Fantascienza? E chi l’ha detto!? In undici brevi flash, scoprite le altrettante scoperte che l’anno scorso hanno tramutato fantascientifiche invenzioni in veri progressi tecnologici!
IL CORAGGIO DI MALALA
Pagina 4
€ 0,50
Einstein’s got talent! -pagina 16
Ogni uscita, un’intervista ad un talento (musicale, sportivo, etc.) del nostro
Liceo! Questo mese, Nicola Pantani!
Pensieri di Nicolas -pagina 22
Nicolas è un creativo: dipinge, scrive…; una piccola parte dei suoi pensieri li troverete in questa nuova rubrica!
Dicono: Voci di Corridoio -pagina 23
La nuova rubrica di lifestyle!
EDITORIALE - E la fine del mondo passò. – Pagina 1
ATTUALITA’
Obama è tornato – Pagina 3
Il coraggio di Malala – Pagina 4
Scontri in medio oriente – Pagina 7
Hijab – Pagina 8
INTERVISTE
School Upgrade – Pagina 10
Il patto di stabilità e la scuola – Pagina 11
Einstein’s got talent|Nicola Pantani – Pagina 16
SCIENZA & TECNOLOGIA
Fantascientifico 2012! – Pagina 17
Potenziamento umano – Pagina 20
SPECIALI
Pensieri di Nicolas – Pagina 22
Dicono: Voci di corridoio – Pagina 23
RECENSIONI
Lo Hobbit – Pagina 25
Argo – Pagina 27
Io uccido – Pagina 28
IPSE DIXIT E GIOCHI – Pagine 29 e 30
Ringraziamenti
Luca Talevi
Beatrice Massari
Nicola Vito Aliano
Lorenzo Foschi
Milena Frisoni
Sergio Cantore
Valentina Iacone
Andrea Filippi
Raja Eladi
El Numa Millipop
Esmeralda Musaraj
Adriano Meis
Manuel D’Urso
Le gentili operatrici scolastiche del piano terra!
E LA FINE DEL MONDO PASSO’
Incredibile pensare che ci sia stato qualcuno in grado di rovinarsi per comprare bunker, armi, approvigionamenti per anni soltanto perché un certo numero di santoni si divertì, qualche anno fa, a giocherellare con i numeri e i significati ben poco compresi del calendario maya. L’umanità non è nata ieri. Siamo una forma di vita essenzialmente giovane, su scala universale, ma abbiamo il vantaggio di essere molto intelligenti e molto paranoici. Non esiste possibile pericolo che non sia stato immaginato da qualcuno, che non abbia preoccupato qualcuno, che non sia stato oggetto di studi e che non abbia una procedura standard per affrontarlo schedata negli archivi di una qualche nazione. Siate sereni: la fine di Gaia non arriverà. Non conviene a nessuno.
Credo che il 2012 sarebbe piaciuto molto a Giovanni Verga.
Perché dico questo?
Non conosco una sola persona a cui il 2012 sia andato bene. Vuoi le tasse, vuoi la quantità anormale di di sfortuna (va bene, chiamatela “serie di eventi casualmente contro il volere degli individui protagonisti degli stessi”, il risultato non cambia) che ci ha colpiti un po’ tutti, l’anno passato ha visto ben pochi sorrisi malinconici a capodanno.
Tuttavia, a livello di progresso globale è stato un anno meraviglioso, ve lo posso assicurare.
E’ stato l’anno del boom della democrazia globale via internet, rappresentata da siti come Avaaz.org - il quale, da solo, è stato in grado di raccogliere abbastanza firme e fondi da persone di ogni parte del globo da riuscire a fermare lobby mondiali nella lotta per il trattato ACTA (ricordate? Ne ha parlato Nicola l’anno scorso) o da far firmare al presidente del Pakistan un programma per l’educazione delle ragazze pakistane in onore di Malala (se non sapete chi è -vergogna!- ne parla Beatrice a pag. 4 ).
E’ stato anche l’anno di innovazioni tecnologiche tanto grandi da sembrare quasi fantascientifiche, dal mantello dell’invisibiltà alla stampa tridimensionale passando per la pelle spray - e molto molto altro. Ne parlo io a pag. 17, ma posso assicurarvi che quello che ho scritto è solo la minima parte dei grandi cambiamenti scientifici di quest’annonei prossimi numeri di Utopia leggerete delle cose veramente sensazionali. Trust me.
E’ stato infine l’anno degli esperimenti politico-utopici. Non ha fatto molta notizia, ma sapete che le comunità democratiche indipendenti stanno aumentando esponenzialmente? A questo servono le crisi: a mettere in discussione gli standard e trovare nuove soluzioni.
Il mondo sta cambiando radicalmente. Internet, le fonti di energia rinnovabili locali, gli esperimenti di “neopolitica”, la nuova cultura dell’interconnessione, la imminente (imminente?) nascita delle IA, le innumerevoli proteste che avvengono in paesi finora considerati “statici” sono tutti elementi di svolta estremamente importanti per l’umanità.
Vi è, tuttavia, un altro elemento in dirittura d’arrivo che potrebbe essere ancora più sconvolgente: il potenziamento umano.
E’ difficile prevedere quali saranno i suoi effetti sull’attuale società. Risolverà tutti i problemi del corpo umano e ci libererà da infermità, senescenza, handicap o diverrà invece motivo per una nuova ondata di
discriminazione dei “super-umani” per i “normali”? Sarà la scintilla che farà esplodere il sotterraneo malcontento culturale mondiale?
L’argomento è affrontato da Nicola a pag. 20.
Segnalo infine che da questo numero inizia una nuova rubrica di moda e costume gestita da “El Numa” (pag. 23), una rubrica di interviste ai talenti dell’Einstein (musicali, sportivi, ecc.) gestita da Milena (pag. 16) e la nuova sezione speciale “L’angolo di Nicolas” che raccoglie i pensieri di Nicolas di Tempore (pag. 22)
Ora, un piccolo annuncio personale: questo è l’ultimo numero che gestirò. A febbraio “rassegnerò le dimissioni” dal posto di caporedattore di Utopia (anche se resterò come “giornalista scientifico” e consulente redazionale dietro le quinte)
Il quinto anno mi assorbe troppo perché possa tenere al guinzaglio una redazione e, in fondo, è giusto che lasci il posto a persone nuove.
Una cosa ho imparato da questi tre anni: per quanto sia grande l’impegno, non si può davvero pensare di lavorare soli.
Una redazione non è redazione solo perché si chiama così: per funzionare deve avere un obiettivo comune, un impegno costante, gli strumenti adatti, dei coordinatori efficienti – tutte cose che fin troppo spesso sono mancate in questi anni. Tanto tempo è passato dalla fondazione di questo giornale, tanto abbastanza da consentire all’entusiasmo associato al parteciparvi di sciamare in una pigra accettazione dei compiti assegnati dal “capo”. Comprendo ora quello che mi diceva Angelica tre anni fa: “Esci [pubblica il giornale], non importa cosa pubblichi o come: esci perché, se hai il numero di articoli sufficienti a giustificare un’uscita, sei già fortunato”; all’epoca il discorso mi inorridiva: se non si pubblicano argomenti interessanti, perché uscire? Onorevole proposito – tuttavia fattibile solo se la redazione risulta composta di persone che lo condividono. Purtroppo non è quello che è successo.
“Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto... chi ha dato, ha dato, ha dato... scurdámmoce 'o ppassato...”
Tuttavia, sono stati anni estremamente interessanti.
Le lunghe ricerche negli archivi giornalistici mi hanno consentito di comprendere l’importanza del ruolo dei media - e di capire quante volte essi ne abusano o non ne rispettano il valore.
L’informazione non è assolutamente una cosa da prendere sottogamba: è una parte importantissima della nostra società ed è, con tutta probabilità, destinata a diventarne l’elemento fondamentale. Dico solo una parola: internet.
Vi prego, non lasciate che siano i “grandi giornalisti” a fare la vostra cultura: usateli solo come alcune delle vostre innumerevoli fonti!
Siate critici, siate curiosi, siate vitali.
Che il cammino per l’utopia vi conduca sui più splendidi orizzonti. Ave atque vale!
Luca Talevi, 5L
OBAMA È TORNATO
Alle 5.15 del mattino del 6 novembre Barack Obama è stato rieletto presidente degli Stati Uniti d’America. Sì, il Presidente ce l’ha fatta. Dopo lunghi mesi di dura campagna elettorale è riuscito a riconquistare il cuore degli americani.
«Four More Years» è stato ancora una volta uno slogan vincente che lo ha trascinato al successo, come il «Yes We Can» del 2008. «Finirò quello che ho iniziato. Il meglio deve ancora venire» annuncia ai sostenitori urlanti che, da Chicago (quartier generale del neo presidente) a New York sono scesi in strade e piazze a festeggiare la rielezione del capo del governo americano.
All’Election Day si era arrivati a un pressante testa a testa con Romney che presagiva a una lunga notte elettorale, con ipotesi di un riconteggio o addirittura di un epico pareggio. Invece per Obama è andato tutto bene, e non c’è stato nemmeno bisogno di aspettare i verdetti di Florida e Virginia: sono bastati i voti dell’Ohio per capire chi sarebbe salito a capo del governo. Romney, tuttavia, ha conquistato il voto popolare degli stati del sud confermando un testa a testa con un po’ di suspense.
Dopo un’ora dall’annuncio dell’esito delle elezioni si è venuto a sapere che Romney aveva chiamato il suo rivale per congratularsi: «Auguro al presidente, alla First Lady e alle loro figlie ogni bene. Questi sono tempi molto difficili per la nostra grande Nazione». Queste sono state le sue parole ai supporter accorsi al quartier generale di Boston dove da parecchio si aveva rinunciato ai festeggiamenti (al contrario del McCormik).
Quello che sale sul palco è un Obama in versione 2008 che promette: «L’America migliore deve ancora venire! ». E sicuramente in questo secondo mandato potrà agire senza più essere condizionato dalla prospettiva di una rielezione, da una nuova campagna elettorale all’orizzonte, ma soprattutto potrà dare il meglio di sé dimostrando di non limitarsi solo a promettere. Ora la politica fiscale americana continua a pesare sui cittadini e continuerà a farlo per almeno la prima metà dell’anno.
Dopodiché l’economia dovrebbe avere uno slancio grazie al settore privato, o almeno queste sono le previsioni che partono dal presupposto che si sia trovato un accordo su un piano fiscale per il 2013.
Nel frattempo Obama avanza nel le trattative con il leader repubblicano John Boehner, con cui ha discusso telefonicamente.
Il compromesso più probabile comprenderà la scadenza degli alleggerimenti fiscali dell'era Bush, con un aumento della pressione duro anche per i più ricchi, una riduzione dell'aumento delle aliquote e una serie di tagli delle spese dello Stato, oltre all'aumento del tetto del debito. Tutti questi cambiamenti dovrebbero comunque influire sul PIL del 2013 per un 1,25%. «Gli impedimenti alla crescita saranno significativi, soprattutto nella prima metà dell'anno, ma gestibili», ha scritto Zandi, sottolineando che «con ulteriore chiarezza su tasse e budget, le aziende, le banche e le famiglie dovrebbero tornare ad essere più aggressive su investimenti, assunzioni, prestiti e spese».
Domenica pomeriggio il presidente e il leader repubblicano «si sono incontrati per discutere degli sforzi per risolvere il fiscal cliff. Le linee di comunicazione rimangono aperte», hanno fatto sapere entrambe le parti con due note diffuse ,separatamente, ma identiche tra loro. Anche se né Obama né Boehner hanno rilasciato commenti sulla riunione, non è difficile ipotizzare gli argomenti: il punto di principale attrito resta l'aumento dell'imposizione fiscale per i cittadini più ricchi, richiesta imprescindibile per il presidente e concessione infattibile per i repubblicani.
Valentina Iacone, 1B
IL CORAGGIO DI MALALA
Sicuramente tutti hanno sentito parlare almeno una volta, in questi mesi, di Malala Yousafzai, la quindicenne pakistana aggredita nella valle dello Swat dai Talebani, a causa della sua lotta per il diritto all’istruzione delle donne. La storia di Malala, definita da Newsweek (settimanale statunitense) “la ragazza più coraggiosa del mondo”, inizia già dal 3 dicembre 2009, quando all’età di dodici anni inizia a scrivere un diario per un reporter di BBC Urdu in contatto con suo padre. In questo diario, sotto falso nome, Malala racconta la storia delle giovani e delle donne dello Swat sotto il potere talebano, alle quali era proibito fare pressoché qualunque cosa: erano vietate la televisione, la musica, era vietato persino fare spese. La distruzione dei diritti delle donne giunge al culmine con una comunicazione dei Talebani: il divieto alle ragazze di andare a scuola, a partire dal 15 gennaio 2009. Nel suo diario, Malala racconta di come poche studentesse, nell'ultimo periodo prima di quel giorno, avessero il coraggio di andare a scuola, con la costante paura di essere attaccate:
Lunedì 3 gennaio
“Avevo paura di andare perché i talebani hanno emanato un editto che proibisce a tutte le ragazze di frequentare la scuola. Solo 11 compagne su 27 sono venute in classe. Il numero è diminuito a causa dell’editto dei talebani. Per la stessa ragione, le mie tre amiche sono partite per Peshawar, Lahore e Rawalpindi con le famiglie.
Mentre tornavo a casa, ho sentito un uomo che diceva “Ti ucciderò”. Ho affrettato il passo, guardandomi alle spalle per vedere se mi seguiva. Ma con grande sollievo mi sono resa conto che parlava al cellulare. Minacciava qualcun altro.”
Dopo il 15 gennaio, molte scuole vengono bombardate e distrutte anche se già chiuse:
Lunedì 19 gennaio
“Altre cinque scuole sono state distrutte, una di queste era vicina alla mia casa. Sono abbastanza sorpresa, perché queste scuole erano chiuse, che bisogno c'era di distruggerle? Nessuno è andato a scuola, seguendo la regola dei Talebani. Le autorità sono accusate di fare troppo poco per proteggere le scuole.
Oggi sono andata a casa della mia amica, e mi ha detto che qualche giorno fa qualcuno ha ucciso Maulana Shah, zio di Dauran; ha detto che forse i Talebani distruggono le scuole arrabbiati per questo.
Ha anche detto che nessuno aveva fatto soffrire i Talebani, ma quando vengono danneggiati se la prendono con le nostre suole. Ma l'esercito non fa niente a riguardo. Stanno seduti nei loro bunker in cima alle colline. Macellano le capre e mangiano con piacere.”
La famiglia di Malala decide quindi di trasferirsi in città più pacifiche, per poi tornare nello Swat nel febbraio del 2009. Le scuole femminili non hanno ancora riaperto, e anche quelle maschili hanno deciso di chiudere per solidarietà. La città, ormai, è deserta, i negozi chiusi, le strade sgombre. Anche la casa della famiglia di Malala è
stata derubata.
La situazione resta analoga fino al 15 febbraio, giorno in cui i Talebani annunciano alla radio un accordo di pace con il governo. Più tardi, il 21 febbraio, le scuole femminili hanno il permesso di riaprire, a patto però che le studentesse indossino il burqa:
Sabato 21 febbraio
“La situazione nello Swat si sta calmando gradualmente. Anche sparatorie e bombardamenti sono diminuiti. Ma la gente è ancora spaventata e ha paura che il trattato di pace possa essere sciolto.
Ci sono voci secondo cui alcuni comandanti Talebani non aderiscano a questo trattato, e dicano che continueranno a combattere fino all'ultimo respiro. Mi batte forte il cuore quando sento queste voci. Perché lo stanno facendo?
Poco fa Maulana Fazullah (un clericale pro-Talebani) ha annunciato sulla sua stazione radio che solleverà il divieto all'istruzione femminile. Ha annunciato che le ragazze potranno andare a scuola fino agli esami del 17 marzo, ma dovranno coprirsi.
Sono molto felice di sentire queste parole, non pensavo che sarebbe mai accaduto.”
Le scuole riaprono il 25 febbraio, e la vita quotidiana riprende abbastanza tranquillamente. Dalle parole della ragazza, però, si può ben capire che il senso di paura tra gli abitanti della valle dello Swat è rimasto invariato, anche in assenza di sparatorie o elicotteri di ronda e sotto la sorveglianza dell'esercito. E' commovente e spiazzante allo stesso tempo leggere del piccolo fratellino della ragazza, che torna a casa da scuola in lacrime con la paura di essere rapito ed ogni giorno prega “Oh Dio, porta la pace allo Swat, e se non la pace allora porta qui gli Stati Uniti o la Cina”. Il blog di Malala termina nel giorno del 12 marzo, ma la traduzione in inglese è disponibile solo fino al giorno del 4 marzo. Dai suoi racconti iniziano a vedersi già i primi segni di un imminente crollo del trattato di pace:
Giovedì 4 marzo
“Oggi la nostra insegnante ci ha chiesto quante ragazze ascoltano la radio, e molte hanno risposto che tempo fa lo facevano, ma ora non più. Ma alcune ragazze hanno detto che continuano ad ascoltarla.
Erano dell'ottica che una volta finite le trasmissioni radio, solo allora la pace sarebbe potuta ritornare nello Swat.
I Talebani dicono di usare la radio per diffondere gli insegnamenti del Corano, ma il comandante Khalil, dopo un breve insegnamento sul Corano, passa subdolamente a minacciare i suoi nemici. Alla radio si fanno annunci riguardanti combattimenti, attività e omicidi.
Durante il ritorno da scuola, oggi, abbiamo visto volare degli elicotteri. Volavano molto in basso sulla nostra scuola. Le ragazze hanno chiamato i soldati e gli elicotteri se ne sono andati ondeggiando, ma i soldati sembrano essere stanchi di vederli ondeggiare.”
I segni premonitori non sono sbagliati: in aprile viene divulgata una legge che vieta alle donne di andare al lavoro o ai mercati. Il mese successivo, gli scontri armati tra il governo ed i Talebani riprendono. La città in cui vive Malala con la sua famiglia, Mengora, viene evacuata, e la famiglia della ragazza viene separata: il padre Ziauddin viene mandato a Peshawar per protestare: dal suo attivismo la ragazza prenderà grande ispirazione. Al contempo, Malala inizia a girare un documentario per un reporter del New York Times in cui racconta la sua
vita presso i parenti che la stanno ospitando, e man mano che ha notizia delle attività del padre, matura un forte desiderio di aiutare il suo paese a ritrovare la pace: “Ho un nuovo sogno... Dovrei entrare in politica per salvare questo paese. Ci sono così tante crisi qua. Voglio rimuoverle.”
Nel luglio del 2009, l'esercito riesce a scacciare i Talebani dalle città, e molte famiglie, tra cui quella di Malala, possono riunirsi e tornare nelle loro case. In questo periodo, la ragazza incontrerà Richard Holbrooke, rappresentante di Obama in Afghanistan e Pakistan, e gli chiederà di aiutarla a sostenere l'istruzione femminile.
A partire dal dicembre del 2009, quando la vera identità della giovane blogger pakistana è stata svelata, Malala ha iniziato la sua scalata verso il successo: ha rilasciato interviste a giornali e televisioni di tutto il mondo, ed è stata nominata per molti premi per la pace, come l' International Children's Peace Prize ed il National Youth Peace Prize, e anche al premio nobel per la pace Il suo attivismo ed i suoi ideali, insieme a quelli del padre, hanno fatto il giro del mondo: i due fanno infatti parte del gruppo delle pochissime persone che osano opporsi pubblicamente ai Talebani.
Man mano che la celebrità di Malala si è estesa, anche i pericoli che corre si sono moltiplicati. La ragazza è diventata un simbolo nella difesa delle donne e della cultura, screditando a livello internazionale gli esponenti dei Talebani. E' per questo che recentemente, il 9 ottobre di quest'anno, ha subito un attentato durante il suo viaggio in autobus al ritorno da scuola. “Chi di voi è Malala?” Una semplice domanda, dopodiché alla ragazza sono stati sparati due colpi di pistola, uno al collo ed uno alla tempia.
E' stata immediatamente ricoverata prima a Peshawar, poi all'ospedale di Birmingham, che ha offerto ospitalità a lei ed alla sua famiglia. Malala non si è arresa: dopo il successo dell'operazione di estrazione dei proiettili, la ragazza si è risvegliata dal coma e si è ricongiunta ai familiari. Ora può camminare autonomamente, la sua vista ed il suo udito sono risultati non danneggiati. Riesce a ricordare quasi completamente i suoi ultimi giorni di cura a Birmingham, e i momenti precedenti all'attacco, e da poco è stata dimessa, e sarà di nuovo ricoverata a fine gennaio per una ricostruzione del cranio.
L'incredibile storia di Malala si è svolta in luoghi molto lontani dalla nostra Italia, e può sembrare che le vicende che ha vissuto non ci riguardino direttamente. Questa ragazza, però, è diventata un simbolo in tutto il mondo, un simbolo di coraggio, di ribellione per la difesa dei diritti degli studenti, dei bambini, delle donne. In un periodo di instabilità e svalutazione della scuola come quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni, ed in particolare nell'ultimo mese, la determinazione di Malala nel difendere il suo diritto allo studio serve a ricordare anche a noi italiani che, nonostante molti vedano l'istruzione come un obbligo, e molto spesso un peso, la scuola e tutti i servizi annessi di cui possiamo usufruire non sono scontati, ed è compito di noi studenti, studentesse, ma anche insegnanti, difendere il valore della nostra cultura ed il nostro diritto di studiare.
Per chi volesse leggere il diario di Malala in versione integrale, è disponibile in inglese sul sito: http://criticalppp.com/archives/771
Beatrice Massari, 5I
SCONTRI IN MEDIO ORIENTE
Bombardamenti, centinaia di morti, migliaia i feriti:queste sono le scene che riempiono da mesi i nostri schermi. Stiamo parlando del terribile conflitto che vede schierati Israeliti contro Palestinesi, scontro che perdura ormai da troppo tempo. Ma quando ha avuto origine questo conflitto e perchè? Discordie fra le due fazioni si hanno già in periodo ottomano ma dopo la Seconda Guerra Mondiale la situazione degenera poiché il popolo ebraico sfuggito alla shoà tenta di riunirsi e di darsi una propria patria e un proprio ordinamento politico, e quale posto migliore della 'Terra Promessa’? Da qui si potenzia il movimento sionistico che prevede proprio la 'restituzione' dei territori che tanti secoli addietro erano stati terra dei loro Patriarchi. Inizia così una migrazione di massa che ha come meta l' odierna Israele. Aumentata notevolmente la loro presenza sul territorio, chiedono quindi che le zone da loro abitate siano ritenute stato indipendente. Tale richiesta non piace al popolo arabo che si sente depredato delle sue terre. Dopo l' Assemblea Generale delle Nazioni Unite che divide i territori in 2 parti (1947 ma la proclamazione della costituzione dello stato di Israele si ha solo un anno dopo), inizia una dura risposta dei Palestinesi che negano l'esistenza stessa della nuova organizzazione politica. Argomento di contesa diventa la gestione della striscia di Gaza inizialmente governata dall' Egitto, ma che nel 1948 passa sotto la giurisdizione di Israele che però lo perde nel 2005 quando entra sotto il controllo Palestinese, ma tale gestione non è totale in quanto le dogane sono gestite da Israele così come tutto lo spazio aereo e le acque territoriali.
Inutili i tentativi di compromessi richiesti dall' ONU: gli stati non vogliono saperne di cedere nelle loro condizioni. La situazione che si viene a creare è una polveriera sempre pronta a scoppiare , cosa che è successa tante volte sino ad oggi ma che ogni volta viene allentata grazie all' intervento dei paesi a loro limitrofi come l' Egitto e le azioni diplomatiche statunitensi, difensori da sempre dei diritti inalienabili dell' uomo e legati a Israele a causa del forte potere che la comunità ebraica esercita in America, e l' Europa, interessata ad avere un appoggio in quelle zone per il commercio con l' Oriente e per la ricchezza in quell' area di riserve petrolifere. Sono proprio queste alleanze che preoccupano maggiormente: il mondo si ritrova diviso con USA ed Europa da un parte e tutti i paesi arabi dall' altra, non si può negare la paura che questi scontri racchiusi dentro un' area relativamente delimitata possano sfociare in
Decisivi sono stati questi ultimi giorni le azioni burocratiche tenute dall' ONU per fermare gli contri che dal 14 al 23 di novembre (data della firma di una pace momentanea che sembra sempre pronta ad essere ritirata al minimo incidente) hanno causato la morte di 140 persone; la maggior parte di queste palestinesi. Impossibile non chiedersi del perchè di tale differenza: in primo luogo le armi israeliti sono decisamente superiori rispetto a quelle avversarie, inoltre le tattiche di guerra adottate sono discostanti, in quanto Israele tenta di colpire i centri nevralgici palestinesi mentre questi cercano di fare attacchi terroristici puntando quasi sempre a centri disabitati cercando di non colpire il popolo. Ci viene quindi da chiederci: in guerra è veramente tutto lecito? Il fine che ci prefiggiamo giustifica i mezzi e, soprattutto, le vite che ci allontanano dalla nostra vittoria?
Esmeralda Musaraj, 4H
HIJAB E TRADIZIONE
Eccoci qui a parlare dell'uso del velo da parte delle donne; un uso molto antico e diffuso, benchè oggi sia riferito sopratutto alle donne di religione musulmana.
La prima traccia dell'uso femminile del velo è attestata in un documento legale assiro del XIII secolo a.C., secondo il quale l'uso del velo è permesso esclusivamente a donne nobili, mentre viene proibito a prostitute e donne comuni, che devono girare a capo scoperto.
In questo modo il velo distingue non solo la classe sociale ma anche la "non accessibilità" della nobildonna allo sguardo comune.
Nelle religioni monoteiste, come Ebraismo, Cristianesimo e Islam, il concetto di coprire la testa fu associato a quello di "sacralità": coprire la testa significava non subire influenze esterne e rimanere concentrati verso il divino. Coprire un oggeto sacro con un velo ha la stessa valenza e anche nella magia si usa coprire alcuni oggetti affinchè restino "puri".
In occidente sempre più spesso ci capita di incontrare donne che indossano il velo, il "hijab" come si chiama correttamente in arabo. Vorrei innanzitutto spiegare il significato della parola "hijab": deriva dal verbo arabo trilittico hjb che significa coprire, nascondere; questo per spiegarvi anche che hijab non è semplicemente il fazzoletto che copre il capo, ma è tutto l'abbigliamento che copre la donna, le sue forme, diventato ormai simbolo di identità (religiosa) musulmana contestato e difeso sia nei rapporti con l'occidente che nell'ambito stesso del mondo islamico, tralasciando il suo vero valore emblematico. Allah (sia Gloria a Lui l'Altissimo) ha ordinato ogni azione che è un bene per noi e vietato di eseguire ogni azione che è un male per noi. Egli ordina alla musulmana di indossare l'hijab quando esce dalla sicurezza della sua casa o quando è in presenza di uomini estranei, affinchè non venga molestata. Quindi indossare l'hijab è un atto di obbedienza ad Allah (sia Gloria a Lui l'Altissimo) e al suo Profeta (pace e benedizione su lui): "...e di' alle credenti di abbassare gli sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere i loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti."(24:31)
Questa, quindi, non è una questione culturale, ma è obbedienza ad Allah (sia Gloria a Lui l'Altissimo); infatti nella società odierna possiamo osservare che le donne di fede musulmana non sono solo arabe. Le sue condizioni sono specificate nel Corano e nella Sunnah (comportamenti e detti del Profeta, pace e benedizone su lui) per fornire protezione e salvaguardia alle donne. Uno dei diritti fondamentali della donna musulmana è quello di non essere considerata come un oggetto di piacere ad uso e consumo degli uomini; la sua dignità è così preservata dalla modestia dell'abbigliamento, che ha il compito di conservare l'integrità della donna ed ispirare il rispetto nei suoi confronti. Il punto di vista islamico non è quello di impedire un rapporto
tra uomo e donna, ma di basarlo su regole fondamentali che diano alla donna il diritto di essere considerata per ciò che ella è e non per ciò che ella mostra di sè, e far sì che questo sia improntato sulla solidarietà e sulla collaborazione per costruire una società pura e devota.
Io, pur essendo una ragazza musulmana praticante, ho perseguito fermamente la mia decisione di indossare l'hijab solo pochi mesi fa. Il motivo per cui in precedenza non lo avevo indossato è motivato dal sentimento di paura per i pregiudizi che ancora ci sono. Al contrario di come molti credono, il velo non è simbolo di asservimento della donna all'uomo, ma a Dio, ed è la donna a scegliere liberamente di rispondere positivamente alle ingiunzioni del Corano e alle raccomandazioni del Profeta (pace e benedizione su lui). In questo modo la donna obbedisce solo al Creatore e a nessun'altra creatura: "Non c'è costrizione nella religione", così dice il Corano.
Trasmettere la parola di Dio spetta a tutti noi musulmani, ma ancor di più alla Donna che indossa il velo perché questa viene riconosciuta subito come musulmana, quindi deve comportasi con dolcezza, rispetto e pazienza in modo da debellare o attenuare i pregiudizi. Concludo citando le parole di Twakkul Karman, politica e attivista Yemenita (premio Nobel per la Pace 2011) : "L'uomo preistorico era pressoché nudo. e mano a mano che il suo intelletto si è evoluto ha iniziato a coprirsi di più. Ciò che sono oggi e ciò che indosso rappresenta il piu' alto livello di pensiero e civilta' che l'uomo abbia mai raggiunto, e non e' per nulla retrogrado. Piuttosto la nudita' dilagante oggi è une segno di ritorno alla barbarie."
Raja Eladi, 4H
SCHOOL UPGRADE
Buongiorno Alberto! Andiamo subito al sodo: ritieni che i risultati raggiunti finora con il registro elettronico siano soddisfacenti?
Siamo partiti ad usare contemporaneamente il registro elettronico il 5 Novembre, quindi non sappiamo ancora se la contemporaneità degli accessi al registro elettronico sia soddisfacente: in linea generale, quando ci si collega tutti insieme ad uno stesso sito, possono esserci problemi di lentezza e di funzionamento; avendo usato il sistema per poco tempo, ancora non sappiamo se, quanto spesso e in che modalità questa situazione si presenti. Mi pare comunque che stiamo andando nella giusta direzione, ma ancora non possiamo dare una risposta definitiva.
Cosa ne pensi delle diffuse rimostranze del corpo docenti?
Io avrei proceduto in modo diverso: probabilmente avrei fatto un anno di registro elettronico e cartaceo usati in parallelo solo in alcune classi sperimentali, così da verificare il funzionamento del sistema e valutare la reazione del corpo docenti. Purtroppo però abbiamo dovuto fare i conti con la legge: il patto di stabilità, promulgato il 5 agosto, parla della dematerializzazione della carta, quindi il registro cartaceo non poteva essere acquisito contemporaneamente a quello elettronico, per lo meno nello stesso capitolo di spesa; queste sono le informazioni che ho io. Non sono quindi del tutto d’accordo con questa improvvisa imposizione, non preceduta da una fase transitoria con i due registri in parallelo. Di fatto però, in questa scuola, essendoci attrezzati con dei registri cartacei fatti in casa, stiamo effettuando un anno “in parallelo”.
Se possiamo fare qualcosa, cosa possiamo fare noi per migliorare l’efficienza del sistema?
Inanzitutto dobbiamo testarlo continuativamente e contemporaneamente, perché il programma secondo me ha dei problemi che si trovano soltanto usandolo. Il programma DidArgo a Rimini è utilizzato solo da noi, non perché siamo diversi dalle altre scuole ma perché era l’unico programma in grado di interfacciarsi con il software di gestione studenti già in nostro possesso. Non siamo però l’unica scuola a possedere un registro elettronico: per esempio l’ITI possiede un programma fatto dagli insegnanti dello stesso istituto.
L’unico sistema che abbiamo per migliorare il programma è segnalare tutti i possibili miglioramenti e i problemi che troviamo al produttore del programma stesso.
Per finire, quello al registro elettronico è stato un passaggio ovvio e opportuno nell’era digitale; personalmente, pensi ne sia valsa la pena?
Se si parla di fatica, credo ne sia valsa la pena: questo perché siamo riusciti a introdurre il registro elettronico e allo stesso tempo fornire proiettori o LIM (lavagne multimediali) anche alle aule che ne erano ancora sprovviste; avremmo potuto acquisire il registro elettronico fornendo semplicemente ad ogni insegnante un piccolo computer o un tablet, ma abbiamo voluto portare avanti anche il progetto didattico e, quindi, deciso di completare anche le aule rimanenti. Dal punto di vista della mia fatica, quella è incalcolabile: ore pomeridiane, ore a casa... Ma l’ho fatto perché il registro elettronico ha un vantaggio indiscutibile: quello di permettere all’insegnante di avere il proprio registro personale anche a casa 24h su 24, pratica prima non permessa a causa di cavilli legali. Se poi parliamo di tutti gli automatismi, per esempio l’importazione automatica delle assenze, dei voti, degli argomenti delle lezioni... credo che, se a regime, confrontassimo i tempi di compilazione del singolo registro elettronico e dei vecchi due registri, troveremmo che il tempo impiegato a compilare il registro elettronico (una volta acquisita la necessaria abitudine e testato e corretto il sistema) è molto inferiore a quello necessario per compilare i due registri cartacei.
LucaTalevi, 5L
LA SCUOLA E IL PATTO DI STABILITA'
In questo ultimo periodo, abbiamo visto la nostra scuola coinvolta in numerosi scioperi e manifestazioni. Sicuramente molti sono stati contenti di uscire in anticipo a causa dell’assenza degli insegnanti, o di svolgere attività alternative per un’intera settimana, ma quanti sanno davvero cosa c’è dietro la protesta dei nostri professori? Si è parlato di patto di stabilità, di tagli, di orari o di stipendi, ma quanti sanno veramente cosa sta succedendo? Per rispondere a queste domande, abbiamo deciso di rivolgerci a tre professoresse del nostro istituto: Giada Merolla, insegnante di lettere e rappresentante sindacale dei professori della scuola, Veronica Crociani, insegnante di lettere, e Antonia Belletti, insegnante di scienze, che ci hanno pazientemente descritto la loro situazione attuale.
30 novembre 2012, Prof.ssa Merolla
Il cosiddetto sciopero bianco è una forma di protesta contro il patto di stabilità proposto dal governo. Come colpisce, quest'ultimo, la scuola e gli insegnanti?
Il patto di stabilità è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: negli ultimi tre anni ci sono stati parecchi tagli, magari i ragazzi dei primi anni, ma ad esempio gli studenti di terza non hanno avuto la possibilità di fare un corso sperimentale, quest'anno, e sono in classi di 29-30 persone; abbiamo meno ore di scuola, perché se prima potevano arrivare a 30 ore settimanali, ora il massimo è 27, in cui bisogna svolgere tutte le attività del programma. Quindi in questi tre anni, con la legge Gelmini e la 133, ci sono stati parecchi tagli sull'istruzione: ci siamo opposti anche a quelle all'epoca, con meno forza, pensando che le cose si sarebbero sistemate, ma in questi anni abbiamo subito le conseguenze di quella legge, ed in più ci hanno costretto ad un ulteriore taglio: portare l'orario non di lavoro effettivo, ma di lezione, da 18 a 24 si sarebbe tradotto in una qualità minore della scuola. Noi insegnanti, oltre alla fatica in più, saremmo comunque riusciti a cavarcela in qualche modo, ma il punto fondamentale è: che ricaduta ha sulla qualità del nostro lavoro? Ne va della vostra istruzione. Nel resto d'Europa, la media di ore di lezione dei colleghi delle superiori è di 16 ore, per cui siamo largamente al di sopra della media, per cui non c'è bisogno di adeguarsi all'Europa. Credo che questa proposta non avesse a che fare né con la didattica, né con l'incremento della qualità della scuola, erano solo tagli per risparmiare.
Lei ha aderito a questo sciopero “alternativo”? Perché?
Sì, io ho aderito. Quello che desidereremmo noi insegnanti è un cambio di rotta: cultura e istruzione sono beni comuni, che non riguardano solo noi che ci lavoriamo e voi che ne usufruite, ma riguarda la società, perché la società si evolve in base al grado di istruzione che ha. Vorremmo sottolineare questo punto, visto che comunque si può dire che abbiamo largamente pagato la crisi. Molti paesi che hanno investito sull'istruzione hanno nel tempo prodotto ricchezza, e certo, non è una ricchezza immediata, però voi sarete quelli che domani dovranno risolvere la crisi, e potete farlo solo con la formazione adatta.
Che tipo di attività ha svolto durante la settimana?
In una settimana, per quanto riguarda il lavoro che ho svolto io, abbiamo trasformato la scuola in un
laboratorio. Ho fatto fare ai ragazzi il lavoro che solitamente svolgo io a casa: preparare una lezione, una verifica su quella lezione e correggerla. Questo innanzitutto per rendere noto il lavoro che c'è dietro ad ogni ora, e secondo perché credo che se avessimo degli orari più ampi, sarebbe una metodologia più efficace, che rende gli studenti protagonisti del sapere.
Per quale motivo, secondo lei, lo sciopero del 12 ottobre non ha avuto successo?
Il 12 molti ancora non sapevano della proposta del patto di stabilità, infatti è stata ufficializzata il giorno precedente. Chi l'ha saputo per tempo, ha scioperato, però la stragrande maggioranza non ne ha saputo nulla, e non c'è stato tempo di informare tutti. Allo sciopero del 24, invece, quasi il 70% degli insegnanti ha aderito, nonostante alcuni sindacati si fossero tirati indietro. Questi sindacati hanno proposto di evitare l'aumento delle ore ed i blocchi degli stipendi, che sono fermi da anni, prendendo i soldi dai fondi di istituto, e noi su questo non siamo molto d'accordo, perché è comunque un impoverire la scuola.
Cambia qualcosa ora che l'emendamento contro cui protestavate è stato rettificato? Ci sono altri motivi per cui vale la pena di manifestare?
Prima di tutto, il ritiro di cui si parla è molto subdolo e debole. Il governo vuole applicare ancora tagli, basti vedere la dichiarazione rilasciata da Monti al programma di Fabio Fazio: ha insistito su questo punto parlando di “un paio di ore in più che avrebbero migliorato la didattica e la cultura”. Ora, è oggettivo che tra due e sei ore in più c'è molta differenza, e c'è comunque da dire che non sono ore in più per gli studenti: voi non avreste avuto un'ora in più di insegnamento, ma un insegnante in meno, mentre noi professori avremmo avuto delle classi in più, rendendo ancora più difficile il rapporto dell'insegnante con il singolo studente, fondamentale per l'apprendimento. Un insegnante con 14 classi, stressato e molto impegnato, sicuramente rende molto meno, e questo ricade sugli studenti.
Per quello che vedo io, sono parecchi anni che si sta attaccando la scuola. Come in molti comparti, ci sono cose che non funzionano egregiamente, ma in linea di massima ci difendiamo ancora bene, e credo che voi studenti, che avete vissuto in questa scuola, possiate essere grati per quello che vi è stato dato. Quindi, perché attaccare una singola istituzione in questa maniera? La nostra paura è quella della privatizzazione, perché il modo migliore per approvare la privatizzazione di un'istituzione è quello di screditarla agli occhi dell'opinione pubblica. La nostra protesta continua, ora decideremo in quali forme; faremo altre uscite pubbliche, forse anche a livello provinciale. Non vogliamo più tagli sulla scuola, ne abbiamo già avuti, ed ogni taglio ulteriore significa qualcosa in meno per la scuola, per l'utenza, per il diritto allo studio. Ci siamo resi conto che si sta discreditando la scuola davanti all'opinione pubblica sfruttando l'ignoranza di chi non ne conosce la realtà interna, e noi siamo gli unici che possono mostrarne i lati positivi, che la possono difendere. E' compito nostro contrastare tutti questi tentativi di denigrarla, visto che nessuno ha interesse nel farlo, tranne noi insegnanti, e spero anche voi studenti.
21 novembre, Prof.ssa Crociani
Il cosiddetto sciopero bianco è una forma di protesta contro il patto di stabilità proposto dal governo. Come colpisce, quest'ultimo, la scuola e gli insegnanti?
Sicuramente, dopo anni di tagli e privazioni, questo patto di stabilità è il colpo di grazia che affonda la scuola. E' qualcosa che umilia la professione degli insegnanti e danneggia l'istruzione dello studente, perché si tagliano progetti e fondi per migliorare la struttura della scuola. Il problema delle sei ore aggiuntive rimane comunque legato all'istruzione in generale, perché dal momento in cui si aumentano le ore frontali, aumenta anche il lavoro a casa, e si squalifica la qualità dell'insegnamento. Si impedisce agli insegnanti di preparare bene le
lezioni, e questo va a scapito anche degli studenti, che si trovano insegnati poco preparati e una didattica poco individualizzata.
La protesta in atto questi giorni a mio parere è molto giusta, perché dimostra che finalmente ci si è resi conto che non si può raschiare il fondo sulla scuola, lasciandola degradare a questi livelli.
Lei ha aderito a questo sciopero “alternativo”? Perché?
Sì, ho aderito. Chiaramente è una delle forme di protesta che ha adottato il corpo docenti del liceo Einstein, che è molto unito. Le modalità sono state scelte collettivamente, rispettando sempre la libertà e le esigenze dell'individuo, e cercando di rendere questa settimana comunque proficua. C'è chi ha parlato nelle classi, chi ha fatto fare lezione agli studenti, chi ha organizzato lavori di gruppo. Io ho adottato diverse metodologie a seconda delle classi in cui mi trovavo (nelle proteste serve anche buonsenso) per cui più che bloccare completamente la didattica, ho cercato di sfruttare questa opportunità per riflettere in modo diverso sulla situazione, coinvolgendo anche gli studenti. Ho apprezzato molto la possibilità di parlare con i genitori durante i consigli di classe: per una volta non si sono ripetute sempre le stesse cose, ma è stato un momento di confronto scuola-famiglia, in cui penso che molti genitori abbiano capito le nostre posizioni e abbiano avuto gli strumenti per capire cosa sta davvero succedendo.
Che tipo di attività ha svolto durante la settimana?
Purtroppo, in una classe, a causa di problemi interni di orario, ho dovuto comunque svolgere delle verifiche, ma cercherò, per metterli in pari con gli altri, di recuperare alcune ore di lezione alternativa più avanti. In quinta è stato utile, perché durante la consegna dei compiti di italiano sono stati gli studenti a preparare la lezione, ed è stato bello vedere come lavorano, e come, se si lascia loro molto spazio, anche con un minimo di strumenti, possano dare sfogo alla loro creatività e riuscire a spiegare una lezione capendo le cose fondamentali. In seconda è stato ancora più utile, perché ho fatto correggere agli studenti una verifica di italiano, dando poche coordinate sui metodi per svolgere il lavoro insieme ad una griglia con la spiegazione dei punti; si sono divisi a gruppi correggendo le verifiche degli altri e dandosi dei voti. I ragazzi si sono resi conto di quanto tempo effettivamente sia necessario per svolgere un lavoro del genere, per comprendere e valutare un compito in base a dei parametri. Anche attraverso la restituzione delle verifiche e il confronto sulle correzioni, c'è stata una maggiore presa di coscienza di quelli che sono gli errori, al di là del semplice voto. Molti ragazzi, anche se le valutazioni sono state cambiate, hanno saputo giudicare in modo onesto e soprattutto costruttivo il lavoro dei compagni, e questo per me, e spero anche per loro, è stato molto importante. E' stata un'attività molto utile, che ovviamente non si può svolgere sempre perché richiede tempo, ma mi ha dato spunti per il futuro, e spero di riuscire a svolgere altre lezioni di questo tipo, in modo tale da rendere più efficace nella correzione e capire fino in fondo il lavoro dell'insegnante.
Per quale motivo, secondo lei, lo sciopero del 12 ottobre non ha avuto successo?
Premetto che io ho partecipato allo sciopero, anche se ha avuto scarso successo, perché credo in quello per cui stiamo manifestando. Il 12 ottobre non erano presenti tutti i sindacati, mentre allo sciopero organizzato per il 24 novembre c'è stata la totale collaborazione, per cui è uno sciopero importante: in questi anni non ci siamo sentiti molto appoggiati dai nostri sindacati, anche se molti di noi hanno cercato comunque di scioperare. Il fatto che anche all'interno di questa scuola, che tende a scioperare poco, abbiano aderito praticamente tutti, significa che dobbiamo aspettarci un evento di risonanza maggiore rispetto agli altri.
Cambia qualcosa ora che l'emendamento contro cui protestavate è stato rettificato? Ci sono altri motivi per cui vale la pena di manifestare?
Un altro motivo di protesta è il blocco degli scatti di anzianità, fermi ormai da tre anni e che resteranno tali per altri tre anni. Aumenta il costo della vita, mentre lo stipendio rimane lo stesso, e tra l'altro è molto inferiore rispetto a quello dei nostri colleghi europei. Inoltre, questa proposta delle sei ore aggiuntive è sì stata ritirata, ma crediamo che tornerà in altra forma, con l'aumento magari non delle ore frontali, ma di quelle di flessibilità, anche se ancora non sappiamo bene cosa saremo costretti a fare.
13 novembre, Prof.ssa Belletti
Il cosiddetto sciopero bianco è una forma di protesta contro il patto di stabilità proposto dal governo. Come colpisce, quest'ultimo, la scuola e gli insegnanti?
Il patto di stabilità consiste nell'assegnare una cifra da risparmiare ad ogni ministero, per ridurre le spese dello Stato. Per quanto riguarda il ministero dell'istruzione, un modo per risparmiare sarebbe stato quello di aumentare le ore settimanali di lezione dei professori da 18 a24, per poter ridurre notevolmente il numero di supplenti, i costi della sostituzione dei docenti malati, il tutto senza aumento di stipendio. Tra l'altro, tutte le cattedre a 20 ore, come ad esempio quelle di scienze, che percepiscono lo stipendio proporzionalmente alle ore di lavoro, avrebbero subìto addirittura un abbassamento del compenso, adeguandosi a quello di tutti gli altri docenti. C'è da aggiungere che la questione degli stipendi è materia di contrattazione a livello sindacale: non si può stabilire per legge a quale stipendio ha diritto un lavoratore, perché è questione puramente sindacale, per cui si sarebbe sfiorato anche il limite dell'illegalità. La proposta non è stata proprio ritirata, bensì si è detto che se ne sarebbe parlato al rinnovamento del contratto: per cui, al termine del nostro contratto, che già è bloccato fino alla fine del 2014, si riparlerà di orari di lavoro, di stipendio, eccetera.
Lei ha aderito a questo sciopero “alternativo”? Perché?
La mia posizione rispetto a tutte le forme di protesta è la seguente: siccome lo Stato ha fatto una serie di scelte che portano ad una dequalificazione della scuola -non so se per un disegno voluto o semplicemente per una forma di ignoranza nell'abbattere il livello della scuola- ho deciso di non fare nulla che la possa danneggiare. Quindi, quando ci sono scioperi normali, non aderisco, perché l'unico danno lo porto a me stessa subendo una riduzione di stipendio, e faccio quasi un favore allo Stato, che risparmia dei soldi. Non è più questa, secondo me, la forma di lotta giusta. Aderirei ad uno sciopero se ci fosse un solo giorno all'anno, in cui veramente tutte le scuole italiane decidessero di chiudere, per dare un segnale veramente forte.
Per quanto riguarda lo sciopero bianco, ho detto ai genitori nei consigli di classe e ai miei alunni che se non vedono che oltre alle mie 20 ore di lezione io faccio molto di più, allora non hanno capito come funziona la scuola. Io continuo a fare il mio lavoro, sperando che studenti e famiglie, che lavorano con me, abbiano capito che dietro un'ora di lezione frontale c'è molto di più nella preparazione dei materiali, delle verifiche, delle lezioni stesse. Se non riesco a farmi capire parlando, non vedo l'utilità di fare attività alternative, come la correzione collettiva dei compiti o simili: preferisco far capire quello che sto facendo attraverso il mio lavoro quotidiano, e non attraverso qualcosa di diverso. Per queste ragioni, ho deciso di non partecipare allo sciopero bianco, pur condividendone le ragioni.
Come vede l'idea delle attività alternative proposte dagli altri insegnanti?
Gli insegnanti che ho visto hanno preparato dei lavori da far svolgere agli studenti, per i quali hanno impiegato più tempo di quello necessario a preparare una lezione normale; anche se invece di lavorare di meno hanno lavorato di più, non credo sia stata una perdita di tempo. Gli insegnanti che hanno aderito con serietà hanno preparato lavori molto interessanti che ho apprezzato, senza contare che tutto il dibattito con gli studenti che c'è in questo periodo mi sembra utilissimo per far capire ai ragazzi che la scuola è qualcosa di loro, e non solo degli insegnanti. Ritengo che solo rendendo consapevoli tutti dell'importanza della scuola si possa davvero vincere questa battaglia.
Ha deciso di non aderire allo sciopero bianco dopo lo scarso successo di quello del 12 ottobre, o era contraria sia dall'inizio?
Quale sarebbe un modo efficace per far sentire al governo la vostra protesta?
Come ho già spiegato, non ho scioperato perché, pur condividendo i motivi dello sciopero, non ne condivido i mezzi. Proprio perché noi non siamo degli operai di una fabbrica, che fermando la fabbrica nuocciono al datore di lavoro, ma siamo dei lavoratori che offrono un servizio, la nostra astensione dal servizio, o è sentita dall'utenza, oppure non serve a niente. Sentire la mancanza della scuola è complicato, perché implica che ci sia da parte della società una consapevolezza dell'importanza dell'istruzione. Il problema è questo: viviamo in un paese in cui negli ultimi anni c'è stato un continuo disinteresse nei confronti della cultura in generale, per cui un'azione immediata, anche se di grande impatto, non sarà molto sentita. La protesta deve essere lenta ma continua nel tempo: bisogna parlare in continuazione con i ragazzi, con i genitori, per far capire veramente quando vale l'educazione. Per esempio, in questa scuola ho visto molti genitori che vengono a protestare perché “si fa troppo”. Secondo me, serve invece che si lavori, e che se ci sono problemi, siano ragazzi a confrontarsi con la scuola e con gli insegnanti sul loro lavoro, senza la mediazione dei genitori. Trovare una forma di protesta nell'immediato è difficile, bisogna effettuare un lavoro continuo di crescita culturale, coinvolgendo tutta la società. Noi insegnanti abbiamo un potenziale enorme, perché a livello nazionale entriamo in quasi tutte le case: non c'è famiglia che non abbia un figlio a scuola. Solo impostando un lavoro di dialogo con le famiglie molto più efficace di quello che c'è ora, andando fuori dallo schema del semplice voto e dell'andamento del singolo studente, solo così si può vincere la battaglia della scuola. Ma, d'altro canto, è impossibile che gli insegnanti difendano da soli la scuola pubblica dalla privatizzazione. Deve esserci un livello culturale generale più alto, e una comprensione del problema da parte di tutta la società, fattori che nel nostro paese mancano.
Cambia qualcosa ora che l'emendamento contro cui protestavate è stato rettificato? Ci sono altri motivi per cui vale la pena di manifestare?
La proposta non è stata proprio ritirata, bensì si è detto che se ne sarebbe parlato al rinnovamento del contratto: per cui, al termine del nostro contratto, che già è bloccato fino alla fine del 2014, si riparlerà di orari di lavoro, di stipendio, eccetera. Il problema non è quello dello sciopero in sé, della manifestazione. In questo momento il nostro bisogno è quello di continuare a tenere aperto il dialogo con le famiglie. E' questo un altro dei motivi per cui sono contro il blocco delle gite, che suscitano rabbia nei confronti delle famiglie (c'è da dire che il problema delle gite non è il blocco, quanto la mancata disponibilità degli insegnanti, giustamente, di caricarsi di una mole incredibile di compiti e responsabilità senza ricevere un minimo compenso). Questo, come tanti altri problemi della scuola, è un problema a monte, per cui spesso la scuola viene accusata ingiustamente. E' proprio questo che attraverso il dialogo e l'apertura vogliamo fare capire: noi insegnanti siamo disposti a difendere la scuola pubblica, ma da soli non possiamo riuscirci.
A cura di Beatrice Massari, 5I
EINSTEIN'S GOT TALENTS!
Ecco un’intervista a Nicola Pantani, un giovanissimo tastierista del nostro liceo, classe 1995! Siamo andati a intervistarlo per rendervi partecipi della sua passione, sperando che possa essere d’ispirazione per qualche musicista in erba e soddisfare le curiosità dei nostri lettori...
Come è nata la tua passione per la musica?
E’ iniziata durante le medie. Avevo una tastiera a casa e cominciavo a muovere le mani. Poi mi ci sono appassionato e così ho deciso di continuare a suonare andando a lezione, per migliorare la mia abilità e la mia conoscenza del pianoforte.
Quali corsi hai frequentato o frequenti per migliorare la tua conoscenza del pianoforte?
Attualmente frequento l’Istituto Lettimi. Spero di riuscire a finire il conservatorio in meno anni, impegnandomi di più. Cercherò poi altri corsi per completare il mio percorso di studi.
Quanto tempo dedichi al giorno alla musica? Riesci a portare avanti anche le altre attività tra cui la scuola?
Il tempo è quello che è... Dipende dal carico giornaliero di studio tra pianoforte e scuola. E’ possibile comunque portare avanti con impegno anche altre attività e sicuramente la scuola.
Suoni o hai suonato in qualche gruppo?
Ho suonato con i Funk You, con cui facevo appunto funky, e con i Brainstorming, dove suonavamo blues, blues-rock. Mi è servito tanto perchè ho potuto applicare gli studi dell’Istituto Lettimi che sono basati sulla musica classica anche a generi diversi. La cosa più importante quando suoni in un gruppo è imparare ad ascoltare anche gli altri e non solo se stessi, così capisci veramente cosa significa la musica d’insieme. Inoltre facevamo anche serate e questa è la parte più divertente della musica.
Se potessi tornare indietro, sceglieresti un altro strumento da suonare?
Forse no... Forse non suonerei proprio, ma se tornassi indietro penso proprio che risceglierei il pianoforte!
Credi che in futuro la musica possa diventare il tuo mestiere?
Ci spero! So che qui in Italia la figura del musicista e la cultura per la musica non sono molto valorizzate... La situazione è difficile ma io ci voglio provare, metto in gioco tutto me stesso e vedremo cosa accadrà in futuro!
PS: Se qualcuno conosce o si ritiene un talento in una qualche disciplina sportiva, musicale o artistica... Ci contatti! Saremo felici di far conoscere a tutti le vostre passioni!
Milena Frisoni, 5I
FANTASCIENTIFICO 2012!
Il 2012 è stato un anno sfortunato per molti – ma non per gli scienziati e tutti coloro che lavorano nell’ambito della ricerca e del progresso tecnologico: la quantità e la qualità delle scoperte e delle invenzioni di quest’ultimo anno rasentano il fantascientifico!
I media tradizionali spesso difettano nel dare risalto alle scoperte tecnologiche e scientifiche, preferendo enfatizzare su temi più pragmatici (e spesso più drammatici); per questo ora farò dei brevi “flash tecnoscientifici” per informarvi su una minima parte dei grandi progressi che abbiamo fatto quest’anno.
Tutto ciò che è scritto in questo articolo è stato verificato su molteplici siti a carattere tecnologico-scientifico di fama mondiale, non c’è niente di falso o inventato. Per accertarlo è sufficiente una breve ricerca su internet e troverete queste scoperte tra i primi risultati. Via alla carrellata!
Tetraplegica usa la mente per controllare un braccio robotico
l’Università di Pittsburgh, il dipartimento di neurobiologia ha lavorato con la 52enne Jan Scheuermann per 13 settimane con lo scopo di creare un braccio robotico controllabile con la sola forza del pensiero della donna.Il team le ha impiantato dei microelettrodi a 96 canali nella corteccia motrice, responsabile di tutti i movimenti del nostro corpo. L’integrazione è stata più veloce di ogni previsione: dopo appena 13 settimane la donna è riuscita a compiere con il suo braccio robotico gli stessi movimenti di cui è capace un braccio naturale. Per ora, non c’è stata alcuna forma di rigetto o altro tipo di effetto collaterale.
Seta geneticamente modificata più forte dell'acciaio
Dei ricercatori dell’Università del Wyoming hanno modificato geneticamente dei bachi della seta, rendendoli in grado di produrre della seta (a parità di peso) più resistente del ferro. I possibili utilizzi del “nuovo” materiale vanno dal settore medico (suture più resistenti) al produttivo (come sostituto naturale dei materiali plastici). Anche i militari si sono interessati alla trovata: sarebbe perfetta per costruire delle armature leggere ma resistenti, soprattutto in combinazione con altri materiali come la fibra di carbonio.
La tecnologia del mantello dell’invisibilità ha fatto un enorme passo in avanti
C’è chi dice che la magia non sia altro che una branca minore della scienza. Così sembrerebbe confermare questa prodigiosa invenzione della compagnia
HyperStealth Biotechnology, che ha mostrato quest’anno un prototipo funzionante del materiale agli eserciti statunitensi e canadesi. Chiamato Quantum Stealth, il materiale curva le onde luminose intorno all’utente senza bisogno alcuno di batteria, specchi, o telecamere. Protegge anche l’indossatore da scanner termici e infrarossi. I nostri fortunati figlioli potranno finalmente mettere in pratica il nostro desiderio di mimetizzarci durante le interrogazioni...
Pelle spray!
Ustioni? Nessun problema! Il procedimento ReCell, sviluppato da Avita Medical, permetterà di “spruzzare” sopra le ustioni frammenti trattati della vostra pelle, resa in grado di ricrescere velocemente e senza guai. Il trattamento della pelle, prelevata sotto forma di “quadratino” da una parte sana del vostro corpo, avviene attraverso degli speciali enzimi estratti dai maiali. La pelle trattata è in grado di ricrescere per un’estensione pari ad una pagina di libro in una settimana e il rischio di rigetto è minimo.
Le cellule staminali potrebbero estendere la vita
umana di oltre 100 anni
Quando i ricercatori dell’Istituto di Medicina Rigenerativa di Pittsburgh hanno iniettato in vecchi topi, geneticamente modificati per vivere normalmente 21 giorni, delle cellule staminali di topi più giovani, i risultati hanno sbalordito un po’ tutti. Anche se l’iniezione è avvenuta quattro giorni prima della loro data di morte “standard”, i topi sono sopravvissuti all’Ultimo Appuntamento - e l’hanno rimandato di un bel pezzo! Hanno infatti vissuto una vita tre volte più lunga del normale, rimanendo in vita per 71 giorni. In termini umani, sarebbe l’equivalente di 200 anni di vita.
Una stampante 3D costruisce un’intera casa in una
sola sessione di stampa
La stampante D-Shape, creata da Enrico Dini, è in grado di stampare un intero edificio di due piani, completo di camere, scale, tubi, mura di divisione. Il materiale risultante, un composto di sabbia e legante inorganico, ha la stessa durevolezza del cemento armato e ha l’aspetto del marmo. Il tutto è costruito in un quarto del tempo che si impiega a costruire una casa normale delle stesse dimensioni (finché si utilizzano costruzioni tondeggianti) e può essere eseguito da chiunque senza alcun bisogno di conoscenze specialistiche.
Il primo trapianto di mascella creata con una stampante 3D
Il produttore belga LayerWise ha creato una mandibola artificiale funzionante usando della polvere di titanio sciolta e consolidata a strat e un rivestimento bioceramico. Tale mandibola è poi stata trapiantata con successo in una donna 83-enne nei Paesi Bassi. Primo nel suo genere, l’intervento spalanca le porte al rimpiazzo personalizzato di ossa e, in futuro, probabilmente anche alla possibilità di stampare nuovi muscoli e organi perfettamente compatibili col paziente.
Foglie artificiali in grado di generare elettricità
Daniel G. Nocera è riuscito a creare, usando materiali relativamente poco costosi, la prima foglia artificiale utilizzabile praticamente (ricordate? Ne avevamo già parlato l’anno scorso!). Ogni unità imita il processo della fotosintesi dando però come prodotto non ossigeno ma idrogeno. Questo può quindi essere immagazzinato in celle di carburante e utilizzato come combustibile o sorgente di elettricitàanche nelle più remote località della Terra.
E’ stato scoperto il Bosone di Higgs (probabilmente)
La scorsa estate il CERN ha confermato di aver scoperto una particella sufficientemente simile al bosone di Higgs per essere identificata come tale. Il risultato apre alla fisica la possibilità dell’esistenza di un “campo di Higgs”, simile nelle sue caratteristiche al già conosciuto campo elettromagnetico. Questo potrebbe in futuro condurre alla possibilità di interagire con la materia nello stesso modo con cui interagiamo ora con i campi elettromagnetici.
Impianti
ottici in grado di restituire la vista ai ciechi
Nel Regno Unito due uomini ciechi hanno ricevuto degli impianti ottici con un’operazione di otto ore. I risultati sono promettenti: dopo anni di cecità, entrambi hanno riacquistato parte della capacità visiva in poche settimane, riuscendo ora a cogliere i bordi degli oggetti e a sognare a colori. I dottori si aspettano un continuo miglioramento via via che i loro cervelli si riconfigurano per la vista.
Microsoft progetta l’”Holodeck”
La richiesta di brevetto suggerisce che Microsoft è intenzionata a portare il gaming ben oltre il singolo schermo e a trasformarlo in un’esperienza immersiva. I disegni associati al documento fanno intuire che il dispositivo sarebbe in grado di proiettare immagini su tutta la stanza, tenendo conto dell’arredamento per generare un ambiente di gioco senza spiacevoli saldature e mantenendo parallasse e colori corretti.
La lista potrebbe allungarsi ancora a lungo, MOLTO a lungo. Siete sorpresi?
Sappiate che, con ogni probabilità, quest’anno ci porterà sorprese ancora più grosse. Ne sono già arrivate due o tre in questo primo mese... ma ne saprete di più il prossimo numero. Restate in ascolto – anzi, in lettura!
Luca Talevi, 5L
POTENZIAMENTO UMANO
La tecnologia è in costante evoluzione, e in certi casi subisce anche radicali cambiamenti: essa infatti spesso prende strade completamente inaspettate, anche nel corso di pochi anni. Ad esempio, alla metà del secolo scorso, quasi nessuno poteva immaginarsi il concetto di telefonia mobile (i cellulari) e i relativi sviluppi che ha avuto in questi anni; lo stesso discorso si può fare per Internet e per l’influenza che ha su di noi. Tuttavia, se la tecnologia si evolve a grande velocità e cresce esponenzialmente, spesso prendendo vie imprevedibili, in alcuni campi si possono fare supposizioni sui suoi diversi possibili sviluppi. Uno di questi campi è quello del ”Potenziamento Umano”, cioè l'uso di tecnologie biomeccatroniche (biologichemeccaniche-elettroniche) al fine di migliorare l'uomo sia fisicamente sia cognitivamente, i cui studi e sviluppi hanno conosciuto un esponenziale aumento negli ultimi tempi.
Un esempio classico di “potenziamento umano” è il peacemaker, di origine relativamente “vecchia” (il brevetto venne depositato nel 1960) ma continuamente migliorato; oppure si possono citare le protesi elettromeccaniche come braccia, gambe o addirittura occhi, ancora in sviluppo sotto forma di prototipo (ne è un esempio il dispositivo impiantato di recente in una australiana cieca che le permette di distinguere forme e colori).
Al giorno d’oggi queste tecnologie sono applicate solamente su organismi umani ”danneggiati”, e sono generalmente ancora a uno stadio di sviluppo, in un certo senso, abbastanza primitivo. In un futuro probabilmente non lontano, tuttavia, queste tecnologie potrebbero iniziare ad essere utilizzate come potenziamento del corpo umano e non come sostituzione di parte di esso, divenendo sempre più fondamentali nelle nostre vite - sempre che questo campo scientifico continui ad essere supportato adeguatamente. Infatti, molti settori di sviluppo tecnologico, durante il secolo scorso, sono stati completamente modificati o addirittura abbandonati per motivi come l'insufficiente quantità di conoscenze tecniche o di fondi. In ogni caso, questo insieme di tecnologie ha un enorme numero di possibili applicazioni che aumenta con le scoperte; negli ultimi tempi, per esempio, è stato scoperto che è teoricamente possibile associare al cervello apparecchi elettronici che ci permettano di potenziare la velocità e le capacità di calcolo di quest'ultimo, rendendolo per questi parametri paragonabile a un potentissimo computer, oppure che consentano un immediato e migliore l'accesso a internet, senza bisogno di alcun terminale.
Del settore del potenziamento umano fa parte anche la nanotecnologia, della quale forse avrete sentito parlare durante la conferenza riguardo a “The Future Of Science” tenuta a scuola il mese scorso (se non avete potuto partecipare, sulla pagina Facebook è presente un filmato dell’intera conferenza). Ad esempio, è possibile creare e rimpiazzare i tessuti malati con tessuti sintetici creati in laboratorio, oppure, utilizzando i nanomiti (cioè robot di dimensione nanoscopica, per ora sviluppati solo a livello concettuale), si potrebbe intervenire
direttamente sulle cellule o sulle molecole stesse che ci compongono. Infine, fa parte delle nanotecnologie biomediche anche il potenziamento cerebrale a cui ho accennato in precedenza, più precisamente al ramo, ancora ai primordi, della “neurobionica”. Tutto ciò sembra fantascienza, ma spesso essa e la scienza vanno di pari passo, e certe volte la seconda supera addirittura la prima, prendendo (come ho già scritto) strade inaspettate e/o magari arrivando a incredibili innovazioni molto prima delle previsioni: ne è un esempio il Warp drive, un esperimento su un metodo per alterare il tessuto spazio-tempo in modo da poter raggiungere stelle vicine a noi a velocità di gran lunga superiori a quelle della luce.
La tecnologia per il potenziamento dell'uomo potrebbe modificare in meglio la vita sotto numerosi aspetti, ma non bisogna dimenticarsi che potrebbero insorgere alcuni problemi etici: queste forme di potenziamento psicofisico potrebbero creare numerose disparità e attriti sociali, poiché (almeno agli inizi) solo i più abbienti potrebbero permettersele; tali difficoltà potrebbero inoltre formarsi anche tra le persone dotate delle sopracitate e quelle prive di esse, a causa delle differenze che porterebbero sotto molti aspetti. La corrente culturale che sostiene il potenziamento umano è chiamata ”Transumanesimo” e già ora ha numerosi “seguaci”; tuttavia le numerossisime difficoltà etiche e i paradossi di tipo culturale-religioso hanno portato anche alla formazione di molti gruppi di oppositori.
In ogni caso queste sono tutte supposizioni, visto che come è già stato specificato la scienza (e in parte anche l'evoluzione della società e del pensiero umano) ha percorsi pressoché impossibili da prevedere. Solo vivendo il futuro potremo sapere sarà il futuro, anche se si spera che porti molte innovazioni e risolva molti dei nostri problemi odierni.
Nicola Aliano, 5L
PENSIERI
Natale
Natale è allegria, luci, canzoni, colori, musica …
Natale è felicità, affetto, abbraccio, amicizia.
Nicolas Di Tempora
Sono cresciuto e mi vedo così ...
Io sono particolare ...
Io sono particolare, sono diverso dagli altri perché loro fanno delle cose che io non posso fare: io non posso camminare, non posso respirare, non posso guidare quando sarò grande, non posso correre, non posso andare dove mi pare da solo. Io non cammino perché sono paralizzato. Sono triste perché non posso andare fuori da solo. Il mio sogno è quello di alzarmi in piedi e camminare! Mi chiedo “come fanno gli altri a camminare?” ... Io sono uguale agli altri perché parlo, rido, piango, urlo, gioco, guardo la tv, ascolto la musica, telefono ... Vado in giro, faccio i viaggi, studio, leggo, scrivo, penso, dipingo, faccio le mostre a scuola e in città, lavoro con la creta, sto con gli amici, ascolto quello che dicono, rispondo alle loro domande, racconto le mie cose … Quando faccio questo mi diverto
PIU’ VOLTE SONO CONTENTO!!!!!
Lettera alla preside
Questa mattina si è ripetuto per la quarta volta, nel giro di poco tempo, un episodio molto spiacevole: una macchina era parcheggiata davanti allo scivolo per i disabili. Quando sono sceso dal pulmino, ho dovuto aspettare che qualcuno arrivasse a spostare la macchina. Ancora una volta ho sentito la frase “Non avevo visto …” oppure “Non sapevo dove parcheggiare …”.
Mi viene da dire “Vergogna!”.
Rimini, 11 dicembre 2012.
DICONO: VOCI DI CORRIDIO
Salve a tutti! Questa che voi state leggendo è la nuova rubrica di lifestyle dell'Istituto.
L'idea di lifestyle potrebbe sembrare una banalità o una vezzo da non potersi concedere, specialmente frequentando un liceo scientifico dove si pensa che tutto sia relazionato all'algebra, al genitivo latino o alle grandezze fisiche, tuttavia ogni nostro atteggiamento è collegato da sempre alle mode e tendenze che influiscono sull'attuale società, pertanto non credo sia un argomento da prendere così “sotto gamba”. Per chi ancora non lo sapesse, la parola inglese “lifestyle” è l'unione dei termini life (vita) e style (stile) che, generalizzando per non aprire parentesi le quali specificheremo in seguito, significa letteralmente “stile di vita”, o, per semplificare il concetto, “il modo in cui normalmente viviamo”.
Di modalità con cui affrontiamo la nostra esistenza nel quotidiano ce ne sono molteplici: troviamo con molta facilità, magari proprio nella stessa stanza, sia chi ha deciso di vivere in maniera lussuosa, sia chi predilige la sobrietà, e sia chi, invece, è più legato all'interiorità o all'essere alternativi. Questo non vuole assolutamente mandare un messaggio riguardante il concetto di “migliore” o “peggiore”, ormai del tutto obsoleto, ma ha un significato molto più esteso che si riferisce ai monosillabi in e out. Sono sicuramente già conosciutissimi al gergo giovanile, ciononostante non compaiono in esclusiva solo in campo di moda, ma anche in ambito molto più generico: quello dello stile. Abbiamo centrato il punto focale dell'intera rubrica: quello che è in, ossia di tendenza, e quello che è out, vale a dire di non interesse, che si può notare all'interno del nostro liceo sarà il corpo dell'articolo che avete sotto mano e, speriamo, anche dei prossimi.
Vorrei, infine, precisare un'ultima questione: in questa rubrica non si parlerà prettamente di abbigliamento, ma verranno esposte le inclinazioni e le ispirazioni, da parte di tutti gli studenti, nei confronti di un modo di vestire che può definirsi “di tendenza”. Si avrà così un piano generale sulle scelte dei ragazzi, a prescindere dal loro sesso.
E' parecchio evidente, nel nostro istituto, la tanta attenzione che gli studenti applicano al proprio modo di vestire. Ve ne sarete resi conto anche voi.
Inoltre, chattando con ragazzi di altre scuole sono rimasto incuriosito dalle loro impressioni riguardo il liceo: non pensavo veramente che fossimo tanto riconoscibili.
In questo primo articolo, mi piacerebbe presentare quella che è di certo la tendenza cool del momento: lo stile dandy.
Per alcuni questo termine straniero può essere sconosciuto, tuttavia è abbondantemente utilizzato anche in lingua italiana riferito alla parola da cui deriva, il dandysmo.
Il filone culturale nacque contemporaneamente in Inghilterra e in Francia alla fine del XVIII come
espressione dell'essere esteta, amante del lusso e vagamente eccentrico.
Malgrado ciò la figura del dandy rimane una delle più fraintese nella storia del costume.
Questo concetto di bellezza perduta si ritrova come impronta nell'essere dei ragazzi contemporanei, ormai non più alla ricerca del trendy, ossia di ciò che è bello perché così è stato deciso, ma dell'esclusività di un abbigliamento personalizzato.
Facendo un breve excursus su come si può personalizzare la propria immagine possiamo fare affidamento principalmente su tre elementi: le forme, il tipico “risvolto” al termine dei pantaloni è un chiaro esempio che tutti possono mettere in atto, il colore, il fondamento tipico dell'abbigliamento giovanile perché con esso è relativamente facile giocare, e i tessuti, dei quali mi piacerebbe parlarvi nel prossimo numero (almeno spero...) Precisato questo, ora tutti sapranno come rendere il proprio outfit unico ed ineguagliabile: basta solo conoscere le giuste tecniche da attualizzare ed il gioco è fatto!
Ho avuto la possibilità di costatare come questo stile, appunto il dandy, abbia trascinato molti degli studenti nel proprio turbine grazie ad alcuni aspetti comuni alla corrente rivisitata in chiave moderna: tra questi troviamo l'uso delle camice, abbinate a magliette tinta unita, quello di maglioni slim colorati da tonalità neutre o accese, oppure di eskimo con dettagli dal sapore vintage.
Tuttavia, quando si parla di questo stile, sono gli accessori i veri protagonisti di un look: ricercatissimi sono orologi, sciarpe dal sapore inglese e occhiali da vista indossati non solo per utilità ma anche per estetica.
Aspettiamo tutti, con molta eccitazione, l'avventarsi delle festività natalizie e con esse l'arrivo dell' inverno: sarà quello il momento più opportuno per sfoderare l'”artiglieria pesante” e per conoscere le nuove proposte di stagione riguardo il trend sopra descritto.
Questa era la conclusione della prima edizione di DICONO: VOCI DI CORRIDOIO, un'idea che mi piacerebbe condividere con tutti voi affinché si possa parlare delle nuove tendenze del momento. Sperando che continuiate a seguire questa rubrica, vi lascio con i
TRE CONSIGLI DEL MESE:
-Puntare a differenziarsi tramite una piccola stravaganza; un esempio puo' essere considerato quello del calzino particolare o della maglietta dal colore acceso.
-Utilizzare al meglio gli accessori, come orologi rigorosamente importanti o braccialetti dai toni sobri per non enfatizzare troppo la figura
-Abbinare senza alcuno scrupolo ai look sobri la scarpa da tennis dalla fantasia vivace (per lui) e il biker che non passi inosservato (per lei)
La parola chiave è COLORE!
El Numa Milipop
STILE DANDY ANCHE PER LE STRADE
LO HOBBIT: UN VIAGGIO INASPETTATO
Dopo tre anni da Amabili resti, Peter Jackson riprende il ruolo che l’ha consacrato al mondo cinematografico (certo, all’epoca aveva già diretto sei film ma non tanto conosciuti quanto quelli degli anni 2000), cioè quello di “narratore visivo” degli eventi nella Terra di Mezzo.
Tale pubblicazione ha provocato il disappunto di molti, che si sono domandati se ci fosse davvero bisogno di questa ennesima manovra commerciale, tanto più divisa in ben tre lungometraggi. No, effettivamente non ce n’era bisogno, eppure sono contento che l’abbiano fatta. Iniziamo dal principio.
Lo Hobbit: un viaggio inaspettato è una storia che racconta il viaggio del protagonista Bilbo Baggins, coinvolto in un'epica impresa per riconquistare il Regno Nanico di Erebor, governato dal terribile drago Smaug. Avvicinato dal mago Gandalf il Grigio, Bilbo si ritrova al seguito di tredici nani capeggiati dal leggendario guerriero Thorin Oakenshield. Il viaggio li conduce per terre piene di pericoli e avventure, abitate da Goblin, Orchi e implacabili Wargs. L’obbiettivo principale del gruppo è quello di raggiungere l'Est e le aride Montagne Nebbiose, ma prima dovranno sottrarsi ai tunnel dei Goblin, dove Bilbo incontra una creatura che gli cambierà la vita per sempre... Gollum. Qui, da solo con Gollum, sulle rive del lago seminterrato, l'ignaro Bilbo Baggins non solo si scoprirà così ingenuo e coraggioso al punto da sorprendere persino se stesso, ma riuscirà a impossessarsi del “prezioso” anello di Gollum che possiede qualità inaspettate ed utili... un semplice anello d'oro, legato alle sorti della Terra di Mezzo in modo così stretto che Bilbo non può neanche immaginare.
Una delle prime cose ad avermi turbato è stata la decisione di girare Lo Hobbit in tre parti: Un viaggio inaspettato, La desolazione di Smaug e, in ultima, Andata e ritorno. Tralasciando che inizialmente le parti sarebbero dovute essere solo due, mentre ne è stata aggiunta una terza dopo la conferma di Jackson come regista, devo dire che almeno la prima è stata scandita con criterio: i primi tre quarti d’ora, in effetti, sono un po’ troppo lenti, ma il ritmo si velocizza notevolmente non appena comincia il viaggio.
Altro fatto che mi ha suscitato perplessità è il voler utilizzare fatti e personaggi presi da altre opere di Tolkien (un po’ come nell’adattamento cinematografico di Alice nel Paese delle Meraviglie Disney decise di unire le due opere di Lewis Carroll: Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò) e dalle appendici de Il Signore degli Anelli, al fine di connettere maggiormente questa nuova trilogia a quella classica. Mi fa piacere vedere come i camei si palesino, in maniera anche evidente, senza stonare però nel contesto (in particolare mi è piaciuto il modo di collegare le due trilogie, in maniera semplice, limpida, perfetta). Tuttavia le citazioni più raffinate sono all’interno della colonna sonora: se si è visto Il Signore degli Anelli, prestando attenzione alle melodie ed ai temi si può già intuire quali personaggi entreranno prossimamente in scena.
Per quanto riguarda la materia importata dalle appendici, è stato svolto un lavoro davvero colossale: nonostante alcune situazioni siano colonne portanti della storia, tutt’altro che insignificanti, reggono il confronto con quelle originariamente presenti in essa e la impreziosiscono.
Tralascerò ulteriori commenti su come sia stata gestita la trama e sulle differenze fra libro e film, perché sarebbero del tutto inutili per chiunque l’avesse già visto (sta ad ognuno poi giudicare se la storia sia stata effettivamente resa bene).
Passando all’apparato tecnico, mi sono accorto di aver pianto ininterrottamente, per la prima ora di film, ma non per la gioia di rivedere Bilbo, Frodo e Gandalf. La pellicola infatti è stata girata in 3D a 48fps - fotogrammi per secondo (diversamente dei 25 tradizionali), il che si traduce in uno sforzo da capogiro per gli occhi, bombardati da una quantità doppiamente elevata di informazioni (e per di più in 3D), tanto che per abituarsi a questo nuovo livello di visione sono costretti a versare molte lacrime. Sono stato sorpreso, però, da una ripresa piuttosto luminosa nonostante le riprese in tre dimensioni (che tendono per natura a rimanere più scure).
Mi sembra anche qui superfluo soffermarmi ulteriormente su fotografia, scenografia, trucchi, effetti speciali (questi ultimi tre nominati agli Oscar 2013) perché si sapeva cosa aspettarsi già dal trailer. Inoltre, non essendo un esperto, non potrei dire altro che: “È tutto molto bello!”.
Concludendo, questa è una degna riapertura del mondo di Tolkien al campo cinematografico, resa possibile da Peter Jackson a livello di regia e sceneggiatura (anche se un certo Gullermo Del Toro, il regista originario, ha contribuito in maniera tutt’altro che indifferente alla sceneggiatura, che è stata rimaneggiata solo in seguito da Jackson), da Howard Shore per la colonna sonora e da un cast davanti al quale... chapeau! Magari questo film non è come molti lo avrebbero voluto, ma c’è da capire che se fosse stato trasposto in modo spensierato e pacioso al pari del libro sarebbe stato probabilmente ridicolo, e un insuccesso: il libro, infatti, tratta spensieratamente situazioni tutt’altro che fanciullesche; basti pensare alla gara d’indovinelli: [INIZIOSPOILER] Bilbo, solo nell’oscurità con un’altra creatura mentalmente squilibrata, accetta la proposta di una gara a chi indovina più enigmi al patto che se perderà il suo avversario avrà il diritto di mangiarlo. [FINESPOILER] ... Come si può rendere in modo fanciullesco una scena del genere?
Io adoro leggere, da sempre, ma quando si traspone una qualsiasi opera (un fumetto, un romanzo, una fiaba...) al cinema, bisogna sempre prenderne leggermente le distanze e personalizzarla, altrimenti non sarebbe più cinema. E poi, se Leopardi avesse descritto minuziosamente quella famosa siepe, il suo infinito sarebbe stato soltanto una noiosa descrizione di un cespuglio.
Manuel D’Urso
1979: i tumulti popolari in Iran coinvolgono l'ambasciata americana e tutti i suoi addetti sono fatti prigionieri, o quasi: sei americani riescono ad allontanarsi di nascosto ed è loro offerta ospitalità presso l'ambasciata canadese; i rastrellamenti iraniani tuttavia rendono la situazione sempre più pericolosa e instabile... Urge un piano di estradizione. Questo è in sostanza l'incipit di "Argo", che si prospetterebbe come uno dei tanti film del genere, non fosse che il protagonista non è lo stereotipato ex militare in pensione che viene richiamato a causa della sua figaggine bravura per l' "Ultima Missione", bensì un agente della CIA molto sveglio e determinato a portare a termine quello che ha cominciato, interpretato ottimamente dal regista in persona, Ben Affleck.
Comprimari di spessore affrontano le vicende del film con lui, pur assistendolo da lontano, ed è bello notare come non siano solo loro a dipendere dal protagonista, ma anche (sopratutto) il contrario; è un continuo intrecciarsi di situazioni che instaurano nello spettatore il dubbio sull'esito dell'operazione "Argo" (reale frutto della collaborazione fra CIA e Hollywood avvenuta 33 anni fa).
Il ritmo del film è molto misurato ma si deve prestare costante attenzione, pena il rischio di perdere importanti tasselli per la comprensione, in particolar modo della psicologia dei personaggi. Ciononostante losvolgimento presenta una gradita impennata di eventi nella seconda parte, della quale lascena nell'aeroportoè semplicemente magistrale.
Consiglio questo film a chiunque voglia impegnare un po' il cervello, a patto che sia preparato ad un ritmo narrativo poco movimentato, se non nella parte finale, e a uno stile parzialmente documentaristicoche permeal'intera pellicola.
VOTO: 5/7
“L'uomo è uno e nessuno. Porta da anni la sua faccia appiccicata alle testa e la sua ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale delle due pesa di più. [...] Tutto intorno è un continuo inseguirsi di facce e ombre e voci, persone che non si pongono nemmeno la domanda e accettano passivamente una vita senza risposte per la noia o il dolore del viaggio...”
Jean-Loup Verdier è un DJ di Radio Montecarlo che conduce un programma di grande successo: Voice. Una sera come tante altre, durante il programma, il DJ riceve la telefonata di un uomo, che si definisce "uno e nessuno", che afferma che per curare il suo male, di notte, è costretto ad uccidere. Il giorno seguente alla telefonata, vengono trovati morti due giovani sul loro yacht con la pelle del volto completamente asportata. Da questo momento ha inizio una serie di omicidi, sempre preceduti dalla telefonata dell'assassino. Ad ogni omicidio, l'assassino si dimostra estremamente astuto, forte fisicamente e senza alcuno scrupolo ed il difficile, se non impossibile, compito di fermarlo grava sulle spalle dell'agente speciale dell' FBI Frank Ottobre, un uomo disilluso e sull'orlo della depressione che accetta il caso solo per il legame di amicizia che lo lega a quello che sarà il suo collega durante le indagini: il commissario Nicolas Hulot. Con questi presupposti, sullo sfondo di una Montecarlo che si affaccia all'estate, si apre un inseguimento mozzafiato che porterà all'inaspettato, quanto immancabile, colpo di scena finale.
Leggendo il thriller "io uccido", scritto da Giorgio Faletti, si nota sin dalle primissime pagine come tanti concetti, significati, pensieri racchiusi in poche parole evidenzino la rara abilità, propria dell'autore, di mascherare da prosa la poesia.
Grazie a questa caratteristica, per tutto il libro lo stile appare piacevolmente scorrevole e incredibilmente affascinante, le metafore si inseguono dalla prima alla ultima pagina imponendo al lettore di riflettere su ogni parola senza mai però diventare una lettura pesante
La capacita di Faletti di creare immagini attraverso descrizioni dettagliate ed efficaci, si mescola alla sua ottima abilità narrativa per regalarci un thriller che è in grado di creare suspense come pochi. Molto brillanti ed avvincenti sono le deduzioni del protagonista, l'agente speciale Frank Ottobre. Davvero interessanti ,inoltre, sono le tecniche d'investigazione, narrate nei minimi dettagli e con una verosimiglianza difficile da trovare in un thriller.
Da sottolineare, poi, il modo in cui in determinati capitoli l'autore decida di cambiare il tempo verbale, accantonando momentaneamente il passato remoto per usare il presente, con il risultato di trasportare ancora maggiormente il lettore all'interno della storia.
Le parole che l'autore mette in bocca all'assassino sono musica, poesia traslata, sono parole che racchiudono tutto il fascino che solo le tenebre sono in grado di creare.
L'unica pecca del libro, a mio parere, si trova nel come l'assassino, dopo aver ucciso le sue vittime, riesca a scappare indisturbato: spesso non viene spiegato e altre volte viene illustrato in modo un po' forzato, ma, tralasciato questo dettaglio, la trama scorre con coerenza.
Il motivo che mi spinge a consigliarvi questo libro, però, non risiede nella trama, per quanto ben congegnata sia, né nello stile, per quando possa essere affascinante. Il motivo per cui vi consiglio vivamente di leggere questo thriller è la riflessione che l'autore ci regala sui meccanismi della mente umana e sulle sue malattie. Faletti, in “io uccido”, ci insegna come anche la più semplice delle idee, se ben radicata, può sconvolgere la nostra mente e portarci a compiere azioni malvagie, terribili, agghiaccianti, convinti che siano la cosa giusta da compiere. Ci dimostra come i contrari bene/male e giusto/sbagliato non abbiano lo stesso significato, ci dimostra come guardare ed osservare siano due azioni completamente differenti e che una scommessa, in fin dei conti, non è altro che una promessa fatta a se stessi.
Adriano Meis
Manieri
Manieri: “Se vi metto una nota nel registro elettronico rimarrà nei secoli dei secoli!”
Classe: “Amen!”
Pellegrino
Pellegrino: “Sei tu che devi cedere, io non cederò!”
Pellegrino: “Roba tua?”
Alunno: “No, roba buona!”
Stargiotti
“Gobbi suggeritori!”
Biagini M.
Biagini M.: “Ragazzi, avete presente la Danimarca?”
Alunno: “No prof, com’è?”
Biagini M.: (Avvicinandosi alla finestra)
“Prendete una steppa desolata..Basta!”
Suprani
Suprani: “Cos’è successo ragazzi?”
Alunno: “Mi sto soffiando il naso”
Suprani: “Avevo preso paura, pensavo fosse un temporale”
Belletti
”Non pretendo che voi impariate qualcosa, voglio solo avere persone che stanno zitte facendo finta di essere interessate a quello che dico”
Succi:
“Mi viene da parlare al posto vostro… Aiuto, ho un attacco di protagonismo!”
“Nel ‘700 si scambiavano i territori come fossero figurine”
Rossi: “Se mi accorgo di qualche manomissione sul registro elettronico, vengo in classe con una tanica di benzina e do fuoco a tutti”
Bandiera:”Sei entrato un’ora dopo, hai la giustificazione?”
Alunno:”No”
Bandiera:”Ah, quindi sei entrato abusivamente!”
Lunedei
Lunedei: “Qualcuno ha le forbici?”
Alunno: “ Eccole prof”
Lunedei: “Perché portate le forbici a scuola che non servono? Sono pericolose!
Lunedei: “Ragazzi, mi sembra di essere in uno stadio! Luogo, oltretutto, che non frequento perché penso che si stupido che 22 uomini corrano dietro ad una palla… ma compratevene una per uno!
Lunedei: “una che dice: “Mi sposo perché voglio i bambini” non deve pensare che siano i bambini di sky, ma quelli che si svegliano la notte e fanno la cacca!”
Alunni: AHAHAH
Lunedei: “cosa ridete? Voi non facevate la cacca!?”
Lunedei: “Non vorrei che mi denunciassero perché dico che vi ammazzo”
Lunedei: “Ragazzi non sentite anche voi odore di torta di mele?”
Alunno: “Io sento odore di grigliata di salsicce.”
Lunedei: “Va beh, ragazzi: torta di mele, salsicce, torta di salsicce è la stessa cosa! X, se non smetti di parlare ti butto giù dalla finestra così ci dici cosa cucinano!”