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SCANDALO COOPERATIVE SFRUTTI DUE, PAGHI UNO FISCALI
FISCALI
La denuncia di Massimo D’Angelo della Filt Cgil: «Ci sono cooperative spurie, vere “associazioni a delinquere” dove il racket, le truffe, il riciclo di denaro sporco la fanno da padroni, e cooperative “legali” che fanno del caporalato, del dumping salariale e dello sfruttamento senza regole la forma di dominio»
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14 giugno 2013 pag 3
Il Vicenza calcio dei poveri ... creditori. Calciatori pagati, operai e autisti "tagliati" di Giovanni Coviello È quasi un decennio che il Vicenza Calcio arranca economicamente. Dopo la parentesi inglese, che pure sembrava la peggiore nella storia biancorossa, è arrivato tra il suono delle fanfare Sergio Cassingena, vicentino sì ma non troppo, viste le origini, e alla guida di un gruppo che sembrava facesse pomposamente capo alla catena di supermercati Sisa, ma poi nascosto per quanto riguarda l'ignoto padrone reale da finanziarie e fiduciarie varie, caso unico nel calcio professionistico italiano. Dopo balletti complicati e nebulosi al vertice societario tra la famiglia Cassingena, nel frattempo "tagliato" da Sisa, l'imperscrutabile manager Danilo Preto e il dentista Massimo Masolo ora è arrivato come presidente Tiziano Cunico, un po' uomo Sisa, al vertice della sua finanziaria per il centro nord Italia, un po' imprenditore di sale bingo, un po', molto di più, incaricato di fare quello che chi lo ha preceduto mai è riuscito a fare: vendere realmente per trovate quei soldi che il calcio richiede di investire prima di provare a farli. Tanto più, altra anomalia, che il Vicenza Calcio non possiede neanche i campi su cui si allena, per i quali deve un pesante affitto e che
sono di proprietà di un'altra scatola complessa come la River che fa capo al duo Preto Cassingena, salvo errori ed eventuali recenti variazioni societarie. Se si sono rivelati come tentativi di cessione improponibili quelli marcati Massone o ingenui gli altri col brand Dalle Rive ora il possibile sherpa di soldi sarebbe tal Hamdi Mehmeti, uno svizzero il cui cognome lo fa poco simile ad Heidi (ed infatti è di origini kosovare) ma le cui possibilità finanziare non sembrerebbero tali da poter far sognare i tifosi biancorossi se fossero misurate dalla quota del capitale societario che possiede (fonte il GdV del 9 giugno) nelle quattro società con cui opererebbe più da finanziere che da imprenditore. Quattro società con un capitale complessivo di un milione e quattrocentomila franchi svizzeri (poco più di un milione di euro) per giunta possedute in quota parte da Hamdi Mehmeti, se non fossero accompagnate da altri patrimoni, magari personali, dell'aspirante acquirente del vecchio Lane come possono dare non diciamo certezze ma almeno speranze a Cunico, a chi rappresenta e, soprattutto, a chi, i tifosi, da anni meriterebbero miglior sorte. Ma il quadro della trattativa, oltre che dalle reali possibilità finanziarie di Hamdi Mehmeti su cui da tempo è atteso un "rapido" pronunciamento della Banca Popolare di Vicenza, sembra complicato da altre conside-
razioni che sembrerebbe ovvio, oltre che doveroso, fare. Le riduciamo, in questa breve analisi, a due "voci", entrambe con un risvolto economico. Se è vero, come sostiene Tiziano Cunico, che il debito con l'erario di quattro milioni e mezzo di Iva verrà pagato a rate dalla vecchia proprietà, se River rinuncerà ai due milioni di euro che dovrebbe avere per l'uso delle sue strutture (e non si sa quanto chiederà ai nuovi ipotetici proprietari per farle ancora usare), se, se e se ... come sarà realizzabile il progetto finora ventilato? Quello, cioè, di far entrare di fatto formalmente i nuovi soci nella vecchia società, appesantita ancora e anche dal debito milionario con la Popolare di Vicenza e dagli impegni da assolvere in tempi brevi per garanzie bancarie e pagamenti di stipendi ai calciatori, per poi "lasciare" i problemi alla vecchia proprietà di quella che diventerà in sostanza una bad company e far acquisire la maggioranza di una costituenda new company con in dote solo gli colori storici del Lanerossi. La Lega pro da noi interpellata al riguardo ha risposto di fatto così: «i regolamenti non lo consentono». Assodato che il progetto sarebbe inattuabile dal punto di vista strettamente regolamentare, salvo che non esista una qualche diversa ipotesi di ingegneria societaria nella selva già intricata dell'attuale proprietà, qualcuno si è posto un altro problema?
Il pullman Zanconato lascia il Menti per una trasferta Se pure fosse possibile in qualche modo la cessione (e senza chiedersi dove sarebbe l'interesse di Hamdi Mehmeti a tuffarsi in Lega Pro col Vicenza Calcio, neanche fosse un super e ricco tifoso vicentino lui che è svizzero-kosovaro), trovato l'accomodamento con l'erario e, in qualche modo, con la Popolare di Gianni Zonin, i cui crediti sarebbero garantiti da proprietà reali, e pagati in toto i calciatori e i tesserati, che fine farebbe un gruppetto di creditori, che si sono occupati per anni delle trasferte della squadra, come la Zanconato di Arzignano, delle pulizie dello stadio, come la Helyos di Barbarano, della cura del prato di Isola Vicentina e di qualcos'altro. Il loro credito ulteriore complessivo supererebbe il milione di euro. Le tre (o quattro) aziende più esposte, oltre ai vari piccoli creditori, se non ricevessero in parte o in toto quanto
vantato grazie ad anni di servizi prestati e da loro pagati ai loro dipendenti, riuscirebbero ad assorbire il colpo o entrerebbero in crisi con gravi implicazioni per i loro lavoratori, che, per far pagare i vecchi e i futuri giocatori biancorossi, potrebbero perdere il loro lavoro? Se lo chieda Cunico, se non se lo è già chiesto, lo chieda alla vecchia proprietà, di cui fa parte, e nelle sue trattative per "salvare" il Vicenza Calcio si occupi anche di queste aziende e dei loro dipendenti. Per non far pensare che non voglia salvare il Vicenza Calcio, ma che abbia soprattutto l'obiettivo di tutelare i vecchi proprietari. Dando il vecchio e glorioso Lane al "povero" signor Hamdi Mehmeti di turno, cancellando debiti, sogni e famiglie.
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Il Giornale di Vicenza ha perso 78.000 lettori al giorno. Variati e Aim ora sanno. Con la Cgil (g.c.) Non si arresta il crollo della stampa quotidiana quando questa non trova a sua difesa una peculiarità, che sia il prestigio per testate come La Repubblica, Il Corriere della Seta e Il Sole 24 Ore, la spregiudicatezza nella denuncia per giornali come Il Fatto o lo "snobismo" di Libero. Non basta più essere da una parte, come Il Giornale della famiglia Berlusconi, per sopravvivere alla perdita di copie, e quindi di pubblicità, ma talvolta aiuta essere il giornale locale di riferimento, come Il Messaggero di Roma. Non sta a noi inserire in una delle precedenti, schematiche, categorie Il Giornale di Vicenza, ma gli ultimi dati ufficiali delle vendite, quelli di Ads per giunta costruiti sulle dichiarazioni degli stessi editori, registrano un'ulteriore caduta nelle sue vendite giornaliere che passano dalle 32.083 copie di febbraio alle 31.634 di marzo, incluse le oltre 2.000 di "vendite speciali", dati comunque lontanissimi dalle oltre 40.000 copie su cui veleggiava il giornale degli industriali fino a qualche tempo fa. Ma se i dati di vendita giornaliera del giornale di Vicenza piangono così come quelli della diffusione media,
Il Giornale di Vicenza a tarda sera in un dispenser di un supermercato
che include gli abbonamenti, qualche migliaio a vario titolo e tra i quali quelli online superano di poco i 600 a conferma di un lettore mediamente "vecchio", risulta disastroso, a dire anche dei vecchi giornalisti, il dato dei lettori medi, che dà una misura di quanti, inclusi i compratori, leggono il quotidiano di via Fermi e, quindi, del "peso" sul territorio della sua informazione. Se il quotidiano di Ario Gervasutti nella sua stessa pubblicità per "promuovere" le sue pagine come veicolo promozionale per le elezioni politiche citava un (vec-
chio) dato sulla media dei lettori giornalieri: erano 305.000 nel (lontano) primo trimestre 2012 (Audipress I 2012). Usiamo quel dato, trionfale, citato a febbraio 2013 dal GdV stesso, che aveva, ops, dimenticato che per Audipress II (secondo trimestre 2012) i lettori medi erano scesi a 260.000, crollando, quindi, a 243.000 nella rilevazione successiva. Le montagne russe a direzione unica, la discesa, si sono fermate lì? No, Prima comunicazione, l'organo che pubblica su carta e su web i dati ufficiali sulla stampa, ha fissato il nuovo record negativo a 227.000 lettori nel giorno medio, 78.000 in meno di un anno fa. E il crollo della pubblicità, immaginabile nei prezzi, visibile sfogliando il giornale, arriva di conseguenza. A Vicenza non se ne sono accorti in due. Variati e la sua Aim. Ma se il nostro sindaco è stato liberamente finanziato da privati consenzienti, i cittadini proprietari di Aim, tra cui il sindaco loro rappresentante, ora hanno un'altra domanda da fare al suo management: «almeno pagate meno del 2012 la pubblicità che ogni giorno leggono 78.000 vicentini in meno?». E i tes-
serati della Cgil di Vicenza possono fare ora la stessa domanda al sindacato supermercato. Delle varie dichiarazioni fiscali che pubblicizza con assiduità degna di miglior causa e per le quali la paga quel governo di fronte al quale dovrebbe tutelare i lavoratori ... Ci aspettiamo critiche per quello che abbiamo appena scritto, ma le
critiche agli sprechi pubblici e parapubblici fanno parte del nostro Dna. Che difendiamo dall'attacco dei virus del conformismo e dell'assuefazione informando e pagando di tasca nostra per questo. Perciò ci leggono quelli che ci leggono. Sempre di più.
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Giornale chiuso in redazione alle ore 10.00 di mercoledì 12 giugno 2013 Tiratura: 12.000 copie
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I consiglieri, la pianta di sala Bernarda quartiere per quartiere A
l termine dei lunghi conteggi bis dell’ufficio elettorale del Comune di Vicenza per mettere la parola fine sulla regolarità delle preferenze, la situazione in sala Bernarda a due settimane dal voto sembra finalmente stabilizzata, dopo le nomine degli assessori, gli errori nell’attribuzione degli scranni e le dimissioni di Giovanni Giuliari per protesta. La mappa con i 32 rappresentanti dei cittadini di Vicenza che occuperanno le sedie in consiglio comunale è, così, definitiva, a meno di altre clamorose defezioni. Ora perciò è interessante andare ad analizzare la dislocazione nel territorio vicentino dei consiglieri che nei prossimi cinque anni decideranno le sorti della città di Vicenza, per capire quali sono i quartieri e le zone della città maggiormente rappresentate dopo il risultato delle urne. Centro storico. È la zona di Vicenza più rappresentata sia per la densità di abitanti che per la sua estensione di territorio che va da corso San Felice a Corso Padova, da San Marco alle Barche. In quello che fino a pochi anni fa era un fortino sicuro di voti per il centrodestra è significativo notare dalla lista dei nomi come la truppa di eletti del Partito Democratico sia nettamente la più nutrita e come proprio in centro, la parte più “vecchia” della città, ci sia anche il più giovane consigliere che siederà in sala Bernarda, Stefano Dal Pra (nato a ottobre del 1991). Da notare anche la presenza delle due ex candidate sindaco di Movimento 5 Stelle e Sinistra Ecologia Libertà, Liliana Zaltron e Valentina Dovigo. Raffaele Colombara (L. Variati); Michele Dalla Negra (Pdl); Stefano Dal Pra (Pd); Valentina Dovigo (lista Dovigo); Federico Formisano (Pd); Giacomo Possamai (Pd); Giancarlo Pesce (Pd); Liliana Zaltron (M5S). Riviera Berica. La Riviera Berica è la zona di Manuela Dal Lago, l’ex candidata sindaco principale avversaria di Achille Variati e di Paola Bastianello la più votata della Lega Nord con 140 preferenze. Paola Bastianello (Lega); Manuela Dal Lago (L. Dal Lago); Daniele Ferrarin (M5S); Benedetta Miniutti (L. Variati); Valter Bettiato Fava (Pd) San Pio X. La zona est della città, quella con il maggior numero di stranieri residenti, porta in consiglio anche Tommaso Ruggeri ex assessore nell’ultima giunta Variati e a lungo in bilico tra accettare il voto degli elettori in aula o “restituirlo” dimettendosi per esprimere
Montepremi complessivo indicativo euro 85.575,35. Regolamento c/o direzione Centro Acquisti Le Piramidi. 1° estrazione entro il 23/08/2013. 2° estrazione entro il 10/11/2013. Le immagini dei premi sono indicative. Immatricolazioni scooter, IPT e messa su strada auto a carico dei vincitori. *Scontrino unico. **1 punto per ogni euro di spesa.
di Edoardo Andrein
il suo dissenso a Variati per la mancata conferma assessorile. Eugenio Capitanio (Pd); Tommaso Ruggeri (L. Variati); Lucio Zoppello (Pdl) Santa Bertilla. Nella parrocchia di Santa Bertilla, con le vicine zone di San Giuseppe e Mercato Nuovo, hanno votato in gran maggioranza (556) per il secondo più giovane consigliere che siederà in sala Bernarda, Bianca Ambrosini del Partito Democratico, e Lorella Baccarin, la sorpresa della lista Variati per numero di preferenze al suo secondo mandato. Bianca Ambrosini (Pd); Lorella Baccarin (L. Variati) Anconetta. La zona della ex circoscrizione 4 ha portato in consiglio Roberto Cattaneo il più votato (352) del Popolo della Libertà, oltre all’ex berlatiano dissidente ed ex capogruppo del Pdl Francesco Rucco candidato ed eletto con la lista civica Dal Lago. Roberto Cattaneo (Pdl); Michele Guarda (Udc); Francesco Rucco (lista Dal Lago) San Lazzaro. È il territorio del vulcanico Claudio Cicero che alle ultime lezioni, pur ottenendo un risultato al di sotto delle attese anche per la ridotta visibilità mediatica “decretata” dalla sua estromissione dalla giunta per la nota, strumentale, vicenda del calendario mussoliniano, si è garantito comunque il suo posto in sala Bernarda.
Claudio Cicero (L. Cicero); Alessandra Marobin (Pd) San Paolo. Il cuore sportivo della città (che può vantarsi di avere a palazzo Trissino ben due assessori, uno di spicco come Antonio Dalla Pozza e l’altro col volto emergente di Cristina Balbi) fino a pochi giorni dalla convocazione del primo consiglio comunale sembrava aver eletto, oltre ai due “promossi”, il solo Sandro Pupillo; poi grazie al nuovo conteggio degli addetti comunali è entrata in consiglio anche la giovane Silvia Dalle Rive classe 1990. Sandro Pupillo (L. Variati); Silvia Dalle Rive (Pd) Villaggio del Sole. Il quartiere più innovativo della città negli anni ’60, per la sua conformazione urbana, è la zona del primo gay dichiarato, come riportato in anteprima da VicenzaPiu.com, che entra nel consiglio comunale di Vicenza. Everardo Dal Maso (L. Variati) Periferia. Tra le frazioni limitrofe alla cintura cittadina saranno rappresentate le Maddalene con Renato Vivian del Partito Democratico, che prende il posto lasciato vacante, suo malgrado, dal “dissidente” Sandro Guaiti, mentre a rappresentare la frazione di Polegge ci sarà Giampaolo Giacon della lista Variati. Renato Vivian (Pd); Giampaolo Giacon (L. Variati)
Sala Bernarda in attesa dei nuovi ospiti Fuori città. Abitano nei Comuni confinanti alla città di Vicenza Gioia Baggio (lista Dal Lago), la consigliera ritratta nella foto pubblicata in anteprima da VicenzaPiu.com in cui fa, lei poi ha detto che era una goliardata, il saluto fascista vestita con un grembiule con l’immagine di Benito Mussolini; poi Dino Nani l’altro eletto della lista civica Dal Lago, l’ex assessore del Psi nella passata giunta Ennio Tosetto e Monica De Bortoli (lista civica Variati) che dopo essere stata ripescata ed esclusa nel giro di pochi giorni, rientrerà al posto del dimissionario Giovanni Giuliari. Gioia Baggio e Dino Nani (lista Dal Lago); Ennio Tosetto (Pd); Monica De Bortoli (L. Variati)
Quartieri “esclusi”. Da notare in conclusione come restino fuori da palazzo Trissino quartieri importanti e popolosi come Laghetto, senza il “bocciato” Ciro Asproso di Sel e i Ferrovieri, oltre a una zona in espansione come San Francesco (Parco Città). Il caso dei Ferrovieri è veramente singolare: all’inizio sembrava rischiasse di restare escluso, ma il gioco delle nomine degli assessori aveva fatto subentrare Lorenza Rizzini una militante di lungo corso del Partito Democratico, estromessa infine in extremis a favore della già citata Silvia Dalle Rive. Senza rappresentanti anche le frazioni di Bertesina e Casale. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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14 giugno 2013 pag 5
La cultura del rispetto di Alessandro Betto
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ono passati ormai più di vent’anni da quando un giovanissimo Zucchero cantava con voce blues che “non c’è più rispetto”. Dev’essere un po’ come le mezze stagioni, una di quelle cose di cui tutti parlano al passato come se fossero privilegi
La copertina del disco di Zucchero, Rispetto
esclusivi delle generazioni andate, irrimediabilmente compromessi dall’evoluzione della società e dalla follia meteorologica. Se, per quanto concerne il meteo, solo alcune colpe possono essere attribuite ad una mancata attenzione per quanto ci circonda, non credo però si possa fare altrettanto con ciò che riguarda così da vicino l’educazione (o la mancanza di questa) nelle persone che compongono la nostra società. La percezione di una generale mancanza di attenzione nei confronti di chi ci circonda è, a mio modo di vedere, sintomo ed al tempo stesso risultato di una situazione sociale complessa, in bilico tra crisi economica e confronto diretto di culture e valori che, solo venti anni fa, erano lontani dalla odierna quotidianità. Il sistema di valori del “chi urla più forte ha ragione” è probabilmente parte dell’essere italiano ma lo è anche la creatività e l’originalità, la fantasia e quella “diversità” che rende unici e riconoscibili alcuni grandi personaggi di tutti i tempi. Spesso quindi mi chiedo se percepiamo tutti allo stesso modo questa mancanza di rispetto, come un’invasione del proprio spazio
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interiore per limitare il nostro io. Ogni essere ritiene i propri “valori” quelli universalmente corretti, gli unici che valga la pena difendere e preservare. Sembra quasi che ci sia una verità oggettiva, un unico metro sul quale si misura tutto, scordandosi spesso che se noi misuriamo in centimetri, c’è chi misura in pollici. Certamente è mentalmente più faticoso tenere la mente
aperta e cercare di capire e interpretare ciò che ci circonda confrontandosi, invece che incasellare tutto in comparti prestabiliti, ma è anche un allenamento che aiuta a prevenire l’invecchiamento precoce dei neuroni. Ed il rispetto? Forse è un sinonimo della capacità di elaborare, del tentativo di comprendere, anche quando poi si è in disaccordo. Con un’ana-
lisi più attenta spesso si riesce a comprendere il ragionamento che sta dietro alla provocazione e quindi, con rispetto, controbattere adeguatamente. Personalmente penso che continuerò nel tentativo di tenere i miei neuroni attivi perché ritengo sia mortalmente noioso discutere di mezze stagioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Sì lo voglio di Emilia Raro
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a scure della crisi si è abbattuta anche sulla mia famiglia ed in questi giorni mi risuona in testa una frase: “in salute ed in malattia, ricchezza e povertà”... E mi sono chiesta quale sarà mai la differenza tra noi e “loro”, quella che impedisce a noi di formalizzare quello che siamo: una coppia di coniugi. Quando il tuo posto di lavoro è a rischio e lo stipendio diminuisce e tutto il menage famigliare traballa, il mutuo, le rate, i sogni, tutto si ammanta di nubi. Essere in due, sapere di poter contare l’una sull’altra aiuta a vedere un po’ meno nero. Però sono anche momenti in cui pensi forse di più, e pensi al futuro, e pensi alla pensione, alla vecchiaia. E ti chiedi: se dovessi star male, se mi succedesse
qualcosa… ti preoccupi per chi ti è accanto da una vita. Pensi a come tutelare i suoi diritti, a lasciare le cose a posto. Ti inventi mille artifici per fare quello che è giusto, perché la tua famiglia non esiste, e lo senti come una ferita: vedere riconosciuti i diritti basilari per la tua famiglia non è possibile, non è previsto dalla legge. Tu non potrai lasciare nulla dei tuoi beni senza dover fare testamento, non potrai lasciare la tua pensione al tuo coniuge. Se dovessi aver bisogno di assistenza in ospedale potresti veder negato il tuo diritto ad avere accanto chi ami. Mi chiedo quale sia questa differenza tra noi e “loro”, perché proviamo le stesse cose, sogniamo le stesse cose, speriamo le stesse cose. Dare a tutti gli stessi diritti non li leva a chi ne ha già. Tutti deprechiamo questo nuovo stato di precarietà del lavoro eppure ancora troppi non si indignano per chi vive il precariato
della propria famiglia. Dubito che chi si sposa lo faccio pensando alla definizione ufficiale di questo rito… Lo si fa per amore, per i sogni condivisi. E allora dove sarà mai questa differenza tra noi e “loro”? Penso al passato e immagino i primi matrimoni misti, quando non era consentito ai bianchi e ai neri di sposarsi e si gridava allo scandalo perché questo avrebbe generato la deriva ignobile dei costumi, avrebbe sfaldato lo stato sociale. E non era poi tanto tempo fa. Eppure la società civile lottò per queste coppie, lottò e si vinse. Ecco, a questo penso in questi giorni incerti, a questo sogno: che ancora una volta la società civile vinca sul pregiudizio, sulla grettezza, e che anch’io potrò un giorno dire “sì, lo voglio”. Perché è l’amore che crea una famiglia, tutte le famiglie.
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14 giugno 2013 pag 6
La giungla delle cooperative La denuncia di Massimo D’Angelo della Filt Cgil: «Ci sono cooperative spurie, vere "associazioni a delinquere” dove il racket, le truffe, il riciclo di denaro sporco la fanno da padroni, e cooperative "legali" che fanno del caporalato, del dumping salariale e dello sfruttamento senza regole la forma di dominio»
di Giovanni Coviello
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a tempo VicenzaPiù sta affrontando le problematiche connesse con la “finta” cooperazione sia seguendo casi specifici, come tempo fa quello della Mirror al Comune di Vicenza (risolto?) e ora quello della Sorgente con la “collegata” Transporter, tutte coop veronesi come la Mirror, al centro di distribuzione dei discount Prix, sia inquadrandoli nel loro contesto più ampio grazie ad interventi qualificati, come in passato anche quello di dirigenti LegaCoop. Se oggi diamo voce a un “cappello” introduttivo di Massimo d’Angelo, battagliero sindacalista della Filt Cgil, è nostra intenzione nei prossimi numeri e sui nostri quotidiani web approfondire l’argomento anche con la committenza pubblica, talvolta così apparentemente impreparata nella valutazione delle troppo basse “offerte al ribasso”, suggeriscono molti esperti del settore, da rischiare
di apparire collusa. E poi parleremo anche con le cooperative “serie” e con aziende, come le vicentine Helios e la Solaris Puliemme che subiscono la concorrenza sleale di «chi non rispetta le regole», ci hanno detto all’unisono i loro due amministratori, Marcello Taglialegne e Radames Golin, «sfruttando i lavoratori» sottolinea D’Angelo. Che premette: «In Italia le cooperative sono 151mila (ultimo rapporto di Unioncamere). I lavoratori di questo settore nove volte su dieci hanno solo "doveri" e zero "diritti". Sono l'ultimo anello della catena e la grande distribuzione, le multinazionali e i padroni di ogni risma approfittano della precarietà dei loro "contratti" - bassi salari, turni massacranti, carichi di lavoro insostenibili, buste paga sbagliate, ricatti.. .ecc. - per massimizzare i profitti delle loro imprese.». Quella che da tempo sta apparendo ai nostri occhi è una giungla, diciamo a D’Angelo nella sua isolata sede sindacale in Stazione dove la sera teme per se stesso quando ne esce, e lui annuisce: «è una giungla costituita da cooperative spurie, vere
"associazioni a delinquere” dove il racket, le truffe, il riciclo di denaro sporco la fanno da padroni, e da cooperative "legali" che fanno del caporalato, del dumping salariale e dello sfruttamento senza regole la forma di dominio. Questa è la condizione di chi lavora come socio cooperatore, ma questa è la condizione in cui gli "imprenditori" ci vorrebbero tutti.». Da anni i sindacati chiedono, almeno ufficialmente, di aumentare le tutele ed estendere i diritti normativi ed economici a tutti i soci cooperatori delle cooperative del facchinaggio e della logistica, attraverso l'applicazione dei Contratti Nazionali di Lavoro a un settore che coinvolge migliaia di soci cooperatori. Il responsabile di settore della Filt Cgil di Vicenza, che è stato per due volte segretario di categoria e poi ha continuato la sua battaglia sul campo non derogando alla regola che in Cgil vincola a due i mandati di vertice, anche se potevano essere superati “cambiando” categoria, cosa che non è nel Dna di D’Angelo, ribadisce «la necessità di legalità e di rispetto delle regole. Già oggi i
lavoratori di queste Cooperative sono sottoposti a condizioni di lavoro precario e insicuro, e a retribuzioni da fame. Abbiamo constatato che in questa Provincia la "forma cooperativa" è utilizzata come forma di impresa più … efficiente, grazie alla quale si riescono ad eludere vincoli contrattuali e/o legislativi, ovvero i diritti consolidati in decenni di lotta dei lavoratori.». A peggiorare la situazione, è indubbio, c’è ora una crisi produttiva e occupazionale, senza precedenti, che, dice il dipendente delle Ferrovie dello Stato, «induce la committenza a cercare benefici per se stessa indicendo appalti al massimo ribasso e le cooperative ad una competizione ad ogni (sotto)costo pur di accaparrarsi un appalto tagliando diritti e salario ai propri soci». Le cooperative erano nate per tutelare e far crescere i lavoratori, portati ad essere imprenditori di se stessi, ma l’aumento preoccupante di rapporti di lavoro instabili, del mancato rispetto dei contratti e dei diritti dei lavoratori «non solo sta drogando il mercato uccidendo anche aziende e cooperative sane,
Massimo D’Angelo
ma sta anche portando i soci lavoratori, che spesso neanche sanno cosa voglia dire essere soci, a fare di se stessi una merce, un oggetto da utilizzare a discrezione di qualcuno.», questo il grido di allarme di Massimo D’Angelo che raccogliamo per trasferirlo a chi ci legge, committenza pubblica e sindacati inclusi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Ferron della Fiom spiega i fatti “Valbruna”. Ma Bocchese del Cub rincara la dose (g.c.) Secondo quanto sostiene Maurizio Ferron, segretario della Federazione Italiana Operai Metamelcanici (Fiom) di Vicenza, quella delle acciaierie Valbruna, a gennaio, è stata una comunicazione che è arrivata come un lampo a ciel sereno, inaspettata. Dei 52 licenziamenti comunicati, infatti, non si era avuto sentore nel mese precedente, né ci si aspettava che arrivassero con l'anno nuovo. E invece eccoli lì, 52 operai potrebbero prendere il posto nei quattro mesi che vanno grosso modo dal 22 aprile al 22 agosto 2013. Il numero, però, andrebbe scisso in 42+10. La situazione dei 42 operai, spiega sempre Ferron, è la seguente: sarebbero persone - delle quali non si conosce precisamente l'identità, lamentano sia la Fiom che il Comitato Unitario di Base (Cub) - che accettano di lasciare anzi tempo il proprio lavoro dietro il pagamento di alcuni incentivi e dietro il rilascio di una indennità il cui ammontare e i cui limiti cronologici dipendono dall'età del lavoratore e dagli anni di tempo - generalmente due o tre, in questi casi - che li separano dal normale pensionamento. È comunque una scelta del singolo lavoratore su cui la dirigenza delle acciaierie si sarebbe dimostrata, durante gli incontri con i sindacati interni al-
Manifestazione alla Valbruna l'azienda stessa, disponibile a trattare.Laddove invece la flessibilità pare sia venuta meno è il caso dei dieci, i dieci cosiddetti «della squadretta». La squadra del Minuto Mantenimento è un piccolo nucleo di operai, il cui numero è variato nel corso del tempo, che da due o tre anni a questa parte si occupa di piccoli lavori non qualificati, svolti da ognuno secondo le proprie possibilità: a farne parte infatti, dice Ferron, dovrebbero essere elementi che hanno avuto infortuni di diversa entità. Nel tempo però la squadretta sarebbe diventata una specie di gruppo in cui confinare gli elementi che per qualche motivo sono poco
desiderati. Nel gennaio 2013, senza preavviso, parte la procedura di mobilità per i 52: trattabile per i 42, non trattabile per i 10. Iniziano quindi le trattative tra dirigenza e sindacati - e qui per sindacati si intendono Rappresentanze Sindacali Unitarie (Rsu), Federazione Italiana Metalmeccanici (Fim), Federazione Italiana Operai Metalmeccanici (Fiom), Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici (Uim) - trattative prima interne all'azienda, poi mediate dalla provincia, e ovviamente i dieci della squadretta sono al centro della trattativa. Il 22 aprile tutto si risolve con un fallimento degli accordi, il primo su
casi del genere che Ferron ricordi: non rimangono che le dimostrazioni e le proteste. Proteste e presidi che vengono portati avanti da un lato dalle sigle già dette, dall'altro dal Cub, che organizza sue proprie iniziative e distribuisce suoi propri volantini in cui accusa gli altri sindacati di non aver tutelato a sufficienza i diritti dei lavoratori. A una di queste iniziative, il presidio ai cancelli della Valbruna del 24 maggio, il Cub annuncia che hanno partecipato anche elementi della Fiom - solo della Fiom - dello stabilimento Ferrari di Maranello, provincia di Modena. La Fiom ribatte con un comunicato in cui non autorizza a fare il proprio nome per quel presidio. Intervistato anche lui da Vicenza Più, Riccardo Bocchese, segretario del Cub di Vicenza, sostiene che anche se il suo sindacato non è ancora presente al pari di altri tra gli operai delle acciaierie Valbruna, negli ultimi tempi si sta comunque facendo largo, forte delle deleghe dei lavoratori. Il presidio oggetto delle accuse è stato appoggiato, aggiunge, dal coordinamento No Austerity, «trasversale a tutti i sindacati che ritengono necessario unirsi». Un punto in cui sia Ferron sia Bocchese sembrano essere d'accordo è il valore da dare alla causa dei dieci
Riccardo Bocchese, Cub Vicenza della squadretta, ben più generale di questo piccolo numero: «Io penso sia necessario che l'azienda retroceda - dice Bocchese -. L'attacco non è rivolto a pochi, ma è un attacco a tutti. L'azienda non può permettersi di licenziare scegliendo. Cosa ne sarà delle aziende non sindacalizzate? Tutti i sindacati devono partecipare». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Maurizio Ferron, Fiom Cgil, a destra
14 giugno 2013
pag
7
Lavoratori Transporter Prix, D'Angelo: accordo sì e no. Ma è scandalo cooperative di Giovanni Coviello
È
nota, tristemente, la vicenda dei 32 operai, di cui 4 italiani, che lavorano alla logistica (facchinaggio, ndr) del magazzino centrale dei discount Prix a Grisignano e che lamentano, oltre al ritardo nei pagamenti da parte della cooperativa veronese, nata da poco e che fa riferimento al consorzio La Sorgente, anche una serie, dicono, di inadempienze contrattuali che li hanno portati a uno sciopero che ha bloccato le consegne del fresco ai vari supermercati della famiglia Fosser (nella foto operai della Transporter in sciopero davanti al magazzino Prix a Grisignano: D'angelo è il secondo da sx). Dopo lo sciopero, di cui solo VicenzaPiu.com e VicenzaPiù hanno dato notizia ed esaminato cause e implicazioni nel silenzio anche delle cooperative interessate, prima la proprietà di Prix, che dovrebbe chiedersi fino a che punto si può puntare ad abbassare i costi delle lavorazioni esterne senza porsi il problema di chi, i lavoratori, paga quell'abbassamento, poi la cooperativa hanno ricevuto la rappresentanza dei lavoratori che in numero crescente, lasciando la Uiltrasporti, si sono affidati alla Filt Cgil. E il suo responsabile per il settore, Massimo D 'Angelo, che più volte ha lamentato con noi la "morbidezza" di certi sindacati nei confronti di fenomeni ricorrenti di sfruttamento dei lavoratori da parte di cooperative che tali sono solo di nome, martedì 4 giugno, con i rappresentanti eletti dei lavoratori ha raggiunto un qualche accordo anche se precisa subito
che «non è un accordo, è un verbale, ancora non sottoscritto dalla Transporter. Noi abbiamo fatto una richiesta di incontro come Filt Cgil, insieme ai delegati ci siamo incontrati ieri presso la sede di Verona in via Fermi della Sorgente, il consorzio presso il quale ha sede anche la cooperativa Transporter. Lì abbiamo manifestato tutte le problematiche che sono quelle, le dico in maniera semplificativa, dello straordinario del sabato, che non veniva pagato con la quota contrattuale del 50% in più del salario orario ordinario, e poi degli straordinari oltre la trentanovesima ora che non si riusciva a capire con quale modalità venivano gestiti. Abbiamo chiarito che gli straordinari vanno pagati il 30% in più delle ore contrattuali. C'è un punto che resta un po' ... ibrido, quello della paga oraria contrattuale che loro della Transporter ancora applicano. Diciamo che non si sono adeguati al rinnovo contrattuale, agli ultimi due aumenti del rinnovo contrattuale e lì c'è una disquisizione in atto. Noi abbiamo chiesto che si adeguino. Quindi sulla paga oraria inferiore e su altre questioni come la sicurezza sul lavoro, la fornitura del vestiario antinfortunistico, l'efficientamento della struttura dei muletti, l'organizzazione del lavoro apriremo un tavolo, che noi abbiamo chiesto al più presto, entro la prossima settimana. Spero per trovare una soluzione, però diciamo che si è aperto un dialogo. Quello finale è, quindi, un verbale di incontro, non è un ancora accordo, attenzione».. C'era anche l'altro sindacato o solo la Filt Cgil? No, non c'era l'altro sindacato perché la richiesta era stata fatta dalla Filt Cgil. Noi non vogliamo tavoli separati, nel senso che se ci sono altre organizzazioni sindacali che si vogliono sedere
al tavolo ben vengano, poi deve essere in qualche modo la Sorgente o chi per lei ad aprire i tavoli unitari. Noi siamo andati avanti con le richieste perché la situazione era diventata insostenibile, abbiamo eletto i nostri delegati, abbiamo chiesto il tavolo e ci siamo seduti. Ecco l'impegno loro, della cooperativa interessata, lo abbiamo scritto nel verbale, ma scritto noi attenzione, discusso il verbale non è stato sottoscritto né firmato dalla Transporter. Loro hanno detto che pagheranno gli straordinari con 50% in più, che controlleranno le ore di straordinario e pagheranno tutto il pregresso dall'atto dell'assunzione. Quindi questo impegno c'è. Il verbale è stato firmato dalla cooperativa o solo solo da voi? Il verbale non è stato sottoscritto, non hanno voluto firmare nessun verbale d'incontro cosa che si fa, invece, normalmente dopo gli incontri. Comunque noi abbiamo fatto un comunicato ai lavoratori, lo abbiamo inviato con tutto ciò che è stato detto e con tutti gli impegni, sia pure solo verbali, che hanno preso Ma perché non viene firmato il verbale? È prassi firmarlo o è prassi non firmarlo? La prassi, quando si fa un incontro, è stilare si un verbale e normalmente si firma tra le parti sociali, tra le parti sedute a quel tavolo, parte sindacale e parte datoriale anche perché un verbale, ciò che viene scritto resta, gli impegni sono quelli quindi non sono parole ma sono anche scritti che restano, che ci servono anche per andare a rimembrare nel momento in cui magari li andiamo a ripescare per vedere. Abbiamo scritto tutto quello che abbiamo discusso, c'erano i tre delegati nostri quindi l'impegno c'è stato. Loro con la busta paga di giugno pagheranno tutto il pregresso delle ore straordinarie non
Operai della Transporter in sciopero davanti al magazzino Prix a Grisignano (D'angelo è il secondo da sx) retribuite nella giusta modalità e così faranno per quelle dei giorni di sabato lavorati. Apriremo il tavolo la prossima settimana e lì il punto fondamentale che resta è la questione della paga oraria. Il contratto che si applica è quello delle merci e della logistica, il cui rinnovo risale a più di un anno fa. Loro praticamente non hanno adeguato la paga salariale all'ultimo aumento. Chi c'era per la Transporter? Per la Transporter c'era la responsabile delle relazioni sindacali, Rosalia Campareri, che era assistita da un consulente del lavoro Dei lavoratori una buona parte fa parte della Cgil o sono rimasti con la Uil? Da noi sono passati una buona parte di soci cooperatori, si sono iscritti e quindi noi ora abbiamo la rappresentatività, abbiamo le deleghe, abbiamo insomma un bel po' di iscritti. Abbiamo eletto i nostri delegati quindi non potevano fare a meno di convocarci. Ma se alla Transporter un contatto almeno c'è stato, Massimo D'Angelo lancia un grido d'allarme: «sarebbe ora che voi di VicenzaPiù e noi non rimanessimo soli a denunciare certe situazioni, lo scriva pure. Perché noi stiamo subendo delle attività antisindacali forti. Noi ad esempio siamo entrati l'altro giorno a fare un'assemblea in Saint Gobain a Lonigo che è una delle sedi di una multinazionale notissima. L'abbiamo fatta con i soci cooperatori dell'Eurocoop fuori dall'orario
di lavoro e a loro è, subito, arrivata una lettera di contestazione per essere entrati nei locali della Saint Gobain ... non autorizzati. Saint Gobain è una multinazionale ... Però siamo entrati col sindacato, lì ci sono più cooperative, noi abbiamo fatto un'assemblea con Eurocoop. Si sa bene come pagano lì, noi non riusciamo a venirne fuori, bisogna parlarne!» Di cooperative e di collusione con lo sfruttamento. Noi lo stiamo facendo da tempo denunciando il sistema delle cooperative, anomale a dir poco (c'è ancora ad esempio la Mirror in Comune a Vicenza? E nel nuovo tribunale anche?), e certe troppo diffuse connivenze di sindacalisti, anche ai vertici confederali locali (che strada hanno preso i bonifici a dirigenti Uil estorti ad aziende sulla pelle dei lavoratori?). Sono sindacalisti veri quelli come D'Angelo o quelli che, nel migliore dei casi, difendono solo i propri privilegi dando ragione al collega de L'Espresso Stefano Livadiotti che nel suo famoso "L'altra casta" già nel 2008 scriveva così: «la sola Cgil ha un giro d'affari valutato in un miliardo di euro. I delegati delle tre centrali sindacali sono 700.000, sei volte più dei carabinieri. I loro permessi equivalgono a un milione di giornate lavorative al mese. E costano al sistemapaese un miliardo e 854 milioni di euro l'anno.» © RIPRODUZIONE RISERVATA
Imprese artigiane: Vicenza resiste, ma il Veneto soffre di Martina Lucchin
L
e imprese italiane hanno registrato nel primo trimestre 2013 il peggior tasso di crescita dal 2004. E secondo Unioncamere, l’ente pubblico che unisce e rappresenta le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, la flessione più negativa si registra nel Nordest e nel settore dell’artigianato. In questo scenario dalle tinte alquanto fosche le imprese artigiane di Vicenza, certo non se la passano bene, ma riescono ad incassare meglio i colpi della crisi economica che sta investendo il Paese rispetto al Veneto nel suo complesso. A riferirlo è l’elaborazione flash condotta da Confartigianato Vicenza dal titolo “Dinamica imprese artigiane nel I trimestre del 2013 e negli ultimi 4
La sede di Confartigianato a Vicenza trimestri provincia di Vicenza”. L’Associazione Artigiani di via Fermi rileva, infatti, che, in relazione ai primi tre mesi di quest’anno, le imprese artigiane beriche si collocano al secondo posto tra quelle venete per tasso di crescita – esattamente del 0,89 rispetto al -0,22 di Padova – e in
decima posizione tra le province italiane. Inoltre Vicenza registra degli andamenti migliori rispetto alla media regionale e nazionale nei settori dei Servizi per imprese e per persone, del Manifatturiero e delle Costruzioni, dove il tasso di crescita si ferma ad una flessione del -1,50 (dato inferiore
rispetto a quanto si registra in tutti gli altri livelli territoriali). L’artigianato locale, infine, non si discosta dall’andamento delle medie e grandi imprese che decrescono di circa un punto percentuale. Dati che potrebbero fare ben sperare, ma non troppo se si guarda all’equivalente situazione delle imprese artigiane a livello regionale. Il Veneto sconta, infatti, il minor tasso di crescita degli ultimi quattro anni. Vicenza, inoltre, guadagna la medaglia di legno tra i sette capoluoghi veneti per quanto riguarda il saldo tra le imprese artigiane iscritte e poi chiuse negli ultimi 12 mesi. Sfiorano quota 2 mila, infatti, quelle che hanno dichiarato la cessata attività in tale periodo. Altra magra consolazione proviene dall’analisi condotta da Ateco 2007 - la classificazione delle attività economiche usata dall’Istat per le rilevazioni su scala nazionale - su sessantatré Divisioni contenenti imprese
artigiane della provincia di Vicenza. Soltanto un quinto di queste, infatti, ha un tasso di crescita positivo negli ultimi quattro trimestri, mentre per più della metà delle Divisioni si segnalano numeri negativi. Tra i settori driver dell’artigianato vicentino troviamo: Attività di supporto per le funzioni d’ufficio (+ 29,63%), Attività dei servizi d’informazione e ad altri servizi informatici (+ 10, 94%) e Attività di servizi per edifici e paesaggi ( +5,04%). I numeri analizzati da Confartigianato Vicenza fotografano quindi una realtà territorialmente abbastanza forte, ma comunque in difficoltà. Gli isolati e limitati segnali positivi che vengono dalla provincia di Vicenza attestano infatti che la strada da percorrere è ancora lunga prima di poter intravedere una luce in fondo al tunnel. © RIPRODUZIONE RISERVATA
14 giugno 2013 pag 8
Ucci ucci, sento odore di Galan... ucci. Il segugio Berlato caccia la preda lungo i fiumi di Giovanni Coviello
D
opo le sue denunce «presso varie procure, tra cui quella vicentina» per verificare «l’eventuale esistenza di un sistema di malaffare nella gestione degli appalti veneti con gangli traversali ai partiti che potrebbero coinvolgere anche il Pdl» e dopo i primi riscontri delle inchieste sul filone Baita Mantovani, l’eurodeputato nonché coordinatore provinciale del partito di Berlusconi, Sergio Berlato, ha preannunciato nella conferenza di sabato 8 giugno tenuta significativamente proprio presso la sede provinciale del Pdl in Piazza Biade un nuovo faldone di documenti che porterà agli inquirenti. Su VicenzaPiu.com
L'alluvione a Vicenza
a notte fonda abbiamo pubblicato l’interessante video completo (si trova alla data del 9 giugno digitando una delle seguenti chiavi o tag: Sergio Berlato, Renzo Mazzaro, Giancarlo Galan, appalti) anche per dare ai lettori un’informazione non filtrata su quanto detto da Ber-
La richiesta di versamenti ai cittadini per le opere post alluvione
L’on. Sergio Berlato con Enrico Hüllweck e altri dirigenti del coordinamento provinciale del Pdl
lato, che alcuni media locali hanno, a nostro parere, minimizzato se non deviato su aspetti politico-elettorali marginali nella fattispecie, magari con la giustificazione dell’assenza esplicita di nomi di accusati a cui rende giustizia il nostro titolo che fa riferimento alle domande secche rivolte all’eurodeputato e dirigente Pdl da Renzo Mazzaro, autore del libro inchiesta “I padroni del Veneto” e dal sottoscritto: Berlato e la nuova denuncia contro il sistema appalti: 49 minuti e 39 secondi, Galan li vedrà? Il nuovo filone di “dubbi/accuse” si riferisce ai «lavori assegnati col ricorrente sistema della somma urgenza nel settore idraulico e che sarebbero
accompagnati anche da fatture emesse senza la certezza che i lavori siano stati effettuati soprattutto a Vicenza, Padova, Rovigo, Venezia … con referenti il Genio civile e le altre autorità pubbliche competenti al riguardo così sottraendo lavoro a chi rischia di dover chiudere e facendo confluire fondi pubblici, mal spesi o dissipati, verso le solite aziende.». Questo, faldone come il precedente, nasce da documentazione portata a Sergio Berlato da imprenditori veneti che «osservano come per loro scarseggino gli appalti, tutti deviati verso i soliti noti», per tanti, tra cui il collega Renzo Mazzaro, attivamente presente alla conferenza stampa, facenti riferimento alla cosiddetta galassia Galan Sartori, mai citata esplicitamente da Berlato, anche se i suoi larghi sorrisi che accompagnavano le ripetute “provocazioni”, oltre che di chi umilmente vi scrive, anche e soprattutto di Mazzaro, apparivano più che un cortese “sviamento” delle personalizzazioni come una ammiccante conferma. «Il sistema, se confermato, sarebbe trasversale - osserva Berlato - anche perché chi eventualmente divide torte illecite lo fa assegnandone fette all’al-
tra parte per vincolarla a una colpevole e omertosa complicità. Ma il compito mio e del coordinamento provinciale è denunciare le asserite anomalie lasciando ai magistrati il compito di verificare e sperando che i nostri esponenti di vertice risultino al di fuori di ogni sospetto, questo per la credibilità del partito e a tutela di chi vi si impegna onestamente...». Chiara la provocazione di Berlato, fatta, bisogna dirlo, con una coraggiosa battaglia. Ad annuire e ad appoggiarla moltissimi dirigenti locali provinciali del Pdl presenti sabato, tra cui l’ex sindaco Enrico Hüllweck, che ha rimpianto i tempi della politica fatta per ideali e non per interessi, e l’ing. Giovanni Mazzotta, ex militare, ex dirigente Fincantieri, tra i fondatori di Forza Italia e ora titolare di uno studio di ingegneria. Una prova aneddoto delle denunce? «Se si scoprisse - dice Berlato- che un camion ha fatto decine di viaggi per trasporto materiali, fatturati e pagati, e quel camion è fermo da tempo in una rimessa perché non funzionante, cosa vi chiedereste?». © RIPRODUZIONE RISERVATA
14 giugno 2013 pag 9
L’assaggio di Baita Dopo mesi di reclusione l’ex presidente della Mantovani prova a testare l’orientamento degli inquirenti in una inchiesta che potrebbe deflagrare ai piani alti della politica e della finanza. E nella quale fa capolino come nuovo difensore dell’indagato un notissimo avvocato vicentino
di Marco Milioni
È
martedì 4 giugno. Il Corriere del Veneto in pagina 5 spara la notizia di giudiziaria che farà il giro dei palazzi della politica regionale. Sembra che per l’affaire Mantovani dietro l’angolo ci siano novità eclatanti in arrivo: «Ora il livello politico trema. Piergiorgio Baita è pronto a parlare e a raccontare la sua verità: dove sono finiti quegli svariati milioni di euro di fondi neri creati con le false fatture della Bmc Broker di William Colombelli (e di varie altre società per le quali sono ancora in corso le indagini)? Dopo 96 giorni di carcere e di fronte alla richiesta di giudizio immediato del pm Stefano Ancilotto, l’ex presidente di Mantovani sembra aver cambiato strategia. Nessuno ovviamente lo ammetterà mai per iscritto o tra virgolette, ma quella dello studio Longo-Ghedini è una scelta in primoluogo politica. Le dichiarazioni di Baita potrebbero infatti andare a colpire qualche esponente dello stesso partito di cui i due titolari dello studio - storici difensori di Silvio Berlusconi - sono parlamentari, ovvero il Pdl. Una situazione che creerebbe non pochi imbarazzi e che dunque si è preferito evitare. D’altra parte non è un mistero che fin dai tempi dell’arresto di Baita, disposto dal gip Alberto Scaramuzza con l’accusa di associazione per delinquere e frode fiscale, sullo sfondo è sempre rimasto il sospetto di un livello politico verso cui i fondi, nella ricostruzione della Guardia di Finanza,
Piergiorgio Baita (foto: Il Gazzettino)
sarebbero stati dirottati». La settimana precedente Pietro Longo e Paola Rubini hanno abbandonato l’incarico di difensori di fiducia di Baita il quale si è affidato ad altri due legali: il veneziano Alessandro Rampinelli ed il professor Enrico Ambrosetti, notissimo legale vicentino. E sui motivi reali di questa novità sugli stessi media regionali impazzano le congetture. Una delle ipotesi che circola più frequentemente è quella secondo la quale Baita, tuttora in carcere a Belluno, anche in ossequio ad una rigida linea difensiva, abbia deciso fino a ieri di non fare quei «nomi eccellentissimi» che forse nella mente degli inquirenti sono al vertice del cosiddetto sistema Mantovani. Una spa che da anni è divenuta una sorta di asso piglia tutto nelle commesse pubbliche regionali, il tutto supportato da ottime conoscenze con i vertici
Giancarlo Galan e, al centro l’avvocato Niccolò Ghedini dietro
del Pdl regionale, in primis con l’ex governatore Giancarlo Galan, che è poi uno dei fedelissimi dell’ex premier azzurro silvio Berlusconi. Epperò è davvero così? Vicenzapiu.com sfidando un po’ la stampa regionale mainstream avanza una ipotesi alternativa riportata in un servizio del 4 giugno: «Ma è proprio sicuro che Baita abbia deciso di vuotare completamente il sacco, magari con nomi e cognomi altisonanti, e che il cambio del collegio difensivo sia un portato di tale scelta? In circostanze del genere solitamente quando assistito e legale impostano una strategia le strade da percorrere sono alla grossa quattro. Uno, l’indagato non ha alcunché da nascondere e spiega ogni cosa al magistrato. Due, l’indagato, indipendentemente dalla sua estraneità o meno ai fatti, è sicuro di cavarsela e preferisce tenere chiusa la bocca, sapendo che una scelta del genere potrebbe comunque avere come contropartita il prolungamento della detenzione preventiva. Tre, l’indagato o la sua cerchia decidono di fare qualche piccola ammissione ai pm sperando in un ammorbidimento, mentre contestualmente la difesa viene affidata ad un collegio più dialogante con la controparte. Quattro, l’indagato e la sua cerchia decidono in qualche maniera di collaborare fattivamente e a fronte di precise garanzie, fanno nomi e descrivono circostanze. In quest’ultimo caso per esempio la storia della Tangentopoli veneta insegna che tipicamente non è lo studio LongoGhedini cui gli imputati fautori della linea della collaborazione si rivolgevano». E ancora: «Baita non ha sua sponte revocato il collegio, bensì sono stati Longo e Rubini a fare
un passo indietro. Ciò significa per forza che Ambrosetti (il suo studio ha patrocinato spesse volte la municipalizzata berica Aim) marchi maggiore distanza dalla galassia Pdl nella quale orbitano i legali di Berlusconi Pietro Longo e Niccolò Ghedini? Quest’ultimo in passato è stato pure coordinatore del Pdl veneto. In questo contesto c’è un altro aspetto che riguarda il professor Ambrosetti: la sua orbita accademica all’università di Padova infatti è di notoria prossimità a quella del collega Pietro Longo. E ancora il fratello di Ambrosetti, Massimo, è uno stimato e influente diplomatico in forza al Ministero degli Esteri, che nel 2011 addirittura era applicato fuori ruolo alla presidenza del consiglio. Con quale premier? Silvio Berlusconi in persona. Così almeno sta scritto a pagina 10 dell’annuario 2012 della Farnesina. Il dubbio quindi rimane... Il cambio repentino deciso da Baita è il sintomo di una volontà autentica di collaborazione sperando in una fine celere della carcerazione preventiva oppure si tratta di una manovra diversiva pensata da chi spera di tirare fuori dal carcere un Baita pronto a parlare senza che quest’ultimo apra il suo vaso di Pandora fitto di nomi, cognomi, cifre e circostanze scottanti?». Sarà una coincidenza ma di lì a qualche giorno l’atteggiamento dei media cambia. Non sono pochi quelli che repentinamente cominciano ad identificare nel comportamento di Baita più che la volontà di collaborare a 360 gradi quella di saggiare la disponibilità della procura ad eventuali aperture. Anche perché a metà della settimana passata sempre da ambienti vicini alla procura veneziana trapela la notizia che Baita avrebbe al momento ammesso gran poco. Ma a rendere ancora più intricata la vicenda è il fatto che il verbale sarebbe stato secretato. Rimane però una questione di cruciale. Nei mesi si è letto e riletto del cosiddetto sistema Baita. Si è detto dei fondi neri e dell’evasione fiscale. Si è scritto del costosissimo e ramificato sistema parallelo di intelligence che Baita avrebbe messo in piedi per prevenire eventuali intrusioni da parte degli inquirenti. Ferma restando la presunzione di innocenza, è pensabile che un «ambaradàn» del genere sia stato concepito solo per occultare danari al fisco? Oppure il bene più prezioso è la mappa di relazioni poliitco imprenditoriali col gotha
Enrico Ambrosetti (foto: Il Giornale di Vicenza)
politico, e non solo politico, del veneto? Un pezzo di risposta in futuro potrebbe essere disvelato dallo scenario che il 9 giugno viene tratteggiato da Carlo Mion sul portale del Mattino di Padova il quale oltre a riferire delle rogatorie chieste dalla magistratura lagunare in Svizzera, proprio su alcuni conti riferibili a Baita, non solo interessano la magistratura del capoluogo regionale, ma pure quella elvetica: «I conti correnti segreti di Piergiorgio Baita e di altre persone finite nell’inchiesta della Procura di Venezia che indaga per frode fiscale ed evasione, ora interessano anche la Procura di Lugano che sta verificando che quel denaro non sia di provenienza illecita». E la frasetta che starebbe mandando in subbuglio la politica regionale è breve breve: «... I conti correnti segreti di Piergiorgio Baita e di altre persone finite nell’inchiesta». Ma chi sono queste altre persone? Si tratta dei primi indagati nell’ambito dell’inchiesta o qualcun altro, magari esponenti dell’intellighenzia veneta, è già finito sotto la lente della Guardia di Finanza e dei togati? E c’è un’altra questione che rimane sulla scacchiera. Se i magistrati d’oltralpe hanno deciso di collaborare e maneggi di varia natura sono stati cucinati all’ombra delle montagne svizzere, allora non è improbabile che i detective svizzeri saranno in grado di ricostruirli con rapidità. E così nell’inchiesta un ruolo fondamentale potrebbero giocarlo non solo le rogatorie, ma l’intera massa di informazioni scambiate tra un paese e l’altro. Dalle quali potrebbero emergere novità su un versante ancora poco esplorato dai media: il ruolo della proprietà della Mantovani nel cosiddetto sistema Baita. © RIPRODUZIONE RISERVATA
14 giugno 2013 pag 10
La cortina sanitaria
Nonostante i ripetuti proclami della politica berica, sull'ospedale di Santorso permane una coltre di opacità che potrebbe essere facilmente spazzata con pochi interventi: una coltre che paradossalmente rimane fitta anche a fronte dell'inerzia del M5S
di Marco Milioni
C
he il nuovo Ospedale dell'Alto Vicentino sia al centro di polemiche è una costante. Anzi per usare una terminologia medica le polemiche da costanti sono divenute croniche. Non solo ci sono i dubbi sulla progettazione, sui costi, sul project financing. Ma sul nosocomio di Santorso ora si addensano i dubbi su chi debba chiarire i ... dubbi perché l'intera vicenda nelle prossime settimane da tormentone politico potrebbe trasformarsi in un melange tra un gioco degli specchi ed uno scaricabarile. Sul taccuino degli avvenimenti recenti rimane solitaria la notizia riportata da VicenzaPiù il 16 maggio a pagina 6 nella quale si dava conto di una missiva inviata dai massimi organismi tecnici della regione al presidente Luca Zaia della Lega. Una missiva in cui si spiegava come il collaudo del nuovo ospedale non fosse ancora completato. Ad eccezione di una durissima presa di posizione del «Gruppo Grandi opere Veneto» del M5S e ad eccezione di una richiesta di lumi da parte di
L’Ospedale di Santorso nellle immagini di Report Rifondazione la cosa, per certi aspetti clamorosa, è rimasta solo una faccenda di carta ed inchiostro tipografico. Al centro del contendere rimane quindi il contratto e gli altri dettagli che regolano la convenzione in forza della quale il raggruppamento Gemmo e l'Ulss 4 Alto Vicentino regolano e hanno deciso la realizzazione del nosocomio. L'8 giugno però sul blog del consigliere regionale democratico vicentino (arzignanese per dovizia) Stefano Fracasso appare una nota che lascia poco all'immaginazione: «Gli accordi fra Ulss e privati sulla costruzione e gestione del nuovo ospedale non possono rimanere riservati, ma sono conoscibili dall'opinione pubblica tramite i propri sindaci. Perché i cittadini hanno il diritto di sapere come opera il pubblico e come destina le risorse. Lo sostiene
la direzione attività ispettiva e vigilanza socio sanitaria del Consiglio Regionale veneto. Il Servizio Ispettivo sociosanitario è un organismo che ha poteri ispettivi e fornisce pareri su questioni giuridiche complesse. Ad esempio quella del project financing del nosocomio di Santorso, che i sindaci dell'area avevano chiesto di vedere più volte dopo le polemiche sui parcheggi a pagamento... basta segreti sul contratto del project di Santorso. Ora l'Ulss trasmetta il documento i sindaci». Le considerazioni di Fracasso sono corrette anche se non sono una assoluta novità perché sia in sede di commissione speciale sulla sanità veneta, sia in termini di legge, i sindaci della conferenza hanno diritto ad avere le carte. Il problema è che anzitutto le carte vanno domandate. E se l'Ulss o la regione le negano l'unico passo è quello di informare la procura per un ipotizzabile rifiuto in atti d'ufficio. Ma chi si è mosso verso questo sentiero di verità? O meglio chi sono i soggetti che potrebbero domandare l'intero incartamento? Al primo posto ci sono i parlamentari. Il partito di Fracasso, il Pd, a Vicenza ne ha eletti una caterva: Rosanna Filippin, Filippo Crimì, Alessandra Moretti e Daniela
Sbrollini. Poi c'è la pasionaria Laura Puppato, che rientra nel novero avendo ingaggiato sul project una sua battaglia durata anni. E ancora nel novero dei potenziali richiedenti risultano tutti i consiglieri regionali: i nostrani-democratici sono appunto Fracasso e Giuseppe Berlato Sella. Poi c'è una sfilza di sindaci della conferenza afferente all'Ulss 4 tra cui il primo cittadino di Santorso Pietro Menegozzo e una supersfilza di consiglieri comunali che tramite il sindaco possono comunque chiedere la documentazione? La questione però è un'altra. Nessuno mai è andato a sbattere i pugni, magari presentando denunce penali, per ottenere quanto di spettanza. Perché? Un ragionamento a parte merita poi il M5S. Il quale all'indomani della notizia del collaudo incompleto per il nosocomio di Santorso aveva fatto fuoco e fiamme: «Apprendiamo dalla stampa locale (VicenzaPiù del 16 maggio 2013) che l'ospedale di Santorso non avrebbe ancora ottenuto il collaudo o parte di questo. Il nosocomio costruito in project financing dal raggruppamento che fa capo alla vicentina Gemmo, da anni è al centro di parecchie polemiche... La notizia ci lascia basiti... non può essere sottaciuto anche il
sostanziale silenzio col quale i vertici del Pd, hanno avallato tali scelte, giacché tanto per essere chiari nel raggruppamento d'impresa che ha ottenuto la concessione per la realizzazione e gestione dell'ospedale di Santorso nel Vicentino non mancano le coop della cosiddetta area rossa. Il Movimento Cinque Stelle non rimarrà in silenzio e il nostro gruppo chiederà l'intervento dei nostri deputati e senatori affinché con tutti mezzi a disposizione dei parlamentari sia fatta chiarezza sulla vicenda, costi in primis. Vogliamo sapere se per esempio al concessionario siano state applicate salate sanzioni per eventuali ritardi nella consegna del manufatto». È passato un mese e dai parlamentari grillini non si sa nulla al riguardo. Di più, anche i consiglieri comunali thienesi del M5S potrebbero chiedere copia della intera documentazione, magari con segnalazione inclusa in procura, ma sino ad oggi pare che nessuno se ne sia peritato. Comportamenti del genere per caso hanno a che fare con la clamorosa disaffezione con le urne sancita dagli elettori alle recenti amministrative, anche nei confronti del M5S? © RIPRODUZIONE RISERVATA
L’Ulss 4 e il contratto fantasma, i sindaci ci riprovano di Guido Gasparin
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a convocazione della conferenza dei sindaci dell’Ulss 4 sarebbe imminente e i primi cittadini si chiedono se questa sarà veramente la volta buona per conoscere i dettagli del contratto che lega l’azienda sanitaria a Summano Sanità. La notizia, riferita alcuni giorni fa dai consiglieri regionali Stefano Fracasso e Giuseppe Berlato Sella all’esecutivo della conferenza, è che la direzione attività ispettiva e vigilanza sociosanitaria del Consiglio regionale veneto ha sentenziato che i sindaci, nella loro funzione di controllo su quel che concerne la sanità, hanno il sacrosanto diritto di accedere agli atti contrattuali dell’ospedale unico dell’Alto Vicentino e quindi di conoscere i vincoli economici che sussistono tra i privati e l’azienda pubblica. Qualcosa si sta insomma muovendo e forse, aggiungiamo noi, anche grazie al il dibattito scatenato dai nostri recenti articoli dedicati all’ospedale e in
particolare alla risposta data al gruppo “La Cordata” dal segretario regionale della sanità Domenico Mantoan (VicenzaPiù n. 254), il quale ha spiegato che il collaudo della struttura è ancora in corso e che “i contenuti di tale contratto sono nella disponibilità dell’azienda Ulss 4 e dei sindaci dei Comuni rappresentati nella relativa Conferenza dei Sindaci”, per poi aggiungere che “in considerazione di alcune riserve evidenziate dal concessionario dell’opera e stante la complessità della questione, l’azienda Ulss 4 ha recentemente chiesto un parere all’Avvocatura regionale in relazione alla possibilità di divulgare quanto richiesto”. Avvocatura o non Avvocatura, il parere espresso dagli ispettori della Regione sembra chiaro: i sindaci, se lo chiedono, hanno il diritto di visionare il contratto del project financing e non ci dovrebbe essere nessuno ad impedire che ciò accada. “La notizia è importante – commenta il primo cittadino di Santorso e membro dell’esecutivo della conferenza dei sindaci Pietro Menegozzo – perché gli ispettori hanno ribadito il principio della
trasparenza. Il prossimo passo ufficiale sarà la convocazione della conferenza, durante la quale sarà reiterata la richiesta di accesso ai documenti”. La strada sembra insomma segnata e, in caso di un nuovo no da parte dell’Ulss, potrebbe aprirsi anche un contenzioso amministrativo, con tanto di ricorso al TAR. La riflessione di Menegozzo si spinge oltre: “Noi Comuni, per il giusto principio della trasparenza, dobbiamo pubblicare online qualsiasi spesa, anche
se essa è di soli cento euro. Evidentemente non tutti gli enti pubblici si sono già adeguati alle norme”. Il riferimento è al fatto che sul sito dell’Ulss 4 non compare il contratto con Summano Sanità. Sarà pubblicato e messo a disposizione dei cittadini una volta reso noto ai sindaci? Questo ancora non è dato saperlo, ma la svolta potrebbe essere vicina e i sindaci non vedono l’ora di conoscere i dettagli del contratto, che ha già prodotto bocconi e boccon-
La conferenza dei sindaci presso l’Ospedale di Santorso
cini amari come il sistema a pagamento dei parcheggi o la vendita di alcolici nel bar dell’ospedale. L’azienda sanitaria nelle ultime settimane è stata costretta, se non altro dal crescente malcontento popolare, a fare parziale o completa marcia indietro, abbassando le tariffe dei parcheggi ed eliminando gli alcolici dal bar. Restano però senza risposta numerose altre domande, prima fra tutte quella che riguarda il destino dei macchinari, molti dei quali seminuovi, rimasti nell’ex ospedale di Schio (altro caso sollevato da VicenzaPiù n. 246, con tanto di reportage fotografico). Nel corso della recente inaugurazione del progetto Caleidoscopio, che trova spazio proprio al De Lellis, il direttore generale Daniela Carraro ha spiegato che “non si è perso nemmeno un seggiolino e uno sgabello. Questa Ulss non ha sprecato nulla, né persone né cose”: una dichiarazione che da sola non basta a spazzare via i tanti, troppi punti interrogativi che ancora costellano la vicenda complessiva dell’ospedale di Santorso. © RIPRODUZIONE RISERVATA
14 giugno 2013 pag 11
Daniela Carraro, diamo più coraggio al dg della Ulss 4 di Giovanni Coviello
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Il direttore generale dell’Ospedale di Santorso (ma Daniela Carraro preferisce chiamarlo “ufficialmente” Ospedale Unico dell’Alto Vicentino, magari per mimetizzarne i problemi nell’immaginario collettivo, ndr) ci ha ricevuto solo il 4 marzo, come è noto a chi ci ha già letto, nonostante l’avessimo contattata prima del servizio su VicenzaPiù n. 246 … del 16 febbraio 2013», così scrivevamo su VicenzaPiù n. 253 e sugli altri periodici del network il 19 aprile 2013 dopo che a febbraio avevamo appunto pubblicato le foto che documentavano e denunciavano tutte le costose dotazioni abbandonate al “vecchio” De Lellis di Schio «con “tanto” di scatole già riempite di materiali e quant’altro e chiuse con su scritte a pennarello le stanze di destinazione a Santorso» ... Le foto erano pubblicate con una semplice didascalia, che indicava anche il valore di massima del materiale se ricomprato...». E riportavamo che «l’accusa, che pure evidenzia “le spese di pulizia di locali semi abbandonati e il man-
Daniela Carraro cato smaltimento anche di rifiuti che potrebbero essere tossici”, punta il dito contro gli altri sprechi da abbandono “perché per contratto tutto quello che manca a Santorso viene obbligatoriamente comprato ex novo da chi gestisce il project ai prezzi e con le modalità dallo stesso stabilite”». Il 4 marzo Daniela Carraro ci ha ricevuto, ma, così come abbiamo scritto più volte, rimaniamo «ancora sgomenti della sua reazione successiva … quando il direttore generale ha iniziato all’improvviso e poi continuato a parlare senza ascoltare a mo’ dei politici strombazzanti dei peggiori talk show». Abbiamo formulato, quindi, al Dg per iscritto su questi media (e ora anche via mail) le domande a cui chiedevamo, e con noi i lettori e cittadini chiedevano, che rispondesse e, nel suo silenzio rimaniamo
«molto preoccupati che la gestione di una Ulss importante come la 4, sede dell’ospedale di Santorso costruito con un, a dir poco, discusso project financing, sia affidata a una persona come lei. Intollerante all’improvviso verso il direttore di un giornale che dall’8 di febbraio attende pazientemente le sue spiegazioni per i lettori, molti dei quali utenti della Ulss 4 ...» A «Daniela Carraro, che avrebbe come referenti nel complesso mondo della sanità veneta politici importanti come Giancarlo Galan e Marino Zorzato, e che è diventata “famosa per la sua capacità di gestire i rapporti da quando ha detto su Il Giornale di Vicenza che il contratto del project financing di Santorso è meglio non darlo a cittadini e sindaci, perché incapaci di capirlo” chiediamo, qui9ndi, ancora una volta di chiarirci i perché di quegli sprechi e, per quanto di sua competenza, i punti bui di cui all’articolo accanto. «Signora Carraro – riecco le domande ad abundantiam - dove sono e perché i pannelli fotovoltaici del tetto che sarebbero stati scardinati dal vento? Dove sono i televisori che l’associazione “Amici del cuore” avrebbe regalato ma che sarebbero ancora imballati perché il consorzio che ha “vinto” l’appalto per il pro-
ject financing avrebbe intenzione di installare tv a gettone? Le risulterebbe che un noto primario dell’ex pronto soccorso di Schio ora in pensione avrebbe denunciato in una riunione pubblica de La Destra che «la pavimentazione di chirurgia a Santorso è a rischio di infiltrazione di rifiuti organici»? E ci tranquillizza sulla non credibilità dei timori paventati per l’innalzamento dei controsoffitti delle sale esterne a quella operatoria di chirurgia quando gli appositi apparati ne espellono fuori l’aria, batteri inclusi? E, dopo l’incidente alle tubazioni, pure previsto da molti che ne temevano l’insufficiente resistenza alle pressioni contrattualmente fissate nel “contratto ignoto”, è a conoscenza di bagni e pavimenti in cattive condizioni? Se lei, di sicuro, non è responsabile di “eventuali” anomalie e mancate verifiche contrattuali (purché precedenti alla sua nomina, ndr) con altrettanta certezza ha il dovere di rispondere prima che le chiediamo anche se ha posto rimedio alla mancanza di privacy dei pazienti sia nelle sale del pronto soccorso che nelle loro stanze di ricovero, specialmente quelle a piano terra con stupendi vetri trasparenti verso l’esterno, se i “posteggiatori” del famoso parking di Santorso verranno
protetti dalla prossima canicola dopo aver subito il freddo glaciale e se la mensa di fatto “nuova” dell’ex ospedale di Thiene verrà rifatta ... ». Risponda, glielo chiediamo di nuovo noi umili direttori di piccoli media locali insieme a tanti altri che le fanno coraggio, più coraggio che non nei precedenti inviti. Il 31 maggio scorso, così ha scritto il nostro Alessandro Pagano Dritto in occasione della presentazione del progetto Caleidoscopio, che riguarda persone con disabilità mentali e psichiche di ogni età fino ai 30 anni, «riprendendo forse anche uno spunto lanciato a inizio serata dal Consigliere regionale Giuseppe Berlato Sella che aveva sostenuto, destando ... qualche perplessità, che «la stampa dovrebbe lanciare messaggi che rendano i cittadini sereni», ha sottolineato che «Non si è perso nemmeno un seggiolino e uno sgabello. Quest’Ulss non ha sprecato nulla, né persone né cose». Ci ripeta, allora, quello che ha detto ma documentando le frasi ufficiali così come noi abbiamo fatto per le domande sostanziate da foto e ci completi le risposte. Lei, coraggio, è un direttore generale, le ripeto, mica è un caporale? © RIPRODUZIONE RISERVATA
Progetto Caleidoscopio: il De Lellis ora “recupera” spazi per disabili di Alessandro Pagano Dritto
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on lo spostamento di una parte dei servizi dell'ospedale De Lellis nella nuova struttura di Santorso, a Schio si trovano spazi per nuove attività. Ecco allora che vicino ai vecchi poliambulatori trova sede il progetto Caleidoscopio, presentato nella prima serata di venerdì 31 maggio 2013. Come chiarifica, dopo le brevi parole introduttive delle autorità, Orianna Zaltron dell'Ulss 4 (nella foto con le autorità e i responsabili del progetto è la terza da destra) , il progetto riguarda persone con disabilità mentali e psichiche di ogni età fino ai 30 anni (nelle foto il taglio del nastro con alcuni giovani ospiti della struttura). Non solo però il personale si occupa delle persone soggette, ma anche delle loro famiglie, che vengono accompagnate in un percorso comune intra e inter famigliare. In particolare si cerca di uscire dai vecchi schemi e concentrarsi, oltre che sulle disabilità, sulle potenzialità dei ragazzi, in modo da svilupparle il più possibile.
Ecco quindi che alcuni di loro molti dei quali presenti tra il pubblico - hanno per esempio lavorato per un certo periodo in alcune strutture convenzionate per un paio d'ore a settimana, imparando a gestire da sé anche il viaggio di andata e ritorno dalle strutture stesse. I ragazzi, ma anche i genitori, imparano a fare gruppo e a definirsi all'interno di questo tanto nell'insieme quanto nelle loro singole individualità. È un viaggio, si è detto, che i genitori sono chiamati a intraprendere con i propri figli: seguiti dallo psicologo Giuseppe Casarotto e da Alessandra Camuffo, operatrice socio sanitaria, anche loro svolgono momenti di attività e di riflessione comune, dove imparano l'uno dall'altro ad affrontare la disabilità e a confrontarsi con questa e, attraverso questa, col mondo esterno. Tre di questi genitori, una mamma e due papà, sono intervenuti per portare la propria testimonianza e la propria gratitudine al progetto Caleidoscopio. Portare i propri figli al personale del progetto, spiegano, è dura, soprattutto all'inizio, perché «vuol dire ammettere che tuo fi-
glio non è come gli altri, e nemmeno tu. Il mercoledì - aggiungono - è il giorno in cui si mettono le carte in tavola». Dalle loro parole, i piccoli grandi problemi quotidiani di chi si trova ad affrontare la disabilità, sottolinea Giuseppe Casarotto, «per cui anche una gita organizzata dalla scuola può trasformarsi in un'odissea». L'ultimo intervento è del Direttore generale dell'Ulss 4 Daniela Carraro, che riprendendo forse anche uno spunto lanciato a inizio serata dal Consigliere regionale Giuseppe Berlato Sella che
aveva sostenuto, destando ... qualche perplessità, che «la stampa dovrebbe lanciare messaggi che rendano i cittadini sereni», ha sottolineato che «Non si è perso nemmeno un seggiolino e uno sgabello. Quest'Ulss non ha sprecato nulla, né persone né cose» Alla fine una delle ragazze seguite dal progetto ha tagliato il filo tricolore alla presenza del Sindaco di Schio Luigi Dalla Via e inaugurato così formalmente i nuovi locali, che i presenti hanno potuto visitare mentre vi giocavano i bambini più piccoli.
Autorità e responsabili del progetto Caleidoscopio
N.d.R. Una voce fuori dal coro ci ha raggiunto dopo il lancio su web di questo servizio ed è doveroso pubblicarla: «L’inaugurazione ha fatto sicuramente bene ai genitori che hanno bisogno di messaggi positivi oltre a quelli che arrivano dall’opera quotidiano di chi supporta i loro fgli nella struttura. Ma l’annuncio della Carraro ci sembra “gonfiato”. Peccato sfruttare la credulità dei parenti perché la dirigenza si metta in mostra.» © RIPRODUZIONE RISERVATA
Ragazzi all'inaugurazione di Caleidoscopio
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Dal Toso bis, priorità a servizi e lavoro Il riconfermato sindaco di Castelgomberto guarda al futuro e sulla Pedemontana dice: «Vigileremo sulle mitigazioni».
di Guido Gasparin Il futuro è l’accorpamento «dei servizi, per ridurre i
costi e accelerare le pratiche». Lorenzo Dal Toso, riconfermato sindaco di Castelgomberto, vede così la Valle dell’Agno del domani: due centri servizi, uno per l’alta e uno per la bassa valle, in cui riunire gli sportelli sparsi tra i diversi Comuni ( ad esempio edilizia pubblica e anagrafe). Gli sportelli dovranno inoltre essere in grado di rappresentare in forma unitaria gli interessi comuni dei diversi territori. “Pensiamo ad una strada o ad una pista ciclabile sovracomunale – riflette Dal Toso -. È assurdo che Castelgomberto appalti 10 chilometri, Brogliano ne appalti 5 e Trissino ne appalti altri 10, quando invece un ufficio unico potrebbe svolgere le pratiche per un solo appalto di 25 chilometri. Si risparmierebbero tempo e soprattutto denaro pubblico”. Castelgomberto, con i suoi
Lorenzo Dal Toso
6200 abitanti, non è obbligato dalla legge ad accorpare i servizi, come invece accade per i Comuni al di sotto dei 5000 abitanti (Brogliano e Nogarole Vicentino lo stanno già facendo), ma per Dal Toso questa strada in futuro sarà irrinunciabile anche per i Comuni più grandi. “Sarà inoltre fondamentale – continua il sindaco – procedere sul percorso già intrapreso della collaborazione in tema di sicurezza. Il
Consorzio di Polizia Locale è l’esempio più importante che testimonia questa visione allargata della Valle dell’Agno. È da almeno cinque anni che noi sindaci di diversa estrazione politica ci confrontiamo senza particolari problemi. Intendiamo continuare così”. Sul fronte interno la priorità sarà il PAT, di cui Castelgomberto è sprovvisto. “Siamo nella fase preliminare – spiega il sindaco – ma abbiamo già
tracciato le linee guida. Riteniamo che non sia realistico concedere nuove volumetrie e che sia invece possibile accogliere le richieste di ampliamenti di strutture già esistenti. Pensiamo ad esempio a case affiancate da realizzare per i figli di una famiglia. Siamo contrari al deturpamento del territorio, anche per il fatto che recenti lottizzazioni non hanno prodotto la vendita di tutte le unità immobiliari realizzate. Nonostante questo, non manca chi viene ancora in Comune a chiedere di costruire un lotto intero”. I primi mesi del nuovo mandato saranno dedicati soprattutto alla viabilità: asfaltatura di via Castellane, asfaltature in varie strade della zona industriale, sistemazione di via Trento con la realizzazione di un senso unico per una maggiore sicurezza di chi accede alla rotatoria, allargamento di via Coppo, sulla quale gravitano circa 1700 abitanti. E la Pedemontana? “Ormai è un capitolo chiuso – commenta Dal Toso – perché conosciamo al centimetro lo sviluppo del tracciato. Il casello sarà realizzato al confine tra Brogliano e
Castelgomberto e la nostra zona industriale sarà attraversata in trincea, prima dell’ingresso nella galleria di Priabona. Il nostro compito, d’ora in poi, sarà quello di vigilare sul mantenimento delle promesse fatte in tema di mitigazioni, a livello sia acustico che di inquinamento atmosferico. Il Comune avrà quindi principalmente una funzione di controllo”. Le sfide dunque non mancano, a partire dall’emergenza lavoro, come sottolineato dal sindaco subito dopo aver avuto la conferma di essere stato rieletto: “La priorità è sicuramente quella di dare lavoro ai disoccupati, attraverso contratti a termine e a progetto da applicare ad alcuni impieghi a servizio dell’ente pubblico. Si tratta di un progetto avviato nel mio primo mandato e interrotto a causa dell’esaurimento dei fondi pubblici. Ora ci impegneremo a trovare nuovi fondi, perchè il lavoro continua ad essere l’emergenza principale, sia a livello nazionale che a livello locale”. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Ceola e le mille sfide di Recoaro
Terme, scuole, parcheggi e Rotolon: il neosindaco alle prese con molte patate bollenti. (g.g.) Recoaro Terme, una località dalle mille potenzialità, ma alle prese anche con una serie di problemi che si trascinano da anni. Il rilancio del complesso termale, l’emergenza delle scuole inagibili, la querelle dei parcheggi del centro a pagamento e la minaccia del Rotolon: chi è chiamato ad amministrare Recoaro si deve per forza confrontare con questi temi e il neosindaco Giovanni Ceola, impostosi nelle ultime amministrative su quattro avversari, lo sa bene. Capitolo primo, le terme. Nei giorni scorsi Ceola ha incontrato il vicepresidente della Regione Marino Zorzato per fare il punto della situazione. La novità è che sul piatto ci sono alcune proposte da parte di privati per l’acquisizione dalla Regione del complesso termale. Si va dunque verso una soluzione che privilegia l’imprenditorialità e l’inserimento di capitali per un rilancio complessivo delle terme. “Dovremo valutare con attenzione tutte le richieste – spiega Ceola – e soprattutto farle analizzare alle categorie economiche, perché il rilancio delle terme va di pari
passo con il rilancio dell’intera Recoaro”. Ceola pensa soprattutto al turismo, che deve diventare il volano economico della città. “Per turismo intendo soprattutto quello sportivo, legato alla montagna: per esempio il downhill sulle piste di Recoaro Mille, l’escursionismo e il nordic walking sulle nostre stupende montagne. Sarà necessario riqualificare la cabinovia, per favorire l’accesso alle quote più alte: nel mese di luglio il servizio ripartirà a pieno regime, dopo le doverose fasi di manutenzione e collaudo”. Secondo capitolo, le scuole. La fase di inagibilità, dovuta a fessurazioni ed infiltrazioni, sembra volgere al termine. “I lavori di sistemazione e riqualificazione dovrebbero terminare entro la fine del mese – spiega il sindaco – e alcune aule saranno agibili già per gli esami. Durante le vacanze si provvederà al trasferimento degli arredi dai container utilizzati in questi mesi per le lezioni e con il nuovo anno scolastico gli studenti di medie ed elementari rientreranno nella loro scuola, che sarà dotata anche di nuove aule di informatica. Nei prossimi
mesi si procederà poi all’adeguamento antisismico”. Novità in vista anche per i parcheggi a pagamento del centro, una delle polemiche più accese ai tempi del sindaco Franco Perlotto. La nuova Amministrazione comunale sta valutando la revisione delle tariffe, con la possibilità di rendere gratuiti i primi 15 o 20 minuti, in modo da andare incontro alle esigenze di chi deve fare compere veloci. “Le opportune valutazioni saranno fatte in sintonia con i commercianti”, sottolinea Ceola. Infine il Rotolon, la maxi frana che incombe su alcune frazioni di Recoaro. Il sindaco spiega che “il monitoraggio continua”, ma che “i fondi del team universitario che sta studiando la frana di stanno esaurendo. Chiederemo che vengano rinnovati, così come cercheremo finanziamenti per il rifacimento del ponte dei Sudiri, che rappresenta un pericoloso sbarramento per il corretto deflusso delle acque e dei detriti in caso di precipitazioni abbondanti”. Ci sono altri obiettivi all’orizzonte, tra cui il miglioramento
Giovanni Ceola
delle strutture informatiche degli uffici comunali, al fine di velocizzare le pratiche e rendere più efficienti le comunicazioni. “E poi c’è la stagione estiva alle porte e non intendiamo farci cogliere impreparati – commenta il primo cittadino -. Per questo stiamo predisponendo un ricco calendario di manifestazioni, per attirare un numero crescente di turisti e visitatori”. La prima esperienza di Giovanni Ceola a capo della macchina co-
munale si presenta insomma ricca di sfide. Il sindaco è sostenuto da una squadra composta sia da volti giovani che da persone di lunga esperienza, come l’ex primo cittadino Franco Viero, a capo del Comune dal 1999 al 2009: da loro i Recoaresi attendono risposte veloci e concrete, per far uscire Recoaro da un’impasse che dura da molti, troppi anni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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Emergenza lavoro, anche la Valex paga dazio di Guido Gasparin
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Su sessanta aziende che noi seguiamo, quasi la metà sta attraversando una fase critica»: è il desolante quadro del settore metalmeccanico dell’Alto Vicentino tracciato dal responsabile Fim-Cisl di zona Maurizio Doppio. La crisi continua ad imperversare nella terra in cui un tempo era impensabile non trovare lavoro. Ora chi ce l’ha se lo tiene ben stretto, perché perderlo di questi tempi significa starne senza per mesi e mesi. Il periodo nero dell’economia sembra non finire mai e il lavoro per i sindacati confederali e di base si è moltiplicato. «Attualmente la situazione più preoccupante – spiega Doppio – è alla Valex di Schio. Il fatturato dell’azienda si è ridotto in maniera significativa perché il mercato di riferimento è prevalentemente nazionale e subisce quindi i contraccolpi della crisi
dei consumi. È aperta la procedura di mobilità e 25 persone rischiano di restare senza il lavoro. Il nostro obiettivo è quello di ottenere il proseguimento della cassa integrazione in deroga, ora che il Governo è intenzionato a prolungarla almeno fino a dicembre. L’azienda – continua Doppio – si è detta disponibile ad allargare i parttime, ma non ci sembra la soluzione migliore, perché con trenta – quaranta persone in part time si assorbirebbero al massimo venti esuberi. Meglio dunque rinnovare la cassa integrazione in deroga con orario ridotto e fare in modo che sia ridotto al minimo il numero di persone da assegnare alla cassa integrazione a zero ore». La Valex di Schio, che produce utensili per i professionisti e le imprese, ma anche per il fai da te e per il giardinaggio, fa parte del gruppo Valenia della famiglia Spillere, una galassia in cui opera anche la superpotenza Telwin di Villaverla, specializzata nella produzione di apparecchiature per
la saldatura. «La Telwin sta affrontando bene la crisi – spiega Doppio – perché ha internazionalizzato il suo mercato. Non ha quindi patito come la Valex i contraccolpi del calo interno dei consumi. Auspichiamo che la Valex si risollevi: con la cassa integrazione in deroga il personale sarebbe pronto ad essere impiegato per qualsiasi esigenza di breve, medio e lungo termine, anche perché i prodotti sono molto validi e l’ufficio tecnico è molto impegnato sul fronte dell’innovazione e della ricerca». Non mancherebbero insomma le basi produttive per il rilancio, ma il vero problema resta il quadro economico complessivo del sistema Italia, impantanato in una crisi interminabile. «I casi di aziende in gravi difficoltà sono purtroppo molti e fare un semplice elenco sarebbe riduttivo – sottolinea Maurizio Doppio -. A preoccuparci seriamente è il quadro generale: circa la metà delle aziende in cui siamo rappresentati sta passando per la cassa integrazione o i contratti di solidarietà. È una situa-
La sede della Valex
zione che si trascina ormai da anni e il settore metalmeccanico è tra quelli coinvolti maggiormente e in modo più pesante». L’allarme è ovviamente sociale, perché ogni operaio che perde il posto corrisponde ad una famiglia che perde un reddito. Le ricadute sono sui consumi che a loro volta innescano un calo produttivo: una drammatica spirale
che non sta risparmiando l’ex terra promessa del lavoro, quell’Alto Vicentino che ha fatto scuola per innovazione, tenacia e attaccamento all’impresa, valori che sembrano spariti, assieme alle tante vite spezzate da questa lunga e terribile crisi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Ospedale di Noventa, presunta inefficienza o un’esagerazione di media e medici? di Martina Lucchin
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Una tempesta per un bicchier d’acqua». È la conclusione che Andrea Gregori, segretario provinciale del Nursdin, trae da quanto accaduto al pronto soccorso di Noventa Vicentina ad inizio aprile. Dalle colonne del Giornale di Vicenza del 7 aprile, infatti, il medico di base Paolo Bertin accusava il personale infermieristico della struttura di aver negato, nel giorno 5 aprile, un acceso tempestivo alle cure al paziente da lui accompagnato per una visita diabetologica urgente. Il ritardo, secondo Bertin, sarebbe stato causato dall’ostinazione dell’infermiere in servizio per un “cavillo burocratico”. «Si è anteposta l’importanza delle “carte” alla situazione del mio paziente… che rischiava di entrare in coma da un momento all’altro», riporta il quotidiano vicentino. Alle parole del medico è seguita la replica del sindacato delle professioni infermieristiche in difesa del suo assistito: un «infermiere specializzato nelle procedure di triage..ben consapevole del suo operato, tanto è vero che il paziente è stato preso in carico e curato senza alcun problema e tempestivamente (12 minuti)», come si legge dal comunicato
stampa del 9 aprile firmato da Gregori e Andrea Bottega, il segretario nazionale del Nursind. A complicare ancora di più la faccenda ci ha pensato il primario della sede di Noventa, il dott. Vincenzo Riboni. Sulle pagine del Giornale di Vicenza ha, infatti, espresso piena solidarietà a Bertin e affermato che sarebbe andato in fondo alla vicenda, visto che «non è la prima volta che capita». Alle parole di accusa del direttore della struttura verso il suo stesso personale è seguito un incontro, il 10 aprile, con il personale infermieristico interessato e il Nursind. «Riboni si è riservato del tempo per approfondire la vicenda – riporta Gregori – . Dal personale non sono emersi altri episodi di questo genere, a dimostrazione che le uscite di Riboni sono state incongruenti e fuori luogo. A quanto pare, frequenta poco l’ospedale, pur essendo il capo direttivo.» Gregori sottolinea, poi, le modalità con cui la stampa locale ha riportato questo caso di presunta inefficienza. «È stato dato spazio a chi non conosceva direttamente i fatti - Riboni - e non alla controparte interessata, il personale.» Gregori non è il solo a sollevare dei dubbi sulla posizione del primario dell’ospedale di Noventa. Una persona presente all’incontro del 10 aprile ha riferito a VicenzaPiù che Riboni avrebbe smentito di aver rilasciato le sopra-
L’Ospedale di Noventa Vicentina
citate dichiarazioni al Giornale di Vicenza. O forse, sempre a detta della nostra fonte, sarebbe più verosimile credere che, pur di non surriscaldare ancora di più l’animo di Bertin - che tra l’altro si è scusato con la struttura ospedaliera per aver alzato troppo la voce nel momento dell’accaduto - il primario
abbia voluto chiudere la faccenda dando ragione al collega. Nel mezzo, però, è finita la professionalità del personale, la credibilità dell’ospedale e dello stesso Riboni, visto che ne è il responsabile. Precisiamo che, pur avendo contattato con più mezzi e per una settimana intera il dott. Riboni, non è stato
possibile sentire cosa lui avesse da riferire in merito. Ad oggi, dopo circa due mesi dai fatti descritti, la vicenda non ha avuto alcun sviluppo. A ragione di chi denunciava l’esagerazione di certi medici e media. © RIPRODUZIONE RISERVATA
StranIeri, italiani oggi
14 giugno 2013 pag 14
Mathiaw Ndiaye, il primo senegalese a Schio, e Dieng Bubacar: parlano il senegal-scledense di Alessandro Pagano Dritto
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enegalesi, liberiani, marocchini, moldavi, romeni, serbi, bengalesi; in una parola, scledensi, visto che almeno i più giovani tra loro spesso sono nati qui. È un fiume di persone di ogni paese, vestite coi loro vestiti tradizionali, un fiume di parole in lingue tra loro diversissime, quello che da via Pasini gira, a Schio, in via Pasubio e poi raggiunge piazza Falcone Borsellino per partecipare alla prima giornata dell'iniziativa interculturale promossa dal comune, "Schio oltre i confini". Le strade sono strette, le persone tante, capita di stringersi ai muri per far passare qualcuno e poi rimanere bloccati in questa babele multicolore e multisuono. In piazza Falcone Borsellino posano tutti, ogni gruppo con la propria bandiera: si va dai bambini di pochi anni fino ai quarantenni. Poi ognuno di loro va sul palco che è stato allestito per questi due giorni di interculturalità e si presenta al pubblico. VicenzaPiù ha intervistato, durante un piccolo intervallo concesso ai gruppi e agli spettatori, due rappresentanti della comunità senegalese scledense: Mathiaw Ndiaye e Dieng Bubacar «Buba». Mathiaw Ndiaye è il primo migrante senegalese arrivato a Schio: finivano gli anni '80.
Signor Ndiaye, lei è il primo senegalese ad essere arrivato a Schio. Quando? Sono arrivato a Schio nel 1989, quando ancora qui i migranti erano molto rari. Prima ero stato al sud, a Bari. Dal 1990 altri senegalesi sono arrivati qui da Bari. Com'è stato l'impatto con la nostra realtà, con Schio? Io a Schio mi sono sempre trovato bene. Non ho mai avuto problemi con gli scledensi, non ci sono rancori tra le comunità. All'inizio era difficile trovare casa. Un po' perché c'erano meno case, un po' perché c'era anche diffidenza nei nostri confronti. E così si abitava negli alberghi o in alcuni centri di accoglienza. Io per esempio ho abitato per un certo tempo ai Due Mori; ma altri hanno abitato in centri di accoglienza a Poleo, a San Giacomo o in via Don Faccin. Prima sul palco hanno ricordato con un minuto di silenzio il primo senegalese deceduto qui a Schio. Chi era? Si chiamava Badara Fall, è morto nei primi anni '90. Lavorava alle fornaci di San Tomio, fu portato all'ospedale, ma fu inutile. Qualcuno allora ritenne che non fu fatto nemmeno tutto il possibile per salvarlo. Facemmo anche una manifestazione, con l'appoggio degli studenti scledensi e dei sindacati. Ora comunque Badara è sepolto in Senegal. Signor Bubacar, adesso com'è la situazione per i migranti? Adesso la situazione è migliorata. È
Aldo Ranieri e la sorella Joyce Ranieri, vicepresidentessa della Liberian Association in Italy
già più facile avere una casa. Prima magari facevi due, tre lavori, ma avere una casa era molto difficile. Quello che rimane difficile è avere la cittadinanza. C'è molta burocrazia, e richiede molto tempo. Puoi fare domanda per la cittadinanza dopo almeno dieci anni di residenza; prima devi fare richiesta alla prefettura di Vicenza, poi la richiesta passa alla questura e poi arriva a Roma. A Roma danno il permesso e se tutto va bene puoi andare in comune a fare giuramento. Ma i bambini che nascono qui, nem-
meno loro hanno la cittadinanza italiana. E quindi rischiano di non essere né italiani né senegalesi. Qual è la differenza maggiore che trova tra l'Italia e il Senegal? È una mentalità diversa, e non riguarda solo l'Italia, ma tutta l'Europa. Qui in Europa tutto è programmato, è programmato il presente, è programmato il futuro. Da noi non è così, siamo più liberi. Anche perché noi abbiamo un concetto più allargato di famiglia. Qui la famiglia è ristretta: padre, madre, figli o poco più. Noi invece per fa-
miglia intendiamo tutti, fratelli, zii, nonni, anche gli amici. Questo fa sì che da noi ci sia più solidarietà, se uno ha bisogno si rivolge a un familiare, se il familiare non può aiutarlo si rivolge a un altro per cercare di risolvere il problema e poi ci riuniamo tutti e ne discutiamo. Quindi anche se c'è crisi, da noi, questo impedisce grosse tensioni sociali. Voi avete uno spirito cartesiano, noi uno spirito ritmico. È difficile da spiegare, ma è così. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Comunità liberiana di Schio e Libasi: aiutiamo l'orfanotrofio di Madre Victoria Thomas (a.p.d.) Sarà forse uno stereotipo, ma se lo è chi scrive non ha ancora avuto modo di vederlo smentito: frequentando le comunità africane si impara presto che tra chi è su un palco - per una conferenza o un concerto indifferentemente, non importa - e chi assiste sotto o davanti, c'è davvero una differenza minima. Come la musica coinvolge presto anche il pubblico che ben volentieri sale sul palco, così anche il dibattito si sposta presto dai microfoni dei relatori alle persone in sala che assistono. E così è successo anche questa volta, sabato 8 giugno 2013, al palazzo Toaldi Capra di Schio, dove la vicepresidentessa della Liberian Association in Italy (LIBASI), Joyce Ranieri, e il fratello Aldo, hanno presentato un videoclip di una mezzora su un orfanotrofio nei dintorni della capitale del loro paese: Mongrovia. La Liberia, Stato dell'Africa nord occidentale fondato nel 1847 da una colonia di ex schiavi liberati e provenienti dall'America, ha conosciuto tra il 1989 e il 2003 ben due guerre civili. Naturalmente,
come ogni guerra, anche queste hanno portato il loro carico di distruzione e miseria e quindi c'è adesso un paese che sta rinascendo. Nelle strade della capitale, ancora negli anni di guerra, Madre Victoria Thomas, già vedova, raccoglieva i bambini che vedeva nelle strade e li cresceva come fossero figli suoi, accogliendoli in una struttura che potesse garantire un minimo di quell'«aria di casa» di cui avevano bisogno: una struttura povera, certo, ma almeno accogliente. Il video riprende proprio questo orfanotrofio gestito praticamente da sola - solo qualche studente universitario volontario viene dalla capitale a fare un po' di lezione ai bambini - da madre Victoria. Tra maschi e femmine, ragazzi e ragazze, madre Victoria ha una trentina di «figli», come ama definirli. Ovviamente i più grandi si occupano dei più piccoli, fino a che, raggiunta la maggiore età, non decidono di andarsene a vivere per conto proprio. In un caso c'è stato persino un matrimonio tra due de-
gli stessi «figli». Una rapida visita delle telecamere mostra allo spettatore gli ambienti del dormitorio femminile, coi letti a castello e le pareti azzurre. Sono ambienti che avrebbero bisogno di un restauro, ma Madre Thomas e i suoi ragazzi vivono in uno Stato dove - spiegano in sala i liberiani presenti tra il pubblico - le autorità sono spesso assenti e dove persino per studiare in una scuola pubblica bisogna avere il denaro per poterselo permettere. Chi insomma non ha una famiglia è votato alla povertà più assoluta e può trovare aiuti solo dai privati. L'orfanotrofio di Madre Thomas però non ha nemmeno questi aiuti e a volte persino mangiare può essere un problema. Ecco che quindi l'Associazione LIBASI, nata a Schio un paio d'anni fa, si è incaricata di portare a questi ragazzi e a queste ragazze denaro, cibo e beni come vestiti o giocattoli. Aldo e sua moglie si sono recati fino a lì senza sottrarre dai 650 euro donati nemmeno il prezzo dei propri biglietti di viaggio, che si sono pagati interamente da sé.
Da sx Dieng Bubacar «Buba» e Mathiaw Ndiaye
Al bambino più piccolo del gruppo, Davide, non vedente dalla nascita, è stato regalato un piccolo pianoforte giocattolo che gli permettesse finalmente di giocare. Ma ci sarebbe bisogno di libri speciali per permettergli anche di iniziare a leggere e a studiare come gli altri suoi coetanei, cosa che la sua condizione al momento non gli permette di fare. Chiunque sia interessato a lui, o a
contribuire ai lavori di restauro, specialmente del tetto, che si rendono necessari in particolare nella lunga stagione delle piogge, può contattare l'associazione alla pagina Facebook «liberianassociationinitaly Libasi», altrimenti ai numeri di cellulare esposti nella locandina dell'evento: 3891707944 e 32956428. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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