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divina commedia ********************** Alighieri Dante Divina Commedia PARADISO ********************** Paradiso - canto 1 1.1 La gloria di colui che tutto move 1.2 per l'universo penetra, e risplende 1.3 in una parte più e meno altrove. 1.4 Nel ciel che più de la sua luce prende 1.5 fu' io, e vidi cose che ridire 1.6 né sa né può chi di là sù discende; 1.7 perché appressando sé al suo disire, 1.8 nostro intelletto si profonda tanto, 1.9 che dietro la memoria non può ire. 1.10 Veramente quant'io del regno santo 1.11 ne la mia mente potei far tesoro, 1.12 sarà ora materia del mio canto. 1.13 O buono Appollo, a l'ultimo lavoro 1.14 fammi del tuo valor sì fatto vaso, 1.15 come dimandi a dar l'amato alloro. 1.16 Infino a qui l'un giogo di Parnaso 1.17 assai mi fu; ma or con amendue 1.18 m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso. 1.19 Entra nel petto mio, e spira tue 1.20 sì come quando Marsia traesti 1.21 de la vagina de le membra sue. 1.22 O divina virtù, se mi ti presti 1.23 tanto che l'ombra del beato regno 1.24 segnata nel mio capo io manifesti, 1.25 vedra'mi al piè del tuo diletto legno 1.26 venire, e coronarmi de le foglie 1.27 che la materia e tu mi farai degno. 1.28 Sì rade volte, padre, se ne coglie 1.29 per triunfare o cesare o poeta, 1.30 colpa e vergogna de l'umane voglie, 1.31 che parturir letizia in su la lieta 1.32 delfica deità dovria la fronda 1.33 peneia, quando alcun di sé asseta. 1.34 Poca favilla gran fiamma seconda: 1.35 forse di retro a me con miglior voci 1.36 si pregherà perché Cirra risponda. 1.37 Surge ai mortali per diverse foci 1.38 la lucerna del mondo; ma da quella 1.39 che quattro cerchi giugne con tre croci, 1.40 con miglior corso e con migliore stella 1.41 esce congiunta, e la mondana cera 1.42 più a suo modo tempera e suggella. 1.43 Fatto avea di là mane e di qua sera 1.44 tal foce, e quasi tutto era là bianco Pagina 1


divina commedia 1.45 quello emisperio, e l'altra parte nera, 1.46 quando Beatrice in sul sinistro fianco 1.47 vidi rivolta e riguardar nel sole: 1.48 aquila sì non li s'affisse unquanco. 1.49 E sì come secondo raggio suole 1.50 uscir del primo e risalire in suso, 1.51 pur come pelegrin che tornar vuole, 1.52 così de l'atto suo, per li occhi infuso 1.53 ne l'imagine mia, il mio si fece, 1.54 e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso. 1.55 Molto è licito là, che qui non lece 1.56 a le nostre virtù, mercé del loco 1.57 fatto per proprio de l'umana spece. 1.58 Io nol soffersi molto, né sì poco, 1.59 ch'io nol vedessi sfavillar dintorno, 1.60 com'ferro che bogliente esce del foco; 1.61 e di sùbito parve giorno a giorno 1.62 essere aggiunto, come quei che puote 1.63 avesse il ciel d'un altro sole addorno. 1.64 Beatrice tutta ne l'etterne rote 1.65 fissa con li occhi stava; e io in lei 1.66 le luci fissi, di là sù rimote. 1.67 Nel suo aspetto tal dentro mi fei, 1.68 qual si fé Glauco nel gustar de l'erba 1.69 che 'l fé consorto in mar de li altri dèi. 1.70 Trasumanar significar *per verba* 1.71 non si poria; però l'essemplo basti 1.72 a cui esperienza grazia serba. 1.73 S'i' era sol di me quel che creasti 1.74 novellamente, amor che 'l ciel governi, 1.75 tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti. 1.76 Quando la rota che tu sempiterni 1.77 desiderato, a sé mi fece atteso 1.78 con l'armonia che temperi e discerni, 1.79 parvemi tanto allor del cielo acceso 1.80 de la fiamma del sol, che pioggia o fiume 1.81 lago non fece alcun tanto disteso. 1.82 La novità del suono e 'l grande lume 1.83 di lor cagion m'accesero un disio 1.84 mai non sentito di cotanto acume. 1.85 Ond'ella, che vedea me sì com'io, 1.86 a quietarmi l'animo commosso, 1.87 pria ch'io a dimandar, la bocca aprio, 1.88 e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso 1.89 col falso imaginar, sì che non vedi 1.90 ciò che vedresti se l'avessi scosso. 1.91 Tu non se' in terra, sì come tu credi; 1.92 ma folgore, fuggendo il proprio sito, 1.93 non corse come tu ch'ad esso riedi». 1.94 S'io fui del primo dubbio disvestito 1.95 per le sorrise parolette brevi, 1.96 dentro ad un nuovo più fu' inretito, Pagina 2


divina commedia 1.97 e dissi: «Già contento *requievi* 1.98 di grande ammirazion; ma ora ammiro 1.99 com'io trascenda questi corpi levi». 1.100 Ond'ella, appresso d'un pio sospiro, 1.101 li occhi drizzò ver' me con quel sembiante 1.102 che madre fa sovra figlio deliro, 1.103 e cominciò: «Le cose tutte quante 1.104 hanno ordine tra loro, e questo è forma 1.105 che l'universo a Dio fa simigliante. 1.106 Qui veggion l'alte creature l'orma 1.107 de l'etterno valore, il qual è fine 1.108 al quale è fatta la toccata norma. 1.109 Ne l'ordine ch'io dico sono accline 1.110 tutte nature, per diverse sorti, 1.111 più al principio loro e men vicine; 1.112 onde si muovono a diversi porti 1.113 per lo gran mar de l'essere, e ciascuna 1.114 con istinto a lei dato che la porti. 1.115 Questi ne porta il foco inver' la luna; 1.116 questi ne' cor mortali è permotore; 1.117 questi la terra in sé stringe e aduna; 1.118 né pur le creature che son fore 1.119 d'intelligenza quest'arco saetta 1.120 ma quelle c'hanno intelletto e amore. 1.121 La provedenza, che cotanto assetta, 1.122 del suo lume fa 'l ciel sempre quieto 1.123 nel qual si volge quel c'ha maggior fretta; 1.124 e ora lì, come a sito decreto, 1.125 cen porta la virtù di quella corda 1.126 che ciò che scocca drizza in segno lieto. 1.127 Vero è che, come forma non s'accorda 1.128 molte fiate a l'intenzion de l'arte, 1.129 perch'a risponder la materia è sorda, 1.130 così da questo corso si diparte 1.131 talor la creatura, c'ha podere 1.132 di piegar, così pinta, in altra parte; 1.133 e sì come veder si può cadere 1.134 foco di nube, sì l'impeto primo 1.135 l'atterra torto da falso piacere. 1.136 Non dei più ammirar, se bene stimo, 1.137 lo tuo salir, se non come d'un rivo 1.138 se d'alto monte scende giuso ad imo. 1.139 1.140 1.141 1.142

Maraviglia sarebbe in d'impedimento, giù ti com'a terra quiete in Quinci rivolse inver'

te se, privo fossi assiso, foco vivo». lo cielo il viso.

Paradiso - canto 2 2.1 O voi che siete in piccioletta barca, 2.2 desiderosi d'ascoltar, seguiti 2.3 dietro al mio legno che cantando varca, 2.4 tornate a riveder li vostri liti: Pagina 3


divina commedia 2.5 non vi mettete in pelago, ché forse, 2.6 perdendo me, rimarreste smarriti. 2.7 L'acqua ch'io prendo già mai non si corse; 2.8 Minerva spira, e conducemi Appollo, 2.9 e nove Muse mi dimostran l'Orse. 2.10 Voialtri pochi che drizzaste il collo 2.11 per tempo al pan de li angeli, del quale 2.12 vivesi qui ma non sen vien satollo, 2.13 metter potete ben per l'alto sale 2.14 vostro navigio, servando mio solco 2.15 dinanzi a l'acqua che ritorna equale. 2.16 Que' gloriosi che passaro al Colco 2.17 non s'ammiraron come voi farete, 2.18 quando Iasón vider fatto bifolco. 2.19 La concreata e perpetua sete 2.20 del deiforme regno cen portava 2.21 veloci quasi come 'l ciel vedete. 2.22 Beatrice in suso, e io in lei guardava; 2.23 e forse in tanto in quanto un quadrel posa 2.24 e vola e da la noce si dischiava, 2.25 giunto mi vidi ove mirabil cosa 2.26 mi torse il viso a sé; e però quella 2.27 cui non potea mia cura essere ascosa, 2.28 volta ver' me, sì lieta come bella, 2.29 «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, 2.30 «che n'ha congiunti con la prima stella». 2.31 Parev'a me che nube ne coprisse 2.32 lucida, spessa, solida e pulita, 2.33 quasi adamante che lo sol ferisse. 2.34 Per entro sé l'etterna margarita 2.35 ne ricevette, com'acqua recepe 2.36 raggio di luce permanendo unita. 2.37 S'io era corpo, e qui non si concepe 2.38 com'una dimensione altra patio, 2.39 ch'esser convien se corpo in corpo repe, 2.40 accender ne dovrìa più il disio 2.41 di veder quella essenza in che si vede 2.42 come nostra natura e Dio s'unio. 2.43 Lì si vedrà ciò che tenem per fede, 2.44 non dimostrato, ma fia per sé noto 2.45 a guisa del ver primo che l'uom crede. 2.46 Io rispuosi: «Madonna, sì devoto 2.47 com'esser posso più, ringrazio lui 2.48 lo qual dal mortal mondo m'ha remoto. 2.49 Ma ditemi: che son li segni bui 2.50 di questo corpo, che là giuso in terra 2.51 fan di Cain favoleggiare altrui?». 2.52 Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra 2.53 l'oppinion», mi disse, «d'i mortali 2.54 dove chiave di senso non diserra, 2.55 certo non ti dovrien punger li strali 2.56 d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi Pagina 4


divina commedia 2.57 vedi che la ragione ha corte l'ali. 2.58 Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». 2.59 E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso 2.60 credo che fanno i corpi rari e densi». 2.61 Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso 2.62 nel falso il creder tuo, se bene ascolti 2.63 l'argomentar ch'io li farò avverso. 2.64 La spera ottava vi dimostra molti 2.65 lumi, li quali e nel quale e nel quanto 2.66 notar si posson di diversi volti. 2.67 Se raro e denso ciò facesser tanto, 2.68 una sola virtù sarebbe in tutti, 2.69 più e men distributa e altrettanto. 2.70 Virtù diverse esser convegnon frutti 2.71 di princìpi formali, e quei, for ch'uno, 2.72 seguiterieno a tua ragion distrutti. 2.73 Ancor, se raro fosse di quel bruno 2.74 cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte 2.75 fora di sua materia sì digiuno 2.76 esto pianeto, o, sì come comparte 2.77 lo grasso e 'l magro un corpo, così questo 2.78 nel suo volume cangerebbe carte. 2.79 Se 'l primo fosse, fora manifesto 2.80 ne l'eclissi del sol per trasparere 2.81 lo lume come in altro raro ingesto. 2.82 Questo non è: però è da vedere 2.83 de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi, 2.84 falsificato fia lo tuo parere. 2.85 S'elli è che questo raro non trapassi, 2.86 esser conviene un termine da onde 2.87 lo suo contrario più passar non lassi; 2.88 e indi l'altrui raggio si rifonde 2.89 così come color torna per vetro 2.90 lo qual di retro a sé piombo nasconde. 2.91 Or dirai tu ch'el si dimostra tetro 2.92 ivi lo raggio più che in altre parti, 2.93 per esser lì refratto più a retro. 2.94 Da questa instanza può deliberarti 2.95 esperienza, se già mai la provi, 2.96 ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti. 2.97 Tre specchi prenderai; e i due rimovi 2.98 da te d'un modo, e l'altro, più rimosso, 2.99 tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. 2.100 Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso 2.101 ti stea un lume che i tre specchi accenda 2.102 e torni a te da tutti ripercosso. 2.103 Ben che nel quanto tanto non si stenda 2.104 la vista più lontana, lì vedrai 2.105 come convien ch'igualmente risplenda. 2.106 Or, come ai colpi de li caldi rai 2.107 de la neve riman nudo il suggetto 2.108 e dal colore e dal freddo primai, Pagina 5


divina commedia 2.109 così rimaso te ne l'intelletto 2.110 voglio informar di luce sì vivace, 2.111 che ti tremolerà nel suo aspetto. 2.112 Dentro dal ciel de la divina pace 2.113 si gira un corpo ne la cui virtute 2.114 l'esser di tutto suo contento giace. 2.115 Lo ciel seguente, c'ha tante vedute, 2.116 quell'esser parte per diverse essenze, 2.117 da lui distratte e da lui contenute. 2.118 Li altri giron per varie differenze 2.119 le distinzion che dentro da sé hanno 2.120 dispongono a lor fini e lor semenze. 2.121 Questi organi del mondo così vanno, 2.122 come tu vedi omai, di grado in grado, 2.123 che di sù prendono e di sotto fanno. 2.124 Riguarda bene omai sì com'io vado 2.125 per questo loco al vero che disiri, 2.126 sì che poi sappi sol tener lo guado. 2.127 Lo moto e la virtù d'i santi giri, 2.128 come dal fabbro l'arte del martello, 2.129 da' beati motor convien che spiri; 2.130 e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello, 2.131 de la mente profonda che lui volve 2.132 prende l'image e fassene suggello. 2.133 E come l'alma dentro a vostra polve 2.134 per differenti membra e conformate 2.135 a diverse potenze si risolve, 2.136 così l'intelligenza sua bontate 2.137 multiplicata per le stelle spiega, 2.138 girando sé sovra sua unitate. 2.139 Virtù diversa fa diversa lega 2.140 col prezioso corpo ch'ella avviva, 2.141 nel qual, sì come vita in voi, si lega. 2.142 Per la natura lieta onde deriva, 2.143 la virtù mista per lo corpo luce 2.144 come letizia per pupilla viva. 2.145 2.146 2.147 2.148

Da essa vien ciò che da luce a luce par differente, non da denso e raro; essa è formal principio che produce, conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».

Paradiso - canto 3 3.1 Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto, 3.2 di bella verità m'avea scoverto, 3.3 provando e riprovando, il dolce aspetto; 3.4 e io, per confessar corretto e certo 3.5 me stesso, tanto quanto si convenne 3.6 leva' il capo a proferer più erto; 3.7 ma visione apparve che ritenne 3.8 a sé me tanto stretto, per vedersi, 3.9 che di mia confession non mi sovvenne. 3.10 Quali per vetri trasparenti e tersi, Pagina 6


divina commedia 3.11 o ver per acque nitide e tranquille, 3.12 non sì profonde che i fondi sien persi, 3.13 tornan d'i nostri visi le postille 3.14 debili sì, che perla in bianca fronte 3.15 non vien men forte a le nostre pupille; 3.16 tali vid'io più facce a parlar pronte; 3.17 per ch'io dentro a l'error contrario corsi 3.18 a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte. 3.19 Sùbito sì com'io di lor m'accorsi, 3.20 quelle stimando specchiati sembianti, 3.21 per veder di cui fosser, li occhi torsi; 3.22 e nulla vidi, e ritorsili avanti 3.23 dritti nel lume de la dolce guida, 3.24 che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. 3.25 «Non ti maravigliar perch'io sorrida», 3.26 mi disse, «appresso il tuo pueril coto, 3.27 poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida, 3.28 ma te rivolve, come suole, a vòto: 3.29 vere sustanze son ciò che tu vedi, 3.30 qui rilegate per manco di voto. 3.31 Però parla con esse e odi e credi; 3.32 ché la verace luce che li appaga 3.33 da sé non lascia lor torcer li piedi». 3.34 E io a l'ombra che parea più vaga 3.35 di ragionar, drizza'mi, e cominciai, 3.36 quasi com'uom cui troppa voglia smaga: 3.37 «O ben creato spirito, che a' rai 3.38 di vita etterna la dolcezza senti 3.39 che, non gustata, non s'intende mai, 3.40 grazioso mi fia se mi contenti 3.41 del nome tuo e de la vostra sorte». 3.42 Ond'ella, pronta e con occhi ridenti: 3.43 «La nostra carità non serra porte 3.44 a giusta voglia, se non come quella 3.45 che vuol simile a sé tutta sua corte. 3.46 I' fui nel mondo vergine sorella; 3.47 e se la mente tua ben sé riguarda, 3.48 non mi ti celerà l'esser più bella, 3.49 ma riconoscerai ch'i' son Piccarda, 3.50 che, posta qui con questi altri beati, 3.51 beata sono in la spera più tarda. 3.52 Li nostri affetti, che solo infiammati 3.53 son nel piacer de lo Spirito Santo, 3.54 letizian del suo ordine formati. 3.55 E questa sorte che par giù cotanto, 3.56 però n'è data, perché fuor negletti 3.57 li nostri voti, e vòti in alcun canto». 3.58 Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti 3.59 vostri risplende non so che divino 3.60 che vi trasmuta da' primi concetti: 3.61 però non fui a rimembrar festino; 3.62 ma or m'aiuta ciò che tu mi dici, Pagina 7


divina commedia 3.63 sì che raffigurar m'è più latino. 3.64 Ma dimmi: voi che siete qui felici, 3.65 disiderate voi più alto loco 3.66 per più vedere e per più farvi amici?». 3.67 Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco; 3.68 da indi mi rispuose tanto lieta, 3.69 ch'arder parea d'amor nel primo foco: 3.70 «Frate, la nostra volontà quieta 3.71 virtù di carità, che fa volerne 3.72 sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. 3.73 Se disiassimo esser più superne, 3.74 foran discordi li nostri disiri 3.75 dal voler di colui che qui ne cerne; 3.76 che vedrai non capere in questi giri, 3.77 s'essere in carità è qui *necesse*, 3.78 e se la sua natura ben rimiri. 3.79 Anzi è formale ad esto beato *esse* 3.80 tenersi dentro a la divina voglia, 3.81 per ch'una fansi nostre voglie stesse; 3.82 sì che, come noi sem di soglia in soglia 3.83 per questo regno, a tutto il regno piace 3.84 com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia. 3.85 E 'n la sua volontade è nostra pace: 3.86 ell'è quel mare al qual tutto si move 3.87 ciò ch'ella cria o che natura face». 3.88 Chiaro mi fu allor come ogne dove 3.89 in cielo è paradiso, *etsi* la grazia 3.90 del sommo ben d'un modo non vi piove. 3.91 Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia 3.92 e d'un altro rimane ancor la gola, 3.93 che quel si chere e di quel si ringrazia, 3.94 così fec'io con atto e con parola, 3.95 per apprender da lei qual fu la tela 3.96 onde non trasse infino a co la spuola. 3.97 «Perfetta vita e alto merto inciela 3.98 donna più sù», mi disse, «a la cui norma 3.99 nel vostro mondo giù si veste e vela, 3.100 perché fino al morir si vegghi e dorma 3.101 con quello sposo ch'ogne voto accetta 3.102 che caritate a suo piacer conforma. 3.103 Dal mondo, per seguirla, giovinetta 3.104 fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi 3.105 e promisi la via de la sua setta. 3.106 Uomini poi, a mal più ch'a bene usi, 3.107 fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 3.108 Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 3.109 E quest'altro splendor che ti si mostra 3.110 da la mia destra parte e che s'accende 3.111 di tutto il lume de la spera nostra, 3.112 ciò ch'io dico di me, di sé intende; 3.113 sorella fu, e così le fu tolta 3.114 di capo l'ombra de le sacre bende. Pagina 8


divina commedia 3.115 Ma poi che pur al mondo fu rivolta 3.116 contra suo grado e contra buona usanza, 3.117 non fu dal vel del cor già mai disciolta. 3.118 Quest'è la luce de la gran Costanza 3.119 che del secondo vento di Soave 3.120 generò 'l terzo e l'ultima possanza». 3.121 Così parlommi, e poi cominciò "*Ave, 3.122 Maria*" cantando, e cantando vanio 3.123 come per acqua cupa cosa grave. 3.124 La vista mia, che tanto lei seguio 3.125 quanto possibil fu, poi che la perse, 3.126 volsesi al segno di maggior disio, 3.127 3.128 3.129 3.130

e a Beatrice tutta si converse; ma quella folgorò nel mio sguardo sì che da prima il viso non sofferse; e ciò mi fece a dimandar più tardo.

Paradiso - canto 4 4.1 Intra due cibi, distanti e moventi 4.2 d'un modo, prima si morria di fame, 4.3 che liber'omo l'un recasse ai denti; 4.4 sì si starebbe un agno intra due brame 4.5 di fieri lupi, igualmente temendo; 4.6 sì si starebbe un cane intra due dame: 4.7 per che, s'i' mi tacea, me non riprendo, 4.8 da li miei dubbi d'un modo sospinto, 4.9 poi ch'era necessario, né commendo. 4.10 Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto 4.11 m'era nel viso, e 'l dimandar con ello, 4.12 più caldo assai che per parlar distinto. 4.13 Fé sì Beatrice qual fé Daniello, 4.14 Nabuccodonosor levando d'ira, 4.15 che l'avea fatto ingiustamente fello; 4.16 e disse: «Io veggio ben come ti tira 4.17 uno e altro disio, sì che tua cura 4.18 sé stessa lega sì che fuor non spira. 4.19 Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura, 4.20 la violenza altrui per qual ragione 4.21 di meritar mi scema la misura?". 4.22 Ancor di dubitar ti dà cagione 4.23 parer tornarsi l'anime a le stelle, 4.24 secondo la sentenza di Platone. 4.25 Queste son le question che nel tuo *velle* 4.26 pontano igualmente; e però pria 4.27 tratterò quella che più ha di felle. 4.28 D'i Serafin colui che più s'india, 4.29 Moisè, Samuel, e quel Giovanni 4.30 che prender vuoli, io dico, non Maria, 4.31 non hanno in altro cielo i loro scanni 4.32 che questi spirti che mo t'appariro, 4.33 né hanno a l'esser lor più o meno anni; 4.34 ma tutti fanno bello il primo giro, Pagina 9


divina commedia 4.35 e differentemente han dolce vita 4.36 per sentir più e men l'etterno spiro. 4.37 Qui si mostraro, non perché sortita 4.38 sia questa spera lor, ma per far segno 4.39 de la celestial c'ha men salita. 4.40 Così parlar conviensi al vostro ingegno, 4.41 però che solo da sensato apprende 4.42 ciò che fa poscia d'intelletto degno. 4.43 Per questo la Scrittura condescende 4.44 a vostra facultate, e piedi e mano 4.45 attribuisce a Dio, e altro intende; 4.46 e Santa Chiesa con aspetto umano 4.47 Gabriel e Michel vi rappresenta, 4.48 e l'altro che Tobia rifece sano. 4.49 Quel che Timeo de l'anime argomenta 4.50 non è simile a ciò che qui si vede, 4.51 però che, come dice, par che senta. 4.52 Dice che l'alma a la sua stella riede, 4.53 credendo quella quindi esser decisa 4.54 quando natura per forma la diede; 4.55 e forse sua sentenza è d'altra guisa 4.56 che la voce non suona, ed esser puote 4.57 con intenzion da non esser derisa. 4.58 S'elli intende tornare a queste ruote 4.59 l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse 4.60 in alcun vero suo arco percuote. 4.61 Questo principio, male inteso, torse 4.62 già tutto il mondo quasi, sì che Giove, 4.63 Mercurio e Marte a nominar trascorse. 4.64 L'altra dubitazion che ti commove 4.65 ha men velen, però che sua malizia 4.66 non ti poria menar da me altrove. 4.67 Parere ingiusta la nostra giustizia 4.68 ne li occhi d'i mortali, è argomento 4.69 di fede e non d'eretica nequizia. 4.70 Ma perché puote vostro accorgimento 4.71 ben penetrare a questa veritate, 4.72 come disiri, ti farò contento. 4.73 Se violenza è quando quel che pate 4.74 niente conferisce a quel che sforza, 4.75 non fuor quest'alme per essa scusate; 4.76 ché volontà, se non vuol, non s'ammorza, 4.77 ma fa come natura face in foco, 4.78 se mille volte violenza il torza. 4.79 Per che, s'ella si piega assai o poco, 4.80 segue la forza; e così queste fero 4.81 possendo rifuggir nel santo loco. 4.82 Se fosse stato lor volere intero, 4.83 come tenne Lorenzo in su la grada, 4.84 e fece Muzio a la sua man severo, 4.85 così l'avria ripinte per la strada 4.86 ond'eran tratte, come fuoro sciolte; Pagina 10


divina commedia 4.87 ma così salda voglia è troppo rada. 4.88 E per queste parole, se ricolte 4.89 l'hai come dei, è l'argomento casso 4.90 che t'avria fatto noia ancor più volte. 4.91 Ma or ti s'attraversa un altro passo 4.92 dinanzi a li occhi, tal che per te stesso 4.93 non usciresti: pria saresti lasso. 4.94 Io t'ho per certo ne la mente messo 4.95 ch'alma beata non poria mentire, 4.96 però ch'è sempre al primo vero appresso; 4.97 e poi potesti da Piccarda udire 4.98 che l'affezion del vel Costanza tenne; 4.99 sì ch'ella par qui meco contradire. 4.100 Molte fiate già, frate, addivenne 4.101 che, per fuggir periglio, contra grato 4.102 si fé di quel che far non si convenne; 4.103 come Almeone, che, di ciò pregato 4.104 dal padre suo, la propria madre spense, 4.105 per non perder pietà, si fé spietato. 4.106 A questo punto voglio che tu pense 4.107 che la forza al voler si mischia, e fanno 4.108 sì che scusar non si posson l'offense. 4.109 Voglia assoluta non consente al danno; 4.110 ma consentevi in tanto in quanto teme, 4.111 se si ritrae, cadere in più affanno. 4.112 Però, quando Piccarda quello spreme, 4.113 de la voglia assoluta intende, e io 4.114 de l'altra; sì che ver diciamo insieme». 4.115 Cotal fu l'ondeggiar del santo rio 4.116 ch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva; 4.117 tal puose in pace uno e altro disio. 4.118 «O amanza del primo amante, o diva», 4.119 diss'io appresso, «il cui parlar m'inonda 4.120 e scalda sì, che più e più m'avviva, 4.121 non è l'affezion mia tanto profonda, 4.122 che basti a render voi grazia per grazia; 4.123 ma quei che vede e puote a ciò risponda. 4.124 Io veggio ben che già mai non si sazia 4.125 nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra 4.126 di fuor dal qual nessun vero si spazia. 4.127 Posasi in esso, come fera in lustra, 4.128 tosto che giunto l'ha; e giugner puollo: 4.129 se non, ciascun disio sarebbe *frustra*. 4.130 Nasce per quello, a guisa di rampollo, 4.131 a piè del vero il dubbio; ed è natura 4.132 ch'al sommo pinge noi di collo in collo. 4.133 Questo m'invita, questo m'assicura 4.134 con reverenza, donna, a dimandarvi 4.135 d'un'altra verità che m'è oscura. 4.136 Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi 4.137 ai voti manchi sì con altri beni, 4.138 ch'a la vostra statera non sien parvi». Pagina 11


divina commedia 4.139 4.140 4.141 4.142

Beatrice mi guardò con li occhi pieni di faville d'amor così divini, che, vinta, mia virtute diè le reni, e quasi mi perdei con li occhi chini.

5.1 «S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore 5.2 di là dal modo che 'n terra si vede, 5.3 sì che del viso tuo vinco il valore, 5.4 non ti maravigliar; ché ciò procede 5.5 da perfetto veder, che, come apprende, 5.6 così nel bene appreso move il piede. 5.7 Io veggio ben sì come già resplende 5.8 ne l'intelletto tuo l'etterna luce, 5.9 che, vista, sola e sempre amore accende; 5.10 e s'altra cosa vostro amor seduce, 5.11 non è se non di quella alcun vestigio, 5.12 mal conosciuto, che quivi traluce. 5.13 Tu vuo' saper se con altro servigio, 5.14 per manco voto, si può render tanto 5.15 che l'anima sicuri di letigio». 5.16 Sì cominciò Beatrice questo canto; 5.17 e sì com'uom che suo parlar non spezza, 5.18 continuò così 'l processo santo: 5.19 «Lo maggior don che Dio per sua larghezza 5.20 fesse creando, e a la sua bontate 5.21 più conformato, e quel ch'e' più apprezza, 5.22 fu de la volontà c; 5.23 di che le creature intelligenti, 5.24 e tutte e sole, fuoro e son dotate. 5.25 Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 5.26 l'alto valor del voto, s'è sì fatto 5.27 che Dio consenta quando tu consenti; 5.28 ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto, 5.29 vittima fassi di questo tesoro, 5.30 tal quale io dico; e fassi col suo atto. 5.31 Dunque che render puossi per ristoro? 5.32 Se credi bene usar quel c'hai offerto, 5.33 di maltolletto vuo' far buon lavoro. 5.34 Tu se' omai del maggior punto certo; 5.35 ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, 5.36 che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto, 5.37 convienti ancor sedere un poco a mensa, 5.38 però che 'l cibo rigido c'hai preso, 5.39 richiede ancora aiuto a tua dispensa. 5.40 Apri la mente a quel ch'io ti paleso 5.41 e fermalvi entro; ché non fa scienza, 5.42 sanza lo ritenere, avere inteso. 5.43 Due cose si convegnono a l'essenza 5.44 di questo sacrificio: l'una è quella 5.45 di che si fa; l'altr'è la convenenza. 5.46 Quest'ultima già mai non si cancella 5.47 se non servata; e intorno di lei 5.48 sì preciso di sopra si favella: Pagina 12


divina commedia 5.49 però necessitato fu a li Ebrei 5.50 pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta 5.51 sì permutasse, come saver dei. 5.52 L'altra, che per materia t'è aperta, 5.53 puote ben esser tal, che non si falla 5.54 se con altra materia si converta. 5.55 Ma non trasmuti carco a la sua spalla 5.56 per suo arbitrio alcun, sanza la volta 5.57 e de la chiave bianca e de la gialla; 5.58 e ogne permutanza credi stolta, 5.59 se la cosa dimessa in la sorpresa 5.60 come 'l quattro nel sei non è raccolta. 5.61 Però qualunque cosa tanto pesa 5.62 per suo valor che tragga ogne bilancia, 5.63 sodisfar non si può con altra spesa. 5.64 Non prendan li mortali il voto a ciancia; 5.65 siate fedeli, e a ciò far non bieci, 5.66 come Ieptè a la sua prima mancia; 5.67 cui più si convenia dicer "Mal feci", 5.68 che, servando, far peggio; e così stolto 5.69 ritrovar puoi il gran duca de' Greci, 5.70 onde pianse Efigènia il suo bel volto, 5.71 e fé pianger di sé i folli e i savi 5.72 ch'udir parlar di così fatto cólto. 5.73 Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: 5.74 non siate come penna ad ogne vento, 5.75 e non crediate ch'ogne acqua vi lavi. 5.76 Avete il novo e 'l vecchio Testamento, 5.77 e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; 5.78 questo vi basti a vostro salvamento. 5.79 Se mala cupidigia altro vi grida, 5.80 uomini siate, e non pecore matte, 5.81 sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida! 5.82 Non fate com'agnel che lascia il latte 5.83 de la sua madre, e semplice e lascivo 5.84 seco medesmo a suo piacer combatte!». 5.85 Così Beatrice a me com'io scrivo; 5.86 poi si rivolse tutta disiante 5.87 a quella parte ove 'l mondo è più vivo. 5.88 Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante 5.89 puoser silenzio al mio cupido ingegno, 5.90 che già nuove questioni avea davante; 5.91 e sì come saetta che nel segno 5.92 percuote pria che sia la corda queta, 5.93 così corremmo nel secondo regno. 5.94 Quivi la donna mia vid'io sì lieta, 5.95 come nel lume di quel ciel si mise, 5.96 che più lucente se ne fé 'l pianeta. 5.97 E se la stella si cambiò e rise, 5.98 qual mi fec'io che pur da mia natura 5.99 trasmutabile son per tutte guise! Pagina 13


divina commedia 5.100 Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura 5.101 traggonsi i pesci a ciò che vien di fori 5.102 per modo che lo stimin lor pastura, 5.103 sì vid'io ben più di mille splendori 5.104 trarsi ver' noi, e in ciascun s'udìa: 5.105 «Ecco chi crescerà li nostri amori». 5.106 E sì come ciascuno a noi venìa, 5.107 vedeasi l'ombra piena di letizia 5.108 nel folgór chiaro che di lei uscia. 5.109 Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia 5.110 non procedesse, come tu avresti 5.111 di più savere angosciosa carizia; 5.112 e per te vederai come da questi 5.113 m'era in disio d'udir lor condizioni, 5.114 sì come a li occhi mi fur manifesti. 5.115 «O bene nato a cui veder li troni 5.116 del triunfo etternal concede grazia 5.117 prima che la milizia s'abbandoni, 5.118 del lume che per tutto il ciel si spazia 5.119 noi semo accesi; e però, se disii 5.120 di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». 5.121 Così da un di quelli spirti pii 5.122 detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì 5.123 sicuramente, e credi come a dii». 5.124 «Io veggio ben sì come tu t'annidi 5.125 nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, 5.126 perch'e' corusca sì come tu ridi; 5.127 ma non so chi tu se', né perché aggi, 5.128 anima degna, il grado de la spera 5.129 che si vela a' mortai con altrui raggi». 5.130 Questo diss'io diritto alla lumera 5.131 che pria m'avea parlato; ond'ella fessi 5.132 lucente più assai di quel ch'ell'era. 5.133 Sì come il sol che si cela elli stessi 5.134 per troppa luce, come 'l caldo ha róse 5.135 le temperanze d'i vapori spessi, 5.136 5.137 5.138 5.139

per più letizia sì mi si nascose dentro al suo raggio la figura santa; e così chiusa chiusa mi rispuose nel modo che 'l seguente canto canta.

Paradiso - canto 6 6.1 «Poscia che Costantin l'aquila volse 6.2 contr'al corso del ciel, ch'ella seguio 6.3 dietro a l'antico che Lavina tolse, 6.4 cento e cent'anni e più l'uccel di Dio 6.5 ne lo stremo d'Europa si ritenne, 6.6 vicino a' monti de' quai prima uscìo; 6.7 e sotto l'ombra de le sacre penne 6.8 governò 'l mondo lì di mano in mano, 6.9 e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 6.10 Cesare fui e son Iustiniano, 6.11 che, per voler del primo amor ch'i' sento, Pagina 14


divina commedia 6.12 d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano. 6.13 E prima ch'io a l'ovra fossi attento, 6.14 una natura in Cristo esser, non piùe, 6.15 credea, e di tal fede era contento; 6.16 ma 'l benedetto Agapito, che fue 6.17 sommo pastore, a la fede sincera 6.18 mi dirizzò con le parole sue. 6.19 Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era, 6.20 vegg'io or chiaro sì, come tu vedi 6.21 ogni contradizione e falsa e vera. 6.22 Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 6.23 a Dio per grazia piacque di spirarmi 6.24 l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi; 6.25 e al mio Belisar commendai l'armi, 6.26 cui la destra del ciel fu sì congiunta, 6.27 che segno fu ch'i' dovessi posarmi. 6.28 Or qui a la question prima s'appunta 6.29 la mia risposta; ma sua condizione 6.30 mi stringe a seguitare alcuna giunta, 6.31 perché tu veggi con quanta ragione 6.32 si move contr'al sacrosanto segno 6.33 e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone. 6.34 Vedi quanta virtù l'ha fatto degno 6.35 di reverenza; e cominciò da l'ora 6.36 che Pallante morì per darli regno. 6.37 Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora 6.38 per trecento anni e oltre, infino al fine 6.39 che i tre a' tre pugnar per lui ancora. 6.40 E sai ch'el fé dal mal de le Sabine 6.41 al dolor di Lucrezia in sette regi, 6.42 vincendo intorno le genti vicine. 6.43 Sai quel ch'el fé portato da li egregi 6.44 Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 6.45 incontro a li altri principi e collegi; 6.46 onde Torquato e Quinzio, che dal cirro 6.47 negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi 6.48 ebber la fama che volontier mirro. 6.49 Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi 6.50 che di retro ad Annibale passaro 6.51 l'alpestre rocce, Po, di che tu labi. 6.52 Sott'esso giovanetti triunfaro 6.53 Scipione e Pompeo; e a quel colle 6.54 sotto 'l qual tu nascesti parve amaro. 6.55 Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle 6.56 redur lo mondo a suo modo sereno, 6.57 Cesare per voler di Roma il tolle. 6.58 E quel che fé da Varo infino a Reno, 6.59 Isara vide ed Era e vide Senna 6.60 e ogne valle onde Rodano è pieno. 6.61 Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna 6.62 e saltò Rubicon, fu di tal volo, 6.63 che nol seguiteria lingua né penna. Pagina 15


divina commedia 6.64 Inver' la Spagna rivolse lo stuolo, 6.65 poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse 6.66 sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo. 6.67 Antandro e Simeonta, onde si mosse, 6.68 rivide e là dov'Ettore si cuba; 6.69 e mal per Tolomeo poscia si scosse. 6.70 Da indi scese folgorando a Iuba; 6.71 onde si volse nel vostro occidente, 6.72 ove sentia la pompeana tuba. 6.73 Di quel che fé col baiulo seguente, 6.74 Bruto con Cassio ne l'inferno latra, 6.75 e Modena e Perugia fu dolente. 6.76 Piangene ancor la trista Cleopatra, 6.77 che, fuggendoli innanzi, dal colubro 6.78 la morte prese subitana e atra. 6.79 Con costui corse infino al lito rubro; 6.80 con costui puose il mondo in tanta pace, 6.81 che fu serrato a Giano il suo delubro. 6.82 Ma ciò che 'l segno che parlar mi face 6.83 fatto avea prima e poi era fatturo 6.84 per lo regno mortal ch'a lui soggiace, 6.85 diventa in apparenza poco e scuro, 6.86 se in mano al terzo Cesare si mira 6.87 con occhio chiaro e con affetto puro; 6.88 ché la viva giustizia che mi spira, 6.89 li concedette, in mano a quel ch'i' dico, 6.90 gloria di far vendetta a la sua ira. 6.91 Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco: 6.92 poscia con Tito a far vendetta corse 6.93 de la vendetta del peccato antico. 6.94 E quando il dente longobardo morse 6.95 la Santa Chiesa, sotto le sue ali 6.96 Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 6.97 Omai puoi giudicar di quei cotali 6.98 ch'io accusai di sopra e di lor falli, 6.99 che son cagion di tutti vostri mali. 6.100 L'uno al pubblico segno i gigli gialli 6.101 oppone, e l'altro appropria quello a parte, 6.102 sì ch'è forte a veder chi più si falli. 6.103 Faccian li Ghibellin, faccian lor arte 6.104 sott'altro segno; ché mal segue quello 6.105 sempre chi la giustizia e lui diparte; 6.106 e non l'abbatta esto Carlo novello 6.107 coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli 6.108 ch'a più alto leon trasser lo vello. 6.109 Molte fiate già pianser li figli 6.110 per la colpa del padre, e non si creda 6.111 che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli! 6.112 Questa picciola stella si correda 6.113 di buoni spirti che son stati attivi 6.114 perché onore e fama li succeda: Pagina 16


divina commedia 6.115 e quando li disiri poggian quivi, 6.116 sì disviando, pur convien che i raggi 6.117 del vero amore in sù poggin men vivi. 6.118 Ma nel commensurar d'i nostri gaggi 6.119 col merto è parte di nostra letizia, 6.120 perché non li vedem minor né maggi. 6.121 Quindi addolcisce la viva giustizia 6.122 in noi l'affetto sì, che non si puote 6.123 torcer già mai ad alcuna nequizia. 6.124 Diverse voci fanno dolci note; 6.125 così diversi scanni in nostra vita 6.126 rendon dolce armonia tra queste rote. 6.127 E dentro a la presente margarita 6.128 luce la luce di Romeo, di cui 6.129 fu l'ovra grande e bella mal gradita. 6.130 Ma i Provenzai che fecer contra lui 6.131 non hanno riso; e però mal cammina 6.132 qual si fa danno del ben fare altrui. 6.133 Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 6.134 Ramondo Beringhiere, e ciò li fece 6.135 Romeo, persona umìle e peregrina. 6.136 E poi il mosser le parole biece 6.137 a dimandar ragione a questo giusto, 6.138 che li assegnò sette e cinque per diece, 6.139 6.140 6.141 6.142

indi partissi povero e vetusto; e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto, assai lo loda, e più lo loderebbe».

Paradiso - canto 7 7.1 «Osanna, sanctus Deus sabaòth, 7.2 superillustrans claritate tua 7.3 felices ignes horum malacòth!». 7.4 Così, volgendosi a la nota sua, 7.5 fu viso a me cantare essa sustanza, 7.6 sopra la qual doppio lume s'addua: 7.7 ed essa e l'altre mossero a sua danza, 7.8 e quasi velocissime faville, 7.9 mi si velar di sùbita distanza. 7.10 Io dubitava e dicea "Dille, dille!" 7.11 fra me, "dille", dicea, `a la mia donna 7.12 che mi diseta con le dolci stille'. 7.13 Ma quella reverenza che s'indonna 7.14 di tutto me, pur per *Be* e per *ice*, 7.15 mi richinava come l'uom ch'assonna. 7.16 Poco sofferse me cotal Beatrice 7.17 e cominciò, raggiandomi d'un riso 7.18 tal, che nel foco faria l'uom felice: 7.19 «Secondo mio infallibile avviso, 7.20 come giusta vendetta giustamente 7.21 punita fosse, t'ha in pensier miso; 7.22 ma io ti solverò tosto la mente; 7.23 e tu ascolta, ché le mie parole Pagina 17


divina commedia 7.24 di gran sentenza ti faran presente. 7.25 Per non soffrire a la virtù che vole 7.26 freno a suo prode, quell'uom che non nacque, 7.27 dannando sé, dannò tutta sua prole; 7.28 onde l'umana specie inferma giacque 7.29 giù per secoli molti in grande errore, 7.30 fin ch'al Verbo di Dio discender piacque 7.31 u' la natura, che dal suo fattore 7.32 s'era allungata, unì a sé in persona 7.33 con l'atto sol del suo etterno amore. 7.34 Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona: 7.35 questa natura al suo fattore unita, 7.36 qual fu creata, fu sincera e buona; 7.37 ma per sé stessa pur fu ella sbandita 7.38 di paradiso, però che si torse 7.39 da via di verità e da sua vita. 7.40 La pena dunque che la croce porse 7.41 s'a la natura assunta si misura, 7.42 nulla già mai sì giustamente morse; 7.43 e così nulla fu di tanta ingiura, 7.44 guardando a la persona che sofferse, 7.45 in che era contratta tal natura. 7.46 Però d'un atto uscir cose diverse: 7.47 ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte; 7.48 per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse. 7.49 Non ti dee oramai parer più forte, 7.50 quando si dice che giusta vendetta 7.51 poscia vengiata fu da giusta corte. 7.52 Ma io veggi' or la tua mente ristretta 7.53 di pensiero in pensier dentro ad un nodo, 7.54 del qual con gran disio solver s'aspetta. 7.55 Tu dici: "Ben discerno ciò ch'i' odo; 7.56 ma perché Dio volesse, m'è occulto, 7.57 a nostra redenzion pur questo modo". 7.58 Questo decreto, frate, sta sepulto 7.59 a li occhi di ciascuno il cui ingegno 7.60 ne la fiamma d'amor non è adulto. 7.61 Veramente, però ch'a questo segno 7.62 molto si mira e poco si discerne, 7.63 dirò perché tal modo fu più degno. 7.64 La divina bontà, che da sé sperne 7.65 ogne livore, ardendo in sé, sfavilla 7.66 sì che dispiega le bellezze etterne. 7.67 Ciò che da lei sanza mezzo distilla 7.68 non ha poi fine, perché non si move 7.69 la sua imprenta quand'ella sigilla. 7.70 Ciò che da essa sanza mezzo piove 7.71 libero è tutto, perché non soggiace 7.72 a la virtute de le cose nove. 7.73 Più l'è conforme, e però più le piace; 7.74 ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia, 7.75 ne la più somigliante è più vivace. Pagina 18


divina commedia 7.76 Di tutte queste dote s'avvantaggia 7.77 l'umana creatura; e s'una manca, 7.78 di sua nobilità convien che caggia. 7.79 Solo il peccato è quel che la disfranca 7.80 e falla dissìmile al sommo bene, 7.81 per che del lume suo poco s'imbianca; 7.82 e in sua dignità mai non rivene, 7.83 se non riempie, dove colpa vòta, 7.84 contra mal dilettar con giuste pene. 7.85 Vostra natura, quando peccò *tota* 7.86 nel seme suo, da queste dignitadi, 7.87 come di paradiso, fu remota; 7.88 né ricovrar potiensi, se tu badi 7.89 ben sottilmente, per alcuna via, 7.90 sanza passar per un di questi guadi: 7.91 o che Dio solo per sua cortesia 7.92 dimesso avesse, o che l'uom per sé isso 7.93 avesse sodisfatto a sua follia. 7.94 Ficca mo l'occhio per entro l'abisso 7.95 de l'etterno consiglio, quanto puoi 7.96 al mio parlar distrettamente fisso. 7.97 Non potea l'uomo ne' termini suoi 7.98 mai sodisfar, per non potere ir giuso 7.99 con umiltate obediendo poi, 7.100 quanto disobediendo intese ir suso; 7.101 e questa è la cagion per che l'uom fue 7.102 da poter sodisfar per sé dischiuso. 7.103 Dunque a Dio convenia con le vie sue 7.104 riparar l'omo a sua intera vita, 7.105 dico con l'una, o ver con amendue. 7.106 Ma perché l'ovra tanto è più gradita 7.107 da l'operante, quanto più appresenta 7.108 de la bontà del core ond'ell'è uscita, 7.109 la divina bontà che 'l mondo imprenta, 7.110 di proceder per tutte le sue vie, 7.111 a rilevarvi suso, fu contenta. 7.112 Né tra l'ultima notte e 'l primo die 7.113 sì alto o sì magnifico processo, 7.114 o per l'una o per l'altra, fu o fie: 7.115 ché più largo fu Dio a dar sé stesso 7.116 per far l'uom sufficiente a rilevarsi, 7.117 che s'elli avesse sol da sé dimesso; 7.118 e tutti li altri modi erano scarsi 7.119 a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio 7.120 non fosse umiliato ad incarnarsi. 7.121 Or per empierti bene ogni disio, 7.122 ritorno a dichiararti in alcun loco, 7.123 perché tu veggi lì così com'io. 7.124 Tu dici: ``Io veggio l'acqua, io veggio il foco, 7.125 l'aere e la terra e tutte lor misture 7.126 venire a corruzione, e durar poco; Pagina 19


divina commedia 7.127 e queste cose pur furon creature; 7.128 per che, se ciò ch'è detto è stato vero, 7.129 esser dovrien da corruzion sicure''. 7.130 Li angeli, frate, e 'l paese sincero 7.131 nel qual tu se', dir si posson creati, 7.132 sì come sono, in loro essere intero; 7.133 ma li elementi che tu hai nomati 7.134 e quelle cose che di lor si fanno 7.135 da creata virtù sono informati. 7.136 Creata fu la materia ch'elli hanno; 7.137 creata fu la virtù informante 7.138 in queste stelle che 'ntorno a lor vanno. 7.139 L'anima d'ogne bruto e de le piante 7.140 di complession potenziata tira 7.141 lo raggio e 'l moto de le luci sante; 7.142 ma vostra vita sanza mezzo spira 7.143 la somma beninanza, e la innamora 7.144 di sé sì che poi sempre la disira. 7.145 7.146 7.147 7.148

E quinci puoi argomentare ancora vostra resurrezion, se tu ripensi come l'umana carne fessi allora che li primi parenti intrambo fensi».

Paradiso - canto 8 8.1 Solea creder lo mondo in suo periclo 8.2 che la bella Ciprigna il folle amore 8.3 raggiasse, volta nel terzo epiciclo; 8.4 per che non pur a lei faceano onore 8.5 di sacrificio e di votivo grido 8.6 le genti antiche ne l'antico errore; 8.7 ma Dione onoravano e Cupido, 8.8 quella per madre sua, questo per figlio, 8.9 e dicean ch'el sedette in grembo a Dido; 8.10 e da costei ond'io principio piglio 8.11 pigliavano il vocabol de la stella 8.12 che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. 8.13 Io non m'accorsi del salire in ella; 8.14 ma d'esservi entro mi fé assai fede 8.15 la donna mia ch'i' vidi far più bella. 8.16 E come in fiamma favilla si vede, 8.17 e come in voce voce si discerne, 8.18 quand'una è ferma e altra va e riede, 8.19 vid'io in essa luce altre lucerne 8.20 muoversi in giro più e men correnti, 8.21 al modo, credo, di lor viste interne. 8.22 Di fredda nube non disceser venti, 8.23 o visibili o no, tanto festini, 8.24 che non paressero impediti e lenti 8.25 a chi avesse quei lumi divini 8.26 veduti a noi venir, lasciando il giro 8.27 pria cominciato in li alti Serafini; 8.28 e dentro a quei che più innanzi appariro 8.29 sonava "*Osanna*" sì, che unque poi Pagina 20


divina commedia 8.30 di riudir non fui sanza disiro. 8.31 Indi si fece l'un più presso a noi 8.32 e solo incominciò: «Tutti sem presti 8.33 al tuo piacer, perché di noi ti gioi. 8.34 Noi ci volgiam coi principi celesti 8.35 d'un giro e d'un girare e d'una sete, 8.36 ai quali tu del mondo già dicesti: 8.37 "*Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete*"; 8.38 e sem sì pien d'amor, che, per piacerti, 8.39 non fia men dolce un poco di quiete». 8.40 Poscia che li occhi miei si fuoro offerti 8.41 a la mia donna reverenti, ed essa 8.42 fatti li avea di sé contenti e certi, 8.43 rivolsersi a la luce che promessa 8.44 tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue 8.45 la voce mia di grande affetto impressa. 8.46 E quanta e quale vid'io lei far piùe 8.47 per allegrezza nova che s'accrebbe, 8.48 quando parlai, a l'allegrezze sue! 8.49 Così fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbe 8.50 giù poco tempo; e se più fosse stato, 8.51 molto sarà di mal, che non sarebbe. 8.52 La mia letizia mi ti tien celato 8.53 che mi raggia dintorno e mi nasconde 8.54 quasi animal di sua seta fasciato. 8.55 Assai m'amasti, e avesti ben onde; 8.56 che s'io fossi giù stato, io ti mostrava 8.57 di mio amor più oltre che le fronde. 8.58 Quella sinistra riva che si lava 8.59 di Rodano poi ch'è misto con Sorga, 8.60 per suo segnore a tempo m'aspettava, 8.61 e quel corno d'Ausonia che s'imborga 8.62 di Bari e di Gaeta e di Catona 8.63 da ove Tronto e Verde in mare sgorga. 8.64 Fulgeami già in fronte la corona 8.65 di quella terra che 'l Danubio riga 8.66 poi che le ripe tedesche abbandona. 8.67 E la bella Trinacria, che caliga 8.68 tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo 8.69 che riceve da Euro maggior briga, 8.70 non per Tifeo ma per nascente solfo, 8.71 attesi avrebbe li suoi regi ancora, 8.72 nati per me di Carlo e di Ridolfo, 8.73 se mala segnoria, che sempre accora 8.74 li popoli suggetti, non avesse 8.75 mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!". 8.76 E se mio frate questo antivedesse, 8.77 l'avara povertà di Catalogna 8.78 già fuggeria, perché non li offendesse; 8.79 ché veramente proveder bisogna 8.80 per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca 8.81 carcata più d'incarco non si pogna. Pagina 21


divina commedia 8.82 La sua natura, che di larga parca 8.83 discese, avria mestier di tal milizia 8.84 che non curasse di mettere in arca». 8.85 «Però ch'i' credo che l'alta letizia 8.86 che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio, 8.87 là 've ogne ben si termina e s'inizia, 8.88 per te si veggia come la vegg'io, 8.89 grata m'è più; e anco quest'ho caro 8.90 perché 'l discerni rimirando in Dio. 8.91 Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro, 8.92 poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso 8.93 com'esser può, di dolce seme, amaro». 8.94 Questo io a lui; ed elli a me: «S'io posso 8.95 mostrarti un vero, a quel che tu dimandi 8.96 terrai lo viso come tien lo dosso. 8.97 Lo ben che tutto il regno che tu scandi 8.98 volge e contenta, fa esser virtute 8.99 sua provedenza in questi corpi grandi. 8.100 E non pur le nature provedute 8.101 sono in la mente ch'è da sé perfetta, 8.102 ma esse insieme con la lor salute: 8.103 per che quantunque quest'arco saetta 8.104 disposto cade a proveduto fine, 8.105 sì come cosa in suo segno diretta. 8.106 Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine 8.107 producerebbe sì li suoi effetti, 8.108 che non sarebbero arti, ma ruine; 8.109 e ciò esser non può, se li 'ntelletti 8.110 che muovon queste stelle non son manchi, 8.111 e manco il primo, che non li ha perfetti. 8.112 Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?». 8.113 E io: «Non già; ché impossibil veggio 8.114 che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi». 8.115 Ond'elli ancora: «Or di': sarebbe il peggio 8.116 per l'omo in terra, se non fosse cive?». 8.117 «Sì», rispuos'io; «e qui ragion non cheggio». 8.118 «E puot'elli esser, se giù non si vive 8.119 diversamente per diversi offici? 8.120 Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive». 8.121 Sì venne deducendo infino a quici; 8.122 poscia conchiuse: «Dunque esser diverse 8.123 convien di vostri effetti le radici: 8.124 per ch'un nasce Solone e altro Serse, 8.125 altro Melchisedèch e altro quello 8.126 che, volando per l'aere, il figlio perse. 8.127 La circular natura, ch'è suggello 8.128 a la cera mortal, fa ben sua arte, 8.129 ma non distingue l'un da l'altro ostello. 8.130 Quinci addivien ch'Esaù si diparte 8.131 per seme da Iacòb; e vien Quirino 8.132 da sì vil padre, che si rende a Marte. Pagina 22


divina commedia 8.133 Natura generata il suo cammino 8.134 simil farebbe sempre a' generanti, 8.135 se non vincesse il proveder divino. 8.136 Or quel che t'era dietro t'è davanti: 8.137 ma perché sappi che di te mi giova, 8.138 un corollario voglio che t'ammanti. 8.139 Sempre natura, se fortuna trova 8.140 discorde a sé, com'ogne altra semente 8.141 fuor di sua region, fa mala prova. 8.142 E se 'l mondo là giù ponesse mente 8.143 al fondamento che natura pone, 8.144 seguendo lui, avria buona la gente. 8.145 8.146 8.147 8.148

Ma voi torcete a la religione tal che fia nato a cignersi la spada, e fate re di tal ch'è da sermone; onde la traccia vostra è fuor di strada».

Paradiso - canto 9 9.1 Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, 9.2 m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni 9.3 che ricever dovea la sua semenza; 9.4 ma disse: <<Taci e lascia muover li anni>>; 9.5 sì ch'io non posso dir se non che pianto 9.6 giusto verrà di retro ai vostri danni. 9.7 E già la vita di quel lume santo 9.8 rivolta s'era al Sol che la riempie 9.9 come quel ben ch'a ogne cosa è tanto. 9.10 Ahi anime ingannate e fatture empie, 9.11 che da sì fatto ben torcete i cuori, 9.12 drizzando in vanità le vostre tempie! 9.13 Ed ecco un altro di quelli splendori 9.14 ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi, 9.15 significava nel chiarir di fori. 9.16 Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi 9.17 sovra me, come pria, di caro assenso 9.18 al mio disio certificato fermi. 9.19 <<Deh, metti al mio voler tosto compenso, 9.20 beato spirto>>, dissi, <<e fammi prova 9.21 ch'i' possa in te rifletter quel ch'io penso!>>. 9.22 Onde la luce che m'era ancor nova, 9.23 del suo profondo, ond'ella pria cantava 9.24 seguette come a cui di ben far giova: 9.25 <<in quella parte della terra prava 9.26 italica che siede tra Rialto 9.27 e le fontane di Brenta e di Piava, 9.28 si leva un colle, e non surge molt'alto, 9.29 là onde scese già una facella 9.30 che fece a la contrada un grande assalto. 9.31 D'una radice nacqui ed io ed ella: 9.32 Cunizza fui chiamata, e qui refulgo 9.33 perché mi vinse il lume d'esta stella; 9.34 ma lietamente a me medesma indulgo 9.35 la cagion di mia sorte, e non mi noia; Pagina 23


divina commedia 9.36 che parria forse forte al vostro vulgo. 9.37 Di questa luculenta e cara gioia 9.38 del nostro cielo che più m'è propinqua, 9.39 grande fama rimase; e pria che moia, 9.40 questo centesimo anno ancor s'incinqua: 9.41 vedi se far si dee l'omo eccellente, 9.42 sì ch'altra vita la prima relinqua. 9.43 E ciò non pensa la turba presente 9.44 che Tagliamento e Adice richiude, 9.45 né per esser battuta ancor si pente; 9.46 ma tosto fia che Padova al palude 9.47 cangerà l'acqua che Vincenza bagna, 9.48 per essere al dover le genti crude; 9.49 e dove Sile e Cagnan s'accompagna, 9.50 tal signoreggia e va con la testa alta, 9.51 che già per lui carpir si fa la ragna. 9.52 Piangerà Feltro ancora la difalta 9.53 de l'empio suo pastor, che sarà sconcia 9.54 sì, che per simil non s'entrò in malta. 9.55 Troppo sarebbe larga la biconcia 9.56 che ricevesse il sangue ferrarese, 9.57 e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia, 9.58 che donerà questo prete cortese 9.59 per mostrarsi di parte; e cotai doni 9.60 conformi fieno al viver del paese. 9.61 Sù sono specchi, voi dicete Troni, 9.62 onde refulge a noi Dio giudicante; 9.63 sì che questi parlar ne paion buoni>>. 9.64 Qui si tacette; e fecemi sembiante 9.65 che fosse ad altro volta, per la rota 9.66 in che si mise com'era davante. 9.67 L'altra letizia, che m'era già nota 9.68 per cara cosa, mi si fece in vista 9.69 qual fin balasso in che lo sol percuota. 9.70 Per letiziar là sù fulgor s'acquista, 9.71 sì come riso qui; ma giù s'abbuia 9.72 l'ombra di fuor, come la mente è trista. 9.73 <<Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia>>, 9.74 diss'io, <<beato spirto, sì che nulla 9.75 voglia di sè a te può esser fuia. 9.76 Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla 9.77 sempre col canto di quei fuochi pii 9.78 che di sei ali facen la coculla, 9.79 perché non satisface a' miei disii? 9.80 Già non attendere' io tua domanda, 9.81 s'io m'intuassi, come tu t'inmii>>. 9.82 <<La maggior valle in che l'acqua si spanda>>, 9.83 incominciaro allor le sue parole, 9.84 <<fuor di quel mar che la terra inghirlanda, 9.85 tra' discordanti liti contra 'l sole 9.86 tanto sen va, che fa meridiano 9.87 là dove l'orizzonte pria far suole. Pagina 24


divina commedia 9.88 Di quella valle fu' io litorano 9.89 tra Ebro e Macra, che per cammin corto 9.90 parte lo Genovese dal Toscano. 9.91 Ad un occaso quasi e ad un orto 9.92 Buggea siede e la terra ond'io fui, 9.93 che fé del sangue suo già caldo il porto. 9.94 Folco mi disse quellla gente a cui 9.95 fu noto il nome mio; e questo cielo 9.96 di me s'imprenta, com'io fe' di lui; 9.97 ché più non arse la figlia di Belo. 9.98 noiando e a Sicheo e a Creusa, 9.99 di me, infin che si convenne al pelo; 9.100 né quella Rodopea che delusa 9.101 fu da Demofoonte, né Alcide 9.102 quando Iole nel cuore ebbe rinchiusa. 9.103 Non però qui si pente, ma si ride, 9.104 non della colpa, ch'a mente non torna, 9.105 ma del valor ch'ordinò e provide. 9.106 Qui si rimira ne l'arte ch'addorna 9.107 cotanto affetto, e discernesi 'l bene 9.108 per che 'l mondo di sù quel di giù torna. 9.109 Ma perché tutte le tue voglie piene 9.110 ten porti che son nate in questa spera, 9.111 procedere ancor oltre mi convene. 9.112 Tu vuo' saper chi è in questa lumera 9.113 che qui appresso me così scintilla 9.114 come raggio di sole in acqua mera. 9.115 Or sappi che là entro si tranquilla 9.116 Raab; e a nostr'ordine congiunta 9.117 di lei nel sommo grado si sigilla. 9.118 Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta 9.119 che 'l vostro mondo face, pria ch'alt'alma 9.120 del triunfo di Cristo fu assunta. 9.121 Ben si convenne lei lasciar per palma 9.122 in alcun cielo de l'alta vittoria 9.123 che s'acquistò con l'una e l'altra palma, 9.124 perch'ella favorò la prima gloria 9.125 di Iosuè in su la Terra Santa, 9.126 che poco tocca al papa la memoria. 9.127 La tua città, che di colui è pianta, 9.128 che pria volse le spalle al suo fattore 9.129 e di cui è la 'nvidia tanto pianta, 9.130 9.131 9.132 9.133 9.134 9.135 9.136 9.137 9.138 9.139 9.140 9.141

produce e spande il maladetto fiore c'ha disviate le pecore e li agni, però che fatto ha lupo del pastore. Per questo l'Evangelio e i dottori magni son derelitti, e solo ai Decretali si studia, sì che pare a' lor vivagni. A questo intende il papa e 'cardinali; non vanno i lor pensieri a Nazarette, là dove Gabriello aperse l'ali. Ma Vaticano e l'altre parti elette di Roma che son state cimitero a la milizia che Pietro seguette, Pagina 25


divina commedia 9.142 tosto libere fien de l'avoltero>>. Paradiso - canto 10 10.1 Guardando nel suo Figlio con l'Amore 10.2 che l'uno e l'altro etternalmente spira, 10.3 lo primo e ineffabile Valore 10.4 quanto per mente e per loco si gira 10.5 con tant'ordine fé, ch'esser non puote 10.6 sanza gustar di lui chi ciò rimira. 10.7 Leva dunque, lettore, a l'alte rote 10.8 meco la vista, dritto a quella parte 10.9 dove l'un moto e l'altro si percuote; 10.10 e lì comincia a vagheggiar ne l'arte 10.11 di quel maestro che dentro a sé l'ama, 10.12 tanto che mai da lei l'occhio non parte. 10.13 Vedi come da indi si dirama 10.14 l'oblico cerchio che i pianeti porta, 10.15 per sodisfare al mondo che li chiama. 10.16 Che se la strada lor non fosse torta, 10.17 molta virtù nel ciel sarebbe in vano, 10.18 e quasi ogne potenza qua giù morta; 10.19 e se dal dritto più o men lontano 10.20 fosse 'l partire, assai sarebbe manco 10.21 e giù e sù de l'ordine mondano. 10.22 Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco, 10.23 dietro pensando a ciò che si preliba, 10.24 s'esser vuoi lieto assai prima che stanco. 10.25 Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba; 10.26 ché a sé torce tutta la mia cura 10.27 quella materia ond'io son fatto scriba. 10.28 Lo ministro maggior de la natura, 10.29 che del valor del ciel lo mondo imprenta 10.30 e col suo lume il tempo ne misura, 10.31 con quella parte che sù si rammenta 10.32 congiunto, si girava per le spire 10.33 in che più tosto ognora s'appresenta; 10.34 e io era con lui; ma del salire 10.35 non m'accors'io, se non com'uom s'accorge, 10.36 anzi 'l primo pensier, del suo venire. 10.37 E' Beatrice quella che sì scorge 10.38 di bene in meglio, sì subitamente 10.39 che l'atto suo per tempo non si sporge. 10.40 Quant'esser convenia da sé lucente 10.41 quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi, 10.42 non per color, ma per lume parvente! 10.43 Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami, 10.44 sì nol direi che mai s'imaginasse; 10.45 ma creder puossi e di veder si brami. 10.46 E se le fantasie nostre son basse 10.47 a tanta altezza, non è maraviglia; 10.48 ché sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse. 10.49 Tal era quivi la quarta famiglia Pagina 26


divina commedia 10.50 de l'alto Padre, che sempre la sazia, 10.51 mostrando come spira e come figlia. 10.52 E Beatrice cominciò: «Ringrazia, 10.53 ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo 10.54 sensibil t'ha levato per sua grazia». 10.55 Cor di mortal non fu mai sì digesto 10.56 a divozione e a rendersi a Dio 10.57 con tutto 'l suo gradir cotanto presto, 10.58 come a quelle parole mi fec'io; 10.59 e sì tutto 'l mio amore in lui si mise, 10.60 che Beatrice eclissò ne l'oblio. 10.61 Non le dispiacque; ma sì se ne rise, 10.62 che lo splendor de li occhi suoi ridenti 10.63 mia mente unita in più cose divise. 10.64 Io vidi più folgór vivi e 10.65 far di noi centro e di sé far corona, 10.66 più dolci in voce che in vista lucenti: 10.67 così cinger la figlia di Latona 10.68 vedem talvolta, quando l'aere è pregno, 10.69 sì che ritenga il fil che fa la zona. 10.70 Ne la corte del cielo, ond'io rivegno, 10.71 si trovan molte gioie care e belle 10.72 tanto che non si posson trar del regno; 10.73 e 'l canto di quei lumi era di quelle; 10.74 chi non s'impenna sì che là sù voli, 10.75 dal muto aspetti quindi le novelle. 10.76 Poi, sì cantando, quelli ardenti soli 10.77 si fuor girati intorno a noi tre volte, 10.78 come stelle vicine a' fermi poli, 10.79 donne mi parver, non da ballo sciolte, 10.80 ma che s'arrestin tacite, ascoltando 10.81 fin che le nove note hanno ricolte. 10.82 E dentro a l'un senti' cominciar: «Quando 10.83 lo raggio de la grazia, onde s'accende 10.84 verace amore e che poi cresce amando, 10.85 multiplicato in te tanto resplende, 10.86 che ti conduce su per quella scala 10.87 u' sanza risalir nessun discende; 10.88 qual ti negasse il vin de la sua fiala 10.89 per la tua sete, in libertà non fora 10.90 se non com'acqua ch'al mar non si cala. 10.91 Tu vuo' saper di quai piante s'infiora 10.92 questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia 10.93 la bella donna ch'al ciel t'avvalora. 10.94 Io fui de li agni de la santa greggia 10.95 che Domenico mena per cammino 10.96 u' ben s'impingua se non si vaneggia. 10.97 Questi che m'è a destra più vicino, 10.98 frate e maestro fummi, ed esso Alberto 10.99 è di Cologna, e io Thomas d'Aquino. 10.100 Se sì di tutti li altri esser vuo' certo, 10.101 di retro al mio parlar ten vien col viso Pagina 27


divina commedia 10.102 girando su per lo beato serto. 10.103 Quell'altro fiammeggiare esce del riso 10.104 di Grazian, che l'uno e l'altro foro 10.105 aiutò sì che piace in paradiso. 10.106 L'altro ch'appresso addorna il nostro coro, 10.107 quel Pietro fu che con la poverella 10.108 offerse a Santa Chiesa suo tesoro. 10.109 La quinta luce, ch'è tra noi più bella, 10.110 spira di tal amor, che tutto 'l mondo 10.111 là giù ne gola di saper novella: 10.112 entro v'è l'alta mente u' sì profondo 10.113 saver fu messo, che, se 'l vero è vero 10.114 a veder tanto non surse il secondo. 10.115 Appresso vedi il lume di quel cero 10.116 che giù in carne più a dentro vide 10.117 l'angelica natura e 'l ministero. 10.118 Ne l'altra piccioletta luce ride 10.119 quello avvocato de' tempi cristiani 10.120 del cui latino Augustin si provide. 10.121 Or se tu l'occhio de la mente trani 10.122 di luce in luce dietro a le mie lode, 10.123 già de l'ottava con sete rimani. 10.124 Per vedere ogni ben dentro vi gode 10.125 l'anima santa che 'l mondo fallace 10.126 fa manifesto a chi di lei ben ode. 10.127 Lo corpo ond'ella fu cacciata giace 10.128 giuso in Cieldauro; ed essa da martiro 10.129 e da essilio venne a questa pace. 10.130 Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro 10.131 d'Isidoro, di Beda e di Riccardo, 10.132 che a considerar fu più che viro. 10.133 Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, 10.134 è 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri 10.135 gravi a morir li parve venir tardo: 10.136 essa è la luce etterna di Sigieri, 10.137 che, leggendo nel Vico de li Strami, 10.138 silogizzò invidiosi veri». 10.139 Indi, come orologio che ne chiami 10.140 ne l'ora che la sposa di Dio surge 10.141 a mattinar lo sposo perché l'ami, 10.142 che l'una parte e l'altra tira e urge, 10.143 tin tin sonando con sì dolce nota, 10.144 che 'l ben disposto spirto d'amor turge; 10.145 10.146 10.147 10.148

così vid'io la gloriosa rota muoversi e render voce a voce in tempra e in dolcezza ch'esser non pò nota se non colà dove gioir s'insempra.

Paradiso - canto 11 11.1 O insensata cura de' mortali, 11.2 quanto son difettivi silogismi 11.3 quei che ti fanno in basso batter l'ali! Pagina 28


divina commedia 11.4 Chi dietro a *iura*, e chi ad amforismi 11.5 sen giva, e chi seguendo sacerdozio, 11.6 e chi regnar per forza o per sofismi, 11.7 e chi rubare, e chi civil negozio, 11.8 chi nel diletto de la carne involto 11.9 s'affaticava e chi si dava a l'ozio, 11.10 quando, da tutte queste cose sciolto, 11.11 con Beatrice m'era suso in cielo 11.12 cotanto gloriosamente accolto. 11.13 Poi che ciascuno fu tornato ne lo 11.14 punto del cerchio in che avanti s'era, 11.15 fermossi, come a candellier candelo. 11.16 E io senti' dentro a quella lumera 11.17 che pria m'avea parlato, sorridendo 11.18 incominciar, faccendosi più mera: 11.19 «Così com'io del suo raggio resplendo, 11.20 sì, riguardando ne la luce etterna, 11.21 li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. 11.22 Tu dubbi, e hai voler che si ricerna 11.23 in sì aperta e 'n sì distesa lingua 11.24 lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna, 11.25 ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua", 11.26 e là u' dissi "Non nacque il secondo"; 11.27 e qui è uopo che ben si distingua. 11.28 La provedenza, che governa il mondo 11.29 con quel consiglio nel quale ogne aspetto 11.30 creato è vinto pria che vada al fondo, 11.31 però che andasse ver' lo suo diletto 11.32 la sposa di colui ch'ad alte grida 11.33 disposò lei col sangue benedetto, 11.34 in sé sicura e anche a lui più fida, 11.35 due principi ordinò in suo favore, 11.36 che quinci e quindi le fosser per guida. 11.37 L'un fu tutto serafico in ardore; 11.38 l'altro per sapienza in terra fue 11.39 di cherubica luce uno splendore. 11.40 De l'un dirò, però che d'amendue 11.41 si dice l'un pregiando, qual ch'om prende, 11.42 perch'ad un fine fur l'opere sue. 11.43 Intra Tupino e l'acqua che discende 11.44 del colle eletto dal beato Ubaldo, 11.45 fertile costa d'alto monte pende, 11.46 onde Perugia sente freddo e caldo 11.47 da Porta Sole; e di rietro le piange 11.48 per grave giogo Nocera con Gualdo. 11.49 Di questa costa, là dov'ella frange 11.50 più sua rattezza, nacque al mondo un sole, 11.51 come fa questo tal volta di Gange. 11.52 Però chi d'esso loco fa parole, 11.53 non dica Ascesi, ché direbbe corto, 11.54 ma Oriente, se proprio dir vuole. 11.55 Non era ancor molto lontan da l'orto, Pagina 29


divina commedia 11.56 ch'el cominciò a far sentir la terra 11.57 de la sua gran virtute alcun conforto; 11.58 ché per tal donna, giovinetto, in guerra 11.59 del padre corse, a cui, come a la morte, 11.60 la porta del piacer nessun diserra; 11.61 e dinanzi a la sua spirital corte 11.62 *et coram patre* le si fece unito; 11.63 poscia di dì in dì l'amò più forte. 11.64 Questa, privata del primo marito, 11.65 millecent'anni e più dispetta e scura 11.66 fino a costui si stette sanza invito; 11.67 né valse udir che la trovò sicura 11.68 con Amiclate, al suon de la sua voce, 11.69 colui ch'a tutto 'l mondo fé paura; 11.70 né valse esser costante né feroce, 11.71 sì che, dove Maria rimase giuso, 11.72 ella con Cristo pianse in su la croce. 11.73 Ma perch'io non proceda troppo chiuso, 11.74 Francesco e Povertà per questi amanti 11.75 prendi oramai nel mio parlar diffuso. 11.76 La lor concordia e i lor lieti sembianti, 11.77 amore e maraviglia e dolce sguardo 11.78 facieno esser cagion di pensier santi; 11.79 tanto che 'l venerabile Bernardo 11.80 si scalzò prima, e dietro a tanta pace 11.81 corse e, correndo, li parve esser tardo. 11.82 Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! 11.83 Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro 11.84 dietro a lo sposo, sì la sposa piace. 11.85 Indi sen va quel padre e quel maestro 11.86 con la sua donna e con quella famiglia 11.87 che già legava l'umile capestro. 11.88 Né li gravò viltà di cuor le ciglia 11.89 per esser fi' di Pietro Bernardone, 11.90 né per parer dispetto a maraviglia; 11.91 ma regalmente sua dura intenzione 11.92 ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe 11.93 primo sigillo a sua religione. 11.94 Poi che la gente poverella crebbe 11.95 dietro a costui, la cui mirabil vita 11.96 meglio in gloria del ciel si canterebbe, 11.97 di seconda corona redimita 11.98 fu per Onorio da l'Etterno Spiro 11.99 la santa voglia d'esto archimandrita. 11.100 E poi che, per la sete del martiro, 11.101 ne la presenza del Soldan superba 11.102 predicò Cristo e li altri che 'l seguiro, 11.103 e per trovare a conversione acerba 11.104 troppo la gente e per non stare indarno, 11.105 redissi al frutto de l'italica erba, 11.106 nel crudo sasso intra Tevero e Arno 11.107 da Cristo prese l'ultimo sigillo, Pagina 30


divina commedia 11.108 che le sue membra due anni portarno. 11.109 Quando a colui ch'a tanto ben sortillo 11.110 piacque di trarlo suso a la mercede 11.111 ch'el meritò nel suo farsi pusillo, 11.112 a' frati suoi, sì com'a giuste rede, 11.113 raccomandò la donna sua più cara, 11.114 e comandò che l'amassero a fede; 11.115 e c l'anima preclara 11.116 mover si volle, tornando al suo regno, 11.117 e al suo corpo non volle altra bara. 11.118 Pensa oramai qual fu colui che degno 11.119 collega fu a mantener la barca 11.120 di Pietro in alto mar per dritto segno; 11.121 e questo fu il nostro patriarca; 11.122 per che qual segue lui, com'el comanda, 11.123 discerner puoi che buone merce carca. 11.124 Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda 11.125 è fatto ghiotto, sì ch'esser non puote 11.126 che per diversi salti non si spanda; 11.127 e quanto le sue pecore remote 11.128 e vagabunde più da esso vanno, 11.129 più tornano a l'ovil di latte vòte. 11.130 Ben son di quelle che temono 'l danno 11.131 e stringonsi al pastor; ma son sì poche, 11.132 che le cappe fornisce poco panno. 11.133 Or, se le mie parole non son fioche, 11.134 se la tua audienza è stata attenta, 11.135 se ciò ch'è detto a la mente revoche, 11.136 11.137 11.138 11.139

in parte fia la tua voglia contenta, perché vedrai la pianta onde si scheggia, e vedra' il corregger che argomenta "U' ben s'impingua, se non si vaneggia"».

Paradiso - canto 12 12.1 Sì tosto come l'ultima parola 12.2 la benedetta fiamma per dir tolse, 12.3 a rotar cominciò la santa mola; 12.4 e nel suo giro tutta non si volse 12.5 prima ch'un'altra di cerchio la chiuse, 12.6 e moto a moto e canto a canto colse; 12.7 canto che tanto vince nostre muse, 12.8 nostre serene in quelle dolci tube, 12.9 quanto primo splendor quel ch'e' refuse. 12.10 Come si volgon per tenera nube 12.11 due archi paralelli e concolori, 12.12 quando Iunone a sua ancella iube, 12.13 nascendo di quel d'entro quel di fori, 12.14 a guisa del parlar di quella vaga 12.15 ch'amor consunse come sol vapori; 12.16 e fanno qui la gente esser presaga, 12.17 per lo patto che Dio con Noè puose, 12.18 del mondo che già mai più non s'allaga: Pagina 31


divina commedia 12.19 così di quelle sempiterne rose 12.20 volgiensi circa noi le due ghirlande, 12.21 e sì l'estrema a l'intima rispuose. 12.22 Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande, 12.23 sì del cantare e sì del fiammeggiarsi 12.24 luce con luce gaudiose e blande, 12.25 insieme a punto e a voler quetarsi, 12.26 pur come li occhi ch'al piacer che i move 12.27 conviene insieme chiudere e levarsi; 12.28 del cor de l'una de le luci nove 12.29 si mosse voce, che l'ago a la stella 12.30 parer mi fece in volgermi al suo dove; 12.31 e cominciò: «L'amor che mi fa bella 12.32 mi tragge a ragionar de l'altro duca 12.33 per cui del mio sì ben ci si favella. 12.34 Degno è che, dov'è l'un, l'altro s'induca: 12.35 sì che, com'elli ad una militaro, 12.36 così la gloria loro insieme luca. 12.37 L'essercito di Cristo, che sì caro 12.38 costò a riarmar, dietro a la 'nsegna 12.39 si movea tardo, sospeccioso e raro, 12.40 quando lo 'mperador che sempre regna 12.41 provide a la milizia, ch'era in forse, 12.42 per sola grazia, non per esser degna; 12.43 e, come è detto, a sua sposa soccorse 12.44 con due campioni, al cui fare, al cui dire 12.45 lo popol disviato si raccorse. 12.46 In quella parte ove surge ad aprire 12.47 Zefiro dolce le novelle fronde 12.48 di che si vede Europa rivestire, 12.49 non molto lungi al percuoter de l'onde 12.50 dietro a le quali, per la lunga foga, 12.51 lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, 12.52 siede la fortunata Calaroga 12.53 sotto la protezion del grande scudo 12.54 in che soggiace il leone e soggioga: 12.55 dentro vi nacque l'amoroso drudo 12.56 de la fede cristiana, il santo atleta 12.57 benigno a' suoi e a' nemici crudo; 12.58 e come fu creata, fu repleta 12.59 sì la sua mente di viva vertute, 12.60 che, ne la madre, lei fece profeta. 12.61 Poi che le sponsalizie fuor compiute 12.62 al sacro fonte intra lui e la Fede, 12.63 u' si dotar di mutua salute, 12.64 la donna che per lui l'assenso diede, 12.65 vide nel sonno il mirabile frutto 12.66 ch'uscir dovea di lui e de le rede; 12.67 e perché fosse qual era in costrutto, 12.68 quinci si mosse spirito a nomarlo 12.69 del possessivo di cui era tutto. 12.70 Domenico fu detto; e io ne parlo Pagina 32


divina commedia 12.71 sì come de l'agricola che Cristo 12.72 elesse a l'orto suo per aiutarlo. 12.73 Ben parve messo e famigliar di Cristo: 12.74 che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto, 12.75 fu al primo consiglio che diè Cristo. 12.76 Spesse fiate fu tacito e desto 12.77 trovato in terra da la sua nutrice, 12.78 come dicesse: "Io son venuto a questo". 12.79 Oh padre suo veramente Felice! 12.80 oh madre sua veramente Giovanna, 12.81 se, interpretata, val come si dice! 12.82 Non per lo mondo, per cui mo s'affanna 12.83 di retro ad Ostiense e a Taddeo, 12.84 ma per amor de la verace manna 12.85 in picciol tempo gran dottor si feo; 12.86 tal che si mise a circuir la vigna 12.87 che tosto imbianca, se 'l vignaio è reo. 12.88 E a la sedia che fu già benigna 12.89 più a' poveri giusti, non per lei, 12.90 ma per colui che siede, che traligna, 12.91 non dispensare o due o tre per sei, 12.92 non la fortuna di prima vacante, 12.93 non *decimas, quae sunt pauperum Dei*, 12.94 addimandò, ma contro al mondo errante 12.95 licenza di combatter per lo seme 12.96 del qual ti fascian ventiquattro piante. 12.97 Poi, con dottrina e con volere insieme, 12.98 con l'officio appostolico si mosse 12.99 quasi torrente ch'alta vena preme; 12.100 e ne li sterpi eretici percosse 12.101 l'impeto suo, più vivamente quivi 12.102 dove le resistenze eran più grosse. 12.103 Di lui si fecer poi diversi rivi 12.104 onde l'orto catolico si riga, 12.105 sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. 12.106 Se tal fu l'una rota de la biga 12.107 in che la Santa Chiesa si difese 12.108 e vinse in campo la sua civil briga, 12.109 ben ti dovrebbe assai esser palese 12.110 l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma 12.111 dinanzi al mio venir fu sì cortese. 12.112 Ma l'orbita che fé la parte somma 12.113 di sua circunferenza, è derelitta, 12.114 sì ch'è la muffa dov'era la gromma. 12.115 La sua famiglia, che si mosse dritta 12.116 coi piedi a le sue orme, è tanto volta, 12.117 che quel dinanzi a quel di retro gitta; 12.118 e tosto si vedrà de la ricolta 12.119 de la mala coltura, quando il loglio 12.120 si lagnerà che l'arca li sia tolta. 12.121 Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio 12.122 nostro volume, ancor troveria carta Pagina 33


divina commedia 12.123 u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio"; 12.124 ma non fia da Casal né d'Acquasparta, 12.125 là onde vegnon tali a la scrittura, 12.126 ch'uno la fugge e altro la coarta. 12.127 Io son la vita di Bonaventura 12.128 da Bagnoregio, che ne' grandi offici 12.129 sempre pospuosi la sinistra cura. 12.130 Illuminato e Augustin son quici, 12.131 che fuor de' primi scalzi poverelli 12.132 che nel capestro a Dio si fero amici. 12.133 Ugo da San Vittore è qui con elli, 12.134 e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, 12.135 lo qual giù luce in dodici libelli; 12.136 Natàn profeta e 'l metropolitano 12.137 Crisostomo e Anselmo e quel Donato 12.138 ch'a la prim'arte degnò porre mano. 12.139 Rabano è qui, e lucemi dallato 12.140 il calavrese abate Giovacchino, 12.141 di spirito profetico dotato. 12.142 12.143 12.144 12.145

Ad inveggiar cotanto paladino mi mosse l'infiammata cortesia di fra Tommaso e 'l discreto latino; e mosse meco questa compagnia».

Paradiso - canto 13 13.1 Imagini, chi bene intender cupe 13.2 quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image, 13.3 mentre ch'io dico, come ferma rupe -, 13.4 quindici stelle che 'n diverse plage 13.5 lo ciel avvivan di tanto sereno 13.6 che soperchia de l'aere ogne compage; 13.7 imagini quel carro a cu' il seno 13.8 basta del nostro cielo e notte e giorno, 13.9 sì ch'al volger del temo non vien meno; 13.10 imagini la bocca di quel corno 13.11 che si comincia in punta de lo stelo 13.12 a cui la prima rota va dintorno, 13.13 aver fatto di sé due segni in cielo, 13.14 qual fece la figliuola di Minoi 13.15 allora che sentì di morte il gelo; 13.16 e l'un ne l'altro aver li raggi suoi, 13.17 e amendue girarsi per maniera 13.18 che l'uno andasse al primo e l'altro al poi; 13.19 e avrà quasi l'ombra de la vera 13.20 costellazione e de la doppia danza 13.21 che circulava il punto dov'io era: 13.22 poi ch'è tanto di là da nostra usanza, 13.23 quanto di là dal mover de la Chiana 13.24 si move il ciel che tutti li altri avanza. 13.25 Lì si cantò non Bacco, non Peana, 13.26 ma tre persone in divina natura, 13.27 e in una persona essa e l'umana. Pagina 34


divina commedia 13.28 Compié 'l cantare e 'l volger sua misura; 13.29 e attesersi a noi quei santi lumi, 13.30 felicitando sé di cura in cura. 13.31 Ruppe il silenzio ne' concordi numi 13.32 poscia la luce in che mirabil vita 13.33 del poverel di Dio narrata fumi, 13.34 e disse: «Quando l'una paglia è trita, 13.35 quando la sua semenza è già riposta, 13.36 a batter l'altra dolce amor m'invita. 13.37 Tu credi che nel petto onde la costa 13.38 si trasse per formar la bella guancia 13.39 il cui palato a tutto 'l mondo costa, 13.40 e in quel che, forato da la lancia, 13.41 e prima e poscia tanto sodisfece, 13.42 che d'ogne colpa vince la bilancia, 13.43 quantunque a la natura umana lece 13.44 aver di lume, tutto fosse infuso 13.45 da quel valor che l'uno e l'altro fece; 13.46 e però miri a ciò ch'io dissi suso, 13.47 quando narrai che non ebbe 'l secondo 13.48 lo ben che ne la quinta luce è chiuso. 13.49 Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo, 13.50 e vedrai il tuo credere e 'l mio dire 13.51 nel vero farsi come centro in tondo. 13.52 Ciò che non more e ciò che può morire 13.53 non è se non splendor di quella idea 13.54 che partorisce, amando, il nostro Sire; 13.55 ché quella viva luce che sì mea 13.56 dal suo lucente, che non si disuna 13.57 da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea, 13.58 per sua bontate il suo raggiare aduna, 13.59 quasi specchiato, in nove sussistenze, 13.60 etternalmente rimanendosi una. 13.61 Quindi discende a l'ultime potenze 13.62 giù d'atto in atto, tanto divenendo, 13.63 che più non fa che brevi contingenze; 13.64 e queste contingenze essere intendo 13.65 le cose generate, che produce 13.66 con seme e sanza seme il ciel movendo. 13.67 La cera di costoro e chi la duce 13.68 non sta d'un modo; e però sotto 'l segno 13.69 ideale poi più e men traluce. 13.70 Ond'elli avvien ch'un medesimo legno, 13.71 secondo specie, meglio e peggio frutta; 13.72 e voi nascete con diverso ingegno. 13.73 Se fosse a punto la cera dedutta 13.74 e fosse il cielo in sua virtù supprema, 13.75 la luce del suggel parrebbe tutta; 13.76 ma la natura la dà sempre scema, 13.77 similemente operando a l'artista 13.78 ch'a l'abito de l'arte ha man che trema. 13.79 Però se 'l caldo amor la chiara vista Pagina 35


divina commedia 13.80 de la prima virtù dispone e segna, 13.81 tutta la perfezion quivi s'acquista. 13.82 Così fu fatta già la terra degna 13.83 di tutta l'animal perfezione; 13.84 così fu fatta la Vergine pregna; 13.85 sì ch'io commendo tua oppinione, 13.86 che l'umana natura mai non fue 13.87 né fia qual fu in quelle due persone. 13.88 Or s'i' non procedesse avanti piùe, 13.89 "Dunque, come costui fu sanza pare?" 13.90 comincerebber le parole tue. 13.91 Ma perché paia ben ciò che non pare, 13.92 pensa chi era, e la cagion che 'l mosse, 13.93 quando fu detto "Chiedi", a dimandare. 13.94 Non ho parlato sì, che tu non posse 13.95 ben veder ch'el fu re, che chiese senno 13.96 acciò che re sufficiente fosse; 13.97 non per sapere il numero in che enno 13.98 li motor di qua sù, o se *necesse* 13.99 con contingente mai *necesse* fenno; 13.100 non *si est dare primum motum esse*, 13.101 o se del mezzo cerchio far si puote 13.102 triangol sì ch'un retto non avesse. 13.103 Onde, se ciò ch'io dissi e questo note, 13.104 regal prudenza è quel vedere impari 13.105 in che lo stral di mia intenzion percuote; 13.106 e se al "surse" drizzi li occhi chiari, 13.107 vedrai aver solamente respetto 13.108 ai regi, che son molti, e ' buon son rari. 13.109 Con questa distinzion prendi 'l mio detto; 13.110 e così puote star con quel che credi 13.111 del primo padre e del nostro Diletto. 13.112 E questo ti sia sempre piombo a' piedi, 13.113 per farti mover lento com'uom lasso 13.114 e al sì e al no che tu non vedi: 13.115 ché quelli è tra li stolti bene a basso, 13.116 che sanza distinzione afferma e nega 13.117 ne l'un così come ne l'altro passo; 13.118 perch'elli 'ncontra che più volte piega 13.119 l'oppinion corrente in falsa parte, 13.120 e poi l'affetto l'intelletto lega. 13.121 Vie più che 'ndarno da riva si parte, 13.122 perché non torna tal qual e' si move, 13.123 chi pesca per lo vero e non ha l'arte. 13.124 E di ciò sono al mondo aperte prove 13.125 Parmenide, Melisso e Brisso e molti, 13.126 li quali andaro e non sapean dove; 13.127 sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti 13.128 che furon come spade a le Scritture 13.129 in render torti li diritti volti. 13.130 Non sien le genti, ancor, troppo sicure 13.131 a giudicar, sì come quei che stima Pagina 36


divina commedia 13.132 le biade in campo pria che sien mature; 13.133 ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima 13.134 lo prun mostrarsi rigido e feroce; 13.135 poscia portar la rosa in su la cima; 13.136 e legno vidi già dritto e veloce 13.137 correr lo mar per tutto suo cammino, 13.138 perire al fine a l'intrar de la foce. 13.139 13.140 13.141 13.142

Non creda donna Berta e ser Martino, per vedere un furare, altro offerere, vederli dentro al consiglio divino; ché quel può surgere, e quel può cadere».

Paradiso - canto 14 14.1 Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro 14.2 movesi l'acqua in un ritondo vaso, 14.3 secondo ch'è percosso fuori o dentro: 14.4 ne la mia mente fé sùbito caso 14.5 questo ch'io dico, sì come si tacque 14.6 la gloriosa vita di Tommaso, 14.7 per la similitudine che nacque 14.8 del suo parlare e di quel di Beatrice, 14.9 a cui sì cominciar, dopo lui, piacque: 14.10 «A costui fa mestieri, e nol vi dice 14.11 né con la voce né pensando ancora, 14.12 d'un altro vero andare a la radice. 14.13 Diteli se la luce onde s'infiora 14.14 vostra sustanza, rimarrà con voi 14.15 etternalmente sì com'ell'è ora; 14.16 e se rimane, dite come, poi 14.17 che sarete visibili rifatti, 14.18 esser porà ch'al veder non vi nòi». 14.19 Come, da più letizia pinti e tratti, 14.20 a la fiata quei che vanno a rota 14.21 levan la voce e rallegrano li atti, 14.22 così, a l'orazion pronta e divota, 14.23 li santi cerchi mostrar nova gioia 14.24 nel torneare e ne la mira nota. 14.25 Qual si lamenta perché qui si moia 14.26 per viver colà sù, non vide quive 14.27 lo refrigerio de l'etterna ploia. 14.28 Quell'uno e due e tre che sempre vive 14.29 e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno, 14.30 non circunscritto, e tutto circunscrive, 14.31 tre volte era cantato da ciascuno 14.32 di quelli spirti con tal melodia, 14.33 ch'ad ogne merto saria giusto muno. 14.34 E io udi' ne la luce più dia 14.35 del minor cerchio una voce modesta, 14.36 forse qual fu da l'angelo a Maria, 14.37 risponder: «Quanto fia lunga la festa 14.38 di paradiso, tanto il nostro amore 14.39 si raggerà dintorno cotal vesta. Pagina 37


divina commedia 14.40 La sua chiarezza séguita l'ardore; 14.41 l'ardor la visione, e quella è tanta, 14.42 quant'ha di grazia sovra suo valore. 14.43 Come la carne gloriosa e santa 14.44 fia rivestita, la nostra persona 14.45 più grata fia per esser tutta quanta; 14.46 per che s'accrescerà ciò che ne dona 14.47 di gratuito lume il sommo bene, 14.48 lume ch'a lui veder ne condiziona; 14.49 onde la vision crescer convene, 14.50 crescer l'ardor che di quella s'accende, 14.51 crescer lo raggio che da esso vene. 14.52 Ma sì come carbon che fiamma rende, 14.53 e per vivo candor quella soverchia, 14.54 sì che la sua parvenza si difende; 14.55 così questo folgór che già ne cerchia 14.56 fia vinto in apparenza da la carne 14.57 che tutto dì la terra ricoperchia; 14.58 né potrà tanta luce affaticarne: 14.59 ché li organi del corpo saran forti 14.60 a tutto ciò che potrà dilettarne». 14.61 Tanto mi parver sùbiti e accorti 14.62 e l'uno e l'altro coro a dicer «Amme!», 14.63 che ben mostrar disio d'i corpi morti: 14.64 forse non pur per lor, ma per le mamme, 14.65 per li padri e per li altri che fuor cari 14.66 anzi che fosser sempiterne fiamme. 14.67 Ed ecco intorno, di chiarezza pari, 14.68 nascere un lustro sopra quel che v'era, 14.69 per guisa d'orizzonte che rischiari. 14.70 E sì come al salir di prima sera 14.71 comincian per lo ciel nove parvenze, 14.72 sì che la vista pare e non par vera, 14.73 parvemi lì novelle sussistenze 14.74 cominciare a vedere, e fare un giro 14.75 di fuor da l'altre due circunferenze. 14.76 Oh vero sfavillar del Santo Spiro! 14.77 come si fece sùbito e candente 14.78 a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! 14.79 Ma Beatrice sì bella e ridente 14.80 mi si mostrò, che tra quelle vedute 14.81 si vuol lasciar che non seguir la mente. 14.82 Quindi ripreser li occhi miei virtute 14.83 a rilevarsi; e vidimi translato 14.84 sol con mia donna in più alta salute. 14.85 Ben m'accors'io ch'io era più levato, 14.86 per v riso de la stella, 14.87 che mi parea più roggio che l'usato. 14.88 Con tutto 'l core e con quella favella 14.89 ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto, 14.90 qual conveniesi a la grazia novella. 14.91 E non er'anco del mio petto essausto Pagina 38


divina commedia 14.92 l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi 14.93 esso litare stato accetto e fausto; 14.94 ché con tanto lucore e tanto robbi 14.95 m'apparvero splendor dentro a due raggi, 14.96 ch'io dissi: «O Eliòs che sì li addobbi!». 14.97 Come distinta da minori e maggi 14.98 lumi biancheggia tra ' poli del mondo 14.99 Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; 14.100 sì costellati facean nel profondo 14.101 Marte quei raggi il venerabil segno 14.102 che fan giunture di quadranti in tondo. 14.103 Qui vince la memoria mia lo 'ngegno; 14.104 ché quella croce lampeggiava Cristo, 14.105 sì ch'io non so trovare essempro degno; 14.106 ma chi prende sua croce e segue Cristo, 14.107 ancor mi scuserà di quel ch'io lasso, 14.108 vedendo in quell'albor balenar Cristo. 14.109 Di corno in corno e tra la cima e 'l basso 14.110 si movien lumi, scintillando forte 14.111 nel congiugnersi insieme e nel trapasso: 14.112 così si veggion qui diritte e torte, 14.113 veloci e tarde, rinovando vista, 14.114 le minuzie de' corpi, lunghe e corte, 14.115 moversi per lo raggio onde si lista 14.116 talvolta l'ombra che, per sua difesa, 14.117 la gente con ingegno e arte acquista. 14.118 E come giga e arpa, in tempra tesa 14.119 di molte corde, fa dolce tintinno 14.120 a tal da cui la nota non è intesa, 14.121 così da' lumi che lì m'apparinno 14.122 s'accogliea per la croce una melode 14.123 che mi rapiva, sanza intender l'inno. 14.124 Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode, 14.125 però ch'a me venìa «Resurgi» e «Vinci» 14.126 come a colui che non intende e ode. 14.127 Io m'innamorava tanto quinci, 14.128 che 'nfino a lì non fu alcuna cosa 14.129 che mi legasse con sì dolci vinci. 14.130 Forse la mia parola par troppo osa, 14.131 posponendo il piacer de li occhi belli, 14.132 ne' quai mirando mio disio ha posa; 14.133 ma chi s'avvede che i vivi suggelli 14.134 d'ogne bellezza più fanno più suso, 14.135 e ch'io non m'era lì rivolto a quelli, 14.136 14.137 14.138 14.139

escusar puommi di quel ch'io m'accuso per escusarmi, e vedermi dir vero: ché 'l piacer santo non è qui dischiuso, perché si fa, montando, più sincero.

Paradiso - canto 15 15.1 Benigna volontade in che si liqua 15.2 sempre l'amor che drittamente spira, 15.3 come cupidità fa ne la iniqua, Pagina 39


divina commedia 15.4 silenzio puose a quella dolce lira, 15.5 e fece quietar le sante corde 15.6 che la destra del cielo allenta e tira. 15.7 Come saranno a' giusti preghi sorde 15.8 quelle sustanze che, per darmi voglia 15.9 ch'io le pregassi, a tacer fur concorde? 15.10 Bene è che sanza termine si doglia 15.11 chi, per amor di cosa che non duri, 15.12 etternalmente quello amor si spoglia. 15.13 Quale per li seren tranquilli e puri 15.14 discorre ad ora ad or sùbito foco, 15.15 movendo li occhi che stavan sicuri, 15.16 e pare stella che tramuti loco, 15.17 se non che da la parte ond'e' s'accende 15.18 nulla sen perde, ed esso dura poco: 15.19 tale dal corno che 'n destro si stende 15.20 a piè di quella croce corse un astro 15.21 de la costellazion che lì resplende; 15.22 né si partì la gemma dal suo nastro, 15.23 ma per la lista radial trascorse, 15.24 che parve foco dietro ad alabastro. 15.25 Sì pia l'ombra d'Anchise si porse, 15.26 se fede merta nostra maggior musa, 15.27 quando in Eliso del figlio s'accorse. 15.28 «*O sanguis meus, o superinfusa 15.29 gratia Dei, sicut tibi cui 15.30 bis unquam celi ianua reclusa*?». 15.31 Così quel lume: ond'io m'attesi a lui; 15.32 poscia rivolsi a la mia donna il viso, 15.33 e quinci e quindi stupefatto fui; 15.34 ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso 15.35 tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo 15.36 de la mia gloria e del mio paradiso. 15.37 Indi, a udire e a veder giocondo, 15.38 giunse lo spirto al suo principio cose, 15.39 ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo; 15.40 né per elezion mi si nascose, 15.41 ma per necessità, ché 'l suo concetto 15.42 al segno d'i mortal si soprapuose. 15.43 E quando l'arco de l'ardente affetto 15.44 fu sì sfogato, che 'l parlar discese 15.45 inver' lo segno del nostro intelletto, 15.46 la prima cosa che per me s'intese, 15.47 «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, 15.48 che nel mio seme se' tanto cortese!». 15.49 E seguì: «Grato e lontano digiuno, 15.50 tratto leggendo del magno volume 15.51 du' non si muta mai bianco né bruno, 15.52 solvuto hai, figlio, dentro a questo lume 15.53 in ch'io ti parlo, mercè di colei 15.54 ch'a l'alto volo ti vestì le piume. Pagina 40


divina commedia 15.55 Tu credi che a me tuo pensier mei 15.56 da quel ch'è primo, così come raia 15.57 da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei; 15.58 e però ch'io mi sia e perch'io paia 15.59 più gaudioso a te, non mi domandi, 15.60 che alcun altro in questa turba gaia. 15.61 Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi 15.62 di questa vita miran ne lo speglio 15.63 in che, prima che pensi, il pensier pandi; 15.64 ma perché 'l sacro amore in che io veglio 15.65 con perpetua vista e che m'asseta 15.66 di dolce disiar, s'adempia meglio, 15.67 la voce tua sicura, balda e lieta 15.68 suoni la volontà, suoni 'l disio, 15.69 a che la mia risposta è già decreta!». 15.70 Io mi volsi a Beatrice, e quella udio 15.71 pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno 15.72 che fece crescer l'ali al voler mio. 15.73 Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno, 15.74 come la prima equalità v'apparse, 15.75 d'un peso per ciascun di voi si fenno, 15.76 però che 'l sol che v'allumò e arse, 15.77 col caldo e con la luce è sì iguali, 15.78 che tutte simiglianze sono scarse. 15.79 Ma voglia e argomento ne' mortali, 15.80 per la cagion ch'a voi è manifesta, 15.81 diversamente son pennuti in ali; 15.82 ond'io, che son mortal, mi sento in questa 15.83 disagguaglianza, e però non ringrazio 15.84 se non col core a la paterna festa. 15.85 Ben supplico io a te, vivo topazio 15.86 che questa gioia preziosa ingemmi, 15.87 perché mi facci del tuo nome sazio». 15.88 «O fronda mia in che io compiacemmi 15.89 pur aspettando, io fui la tua radice»: 15.90 cotal principio, rispondendo, femmi. 15.91 Poscia mi disse: «Quel da cui si dice 15.92 tua cognazione e che cent'anni e piùe 15.93 girato ha 'l monte in la prima cornice, 15.94 mio figlio fu e tuo bisavol fue: 15.95 ben si convien che la lunga fatica 15.96 tu li raccorci con l'opere tue. 15.97 Fiorenza dentro da la cerchia antica, 15.98 ond'ella toglie ancora e terza e nona, 15.99 si stava in pace, sobria e pudica. 15.100 Non avea catenella, non corona, 15.101 non gonne contigiate, non cintura 15.102 che fosse a veder più che la persona. 15.103 Non faceva, nascendo, ancor paura 15.104 la figlia al padre, che 'l tempo e la dote 15.105 non fuggien quinci e quindi la misura. 15.106 Non avea case di famiglia vòte; Pagina 41


divina commedia 15.107 non v'era giunto ancor Sardanapalo 15.108 a mostrar ciò che 'n camera si puote. 15.109 Non era vinto ancora Montemalo 15.110 dal vostro Uccellatoio, che, com'è vinto 15.111 nel montar sù, così sarà nel calo. 15.112 Bellincion Berti vid'io andar cinto 15.113 di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio 15.114 la donna sua sanza 'l viso dipinto; 15.115 e vidi quel de' Nerli e quel del Vecchio 15.116 esser contenti a la pelle scoperta, 15.117 e le sue donne al fuso e al pennecchio. 15.118 Oh fortunate! ciascuna era certa 15.119 de la sua sepultura, e ancor nulla 15.120 era per Francia nel letto diserta. 15.121 L'una vegghiava a studio de la culla, 15.122 e, consolando, usava l'idioma 15.123 che prima i padri e le madri trastulla; 15.124 l'altra, traendo a la rocca la chioma, 15.125 favoleggiava con la sua famiglia 15.126 de' Troiani, di Fiesole e di Roma. 15.127 Saria tenuta allor tal maraviglia 15.128 una Cianghella, un Lapo Salterello, 15.129 qual or saria Cincinnato e Corniglia. 15.130 A così riposato, a così bello 15.131 viver di cittadini, a così fida 15.132 cittadinanza, a così dolce ostello, 15.133 Maria mi diè, chiamata in alte grida; 15.134 e ne l'antico vostro Batisteo 15.135 insieme fui cristiano e Cacciaguida. 15.136 Moronto fu mio frate ed Eliseo; 15.137 mia donna venne a me di val di Pado, 15.138 e quindi il sopranome tuo si feo. 15.139 Poi seguitai lo 'mperador Currado; 15.140 ed el mi cinse de la sua milizia, 15.141 tanto per bene ovrar li venni in grado. 15.142 Dietro li andai incontro a la nequizia 15.143 di quella legge il cui popolo usurpa, 15.144 per colpa d'i pastor, vostra giustizia. 15.145 15.146 15.147 15.148

Quivi fu' io da quella gente turpa disviluppato dal mondo fallace, lo cui amor molt'anime deturpa; e venni dal martiro a questa pace».

Paradiso - canto 16 16.1 O poca nostra nobiltà di sangue, 16.2 se gloriar di te la gente fai 16.3 qua giù dove l'affetto nostro langue, 16.4 mirabil cosa non mi sarà mai: 16.5 ché là dove appetito non si torce, 16.6 dico nel cielo, io me ne gloriai. 16.7 Ben se' tu manto che tosto raccorce: 16.8 sì che, se non s'appon di dì in die, 16.9 lo tempo va dintorno con le force. Pagina 42


divina commedia 16.10 Dal "voi" che prima a Roma s'offerie, 16.11 in che la sua famiglia men persevra, 16.12 ricominciaron le parole mie; 16.13 onde Beatrice, ch'era un poco scevra, 16.14 ridendo, parve quella che tossio 16.15 al primo fallo scritto di Ginevra. 16.16 Io cominciai: «Voi siete il padre mio; 16.17 voi mi date a parlar tutta baldezza; 16.18 voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io. 16.19 Per tanti rivi s'empie d'allegrezza 16.20 la mente mia, che di sé fa letizia 16.21 perché può sostener che non si spezza. 16.22 Ditemi dunque, cara mia primizia, 16.23 quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni 16.24 che si segnaro in vostra puerizia; 16.25 ditemi de l'ovil di San Giovanni 16.26 quanto era allora, e chi eran le genti 16.27 tra esso degne di più alti scanni». 16.28 Come s'avviva a lo spirar d'i venti 16.29 carbone in fiamma, così vid'io quella 16.30 luce risplendere a' miei blandimenti; 16.31 e come a li occhi miei si fé più bella, 16.32 così con voce più dolce e soave, 16.33 ma non con questa moderna favella, 16.34 dissemi: «Da quel dì che fu detto "*Ave*" 16.35 al parto in che mia madre, ch'è or santa, 16.36 s'alleviò di me ond'era grave, 16.37 al suo Leon cinquecento cinquanta 16.38 e trenta fiate venne questo foco 16.39 a rinfiammarsi sotto la sua pianta. 16.40 Li antichi miei e io nacqui nel loco 16.41 dove si truova pria l'ultimo sesto 16.42 da quei che corre il vostro annual gioco. 16.43 Basti d'i miei maggiori udirne questo: 16.44 chi ei si fosser e onde venner quivi, 16.45 più è tacer che ragionare onesto. 16.46 Tutti color ch'a quel tempo eran ivi 16.47 da poter arme tra Marte e 'l Batista, 16.48 erano il quinto di quei ch'or son vivi. 16.49 Ma la cittadinanza, ch'è or mista 16.50 di Campi, di Certaldo e di Fegghine, 16.51 pura vediesi ne l'ultimo artista. 16.52 Oh quanto fora meglio esser vicine 16.53 quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo 16.54 e a Trespiano aver vostro confine, 16.55 che averle dentro e sostener lo puzzo 16.56 del villan d'Aguglion, di quel da Signa, 16.57 che già per barattare ha l'occhio aguzzo! 16.58 Se la gente ch'al mondo più traligna 16.59 non fosse stata a Cesare noverca, 16.60 ma come madre a suo figlio benigna, Pagina 43


divina commedia 16.61 tal fatto è fiorentino e cambia e merca, 16.62 che si sarebbe vòlto a Simifonti, 16.63 là dove andava l'avolo a la cerca; 16.64 sariesi Montemurlo ancor de' Conti; 16.65 sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone, 16.66 e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. 16.67 Sempre la confusion de le persone 16.68 principio fu del mal de la cittade, 16.69 come del vostro il cibo che s'appone; 16.70 e cieco toro più avaccio cade 16.71 che cieco agnello; e molte volte taglia 16.72 più e meglio una che le cinque spade. 16.73 Se tu riguardi Luni e Orbisaglia 16.74 come sono ite, e come se ne vanno 16.75 di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, 16.76 udir come le schiatte si disfanno 16.77 non ti parrà nova cosa né forte, 16.78 poscia che le cittadi termine hanno. 16.79 Le vostre cose tutte hanno lor morte, 16.80 sì come voi; ma celasi in alcuna 16.81 che dura molto, e le vite son corte. 16.82 E come 'l volger del ciel de la luna 16.83 cuopre e discuopre i liti sanza posa, 16.84 così fa di Fiorenza la Fortuna: 16.85 per che non dee parer mirabil cosa 16.86 ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini 16.87 onde è la fama nel tempo nascosa. 16.88 Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, 16.89 Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, 16.90 già nel calare, illustri cittadini; 16.91 e vidi così grandi come antichi, 16.92 con quel de la Sannella, quel de l'Arca, 16.93 e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. 16.94 Sovra la porta ch'al presente è carca 16.95 di nova fellonia di tanto peso 16.96 che tosto fia iattura de la barca, 16.97 erano i Ravignani, ond'è disceso 16.98 il conte Guido e qualunque del nome 16.99 de l'alto Bellincione ha poscia preso. 16.100 Quel de la Pressa sapeva già come 16.101 regger si vuole, e avea Galigaio 16.102 dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome. 16.103 Grand'era già la colonna del Vaio, 16.104 Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci 16.105 e Galli e quei ch'arrossan per lo staio. 16.106 Lo ceppo di che nacquero i Calfucci 16.107 era già grande, e già eran tratti 16.108 a le curule Sizii e Arrigucci. 16.109 Oh quali io vidi quei che son disfatti 16.110 per lor superbia! e le palle de l'oro 16.111 fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti. 16.112 Così facieno i padri di coloro Pagina 44


divina commedia 16.113 che, sempre che la vostra chiesa vaca, 16.114 si fanno grassi stando a consistoro. 16.115 L'oltracotata schiatta che s'indraca 16.116 dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente 16.117 o ver la borsa, com'agnel si placa, 16.118 già venìa sù, ma di picciola gente; 16.119 sì che non piacque ad Ubertin Donato 16.120 che poi il suocero il fé lor parente. 16.121 Già era 'l Caponsacco nel mercato 16.122 disceso giù da Fiesole, e già era 16.123 buon cittadino Giuda e Infangato. 16.124 Io dirò cosa incredibile e vera: 16.125 nel picciol cerchio s'entrava per porta 16.126 che si nomava da quei de la Pera. 16.127 Ciascun che de la bella insegna porta 16.128 del gran barone il cui nome e 'l cui pregio 16.129 la festa di Tommaso riconforta, 16.130 da esso ebbe milizia e privilegio; 16.131 avvegna che con popol si rauni 16.132 oggi colui che la fascia col fregio. 16.133 Già eran Gualterotti e Importuni; 16.134 e ancor saria Borgo più quieto, 16.135 se di novi vicin fosser digiuni. 16.136 La casa di che nacque il vostro fleto, 16.137 per lo giusto disdegno che v'ha morti, 16.138 e puose fine al vostro viver lieto, 16.139 era onorata, essa e suoi consorti: 16.140 o Buondelmonte, quanto mal fuggisti 16.141 le nozze sue per li altrui conforti! 16.142 Molti sarebber lieti, che son tristi, 16.143 se Dio t'avesse conceduto ad Ema 16.144 la prima volta ch'a città venisti. 16.145 Ma conveniesi a quella pietra scema 16.146 che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse 16.147 vittima ne la sua pace postrema. 16.148 Con queste genti, e con altre con esse, 16.149 vid'io Fiorenza in sì fatto riposo, 16.150 che non avea cagione onde piangesse: 16.151 16.152 16.153 16.154

con queste genti vid'io glorioso e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio non era ad asta mai posto a ritroso, né per division fatto vermiglio».

Paradiso - canto 17 17.1 Qual venne a Climené, per accertarsi 17.2 di ciò ch'avea incontro a sé udito, 17.3 quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi; 17.4 tal era io, e tal era sentito 17.5 e da Beatrice e da la santa lampa 17.6 che pria per me avea mutato sito. 17.7 Per che mia donna «Manda fuor la vampa 17.8 del tuo disio», mi disse, «sì ch'ella esca 17.9 segnata bene de la interna stampa; Pagina 45


divina commedia 17.10 non perché nostra conoscenza cresca 17.11 per tuo parlare, ma perché t'ausi 17.12 a dir la sete, sì che l'uom ti mesca». 17.13 «O cara piota mia che sì t'insusi, 17.14 che, come veggion le terrene menti 17.15 non capere in triangol due ottusi, 17.16 così vedi le cose contingenti 17.17 anzi che sieno in sé, mirando il punto 17.18 a cui tutti li tempi son presenti; 17.19 mentre ch'io era a Virgilio congiunto 17.20 su per lo monte che l'anime cura 17.21 e discendendo nel mondo defunto, 17.22 dette mi fuor di mia vita futura 17.23 parole gravi, avvegna ch'io mi senta 17.24 ben tetragono ai colpi di ventura; 17.25 per che la voglia mia saria contenta 17.26 d'intender qual fortuna mi s'appressa; 17.27 ché saetta previsa vien più lenta». 17.28 Così diss'io a quella luce stessa 17.29 che pria m'avea parlato; e come volle 17.30 Beatrice, fu la mia voglia confessa. 17.31 Né per ambage, in che la gente folle 17.32 già s'inviscava pria che fosse anciso 17.33 l'Agnel di Dio che le peccata tolle, 17.34 ma per chiare parole e con preciso 17.35 latin rispuose quello amor paterno, 17.36 chiuso e parvente del suo proprio riso: 17.37 «La contingenza, che fuor del quaderno 17.38 de la vostra matera non si stende, 17.39 tutta è dipinta nel cospetto etterno: 17.40 necessità però quindi non prende 17.41 se non come dal viso in che si specchia 17.42 nave che per torrente giù discende. 17.43 Da indi, sì come viene ad orecchia 17.44 dolce armonia da organo, mi viene 17.45 a vista il tempo che ti s'apparecchia. 17.46 Qual si partio Ipolito d'Atene 17.47 per la spietata e perfida noverca, 17.48 tal di Fiorenza partir ti convene. 17.49 Questo si vuole e questo già si cerca, 17.50 e tosto verrà fatto a chi ciò pensa 17.51 là dove Cristo tutto dì si merca. 17.52 La colpa seguirà la parte offensa 17.53 in grido, come suol; ma la vendetta 17.54 fia testimonio al ver che la dispensa. 17.55 Tu lascerai ogne cosa diletta 17.56 più caramente; e questo è quello strale 17.57 che l'arco de lo essilio pria saetta. 17.58 Tu proverai sì come sa di sale 17.59 lo pane altrui, e come è duro calle 17.60 lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. Pagina 46


divina commedia 17.61 E quel che più ti graverà le spalle, 17.62 sarà la compagnia malvagia e scempia 17.63 con la qual tu cadrai in questa valle; 17.64 che tutta ingrata, tutta matta ed empia 17.65 si farà contr'a te; ma, poco appresso, 17.66 ella, non tu, n'avrà rossa la tempia. 17.67 Di sua bestialitate il suo processo 17.68 farà la prova; sì ch'a te fia bello 17.69 averti fatta parte per te stesso. 17.70 Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello 17.71 sarà la cortesia del gran Lombardo 17.72 che 'n su la scala porta il santo uccello; 17.73 ch'in te avrà sì benigno riguardo, 17.74 che del fare e del chieder, tra voi due, 17.75 fia primo quel che tra li altri è più tardo. 17.76 Con lui vedrai colui che 'mpresso fue, 17.77 nascendo, sì da questa stella forte, 17.78 che notabili fier l'opere sue. 17.79 Non se ne son le genti ancora accorte 17.80 per la novella età, ché pur nove anni 17.81 son queste rote intorno di lui torte; 17.82 ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni, 17.83 parran faville de la sua virtute 17.84 in non curar d'argento né d'affanni. 17.85 Le sue magnificenze conosciute 17.86 saranno ancora, sì che ' suoi nemici 17.87 non ne potran tener le lingue mute. 17.88 A lui t'aspetta e a' suoi benefici; 17.89 per lui fia trasmutata molta gente, 17.90 cambiando condizion ricchi e mendici; 17.91 e portera'ne scritto ne la mente 17.92 di lui, e nol dirai»; e disse cose 17.93 incredibili a quei che fier presente. 17.94 Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose 17.95 di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie 17.96 che dietro a pochi giri son nascose. 17.97 Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie, 17.98 poscia che s'infutura la tua vita 17.99 vie più là che 'l punir di lor perfidie». 17.100 Poi che, tacendo, si mostrò spedita 17.101 l'anima santa di metter la trama 17.102 in quella tela ch'io le porsi ordita, 17.103 io cominciai, come colui che brama, 17.104 dubitando, consiglio da persona 17.105 che vede e vuol dirittamente e ama: 17.106 «Ben veggio, padre mio, sì come sprona 17.107 lo tempo verso me, per colpo darmi 17.108 tal, ch'è più grave a chi più s'abbandona; 17.109 per che di provedenza è buon ch'io m'armi, 17.110 sì che, se loco m'è tolto più caro, 17.111 io non perdessi li altri per miei carmi. 17.112 Giù per lo mondo sanza fine amaro, Pagina 47


divina commedia 17.113 e per lo monte del cui bel cacume 17.114 li occhi de la mia donna mi levaro, 17.115 e poscia per lo ciel, di lume in lume, 17.116 ho io appreso quel che s'io ridico, 17.117 a molti fia sapor di forte agrume; 17.118 e s'io al vero son timido amico, 17.119 temo di perder viver tra coloro 17.120 che questo tempo chiameranno antico». 17.121 La luce in che rideva il mio tesoro 17.122 ch'io trovai lì, si fé prima corusca, 17.123 quale a raggio di sole specchio d'oro; 17.124 indi rispuose: «Coscienza fusca 17.125 o de la propria o de l'altrui vergogna 17.126 pur sentirà la tua parola brusca. 17.127 Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, 17.128 tutta tua vision fa manifesta; 17.129 e lascia pur grattar dov'è la rogna. 17.130 Ché se la voce tua sarà molesta 17.131 nel primo gusto, vital nodrimento 17.132 lascerà poi, quando sarà digesta. 17.133 Questo tuo grido farà come vento, 17.134 che le più alte cime più percuote; 17.135 e ciò non fa d'onor poco argomento. 17.136 Però ti son mostrate in queste rote, 17.137 nel monte e ne la valle dolorosa 17.138 pur l'anime che son di fama note, 17.139 17.140 17.141 17.142

che l'animo di quel ch'ode, non posa né ferma fede per essempro ch'aia la sua radice incognita e ascosa, né per altro argomento che non paia».

Paradiso - canto 18 18.1 Già si godeva solo del suo verbo 18.2 quello specchio beato, e io gustava 18.3 lo mio, temprando col dolce l'acerbo; 18.4 e quella donna ch'a Dio mi menava 18.5 disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono 18.6 presso a colui ch'ogne torto disgrava». 18.7 Io mi rivolsi a l'amoroso suono 18.8 del mio conforto; e qual io allor vidi 18.9 ne li occhi santi amor, qui l'abbandono: 18.10 non perch'io pur del mio parlar diffidi, 18.11 ma per la mente che non può redire 18.12 sovra sé tanto, s'altri non la guidi. 18.13 Tanto poss'io di quel punto ridire, 18.14 che, rimirando lei, lo mio affetto 18.15 libero fu da ogne altro disire, 18.16 fin che 'l piacere etterno, che diretto 18.17 raggiava in Beatrice, dal bel viso 18.18 mi contentava col secondo aspetto. 18.19 Vincendo me col lume d'un sorriso, 18.20 ella mi disse: «Volgiti e ascolta; 18.21 ché non pur ne' miei occhi è paradiso». Pagina 48


divina commedia 18.22 Come si vede qui alcuna volta 18.23 l'affetto ne la vista, s'elli è tanto, 18.24 che da lui sia tutta l'anima tolta, 18.25 così nel fiammeggiar del folgór santo, 18.26 a ch'io mi volsi, conobbi la voglia 18.27 in lui di ragionarmi ancora alquanto. 18.28 El cominciò: «In questa quinta soglia 18.29 de l'albero che vive de la cima 18.30 e frutta sempre e mai non perde foglia, 18.31 spiriti son beati, che giù, prima 18.32 che venissero al ciel, fuor di gran voce, 18.33 sì ch'ogne musa ne sarebbe opima. 18.34 Però mira ne' corni de la croce: 18.35 quello ch'io nomerò, lì farà l'atto 18.36 che fa in nube il suo foco veloce». 18.37 Io vidi per la croce un lume tratto 18.38 dal nomar Iosuè, com'el si feo; 18.39 né mi fu noto il dir prima che 'l fatto. 18.40 E al nome de l'alto Macabeo 18.41 vidi moversi un altro roteando, 18.42 e letizia era ferza del paleo. 18.43 Così per Carlo Magno e per Orlando 18.44 due ne seguì lo mio attento sguardo, 18.45 com'occhio segue suo falcon volando. 18.46 Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo 18.47 e 'l duca Gottifredi la mia vista 18.48 per quella croce, e Ruberto Guiscardo. 18.49 Indi, tra l'altre luci mota e mista, 18.50 mostrommi l'alma che m'avea parlato 18.51 qual era tra i cantor del cielo artista. 18.52 Io mi rivolsi dal mio destro lato 18.53 per vedere in Beatrice il mio dovere, 18.54 o per parlare o per atto, segnato; 18.55 e vidi le sue luci tanto mere, 18.56 tanto gioconde, che la sua sembianza 18.57 vinceva li altri e l'ultimo solere. 18.58 E come, per sentir più dilettanza 18.59 bene operando, l'uom di giorno in giorno 18.60 s'accorge che la sua virtute avanza, 18.61 sì m'accors'io che 'l mio girare intorno 18.62 col cielo insieme avea cresciuto l'arco, 18.63 veggendo quel miracol più addorno. 18.64 E qual è 'l trasmutare in picciol varco 18.65 di tempo in bianca donna, quando 'l volto 18.66 suo si discarchi di vergogna il carco, 18.67 tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, 18.68 per lo candor de la temprata stella 18.69 sesta, che dentro a sé m'avea ricolto. 18.70 Io vidi in quella giovial facella 18.71 lo sfavillar de l'amor che lì era, 18.72 segnare a li occhi miei nostra favella. Pagina 49


divina commedia 18.73 E come augelli surti di rivera, 18.74 quasi congratulando a lor pasture, 18.75 fanno di sé or tonda or altra schiera, 18.76 sì dentro ai lumi sante creature 18.77 volitando cantavano, e faciensi 18.78 or *D*, or *I*, or *L* in sue figure. 18.79 Prima, cantando, a sua nota moviensi; 18.80 poi, diventando l'un di questi segni, 18.81 un poco s'arrestavano e taciensi. 18.82 O diva Pegasea che li 'ngegni 18.83 fai gloriosi e rendili longevi, 18.84 ed essi teco le cittadi e ' regni, 18.85 illustrami di te, sì ch'io rilevi 18.86 le lor figure com'io l'ho concette: 18.87 paia tua possa in questi versi brevi! 18.88 Mostrarsi dunque in cinque volte sette 18.89 vocali e consonanti; e io notai 18.90 le parti sì, come mi parver dette. 18.91 "DILIGITE IUSTITIAM", primai 18.92 fur verbo e nome di tutto 'l dipinto; 18.93 "QUI IUDICATIS TERRAM", fur sezzai. 18.94 Poscia ne l'emme del vocabol quinto 18.95 rimasero ordinate; sì che Giove 18.96 pareva argento lì d'oro distinto. 18.97 E vidi scendere altre luci dove 18.98 era il colmo de l'emme, e lì quetarsi 18.99 cantando, credo, il ben ch'a sé le move. 18.100 Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi 18.101 surgono innumerabili faville, 18.102 onde li stolti sogliono agurarsi, 18.103 resurger parver quindi più di mille 18.104 luci e salir, qual assai e qual poco, 18.105 sì come 'l sol che l'accende sortille; 18.106 e quietata ciascuna in suo loco, 18.107 la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi 18.108 rappresentare a quel distinto foco. 18.109 Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi; 18.110 ma esso guida, e da lui si rammenta 18.111 quella virtù ch'è forma per li nidi. 18.112 L'altra beatitudo, che contenta 18.113 pareva prima d'ingigliarsi a l'emme, 18.114 con poco moto seguitò la 'mprenta. 18.115 O dolce stella, quali e quante gemme 18.116 mi dimostraro che nostra giustizia 18.117 effetto sia del ciel che tu ingemme! 18.118 Per ch'io prego la mente in che s'inizia 18.119 tuo moto e tua virtute, che rimiri 18.120 ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia; 18.121 sì ch'un'altra fiata omai s'adiri 18.122 del comperare e vender dentro al templo 18.123 che si murò di segni e di martìri. 18.124 O milizia del ciel cu' io contemplo, Pagina 50


divina commedia 18.125 adora per color che sono in terra 18.126 tutti sviati dietro al malo essemplo! 18.127 Già si solea con le spade far guerra; 18.128 ma or si fa togliendo or qui or quivi 18.129 lo pan che 'l pio Padre a nessun serra. 18.130 Ma tu che sol per cancellare scrivi, 18.131 pensa che Pietro e Paulo, che moriro 18.132 per la vigna che guasti, ancor son vivi. 18.133 18.134 18.135 18.136

Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiro sì a colui che volle viver solo e che per salti fu tratto al martiro, ch'io non conosco il pescator né Polo».

Paradiso - canto 19 19.1 Parea dinanzi a me con l'ali aperte 19.2 la bella image che nel dolce *frui* 19.3 liete facevan l'anime conserte; 19.4 parea ciascuna rubinetto in cui 19.5 raggio di sole ardesse sì acceso, 19.6 che ne' miei occhi rifrangesse lui. 19.7 E quel che mi convien ritrar testeso, 19.8 non portò voce mai, né scrisse incostro, 19.9 né fu per fantasia già mai compreso; 19.10 ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro, 19.11 e sonar ne la voce e «io» e «mio», 19.12 quand'era nel concetto e "noi" e "nostro". 19.13 E cominciò: «Per esser giusto e pio 19.14 son io qui essaltato a quella gloria 19.15 che non si lascia vincere a disio; 19.16 e in terra lasciai la mia memoria 19.17 sì fatta, che le genti lì malvage 19.18 commendan lei, ma non seguon la storia». 19.19 Così un sol calor di molte brage 19.20 si fa sentir, come di molti amori 19.21 usciva solo un suon di quella image. 19.22 Ond'io appresso: «O perpetui fiori 19.23 de l'etterna letizia, che pur uno 19.24 parer mi fate tutti vostri odori, 19.25 solvetemi, spirando, il gran digiuno 19.26 che lungamente m'ha tenuto in fame, 19.27 non trovandoli in terra cibo alcuno. 19.28 Ben so io che, se 'n cielo altro reame 19.29 la divina giustizia fa suo specchio, 19.30 che 'l vostro non l'apprende con velame. 19.31 Sapete come attento io m'apparecchio 19.32 ad ascoltar; sapete qual è quello 19.33 dubbio che m'è digiun cotanto vecchio». 19.34 Quasi falcone ch'esce del cappello, 19.35 move la testa e con l'ali si plaude, 19.36 voglia mostrando e faccendosi bello, 19.37 vid'io farsi quel segno, che di laude 19.38 de la divina grazia era contesto, 19.39 con canti quai si sa chi là sù gaude. Pagina 51


divina commedia 19.40 Poi cominciò: «Colui che volse il sesto 19.41 a lo stremo del mondo, e dentro ad esso 19.42 distinse tanto occulto e manifesto, 19.43 non poté suo valor sì fare impresso 19.44 in tutto l'universo, che 'l suo verbo 19.45 non rimanesse in infinito eccesso. 19.46 E ciò fa certo che 'l primo superbo, 19.47 che fu la somma d'ogne creatura, 19.48 per non aspettar lume, cadde acerbo; 19.49 e quinci appar ch'ogne minor natura 19.50 è corto recettacolo a quel bene 19.51 che non ha fine e sé con sé misura. 19.52 Dunque vostra veduta, che convene 19.53 esser alcun de' raggi de la mente 19.54 di che tutte le cose son ripiene, 19.55 non pò da sua natura esser possente 19.56 tanto, che suo principio discerna 19.57 molto di là da quel che l'è parvente. 19.58 Però ne la giustizia sempiterna 19.59 la vista che riceve il vostro mondo, 19.60 com'occhio per lo mare, entro s'interna; 19.61 che, ben che da la proda veggia il fondo, 19.62 in pelago nol vede; e nondimeno 19.63 èli, ma cela lui l'esser profondo. 19.64 Lume non è, se non vien dal sereno 19.65 che non si turba mai; anzi è tenebra 19.66 od ombra de la carne o suo veleno. 19.67 Assai t'è mo aperta la latebra 19.68 che t'ascondeva la giustizia viva, 19.69 di che facei question cotanto crebra; 19.70 ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva 19.71 de l'Indo, e quivi non è chi ragioni 19.72 di Cristo né chi legga né chi scriva; 19.73 e tutti suoi voleri e atti buoni 19.74 sono, quanto ragione umana vede, 19.75 sanza peccato in vita o in sermoni. 19.76 Muore non battezzato e sanza fede: 19.77 ov'è questa giustizia che 'l condanna? 19.78 ov'è la colpa sua, se ei non crede?" 19.79 Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna, 19.80 per giudicar di lungi mille miglia 19.81 con la veduta corta d'una spanna? 19.82 Certo a colui che meco s'assottiglia, 19.83 se la Scrittura sovra voi non fosse, 19.84 da dubitar sarebbe a maraviglia. 19.85 Oh terreni animali! oh menti grosse! 19.86 La prima volontà, ch'è da sé buona, 19.87 da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse. 19.88 Cotanto è giusto quanto a lei consuona: 19.89 nullo creato bene a sé la tira, 19.90 ma essa, radiando, lui cagiona». Pagina 52


divina commedia 19.91 Quale sovresso il nido si rigira 19.92 poi c'ha pasciuti la cicogna i figli, 19.93 e come quel ch'è pasto la rimira; 19.94 cotal si fece, e sì levai i cigli, 19.95 la benedetta imagine, che l'ali 19.96 movea sospinte da tanti consigli. 19.97 Roteando cantava, e dicea: «Quali 19.98 son le mie note a te, che non le 'ntendi, 19.99 tal è il giudicio etterno a voi mortali». 19.100 Poi si quetaro quei lucenti incendi 19.101 de lo Spirito Santo ancor nel segno 19.102 che fé i Romani al mondo reverendi, 19.103 esso ricominciò: «A questo regno 19.104 non salì mai chi non credette 'n Cristo, 19.105 né pria né poi ch'el si chiavasse al legno. 19.106 Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!", 19.107 che saranno in giudicio assai men *prope* 19.108 a lui, che tal che non conosce Cristo; 19.109 e tai Cristian dannerà l'Etiòpe, 19.110 quando si partiranno i due collegi, 19.111 l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe. 19.112 Che poran dir li Perse a' vostri regi, 19.113 come vedranno quel volume aperto 19.114 nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? 19.115 Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto, 19.116 quella che tosto moverà la penna, 19.117 per che 'l regno di Praga fia diserto. 19.118 Lì si vedrà il duol che sovra Senna 19.119 induce, falseggiando la moneta, 19.120 quel che morrà di colpo di cotenna. 19.121 Lì si vedrà la superbia ch'asseta, 19.122 che fa lo Scotto e l'Inghilese folle, 19.123 sì che non può soffrir dentro a sua meta. 19.124 Vedrassi la lussuria e 'l viver molle 19.125 di quel di Spagna e di quel di Boemme, 19.126 che mai valor non conobbe né volle. 19.127 Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme 19.128 segnata con un i la sua bontate, 19.129 quando 'l contrario segnerà un emme. 19.130 Vedrassi l'avarizia e la viltate 19.131 di quei che guarda l'isola del foco, 19.132 ove Anchise finì la lunga etate; 19.133 e a dare ad intender quanto è poco, 19.134 la sua scrittura fian lettere mozze, 19.135 che noteranno molto in parvo loco. 19.136 E parranno a ciascun l'opere sozze 19.137 del barba e del fratel, che tanto egregia 19.138 nazione e due corone han fatte bozze. 19.139 E quel di Portogallo e di Norvegia 19.140 lì si conosceranno, e quel di Rascia 19.141 che male ha visto il conio di Vinegia. 19.142 Oh beata Ungheria, se non si lascia Pagina 53


divina commedia 19.143 più malmenare! e beata Navarra, 19.144 se s'armasse del monte che la fascia! 19.145 19.146 19.147 19.148

E creder de' ciascun che già, per arra di questo, Niccosìa e Famagosta per la lor bestia si lamenti e garra, che dal fianco de l'altre non si scosta».

Paradiso - canto 20 20.1 Quando colui che tutto 'l mondo alluma 20.2 de l'emisperio nostro sì discende, 20.3 che 'l giorno d'ogne parte si consuma, 20.4 lo ciel, che sol di lui prima s'accende, 20.5 subitamente si rifà parvente 20.6 per molte luci, in che una risplende; 20.7 e questo atto del ciel mi venne a mente, 20.8 come 'l segno del mondo e de' suoi duci 20.9 nel benedetto rostro fu tacente; 20.10 però che tutte quelle vive luci, 20.11 vie più lucendo, cominciaron canti 20.12 da mia memoria labili e caduci. 20.13 O dolce amor che di riso t'ammanti, 20.14 quanto parevi ardente in que' flailli, 20.15 ch'avieno spirto sol di pensier santi! 20.16 Poscia che i cari e lucidi lapilli 20.17 ond'io vidi ingemmato il sesto lume 20.18 puoser silenzio a li angelici squilli, 20.19 udir mi parve un mormorar di fiume 20.20 che scende chiaro giù di pietra in pietra, 20.21 mostrando l'ubertà del suo cacume. 20.22 E come suono al collo de la cetra 20.23 prende sua forma, e sì com'al pertugio 20.24 de la sampogna vento che penètra, 20.25 così, rimosso d'aspettare indugio, 20.26 quel mormorar de l'aguglia salissi 20.27 su per lo collo, come fosse bugio. 20.28 Fecesi voce quivi, e quindi uscissi 20.29 per lo suo becco in forma di parole, 20.30 quali aspettava il core ov'io le scrissi. 20.31 «La parte in me che vede e pate il sole 20.32 ne l'aguglie mortali», incominciommi, 20.33 «or fisamente riguardar si vole, 20.34 perché d'i fuochi ond'io figura fommi, 20.35 quelli onde l'occhio in testa mi scintilla, 20.36 e' di tutti lor gradi son li sommi. 20.37 Colui che luce in mezzo per pupilla, 20.38 fu il cantor de lo Spirito Santo, 20.39 che l'arca traslatò di villa in villa: 20.40 20.41 20.42 20.43 20.44 20.45

ora conosce il merto del suo canto, in quanto effetto fu del suo consiglio, per lo remunerar ch'è altrettanto. Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, colui che più al becco mi s'accosta, la vedovella consolò del figlio: Pagina 54


divina commedia 20.46 ora conosce quanto caro costa 20.47 non seguir Cristo, per l'esperienza 20.48 di questa dolce vita e de l'opposta. 20.49 E quel che segue in la circunferenza 20.50 di che ragiono, per l'arco superno, 20.51 morte indugiò per vera penitenza: 20.52 ora conosce che 'l giudicio etterno 20.53 non si trasmuta, quando degno preco 20.54 fa crastino là giù de l'odierno. 20.55 L'altro che segue, con le leggi e meco, 20.56 sotto buona intenzion che fé mal frutto, 20.57 per cedere al pastor si fece greco: 20.58 ora conosce come il mal dedutto 20.59 dal suo bene operar non li è nocivo, 20.60 avvegna che sia 'l mondo indi distrutto. 20.61 E quel che vedi ne l'arco declivo, 20.62 Guiglielmo fu, cui quella terra plora 20.63 che piagne Carlo e Federigo vivo: 20.64 ora conosce come s'innamora 20.65 lo ciel del giusto rege, e al sembiante 20.66 del suo fulgore il fa vedere ancora. 20.67 Chi crederebbe giù nel mondo errante, 20.68 che Rifeo Troiano in questo tondo 20.69 fosse la quinta de le luci sante? 20.70 Ora conosce assai di quel che 'l mondo 20.71 veder non può de la divina grazia, 20.72 ben che sua vista non discerna il fondo». 20.73 Quale allodetta che 'n aere si spazia 20.74 prima cantando, e poi tace contenta 20.75 de l'ultima dolcezza che la sazia, 20.76 tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta 20.77 de l'etterno piacere, al cui disio 20.78 ciascuna cosa qual ell'è diventa. 20.79 E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio 20.80 lì quasi vetro a lo color ch'el veste, 20.81 tempo aspettar tacendo non patio, 20.82 ma de la bocca, «Che cose son queste?», 20.83 mi pinse con la forza del suo peso: 20.84 per ch'io di coruscar vidi gran feste. 20.85 Poi appresso, con l'occhio più acceso, 20.86 lo benedetto segno mi rispuose 20.87 per non tenermi in ammirar sospeso: 20.88 «Io veggio che tu credi queste cose 20.89 perch'io le dico, ma non vedi come; 20.90 sì che, se son credute, sono ascose. 20.91 Fai come quei che la cosa per nome 20.92 apprende ben, ma la sua quiditate 20.93 veder non può se altri non la prome. 20.94 *Regnum celorum* violenza pate 20.95 da caldo amore e da viva speranza, 20.96 che vince la divina volontate: 20.97 non a guisa che l'omo a l'om sobranza, Pagina 55


divina commedia 20.98 ma vince lei perché vuole esser vinta, 20.99 e, vinta, vince con sua beninanza. 20.100 La prima vita del ciglio e la quinta 20.101 ti fa maravigliar, perché ne vedi 20.102 la region de li angeli dipinta. 20.103 D'i corpi suoi non uscir, come credi, 20.104 Gentili, ma Cristiani, in ferma fede 20.105 quel de' passuri e quel d'i passi piedi. 20.106 Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede 20.107 già mai a buon voler, tornò a l'ossa; 20.108 e ciò di viva spene fu mercede: 20.109 di viva spene, che mise la possa 20.110 ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla, 20.111 sì che potesse sua voglia esser mossa. 20.112 L'anima gloriosa onde si parla, 20.113 tornata ne la carne, in che fu poco, 20.114 credette in lui che potea aiutarla; 20.115 e credendo s'accese in tanto foco 20.116 di vero amor, ch'a la morte seconda 20.117 fu degna di venire a questo gioco. 20.118 L'altra, per grazia che da sì profonda 20.119 fontana stilla, che mai creatura 20.120 non pinse l'occhio infino a la prima onda, 20.121 tutto suo amor là giù pose a drittura: 20.122 per che, di grazia in grazia, Dio li aperse 20.123 l'occhio a la nostra redenzion futura; 20.124 ond'ei credette in quella, e non sofferse 20.125 da indi il puzzo più del paganesmo; 20.126 e riprendiene le genti perverse. 20.127 Quelle tre donne li fur per battesmo 20.128 che tu vedesti da la destra rota, 20.129 dinanzi al battezzar più d'un millesmo. 20.130 O predestinazion, quanto remota 20.131 è la radice tua da quelli aspetti 20.132 che la prima cagion non veggion *tota*! 20.133 E voi, mortali, tenetevi stretti 20.134 a giudicar; ché noi, che Dio vedemo, 20.135 non conosciamo ancor tutti li eletti; 20.136 ed ènne dolce così fatto scemo, 20.137 perché il ben nostro in questo ben s'affina, 20.138 che quel che vole Iddio, e noi volemo». 20.139 Così da quella imagine divina, 20.140 per farmi chiara la mia corta vista, 20.141 data mi fu soave medicina. 20.142 E come a buon cantor buon citarista 20.143 fa seguitar lo guizzo de la corda, 20.144 in che più di piacer lo canto acquista, 20.145 20.146 20.147 20.148

sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda ch'io vidi le due luci benedette, pur come batter d'occhi si concorda, con le parole mover le fiammette.

Paradiso - canto 21 Pagina 56


divina commedia 21.1 Già eran li occhi miei rifissi al volto 21.2 de la mia donna, e l'animo con essi, 21.3 e da ogne altro intento s'era tolto. 21.4 E quella non ridea; ma «S'io ridessi», 21.5 mi cominciò, «tu ti faresti quale 21.6 fu Semelè quando di cener fessi; 21.7 ché la bellezza mia, che per le scale 21.8 de l'etterno palazzo più s'accende, 21.9 com'hai veduto, quanto più si sale, 21.10 se non si temperasse, tanto splende, 21.11 che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore, 21.12 sarebbe fronda che trono scoscende. 21.13 Noi sem levati al settimo splendore, 21.14 che sotto 'l petto del Leone ardente 21.15 raggia mo misto giù del suo valore. 21.16 Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, 21.17 e fa di quelli specchi a la figura 21.18 che 'n questo specchio ti sarà parvente». 21.19 Qual savesse qual era la pastura 21.20 del viso mio ne l'aspetto beato 21.21 quand'io mi trasmutai ad altra cura, 21.22 conoscerebbe quanto m'era a grato 21.23 ubidire a la mia celeste scorta, 21.24 contrapesando l'un con l'altro lato. 21.25 Dentro al cristallo che 'l vocabol porta, 21.26 cerchiando il mondo, del suo caro duce 21.27 sotto cui giacque ogne malizia morta, 21.28 di color d'oro in che raggio traluce 21.29 vid'io uno scaleo eretto in suso 21.30 tanto, che nol seguiva la mia luce. 21.31 Vidi anche per li gradi scender giuso 21.32 tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume 21.33 che par nel ciel, quindi fosse diffuso. 21.34 E come, per lo natural costume, 21.35 le pole insieme, al cominciar del giorno, 21.36 si movono a scaldar le fredde piume; 21.37 poi altre vanno via sanza ritorno, 21.38 altre rivolgon sé onde son mosse, 21.39 e altre roteando fan soggiorno; 21.40 tal modo parve me che quivi fosse 21.41 in quello sfavillar che 'nsieme venne, 21.42 sì come in certo grado si percosse. 21.43 E quel che presso più ci si ritenne, 21.44 si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando: 21.45 `Io veggio ben l'amor che tu m'accenne. 21.46 Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando 21.47 del dire e del tacer, si sta; ond'io, 21.48 contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'. 21.49 Per ch'ella, che vedea il tacer mio 21.50 nel veder di colui che tutto vede, 21.51 mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». Pagina 57


divina commedia 21.52 E io incominciai: «La mia mercede 21.53 non mi fa degno de la tua risposta; 21.54 ma per colei che 'l chieder mi concede, 21.55 vita beata che ti stai nascosta 21.56 dentro a la tua letizia, fammi nota 21.57 la cagion che sì presso mi t'ha posta; 21.58 e di' perché si tace in questa rota 21.59 la dolce sinfonia di paradiso, 21.60 che giù per l'altre suona sì divota». 21.61 «Tu hai l'udir mortal sì come il viso», 21.62 rispuose a me; «onde qui non si canta 21.63 per quel che Beatrice non ha riso. 21.64 Giù per li gradi de la scala santa 21.65 discesi tanto sol per farti festa 21.66 col dire e con la luce che mi ammanta; 21.67 né più amor mi fece esser più presta; 21.68 ché più e tanto amor quinci sù ferve, 21.69 sì come il fiammeggiar ti manifesta. 21.70 Ma l'alta carità, che ci fa serve 21.71 pronte al consiglio che 'l mondo governa, 21.72 sorteggia qui sì come tu osserve». 21.73 «Io veggio ben», diss'io, «sacra lucerna, 21.74 come libero amore in questa corte 21.75 basta a seguir la provedenza etterna; 21.76 ma questo è quel ch'a cerner mi par forte, 21.77 perché predestinata fosti sola 21.78 a questo officio tra le tue consorte». 21.79 Né venni prima a l'ultima parola, 21.80 che del suo mezzo fece il lume centro, 21.81 girando sé come veloce mola; 21.82 poi rispuose l'amor che v'era dentro: 21.83 «Luce divina sopra me s'appunta, 21.84 penetrando per questa in ch'io m'inventro, 21.85 la cui virtù, col mio veder congiunta, 21.86 mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio 21.87 la somma essenza de la quale è munta. 21.88 Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio; 21.89 per ch'a la vista mia, quant'ella è chiara, 21.90 la chiarità de la fiamma pareggio. 21.91 Ma quell'alma nel ciel che più si schiara, 21.92 quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso, 21.93 a la dimanda tua non satisfara, 21.94 però che sì s'innoltra ne lo abisso 21.95 de l'etterno statuto quel che chiedi, 21.96 che da ogne creata vista è scisso. 21.97 E al mondo mortal, quando tu riedi, 21.98 questo rapporta, sì che non presumma 21.99 a tanto segno più mover li piedi. 21.100 La mente, che qui luce, in terra fumma; 21.101 onde riguarda come può là giùe 21.102 quel che non pote perché 'l ciel l'assumma». 21.103 Sì mi prescrisser le parole sue, Pagina 58


divina commedia 21.104 ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi 21.105 a dimandarla umilmente chi fue. 21.106 «Tra ' due liti d'Italia surgon sassi, 21.107 e non molto distanti a la tua patria, 21.108 tanto che ' troni assai suonan più bassi, 21.109 e fanno un gibbo che si chiama Catria, 21.110 di sotto al quale è consecrato un ermo, 21.111 che suole esser disposto a sola latria». 21.112 Così ricominciommi il terzo sermo; 21.113 e poi, continuando, disse: «Quivi 21.114 al servigio di Dio mi fe' sì fermo, 21.115 che pur con cibi di liquor d'ulivi 21.116 lievemente passava caldi e geli, 21.117 contento ne' pensier contemplativi. 21.118 Render solea quel chiostro a questi cieli 21.119 fertilemente; e ora è fatto vano, 21.120 sì che tosto convien che si riveli. 21.121 In quel loco fu' io Pietro Damiano, 21.122 e Pietro Peccator fu' ne la casa 21.123 di Nostra Donna in sul lito adriano. 21.124 Poca vita mortal m'era rimasa, 21.125 quando fui chiesto e tratto a quel cappello, 21.126 che pur di male in peggio si travasa. 21.127 Venne Cefàs e venne il gran vasello 21.128 de lo Spirito Santo, magri e scalzi, 21.129 prendendo il cibo da qualunque ostello. 21.130 Or voglion quinci e quindi chi rincalzi 21.131 li moderni pastori e chi li meni, 21.132 tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. 21.133 Cuopron d'i manti loro i palafreni, 21.134 sì che due bestie van sott'una pelle: 21.135 oh pazienza che tanto sostieni!». 21.136 A questa voce vid'io più fiammelle 21.137 di grado in grado scendere e girarsi, 21.138 e ogne giro le facea più belle. 21.139 21.140 21.141 21.142

Dintorno a questa vennero e fermarsi, e fero un grido di sì alto suono, che non potrebbe qui assomigliarsi; né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.

Paradiso - canto 22 22.1 Oppresso di stupore, a la mia guida 22.2 mi volsi, come parvol che ricorre 22.3 sempre colà dove più si confida; 22.4 e quella, come madre che soccorre 22.5 sùbito al figlio palido e anelo 22.6 con la sua voce, che 'l suol ben disporre, 22.7 mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo? 22.8 e non sai tu che 'l cielo è tutto santo, 22.9 e ciò che ci si fa vien da buon zelo? 22.10 Come t'avrebbe trasmutato il canto, 22.11 e io ridendo, mo pensar lo puoi, 22.12 poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto; Pagina 59


divina commedia 22.13 nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi, 22.14 già ti sarebbe nota la vendetta 22.15 che tu vedrai innanzi che tu muoi. 22.16 La spada di qua sù non taglia in fretta 22.17 né tardo, ma' ch'al parer di colui 22.18 che disiando o temendo l'aspetta. 22.19 Ma rivolgiti omai inverso altrui; 22.20 ch'assai illustri spiriti vedrai, 22.21 se com'io dico l'aspetto redui». 22.22 Come a lei piacque, li occhi ritornai, 22.23 e vidi cento sperule che 'nsieme 22.24 più s'abbellivan con mutui rai. 22.25 Io stava come quei che 'n sé repreme 22.26 la punta del disio, e non s'attenta 22.27 di domandar, sì del troppo si teme; 22.28 e la maggiore e la più luculenta 22.29 di quelle margherite innanzi fessi, 22.30 per far di sé la mia voglia contenta. 22.31 Poi dentro a lei udi' : «Se tu vedessi 22.32 com'io la carità che tra noi arde, 22.33 li tuoi concetti sarebbero espressi. 22.34 Ma perché tu, aspettando, non tarde 22.35 a l'alto fine, io ti farò risposta 22.36 pur al pensier, da che sì ti riguarde. 22.37 Quel monte a cui Cassino è ne la costa 22.38 fu frequentato già in su la cima 22.39 da la gente ingannata e mal disposta; 22.40 e quel son io che sù vi portai prima 22.41 lo nome di colui che 'n terra addusse 22.42 la verità che tanto ci soblima; 22.43 e tanta grazia sopra me relusse, 22.44 ch'io ritrassi le ville circunstanti 22.45 da l'empio cólto che 'l mondo sedusse. 22.46 Questi altri fuochi tutti contemplanti 22.47 uomini fuoro, accesi di quel caldo 22.48 che fa nascere i fiori e ' frutti santi. 22.49 Qui è Maccario, qui è Romoaldo, 22.50 qui son li frati miei che dentro ai chiostri 22.51 fermar li piedi e tennero il cor saldo». 22.52 E io a lui: «L'affetto che dimostri 22.53 meco parlando, e la buona sembianza 22.54 ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri, 22.55 così m'ha dilatata mia fidanza, 22.56 come 'l sol fa la rosa quando aperta 22.57 tanto divien quant'ell'ha di possanza. 22.58 Però ti priego, e tu, padre, m'accerta 22.59 s'io posso prender tanta grazia, ch'io 22.60 ti veggia con imagine scoverta». 22.61 Ond'elli: «Frate, il tuo alto disio 22.62 s'adempierà in su l'ultima spera, 22.63 ove s'adempion tutti li altri e 'l mio. Pagina 60


divina commedia 22.64 Ivi è perfetta, matura e intera 22.65 ciascuna disianza; in quella sola 22.66 è ogne parte là ove sempr'era, 22.67 perché non è in loco e non s'impola; 22.68 e nostra scala infino ad essa varca, 22.69 onde così dal viso ti s'invola. 22.70 Infin là sù la vide il patriarca 22.71 Iacobbe porger la superna parte, 22.72 quando li apparve d'angeli sì carca. 22.73 Ma, per salirla, mo nessun diparte 22.74 da terra i piedi, e la regola mia 22.75 rimasa è per danno de le carte. 22.76 Le mura che solieno esser badia 22.77 fatte sono spelonche, e le cocolle 22.78 sacca son piene di farina ria. 22.79 Ma grave usura tanto non si tolle 22.80 contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto 22.81 che fa il cor de' monaci sì folle; 22.82 ché quantunque la Chiesa guarda, tutto 22.83 è de la gente che per Dio dimanda; 22.84 non di parenti né d'altro più brutto. 22.85 La carne d'i mortali è tanto blanda, 22.86 che giù non basta buon cominciamento 22.87 dal nascer de la quercia al far la ghianda. 22.88 Pier cominciò sanz'oro e sanz'argento, 22.89 e io con orazione e con digiuno, 22.90 e Francesco umilmente il suo convento; 22.91 e se guardi 'l principio di ciascuno, 22.92 poscia riguardi là dov'è trascorso, 22.93 tu vederai del bianco fatto bruno. 22.94 Veramente Iordan vòlto retrorso 22.95 più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse, 22.96 mirabile a veder che qui 'l soccorso». 22.97 Così mi disse, e indi si raccolse 22.98 al suo collegio, e 'l collegio si strinse; 22.99 poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse. 22.100 La dolce donna dietro a lor mi pinse 22.101 con un sol cenno su per quella scala, 22.102 sì sua virtù la mia natura vinse; 22.103 né mai qua giù dove si monta e cala 22.104 naturalmente, fu sì ratto moto 22.105 ch'agguagliar si potesse a la mia ala. 22.106 S'io torni mai, lettore, a quel divoto 22.107 triunfo per lo quale io piango spesso 22.108 le mie peccata e 'l petto mi percuoto, 22.109 tu non avresti in tanto tratto e messo 22.110 nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno 22.111 che segue il Tauro e fui dentro da esso. 22.112 O gloriose stelle, o lume pregno 22.113 di gran virtù, dal quale io riconosco 22.114 tutto, qual che si sia, il mio ingegno, 22.115 con voi nasceva e s'ascondeva vosco Pagina 61


divina commedia 22.116 quelli ch'è padre d'ogne mortal vita, 22.117 quand'io senti' di prima l'aere tosco; 22.118 e poi, quando mi fu grazia largita 22.119 d'entrar ne l'alta rota che vi gira, 22.120 la vostra region mi fu sortita. 22.121 A voi divotamente ora sospira 22.122 l'anima mia, per acquistar virtute 22.123 al passo forte che a sé la tira. 22.124 «Tu se' sì presso a l'ultima salute», 22.125 cominciò Beatrice, «che tu dei 22.126 aver le luci tue chiare e acute; 22.127 e però, prima che tu più t'inlei, 22.128 rimira in giù, e vedi quanto mondo 22.129 sotto li piedi già esser ti fei; 22.130 sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo 22.131 s'appresenti a la turba triunfante 22.132 che lieta vien per questo etera tondo». 22.133 Col viso ritornai per tutte quante 22.134 le sette spere, e vidi questo globo 22.135 tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante; 22.136 e quel consiglio per migliore approbo 22.137 che l'ha per meno; e chi ad altro pensa 22.138 chiamar si puote veramente probo. 22.139 Vidi la figlia di Latona incensa 22.140 sanza quell'ombra che mi fu cagione 22.141 per che già la credetti rara e densa. 22.142 L'aspetto del tuo nato, Iperione, 22.143 quivi sostenni, e vidi com'si move 22.144 circa e vicino a lui Maia e Dione. 22.145 Quindi m'apparve il temperar di Giove 22.146 tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro 22.147 il variar che fanno di lor dove; 22.148 22.149 22.150 22.151 22.152 22.153 22.154

e tutti e sette mi si dimostraro quanto son grandi e quanto son veloci e come sono in distante riparo. L'aiuola che ci fa tanto feroci, volgendom'io con li etterni Gemelli, tutta m'apparve da' colli a le foci; poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

Paradiso - canto 23 23.1 Come l'augello, intra l'amate fronde, 23.2 posato al nido de' suoi dolci nati 23.3 la notte che le cose ci nasconde, 23.4 che, per veder li aspetti disiati 23.5 e per trovar lo cibo onde li pasca, 23.6 in che gravi labor li sono aggrati, 23.7 previene il tempo in su aperta frasca, 23.8 e con ardente affetto il sole aspetta, 23.9 fiso guardando pur che l'alba nasca; 23.10 così la donna mia stava eretta 23.11 e attenta, rivolta inver' la plaga 23.12 sotto la quale il sol mostra men fretta: Pagina 62


divina commedia 23.13 sì che, veggendola io sospesa e vaga, 23.14 fecimi qual è quei che disiando 23.15 altro vorria, e sperando s'appaga. 23.16 Ma poco fu tra uno e altro quando, 23.17 del mio attender, dico, e del vedere 23.18 lo ciel venir più e più rischiarando; 23.19 e Beatrice disse: «Ecco le schiere 23.20 del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto 23.21 ricolto del girar di queste spere!». 23.22 Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto, 23.23 e li occhi avea di letizia sì pieni, 23.24 che passarmen convien sanza costrutto. 23.25 Quale ne' plenilunii sereni 23.26 Trivia ride tra le ninfe etterne 23.27 che dipingon lo ciel per tutti i seni, 23.28 vid'i' sopra migliaia di lucerne 23.29 un sol che tutte quante l'accendea, 23.30 come fa 'l nostro le viste superne; 23.31 e per la viva luce trasparea 23.32 la lucente sustanza tanto chiara 23.33 nel viso mio, che non la sostenea. 23.34 Oh Beatrice, dolce guida e cara! 23.35 Ella mi disse: «Quel che ti sobranza 23.36 è virtù da cui nulla si ripara. 23.37 Quivi è la sapienza e la possanza 23.38 ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra, 23.39 onde fu già sì lunga disianza». 23.40 Come foco di nube si diserra 23.41 per dilatarsi sì che non vi cape, 23.42 e fuor di sua natura in giù s'atterra, 23.43 la mente mia così, tra quelle dape 23.44 fatta più grande, di sé stessa uscìo, 23.45 e che si fesse rimembrar non sape. 23.46 «Apri li occhi e riguarda qual son io; 23.47 tu hai vedute cose, che possente 23.48 se' fatto a sostener lo riso mio». 23.49 Io era come quei che si risente 23.50 di visione oblita e che s'ingegna 23.51 indarno di ridurlasi a la mente, 23.52 quand'io udi' questa proferta, degna 23.53 di tanto grato, che mai non si stingue 23.54 del libro che 'l preterito rassegna. 23.55 Se mo sonasser tutte quelle lingue 23.56 che Polimnia con le suore fero 23.57 del latte lor dolcissimo più pingue, 23.58 per aiutarmi, al millesmo del vero 23.59 non si verria, cantando il santo riso 23.60 e quanto il santo aspetto facea mero; 23.61 e così, figurando il paradiso, 23.62 convien saltar lo sacrato poema, 23.63 come chi trova suo cammin riciso. 23.64 Ma chi pensasse il ponderoso tema Pagina 63


divina commedia 23.65 e l'omero mortal che se ne carca, 23.66 nol biasmerebbe se sott'esso trema: 23.67 non è pareggio da picciola barca 23.68 quel che fendendo va l'ardita prora, 23.69 né da nocchier ch'a sé medesmo parca. 23.70 «Perché la faccia mia sì t'innamora, 23.71 che tu non ti rivolgi al bel giardino 23.72 che sotto i raggi di Cristo s'infiora? 23.73 Quivi è la rosa in che 'l verbo divino 23.74 carne si fece; quivi son li gigli 23.75 al cui odor si prese il buon cammino». 23.76 Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli 23.77 tutto era pronto, ancora mi rendei 23.78 a la battaglia de' debili cigli. 23.79 Come a raggio di sol che puro mei 23.80 per fratta nube, già prato di fiori 23.81 vider, coverti d'ombra, li occhi miei; 23.82 vid'io così più turbe di splendori, 23.83 folgorate di sù da raggi ardenti, 23.84 sanza veder principio di folgóri. 23.85 O benigna vertù che sì li 'mprenti, 23.86 sù t'essaltasti, per largirmi loco 23.87 a li occhi lì che non t'eran possenti. 23.88 Il nome del bel fior ch'io sempre invoco 23.89 e mane e sera, tutto mi ristrinse 23.90 l'animo ad avvisar lo maggior foco; 23.91 e come ambo le luci mi dipinse 23.92 il quale e il quanto de la viva stella 23.93 che là sù vince come qua giù vinse, 23.94 per entro il cielo scese una facella, 23.95 formata in cerchio a guisa di corona, 23.96 e cinsela e girossi intorno ad ella. 23.97 Qualunque melodia più dolce suona 23.98 qua giù e più a sé l'anima tira, 23.99 parrebbe nube che squarciata tona, 23.100 comparata al sonar di quella lira 23.101 onde si coronava il bel zaffiro 23.102 del quale il ciel più chiaro s'inzaffira. 23.103 «Io sono amore angelico, che giro 23.104 l'alta letizia che spira del ventre 23.105 che fu albergo del nostro disiro; 23.106 e girerommi, donna del ciel, mentre 23.107 che seguirai tuo figlio, e farai dia 23.108 più la spera suprema perché lì entre». 23.109 Così la circulata melodia 23.110 si sigillava, e tutti li altri lumi 23.111 facean sonare il nome di Maria. 23.112 Lo real manto di tutti i volumi 23.113 del mondo, che più ferve e più s'avviva 23.114 ne l'alito di Dio e nei costumi, 23.115 avea sopra di noi l'interna riva 23.116 tanto distante, che la sua parvenza, Pagina 64


divina commedia 23.117 là dov'io era, ancor non appariva: 23.118 però non ebber li occhi miei potenza 23.119 di seguitar la coronata fiamma 23.120 che si levò appresso sua semenza. 23.121 E come fantolin che 'nver' la mamma 23.122 tende le braccia, poi che 'l latte prese, 23.123 per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma; 23.124 ciascun di quei candori in sù si stese 23.125 con la sua cima, sì che l'alto affetto 23.126 ch'elli avieno a Maria mi fu palese. 23.127 Indi rimaser lì nel mio cospetto, 23.128 "*Regina celi*" cantando sì dolce, 23.129 che mai da me non si partì 'l diletto. 23.130 Oh quanta è l'ubertà che si soffolce 23.131 in quelle arche ricchissime che fuoro 23.132 a seminar qua giù buone bobolce! 23.133 Quivi si vive e gode del tesoro 23.134 che s'acquistò piangendo ne lo essilio 23.135 di Babillòn, ove si lasciò l'oro. 23.136 23.137 23.138 23.139

Quivi triunfa, sotto l'alto Filio di Dio e di Maria, di sua vittoria, e con l'antico e col novo concilio, colui che tien le chiavi di tal gloria.

Paradiso - canto 24 24.1 «O sodalizio eletto a la gran cena 24.2 del benedetto Agnello, il qual vi ciba 24.3 sì, che la vostra voglia è sempre piena, 24.4 se per grazia di Dio questi preliba 24.5 di quel che cade de la vostra mensa, 24.6 prima che morte tempo li prescriba, 24.7 ponete mente a l'affezione immensa 24.8 e roratelo alquanto: voi bevete 24.9 sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa». 24.10 Così Beatrice; e quelle anime liete 24.11 si fero spere sopra fissi poli, 24.12 fiammando, a volte, a guisa di comete. 24.13 E come cerchi in tempra d'oriuoli 24.14 si giran sì, che 'l primo a chi pon mente 24.15 quieto pare, e l'ultimo che voli; 24.16 così quelle carole, differente24.17 mente danzando, de la sua ricchezza 24.18 mi facieno stimar, veloci e lente. 24.19 Di quella ch'io notai di più carezza 24.20 vid'io uscire un foco sì felice, 24.21 che nullo vi lasciò di più chiarezza; 24.22 e tre fiate intorno di Beatrice 24.23 si volse con un canto tanto divo, 24.24 che la mia fantasia nol mi ridice. 24.25 Però salta la penna e non lo scrivo: 24.26 ché l'imagine nostra a cotai pieghe, 24.27 non che 'l parlare, è troppo color vivo. Pagina 65


divina commedia 24.28 «O santa suora mia che sì ne prieghe 24.29 divota, per lo tuo ardente affetto 24.30 da quella bella spera mi disleghe». 24.31 Poscia fermato, il foco benedetto 24.32 a la mia donna dirizzò lo spiro, 24.33 che favellò così com'i' ho detto. 24.34 Ed ella: «O luce etterna del gran viro 24.35 a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, 24.36 ch'ei portò giù, di questo gaudio miro, 24.37 tenta costui di punti lievi e gravi, 24.38 come ti piace, intorno de la fede, 24.39 per la qual tu su per lo mare andavi. 24.40 S'elli ama bene e bene spera e crede, 24.41 non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi 24.42 dov'ogne cosa dipinta si vede; 24.43 ma perché questo regno ha fatto civi 24.44 per la verace fede, a gloriarla, 24.45 di lei parlare è ben ch'a lui arrivi». 24.46 Sì come il baccialier s'arma e non parla 24.47 fin che 'l maestro la question propone, 24.48 per approvarla, non per terminarla, 24.49 così m'armava io d'ogne ragione 24.50 mentre ch'ella dicea, per esser presto 24.51 a tal querente e a tal professione. 24.52 «Di', buon Cristiano, fatti manifesto: 24.53 fede che è?». Ond'io levai la fronte 24.54 in quella luce onde spirava questo; 24.55 poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte 24.56 sembianze femmi perch'io spandessi 24.57 l'acqua di fuor del mio interno fonte. 24.58 «La Grazia che mi dà ch'io mi confessi», 24.59 comincia' io, «da l'alto primipilo, 24.60 faccia li miei concetti bene espressi». 24.61 E seguitai: «Come 'l verace stilo 24.62 ne scrisse, padre, del tuo caro frate 24.63 che mise teco Roma nel buon filo, 24.64 fede è sustanza di cose sperate 24.65 e argomento de le non parventi; 24.66 e questa pare a me sua quiditate». 24.67 Allora udi' : «Dirittamente senti, 24.68 se bene intendi perché la ripuose 24.69 tra le sustanze, e poi tra li argomenti». 24.70 E io appresso: «Le profonde cose 24.71 che mi largiscon qui la lor parvenza, 24.72 a li occhi di là giù son sì ascose, 24.73 che l'esser loro v'è in sola credenza, 24.74 sopra la qual si fonda l'alta spene; 24.75 e però di sustanza prende intenza. 24.76 E da questa credenza ci convene 24.77 silogizzar, sanz'avere altra vista: 24.78 però intenza d'argomento tene». 24.79 Allora udi': «Se quantunque s'acquista Pagina 66


divina commedia 24.80 giù per dottrina, fosse così 'nteso, 24.81 non lì avria loco ingegno di sofista». 24.82 Così spirò di quello amore acceso; 24.83 indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa 24.84 d'esta moneta già la lega e 'l peso; 24.85 ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa». 24.86 Ond'io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, 24.87 che nel suo conio nulla mi s'inforsa». 24.88 Appresso uscì de la luce profonda 24.89 che lì splendeva: «Questa cara gioia 24.90 sopra la quale ogne virtù si fonda, 24.91 onde ti venne?». E io: «La larga ploia 24.92 de lo Spirito Santo, ch'è diffusa 24.93 in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia, 24.94 è silogismo che la m'ha conchiusa 24.95 acutamente sì, che 'nverso d'ella 24.96 ogne dimostrazion mi pare ottusa». 24.97 Io udi' poi: «L'antica e la novella 24.98 proposizion che così ti conchiude, 24.99 perché l'hai tu per divina favella?». 24.100 E io: «La prova che 'l ver mi dischiude, 24.101 son l'opere seguite, a che natura 24.102 non scalda ferro mai né batte incude». 24.103 Risposto fummi: «Di', chi t'assicura 24.104 che quell'opere fosser? Quel medesmo 24.105 che vuol provarsi, non altri, il ti giura». 24.106 «Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo», 24.107 diss'io, «sanza miracoli, quest'uno 24.108 è tal, che li altri non sono il centesmo: 24.109 ché tu intrasti povero e digiuno 24.110 in campo, a seminar la buona pianta 24.111 che fu già vite e ora è fatta pruno». 24.112 Finito questo, l'alta corte santa 24.113 risonò per le spere un `Dio laudamo' 24.114 ne la melode che là sù si canta. 24.115 E quel baron che sì di ramo in ramo, 24.116 essaminando, già tratto m'avea, 24.117 che a l'ultime fronde appressavamo, 24.118 ricominciò: «La Grazia, che donnea 24.119 con la tua mente, la bocca t'aperse 24.120 infino a qui come aprir si dovea, 24.121 sì ch'io approvo ciò che fuori emerse; 24.122 ma or conviene espremer quel che credi, 24.123 e onde a la credenza tua s'offerse». 24.124 «O santo padre, e spirito che vedi 24.125 ciò che credesti sì, che tu vincesti 24.126 ver' lo sepulcro più giovani piedi», 24.127 comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti 24.128 la forma qui del pronto creder mio, 24.129 e anche la cagion di lui chiedesti. 24.130 E io rispondo: Io credo in uno Dio 24.131 solo ed etterno, che tutto 'l ciel move, Pagina 67


divina commedia 24.132 non moto, con amore e con disio; 24.133 e a tal creder non ho io pur prove 24.134 fisice e metafisice, ma dalmi 24.135 anche la verità che quinci piove 24.136 per Moisè, per profeti e per salmi, 24.137 per l'Evangelio e per voi che scriveste 24.138 poi che l'ardente Spirto vi fé almi; 24.139 e credo in tre persone etterne, e queste 24.140 credo una essenza sì una e sì trina, 24.141 che soffera congiunto "sono" ed "este". 24.142 De la profonda condizion divina 24.143 ch'io tocco mo, la mente mi sigilla 24.144 più volte l'evangelica dottrina. 24.145 Quest'è 'l principio, quest'è la favilla 24.146 che si dilata in fiamma poi vivace, 24.147 e come stella in cielo in me scintilla». 24.148 Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace, 24.149 da indi abbraccia il servo, gratulando 24.150 per la novella, tosto ch'el si tace; 24.151 24.152 24.153 24.154

così, benedicendomi cantando, tre volte cinse me, sì com'io tacqui, l'appostolico lume al cui comando io avea detto: sì nel dir li piacqui!

Paradiso - canto 25 25.1 Se mai continga che 'l poema sacro 25.2 al quale ha posto mano e cielo e terra, 25.3 sì che m'ha fatto per molti anni macro, 25.4 vinca la crudeltà che fuor mi serra 25.5 del bello ovile ov'io dormi' agnello, 25.6 nimico ai lupi che li danno guerra; 25.7 con altra voce omai, con altro vello 25.8 ritornerò poeta, e in sul fonte 25.9 del mio battesmo prenderò 'l cappello; 25.10 però che ne la fede, che fa conte 25.11 l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi 25.12 Pietro per lei sì mi girò la fronte. 25.13 Indi si mosse un lume verso noi 25.14 di quella spera ond'uscì la primizia 25.15 che lasciò Cristo d'i vicari suoi; 25.16 e la mia donna, piena di letizia, 25.17 mi disse: «Mira, mira: ecco il barone 25.18 per cui là giù si vicita Galizia». 25.19 Sì come quando il colombo si pone 25.20 presso al compagno, l'uno a l'altro pande, 25.21 girando e mormorando, l'affezione; 25.22 così vid'io l'un da l'altro grande 25.23 principe glorioso essere accolto, 25.24 laudando il cibo che là sù li prande. 25.25 Ma poi che 'l gratular si fu assolto, 25.26 tacito *coram me* ciascun s'affisse, 25.27 ignito sì che vincea 'l mio volto. Pagina 68


divina commedia 25.28 Ridendo allora Beatrice disse: 25.29 «Inclita vita per cui la larghezza 25.30 de la nostra basilica si scrisse, 25.31 fa risonar la spene in questa altezza: 25.32 tu sai, che tante fiate la figuri, 25.33 quante Iesù ai tre fé più carezza». 25.34 «Leva la testa e fa che t'assicuri: 25.35 che ciò che vien qua sù del mortal mondo, 25.36 convien ch'ai nostri raggi si maturi». 25.37 Questo conforto del foco secondo 25.38 mi venne; ond'io levai li occhi a' monti 25.39 che li 'ncurvaron pria col troppo pondo. 25.40 «Poi che per grazia vuol che tu t'affronti 25.41 lo nostro Imperadore, anzi la morte, 25.42 ne l'aula più secreta co' suoi conti, 25.43 sì che, veduto il ver di questa corte, 25.44 la spene, che là giù bene innamora, 25.45 in te e in altrui di ciò conforte, 25.46 di' quel ch'ell'è, di' come se ne 'nfiora 25.47 la mente tua, e dì onde a te venne». 25.48 Così seguì 'l secondo lume ancora. 25.49 E quella pia che guidò le penne 25.50 de le mie ali a così alto volo, 25.51 a la risposta così mi prevenne: 25.52 «La Chiesa militante alcun figliuolo 25.53 non ha con più speranza, com'è scritto 25.54 nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: 25.55 però li è conceduto che d'Egitto 25.56 vegna in Ierusalemme per vedere, 25.57 anzi che 'l militar li sia prescritto. 25.58 Li altri due punti, che non per sapere 25.59 son dimandati, ma perch'ei rapporti 25.60 quanto questa virtù t'è in piacere, 25.61 a lui lasc'io, ché non li saran forti 25.62 né di iattanza; ed elli a ciò risponda, 25.63 e la grazia di Dio ciò li comporti». 25.64 Come discente ch'a dottor seconda 25.65 pronto e libente in quel ch'elli è esperto, 25.66 perché la sua bontà si disasconda, 25.67 «Spene», diss'io, «è uno attender certo 25.68 de la gloria futura, il qual produce 25.69 grazia divina e precedente merto. 25.70 Da molte stelle mi vien questa luce; 25.71 ma quei la distillò nel mio cor pria 25.72 che fu sommo cantor del sommo duce. 25.73 "Sperino in te", ne la sua teodia 25.74 dice, "color che sanno il nome tuo": 25.75 e chi nol sa, s'elli ha la fede mia? 25.76 Tu mi stillasti, con lo stillar suo, 25.77 ne la pistola poi; sì ch'io son pieno, 25.78 e in altrui vostra pioggia repluo». 25.79 Mentr' io diceva, dentro al vivo seno Pagina 69


divina commedia 25.80 di quello incendio tremolava un lampo 25.81 sùbito e spesso a guisa di baleno. 25.82 Indi spirò: «L'amore ond'io avvampo 25.83 ancor ver' la virtù che mi seguette 25.84 infin la palma e a l'uscir del campo, 25.85 vuol ch'io respiri a te che ti dilette 25.86 di lei; ed emmi a grato che tu diche 25.87 quello che la speranza ti 'mpromette». 25.88 E io: «Le nove e le scritture antiche 25.89 pongon lo segno, ed esso lo mi addita, 25.90 de l'anime che Dio s'ha fatte amiche. 25.91 Dice Isaia che ciascuna vestita 25.92 ne la sua terra fia di doppia vesta: 25.93 e la sua terra è questa dolce vita; 25.94 e 'l tuo fratello assai vie più digesta, 25.95 là dove tratta de le bianche stole, 25.96 questa revelazion ci manifesta». 25.97 E prima, appresso al fin d'este parole, 25.98 "*Sperent in te*" di sopr'a noi s'udì; 25.99 a che rispuoser tutte le carole. 25.100 Poscia tra esse un lume si schiarì 25.101 sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo, 25.102 l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì. 25.103 E come surge e va ed entra in ballo 25.104 vergine lieta, sol per fare onore 25.105 a la novizia, non per alcun fallo, 25.106 così vid'io lo schiarato splendore 25.107 venire a' due che si volgieno a nota 25.108 qual conveniesi al loro ardente amore. 25.109 Misesi lì nel canto e ne la rota; 25.110 e la mia donna in lor tenea l'aspetto, 25.111 pur come sposa tacita e immota. 25.112 «Questi è c sopra 'l petto 25.113 del nostro pellicano, e questi fue 25.114 di su la croce al grande officio eletto». 25.115 La donna mia così; né però piùe 25.116 mosser la vista sua di stare attenta 25.117 poscia che prima le parole sue. 25.118 Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta 25.119 di vedere eclissar lo sole un poco, 25.120 che, per veder, non vedente diventa; 25.121 tal mi fec'io a quell'ultimo foco 25.122 mentre che detto fu: «Perché t'abbagli 25.123 per veder cosa che qui non ha loco? 25.124 In terra è terra il mio corpo, e saragli 25.125 tanto con li altri, che 'l numero nostro 25.126 con l'etterno proposito s'agguagli. 25.127 Con le due stole nel beato chiostro 25.128 son le due luci sole che saliro; 25.129 e questo apporterai nel mondo vostro». 25.130 A questa voce l'infiammato giro 25.131 si quietò con esso il dolce mischio Pagina 70


divina commedia 25.132 che si facea nel suon del trino spiro, 25.133 sì come, per cessar fatica o rischio, 25.134 li remi, pria ne l'acqua ripercossi, 25.135 tutti si posano al sonar d'un fischio. 25.136 25.137 25.138 25.139

Ahi quanto ne la mente mi commossi, quando mi volsi per veder Beatrice, per non poter veder, benché io fossi presso di lei, e nel mondo felice!

Paradiso - canto 26 26.1 Mentr'io dubbiava per lo viso spento, 26.2 de la fulgida fiamma che lo spense 26.3 uscì un spiro che mi fece attento, 26.4 dicendo: «Intanto che tu ti risense 26.5 de la vista che hai in me consunta, 26.6 ben è che ragionando la compense. 26.7 Comincia dunque; e di' ove s'appunta 26.8 l'anima tua, e fa' ragion che sia 26.9 la vista in te smarrita e non defunta: 26.10 perché la donna che per questa dia 26.11 region ti conduce, ha ne lo sguardo 26.12 la virtù ch'ebbe la man d'Anania». 26.13 Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo 26.14 vegna remedio a li occhi, che fuor porte 26.15 quand'ella entrò col foco ond'io sempr'ardo. 26.16 Lo ben che fa contenta questa corte, 26.17 Alfa e O è di quanta scrittura 26.18 mi legge Amore o lievemente o forte». 26.19 Quella medesma voce che paura 26.20 tolta m'avea del sùbito abbarbaglio, 26.21 di ragionare ancor mi mise in cura; 26.22 e disse: «Certo a più angusto vaglio 26.23 ti conviene schiarar: dicer convienti 26.24 chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio». 26.25 E io: «Per filosofici argomenti 26.26 e per autorità che quinci scende 26.27 cotale amor convien che in me si 'mprenti: 26.28 ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende, 26.29 così accende amore, e tanto maggio 26.30 quanto più di bontate in sé comprende. 26.31 Dunque a l'essenza ov'è tanto avvantaggio, 26.32 che ciascun ben che fuor di lei si trova 26.33 altro non è ch'un lume di suo raggio, 26.34 più che in altra convien che si mova 26.35 la mente, amando, di ciascun che cerne 26.36 il vero in che si fonda questa prova. 26.37 Tal vero a l'intelletto mio sterne 26.38 colui che mi dimostra il primo amore 26.39 di tutte le sustanze sempiterne. 26.40 Sternel la voce del verace autore, 26.41 che dice a Moisè, di sé parlando: 26.42 `Io ti farò vedere ogne valore'. Pagina 71


divina commedia 26.43 Sternilmi tu ancora, incominciando 26.44 l'alto preconio che grida l'arcano 26.45 di qui là giù sovra ogne altro bando». 26.46 E io udi': «Per intelletto umano 26.47 e per autoritadi a lui concorde 26.48 d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. 26.49 Ma di' ancor se tu senti altre corde 26.50 tirarti verso lui, sì che tu suone 26.51 con quanti denti questo amor ti morde». 26.52 Non fu latente la santa intenzione 26.53 de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi 26.54 dove volea menar mia professione. 26.55 Però ricominciai: «Tutti quei morsi 26.56 che posson far lo cor volgere a Dio, 26.57 a la mia caritate son concorsi: 26.58 ché l'essere del mondo e l'esser mio, 26.59 la morte ch'el sostenne perch'io viva, 26.60 e quel che spera ogne fedel com'io, 26.61 con la predetta conoscenza viva, 26.62 tratto m'hanno del mar de l'amor torto, 26.63 e del diritto m'han posto a la riva. 26.64 Le fronde onde s'infronda tutto l'orto 26.65 de l'ortolano etterno, am'io cotanto 26.66 quanto da lui a lor di bene è porto». 26.67 Sì com'io tacqui, un dolcissimo canto 26.68 risonò per lo cielo, e la mia donna 26.69 dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». 26.70 E come a lume acuto si disonna 26.71 per lo spirto visivo che ricorre 26.72 a lo splendor che va di gonna in gonna, 26.73 e lo svegliato ciò che vede aborre, 26.74 sì nescia è la sùbita vigilia 26.75 fin che la stimativa non soccorre; 26.76 così de li occhi miei ogni quisquilia 26.77 fugò Beatrice col raggio d'i suoi, 26.78 che rifulgea da più di mille milia: 26.79 onde mei che dinanzi vidi poi; 26.80 e quasi stupefatto domandai 26.81 d'un quarto lume ch'io vidi tra noi. 26.82 E la mia donna: «Dentro da quei rai 26.83 vagheggia il suo fattor l'anima prima 26.84 che la prima virtù creasse mai». 26.85 Come la fronda che flette la cima 26.86 nel transito del vento, e poi si leva 26.87 per la propria virtù che la soblima, 26.88 fec'io in tanto in quant'ella diceva, 26.89 stupendo, e poi mi rifece sicuro 26.90 un disio di parlare ond'io ardeva. 26.91 E cominciai: «O pomo che maturo 26.92 solo prodotto fosti, o padre antico 26.93 a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, 26.94 divoto quanto posso a te supplìco Pagina 72


divina commedia 26.95 perché mi parli: tu vedi mia voglia, 26.96 e per udirti tosto non la dico». 26.97 Talvolta un animal coverto broglia, 26.98 sì che l'affetto convien che si paia 26.99 per lo seguir che face a lui la 'nvoglia; 26.100 e similmente l'anima primaia 26.101 mi facea trasparer per la coverta 26.102 quant'ella a compiacermi venìa gaia. 26.103 Indi spirò: «Sanz'essermi proferta 26.104 da te, la voglia tua discerno meglio 26.105 che tu qualunque cosa t'è più certa; 26.106 perch'io la veggio nel verace speglio 26.107 che fa di sé pareglio a l'altre cose, 26.108 e nulla face lui di sé pareglio. 26.109 Tu vuogli udir quant'è che Dio mi puose 26.110 ne l'eccelso giardino, ove costei 26.111 a così lunga scala ti dispuose, 26.112 e quanto fu diletto a li occhi miei, 26.113 e la propria cagion del gran disdegno, 26.114 e l'idioma ch'usai e che fei. 26.115 Or, figluol mio, non il gustar del legno 26.116 fu per sé la cagion di tanto essilio, 26.117 ma solamente il trapassar del segno. 26.118 Quindi onde mosse tua donna Virgilio, 26.119 quattromilia trecento e due volumi 26.120 di sol desiderai questo concilio; 26.121 e vidi lui tornare a tutt'i lumi 26.122 de la sua strada novecento trenta 26.123 fiate, mentre ch'io in terra fu' mi. 26.124 La lingua ch'io parlai fu tutta spenta 26.125 innanzi che a l'ovra inconsummabile 26.126 fosse la gente di Nembròt attenta: 26.127 ché nullo effetto mai razionabile, 26.128 per lo piacere uman che rinovella 26.129 seguendo il cielo, sempre fu durabile. 26.130 Opera naturale è ch'uom favella; 26.131 ma così o così, natura lascia 26.132 poi fare a voi secondo che v'abbella. 26.133 Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia, 26.134 *I* s'appellava in terra il sommo bene 26.135 onde vien la letizia che mi fascia; 26.136 e *El* si chiamò poi: e ciò convene, 26.137 ché l'uso d'i mortali è come fronda 26.138 in ramo, che sen va e altra vene. 26.139 26.140 26.141 26.142

Nel monte che si fu' io, con vita da la prim'ora a come 'l sol muta

leva più da l'onda, pura e disonesta, quella che seconda, quadra, l'ora sesta».

Paradiso - canto 27 27.1 "Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo", 27.2 cominciò, "gloria!", tutto 'l paradiso, 27.3 sì che m'inebriava il dolce canto. Pagina 73


divina commedia 27.4 Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso 27.5 de l'universo; per che mia ebbrezza 27.6 intrava per l'udire e per lo viso. 27.7 Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! 27.8 oh vita intègra d'amore e di pace! 27.9 oh sanza brama sicura ricchezza! 27.10 Dinanzi a li occhi miei le quattro face 27.11 stavano accese, e quella che pria venne 27.12 incominciò a farsi più vivace, 27.13 e tal ne la sembianza sua divenne, 27.14 qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte 27.15 fossero augelli e cambiassersi penne. 27.16 La provedenza, che quivi comparte 27.17 vice e officio, nel beato coro 27.18 silenzio posto avea da ogne parte, 27.19 quand'io udi': «Se io mi trascoloro, 27.20 non ti maravigliar, ché, dicend'io, 27.21 vedrai trascolorar tutti costoro. 27.22 Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, 27.23 il luogo mio, il luogo mio, che vaca 27.24 ne la presenza del Figliuol di Dio, 27.25 fatt'ha del cimitero mio cloaca 27.26 del sangue e de la puzza; onde 'l perverso 27.27 che cadde di qua sù, là giù si placa». 27.28 Di quel color che per lo sole avverso 27.29 nube dipigne da sera e da mane, 27.30 vid'io allora tutto 'l ciel cosperso. 27.31 E come donna onesta che permane 27.32 di sé sicura, e per l'altrui fallanza, 27.33 pur ascoltando, timida si fane, 27.34 così Beatrice trasmutò sembianza; 27.35 e tale eclissi credo che 'n ciel fue, 27.36 quando patì la supprema possanza. 27.37 Poi procedetter le parole sue 27.38 con voce tanto da sé trasmutata, 27.39 che la sembianza non si mutò piùe: 27.40 «Non fu la sposa di Cristo allevata 27.41 del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, 27.42 per essere ad acquisto d'oro usata; 27.43 ma per acquisto d'esto viver lieto 27.44 e Sisto e Pio e Calisto e Urbano 27.45 sparser lo sangue dopo molto fleto. 27.46 Non fu nostra intenzion ch'a destra mano 27.47 d'i nostri successor parte sedesse, 27.48 parte da l'altra del popol cristiano; 27.49 né che le chiavi che mi fuor concesse, 27.50 divenisser signaculo in vessillo 27.51 che contra battezzati combattesse; 27.52 né ch'io fossi figura di sigillo 27.53 a privilegi venduti e mendaci, 27.54 ond'io sovente arrosso e disfavillo. Pagina 74


divina commedia 27.55 In vesta di pastor lupi rapaci 27.56 si veggion di qua sù per tutti i paschi: 27.57 o difesa di Dio, perché pur giaci? 27.58 Del sangue nostro Caorsini e Guaschi 27.59 s'apparecchian di bere: o buon principio, 27.60 a che vil fine convien che tu caschi! 27.61 Ma l'alta provedenza, che con Scipio 27.62 difese a Roma la gloria del mondo, 27.63 soccorrà tosto, sì com'io concipio; 27.64 e tu, figliuol, che per lo mortal pondo 27.65 ancor giù tornerai, apri la bocca, 27.66 e non asconder quel ch'io non ascondo». 27.67 Sì come di vapor gelati fiocca 27.68 in giuso l'aere nostro, quando 'l corno 27.69 de la capra del ciel col sol si tocca, 27.70 in sù vid'io così l'etera addorno 27.71 farsi e fioccar di vapor triunfanti 27.72 che fatto avien con noi quivi soggiorno. 27.73 Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, 27.74 e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto, 27.75 li tolse il trapassar del più avanti. 27.76 Onde la donna, che mi vide assolto 27.77 de l'attendere in sù, mi disse: «Adima 27.78 il viso e guarda come tu se' vòlto». 27.79 Da l'ora ch'io avea guardato prima 27.80 i' vidi mosso me per tutto l'arco 27.81 che fa dal mezzo al fine il primo clima; 27.82 sì ch'io vedea di là da Gade il varco 27.83 folle d'Ulisse, e di qua presso il lito 27.84 nel qual si fece Europa dolce carco. 27.85 E più mi fora discoverto il sito 27.86 di questa aiuola; ma 'l sol procedea 27.87 sotto i mie' piedi un segno e più partito. 27.88 La mente innamorata, che donnea 27.89 con la mia donna sempre, di ridure 27.90 ad essa li occhi più che mai ardea; 27.91 e se natura o arte fé pasture 27.92 da pigliare occhi, per aver la mente, 27.93 in carne umana o ne le sue pitture, 27.94 tutte adunate, parrebber niente 27.95 ver' lo piacer divin che mi refulse, 27.96 quando mi volsi al suo viso ridente. 27.97 E la virtù che lo sguardo m'indulse, 27.98 del bel nido di Leda mi divelse, 27.99 e nel ciel velocissimo m'impulse. 27.100 Le parti sue vivissime ed eccelse 27.101 sì uniforme son, ch'i' non so dire 27.102 qual Beatrice per loco mi scelse. 27.103 Ma ella, che vedea 'l mio disire, 27.104 incominciò, ridendo tanto lieta, 27.105 che Dio parea nel suo volto gioire: 27.106 «La natura del mondo, che quieta Pagina 75


divina commedia 27.107 il mezzo e tutto l'altro intorno move, 27.108 quinci comincia come da sua meta; 27.109 e questo cielo non ha altro dove 27.110 che la mente divina, in che s'accende 27.111 l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove. 27.112 Luce e amor d'un cerchio lui comprende, 27.113 sì come questo li altri; e quel precinto 27.114 colui che 'l cinge solamente intende. 27.115 Non è suo moto per altro distinto, 27.116 ma li altri son mensurati da questo, 27.117 sì come diece da mezzo e da quinto; 27.118 e come il tempo tegna in cotal testo 27.119 le sue radici e ne li altri le fronde, 27.120 omai a te può esser manifesto. 27.121 Oh cupidigia che i mortali affonde 27.122 sì sotto te, che nessuno ha podere 27.123 di trarre li occhi fuor de le tue onde! 27.124 Ben fiorisce ne li uomini il volere; 27.125 ma la pioggia continua converte 27.126 in bozzacchioni le sosine vere. 27.127 Fede e innocenza son reperte 27.128 solo ne' parvoletti; poi ciascuna 27.129 pria fugge che le guance sian coperte. 27.130 Tale, balbuziendo ancor, digiuna, 27.131 che poi divora, con la lingua sciolta, 27.132 qualunque cibo per qualunque luna; 27.133 e tal, balbuziendo, ama e ascolta 27.134 la madre sua, che, con loquela intera, 27.135 disia poi di vederla sepolta. 27.136 Così si fa la pelle bianca nera 27.137 nel primo aspetto de la bella figlia 27.138 di quel ch'apporta mane e lascia sera. 27.139 Tu, perché non ti facci maraviglia, 27.140 pensa che 'n terra non è chi governi; 27.141 onde sì svia l'umana famiglia. 27.142 Ma prima che gennaio tutto si sverni 27.143 per la centesma ch'è là giù negletta, 27.144 raggeran sì questi cerchi superni, 27.145 27.146 27.147 27.148

che la fortuna che tanto s'aspetta, le poppe volgerà u' son le prore, sì che la classe correrà diretta; e vero frutto verrà dopo 'l fiore».

Paradiso - canto 28 28.1 Poscia che 'ncontro a la vita presente 28.2 d'i miseri mortali aperse 'l vero 28.3 quella che 'mparadisa la mia mente, 28.4 come in lo specchio fiamma di doppiero 28.5 vede colui che se n'alluma retro, 28.6 prima che l'abbia in vista o in pensiero, 28.7 e sé rivolge per veder se 'l vetro 28.8 li dice il vero, e vede ch'el s'accorda 28.9 con esso come nota con suo metro; Pagina 76


divina commedia 28.10 così la mia memoria si ricorda 28.11 ch'io feci riguardando ne' belli occhi 28.12 onde a pigliarmi fece Amor la corda. 28.13 E com'io mi rivolsi e furon tocchi 28.14 li miei da ciò che pare in quel volume, 28.15 quandunque nel suo giro ben s'adocchi, 28.16 un punto vidi che raggiava lume 28.17 acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca 28.18 chiuder conviensi per lo forte acume; 28.19 e quale stella par quinci più poca, 28.20 parrebbe luna, locata con esso 28.21 come stella con stella si collòca. 28.22 Forse cotanto quanto pare appresso 28.23 alo cigner la luce che 'l dipigne 28.24 quando 'l vapor che 'l porta più è spesso, 28.25 distante intorno al punto un cerchio d'igne 28.26 si girava sì ratto, ch'avria vinto 28.27 quel moto che più tosto il mondo cigne; 28.28 e questo era d'un altro circumcinto, 28.29 e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto, 28.30 dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. 28.31 Sopra seguiva il settimo sì sparto 28.32 già di larghezza, che 'l messo di Iuno 28.33 intero a contenerlo sarebbe arto. 28.34 Così l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno 28.35 più tardo si movea, secondo ch'era 28.36 in numero distante più da l'uno; 28.37 e quello avea la fiamma più sincera 28.38 cui men distava la favilla pura, 28.39 credo, però che più di lei s'invera. 28.40 La donna mia, che mi vedea in cura 28.41 forte sospeso, disse: «Da quel punto 28.42 depende il cielo e tutta la natura. 28.43 Mira quel cerchio che più li è congiunto; 28.44 e sappi che 'l suo muovere è sì tosto 28.45 per l'affocato amore ond'elli è punto». 28.46 E io a lei: «Se 'l mondo fosse posto 28.47 con l'ordine ch'io veggio in quelle rote, 28.48 sazio m'avrebbe ciò che m'è proposto; 28.49 ma nel mondo sensibile si puote 28.50 veder le volte tanto più divine, 28.51 quant'elle son dal centro più remote. 28.52 Onde, se 'l mio disir dee aver fine 28.53 in questo miro e angelico templo 28.54 che solo amore e luce ha per confine, 28.55 udir convienmi ancor come l'essemplo 28.56 e l'essemplare non vanno d'un modo, 28.57 ché io per me indarno a ciò contemplo». 28.58 «Se li tuoi diti non sono a tal nodo 28.59 sufficienti, non è maraviglia: 28.60 tanto, per non tentare, è fatto sodo!». Pagina 77


divina commedia 28.61 Così la donna mia; poi disse: «Piglia 28.62 quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti; 28.63 e intorno da esso t'assottiglia. 28.64 Li cerchi corporai sono ampi e arti 28.65 secondo il più e 'l men de la virtute 28.66 che si distende per tutte lor parti. 28.67 Maggior bontà vuol far maggior salute; 28.68 maggior salute maggior corpo cape, 28.69 s'elli ha le parti igualmente compiute. 28.70 Dunque costui che tutto quanto rape 28.71 l'altro universo seco, corrisponde 28.72 al cerchio che più ama e che più sape: 28.73 per che, se tu a la virtù circonde 28.74 la tua misura, non a la parvenza 28.75 de le sustanze che t'appaion tonde, 28.76 tu vederai mirabil consequenza 28.77 di maggio a più e di minore a meno, 28.78 in ciascun cielo, a sua intelligenza». 28.79 Come rimane splendido e sereno 28.80 l'emisperio de l'aere, quando soffia 28.81 Borea da quella guancia ond'è più leno, 28.82 per che si purga e risolve la roffia 28.83 che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride 28.84 con le bellezze d'ogne sua paroffia; 28.85 così fec'io, poi che mi provide 28.86 la donna mia del suo risponder chiaro, 28.87 e come stella in cielo il ver si vide. 28.88 E poi che le parole sue restaro, 28.89 non altrimenti ferro disfavilla 28.90 che bolle, come i cerchi sfavillaro. 28.91 L'incendio suo seguiva ogne scintilla; 28.92 ed eran tante, che 'l numero loro 28.93 più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla. 28.94 Io sentiva osannar di coro in coro 28.95 al punto fisso che li tiene a li *ubi*, 28.96 e terrà sempre, ne' quai sempre fuoro. 28.97 E quella che vedea i pensier dubi 28.98 ne la mia mente, disse: «I cerchi primi 28.99 t'hanno mostrato Serafi e Cherubi. 28.100 Così veloci seguono i suoi vimi, 28.101 per somigliarsi al punto quanto ponno; 28.102 e posson quanto a veder son soblimi. 28.103 Quelli altri amori che 'ntorno li vonno, 28.104 si chiaman Troni del divino aspetto, 28.105 per che 'l primo ternaro terminonno; 28.106 e dei saper che tutti hanno diletto 28.107 quanto la sua veduta si profonda 28.108 nel vero in che si queta ogne intelletto. 28.109 Quinci si può veder come si fonda 28.110 l'essere beato ne l'atto che vede, 28.111 non in quel ch'ama, che poscia seconda; 28.112 e del vedere è misura mercede, Pagina 78


divina commedia 28.113 che grazia partorisce e buona voglia: 28.114 così di grado in grado si procede. 28.115 L'altro ternaro, che così germoglia 28.116 in questa primavera sempiterna 28.117 che notturno Ariete non dispoglia, 28.118 perpetualemente "*Osanna*" sberna 28.119 con tre melode, che suonano in tree 28.120 ordini di letizia onde s'interna. 28.121 In essa gerarcia son l'altre dee: 28.122 prima Dominazioni, e poi Virtudi; 28.123 l'ordine terzo di Podestadi èe. 28.124 Poscia ne' due penultimi tripudi 28.125 Principati e Arcangeli si girano; 28.126 l'ultimo è tutto d'Angelici ludi. 28.127 Questi ordini di sù tutti s'ammirano, 28.128 e di giù vincon sì, che verso Dio 28.129 tutti tirati sono e tutti tirano. 28.130 E Dionisio con tanto disio 28.131 a contemplar questi ordini si mise, 28.132 che li nomò e distinse com'io. 28.133 Ma Gregorio da lui poi si divise; 28.134 onde, sì tosto come li occhi aperse 28.135 in questo ciel, di sé medesmo rise. 28.136 28.137 28.138 28.139

E se tanto secreto ver proferse mortale in terra, non voglio ch'ammiri; ché chi 'l vide qua sù gliel discoperse con altro assai del ver di questi giri».

Paradiso - canto 29 29.1 Quando ambedue li figli di Latona, 29.2 coperti del Montone e de la Libra, 29.3 fanno de l'orizzonte insieme zona, 29.4 quant'è dal punto che 'l cenìt inlibra 29.5 infin che l'uno e l'altro da quel cinto, 29.6 cambiando l'emisperio, si dilibra, 29.7 tanto, col volto di riso dipinto, 29.8 si tacque Beatrice, riguardando 29.9 fiso nel punto che m'avea vinto. 29.10 Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, 29.11 quel che tu vuoli udir, perch'io l'ho visto 29.12 là 've s'appunta ogne *ubi* e ogne *quando*. 29.13 Non per aver a sé di bene acquisto, 29.14 ch'esser non può, ma perché suo splendore 29.15 potesse, risplendendo, dir "*Subsisto*", 29.16 in sua etternità di tempo fore, 29.17 fuor d'ogne altro comprender, come i piacque, 29.18 s'aperse in nuovi amor l'etterno amore. 29.19 Né prima quasi torpente si giacque; 29.20 ché né prima né poscia procedette 29.21 lo discorrer di Dio sovra quest'acque. 29.22 Forma e materia, congiunte e purette, 29.23 usciro ad esser che non avia fallo, 29.24 come d'arco tricordo tre saette. Pagina 79


divina commedia 29.25 E come in vetro, in ambra o in cristallo 29.26 raggio resplende sì, che v 29.27 a l'esser tutto non è intervallo, 29.28 così 'l triforme effetto del suo sire 29.29 ne l'esser suo raggiò insieme tutto 29.30 sanza distinzione in essordire. 29.31 Concreato fu ordine e costrutto 29.32 a le sustanze; e quelle furon cima 29.33 nel mondo in che puro atto fu produtto; 29.34 pura potenza tenne la parte ima; 29.35 nel mezzo strinse potenza con atto 29.36 tal vime, che già mai non si divima. 29.37 Ieronimo vi scrisse lungo tratto 29.38 di secoli de li angeli creati 29.39 anzi che l'altro mondo fosse fatto; 29.40 ma questo vero è scritto in molti lati 29.41 da li scrittor de lo Spirito Santo, 29.42 e tu te n'avvedrai se bene agguati; 29.43 e anche la ragione il vede alquanto, 29.44 che non concederebbe che ' motori 29.45 sanza sua perfezion fosser cotanto. 29.46 Or sai tu dove e quando questi amori 29.47 furon creati e come: sì che spenti 29.48 nel tuo disio già son tre ardori. 29.49 Né giugneriesi, numerando, al venti 29.50 sì tosto, come de li angeli parte 29.51 turbò il suggetto de' vostri alimenti. 29.52 L'altra rimase, e cominciò quest'arte 29.53 che tu discerni, con tanto diletto, 29.54 che mai da circuir non si diparte. 29.55 Principio del cader fu il maladetto 29.56 superbir di colui che tu vedesti 29.57 da tutti i pesi del mondo costretto. 29.58 Quelli che vedi qui furon modesti 29.59 a riconoscer sé da la bontate 29.60 che li avea fatti a tanto intender presti: 29.61 per che le viste lor furo essaltate 29.62 con grazia illuminante e con lor merto, 29.63 si c'hanno ferma e piena volontate; 29.64 e non voglio che dubbi, ma sia certo, 29.65 che ricever la grazia è meritorio 29.66 secondo che l'affetto l'è aperto. 29.67 Omai dintorno a questo consistorio 29.68 puoi contemplare assai, se le parole 29.69 mie son ricolte, sanz'altro aiutorio. 29.70 Ma perché 'n terra per le vostre scole 29.71 si legge che l'angelica natura 29.72 è tal, che 'ntende e si ricorda e vole, 29.73 ancor dirò, perché tu veggi pura 29.74 la verità che là giù si confonde, 29.75 equivocando in sì fatta lettura. Pagina 80


divina commedia 29.76 Queste sustanze, poi che fur gioconde 29.77 de la faccia di Dio, non volser viso 29.78 da essa, da cui nulla si nasconde: 29.79 però non hanno vedere interciso 29.80 da novo obietto, e però non bisogna 29.81 rememorar per concetto diviso; 29.82 sì che là giù, non dormendo, si sogna, 29.83 credendo e non credendo dicer vero; 29.84 ma ne l'uno è più colpa e più vergogna. 29.85 Voi non andate giù per un sentiero 29.86 filosofando: tanto vi trasporta 29.87 l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero! 29.88 E ancor questo qua sù si comporta 29.89 con men disdegno che quando è posposta 29.90 la divina Scrittura o quando è torta. 29.91 Non vi si pensa quanto sangue costa 29.92 seminarla nel mondo e quanto piace 29.93 chi umilmente con essa s'accosta. 29.94 Per apparer ciascun s'ingegna e face 29.95 sue invenzioni; e quelle son trascorse 29.96 da' predicanti e 'l Vangelio si tace. 29.97 Un dice che la luna si ritorse 29.98 ne la passion di Cristo e s'interpuose, 29.99 per che 'l lume del sol giù non si porse; 29.100 e mente, ché la luce si nascose 29.101 da sé: però a li Spani e a l'Indi 29.102 come a' Giudei tale eclissi rispuose. 29.103 Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi 29.104 quante sì fatte favole per anno 29.105 in pergamo si gridan quinci e quindi; 29.106 sì che le pecorelle, che non sanno, 29.107 tornan del pasco pasciute di vento, 29.108 e non le scusa non veder lo danno. 29.109 Non disse Cristo al suo primo convento: 29.110 "Andate, e predicate al mondo ciance"; 29.111 ma diede lor verace fondamento; 29.112 e quel tanto sonò ne le sue guance, 29.113 sì ch'a pugnar per accender la fede 29.114 de l'Evangelio fero scudo e lance. 29.115 Ora si va con motti e con iscede 29.116 a predicare, e pur che ben si rida, 29.117 gonfia il cappuccio e più non si richiede. 29.118 Ma tale uccel nel becchetto s'annida, 29.119 che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe 29.120 la perdonanza di ch'el si confida; 29.121 per cui tanta stoltezza in terra crebbe, 29.122 che, sanza prova d'alcun testimonio, 29.123 ad ogne promession si correrebbe. 29.124 Di questo ingrassa il porco sant'Antonio, 29.125 e altri assai che sono ancor più porci, 29.126 pagando di moneta sanza conio. 29.127 Ma perché siam digressi assai, ritorci Pagina 81


divina commedia 29.128 li occhi oramai verso la dritta strada, 29.129 sì che la via col tempo si raccorci. 29.130 Questa natura sì oltre s'ingrada 29.131 in numero, che mai non fu loquela 29.132 né concetto mortal che tanto vada; 29.133 e se tu guardi quel che si revela 29.134 per Daniel, vedrai che 'n sue migliaia 29.135 determinato numero si cela. 29.136 La prima luce, che tutta la raia, 29.137 per tanti modi in essa si recepe, 29.138 quanti son li splendori a chi s'appaia. 29.139 Onde, però che a l'atto che concepe 29.140 segue l'affetto, d'amar la dolcezza 29.141 diversamente in essa ferve e tepe. 29.142 29.143 29.144 29.145

Vedi l'eccelso omai e la larghezza de l'etterno valor, poscia che tanti speculi fatti s'ha in che si spezza, uno manendo in sé come davanti».

Paradiso - canto 30 30.1 Forse semilia miglia di lontano 30.2 ci ferve l'ora sesta, e questo mondo 30.3 china già l'ombra quasi al letto piano, 30.4 quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo, 30.5 comincia a farsi tal, ch'alcuna stella 30.6 perde il parere infino a questo fondo; 30.7 e come vien la chiarissima ancella 30.8 del sol più oltre, così 'l ciel si chiude 30.9 di vista in vista infino a la più bella. 30.10 Non altrimenti il triunfo che lude 30.11 sempre dintorno al punto che mi vinse, 30.12 parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude, 30.13 a poco a poco al mio veder si stinse: 30.14 per che tornar con li occhi a Beatrice 30.15 nulla vedere e amor mi costrinse. 30.16 Se quanto infino a qui di lei si dice 30.17 fosse conchiuso tutto in una loda, 30.18 poca sarebbe a fornir questa vice. 30.19 La bellezza ch'io vidi si trasmoda 30.20 non pur di là da noi, ma certo io credo 30.21 che solo il suo fattor tutta la goda. 30.22 Da questo passo vinto mi concedo 30.23 più che già mai da punto di suo tema 30.24 soprato fosse comico o tragedo: 30.25 ché, come sole in viso che più trema, 30.26 così lo rimembrar del dolce riso 30.27 la mente mia da me medesmo scema. 30.28 Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso 30.29 in questa vita, infino a questa vista, 30.30 non m'è il seguire al mio cantar preciso; 30.31 ma or convien che mio seguir desista 30.32 più dietro a sua bellezza, poetando, 30.33 come a l'ultimo suo ciascuno artista. Pagina 82


divina commedia 30.34 Cotal qual io la lascio a maggior bando 30.35 che quel de la mia tuba, che deduce 30.36 l'ardua sua matera terminando, 30.37 con atto e voce di spedito duce 30.38 ricominciò: «Noi siamo usciti fore 30.39 del maggior corpo al ciel ch'è pura luce: 30.40 luce intellettual, piena d'amore; 30.41 amor di vero ben, pien di letizia; 30.42 letizia che trascende ogne dolzore. 30.43 Qui vederai l'una e l'altra milizia 30.44 di paradiso, e l'una in quelli aspetti 30.45 che tu vedrai a l'ultima giustizia». 30.46 Come sùbito lampo che discetti 30.47 li spiriti visivi, sì che priva 30.48 da l'atto l'occhio di più forti obietti, 30.49 così mi circunfulse luce viva, 30.50 e lasciommi fasciato di tal velo 30.51 del suo fulgor, che nulla m'appariva. 30.52 «Sempre l'amor che queta questo cielo 30.53 accoglie in sé con sì fatta salute, 30.54 per far disposto a sua fiamma il candelo». 30.55 Non fur più tosto dentro a me venute 30.56 queste parole brievi, ch'io compresi 30.57 me sormontar di sopr'a mia virtute; 30.58 e di novella vista mi raccesi 30.59 tale, che nulla luce è tanto mera, 30.60 che li occhi miei non si fosser difesi; 30.61 e vidi lume in forma di rivera 30.62 fulvido di fulgore, intra due rive 30.63 dipinte di mirabil primavera. 30.64 Di tal fiumana uscian faville vive, 30.65 e d'ogne parte si mettìen ne' fiori, 30.66 quasi rubin che oro circunscrive; 30.67 poi, come inebriate da li odori, 30.68 riprofondavan sé nel miro gurge; 30.69 e s'una intrava, un'altra n'uscia fori. 30.70 «L'alto disio che mo t'infiamma e urge, 30.71 d'aver notizia di ciò che tu vei, 30.72 tanto mi piace più quanto più turge; 30.73 ma di quest'acqua convien che tu bei 30.74 prima che tanta sete in te si sazi»: 30.75 così mi disse il sol de li occhi miei. 30.76 Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi 30.77 ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe 30.78 son di lor vero umbriferi prefazi. 30.79 Non che da sé sian queste cose acerbe; 30.80 ma è difetto da la parte tua, 30.81 che non hai viste ancor tanto superbe». 30.82 Non è fantin che sì sùbito rua 30.83 col volto verso il latte, se si svegli 30.84 molto tardato da l'usanza sua, Pagina 83


divina commedia 30.85 come fec'io, per far migliori spegli 30.86 ancor de li occhi, chinandomi a l'onda 30.87 che si deriva perché vi s'immegli; 30.88 e sì come di lei bevve la gronda 30.89 de le palpebre mie, così mi parve 30.90 di sua lunghezza divenuta tonda. 30.91 Poi, come gente stata sotto larve, 30.92 che pare altro che prima, se si sveste 30.93 la sembianza non sua in che disparve, 30.94 così mi si cambiaro in maggior feste 30.95 li fiori e le faville, sì ch'io vidi 30.96 ambo le corti del ciel manifeste. 30.97 O isplendor di Dio, per cu' io vidi 30.98 l'alto triunfo del regno verace, 30.99 dammi virtù a dir com'io il vidi! 30.100 Lume è là sù che visibile face 30.101 lo creatore a quella creatura 30.102 che solo in lui vedere ha la sua pace. 30.103 E' si distende in circular figura, 30.104 in tanto che la sua circunferenza 30.105 sarebbe al sol troppo larga cintura. 30.106 Fassi di raggio tutta sua parvenza 30.107 reflesso al sommo del mobile primo, 30.108 che prende quindi vivere e potenza. 30.109 E come clivo in acqua di suo imo 30.110 si specchia, quasi per vedersi addorno, 30.111 quando è nel verde e ne' fioretti opimo, 30.112 sì, soprastando al lume intorno intorno, 30.113 vidi specchiarsi in più di mille soglie 30.114 quanto di noi là sù fatto ha ritorno. 30.115 E se l'infimo grado in sé raccoglie 30.116 sì grande lume, quanta è la larghezza 30.117 di questa rosa ne l'estreme foglie! 30.118 La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza 30.119 non si smarriva, ma tutto prendeva 30.120 il quanto e 'l quale di quella allegrezza. 30.121 Presso e lontano, lì, né pon né leva: 30.122 ché dove Dio sanza mezzo governa, 30.123 la legge natural nulla rileva. 30.124 Nel giallo de la rosa sempiterna, 30.125 che si digrada e dilata e redole 30.126 odor di lode al sol che sempre verna, 30.127 qual è colui che tace e dicer vole, 30.128 mi trasse Beatrice, e disse: «Mira 30.129 quanto è 'l convento de le bianche stole! 30.130 Vedi nostra città quant'ella gira; 30.131 vedi li nostri scanni sì ripieni, 30.132 che poca gente più ci si disira. 30.133 E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni 30.134 per la corona che già v'è sù posta, 30.135 prima che tu a queste nozze ceni, 30.136 sederà l'alma, che fia giù agosta, Pagina 84


divina commedia 30.137 de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia 30.138 verrà in prima ch'ella sia disposta. 30.139 La cieca cupidigia che v'ammalia 30.140 simili fatti v'ha al fantolino 30.141 che muor per fame e caccia via la balia. 30.142 E fia prefetto nel foro divino 30.143 allora tal, che palese e coverto 30.144 non anderà con lui per un cammino. 30.145 30.146 30.147 30.148

Ma poco poi sarà da Dio sofferto nel santo officio; ch'el sarà detruso là dove Simon mago è per suo merto, e farà quel d'Alagna intrar più giuso».

Paradiso - canto 31 31.1 In forma dunque di candida rosa 31.2 mi si mostrava la milizia santa 31.3 che nel suo sangue Cristo fece sposa; 31.4 ma l'altra, che volando vede e canta 31.5 la gloria di colui che la 'nnamora 31.6 e la bontà che la fece cotanta, 31.7 sì come schiera d'ape, che s'infiora 31.8 una fiata e una si ritorna 31.9 là dove suo laboro s'insapora, 31.10 nel gran fior discendeva che s'addorna 31.11 di tante foglie, e quindi risaliva 31.12 là dove 'l suo amor sempre soggiorna. 31.13 Le facce tutte avean di fiamma viva, 31.14 e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco, 31.15 che nulla neve a quel termine arriva. 31.16 Quando scendean nel fior, di banco in banco 31.17 porgevan de la pace e de l'ardore 31.18 ch'elli acquistavan ventilando il fianco. 31.19 Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore 31.20 di tanta moltitudine volante 31.21 impediva la vista e lo splendore: 31.22 ché la luce divina è penetrante 31.23 per l'universo secondo ch'è degno, 31.24 sì che nulla le puote essere ostante. 31.25 Questo sicuro e gaudioso regno, 31.26 frequente in gente antica e in novella, 31.27 viso e amore avea tutto ad un segno. 31.28 O trina luce, che 'n unica stella 31.29 scintillando a lor vista, sì li appaga! 31.30 guarda qua giuso a la nostra procella! 31.31 Se i barbari, venendo da tal plaga 31.32 che ciascun giorno d'Elice si cuopra, 31.33 rotante col suo figlio ond'ella è vaga, 31.34 veggendo Roma e l'ardua sua opra, 31.35 stupefaciensi, quando Laterano 31.36 a le cose mortali andò di sopra; 31.37 io, che al divino da l'umano, 31.38 a l'etterno dal tempo era venuto, 31.39 e di Fiorenza in popol giusto e sano Pagina 85


divina commedia 31.40 di che stupor dovea esser compiuto! 31.41 Certo tra esso e 'l gaudio mi facea 31.42 libito non udire e starmi muto. 31.43 E quasi peregrin che si ricrea 31.44 nel tempio del suo voto riguardando, 31.45 e spera già ridir com'ello stea, 31.46 su per la viva luce passeggiando, 31.47 menava io li occhi per li gradi, 31.48 mo sù, mo giù e mo recirculando. 31.49 Vedea visi a carità suadi, 31.50 d'altrui lume fregiati e di suo riso, 31.51 e atti ornati di tutte onestadi. 31.52 La forma general di paradiso 31.53 già tutta mio sguardo avea compresa, 31.54 in nulla parte ancor fermato fiso; 31.55 e volgeami con voglia riaccesa 31.56 per domandar la mia donna di cose 31.57 di che la mente mia era sospesa. 31.58 Uno intendea, e altro mi rispuose: 31.59 credea veder Beatrice e vidi un sene 31.60 vestito con le genti gloriose. 31.61 Diffuso era per li occhi e per le gene 31.62 di benigna letizia, in atto pio 31.63 quale a tenero padre si convene. 31.64 E «Ov'è ella?», sùbito diss'io. 31.65 Ond'elli: «A terminar lo tuo disiro 31.66 mosse Beatrice me del loco mio; 31.67 e se riguardi sù nel terzo giro 31.68 dal sommo grado, tu la rivedrai 31.69 nel trono che suoi merti le sortiro». 31.70 Sanza risponder, li occhi sù levai, 31.71 e vidi lei che si facea corona 31.72 reflettendo da sé li etterni rai. 31.73 Da quella region che più sù tona 31.74 occhio mortale alcun tanto non dista, 31.75 qualunque in mare più giù s'abbandona, 31.76 quanto lì da Beatrice la mia vista; 31.77 ma nulla mi facea, ché sua effige 31.78 non discendea a me per mezzo mista. 31.79 «O donna in cui la mia speranza vige, 31.80 e che soffristi per la mia salute 31.81 in inferno lasciar le tue vestige, 31.82 di tante cose quant'i' ho vedute, 31.83 dal tuo podere e da la tua bontate 31.84 riconosco la grazia e la virtute. 31.85 Tu m'hai di servo tratto a libertate 31.86 per tutte quelle vie, per tutt'i modi 31.87 che di ciò fare avei la potestate. 31.88 La tua magnificenza in me custodi, 31.89 sì che l'anima mia, che fatt'hai sana, 31.90 piacente a te dal corpo si disnodi». Pagina 86


divina commedia 31.91 Così orai; e quella, sì lontana 31.92 come parea, sorrise e riguardommi; 31.93 poi si tornò a l'etterna fontana. 31.94 E 'l santo sene: «Acciò che tu assommi 31.95 perfettamente», disse, «il tuo cammino, 31.96 a che priego e amor santo mandommi, 31.97 vola con li occhi per questo giardino; 31.98 ché veder lui t'acconcerà lo sguardo 31.99 più al montar per lo raggio divino. 31.100 E la regina del cielo, ond'io ardo 31.101 tutto d'amor, ne farà ogne grazia, 31.102 però ch'i' sono il suo fedel Bernardo». 31.103 Qual è colui che forse di Croazia 31.104 viene a veder la Veronica nostra, 31.105 che per l'antica fame non sen sazia, 31.106 ma dice nel pensier, fin che si mostra: 31.107 `Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, 31.108 or fu sì fatta la sembianza vostra?'; 31.109 tal era io mirando la vivace 31.110 carità di colui che 'n questo mondo, 31.111 contemplando, gustò di quella pace. 31.112 «Figliuol di grazia, quest'esser giocondo», 31.113 cominciò elli, «non ti sarà noto, 31.114 tenendo li occhi pur qua giù al fondo; 31.115 ma guarda i cerchi infino al più remoto, 31.116 tanto che veggi seder la regina 31.117 cui questo regno è suddito e devoto». 31.118 Io levai li occhi; e come da mattina 31.119 la parte oriental de l'orizzonte 31.120 soverchia quella dove 'l sol declina, 31.121 così, quasi di valle andando a monte 31.122 con li occhi, vidi parte ne lo stremo 31.123 vincer di lume tutta l'altra fronte. 31.124 E come quivi ove s'aspetta il temo 31.125 che mal guidò Fetonte, più s'infiamma, 31.126 e quinci e quindi il lume si fa scemo, 31.127 così quella pacifica oriafiamma 31.128 nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte 31.129 per igual modo allentava la fiamma; 31.130 e a quel mezzo, con le penne sparte, 31.131 vid'io più di mille angeli festanti, 31.132 ciascun distinto di fulgore e d'arte. 31.133 Vidi a lor giochi quivi e a lor canti 31.134 ridere una bellezza, che letizia 31.135 era ne li occhi a tutti li altri santi; 31.136 e s'io avessi in dir tanta divizia 31.137 quanta ad imaginar, non ardirei 31.138 lo minimo tentar di sua delizia. 31.139 31.140 31.141 31.142

Bernardo, come vide li occhi miei nel caldo suo caler fissi e attenti, li suoi con tanto affetto volse a lei, che ' miei di rimirar fé più ardenti. Pagina 87


divina commedia Paradiso - canto 32 32.1 Affetto al suo piacer, quel contemplante 32.2 libero officio di dottore assunse, 32.3 e cominciò queste parole sante: 32.4 «La piaga che Maria richiuse e unse, 32.5 quella ch'è tanto bella da' suoi piedi 32.6 è colei che l'aperse e che la punse. 32.7 Ne l'ordine che fanno i terzi sedi, 32.8 siede Rachel di sotto da costei 32.9 con Beatrice, sì come tu vedi. 32.10 Sarra e Rebecca, Iudìt e colei 32.11 che fu bisava al cantor che per doglia 32.12 del fallo disse "*Miserere mei*", 32.13 puoi tu veder così di soglia in soglia 32.14 giù digradar, com'io ch'a proprio nome 32.15 vo per la rosa giù di foglia in foglia. 32.16 E dal settimo grado in giù, sì come 32.17 infino ad esso, succedono Ebree, 32.18 dirimendo del fior tutte le chiome; 32.19 perché, secondo lo sguardo che fée 32.20 la fede in Cristo, queste sono il muro 32.21 a che si parton le sacre scalee. 32.22 Da questa parte onde 'l fiore è maturo 32.23 di tutte le sue foglie, sono assisi 32.24 quei che credettero in Cristo venturo; 32.25 da l'altra parte onde sono intercisi 32.26 di vòti i semicirculi, si stanno 32.27 quei ch'a Cristo venuto ebber li visi. 32.28 E come quinci il glorioso scanno 32.29 de la donna del cielo e li altri scanni 32.30 di sotto lui cotanta cerna fanno, 32.31 così di contra quel del gran Giovanni, 32.32 che sempre santo 'l diserto e 'l martiro 32.33 sofferse, e poi l'inferno da due anni; 32.34 e sotto lui così cerner sortiro 32.35 Francesco, Benedetto e Augustino 32.36 e altri fin qua giù di giro in giro. 32.37 Or mira l'alto proveder divino: 32.38 ché l'uno e l'altro aspetto de la fede 32.39 igualmente empierà questo giardino. 32.40 E sappi che dal grado in giù che fiede 32.41 a mezzo il tratto le due discrezioni, 32.42 per nullo proprio merito si siede, 32.43 ma per l'altrui, con certe condizioni: 32.44 ché tutti questi son spiriti ascolti 32.45 prima ch'avesser vere elezioni. 32.46 Ben te ne puoi accorger per li volti 32.47 e anche per le voci puerili, 32.48 se tu li guardi bene e se li ascolti. 32.49 Or dubbi tu e dubitando sili; 32.50 ma io discioglierò 'l forte legame 32.51 in che ti stringon li pensier sottili. Pagina 88


divina commedia 32.52 Dentro a l'ampiezza di questo reame 32.53 casual punto non puote aver sito, 32.54 se non come tristizia o sete o fame: 32.55 ché per etterna legge è stabilito 32.56 quantunque vedi, sì che giustamente 32.57 ci si risponde da l'anello al dito; 32.58 e però questa festinata gente 32.59 a vera vita non è *sine causa* 32.60 intra sé qui più e meno eccellente. 32.61 Lo rege per cui questo regno pausa 32.62 in tanto amore e in tanto diletto, 32.63 che nulla volontà è di più ausa, 32.64 le menti tutte nel suo lieto aspetto 32.65 creando, a suo piacer di grazia dota 32.66 diversamente; e qui basti l'effetto. 32.67 E ciò espresso e chiaro vi si nota 32.68 ne la Scrittura santa in quei gemelli 32.69 che ne la madre ebber l'ira commota. 32.70 Però, secondo il color d'i capelli, 32.71 di cotal grazia l'altissimo lume 32.72 degnamente convien che s'incappelli. 32.73 Dunque, sanza mercé di lor costume, 32.74 locati son per gradi differenti, 32.75 sol differendo nel primiero acume. 32.76 Bastavasi ne' secoli recenti 32.77 con l'innocenza, per aver salute, 32.78 solamente la fede d'i parenti; 32.79 poi che le prime etadi fuor compiute, 32.80 convenne ai maschi a l'innocenti penne 32.81 per circuncidere acquistar virtute; 32.82 ma poi che 'l tempo de la grazia venne, 32.83 sanza battesmo perfetto di Cristo 32.84 tale innocenza là giù si ritenne. 32.85 Riguarda omai ne la faccia che a Cristo 32.86 più si somiglia, ché la sua chiarezza 32.87 sola ti può disporre a veder Cristo». 32.88 Io vidi sopra lei tanta allegrezza 32.89 piover, portata ne le menti sante 32.90 create a trasvolar per quella altezza, 32.91 che quantunque io avea visto davante, 32.92 di tanta ammirazion non mi sospese, 32.93 né mi mostrò di Dio tanto sembiante; 32.94 32.95 32.96 32.97 32.98 32.99

e quello amor che primo lì discese, cantando "*Ave, Maria, gratia plena*", dinanzi a lei le sue ali distese. Rispuose a la divina cantilena da tutte parti la beata corte, sì ch'ogne vista sen fé più serena.

32.100 «O santo padre, che per me comporte 32.101 l'esser qua giù, lasciando il dolce loco 32.102 nel qual tu siedi per etterna sorte, 32.103 qual è quell'angel che con tanto gioco Pagina 89


divina commedia 32.104 guarda ne li occhi la nostra regina, 32.105 innamorato sì che par di foco?». 32.106 Così ricorsi ancora a la dottrina 32.107 di colui ch'abbelliva di Maria, 32.108 come del sole stella mattutina. 32.109 Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria 32.110 quant'esser puote in angelo e in alma, 32.111 tutta è in lui; e sì volem che sia, 32.112 perch'elli è quelli che portò la palma 32.113 giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio 32.114 carcar si volse de la nostra salma. 32.115 Ma vieni omai con li occhi sì com'io 32.116 andrò parlando, e nota i gran patrici 32.117 di questo imperio giustissimo e pio. 32.118 Quei due che seggon là sù più felici 32.119 per esser propinquissimi ad Augusta, 32.120 son d'esta rosa quasi due radici: 32.121 colui che da sinistra le s'aggiusta 32.122 è il padre per lo cui ardito gusto 32.123 l'umana specie tanto amaro gusta; 32.124 dal destro vedi quel padre vetusto 32.125 di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi 32.126 raccomandò di questo fior venusto. 32.127 E quei che vide tutti i tempi gravi, 32.128 pria che morisse, de la bella sposa 32.129 che s'acquistò con la lancia e coi clavi, 32.130 siede lungh'esso, e lungo l'altro posa 32.131 quel duca sotto cui visse di manna 32.132 la gente ingrata, mobile e retrosa. 32.133 Di contr'a Pietro vedi sedere Anna, 32.134 tanto contenta di mirar sua figlia, 32.135 che non move occhio per cantare osanna; 32.136 e contro al maggior padre di famiglia 32.137 siede Lucia, che mosse la tua donna, 32.138 quando chinavi, a rovinar, le ciglia. 32.139 Ma perché 'l tempo fugge che t'assonna, 32.140 qui farem punto, come buon sartore 32.141 che com'elli ha del panno fa la gonna; 32.142 e drizzeremo li occhi al primo amore, 32.143 sì che, guardando verso lui, penètri 32.144 quant'è possibil per lo suo fulgore. 32.145 Veramente, *ne* forse tu t'arretri 32.146 movendo l'ali tue, credendo oltrarti, 32.147 orando grazia conven che s'impetri 32.148 32.149 32.150 32.151

grazia da quella che puote aiutarti; e tu mi seguirai con l'affezione, sì che dal dicer mio lo cor non parti». E cominciò questa santa orazione:

Paradiso - canto 33 33.1 «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 33.2 umile e alta più che creatura, 33.3 termine fisso d'etterno consiglio, Pagina 90


divina commedia 33.4 tu se' colei che l'umana natura 33.5 nobilitasti sì, che 'l suo fattore 33.6 non disdegnò di farsi sua fattura. 33.7 Nel ventre tuo si raccese l'amore, 33.8 per lo cui caldo ne l'etterna pace 33.9 così è germinato questo fiore. 33.10 Qui se' a noi meridiana face 33.11 di caritate, e giuso, intra ' mortali, 33.12 se' di speranza fontana vivace. 33.13 Donna, se' tanto grande e tanto vali, 33.14 che qual vuol grazia e a te non ricorre 33.15 sua disianza vuol volar sanz'ali. 33.16 La tua benignità non pur soccorre 33.17 a chi domanda, ma molte fiate 33.18 liberamente al dimandar precorre. 33.19 In te misericordia, in te pietate, 33.20 in te magnificenza, in te s'aduna 33.21 quantunque in creatura è di bontate. 33.22 Or questi, che da l'infima lacuna 33.23 de l'universo infin qui ha vedute 33.24 le vite spiritali ad una ad una, 33.25 supplica a te, per grazia, di virtute 33.26 tanto, che possa con li occhi levarsi 33.27 più alto verso l'ultima salute. 33.28 E io, che mai per mio veder non arsi 33.29 più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi 33.30 ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 33.31 perché tu ogne nube li disleghi 33.32 di sua mortalità co' prieghi tuoi, 33.33 sì che 'l sommo piacer li si dispieghi. 33.34 Ancor ti priego, regina, che puoi 33.35 ciò che tu vuoli, che conservi sani, 33.36 dopo tanto veder, li affetti suoi. 33.37 Vinca tua guardia i movimenti umani: 33.38 vedi Beatrice con quanti beati 33.39 per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 33.40 Li occhi da Dio diletti e venerati, 33.41 fissi ne l'orator, ne dimostraro 33.42 quanto i devoti prieghi le son grati; 33.43 indi a l'etterno lume s'addrizzaro, 33.44 nel qual non si dee creder che s'invii 33.45 per creatura l'occhio tanto chiaro. 33.46 E io ch'al fine di tutt'i disii 33.47 appropinquava, sì com'io dovea, 33.48 l'ardor del desiderio in me finii. 33.49 Bernardo m'accennava, e sorridea, 33.50 perch'io guardassi suso; ma io era 33.51 già per me stesso tal qual ei volea: 33.52 ché la mia vista, venendo sincera, 33.53 e più e più intrava per lo raggio 33.54 de l'alta luce che da sé è vera. Pagina 91


divina commedia 33.55 Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 33.56 che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede, 33.57 e cede la memoria a tanto oltraggio. 33.58 Qual è colui che sognando vede, 33.59 che dopo 'l sogno la passione impressa 33.60 rimane, e l'altro a la mente non riede, 33.61 cotal son io, ché quasi tutta cessa 33.62 mia visione, e ancor mi distilla 33.63 nel core il dolce che nacque da essa. 33.64 Così la neve al sol si disigilla; 33.65 così al vento ne le foglie levi 33.66 si perdea la sentenza di Sibilla. 33.67 O somma luce che tanto ti levi 33.68 da' concetti mortali, a la mia mente 33.69 ripresta un poco di quel che parevi, 33.70 e fa la lingua mia tanto possente, 33.71 ch'una favilla sol de la tua gloria 33.72 possa lasciare a la futura gente; 33.73 ché, per tornare alquanto a mia memoria 33.74 e per sonare un poco in questi versi, 33.75 più si conceperà di tua vittoria. 33.76 Io credo, per l'acume ch'io soffersi 33.77 del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito, 33.78 se li occhi miei da lui fossero aversi. 33.79 E' mi ricorda ch'io fui più ardito 33.80 per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi 33.81 l'aspetto mio col valore infinito. 33.82 Oh abbondante grazia ond'io presunsi 33.83 ficcar lo viso per la luce etterna, 33.84 tanto che la veduta vi consunsi! 33.85 Nel suo profondo vidi che s'interna 33.86 legato con amore in un volume, 33.87 ciò che per l'universo si squaderna: 33.88 sustanze e accidenti e lor costume, 33.89 quasi conflati insieme, per tal modo 33.90 che ciò ch'i' dico è un semplice lume. 33.91 La forma universal di questo nodo 33.92 credo ch'i' vidi, perché più di largo, 33.93 dicendo questo, mi sento ch'i' godo. 33.94 Un punto solo m'è maggior letargo 33.95 che venticinque secoli a la 'mpresa, 33.96 che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo. 33.97 Così la mente mia, tutta sospesa, 33.98 mirava fissa, immobile e attenta, 33.99 e sempre di mirar faceasi accesa. 33.100 A quella luce cotal si diventa, 33.101 che volgersi da lei per altro aspetto 33.102 è impossibil che mai si consenta; 33.103 però che 'l ben, ch'è del volere obietto, 33.104 tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella 33.105 è defettivo ciò ch'è lì perfetto. 33.106 Omai sarà più corta mia favella, Pagina 92


divina commedia 33.107 pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante 33.108 che bagni ancor la lingua a la mammella. 33.109 Non perché più ch'un semplice sembiante 33.110 fosse nel vivo lume ch'io mirava, 33.111 che tal è sempre qual s'era davante; 33.112 ma per la vista che s'avvalorava 33.113 in me guardando, una sola parvenza, 33.114 mutandom'io, a me si travagliava. 33.115 Ne la profonda e chiara sussistenza 33.116 de l'alto lume parvermi tre giri 33.117 di tre colori e d'una contenenza; 33.118 e l'un da l'altro come iri da iri 33.119 parea reflesso, e 'l terzo parea foco 33.120 che quinci e quindi igualmente si spiri. 33.121 Oh quanto è corto il dire e come fioco 33.122 al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi, 33.123 è tanto, che non basta a dicer `poco'. 33.124 O luce etterna che sola in te sidi, 33.125 sola t'intendi, e da te intelletta 33.126 e intendente te ami e arridi! 33.127 Quella circulazion che sì concetta 33.128 pareva in te come lume reflesso, 33.129 da li occhi miei alquanto circunspetta, 33.130 dentro da sé, del suo colore stesso, 33.131 mi parve pinta de la nostra effige: 33.132 per che 'l mio viso in lei tutto era messo. 33.133 Qual è 'l geomètra che tutto s'affige 33.134 per misurar lo cerchio, e non ritrova, 33.135 pensando, quel principio ond'elli indige, 33.136 tal era io a quella vista nova: 33.137 veder voleva come si convenne 33.138 l'imago al cerchio e come vi s'indova; 33.139 ma non eran da ciò le proprie penne: 33.140 se non che la mia mente fu percossa 33.141 da un fulgore in che sua voglia venne. 33.142 33.143 33.144 33.145

A l'alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l *velle*, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle.

Pagina 93


La Divina Commedia  

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