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VicenzaPiù n.266, 25 gennaio 2014

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VicenzaPiù www.vicenzapiu.com Direttore responsabile Giovanni Coviello

Periodico indipendente, non riceve finanziamenti pubblici

n° 266 - 25 gennaio 2014 - euro 1,20

Mal d’acqua

Dopo le alluvioni che trasformano i terreni e le strade in laghi minacciosi e la cui origine vera e principale poggia sul degrado del territorio e sulla cementificazione pubblica e privata, Vicenza soffre anche nei suoi pozzi dove affiorano gli effetti di decenni di inquinamento incontrollato e al solo servizio del profitto


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Variati garantisce per Bulgarini e il suo vice per Matteo Marzotto: stavolta siamo con la Cub di Vicenza di Giovanni Coviello

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rima che Cub Vicenza stigmatizzasse venerdì 17 gennaio il vice sindaco Jacopo Bulgarini d'Elci, garante del "galantuomo" Matteo Marzotto ma all’attacco dei dipendenti con la sua amministrazione per la questione dei famosi “accessi” al sistema informatico, avevamo registrato la rubrica Il Libero curata per in settimanale televisivo di VicenzaPiùTv, "Chiaramente non solo calcio", dal prof. Renato Ellero, già docente di diritto penale e senatore, che ne dedicava qualche minuto proprio a Bulgarini e al giovane Marzotto, oltre che Hüllweck e Variati esprimendosi in sintesi così: «Bulgarini chi? Matteo Marzotto lo conosce la procura di Milano. Hüllweck e Variati, due errori». L’intervento è scaricabile on demand sul canale Youtube di VicenzaPiu.com e VicenzaPiuTv (http://www.vicenzapiu.com/leggi/el lero-bulgarini-chi-e-costui-matteomarzotto-lo-conosce-la-procura-dimilano-) ma accompagniamo qui

come abbiamo fatto sul web quei minuti con qualche nostra considerazione, amara almeno come quella della Cub Vicenza, a cui, in questo caso, aderiamo in toto (tra l'altro il prof Ellero è stato il legale di Cub a difesa dei dipendenti comunali a cui accenna il sindacato conflittuale più forte in Comune). Che la politica italiana ormai abbia ben poco di politico (attività per la città, cioè) e molto, troppo, invece, viva e si alimenti di rapporti opachi e di gestione di affari è cosa risaputa. E in questo campo almeno Vicenza non è seconda a nessuno. Odorano (puzzano?) di nepotismo nomine come quella a vice sindaco di Bulgarini, direttore responsabile per mesi del giornale comunale pur se sospeso dall'ordine e sbugiardato anche quando dichiarò di essersi "dimesso" da portavoce e capo di gabinetto del sindaco (era solo in ferie ... retribuite) per evitare conflitti d'interesse col ruolo di organizzatore della campagna elettorale del 2013. E scovato, lui bravissimo nel comunicare per conto terzi ma confuso nel distinguere il privato dal pubblico, con palesi interessi incrociati con quelli pubblici sciolti, però, non dimetten-

dosi dal ruolo, fiduciario per scelta di Achille Variati e che richiede fiducia ai cittadini, di rappresentante della città ma da quello, sempre ripristinabile, delle società che per il pubblico lavoravano all'insaputa dei cittadini ma non certo di chi lo ha nominato portavoce prima e vice sindaco ora. E' in questa logica di opachi rapporti con la città che nasce anche la doppia presidenza, del Cuoa e della Fiera di Vicenza, affidata a Matteo Marzotto, rampollo di una famiglia che molto ha dato in passato al territorio ma molto di più ha ripreso ora. Prima vendendo per puro profitto le sue fabbriche e azzerando il lavoro, poi infognandosi in un'inchiesta per una maxi evasione fiscale per la quale ha dovuto pagare decine di milioni con alcuni membri del casato che hanno preferito patteggiare piuttosto che essere processati come il bel Matteo. Che, perciò forse, viene additato al mondo imprenditoriale locale come esempio visto che è ora presidente del Cuoa, la prestigiosa business school di Altavilla, e alle imprese straniere, che arrivano nella Fiera di cui è a capo, come espressione del made in Italy più tristemente noto all'estero,

/ Achille Variati e Jacopo Bulgarini d'Elci

l'evasione, e dei cui cultori locali ho avuto tristemente esperienza personale nel mondo del volley e dei cosiddetti sponsor (sponsor chi?, si chiederebbe Renzi). Per questo mio essere transitato in questo particolare made in Italy io, che me ne ritengo corresponsabile, mai, pur potendo guardare tutti in faccia non avendo mai preso un euro per me stesso, mi

sognerei di accettare un incarico pubblico fiduciario, che pure mi fu offerto in cambio delle grazie per i vertici politici locali dei media che mi onoro di dirigere. Ma Matteo può, può addirittura due volte grazie al suo solo nome ... come ha sostenuto il sempre sincero Bulgarini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Corruzione al tribunale: voi fallite, noi rubiamo di Pietro Troncon

S

u L'Espresso n. 3 del 2014 si legge: "cause truccate, tangenti, favori. In un tourbillon di magistrati venduti, politici, top model che esportano milioni. Un pentito racconta". I fatti si riferiscono a Roma,

da L'Espresso n. 3 - 23 gennaio 2014

di Lirio Abbate

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iù che un tribunale sembra il discount delle grandi occasioni. Una fiera dove la crisi fa arrivare di tutto: dagli hotel alle fabbriche, a prezzi scontatissimi. Ma all'asta sarebbero finiti anche incarichi professionali milionari, assegnati al miglior offerente. O preziosi paracadute per imprenditori spericolati dalla mazzetta facile. L'intrallazzo romano è sempre una miniera di cronache incredibili, ma il racconto del tribunale fallimentare capitolino fatto da uno dei suoi stessi magistrati supera ogni fantasia: è un circo, dove vanno in scena politici e mannequin, boss e cantanti. L'ex ministro Franco Frattini telefonava al giudice per "raccomandare" un suo amico architetto che doveva far fallire "dolcemente" una società che gestiva miniere di oro e diamanti in Africa. La cantante e presentatrice tv Stefania

ma potrebbero riferirsi con altri nomi dei protagonisti ma con ruoli simili ad altri tribunali. Anche a Vicenza? Rumors intorno al palazzo ci sono, su qualche fatto avremmo anche domande dirette da fare, ma ci vorrebbe un po' di coraggio in più ... Soprattutto da parte di quegli avvocati, commercialisti, imprenditori, fornitori che si ritengono vittime del presunto sistema ma che non

osano denunciarlo visti i nomi altisonanti di chi lo gestirebbe, sia come registi che come "utilizzatori finali", studi (mega studi?) di consulenza e professionisti (molto noti?) con pochi scrupoli e molti agganci in primis. Ci vuole coraggio da parte delle presunte vittime nel non limitarsi a ipocriti silenzi, che saprebbero altrimenti di gravi corresponsabilità se i fatti da loro lamentati fossero

veri o di subdolo insulto all'onestà di chi loro accusano solo nelle segrete stanze delle lagnanze se i loro j'accuse" fossero falsi. Non sarà certo il silenzio a sconfiggere quel sistema, se c'è, e i danni enormi, economici e sociali, che procurerebbe, ma servono fatti, testimonianze e documenti. Sperando che i rumors siano falsi ma sollecitando prove del contrario, se esistessero,

per valutarle ed eventualmente pubblicarle, noi, intanto, pubblichiamo l'inchiesta de L'Espresso: potrebbe servire da stimolo a fare chiarezza e, quindi, a qualcosa di più che non solo a informare su una Roma malsana che condanniamo ma che corriamo il rischio di scoprire anche qui, a Vicenza. Magari con colpevole ritardo.

La Fauci apriva la strada a suoi conoscenti per acquistare aziende e alberghi. L'attrice e modella cinese Dong Mei sarebbe stata utilizzata dal marito, Federico Di Lauro, commercialista attivo nei fallimenti, per dirottare in Asia grosse somme di denaro che provenivano illegalmente dalle procedure giudiziarie. E poi magistrati corrotti che aggiustavano sentenze, curatori infedeli, avvocati che falsificavano carte e testimoni. Alcuni erano già stati arrestati quasi vent'anni fa nell'inchiesta Toghe Sporche su Cesare Previti e poi prosciolti, altri sono figli di magistrati citati in quell'istruttoria. Un bazar dove tutto era possibile, descritto nei lunghi verbali di Chiara Schettini, fino al 2009 giudice della stessa Fallimentare. Una dama ben introdotta nei salotti romani, che ha vissuto tra l'attico capitolino, l'appartamento di Madonna di Campiglio, quello di Parigi e l'altro di Miami, proprietà che sostiene di avere ereditato dalla madre. Poi nello

scorso giugno è stata arrestata, con l'accusa di corruzione e peculato, e dopo mesi di cella ha deciso di confessare davanti al procuratore aggiunto Nello Rossi e al sostituto Stefano Fava. Ha chiamato in causa giudici, legali, commercialisti e pure il padre di suo figlio, l'avvocato Piercarlo Rossi. «Mi rendo conto di aver sbagliato e l'esperienza del carcere che ho vissuto, ingiustamente, mi ha fatto crescere molto, mi ha migliorata, ho preso coscienza di gravi mie leggerezze, perché mi sono fidata di Piercarlo Rossi di cui ero innamorata». Anche lui è finito agli arresti. E anche lui ha riconosciuto parzialmente le sue responsabilità, completando questo affresco di malaffare su cui ora indagano le procure di Roma e Perugia. Ora su molti punti Chiara e Piercarlo si accusano reciprocamente, ma l'intreccio delle loro rivelazioni offre una ricostruzione grottesca della sezione fallimentare: gli amici più spregiudicati vengono protetti o fatti arricchire,

gli imprenditori senza coperture e i loro dipendenti finiscono invece in rovina. La Schettini non ha dubbi nell'indicare il responsabile di questo si-

stema: Tommaso Marvasi, da settembre 2012 presidente del tribunale

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornale chiuso in redazione alle ore 14.00 di giovedì 23 gennaio 2014 Tiratura: 12.000 copie


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Militari nelle scuole, a Vicenza è partita la controffensiva Pax Christi di Edoardo Andrein

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a una parte c’è l’Esercito con i tour dimostrativi a Gardaland e sulle spiagge, o magari con la divisione degli studenti in "pattuglie" per lezioni di tiro con la pistola ad aria compressa e percorsi "ginnico-militari" in uno dei progetti di “Allenati per la vita” , una sorta di educazione militare scolastica nelle scuole superiori. Dall’altra parte invece il movimento cattolico Pax Christi, ha promosso una serie di contro-iniziative per “smilitarizzare” le scuole che ora

arrivano anche a Vicenza. Il primo appuntamento dell'anno c’è stato mercoledì 22 gennaio presso il Centro Comunitario di fianco alla chiesa di Vigardolo, frazione del comune di Monticello Conte Otto nel quale don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, ha parlato della Campagna “Scuole smilitarizzate” che si sta diffondendo in tutta Italia. Da anni i movimenti per la pace denunciavano una intrusione crescente delle forze armate nei programmi formativi delle scuole italiane e ora hanno attivato una serie di iniziative che aiuteranno i docenti e gli studenti a dare maggiore risalto all’educazione alla cittadinanza e alla pace per i giovani. Per informazioni sulla campagna e per i contatti per lanciarla nel vostro territorio con richiesta dei materiali di diffusione l’indirizzo da utilizzare è scuolesmilitarizzate@gmail.com © RIPRODUZIONE RISERVATA

I quadri pratesi contesi con la BpVi tornano a casa, temporaneamente di Martina lucchin

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olpo di scena nella querelle tra la città di Prato e la Banca Popolare di Vicenza: i quadri della Galleria degli Alberti torneranno nella città toscana, anche se solo temporaneamente. Come riportato da Il Tirreno, il sindaco di Prato Roberto Cenni ha annunciato durante la trasmissione “Prato Diretta Sera” su ToscanaTv che “i vertici della banca vicentina hanno acconsentito a permettere l’organizzazione, che si terrà nel mese di ottobre, di una grande mostra con tutti i capolavori della Galleria degli Alberti e di quelli storicamente appartenuti alla Banca Popolare di Vicenza". Si torna, quindi, a parlare del caso che nel luglio 2013 ha scatenato la città toscana contro la Banca Popolare. Lo spostamento a Vicenza dei quadri della Galleria degli Alberti a Prato era stato vissuto infatti dalla città come "un saccheggio di opere d'arte". La controversia, dopo essere approdata in Parlamento con un’interrogazione dei ministri toscani e aver visto la mobilitazione dei giovani pratesi, sembrava essersi chiusa a settembre con l’approdo dei quadri contesi nella sede romana della Banca Popolare di Vicenza. A quanto pare, però, non è così. I quadri, divenuti legittimamente di proprietà dell’istituto di credito berico dopo l’incorpo-

razione della Cassa di Risparmio di Prato, in autunno torneranno in Toscana in compagnia dell’intera collezione artistica della Banca Popolare di Vicenza. Un ritorno temporaneo che sembra soddisfare il sindaco Cenni, che parla di "una scelta opportuna della Banca per relazionarsi con il nostro territorio”. Parole che escluderebbero la possibilità, espressa dallo stesso sindaco ad ottobre, di procedere contro Zonin con un ricorso alla Sovrintendenza; oppure un segno dell'arrendevolezza" del sindaco, come la definiscono gli oppositori di Cenni, di fronte al crescente peso assunto dalla Banca Popolare di Vicenza a Prato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

/ La Crocefissione di Bellini


24 gennaio 2014 pag 5

La Cgil “attacca” la Persona dell’anno di VicenzaPiù

Ma Luc Thibault aveva già chiesto di correggere un’imprecisione nella sua intervista, cosa fatta da VicenzaPiù ben venti giorni prima delle rimostranze della Segreteria Cgil Vicenza. Che non riconosce la rappresentanza Usb ma scrive a un suo delegato accusandolo di una inesistente “diffamazione a mezzo stampa”

di Giovanni Coviello

S

ul n. 264 di VicenzaPiù del 21 dicembre (edizione cartacea in omaggio a 12.000 lettori) e sul n. 265 del 28 dicembre (edizione web in omaggio a tutti) abbiamo pubblicato un’intervista ritratto di Luc Thibault il “sindacalista conflittuale” della Usb Greta Alto Vicentino da noi nominato Persona dell’anno dopo essere stato scelto in una quaterna che comprendeva Massimo D’Angelo della Filt Cgil, Maria Rita Dal Molin, presidente del Centro di Servizio per il Volontariato di Vicenza, e Giorgio Langella, segretario regionale del PdCI. Il 16 gennaio, con notevole tempismo, Fabrizio Nicoletti (che si firma Segreteria Cgil Vicenza Responsabile Organizza-

zione), con oggetto “intervista su VicenzaPiù n.264 del 24 gennaio 2014”, scrive alla “nostra” Persona dell’anno così: “Egregio Signor Thibault, in riferimento alle sue dichiarazioni rilasciate al periodico VicenzaPiù n.264 del 21 dicembre u.s., la nostra Organizzazione, dopo aver effettuato una prima indagine interna, respinge la sua ricostruzione dei fatti accaduti in Polidoro e le accuse mosse alla Cgil. Poiché, però, intendiamo fare piena luce sull’accaduto, Le chiediamo di volerci fornire informazioni circostanziate e riscontrabili. In assenza di ciò, le sue dichiarazioni sono da ritenersi mera propaganda e strumentale diffamazione a mezzo stampa. Restiamo in attesa di gentile riscontro. Fabrizio Nicoletti Segreteria Cgil Vicenza Responsabile Organizzazione” Non sappiamo cosa ha risposto Luc Thibault, ignorato per definizione

dalla Cgil che ha firmato accordi che escludono sindacati come la sua Usb dalla rappresentanza sindacale ma da smentire subito se tocca i confederali o, almeno, certi confederali. Ma è obbligo nostro rispondere a Nicoletti che, se solo avesse letto anche il n. 265 pubblicato 7 giorni dopo il 264 a cui fa riferimento e comunque, 20 giorni prima della sua risentita lettera al delegato della Rsu della Greta Alto Vicentino avrebbe letto che c’erano alcune correzioni, legate ad errori di trascrizione. Una riguardava il costo dell’ospedale di Santorso che noi, fieri critici dell’assenza di trasparenza di quell’appalto (vero Cgil?, vero brumoso osservatorio dei confederali?), avevamo ridotto a pochi milioni invece che ad alcune centinaia… Poi avevamo reso più difficile al buon Luc la ricerca di una nuova compagna, dopo la tragica morte della moglie per amore

/ La sede Cgil di via Vaccari

della quale si era trasferito dalla Francia a Schio: avevamo, infatti, attribuito erroneamente e fotograficamente a Thibault una nuova compagna, refuso politico di nomenklatura (Luc parlava di «una compagna») oltre fotografico, visto che la foto era quella della figlia a cui era abbracciato. L’altra correzione riguardava la frase incriminata da Nicoletti che, in risposta alla nostra domanda Quando hai deciso di aderire all’Usb e perché?», sul 264 attribuiva a Luc Thibault questa risposta: «Quando lavoravo alla cooperativa Polidoro ho perso le dita dentro ad una pressa e lì è iniziata la mia guerra contro i sindacati. Ero iscritto alla Cgil e quando ho chiesto di difendermi loro mi hanno detto: “noi ti difendiamo ma non vogliamo comparire nel processo”. E volevano anche che facessi passare l’infortunio come un incidente domestico. A quel punto ho deciso di prendere un avvocato in privato e non ho voluto l’aiuto della Cgil per principio. Il giorno in cui ho vinto la causa ho strappato la tessera della Cgil. A quel punto ho iniziato a conoscere i Cub, i sindacati di base, e tre anni fa ci siamo uniti con altri sindacati ed è nata l’Usb». Sul n. 265, dopo nostro controllo degli appunti su segnalazione di Luc stesso (a riprova che lui merita per noi il titolo di Persona dell’anno), ripubblicavamo la frase corretta e altrettanto facevamo sul web per il pezzo riprodotto il 26 dicembre alle ore 18.10. Perché se noi sbagliamo ci correggiamo con trasparenza totale. La frase sulla Cgil, ugualmente critica ma corrispondente al pensiero dell’intervistato, era quindi: «Ero iscritto alla Cgil e quando ho chiesto di difendermi loro mi hanno detto: “noi ti difendiamo ma non vogliamo comparire nel processo”. La cooperativa ed una parte dei soci volevano che facessi passare l’infortunio come un incidente domestico. A quel punto ho deciso di prendere un avvocato in privato

e non ho voluto l’aiuto della Cgil per principio…». Per ulteriore trasparenza ripubblichiamo qui l’intero articolo ad usum Cgil e di chi non avesse letto il 26 dicembre e il 28 dicembre le versioni esatte (e non ci si dica che questo farà piacere soprattutto a Luc Thibault, Persona dell’anno …) ma facciamo una domanda a Fabrizio Nicoletti “Segreteria Cgil Vicenza Responsabile Organizzazione”: era proprio necessario scrivere ufficialmente a Luc Thibault accusandolo, se non avesse comprovato il suo dire, di «mera propaganda e strumentale diffamazione a mezzo stampa”»? Non sarebbe stato più semplice verificare, prima, magari direttamente e telefonicamente (con Thibault e, magari con noi) quanto ben prima del 16 gennaio, data della lettera di diffida, era stato già corretto? Gentile Fabrizio Nicoletti la sua lettera, tardiva, purtroppo, assomiglia a una delle tante che riceviamo noi da chi, generalmente affaristi e malaffaristi, non gradisce appunti ma, bisogna dirlo a suo vantaggio, almeno questa volta la Cgil ufficiale di Via Vaccari, ben diversa da quella che ci piace di più come quella, per intenderci, di sindacalisti “ruspanti” e non carrieristi come Massimo D’Angelo e Giuliano Raimondo ad esempio (non censurateli ulteriormente, però, per questo nostro modesto atto di stima, ora!), scrive qualcosa mentre da tempo immemore non risponde, né per iscritto né verbalmente, alle tante domande che le abbiamo posto sui nostri media. Nicoletti, se a noi non poteva chiedere, per manifesta intolleranza della sua segretaria Marina Bergamin, almeno a Luc Thibault poteva fare domande dirette... Ma, dimenticavo, l’Usb non ha diritto di rappresentanza, lo ha stabilito con la firma di Susanna Camusso la democratica e operaia Cgil nazionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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La persona dell’anno Ogni dicembre il settimanale americano Time conferisce il riconoscimento di “Uomo dell’anno” a chi nel mondo ha avuto la maggiore influenza, nel bene o nel male, nei dodici mesi dell’anno appena concluso. Quest’anno è toccato a Bergoglio, definito “Papa della gente”. VicenzaPiù non è certo Time e la nostra vetrina è sul Vicentino non certo sul mondo, ma da questo ultimo numero del 2013, dopo 8 anni in cui i vicentini ci leggono anche a dicembre, vogliamo anche noi iniziare a dedicare la copertina e qualche pagina a chi secondo il nostro modesto parere ha messo anima e corpo per cambiare lo status quo e offrire una prospettiva di vita diversa alla gente... di Vicenza. Senza pensare solo a se stesso. Non sono certo l’Uomo dell’anno o la Donna dell’anno il vicentino o la vicentina che vi proponiamo per la prima volta nel 2013 ma per noi degna d’attenzione è la “Persona dell’anno”. Quest’anno erano in ballo anche Giorgio Langella, Maria Rita Dal Molin e Massimo D’Angelo, solo alcuni tra i molti altri che meriterebbero pagine e copertine. Quando si sceglie si può anche sbagliare, ma di certo lo “schivo” Luc Thibault, la prima “Persona dell’anno” per VicenzaPiù, sarà il primo a “scusarsi” per la nostra scelta. Un motivo in più per nominarlo.

Il direttore

Il francese Luc Thibault è la “Persona dell’anno” di Vicenza di Martina Lucchin Ristampa del n. 265 del 28 dicembre 2013

L

uc Thibault, sindacalista di base e conflittuale, si è battuto per la sicurezza dei lavoratori e il loro diritto di esprimere liberamente i propri rappresentanti nella Rsu dell’azienda per cui lavora; ha denunciato senza timore i passi falsi dei sindacati confederali e gli inciuci delle cooperative “rosse”; ha alzato la voce e manifestato per fare chiarezza sul project financing dell’ospedale di Santorso e sul processo Marlane Marzotto. Luc Thibault è un sindacalista di lotta che fa dell’onestà personale la bandiera delle sue azioni. Ma oltre al sindacalista targato Usb, sigla esposta anche sul cancello della sua casa a Schio, c’è l’uomo: un padre e un compagno, allergico ai gatti, ex fumatore incallito, che parla in dialetto veneto con accento francese. Proviamo a conoscerlo meglio, lui scledense da anni ma nato ad Angers l’11 giugno 1958. Luc Thibault sei nato e cresciuto in Francia ma vivi in Italia ormai da tanti anni. Cosa facevi in Francia prima di venire qui? Combinavo casini come qua. Prima guidavo la metropolitana e poi i pullman, inizialmente a Parigi e poi mi hanno messo in punizione e spostato nelle banlieue perché avevamo scioperato per avere condizioni di lavoro e stipendi migliori. Iniziavo ad essere stufo però perché guidare a Parigi è davvero stressante, all’epoca un pullman faceva una media di 10 km all’ora. È successo che in Italia mi sono innamorato e quando mia

moglie mi ha detto “o me o te”, a ventinove anni, mi sono trasferito a Schio. Ho iniziato facendo molti lavori, l’autista di pullman, il metalmeccanico alla Polidoro, il falegname e nel 2005 sono entrato alla Greta Alto Vicentino Ambiente (società di Schio che gestisce il ciclo integrato di rifiuti dove Usb è il primo sindacato nella Rsu, ndr). E qui ho costruito una famiglia. Mia moglie è morta quattro anni fa. Mio figlio ha 22 anni e studia psicologia del lavoro a Padova, ma mi ha già detto che, finiti gli studi, se ne andrà dall’Italia. Mia figlia di 21 anni studia alla Ca’ Foscari di Venezia, adesso è in Erasmus a Parigi con un contributo dello stato di appena 150 euro! E questo dimostra che purtroppo l’università è un lusso. Come vedono i tuoi figli il tuo impegno da sindacalista? A volte non troppo bene perché il telefono continua a suonare e sono spesso via per le manifestazioni. Ma sanno che il mio impegno è anche per loro. I miei figli hanno viaggiato, hanno visto che il mondo è come una pentola a pressione e che quello che è successo in Grecia presto potrebbe succedere anche qua. Capiscono che lo faccio anche e soprattutto per i giovani perché, a differenza della mia generazione, quella che ha vissuto il 68, adesso i ragazzi non hanno un futuro e quindi nemmeno delle ragioni di vita. Mi batto perché presto questo finisca. Quando hai scoperto di avere un’anima da sindacalista? Fin da quando ero bambino. Sono nato nel 1958, nel periodo della guerra di Algeri e della guerra del Vietnam. Tutti i giorni vedevo le immagini dei bombardamenti e ricordo ancora una bambina che aveva la schiena che prendeva fuoco. Penso che vedendo quella

/ Alla Greta per Raffaele Sorgato

scena sia nata in me la repulsione, che sento ancora oggi, verso questa società. Poi un giorno, forse quando avevo dodici anni, c’è stata una manifestazione nella città dove abitavo. Ho assistito alla carica della polizia contro gli operai e quando uno di loro si è nascosto sotto la macchina, l’hanno preso e picchiato. Questa cosa mi ha acceso la ribellione nel sangue. Avevo una famiglia per bene e ricca, ma vedendo questo non sono più stato in grado di accettare quella realtà. Quando hai deciso di aderire all’Usb e perché? Quando lavoravo alla cooperativa Polidoro ho avuto un grave infortunio alle dita di una mano finita dentro ad una pressa e lì è iniziata la mia guerra contro i sindacati. Ero iscritto alla Cgil e quando ho chiesto di difendermi loro mi hanno detto: “noi ti difendiamo ma non vogliamo comparire nel processo”. La cooperativa ed una parte dei soci volevano che facessi passare l'infortunio come un incidente domestico. A quel punto ho deciso di prendere un avvocato in privato e non ho voluto l’aiuto della Cgil per principio. Il giorno in cui ho vinto la causa ho strappato la tessera della Cgil. A quel punto ho iniziato a conoscere i Cub, i sindacati di base, e tre anni fa ci siamo uniti con altri sindacati ed è nata l’Usb. Qual è la causa per cui ti sei impegnato e che ti ha reso più fiero? Quello che siamo riusciti a fare alla Greta Alto Vicentino Ambiente. Noi dell’Usb abbiamo messo in sicurezza i lavoratori da soli dall’inizio alla fine e di questo vado molto fiero. E abbiamo fatto di tutto perché ci fosse un sindacato, perché crediamo che qualsiasi lavoratore con qualsiasi idea politica abbia il diritto di essere rappresentato. Abbiamo lottato tanto, prima alla C.i.a.s nel 2005 (cooperativa di nettezza urbana, ndr), poi alla Greta e dal 2007 anche in Ava (Alto Vicentino Ambiente srl, ndr), ottenendo la modifica delle buche dove i camion scaricavano i rifiuti. Non erano a norma e camion ed autisti sono caduti dentro più volte a quelle buche di sei metri. Alla Greta invece, anche grazie a noi, in tre anni tutti i mezzi sono stati messi a norma. Per avere questo risul-

/ Luc con la figlia

tato, purtroppo, abbiamo dovuto aspettare la morte nel 2011 di un collega, Raffaele Sorgato, in un camion che non era in sicurezza. Non potrò mai dimenticarlo perché era proprio un bravo ragazzo. Non sempre però le vostre battaglie vanno a buon fine. Cosa ti spinge ad andare avanti? In Italia c’è una disinformazione di massa. La gente non sa per esempio che il costo dell’ospedale di Santorso sarà di un miliardo di euro, non si parla del fiscal compact che costringe gli italiani a pagare per un debito contratto da politici e banchieri né si sa a fondo dei bombardieri che il governo continua a comprare. Noi continuiamo a fare una controinformazione, a dire quello che i sindacati non dicono. A comportarci come dovrebbe fare un vero sindacato, perché non si può essere sia dalla parte dei padroni che degli operai: o stai con gli sfruttati o con chi sfrutta. Noi stiamo e combattiamo con i lavoratori. Una cosa su cui non transigo è l’onestà personale e politica, perché non si può predicare una cosa e fare il contrario.

Anche nei momenti di sconforto, quando ti accorgi che la gente non reagisce, si va avanti. Perché se pensi che un altro tipo di società e modo di vivere siano possibili, non puoi altro che combattere e continuare. Cosa ti aspetti dal 2014 per gli italiani, per te e per tuoi figli? Il 2014 sarà l’anno del big bang per l‘Italia. Tutti gli indicatori economici dicono che la ripresa non c’è, la produttività cala e l’export anche. E in più questo governo e gli altri non fanno niente, anzi peggiorano la situazione, alzando l’età pensionabile e non considerando il crescente tasso di disoccupazione. È una società condannata a morte e che condanna migliaia di persone a morire, in cui si distrugge quello che si produce perché si produce troppo. L’anno prossimo potrebbe essere quello buono. Per questo noi continuiamo a dire che dobbiamo cambiare: serve una società che sia a misura dell’uomo e non il contrario. Per me, invece, desidero un po’ più di pace e tranquillità, anche se so che è impossibile, perché quando fai la guerra il nemico è dappertutto. E per i miei figli spero che abbiano un futuro migliore, che conoscano un’altra società e che abbiano dei figli a loro volta. Si dice che i figli sono la tua immortalità. Ecco, vedere i figli dei miei figli è quello che desidero di più, sperando anche che siano dei piccoli lottatori. Se il desiderio di Luc sarà esaudito ci sarà di sicuro un altro candidato alla Persona dell’anno made in Thibault. © RIPRODUZIONE RISERVATA

/ Luc Thibault manifesta


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Spettri d’acqua Sta per partire anche la sezione informazione sulla nostra tv streaming h24 www.vicenzapiu.tv, che già da mesi si sta facendo le ossa e che ormai è un riferimento in ambito sportivo con, una su tutte, l’esclusiva su web delle partite del Vicenza Calcio. Pubblichiamo qui i testi di 4 servizi a cura di Marco Milioni che segnano il debutto di un “rotocalco” tv di inchieste e speciali inserite in quello che sarà a breve il nostro quotidiano di informazione “VicenzaPiùTv Oggi” accessibile a tutti gli utenti web che già in 432.000 ci hanno premiato, da visitatori unici, lo scorso anno per VicenzaPiu.com

di Marco Milioni Da VicenzaPiù.com

A

cqua da sempre è un simbolo di purezza e per antonomasia è sinonimo concreto ed ancestrale di vita. Solo così si può spiegare l’ansia generata

gato ai taccuini della stampa locale che è pressoché impossibile sapere da quanto tempo quel pozzo presentasse livelli fuori norma e soprattutto ha spiegato che sarà assai difficile scoprire cause ed origine dell’inquinamento che ha colpito un pezzo della rete idrica locale la quale ha servito acqua fuori orma a ben 20.000 vicentini della spalla est per non si sa quanto tempo, comuni di Quinto e Torri inclusi.

Ovviamente si tratta di una istantanea che comunque la si guardi genera preoccupazione perché se è vero ciò che dice Altissimo allora le incognite che si potrebbero materializzare ogni volta che apriamo il rubinetto per bere un bicchiere d’acqua possono in un baleno trasformarsi in spettri. Se invece Altissimo non ha voluto o potuto dire tutto allora la faccenda diventa ancor più seria soprattutto se si considera lo strano / La sede di Acque Vicentine

/ Un frame dell'annuncio dell'inquinamento del pozzo di Bertesina, a sx Achille Variati, a dx Lorenzo Altissimo (video VicenzaPiuTv)

silenzio fatto calare dall’amministrazione comunale sulla vicenda, la giunta infatti pur interpellata da VicenzaPiù per iscritto non si è nemmeno degnata di rispondere alle nostre domande lasciando ogni cosa a due stringati dispacci pubblicati di recente sul sito web del comune. E sul tavolo le cose da capire rimangono parecchie. I mancati controlli da parte del gestore del servizio idrico sul CVM sono solo il frutto degli eventi o costituiscono un illecito? Il gestore del servizio idrico ovvero Acque Vicentine ha o no per legge il dovere di cercare costantemente anche quell’inquinante? E ancora in un dispaccio della giunta comunale guidata dal de-

scoppiato perché qualcuno per puro caso è incocciato nel problema? E ancora in altre realtà il CVM è preso in considerazione dai gestori del ciclo dell’acqua? E così gli interrogativi rimangono sul tappeto. Di fronte ad una questione così seria la giunta avrebbe dovuto organizzare un paio di assemblee pubbliche nei quartieri orientali per spiegare quanto accaduto e invece la trasparenza è rimasta ai box. Al netto delle vicende vicentine però l’episodio di Bertesina è l’ennesima dimostrazione che il modello di sviluppo adottato dall’occidente ed esportato quasi ovunque nel globo comincia a mostrare tutti quegli scarti di lavorazione che per de-

/ Valentina Dovigo

nella gente alla notizia che questa risorsa relativamente abbondante nelle nostre terre ma sempre più a rischio inquinamento possa in qualche modo essere contaminata. Si tratta di un meccanismo psicologico che è scattato puntualmente nella popolazione quando a scavalco della prima settimana di dicembre ha fatto irruzione la notizia dell’inquinamento del pozzo di Bertesina. Più nel dettaglio Uls ed Arpav hanno riscontrato presenze di 1,1 microgrammo per litro di cloruro di vinile monomero o CVM in uscita dal pozzo di Bertesina, un valore superiore al limite di 0, 5 microgrammi per litro fissato dalla legge. Tutti gli enti preposti si sono affrettati a spiegare che la situazione sarà ripristinata al più presto a livello di normalità e che la rete è al sicuro e che l’acqua che pure è stata inquinata è stata ben lontana da livelli di tossicità preoccupanti. Contemporaneamente il direttore del centro idrico di Novoledo l’ing Lorenzo Altissimo ha spie-

/ Un distributore d’acqua a Quinto Vicentino

mocratico Achille Variati e datato 7 dicembre 2013 si legge testualmente “ il cloruro di vinile monomero è un gas che ha origine dalla degradazione del percloro etilene, secondo le prime ipotesi la provenienza del percloro etilene sarebbe rintracciabile negli scarichi degli anni ‘60 di industrie tessili e meccaniche dell’alto vicentino, la degradazione del percloro etilene è avvenuta nel corso dei decenni nelle falde più profonde a circa 180 metri di profondità in assenza di ossigeno dando origine al CVM”. Orbene se si conosce questo meccanismo chimico almeno in ipotesi significa che il rischio almeno sul piano potenziale doveva essere noto a chi è chiamato a vigilare sul ciclo dell’acqua, ma allora se il rischio almeno concettualmente era ipotizzabile perché negli anni non si sono effettuate le misurazioni? Si può prendere in considerazione la sciagurata eventualità che qualcuno fra le autorità preposte sapesse e che non sia intervenuto e che magari oggi il bubbone è

cenni poco o tanto erano stati confinati nel retrobottega del progresso. Oggi la natura presenta il conto, non a caso il consigliere comunale Valentina Dovigo oltre che a chiedere risposte certe dal comune chiede un cambio di passo sul piano culturale: «Allora l’idea che mi sono fatta è che il problema c’è nel senso che abbiamo un territorio che inizia a chiedere il conto di attività industriali, di tutto quello che è stata l’attività produttiva degli anni 60/70 anche con normative totalmente diverse da quelle attuali. Di fatto penso che sia necessario fare qualcosa in più cioè mettere in conto e programmare da qui al prossimo futuro una serie di indagini , una serie di analisi che prevedano ciò che finora non è stato previsto proprio per quello che dicevo prima. La prima volta è capitato con i perfluoro alchilati, adesso il cloruro di vinile monomero è una coincidenza, la terza volta non ci deve più essere». © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Fango su fanghi di Marco Milioni da VicenzaPiù.Tv

N

ell’ovest vicentino ed in special modo in valle del Chiampo industria fa pressoché rima con concia. Poco oltre della metà del fatturato europeo si fa in Italia e nel Bel Paese è proprio l’ovest vicentino a recitare la parte del leone e questo accade sia che si parli di grandi numeri sia che si parli di grandi scandali. Il ramo pelle sconta ancora la pessima figura rimediata con l’inchiesta Dirty leather che ha messo alla luce una colossale evasione fiscale sistemica che ha messo alla berlina nomi altisonanti, e meno, di tutto il settore. Frattanto da alcuni mesi il dibattito è incentrato sulla questione del previsto impianto per il trattamento dei fanghi conciari, gli industriali del settore sostengono a spada tratta che il gassificatore

sia necessario e vitale per il futuro del settore stesso, per di più sarebbe previsto da un protocollo fra enti locali e industriali datato 2005. Dall’altra parte del vallo si è formato un fronte composito fra soggetti disparati a partire dal comune di Montecchio che a vario titolo si dicono contrari all’impianto o perché ritenuto nocivo o perché la documentazione fornita alla popolazione non è ritenuta sufficientemente ampia. Ne è nato un tiramolla che alla fine ha obbligato il soggetto proponente ovvero l’Aato, ovvero l’ente intercomunale che raccoglie le municipalità del comprensorio, nonché il suo braccio operativo Acque del Chiampo a mettere in freezer proprio il prototipo presentato da Sicit, una SpA che fa riferimento ai maggiori conciari della zona. Il motivo? Non ci sarebbero sufficienti garanzie in termini di emissioni nocive. A fare il punto della situazione è Diego Zaffari primo cittadino di Montorso uno dei comuni più interessati alla eventualità della

/ Aziende conciarie

costruzione dell’impianto termico: «La pelle che parte da Arzignano è una delle migliori al mondo perché è frutto della qualità e della conoscenza del lavoro degli artigiani della pelle che poi sono diventati degli industriali,

/ Reflui della concia

hanno cominciato la depurazione ed è stato l’elemento più difficile da affrontare». Per vero la situazione rimane in equilibrio precario, più volte sulla stampa locale i vertici del settore pelli a partire da Rino Mastrotto hanno chiesto a gran voce una accelerazione sulla questione dell’impianto di trattamento dei fanghi, spiegano che presto le discariche si esauriranno e che i tentennamenti che ha registrato il comune di Arzignano sino a poco tempo fa sulla stessa posizione di Assindustria sono da imputare alla vicinanza delle prossime elezioni comunali, ipotesi restituita al mittente dal sindaco Giorgio Gentilin. Però parlare di reflui conciari significa anche discutere del sistema prescelto all’inizio degli anni 80 per la depurazione delle acque di risulta dei processi produttivi, un unico depuratore consortile fu una scelta sbagliata perché di fatto ha permesso di scaricare sulla collettività una parte dei costi deresponsabilizzando la singola azienda. Questa è la tesi di Gianni Tamino biologo

/ Azienda tipo della concia

/ Rino Mastrotto spa

ambientale professore universitario a Padova, uno dei maggiori esperti nazionali del settore: «Aver messo in piedi nel dopo guerra un polo conciario che si è accresciuto nel tempo ed aver scelto anziché imporre ad ogni azienda un impianto di depurazione che portasse al tentativo di riottenere il più possibile un riciclo di materiali usati all’interno delle lavorazioni, lo scaricare tutto in un grande impianto comportava due gravi errori: quello diciamo di equità nel senso che praticamente si scaricava sulla collettività e sul sistema consortile in parte il costo ma soprattutto la responsabilità che non era più quella del singolo impianto, cioè le singole aziende venivano in questo modo deresponsabilizzate rispetto al miglioramento tecnologico e alla riduzione dell’inquinamento. A quel punto si portava tutto sul maxi depuratore che difficilmente poteva funzionare». Non troppo dissimile è il pensiero di Giovanni Fazio portavoce continua 


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 segue

/ Diego Zaffari sindaco di Montorso / Gianni Tamino, Universita di Padova

/ Leonardo Boggian di Legambiente a Cologna Veneta / Giovanni Fazio portavoce dell’associazione Cilsa

dell’associazione Cilsa che è decisamente contrario al gassificatore: «Intanto l’accordo del 2005 che prevedeva un interesse ed un intervento da parte delle aziende, di Acque del Chiampo e di altre società per difendere le falde del nostro territorio non prevede esplicitamente un intervento termico nell’eliminazione dei fanghi. Il gassificatore in ogni caso non è una macchina non è qualcosa che ci consente di eliminare il problema discarica, noi avremo da mettere in discarica qualcosa come 15.000 tonnellate di prodotti vetrificati. Diciamo qualcosa in più un gassificatore di Arzignano produrrebbe un 5% di ceneri, queste ceneri prodotte dal gassificatore sarebbero delle ceneri altamente tossiche perché sarebbero il prodotto finale della combustione e ci sarebbero i metalli pesanti cromo esavalente e tante sostanze talmente tossiche che io penso che gli operai addetti alla rimozione all’insaccamento eccetera di questi materiali correrebbero dei rischi estremamente gravi. Allora diciamo che tutta la messa in scena secondo la quale se non si fa il gassificatore noi siamo rovinati perché non sappiamo dove mettere la roba in discarica è falsa perché in realtà tutto quello che produrrà l’inceneritore andrà a finire nelle discariche, questo è il punto. Non vogliamo entrare poi nel merito di quello che uscirà dai fumaioli cioè delle nano polveri dell’inquinamento che permanentemente graverà sulle città di Montecchio Arzignano Chiampo e Montorso e che quindi creerà dei disastri grandissimi». Su tutto rimane comunque il problema dei reflui, ad oggi gli scarti sono convogliati nel sistema fluviale del Fratta Acquetta, cosa che avviene a Cologna Veneta. Il tutto accade sebbene gli inquinanti non rispettino le soglie di legge. Ciò è reso possibile da una serie di deroghe speciali concesse dalla Regine Veneto. Nell’immagine in basso a destra è possibile notare il tubo che raccoglie i reflui della Valchiampo e li getta direttamente nel sistema fluviale del basso veronese e della bassa padovana, si tratta di reflui densi dall’odore nauseante

che rendono addirittura difficoltoso stare in piedi sulle proprie gambe. Questo conferimento di fluidi di scarto è una consuetudine osteggiata dalle popolazioni locali che parlano di inquinamento decennale scaricato sui comuni rivieraschi. Sarà un caso ma l’ovest vicentino è una delle poche zone del Veneto dove non è stato istituito un registro tumori. E questa è la radiografia che nel 2010 faceva Leonardo Boggian di Legambiente proprio a Cologna Veneta: «Siamo nella zona industriale di Cologna Veneta all’altezza del tubo collettore gestito dall’Arica, che scarica direttamente nel comune di Cologna i reflui della concia provenienti da Arzignano. Compie un percorso di 30/35 km sotto terra e scarica direttamente i reflui, così come sono prodotti, qui a Cologna Veneta. Come si può vedere il fiume subisce un’alterazione pesante, il colore dell’acqua è salmastro, marrone rossa quando ci batte bene il sole sopra e uccide sostanzialmente qualunque forma di vita presente nel fiume. Si tenga presente che già il fiume è interessato da inquinamento delle conce anche a monte, cioè in provincia di Vicenza. Probabilmente ritenendo l’inquinamento troppo pesante se sversato tutto a monte viene bypassato un po’ più a valle qui a Cologna Veneta in modo tale che non venga prestata attenzione ad esempio alla qualità dell’acqua per quanto riguarda il suo odore, il suo

aspetto, le schiume. Queste sono comunque visibili venendo qui direttamente dove scarica il tubo collettore oppure nel periodo estivo in occasione della carenza

idrica è evidente la colorazione dell’acqua e l’inquinamento che vi è presente». © RIPRODUZIONE RISERVATA

/ Area della concia in Val Chiampo

/ Trattamento fanghi attuale

/ Il colore dell’acqua alterato dagli scarti

/ Sede Acque del Chiampo

/ Tubo che raccoglie i reflui della Valchiampo e li getta direttamente nel sistema fluviale del basso veronese e della bassa padovana


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2013

un anno di formazione TOT. CORSI SVOLTI TOTALE DOCENTI COINVOLTI TOT. PARTECIPANTI FREQUENTANTI TOT. ASSOCIAZIONI FREQUENTANTI

Q

29 19 446 270 SESSO

MASCHIO FEMMINA nessuna indicazione

180 180 24

18-30 31-40 41-50 51-60 più di 60 nessuna indicazione

37 56 65 95 128 3

46,88% 46,88% 6,25% ETÀ 9,64% 14,58% 16,93% 24,74% 33,33% 0,78%

Il corso ha facilitato l'instaurarsi di relazioni con altre associazioni ? Sì 262 68,23% No 99 25,78% nessuna indicazione 23 5,99% / Tabella dei dati riassuntivi

/ Tabella riepilogativa del questionario partecipanti

uando ci si interroga su cosa sia il volontariato, le prime immagini che ci vengono in mente dipingono uno slancio altruistico, una disposizione d’animo a fare per gli altri, a entrare in relazione con le persone e l’ambiente che ci circondano sulla spinta di ideali condivisi. Il volontariato, insomma, è passione, condivisione, energia in movimento. Negli ultimi anni, tuttavia, il Centro di Servizio per il Volontariato di Vicenza e le associazioni del nostro territorio hanno lavorato alacremente per arricchire questi significati grazie a un’idea nuova: volontariato è competenza, efficacia, conoscenza del territorio e dei suoi bisogni. In altre parole, la formazione si affianca alla passione per indirizzarla e permetterle di dispiegarsi al meglio. Per fare bene, per fare il bene, non basta infatti la buona volontà: bisogna conoscere a fondo il territorio entro il quale si opera, bisogna saper ordinare le priorità, avere la giusta padronanza dei mezzi a disposizione, sapersi coordinare con le altre associazioni e con gli enti locali al fine di ottimizzare l’impiego di energie e risorse materiali e immateriali. L’attualità di queste considerazioni fa capo a ragioni diverse e ugualmente importanti: da un lato, infatti, il protrarsi della crisi economica rende assolutamente necessario un impiego sapiente ed efficace delle risorse a disposizione, dall’altro il diffondersi delle nuove tecnologie offre la possibilità di rendere molte operazioni più semplici e convenienti, a patto però di conoscerne le funzionalità e i modi d’uso. Non solo: una formazione oppurtuna permette di disperdere meno energie ottenendo risultati migliori nella risoluzione delle questioni amministrative, normative e burocratiche, oggi imprescindibili, nonché di migliorare l’interazione con il territorio e all’interno delle associazioni stesse. Alla luce di queste premesse, anche nel 2013 il CSV ha messo a disposizione delle associazioni di volontariato un pacchetto formativo di alta qualità. Il variegato programma formativo si riassume in sette capitoli: amministrazione, comunicazione interna, comunicazione esterna, etica, informatica, normativa e sviluppo. All’interno di ogni area si è articolata una serie di corsi mirati a creare e consolidare competenze utili ai volontari, dalle abilità informatiche alle regole del fund raising, dalla pubbli-

PIANO FORMAZIONE

ANNO 2013 20 perCorsi... inFormazione... dedicati alle ODV

cizzazione delle proprie attività alle tecniche di animazione, dalla costituzione di un’associazione all’organizzazione della comunicazione tra soci, nuovi arrivati e cittadinanza. Il successo riscosso da questi corsi si evince già dai numeri: 162 associazioni partecipanti, 347 iscritti, per un totale di 29 moduli attivati. Anche i feedback giunti attraverso il questionario con il quale il CSV ha sondato i pareri dei corsisti sono stati più che positivi tanto per la logistica quanto per il livello della docenza, che hanno ottenuto giudizi di eccellenza. La larga maggioranza dei partecipanti, inoltre, ritiene che il corso fosse all’altezza delle aspettative e che le competenze acquisite siano effettive e spendibili nel proprio ambito di interesse. Un ri-

sultato non secondario, nella logica di favorire il lavoro di rete, è che un gran numero di corsisti ritenga che la frequenza abbia facilitato l’instaurarsi di nuove relazioni tra associazioni. “Si tratta di risultati che premiano lo sforzo organizzativo del CSV di Vicenza, afferma la presidente Maria Rita Dal Molin, come premia la passione e l’impegno di tutti i docenti, dei volontari e delle associazioni che si sono lasciati coinvolgere con passione per rendere sempre più efficaci le “azioni solidali” vicentine. Possiamo affermare che abbiamo perCorso insieme momenti di alta condivisione che aiutato a ritrovarci in quei valori che ci hanno fatto scegliere di essere dei volontari.”


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Senza sbocchi / Presidio dei lavoratori Akzo

/ Manifestazione dei lavoratori Akzo

onostante l’ottimismo del Governo e l’annuncio della fine della recessione la cattiva congiuntura continua a mordere. In uno stillicidio senza fine fra mobilità e crisi aziendali nell’anticamera del licenziamento sono finiti 112 lavoratori della AkzoNobel di Romano di Ezzelino in provincia di Vicenza. Lo stabilimento che fa parte di una multinazionale olandese del ramo vernici dovrebbe chiudere a breve le porte anche se maestranze e sindacati sostengono che in questo caso la crisi non c’entra giacché l’impianto produce utili e viaggia su binari diritti. La chiusura dello stabilimento in realtà sarebbe all’orizzonte della programmazione finanziaria decisa dalla corporation dei Paesi Bassi, si tratta quindi dell’effetto di quella globalizzazione messa sulla graticola anche dalle proteste dei cosiddetti forconi che dai primi di dicembre stanno scuotendo il Veneto come il resto del paese. Virginio Scattola dipendente AkzoNobel spiega il punto di vista degli scioperanti: «Siamo qua per i nostri diritti e specialmente per il posto di lavoro. Notizie da parte della proprietà … le bocche son cu-

cite, non si sa niente e ci sono 112 persone che circa da una settimana non si dorme, non si ha neanche il coraggio di guardare i figli nel viso perché che futuro diamo ai nostri figli in queste condizioni?». E da parte dei rappresentanti dei lavoratori e degli stessi dipendenti il coro è unanime. Si è parlato sulla stampa di una possibilità, anche se remota sembrerebbe in questo momento, dell’acquisizione da parte di un investitore terzo, voi avete avuto notizie da questo punto di vista? «No, al riguardo non c’è nessuna informazione anzi piuttosto le voci che filtrano è che non ci sia nessuna intenzione di vendere». Secondo voi quali sono le ragioni reali dietro questa razionalizzazione o possibilità di licenziamento chiamiamolo come vogliamo chiamarlo? «Le ragioni reali sono (qui risponde di nuovo Virginio Scattola, ndr) che gli investitori non portano a casa quello che loro hanno deciso di portare a casa. Qui in stabilimento a livello finanziario non ci sono problemi, a livello produzione neanche e neanche a livello ordini. È solo una questione di denaro». Ed è in questo contesto che a metà dicembre a Romano è andata in scena la protesta dei lavoratori della Akzo i quali rinfacciano all’azienda le mancate promesse perché già tre anni fa un centinaio di persone so-

/ Ennio Cunial, meetup del Grappa M5S

/ Virginio Scattola dipendente Akzo

di Marco Milioni da VicenzaPiù.Tv

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/ Gabriele Perucca , uno dei volti piu noti del presidio dei Forconi di Vicenza Ovest

/ Rossella Olivo, il sindaco di Romano d'Ezzelino, fra i manifestanti

stengono gli scioperanti erano state lasciate a casa dal gruppo. Il sindaco di Romano Rossella Olivo cerca di tenere acceso il lume della speranza ma è lo stesso primo cittadino ad essere più che prudente: «È un’azienda del territorio di Romano, un’azienda importante quindi non potevo mancare nel dare una reale solidarietà, è un dramma come già ho detto in sede di consiglio comunale, è un dramma per il territorio e non solo per il comune di Romano, era giusto che in questo momento ci fosse la mia presenza. È chiaro che in questo momento altro io non posso fare». E alla manifestazione di Romano ha preso parte anche il M5S del comprensorio bassanese che come avvenuto a livello nazionale lega con

un unico filo rosso i vari capi della crisi, si tratti di licenziamenti, delle proteste dei gruppi 9 dicembre per uno Stato percepito come vessatorio o di una regione che apre troppo i rubinetti per le grandi infrastrutture e invece li riduce per chi è in difficoltà. Per i 5 stelle l’imputato numero uno è la casta intesa come soggetto unico in cui confluiscono gli interessi della politica burocratica e dei grandi affari. Ennio Cunial attivista del meetup del Grappa nello stigmatizzare l’assenza alla manifestazione dei politici della zona, sindaco escluso, delinea così lo stato delle cose: «Noi siamo vicini a queste realtà che oggi sono sempre più consuete, lo Stato che non ha idee e che non riesce a governare queste realtà, il popolo è sovrano. E anche i nostri politici non danno nessuna certezza nessuna garanzia». Parole che trovano un riferimento diretto e indiretto con le proteste che da giorni stanno i caselli autostradali del Veneto da parte dei cosiddetti forconi. A Vicenza Ovest dove sventolano striscioni tricolori, bandiere di san Marco e dove si sono incontrati i manifestanti di varie estrazioni sociali nonché delle più svariate idee politiche, la situazione almeno sul piano della preoccupazione rimane tesa. Gabriele Perucca , uno dei volti più noti del presidio di Vicenza Ovest non fa sconti alla classe politica: «Protestiamo contro un sistema che è già stato decretato terminato, noi siamo qui per protestare perché abbiamo deciso di dire basta dal 9 dicembre

/ Forconi ai caselli autostradali del Veneto

all’Italia, abbiamo deciso di dire basta a questo sistema che non dà futuro ai nostri giovani. Quindi ci sono casalinghe, imprenditori, impiegati, ci sono tutte le classi sociali, stamattina sono venuti gli studenti delle scuole. Quindi diciamo che è una protesta a 360° che coinvolge tutte le classi sociali senza bandiere politiche». Un convincimento ripetuto decine e decine di volte, ecco un manifestante per tutti: «Siamo stanchi di pagare con nostro sangue questi porci, sono stufo ogni 10 euro 8 euro sono dello Stato, ho 30 persone sotto il culo e stop». «Non c’è la luce alla fine del tunnel - ora parla di nuovo Gabriele Perucca - quindi non si vedono possibilità per riuscire ad uscire da questa crisi e da questo sistema che è iniquo per le aziende perché sono tassate in maniera spropositata, è iniquo per la gente che lavora nelle fabbriche e guadagna mille euro quando sappiamo che ci sono super manager di enti statali che guadagnano milioni di euro, la gente non ce la fa ad arrivare a fine mese. Le grandi corporation bancarie fanno tutt’uno con la classe politica e con i sindacati di categoria, con le associazioni di categoria. Diciamo che se fai parte della lobby di potere riesci a sopravvivere in modo egregio, se non sei parte della lobby di potere sei un normale lavoratore che non ce la fa ad arrivare a fine mese, deve lasciare il 50% del suo guadagno a questi signori delle lobby e muore di fame insomma». © RIPRODUZIONE RISERVATA


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In corso d’opera di Marco Milioni da VicenzaPiù.Tv

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he cosa rappresentano le grandi opere nella prospettiva veneta, come si raccordano con il paesaggio e poi come si raccordano con il contesto nazionale e con quello internazionale? Sono una necessità imprescindibile o celano nel loro ventre apMa torbidi? anche petiti soprattutto di che tipo di cultura sono portatrici? Queste sono solo alcune delle domande che come un fiume carsico riemergono dopo la grande manifestazione del 30 novembre scorso, manifestazione contro le grandi opere nel Veneto in cui a Venezia hanno partecipato un paio di migliaia di persone. Protagonista del richiamo è stato don Albino Bizzotto dei Beati Costruttori di Pace che spiega così il suo punto di vista. «Semplicemente che la terra è per vivere non per fare soldi, abbiamo bisogno di bloccare ma bloccare cemento e asfalto, mettiamo in ordine le cose che ci stan dentro, non ci sono i soldi per le alluvioni e le frane e c’è una montagna di soldi soltanto per rovinare il territorio». Si tratta di un orizzonte che però è lontano anni luce dall’establishment politico veneto. Da mesi o meglio da anni la giunta regionale e categorie degli imprenditori ed i cosiddetti poteri forti sostengono che le opere contestate a Venezia costituiscano in realtà lo strumento principe per uscire dalla crisi. In quest’ottica denunciano una cronica carenza infrastrutturale per la regione e di conseguenza che si tratti di Mose, Pedemontana, Nogara Mare, Valdastico Nord Sud e con-

simili si trata sempre di iniziative ben viste. Stampa e tv in particolare danno spazio con regolarità ad una manifestazione di pensiero di questo tipo che sul piano politico, pur con qualche distinguo, vede Pdl Forza Italia, Lega e Pd su un fronte comune. Ma la pensano tutti così? Oscar Mancini volto storico della Cgil veneta nonché di Legambiente ribalta completamente il piano ed elabora una prospettiva de facto opposta. «È una sciagura non solo per l’ambiente, non solo per il paesaggio ma per la stessa economia perché la rendita parassitaria deprime l’economia. Quando le banche investono in autostrade vuol dire che non c’è più il credito per la piccola e media impresa e se vogliamo fare un discorso di occupazione di lavoro per i giovani dobbiamo investire in tante piccole opere». Mancini pone quindi interrogativi concreti che trovano un ulteriore spunto di approfondimento nell’analisi che fa Carlo Costantini, nome noto fra i comitati dell’area polesana. Costantini con un ragionamento non dissimile da quello dello scrittore Renzo Mazzaro identifica un vero e proprio sistema che ha origine nella precedente giunta di centro destra che ha governato il Veneto, la giunta Galan, e che ora si ripresenta con la attuale amministrazione. «Perché le lotte che ci sono nel territorio da parte di comitati, associazioni, gruppi di cittadini sono praticamente infinte e c’è un filo rosso o un filo verde se vogliamo che lega un po’ tutti ed è quello di tutelare la gente veneta dalla devastazione del territorio, dell’ambiente, del lavoro, dei diritti che stanno facendo i gruppi di potere che stanno attorno da un lato alla giunta regionale dall’altro purtroppo anche a molti

/ Oscar Mancini, volto noto della Cgil veneta e di Legambiente

/ La manifestazione del 30 novembre 2013

settori che sono all’interno del governo Letta». Volevo chiederle una cosa, il Veneto sta diventando una sorta di crocevia di interessi, è possibile fare un elenco delle grandi opere che in pancia hanno un polpa consistente a partire dl Mose, dalla Pedemontana com’è che possiamo compilare questo elenco? Quali opere ci sono dentro e più o meno quanto valgono facendo una stima a spanne? «Una stima a spanne potremmo

dire dell’ordine delle decine di miliardi di euro, se noi pensiamo che solo la Orte - Cesena-Ravenna-Mestre è stimata 10 miliardi di euro, la Pedemontana è oltre due miliardi e duecento milioni di euro, la nuova Nogara mare sulla Transpolesana è attorno ai due miliardi di euro, il Mose sono cinque miliardi di euro/sei miliardi ed un’infinità di altre cose di analoghe dimensioni. L’ordine di grandezza è veramente spaventoso, ma l’ordine

di grandezza dell’impatto sull’ambiente, la salute, il paesaggio del Veneto è ancora maggiore di quello economico. È del tutto evidente, Galan lo ha anche scritto, lo ha dichiarato varie volte, le grandi decisioni non si sono mai fatte negli ultimi venti anni nelle sedi istituzionali, si fanno in ristretti circoli magari perfino a cena o a pranzo in qualche ristorante». continua 


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Parlare di grandi opere comunque almeno per il vicentino significa parlare di Pedemontana Veneta, recentemente è stato aggiunto un ulteriore capitolo alla vicenda della Spresiano-Montecchio Maggiore, un’opera, denuncia l’attivista del M5S del Grappa, che oltre a problemi di natura ambientale pone serissimi dubbi sul piano dei costi, a dire dello stesso Celotto decisamente aumentati nel tempo. «Per quanto riguarda la Pedemotana il problema è doppiamente grave nel senso che, come abbiamo anche appreso da Zaia qualche settimana fa, non ci sono nemmeno i soldi per andare avanti con i cantieri tant’è vero che Zaia ha dovuto implorare letteralmente il governo Letta di intervenire di fornire urgentissimamente 62 milioni di euro. Allora noi chiediamo al governatore Zaia nello specifico in questo caso come un’opera che è fatta con il sistema del project financing, quindi dovrebbe essere pagata dalla Sys che è il concessionario, invece venga pagata e deve andare avanti con i soldi pubblici. Noi abbiamo chiesto tante volte attraverso i comitati, attraverso anche parlamentari del M5S, anche il gruppo di Bassano ha chiesto tante volte le carte al commissario Vernizzi riguardanti la Pedemontana, soprattutto la convenzione economica che non ci vengono fornite. Una volta di più noi abbiamo il sospetto che si nasconda una porcata dietro a questo e comunque è un’opera che non sta in piedi». Timori che in attesa che il commissario per la SPV Silvano Vernizzi renda noti i termini dell’accordo pubblico-privato per la Pedemontana vengono ripresi da Massimo Follesa portavoce del Covepa, il comitato che si batte contro l’attuale progetto proprio di Pedemontana. Massimo Follesa alcuni giorni fa il

/ Don Albino Bizzotto, Beati Costruttori di Pace

/ Carlo Costantini

Corriere della Sera pubblica un editoriale di Gian Antonio Stella nel quale si cita un dato preciso della realtà veneta cioè la quantità di territorio cementificato è tre volte tanto quella della media europea, Voi che conoscevate immagino questo dato come però avete accolto questa notizia agganciata per l’ennesima volta in questa maniera? «Innanzitutto le denunce vanno sempre bene ma al momento diciamo di cominciare a fare. Uno dei ragionamenti con cui proseguire l’azione del 30 novembre è sul piano casa, piano casa 3, che è ancora peggiore di tutti gli altri, di fatto esautora il meccanismo di gestione del territorio da parte degli

enti locali dei comuni quindi i più vicini ai cittadini e di conseguenza esautora i cittadini stessi. Gian Antonio Stella nel suo articolo mette in luce un fatto importante ma noi lo conoscevamo da molto tempo, almeno dal 2010 è emerso che nell’alta pianura vicentina quella che ha generato l’alluvione del 2010 la percentuale di cementificazione è 10 volte quella dell’aumento della popolazione, cioè dagli anni 60 ad oggi, la popolazione tra Thiene Breganze Bassano è aumentata del 32% la cementificazione del 320%. È evidente che il piano casa arriva in una situazione del genere è come una bomba atomica». © RIPRODUZIONE RISERVATA

/ Massimo Follesa, CoVePa

/ Francesco Celotto, M5S

/ La manifestazione del 30 novembre 2013


24 gennaio 2014 pag 14

Corruzione al tribunale: voi fallite, noi rubiamo  segue da p. 3

delle imprese di Roma, arbitro di tutte le controversie in materia di proprietà industriale, diritti d'autore, diritto della concorrenza e societario e dei grandi contratti pubblici. Adesso Marvasi deve decidere se obbligare Google a versare al gruppo Fininvest un risarcimento di circa 500 milioni di euro per la violazione dei diritti sui video messi in Rete. Una singolare coincidenza generazionale. Marvasi, insieme al defunto padre Mario, anche lui magistrato romano, è citato negli atti del processo sul Lodo Mondadori come amico di famiglia di Cesare Previti. E oggi il figlio di Previti, Stefano, difende Mediaset in questa causa contro la multinazionale. I verbali della Schettini sono spietati: «L'ambiente alla Fallimentare mi è sempre stato molto ostile perché è durissimo, è atavico. Non ci sono soltanto spartizioni di denaro ma anche viaggi e regali: di tutto di più. Una nomina a commissario giudiziale vale 150 mila euro, pagati al magistrato dal professionista incaricato. Tutti sanno tutto, e nessuno fa niente. Mi sono scontrata in modo violento con Tommaso Marvasi che era il dominus, era di fatto il capo della Fallimentare; l'ha sempre governata, c'è stato dieci anni ma è come se ci fosse stato venti. Un giorno piangendo per quello che mi faceva ho telefonato a Luigi Scotti (ex presidente del tribunale di Roma, ndr.) e mi ha detto: "Marvasi è il capo della cupola"». E prosegue: «Entravo in camera di consiglio e mi diceva "questo si fa fallire e questo non si fa fallire". Venivo messa in minoranza dai colleghi che si erano già accordati su cosa fare. Cercavo di puntare i piedi ma era inutile... C'erano curatori come Federico Di Lauro a cui sono stati liquidati in un procedimento 850 mila euro di compensi, perché era protetto da Marvasi che veniva in udienza a imporre le somme per i suoi amici. Mi opponevo ma ero sempre messa in minoranza». Il pm chiede chi erano gli altri due componenti del collegio: «Pannullo e Deodato o Pannullo e Severini, erano sempre loro. Poi arrivava Marvasi e diceva: "Si deve fare così", e la sua decisione veniva approvata a maggioranza». Ci sono luoghi che ritornano, come i bar di via Ferrari a pochi passi da piazza Mazzini: lì avvenne l'intercettazione del giudice Renato Squillante che nel 1996 fece nascere l'inchiesta Toghe Sporche. E lì continuano a girare le mazzette. «Si sapeva che Deodato per una nomina a commissario giudiziale andava con la valigetta e prendeva 150 mila euro da Staffa (commercialista con studio nella stessa via, ndr.). Il presidente Deodato per ogni nomina si faceva pagare e siccome lui ha dato tre quarti delle nomine allo studio Staffa, lo scambio avveniva nel bar di via Ferrari. Lo sapevano tutti. Lo dicevano chiaramente. La persona che veniva nominata consegnava la valigetta con i soldi al giudice». Antonio Staffa fu arrestato nel 1996 dal pool milanese assieme ad alcuni professionisti vicini a Cesare Previti con l'accusa di avere falsificato una perizia: l'inchiesta fu poi trasferita dalla Cassazione a Perugia e il commercialista prosciolto. Come spesso accade a Roma, ogni

storia porta alla luce ragnatele di interessi e relazioni. «Un giorno mi telefona Franco Frattini dicendomi che un suo amico, Maurizio Bonifati, aveva bisogno di consigli perché aveva la società Mining che stava per fallire. Lo feci venire a casa mia e gli dissi di fare un concordato. Dopo alcuni giorni ero in montagna a sciare e mi chiama il collega Fausto Severini: mi comunica che ero stata sorteggiata come giudice delegato del fallimento della Mining e mi era stato assegnato come curatore l'avvocato Andrea Trecapelli che fa affari con Piercarlo. Sono rimasta impietrita, non so come hanno fatto a fare questo sorteggio... Hanno organizzato il fallimento della Mining a tavolino con creditori fittizi e prestazioni gonfiate. E secondo me mi hanno fatto dare il fallimento perché ero la più cogliona». Diversa la ricostruzione di Piercarlo Rossi davanti ai pm di Perugia: «Nei primi mesi del 2007, la Schettini mi presentò a casa sua l'architetto Maurizio Bonifati, fratello del noto costruttore romano, Enzo Bonifati, che gli era stato presentato da una sua cara amica Stefania La Fauci. Maurizio Bonifati si trovava in una situazione di forte indebitamento dovuta alla crisi intervenuta nel suo gruppo che fa capo alla Mining Italiana, caduta in "pre-fallimentare". L'accordo che raggiunse Bonifati con la Schettini fu quello di impegnarsi a corrispondere una somma di 800 mila euro, attraverso l'insinuazione al passivo di poste creditorie inesistenti, create ad hoc, da iscrivere con un grado privilegiato di primo ordine (ex lavoratori dipendenti), in modo da precedere tutti gli altri creditori. Il mio ruolo sarebbe stato quello di aiutare Schettini e Bonifati proprio nel creare queste pratiche. La società, nel mese di maggio del 2007 fu dichiarata fallita con la nomina di Chiara Schettini a giudice delegato». In pratica, la coppia inventa una serie di ex dipendenti in attesa di stipendio in modo da permettere all'imprenditore di portare via 800 mila euro. E questo in un fallimento - come spiega Rossi - che «riguardava una società che aveva goduto per molti anni di finanziamenti pubblici (ministero dello Sviluppo economico) di quasi 50 milioni, per la ricerca e l'estrazione di oro in diverse miniere all'estero (Africa, Canada, Cuba)». Ogni favore ha un prezzo, in un do ut des che sembra unire tutti i potentati capitolini. Pure Stefania La Fauci, esordio da cantante a Castrocaro, per tre volte a Sanremo senza sfondare, poi conduttrice della "Banda dello Zecchino" su RaiUno e a lungo inviata di "UnoMattina", sarebbe stata premiata per la sua mediazione. Secondo Schettini la cantante è amica di Frattini. Dichiara Rossi: «La Fauci ottenne come sua ricompensa, almeno per quanto mi è noto, l'assunzione quale dipendente di "Risorse per Roma" (società del Comune di Roma, dove Maurizio Bonifati era stato nominato dal sindaco Alemanno amministratore delegato, ndr.): questione poi divenuta di pubblico dominio con lo scandalo delle "50 nuove assunzioni" eseguite dai vertici nominati da Alemanno, tra cui Bonifati». E la Schettini? Nel 2009 è stata accusata di falso e sospesa dal Csm. Ma

non avrebbe rinunciato al suo tornaconto, di grande pregio. «Non essendo più giudice delegato in quanto sospesa, chiese a Bonifati un favore. Bonifati doveva dare un benestare, nella sua qualità di amministratore delegato di "Risorse per Roma", a cedere a un prezzo agevolato un appartamento di proprietà del Comune». Una casa da sogno in piazza Margana, uno degli angoli più suggestivi di Roma a pochi passi dal Campidoglio: 160 metri quadrati all'ultimo piano, con una terrazza a 360 gradi che domina tutto il centro storico «di un valore molto superiore a quello pagato». Riesce infatti a comprarla per 600 mila euro: un affare unico, che gli ha garantito una vista eccezionale per le sue cene mondane. Pure sulla Mining sono state avviate indagini: Maurizio Bonifati è finito sotto processo per truffa aggravata e bancarotta fraudolenta. Ma dallo scorso aprile l'architetto amico di Frattini e Alemanno si è trasferito in Calabria: l'hanno nominato assessore comunale ai Lavori pubblici a Cirò Marina, il cui sindaco è stato eletto con il sostegno del centrosinistra. La vera miniera d'oro però sembrano essere gli uffici del tribunale. La Schettini ricostruisce i flussi di denaro esportati dal suo ex compagno: «Ha un'enorme ricchezza all'estero non soltanto in Svizzera, perché usava Lussemburgo, Cipro, Montecarlo e pure la Cina dove Piercarlo Rossi mi disse che anche Tommaso Marvasi aveva mandato un sacco di soldi». Il canale asiatico sarebbe stato aperto da Di Lauro grazie alla moglie, l'ex modella cinese Dong Mei, condannata lo scorso anno per riciclaggio. Nei verbali non poteva mancare l'ombra della criminalità organizzata. L'ex giudice dichiara che Piercarlo Rossi e i suoi complici «avevano un'associazione con Federico Di Lauro che lavorava anche con la Banda della Magliana», mentre Rossi era «molto agganciato a bande di romeni di Ostia». «Volevo denunciare Di Lauro ma Tommaso Marvasi mi ha bloccata dicendo: "Vuoi che tuo figlio venga gambizzato?", e poi ha aggiunto: "Il padre ha lavorato per Nicoletti. Ma stai scherzando?"». La donna è terrorizzata: «Mi hanno messa alle strette con questa storia della Banda della

Magliana, piangevo ogni giorno, avevo paura per mio figlio. Quando sapranno di questo interrogatorio mi metteranno una bomba». Paure che rievocano un terrore antico: nel 1979 le Brigate Rosse uccisero davanti ai suoi occhi il padre, consigliere provinciale Dc molto discusso per l'attività di avvocato fallimentare ed esecutore di sfratti. La commistione tra piani alti e bassifondi, tra professionisti e banditi è surreale. La Schettini accusa Rossi di avere partecipato persino a una rapina, messa a segno dal muratore Augusto Alfieri, un pregiudicato di Ostia che sarebbe stato inserito come falso consulente in molte liquidazioni, incassando migliaia di euro. «Piercarlo con Augusto era amico e si vantava

ogni tanto di fare qualche rapina insieme. Mi disse:"Sì, una volta ho fatto il palo mentre lui rapinava"». Millanterie da Romanzo Criminale? Rossi non sembrava temere le procure. Secondo l'ex compagna, agli inizi dello scandalo fallimenti «quando gli ho detto di andare a confessare tutto al pm, lui mi ha risposto ridendo: "Ma figurati, mentre i magistrati stanno fino a tarda notte a cercare indizi su di me, io me la spasso a champagne e caviale a Montecarlo"». Ora però il vento potrebbe cambiare. Da Roma a Perugia l'indagine sulle toghe sporche può portare molto in alto. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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VicenzaPiù n.266, 25 gennaio 2014 by Giovanni Coviello - Issuu