Skip to main content

5° numero

Page 1


Indice

• Editoriale

• Editoriale

• Scienza

• Arte

• Arte

• Cultura

• Opinioni

• Attualità’

• Curiosità’

• Curiosità’

• Attualità’

• Attualità’

Trent’anni or sono, Giorgio Gaber cantava:” Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Oggi, a 150 anni dall’Unificazione d’Italia, un partito “velatamente” favorevole alle regioni padane (Lega Nord) pesta i piedi in Parlamento affinché ci si avvii al federalismo. In Veneto, questo partito ha raccolto il 28% dei voti. Forse, la parola “Fratelli” dell’Inno di Mameli non è la più appropriata.

La divisione italiana, tuttavia, non è certo argomento recente, piuttosto è una vexata quaestio che nasce ancor prima dell’Unità d’Italia. Già allora Cavour, Primo Ministro del Regno di Sardegna, aveva mandato degli ambasciatori a Garibaldi perché cessasse la sua liberazione del Meridione. Secondo Cavour i tempi non erano maturi: fino ad allora la penisola italiana era stata divisa tra dominazione asburgica più o meno indiretta (in Veneto, Trentino, Friuli, Toscana, Emilia), Stato della Chiesa (Romagna, Umbria, Marche, Lazio) e dominio borbonico ormai secolare al Sud.

Un’Italia unita avrebbe provocato ulteriori problemi a livello socio-economico e politico, e nessuna delle “potenze” italiane era abbastanza autonoma e forte per fronteggiare un impegno simile.

Purtroppo “la storia civile della penisola italiana pare talvolta il soliloquio di Cavour” (Gobetti, “Risorgimento senza eroi”) il cui intento di sollevare la dignità del Regno di Sardegna cercando di inserirlo in una politica europea (accordi di Plombieres), è schiacciato da poche persone dai grandi ideali (tra cui Garibaldi e Mazzini).

Non è un caso che lo storico Oriani definisca il Risorgimento come “un sopruso eroico della sua minoranza aiutata da incidenze e coincidenze straniere” (“La rivolta ideale”).

Ma gli ideali non sono sufficienti a formare un’identità nazionale sentita, ne’ tantomeno un apparato politico-economico adeguato.

Come sottolinea Oriani “il popolo nella massa era rimasto

come inerte”, l’Italia di allora era costituita da una popolazione contadina, povera, analfabeta per il 78%, ed è difficile interessarsi ad un progetto ideale quale l’Unità d’Italia, se non si ha la sicurezza di una cena.

Una volta unificata la penisola italiana, il Governo non provvide a dare una soluzione alla questione agraria che fosse favorevole ai contadini, necessaria secondo Gramsci, ma che avrebbe deviato lo sviluppo storico “verso una direzione diversa e contraria” secondo Romeo.

In verità non ci fu neanche l’intenzione di interessarsi alle condizioni di questo popolo che doveva essere unito. Popolo fu gli stessi democratici, la borghesia, troppo lontana dal mondo contadino; come scrive Gramsci: “Il Partito d’Azione riteneva “nazionale” l’aristocrazia e i proprietari e non i milioni di contadini” (“Quaderni dal carcere”).

Il popolo, rimasto estraneo alla ventata nazionalistica, non ha sviluppato quindi una coscienza nazionale, non si è reso conto dell’importanza di un gesto così estremo. Popolo e Governo sono state le vittime di una reciproca indifferenza

Il Risorgimento italiano, lungi dall’essere la “rivendicazione di masse popolari nuove, rivolta di popolo condotto da scelte guide borghesi contro classi in decadenza (Gobetti, “Risorgimento senza eroi”), si dimostrò piuttosto un “capolavoro improvvisato di una minoranza lirica e tragica” (Oriani, “La rivolta ideale”).

In secondo luogo, neppure le scelte economiche hanno favorito la formazione di un’identità nazionale. Come notano Gramsci prima, Alianello poi (ne “La conquista del Sud”), l? unità d’Italia portò un’insanabile divisione tra un Nord in via d’industrializzazione ed un Sud che non doveva partecipare alla Rivoluzione Industriale, ma rimanere un sistema di latifondi. Solo in questo modo le industrie lombarde e piemontesi avrebbero avuto acquirenti (forzati), in quanto non erano in grado di competere con i colossi inglesi e francesi nella produzione ed esportazione di prodotti industriali. Quando l’Italia nasce, in realtà si erano già decise le sue sorti economiche, e quindi anche politiche: un Nord non ancora industrializzato, ma vicino al modello europeo, che guiderà e rappresenterà l’Italia d’ora in avanti, ed un Sud passivo, che soffrirà (e soffre ancora) l’abbandono di un potere centrale forte: la Cassa del Mezzogiorno è stato, a partire dal secondo dopoguerra, l’esempio più lampante di uno Stato che, a distanza di quasi un secolo dall’Unificazione, incapace di gestire una situazione in cui è necessaria una riorganizzazione ex-novo, espia le proprie colpe inviando aiuti economici, inutili se l’istituzione volta a amministrare il denaro è fittizia o assente. Forse manca la volontà di affrontare alla radice la questione.

Si potrebbe pensare che la realtà italiana sia quella di un “volgo italiano”, come scrive Manzoni, che non ha diritto di chiamarsi popolo, La storia stessa dimostra che l’unico denominatore comune negli Italiani è l’ubicazione:”L’Italia è un’espressione geografica”, ci ricorda Metternick, Ministro asburgico all’epoca dei moti italiani e dell’Unificazione. Tuttavia, ricercare gli antecedenti di un popolo mancato è giusto, ma è anche necessario prendere consapevolezza della storia ed agire in modo propositivo per un futuro di collaborazione, se davvero quest’Unità non è possibile.

Eppure, come non rimanere almeno scombussolati, emozionati dalle parole del Presidente della Repubblica, al di fuori di quella prolissa retorica politica, in tre minuti di genuinità vera, ormai sparita dallo scenario italiano:

“Per il nostro 150esimo anniversario dell’Italia unita, vale quello che vale per qualsiasi persona, che compia 50-60-70 anni, che le cose le siano andate meglio o peggio, festeggia il meglio della propria vita, e noi festeggiamo il meglio della nostra storia perché abbiamo avuti momenti brutti, abbiamo commesso errori, abbiamo vissuto pagine drammatiche, ma abbiamo fatto tante cose grandi e importanti grazie all’Unità. Siamo diventati un Paese moderno, se fossimo rimasti come nel 1860, divisi in 8 stati, senza libertà e sotto il dominio straniero, saremmo stati spazzati via dalla storia. [...] Perché ci sono state schiere di nostri patrioti che hanno dato la vita, e hanno scritto pagine eroiche che noi dobbiamo avere l’orgoglio di ricordare e di rivendicare, perché solo così possiamo guardare con fiducia al futuro e alle prove che ci attendono. [...] Ognuno ha le sue idee, certo, e discutiamo e battagliamo, ma ciascuno deve sempre ricordare che è parte di qualcosa di più grande, che è appunto la nostra Nazione, la nostra patria, la nostra Italia, e se saremo uniti sapremo vincere tutte le difficoltà che ci attendono”

[Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, 17 Marzo 2011]

La letteratura del cambiamento

Molti di voi avranno, almeno una volta, letto o visto un racconto di Fantascienza. A seconda del periodo di tempo in cui sono stati scritti, delle tematiche trattate e dell’indice di realismo, essi possono, per esempio, essere classificati in Steampunk, Hard Sci-fi (il più realistico e “plausibile”, con molte descrizioni, come quello di Isaac Asimov) o in Space Opera, che tratta maggiormente di avventura ed esplorazione spaziale (Star Trek, Battlestar Galactica, ecc...).

La fantascienza è... robaccia?

Ma come deve essere considerato il genere fantascientifico?

Può essere valutato con lo stesso metro dei romanzi, delle poesie? Ovviamente no.

Ciò tuttavia non vuol dire che esso sia meno importante degli altri generi.

La letteratura Sci-fi ha il grande merito di riuscire a sorpassare quella tipica mentalità umana per la quale tutto ciò che è nuovo è pericoloso e tutto ciò che è vecchio è migliore. Gli scrittori di questo genere, più degli altri, riescono ad andare oltre all’epoca in cui vivono, ad inventarsi qualcosa di diverso, nel tempo e nello spazio.

Veggenza?

Essi, tuttavia, non sono assolutamente da considerare come una sorta di “veggenti”: gli universi, le situazioni che descrivono spesso non hanno alcuna attinenza con la realtà odierna, e nemmeno si rivelano lontanamente possibili in un qualche futuro lontano.

Il merito dei loro racconti è che simboleggiano il cambiamento. Chi li legge, con il tempo, arriva ad accettare l’avvenire, a capire che è in fondo inutile e dannoso cercare di preservare all’infinito il “dolce passato”; - Con dolore o con gioia, il futuro esiste e va affrontato - sembra dire la Fantascienza, allo stesso tempo ricordandoci di essere sempre prudenti ma di evitare di chiudersi in preconcetti antiquati.

L’influenza reciproca

La Fantascienza è sinonimo di cambiamento; un cambiamento inevitabile, che può avvenire in diversi campi, addirittura quello della visione della realtà e della società, quindi anche i modi artistici attraverso i quali l’uomo si esprime, tra questi, quello letterario. Così come la società influenza la letteratura, questa spesso risulta influenzare la società. Un esempio del passato è la civiltà umanistica, quasi interamente basata sulla letteratura. La fantascienza, originata e influenzata dalla nostra civiltà basata sulla tecnologia e sul progresso scientifico, riesce a creare nuove linee guida, nuove ideologie. Il robot, per esempio, (di cui il primo accenno fantascientifico lo si ha nel dramma “Rossum Universal Robots”, di Karel Capek, nel 1920, in cui viene utilizzato per la prima volta il termine “robot”, dal ceco “robota” che significa “lavoro pesante”, o ancor prima in ”Opilec” di suo fratello Josef nel 1917, in

cui gli esseri artificiali venivano chiamati ”automi”) invenzione letteraria, oggi è una presenza reale e necessaria nella vita quotidiana.

E, in un circolo vizioso, le nuove idee nate dalla fantascienza, che hanno un risvolto sulla società, si sviluppano poi in avvenimenti reali che creano altri spunti per la fantascienza. Un esempio: spesso tutto ciò che è futuristico nei fumetti o film fantascientifici degli anni ‘50 ‘60 risulta molto improntato sulla esplorazione spaziale, e ciò grazie all’ottimismo dovuto ai primi missili lanciati intorno all’atmosfera terrestre o sulla Luna; questa stessa idea era stata partorita tempo prima (1902, per la precisione) dalla letteratura Fantascientifica.

Note finali

Bisogna tenere presente che gli scrittori fantascientifici, nei loro racconti futuristici, non sono mai riusciti a rappresentare la nostra società attuale (“del futuro” nei loro racconti) o la nostra tecnologia in modo molto preciso. Quest’ultima può anche essere più “facile” da immaginare, ma non si possono prevedere efficacemente i cambiamenti di pensiero della società, o i dettagli come il design degli oggetti; ad esempio i computer dell’Enterprise di Star Trek sono, nel racconto, avanzatissimi terminali in grado di gestire tutti i calcoli dell’avveniristico ”motore iperluce” di quella gigantesca astronave; oggi tuttavia quegli esagerati main frames pieni di led e monitor sembrano quasi ridicoli ai nostri occhi, abituati ormai alla potenza in poco spazio, al design quasi essenziale e alla portabilità della tecnologia.

Chissà se qualche scrittore fantascientifico di oggi scriverà qualcosa che si rivelerà poi realtà nel nostro futuro, o se invece sarà la scienza a trovare qualcosa di imprevedibile e radicalmente nuovo che generi un nuovo filone fantascientifico e modifichi la visione della realtà degli umani.

Qualsiasi cosa succeda, bisogna ricordarsi il fondamentale insegnamento di questa letteratura: il cambiamento esiste e va affrontato.

Luca 3L e Nicola 3L

Claude Monet nacque a Parigi nel 1840 e trascorse tutta la sua infanzia con la famiglia a La Havre, in una casa vicino al mare che gli permise di indagare a fondo il paesaggio che poi rappresenterà per tutta la sua vita. Da subito si interessò alla pittura e iniziò a fare caricature degli abitanti del paese. Per lui si rivelò fondamentale l’incontro con il pittore Eugene Boudin, che gli insegnò la pittura ‘en plein air’, cioè all’aperto. Nonostante la famiglia cercasse di ostacolare la sua vocazione per la pittura, Monet si recò a Parigi, nel 1859, dove fece la conoscenza di Pissarro e Cézanne e dove tornò, dopo aver prestato servizio militare, per frequentare i corsi dell’Accademia Gleyre dove conobbe Renoir, Sisley e Bazille

con i quali poi costituirà il gruppo degli Impressionisti (La prima esposizione fu nel 1865 al Salon). Nel 1870 sposa Camille Leonie Doncieux, che morì solo 9 anni dopo. Successivamente partì per l’Inghilterra dove scoprì le opere di Turner, fondamentali per la sua maturazione come artista. Si stabilì definitivamente a Giverny nel 1883, dopo un soggiorno ad Argenteuil. Nel 1892 si risposò con Alice Hoschede che morì nel 1911. Durante la Prima Guerra Mondiale dipinse le “Ninfee” che poi offrì alla Francia il giorno della vittoria. Negli ultimi anni di vita la vista si indebolì sempre più fino a rendere Monet quasi cieco, nonostante ciò continuò a dipingere. Nel Dicembre del 1926 morì a Giverny. Quando a Monet venne chiesto dal giornalista Emile Taboureux , nell’Aprile del 1880, di poter visitare il suo atelier prima di iniziare l’intervista egli rispose: “Il mio atelier! Ma non ho mai avuto un atelier, e non capisco perché ci si debba chiudere in una stanza” e poi, indicando la Senna e la campagna, esclamò: “Ecco il mio atelier!”. Solo partendo da queste affermazioni si può capire davvero l’idea di arte per Monet, il modo in cui spese tutta la sua vita per realizzarla e il senso del suo metodo di lavoro. Da sempre gli artisti si recavano fuori dai loro studi per studiare da vicino gli oggetti: nel Seicento prendevano appunti e facevano abbozzi; nel Settecento erano sempre di più quelli che si recavano di fuori a dipingere direttamente: la pittura “en plein air” esisteva già. Monet non si recava solo all’aperto per dipingere, portava con sé oltre agli strumenti necessari anche molte tele bianche. La natura diventava il suo studio, formato dalle luci, dal vento, dalle acque immobili o burrascose, dalla nebbia e dalla neve, dagli alberi, dai fiori e dai prati, da ogni cosa che colpisse i suoi sensi rendendolo parte di ciò che dipingeva: l’atto del vedere è più di ogni altra cosa fondamentale per l’artista ma non era sufficiente, quello di cui aveva bisogno era sentire su di sé la natura, aveva bisogno di immergervisi e abbandonarsi in essa. L’atelier quindi non era fisso, mutava ogni volta che cambiava paese e il punto di vista variava ad ogni ora, ad ogni soffio di vento o cambiamento di luce.

Il termine “Impressionismo” fu usato per la prima volta in seguito alla mostra al Salon del 1874 quando i critici decretarono che gli artisti (Monet, Boudin, Cezanne, Pissarro, Renoir e Sisley) erano semplicemente dei dilettanti che non sapevano tenere in mano un pennello. In particolare davanti al quadro di Monet “Impression, soleil levant” il critico Louis Leroy dichiarò che “ci deve essere dell’impressione là dentro. E che libertà, che disinvoltura nell’esecuzione! La carta da parati allo stato embrionale è ancora più curata di questo dipinto!” Il problema che gli impressionisti incontrarono era dovuto al fatto che le loro tele sembravano dei lavori lasciati allo stato di abbozzo e non rispettavano i canoni tradizionali. Passata la resistenza iniziale, il pubblico iniziò a capirli e guardando i campi e i boulevards di Parigi si accorse che effettivamente essi potevano essere rappresentati sotto forma di macchie di colore e luce. Il lavoro degli Impressionisti convinse i successivi artisti che le limitazioni imposte dalla pittura accademica potevano essere superate.

La serie di dipinti più famosa di Monet è sicuramente quella de ‘Le ninfee’ che consiste in un ciclo di circa 250 dipinti, che occuparono i suoi ultimi trent’anni di vita e che rappresentano i fiori che aveva seminato nello stagno della sua tenuta a Giverny. La linea dell’orizzonte non è presente, non si avverte profondità e il cielo si intravede solo nei riflessi nell’acqua dello stagno. I paesaggi marini erano sempre stati i prediletti del pittore e nel laghetto di Giverny si concentra sul motivo della ninfea e sui suoi effetti di colore e di luce dimostrando all’osservatore la mutabilità e la relatività della visione. L’apparente monotonia dei soggetti sempre uguali ha come intento quello di sperimentare tutte le possibilità del linguaggio pittorico e della tavolozza. Baricco nel suo libro ‘City’ propone una interessante disquisizione: il professore Mondrian Kilroy spiega che l’ossessione di Monet nel dipingere ninfee era dovuta alla sua ossessione di dipingere il nulla. Far cadere il reale nel monotono, nel ridurlo a noia. “Nulla può diventare così insignificante come qualsiasi cosa se ti ci svegli di fianco tutte le mattine della tua vita” ed era esattamente questo che Monet intendeva raggiungere, secondo il professore, con lo spettacolo delle ninfee sempre davanti agli occhi e poi sulla tela. Per Baricco Monet voleva trasformare un’opera d’arte in niente anche se probabilmente Monet ha trasformato il niente in una opera d’arte.

Igiaba è una scrittrice di origine somala che si è raccontata in “La mia casa è dove sono”, un libro autobiografico che narra delle difficoltà incontrate nell’adolescenza in Italia. Figlia di un importante Somalo, di una famiglia più che benestante, emigrata a causa di un colpo di stato militare, si era rifugiata a Roma con la famiglia. Igiaba ha conosciuto nella sua adolescenza la fatica dell’integrazione, i pregiudizi razziali, la difficoltà nell’accettare se stessa e le sue radici L’8 Aprile 2011, Igiaba è stata la protagonista di un incontro tenutosi nella nostra Aula Magna, al fine di approfondire le tematiche del suo libro e confrontarsi con il nostro mondo studentesco. A seguire, una parte delle domande poste dagli studenti.

Studente: Qual è stata la sua formazione letteraria?

Igiaba: Durante il periodo scolastico ho studiato i vostri stessi autori, perché ho frequentato un liceo scientifico italiano. Quando sono uscita dal liceo, già più grande, mi sono interessata della letteratura dell’America Latina e più in generale di quella spagnola. Anche se all’apparenza non sembrerebbe, mi riconosco molto in questi libri; per esempio, un libro che mi ha colpito molto è stato Don Chisciotte di Cervantes. Per quanto riguarda la letteratura in lingua somala, questa è quasi tutta orale, ed è meravigliosa, con le sue leggende e i suoi racconti. I più grandi scrittori somali scrivono in inglese o arabo, perché la lingua scritta è “nata” soltanto nel 1973 ed è ancora poco usata nei libri.

S: Come ha capito che progetto voleva realizzare nella sua vita?

I: Lo si capisce negli anni della scuola superiore. Ognuno di noi è predisposto per qualcosa, ha un talento nascosto che viene fuori con il passare degli anni. Io ho studiato lingue, cosa che consiglio di fare perché sapersi destreggiare bene con una lingua significa avere un’opportunità, una corazza in più. Questi studi poi mi hanno dato l’input per iniziare a scrivere e scoprire la mia vocazione. Dopo tanta gavetta , sono riuscita a far pubblicare i miei articoli su giornali come “La Repubblica” o “L’Unità”. Fare giornalismo in Italia non è facile, ma io comunque sono riuscita ad avere una buona risposta dai giornali. Ho fatto molti sacrifici e mi sono impegnata duramente. Per ottenere ciò che si vuole bisogna rimboccarsi le maniche, al contrario di ciò che ci vogliono far credere i modelli proposti dalla televisione.

S: Ci può parlare della guerra civile che c’è tuttora in Somalia?

I: La guerra civile della Somalia è un argomento complicato. La motivazione del conflitto si perde anno dopo anno. Questa guerra, come la chiamo io, incivile, era iniziata per cacciare il dittatore Siad Barre. Quest’ultimo però nei 20 anni del suo governo aveva accentuato le divisioni già esistenti tra i somali che, separati in tribù e in sottotribù, iniziarono a combattersi tra di loro. Le Nazioni Unite inviarono una missione “di pace”, completamente disorganizzata – non si capiva nemmeno a chi facesse capo - a sostenere una parte dei somali, che fallì miseramente poco dopo. Dopo il ritiro delle Nazioni Unite, molte armi sono state lasciate nel paese e si è creato un traffico di armi. Dopo questo debole tentativo, l’ Onu non è più intervenuta. La situazione ora è degenerata; il conflitto è stato a lungo sostenuto o ignorato dai paesi, anche arabi, che volevano approfittarsi economicamente. Ad esempio, il Giappone a lungo è andato a prendere il pesce in Somalia.

I rifiuti tossici delle multinazionali sono stati scaricati nei mari somali. C’è la pirateria, c’è il traffico di organi e di esseri umani. C’è una forte spinta del fondamentalismo islamico. Il conflitto insomma va visto nel piano geopolitico.

S: Ha mai pensato di andare a vivere in un altro paese?

I: E’ un pensiero constante. Vorrei rimanere qui, sento che c’è bisogno di qualcuno che racconti in modo diverso l’immigrazione, oltre i soliti stereotipi. Certo è faticoso vivere in un paese che non investe più sulla cultura, con un lavoro precario come il mio. Conosco molti proprietari di musei, mostre e gallerie che sono disperati perché

mancano i fondi. Persino alla scuola è stato dato un grande taglio delle risorse. Per il momento cerco di resistere, ma ancora non so dove mi porterà il futuro.

S: Ha mai più rincontrato la sua maestra delle elementari che descrive nel libro?

I: Sì, una volta sull’autubus quando ero alle medie. La sua figura è stata fondamentale nella mia vita. Io andavo a scuola in un quartiere molto conservatore di Roma e all’epoca ero l’unica con la pelle scura. Alle elementari mi sentivo più sola che mai e spesso ero vittima di razzismo. I compagni mi escludevano dai loro giochi perché avevo la pelle nera. Per di più, per paura delle loro parole, mi rifiutavo di parlare e in classe ero silenziosa. Per fortuna la maestra capì il mio disagio e, siccome ero una lettrice appassionata, mi offrì dei libri in cambio della mia voce in classe. Mi spronò a raccontare agli altri bambini della mia terra d’origine. Piano piano cominciai a parlare e a raccontare della Somalia. E’ stata una persona importantissima per me, ma purtroppo ora è morta.

S: Qual è la sua opinione riguardo il tema dell’immigrazione?

I: Penso che l’intera storia è stata ingigantita. Negli ultimi decenni ci sono sempre state ondate di immigrazione come queste sulle coste di Lampedusa e del sud di Italia; quest’ultima è stata enfatizzata particolarmente,per il modo assolutamente scandaloso, in cui è stata fatta la prima accoglienza a Lampedusa. Un’isola di 5000 abitanti si è ritrovata ad ospitare altrettanti immigrati in strutture inadeguate, ed ha affrontato da sola problemi della tendopoli, mentre l’Europa non è intervenuta. Questa situazione infatti ha minacciato l’imminente stagione turistica, con il rischio di avere un calo di visitatori nei prossimi mesi e il crollo del turismo, che è uno dei settori principali dell’economia dell’isola.

Nonostante gli sforzi dei lampedusani, molti immigrati sono stati costretti a dormire per terra, con servizi igienici precari. Per questo non sono stupita se qualcuno ha provato a fuggire dalla tendopoli. Sono convinta che la maggior parte delle persone che vengono dai paesi del Nord Africa non è clandestina, ma lo è diventata grazie ai mille cavilli della legge Bossi – Fini. Acquisire la cittadinanza italiana è estremamente complicato; puoi aver vissuto per anni in Italia, esserti trasferito quando eri un bambino, ma con un po’ di sfortuna potresti persino essere espulso dal paese.

l’Italia comunque deve accettare i profughi somali o etiopi, perché queste persone scappano da una guerra civile e da situazioni insostenibili di cui il nostro paese, per la sua passata conquista coloniale e le sue politiche di sfruttamento, è in parte colpevole

I: E’ vero che quando era adolescente ha sofferto di disturbi alimentari?

S: E’ vero. Intorno ai 16 anni e all’inizio della guerra civile in Somalia, sono diventata bulimica. Mia mamma si trovava in Somalia allo scoppio del conflitto e non ho potuto avere sue notizie per quasi un anno. Mi sentivo in colpa perché sapevo che mia mamma doveva lottare ogni giorno per la sopravvivenza. In Somalia mancavano cibo e acqua e pregavo sempre che evitasse i colpi dei cecchini. C’è voluto molto tempo prima che qualcuno della mia famiglia se ne accorgesse e ancora di più per uscire completamente dal tunnel. Ora per fortuna ho un rapporto sereno con il cibo e mangio quello che ho nel piatto molto lentamente,in modo quasi eccessivo, per godere dei piaceri della tavola, anche se mi è rimasto il ricordo indelebile di quel periodo. Per esempio, a volte accuso disturbi gastrici e mal di pancia immaginari. Linda 1D

Copiare: non è certo una prassi relegata nel mondo degli amanuensi. Il fenomeno si è ormai diffuso alla maggioranza degli studenti di tutti i Licei ed Istituti, senza nulla togliere a chi, pieno di buona voglia, fa i propri compiti da sé. Si copiano i compiti assegnati prima, durante e dopo le lezioni: in qualsiasi momento propizio. Ormai però quest’opera massiccia di copiatura collettiva non ha più limiti: si copia mentre i professori spiegano o interrogano, addirittura anche davanti agli stessi senza nessun ritegno. Il colmo di questa nuova arte risiede nella copiatura dei compiti in classe in fase di svolgimento: sempre più spesso si possono scoprire nuovi promettenti trascrittori, i quali utilizzano sia fonti cartacee (i fogli dei compagni più bravi), sia fonti tecnologiche (i nuovissimi cellulari con connessione wireless).

Ma non c’è il rischio di essere “beccati”? E i copisti vi risponderanno che sì, il pericolo di essere scoperti persiste, ma sta nelle capacità della persona fare in modo che il professore non lo scopra, utilizzando nelle proprie risposte parole simili ma non uguali a quelle del compagno che viene gentilmente copiato o magari commettendo un piccolo sbaglio di trascrizione in modo da depistare l’insegnante.

Personalmente credo che copiare non sia un buon metodo per migliorare il proprio rendimento scolastico, anzi. Copiare rende gli alunni negligenti nel loro compito quotidiano di imparare con criterio le materie insegnate; inoltre non permette all’individuo di pensare con la propria testa e ciò potrebbe peggiorare ulteriormente le sue capacità di studente.

Questo spiega perché durante le interrogazioni orali i cosiddetti amanuensi dimostrino di sapere così poche cose in confronto ai loro scritti: sorge spontaneo il dubbio che il materiale elaborato non sia farina del loro sacco. Il peggiore dei casi sarebbe quello nel quale, durante un compito in classe impegnativo, l’alunno-copiatore fosse rimosso dalla sua postazione idilliaca per copiare (normalmente in fondo alla classe, ma i più scaltri anche nei posti limitrofi alla cattedra) e spostato di fianco al professore: tutte le sue lacune verrebbero a galla, deturpando il compito di errori grossolani.

C’è chi dice che i compiti assegnati sono eccessivi proporzionati al pomeriggio, chi afferma che lo sport/l’anima gemella/lo strumento musicale non permetta di finire le consegne, chi pensa di non aver un buon metodo di studio e si rifugia nell’ombra di quello altrui, chi semplicemente non ha voglia di studiare e preferisce copiare senza fatica. È preferibile sfruttare chi s’impegna quotidianamente ed è così permissivo da lasciar copiare tutti i suoi elaborati ai compagni? Perché sforzarsi di pensare invece che trovare i compiti già fatti il mattino dopo, così da avere un pomeriggio intero a propria disposizione?

Prima di tutto sforzarsi di pensare non è una perdita di tempo poiché aiuta a sviluppare la personalità e le capacità intellettive, inoltre è bene utilizzare parte del proprio tempo in qualcosa che servirà a ognuno per migliorare ogni giorno le proprie conoscenze e così poter arrivare preparati e con buone basi alle prove e difficoltà che il futuro riserva. Copiare è utile solamente se si vogliono sotterrare le possibilità di capire le materie assegnate.

Un consiglio che posso darvi è certo quello di non copiare (per il bene del vostro cervello), ma spetta a ognuno di voi adoperare questo suggerimento come meglio si crede.

Elena 2G

Il 21 marzo 2011 il pastore evangelico americano Terry Jones ha fatto bruciare nella sua chiesetta di Gainsville, in Florida, una copia del Corano. Dopo aver “processato” il testo sacro, ha optato per la sua condanna a morte, provocando rivolte e proteste in tutto il mondo musulmano, che ora esige giustizia. La più violenta delle rivolte ha avuto luogo a Mzar-l-Sharif, nel Nord dell'Afghanistan. Il primo giorno del mese di Aprile, dopo la preghiera del venerdì avvenuta nella Moschea Blu, una folla di circa 500 fedeli ha assaltato la sede locale dell'Onu facendo fuoco con i Kalashnikov e uccidendo quattro guardie di sicurezza e tre funzionari, due dei quali sono poi stati decapitati. Tre dei manifestanti sono invece stati uccisi dalla polizia afghana, che pare abbia causato un'altra decina di feriti.

Oltre a manifestazioni per motivi religiosi, il popolo afghano si è sempre distinto per la sua combattività e la sua repulsione per il dominio straniero: ancora adesso infatti nelle città di Lashkargah e Mihtarlam i Marines americani sono impegnati in scontri quotidiani contro i Talebani ed i loro sostenitori. Le Nazioni Unite tuttavia non sono state le prime occupanti di questo paese: da duemila anni a questa parte, gli eserciti più potenti del mondo hanno conquistato questa arida terra senza riuscire a controllarla a lungo.

Sin dai loro primi stanziamenti nelle piccole e fertili vallate del paese, le varie tribù afghane (Tagiki, Hazara, Uzbeki, Aimak, Turkmeni) hanno aperto diverse faide, alleandosi di tanto in tanto per scacciare gli occasionali invasori. L'illustre statista inglese Winston Churchill nel 1897 descrisse così la situazione afghana:”Un continuo stato di rivalità e conflitto prevale in tutto il territorio. Ogni tribù fa guerra alle altre tribù. La gente di una valle combatte quella della valle di fianco e tutti lottano contro gli stranieri[...] combinando la ferocia degli Zulu con l'abilità dei pellerossa e la precisione di tiro de Boeri”.

L'imperatore persiano Ciro il Grande fu il primo a invadere l'Afghanistan nel 558 a.C. conquistando l'attuale regione del Balkh nel Nord-Ovest. Il suo successore Dario I continuò la sua opera di conquista, ma dovette impegnare molti uomini per sedare le rivolte di queste tribù, già allora orgogliosa della propria identità. Alessandro Magno invase poi l'Afghanistan per completare la sottomissione dell'impero persiano, ma per via delle rigide condizioni climatiche del territorio, che vanta tanto rigidi inverni quanto afose estati, ma soprattutto della forza perse più uomini in Afghanistan che in tutte le sue campagne, che terminarono pochi anni dopo con la sua morte prematura. Nel VII secolo si affermò la religione islamica, che fungerà da ulteriore collante per i vari clan. Un'altro invasore degno di nota fu Gengis Khan che riuscì a mantenere il controllo radendo al suolo, anche con ingenti perdite, una città dopo l'altra. Tamerlano e il suo successore Babur diffusero l'induismo fra le tribù dell'est che si contesero poi il potere con gli islamici rimasti. Scacciati o sottomessi gli induisti, Ahmad Shah Durrani venne scelto fra i capi tribù come primo re dell'Afghanistan.

Nel XIX secolo l'Inghilterra si cimentò in ben tre guerre contro i bellicosi clan afghani che tuttavia non le portarono alcun vantaggio. Nel 1839 la regina Vittoria vide in quel paese mon-

tagnoso una possibile direttrice espansionistica per l'allora più temuto impero russo che minacciava di poter giungere fino in India passando attraverso l'Afghanistan: la guerra di conquista durò quattro anni e si concluse con il massacro della guarnigione inglese di Kabul, composta da circa 4.500 uomini, che fu annientata durante la ritirata verso Jalalabad, poco più a est. Nel 1878 le truppe reali riuscirono a strappare il controllo del paese con una seconda guerra.

La breve egemonia inglese si concluse con la terza guerra del 1919 in cui l'Inghilterra, stremata dalla Grande Guerra, decise di lasciar perdere il controllo dell'Asia. Dopo aver ottenuto l'indipendenza, ricominciarono i massacri reciproci: il re Amanullah fu costretto ad abdicare per via di alcune riforme scomode ai capi tribù e il suo successore Nadir Shah fu assassinato.

Il diciannovenne salito al trono alla morte di questi nel 1933, Mohammed Zahir Shah, concesse nel '64 una costituzione e un parlamento al Paese. Perse il potere per via di un colpo di stato nel 1973 e si ritirò in esilio in Italia.

Nel 1978 il partito marxista Pdpa afghano abolì il burka e l'ushur, ovvero la tassa dovuta dai braccianti ai latifondisti. La riforma risultò scomoda alle tribù islamiche che avviarono la Jihad contro i comunisti. Nel 1979 l'URSS invase l'Afghanistan e vi rimase impantanata per dieci anni, combattendo contro i Mujaheddin ( letteralmente i “Combattenti per la fede”) sostenuti dagli Americani, in quello che viene definito come il Vietnam dell'Armata Rossa. Fra i 4 milioni di profughi scappati verso il Pakistan per sfuggire agli orrori dell'invasione sovietica ebbe origine il movimento degli “studenti” del Corano, i Talebani, che una volta scacciati i Russi combatterono i Mujaheddin in una sanguinosa guerra civile dal 1994 al 1997, anno in cui presero il potere.

Da qui in poi si parla di storia recente: l'11 settembre 2001 con l'attentato al World Trade Center di New York l'Occidente intero al seguito degli USA ha dichiarato guerra al terrorismo e invaso l'Afghanistan. Il regime dei Talebani è crollato in poche settimane sotto i colpi della superpotenza americana e l'Onu si è occupata della ricostruzione del Paese tuttora in corso, ma i Talebani, oltre a fornire appoggio al nucleo terroristico di Al Quaeida, continuano imperterriti nella loro Guerra Santa, colpendo con frequenti raid gli avamposti americani ed europei nel nord-est del paese, incuranti delle perdite e dei danni causati alla popolazione.

Insomma lo spirito guerriero di questo popolo non si è ancora estinto e come ha ricordato due anni fa il leader talebano, il mullah Omar, l'Afghanistan è stata, dai tempi di Alessandro Magno, la “tomba dei suoi aggressori”.

Salve figli dell’Illuminismo! Buongiorno a voi sostenitori della scienza e della razionalità! Auguro a tutti che il vostro Oroscopo vi abbia predetto una bella giornata!

C’è qualcosa che non va, non credete? Eppure, in una società dove il libero arbitrio sembra regnare sovrano, c’è ancora molmolto spazio per superstizioni, per la divinazione e, più di tutti, per il famigerato Oroscopo: presente nella maggior parte delle riviste, quotidiani compresi, è seguito giornalmente da almeno il 30% degli Italiani. Una cifra esorbitante, se si pensa che circa 1 persona su 3 apre tutte le mattine almeno un periodico per scorrere immediatamente alla pagine dedicata all’Astrologia e legge che cosa le succederà.

Ma non è finita qui, perché non dobbiamo dimenticarci un altro 8% che afferma di non credere fermamente nelle previsioni quotidiane, ma sostiene che, nel giorno della nostra nascita, la posizione degli astri ha influito sul nostro modo di essere, sulla nostra personalità.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: perché, dopo gli effetti che periodi storici come l’Illuminismo hanno prodotto nel nostro tempo, così tante persone si lasciano guidare da chiromanti e astrologi? Sentiamo prima alcune risposte dei diretti interessati:

“L’oroscopo si basa sullo studio dei pianeti. Ovviamente ad ognuno di noi, nello specifico, capitano situazioni diverse, ma l’oroscopo, anche se in generale, ci dice cosa accadrà. Poi sta a noi capire le situazioni ed adattarci. Io lo leggo perché è più facile reagire ai problemi quando sai che avrai una giornata No”

“Se studi attentamente l’Oroscopo scoprirai che, incredibilmente, l’astrologia ti dice esattamente qual è il tuo carattere! Ognuno poi è diverso perché possiamo essere nati nello stesso giorno, ma mai nello stesso momento!”

E le spiegazioni assurde continuerebbero ancora per pagine e pagine, ma credo che queste due bastino per darne un’idea. Ebbene, per tutti questi “credenti”, ho una dichiarazione anch’io: uno studio del Minnesota Planetarium Society (Corriere della Sera, 15 gennaio 2011) ha scoperto che lo Zodiaco si è spostato di un segno negli ultimi 3mila anni. Infatti l’attrazione gravitazionale che la Luna esercita sul nostro pianeta fa oscillare la Terra lungo il suo asse e questo ne ha provocato lo spostamento rispetto alle costellazioni: fino ad oggi lo “stacco” è di circa un mese. Quindi, il Toro si scoprirà Ariete, i Pesci diventeranno Acquario, e l’incostante Bilancia si tramuterà come per magia in un puntiglioso Vergine.

E non è tutto qui, perché questo movimento della Terra ci ha portato in dono anche un altro segno zodiacale, il 13°: l’Ofiuco, una delle 48 costellazioni menzionate da Tolomeo (astrologo del 2°sec. a.C.), ed abbraccia il periodo compreso tra il 29 novembre ed il 17 dicembre.

Allora, amanti dell’Oroscopo, fate attenzione! Perché quando gli astrologi vi dicono che il Sole si trova nella costellazione del Sagittario, in realtà è in quella dello Scorpione!

Neanche a dirlo, sono migliaia gli appelli disperati delle persone. Tragedia o no, d’ora in poi saranno costretti a leggere non uno, ma due Oroscopi, uno per prepararsi ad affrontare la giornata, e l’altro per affezione.

D’altra parte, però, anche se l’astrologia è pura invenzione, dall’altra qualcosa di buono c’è.

Benché gli esperimenti scientifici abbiano confermato l’assoluta infondatezza di queste pratiche, si può quasi dire, che, in un certo senso, le previsioni si “auto avverino”: infatti, chi legge nel suo Oroscopo che una giornata sarà positiva, questa persona agirà esattamente di conseguenza e la trasformerà realmente in positiva. Al contrario, se questo individuo riceverà una profezia negativa, sarà più preparato e bendisposto ad affrontare i problemi.

Fortunatamente, comunque, la maggior parte della gente preferisce programmare la propria vita senza ricorrere a pratiche che si spacciano per Scienza, quando con Scienza non hanno niente a che vedere.

Per molti credere nell’Oroscopo rimane sempre “come credere nei Puffi”.

LSD scientificamente chiamata "dietilamide dell'acido lisergico", venne scoperta da Albert Hofman nel 1938 durante degli studi sul "claviceps purpurea", un fungo parassita della segale, gli effetti allucinogeni furono scoperti cinque anni dopo, quando HoHofmann venne a contatto casualmente con la sostanza.

Inizialmente fu impiegata nel campo psichiatrico anche con buoni risultati (dopo averne scoperto le dosi!), ma ben presto l’uso divenne abuso, ed ebbe uno sviluppo così ampio da entrare anche nel campo dello spettacolo, e soprattutto della musica: Pink Floyd, Jefferson Airplain, Jim Morrison, Kurt Cobain, Beatles, Jenis Joplin sono solo alcuni dei nomi di famosi cantanti e gruppi che dichiaravano apertamente la loro dipendenza. Si arrivò perfino a delle canzoni -"tributo" come: “White Rabbit” dei Jefferson Airplain, in cui c'è una chiara allusione alla pillola dell'LSD, la quale provoca in Alice il così detto “Trip” allucinogeno. Di seguito è riportato il testo:

One pill makes you larger

And one pill makes you small, And the ones that mother gives you

Don't do anything at all.

Go ask Alice

When she's ten feet tall.

And if you go chasing rabbits

And you know you're going to fall,

Tell 'em a hookah smoking caterpillar

Has given you the call.

Call Alice

When she was just small. When the men on the chessboard

Get up and tell you where to go And you've just had some kind of mushroom

And your mind is moving low.

Go ask Alice

I think she'll know. When logic and proportion Have fallen sloppy dead, And the White Knight is talking backwards

Una pillola ti fa più grande, Una pillola ti piccola, E quelle che ti dà la mamma Non fanno proprio niente. Va e chiedi ad Alice Quando è alta dieci piedi.

E se vai a rincorrere i conigli E sai che stai per cadere

Dì loro che il Brucaliffo Ti ha chiamato.

Chiama Alice

Quando è ancora piccola

Quando gli uomini sulla scacchiera

Si alzano e ti dicono dove andare E hai solo qualche tipo di fungo E la tua mente si deprime.

Va a chiedere ad Alice Credo che lo sappia Quando logica e proporzioni Sono cadute morte al suolo E il Cavaliere bianco parla al contrario

E la Regina di cuori :”Tagliatele la testa!” Ricorda cosa disse il ghiro: “Nutri la tua mente. Nutri la tua mente. Nutri la tua mente”.

And the Red Queen's "off with her head!"

Remember what the dormouse said: "Feed your head. Feed your head. Feed your head"

LSD viene assunto normalmente per via orale ma può essere anche assorbito direttamente dalla pelle, ottenendo gli stessi risultati. Un “trip” dura circa 8 ore ma il tempo può comunque variare dalla quantità della sostanza. Inoltre alcune persone posso sperimentare dei flashback, cioè un’improvvisa intossicazione da acido con relative allucinazioni; tutto questo si può verificare anche dopo anni dall’assunzione.

La sostanza teoricamente non provoca dipendenza, tuttavia dopo l’assunzione si possono presentare problemi come psicosi, insonnia, disturbi paranoidi e depressione

In ogni caso, è bene ricordare che... l’LSD è illegale!

Spiaggia. Il termine esatto per definire l’autogestione del Liceo Einstein. E’ in spiaggia che la gente mostra il suo ventre delicato e piatto, chiacchierando con le amiche, non certamente fuori da una palestra all’interno della quale si sta tentando di condurre un’assemblea, se non altro, per il rispetto di chi si è impegnato per organizzarla. Accettabile l’atteggiamento di chi ha deciso di rimanere in classe, scioccato da una qualità delle assemblee tanto scadente. E’ stato il caso dell’assemblea in palestra, basata unicamente su un monologo tra Benigni e Travaglio (la quale, per l’acustica pessima della palestra, è risultata molto più simile ad concerto noise), oppure una presunta assemblea sulla riforma Gelmini, trasformatasi in una lezione tratta dal Vangelo secondo Marx, con risvolti originali sulla privatizzazione dell’acqua. Purtroppo, quando ci si prende l’impegno di organizzare un’assemblea, la buona volontà da sola non basta: serve pragmatismo, organizzazione.

In spiaggia ci si premunisce di carte per giocare a poker, su questi giocatori d’azzardo riverso la mia indignazione: portare le carte a scuola è sinonimo di:” Faccio quello che mi pare per due giorni”. Allora perché non organizzare una “due-giorni” di poker selvaggio a casa propria? E’ proprio necessario mostrare anche a scuola la superficialità della nostra gioventù, che parte già con l’idea di non voler ascoltare, di sapere già che un’assemblea sarà noiosa? Poso l’ira e accolgo l’avvilimento.

Fortuna che c’erano gli addetti alla sicurezza che vigilavano sulla folla di studenti irrispettosi del codice di comportamento scolastico, preoccupandosi di farli ritornare al più presto nelle assemblee dalle quali erano evasi. Grazie a loro, il silenzio e la pace hanno regnato sovrani per la durata dell’autogestione. Questo, nei miei sogni, al Liceo Einstein invece la “security” era semplicemente ridicola: ridicola la loro autorevolezza, ridicola anche solo l’immagine di un addetto alla sicurezza che gioca al cellulare –pardon, Nintendo DS – o che controlla il corridoio dalla scala antincendio mentre fuma.

Per quanto le assemblee non fossero organizzate per bene, anzi, non fossero proprio organizzate, quello che è emerso è stato un totale disinteresse da parte degli studenti, un menefreghismo allarmante, un’apatia verso il proprio contesto sociale che mi fa realmente interrogare su come potrà essere il nostro futuro, nelle mani di chi la democrazia la vuole conoscere (anzi, è costretto a studiarla) soltanto sui libri.

Per avere un parere riguardo alle giornate dell’autogestione del 24 e 25 Marzo al Liceo Einstein, da parte di chi l’autogestione l’ha pensata, pianificata e messa in atto – sperando in un esito sicuramente diverso – abbiamo avuto una breve intervista con un rappresentante d’istituto ed un organizzatore, i quali hanno ammesso:

Di certo ci aspettavamo un maggiore interessamento da parte degli studenti, anche perché, nei giorni precedenti l’autogestione, era stato creato un blog (www.einsteinrimini.blogspot.com) aperto a tutti nel quale venivano esposti i temi ed i termini in cui le due giornate si sarebbero svolte. Abbiamo ricevuto diversi commenti da parte degli studenti e l’iniziativa era stata accolta con grande entusiasmo.

Quindi non pensate che si potesse migliorare qualcosa nell’organizzazione?

Pensiamo che gli argomenti trattati fossero interessanti e soprattutto molto attuali, purtroppo a causa del disinteresse generale l’autogestione non si è riuscita a svolgere nei termini nei quali ci auguravamo. Ecco, forse una cosa, quella sì, si poteva essere più severi, per esempio in palestra si poteva stabilire che la gente dovesse condensarsi in una metà campo: si sarebbe evitato che molti stessero in fondo a farsi gli affari propri!

Però è anche vero che molti studenti, alcuni dei quali anche interessati agli argomenti trattati, hanno deciso di lasciare alcune assemblee come quelle in palestra a causa dell’acustica scadente e dei mezzi inappropriati per un ambiente vasto e dispersivo come quello (mi riferisco alla scelta di proiettare un video difficile da seguire con l’unico sostegno delle casse)

I mezzi sono stati reperiti in parte a scuola e si è fatto il possibile per trovarne altri e migliori anche al di fuori della scuola. Inoltre alcuni dei temi, ad esempio quello della guerra in Libia, sono stati organizzati in poco tempo a causa della grande richiesta riscontrata proprio sul blog,, perciò è normale che l’organizzazione sia stata più difficile da gestire.

E non si riuscivano a trovare organizzatori disponibili?

No, infatti anche questo è stato un problema: la poca disponibilità da parte di chi, fra gli studenti, doveva -o avrebbe dovuto- tenere le assemblee. Pochi si sono proposti ed ancora meno hanno portato a compimento seriamente l’impegno preso.

Cosa mi dite, invece, di chi era addetto alla sorveglianza delle uscite?

Per quello avevamo incaricato i rappresentanti di ogni classe di chiedere e proporre chi se la sentisse di svolgere quell’incarico, ma poi le cose non sono andate come dovevano e non tutti hanno svolto il loro dovere seriamente.

A parte questo il risultato finale è stato deludente rispetto alle aspettative.

Angelica 4L

Movimentata la situazione italiana, sia sul fronte interno che su quello europeo, il problema? L’immigrazione. I confini italiani, in particolare l’isola di Lampedusa, sono mete alquanto ambite dai profughi Nordafricani (Tunisini in primis), i quali vedono nell’Italia un nuovo inizio...

Nuovo inizio?

Piuttosto un trampolino di lancio verso l’Europa: a pochi interessa rimanere in Italia:

- la disorganizzazione a livello politico e quindi sociale

- la scarsa possibilità di trovare un lavoro fisso [in Italia è infatti molto diffuso il contratto a tempo determinato, che non consente al lavoratore una sicurezza sul futuro. Mediamente, l’Italia ha una percentuale di contratti a tempo determinato pari al 33% dei contratti lavorativi (Istat)]

- episodi frequenti di xenofobia non è un caso che gli immigrati stiano cercando di raggiungere le località più vicine ai confini per poter poi “approdare” verso nuove nazioni, sicuramente più appetibili di quella italiana. E’ esemplificativo l’esempio di Ventimiglia, cittadina ligure, dalla quale i profughi cercano di partire alla volta della Francia, utilizzando le macchine, perché in treno i controlli sono più severi, ed il rischio di essere rispediti in Italia è maggiore.

Sorpresi

Non possono certo passare sotto silenzio le parole del Ministro dell’Interno Maroni, rimangiate il giorno seguente:” Mi chiedo se abbia senso continuare a far parte della Ue”. La giornata era stata calda a Lussemburgo, luogo in cui ha avuto sede il vertice dell’Unione Europea per discutere sull’emergenza immigrati. L’Italia chiedeva di spartire l’ondata di immigrati tra i vari Paesi membri dell’Unione. La risposta? No secco di Francia, Inghilterra, Polonia, Slovacchia, Austria (che ha già provveduto a chiudere le vie di accesso all’Austria dall’Italia), un “No” più cordiale da Spagna e Belgio, un “Sì” di consolazione da Malta.

Maroni non si spiega l’egoismo dell’Ue, critica la sua poca collaborazione e si chiede se abbia senso rimanerne all’interno: come se l’Italia giocasse un ruolo importante nelle decisioni europee. “Non è l’ora dei dispetti”, rimprovera Napolitano a Maroni: la situazione è difficile, va gestita, e senza l’aiuto dell’Unione Europea, la quale ha le sue ragioni per difendersi.

Il punto

In primo luogo, l’ondata migratoria che ha colpito l’Italia non è di portata tale per cui debba essere applicato la Direttiva CE 55/20011 In secondo luogo, l’Italia ha di fatto concesso parecchi permessi di soggiorno, i quali, per il Trattato di Schengen2, autorizzano i detentori del permesso a circolare nell’Unione Europea. Quale occasione più propizia per gli immigrati?

Proprio i permessi di soggiorno hanno causato forti tensioni a Lussemburgo: la manovra italiana sembrerebbe un modo carino per aggirare la presa di posizione forte degli Stati membri dell’Unione, i quali hanno dovuto adottare controlli stringenti alle frontiere.

L’Italia si stupisce della poca disponibilità dell’Unione Europea, ma pochi sanno che il vero problema non sta tanto nell’afflusso di immigrati, quanto nella disarmante disorganizzazione italiana.

Immigrazione in Italia

Se si pensasse che la Germania deve gestire un’immigrazione annua 5 volte superiore a quella italiana, verrebbe il dubbio che in Italia il sistema abbia qualche difetto.

1. Mancano le strutture in grado di accogliere gli immigrati in attesa di una redistribuzione sul territorio: stipare in una struttura il doppio, se non il triplo, delle persone che la struttura può supportare comporta uno stato di invivibilità e disagio tale per cui sia facile nascano malumori.

2. I problemi di integrazione sono fortissimi: non c’è da parte dello Stato un tentativo di mediazione linguistica e culturale. Questo atteggiamento non è tanto dato da una mentalità razzista (anche se potrebbe sorgere il dubbio, visto gli ultimi slogan leghisti), quanto da una miopia del Governo, che non capisce l’importanza di una preparazione, anche scolastica, che miri ad una vera integrazione con gli Stati europei (basti pensare che la conoscenza dell’inglese in Italia è ridicola, in confronto agli Stati membri della Ue), ma tanto più con quelli arabi, data la posizione geografica del nostro Paese.

3. A lungo termine, manca il presupposto basilare per l’avvio di una nuova vita in Italia: il lavoro. La crisi attuale ha portato un notevole tasso di disoccupazione, il mercato del lavoro è saturo, e senza lavoro è impossibile vivere.

Episodi di xenofobia

In un clima del genere, è chiaro che nascano episodi xenofobi, che trovano chiara espressione nell’esempio sopraccitato. Con questa affermazione non si intende discriminare gli Italiani come un popolo di razzisti violenti, piuttosto è necessario capire le motivazioni:

- Da sempre la cultura araba è stata vista con occhio di sospetto dagli Italiani, che vedono in loro più degli estremisti pronti a diffondere i loro modi vivere, piuttosto che dei “moderati” in cerca di lavoro. Gli atteggiamenti di irriconoscenza si fanno sempre più violenti e frequenti (si ricordi l’incendio appiccato a

- Gli Italiani si sentono traditi dallo stesso Governo, che sembra dirottare le entrate statali attraverso le tasse, in maggior parte sugli immigrati: famosa la proposta del Governo di dare 1500€ ad ogni immigrato per tornare in patria. L’ipotesi ovviamente è stata subito abolita, ma la notizia ha fatto immenso scalpore tra gli italiani, i cui stipendi raramente raggiungono tale cifra.

Conclusioni

Il fenomeno dell’immigrazione di massa, è purtroppo la punta dell’iceberg di una questione sociale che, in Italia, può e deve essere risolta, gli immigrati non possono essere i capri espiatori di un sistema che non funziona.

1Direttiva che regolarizza la “concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati”. La direttiva è però vaga sul numero di sfollati necessari a far scattare la direttiva stessa, da qui hanno avuto origine i dibattiti.

2E’ un trattato internazionale, valido per i Paesi firmatari (che attualmente sono tutti gli stati membri della Ue -tranne Gran Bretagna e Irlanda- , Svizzera, Norvegia, Islanda) secondo il quale viene abolita la sistematicità dei controlli alla frontiera nel passaggio da uno Stato all’altro. I controlli sono aboliti solo per i cittadini dei Paesi firmatari, ma anche per i cittadini di Paesi Esterni (Paesi che non hanno firmato l’accordo), se provvisti di documenti validi. In questo caso, il permesso di soggiorno vale come documento valido, quindi chi ne è provvisto può circolare all’interno dell’Ue.

Angelica 5C

• Luca,sei per me..il numero 1! (Toni)

• “Cercare la soluzione subito..Toni!”

• “Lo sappiamo della bravura di messi, nel liberarsi..ma lasciarli quei 2-3 mesi..”

• (Salvatore Bagni)

• Perchè non pubblicate i nostri annunci? [N.d.R.: Perché non li abbiamo trovati!]

• Zio Lucrozzio regna!

• La magia del sigaro di Ludovico Brighi

• Ludo malato!!

• NP<3

• nicola+pasquini

• Tu mi fai venire contrazioni ventricolari premature <3

• Ci andessimo, se potessimo!

• 1^I<3

• Autogestione =)

• Gennaro<3Jeti..Aimè

• Ciucchi!

• Dehihiho

• Beppino 4 ever bimbo teck

• Ho preso 6 in fisica!!!!

• Ma chi è Ludovico Brighi?

• Auguri Pattii! +18

• occhioocchio=sessantaquattrocchio

• Auguri Taty!!+18

• Voglio una Gattina!!

• Quando ti guardi intorno vedi bambini poveri [N.d.R.: Grande Spitty!]

• L’Eretteo è ambiguo<.<

• Nel dubbio fatevi una toca!!

• Posterdati per 2 anche un po’ Antani? [N.d.R.: Eh? =P]

• Prefettura!

• -non lo sapevo!

• -Adesso gemellaggio con l’occhiello di privilegio!!

• Applausi per Fibra!

• GNI-GNI-GNI-GNI-GNI!Cavolo,che palle!O:

• (i soliti idioti)

• Minypohh<3

• Vorrei che pubblicaste i nostri annunci!!! Grazie [N.d.R.: Prego!]

• Un <3 solo per Giani! Che padana

prendi?Bentornata! E’ tutto attaccato!!Move... move.. around my life! Moving! Moving!Matteo e la Janna cantano e ballano come pazzi... adesso chiamo “Amici”!

• Non ce ne frega nulla!! Ah-ah

• La Freacky Monday ha il becco a civetta

• “Non si vede bene che col cuore l’essenziale è invisibile agli occhi”

• Dopotutto potete evitare di pubblicare i nostri annunci... [N.d.R.: E perché mai?]

• W Bruno!

• Fermate la guerra, i kebab sono pronti. ._.Mi piace cantare. Mi piace ballare. Mi piacciono i treni ._. *woom*

• Nikolai ci salverà dalla guerra.Nikolai non muore mai!

• Dove è la mia vodka?

• C’è chi può e chi non può, io può.

• Siamo in semifinale :D

• Mama Uuuuuh D: citazione Freddie M.

• Ciao Parchimetro! Ciao D:

• Lattina di Coca Cola con l’uomo LOL nell’ora di inglese (y)

• Il complemento di compagnia con cuscus cuscucum... XD

• Fono folo ftafera fenfa di te, tu mi ha lafciato da folo davanti alla fcuola... [N.d.R.: Jovanotti? =)]

• I miei nuovi jeans sono cicci!

• Beatrice sei stupenda <3

• Pesce d’Aprile... (° >)<| ciao

Alunno 2: -No, quello che può tutto è laggiù, al piano terra [N.d.R.: Premio simpatia all’Alunno 2 =D]

Belletti

Prof: -Però con la Bocca non vi permettete di fare così!!

Alunno: -Scusi, però che cosa intende ‘con la bocca’?

Fabiani

La Rivoluzione Francese secondo Fabiani

Terzo stato: milioni di persone che si sono rotte dell’assolutismo.

Prima fase: tutti contro il re e tutti sono d’accordo a convocare questa cavolo di assemblea. Viene dato il contentino al terzo stato dicendogli “ok va bene, voi potete eleggere il doppio di rappresentanti”. Non esiste più l’assemble degli stati generali, è morta!

Però il re costringe nobiltà e clero a partecipare all’assemblea anche se non ne avevano tanta voglia. Si forma una milizia borghese che si arma e vuole ancora delle armi, iniziano a tagliare qualche testa e a portarla in giro sulle picche per la città. Ergo inizia la rivoluzione. [N.d.R.: Clarissimus]

Ferrara

Prof: -Non fate come le oche del campidoglio;o come le pecore che vanno a pascolare!

Neri

Prof: -Di Marco,cos’è un’eclisse?

Alunno 1: -Un’eclissi è.. cioè, se Taddei è davanti a me non vedo oltre..

Alunna 1: -Di ma, oggi dici proprio delle perle di saggezza!

Prof: -Casommai delle “pirle di saggezza”!

Alunno,1,2,3:Cicale,Cicale,Cicale!

Prof: -L’unica cosa che “cicala” è il voto!

Annibali

Alunno 1: -Prof mi cava la nota?

Prof: -No, non si può!!

Alunno 1: -Prof lei può tutto

Prof: -Colui che tutto può è lassù.(in cielo)

Ipse dixit

Rossi

Alunna: -Prof, posso chiederle una cosa?

Prof: -Sì, sì come no (e continua a spiegare) Monopoli

Alunno: -Prof va bene?

Prof: -Si va bene..ma sembra che il tuo disegno sia stato colpito da un bombardamento biblico Droghini

Prof: -Vi mangio tutti! Merolla

Prof: -L’uscita -i che cosa può essere?

Spadoni: -Eh prof, tanta roba...

Prof: -Spadoni tanta roba! Macrelli Serena

Prof: -Ma stai copiando i compiti?

Alunno: -Non tutti.

Prof: -Stai correggendo?

Alunno: -Prof se è corretta non è da correggere!

Prof: -Dov’è?

Alunno: *sfoglia il quaderno*Ah eccola!

Prof: -Meno!

Alunno: -Prof, ma è corretta!

Prof: -Due meno!

Barvas

Entra un pallone dalla finestra; Prof: -Non ridateglielo! E’ un trofeo di guerra!

Faini

Prof: -Il cubo è la figura più idiota che possa venire in mente.

Barresi

Prof: - µ si legge mu o mi , per i gatti miao.

Filippi

In questo caso le energie sono 3: Ecinectica, Epotenziale e Etotale; Padre, Figlio e Spirito Santo... Zanotti

Credits

Caporedattrice

Angelica 5C Angelica 5C Angelica 5C Angelica 5C

Co-caporedattore

Luca 3L Luca 3L Luca 3L Luca 3L

Redattori

Nicolas 1A, Linda 1D, Andrea 2G, Sergio 2G, Tai 3A, Nicolas 1A, 1D, Andrea 2G, 2G, Tai 3A, Angela 3C, Alessandra 3F, Elena 3I, Angela 3C, Alessandra 3F, Elena 3I, Angela Alessandra Elena 3I, Angela Alessandra Elena 3I,

Nicola Sofia Angelica 4L, 4L, Souad

Nicola 3L, Sofia 4C, Angelica 4L, Federica 4L, Souad 5F

Un ringraziamento speciale... Un ringraziamento speciale... Un ringraziamento Un ringraziamento

Anche se non volete far parte della redazione, potete manmandarci vostri disegni, articoli, o qualunque altra cosa il vostro estro artistico vi proponga, alla nostra ormai nota mail:

Ad Anna e Pia, le nostre photocopy-girl di fiducia, ai professori che ci hanno concesso il tempo per la vendita (se ce l’hanno concesso!) e alla pazienza del prof. Giuseppucci che ci sopporta... ehm... supporta sempre! XD utopia_einstein@hotmail.it utopia_einstein@hotmail.it ...e anche su Facebook! Cercate “Utopia Einstein”

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
5° numero by 2010-2011 - Issuu