LABORATORIO DI SCRITTURA a.s. 2017/2018 Classe 2^G
“RACCONTI SPARSI”
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Indice: La Ribellione .......................................................................................p.2 Believe us all the way ..........................................................................p.8 I Videogiochi ......................................................................................p.12 Da sola nel bosco ...............................................................................p.14 Il sogno piĂš grande .............................................................................p.16 La nuova isola ...................................................................................p.19 I lati opposti ........................................................................................p.23 Disappearance ...................................................................................p.26 La gara ...............................................................................................p.29 Un carnevale tragico ...........................................................................p.33 12 ore di panico ..................................................................................p.36 Fuga da Alcatraz ................................................................................p.39
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PREMESSA
Questo è l'esito del laboratorio di scrittura narrativa svolto in questo anno scolastico, dalla classe 2^G; i ragazzi nel corso dei mesi hanno letto numerosi romanzi e si sono cimentati a scrivere racconti da loro ideati nelle ore scolastiche. Ognuno ha scritto la sua storia, i generi sono molto diversi: chi ha preferito cimentarsi in un racconto fantasy, chi ha provato a scrivere racconti di avventura, chi ha ripreso il genere Horror, qualcuno ha invece preso spunto da episodi personali o da sogni futuri. Come primo esperimento direi che possono ritenersi soddisfatti ed io con loro, già solo per averci provato con serietà ed impegno, come dei veri scrittori. Dentro ognuno di noi ci sono tante storie che non aspettano altro che essere raccontate, questo è solo il primo tentativo.
La prof.ssa Valeria Pancucci
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LA RIBELLIONE Il sole le la inondava il bel viso di calore e benessere, è l’inizio di una calda giornata di primavera, il canto felice e guizzante degli uccelli, il profumo dei fiori e delle margherite intorno a lei, l’erba che le fa solletico e le punzecchia il corpo. E’ tutto così bello e perfetto. Tutto così piacevole. Lei sorride compiaciuta, le sue labbra che si riscaldano al sole, sono rosse come fuoco e carnose. La pelle ambrata e liscia. I capelli che le fanno caldo sul collo, sono sparsi intorno alla sua testa, lunghissimi, castani e riccissimi. All’ improvviso sente dei passi che si avvicinano a lei furtivamente, un ragazzo, che poteva avere intorno ai 18 anni. I suoi occhi neri la guardano penetranti. Adrass. Con calma si sedette a fianco a lei con la schiena appoggiata al tronco di un albero e le ginocchia al petto. «Ma buongiorno! Bella mattinata eh?» disse in tono allegro. «Arriva al punto.» disse lei tagliente. «Guarda, guarda, la mia guerriera si è svegliata di malumore!» «Uffa… sei così irritante!» sbuffò sorridente. «Dai, non posso più scherzare? Comunque tuo padre esige che tu stia da lui tra cinque minuti e se non sbaglio dovresti già essere là!» «E quando intendevi dirmelo?» disse scattando in piedi, e avviandosi verso il palazzo con indosso i suoi abiti da cadetto, i suoi preferiti e da suo padre ritenuti non adatti per una ragazza del suo rango. Mentre si dirigeva lungo la via a passo concitato, pensò a quanto si sentisse indipendente e ribelle da tutti e da tutto, a quando suo padre appena nata e quindi troppo impegnato a rispettare la sua sete di potere e conquista e l’etichetta che gli imponeva il suo ruolo da conte, l’aveva affidata, fatta crescere ed educare alle madri degli schiavi, a quante ingiustizie si ripetevano tra le due caste sociali che esistevano: i ricchi e gli schiavi. A quanto odio c’era tra loro. I suoi pensieri si arrestarono all’istante, quando vide Adrass e una piccola folla di schiavi che si era radunata intorno alla grande scalinata che precedeva il maestoso ingresso ai giardini del palazzo. Il conte Marven si stagliava a metà scalinata, a guardare gli schiavi dall’alto a braccia conserte e sguardo truce. Il padre di Federica aveva lineamenti duri e spigolosi di un uomo nato per il comando, l’espressione contratta e severa, i capelli e la barba imbiancati dagli anni. La sua figura si era appesantita con l’età ma il suo fisico restava ancora vigoroso e forte, frutto dei quotidiani allenamenti con la spada. Alla destra del conte c’era il suo uomo più fidato, Cato che teneva stretta saldamente in 3
mano il manico di una frusta e ai suoi piedi, un ragazzino di 14 anni su per giù, che piagnucolava disperato. «Non ho fatto niente, non ho rubato ve lo giuro… non lo farei mai… non violerei mai la vostra proprietà!!» Intorno a lui, i suoi compagni non osavano guardare lo scempio che si stava compiendo e tenevano gli occhi ostinatamente abbassati. Marven si limitò a un breve gesto d’insofferenza con la mano. «No, per pietà, vi scongiuro, no!» gridò il ragazzino. La frusta di Cato si alzò e si schiantò violentemente contro la schiena del povero ragazzino. Si alzò e colpì ancora e ancora. Ci vollero molti colpi prima che le urla dello schiavo si facessero meno intense e il suo corpo smettesse di divincolarsi. Al quarantesimo colpo i suoi lamenti si spensero. Un silenzio gelido calò sulla platea. Il conte la percorse con lo sguardo, assaporando ogni attimo di quella agonia. E senza scomporsi disse: «Chiunque ruberà violerà le regole, subirà la stessa sorte.» poi si rivolse a Cato: «Va a gettare il corpo nella fossa comune, per poi raggiungermi nelle mie stanze esattamente quando il sole si alzerà in cielo.» Federica era terrea, non riusciva a pensare ad altro se non a quell’orrore, fuori di sè dalla rabbia e dallo sgomento. Adrass invece cercava con tutto se stesso di non guardare il corpo esanime ai piedi della scalinata, anche se lui ormai era abituato a vedere quelle crudeltà. Adrass vide Federica accanto a sè e pensò che doveva essere già al cospetto di suo padre, ma poi vide la sua espressione e non potè fare a meno di avvicinarsi a lei e di stringerla tra le sue braccia. Federica si stupì di quel gesto e per i primi istanti rimase rigida, ma poi si accorse che le piaceva essere abbracciata e consolata allora ricambiò il gesto con affetto e sussurrò un «Grazie.» Marven fece per andarsene ma si bloccò non appena intravide Adrass e Federica stretti l’uno all’altra in fondo al cortile. Scandalizzato avanzò a passi decisi verso di loro, mentre la piccola folla scemava e Cato eseguiva l’ordine. Federica si accorse che suo padre li stava raggiungendo infuriato, quindi si staccò da Adrass e chinò il capo in segno di rispetto. «Ti avevo detto di portarla qui alla svelta!» tuonò il conte. Lo schiavo provò a balbettare qualcosa, ma il conte alzò la mano. «Ti ho forse dato la facoltà di parlare!? Adesso và sei congedato.» Ringhiò. «Sì signore.» disse lo schiavo, poi con un ultimo sguardi se ne andò. «Mi sono attardata io.» Intervenne Federica sfidando lo sguardo di suo padre. Lui la squadrò con severità e le si fece vicino. «Quando tuo padre ti manda a chiamare tu non puoi permetterti di arrivare in ritardo.» Sibilò, mentre la
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collera gli gonfiava le carotidi. «Fra poco dobbiamo partire e tu sei ancora in questo stato.» Federica si guardò gli abiti da guerriera e i capelli sudati, e si sentì fiera. All’alba, ogni giorno si allenava con San, il suo maestro di spada. Le era sempre piaciuto il combattimento perciò lo faceva durare ore e ore, fino alla nona. Proprio per questo non si sarebbe mai vergognata del suo aspetto da giovane cadetto. «Si parte stasera, siamo diretti ad Alcor, la capitale del Regno dell’Ovest. Voglio essere lì il prima possibile, per il matrimonio di tua cugina Johanna e cerca di presentarti come la figlia di un conte, con un po’ di decenza.» Detto questo Marven girò i tacchi e se ne andò. Federica era fuori di sè dalla gioia, finalmente sarebbe uscita da quelle maledette mura. In 17 anni, la sua vita si era svolta nella corte di suo padre, a Shedir, la capitale del regno dell’Est. Federica si diresse nella sua stanza correndo tra il dedalo di corridoi del suo palazzo. Alla sera ormai mancava poco, quindi invece del solito bagno caldo si limitò a lavarsi gettandosi addosso dell’acqua gelida con una brocca. Alia, la sua inserviente le pettinò i capelli in una crocchia, alla quale erano sfuggite due ciocche che le scendevano dolci sul suo collo sottile. Le fece indossare un abito che aveva scelto suo padre per l’occasione, blu notte e scintillante, con un corpetto talmente stretto che appena messo le tolse il respiro. «Ecco fatto!» Squittì la schiava trascinandola davanti allo specchio. Federica faticò a riconoscersi, conciata così le sembrava di essere nel corpo di un’altra e poi tutti quei fronzoli non le erano mai piaciuti. Aprì la porta e ad aspettarla c’era Adrass salutandola con un sorriso smagliante. Federica lo prese a braccetto e percorsero il palazzo fino al cortile dove l’aspettava una sontuosa carrozza, ridendo, scherzando e chiacchierando, incuranti dello sguardo della gente di corte, che virò dal curioso allo scandalizzato. Perchè vedere uno schiavo e una ricca così affiatati non era assolutamente permesso. Adrass la salutò con un cenno del capo e si diresse nel piccolo scomparto dietro alla carrozza destinato agli schiavi, mentre lei saliva sulla carrozza aperta elegantemente da una servo e prendendo posto di fianco a suo padre. Con lo schioccare della frusta sui cavalli la carrozza partì con uno scatto immediato e federica seppe che quel luogo non l’avrebbe più rivisto. Man mano che avanzavano la ragazza osservava gli abitanti di Shedir che si muovevano piano per le strade, avviandosi alle incombenze della sera,
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finalmente il caldo opprimente della giornata si dissipava al soffio di una brezza leggera. Il viaggio procedeva lento come non mai e alla fine terminò con una durata di 3 giorni. Era mattina quando arrivarono e l’afa la colse alla sprovvista mozzandole il fiato, il sole picchiava forte sulla sua pelle e le abbagliava la vista. Le fu concessa un’ora di riposo, in cui damigelle e inservienti le ronzavano intorno preparandola per quello che sarebbe stato “un grande giorno”. La cerimonia si svolse in un grandissimo salone in cui servirono il pranzo. Questo era decorato con esagerazione e sfarzo, illuminato da splendidi lampadari in cristallo che riflettevano la luce che entrava dalle ampie finestre. La tavola era lunghissima e rettangolare, apparecchiata con una tovaglia in lino ornata di pizzo, tutta quella ricchezza lasciò la ragazza senza parole. I due sposi si sedettero a capo tavolo, i futuri conti della città di Alcor. La giornata si rivelò una vera noia: tutti che la riempivano di complimenti e di chiacchiericci inutili, le portate si susseguirono una dopo l’altra. Ascoltando la gente che parlava, captò un discorso che la interessò molto: erano giunte voci dai vari regni, che gli schiavi erano stanchi di sottostare alle ingiustizie e agli obblighi imposti dai padroni, stavano organizzando vere e proprie rivolte di massa contro i ricchi e si facevano chiamare i “Ribelli”. Sentì che stavano creando veri e propri disagi tra la popolazione, che avevano sotto il loro comando già metà del Regno del Nord e decisi a combattere una guerra in cui sostengono e predicano la parità di diritti. Federica non poteva credere a quello che aveva appena sentito, non vedeva l’ora di raccontare tutto ad Adrass. Così finalmente pensò ad un eventuale piano di fuga e ad un’alleanza con l’esercito ribelle. Proprio quello che aveva desiderato in tutti quegli anni. La ragazza era immobile nel suo letto. Attese che tutti dormissero, poi si infilò i suoi abiti da cadetto e scese le scale in punta di piedi col passo felpato che aveva perfezionato in tutti quegli anni di fughe notturne. Col tempo gli schiavi cominciarono ad accettarla e così ebbe accesso alle loro feste, mescolandosi come una di loro. Adrass la raggiunse non appena la vide tra la folla. Una musica allegra e festosa si levò e lei si ritrovò tra la gente e con Adrass a ballare, a ridere e a bere. Ad un certo punto della serata decisero di uscire per godersi quella brezza notturna. «Ascoltami bene, ti confido un segreto.» Disse lei facendosi seria. Gli raccontò tutto dei discorsi che aveva sentito alla cerimonia, e alla fine aggiunse: «Conservami i miei abiti da cadetto e il pugnale, nascondendoli nella mia borsa.» Il volto di Adrass si illuminò. «Stai dicendo sul serio?
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Padrona, hai la vaga idea di quello che mi chiedi?» Chiese preoccupato. «Tu fallo e basta.» Disse sorridendo. «Ma perchè? A cosa ti serviranno?» Federica prese un lungo respiro, come per soppesare la risposta. «A fuggire.» Il viaggio di ritorno all’inizio andò bene, ma poi si interruppe così velocemente che Federica non ebbe il tempo di capire cosa stesse succedendo. Un manipolo di ribelli fece irruzione nella carrozza brandendo le spade contro di loro. La ragazza fu fulminea, tirò fuori il pugnale che le aveva nascosto Adrass, ruppe il vetro della finestra e si gettò fuori. Si strappò gli abiti di dosso e rimase con quelli da cadetto che si era messa sopra al vestito da contessina. Corse fino allo scomparto degli schiavi, ruppe la serratura con il pugnale, intravedendo Adrass che già aveva capito tutto. Lo prese per mano e cominciarono a correre a perdifiato lungo il confine con il Regno dell’Ovest. All’improvviso si sentirono stringere violentemente i piedi dalla presa di una corda, come in un lampo caddero rovinosamente a terra. Mentre le forze e i sensi l’abbandonavano sentì che le legavano mani e piedi e che la trasportavano via. Poi tutto fu buio. Aprì gli occhi ancora dolorante e non capendo si ritrovò in una tenda dove una donna schiava le stava tamponando il viso tumefatto con una pezzuola d’acqua calda. All’improvviso ricordò tutto e scattando a sedere come un fulmine gridò: «Adrass!» La donna si spaventò del suo scatto improvviso ma poi con un sorriso rassicurante le disse: «Non preoccuparti, lui sta bene è a parlare con il nostro capo, affinchè vi possa accettare nel nostro popolo.» Adrass ritornò dopo poco, alla sua vista la ragazza incurante del corpo che le doleva non riuscì a trattenersi di (saltargli al collo e) stringerlo forte. Adrass stava per accarezzarle i capelli, timoroso, ma prima che potesse farlo lei si staccò dicendo sorridente: «Allora? Come stai? Racconta!» «Va bene, va bene ma calmati. Tu sei rimasta incosciente per due giorni, invece io mi sono ripreso subito e sono stato chiamato da Tàrik, il capo dei ribelli per spiegare chi eravamo, in poche parole ci hanno accettati nella loro comunità e adesso potremo finalmente militare nelle file del loro esercito. Ah e ormai tutto il Regno del Nord è in mano nostra!» Spiegò con entusiasmo. I due mesi seguenti si susseguirono veloci, sempre impegnati nei duri addestramenti con la spada a cui erano sottoposti. Perfezionarono sempre di più i loro movimenti, fino a renderli impeccabili, perfetti. Ogno tanto arrivavano notizie dal campo di battaglia che continuava a conquistare territorio nemico. Le feste nella comunità Ribelle nel Regno del Nord, dove si erano stabiliti non
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mancavano mai e il divertimento era sempre presente. I giorni passavano e alla fine l’alba della Grande Battaglia arrivò. Lei e Adrass erano usciti presto dalla loro tenda che gli era stata assegnata per prepararsi, l’adrenalina era tanta, vedevano la gente che si affrettava per andare da un posto all’altro accingendosi allo scontro finale. Sempre uno al fianco dell’altra avanzavano sulla pianura e lentamente osservavano la linea di matita che si disegnava all’orizzonte: le file nemiche. Tàrik gridò. Federica prese un lungo respiro e si lanciò nella battaglia. I due mulinavano la spada, si muovevano e scattavano agilmente mentre avanzavano sul campo, lasciandosi alle spalle solo cadaveri. Intorno a loro la battaglia infuriava e il rumore di spade che cozzavano era assordante. Su di loro scese il tramonto. Nessun nemico da abbattere solo i loro compagni che urlavano e gridavano vittoria. Alla fine ce l’avevano fatta. Era finita. Finalmente potevano godersi la pace che duramente avevano conquistato.
Federica Colleroso
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Believe us all the way (credici fino in fondo)
Amava la natura, soprattutto i fiori, diceva che erano come lei: capaci di proteggersi quando piove per poi sbocciare più forti di prima quando c’è il sole. Era questo il suo trucco per vincere, cercare sempre di vedere le cose da un’altra prospettiva, una prospettiva positiva, capace di darti forza e coraggio, Claudia era una guerriera, ma c’era qualcosa che la distingueva dagli altri era la capacità di confortare il suo popolo, di non metterlo sotto pressione per le guerre e di organizzarlo come si deve prima dei combattimenti, ma nonostante sapesse fare tutte queste cosa rimaneva sempre se stessa, con la sua semplicità, la cosa più bella. Claudia viveva nelle tribù di Aragon e amava quel posto pieno di paesaggi magnifici e di animali splendidi come il suo drago Perla. Perla aveva una coda lunga almeno due metri, con due ali che riflettevano la luce del sole e la sua magnifica pelle squamata di colore verde-acqua, era invincibile e forte, ma allo stesso tempo, solo con Claudia, era molto dolce e le voleva molto bene. Oltre a queste bellissime meraviglie ce n’era un’altra: una persona che era sempre stata presente nella vita di Claudia, il suo migliore amico Mattia, si conoscevano fin dalla nascita e da quel momento non si erano più separati, anche se litigavano ogni due per tre erano veramente uniti, uno non poteva fare a meno dell’altro. Da quando si erano conosciuti, Mattia aveva sempre avuto un debole per Claudia, ma visto il suo carattere timido non si era mai fatto avanti. Mattia, oltre che intelligente, era anche molto bello e quando cercava Claudia le dava sempre belle notizie, ma non quel giorno; Mattia arrivò sconvolto da Claudia, che stava passeggiando tra i prati di girasole godendosi il primo giorno d’estate e le disse: “Ho appena avvistato una minaccia, sembrano popoli del Nord, non so bene cosa vogliano, ma si avvicinano a noi e dobbiamo farci trovare pronti” “Devono trattarsi dei Mantix, sono forti potenti e invincibili, ma se saremo preparati li sconfiggeremo” disse Claudia con tono spaventato. Allora lui per consolarla aggiunse: “ce la faremo anche stavolta” infine le posò le mani sui fianchi e l’avvicinò al suo petto stringendola in un abbraccio talmente confortevole che sembrava far sparire la cattiva notizia. Si fece sera Claudia e Mattia sparsero voce al popolo della minaccia che avevano avvistato e aggiunsero che avrebbero trovato una strategia per vincere; subito dopo andarono nel campo di viole per definire il piano: “Sono sicuro al 99% che arriveranno da Nord tutti insieme come un mandria” 9
Si, ma manca sempre quel 1%, Mattia dobbiamo essere sicuri al 101%, altrimenti questi si prendono tutto” “Quindi cosa avresti in mente di fare?” “Bisogna che ci dividiamo in quattro gruppi, tanti quanto i punti cardinali, il primo gruppo va a Nord, il secondo a Sud, il terzo a Est e il quarto a Ovest, dopo di che io e te staremo in centro con i nostri draghi per vedere quale dei quattro gruppi a più bisogno di noi e della potenza di un drago” “Che ne dici di usare altri due draghi in questo modo saremo più potenti” “Hai ragione, ma dici che il piano funzionerà?” “Io credo che andrà tutto per il meglio, dobbiamo solo credere in noi stessi e allora sì che potremmo fare grandi cose” “Grazie Mattia” e infine prese le sue cose e se ne andò… “Il giorno è arrivato sento i Mantix sempre più vicini ad Aragon chissà se ce la faremo, chissà se moriremo chissà cosa succederà” pensava Claudia mentre preparava il popolo allo scontro decisivo, poi urlò: “SIAMO PRONTI?” “Sì” rispose il popolo “ARAGON PER SEMPRE” “ARAGON PER SEMPRE” ripeté il popolo con tono deciso. Erano tutti pronti quando si sentirono degli spari di cannone: “è il momento?” chiese Claudia a Mattia “è il momento!” è il momento rispose lui. Il piano stava procedendo alla grande e i draghi erano di grande aiuto, Claudia stava combattendo contro il capotribù dei Mantix “Non riuscirete mai a conquistare Aragon” “Questo lo dici tu, Claudia” “Come fai conoscere il mio nome?” “… Lunga storia” “Ho tempo di ascoltarla” “Testarda come tua madre” “Come fai a conoscere mia madre?” “Diciamo che io una volta facevo parte del vostro popolo, sono cresciuto qua” “Ti ripeto, come fai a conoscere mia madre?” “In passato ho avuto una relazione, molto stretta con lei” “Quindi?” “Lei ti ha detto che tuo padre è morto in una guerra?” “Si, è la verità, mio padre è morto in guerra” “Non proprio” “Cosa stai cercando di dirmi” “Io sono tuo padre, ti conosco alla perfezione” Claudia rimase sconvolta e senza dire niente andò a cercare Mattia, non lo trovò, ma sentì due Mantix parlare di un rapimento, lei intuì subito che avevano 10
rapito il suo migliore amico e decise di seguirli fino in una grotta; Claudia, che aveva sempre con sé il suo arco, scagliò due frecce che colpirono i due soldati poi entrò nella grotta e si trovò faccia a faccia con suo padre: “Perché mi fai questo?” “Perché ho da proporti un patto, tu mi dici dove si trova tua madre oppure io uccido Mattia” “Non ti dirò mai dove si trova” “Ok allora posso benissimo uccidere il tuo migliore amico” “No, prendi me, lui non c’entra niente” “Ci sto!” “Claudia, No!” intervenne Mattia. “Si invece” rispose Claudia lanciandogli un occhiolino. “Ora liberalo” disse Claudia; ma mentre il capotribù stava liberando Mattia lui gli diede un calcio che lo stese a terra e Claudia, anche se era duro farlo, scagliò una freccia che lo uccise. Una volta arrivati ad Aragon, Claudia e Mattia videro che la guerra era finita, avevano vinto e Claudia talmente era felice si mise a piangere, ce l’avevano fatta, poi Claudia guardò Mattia e gli disse: “è il momento di festeggiare” Lui la guardò e le sorrise. Si fece l’ora dei festeggiamenti, Claudia era nel parchetto di ninfee, aveva un vestito bianco, in lino, che si intonava perfettamente con i suoi occhi verdimarroni, i suoi capelli ricci erano sciolti e per completare l’opera delle scarpette di diamante che si intonavano con gli orecchini; ad un certo punto sentì dei passi e di colpo si girò, era Mattia, si scambiarono un sorriso e poi… lui la prese per i fianchi e le sussurrò “Balliamo?” lei non rispose, allungò semplicemente le braccia sulle spalle di Mattia e iniziarono a ballare, Mattia iniziò a sfiorare la guancia rosea di Claudia e piano piano iniziò a baciarla, era una sensazione bellissima, c’era amore nell’aria, finalmente erano fidanzati e non ci fu bisogno di dichiarazioni, di fiori o di grandi cose, ma semplicemente di tanto amore. Claudia Cuva
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I VIDEOGIOCHI Era l‘ultimo giorno di scuola per Ilyass,un ragazzo alto, robusto, carnagione chiara, capelli neri come il carbone, naso a patata, testa rotonda, occhi marroni. Si recò a casa tornando da scuola dopo una giornata molto faticosa con i suoi amici; di pomeriggio Ilyass invitò i suoi amici a casa, si trovarono a giocare al gioco “AVVENTURE EXPRESS” un gioco di avventura che consiste nel trovare un malvagio e di ucciderlo per ottenere una ricompensa. Tutti si misero davanti allo schermo e iniziarono a giocare, durante il gioco trovarono una mandria di ippopotami in un fiume. Di notte trovarono dei mercanti in un villaggio e videro dei mercanti che parlavano del malvagio e dicevano di averlo visto in una giungla sconosciuta. Alla mattina si alzarono presto e cominciarono a camminare per la foresta, poi si accorsero che non erano più in una foresta ma in un una giungla. Dopo ad un tratto sentirono un rumore di una persona che camminava presso la giungla Ilyass e i suoi amici si nascosero e poi fecero un attacco al malvagio e lo uccisero poi sentirono un urlo di una ragazza che chiedeva aiuto da un esercito di stregoni; Ilyass ei suoi amici si fecero coraggio e volevano affrontare l’esercito intero, ma dietro di loro si trovarono un esercito di militari pronti a battere tutto l’esercito e salvarono la ragazza dagli stregoni e la ragazza dice che è lei la ricompensa e lei dice anche che lei diventerà amica con tutti loro e lei dal gioco esce e diventa realtà e adesso va a scuola con loro e Ilyass dice di fare un’altra avventura come questa. Dopo molti giorni giocano al gioco “MONSTER” un gioco dove si deve fare caccia ai mostri. Poi si recano a casa di Francesco dove lui aveva il gioco tutti andarono a giocare iniziano subito, nel gioco succede la stessa cosa come il vecchio gioco. Mentre esplorano il gioco videro un’accademia “INCANDENCY” dove loro cercano mostri poco dopo incontrano il capo dell’accademia che si chiama John Robertson un uomo molto grande ed alto anche lui un ricercatore di mostri. Di mattina presto tutti si alzarono per cercare il mostro Becco D’Ascia, una bestia simile all’uccello con un becco come un’ascia tagliente, tutti si mettono a cercare della bestia subito Francesco vide la bestia che loro stavano cercando da molte ore subito tutti ha lancia frecce lance e anche a sparare con le pistole fino a ucciderlo e adesso vanno a cercare un’altro mostro Bambam un mosto con tre teste molto pericoloso e velenoso sempre alle ricerche sentirono un boom per terra e credevano che fosse un terremoto ma davanti alla montagna trovano Kong il gorilla gigante, nessuno credeva che ci fosse lui in una giungla tutti scappano insieme a quasi tutti i mostri a scappare fino alla fine della montagna dove si doveva girare e chi sbagliava cadeva dalla montagna e alcuni mostri caddero dalla montagna e nessuno dell’accademia fino a fuggire fuori dalla foresta ma il gorilla colpiva colpiva colpiva fino a scassare quasi tutta la montagna riducendola in pezzi. Dopo la corsa davanti al Kong tutti si riposano in una capanna. Nella mattina seguente mattina ripresero le ricerche della nuova bestia grande come un albero e per batterlo ci voleva un arma molto avanzata che il laser molto potente con quel macchinario si può battere la bestia dopo ore di ricerca lo trovarono davanti faccia a 12
faccia usarono subito il macchinario per batterlo dopo minuti di lotta la bestia non si arrese e quindi iniziano a usare le lance e le frecce per aiutare anche il laser e tutti ritornano all’accademia felici e lÏ fanno una festa per la vittoria Ilyass El Msafi
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DA SOLA NEL BOSCO E’ una mattina d’estate, Giulia è una ragazza con un’altezza nella media, gli occhi marroni scuro che d’estate diventano marrone chiaro simili a quelli della corteccia di un albero, le gambe snelle e slanciate come un’atleta, che tende sempre a curvare le spalle e la schiena quando scrive; la sua corporatura è dura come un blocco di ghiaccio e la pelle color caffè latte. La ragazza sta facendo una scampagnata con i suoi genitori nel bosco e all’improvviso saltano fuori da un cespuglio due o tre cinghiali che li attaccano. Giulia in preda al panico, con sulle spalle uno zainetto inizia a scappare, abbastanza lontana dal luogo dell’attacco; controlla cosa può trovarsi nello zainetto e vede un panino, una mela, una bottiglietta d’acqua e un coltello. Dopo un po’ di tempo ritorna sul luogo dell’attacco dove dei cinghiali non c’era traccia e distesi sull’erba giacevano senza vita i corpi dei suoi genitori, prova a vedere cosa può trovarsi nei loro zainetti, non trova del cibo, ma due coltelli e uno spago e li infila nel suo zainetto. Inizia a camminare cercando una via d’uscita, passate 5 ore e non trovandola si prepara per la notte; non è una notte molto calma come le altre perché i suoi sogni sono tormentati da mostri e ululati. La mattina dopo si svegliò all’alba, e nel cercare una via d’uscita trovò una sorgente da cui sgorgava acqua limpida, riempì la bottiglia e continuò a cercare una strada per uscire dal bosco. Arrivata la sera si sistema per dormire e le sembra che siano passate solo poche ore quando si sveglia, accecata dal sole e capisce che è già mezzogiorno. Mangia la mela e ricomincia a camminare senza sosta per cercare una via d’uscita. Arrivata la sera si sdraia sull’erba umida e setosa guardando la luce splendente della luna che illumina la notte come un lampione acceso, cullando i bambini nei loro lettini e invita i lupi a ululare, ripensa a quando lei e i suoi genitori andavano in giardino ad ammirare la luna e le stelle. Una lacrima scende sulla sua guancia rendendola umida al tatto e piano piano inizia a lasciarsi cadere nel buco della disperazione. Dalla piccola lacrima che si trovava prima sulla sua guancia adesso sgorga una fontana, ma la lunga camminata di oggi riesce a vincere contro la disperazione, e le sue palpebre si fanno pesanti e in un batter d’occhio si appisola con gli occhi gonfi e la testa che gli esplode per il troppo piangere. La mattina seguente si incamminò di nuovo per riuscire a trovare una via d’uscita e così fece per una settimana, fino a quando si rese conto che era inutile e perse la speranza di riuscire di ritornare a casa. La mattina appena sveglia invece di camminare per il bosco si rimboccò le maniche e iniziò a costruire un arco con un ramo piegato che aveva trovato lì vicino e lo spago che aveva preso a suo papà.
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Quando fu costruito provò a tendere lo spago per vedere se l’aveva annodato bene e così era, dopo quella prova iniziò a costruirsi delle frecce ben appuntite. Finito di costruire anche quelle, con un coltello creò un buco nell’albero davanti a se, una volta fatto si allontanò e abbastanza distante prese una freccia e la mise come le aveva insegnato suo padre, tese il filo e incoccò la freccia proprio nel punto in cui aveva scavato con il coltello. Riprese la freccia e andò in giro nel bosco per cacciare e procurarsi il cibo. A fine giornata guardò cosa aveva cacciato e tra tutte le prede scelse un coniglio bello corpulento. Cerca dei sassi e foglie secche per accendere il fuoco, trova anche due rametti che formano una y, prende un’altro ramo e ci infila il coniglio e lo appoggia sopra quei 2 bastoncini con sotto il fuoco acceso. Mentre il coniglio si cuoceva pensava che prima aveva trovato molte foglie secche, alzò la testa e vide molti alberi spogli, allora capì che era arrivato l’autunno. Finito di mangiare prese altre foglie e rametti e intrecciandole assieme si costruì una capanna dove passare la notte. Giulia si mise alla fine della capanna , invece le armi le mise all’entrata di essa. Questa notte fuori dalla sua capanna si aggirano sagome scure, che hanno brutte intenzioni:lupi! Un lupo con la zampa sposta le armi e entra, Giulia sente un respiro caldo e pensa di essere a casa e che tutto quello che è successo sia solo un brutto sogno, si sveglia con calma e si stiracchia ma al posto dei suoi genitori come pensava si trova un branco di lupi, si strofina gli occhi per vedere meglio,ma vide solo un lupo saltagli addosso cercò le armi, ma non le trovò, i lupi iniziarono a staccargli le braccia e le gambe e mentre Giulia stava pensando ai suoi genitori il capo branco gli strappò il cuore, ponendo fine alle sue sofferenze. Lascio al lettore l’intuizione di capire se questo racconto è di fantasia o realtà
Giulia Gottardello
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IL SOGNO PIU’ GRANDE A volte i sogni si avverano . . . Alessia ha 19 anni e abita a Milano con i suoi genitori e suo fratello più grande. Lei è abbastanza alta e magra, ha i capelli castani, lunghi come spaghetti e scalati, i suoi occhi sono marroni come il cioccolato e porta gli occhiali. Ha un carattere vivace, sempre sorridente, è simpatica e giocherellona, testarda ed indecisa quando fa delle scelte; è anche romantica, paziente e affettuosa, si fa rispettare e non si fa mettere i piedi in testa. Le piace cantare, ballare e recitare. Ama tutto ciò che ha a che fare con la musica. Studia canto da tanti anni e da un paio e più pubblica video su Youtube sognando un giorno di riuscire a girare il mondo per fare un tour internazionale. Alessia si rende conto che più va avanti con questi video più ha successo. Un giorno, torna a casa da scuola e i suoi genitori le riferiscono che un uomo americano, che lavora per una casa discografica, vuole incontrarla a Los Angeles. In un giorno d’estate Alessia e i suoi genitori prendono l’aereo per Los Angeles. Arrivati lì si recano alla casa discografica per incontrare il manager. L’uomo è Andrew Gertler, Alessia capisce all’istante chi è. . . è il manager di SHAWN MENDES! Alessia capisce che stava per avvenire una svolta nella sua vita.
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Il signor Gertler le propose di intraprendere col suo aiuto una carriera musicale, lei accettò senza pensarci due volte. D’allora inizia a vivere lì da sola e dopo alcuni mesi di lavoro comincia la sua popolarità. Inizia a viaggiare tra l’Italia e l’America facendo concerti in tanti stadi. Adesso sta iniziando a grandi passi il suo sogno più grande. . . Un giorno Andrew le dà la notizia che sarebbe andata ad un concerto di Shawn Mendes. Shawn ha anche lui 19 anni, è molto e magro, ha i capelli castani e ha il ciuffo con i capelli leggermente ricci e gli occhi marroni. E’ un bel ragazzo, solare e molto simpatico; lui è un cantautore. Giunta la sera del concerto Alessia era super entusiasta di poter vedere il suo cantante preferito e poterci parlare. Vide tutto il concerto in prima fila per poi andare dietro quinte; Shawn scese dal palco, vide Andrew e si avvicinò, Andrew gli presentò Alessia e i due cominciarono a parlare. si vedeva che tra i due c’era già un bel feeling. Alessia e Shawn diventarono grandi amici e iniziarono ad aiutarsi a vicenda nei lavori musicali. Shawn per il suo nuovo tour aveva intenzione di far aprire ad Alessia ogni concerto, glielo propose e lei contentissima accettò. Quindi, dopo due mesi, partirono per il tour che si sarebbe svolto in tutto il mondo. Alessia inizia ad avere sempre più successo e più fan e ha inciso il suo primo album che diventa il più venduto in un anno sia in Italia che negli Stati Uniti. Ma succede anche un’altra cosa che realizza uno dei suoi sogni.
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Dopo un anno di amicizia, Shawn e Alessia si fidanzano, per Alessia la sua vita stava diventando meglio di come l’aveva immaginata. Di conseguenza al suo successo si avvera anche il sogno di fare un tour mondiale, che sognava da sempre. . . Tra l’altro comincia a vincere premi come i Choice Music Awards e i Grammy, passando sui “red carpet”, davanti a tanti paparazzi, insieme a Shawn. Alessia, dopo tre anni di fidanzamento, va a vivere a casa di Shawn in Canada, passano compleanni, eventi e bellissime giornate insieme. Alessia per le festività tornava in Italia dalla sua famiglia. Una sera erano a New York al “Madison Square Garden”, Alessia era dietro alle quinte mentre Shawn si esibiva. Ad un certo punto Shawn, ormai ventitreenne, aveva fatto salire sul palco Alessia, in sottofondo c’era una canzone lenta, Shawn si inginocchia e in quel momento ad Alessia comincia a battere forte il cuore; Shawn Mendes le stava chiedendo di sposarlo. . . lei risponde di sì e lo bacia. Il concerto finisce con le canzoni di entrambi contate da tutti e due. Nel luglio dello stesso anno, Shawn e Alessia si sposano su una spiaggia delle coste che fiancheggiano Hollywood. Andarono a vivere nella città natale di Shawn, in Canada. E così inizia la loro vita insieme, la loro storia continua. .
Landi Alessia 18
LA NUOVA ISOLA MARY e MARTY hanno 13 anni e sono amiche fin dai tempi dell’ infanzia. Mary è una ragazza allegra e molto curiosa a cui piace cacciarsi nei guai. È anche permalosa e lunatica, infatti, quando non è dell’umore giusto, e le sue amiche iniziano a scherzare e darle fastidio si arrabbia un po’ ma dopo inizia pure lei a ridere e scherzare; ma ha anche dei pregi , ad esempio, è molto disponibile ad aiutare le persone in difficoltà, sempre che loro siano collaborative. Mary è abbastanza alta con capelli castani con sfumature ramate. Marty, invece, è una ragazza molto e sempre attiva, chiacchierona, ma soprattutto, molto socievole e simpatica. Ha i capelli castano scuro con ciocche bionde e occhi grandi, profondi e marroni. Un giorno Mary e Marty mentre si trovavano al mercato del paese sentirono parlare di fatti strani accaduti sull’ isola di UKÁLIKA; si avvicinarono ad una signora molto triste e le chiesero di che cosa tutti stessero parlando. Lei disse loro che alcune persone, che erano andate a fare una gita sull’ isola di Ukálika, erano sparite e non erano più tornate indietro. Mary e Marty, allora decidono di andare sull’ isola; la mattina seguente andarono, ma non trovarono nulla di strano. Tornarono sull’ isola per cinque giorni di seguito, finché il sesto giorno avvistano delle persone che entrano in una grotta che peró si apriva solo con un ciondolo circolare color ciclamino, come quello che portavano i due uomini al collo. Mary ricordò di aver visto un ciondolo uguale nello scantinato di sua nonna e quindi corsero a prenderlo; il giorno seguente tornarono e aprirono l’ entrata della grotta.
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Essa conduceva ad un labirinto infinito; Mary e Marty si separarono l’ una dall’ altra, ma ad un tratto Mary sentì Marty urlare disperatamente dallo spavento preso: aveva visto miliardi di porte… ...Mary corse dall’ amica e prese uno spavento vedendo tutte quelle porte. Su ognuna di esse si trovavano nomi e simboli incomprensibili tranne su una dove era scritto “QUI ENTRERETE VOI”. Mary e Marty corsero all'uscita e per una settimana non andarono più sull’ isola. La settimana seguente le amiche tornarono alla grotta e quando entrarono una voce tenebrosa e ripetitiva le accolse; essa chiedeva loro cosa stessero facendo a casa sua. Mary e Marty le dissero che stavano cercando di scoprire chi fosse il rapitore delle persone scomparse . Mary dopo aver udito per la seconda volta la voce la sentì molto familiare…… La conversazione venne interrotta dallo squillo del cellulare di Mary: era sua mamma che la avvisava di tornare a casa per andare alla messa in commemorazione del nonno morto quando Mary aveva dieci anni. Perciò tornarono in città . Durante la messa Mary sentì vicino a lei una presenza , che ad un tratto iniziò a parlarle, le disse che era suo nonno; la voce della presenza era uguale alla voce della grotta ; così la mattina seguente le amiche andarono sull’ isola a parlare con la voce, Mary capì che la voce di suo nonno e quella erano proprio identiche; dopo venti minuti di conversazione , Mary si fece coraggio e chiese alla voce se era suo nonno; essa rispose titubante di no….. Però Mary non si diede per vinta e quindi decise di fare altre indagini per scoprire se la voce le avesse detto la verità; infatti chiese anche ad anziani signori del paese che cosa sapessero dell’ isola , ma loro le risposero che non ne sapevano nulla e che appunto era sorta da poco.
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Mary e Marty decisero di fare altre indagini e di chiamare persone specializzate per far analizzare il territorio. Dopo alcuni mesi ebbero i risultati delle ricerche e i geologi dissero loro che l’ isola era costituita da un materiale artificiale ; Mary decise di fare il resoconto delle informazioni ottenute ; infatti giunse alla conclusione che la morte di suo nonno e la nascita dell’ isola era collegate. Trascorsero dei mesi e le due amiche andarono di nuovo sull’ isola e dissero alla voce che sapevano che era il nonno di Mary,la voce affermò. Le chiesero anche perché rapiva le persone e che probabilmente rinchiudeva in celle, lei rispose che lo faceva per vendicarsi dell'ingiustizia che aveva subito prima di morire. Si voleva vendicare perché gli era stato espropriato un terreno da lui curato dove, coltivava frutta e ortaggi; l’ esproprio era dovuto alla costruzione di un’ importante autostrada. Quindi per vendicarsi ha creato quest’ isola artificiale dove chiunque andasse per visitarla veniva rapito. L’isola era un luogo molto cupo e privo di vegetazione, proprio l’opposto di come il nonno di Mary avrebbe voluto vederla. Mary e Marty fecero una proposta al nonno, ovvero di provare a chiedere il permesso alle autorità di poter coltivare il territorio dell’ isola. Le autorità diedero loro il permesso; così il giorno seguente diedero la bella notizia al nonno: in cambio però lui avrebbe dovuto liberare tutti i prigionieri. Il nonno accettò la proposta e liberò subito i rapiti. Mary e Marty vennero premiate ed ebbero un riconoscimento dalla città per aver liberato i cittadini rapiti e la città da questo incubo, ma anche per aver ridato vita alla nuova isola di Ukálika,
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che negli anni successivi divenne rigogliosa di vegetazione, frutti e fiori.
Misuraca Mariagrazia
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I lati opposti
Agata, una ragazzina di 15 anni era in camera sua ad ascoltare la musica con il suo nuovo telefono, la mamma stava in cucina a preparare la cena e aspettavano il papà. Al suo ritorno il padre tutto contento propose alle sue donne una strabiliante vacanza in montagna , nella vecchia casa di sua madre. Agata chiese subito al padre se c’era connessione e la madre se c’erano negozi nel paesino dove si trovava la casa. Il padre annuì e senza dare spiegazioni si misero a tavola. La moglie molto preoccupata continuò a fare domande, perchè aveva bisogno di rilassarsi, visto che nell’ultimo periodo era molto stressata a causa del troppo lavoro, della malattia della madre e del cane che era stato operato alle anche. Agata nel frattempo bombardava di domande il padre perchè a lei interessava shopping, wi-fi e poco altro. Venne il giorno della partenza, il padre aveva già caricato tutto in macchina Agata e la madre si presentarono come se dovessero andare ad una sfilata di moda, lei indossava un paio di pantaloni bianchi, una maglia tempestata di strass e delle scarpe all’ultimo grido argento; caricarono il cane e partirono per Pizzino in provincia di Bergamo. Il viaggio fu drammatico, perché il cane che soffriva di mal d’auto, continuava a vomitare per le troppe curve, Agata era arrabbiatissima perchè Ugo, era con lei sul sedile posteriore ed essa, con un asciugamano, cercava di non imbrattare tutto il sedile. Quando arrivarono lei era su tutte le furie poiché la casa si trovava in un piccolissimo paese, senza negozi, senza bar, locali e discoteche, inoltre la casa era sporchissima e piena di ragnatele. Infuriata pulì, in qualche modo, la sua camera e andò a dormire piangendo e disperandosi pensando che non sarebbe sopravvissuta 15 giorni in quel posto orrendo. Al suo risveglio la casa sembrava migliorata, il padre e la madre si erano messi al lavoro pulendo e sistemando come poterono, si sedettero e fecero colazione. Ella si alzò e tornò in camera sua e così fece per 3 giorni. Il quarto giorno il padre la obbligò ad andare a prendere il latte fresco e il formaggio alla malghetta. Lei si oppose, ma il padre la ricattò dicendole che se non fosse andata le avrebbe ritirato il cellulare per tutta 23
la vacanza. Agata, con il timore che potesse davvero ritirarle il telefono, andò. La malga distava dalla casa 2 km, la salita era ripida e infangata dalla pioggia del giorno prima, essa la percorse con molta fatica. Nel tragitto incontrò una ragazza del posto che passeggiava con a fianco una mucca, lei si mise a ridere e tirando fuori il telefono la fotografò, continuando a ridere si allontanò dalla ragazza che ci restò malissimo, la strada era interminabile ma si rese conto di aver sbagliato il sentiero, infatti arrivata alla malga vide la ragazza che stava servendo una signora. Quando toccò a lei la ragazzina, intelligentemente, spiazzò Agata chiedendole il nome, da dove venisse, e quanti anni avesse. Lei rispose un po’ sorpresa, visto che poco prima aveva riso di lei. Anna, la ragazza, consegnandole il formaggio ed il latte le chiese se più tardi dopo il lavoro poteva raggiungerla al campanile della chiesa di Pizzino. Lei curiosa di sapere cosa potessero fare, in un paesino del genere, dei ragazzi della sua età, accettò, chiese ai suoi genitori che contenti le diedero il permesso. Il giorno dell’incontro si presentò sotto il campanile con dei Jeans strappati a vita alta, una maglietta scollatissima e delle scarpe di pelle nera. Anna quando la vide si mise a ridere e le chiese dove pensava di andare con quei vestiti. La invitò a casa sua per cambiarsi e le prestò un pantaloncino corto comodo e una maglietta colorata. Agata guardandosi allo specchio si spaventò, e chiese alla sua amica se qualcuno le avrebbe viste, la ragazza rispose di no e lei si rilassò. Uscite di casa andarono nel campo dietro la chiesa e cominciarono a giocare. Prima ad acchiapparella poi si rotolarono giù dalla discesa in mezzo all’erba, al salto della corda, con la palla, e infine andarono al bar della chiesa a prendere un ghiacciolo. Qui incontrarono altri ragazzini amici di Anna e tutti insieme si misero a giocare a nascondino per tutto il paese fino a sera tardi quando la madre di Agata la chiamò perchè era pronta la cena, lei salutò tutti e si diedero appuntamento il giorno dopo allo stesso posto. Tornata a casa disse ai genitori che si era divertita tantissimo e che in tutto il giorno non si era ricordata di avere il cellulare. Mangiò di fretta e, sgattaiolando in camera sua si buttò sul letto a pensare alla sua giornata e alla sua amica Anna ai suoi giochi che lei non conosceva. L’indomani chiese al padre di aiutarla a organizzare una caccia al tesoro nel paesino di Pizzino per tutti i ragazzi, si trovarono sotto casa sua e cominciarono facendo due squadre, gli Scoiattoli e i Cinghiali, estrassero il primo biglietto e
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partirono. Il vincitore avrebbe vinto un gelato al bar della chiesa. Il gioco andò benissimo, si divertirono molto e la vincitrice fu proprio la squadra di Anna. i Giorni trascorsero velocissimamente e arrivò il giorno della partenza, Agata andò alla chiesa per salutare Anna e i suoi amici, li ringraziò e abbracciando forte forte Anna si mise a piangere. La madre per consolarla le disse che poteva invitare la sua amica per le vacanze natalizie, Anna felice accettò. Andando in macchina Agata chiese al padre quando sarebbero tornati a Pizzino, il padre e la madre contenti le dissero che lo avrebbero fatto molto presto.
Agata Pannello
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DISAPPEARANCE E’ una giornata come tutte le altre, e come tutti i giorni la famiglia Finnemore è in stazione, che sta aspettando l’amica della figlia della signora Finnemore, poiché la signora Loren lavora in una cittadella a 3km di distanza. sono le 6 precise e il treno parte della stazione di New York nord alle 6.15. Una volta che la mamma parte, loro vanno a prendere Melissa a casa sua e insieme vanno a scuola. Lei e la sua famiglia vivono in un quartiere di new York, Rudel Street, un quartiere molto popolato, a differenza di Main Street il quartiere in cui abita Melissa. La famiglia è composta dal padre Daniel Finnemore, la madre Loren Finnemore, e Mag. Mag è l’unica figlia dei Finnemore, i suoi genitori sono persone molto educate, la mamma è una detective, mentre il padre era un avvocato. Lei è coraggiosa, non ha paura, e quando è ora di decidere è molto confusa. Ha dodici anni, va abbastanza bene a scuola e ha una sola migliore amica, Melissa Colway. Non ha tanti amici, ma quelli che ha sono veri. Ha i capelli lunghi e neri come la coda di un cavallo, e i suoi occhi sono marroni scuri proprio come il cioccolato fondente. Sono già le 6.35 e Melissa non esce da casa sua. Mag prova in tutti modi a contattarla , le invia sms, prova più volte a chiamarla, chiama i suoi genitori, ma non c’è niente da fare. rimane solo una cosa da fare: Mag deve andare a casa di Melissa. Mag sale velocemente le scale, e per sua fortuna riesce ad entrare in casa, poiché la porta non era chiusa a chiave. Melissa viveva insieme alla sua famiglia, che era composta dalla madre trentenne, il padre e sua sorella che ormai aveva già una famiglia. La casa di Meli è un quadrilocale formato da un salotto molto spazioso, una cucina in cui vi è compresa una penisola, due camere con il balcone e un bagno. Mag cerca in tutte cinque le stanze ma non c’è traccia di Meli.
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Allora Mag fa salire suo papà, che intanto era rimasto in macchina, e gli spiega che ha cercato dappertutto, ma non riesce a trovarla. I due iniziano a preoccuparsi, quindi decidono di chiamare i suoi genitori, pensando che forse fossero andati insieme a fare una passeggiata. Daniel prova più e più volte a chiamarli, finché la sesta volta il padre di Melissa rispose: -Pronto Daniel, cosa succede? -Ciao, volevo sapere se Melissa era lì con te. -No. Ora dovrebbe essere già a scuola! -No...guarda… -Cosa c’è, mi sto preoccupando! -...Melissa è sparita. A quel punto il padre di Melissa iniziò a piangere dalla disperazione. Daniel cercò di tranquillizzarlo, ma invano. Daniel riesce contattarsi con sua moglie Loren che è una detective, e secondo lui può essergli d’aiuto. Loren si reca immediatamente a casa dei Colway insieme alla sua squadra. Prima di tutto scartano l’idea di “allontanamento volontario”, perché lei non aveva parenti in zona da cui andare, e poi la ragazza non lo avrebbe mai fatto. Ora iniziano a cercano da qualunque parte delle impronte digitali, che però non appartengono alla famiglia, che potrebbero essere sulla maniglia della porta d’ingresso o della porta finestra. D’improvviso un agente di nome Zappavigna, che faceva anche lui parte della squadra, trovò delle impronte digitali, non appartenenti alla famiglia, sulla maniglia della porta, sia della camera di Melissa che in quella d’ingresso. -Detective! -Si, avete trovato qualcosa? -Si, queste impronte digitali risalenti ad un certo Jack Finder. Disse mostrandole una foto delle impronte digitali. Ora Zappavigna le fece una certa descrizione di Jack: -E’ un uomo di 29 anni, che in passato aveva avuto problemi con la legge. -Ben fatto Zappavigna, cerchiamo se nei dintorni sono presenti delle telecamere di sorveglianza.
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-Comandi Nel frattempo arrivarono i genitori di Melissa, che chiedevano a tutti informazioni sulla figlia. Il giorno seguente Loren esaminò attentamente il video delle telecamere, e difatti, i video confermano che rapitore è Jack Finder. Allora venne ricercato in tutto il paese, per fortuna si trovò un testimone che dichiarò di aver visto Jack passare furtivamente dalle parti di un cantiere abbandonato. Loren fece di tutto finchè , alla fine, lo trovarono proprio in quel luogo. Per fortuna riuscirono a recuperare Melissa , mentre il suo rapitore scappò in tutta fretta. Non passò tanto tempo che, fu preso. A quel punto lo arrestarono per ”sequestro di minore”. Loren chiese a Jack: -Perchè? Lui rispose dicendo: -Volevo vendicarmi, perché tempo fa, il padre di Melissa, che era un avvocato, non mi aveva difeso davanti a delle accuse false. Ora Melissa raccontò l’episodio: - Erano circa le 7.50 e io mi stavo preparando per andare a scuola, i miei genitori erano andati al bar e subito dopo sarebbero andati al lavoro, dopo cinque minuti vidi una persona avvicinarsi, e da lì non ero più cosciente. A questo punto la polizia affido Melissa ad una famiglia che lei conosceva bene. Era la famiglia.. Alessandra Quispe
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LA GARA Quando al mattino Martina apre gli occhi, il suo primo pensiero va alla particolare giornata che dovrà affrontare. Deve, e vuole, dare il massimo! La gara precedente non era andata per niente bene, aveva perso l’equilibrio in una mossa difficile. Era stata battuta da una concorrente non molto brava. La cosa l’ha irritata moltissimo. Solitamente quando si alza dal letto, Martina è spensierata… ma oggi no, è tanto... anzi tantissimo agitata! Decise di alzarsi. Va all’armadio, cerca e trova la sua tuta di karate. Mentre ritorna seduta sul letto pensa… “Una gara è una cosa molto importante e voglio a tutti costi vincerla. Secondo me se vai ad una gara solo per partecipare tanto vale che stai a casa sul divano a guardare la tv: si va ad una gara per vincerla!” Si siede sul letto e si mette la tuta. Finito di vestirsi va in bagno, davanti allo specchio si fa la coda, raccoglie i suoi capelli castani, che di solito tiene sciolti sulle spalle, legandoli con un elastico. Si dirige verso la cucina per fare colazione, ma beve soltanto un goccio di latte e mangia un pochino di cereali, niente di più, per essere leggera durante la competizione. Vorrebbe tanto mangiare una brioche al cioccolato, pane e nutella… Ma non può! Terminata la scarsa colazione si siede sul divano aspettando ansiosa l’ ora di partire. Questi dieci minuti passati sul divano sembrano un’ eternità. Viene finalmente l’ora di partire. Martina sale in macchina, al volante c’è il papà. Durante il viaggio Martina si sente agitata e ansiosa, resta in silenzio e pensierosa. Se pensa al momento della sfida il cuore le batte forte. Ad un tratto suo papà le chiede: “Sei pronta per la gara?” E lei: “Sì,sono pronta, ma l’agitazione non mi manca!!” Suo papà la incoraggia: “ Stai tranquilla vai sul tatami e fai i kata più forte che puoi…” Segue un minuto di silenzio, il suo cuore continua a pulsare. 29
“Se perdi non fa nulla, l’importante è che dai il massimo delle tue possibilità” continua il papà. A Martina questa frase non piace anche se apprezza le buone intenzioni del papà: se uno perde dando il massimo è evidente che non avrà un futuro brillante in quello sport! “Grazie papà”. Ma più ci pensa e più si convince che deve assolutamente ottenere un buon risultato. Il viaggio termina, sono arrivati a Gavardo, dove si trova la palestra allestita per la sfida. Là Martina incontra il suo maestro di karate e le compagne con cui si è allenata per la gara: sono, lei compresa, in cinque. Per la prima volta si trova a gareggiare con ragazze che non conosce, le sue compagne di allenamento sono nella categoria di quelle più grandi, hanno un anno in più di lei, che ne ha dodici. Il maestro Michele chiede: “Siete pronte?!?” Tutte rimangono in silenzio per qualche secondo, pensierose... Martina si accorge di non essere l’unica ad essere in tensione per la gara, ognuna lo è! Ora tutte rispondono “Sì”. Adesso è l’ora di lasciare da parte altri pensieri e di concentrarsi sulle tecniche dei Kata. Mentre gli accompagnatori vanno sugli spalti, le ragazze si recano negli spogliatoi. Martina indossa i pantaloni del Kimono e una felpa, non indossa il karategi completo, lo farà appena prima della gara. Tutte insieme entrano in palestra. Sull’ampio pavimento verde sono predisposti vari tatami pronti per le gare delle varie categorie. Ci sono diversi gruppi di atlete che si stanno già preparando. Gli spalti sono già affollati, c’è un intenso chiacchierio di sottofondo: sono i parenti delle atlete pronti a fare il tifo. Martina cerca con gli occhi suo padre e lo vede là in cima confuso tra la folla, la sta osservando.
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Inizia il riscaldamento; tutte si avvicinano con i loro zaini al maestro, li appoggiano, si dispongono in riga sul tatami e iniziano i consueti esercizi per scaldare i muscoli. Durante il procedere dei movimenti Martina si rilassa fino a raggiungere la necessaria concentrazione. Si avvicina il momento di gareggiare, ognuna recupera il proprio zaino per indossare il Kimono completo. Martina si allaccia la cintura rossa e tiene in mano quella blu: solo al momento dell’ incontro i giudici le diranno che cintura dovrà mettere. Le cinture rossa e blu servono solo per distinguere gli avversari durante la gara, ma lei ha raggiunto come livello la cintura marrone. E’ arrivato il momento! Nella palestra altre copie, di categorie diverse, si stanno già sfidando quando… “R. Martina rossa, N. Giada blu”chiama la voce alta e decisa del giudice di gara. Martina fa il saluto e va a posizionarsi in centro al tatami. E’ molto concentrata. Esegue un Empi perfetto, fa il saluto e lascia il posto a Giada. Quando anche lei ha finito aspettano impazienti il fischio dell’arbitro che arriva dopo qualche istante; tutti hanno alzato la bandierina rossa… Martina non crede ai suoi occhi, ha vinto tre a zero! Va a stringere la mano all’avversaria, è felicissima. E’ talmente concentrata che non pensa a guardare sugli spalti, ma già si prepara per la prossima sfida. Dopo dieci minuti circa l’arbitro la richiama. Stavolta esegue un Gojushiho sho e le viene bene; passa il turno due a uno! La chiamano per la terza volta, si esibisce facendo un Unsu: tre a zero, è in semifinale! Il quarto Kata è ancora un Gojushiho sho che la porta in finale. Per la finale ha la cintura rossa e presenta un Gankaku. Pensa di averlo eseguito correttamente, non sa se sarà la migliore. Aspetta con ansia il risultato. Quando vede alzarsi due bandierine rosse, un sorriso le si stampa sul volto: ha vinto la gara femminile di Kata!
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I suoi occhi cercano il papà sugli spalti. Lo vede esultante, è soddisfatto di lei. Martina Rinaldi
UN CARNEVALE TRAGICO Fabrizio era un ragazzo alto e magro, capelli bruni e occhi marroni,giocava a calcio e gli piaceva giocare alla play. -Che bella giornata!- disse Alessandro -Eh già- disse Fabrizio -Ho una bella notizia-Quale?- -Ho comprato dei biglietti per il carnevale di Rio- -Figoo, non vedo l’ora di partire-. Alessandro era un suo compagno di calcio, molto bravo e anche veloce. Si conoscevano da tanto tempo. Passarono i giorni e finalmente arrivò il giorno della partenza, caricarono i bagagli in macchina e partirono per l’aeroporto di Malpensa .Era molto affollato e solo dopo un’ora di attesa riuscirono a decollare. Il viaggio era stato lungo e quasi arrivarono, ma all’improvviso l’aereo perse quota e cadde nella foresta. Dopo qualche minuto Fabrizio si risvegliò, tutto graffiato e pieno di sangue. -Ale, sei vivo?- e lui non si mosse, tutti quelli a bordo erano morti. Zoppicante riuscì a trovare un’ascia nella cassa di emergenza e la usò per spaccare le lamiere dell’aereo. Uscito, capì che si trovava nella foresta Amazzonica e pensò che non ci fosse via di scampo. Era disperato e non sapeva cosa fare, gridava continuamente aiuto. Allora provò a esplorare la foresta per cercare del cibo. Era piena di ragnatele e insetti che gli salivano addosso, da sopra gli alberi le scimmie continuavano a saltare da un ramo all’altro. Dietro a un albero trovò un cespuglio di more e dopo aver mangiato si fermò a riposare. Tra l’erba vide strisciare un serpente. Ricomnciò a correre e si perse. Non sapeva più la direzione per tornare all’aereo. L’unica cosa che gli era rimasta era l’ascia. Ora doveva andare per forza a cacciare e davanti a lui trovò un cervo che stava bevendo da una pozzanghera, gli scagliò l’ascia addosso e la colpì sulla schiena. Dopo aver mangiato si costruì un rifugio con bastoni e argilla. Passata la notte sentì un elicottero che 32
stava passando in zona, lui urlò con tutte le sue forze ma non riuscirono a osservarlo, era in mezzo a una foresta piena di alberi alti 20 metri. Si guardava intorno e scorse un piccolo ruscello di acqua limpida, ma lungo il ruscello c’era un lupo che stava bevendo, il lupo alzò la testa e vide Fabrizio,lui cominciò a correre, ma era troppo veloce e allora decise di affrontarlo, impaurito e indifeso l’uomo trova un ramo lungo e affilato. Il lupo attaccò per primo ma venne respinto con una bastonata in testa, allora decise di farla finita e infilzò il lupo col ramo che cadde a terra sanguinante. Ritornato al suo rifugio pensò che l’elicottero sarebbe passato anche il giorno seguente. L’unica cosa da fare era accendere un fuoco che facesse tanto fumo. Il mattino seguente si svegliò molto presto e si preparò tutto il necessario per accendere il fuoco. Dato che non aveva fiammiferi e accendini usava il metodo dello sfregamento di due bastoncini di legno. Sentì dei rumori delle eliche dell’elicottero e si mise ad accendere il fuoco. Il fumo saliva alto e vide che l’elicottero stava facendo dei giri intorno al fumo. L’elicottero si abbassò di quota e lanciò delle scale per far salire Fabrizio. Salito sopra chiesero -Stai bene?- -Sì, ho solo dei graffi sulle gambe-. Da lì vide anche l’aereo che si era schiantato.
Fabritio Sarca
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VIDE IL NERO I capelli lunghi da varie sfumature di castano e oro, come il caramello, svolazzavano alle spalle di Sara quando si trovò su un drago mentre cavalcava i venti con le sue ali. Sara si teneva stretta al grande drago con la pelle squamata di un rosso corallo. Lei si girò incosciente di ciò che accadeva; una lunga coda color viola, con la fine a coda di rondine, le svolazzava davanti al suo viso. Sì voltò di lato; grandi ali sottili color rossastro svolazzavano come foglie d’autunno che cadono ondeggiando dal suo albero. Sara raddrizzò il viso e di fronte a lei piccole orecchie a punta, color verde come i primi fili d’erba che spuntano dopo gli strati di neve, combattevano contro il vento. Si voltò nuovamente per guardare ciò che si trovava al di sotto delle ali. Nei suoi occhi cristallini di un grigio verdastro che potevano assomigliare a un azzurro, con l’iride che sembrava vetro scagliato si rifletteva un grande lago color nero e un fitto bosco con alberi alti dalle foglie nere. Il drago si avvicinò a un villaggio in riva al grande lago, dai tetti ricoperti da muschio verde. Il rettile rallentò, si fermò sul posto e battendo fortemente le ali arrivò a toccare terra. Sara scese dall’enorme drago con un balzo e cadde sul terreno umido. Si alzo in piedi e si voltò verso il drago pulendosi le ginocchia dalla polvere di foglie secche. Il drago aspettava che si alzasse osservandola attentamente. Sara sentiva il caldo respiro sulla sua faccia. Il soffio proveniva da gradi narici poste sul muso del drago. Un muso di una pelle liscia color bianco che metteva in risalto i suoi grandi occhi viola. Occhi penetranti, cristallini e lucenti. La grande macchia sul muso faceva sembrare tutto così unico. I due si guardarono intensamente. Tra loro ci fu intesa. Niente poteva rovinare quel momento. Non fu come pensava Sara. Una scossa violenta si sentì ai loro piedi dei due. Gli alberi ondeggiavano, gli uccelli iniziarono ad allontanarsi dalle grandi piante, frantumi di polvere secche caddero su di loro. La scossa sembrava non volesse finire. Sara guardò il drago spaventata e il drago la leccò velocemente sulla guancia con la sua grande lingua mentre si allontanò di corsa e sbattendo le ali iniziò a volare via. Sara si mise a
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correre verso il piccolo villaggio avvistato in volo. Correva fortemente. Il terreno tremava sotto di lei e mentre si puliva il viso dalla saliva del drago con la manica del suo maglione arancione che teneva sopra i suoi jeans strappati. Arrivò alla piazza del villaggio formato da poche case di mattoni quando la scossa era ormai finita. Si trovò in mezzo alla folla. Tutti erano attenti a una voce. Sara si fece spazio tra la gente e arrivò davanti a un piccolo uomo grassottello con barba e capelli lunghi e bianchi. Lei iniziò ad ascoltare insieme alla gente il discorso del vecchio: << Ci distruggerà se non lo affronteremo. >> La folla acconsentì all’uomo che senza aggiungere altro se ne andò. Sara cercò di raggiungerlo tra la folla e quando le se avvicinò le chiese di cosa stesse parlando. L’uomo rispose: << C’è un grande mostro che cerca di attaccare il nostro villaggio insieme agli altri più vicini. Lo chiamano L’Uomo Nero.>> << E cos’ha contro di voi?>> chiese Sara. << Ci vuole controllare,rovinare e distruggere noi e l’ambiente inquinando. Abbiamo i nostri uomini a chiedere un aiuto ai villaggi vicini.>> <<Capisco… io vorrei aiutarvi signore.>> disse Sara. << ma mi sa dire di un certo drago viola?>> << Quel drago di cui parli porta i nuovi arrivati in questo villaggio.>> I due camminarono in silenzio tra la folla fin quando un altra scossa si sentì ai loro piedi. Il vecchio si fermò e guardando Sara le disse che se avesse voluto aiutare il villaggio doveva dare una mano per sconfiggere L’Uomo Nero. Sara accettò entusiasta al pensiero di aiutare gente in pericolo. Calò la sera e il vecchio uomo accompagnò Sara a casa di una famiglia già a conoscenza della situazione, per passare la notte lì. Sara fu accolta gentilmente da una famiglia di due giovani genitori e due bambini. La madre, Karla, aveva ventuno anni ed era sposata con Livio che aveva ventitré anni. I figli erano Markus, di tre anni e Alfredo di un anno. La famiglia la servì con una tazza di latte fumante, mentre Karla preparava il suo letto per la notte. Sara si interessò dell’Uomo Nero e loro raccontarono della loro storia e dei compiti assegnati agli abitanti del villaggio.
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<< L’Uomo Nero è un grande mostro creato dall’inquinamento. Combatterlo non sarà semplice. Per vincere contro il mostro si deve staccare la spina che lo mantiene in vita. Questa spina si trova in cima a un grande monte aguzzo su cui ci si bisognerà salire.>> Karla le disse che la spina di cui le raccontava si trovava a miglia di distanza e che c’era bisogno di partire il mattino seguente. Così fu; Sara insieme ai più forti e ai volontari dei paesini si misero in marcia su cavalli il giorno successivo verso il monte. Li aspettavano due settimane di galoppo tra i boschi neri, muniti di scorte di cibo e acqua, ma il più importante fu la resina d’albero d’oro che servirà a far ritornare l’ambiente pulito. Questo albero era magico, era rimasto nell’unica parte ancora viva del villaggio e serviva a mantenere la natura sana e pulita. L’albero d’oro era una grande quercia dalle foglie oro, con un foro nella quercia marroncina da dove usciva resina oro brillante. Di resina ne era rimasta poca quindi il trasporto di essa era molto curato e attento. Il grande gruppo doveva stare attento a non incontrare per strada un succhia-oro. Piccole persone che si nascondevano dietro gli alberi. Hanno orecchie a punta nascoste dietro i lunghi capelli che portano davanti ai grandi occhi. Indossano,nel momento di caccia, una tuta verde con in vita una cintura che usavano per portare le loro armi: piccoli tubi di bambù secco che servivano a ferire il nemico con piccole freccette. Loro come la natura, avevano bisogno per vivere della resina che serviva a renderli più forti e aiutarli a vivere. Il tragitto andò tranquillo tranne per qualche imprevisto come scosse improvvise o ostacoli. Dopo cinque giorni arrivarono al grande monte dove dovettero salire senza farsi notare dal grande mostro alto quanto la montagna. Aveva una lunga veste nera con il cappuccio che copriva il suo viso. Aveva piedi e mani verdi e rugosi che si vedevano mentre gironzolava accanto al monte. Scelsero di salire sul monte Sara e altri due membri del gruppo che portarono la resina. Sara mise il piede su una pietra mobile facendola cadere e catturando l’attenzione del mostro. L’uomo nero si avvicinò curioso verso Sara. Ed ecco che il grande drago era venuto e la salvò per un pelo. Il drago era venuto per distrarre il mostro. I tre sul monte si velocizzarono e arrivarono in cima al monte. Sara si guardò attorno a se mentre gli altri due si occuparono della spina. Tutto il bosco era nero
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senza vita. Sara si girò verso gli altri due al lavoro. Tirarono fuori la presa dal monte e riempirono il buco mancante della spina con la resina. Finito ciò si guardarono alle spalle. Tutto piano piano iniziò a riprendere vita. Il drago si avvicinò a loro e li fece salire in groppa. Il rettile li accompagnò a terra e poi fino al popolo. Arrivati al villaggio si fece festa per una settimana intera.
Sara Alessia Silaghi
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12 ore di panico Mi chiamo Beatrice ho 20 anni ,e grazie alla borsa di studio mi trovo in una prestigiosissima università non accessibile a tutti a New York: la Columbia University. Vivo con una coinquilina che ha la mia stessa età che frequenta parte dei miei corsi, grazie a lei ho stretto molte amicizie ed ho conosciuto James un ragazzo di 21 molto carino e simpatico che è diventato il mio migliore amico, che mi ha fatto conoscere la sua ragazza Chantal che è diventata anche lei una delle mie migliori amiche. Dopo i miei studi ho trovato lavoro in aeroporto, nonostante sia un lavoro bellissimo mi piacerebbe fare l’interprete inglesefrancese. Non ci posso credere oggi 28 febbraio 2030 per la prima volta nella mia vita ho assistito ad un attentato, dove tre terroristi hanno preso d' assalto l’aeroporto ed hanno cominciato a sparare a mezz’aria. Quei terroristi hanno preso dodici ostaggi di cui una donna incinta e tre bambini tra i 3 e i 5 anni. Io e la mia collega eravamo andate nel ripostiglio per cercare alcuni oggetti, lì sentimmo alcuni spari. Il ripostiglio era una delle poche zone dell’aeroporto senza telecamere, perché i terroristi erano riusciti ad entrare nella zona di monitoraggio. I terroristi assicurati che l’aeroporto fosse vuoto chiamarono i loro rinforzi che vagavano per l’aeroporto a controllare non ci fosse nessuno. Io e la mia collega volevamo tentare di fuggire anche se sapevamo che erano ovunque, e probabilmente non ci saremmo riuscite. Sentimmo dei passi provenire lungo i passi del corridoio e subito dopo altri e una delle due voci probabilmente la seconda disse "non preoccuparti ho già controllato tutto." A quel punto lo spavento che presi svanì, ma sapevo che sarebbe durato poco, la mia collega suggerì di tentare di 38
spostarci verso l’uscita ma le dissi che se ci fossimo spostate verso l’uscita ci avrebbero visto. All’improvviso mi ricordai che per spegnere le telecamere si doveva entrare nella sala di controllo, vero problema a questo punto era arrivare nella sala. Fortunatamente in quel periodo le telecamere dell’aeroporto avevano problemi a filmare bene,visto che era l’unica scelta per uscirne prendemmo coraggio ed andammo silenziosamente entrate nella sala ci accorgemmo che era vuota e così senza perdere tempo staccammo tutte le prese. Sentimmo il suono dello scarico, perché vicino alla sala di controllo c’era un bagno, da dove uscì un u0mo piuttosto minuto con degli occhiali simili a quelli di Harry Potter; appena ci vide disse ad alta voce: abbiamo visite! Così i suoi colleghi si precipitarono verso di noi guardandoci con disgusto e accarezzandoci i capelli facendo sarcasmo su di noi, feci finta di essere interessata al boss dei terroristi, facendo finta di volerlo bacialo presi il suo mitra e glielo puntai in testa e dissi che se non avessero liberato tutti gli ostaggi lo avrei ucciso. Come previsto il Boss ci teneva alla sua vita ed avrebbe fatto di tutto per liberarsi, e così liberarono tutti gli ostaggi e la mia collega. Ero rimasta sola dentro l’edificio con loro, la polizia e le ambulanze e i militari era attorno all’edificio, ma non sapevano come intervenire perché sapevano che se avessero tirato contro i terroristi i terroristi avrebbero ucciso tutti gli ostaggi. Gli ostaggi appena liberati vennero controllati per vedere se nessuno era ferito, mentre io ero ancora dentro con loro e fecero una telefonata al direttore dell’aeroporto e dissero che doveva dargli una somma di un milione di dollari entro 12 ore e nessuno si sarebbe fatto male, così fu costretto a procurarsi quella cifra e inoltre aggiunse che se i poliziotti e i militari non se ne sarebbero andati loro non si sarebbero mossi e così furono costretti ad evacuare la zona, ma non appena i terroristi misero piede fuori dall’edificio furono abbattuti. Per
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fortuna i terroristi mi avevano detto di non abbandonare l’edificio, sentii una specie di tonfo, mi affacciai e vidi che erano stati abbattuti ed in quel momento provai un sollievo.
Beatrice Yamessi
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Fuga da Alcatraz Siamo in un giorno normalissimo nel carcere di Alcatraz, uno dei carceri più sicuri di New York dove sono rinchiusi i criminali più temuti al mondo tra cui Jason Bornum, uno spacciatore di droga e di stupefacenti e criminale pericolosissimo; è rinchiuso in una cella con le sbarre in acciaio. Non va d’accordo con nessuno dei carcerati e spesso e volentieri si scatenano risse che lo riguardano. Non è sempre stato lì, in realtà ai tempi dei suoi primi omicidi venne rinchiuso in un carcere non molto sicuro e scappò facendo un buco grazie al suo martello. Non si fece più trovare per un anno e si tatuò metà del suo cranio, compreso il suo occhio sinistro, di nero. Lo ritrovarono in un covo segreto sperduto dove spacciava droga e fu arrestato lui e tutta la sua compagnia tranne uno che riuscì a scappare e lanciò sulla macchina della polizia una tanica di benzina infiammata che incendiò tre quarti della macchina. Jason fu l’unico a sopravvivere e scappò, ma durante il tentativo di nascondersi, sbucò da una curva un’altra macchina con quattro poliziotti armati che lo minacciarono di sparargli se avesse cercato di scappare. Jason non si fece intimorire e scappò in mezzo agli alberi ma un poliziotto riuscì a colpirlo sulla gamba destra con un proiettile con dentro un sonnifero. Al risveglio Jason si domandò dove fosse e si accorse che aveva un buco sulla gamba e suppose che gli avessero sparato un proiettile sonnifero. Fin da subito mise in evidenza il suo carattere acido e scontroso. Il primo giorno nell’ora d’aria, concessa ai carcerati, Jason si arrabbiò moltissimo perché gli tirarono un sasso sulla schiena con molta forza e si scatenò la prima rissa con un detenuto molto forte e grosso. Una settimana dopo gli arrivò la notizia che doveva stare in carcere per il resto della sua vita: era stato condannato all’ergastolo. La gente, dopo aver sentito la notizia al telegiornale, si tranquillizzò molto.
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Jason dopo aver sentito ciò che lo riguardava si mise in testa che se ne doveva andare il prima possibile. Ci vollero tre notti per escogitare un piano per evadere, ma gli venne in mente di fare come aveva fatto nel carcere precedente ovvero di scavare un buco sotto la sua cella, solo che a differenza dell’altro carcere non aveva il suo martello e il suo piccolo piccone, quindi decise di farlo a mani nude senza che nessuno se ne accorgesse. Erano le tre e mezza di notte, quando tutti dormivano, iniziò a fare il suo buco con molta fatica ma, dopo circa due metri trovò un coltello con la lama affilatissima. Felicissimo di averlo trovato richiuse il buco fatto e nascose il coltello sotto il materasso in cui lui dormiva. La sera dopo il ritrovamento del coltello, passò la guardia e Jason gli chiese un po’ d’acqua e la guardia lo accontentò. Mentre questi gli porgeva l’acqua Jason prese il coltello e uccise la guardia prendendogli le chiavi delle celle. Evase molto facilmente e liberò anche altri membri della sua banda, vecchia guardia, amici di piccoli furti e complici in omicidi. Evasero. Fuggirono. La notizia arrivò in tutta America grazie ai giornali e ai telegiornali, la gente era spaventatissima sapendo che era uno di criminali più temuti al mondo. I poliziotti controllarono subito i video delle telecamere di sorveglianza e notarono il coltello con cui aveva ucciso la guardia ed incominciarono a ricercarlo per tutta New York ma non ci fu niente da fare. Passarono due settimane e Jason riuscì a trovare un rifugio sicuro e sperduto sperando di non andare in carcere per l’ennesima volta e comunque stava escogitando come uccidere i poliziotti o chiunque lo avesse scovato. I membri che aveva liberato lo rifornivano del necessario per vivere con cibo e acqua e armi in cambio di droga. Passarono due giorni e, tramite un amico di famiglia loro complice, alla porta si presentarono i genitori di Jason. Aprì con una pistola in mano per sicurezza. Era confuso ed emozionato ma dopo un lungo discorso i genitori gli dissero che un criminale in casa non lo volevano e gli chiesero di costituirsi o avrebbero chiamato la polizia e Jason dopo
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quell’affermazione sparò a entrambi uccidendoli e buttando i cadaveri in un campo ad un chilometro dal suo rifugio. Quest’ultimo omicidio lo segnò con violenza, era confuso e quasi venivano meno le sue certezze. Non si fidava più neanche dei membri del suo clan. I poliziotti pensavano che se non lo avessero trovato entro quattro mesi sarebbe stato un guaio grandissimo e sarebbe riuscito a fare molti altri crimini e omicidi, ma non si arresero perché erano motivati da molte persone che continuavano ad incitarli e a dire loro che se continuavano così ce l’avrebbero fatta a catturarlo. Misero delle telecamere in tutti i negozi di New York per evitare furti e rapine varie. Il 23 Settembre nell’Ufficio della polizia, che si stava occupando di questo caso, arrivò un ragazzo di ventidue anni che diceva di averlo visto in una casa sperduta su una montagna. I poliziotti si fecero portare nella casa sperduta e quando scesero dalla macchina, con una serie di colpi di ascia distrussero la porta e si trovarono davanti Jason con una mitraglietta in mano che usò per uccidere una guardia, ma l’altra guardia con più esperienza ferì molto gravemente Jason colpendolo alla pancia. Alla fine Jason fu riportato in carcere e prima di rinchiuderlo nella cella, controllarono attentamente che non ci fosse nessun oggetto pericoloso con cui Jason potesse evadere. Le notti e i giorni passavano lentamente, nella mente di Jason, come un film, si succedevano tutti gli eventi e avvenimenti che avevano caratterizzato una vita violenta e senza amore. Chi lo ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita, l’ha visto spesso in riflessione, leggeva ma continuava a non voler parlare con nessuno. Solo un uomo veniva a trovarlo, parlavano dalle sbarre e spesso piangeva insieme a lui. Ad Alcatraz nessuno ha mai saputo chi fosse. Lorenzo Serioli
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