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VERDE 22

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VERDE - protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze - mensile gratuito numero 22 anno III marzo 2014

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GACavellini Teodorani Torchia Sonqua Marchese Gamerro Frau Lucciola Palmer Carelli


Cento anni fa nasceva Guglielmo Achille Cavallini, collezionista e artista bresciano tra i massimi esponenti dell’arte postale o mail art. Abbiamo deciso di celebrarlo lasciando la parola a Vittore Baroni, amico e profondo conoscitore dell’opera di GAC. «Nell’ormai lontano 1977 ho scoperto l’esistenza della mail art, diventata poi una pratica e una passione che mi ha accompagnato per tutta la vita, grazie al lavoro (postale e non) di Guglielmo Achille Cavellini. Esattamente il 5 marzo 1979, GAC mi spedì un’artistica “autorizzazione” – una sorta di diploma con tanto di foto e timbro dell’archivio storico – a celebrare nel 2014 il centenario della sua nascita in un museo italiano. Quella “licenza a celebrare”, pur logicamente inserita nel provocatorio progetto della auto-storicizzazione, non era affatto uno scherzo, o perlomeno io non la interpretai come tale e in tutti questi anni, soprattutto dopo la scomparsa dell’amico artista nel 1990, ho sentito come un vero impegno morale la promessa di celebrare degnamente l’arrivo del 2014. GAC ha talmente amato le correnti artistiche che per decenni ha collezionato da averle poi assimilate e rimodellate nel proprio lavoro con l’ammiccante sorriso di chi pondera “questo lo posso fare anch’io!” e già si trova proiettato oltre, a ideare nuove strategie. GAC ha incarnato (come e meglio della filosofia fai-da-te del punk) il prototipo di un’arte della autodeterminazione, paradossale e generosa, che tuttora ci insegna ad eludere le mille trappole tese nella giungla dell’arte. Frank Zappa si domandava se lo humour potesse essere parte della musica, GAC ha dimostrato che può certamente appartenere alla buona arte.»

Dopo di me il vuoto VERDE

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PARTNERS IN CRIME

VERDE è un mensile elettrocartaceo autoprodotto e gratuito di protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze a cura di Pierluca D’Antuono e Alda Teodorani. Contiene poesie, racconti brevi, racconti lunghi, rubriche, musica, illustrazioni, fotografie e grafica. Ogni mese on-line (http://issuu.com/verderivista) e cartaceo a Roma. Progetto grafico e impaginazione di Elena Bortolini. Per info distribuzione e invio materiale: verderivista@gmail.com (lunghezza e formato da concordare) http://issuu.com/verderivista www.facebook.com/verderivista http://verderivista.blogspot.it

indizi

A questa pagina l’elenco degli Eventi per il Centenario di Cavellini. for ANOTHER PART OF THE WORLDWIDE D.I.Y. CONSPIRACY

dove siamo editoriale

«Nel 1971 ho inventato l’autostoricizzazione. Ho spedito in tutto il mondo una decina di “mostre a domicilio” (sono dei cataloghi che sostituiscono le tradizionali mostre nelle gallerie d’arte; e realizzate con il mezzo postale). Affinché risultassero più stimolanti le ho arricchite con numeroso materiale tipografico (adesivi, francobolli con il mio centenario, pagine dell’enciclo-pedia, cartoline, manifesti, operazioni “andataritorno”, eccetera). Una rivoluzione nel mondo dell’arte.» Guglielmo Achille Cavellini (11/9/1914-23/10/1990)

p.2 Edit p.3 TI ODIO POESIA #20: Vampiro (Alda Teodorani) p.4 Senza Surrealismo (Benedetta Torchia Sonqua) p.6 Virginio (Paolo Gamerro) p.7 Lo Squartatore (Andrea Frau) p.8 GACavellini: Francobolli Centenario p.10 Carnaio (Giovanni Marchese) p.12 SEMIAUTOMATICA #15 (Simone Lucciola) p.13 BLITZRECENZION #25: La felicità è una pistola fumante (S.H. Palmer) p.14 STORIE NERE # 11: Giorgia (Luca Carelli)


TI ODIO POESIA

Vampiro

Alda Teodorani

Invidio la gioia nel cuore di chi non ha mai visto il fuoco ridurre la passione in cenere la fertile terra dell’amicizia diventar sabbia tra le dita Poco importa al pruno, tradito dal gelo, della primavera che tornerà a far albeggiare i suoi petali: si crede morto.

VERDE

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Senza surrealismo Che fatica, ogni volta. Ricoprirsi di una tuta di carta usa e getta. Bianca. Come fossi contaminato. Mio padre ripeteva le stesse cose, sempre: il veleno è fatto di polveri. Le polveri non devono essere inalate. La mascherina, gli occhiali. Le polveri si depositano sulle stoffe e poi rimangono lì, come infiltrati insidiosi. La tuta. Nel 1974, per la prima volta, ho indossato una tuta bianca per lavorare, la mia prima maledettissima divisa da lavoro. Coadiuvante nell’impresa di famiglia, recitava il collocamento. Mio padre aveva una ditta di disinfestazione. Ho iniziato in un assolato pomeriggio di agosto, davanti alla saracinesca chiusa di un ristorante. Quando ho visto l’insegna sono rimasto basito. Era uno di quei ristoranti del centro. Uno di quelli dove non ero mai entrato perché non potevo permettermelo. E oggi, invece, sarei entrato. Il luogo dell’appuntamento era quello. Quella la via, quello il numero civico. Cinque minuti di attesa. Sette minuti. Dieci, diciassette minuti di attesa. Per risparmiare tempo, indossiamo le nostre tute bianche, i guanti, prepariamo contenitori e attrezzi. Vestiti. Pronti. Mancava solo un varco. Altri due minuti. La tuta bianca. Iniziavo a sudare. Arrivò un omino, di corsa. Stempiato con un po’ di pancia. Camicia a mezze maniche e orologio vistoso al polso. Una penna nel taschino, le gambe corte. Ci fa segno con la mano. Sembra allarmato. Quando è vicino ci dice in fretta: per carità, che nessuno veda. Veloci, entriamo, da dietro. Ci infiliamo in un vicolo, tutti bardati, trasportando insetticida. Un portone. Entriamo. Un cortile. Sul cortile, un’altra porta di ferro. Entriamo. È stretta ma entriamo. VERDE

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Siamo sul retro del ristorante. Nei locali dell’antibagno. I marmi neri per terra. No. Continua a non piacermi. La rubinetteria rococò. Nell’altra sala, i tavoli disfatti. Il ristorante è chiuso. Camerieri e inservienti in ferie. Non si poteva far altro, ci spiega. Non vedo l’ora di finire e andarmene lontano da questo odore stantio di cucina e finestre chiuse e cose disfatte. Voglio aggredire gli insetti per primo. Mio padre sa come stanarli. Ci muoviamo in fila indiana e arriviamo in cucina. Ecco, loro sono qui. Il grasso della cappa. Il nero dei tegami. L’unto dei fornelli. Gli aloni nei lavandini. Le mattonelle incrostate. Io volevo iniziare a spruzzare la polvere bianca e cancellare tutto. Mio padre non ha fretta. Fa segno di aspettare. Inizia piano ad aprire gli sportelli. Niente alluminio. Niente che potesse essere disinfettato con l’ammoniaca. Il mio primo lavoro. Papà guarda un po’ intorno, sposta barattoli. Chiede al padrone di poter buttare via tutto, caviale, tonno, pasta, passate. Permesso accordato. L’omino deve essere disperato. Inizia con calma dalle confezioni aperte. Poi procede con pasta, farina, zucchero, legumi, barattoli, conserve. Tutto. Sistema e divide. Con ordine. Impiega più di mezz’ora e io, nel frattempo, faccio in tempo a sentirmi un coniglio enorme, tutto bianco. Intanto sudo. Alla fine, la cucina è vuota. Ora si può iniziare. Imbracciamo le nostre armi. Pronti, via. Non succede niente. Si inizia dal basso. Poi in alto. Con metodo. La polvere bianca invade tutto. La cucina cambia colore. Apro uno degli sportelli in alto ed ecco, improvviso, quel fiume di scarafaggi che mi viene incontro. Non pensavo di poter amare così una tutina bianca. Ogni tanto, qualcuno salta: è un ultimo disperato tentativo di salvarsi.

http://www.cavellini.org Vittore Baroni e GAC

Benedetta Torchia Sonqua


Una macchia nera, due, tre, molte, troppe macchie nere. Non finiscono. Trovata la tana. Un fiume in piena che diventa un lago. Un mare. Un mare di blatte. Mi viene da vomitare. Nessuna metafora. Qui di surreale, c’è niente. Solo schifo. Solo io vestito di bianco, come un pupazzo che lotta contro gli scarafaggi. Sorpresa, fastidio, orrore. Ecco, ho compiuto la mia nemesi. Quello è un posto che non mi piaceva e avevo ragione. Provo a distrarmi. Ma, ad ogni movimento, schiaccio insetti. Sento quel croc pieno e umido e si appiccica alle suole. Le scarpe: le butto. No, non posso. Un quarto d’ora di lotta travestito da Diabolik in bianco, conciato per le feste. Sparo polverina bianca a esseri che hanno nidiato senza vergogna. Che eroe. Continuano ad uscire. Mi viene da vomitare. Mi devo distrarre. Mio fratello non mi aiuta. È un tipo silenzioso. Alcuni continuano a muoversi. Altri provano ancora a lanciarsi contro di me.

Una sigaretta. Adesso. Ecco, il fuoco, ci vorrebbe. Mettere a ferro e fuoco l’intero locale e tutte le sue blatte. Cospargere di sale grosso il pavimento, i muri e i quattro piani di palazzo qui sopra. Distruggere tutto e andarsene. Ma non posso, ancora. Non finiscono. Ora vomito. E mio padre continua a parlare. E anche le parole di mio padre non finiscono; ne basta uno, il nido, la cucina, il pangrattato. I conati si fanno più forti. Bisogna far presto. Interrompere tutto: parole e blatte. Ancora polvere, fino a soffocarli tutti. Ecco, si muove più nulla: è il momento. Scopa. Giù, tutti a terra. Di nuovo. Spruzzata. Scopa. Giù, tutto a terra. L’ultima spruzzata di polvere bianca. Lasciamo una cucina devastata. Buttiamo via tutto: guanti, soprascarpe, tute, mascherine. Le scarpe no. Quelle le tengo ma non vorrei. Carichiamo il furgone: un sacco nero con gli scarafaggi ancora in movimento, gli scatoloni di cibo ancora intatto, pare, la busta sigillata con le confezioni aperte. Mio padre prende i soldi. Dobbiamo smaltire il materiale, dice. Saluta. Mette in moto. Invece, poi, gira l’angolo, e si ferma davanti al cassonetto. Mi dice di svuotare il pianale. Quando afferro lo scatolone mi chiama minchione e poi aggiunge: non quello, tutto il resto. Eseguo. Arriviamo a casa e io voglio fare la doccia e buttare le scarpe ma sono l’ultimo arrivato e troverò l’acqua fredda. Intanto sento mio padre che offre lo scatolone a mia madre: «Guarda cara, abbiamo fatto la spesa.» Mia madre la sera mi ha picchiato col canovaccio. Non ho mangiato. Nulla. Mi sono addormentato ma ho avuto gi incubi: lavorare stanca.

Benedetta Torchia aggiunge Sonqua alla firma. È nata e in corso d’opera. Pensa che avere una biografia così sia parecchio comodo: si aggiorna da sola. A volte, ha la tentazione di aggiungere anche che è nata a Roma e lì, pur con qualche interruzione, ci vive, parte e cammina. Poi ci ripensa.

VERDE

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Virginio Virginio era il tecnico computer che veniva a casa mia ogni volta che il mio pc si beccava un virus. Virginio era uno giusto, sapeva come girava nella rete delle reti: vai sui siti un attimino poco sicuri, scarichi porno e ti becchi i virus. «Guarda che però anche io scarico di brutto», mi ha rassicurato un giorno, «mi scarico tutto di Kendra Lust, Tanya Tate, Julia Ann, Lisa Ann, Capri Cavanni, Madison Ivy, Shay Sights… L’importante è navigare sicuro perché nella rete delle reti ogni due per tre sei fregato, basta avere le giuste protezioni!» un po’ come nel sesso. Ma Virginio mi aveva detto che lui non era tanto per le scopate. Le ragazze sono un pacco, devi portarle fuori, offrire loro da bere… Sono soldi, cazzo! Senza contare che poi a volte hanno pure fica e culo slabbrati, mica come i porno che ti scarichi in hd, gratis e perfetti. «Io navigo criptato», mi ha detto Virginio, «no perché nella rete delle reti ti controllano ogni due per tre, sanno tutto di te, poi se hai facebook e lasci i tuoi dati e entri nel vortice allora ti arriva lo spam, ti usano, ti sorvegliano, ti controllano…» «Chi ti controlla?» gli ho chiesto. «Il governo, le multinazionali, il sistema, sai quelle cose lì… ti guardano attraverso il computer, sanno tutto di tutto, ma io navigo sicuro, mi collego a server che si collegano a server che si collegano ad altri server e sono a posto, nascondo la mia identità…» mi ha risposto. Poi mi ha chiesto se mi

Luz Wohlrab

interessavano i suoi porno, quelli che aveva a casa sul suo pc, li passava a pochi eletti perché era roba speciale. «Filmati sfiziosi, amatoriali, che ho trovato gironzolando per i siti gonzo amatoriali.» Io gli ho detto ok e li ho guardati un po’ ma per lo più c’era roba scat con la merda e mi faceva un schifo. Però non gliel’ho detto perché avevo paura che ci rimaneva male. Una sera della scorsa estate siamo usciti a bere un birra insieme e per tutto il tempo continuava a raccontarmi dei suoi filmatini nuovi, sempre con la merda e con le doppie penetrazioni anali, filmatini che gli reperiva un suo amico affidabile, del quale però non mi voleva dire il nome perché era tutto un po’ segreto e io non potevo sapere. La stessa sera, in macchina, sotto casa mia, Virginio mi ha messo la mano sul cazzo e mi ha detto che se gli davo un bacio con la lingua in bocca, da quel momento in poi non mi avrebbe più fatto pagare niente per consulenze e visite a casa, e qualsiasi problema con il pc me l’avrebbe risolto gratis. Però l’idea di baciarlo mi dava un po’ lo sbocco. A parte che sono etero, ma poi Virginio era troppo vecchio, aveva sessantaquattro anni e inoltre era grasso e il suo volto era pieno di strane escrescenze. Quindi gli ho detto di no e lui si è offeso e da allora non ci siamo più visti. Soltanto recentemente ho letto di Virginio sul giornale. Gli hanno trovato files pedopornografici nel computer e una tredicenne morta nell’armadio, ma lui si è difeso dicendo che faceva parte di una cospirazione governativa contro di lui. Non gli hanno creduto e l’hanno messo dentro. In carcere si è ucciso. Quindi ho cambiato tecnico del computer. Adesso viene un ragazzo giovane che ha un carcinoma sulla faccia e va in giro con una buffa mascherina che sembra Batman.

Miguel Jimenez

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Paolo Gamerro


Lo squartatore Andrea Frau Un archeologo intravide qualcosa tra le macerie del quartiere della vecchia Londra, una volta noto come White Chapel. Scostò un po’ di terriccio con il piede e riconobbe una piccola croce di legno. «Risultato di produzione in serie per il consumo di massa» ripeté meccanicamente. Oltre le formulette a memoria ricordava anche che questi gadget erano dei simboli di una comunità molto numerosa; da giovane non era mai stato attento alle lezioni di storia antica e superstizione. Negli anni della scuola la sua attenzione era monopolizzata dalla sexy conformazione del cranio di Martha Tabram. Nelle vicinanze stavano costruendo un monumento alla ragione umana. L’opera commissionata dal governo costituiva in una grande e dettagliata riproduzione del cervello umano. Le squadre del presidente avevano consegnato un barbone con la scatola cranica già scoperchiata a Giorgio Chapman, noto artista, il quale non la prese bene: «Perché l’avete aperto voi? È come quando mi passano un succo di frutta con la cannuccia già infilata. Lo odio. Mi piace farlo io. Ringraziate che non ve lo faccio buttare. Abbiamo poco tempo.» Il cervello sarebbe stato realizzato con materiale di scarto: gli ultimi rimasugli di plastica presenti sulla terra, vecchi vinili, batterie, cera per capelli, coltan, logori abiti talari e una tiara papale. Chapman sognava che gli abitanti potessero vivere letteralmente la sua realizzazione. Viverla, nel senso di deturparla, rovinarla e per nessuna ragione al mondo restituirla intatta al creatore. Certo, loro non erano Laslo Toth, ma neanche il cervello era la Pietà di Michelangelo. Ogni giorno gli addetti del ministero della cultura avrebbero ripulito il grande cervello, così per sempre. L’ideatore dell’installazione immaginava scolaresche fare picnic nell’area dell’ipotalamo, centro della fame e della sazietà, per poi spostarsi a sonnecchiare nel tronco encefalico dove si trovano i centri che regolano il sonno e la veglia, sparare musica altissima nell’area acustica del lobo temporale e calpestare a ritmo di danza l’area del cervello responsabile della coordinazione motoria, prendere a calci e a spallate il lobo dell’insula per non dormire

più e ballare per sempre, blaterare lingue inventate nel centro del linguaggio, nell’area di Broca, scarabocchiare con bombolette spray nell’area di Wernicke, fermarsi nell’emisfero destro e fingersi mancini, odorare rose nell’archeocorteccia lanciandosi per gioco neuroni olfattivi e non riconoscerne più il profumo, vandalizzare la corteccia cerebrale e vedere cosa si prova ad essere daltonici e in preda alle amnesie, perdere l’equilibrio, sfilacciare le sinapsi, slepparle come corde di basso, per avere sbalzi d’umore sempre più acuti, cercare di prolungare l’irrequietezza dell’adolescenza per poi esagerare e diventare schizofrenici, appartarsi nel sistema limbico con il partner, precisamente nell’amigdala, toccarsi, baciarsi con la paura di essere scoperti, poi smettere di colpo, allontanarsi, scoprire di non essere più eccitati per poi tornare ad amarsi e benedire l’amigdala! Ma questa grandiosa creazione rischiava di non veder la luce. Durante gli scavi furono rinvenuti i resti di un antico supermercato. Ciò avrebbe comportato un rallentamento dei lavori. La prassi dell’archeologia di quel tempo senza passato consisteva nel disseppellire per poi riseppellire. Alla facoltà di archeologia ti insegnavano tutto sul periodo di fine impero liberal-consumista. Ti insegnavano tutto per insabbiare e distruggere con maggior perizia. «Siate maledetti! Avete costruito la vostra scienza su un cimitero di prodotti e merci. Come avete osato seppellire la storia con questa volgarità senza poesia?» Un’anziana signora che rispondeva al nome di Mary Jane Kelly sbraitava contro chi lavorava tra le rovine. La donna aveva pochi capelli biondi, indossava una vecchia pelliccia, pantofole, portava occhiali da sole senza motivo e fumava una sigaretta con una motivazione invidiabile. Per lei collocare un’opera d’arte del genere in quel vecchio templio era la più grande profanazione che si potesse compiere contro il passato. Almeno, la vedeva così a causa della sua superstizione. La mattina dopo M. J. Kelly si fece esplodere nella corteccia prefrontale, nella porzione orbitale, dove nascerebbe l’idea di Dio. Gli spazzini del ministero della cultura insabbiarono i suoi resti. VERDE

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Carnaio Giovanni Marchese Crepuscolo. Intorno pareti pallide e un caldo torrido. Sapeva distinguere gli odori. Non era la prima volta che dormivano nello stesso letto. Sentiva le spalle irrigidite e un peso che gli impediva di muovere le gambe. I corpi gravavano sul suo addome. Fianchi nudi e esili. I lunghi capelli biondi sparsi sulla pelle di cera. La nuca spappolata. La mascella fracassata pendeva, attaccata solo a un lembo di carne. Chiazze nere di sangue raggrumato sul pavimento. Lui voltò il capo, le palpebre serrate. Quando riaprì gli occhi vide i piedi della matrigna. Le caviglie lisce, le cosce ripiegate, la linea dei muscoli che risaliva lungo il dorso, la testa poggiata sul suo ventre, la chioma scura e spettinata. Sentiva il braccio destro intorpidito. Il respiro convulso. Ritornò a ispezionare il soffitto, come se avesse dovuto decifrare un messaggio in codice. Chiuse il bagagliaio. «Quando ce ne occuperemo?» «Vieni da me. Lo faremo stasera.» Solo più tardi, ripensando al fulgore dei suoi occhi oscuri e languidi, si rese conto che aveva detto da me e non da noi. Fu una intuizione imprevista, che come ogni illuminazione giunse in ritardo. L’appuntamento era dopo cena. Avrebbero avuto tutta la notte a disposizione. Era davanti al cancello quando lei gli aprì. In accappatoio blu e sandali ai piedi. Un asciugamani le avvolgeva il capo. Stava fumando una sigaretta, gli appoggiò l’altra mano sul fianco, lo sguardo VERDE

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ardente. Camminava ancheggiando, scoprendo gambe lisce e brune. Lui si sistemò sul divano. Lei si sedette sulla poltrona, di fronte. Fumava e guardava distratta. «Qui è bello perché è tranquillo. La villa qui davanti è disabitata. In quella di lato i proprietari vengono solo durante i fine settimana. Il resto è campagna.» Sorrise mentre schiacciava il mozzicone nel posacenere. Un gesto rituale. Gli rivolse un’occhiata rovente. Si alzò di scatto. «Sai dov’è la pala. Puoi iniziare a scavare sotto il noce. La macchina è ferma lì


vicino» e uscì dalla stanza. La seguiva con lo sguardo. I passi morbidi. Nella casa buia un silenzio spettrale. Poi si alzò. Rimase fermo per qualche istante. Si spostò a passi leggeri verso la porta socchiusa del bagno. I capelli di lei erano mossi dal getto caldo e leggero del phon, poi l’accappatoio scivolò scoprendo le spalle magre e levigate. E poi più giù, la pelle liscia e rilassata, scossa da brividi e tremori.

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Una volta fuori, afferrò la pala. Scaricò la tensione sul terreno, un colpo dietro l’altro. Con furore. Sempre più a fondo. Quando lei lo raggiunse, la fossa era pronta. Senza dire una parola, lei aprì il bagagliaio guardandolo. Lui si fissava le scarpe sporche di fango, passo dopo passo. Il cadavere della figliastra era dentro il sacco. Le braccia gli tremavano, il sudore gli ricopriva la fronte e le spalle. Lasciò cadere il fardello nella buca, che restituì un rumore di pietra e terra smossa. Lei si avvicinò all’orlo. Gli occhi vitrei. Lucenti. Tirò un’ultima boccata e poi gettò la sigaretta che rimbalzò sul sacco con un suono sinistro. «Finisci il lavoro.Ti aspetto dentro, sbrigati.» Il badile affondava nel mucchio molle e oscuro. Scaraventava palate di terra sul sacco, sul corpo della figliastra, fino a riempire il tumulo. Sparse una manciata di semi sul terriccio smosso. Atropa belladonna. Era quello che lei gli aveva detto di fare. Era nuda, con lo sguardo perso oltre la porta-finestra; il vento scuoteva le foglie e gli arbusti color pece, sotto la luna nascosta tra le fronde degli alberi. Si levò dal letto e uscì, sparendo nei cespugli. Lui la seguì sull’erba umida, intorno a loro il suono dell’acqua della fontana scandiva il tempo. Il verso malefico di un uccello notturno sgorgò nell’oscurità. La luce lunare disegnava riflessi incerti sul fogliame degli alberi intorno. Qualcuno si trascinava tra le tenebre cantando una nenia lugubre. Qualcosa di oscuro si agitava tra i rami, sulle fronde.

«Tutto... » sussurrò lui. «Che vuoi dire?» «Cambierà tutto.» «Cioè?» «Tutto. Insomma. Tutto.» «Mi sembri... come quella puttana...» «Quale puttana?» «Una sera eravamo ubriache. Andammo per i viali, tra le puttane. E a ognuna domandavamo cosa facesse di speciale. Solo una rispose: “tutto”. Capisci?» «Cosa vuoi dire?» «Lo hai capito. Metti in moto.» Memoria eidetica. Non è rara in soggetti affetti da ritardo mentale e pare sia associata alla sindrome di Asperger. La figliastra ricordava parola per parola ogni cosa che leggeva. Tutto ciò che sentiva dire. Da bambina era scivolata sugli scogli ferendosi gravemente, era rimasta in coma per alcuni giorni. La sua memoria divenne formidabile. E il suo rendimento scolastico salì alle stelle. Fu angosciante scoprire che avrebbe memorizzato tutto. Ogni cosa. Per sempre. Forse un altro incidente avrebbe potuto compromettere quella nuova capacità. Ma rimaneva il problema di quel che aveva già memorizzato. Era in grado di accedere a quei ricordi. Nei dettagli. Fin nei particolari più scabrosi e indecenti. Avrebbe potuto ricattarli. L’unica soluzione? Sfondarle il cranio. E fracassarle il cervello.

Giovanni Marchese (Catania, 1976) ha pubblicato racconti sulle riviste «Alibi», «Nuova Prosa», «Doppiozero», sull’antologia letteraria della Semana Negra 2009 di Gijon e sull’antologia Storytellers (Tunué, 2010). Ha pubblicato inoltre la monografia Leggere Hugo Pratt (Tunué, 2006) e ha scritto soggetto e sceneggiatura dei graphic novel Ti sto cercando (Tunué, 2008), Nessun ricordo (Tunué, 2009) e Invito al massacro (Tunué, 2012). Dal 2010 cura Nerdelite (nerd-elite. blogspot.it) blog di fumetto e letteratura.

Lui si sdraiò sull’erba. Lei gli si stese accanto. VERDE

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BLITZRECENZION S. H. Palmer

#25

La felicità è una pistola fumante (shanduziopalmer.tumblr.com)

https://www.youtube.com/watch?v=ucPta4tIcSs

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BLITZRECENZION

La mia felicità, la vostra bile.

VERDE

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storie nere

STORIE NERE Luca Carelli

Caro fratello, è passato quasi un anno da quando i giornali hanno parlato per la prima volta di Giorgia e papà. Naturalmente nessun giornalista ha avuto il coraggio di scrivere il suo nome, ma per noi è stato uno scherzo, o forse un gioco, capire che si trattava di lui. Non ci vediamo da cinque anni, fratello caro, o forse sei – aiutami a ricordare; al mio posto tu diresti che è passata una vita intera, un modo come un altro, il più sciatto e il meno espressivo, per nascondere il senso profondo di una negazione arresa – dei sentimenti assorti che abbiamo smesso di interrogare. La notte scorsa, fratello amato, ho sognato di noi, noi nella casa in cui siamo cresciuti, e mi è tornata alla mente quella mattina passata insieme, soli forse per la prima volta, nello splendore bianco della luce che illuminava la polvere del talamo dei nostri genitori, l’unica camera che, non lo avrai dimenticato, papà chiudeva a chiave ogni volta e con cura. Probabilmente, fratello adorato, era un sogno nel sogno, perché ho rivissuto l’eccitazione di varcare quella soglia che fino alla morte di mamma – e alla trasmutazione di papà – rimase sclerotizzata in quel sigillo sacro di invalicabilità e ossessione che tanti dispiaceri diede al mondo, così come ci appariva allora. Ricordi l’emozione di danzare come serpi azzoppate attorno al loro letto incantato, apparecchiato come una bara dalla pelle così splendida e

perfetta da rendere tanto seducente e alla portata il desiderio di baciarla con le nostre labbra asciutte e serrate? Io non l’ho mai dimenticato, così come vivono in me, alimentate dal loro frusto grigiore, le immagini di orrore che dipingevo sul tuo viso, con le mie mani dure ma innamorate del tuo corpo fragile e lineare. E quel che all’epoca assimilasti come un infingimento di visione, era soltanto una precognizione scheletrita, che non poteva tenere conto della luce del tempo – la stessa che ogni giorno ci guida. Ricordi, fratello caro, il cassetto aperto, come depredato dalla stessa forza che reggeva immobile l’aria e l’atmosfera, tra quelle mura offese che avevano disimparato a respirare per certe scene mai viste? Era lì che s’offriva alle nostre mani conserte, su carta ruvida e macchiata come la lama che scioglie i fardelli. Messa in abisso in quello spazio inchiostrato, la vanità di nostro padre s’imponeva nella sembianza vigile e sgualcita di Giorgia; cos’era il suo viso se non la fobia sfidata dell’uomo che mimava e trasfigurava il dolore auto-riferito della sua scomparsa? Dopo che mi hai aiutato, fratello amato, a immedesimarmi nelle loro lenzuola scarnificate, non ho più memoria di quella mattina, che leggo oggi attraverso i resoconti stentati di quegli stessi giornali occultati. Non ho mai pensato a Giorgia come madre, né provato l’urgenza di un amore

Giorgia

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di secondo grado per quella donna dipinta di sangue dal nostro sangue, ma talvolta ho sentito l’esigenza di trasmettermi in una presenza – una qualsiasi, purché a se stessa – che mi restituisse questi 25 anni di assenza. A questo punto, fratello caro, mi domanderai quando e in che modo avrei potuto essere nostro padre, indietro nel tempo e nello spazio. E mi costringerai a deluderti e a confessarti che ho preferito di gran lena essere le pantofole di Giorgia, che quella mattina calzò appena alzata, dopo che nostro padre citofonò alla sua porta. Hai mai pensato a cosa sarebbe stato di noi se Giorgia non avesse risposto o non si fosse svegliata? Io lo so, perché sono stato le lenti a contatto che ha indossato correndo in bagno, prima di incontrarlo, e ancora l’ho vista nel suo pigiama rosa mentre porgeva una tazzina a nostro padre, trapassato in cucina in un sorriso alle sue mani. Ho sentito Giorgia scavarmi dentro con un cucchiaino bianco, nel barattolo dove io ero il caffè che ha preparato per lui; ho macchiato il tavolo, il pavimento freddo e le mani di mio padre quando luce, polvere ed esplosione furono; sono stato la collanina di Giorgia attorno al suo collo, fredda sulla sua pelle e violenta come una scintilla. Aveva ventun’anni e portava quattro orecchini. Sul pavimento indossava il pigiama, sepolta sotto i cuscini. Il gas era ovunque, fuori e dentro la cucina. Attorno ai suoi capelli neri. Sulla polvere e le crepe e nelle ragnatele tese. Ho provato a essere la rabbia di nostro padre e poi ho provato con la sua fuga. Non ha funzionato, e allora ho tentato con le sue mani e la sua voce ossuta. Solo alla fine mi sono misurato con la sua telefonata, quella che per venticinque anni è rimasta inascoltata, permettendoci di diventare ciò che nella sua testa non

poteva più dissimulare. È così che ho scoperto, fratello andato, che ci sono cose che non sono mai stato. E non potrò mai provare a essere. La mattina del 9 febbraio 1988 Giorgia Padoan veniva strangolata a Torino nell’appartamento di Via Gottardo che divideva con la madre. La ragazza, ventuno anni, conosceva il suo assassino: stavano facendo colazione in cucina. L’unica traccia su cui lavorano per più di due anni gli inquirenti è una impronta di scarpe militari numero 44 trovata sulla scena del crimine. Nel 1991 la pista decade: l’impronta è di un agente accorso nell’abitazione la mattina del ritrovamento del corpo. Nel marzo 2013 il caso viene riaperto. Le indagini puntano su un ex compagno di studi di Giorgia, un professore quarantesettene che alcuni giorni dopo il delitto avrebbe telefonato per due volte al padre della vittima, confessando l’omicidio. Luca Carelli nasce a Bologna nel 1960. Negli anni ’80 scrive alcuni romanzetti gialli che per un fortuito errore di stampa cromatico vengono accolti dalla critica come noir. Nel 1986 viene condannato a 25 anni di carcere per banda armata e terrorismo. Non si è mai dissociato né pentito. È stato scarcerato nell’agosto del 2011. Per VERDE scrive brevi racconti ispirati a fatti recenti di cronaca nera. lucacarelli60@gmail.com Il nome dell’omicida sul diario (La Repubblica Torino 12-02-1988) Omicidio Giorgia Padoan: indagato ex compagno di studi (Blitz Quotidiano 22-2-2013) Una voce dal passato accusa il vecchio compagno di corso (La Repubblica Torino 6-3-2013) VERDE

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Dopo di me il vuoto


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