso è una di noi. Ci sono degli orari fissi in cui siete aperti? Noi siamo aperti dal martedì alla domenica, dalle 17.00 alle 22.00. Non essendo un’attività commerciale, ma un luogo in cui noi diamo il nostro apporto in base a quanto riusciamo, sono orari flessibili, ovvero ci sono dei giorni in cui non apriamo. Ovviamente comunichiamo tutto attraverso i social. D’estate soprattutto, con le giornate torride, può capitare che scegliamo di rimanere chiusi anche quasi tutti i pomeriggi. Non essendo vincolati a un titolare, cerchiamo di portare avanti questo progetto nel modo più sereno, in

Quindi gli associati sono provenienti per la maggiore da fuori Vicenza? Diciamo che più del 50% sono da fuori, ci sono tanti tesserati vicentini, inteso come Vicenza città, ma la maggior parte no. Il perché non si sa, ma per dire, io sono andato ad abitare a Torino alla fine degli anni Ottanta e la prima cosa che ho fatto è stata visitare la Mole, il museo del cinema e il museo egizio. Perché sapevo che poi, proprio per il fatto che ce li avevo lì a due passi, non sarei più andato, e così è stato. Quindi probabilmente non è colpa dei vicentini, ma quando hai una cosa troppo vicina a casa, posponi sempre, e poi alla fine vai poco o non vai mai. Allora non è perché i vicentini sono magnagati? No [ride, ndr], nessuno è entrato qui e ha chiesto “quanto fanno al chilo?”. Quindi tu Angelo dove sei nato? Io sono nato a Salerno in realtà, però mio papà lavorava in banca, quindi ero di passaggio a Vicenza, abbiamo girato un po’ tutta l’Italia. Il posto che io reputo “casa” è questo, e infatti dopo tanti anni a Torino sono tornato a vivere qua. Un neko café è una caffetteria tematica la cui principale attrazione è la presenza dei gatti all’interno del locale, che gli avventori possono osservare e con cui possono giocare. Il primo neko café del mondo, chiamato Il giardino fiorito dei gatti fu aperto a Taipei (Taiwan) nel 1998, e fu ben presto amato da locali e turisti, in particolare dai giapponesi, tanto che nel 2004 fu aperto il primo neko cafè a Osaka. Secondo l’American Psychological Association (APA), l’associazione di riferimento per la psicologia moderna e contemporanea, gli animali domestici sono fonti di supporto sociale, fornendo benefici sia psicologici sia fisici per i loro proprietari. Coccolare un micio aumenta le endorfine, ormoni del benessere, ed abbassa l’ormone dello stress; accarezzare un gatto diminuisce, inoltre, la pressione sanguigna, a favore del benessere dell’apparato cardiovascolare.


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PERSONE E PASSIONI

La vispa Teresa, un piccolo gioiello per bambini e adulti Teresa Francesca Giffone cura una libreria che insegna ai bambini il piacere della noia creativa e il rispetto per l’Altro di Serena Balbo

offrire informazioni utili e un primo supporto in caso di necessità, in collegamento con la rete territoriale Antiviolenza.

La vispa Teresa è una piccola libreria situata in via dei Cairoli; gli scaffali alle pareti sono ricolmi di libri per bambini di tutte le età, al centro c’è un tavolo, e sparse qua e là matite colorate. Di Teresa Francesca Giffone, la proprietaria, spicca innanzitutto il suo sorriso accogliente. La libreria è aperta dal giugno 2020, prima era situata nel quartiere dei Ferrovieri e da poco meno di un anno ha trovato una nuova collocazione, diventando anche libreria rifugio. I “Rifugi” sono un circuito di librerie e biblioteche formate sul tema della violenza di genere e sul suo contrasto attivo, in cui lavorano persone in grado di

Partiamo da qui, come nasce la libreria? Prima lavoravo in un museo qui in città, un lavoro molto bello, ma che richiedeva un impegno che toglieva tempo anche alla mia famiglia. La decisione di aprire una libreria è maturata dalla voglia di cambiare e di esprimere me stessa. Come mai hai scelto di diventare libreria rifugio? Tramite la Casa Editrice Settenove, che già conoscevo e apprezzavo per le sue pubblicazioni che vogliono destrutturare il concetto dei generi, mi è arrivata

la proposta ed ho fatto il corso. L’idea è avere un punto fisico che non va ovviamente a sostituire quello che fanno i centri antiviolenza, ma può fornire un primo supporto. I rifugi sono solo librerie? I rifugi possono essere librerie, biblioteche ma anche altre istituzioni, tutte quelle che hanno un pubblico di ragazzi e di donne. Purtroppo, di certi argomenti le donne ancora non parlano, nonostante tutto, e allora io ho pensato che magari in libreria una donna viene anche per scambiare una chiacchiera, altrimenti, parliamoci chiaro, uno acquisterebbe online. Questo invece è un punto di contatto che potrebbe favorire il dialogo su alcuni argomenti ed essere un ponte anche per formare le nuove generazioni a una prospettiva diversa. A questo corso di formazione cosa vi hanno spiegato? Abbiamo parlato di diversi argomenti, a partire da come viene pensato il gioco per i bambini: quando noi andiamo in un negozio di giocattoli vediamo la differenza tra bambino e bambina, o anche nella pubblicità, siamo stati abituati a immagini aggressive che parlavano del corpo femminile, al mondo dello spettacolo con donne che enfatizzano magari più la loro fisicità che tutto il resto. Il corso insegna che le cose potrebbero essere viste in un modo diverso.

Teresa Francesca Giffone, la proprietaria della libreria La vispa Teresa

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Qual è l’obiettivo del rifugio? Il rifugio è proprio creare questo ponte, creare un momento in cui parlare di violenza, violenza di genere, violenza domestica, dei grandi tabù. Non è facile


Famiglia e scuola, innanzitutto, perché sono comunque i posti in cui i bambini stanno di più. È importante filtrare e far loro capire. Quando ho collaborato con la Fondazione Cecchettin, qualche anno fa, mio figlio era ancora piccolino e vedeva il libro di questa ragazza, mi chiedeva, “mamma, ma chi è?”. Con semplici parole gliel’ho spiegato. Tutto si può spiegare nei giusti termini, anche utilizzando i libri e anche a bambini molto piccoli. Se accadono certi fatti, significa che ci sono ancora dei tabù. Secondo me, sì. Io vengo da una famiglia molto libera da questo punto di vista. Mia mamma era un’assistente sociale in Calabria, ma non è che il Nord abbia meno tabù. Lei mi ha abituato a parlare veramente di tutto, la ringrazio per questo, perché mi sta dando una mano nel lavoro, ma anche come donna e come madre.

L’interno della libreria in via dei Cairoli, un accogliente luogo per bambini, che possono raggiungere gli scaffali e sfogliare i libri, e per adulti

ammettere a se stesse che si sta in una relazione tossica o che ci sono dei problemi così gravi in famiglia. Quindi molto spesso anche la donna deve maturare la consapevolezza che esistono dei centri dove si garantisce l’anonimato e si offrono delle tutele. La libreria è un posto informale che può accogliere e poi indirizzare verso il posto giusto. Quali iniziative vengono messe in pratica qui? Devo dire che a volte non è facile, ci sono varie case editrici ad occuparsi delle questioni di genere, ma ad esempio quando ho presentato un lavoro sul consenso - un semplice albo illustrato - ho vissuto un’esperienza molto negativa. Poca partecipazione, e poi davanti a certi argomenti la

gente è ancora un po’ impreparata. Se ho capito bene, dunque, se partecipi ad eventi multi generazionali con altre realtà sociali è più facile fare passare dei messaggi, mentre se l’evento è diretto ai bambini a volte i genitori non ancora sono aperti… Esatto, per questo sono aperta a collaborazioni e spesso mi lego ad altre associazioni, danno più forza agli eventi stessi. Hai già ricevuto richieste d’aiuto? Per il momento no. Bene, o meglio, spero che le persone siano a conoscenza di questo spazio. Secondo te come si dovrebbe affrontare la tematica della violenza?

Tu che hai dei figli, che cosa gli insegni? Il rispetto, assolutamente. Il rispetto dello spazio. Ho un figlio maschio e una figlia femmina, quindi devo naturalmente bilanciare le cose. Dico loro che l’amore non è oppressione, l’amore è libertà, anche in tenera età. Questi sono dei principi importantissimi in famiglia. Parliamo degli eventi che organizzi qui sulle questioni di genere. Attraverso i libri in forma di albo illustrato è più facile parlare ai bambini, magari un po’ più piccoli, poi la narrativa va anche un po’ interiorizzata. Le metafore sono molto utili, per esempio per spiegare la libertà: perché tu devi catturare un insetto se il suo desiderio è volare? Oppure le principesse, siamo abituati che debbano essere salvate dal classico cavaliere. In questo caso, con molta ironia, il libro dimostra che lei non ha bisogno di essere salvata da nessuno, perché ha tutti gli strumenti per salvarsi da sola. A parte questa tematica, che altri tipi di eventi organizzi? Incontri con autori o illustratori; gruppi di lettura, anche per i bambini piccoli che possono sperimentare il fatto di racconVICENZAPIÙ

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tarsi un libro tra di loro. Ovviamente, a differenza di un gruppo di lettura normale non posso imporre un libro per tutti, perché, essendo alle prime armi, ognuno ha il suo modo di leggere. Faccio anche laboratori, per bambini e adulti, e stiamo percorrendo la strada della formazione, quindi con formatrici a livello nazionale forniamo strumenti utili per chi lavora nel mondo dei bambini, quindi dalle insegnanti alle bibliotecarie. E poi ho il gruppo di lettura adulti, formato fin dall’apertura della libreria, che mi dà molta soddisfazione perché mi permette di lavorare anche con i grandi e creare momenti di dibattito e scambio, anche perché stiamo cercando di scegliere case editrici non troppo mainstream.

“Cara Libreria”, uno dei volumi esposti, un inno a tutte le librerie del mondo, luoghi magici di aggregazione e cultura

Per catturare l’attenzione dei bambini di tutte le età, Teresa organizza corsi, laboratori e gruppi di lettura

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Sei d’accordo con l’idea che circolava un po’ di tempo fa di modificare le fiabe e i film d’animazione del passato per renderli politicamente corretti? Io sono assolutamente contraria, ad esempio un Roald Dahl ne uscirebbe snaturato. Sono stati scritti in quella maniera, al di là dell’epoca, è giusto mantenerli così, anche perché scandalizzarsi per certi termini, dove adesso i bimbi possono sentire veramente di tutto, mi sembra ridicolo. Siamo in una fase troppo politicamente corretta, dove si perde anche l’essenza, cioè Roald Dahl senza certi termini, non è Roald Dahl. Ricordo che anni fa ho consigliato a un genitore di leggere Cane puzzone, un libro di narrativa per bambini dai 5 anni in su, che piace tanto. Dopo qualche giorno me l’ha riportato indietro, perché in questo episodio il cane rischiava di diventare un hot dog e loro sono per la non violenza… I libri vanno bene così come sono, eventualmente siamo noi a poter fare una postilla aggiuntiva per spiegare oppure a dire che un certo termine non va usato. Il mondo delle librerie è ancora frequentato? Siamo in una fase calante, il 2025 è stato l’anno più difficile, anche più della pandemia; il commercio online ha portato sicuramente allo svuotamento dei centri storici e dei negozi di prossimità. Ma poi è colpa dello stile di vita che tutti noi abbiamo, io stessa come mamma sono


Uno dei lavoretti creativi svolti dai bambini ospiti della libreria, a partire dai personaggi dei libri illustrati

perennemente di corsa, ho un’attività che devo aprire, ma devo anche seguire i figli. Perciò ci sono eventi che funzionano più o meno bene, ma implicano che le persone abbiano tempo da spendere: venire qui, essere consigliati e scegliere un libro è un’esperienza insostituibile, ma mi rendo anche conto che nell’economia del tempo stiamo rendendo le cose molto difficili. Poi ci sono tantissime proposte di attività ed eventi che è difficile scegliere. Ma le librerie indipendenti possono fronteggiare le vendite online? No, non credo proprio, perché ci sono costi diversi, di gestione e di trasporto. Le vendite online puntano sulla facilità e sul ricevere un libro già l’indomani. Una libreria non potrà mai sostenere questo: anche i pacchi che ci arrivano hanno un costo, e la questione è anche ambientale; se noi avviassimo un ordine per un singolo libro e per ogni portale che usiamo, anche dal punto di vista di inquinamento chissà cosa accadrebbe. Bisognerebbe insegnare ed imparare la pazienza, la stessa che abbiamo avuto noi da piccoli, educare all’attesa. Infatti i bambini adesso non riescono più nemmeno ad annoiarsi... Esatto, io sono del “partito pro-noia”. La

Un pomeriggio d’estate in una villa patrimonio dell’umanità nella campagna di Montecchio Precalcino, Villa Forni Cerato, alla scoperta di libri, natura e arte

noia ha dato spunto per idee geniali che adesso penso che non ci saranno più, talmente sono impegnati e completamente assorbiti da numerose attività, è veramente troppo. La noia stimola la creatività, l’inventare nuovi giochi e la lettura, che ti apre mondi inesplorati. E quindi come si fa ad avvicinare i bambini e i ragazzi alla lettura? Se vado nelle scuole, i bambini hanno bisogno di uscire con qualcosa di tangibile, quindi cerco di incentivare anche la parte creativa, attraverso collaborazioni con associazioni e persone che si occupano di arte. Poi cerco di fare un avvicinamento alla lettura, organizzando attività stimolanti, per esempio abbiamo fatto un pigiama party qui in libreria. Bisogna inventarsi di tutto, essere libraia oggi significa essere versatile e quasi funambola. Qui in libreria ho creato un ambiente dove i bambini hanno la possibilità di accedere in maniera libera agli scaffali, sono molto più rispettosi di quello che si pensa, quindi maneggiano i libri piano, li sfogliano, hanno sempre a disposizione i colori per poter esprimersi anche a livello artistico. Qualcuno mi dice “Eh ma ne abbiamo già tanti a scuola”, ma questi sono diversi. Penso che le immagini e le

illustrazioni servirebbero anche nei libri per adulti. Poi ci sono i libri, come quelli delle Edizioni Settenove, che destrutturano il concetto di genere e spaziano dal corpo alla questione della parità di genere, al conoscere anche il lato femminile della storia, perché a noi è arrivata solo una parte della storia. Da quanto vivi a Vicenza? Da quando avevo 18 anni; ho studiato a Padova, prima Storia e tutela dei beni culturali, poi mi sono specializzata in Storia dell’arte contemporanea, ma ho scelto di vivere a Vicenza anche per questioni di cuore. L’amore per i libri nasce da mio papà, che insegnava Storia dell’arte; è mancato da molti anni e non ha mai potuto vedere La Vispa Teresa. Qual è il tuo luogo preferito a Vicenza? Abito a Maddalene e amo molto le Risorgive e il parco, mi piace stare nella natura. Vengo da un paese calabrese che è stato distrutto nei secoli da diversi terremoti, quindi c’è molto poco di artistico, e infatti mi incanto ogni qual volta mi capita di andare in centro storico. I primi tempi mi chiedevo come facessero le persone a non accorgersi della bellezza che hanno intorno, dandola quasi per scontata. VICENZAPIÙ

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PERSONE E PASSIONI

Giampaolo Poli, dagli alambicchi sulla Marosticana all’edicola di Vicenza… seguendo la passione Dopo aver lavorato a lungo nelle storiche distillerie di famiglia a Schiavon, il più grande dei fratelli Poli oltre vent’anni fa ha trovato la sua strada in città, nel quartiere San Marco, dove gestisce una rivendita di giornali dalla clientela fidelizzata. “Sposato” con i giornali ora va a seconde nozze con… Elena

Giampaolo Poli nella sua edicola. Oggi per sopravvivere occorre differenziare l’offerta, vendendo un po’ di tutto

di Federica Zanini

Ci sono persone che nell’ombra trovano la propria luce. Quando si appartiene a una famiglia nota, sotto i riflettori, può nascere il desiderio di sottrarsi a troppo bagliore e non è per forza questione di sfuggire a una strada già 40

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disegnata, ma semplicemente di trovare la propria dimensione. Di provare altre vie, di accettare nuove sfide. Non ci sono infatti dissapori o ribellioni dietro la scelta di Giampaolo Poli, nel 2003, di lasciare le storiche distillerie di Schiavon, fondate nel 1898 dal bisnonno GioBatta Poli e giunte alla quarta generazione, in cui aveva fin ad allora lavorato,

occupandosi un po’ di tutto, dalla logistica alla distillazione. All’annuncio i suoi tre fratelli, tutti più piccoli di lui, Jacopo, Barbara e Andrea, che aveva sempre affiancato, si sono dispiaciuti, ma lo hanno sostenuto nel suo progetto. Nato a Sandrigo nel 1962 e dal 1999 vicentino, Giampaolo Poli da ormai 23 anni è il titolare dell’omonima edicola al civico


Per il sogno di un’edicola Poli ha lasciato le storiche distillerie di famiglia

25 di contra’ San Francesco, punto di riferimento per l’intero quartiere San Marco, dove entrando si respira ancora quell’ormai antico, nostalgico odore di carta. Arriva un po’ trafelato all’appuntamento perché poco prima ha avuto un piccolo incidente che ne segna l’occhio anche nelle fotografie, che lasciamo senza ritocchi, perché il nostro amico edicolante si è dimostrato naturale in tutta l’intervista. Giampaolo, come è arrivato qui? A dire il vero, ho sempre avuto il pallino dell’edicola. Il mondo dell’editoria mi ha sempre affascinato e anche l’idea del rapporto diretto con i clienti. In azienda stavo bene, ma avevo voglia di cambiare, di provare altro e quando mi si è presentata l’occasione ho colto la palla al balzo. Il quartiere aveva la sua edicola praticamente da sempre: prima era un po’ più avanti, verso il centro, e poi qui di fronte. I precedenti titolari avevano deciso di smettere e io sono subentrato ben volentieri. Lo spazio era però un po’ ristretto e nel 2007, quando ha chiuso la rivendita di cartoleria e giocattoli ospitata in questi locali, ho deciso di trasferire qui l’attività.

8 agosto 2026: Giampaolo Poli il giorno del matrimonio con Elena

Come l’ha accolta il quartiere? Benissimo. L’edicola faceva parte dell’identità di questa zona e il mio predecessore mi ha affiancato per un periodo sufficiente a insegnarmi il mestiere, ma soprattutto a presentarmi ai suoi storici clienti, che sono rimasti. Col tempo poi se ne sono aggiunti anche di nuovi. E lei come accoglie i clienti, vecchi e nuovi? La mia è una clientela mista, ma composta principalmente, come è ovvio che sia, da persone più avanti con gli anni e da residenti del quartiere. Amo questo lavoro e mi piace augurar loro buongiorno quando varcano la soglia, preparare loro “il solito”, perché ne conosco gusti e abitudini, ma anche ascoltare eventuali altre richieste e naturalmente mi piace, perché questa è la natura della bottega, del commercio che ha ancora un’anima, assecondare il loro desiderio di intrattenersi per quattro chiacchiere. Chiacchiere che possono spaziare dal semplice pour parler alla confidenza, ma tanto sanno che di me possono fidarsi. Anzi, chi al contrario vuole ottenere pettegolezzi dalla mia bocca rimane deluso:

sono una persona socievole ma riservata e fin qui sono sempre riuscito a mantenere un giusto equilibrio tra ascolto e parola. Oltre al rapporto di fiducia e confidenza con la clientela, ampiamente fidelizzata, quali sono oggi le soddisfazioni che regala questo mestiere? Ahinoi molto poche, ormai. A causa della profonda crisi del cartaceo e dell’incontenibile affermazione dell’online, quello dell’edicolante, almeno inteso come prima, è un mestiere lanciato a picco verso l’estinzione. È una crisi che in realtà è cominciata già nel 2008 e oggi come oggi l’unica contromisura possibile è quella di differenziare l’offerta. Bisogna scordarsi delle intere pareti straripanti di quotidiani e riviste dei bei tempi, stare al passo con le pubblicazioni che (r)esistono e poi rassegnarsi ad adottare altri prodotti e garantire i servizi oggi più richiesti. Come vede, vendo anche oggetti di cartoleria, gadget, caramelle, qualche libro di quelli legati alla stessa distribuzione dei giornali, poi qui si può fare qualche fotocopia, ricaricare il telefono e inviare mail (il fax non lo usa più nessuno). Avevo pensato anche ai Gratta VICENZAPIÙ

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L’edicola Poli chiusa per le nozze

e vinci, ma le licenze sono contingentate e poco più in là li vende già il tabaccaio. Da sei mesi, poi, sono diventato anche punto di spedizione e ricevimento pacchi. La gente ormai diserta le botteghe, fa tutto al computer, però poi ha bisogno di un posto dove far arrivare la merce senza dover essere per forza reperibile a casa. Questa dell’acquisto online è un’ascia che ha colpito un po’ tutti i settori. Le saracinesche abbassate, soprattutto nel centro storico, sono tema di discussione. Qui nel quartiere com’è la situazione? Fino a poco tempo fa avevamo tutto sommato resistito, ma ora le cose stanno precipitando anche qui e nel giro di poco hanno già chiuso diverse attività. Anche solo in questa via, noterà le serrande giù nella pasticceria di fronte, anche se il suo è un caso un po’ diverso, nella cartoleria davanti alla chiesa e a breve toccherà al negozio di oggettistica di fianco a me… Ahia, e lei? Quali sono le prospettive per la sua edicola? Le prospettive non sono certo rosee, ma diciamo che ho comunque già deciso che tra tre anni mollerò anche io, per limiti di età. Tengo duro giusto per arrivare alla 42

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pensione e un po’ prima di quel termine proverò a vedere se riesco a trovare un successore, ma non ci faccio troppo conto. Ho anche io i miei anni e, sebbene sia stato un lavoro bellissimo, l’impegno non è da poco. Sono sempre qui, 7 giorni su 7. Solo 2 mattine la settimana, una signora viene a darmi un po’ di sollievo. Non certo perché ci sia lavoro per due… mi sostituisce, così da permettermi di svolgere le commissioni che noi tutti abbiamo. A proposito di dedizione non-stop al lavoro, lei ha famiglia? Tra poco (ndr: sorride sornione alla mia momentanea perplessità). Nel senso che l’8 agosto mi sposo. Dopo la fine del mio primo matrimonio sono stato a lungo da solo, senza nessun problema. Poi il destino mi ha fatto incontrare Elena e ora abbiamo deciso di convolare a nozze. Sarà una cerimonia sobria, riservata alla famiglia e a pochi intimi. Non ha figli, quindi immagino sia libero di essere lo zio perfetto per i suoi nipoti. Qualcuno di loro ha intenzione di portare avanti le Distillerie Poli? Ne ho quattro di nipoti: un maschio figlio di Jacopo, due gemelle figlie di Barbara e

un’altra femmina da Andrea. Quest’ultima si è appena laureata, mentre gli altri sono ancora molto giovani (ndr: 16 e 18 anni). È presto per fare programmi, ma diciamo che nessuno di loro si è fin qui mai dichiarato contrario. Quanto a me zio, con loro ho un bellissimo rapporto, ci gioco e mi diverto un sacco. A fine intervista, mentre usciamo dall’edicola, un cliente apre la porta senza nemmeno guardare gli scaffali. «Buongiorno Giampaolo, c’è il mio giornale?». Quella semplice domanda racconta meglio di tante parole i ventitré anni trascorsi dietro quel bancone. Tra qualche anno, quando abbasserà definitivamente la serranda, il quartiere perderà probabilmente un’altra edicola. Ma, soprattutto, perderà uno di quei negozi dove il tempo non si misura soltanto con l’orologio o con le copie vendute, bensì con le relazioni costruite giorno dopo giorno. E Giampaolo Poli, dopo aver contribuito a custodire una tradizione di famiglia che da Schiavon ha portato il nome Poli nel mondo e averne costruita una tutta sua nel cuore di Vicenza, potrà iniziare una nuova stagione accanto a Elena, con la serenità di chi ha sempre seguito la propria passione.


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L’INTERVISTA

Il solo abito non fa il monaco. E nemmeno il vescovo (di Vicenza), che resta uomo tra gli uomini In una sola chiacchierata con monsignor Giuliano Brugnotto, il rispetto per l’eccellenza reverendissima si è trasformato in grande stima per chi non si nasconde dietro la propria autorità, ma la mette anzi al servizio della gente. Con un occhio e una sensibilità particolari per le persone fragili. E sempre tanta voglia di conoscere e capire l’altro di Federica Zanini

Non è un miracolo, ma il potere contagioso della vera fede. Qual è il talento più grande di un religioso, indipendentemente dal ruolo che ricopre all’interno della rigida gerarchia ecclesiastica? Certamente quello di trasmettere serenità e speranza, 44

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emozioni ormai rare, persino a un’agnostica come me. C’è chi ha (ricevuto) il dono di donare, anche dietro le più alte scrivanie, e io quel dono sono andata a prendermelo direttamente nell’ufficio del vescovo di Vicenza. Sapevo che non sarebbe stata un’intervista qualunque e nei giorni precedenti ero presa da una certa trepidazione, come braccata tra respon-

sabilità e opportunità. Ne ero onorata certo, ma anche un po’ intimorita, in senso buono. Poi invece, ecco la naturalezza allo stato puro. Uno scambio di chiacchiere spontanee ma profonde, di quelle che ti toccano le corde dell’anima indipendentemente da come le vuoi chiamare. Un flusso di empatia reciproca che mi ha fatto fare pace con le delusio-


ni del passato e mi ha rincuorata dimostrandomi che una Chiesa come l’avevo immaginata da ragazza esiste davvero. Perché monsignor Giuliano Brugnotto è sì un’autorità, ma è prima di tutto un (grande) uomo. L’ho scoperto di persona. Monsignore, da dove arriva il Giuliano bambino e quando gli arriva la vocazione? Il bambino cresce in un contesto semplice, rurale e in una famiglia tradizionale, che si affidava al Signore (ndr. nasce a Carbonera, più precisamente nella frazione di Mignagola, in provincia di Treviso, il 7 novembre 1963). Con i miei fratelli e i nostri genitori vivevo, come usava, nella stessa casa con i nonni e le giornate, facili o non facili che fossero, trascorrevano in serenità. Fino a quando mio fratello Paolo, a soli 6 anni, si ammalò improvvisamente di leucemia e morì. Io ero di un anno più piccolo e fu un’esperienza tremenda, un dolore che vissi senza nessuno sconto, anche perché dall’ospedale portarono le sue spoglie a casa… E se il mio fu un dolore grandissimo, quello dei miei genitori e di mia madre in particolare fu incommensurabile. Eppure io vidi mamma, pur con il cuore spezzato, affrontare quella perdita con una grande fiducia nel disegno di Dio, a cui si abbandonava con totale assegnamento. Credo che la mia vocazione sia nata proprio da quel lutto, che mi ha segnato per tutta la vita. Qualche segnale, forse, c’era già: da bambino, senza mai viverlo come un peso né tantomeno un obbligo, presenziavo quasi ogni giorno alla messa delle 6.30 del mattino, come chierichetto e, nonostante il parroco dai modi un po’ austeri in confessionale avesse tentato di sondare la concretezza delle mie convinzioni chiedendomi di riflettere su chi, dopo papà, avrebbe gestito la stalla se fossi andato prete, in quinta elementare cominciai l’attività vocazionale e a 11 anni entrai in seminario a Treviso. Desideravo fortemente dedicarmi agli altri. A proposito degli altri, dopo il suo lungo e intenso percorso pastorale al servizio della gente comune e dei giovani in particolare, ora che è arrivato alla sedia episcopale come è cambiato il suo rapporto con i fedeli? Riesce ancora ad

Giuliano con il fratello Paolo, morto improvvisamente a soli 6 anni

avere con loro quel contatto diretto che è stata sempre la sua linfa? Assolutamente sì. Con la gente ho un rapporto quotidiano e vengo chiamato nelle realtà più disparate. Tra l’altro le esperienze passate, non solo quelle missionarie, mi hanno insegnato tanto sui bisogni dell’altro. La mia empatia mi ha portato a sviluppare un grande rispetto per tutti, ma in particolare per le situazioni di invalidità e fragilità in genere. Ho imparato direttamente proprio dalla gente a discernere l’essenziale, a riconoscere la dignità di ogni persona pur nelle limitazioni che possono colpirla. In questo senso voglio anche enfatizzare la grande opera di molti insegnanti, anche giovani, che dimostrano umanità e dedizione verso i ragazzi fragili. Loro hanno capito che si tratta di dare un’opportunità, ma anche di ricevere in cambio emozioni impagabili. Le persone fragili, penso per esempio ai ragazzi down, non hanno filtri, sono spontanee e abbiamo solo da imparare da loro. Per capire bisogna conoscere, immedesimarsi nelle loro difficoltà quotidiane. Personalmente sono grato di avere, da vescovo, tante opportunità di incontro: con i detenuti, con le persone delle case famiglia, con i senza tetto ecc. Sono grandi scommesse… e mi pare che lei punti molto sui giovani, in generale. Come sono oggi queste nuove promesse?

Restando nel campo delle fragilità, provo rispetto e tenerezza per i nostri anziani, ma certo quella dei giovani è una realtà che ha molto da dare. Spesso se ne parla male e il minore dei difetti che si imputa loro è l’apatia, mentre io vedo vitalità, speranza. Quando partecipo ai loro eventi e li frequento da vicino, mi accorgo che hanno un’enorme capacità di ascolto, solo bisogna saper parlare il loro linguaggio, che è fatto di concretezza. Non gli importa di teorie astratte e predicozzi, vogliono testimonianze vere. In realtà, se ci si pone con credibilità, sono addirittura assetati nell’ascolto. Anche qui, in fondo, si tratta di conoscere il loro mondo per capirlo. Paradossalmente a insegnarmi tanto è stato proprio l’insegnamento: quando ero docente di diritto canonico la mia platea era affollata di giovani preti stranieri, da cui ho imparato a lasciare andare i pregiudizi e a immedesimarmi in chi arriva da un altro contesto. A questo proposito e a proposito delle sue esperienze missionarie, con queste ultime lei ha portato Cristo all’estero, ma nei suoi panni di vescovo oggi immagino che si ritroverà sempre più ad accogliere gli stranieri in Cristo… Certamente. E anche qui, oltre all’empatia, è importante l’umiltà. Più che predicare, bisogna lasciarsi dire. Concedersi il tempo per conoscersi, perché i pregiudizi scattano inevitabilmente, come una VICENZAPIÙ

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molla, e poi ti bloccano. Nell’accogliere il “diverso” e nel capire che la diversità è opportunità. Per quanto riguarda gli immigrati, poi, è essenziale non fermarsi alle apparenze e tenere sempre presente gli assurdi squilibri economici tra le diverse aree del mondo, che si traducono in enormi ingiustizie sociali. Occorre essere aperti, ovvero aprire gli occhi e il cuore all’altro. Affrontare lo shock culturale può portare grandi benefici nell’abbattimento di questi squilibri ingiusti. Qual è quindi il suo rapporto con le altre religioni? La questione mi è diventata più chiara proprio da vescovo. Torniamo sempre all’indispensabilità del conoscere e del conoscersi. È fondamentale approfondire i rapporti con le persone, imparare ad apprezzarne i valori e collaborare. Solo così ne guadagniamo tutti. La Chiesa non deve avere paura che le sue pecorelle scappino dal recinto: deve aprire il recinto a pecorelle di altre razze e religioni, per un mondo migliore. Noi per esempio abbiamo fatto una bellissima e arricchente esperienza ecumenica e interreligiosa, con un campo scuola che ha portato alla condivisione di momenti ed emozioni uniche. Senza arrivare a scomodare la figura e l’epoca del manzoniano don Abbondio, è indubbio che i tempi siano cambiati. Ricollegandoci ai giovani come promessa per il futuro, in cosa sono diversi i preti e i fedeli di oggi rispetto a ieri? Caduti certi tabù e certi contesti che talvolta destinavano alla tonaca anche senza la chiamata, possiamo dire che la vocazione ora è più sincera e convinta? Non c’è un meglio o un peggio. Le stagioni culturali ed ecclesiastiche sono cambiate, questo è innegabile, e quindi è difficile giudicare. Certo, oggi la scelta è messa alla prova da esperienze e contesti sociali prima inimmaginabili. Se è vero che, dopo avere fatto ampia esperienza di ogni aspetto della vita laica, una eventuale vocazione è verosimilmente più convinta, è altrettanto vero che oggi una scelta così definitiva fa paura e che si riscontra nell’uomo una maggiore fragilità, che per essere superata necessita di rico46

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L’ordinazione presbiteriale in Duomo

struire la propria persona. La promessa a Dio è simile a quella coniugale: le crisi sono naturali, ma occorre affrontarle seriamente, senza preconcetti istituzionali o ideologici. Come nel matrimonio, un sacerdote in crisi deve cogliere l’opportunità di leggersi dentro e capire se abbandonare il ministero o ripensarlo radicalmente. I dubbi, le incertezze servono a scoprire la verità di se stessi e il percorso di discernimento della vocazione richiede una grande attenzione. Va affrontato con grande realismo, senza nascondersi dietro schemi preconfezionati. Non c’è una regola universale, c’è il singolo IO e i percorsi non possono che essere individuali. L’essenziale è rimanere sempre in ascolto.

Sempre in tema di cambiamenti, come considera il ruolo femminile nella comunità cristiana oggi e come lo immagina domani? Le donne hanno una sensibilità rispetto alla gestione della Chiesa nel mondo che è marcatamente superiore rispetto a quella degli uomini e ad aiutarle è anche un istinto naturale che arriva sempre prima di quello maschile. Io la penso così. In fondo, lo svolgimento del ministero e del “potere buono” che comporta è un compito oneroso, nel quale gli uomini hanno sì l’esclusiva ma, a conti fatti, sono sempre affiancati da donne, religiose o meno, che si prodigano per e nella comunità. Ed è ora di riconoscerlo.


In realtà non si tratta di stravolgere la ministerialità, ma di cambiare lo stile, il modo di pensare. Io personalmente ho affidato a donne diversi ruoli: abbiamo un’economa, suor Naike all’ufficio stampa, una suora che gestisce la pastorale della salute ecc. Qui a Vicenza abbiamo nelle parrocchie anche i gruppi ministeriali costituiti da laici, che accompagnano i preti con una sensibilità alla specificità femminile e alla valorizzazione della figura femminile. Non le chiedo, come usa in queste interviste, che cosa pensa di Vicenza e dei vicentini, però da trevigiano a capo della diocesi berica mi dica qual è il suo rapporto con i cardinali della sua terra di adozione, in particolare Parolin e Marchetto. (Sorride). Ottimi. Per quanto riguarda Parolin fui io a insistere perché mi ordinasse vescovo a Vicenza (ndr: di solito l’ordinazione avviene nella diocesi di origine). Durante i giorni del conclave, con tutto quel parlare che si faceva su una possibile elezione di Parolin a Papa, gli sono stato vicino con la preghiera e ho condiviso con lui prima il suo timore rispetto alla grande responsabilità che que-

Né l’alta carica né le scartoffie tengono monsignore lontano dalla sua gente

sto avrebbe comportato e poi il sollievo. Era comprensibilmente turbato e io mi sono messo empaticamente nei suoi panni, diviso tra onore e oneri. È andata così e, tra l’altro, il segretario di Stato della

Santa Sede con Leone XIV ha una grande intesa. Quanto invece a Marchetto, ho contribuito al suo recentissimo rientro in terra natìa e dal 3 giugno è di nuovo qui con noi.

Chi è il vescovo Giuliano Brugnotto Nato a Carbonera (Treviso) il 7 novembre 1963, monsignor Giuliano Brugnotto è vescovo di Vicenza dall’11 dicembre 2022, dopo la nomina di papa Francesco. Ordinato sacerdote nel 1990 nella diocesi di Treviso, ha conseguito il dottorato in Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Ha ricoperto numerosi incarichi di responsabilità, tra cui cancelliere della Curia, rettore del Seminario, docente e preside della Facoltà di Diritto canonico San Pio X di Venezia e vicario generale della diocesi trevigiana. Accanto alla formazione giuridica e pastorale, ha coltivato una forte sensibilità missionaria, maturata attraverso esperienze in Amazzonia, Camerun, Ciad e nei rapporti con numerose Chiese di altri continenti, che egli considera parte integrante della missione della Chiesa anche nella vita quotidiana delle comunità locali. Alla guida della diocesi di Vicenza ha posto al centro del suo ministero l’ascolto, la corresponsabilità dei laici, l’attenzione ai giovani e alle famiglie e il dialogo con la società contemporanea.

Il vescovo Giuliano durante la nostra intervista

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PERSONE E PASSIONI

Dopo la Vicenza-Schio rinasce la Vaca Mora da Rocchette ad Asiago: un plastico per riportare in vita il treno che avvicinava la pianura alla montagna Il duevillese Ivo Bettanin ha riprodotto la Vicenza-Schio e la Rocchette-Asiago e cerca spazi per le sue opere e giovani a cui trasmettere la sua appassionata capacità di ricerca e costruzione di Jacopo Graziani

La Vaca Mora che andava da Rocchette ad Asiago torna a vivere in un meraviglioso plastico che è stato esposto a fine luglio al Centro Arnaldi di Dueville. Il duevillese Ivo Bettanin, ex commerciante di abbigliamento, ha coltivato fin dall’infanzia una grandissima passione per il modellismo, in particolare di treni. Ivo li sogna anche la notte e durante il giorno crea dei plastici che riportano in vita linee ferroviarie scomparse, come la Rocchette-Asiago, o fanno tornare ai tempi d’oro linee come la Vicenza-Schio. Ivo con i suoi plastici fa sognare i bambini e fa ricordare ai nonni i tempi che non ci sono più. “ll primo trenino è arrivato dalla Befana quando avevo 6 anni, l’ho sempre tenuto dentro il cuore e ogni tanto lo faccio ancora andare” ci confida Bettanin. “Ci sono stati dei momenti in cui l’ho messo da parte, ma il pensiero c’era sempre” racconta il settantunenne di Dueville, che spiega di essersi potuto dedicare al modellismo soprattutto dopo la pensione.

Bettanin ha realizzato anche un plastico della Vicenza-Schio

I ricordi di un tempo Ivo li cristallizza attraverso il modellismo come col treno 48

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Ivo Bettanin accanto al suo ultimo capolavoro in esposizione al Centro Arnaldi a Dueville lo scorso fine luglio

che costeggia i Trabocchi in Abruzzo, dove ha fatto il militare. Tra le sue opere anche la Carnia- Tolmezzo e soprattutto la Vicenza-Schio, in cui ha riprodotto anche tutte le stazioni tra Cavazzale e la città scledense. “Questo plastico ha suscitato molto inte-

resse, raccogliendo tantissimi consensi e soddisfazioni, oltre a richieste per esposizioni – racconta Ivo Bettanin -. Da qui, l’idea di creare ciò che le persone amano e ricordano con tanta nostalgia, cioè la Vaca Mora Rocchette-Asiago”.


7 mesi di lavoro per ridare vita alla Vaca Mora in scala 1:87

“Mi è scattata la molla e sono andato in cerca – racconta Bettanin – recuperando appunti e fotografie”. Un lavoro che ha portato il duevillese a cercare tutte le informazioni che potessero essergli utili per ricostruire il tracciato originale e soprattutto il paesaggio di inizio ‘900 circostante la ferrovia. Da biblioteche fino a mostre ed eventi fotografici, passando per internet e l’acquisizione di immagini satellitari, Ivo si è però anche recato sul posto personalmente. “Sono andato a vedere le stazioni ancora esistenti, a prendere le misure e ho immaginato quelle che non c’erano più” racconta ancora Bettanin. Dopo il lavoro di documentazione, si è svolto quello di realizzazione, cercando di riprodurre in modo più realistico possibile la linea andata perduta. Un lavoro durato 7 mesi, iniziato a settembre del 2025 e concluso a marzo di quest’anno, giorno e notte. Bettanin ha prestato particolare attenzione anche al paesaggio, senza dimenticare i carri e le

La Vaca Mora è stata in uso dal 1910 al 1958 nel tragitto tra Rocchette e Asiago

carrozze trainati da buoi e cavalli. “Conoscendo la storia, è stata ancor più entusiasmante la fase di realizzazione” spiega Ivo. Il plastico è stato realizzato in scala 1:87, niente legno, bensì polistirene estruso per rendere più leggero il tutto.

La genialità sta anche nella facilità del trasporto dell’intera struttura, lunga oltre 10 metri, che è organizzata in moduli che si assemblano. Il plastico è ambientato nel 1910, anno in cui la ferrovia “che collegava la pianura vicentina e l’altopiano”

Un dettaglio del plastico con la Vaca Mora in movimento. VICENZAPIÙ

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è stata inaugurata. A quasi 70 anni dalla dismissione, avvenuta nel 1958, la Vaca Mora torna dunque a vivere, anche se in miniatura.

L’appello: “Cerco una stanza dove mettere i miei plastici”

Bettanin guarda intanto già avanti al prossimo progetto: la Rocchette-Arsiero. “Il problema – spiega – è che ho la casa piena, ormai sono saturo”. Ivo lancia quindi dalle nostre colonne un appello rivolto in particolare ai sindaci della zona: “Mi auguro di trovare il posto dove poter stipare il tutto, sarebbe ideale trovare un Comune o anche un privato che mi conceda una stanza dove mettere i plastici”. Ivo è intanto anche alla ricerca di persone interessate al suo mondo, disposte a seguirlo e a lavorare insieme a lui. “Vorrei creare un gruppo, soprattutto di giovani a cui trasmettere la manualità” racconta. Alla mostra di Dueville, oltre ai plastici della Rocchette-Asiago e della Vicenza-Schio, c’era, infatti, anche un tavolo dove venivano mostrati alcuni pezzi in costruzione per far vedere come si lavora. “Quello che è rimasto del trenino di Asiago è il valore storico e il rimpianto per la perdita di una ferrovia turistica tra le più belle

Il plastico della Vaca Mora ha una larghezza di 1.20 metri e 10 metri di lunghezza

d’Europa – è il messaggio finale che vuole mandare Ivo Bettanin -. Molti sarebbero a favore della riattivazione, ma se questo rimane un sogno, questo plastico lo ravviva sicuramente”.

Ivo Bettanin accanto al plastico della Vicenza-Schio, anch’esso in esposizione al Centro Arnaldi a Dueville a fine luglio scorso.

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Se gli sconquassi della costruzione della linea Tav Tac attraverso Vicenza, una vera follia, fanno guardare gli attuali binari come carnefici di ricordi e portatori, almeno ora, di grosse difficoltà, forse i plastici di Ivo Bettanin delle vecchie e care linee ferroviarie potrebbero riconciliare i cittadini con l’immagine e la funzione dei treni. E magari il management di RFI potrebbe pensare non solo di ricompensare almeno in parte i vicentini dei disagi attuali con dei collegamenti diretti e realmente veloci a destinazioni lontane (Roma, Milano, Trieste, Torino) ma anche di studiare la riattivazione della Vaca Mora con i suoi indubbi riflessi turistici. Ecco una “compensazione”, non tipo il Parco della Pace, difficilissimo e costoso da gestire, fino a prova contraria, che potrebbe riportare un po’ di sorriso non solo lungo le tappe del trenino ma specialmente in una città che per anni vivrà tra la polvere dei cantieri e le difficoltà nella mobilità.


L’ALTRA STAMPA

Galeotta fu la foto: ecco come l’Altra Stampa è arrivata a pubblicare il libro “Un liceo per Thiene” Dal manoscritto alla promozione: il valore di un editore che accompagna l’autore prima, durante e dopo la pubblicazione Dalla richiesta di utilizzare una fotografia alla realizzazione di un volume di 368 pagine in meno di un mese: il racconto di un progetto editoriale che dimostra come il valore di un editore non finisca con la stampa del libro, ma continui nell’assistenza agli autori e nella promozione dell’opera di Giulia Matteazzi

Come nasce un libro? Certo, dell’argomento ho già trattato in due articoli pubblicati nei numeri 305 e 306 di questa rivista, spiegando a grandi linee i passaggi che portano dalla scrittura alla pubblicazione e possibilmente alla vendita di un libro. Ma l’argomento l’ho affrontato in teoria. Questa volta vorrei tornare sul tema passando dalla teoria alla pratica, cioè raccontando come l’editore L’altra Stampa è arrivato a realizzare il libro “Un liceo per Thiene. Le vicende del “Corradini” dalla fondazione ad oggi”, pubblicato lo scorso aprile e dedicato ai sessant’anni del liceo thienese. La richiesta gentile del professor Fioravanzo Tutto è cominciato con una mail arrivata alla redazione di ViPiu.it e di Vicenza

Più. Nel messaggio il mittente, il prof. Daniele Fioravanzo, chiedeva l’autorizzazione per utilizzare, naturalmente citando la fonte, una fotografia comparsa su ViPiu.it per una pubblicazione dedicata al Liceo Corradini sulla quale stava lavorando. Una richiesta rispettosa, come capita qualche volta di ricevere (forse non così spesso come sarebbe giusto, ma questo è un altro discorso…). Il direttore della testata Giovanni Coviello naturalmente ha dato il permesso, poi ha chiesto al professor Fioravanzo se il libro fosse già in lavorazione e se ci fosse già un accordo con un editore, o se si fosse ancora nelle fasi preliminari. La risposta del professore è stata immediata: il libro era ancora nella fase di preparazione e, quanto a chi lo avrebbe stampato, era aperto un bando presso il

portale MePA, Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione. Burocrazia, impegno e tempi stretti Subito Coviello, assieme all’editore L’Altra Stampa, di cui cura varie collane, inclusa quella tipica del volume, ha messo in azione gli incaricati della società per poter concorrere al bando, formulando preventivi e allertando i collaboratori, in quanto i tempi per la realizzazione del libro si prospettavano alquanto ristretti. Non starò a scendere nei dettagli riguardo la partecipazione al bando, non è la mia materia, senza contare che, come tutto quello che riguarda la Pubblica Amministrazione, e lo dico col massimo rispetto possibile, avere a che fare col portale MePA richiede nervi saldi, buona conoVICENZAPIÙ

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Tanta pazienza davanti al pc per “affrontare” il MePA

scenza del burocratese e una significativa dose di testardaggine. Insomma, non è esattamente una passeggiata. Nulla però è insormontabile per gli esperti dell’editore. Gli ostacoli sono stati superati, la candidatura è stata presentata e ai primi di marzo 2026 è arrivata la notizia che il libro era stato assegnato proprio all’Altra Stampa srl. Questa è stata la notizia buona, anzi buonissima come riconoscimento della competenze e delle referenze aziendali. Quella un po’ meno buona era che il libro doveva essere pronto per il 15 aprile, quindi i tempi erano decisamente stretti. Chi va piano va sano... ma a volte bisogna correre Che si fa in questi casi? In realtà non sono situazioni così rare. Nella mia lunga esperienza di impaginatrice, mi sarà capitato una volta di sentirmi dire “ha tutto il tempo che vuole”, per il resto ho sempre lavorato col timer e molto spesso in velocità se non in urgenza. Quando poi chi commissiona il lavoro è un ente pubblico, guai a non rispettare i tempi stabiliti. Come si procede in questi casi? L’editore ha parlato innanzitutto con la tipografia, chiedendo la data limite per poter stampare il tutto in tempo utile. Da lì poi abbiamo stilato a ritroso la tabella di marcia. C’era meno di un mese per lavorare. Ero oggettivamente preoccupata. Si trattava, alla fine, di 368 pagine, con non poche fotografie, raccolte con grande impegno dagli autori ma spesso datate e di qualità originaria non proprio impeccabile. 52

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Molti capitoli erano ricchi di note a piè pagina e i curatori, cioè il già citato prof. Fioravanzo, la professoressa Raffaella Corrà e la dirigente del liceo Corradini, Marina Maino, avevano chiesto in aggiunta che venisse realizzato anche l’indice dei nomi. Nulla di insormontabile, con l’evoluzione dei programmi di impaginazione inserire le note nei testi non è più un lavoro da certosini e pure l’indice dei nomi non è proibitivo, ma c’era poco tempo a disposizione. Poche chiacchiere e tanto lavoro Con Coviello come referente dell’opera per l’Altra Stampa, abbiamo programmato subito una riunione operativa per parlare con i curatori e capire come pro-

cedere perché il nostro compito non era e non è mai semplicemente impaginare un libro, ma aiutare gli autori a trasformare anni di ricerche in un’opera destinata a durare. I professori Fioravanzo e Corrà, così come la dirigente Maino, hanno immediatamente compreso la necessità di lavorare di buona lena e di dare indicazioni chiare anche se andavano accompagnati in varie scelte perché l’editoria non è il loro specifico campo di competenza. Ma per questo c’eravamo noi... Mi hanno passato i testi definitivi, abbiamo scelto il formato e approvato il carattere di stampa, abbiamo deciso a grandi linee la collocazione delle fotografie e mi hanno suggerito l’immagine di copertina tra le varie opzioni proposte. Ci siamo dati appuntamento alla settimana successiva con l’impegno da parte nostra di preparare già la prima bozza. Da lì è iniziata la parte operativa, cioè il mio lavoro. Che in realtà è la parte che mi piace di più e forse non è nemmeno vero che preferisco lavorare con calma. Meno tempo vuol dire più concentrazione, meno tentennamenti, meno divagazioni. Testa bassa e si impagina, fatti salvi gli intervalli necessari a far riposare la vista e… far raffreddare il computer. Certo, non è stato tutto semplice. Come già detto, alcune foto erano, come le definisco io, “impubblicabili”, cioè decisa-

Stili di impaginazione a confronto, per scegliere il più adatto


mente poco definite per la stampa tipografica, soprattutto se si trattava di foto di classe, con gruppi di alunni dalle facce troppo piccole per essere riconoscibili e impossibili da ingrandire senza l’effetto fantasma quadrettato (i pochi pixel fanno una sorta di effetto mosaico che però non è per nulla artistico). Le foto più problematiche le ho segnalate ai curatori, che si sono dimostrati sempre molto disponibili e mai una volta hanno pronunciato la fatidica frase “ma io la vedo bene”, tipica di chi sta guardando la foto sul cellulare, dove date le dimensioni dello schermo appare nitida… In alcuni casi hanno mandato nuove foto, altre volte mi hanno chiesto di fare del mio meglio con quello che avevo. Miracoli non ne ho fatti, e nemmeno l’intelligenza artificiale ha potuto più di tanto, nonostante abbia chiesto aiuto al direttore Coviello che con Chatgpt ha un rapporto da “ingegnere”, quale in fondo è e rimane, e riesce spesso ad ottenere ottimi risultati anche a livello di immagini: le elaborazioni fatte con AI erano magari più nitide, ma le facce nelle foto di classe erano tutte curiosamente simili e inespressive, stile Villaggio dei dannati. Meglio, dunque, una foto un po’ sfocata se l’immagine non poteva essere esclusa in quanto il significato storico superava la questione della resa. La prima bozza stampata e le peripezie della copertina La cosa bella è stata consegnare la prima bozza. Quando si arriva al lavoro stampato, anche se solo su carta semplice (meglio se con i fogli spiralati per dare l’idea già di un libro, come facciamo sempre per chi si affida a L’altra stampa), la reazione degli autori è sempre di gioia mista ad incredulità. Perché ancora oggi, con buona pace degli e-book, dei blog e dei post con milioni di pollici all’insù, vedere su carta quella che prima era solo un’idea è sempre un bel momento. Ho consegnato la bozza ai curatori, che l’hanno accolta con entusiasmo. È proprio in queste fasi che si comprende quanto sia importante avere accanto un editore con cui confrontarsi direttamente, senza passaggi impersonali o call center. Ho, ad esempio, raccomandato di segnare le correzioni in rosso, in modo

Controllando l’indice dei nomi...

UN LICEO PER THIENE Le vicende del “Corradini” dalla fondazione ad oggi

La copertina “bocciata”... e quella “promossa”

evidente, e di non farle sui file word per poi inviarmeli corretti, perché la cosa non mi avrebbe aiutato, anzi, avrei dovuto reimpaginare da capo. Solo se un paragrafo fosse stato completamente da riscrivere allora sarebbe stato preferibile mandarmi il testo per e-mail, ma solo di quel paragrafo, non di tutto il capitolo. I professori e la dirigente hanno capito perfettamente, accordandosi per i tempi di correzione. La genesi della copertina è stata, invece, meno lineare. La mia prima proposta, dove sullo sfondo dell’esterno del Liceo avevo collocato una sorta di frammento di pellicola cinematografica, con immagini della scuola come fotogrammi per

rappresentare momenti storici diversi, non è piaciuta. Nulla di grave, anzi, è proprio dalle proposte bocciate che si capisce meglio che cosa desideri l’autore, le cui preferenze possono essere guidate ma vanno prese in considerazione, specialmente quando, come in questo caso, è un committente. Già il secondo tentativo somigliava alla versione poi stampata, abbiamo discusso solo il colore base, rosso scuro o blu. La scelta è stata… messa ai voti tra dirigente e curatori e il rosso scuro ha stravinto. Con mia approvazione... tacita, nel senso che giustamente io non ho votato ma effettivamente preferivo la versione rossa.

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La seconda bozza, l’indice e gli sponsor Devo riconoscere che le mie raccomandazioni sono state recepite in modo perfetto e che il lavoro di correzione, per me molto più delicato di quello della prima stesura, è stato abbastanza semplice, tenendo conto che si trattava di un grosso libro e che sono arrivati alcuni aggiornamenti dei testi, qualche variazione sulle note e qualche immagine aggiunta o spostata. Ad un certo punto ho comunicato a tutti che non avrei fatto altre variazioni, perché il tempo cominciava a stringere e c’era l’indice dei nomi da fare, operazione che è sempre meglio effettuare quando si arriva alla versione definitiva del libro. Il lavoro non è difficile ma un po’ noiosetto e delicato, dato che bisogna leggere tutto il testo per evidenziare i nomi, stando attenti alle omonimie e ai casi in cui un nome ha anche altri significati oppure non indica una persona ma un luogo. Ci vuole tempo e concentrazione, ma è anche un lavoro utile a scoprire eventuali refusi sfuggiti alle correzioni. Anche se è destino che i refusi ulteriori, pochi si spera li scopriranno solo lettori super attenti, che si spera siano tanti (i lettori, non i refusi...). Nel frattempo, visto che ad aiutare, dal punto di vista economico, la scuola per la pubblicazione era intervenuto il Comitato dei genitori del Corradini, che aveva cercato degli sponsor locali, nella foliazione abbiamo trovato spazio per inserire i loghi dei vari sponsor, così entro Pasqua siamo riusciti a mandare in stampa il lavoro, in tempo perché le copie fossero pronte esattamente per la data stabilita: il 15 aprile 2026. Grande soddisfazione, e adesso? Come non mi stanco di dire, vedere il libro finito per me è sempre una soddisfazione, e ancora più bello è stato osservare la gioia dei professori Fioravanti e Corrà e della dirigente Maino che maneggiavano con grande cura (ed emozione?) la “creatura libro”. Ma al di là della felicità del momento, arrivare al libro stampato è solo la prima metà del lavoro, e quella più facile, nonostante le eventuali difficoltà tecniche. Un libro, infatti, a meno che non se ne facciano dieci copie per gli amici - mentre 54

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La dirigente del “Corradini” Marina Maino alla presentazione del libro

I curatori del libro, i professori Daniele Fioravanzo e Raffaella Corrà, durante la presentazione

in questo caso le copie commissionate sono state ben 1000, di cui 300 destinate alla scuola -, deve essere venduto, quindi va promosso e distribuito. Nel caso specifico, si poteva far conto su un mercato abbastanza scontato, cioè quello di docenti, ex docenti, studenti ed ex studenti del Corradini. Ma non basta. Non è mai il caso di aspettarsi che un libro si venda da solo. Ormai non succede più nemmeno con i bestseller e anche gli autori con molto seguito social o televisivo se propongono un nuovo libro devono, poi, fare il giro delle librerie per presentarlo. Per “Un liceo per Thiene” era in programma una presentazione ufficiale a maggio e un mese di lancio a prezzo

scontato in base alle normative di legge anche se sconsigliato dal nostro editore convinto che le promozioni si fanno per rinnovare l’interesse verso un libro già in vendita e non per sollecitarlo per uno atteso e in rampa di lancio. Ma tant’è visto che a decidere era il committente anche se il minore incasso sarebbe stato a carico suo e… dell’editore. La presentazione, il 27 maggio all’auditorium Fonato di Thiene, è andata bene, sia per il coinvolgimento del pubblico sia per le vendite, il cui ricavato, con una formula originale, è suddiviso tra scuola ed editore, ma l’editore (anche grazie all’aiuto dei curatori del volume) non si ferma, e continua a cercare nuove vie per


Pubblico numeroso, attento e... “comprante” alla presentazione all’auditorium Fonato, ma ora bisogna continuare a promuovere il libro

intercettare i tanti ex studenti e docenti da raggiungere per ritrovare momenti della propria vita nel libro dei 60 anni di storia del liceo che ha forgiato più generazioni. Non sarà facile, passata la prima ondata e la curiosità, ma bisogna cercare di alimentare l’interesse di chi non ha saputo dell’iniziativa, non abbastanza evidenziata dagli organi di stampa, forse non sufficientemente attenti a un evento storico del territorio. Ma è proprio per questo che è importante avere il sup-

porto di un editore che crede nel lavoro fatto e continua a portarlo avanti con iniziative dirette, come la presentazio-

Il link dello shop on line per acquistare il libro https://laltrastampasrl.it/prodotto/unliceo-per-thiene/

ne il 2 settembre promossa dal Gruppo storico di Breganze col prof. Fioravanzo, con le librerie e anche sul proprio sito di e-commerce. Anche se - nel caso specifico - è già rientrato delle spese sostenute così come la scuola che, però, godrebbe per le sue casse di nuovi introiti da nuove vendite: ovviamente l’aspetto economico è fondamentale, ma è ancora più importante che l’autore non si senta abbandonato, magari con decine di copie dei libri commissionati di cui non sa che fare.

Il lavoro dell’editore non finisce con la stampa Ogni libro ha bisogno di continuare a essere raccontato, presentato e proposto ai lettori. La differenza tra chi si limita a stampare libri e chi sceglie di fare davvero l’editore è proprio qui. Quando un volume esce dalla tipografia, per l’editore inizia la sfida della distribuzione e della vendita: deve stare accanto all’autore per organizzare presentazioni, deve mantenere i contatti con librerie e associazioni, deve cercare continuamente nuove occasioni per far conoscere il testo e raggiungere chi potrebbe esserne interessato, ma ancora non ne conosce l’esistenza.

L’importanza di una sede

Va anche in questa direzione la scelta di l’Altra Stampa - che ha già uno shop on line attivo ed efficace, lavora con un distributore e ha una pagina Amazon - di aprire una nuova sede operativa “fisica”, in Viale Verona 35 a Vicenza. Uno spazio dove naturalmente si potrà lavorare assieme agli autori, ma soprattutto uno spazio aperto al pubblico dove non solo si potranno commercializzare direttamente i libri ma anche ospitarne le presentazioni. La sede, che sarà inaugurata in settembre, si proporrà come punto di riferimento per incontri culturali, per letture, per acquisti e per tante attività che avranno sempre come filo conduttore Vicenza e i vicentini. VICENZAPIÙ

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PAGINE DI STORIA VICENTINA

«Spara tu, io non ci riesco» La confessione che riemerge dalle memorie di un soldato di Sarcedo che combattè in Abissinia

Nel 90° anniversario della seconda guerra italo-etiope, le memorie del soldato di Sarcedo Ernesto Toniello custodiscono la drammatica confessione di un commilitone – indicato con il nome di fantasia “Giuseppe” – e aiutano a comprendere una delle pagine più controverse del colonialismo italiano di Daniele Fioravanzo Docente di Storia

Incendiare i tucul è facile: si getta un po’ di benzina sul tetto di paglia, si appicca il fuoco e in un attimo tutto brucia. Chi è dentro deve uscire di corsa e allora è solo un gioco sparare e uccidere tutti “quei neri”. Chi racconta queste cose è un soldato vicentino presente alla strage di Addis Abeba del febbraio 1937. Il massacro venne scatenato dai comandi italiani dopo il fallito attentato ai danni del generale Rodolfo Graziani, allora viceré d’Etiopia. Fu un’azione punitiva diretta indiscriminatamente contro l’intera popolazione della capitale abissina: per tre giorni – dal 19 al 21 febbraio – gli italiani, militari e non, ebbero facoltà di ammazzare tutti i “neri” che trovavano per strada. Potevano anche costringerli ad uscire dalle loro case e poi falciarli brutalmente. Alla fine dei tre giorni di violenza selvaggia i morti furono migliaia: fra i quattro e i seimila secondo lo storico italiano Angelo Del Boca; addirittura 19 o 20 mila per l’inglese Ian Campbell.

L’episodio del tucul

In questo quadro di ferocia sistematica, si inserisce la testimonianza di un soldato di Sarcedo, che chiameremo Giuseppe (nome di fantasia). Durante le operazioni di rastrellamento, dall’ennesimo tucul 56

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Soldati italiani familiarizzano con bambini africani di fronte alla loro abitazione


Abitazione africana

in fiamme esce una coppia, chiaramente marito e moglie. Sono inermi, ma vengono subito colpiti a morte. Cadono proprio di fronte alla loro abitazione, uno di fianco all’altra. Alle loro spalle resta in piedi un bambino, così piccolo da essere risparmiato dalla scarica della fucileria italiana. Il bambino si getta subito, piangente e disperato, sopra i cadaveri dei genitori. I soldati italiani sono interdetti. Non sanno che fare. Poi l’ufficiale che li guida prende una decisione e ordina al soldato Giuseppe di sparare e di uccidere anche il bimbo: “Che ce ne facciamo di un bambino nero?”, è la motivazione. Il soldato però non vuole, fa resistenza. Arriva a dire all’ufficiale: “Ma, signor tenente, lo faccia lei”. Però non c’è scampo: l’ufficiale ripete l’ordine, vuol essere obbedito. E allora Giuseppe aspetta che il bimbo si giri dall’altra parte e gli punta il fucile alla testa, si gira a sua volta per non vedere quel che sta facendo e … spara. Poi scappa senza più voltarsi indietro. Conosciamo questa storia perché Giuseppe, ritornato in Italia, la

confida al suo commilitone, Ernesto Toniello. La coscienza gli rimorde: “Non trovo più pace”, dice all’amico e gli racconta di essere andato anche a confessarsi, ma di non aver trovato un sacerdote disposto ad assolverlo.

Repressione italiana

Il ruolo del fascismo

Questo episodio della guerra d’Etiopia (1935-’36) e della successiva occupazione militare solleva una domanda fondamentale: com’è possibile che persone “normali” possano massacrare civili innocenti, arrivando ad uccidere persino bambini? Una prima risposta può far riferimento al disprezzo razzista nei confronti degli africani (propagandato con insistenza dal regime fascista nei mesi della guerra) assieme all’esaltazione della forza come strumento di dominio: tutto ciò contribuì sicuramente a creare un clima di legittimazione della violenza. Ma l’ideologia da sola non basta a spiegare l’orrore. Bisogna tener conto anche delle scelte politiche effettuate dal regime in Africa. La strage di Addis Abeba non fu infatti un episodio isolato. Si inseriva invece nella politica di occupazione dell’Abissinia attraverso la repressione brutale di qualsiasi forma di resistenza. Gli ordini di Mussolini erano chiari: “Autorizzo […] a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore e dello sterminio VICENZAPIÙ

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Ernesto Toniello prima della partenza per l’Etiopia

contro i ribelli e le popolazioni complici”. E Rodolfo Graziani interpretò – con il beneplacito del duce – estensivamente tali ordini, fino a vietare ai suoi sottoposti di fare distinzione tra popolazione sottomessa e non sottomessa: di fronte a episodi di resistenza tutti i civili andavano indistintamente colpiti. Il risultato fu una serie di massacri come quello di Addis Abeba, di Debra Libanos (circa 2000 vittime tra monaci, diaconi e seminaristi), di Zeret (1200 civili uccisi con l’iprite all’interno di una caverna dove si erano rifugiati). I nostri soldati – quasi sempre “uomini comuni” – si trovarono ad essere gli esecutori di queste repressioni feroci. Il rimorso di Giuseppe non era che la spia del trauma morale che subisce chi si scopre complice di crimini orrendi.

Le memorie di Ernesto Toniello

Se oggi conosciamo la storia di Giuseppe, lo dobbiamo alle carte lasciate da un altro soldato vicentino, Ernesto Toniello, che ha raccolto un importante patrimonio di documenti relativi alla sua esperienza 58

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Ernesto Toniello con una donna etiope

in terra d’Africa: materiali fondamentali perché ci permettono di ricostruire aspetti poco conosciuti, o addirittura rimossi, della guerra etiopica. A volte neppure gli odierni manuali scolastici riportano, infatti, notizie sulle tragedie che accompagnarono quel conflitto, sul quale prevale una sorta di “amnesia collettiva”, spesso nascosta dietro al mito consolatorio degli “italiani brava gente”. Ma chi era Ernesto? Nato a Sarcedo nel 1913, aveva frequentato la Scuola Politecnica di Milano e conseguito il diploma di “assistente alla tessitura”. Arruolato in fanteria, fu inserito nella divisione “Gran Sasso”, nella quale prestò servizio come portaordini e piantone dello Stato Maggiore. Ebbe perciò modo di osservare da vicino l’operato dei comandi e di raccogliere informazioni preziose su ciò che accadeva in Etiopia nel biennio 1935/’36. Ernesto riempì un diario di guerra, un libricino in cui annotava in modo sintetico, quasi giorno per giorno, i movimenti del suo reparto e la situazione militare vista con gli occhi di un soldato semplice. A questo

affiancò numerose lettere alla famiglia e agli amici nelle quali si soffermava sulla sua situazione personale, descrivendo i luoghi in cui si trovava o le operazioni belliche in cui era coinvolto. Alle fonti scritte Ernesto aggiunse le immagini: aveva con sé una macchina fotografica e potè scattare numerose foto per ritrarre paesaggi, ambienti e persone. Infine, dopo il suo rientro in Italia e a qualche anno di distanza dall’esperienza bellica, egli stese una memoria: un documento certamente complesso da utilizzare perché il tempo trascorso modifica i ricordi, li trasforma, li adatta al presente. Ciò non significa però che la sua testimonianza sia meno importante: il racconto di Giuseppe per esempio, pur essendo parte delle memorie stese dal suo commilitone a guerra finita, difficilmente potrebbe essere messo in discussione. Che cosa emerge dalle carte di Ernesto? Innanzi tutto la sua opposizione alla guerra. Netta e argomentata nelle memorie post-belliche, quest’opposizione affiora già nelle lettere che egli scriveva ai famigliari nei mesi del conflitto. Nel gennaio del ’36,


Ragazza Etiope

Clero Copto

per esempio, venne a sapere dell’iniziativa “Oro alla Patria” con cui le italiane e gli italiani furono indotti a cedere al regime le loro fedi nuziali per finanziare l’aggressione all’Etiopia. Ernesto così commentò: “La mamma e cognate […] hanno dato l’anello alla Patria. Sia più che altro dono a Dio, che abbia a far cessare tanti mali, e che dopo tante ansie e dolori specialmente di mamme [e] spose ne venga […] un periodo di pace e di benessere”. Affermazioni non proprio in linea con la propaganda fascista. Un mese dopo Ernesto ribadì con maggiore forza il suo punto di vista. Commentando le sanzioni decretate contro l’Italia, disse: “Speriamo che […] le nazioni siano ragionevoli […] pare ci trovino gusto ad ammazzarsi. Però non sono quelli che devono combattere che lo desiderano. Perché allora per quelli che governano, tanti devono stare male?” Frasi non equivoche, sicuramente sfuggite alla

censura fascista e che tradiscono uno stato d’animo presente tra i soldati, come anche nel popolo italiano. Era un sentire che non poteva, negli anni della dittatura, emergere pubblicamente e che si manifestava solo in

I conti con la storia A novant’anni dalla guerra d’Etiopia (1935-’36) continuano a emergere testimonianze e racconti di quella ormai lontana, ma non dimenticata, avventura bellica. Da questo materiale affiora una visione della storia “dal basso” che integra, corregge e talvolta smaschera quella “ufficiale”, quella cioè che si avvale dei documenti dello Stato Maggiore o dei giornali dell’epoca che, anche se letti in modo critico, costituiscono pur sempre il punto di vista delle sole classi dirigenti: nei registri e nei verbali dei comandi militari non troveremmo mai traccia di un infanticidio come quello raccontato nelle memorie di Ernesto. Perciò

privato o tutt’al più, come in questo caso, nelle lettere ai famigliari. La cosa è però interessante dal punto di vista storiografico perché dimostra – come hanno affermato diversi storici – che il consenso nei confronti dell’impresa militare del fascismo non era affatto unanime. Nelle memorie post-belliche il rifiuto della guerra da parte di Ernesto diventa ancora più chiaro. La scoperta delle menzogne della propaganda fascista lo spinse a guardare con disincanto alla cosiddetta “impresa africana”, a rimarcare le prepotenze dei soldati contro la popolazione civile e specialmente contro le donne, a sottolineare le frequenti ruberie ai danni degli abissini e l’assurdo comportamento di chi innalzava preghiere al cielo e costruiva persino chiese per aver vinto una guerra, non mancando di evidenziare anche la disorganizzazione, la confusione degli ordini, i ritardi delle manovre militari e le fatiche dei soldati. Per dire infine: “Maledetta la guerra coi suoi orrori”.

Bambini nei pressi di un tucul

i suoi scritti meritano di essere conosciuti, conservati e studiati. Un’ultima annotazione: la commemorazione della strage di Addis Abeba ha luogo il 19 febbraio (Yekatit 12, secondo il calendario etiopico) cioè a pochi giorni dalla data (10 febbraio) in cui noi italiani commemoriamo le vittime delle foibe. Non si tratta – sia chiaro – di stabilire confronti o paragoni di comodo, magari sulla spinta di qualche pregiudiziale ideologica. Ma occorre chiedersi se la memoria storica di un paese – per diventare finalmente “adulta” – possa continuare a fondarsi solo sul ricordo delle proprie vittime, senza fare veramente i conti con tutto il proprio passato, compresi i crimini di cui, ci piaccia o no, siamo stati responsabili. VICENZAPIÙ

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MEDIOEVO VICENTINO

Arzignano medievale, la fede scolpita nella pietra Le chiese di Santa Maria alla Madonnetta, San Matteo e San Bortolo raccontano, attraverso architetture, affreschi e documenti, la storia religiosa della città. Tre edifici trasformati nei secoli, ma ancora capaci di custodire preziose testimonianze del Medioevo di Marco Ferrero Medievista

Durante il periodo medievale, Arzignano assunse un ruolo di particolare rilievo strategico, soprattutto grazie alla posizione elevata e dominante del suo castello, che rappresentava un punto chiave per il controllo del territorio circostante trovandosi in prossimità della principale via di comunicazione della pianura padana, la storica via Postumia, fondamentale per collegare diverse regioni e favorire scambi commerciali e militari. Tuttavia, nel contesto civile e sociale, si svilupparono momenti di grande importanza religiosa che, in modi differenti e complessi, contribuirono allo sviluppo del territorio anche tramite la fondazione di ospedali e, forse in misura maggiore, come elemento di attrazione per la fede delle comunità locali, che trovavano in questi luoghi punti di riferimento spirituale e culturale. Vediamo dunque quali furono gli edifici ecclesiastici più significativi, anche se non tutti oggi conservano intatto il ricordo della loro struttura medievale originaria, a causa di rimaneggiamenti e restauri nel corso dei secoli. La chiesa di S. Maria, conosciuta anche come Madonnetta, si trova nella località tradizionalmente chiamata “Madonnetta”, situata nella frazione Costo, a circa un chilometro dal centro abitato principale. Si incontra nei pressi della strada statale che conduce a Montecchio Maggiore, un percorso molto frequentato fin dall’antichità per motivi 60

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La chiesa di Santa Maria conosciuta come Madonnetta

commerciali e di pellegrinaggio. Insieme alla pieve di S. Maria e alle chiese ad essa subordinate di S. Zenone (oggi di nuova costruzione) e di S. Matteo (di cui si parlerà più avanti), la chiesa di S. Maria in Allo (Madonnetta) è menzionata nell’elenco delle Rationes decimarum del 1297, anch’essa come cappella appartenente alla pieve

di Arzignano. Nel documento citato, essa appare particolarmente legata alla pieve, come se avesse un rapporto privilegiato e un ruolo centrale nella vita religiosa locale. Annotiamo qui che l’abate Maccà cita in realtà due chiese distinte: quella di S. Maria in Allo e un’altra denominata «Madonetta», descritta come «piccola


Chiesa della Madonnetta, la Pietà attribuita a Battista da Vicenza

chiesa situata accanto ai muri della clausura dei padri minori osservanti di S. Maria, a cui appartiene. Nell’altare sotto la copertina c’è un’immagine di Maria Vergine venerata.» Questa descrizione evidenzia l’importanza devozionale della chiesa per la comunità monastica e per i fedeli del tempo. Nonostante la confusione che la denominazione può generare, insieme alla testimonianza dell’esistenza, anche in questa chiesa, di una non meglio precisata immagine della Vergine Maria (presente anche in un affresco in S. Maria in Allo), non si tratta della chiesa di cui qui si discute, ma di un’altra costruzione con funzioni e storia distinte. A partire da agosto 2000 sono stati effettuati importanti lavori di restauro, che hanno permesso di risolvere una serie di problemi statici che si erano aggravati negli ultimi anni, garantendo così la conservazione dell’edificio e la sicurezza per i visitatori e la comunità locale.

Oggi la chiesa di S. Maria non conserva più l’aspetto originario medievale, ma custodisce un prezioso affresco risalente ai primi anni del secondo decennio del XV secolo. L’importanza di questo risiede nel fatto che fa parte del repertorio delle opere di Battista da Vicenza o a lui attribuite; si tratta sicuramente del principale pittore vicentino del tempo e, d’altra parte, alcuni edifici che conservano affreschi o polittici di Battista sono considerati capisaldi della storia dell’arte medievale vicentina, come l’abbazia di S. Agostino a Vicenza, le chiese di S. Giorgio di Velo d’Astico e di S. Salvatore a Montecchia di Crosara, oltre alla chiesa di S. Vincenzo di Grancona, tutte testimonianze di grande valore artistico e culturale. L’immagine qui presentata è stata studiata approfonditamente soprattutto da Aristide Dani, ai cui lavori si fa riferimento in questa sede per la sua meticolosità e precisione nell’analisi storico-artistica. L’affresco misura 86 x 75 cm: è

stato staccato dalla sua collocazione originaria, trasferito su un telaio di legno e collocato in una nicchia sull’altare maggiore, dove si trova tuttora, visibile ai fedeli e agli studiosi che possono così apprezzarne i dettagli e la bellezza. Rappresenta la scena della Pietà – diffusasi in Occidente nel XIV secolo – ovvero la Madonna che tiene in grembo il corpo di Gesù morto e deposto dalla croce, un soggetto di grande carica emotiva e spirituale. Purtroppo non tutto il dipinto è conservato: la parte inferiore risulta infatti mancante, probabilmente a causa di danni strutturali o interventi successivi. Dani ritiene possibile che l’affresco sia stato danneggiato a seguito del crollo del muro su cui era dipinto e che poi sia stato salvato in circostanze fortunate, un vero miracolo per la conservazione del patrimonio culturale. Come detto, l’opera è attribuita da Dani a Battista da Vicenza; nei suoi primi studi, lo storico la collocava nella tarda maturità del pittore (morto intorno al 1438), ma successivamente ha corretto questa indicazione, individuando «nel 1413 o negli anni immediatamente successivi» la probabile data di realizzazione, collocandola così nella «prima maturità» dell’artista, poco dopo la vicentina “Mater Misericordiae” della chiesa dei Proti del 1412, anch’essa attribuita allo stesso pittore e considerata un capolavoro. Portinari, invece, ha espresso dubbi sull’attribuzione a causa del colore degli incarnati e delle vesti, della presenza di una decorazione floreale su sfondo verde mai usata da Battista da Vicenza e, infine, per la drammaticità insolita dei volti; il volto della Madonna è infatti ritratto con un’intensa espressione che rende bene la drammaticità del momento, visibile anche nel pallore cadaverico del volto, ancora insanguinato, di Gesù, sorretto dalla mano destra della Madre, un dettaglio che rende l’opera particolarmente toccante. Oltre ai lavori di consolidamento statico già citati, sono previsti interventi di restauro anche sull’affresco attribuito a Battista, per garantire la sua conservazione nel tempo e permettere un’adeguata fruizione da parte del pubblico e degli studiosi. VICENZAPIÙ

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Le vicende della chiesa di S. Matteo si basano solo sulla leggenda della sua presunta edificazione e intitolazione nel 312 sui resti di un tempio pagano precedente, una tradizione che conferisce all’edificio un alone di mistero e antichità. La storia documentata ci ricorda invece che la più antica attestazione della sua esistenza è contenuta nel documento vaticano delle Rationes decimarum riguardante la diocesi di Vicenza, in particolare nel primo inventario compilato nel 1297; in esso l’edificio è incluso nella giurisdizione della pieve di Arzignano di S. Maria insieme alle chiese di S. Zeno e di S. Maria in Allo di cui si è parlato sopra, confermando l’importanza religiosa della zona. L’abate Maccà ci riferisce, per gli anni immediatamente successivi, di un documento del 1306, tratto dall’archivio dei padri minori conventuali, nel quale è menzionata la nostra chiesa mentre, come ricorda Mantese, nessuna notizia è pervenuta per quasi tutto il XV secolo, un periodo di silenzio documentario che rende difficile ricostruirne la storia dettagliata. Le chiese di Arzignano furono interessate da numerosi lavori di rifacimento e consolidamento verso la fine del XV secolo, come riporta il Liber expensarum del comune, redatto nel 1488 (Liber Statutorum, 1972, appendice) e forse in quel periodo anche la chiesa di S. Matteo subì qualche intervento strutturale, per migliorarne la stabilità e l’aspetto. Comunque, gli Statuti comunali del 1490, secondo quanto riferito da Motterle, contengono l’elenco delle cinque chiese, tutte appena ricostruite o restaurate, che si dovevano visitare durante la processione del 5 febbraio (festa di S. Agata) e tra queste è indicata anche quella di S. Matteo, confermando il suo ruolo nel tessuto religioso cittadino. La storia successiva racconta di un edificio poco utilizzato dalla popolazione e per lungo tempo, soprattutto nel XVIII secolo, custodito da eremiti che vi si ritiravano per pratiche di contemplazione e preghiera, mantenendo viva la tradizione spirituale legata a questo luogo. A un esame visivo, la chiesa di S. Matteo 62

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Particolare della facciata della chiesa di San Matteo

presenta un aspetto che richiama una tipologia di edifici databili al XIII-XIV secolo, con caratteristiche architettoniche tipiche dell’epoca. La navata unica, piuttosto ampia, termina con un presbiterio che sicuramente fu aggiunto successivamente, tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, se si considera l’ampiezza dell’arco, nella cui parte terminale si apre una porta che lo mette in comunicazione con l’abitazione adiacente, un elemento che testimonia l’evoluzione funzionale dell’edificio. Le possibilità di effettuare un’analisi più approfondita sono però molto limitate internamente dalla totale assenza di

affreschi e, all’esterno, da uno spesso strato di malta che impedisce di vedere la tessitura muraria originale. Più interessante appare il campaniletto a vela, situato in posizione arretrata e laterale, costruito con materiali diversi, che rappresenta un elemento distintivo dell’edificio. Alla base sembra corrispondere all’originale spigolo sud-orientale della chiesa, costituito da conci di pietra ben squadrati, segno di una costruzione di qualità e durata. Ancora blocchi di pietra finemente squadrata incorniciano con maestria la porta d’ingresso, caratterizzata da un arco a tutto sesto che ne sottolinea l’e-


L’interno della chiesa di San Matteo

leganza e la solidità strutturale: questa parte dell’edificio potrebbe risalire all’epoca compresa tra il XIII e il XIV secolo, sebbene la storiografia locale abbia in passato retrodatato la sua origine forse in modo eccessivamente ottimistico al XII secolo, ipotizzando che i blocchi di pietra utilizzati provengano direttamente dal vicino castello distrutto dai Maltraversi, integrando così in maniera suggestiva la storia militare e religiosa del sito, conferendo un valore aggiunto alla sua importanza storica. Nei punti di giunzione dell’arco, sia a destra che a sinistra, si notano due mattoni inseriti in modo evidente, elementi architettonici che potrebbero indicare interventi di consolidamento o modifiche successive apportate nel corso dei secoli per garantire la stabilità della struttura. Degni di nota sono anche gli stipiti in pietra della porta laterale, che conservano tracce di lavorazioni artigianali tipiche dell’epoca, testimoniando l’abilità degli scalpellini e degli artigiani medievali che hanno contribuito alla realizzazione di questo monumento. Interventi di restauro furono eseguiti nel 1972, con l’intento preciso di salvaguardare la struttura e valorizzare questo rilevante patrimonio storico-artistico, consentendo così una migliore fruizione e conoscenza da parte della comunità locale e dei visitatori, contribuendo a preservare la memoria storica del luogo per le generazioni future. La chiesa di S. Bortolo si trova poco

distante dalla riva destra del torrente Chiampo, che separa la frazione dal centro di Arzignano, in una posizione strategica e suggestiva. Seguendo la strada che da Montecchio Maggiore conduce verso Chiampo, al semaforo di Arzignano si svolta a sinistra in direzione Montebello e dopo circa duecento metri si gira a destra per la frazione S. Bortolo, dove si trova appunto la chiesa omonima, un luogo di culto che rappresenta un importante punto di riferimento storico e spirituale per la comunità. Le notizie che attestano l’esistenza della chiesa di S. Bortolo (Bartolomeo) prima dell’inizio del XV secolo sono decisamente scarse, se non quasi inesistenti; ciò nonostante, la parte artisticamente più interessante dell’edificio sia costituita dal campanile, la cui datazione potrebbe essere retrodatata di circa un secolo, suggerendo così una storia più antica e complessa rispetto a quanto documentato. La più antica fonte conosciuta, secondo quanto riportato da Mantese, sarebbe un documento datato 31 gennaio 1328 in cui si menziona il toponimo «S. Bortolo d’Arzignano», che farebbe propendere, sempre secondo lo storico vicentino, per un’ipotesi più che fondata di origini duecentesche della chiesa, confermando la sua lunga presenza nella storia locale. Per il resto, la documentazione a nostra disposizione è costituita esclusivamente da atti testamentari (del 1418, 1420

e 1422) nei quali si ordinano sepolture nel cimitero della chiesa, che dipendeva dalla pieve di S. Maria di Arzignano, fornendo così un quadro parziale ma significativo della funzione religiosa e sociale svolta dall’edificio. Il libro delle spese del Comune, redatto nel 1488, riporta la notizia di lavori in corso in alcuni edifici religiosi, riguardanti anche la chiesa e il campanile di S. Bortolo (Liber Statutorum 1972). Non possiamo trarre conclusioni certe sull’entità di tali lavori di ristrutturazione o ricostruzione, ma riteniamo sia lecito ipotizzare che, come si può arguire anche dalle immagini che ritraggono la chiesa prima degli ultimi restauri, il campanile sia stata la parte meno modificata dagli interventi. L’ex chiesa, invece, sconsacrata nel 1903 in occasione della costruzione di quella nuova - e fin dalla prima metà del XX secolo utilizzata come abitazione civile, negozio, teatro e sede di un’associazione, e pertanto suddivisa internamente in vari locali e su due piani -, risulta rimaneggiata, pur conservando forme e dimensioni che suggeriscono un edificio quattrocentesco, frutto appunto di quel probabile rifacimento. All’esterno la facciata presenta alcuni elementi di interesse, tra cui una porzione del portale d’ingresso e un occhio, ma è probabile che questa parte dell’edificio abbia subito le maggiori trasformazioni nel corso del tempo, come suggerisce un arco a tutto sesto, molto ampio, emerso sopra il portale e una rientranza del muro lungo il lato meridionale. Su questo lato, verso la strada, si aprono due finestre ogivali trilobate, con cornice in pietra (quella verso la facciata è una ricostruzione successiva), rifacimenti del XIV o dell’inizio del XV secolo di aperture precedenti. Sopra la finestra verso il campanile si osserva, infatti, il disegno in laterizi di un arco a tutto sesto e a sinistra della prima, verso la facciata, è emerso il profilo, anch’esso in laterizi, di una precedente apertura anch’essa con arco a tutto sesto. Ma è il campanile che cattura l’attenzione per la sua eleganza e il buono stato di conservazione, soprattutto grazie ai restauri completati nel 1996. La sua struttura gli conferisce l’aspetto di una torre massiccia a pianta quadrata, con una VICENZAPIÙ

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La chiesa di San Bortolo dopo i restauri

porta d’ingresso molto stretta, allungata e strombata; la sua cornice, con accenno di ghiera sopra l’arco (come quella di una finestra che si apre, più in alto, sul lato addossato alla chiesa) è costituita da mattoni, mentre la sagoma interna, in pietra, presenta un arco gotico trilobato che richiama lo stile veneziano del XIV o d’inizio XV secolo. Nella cella campanaria si aprono quattro bifore con archi a tutto sesto e colonnine con graziosi capitelli. Al di sopra della cella campanaria si osservano, agli angoli, quattro pinnacoli e al centro un tiburio ottagonale, che forse è frutto di un’aggiunta della fine del XV secolo. All’interno del campanile, sul pavimento, è collocata una lastra sepolcrale di riporto che si estende oltre il limite del campanile stesso, per terminare su parte del pavimento di quella che doveva essere la navata primitiva e che ora corrisponde alla parte inferiore del presbiterio. Non essendo stati effettuati fino ad ora scavi che potrebbero chiarire 64

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l’esatta articolazione della struttura originaria, risulta praticamente impossibile interpretare il rapporto originale fra ilcampanile e il resto della chiesa. Alla base del campanile, verso oriente, è murato un fregio di stile classico, forse il frammento di una cornice appartenente a un edificio precedente, un dettaglio che aggiunge ulteriore fascino e mistero alla storia architettonica del luogo. Nel 1929 il campanile fu dichiarato monumento nazionale dall’allora Regia Sovraintendenza di Arte Medievale e Moderna di Venezia, riconoscendo ufficialmente il suo valore storico, artistico e culturale, e garantendo così una tutela speciale per questo importante simbolo del patrimonio locale. Sebbene non siano stati realizzati interventi di natura archeologica, i lavori di restauro, durati quindici anni, più volte interrotti e infine conclusi nel 2013, hanno almeno permesso di restituire dignità all’edificio (pur con tutti i limiti che in-

La torre campanaria di San Bortolo

terventi così massicci comportano per il rispetto della facies originaria del manufatto), rivelando alcune parti nascoste da superfetazioni precedenti e consentendo, tra l’altro, di portare alla luce lacerti di affresco all’interno della navata, dai quali emerge il volto di una santa (Madonna?) e parte del manto, la cui datazione può essere collocata nei primi decenni del XVI secolo, offrendo così un prezioso contributo alla conoscenza della decorazione pittorica dell’epoca. Tre edifici sacri che, pur rimaneggiati nel corso del tempo, ci permettono di immaginare la ricchezza del passato di Arzignano e la forza che il medioevo ancora oggi ha nel riproporci valori dimenticati, testimonianze vive di una storia che continua a parlare attraverso pietre, archi e affreschi, invitandoci a riflettere sulle radici culturali e spirituali della nostra comunità.


IRRESISTIBILE CHA CHA CHA

Nel ballo del cha cha cha è importante mantenere il contatto visivo sul proprio partner e sui suoi passi per non sbagliare, in particolare nei cambi di peso VICENZAPIÙ

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IL BALLO: STORIA E PRATICA

Cha cha cha, un’elegante onomatopea nata tra le palme di Cuba Il ballo è nato grazie all’influenza di mambo, danzón e son, ma sono ignote le origini del suo nome che, secondo alcuni, ricorda i passi battuti sulla battigia delle spiagge sudamericane di Serena Balbo

Il cha cha cha - anche comunemente abbreviato in cha cha - è uno dei balli più recenti della storia della danza. Rispetto ad altre danze, ben poco è stato esplorato rispetto alle sue origini, nonostante sia un ballo dalla grande vitalità e diffusione. La sua nascita è strettamente legata ad un altro ballo popolare: il mambo. Come abbiamo visto per la gran parte delle danze caraibiche e latino-americane, i movimenti danzati dagli schiavi liberati si unirono all’influenza della musica spagnola, in una commistione di tradizioni africane, europee e autoctone. Sull’isola di Haiti, i primi balli come il danzon, il son e la rumba diedero impulso a un nuovo ballo, il mambo, portato a Cuba dagli schiavi liberati dagli spagnoli. Nel 1948 il musicista Enrique Jorrìn, osservando i danzatori, cominciò a suonare il danzón con un nuovo ritmo sincopato in 4/4, marcando la melodia sul primo battito e semplificando la struttura ritmica. Diede vita a “Nunca”, una musica messicana di enorme successo, lanciata in seguito - con alcune modifiche - come “La engañadora”. Il ritmo era simile a un mambo lento con due passi lenti e tre rapidi; i ballerini cubani iniziarono a ballare utilizzando un triplo movimento dei fianchi. Questo ancheggiare fu riproposto anche nei passi, dando alla luce il cha cha cha. La nuova danza si diffuse velocemente, in particolare come ballo di coppia, nella capitale L’Avana, anche all’interno dei casinò e degli hotel. Pare che a inizio anni Cinquanta l’illustre maestro di ballo inglese Pierre Lavelle, durante un viaggio a L’Avana, notò questo particolare modo di danzare con battute in eccesso, e al suo 66

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Nel cha cha cha i corpi dei ballerini non si toccano mai, sono solo le mani a rimanere “agganciate”

ritorno iniziò ad insegnare a sua volta il nuovo ballo. Già a metà anni Cinquanta, era diffuso nel mondo e nel decennio successivo fu Walter Laird - danzatore britannico che contribuì allo sviluppo dei balli latino-americani in Inghilterra nel secondo dopoguerra - a dare vita alla versione moderna del cha cha cha, quella regolamentare anche oggi nelle competizioni mondiali. Ad ogni modo, pare sia stato un club della capitale cubana a dargli il nome cha cha cha, anche se non è nota precisamente l’origine della denominazione. Esistono infatti ben quattro diverse ipotesi sulla genesi del nome: secondo alcuni è il nome di un sonaglio cubano utilizzato durante il ballo, che veniva ricavato dal baccello di alcune piante caraibiche, e utilizzato anche durante specifici riti voodoo di Haiti per scandire il tempo delle danze e dei canti di origine religiosa. Secondo

altri è la riproduzione del suono che le scarpe dei ballerini producono durante il triplo passo mentre ballano. C’è chi dice c’entrino i piedi, invece, perché “cha cha cha” ricorda il suono emesso quando si appoggiano i piedi sulla sabbia durante una passeggiata sulla battigia. Infine, alcuni studiosi rimandano il termine all’onomatopea del tempo delle percussioni che scandisce il ritmo della danza. Il cha cha cha è un ballo intermedio, né molto lento né rapido, questo lo rende facilmente ballabile per tutti, anche per i principianti, al contrario di altri balli, come ad esempio il mambo, dove la musica molto rapida lo rende arduo agli occhi dei neofiti. Rispetto al suo “padre musicale”, ovvero il mambo, il cha cha cha risulta più soave ed elegante. La presa è a due mani, quindi, ma la vera difficoltà nel ballare il cha cha cha sono


i cambi di ritmo. Il ritmo del cha-chacha, infatti, si sviluppa in quattro tempi: per contare i passi non si parte da inizio battuta, ma dal secondo battito, contando “due-tre cha cha cha”. Composto da tre passi, sinistro, destro e cha cha cha, è sostanzialmente ballato sul posto, vi sono solamente un giro a destra e uno a sinistra; oltre al passo base, seguono poche figure come il New Yorker e l’Alemana. Durante l’esecuzione, i corpi di dama e cavaliere non si toccano mai, ad eccezione delle mani, ma è importante che i movi-

La musica

menti siano in sincronia, quindi è necessario che le due figure riescano a percepire con attenzione i trasferimenti di peso del partner. Infatti, lo sbaglio più frequente è che uno dei due ballerini si trovi sul piede sbagliato, per questo è fondamentale “prendere il ritmo” e comprenderlo al meglio ancora prima di imparare bene i passi base. Per ballare il cha cha cha in modo ottimale l’ideale sarebbe danzare su un pavimento in parquet, in modo da scivolare al meglio. Per aiutarsi è utile calzare scarpe dalla suola liscia che permettono di muoversi

Enrique Jorrin fu il compositore di molti cha cha cha di grandissimo successo a Cuba e poi anche in altri paesi, a partire dal Messico nel 1953: tra i titoli vanno ricordati “Nada para tì”, “El Alardoso”, “El tunel”. Sarà l’Orchestra America di Ninòn Mondejar a diffondere le musiche di Jorrin nel mondo; tra gli altri artisti famosi per aver proposto lo stile cha cha cha ci sono: Tito Puente, Chicho O’Farril, Ruben Blades, Perez Prado, Willie Colòn, ma anche complessi formati da numerosi elementi. Uno dei più celebri - e più danzati - cha cha cha è “Sway”, versione inglese di “Quién será” di Pablo Beltrán Ruiz, portato al successo prima da Dean Martin e poi da Michael Bublé che nel 2003 lo ha ripreso e rilanciato, ma ricordiamo anche “Oye como va” composta da Tito Puente (noto come “rey de timbales”) e ripresa poi da Carlos Santana. In Italia il cha cha cha si diffuse timidamente a partire dagli anni ’60. Tra i brani italiani più noti possiamo ricordare “Torero” di Renato Carosone e “Cha cha cha della segretaria” di Michelino & il suo complesso, che altro non è che la versione italiana di “Las secretarias” di Pepe Luis. Da citare anche “Qué lindo Cha Cha Cha”, famoso brano latino inciso nel 1955 dalla cantante e attrice statunitense Abbe Lane, con la collaborazione musicale del marito Xavier Cugat; quest’ultimo, essendo spagnolo e cubano d’adozione, ebbe una forte influenza nella produzione musicale dell’attrice-cantante, costituita prevalentemente da ritmi latino-americani come il mambo, il cha cha cha e la rumba. Omonima della canzone è la pellicola musicale messicana del 1955, diretta da Gilberto Martínez Solares e interpretata da Ana Bertha Lepe e Fernando Casanova.

e girare facilmente; non è indispensabile utilizzare scarpe da ballo, ma di certo con quelle da ginnastica la cosa si complica! Durante le sagre e le feste all’aperto spesso si balla sulla pista in acciaio, ma bisogna fare attenzione a non incorrere nell’eccesso, ovvero a non scivolare e farsi male. La musica del cha cha cha è caratterizzata da un ritmo energico e costante, ed è suonata con strumenti quali il pianoforte, il basso, le percussioni (tra cui congas, timbales, bongos, guiro), ma anche tromba e flauto.

Il Cha cha cha fa parte - assieme a samba, rumba, paso doble e jive - del gruppo di danze latino-americane riconosciute ufficialmente dalla WDSF (World DanceSport Federation) e in Italia dalla FIDS che ne stabiliscono le regole di validità e i criteri di valutazione durante le competizioni mondiali. È oggi uno dei balli più popolari nel repertorio delle danze da competizione, chissà, forse per i suoi costumi colorati e ricercati, o per la vibrante allegria che porta nel cuore, non solo di chi danza, ma anche di chi resta ad osservare.

I ballerini di cha cha cha indossano abiti colorati e ricercati, arricchiti con frange, strass, piume e nappe VICENZAPIÙ

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STORIA BIANCOROSSA

Roberto Baggio, quel “quasi Napoli” che avrebbe cambiato la storia Un accordo praticamente raggiunto, il sì del campione di Caldogno, poi il veto di Zdeněk Zeman cambiò il destino. Il racconto del giornalista Rai Ciro Venerato riporta alla luce uno degli affari mancati più clamorosi del calcio italiano e offre l’occasione per ripercorrere il legame tra Baggio, Vicenza e Napoli. E sullo sfondo rimane un altro azzurro, quello della nazionale di Giovanni Coviello

Ci sono retroscena che, anche a distanza Il destino volle che, pochi mesi dopo, di un quarto di secolo, conservano il fasciproprio Roberto Baggio, con la maglia no delle grandi occasioni perdute. È il caso del Brescia, segnasse su punizione condi quello raccontato nei giorni scorsi da tro il Napoli un gol pesantissimo nella Ciro Venerato, giornalista Rai ed espercorsa salvezza. Una rete che contribuì to di calciomercato, intervenuto a Radio alla retrocessione degli azzurri in Serie Tutto Napoli nei giorni del Centenario B, trasformando quel mancato acquidel club. Un episodio rimasto finora inesto in una delle sliding door del calcio dito che riguarda da vicino anche Vicenza, italiano. perché il protagonista è Roberto Baggio, il campione nato a Caldogno che, nell’eIl campione nato a Caldogno state del 2000, sarebbe stato davvero a un Per i vicentini Roberto Baggio non è passo dal vestire la maglia azzurra. soltanto uno dei più grandi calciatori Secondo il racconto di Venerato, fu proitaliani di sempre. È il ragazzo cresciuto prio lui a suggerire al presidente Giorgio tra Caldogno e Vicenza, scoperto proCorbelli di puntare sul fuoriclasse vicenprio dal Lanerossi Vicenza, dove esordì tino, ormai ai ferri corti con Marcello in Serie C a soli sedici anni. Brescia, 14 settembre 2000. Il presidente del Lippi all’Inter e prossimo a liberarsi a Con la maglia biancorossa disputò due Brescia Calcio, Luigi Corioni, con Roberto Baggio, parametro zero. L’idea sembrava perfetstagioni, mostrando un talento straorneoacquisto per la stagione 2000-2001 ta: il Napoli aveva appena conquistato la dinario che convinse la Fiorentina a promozione in Serie A con Walter Novellino e cercava un simbolo investire su di lui quando era ancora giovanissimo, nonostante il per rilanciare il progetto. grave infortunio al ginocchio subito nel 1985. Lo stesso Novellino, sempre secondo Venerato, avrebbe risposto Da quel momento iniziò una carriera irripetibile: Fiorentina, Jucon entusiasmo: «Vado a prenderlo sulle spalle e me lo porto fino ventus, Milan, Bologna, Inter e, infine, Brescia. Un percorso che a Napoli da Caldogno». Un’immagine che fotografa bene il valore lo portò a vincere tutto ciò che un calciatore può vincere, compreche Baggio rappresentava allora per il calcio italiano. so il Pallone d’Oro nel 1993, lasciando però sempre l’impressione Il giornalista racconta anche un particolare significativo. Roberto di aver dato al calcio qualcosa che andava oltre le statistiche. Baggio, pur non avendo mai giocato nel Napoli, era rimasto colPer Vicenza resta un simbolo identitario, forse il calciatore più pito dall’affetto ricevuto allo stadio San Paolo durante una partita famoso mai espresso dal territorio. della Nazionale italiana con la Polonia nel 1997: entrò dalla panchina e segnò nel tripudio generale. Per questo avrebbe accettato Vicenza e Napoli, una storia di incroci di rinunciare alla soluzione più comoda rappresentata dal Brescia, I rapporti calcistici tra Vicenza e Napoli hanno attraversato depur di vivere un’esperienza napoletana. Venerato sostiene che tra cenni di storia. Corbelli e il procuratore Vittorio Petrone fosse stato raggiunto Tra i nomi più noti spicca Stefan Schwoch, protagonista della addirittura un accordo verbale. Tutto sembrava fatto. promozione del Napoli in Serie A nel 2000, e perciò celebrato Poi arrivò la svolta. nello show della festa dei 100 anni del club campano, e successiCorbelli decise, infatti, di sostituire Novellino con Zdeněk Zeman. vamente approdato anche al Vicenza. Durante il primo vertice di mercato, il tecnico boemo avrebbe Un altro collegamento importante è rappresentato proprio da bocciato immediatamente l’operazione: il suo 4-3-3 non prevedeva Walter Novellino, che dopo aver riportato il Napoli nella massispazio per un trequartista come Baggio. La trattativa si fermò lì. ma serie, dove voleva Roby, guidò anche il Vicenza, lasciando un 68

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Roberto Baggio con la maglia del Napoli che non indossò

Stefan Schwoch con la maglia del Napoli

ricordo positivo in entrambe le piazze. Più recentemente, altri giocatori e dirigenti hanno attraversato le due realtà, confermando come Vicenza e Napoli abbiano spesso condiviso percorsi professionali, pur appartenendo a dimensioni calcistiche molto diverse. Eppure, nessun intreccio avrebbe avuto il peso simbolico di Roberto Baggio in maglia azzurra.

storia del calcio italiano, un’apparizione che ha riportato sul piccolo schermo uno dei volti più amati dello sport nazionale. Negli ultimi mesi è inoltre tornato d’attualità il progetto di riforma del calcio italiano che aveva elaborato durante la sua esperienza come presidente del Settore Tecnico della FIGC. Quel lavoro, incentrato soprattutto sul rilancio dei vivai, della formazione tecnica e della crescita dei giovani talenti, non trovò allora concreta applicazione e portò alle sue dimissioni nel 2013. Dopo le difficoltà attraversate negli ultimi anni dalla Nazionale italiana, quelle proposte sono state più volte richiamate come uno spunto ancora attuale per ripensare il futuro del calcio azzurro. Forse è anche questo uno dei motivi per cui Roberto Baggio continua a essere così amato. Non soltanto per i gol, i dribbling o il Pallone d’Oro, ma perché, a distanza di oltre vent’anni dall’ultima partita, resta una figura autorevole e rispettata. Eppure, basta il racconto di un retroscena come quello svelato da Ciro Venerato per riaprire una pagina di storia del calcio italiano e chiedersi come sarebbe cambiato il destino del Napoli – e forse dello stesso Baggio – se quella stretta di mano fosse davvero diventata un contratto. E auguriamoci di non rimpiangerlo in chiave azzurra dopo che la vecchia e nuova dirigenza nazionale non ha tenuto conto del suo progetto…

Cosa fa oggi Roberto Baggio Da quando ha lasciato il calcio giocato, Roberto Baggio vive nella sua tenuta sulle colline di Altavilla Vicentina, a pochi chilometri dalla “sua” Caldogno, dove è nato e alla quale resta profondamente legato. È nella campagna vicentina che “divin codino” si dedica alla famiglia e alle proprie passioni, comparendo solo occasionalmente in iniziative benefiche o eventi legati al calcio. Proprio per questo ha suscitato interesse la sua recente partecipazione a uno spot istituzionale insieme ad al- Baggio rientra in nazionale con Cesare Maldini tri grandi campioni che hanno fatto la

SUCCESSE A... SETTEMBRE

Nel 1935 nasce lo Stadio. Diventerà “Menti” nel 1949 Lo Stadio di Vicenza venne inaugurato l’8 settembre 1935 come Campo del Littorio, visto che il periodo storico era quello fascista. L’anno prima il Comune aveva deliberato l’approvazione del progetto per costruire il nuovo impianto in viale Margherita, nella sede attuale (negli anni successivi cambiò la toponomastica della zona), poiché il vecchio campo di viale Verona era piccolo e inadeguato anche per il pubblico, soprattutto dopo l’ammissione in serie B nazionale L‘ingresso dell’attuale Stadio “R. Menti” negli anni ‘30 dalla stagione 1932-1933. Dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che provocarono ingenti danni, nell’estate 1945 venne sistemato in tutta fretta per consentire alla squadra, promossa per la prima volta in A nel 1941-1942, di partecipare al primo torneo post bellico. Nel corso della storia ha cambiato nome in Stadio Comunale nel 1945 e poi intitolato nel luglio 1949 a Romeo Menti, scomparso nella tragedia di Superga il 4 maggio dello stesso anno. Nella partita inaugurale dell’8 settembre giocò anche un giovanissimo Menti III (in biancorosso avevano già giocato i fratelli Mario e Umberto), a 16 appena compiuti. Claudio Raimondi VICENZAPIÙ

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VOLLEY BIANCOROSSO DI SERIE A

Ma Vicenza l’aveva vista prima... di Luca Muzzioli direttore di Volleyball.it

Erano anni diversi, era una pallavolo femminile diversa. Diversi club convivevano con problematiche che oggi paiono finalmente superate, all’interno di un movimento che ha assunto un volto decisamente più professionale e che appena due anni fa si è laureato campione olimpico, dopo aver conquistato titoli mondiali ed europei e aver trovato nella VNL un’altra dimensione vincente. La pallavolo era un’altra cosa. Ma già allora c’era chi alcune cose provava a farle molto bene. Una di queste era lo scouting. Tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, un club in particolare diede dimostrazione di come si potessero trovare giocatrici di grande livello senza limitarsi ad aspettare le proposte dei procuratori. Non esisteva lo streaming, internet era ancora agli albori in Italia, le immagini delle competizioni internazionali non erano disponibili con un clic e persino reperire informazioni su una giovane atleta straniera poteva essere complicato. Bisognava muoversi, e il Volley Vicenza di quei tempi si muoveva. Per compensare un budget che non poteva competere con quello delle grandi potenze del campionato italiano, la società berica aveva scelto un’altra strada: andare a caccia di talenti che dovevano ancora sbocciare o che stavano cominciando a farlo lontano dai riflettori del grande volley. Cominciamo a raccontarvi alcune di quelle cacce al tesoro, che stiamo iniziando a ricostruire su un sito dedicato alla storia del volley biancorosso che molti tifosi stanno chiedendo. 1. Quella domenica in cui Coviello non era al palasport... Mi ricordo di quella volta che, con Vicenza già in Serie A1, ad una partita casalinga, i media locali si accorsero che mancava qualcuno. Giovanni Coviello, 70

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direttore generale e poi patron del club, non era al palasport, dove praticamente viveva giorno e notte. Perché? Era in Polonia, per definire il contratto di una giovane giocatrice che aveva già appuntato sul proprio taccuino: Małgorzata Glinka, quella che in Italia sarebbe diventata per tutti anche “Margherita”. Non era un nome pescato da una lista arrivata sulla scrivania della società. Coviello l’aveva vista personalmente qualche anno prima, in Turchia, agli Europei juniores del 1996 ad Ankara. Era andato alla manifestazione insieme al tecnico dell’allora Biasia Vicenza con un altro obiettivo: osservare in una situazione più competiviva della B di Sanremo in cui giocava, la palleggiatrice Barbara Lombardi. Tornò a casa anche con un altro nome, quello di Glinka. Qualche anno dopo Coviello andò personalmente in Polonia a chiudere l’operazione. Nell’estate del 1999, a vent’anni, Glinka arrivò così a Vicenza per la sua prima esperienza fuori dalla Polonia. Oggi sappiamo cosa sarebbe diventata.

Małgorzata Glinka in attesa della battuta con la Polonia

Due volte campionessa d’Europa con la Polonia, olimpionica, protagonista nei maggiori campionati continentali, vincitrice della Champions League e per anni una delle attaccanti più forti e riconoscibili della pallavolo internazionale. Ma Vicenza l’aveva vista prima. 2. Ana Ivis Fernandez, una centrale trasformata nell’arma per la A1

Ana Ivis Fernandez

Prima ancora di Glinka, però, un’altra intuizione aveva contribuito a cambiare letteralmente la storia del club. Era la stagione 1997/98 e il Biasia Vicenza giocava ancora in Serie A2. Nella parte finale e decisiva dell’annata arrivò Ana Ivis Fernandez, centrale cubana classe 1973. In questo caso non si trattava propriamente di un talento sconosciuto: Fernandez apparteneva già alla straordinaria scuola cubana e aveva conquistato con la sua nazionale l’oro olimpico ad Atlanta 1996. Successivamente avrebbe vinto anche il Mondiale 1998 e un secondo oro olimpico a Sydney 2000. Era una centrale. Ma Atanas Malinov, tecnico bulgaro alla guida di Vicenza a cui Coviello aveva offerto su un piatto d’argento la cubana tagliando una sia pur brava schiacciatrice olandese, Jolanda Elshoff, anche lei portata in città e, con l’altra scoperta orange, Sandra Wigers, vincitrice della Coppa Italia di A2, ebbe l’intuizione in vista dei playoff promozio-


ne di sfruttarne diversamente la potenza offensiva, utilizzandola da opposta. La scelta cambiò gli equilibri. La finale per la promozione, che Vicenza giocò da quinta nella regular season, contro la Rifle Oranfrizer Sestese, seconda, fu combattutissima. La formazione toscana vinse gara 1 per 3-1, Vicenza rispose imponendosi 3-2 nella seconda partita in casa e il 28 maggio 1998 si tornò a Sesto Fiorentino per la sfida decisiva. Vicenza vinse 3-1. Era Serie A1. Fernandez, centrale trasformata per necessità e intuizione tecnica in opposta, aveva fatto ampiamente la differenza nella serie che consegnò al club berico la massima categoria. Anche quella era la Vicenza di quegli anni: trovare una giocatrice fuori dai normali percorsi di mercato e, una volta arrivata, avere anche il coraggio di utilizzarla in maniera differente. 3. Hanka Pachale, dalla Germania alla Serie A1

Hanka Pachale in battuta con la nazionale tedesca

Con la promozione arrivò la necessità di costruire una squadra capace di confrontarsi con il massimo campionato. Nell’estate del 1998 comparve così un altro nome destinato a diventare familiare agli appassionati italiani: Hanka Pachale. Schiacciatrice tedesca, classe 1976, 190 centimetri, proveniva dallo Schweriner SC. Aveva già vestito la maglia della Germania e partecipato alle Olimpiadi di Atlanta, ma per il campionato italiano era ancora un volto nuovo.

Ana Ivis Fernandez tira pugni sul taraflex dopo il punto della promozione in A1 a Sesto Fiorentino

La sua porta d’ingresso in Serie A1 fu Vicenza che andò a “visionarla” alle finali della Coppa di Germania, dove, magari emozionata per essere sotto osservazione di un club italiano quando il campionato tedesco era di un livello inferiore, non giocò al massimo ma al dg berico bastò per capirne le qualità. Pachale giocò la stagione 1998/99 con la neopromossa berica, che non si limitò a salvarsi ma raggiunse anche i playoff. Rimase a Vicenza soltanto un anno (altri club le offrirono di… più e questo successe altre volte con altre campionesse), ma quello fu l’inizio di una lunghissima storia italiana. Passò successivamente a Modena e sarebbe diventata una delle straniere più conosciute della Serie A, vincendo uno scudetto e due Champions League. Ancora una volta Vicenza era arrivata prima.

Poi sarebbero arrivati i due titoli europei con la Polonia, nel 2003 e nel 2005, le Olimpiadi, i grandi club e i trofei internazionali.

4. Glinka, la ragazza segnata sul taccuino ad Ankara L’anno successivo arrivò il momento di trasformare quell’appunto preso durante gli Europei juniores in un’operazione di mercato. Małgorzata Glinka aveva vent’anni quando, nel 1999, lasciò la Polonia. Rimase in Veneto per quattro stagioni, dal 1999 al 2003 e proprio a Vicenza cominciò a prendere forma il talento che il grande volley europeo avrebbe poi imparato a conoscere. Con Vicenza conquistò nel 2001 la Coppa CEV e la Supercoppa italiana.

Poi arrivò Maja Poljak. Forse il caso che, ancora più degli altri, rappresenta l’idea di scouting di quella Vicenza. La centrale croata era nata nel 1983 e quando approdò in Italia, nel 2000, aveva appena diciassette anni. Proveniva dal Mladost Zagabria e aveva davanti a sé praticamente tutta la carriera. Vicenza decise di investirci dopo che Coviello prima andò a conoscerla in campo in Svizzera per le finali degli europei, ovviamente, juniores, poi andò a presentarsi ai genitori in Croazia... Non era ancora la Maja Poljak che sarebbe

5. Maja Poljak, diciassette anni e un futuro enorme davanti

Maja Poljak schiaccia con la Croazia

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diventata una delle migliori centrali del mondo. Era una ragazza altissima, dalle enormi potenzialità, che doveva essere inserita nel campionato più competitivo del momento e accompagnata nel proprio percorso di crescita. Poljak rimase in biancorosso dal 2000 al 2003 e fece parte della squadra che nel 2001 conquistò Coppa CEV e Supercoppa italiana. Decollò da qui una carriera di livello mondiale che la portarono ai successi di Bergamo, con tre Champions League, titoli nazionali e una lunghissima esperienza ai vertici tra Italia e Turchia. Quando Vicenza aveva deciso di portarla in Italia, però, aveva diciassette anni. Vicenza andava a vederle In anni nei quali non esistevano archivi web, YouTube, streaming internazionali, database statistici accessibili da un telefono o video di ogni giocatrice disponibili nel giro di pochi secondi, lo scouting significava prendere un aereo, entrare in un palazzetto, guardare una partita e magari

Il muro della conquista della Coppa Cev con Poliak e Glinka a centro rete, la Foppa si inchina

accorgersi di una giocatrice diversa da quella per la quale si era partiti. Significava costruire una propria rete di conoscenze anziché dipendere esclusivamente dalle proposte del mercato. E significava assumersi un rischio.

Se non potevi permetterti di comprare una stella quando lo era già diventata una stella, dovevi provare a trovarla prima. E tra le costellazioni quel Volley Vicenza o Vicenza Volley che dir si voglia sapeva esplorare.

SETTEMBRE... DOLCI RICORDO SOTTO RETE

Settembre 2003: a Sanremo Vicenza stende le regine d’Europa L.M. Il Torneo Città di Sanremo era un appuntamento classico del precampionato del Volley Vicenza targato Giovanni Coviello. Nella città dei fiori si giocava in una palestra lontana dai moderni palasport, ma con un clima speciale e squadre di altissimo livello. Il 27 settembre 2003 la Minetti Infoplus Vicenza firmò qui una delle sue imprese più sorprendenti. Nella semifinale, la squadra allenata da Mauro Marasciulo superò 3-0 il Racing Club Cannes con parziali di 25-19, 2520 e 25-13. Le francesi erano una vera corazzata continentale e arrivavano da due Champions League consecutive. Top scorer fu la russa Tatiana Menshova con 14 punti; andarono in doppia cifra anche Barbara De Luca con 11, la brasiliana Ana Paula Alves Gomes e la centrale Stefania Paccagnella con 10. Quel pomeriggio Vicenza dimostrò di poter competere alla pari con una delle grandi potenze europee: un’altra pagina della sua storia nella pallavolo che conta. Sanremo sarebbe rimasta per sempre un dolcissimo ricordo. 72

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Time out di Mauro Marasciulo con la Minetti Vicenza 2003-2024


L'ANGOLO DELLA STORIA

12 settembre 1919, Gabriele D’Annunzio occupa Fiume: la sedizione che anticipò il linguaggio del fascismo Dietro il mito della “vittoria mutilata” si sviluppò un’operazione politica preparata da nazionalisti, militari e gruppi economici: una sedizione contro lo Stato liberale che sperimentò riti, parole d’ordine e forme di mobilitazione poi riprese dal fascismo di Luigi Poletto Studioso di storia della Resistenza

Il Patto di Londra del 26 aprile 1915 in seguito al quale l’Italia entra nel primo conflitto mondiale recepisce sostanzialmente le richieste italiane di ampliamento territoriale ispirate ad obiettivi irredentistici ma anche imperialistici di conseguimento della supremazia italiana nell’Adriatico fortemente voluto dai circoli nazionalisti italiani e sostenuto da Salandra e Sonnino: il Trentino, il Sud Tirolo, Trieste, l’Istria, una parte considerevole della Dalmazia continentale e la maggior parte delle isole davanti al litorale dalmato, oltre ad una sorta di protettorato sull’Albania e alle isole del Dodecaneso. Tali richieste prescindono dal criterio della prevalenza etnico-nazionale. Il trattato non assegna però Fiume all’Italia. Il dopoguerra profila però uno scenario geopolitico radicalmente diverso da quello ipotizzato: l’impero asburgico è crollato, gli Stati Uniti non si sentono vincolati dal Patto di Londra e il principio di nazionalità proclamato dal presidente Wilson da un lato potenzia e dall’altro infragilisce le richieste italiane in funzione della prevalenza o meno della componente nazionale italiana. Così nella Conferenza di pace di Versailles gli Stati Uniti sono contrari a quelle rivendicazioni italiane contenute nel Patto di Londra non coincidenti con frontiere costituite

D’Annunzio con la bandiera italiana a Fiume accanto all’ingegnere Carlo Alessandro Conighi durante una cerimonia del periodo fiumano E. Varutti/Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

da “linee di nazionalità ben riconoscibili” e Londra e Parigi ritengono in parte superato il Patto di Londra e tendono ad appoggiare le richieste jugoslave. L’Italia - economicamente debole e bisognevole degli appoggi finanziari dei vincitori - richiede la Dalmazia in ragione del vincolo pattizio nonostante la robusta presenza croata e quindi in violazione del principio di nazionalità e in più Fiume in base al principio di nazionalità (a volere l’annessione è innanzitutto il Consiglio nazionale italiano di Fiume con un proclama del 30 ottobre 1918): una contraddizione evidente, aggravata da una campagna

di stampa propagandistica e fondata su valutazioni irrealistiche e quindi manipolatoria rispetto all’opinione pubblica italiana. Tra i nazionalisti contrari ad ogni compromesso e i liberaldemocratici favorevoli ad uno scambio tra attribuzione di Fiume all’Italia e rinuncia da parte di questa della Dalmazia sono i primi a prevalere. Nella convulsa Italia del dopoguerra attraversata da aspri conflitti sociali e ideologici il nodo fiumano vede infatti la contrapposizione tra il mondo nazionalista e quanti (tra cui Francesco Saverio Nitti succeduto ad Orlando nel giugno 1919, parte dell’universo liberale VICENZAPIÙ

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D’Annunzio a Fiume nel 1919 al centro, con il bastone, circondato dagli Arditi Archivio storico/Wikimedia Commons, pubblico dominio

ed esponenenti dell’interventismo democratico e di sinistra come Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini) sono inclini ad un accomodamento col mondo slavo. Il mito della “vittoria mutilata” - incardinata nel falso presupposto di un tradimento delle promesse fatte per cui si sono sacrificati invano centinaia di migliaia di uomini - espressione coniata dal “vate” della Grande Italia Gabriele D’Annunzio copre in realtà le pulsioni di politica di potenza di una parte consistente dei gruppi dirigenti italiani promotori di una mobilitazione anatemizzante e liquidatoria nei confronti degli assertori di una politica moderata e non guerrafondaia. La città di Fiume appare ora lo sbocco sul mare iugoslavo e la situazione etnica rimane complessa perché gli italiani risultano maggioritari solo ed esclusivamente se si prescinde da importanti sobborghi e dall’entroterra. I contrasti tra Italia ed ex alleati culminano con il temporaneo abbandono della Conferenza di pace da parte della delegazione italiana il 24 aprile 1919, una scelta inutile che marca il consolidato isolamento internazionale del nostro Paese. In una città occupata militarmente dalle potenze dell’Intesa a guida italiana tra il 26 giugno e il 6 luglio 1919 si registrano incidenti e scontri - con alcuni morti e numerosi feriti - tra irredentisti e milita74

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ri italiani da una parte e truppe francesi dall’altra. Ad appoggiare le rivendicazioni italiane di Fiume è innanzitutto Gabriele D’Annunzio, il “poeta soldato”, il “vate” che gode di una straordinaria popolarità, di un prestigio indiscusso e della fama di “eroe nazionale” cementata da azioni a grande impatto propagandistico nella guerra appena conclusa quali il volo su Vienna e la c.d. “beffa di Buccari”. Dopo una accurata preparazione in cui risaltano il nazionalista veneziano Giovanni Giuriati e il capitano fiumano Giovanni Host Venturi comandante di un gruppo di volontari, D’Annunzio alla testa della brigata dei granatieri di Sardegna che dopo gli scontri ha dovuto abbandonare la città e di altri reparti ammutinatisi con l’implicito consenso dei loro comandanti, muove da Ronchi e il 12 settembre 1919, accolto da una popolazione entusiasta, occupa da trionfatore Fiume alla testa di un corpo di spedizione di oltre duemila unità tra volontari e regolari e proclama l’annessione all’Italia. La reazione del governo - consapevole dell’estrema gravità della sedizione e preoccupato della coesione dell’esercito per la simpatia riscossa nel mondo militare da D’Annunzio - è esclusivamente verbale. Nitti ha ben ragione di inquietarsi e di temere un colpo di stato militare: quella

che passerà alla storia come “impresa di Fiume” è tutt’altro che un’azione estemporanea e improvvisata e frutto del culto dannunziano del gesto eroico. Al contrario è un’operazione politica a lungo pianificata da una pluralità di soggetti: il Consiglio nazionale di Fiume già in aprile si è appellato al poeta perché intervenga e lo stesso si è pronunciato per l’annessione in discorsi e comizi; nel maggio 1919 si è costituito il Comitato centrale di azione per le rivendicazioni nazionali guidato da Giovanni Giuriati e sostenuto da partiti interventisti con l’obiettivo di annettere Fiume, appoggiare l’espansionismo italiano, previa caduta del governo Nitti e spostamento a destra dell’asse politico; D’Annunzio e il Duca d’Aosta sono considerati possibili “duci” di una sollevazione nazionalista contro Orlando e Nitti ritenuti inerti e rinunciatari nella conduzione delle trattative di pace; sempre a maggio 1919 si costituisce la Legione Fiumana e viene richiesto a D’Annunzio di comandare la difesa della città. Il vate a giugno e luglio pronuncia infiammati discorsi da cui si possono ricavare chiaramente le sue intenzioni di promuovere una marcia su Fiume; una serie di contatti tra il “vate” e i vertici militari fanno presumere l’assicurazione di una atteggiamento benevolo e non ostile e quindi di fatto complice da parte


dell’esercito. Le ricerche più accreditate escludono oggi quanto elaborato dalla storiografia precedente tendente a ipotizzare un consenso esteso da parte dell’opinione pubblica italiana all’impresa di Fiume oppure ad argomentare un sostanziale accordo dei vertici politici a partire da Nitti. In realtà quest’ultimo segue la vicenda, ma non la previene perché non comprende appieno la tolleranza e la simpatia dei generali per la causa nazionalista e il convolgimento di forze economiche e politiche. Ad assumere un ruolo di primo piano nel governo dannunziano sono Giovanni Giuriati e il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris a significare l’impasto di motivazioni irredentiste, sentimenti nazionalisti, suggestioni socialisteggianti, evocazioni del volontarismo garibaldino, propensioni a sperimentazioni democraticiste che alimentano la cultura dei legionari. L’impresa di Fiume è un caleidoscopio che coinvolge anche componenti di sinistra soprattutto dopo il fallimento degli obiettivi nazionalisti, ma fin dalla sua preparazione è prevalente l’egemonia della destra nazionalistica e militare e il fine politico di D’Annunzio

D’Annunzio a cavallo saluta i legionari nel 1920 Autore sconosciuto/Wikimedia Commons, pubblico dominio”

è l’instaurazione di una dittatuta militare e nazionalista. Sullo sfondo delle rivendicazioni nazionali e patriottiche l’occupazione di Fiume è in primo luogo e soprattutto un atto di “guerra civile”. Nitti mantiene un atteggiamento prudente e utilizza l’occupazione di Fiume

strumentalmente quale forma di pressione contro Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna che a Versailles si oppongono all’assegnazione di Fiume all’Italia; viene respinta la proposta italiana di un compromesso imperniato sulla concessione di uno statuto speciale per Fiume in cambio di alcune rinunce relative alla Dalmazia,

La mobilitazione popolare a Fiume nel novembre 1918 prima dell’arrivo di D’Annunzio Foto Francesco Slocovich/Wikimedia Commons, pubblico dominio VICENZAPIÙ

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Proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro Publico dominio

ma tale ipotesi costituisce la base per le scelte del successivo governo Giolitti. Il generale Pietro Badoglio viene designato commissario straordinario per la Venezia Giulia e viene di fatto rimosso il generale Mario di Robilant tra i più disponibili all’impiego della forza contro i legionari. I due obiettivi politici di D’Annunzio - in primo luogo fare da detonatore ad una mobilitazione generale patriottica a carattere insurrezionale della nuova Italia sostenuta da tutti i soggetti del rinnovamento di destra e di sinistra (sono presi senza successo contatti con i socialisti di Giacinto Menotti Serrati e con l’anarchico Errico Malatesta) accomunati dall’ostilità al paludismo liberale in vista di una rigenerazione nazionale e in secondo luogo determinare - anche attraverso una marcia da Fiume a Roma che esporti la rivoluzione - la caduta di Nitti, l’odiato “cagoia” - falliscono entrambi. Da un lato perfino Mussolini - irriso dal “vate” per la sua mancanza di coraggio - non si attiva e si mantiene prudente e operativamente distante e inerte nonostante la prossimità esibita - e le elezioni del 16 novembre 1919, sancendo l’ascesa dei partiti di massa socialista e cattolico, evidenziano gli orientamenti maggioritari della popolazione italiana e dall’altro lato Nitti consegue la fiducia alla Camera il 28 settembre 1919 sulla base di una piattaforma pragmatica e duttile che esclude tanto 76

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l’annessione che l’intervento armato. A Fiume D’Annunzio - nel sospendere nel dicembre 1919 le operazioni relative ad un referendum sull’autodeterminazione voluto dal governo e accettato dai fiumani e opponendosi a qualsiasi compromesso territoriale tra Italia e Juogoslavia - asseconda un processo di radicalizzazione politica e mentale mentre la città vibra di emotività patriottica accesa dai discorsi appassionati e retorici del “vate” in contesti scenografici attentamente studiati fondati su un approccio mitizzato e un rapporto di seduzione della folla da parte del capo carismatico che poi trasmigrerà nel fascismo come alcuni motti e parole d’ordine: si pensi al saluto “eia, eia, alalà”. I comportamenti e gli stili di vita dei legionari sembrano peraltro discostarsi dalle consuetudini del tempo all’insegna del libertarismo e dell’edonismo individualistico. Non mancano esplosioni di violenza antislava: è il caso del progrom contro i croati realizzato nel luglio 1920 a seguito dei fatti di Spalato che costano la vita ad alcuni militari italiani nel corso di gravissimi incidenti. Impotenza politica effettuale e attitudine alla rottura culturale favoriscono le soluzioni immaginifiche di cui sono espressione la Lega e la Carta del Carnaro: - la Lega internazionale per la lotta dei popoli oppressi è ideata da Leon Ko-

chnitzki, poeta belga di origine polacca (che poi funge anche da tramite per un contatto con i sovietici al fine di ottenerne senza esito il riconoscimento) in alternativa alla Società delle nazioni; la Carta del Carnaro elaborata da De Ambris è una Costituzione a impronta repubblicana occultata dal termine “Reggenza”, fondativa di un vero e proprio mini Stato, ambizioso tentativo di prefigurare una visionaria società nazionale e sociale, intrisa di valori partecipativi e progressivi (riconoscimento dei diritti di cittadinanza egualitaria, tutela delle libertà fondamentali, valorizzazione del decentramento, protezione della proprietà privata, centralità del lavoro) e connotata da un assetto corporativo di gestione dell’economia: una Camera eletta a suffragio universale è deputata a gestire la politica e una Camera delle corporazioni è destinata ad organizzare l’economia.

Sotto il profilo politico l’esperìenza fiumana è attraversata anche da fratture: tra assertori della rivoluzione in Italia e promotori di una proiezione nei Balcani; tra i legionari e la popolazione civile; tra i militari di carriera e i volontari; tra il nazionalismo del Consiglio azionale fiumano e il sindacalismo socialisteggiante di De Ambris e D’Annunzio fatica a mediare tra le varie istanze. Il 12 novembre 1920 il vecchio Giovanni Giolitti - che nei confronti del poeta non nutre alcun timore reverenziale - tornato a guidare il governo stipula con la Jugoslavia il trattato di Rapallo il cui fondamento è anche di carattere commerciale data la convenienza di aprire i rispettivi mercati ai prodotti agricoli jugoslavi e a quelli industriali italiani: l’Italia rinuncia a gran parte della Dalmazia, ma mantiene Zara e alcune isole; Fiume è “città libera”. D’Annunzio rifiuta il compromesso e intervengono le truppe italiane del generale Enrico Caviglia che nel “Natale di sangue” del 1920 abbattono la Reggenza. Fiume sarà poi annessa all’Italia con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924 e verrà poi perduta in seguito alla Seconda guerra mondiale.


LA RIFLESSIONE FINALE

Processi mediatici, la sentenza prima del processo Informazioni parziali e giudizi anticipati: il rimedio è nella professionalità della cronaca giudiziaria di Avv. Prof. Rodolfo Bettiol

Le udienze dibattimentali penali sono aperte al pubblico. Si giustifica il fatto considerando che in tal modo si consente al popolo un controllo sull’amministrazione della giustizia. Indirettamente si soddisfa la legittima curiosità dei cittadini in merito all’esito del processo. Assistendo all’intero dibattimento si possono formare legittime anche se opinabili convinzioni sulla fondatezza o meno dell’accusa. Nella realtà, peraltro, il pubblico si informa del processo in altri modi attraverso la stampa o la televisione. Ma che cosa vede il pubblico? Per comprendere dobbiamo considerare come in realtà l’informazione non è rivolta al dibattimento ma alla fase delle indagini. La spiegazione sta nella lentezza delle stesse e comunque nel fatto che il dibattimento sarà celebrato a molta distanza di tempo dal commesso reato. Sorge peraltro il problema del limite dell’informazione. Le indagini sono presentate solo parzialmente per scelta oppure in presenza di un segreto investigativo. In pratica si diffonde un quadro parziale di ciò che sta avvenendo nel corso del procedimento. Tanto impedisce una corretta convinzione in merito al fondamento o meno da cui muove l’accusa. Eppure, da una parziale mancanza delle indagini, della fuga di notizie sulle stesse si vengono a creare dei convincimenti che non possono, in assenza di un grado completo, dirsi razionali. Eppure, è in questa fase che nell’informazione giornalistica e televisiva si vogliono trarre delle conclusioni. Sulla conoscenza parziale si viene a creare un convincimento. Poco male sarebbe se da tale situazione non intervenissero orientamenti diretti ad affermare quale sarà l’esito del processo. Male in modo particolare

Processo mediatico (immagine generata con l’AI con prompt di VicenzaPiù)

se l’informativa è di carattere colpevolista. Si viene a creare una previsione di colpevolezza che potrebbe essere poi smentita dall’esito dibattimentale. Nel frattempo, si è generato un giudizio che pregiudica la persona dell’imputato. Ma il pericolo ulteriore e più grave è quello del condizionamento della decisione dei giudici. Si ritiene che generalmente un giudice professionale non subisca condizionamenti da una campagna di stampa o televisiva. Va rilevato, peraltro, che nelle Corti d’Assise sono presenti i giudici popolari più facilmente condizionabili da campagne di stampa o televisiva. La stampa e la televisione possono dunque dare vita a quello che si chiama un processo mediatico. Un processo la cui sentenza precede quella prevista dall’ordinamento giuridico. Da molte parti si lamenta tale situazione ma vi è rimedio? C’è da dubitarne. In primo luogo, va ricordata la lunghezza delle indagini ed il ritardo della celebrazione del dibattimento. È difficile che nel lasso di tempo intercorrente non intervengano opinioni. In secondo luogo, non sempre il lettore o il

telespettatore sono in grado di formulare un giudizio critico, soprattutto, quando non c’è una completa conoscenza degli atti processuali, o dalla stampa o dalla televisione si voglia dare un convincimento che potrebbe in qualche modo condizionare il giudizio. Un tentativo di rimedio sta a mio avviso nella professionalità del comunicatore. Le informative dovrebbero essere essenziali e non si dovrebbero comunicare indiscrezioni. Solo l’atto legittimamente diffondibile dovrebbe essere comunicato senza interpretazioni più o meno fondate. La cronaca giudiziaria dovrebbe in ogni caso essere diffusa da giornalisti professionisti con adeguata conoscenza del diritto e della procedura penale. Il difetto di professionalità porta alle disfunzioni cognitive. Non è da ritenere che vi siano sanzioni normative utili alla politica del processo mediatico. Per vari versi esse sarebbero contrarie al legittimo desiderio del pubblico di essere informato. La soluzione ai problemi sta nella deontologia di diffondere la comunicazione giudiziaria. Utopistico? Si spera di no. VICENZAPIÙ

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VicenzaPiù n. 310, agosto settembre 2026 by Giovanni Coviello - Issuu