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ANNO 2011 N.2

18-07-2011

L’Universale

Periodico di politica, cultura e attualità

MIS ERO

dellafede


www.luniversale.com Nasce il laboratorio de “L’Universale” Vuoi misurarti con il mondo dell’informazione? Vuoi mettere nero su bianco e condividere le tue notizie e, perché no, il tuo punto di vista? Per te nasce il blog de l’Universale, un vero e proprio laboratorio di giornalismo vivo e pulsante... Diventa protagonista con noi.

Direttore Stefano Poma Vicedirettore Gianluca Di Agresti Redazione Fernanda Abbadessa Giorgio Aquilino Lorenzo Amati Alessio Quinto Bernardi Marika Borrelli Luisa Caridi Matteo Di Grazia Silvia Fabbri Laura Fois 2 / L’Universale

Sandra Giuliana Granata Massimo Pittarello Fabio Pittau Denise Puca Pasquale Restaino Leandro Solimene Art director Valerio Casanova Vignette Giacomo De Giacomis Tratto A-maro Segreteria Elisa Sitzia

Sommario

zo della libertà 22 The Italian Female (Pasquale Factor - Principessa Restaino) Prosciutto L’Universale 42 (Marika Borrelli) Piscatores hominum 23 Cogito ergo sum (Laura Fois) (Fernanda Abbadessa) MIS ERO 44 Quando la 24 Padre Pio: un dellafede religione è al miracolo all’italiana servizio della (Matteo Di Grazia) strategia politica 26 Intervista a Dante (Lorenzo Amati e Svarca Matteo Di Grazia) (Sandra Giuliana 4 Editoriale: Credere 46 Israele: quando la obbedire combattere Granata) Bibbia diventa un 28 Non cambierà (Stefano Poma) programma mai... 6 Mafia - Chiesa politico (Giorgio Aquilino) Una preghiera (Matteo di Grazia) strozzata nel silenzio 30 L’ora di religione: dai Patti Lateranensi al 48 La crescita del (Gianluca Di Agresti) fondamentalismo ministro Tremonti 8 Pedopreti islamico tra prima (Luisa Caridi) (Alessio Quinto Ber- e seconda intifada: 31 Intervista al senatore nardi) l’ascesa politica di Ceccanti - Un cat- 10 Perché i preti sono Hamas ed il ruolo tolico del PD pedofili dei “martiri” (Massimo Pittarello) (Silvia Fabbri) (Lorenzo Amati) 11 E se Dio fosse donna? 34 Quando le fiamme ec- clesiastiche ardevano (Marika Borrelli) i libri, tentazione del 12 Vaticano esentasse (Gianluca Di Agresti e demonio (Sandra Giuliana Leandro Solimene) Granata e 14 Le vie del Signore Fabio Pittau) sono impunite 36 Una Chiesa fondata (Denise Puca) sulle balle 16 Il Pontifex tra la (Stefano Poma) Chiesa e il fedele (Massimo Pittarello) 39 L’amore non muore mai - viaggio tra 18 Speciale: Gesù e il i diritti riconosciuti e i suo tempo pregiudizi dei gay nel (Stefano Poma) mondo (Laura Fois) 40 Jafar Panahi e il prez- ANNO 2011 N.2

18-07-2011

Periodico di politica, cultura e attualità

L’Universale /

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Copertina

di Stefano Poma

Editoriale

Credere obbedire

combattere

I “Mussolini comprò così un Paese composto per il novantanove percento da cattolici. Da quel momento divenne l’uomo della Provvidenza.”

4 / L’Universale

l dogma cristiano del mistero della fede trova, nello slogan mussoliniano “credere obbedire combattere”, l’assonanza perfetta. Non è un caso se la conciliazione, siglata dai Patti lateranensi, sia avvenuta sotto una dittatura, e in particolare quella fascista. Questo poiché Fascismo e Chiesa hanno la stessa considerazione e concezione dell’uomo, il quale deve essere guidato, consigliato, indirizzato, e mai lasciato libero arbitro della propria vita. L’affare, tra Papi e Re, è sempre stato quello d’aiuto reciproco, per perseguire entrambi lo stesso scopo: conservare il potere e, se possibile, ampliarlo. Un gioco delle parti che ha sempre trovato, nell’illusione degli uomini, lo scopo principale. Il “discorso della montagna”, ne è stato l’apripista: “beati voi che adesso avete fame perché sarete saziati, beati voi che adesso piangete perché sarete lieti”. Poi, se a questo aggiungiamo il potere della spada, che non da Gesù fu concepito ma da Paolo, troviamo l’autorità voluta da Dio, e quindi legittimata a fare dell’uomo ciò che vuole. È il Padre che gliel’impone. E i fedeli non possono ribellarsi, disapprovare, dissentire. Perché la condanna sarà la peggiore: l’Inferno. E senza nemmeno dare, al peccatore, possibilità di difesa in aula di tribunale. A sentenziare sono i depositari del Vangelo, i legislatori dottrinali, il semplice prete in confessione. È a loro che ci si deve affidare, a loro bisogna

render conto, se non versarlo (quando si tratta di denaro). Tutto messo in piedi da una macchina perfetta, un impianto costruito ad hoc sulle fondamenta della paura, dell’acriticità, dell’ignoranza. Il sistema è stato, per secoli, sempre lo stesso: la Santa Messa recitata in latino, dove l’interpretazione del Testo era affidata al prete, e il fedele relegato a mera comparsa sulla scena. Impedendogli, in questo modo, di sollevare dubbi e incertezze. Tipo quelli che potevano nascere in età medievale, quando i crociati sterminavano migliaia di musulmani per imporgli il loro credo. Oppure i roghi dei libri e degli uomini ai tempi dell’Inquisizione. Pratica purificatrice che aveva il compito di sterilizzare la terra dalle eresie. Come quella di non credere all’Unità e Trinità di Dio, o all’incarnazione di Gesù. Alla verginità di Maria, alla resurrezione del figlio, e alla vita nell’aldilà. Politica dell’ipse dixit in nome di Cristo, che, da primo socialista della Storia, alle scomuniche avrebbe senz’altro preferito una struttura orizzontale e missionaria della Chiesa, con delle organizzazione filantropiche astenute dai giochi elettorali. Campo in cui rientrò dopo il 1870 e la breccia di Porta Pia, quell’undici febbraio del 1929, per concessione di Mussolini. “E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo

che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi”, disse dopo il Trattato Pio XI. In un colpo solo si ribaltava il concetto cavouriano di “libera Chiesa in libero Stato”, veniva demonizzato lo Stato liberale, il primo appannaggio democratico, e veniva portato in Pompa Magna l’uomo che, da tre anni a quella parte, aveva messo fuori legge ogni tipo di libertà. Ma, il Papa, quella leccatina se l’era fatta ben pagare: in soldi, potere e privilegi. La Convenzione finanziaria stabiliva che lo Stato italiano avrebbe dovuto versare al Vaticano settecentocinquantamilioni di lire in contanti, e un miliardo in titoli. E questo per far fronte alle spese di routine. Che erano, in base a una stima del 1919, di un milione e mezzo di dollari. Ma, quel provinciale di Mussolini, volle esagerare: offrì al Papa quattro milioni e mezzo di dollari che, naturalmente, il successore di Pietro si guardò bene dal rifiutare. Soldi che a getto continuo entravano nelle casse del Vaticano, tre volte tanti quanti riuscivano a spenderne, e proprio alla vigilia della grande depressione economica. Ma la parcella fascista, che serviva a portare i preti nel proprio gregge, non era solo pecuniaria: era ribadito il contenuto dell’articolo primo dello Statuto albertino, il quale indicava la religione cattolica apostolica romana come religione unica dello Stato italiano. Veniva istituito lo Stato del Vaticano, dove al Papa era riconosciuta la piena sovranità e la esclusiva potestà legislativa della Santa Sede. E, ben più invadente, si riconosceva come

personalità giuridica, si attribuiva il diritto all’insegnamento religioso nelle scuole, si attribuiva ai sacerdoti la funzione d’ufficiali di stato civile nella celebrazione del matrimonio cristiano. Mussolini comprò così un Paese composto per il novantanove percento da cattolici. Da quel momento divenne l’uomo della provvidenza. Il Papa l’aveva autorizzato ad esserlo: i suoi dogmi, ora, erano pari a quelli dei Vangeli. E quindi da Palazzo Chigi si trasferì a Palazzo Venezia, dove appariva alla folla come un’entità superiore, gridando dal balcone mentre i fedeli l’ascoltavano rapiti, come il prete quando sull’altare legge il Verbo. I religiosi tenevano comizi, arringhe, orazioni, per esaltare i martiri della Grande Guerra e i morti per la Patria. La diaspora coi Savoia pareva sparita per sempre, anzi, sembrava mai esserci stata. Una velina di Achille Starace suggeriva ai ministri di Dio di concludere i loro discorsi pubblici chiarendo ai fedeli che “non si può essere cristiani nel vero senso della parola se non si ama di un amore fraterno, profondo, la nostra seconda casa, la Patria”. Il crocifisso era tornato nelle scuole e negli ospedali, i seminaristi esentati del servizio militare, l’Azione Cattolica ritenuta legittima. S’intimava agli operai nelle fabbriche e agl’impiegati negli uffici che “qui non si parla di politica, qui si lavora”. E, quest’eredità, ancora oggi serpeggia: la massa, la folla, non deve parlare di politica o di religione, deve solo lavorare e obbedire. Ciecamente. Se si è di Sinistra ci si deve schierare con Bersani o Vendola, se si è di Destra con B o Fini. Il singolo, in questo mare, annega. Loro sono i depositari della Verità Rivelata, loro sono gl’intoccabili, possiedono ancora il potere della spada ipotizzato da Paolo. Anche se, grazie alla Rete, il sistema d’informazione tradizionale

all’italiana va pian piano svanendo. Quindi, sia gli elettori al cospetto del politico che parla, sia i fedeli in chiesa innanzi al prete, potranno sentire altre voci, acquisire altre informazioni, che non mortifichino l’essere umano a marionetta dei potenti. E, questo giornale, ne è un esempio.

Benito Mussolini

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di Gianluca Di Agresti

Mafia - Chiesa

una preghiera strozzata nel silenzio

“A

nche se i traffici loschi della Santa Sede sono parte integrante dei misteri della fede”. Così cantava Giorgio Gaber nel suo pezzo “La Chiesa si rinnova”. Il leit motiv di politici, preti, mafiosi e faccendieri è da anni sempre lo stesso: “i rapporti tra mafia e Chiesa non esistono”. Tanta è la virulenza con la quale certe esternazioni vengono fatte che va a finire che qualcuno ci crede pure, a simili fesserie. Negli ultimi anni sono proliferati diversi libri-inchiesta sulla natura dei rapporti che intercorrono tra mafiosi e preti, accomunati entrambi da una grandissima fede. Questo però non basta per accusare di mero anticlericalismo, chi ha deciso di far aprire gli occhi ai lettori che troppe volte preferiscono tenersi appiccicato sopra con l’attak quintali di prosciutto. Prima della morte di don Pino Puglisi, avvenuta nel 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno, la mafia e le altre organizzazioni criminali in generale, non avevano mai ammazzato alcun esponente della chiesa cattolica, tanto buoni sono i rapporti con il clero. Alla morte del prete antimafia, campeggiava anche tra i più onesti fedeli un unanime “se l’è cercata” che riportava alla mente dei più attenti e forse anche dei più longevi, considerati i tempi, una frase del sempreverde senatore Giulio Andreotti, quando fu ammazzato Giorgio Ambrosoli da un “uomo” del banchiere Michele Sindona. Ambrosoli all’epoca dell’omicidio accaduto nel 1979, lavorava presso la Banca Privata 6 / L’Universale

Italiana come commissario liquidatore. Stava indagando su presunte attività illecite di Sindona, iscritto alla loggia massonica P2 ( tessera n. 0501) e definito dal “divo Giulio” nel 1974 “il salvatore della lira”, forse perché con una serie di numerosissimi libretti al portatore trasferì 2 miliardi di vecchie lire nelle casse della Democrazia cristiana. Un anno dopo l’assassinio di don Puglisi, la camorra ammazza don Peppino Diana, parroco della chiesa “San Nicola di Bari” a Casal di Principe. Nel cuore di Gomorra, un altro residuo dell’antimafia cattolica viene reciso. L’omicidio avvenne alle 7:30 del 19 aprile 1994, il prete fu assalito da 5 colpi di pistola. Pochi minuti dopo avrebbe dovuto celebrare la messa. Le mafie decidono di ammazzare i nemici nei giorni di “festa”. Padre Puglisi fu ammazzato nel giorno del suo compleanno, don Peppino Diana fu fatto fuori in occasione del suo onomastico. Il mandante dell’omicidio fu il boss casalese Nunzio De Falco, difeso dall’avvocato e deputato Gaetano Pecorella. Nello stesso tempo il deputato di Forza Italia, poi confluito nel Popolo della Libertà, ha presieduto la commissione giustizia della Camera dei Deputati. Inoltre Pecorella è noto alla cronaca per aver avanzato una proposta in Parlamento per l’abbassamento della maggiore età, dopo che il suo capo è stato iscritto nel registro degli indagati per prostituzione minorile dalla Procura di Milano nell’ormai celebre caso Ruby. Ma quella è un’altra storia. Rotolando verso sud e andando indietro con

gli anni, piombiamo ad Africo, paese in provincia di Reggio Calabria, che fu il regno incontrastato di don Giovanni Stilo, definito “capo-padrone” del paese e fondatore della “Serena Juventus”, una sorta di diplomificio secondo i suoi oppositori ed accusatori, mentre una splendida opera di “educazione civica e morale” secondo i suoi fedeli prodi – “che ha dato istruzione a parecchi giovani della Calabria”, non ultimo a quell’ Agostino Coppola, nipote dell’ ex boss di Cosa Nostra made in USA Frank. I giudici del Tribunale di Reggio lo condannarono in primo grado a 5 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso. La condanna fu confermata dalla Corte d’Appello, ma ci pensò la Cassazione a proscioglierlo. Dopo la sua morte avvenuta nel 1999, file sterminabili di fedeli hanno reso omaggio al prete calabrese, tanto da meritarsi a dieci anni dalla sua scomparsa, un libro che ripercorre tutte le sue gesta: “Il Vangelo secondo don Stilo” (di Costantino Belluscio e Francesco Kostner, Klipper editore, pp. 264, euro 20,00). Eh sì, questo Paese è riuscito addirittura nell’impresa di far diventare evangelista, un prete che andava a cena con i boss delle cosche. La presentazione del libro è stata affidata, ad uno dei tanti personaggi estroversi, per usare un eufemismo, del nostro paese, quel Raffaele Jannuzzi, in arte Lino che dopo essere stato condannato nel 1967 a 13 mesi, non andò in galera, in quanto eletto al Senato nelle fila del Partito Socialista Italiano. Dopo

l’esperienza socialista, continuò ad esercitare la sua professione di giornalista, ma la voglia di sedere nelle comode poltrone di Roma, era così tanta che il fondatore di Radio Radicale riuscì a farsi eleggere per ben due volte nuovamente al Senato dal 2001 al 2008, questa volta con Forza Italia, del resto come una buona parte degli ex PSI fece dopo il ciclone “Tangentopoli”, da Cicchitto a Tremonti, da Brunetta al maestro delegato alle politiche anti-sociali Sacconi, tutti assieme a Berlusconi. Olè, che bello. La burrascosa carriera di Jannuzzi, però non termina qui. Marco Travaglio, in un suo libro, spiega come il boss Giuseppe Guttadauro, parlando con l’amico Totò Aragona stesse organizzando una battaglia attraverso i media per difendere i colleghi mafiosi rinchiusi nelle galere. Fu contattato Giuliano Ferrara e come compagno di merende, proprio Jannuzzi, che secondo fonti vicine al direttore de “Il Foglio” rimase a digiuno. Lo stesso Jannuzzi, difese strenuamente B. attraverso la rivista di famiglia, “Panorama”. Nel suo pezzo, il giornalista sosteneva che i giudici Boccassini, Paciotti, Castresana e Del Ponte stessero organizzando in un noto hotel di Lugano un “golpe giudiziario” per abbattere Berlusconi. L’incontro, secondo i giudici non ci fu. Panorama ed il direttore responsabile furono costretti a risarcire le parti lese per oltre 250.000 euro. ’Ndrangheta, camorra e mafia si fanno da “buoni cattolici” il segno della croce. Sette anni fa in un’intervista rilasciata al giornale La Repubblica, don Giacomo Ribaudo si confessava. Nel 1994 fu il primo ad incontrare Pietro Aglieri, che sarà poi arrestato 3 anni dopo e condannato all’ergastolo per le stragi di Capaci e Via d’Amelio. Secondo alcune voci in quel periodo il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano stava

cercando un progetto di dissociazione dei mafiosi per ottenere uno sconto di pena per gli “uomini d’onore” finiti in galera. “La magistratura aveva l’unico obiettivo di sapere dove avessi incontrato Provenzano” racconta il prete il quale sostiene che il boss avesse avuto in quel periodo un confessore. “Provenzano è un uomo di una fede immensa”, sostengono da più parti, tanto da dispensare in mezza Sicilia pizzini del genere: “ con il volere di Dio, voglio essere un suo servitore”, concludendo tutte le sue missive sempre con un: “vi benedica il Signore e vi protegga”. Nella sua lunghissima latitanza durata ben 43 anni, furono tante le missive con il consigliere politico Pino Lipari e la compagna Saveria Benedetta Palazzolo, i quali raccontano di un Bernardo che ricavava dai suoi messaggi gli insegnamenti della Bibbia. Del resto anche don Ribaudo parlava con i giudici di cercare una netta scissione tra il pentimento cristiano da quello giudiziario, che avrebbe causato non pochi grattacapi agli “uomini d’onore”. In quegli anni il prete stava cercando assieme al monsignor Riboldi, vescovo di Acerra, di trattare una riconversione dei mafiosi e dei camorristi, con il benestare del cardinale di Palermo Pappalardo, riecheggiando così non più tardi di qualche mese quel “Convertitevi!” di Karol Wojtyla in una Palermo gremita. Correva l’anno 1993. L’intento dei preti era quello di creare un percorso autonomo da quello della magistratura consegnando alla Chiesa “le chiavi per aprire le strade della profezia”. Sicuramente hanno ingolfato le casse vaticane. Gianluigi Nuzzi nel suo libro-inchiesta “Vaticano S.p.a.” ( Chiare lettere editore, pp. 280, euro 15) riporta, nel capitolo “Lo Ior e quei soldi per Provenzano”, le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex

sindaco di Palermo: “le transazioni a favore di mio padre passavano tutte attraverso i conti e le cassette dello Ior”. La restante parte di quel denaro che proveniva dalla gestione criminale degli appalti sarebbe poi finita nelle tasche di Totò Riina e Provenzano. Lo Ior è formalmente “l’Istituto per le Opere di Religione”, ma svolge a tutti gli effetti i compiti di una banca. Quando tra il 1946 e il 1971 la Banca Vaticana fu l’azionista di maggioranza del Banco Ambrosiano, il direttore era Paul Marcinkus che fu indagato per riciclaggio di denaro della mafia in connessione con la P2 di Licio Gelli. Il direttore della Banca Vaticana però non fu arrestato, in quanto secondo l’articolo 11 dei Patti Lateranensi chi occupa un ruolo centrale in un ente della Città del Vaticano è coperto dall’immunità. È stato inoltre accertato che la Banca dei cardinali finanziasse i legali di Andreotti quando doveva presentarsi in tribunale. Soldi serviti ad allungare i processi del “divo” quasi tutti caduti in prescrizione. Nell’indagine “grandi opere” del 2010 sugli appalti del g8 a La Maddalena è stato accertato che Diego Anemone e gli altri imprenditori versassero le tangenti agli indagati sul conto dello Ior. Nell’ultima inchiesta sul riciclaggio di denaro sporco che vede invischiata la banca del clero, il Papa ha preso una decisione netta, firmando con l’Unione Europea una convenzione monetaria entrata in vigore dal primo aprile scorso, che prevede l’uso di norme antiriciclaggio. Secondo voci della Santa Sede pare abbia consultato il ventunesimo capitolo del Vangelo secondo Matteo, quando Gesù voleva scacciare tutti i mercanti dal tempio. Per adesso sono ancora tutti lì dentro…

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di Alessio Quinto Bernardi

Il frate che convertiva pornostar e narcotizzava una suora per abusarne

Pedopreti Reticenza e negazione: scandali sessuali all’italiana degli “uomini di Dio”

N

egli ultimi anni lo scandalo della pedofilia e, più in generale, degli abusi sessuali ha travolto con una sorta di effetto domino la Chiesa dagli States all’Australia, tanto che più di una volta il pontefice è stato costretto a pubbliche scuse e all’esecrazione del fenomeno. Mentre nel resto del mondo la popolazione e l’opinione pubblica si sono schierati senza e senza ma contro questi crimini, nel Belpaese, un po’ per la millenaria ingerenza vaticana un po’ per l’inconscia e/o genetica sudditanza al clero degli italiani, questo tipo di reati sono stati sempre visti con sospetto, giacché alcuni si sono sentiti persino in diritto di avanzare tesi complottiste ai danni del soglio di San Pietro. Secondo l’avvocato Sergio Cavaliere, esperto della materia, in Italia negli dieci anni sono documentati circa 130 casi di pedofilia clericale, dato più o meno confermato da monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei che ammette che i casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti “rilevati in Italia con procedimenti canonici nell’ultimo decennio” sono “un centinaio”. Il legale tiene a sottolineare che questa è soltanto la “punta dell’iceberg”, in quanto molte vittime sono riluttanti a denunciare l’abuso o, qualora lo facciano, si rivolgono unicamente all’autorità ecclesiastica e non a quella giudiziaria. Alla reticenza delle vittime va poi assommata quella del clero, perché aggiunge l’avvocato che “in nessuno dei casi il vescovo locale ha avvisato 8 / L’Universale

la polizia del sospetto abuso”. Alla luce di tutto ciò appare chiaro che in Italia, tenendo conto della sordità della popolazione, delle omissioni del Vaticano e della paura di denunciare delle vittime, il fenomeno assume delle dimensioni abnormi: una vera vergogna per la nostra Penisola! Dalla parte del pedofilo E non finisce certo qui in accordo al fatto che da noi non c’è mai limite al peggio. In Italia ci sono finanche fedeli pronti a manifestare in difesa dei laidi abusatori in ragione della fede. Fanatici cattolici pronti a spingersi laddove neppure il più integralista esponente di Santa Romana Chiesa ha osato. Ad esempio in quel di Ginestra Fiorentina in molti si sono battuti in difesa del parroco Roberto Berti, nonostante la condanna della Congregazione per la dottrina della fede per molestie sessuali. Per ovviare alla spinosa questione e ristabilire la verità, l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori è stato costretto ad far affiggere la sentenza di condanna nella bacheca della parrocchia al fine di sconfessare quanti sostenevano che il prelato fosse stato assolto. Un altro caso surreale di ultras cattolici contro le vittime degli abusi è quello che riguarda Ruggero Conti, parroco di Selva Candida, accusato di pedofilia, sesso con minori e prostituzione aggravata. Alcuni giovani si sono presentati al suo processo con delle magliette sulle quali era stampata la scritta “don Ruggero, ti vogliamo bene” nel più totale spregio delle povere vittime.

 «Vergognatevi tutti, magistrati, suore e preti, perché è stato condannato un innocente». Queste sono le parole d’odio con cui Padre Fedele Bisceglia (70 anni) ha accolto la sentenza di condanna a nove anni per violenza sessuale inflittagli dal tribunale di Cosenza, che, nel contempo, ha condannato a sei anni e tre mesi per lo stesso reato anche il suo segretario Antonio Gaudio. Personaggio picaresco questo frate francescano, già noto per aver partecipato all’Erotica tour o per aver digiunato affinché il Cosenza non retrocedesse oppure per aver convertito la pornostar Luana Borgia. I giudici l’hanno riconosciuto colpevole di aver abusato sessualmente per ben cinque volte di una consorella siciliana ed ex-collaboratrice dell’Oasi dei poveri, costretta ad assumere degli psicofarmaci piventare completamente succube dei violentatori.  Sesso&droga: il caso di Padre Riccardo Seppia «Sono cocainomane, sono finito in questi guai per colpa della tossicodipendenza ma non ho mai frequentato i Sert», così Don Riccardo Seppia, parroco 50enne e sieropositivo di Sestri Ponente in galera per l’accusa di abuso su minore e cessione di stupefacenti, si rivolge al medico del carcere. Molti sapevano, nessuno parlava: solito copione. La storia è emersa casualmente, a seguito di alcune indagini dei Nas riguardo lo spaccio di droga in alcune palestre e saune milanesi. Attraverso le intercettazioni i carabinieri hanno scoperto che Don Riccardo oltre ad essere un assiduo frequentatore

di ‘questi centri di benessere’ si riforniva di cocaina che barattava a Genova con dei ragazzini in cambio di sesso. Il processo verte principalmente sulle molestie subite da un chierichetto sedicenne, con il quale il prete avrebbe consumato rapporti orali. Ma le numerose intercettazioni non lascerebbero adito a dubbi sulla colpevolezza di don Riccardo. Lascia sgomenti la chiamata a Franky, un pusher africano, del 22 ottobre scorso durante la quale il parroco chiede “Ah… niente…senti…. non trovi nessun bambino…? … Eh che mi piace… non hai tuoi amici che mi vogliono fare di tutto…?”. Esplicitava poco dopo “Mi trovi bambini?”. E ancora: “Hai trovato uomini negri?”. Il giorno successivo altra telefonata “Senti, ti chiamo perché ieri avevi parlato che avevi trovato un ragazzo…” e Franky risponde “Si’… Io ho trovato però lui è andato in galera… hai capito?”. Replica don Riccardo “Ma ha meno di 15 anni?”, deluso lo spacciatore “Eh, magari 18…”. Don Riccardo non ci sta “E no a me mi serve… mi piace… con meno di 14 anni io li cerco”. Tuttavia alla pedofilia si aggiunge lo spaccio di droga, poiché il secondo capo d’imputazione riguarda la cessione di cocaina a quattro ragazzi (ora tutti maggiorenni di cui un italiano e tre nordafricani). “Neve” era lo pseudonimo con cui il prete chiamava la cocaina quando ne comunicava la disponibilità alle vittime con degli sms tipo «Ho la neve, vieni da me: basta portare il solito regalino» oppure «vieni che c’è bianca, ho bisogno di compagnia». Così invitava il minore a casa sua a pochi passi dalla chiesa dello S. Spirito Santo di via Calda, dove venivano consumati i rapporti sessuali in cambio della droga. Misere nobis. È proprio vero, per dirla con Danilo Arlenghi, che la castità è quella virtù che i preti si tramandano di padre in figlio. L’Universale /

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Perché i preti SONO PEDOFILI?

N

on è semplice rispondere a questa domanda. La causa del comportamento pedofilo assunto da alcuni (non pochi) preti non può essere spiegata appellandosi solo alla repressione sessuale indotta dal celibato forzato, sarebbe una risposta semplicistica. Se fosse veramente così, dovrebbero esserci somiglianze statistiche con analoghe situazioni di castità obbligatoria, ma queste somiglianze non sono presenti. Ma quali sono gli ingredienti della pedofilia? La regressione infantile è una delle principali componenti della pedofilia. Il pedofilo, infatti, non è una persona totalmente adulta, perché inconsciamente tenta di rievocare la sua infanzia. Nel caso specifico dei preti pedofili, emerge chiaramente come l’esperienza del seminario abbia impedito la formazione della maturità sessuale dei preti. L'esperienza seminariale ha, di fatto, “immobilizzato” allo stato preadolescenziale lo stato evolutivo psichico dei preti. Non è un caso che l'età media delle vittime dei preti pedofili 10 / L’Universale

di Silvia Fabbri

l'ostia venga imboccata dal prete al fedele e non che quest'ultimo porga autonomamente alla sua bocca il corpo di Dio. Questo dato non è affatto irrilevante, anzi ha un enorme portata psicologica. È evidente l'analogia con l'infante: il prete imbocca il fedele proprio come la madre imbocca suo figlio che, infante, non è ancora in grado di mangiare da solo. Ed è proprio così che vuole i suoi discepoli la Chiesa: come dei bambini. Inconsapevoli e incapaci, per questo si fanno trasportare, guidare da un autorità che li protegge data la loro incapacità. Nello stesso tempo anche i pedofili necessitano di una vittima inconsapevole e inerme. Possiamo dunque affermare che il bambino vittima di stupro è una sia compresa tra gli 8 e i 12 metafora del cattolico, ambedue anni, inoltre nella maggior parte incapaci e sottomessi. Nella messa dei casi la pedofilia clericale è è possibile riscontrare l'ennesima omosessuale (pare proprio che analogia simbolica tra pedofilia e il prete cerchi la propria identità cattolicesimo. Quando un prete nella sua vittima). Altro ingrediente celebra la messa, mette in scena il fondamentale della pedofilia è sacrificio di una vittima innocente, l’autoritarismo. Indubbiamente, proprio come i preti pedofili che il pedofilo utilizza il suo “essere sacrificano vittime innocenti. adulto”, “essere più grande”, in Il cattolico è abituato a pensare una parola la sua superiorità che sacrificare vittime innocenti psicofisica per sottomettere la sia un rito purificatore, sacro e vittima. Ora, salta agli occhi che i positivo. Ora, questa abitudine principali ingredienti della pedofilia può confondere l'inconscio, (regressione e autoritarismo) sono abituandolo a concezioni perverse. anche l'essenza della teologia Emerge chiaramente come, nel cattolica. Per quanto riguarda caso specifico della pedofilia la regressione: è evidente che la clericale entrino in gioco due religione cattolica, rispetto a tutte le fattori determinanti: liturgia e altre religioni, è quella che esibisce ritualità, ingredienti fondamentali ai suoi credenti il maggior numero della religione cattolica. In essa, di simboli infantili. Madri, padri, sono presenti dei comportamenti insegnanti d'asilo per educare i ritualizzati che inducono i preti bambini promettono loro premi ad assumere comportamenti che, o punizioni, la stessa logica (associati all'omofobia, alla castità e adottata dal cattolicesimo con i ad altri comportamenti),generano suoi seguaci. Soffermiamoci ora in loro una pulsione sessuale nei sull'eucarestia (il principale rito confronti di soggetti più deboli cattolico). Come ben sappiamo, e indifesi sui quali esercitare l'eucarestia è un comportamento l'autorità. orale. La liturgia cattolica vuole che

di Marika Borrelli

E se Dio fosse DONNA?

“C

hi ha cucinato l’ultima cena” è il titolo di un libro, divertente quanto amaro, in cui Rosalind Miles riscrive la storia dell’umanità, dalla parte delle donne: una minoranza culturale, seppur una maggioranza sociografica. Attraverso gli splendidi esempi di donne dell’Antichità che hanno retto dinastie e nazioni, la Miles – ed io concordo – conclude che in passato le donne erano più libere di oggi. Precisiamo, non più libere di costumi, bensì come esseri pensanti, capaci e eguali. Non era la libertà di vestirsi succinte e spiegare il proprio sex appeal (Cleopatra non era una gran bellezza, dopotutto, ma aveva un fascino irresistibile), o di mostrarsi in pose da ‘baldracchie’, come canta Checco Zalone (uno raffinato), nel book dei book (Facebook, insomma). Anche l’invenzione della religione (prodotto umano, troppo umano!), nelle sue leggende (tipo Genesi) o nei suoi risvolti da Terzo Millennio – l’Intelligent Design, oh yeah! – ha contribuito fattivamente all’insorgere della preponderanza di un solo genere, quello maschile. Il fatto che il dio (scritto con la minuscola perché si tratta di un concetto) sia di colpo stato raffigurato come un essere maschile ha fatto la fortuna degli uomini e la disgrazia delle donne. “Le donne rappresentano la maggioranza più maltrattata e tuttora sofferente nella storia del mondo e non lo affermeremo mai abbastanza forte o abbastanza a lungo”, scrive la Miles.

Alcuni scienziati, già un secolo fa, circa, si erano fatti venire il dubbio che il maschio fosse un ‘ripensamento biologico’ rispetto al sesso femminile, quello più forte, quello che ha il doppio cromosoma X, potente e omni-caratterizzante. Non è la donna una forma incompleta di mascolinità, bensì è vero il contrario. La Lucy africana era di gran lunga più forte del suo compagno maschio. E, comunque, basti dire che il cibo quotidiano assunto delle tribù primitive era fornito all’ottanta per cento dal lavoro delle donne. Le donne hanno allevato l’umanità, ma le divinità sono maschili. Come mai? Ci sarebbe da ironizzare che gli uomini, piuttosto sfaccendati nelle cose che contano davvero, ma dediti a trastulli quali lotte, minacce, danze para bellum (la Ha-Ka cos’è?), si siano inventati gli dèi a loro immagine e somiglianza, anche se talvolta ci hanno piazzato qualche dèa, ma giusto per perpetuarsi come stirpi e monarchie, con dovizia di letteratura leggendaria (talvolta porno, sia hard che soft) o testimoniale (il Nuovo Testamento è una storia di sesso fuori del matrimonio dopotutto). A proposito di Vangeli, è uscito un libro di Paolo Flores d’Arcais “L’invenzione del Dio cristiano”, in cui si dimostra che il Gesù della Trinità non ha nulla a che fare con il Gesù di Galilea (o Nazareno) che era solo un profeta ebreo che proclamava la fine del mondo e l’avvento del Regno di Dio, esattamente come fanno tutt’oggi anche altri predicatori (non si chiamano più profeti). Ci fu anche un tempo in cui dio era

una donna. Ovviamente erano altri modi di vivere, altre antropologie, tutte regolate dai cicli armonici tra stelle, pianeti e agricoltura. Fino alla nascita delle tuttora vigenti Grandi Religioni (quelle che optano per il Dio Unico – e maschio), e cioè fino a 4000 anni fa, i sistemi matriarcali erano pressoché la regola di organizzazione antropica nonché politica. Ma anche nell’Antica Grecia (Aspasia, Antigone e la moviestar Ippazia) rimangono tracce di un’antica libertà femminile, fondata sulla saggezza e sulla condivisione. Ma, come dice un proverbio turco, “La nascita di un uomo che pensa di essere Dio non è una novità”, ecco che prevalse l’antropologia della violenza, dei belligeranti. Tanto che lo stesso Engels parla di “sconfitta sul piano storico universale del sesso femminile”. Amen. Noi abbiamo le nostre pecche, ma non è che la genesi (non come testo sacro, cioè, bensì come nascita) dell’Islam sia poi così poetica. Fu una certa Khadijah, ricca e potente donna di mezz’età, che si prese come operaio tal Maometto, pastore venticinquenne epilettico e semianalfabeta, che aveva delle visioni. Lei lo sistemò, trascrisse, armonizzandole, le sue rivelazioni, se lo sposò e nacque… l’Islam. Il seguito è noto. Ancora oggi è una continua ginecoclastia, ovverosia l’abbattimento dell’immagine delle donne, sia da parte di tutte le religioni del mondo, che da parte della Storia ufficiale. Ma cosa avrebbero mai mangiato Gesù ed i suoi discepoli se non ci fossero state le donne a preparare l’Ultima Cena? L’Universale /

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di Gianluca Di Agresti e Leandro Solimene

Vaticano

esentasse

N

el decreto fiscale collegato alla finanziaria del 2006, il Parlamento italiano, affetto dalla sindrome di Babbo Natale, esentava il Vaticano dal pagare le tasse su tutti gli immobili “non esclusivamente commerciali” di sua proprietà. Il patrimonio immobiliare della chiesa cattolica, in Italia, corrisponde ad ¼ del nostro territorio. La manovra del 2006 era stata di 20 miliardi di euro. Il 45% di quei soldi, invece di sottrarli dalle tasche dei cittadini italiani, potevano essere recuperati dalle proprietà del clero che ammontavano a 30 miliardi di euro. Le due facce della stessa moneta vaticana vogliono una logica caritatevole con la casta da un lato, e sanguinaria con i “poveri cristi” dall’altro. Le istituzioni hanno fornito da sempre assist invitanti al Vaticano, il quale non aspettava altro che beneficiare di queste succose prebende. Con questa ennesima legge “ad castam” il Parlamento autorizza al potere religioso a diventare una perversa macchina da soldi che ha le sembianze a tutti gli effetti di una multinazionale. Per il clero basta costruire una chiesa, una cappella o un semplice luogo di preghiera per poi adibirla a luogo commerciale dove si effettuano cene a pagamento, campi estivi per bambini e tante altre operazioni di marketing. Tutto questo per mantenere il livello di sfarzo del clero che, tra l’altro, per rimarcare la sua presenza come classe dominante ha stretto accordi proprio con tutti nel corso della storia. «Pecunia non olet» è il credo 12 / L’Universale

del Vaticano, infatti scesero a compromessi con le peggiori dittature e regimi autoritari che hanno insanguinato intere pagine di storia e distrutto interi popoli. Nel Novecento, la Chiesa ha stipulato patti con Mussolini, Salazar, Hitler e Francisco Franco, ottenendo da tutti e quattro dei preziosi aiutini. Tra i dittatori, quello che moriva dalla voglia più di tutti di stringere un accordo con la chiesa fu proprio Benito Mussolini. Nell’ 11 febbraio del 1929, con la stipulazione dei Patti Lateranensi, Vaticano e Regno d’Italia mettevano il lucchetto ad un’annosa vicenda: la “questione romana”. I Patti Lateranensi, festeggiati in pompa magna dal clero in occasione del suo ottantesimo anno, procurarono alla Chiesa un Trattato, una Convenzione finanziaria e un Concordato. La Convenzione

Nell’ era dove la strana coppia dei tagli GelminiTremonti spadroneggia, gli insegnanti di religione addirittura aumentano, costando 800 milioni di euro all’anno

finanziaria stabiliva che lo Stato Italiano doveva pagare i “danni ingenti” subiti dalla chiesa dopo la conquista di Roma nel 1870. Nello specifico gli italiani pagarono 1 miliardo e 750 milioni di lire, più ulteriori titoli di Stato consolidati al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire. Il risarcimento non finì li. Fu proposta alla Chiesa l’esenzione fiscale sulle tasse e sulle merci importate. Tre giorni dopo la firma dei patti, papa Pio XI, felice come una pasqua, si lasciò andare ad encomi speciali per il duce, il quale venne definito “uomo della provvidenza” che “non avesse preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi”. La risposta di Mussolini si fece attendere per qualche mese, giusto il tempo di preparare uno dei suoi soliti “discorsoni” alla Camera dove spiegò i motivi per i quali un buon politico debba allearsi col papa in modo tale da dominare insieme 100 milioni di coscienze. All’indomani della nascita della costituzione italiana, nonostante la sconfitta del nazi-fascismo, l’articolo 7 della nostra carta disciplinava i rapporti Chiesa-Stato rifacendosi proprio ai Patti Lateranensi. L’introduzione di quest’ultimi fu favorito proprio grazie a Palmiro Togliatti, il segretario del Partito Comunista. La Chiesa non esitò a “ringraziare” il buon Palmiro, che con il decreto del Sant’Uffizio del 1° luglio 1949, vietava ai cattolici, pena la scomunica, di aderire a partiti o a movimenti comunisti. Per aspettare la revisione dei patti, c’è stato bisogno del Concordato firmato nel 1984 dall’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli,

rappresentante della Santa Sede. Con il Concordato, il cattolicesimo cessò di essere religione di stato ed il matrimonio civile riuscì a svincolarsi da quello religioso. Venne, inoltre, riconosciuto il valore culturale della religione cattolica all’interno dello Stato. Tant’ è vero che si dogmatizza il suo insegnamento supremo nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nell’ era dove la strana coppia dei tagli GelminiTremonti spadroneggia, gli insegnanti di religione addirittura aumentano, costando 800 milioni di euro all’anno, pagati ovviamente dai cittadini italiani. Ma l’avidità e l’ingordigia della Chiesa non hanno mai fine. L’ennesima legge statale ha dato vita all’otto per mille, che avrebbe dovuto sostituire la «congrua» (lo stipendio che ricevevano i preti prima del Concordato). Ma che cos’è precisamente questo otto per mille? I cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi, possono scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del settimo giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane. La realtà dei fatti, come spesso accade, è diversa. Però solo 1/3 degli italiani decide di destinare il proprio otto per mille. Allora i perfidi vertici del Vaticano hanno escogitato un metodo che permette loro di accaparrarsi l’85% dell’intero gettito. Direte, ma come è possibile? Siccome la maggioranza di quell’1/3 lo destina alla Chiesa cattolica, la restante parte dei cittadini (decisamente cospicua) che non decide, viene distribuita in proporzione alle preferenze espresse in quell’1/3 che decide. È il caso di dirlo: Mistero della Fede. Volendo dare una stima

approssimativa delle entrate della Chiesa relative all’ 8X1000, si può affermare che, all’incirca, si aggirano attorno ai 900 milioni di euro all’anno, grazie a questa «truffa legale santa». Giusto per dare un po’ i numeri, a questi 900 milioni vanno sommati i 258 milioni di euro di finanziamento alle scuole cattoliche, i 44 per le università cattoliche, i 25 per pagare le bollette dell’acqua ai cardinali di Piazza San Pietro, i 9 per la restaurazione degli edifici religiosi, i 7 per il fondo previdenza clero, i 5 per l’ospedale Padre Pio a S.Giovanni Rotondo, i 2,5 per il finanziamento degli oratori e per finire, altri 2 destinati alla costruzione di edifici di culto. Con questo meccanismo scoppiano le tasche del Vaticano, prosciugando però quelle degli Enti locali. Secondo uno studio dell’Anci, con il regalo che lo Stato ha fornito al clero, i Comuni perdono ogni anno 700 milioni di euro. Nell’agosto 2007 la Commissione Europea ha richiesto all’Italia informazioni supplementari riguardanti tali vantaggi fiscali. Non risulta,ovviamente, che né il governo Prodi, né il governo Berlusconi, che è subentrato nel 2008, le abbiano mai risposto. Troppo impegnati i “professionisti della politica” a propagandare la falsa ideologia del risparmio e dei tagli, quando quelli seri che servono al paese tardano ad arrivare. I costi della politica, e più in generale delle caste, non possono essere solo leggermente spuntati, come vogliono fare i nostri politici, e per giunta a partire dalla prossima legislatura. Ad un paese a cui vengono continuamente richiesti tagli per abbassare il 3° debito pubblico nel mondo, i nostri politici rispondono con una politica che continua a privilegiare i privilegiati, e ad affossare la gente comune. Se non ci si rende conto che le tasse le pagano gli onesti (la

maggioranza), mentre invece la minoranza che detiene capitali impressionanti evade o, come spesso succede, porta illegalmente il denaro all’estero per poi farlo rientrare in Italia pagando, in forma anonima ovviamente (come nelle migliori tradizioni italiane), una modica multa pari a solo il 5% sul valore totale. In questo modo lo Stato Italiano è diventato di diritto una azienda specializzata nel riciclaggio del denaro sporco. La cosa divertente e drammatica allo stesso tempo, è che molti politici esaltano questa peculiarità del riciclaggio del denaro con lo slogan «almeno noi i soldi non li facciamo scappare». Evviva l’onestà ! Almeno qualcuno lo dice, forse addirittura in «buona fede». 

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti L’Universale /

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di Denise Puca

Le vie del Signore sono

N

impunite

ell’inchiesta di Perugia sulla cosiddetta “cricca” che avrebbe lucrato sui Grandi Eventi c’è un nome che ha fatto tremare le stanze del Vaticano. É quello dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, conosciuto nella capitale partenopea per la frase “A’ Maronna t’accumpagna”. Peccato, però, che la sua celebrità non si fermi qui. Per capire l’imbarazzo della Santa Sede nell’affrontare l’inchiesta bisogna ricostruire la vicenda personale del cardinale e la sua posizione negli ambienti ecclesiastici. Sepe nasce nel 1943 a Carinaro, in provincia di Caserta. Grazie all’influenza del cardinale Umberto Mozzoni entra nella segreteria di Stato, lavorando per l’ufficio informazioni. Si vocifera che sia stato lui a proporre Joaquín Navarro-Valls - membro laico dell’Opus Dei - come direttore della Sala Stampa del Vaticano nel 1984, durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Al quale dispensò suggerimenti anche in altre situazioni. É sempre lui, infatti, ad aiutare Mario Agnes (fratello del ben più noto Biagio) per la sua nomina a direttore de ”L’Osservatore Romano”, oltre ad essere molto legato all’ex segretario privato di papa Wojtyla, Stanislaw Dziwisz, attuale arcivescovo di Cracovia. Il suo trampolino di lancio è il Giubileo romano del 2000, la cui organizzazione, proprio grazie alla sua posizione, fu messa tutta nelle sue mani. Insieme ai suoi fondi, ammontanti 14 / L’Universale

a circa 9 miliardi. É qui che la sua storia si intreccia con quella di Guido Bertolaso, Angelo Balducci e Diego Anemone. Il trio portante della cricca degli appalti. Nel 2001, infatti, il cardinale viene nominato prefetto della Congregazione della Propaganda Fide (che nel 2006 cambia nome, diventando Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli n.d.a.), il dicastero che si occupa dell’attività missionaria nel mondo. Nella stessa congregazione si inserisce anche Balducci come consultore, riuscendo ad ottenere appalti per la ricostruzione e la ristrutturazione di edifici appartenenti proprio al vasto patrimonio immobiliare della Propaganda Fide. Fra questi c’è un’immobile romano di circa 960 metri quadri sito in Via Dei Prefetti, nel quale, per ben 14 mesi, vive gratuitamente l’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. Il quale lo acquisterà in seguito al modico prezzo di 4,16 milioni di euro. Praticamente la metà del suo valore effettivo. Le indagini dei pm di Perugia, Alessia Tavarnesi e Sergio Sottani, hanno accertato che quel prezzo di favore non fu fatto esattamente per il buon cuore del cardinale, ma in cambio di una mazzetta da 2,5 milioni di euro, passata dal ministero delle Infrastrutture nel 2005. Soldi che ufficialmente sarebbero serviti a finanziare la società Arcus per la costruzione di una pinacoteca e di un percorso extra nei musei Vaticani, accessibile ai cittadini italiani.

Solo che, analizzando le mail intercettate dalla procura (pubblicate dal Fatto Quotidiano), si capisce che c’è un problema temporale. I soldi sarebbero stati dati dal ministero alla congregazione solo 16 giorni dopo l’approvazione del decreto ministeriale da parte del consiglio di Arcus, nel momento in cui perviene la richiesta di un sovvenzionamento per un già “avanzato stato di lavori”. Cioè prima che sia firmato un contratto tra Arcus e Vaticano, e dopo sole due settimane dall’inizio ufficiale dei lavori. Un vero miracolo. Il termine stabilito per i lavori era il 31 dicembre del 2006. Sono passati quasi 5 anni da quella scadenza e della pinacoteca non c’è neanche l’ombra. Così come dei soldi che dovrebbero essere restituiti

allo Stato per inadempienza del contratto. In più, il nome del cosiddetto Papa Rosso era già spuntato nella stessa inchiesta grazie alle dichiarazioni di Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile. Questi ammise di aver vissuto per un po’ in un collegio universitario facente parte del patrimonio della Propaganda Fide, per poi ricevere, in una busta, la chiave di un nuovo appartamento, proprio da un collaboratore dello stesso Sepe, Francesco Silvano. Quell’appartamento di via Giulia, il cui affitto era pagato in nero da vari factotum, risultò poi essere presente nella lista Anemone, cioè nell’elenco di regali e favori fatti dall’imprenditore romano a politici e personalità di spicco, in cambio di appalti per la sua ditta.

Mentre l’ex ministro Lunardi risponde alle accuse giustificando semplicemente il prezzo ridotto dell’immobile con la descrizione delle sue condizioni fatiscenti, il cardinale si è difeso in una lunga lettera aperta alla città di Napoli. Per quanto riguarda l’affaire Bertolaso, ammette infatti di aver ricevuto dal suo collaboratore la richiesta di ospitare l’ex capo della protezione civile presso il seminario, per poi aiutarlo a trovare una casa a causa di “problemi di inconciliabilità di orari”. Ma nega di essersene occupato in prima persona, lasciando fare tutto al professor Silvano. Nel caso, invece, dei rapporti con Lunardi, Sepe avvalla la tesi dell’ex ministro, senza però spiegare perché quei 2 milioni e mezzo siano stati ricevuti nello stesso periodo

Il cardinale Sepe

senza portare a compimento i lavori stabiliti. A questo cercano di rispondere direttamente dall’Arcus, dopo che nel 2009 la trasmissione di rai3 “Presadiretta” mostra in un servizio come i lavori non siano mai iniziati. Il comunicato sostiene che del “finanziamento complessivo di euro 2,5 milioni a oggi sono stati condotti e terminati i lavori pari a euro 2 milioni regolarmente rendicontati. Fanno eccezione le sole attività relative alla Pinacoteca che non hanno ancora visto l’avvio”. La conferma che tre anni dopo il termine ultimo stabilito per contratto i lavori non avevano ancora avuto inizio. Esattamente come oggi. Si arriva così al giugno 2010, quando Sepe e Lunardi vengono indagati dalla procura di Perugia per concorso in corruzione aggravata. La loro posizione è stralciata dal filone principale perché legata alla richiesta dell’autorizzazione a procedere inviata alla Camera. Per ben due volte (ottobre 2010 e febbraio 2011) la Giunta ha rinviato gli atti al tribunale dei ministri di Perugia, chiedendo di poter conoscere il fascicolo riguardante entrambi gli indagati, in quanto senza appurare la vicenda del corrotto (oltre a quella del corruttore), la richiesta risulterebbe “incompleta”. Verrebbe da chiedersi come si può pretendere che la giustizia faccia il suo corso se si fa di tutto per ostacolarla. Il fatto che un organo del Parlamento voglia conoscere il fascicolo riguardante un cardinale – quindi non un parlamentare – è solo l’ennesima dimostrazione del legame strettissimo che c’è fra politica e Chiesa. Con buona pace di tutti i sani principi di laicità, indipendenza della politica, della giustizia e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. L’Universale /

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di Massimo Pittarello

Il Pontifex tra la Chiesa e il fedele

“D

ovunque si alzeranno cantici di gloria alla licenza, al vizio, alla dissoluta libertà dei costumi. E dopo di ciò, stupri, adulteri, spergiuri, peccati contro natura seguiranno a grande ondata, e mali, e divinazioni, e incantesimi. Tutte le città saranno scosse da terremoti, saranno venuti i tempi della fine e la fine dei tempi”. Le fondamenta del retto vivere sono da ogni parte minacciate da sataniche tentazioni. Voi, che ambite a fondare la vostra esistenza sulla razionalità, redimetevi sinceramente, e fatelo ora nel Nome Del Signore Onnipotente, finché siete in tempo. Citando un grande padre della chiesa “la ragione è la meretrice del diavolo, se non sa fare nulla se non calunniare e guastare qualsiasi cosa Dio faccia”. Peccatori avidi, redimetevi a Cristo, o brucerete in eterno nella roventi fiamme dell’inferno. Non usate il preservativo, brucerete all’inferno. Fate del sesso prima del matrimonio? Brucerete all’inferno. Divorzi? Inferno. Masturbazione? Inferno. Un avvocato che vi assiste in una causa di divorzio? Inferno. Gay, bè cari miei, indovinate un po’? Non ci credete? Fatevi un giro su Pontifex.roma.it, e girando fra le illustri opinioni dei vari politici (Carlo Giovanardi, Donna Assunta Almirante, Daniela Santanchè, Paola Binetti, Elisabetta Gardini, Bobo Craxi, Renato Farina) potrete finalmente comprendere la verità assoluta che vi mancava per essere felici e per condurre un’esistenza secondo la Volontà del Signore. D’altra parte, “il Cattolico non estremista non è Cattolico, 16 / L’Universale

in quanto il gesto estremo per eccellenza è rappresentato dalla Passione, Crocifissione e Morte di Nostro Signore che, nonostante la sua natura divina, rispettò fino all’ultimo la Volontà del Padre”. Vi ricordo, tra l’altro, un po’ di antologia di pontifex, di modo che le vostre confuse menti possano seppur brevemente, accostarsi alla luce: - “La pillola del giorno dopo è un assassinio, è meno grave comprare una pistola”, la motivazione sottostante spiegata dal cardinale messicano Javier Lozano Barragan, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari proprio su pontifex, è che la pistola si può anche non usare. A parte che non è affatto matematico che la pillola del giorno dopo interrompa la gravidanza, della quale se ne ha certezza solo qualche settimana dopo io, per voi anime peccatrici, tradurrei con una massima più alta: i contraccettivi uccidono più degli eserciti. Prestatevi al salto della fede. - Sempre cardinal Barragan fortunatamente ci illumina: “gli omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli”, così come coloro che sono bisessuali, chi ha moglie figli e si scopre attratto da persone del proprio sesso, chi la domenica va in chiesa e il sabato a transessuali per soddisfare i propri posteriori ludibri, tutti voi, non dichiaratevi, nascondetevi, reprimetevi e sopprimetevi. - “Ai magistrati presunti democratici di oggi è preferibile l’Inquisizione”, ci spiega il Professor Franco Nardini. Almeno durante l’Inquisizione non si poteva ricorrere in appello, gli avvocati non avevano un albo e la

politica era solo quella interna alla chiesa di Roma, senza legittimo sospetto, senza impedimento e senza prescrizione breve. - “Tra i miti nazisti e Venter, che studia la vita artificiale, non vedo differenze”, ci spiega Monsignor Alessandro Plotti, Vescovo Emerito di Pisa, al quale infatti ci accodiamo nel sostenere che camere a gas, forni crematori e il dottor Mengele sono assidue consuetudini per gli scienziati di oggi. Bisogna fermarli. - “Le leggi contro l’omofobia fomentano crimini contro la umanità”, capirete che è ovvio che vietare discriminazione e violenze contro una determinata categoria di persone favorisce l’ascesa di genocidi e di criminali in tutto il mondo: non vi sembra ovvio? D’altra parte, “gli omosessuali sono la lebbra etica del nostro tempo” ci spiega, sempre sul divino blog cattolico non secolarizzato, il professor Francesco Bruno, noto e apprezzato psichiatra e criminologo. - “Le giornate contro l’omofobia sono delle classiche stupidate”, non vorremmo per caso levare spazio a santificazioni, beatificazioni, Giornate Mondiali della Gioventù, il Family Day, o alle 52 santissime domeniche annuali. - “La pedofilia è un regalo del ’68 e dell’educazione sessuale nelle scuole” ci spiega, ovviamente su pontifex, il giornalista de “Il Foglio”, Francesco Agnoli. In effetti tutti i preti pedofili sono stati educati fra le barricate parigine e l’occupazione della Facoltà di Architettura di Valle Giulia. Aboliamo l’educazione sessuale. - Il Vaticano ha ritirato l’accusa di deicidio contro gli ebrei solo

20 anni dopo la fine della II° Guerra Mondiale: un grave errore del Vaticano per Carlo di Pietro, illustre editorialista di pontifex, che scrive: “il ‘vescovo’ Vicki Gene Robinson vale meno di zero, come anglicano, va baciando i corani, chiede persino perdono agli ebrei” E soprattutto, tramite pontifex, ci chiediamo: “il matrimonio di Alberto di Monaco e Charlene è valido di fronte a Dio?” domanda esistenziale. Correte su pontifex a capire i retroscena di questa importante vicenda. Se non lo fate, non lamentatevi se il Celeste Sguardo del Signore non si porrà su di voi. Anche lo stesso Cristo ci spiega “, non spreco la mia energia per chi non è figlio di Israele” (Matteo 15, 21-28). Parte II -(solo per chi, leggendo fino a qui, non si è ancora convertito al ‘pontifex pensiero’) I ragazzi di Pontifex mi ricordano molto quel gruppo di cristiani che ogni anno si recano sul monte Ararat, fra i deserti dell’Armenia, a cercare di ritrovare l’arca di Noè. Come ha scritto Soren Kierkegaard, al quale sono grato perché io davvero non saprei come argomentare, il “salto della fede” non è un’azione unica, ma è qualcosa che va alimentato e

ripetuto continuamente nel corso tempo. E allora ringraziamo Pontifex per averci spiegato cosa si dovrebbe fare, in modo da non avvicinarci nemmeno. Secondo me, gli estremisti di pontifex fanno parte di quella parte di cristiani che sono ancora un po’ offesi per la morte di cristo; hanno ancora una discreta sete di vendetta non soddisfatta, nonostante inquisizione, oscurantismo e intolleranza. Ma non sempre. Il venerdì santo e il 24 dicembre sono buoni. Non mangiano nemmeno la carne… Come se i cattolici, o i religiosi in genere, fossero ontologicamente più buoni. Belfast, Baghdad, Beirut, Belgrado, solo per fermarsi alla prima consonante dell’alfabeto, non sono certo posti dove la vicinanza di un cattolico mi darebbe sicurezza. Per le vocali facciamo prima con i continenti: in Africa, dove le malattie si diffondono in nome di Dio, la Santa Romana Chiesa crede che sia più grave la cura (il preservativo) che la malattia (Aids). L’America, quella del Sud dei cattolicissimi conquistadores spagnoli, e quella del nord, dove lo schiavismo trovava la sua più solida base nei testi biblici e nella sottomissione di Cam fra i tre figli di Adamo. Parliamo dell’Asia, dove

le comunità dei cattolici pacifici sono aperte e accessibili come il castello sulla montagna, mentre quelle combattive sono truculente come uno squadrone delle SS (vedi l’isola di Mindanao). Certo, ora che le religioni sono in concorrenza fra loro hanno una offerta decisamente migliore. Ma come si comportavano barbaramente quando erano forti e come lo fanno ancora se possono (vedi Iran). Apprezziamo tutto ciò negli sforzi che le religioni profondono nel conquistarsi il controllo dell’educazione, dall’essere esentate dal pagamento delle tasse e dall’opporsi a qualunque legge che vieti di infrangere le proprie regole, per tutti, credenti e non credenti. Per favore, almeno per quello che riguarda le legge dello Stato, tenetevi per voi paura, senso di colpa, terrore verso la sessualità e repressione dell’istinto. Chi vuole morire nella Città dell’uomo per viverenella Città di dio, sia libero di farlo. Chi vuole vivere da peccatore, sia libero di farlo. Tanto sconterà la pena all’inferno, cari cattolici, che vi frega di punirlo in questo mondo?

Il cardinale Barracan

L’Universale /

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di Stefano Poma

Speciale - La storia di Gesù

Gesù

e il suo tempo I: La

S

nascita

tudiare o cercare di capire la storia del cristianesimo e ciò che gli è ruotato attorno, senza prima conoscere la storia di Cristo, sarebbe come incentivare un muto a parlare o un sordo a sentire. Impossibile. Per secoli, alcuni studiosi hanno cercato addirittura di negare che in una caverna adibita a stalla che si trovava in Palestina, a Betlemme, nacque un bimbo che cambiò la storia del mondo. E questi sbagliavano. Altri invece negavano che fosse nato nell’anno zero. E avevano ragione. Dionigi il Piccolo, monaco originario della Scizia che visse a Roma nel sesto secolo, fu incaricato di trovare una data unica per le Chiese d’Occidente e Oriente, accomunate dalla fede ma non dal modo di contare gli anni. Alcuni, come i romani, li contavano facendo partire la conta dall’anno della fondazione della città, “ab urbe condita”. Altri davano al giorno della proclamazione del nuovo imperatore la data del primo giorno del primo anno. Ma, l’anno domini, cioè l’anno in cui è nato Cristo, doveva essere, col nuovo modo di contare, l’anno zero. E, il lavoro di Dionigi, 18 / L’Universale

consistette proprio in questo. Calcolarlo. Secondo il monaco, Cristo nasce il 25 dicembre del settecentocinquaquattresimo anno dalla fondazione di Roma. E per arrivarci, ha dovuto mettere mano ai Vangeli: legge che Giovanni Battista comincia la propria predicazione “nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare”, che corrisponde al 782 ab urbe condita. Sempre col Nuovo Testamento alla mano scopre che la predicazione del Battista precede quella di Gesù di circa un anno, e dà a quest’ultimo evento la data del 783. Poi s’imbatte sul Vangelo scritto da Luca, il quale dichiara che “Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni”. Sottrae l’età di Cristo alla data precedentemente trovata, 783, e trova l’anno zero, il 753. Ma a torto; Matteo afferma che Gesù nasce al tempo di Erode il Grande, padre di Antipa, e morto nel 750 ab urbe condita, quindi nel 4 a.C.; Luca sostiene che l’evento avvenne all’epoca in cui Augusto ordinò “che si facesse censimento di tutta la terra”, che abitualmente veniva fatto ogni 14 anni, e che quell’anno avvenne sotto il governatorato di Quirino in Siria. Anche se, il senatore, a quell’epoca non era legato politicamente al territorio mediorientale, ma c’insediò il proprio quartier generale, che

rimase attivo dal 10 al 7 a.C., tre anni in cui Quirino comanda le legioni romane nella guerra contro le tribù indigene dell’Asia Minore. La data del 7 sarebbe confermata anche dalla sovrapposizione avvenuta in quell’anno dei pianeti Giove e Saturno, congiunzione che riporta all’immagine della cometa seguita dai Magi, come raccontato da Matteo. I Magi, erano uomini di scienza e preghiera, oltre che essere dei provetti astrologi, i quali davano a questi fenomeni celesti dei significati divini. E, in particolare, credevano che questi astri si formavano ogni volta che, nel mondo, nasceva un grande personaggio. Quell’anno si manifestò tre volte. E, il 15 ottobre 1582, il papa Gregorio XIII tramite decreto impose di contare gli anni secondo il calcolo effettuato da Dionigi, senza correggere l’errore che vuole, l’anno domini, il 7 a.C. Nacque così il calendario gregoriano, che è quello che ancora oggi abbiamo appeso alle pareti.

Q

uell’anno zero, vedeva la Giudea risentita e tartassata dalle dominazioni straniere, come quella romana.  Aveva fatto parte del Regno d’Israele fino a che il re Salomone fu vivo, per poi staccarsene e diventare il Regno di Giuda, mettendo come capitale Gerusalemme e, come re, i discendenti di Davide. A Hebron, sita all’incirca trenta chilometri a sud dalla Città Santa, un mausoleo raccoglie le spoglie dei Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Ma, nell’ottavo secolo, cominciarono i guai per i giudei: i persiani attraversarono in armi il fiume Tigri. E l’invasero al nord. Centocinquant’anni dopo fu la volta dei babilonesi. Che l’invasero al sud. E, questi stranieri, ci stettero per ben trecento anni a dettar legge. A scacciarli fu un re-sacerdote, tale Simone Maccabeo, figlio di Mattatia, già killer di Antioco IV, un’apostata che, per ragioni di denaro, sconsacrò il Tempio di Gerusalemme per adibirlo al culto pagano di Zeus, relegando la religione ebraica in un cantuccio. E questa indipendenza durò all’incirca settant’anni, fino a quando all’orizzonte videro avvicinarsi delle imbarcazioni piene zeppe di uomini, vestiti con delle pesanti armature di ferro e armati di lunghe lance e spade. Era l’esercito dell’Impero romano. E tra di loro, ad indicare la rotta, sulla prua della prima nave, si poteva osservare il loro generale, Pompeo. Pompeo, era stato eletto console per l’anno 70 a.C., insieme a Crasso. E, per rimettere apposto un’economia che era stata sfasciata da Silla, propose di aprire i mercati orientali agl’investimenti dell’alta borghesia romana. E dopo non poche fatiche, il Senato approvò. Era tutta una colossale messa

Speciale - La storia di Gesù

II: Il

tempo di

in scena, dato che era chiaro lo scopo di Pompeo. Legalizzare il commercio per legalizzare la guerra. Pochi giorni dopo il generale s’imbarcò, il suo esercito contava quasi centocinquantamila uomini, armati di tutto punto. E, anziché puntare ai bazar orientali (come avevano fatto credere ai romani), puntarono al Tempio di Gerusalemme, dove i cittadini s’erano ritirati per tentare un’ultima disperata resistenza. E resistettero bene per qualche giorno. Ma arrivò il sabato che, secondo la religione ebraica, dev’essere passato in assoluto riposo dai fedeli. E i fedeli, molto sagacemente, si riposarono. Pompeo li vide dormire e li attaccò. Massacrandoli. Dodicimila ebrei persero la vita in quell’episodio, così come la perse l’indipendenza della Giudea, che, tanto faticosamente, dopo secoli aveva riconquistato un’autonomia, grazie a Simone e alla sua nobile dinastia, quella degli Asmonei. Ora, sul trono della Giudea, sedeva Erode Antipatro, capostipite della dinastia erodiana. Ebreo convertito, sposò una nobildonna araba, la nabatea Cipro. Gli diede cinque figli, tra cui Erode il Grande e Salomè I (antenata della Salomè figlia di Erodiade e Filippo). Nel 43 a.C. venne ammazzato,e a succedergli, fu suo figlio Erode. Attaccato a Roma e al potere, fu un tiranno spietato, sanguinario, che sterminò quasi tutta la sua famiglia per timore d’essere rimpiazzato. Alla sua morte il regno venne diviso fra i tre figli rimasti. E la Galilea

Erode

toccò ad Erode Antipa, la Giudea ad Erode Archelao, ed Erode Filippo si prese il resto del regno. Quest’ultimo prese in moglie una certa Erodiade, una principessa ebrea, che gli diede una figlia. Salomè. E, oltre a dargli una figlia, gli metteva le corna andando a letto col fratello Erode. Il quale, defenestrato il cognato, se la prese come moglie. Spargendo, con questo gesto, non poca antipatia tra i sudditi nei suoi confronti. Anche perché un bel giorno partì per Roma, solo, con un paio di uomini al seguito. E li conobbe Erodiade, la quale si vedeva al suo fianco durante il ritorno in Giudea. I bisbiglii sul loro conto aumentavano. Anche perché la Giudea, era un miscuglio di moralità patriottica e spirito religioso, il quale veniva posto come scopo di vita, come salvezza dell’anima. Non c’era la tv, non c’erano i giornali, non c’erano i computer. La gente s’alzava la mattina, pregava, andava a lavoro, ripregava, pranzava, riandava a lavoro, ripregava, cenava, ripregava e poi andava a dormire. Non c’erano molte occasioni per distrarsi. Le fiabe e le favole per bambini non erano ancora state inventate, e ai pargoli, anziché la storia dei “tre porcellini” venivano raccontate, prima d’andare a dormire, ora le profezie di Isaia, ora quelle di Geremia, ora quelle di Ezechiele, per finire con l’immancabile best seller che parla di un certo Mosè che, da sopra una montagna, faceva lo scrivano di Dio mentre questi gli dettava i Dieci Comandamenti. L’Universale /

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di Stefano Poma

Speciale - La storia di Gesù

Speciale - La storia di Gesù

III: Giovanni Battista

U

briacati da queste storie e stanchi dei romani, aspettavano il ritorno di Jeovah, il loro Dio, il quale scendendo sulla Terra avrebbe dovuto liberarli dal giogo di Roma, come garantito dalle Sacre Scritture. L’unico loro sfogo era questo, sopportavano alimentati da questa speranza, pregando e aspettando che, questo Jeovah, prima o poi arrivi e riesca a stabilire in Palestina il Regno dei Cieli. E, i predicatori, fomentavano queste speranze. Questi predicatori, avevano studiato (o solo letto) le Sacre Scritture, e le raccontavano agli altri. Stavano seduti su una roccia, mentre i commensali ascoltavano rapiti i loro lunghi discorsi e i loro lunghi monologhi. La situazione era critica, il popolo era affamato, assetato, pareva che il Redentore non potesse più tardare. L’aspettavano a momenti, avrebbero potuto passare ore a guardare l’orologio, sennonché non fosse ancora stato inventato. Uno dei predicatori più famosi era un tizio che se ne andava in giro nudo, coi soli lunghi capelli a coprirgli le

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vergogne d’estate, e un mantello di pelo di cammello tenuto con una cinta di cuoio a farlo d’inverno.  Abitava sulle rive del fiume Giordano, in una casetta fatta di legno e fango, dove ogni tanto locuste, cavallette, e altri insetti v’entravano per trovare riparo da toporagni, talpe, e altri insettivori. E lui se li mangiava. Il suo nome era Giovanni il Battista. Giovanni, era uno dei più ferventi sostenitori della teoria che voleva il Redentore prossimo all’arrivo. Invitava la gente a pentirsi, a pregare, a divulgare la parola del Signore per accattivarsene le simpatie e far si che, dopo l’Apocalisse, ci si ritrovi tutti in Paradiso anziché negl’Inferi. E chi non sosteneva questa teoria veniva considerato un pazzo, un peccatore, un’opera del maligno. Anche la Legge veniva amministrata secondo uno standard divino. Non esistevano pene certe per un reato, ma tutto veniva lasciato in mano al caso, alla benevolenza di Dio. Se un rubagalline veniva scovato e Dio quel giorno era in collera, poteva finire in croce. Se invece, un uomo ne ammazza un altro proprio mentre Dio è contento, se la poteva cavare con un pizzicotto e un rimprovero verbale. E, i depositari degli umori divini, erano dei signori che, dopo aver appreso il reato,

si richiudevano in consiglio con se stessi, aspettando che Dio gli mandasse la sua volontà. E anche i predicatori, secondo loro, erano scelti da Dio. Anche perché, a differenza degl’altri comuni mortali, sapevano un sacco di cose. Per forza dovevano avere dei contatti con Lui, con Dio. E, tra questi che stavano ad ascoltarli, c’era un ragazzo che, tra tutti, scelse proprio Giovanni come maestro spirituale. Era di carnagione scura, olivastra, persiana, con la lunga barba che tagliava con gli attrezzi da lavoro del padre, che faceva il falegname. Si chiamava Gesù. Si avvicinò a Giovanni quando non aveva ancora compiuto trent’anni, perché il loro incontro avvenne “nel quindicesimo anno di Tiberio”. Ma, per tornare al Giovanni predicatore, non solo di Genesi, Esodo, e Apocalisse si occupava. Trattava anche argomenti d’attualità, come ad esempio, il già citato matrimonio tra Erode ed Erodiade, definendolo un “matrimonio incestuoso”, e aizzando le genti contro l’egemonia romana. Questo ad Erode non andò giù, e lo fece arrestare.

G

esù, orfano del suo maestro predicatore, s’improvvisò tale. E vide che, le sue capacità, gli consentivano di farlo. Anche perché Gesù, alle prediche, sommava i “miracoli”. Era solito mettere due pesci sul tavolo e, dopo un gioco di mani, questi diventavano tre. Molti credevano davvero a queste doti divine, altri, che ben’attenti guardavano quei movimenti, videro i pesci “miracolosi” uscirgli dalle maniche e dalle tasche dei suoi lunghi abiti. Ma, è impossibile negarlo, fu un degno sostituto di Giovanni, di cui tuttavia s’aspettava la liberazione. Gesù si creò un codazzo di uomini, di collaboratori che lo seguivano ovunque egli andasse. Il primo fu Andrea, già seguace di Giovanni, poi arrivò Pietro, poi Giuda, e così via. Il potere di Gesù crebbe a dismisura. E senza l’arresto di Giovanni, non ne avrebbe mai acquisito così tanto. E, non si sarebbe dichiarato Gesù Cristo, cioè l’unto del Signore, se Giovanni non cadde vittima dei sicari di Erode. Il quale, s’era invaghito della figlia d’Erodiade, Salomè. Questa era una bellissima ragazza, con gli

IV: La

predicazione di

occhi a mandorla, la pelle bianca, quasi come una perla, i lunghi capelli castani curati e profumati, le mani e i piedi morbidi e gentili. È certo che, Erode, non le chiese di danzare, ma ben’altro. E, dopo che Salomè eseguì questa specie di “operazione liberatoria” su Erode, gli chiese, d’accordo con la madre, di decapitare Giovanni Battista che, oltre a mettere in pericolo l’istituzione romana stessa in Palestina, coi suoi sproloqui, metteva in cattiva luce la madre. Erode così, ordinò d’ammazzarlo. E fu allora, che Gesù, disse di essere il figlio di Dio. Si trovava in provincia, e, mentre innanzi aveva la folla intenta ad ascoltarlo, e dietro una brocca di vino, annunziò di “essere il figlio di Dio, il Messia che tutti aspettavano”. E, quando tornò a Gerusalemme, fu accolto sia dalla folla plaudente, sia da quello che oggi chiameremo un “avviso di garanzia”. Era il 3 aprile del 30, e le autorità gli comunicavano lo stato d’arresto, per via d’una

Gesù

denunzia depositata da uno dei suoi Apostoli. Ma, quella sera, anziché fuggire, decise di recarsi ugualmente come d’abitudine in casa d’un amico, per la cena, dove s’era soliti divorare porchetti, uccellini e cacciagione varia. Aiutata a scendere nel gargarozzo da un buon vino rosso fatto in casa. E in quell’ultima cena annunziò che uno fra loro lo stava tradendo, e li avvertì che ormai gli restava poco tempo da trascorrere con loro. Dopo aver mangiato si recò a fare una passeggiata nei giardini di Getsemani, che è un piccolo uliveto che nasce ai piedi del Monte degli Ulivi. E lì, i soldati d’Erode, lo catturarono. Mettendo a morte l’uomo, ma non le sue idee che, con gli Apostoli e i discepoli, giungeranno in ogni angolo del mondo. Cambiandolo per sempre. L’Universale /

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di Marika Borrelli

The Italian Female Factor Principessa Prosciutto

I

l riverbero dei Royal Wedding del 29 aprile e del 2 luglio 2011 (Will&Kate e Albert&Charlene) si ode ancora, non foss’altro per i titoli dei tabloid scandalistici di mezz’Europa, ora scatenatisi alla caccia di chiappe e tette regali o para-reali. Da noi non c’è bisogno di aprire battute di caccia alle Baleari, basta accendere la tivvù. Nella rubrica (fissa) di questo numero vorrei parlarvi del fenomeno della ‘principessizzazione’ delle bambine. Che è prima di tutto un merchandising (ben oltre la Mattel), poi un’attività prodromica a molti sviluppi: sposare uno scialbo principe inglese o un imbolsito over-fifty di un ricco e sfaccendato principato stile mignon, farsi il primo ritocco plastico verso i diciotto anni, usare foto da zambroccola sui profili dei social network, dannarsi per partecipare ad un reality, ovvero buttarsi in politica (solo in Italia, però). È già stato scritto di come Kate (ora Catherine, che fa più regale) Middleton abbia ‘studiato’ la sua vita per accalappiare da perfetta gatta morta un amorfo erede Windsor (ecchissenefrega di quell’orrido contratto prematrimoniale: che me ne faccio della dignità se posso diventare regina?). Ciò che è riuscito a Kate (e in tono minore riuscirà anche a Pippa – what a name! --, sua sorella) è nei sogni di milioni di bambine, anche se, of course, non lo sanno ancora. Lo sanno bene, invece, le aziende, la tivvù e le 22 / L’Universale

mamme. Più desolante, nevvero, il quadro di Charlene, somara sonora nelle cose di cultura, fisico giusto ma ritoccato (ha trent’anni, quindi è già ‘vecchia’!), ha atteso 4 anni per farsi impalmare da un tale Alberto Grimaldi, che ha già due figli cadetti da ben poco regali onenight-stands. Tutte le bambine del mondo hanno sognato assieme a Raperonzolo e Cenerentola. Più in là, adolescenti e loro mamme hanno continuato a sognare con Pretty Woman, ma questa è un’altra storia, che implica lo sdoganamento romantico di un’attività molto prosaica, ma tant’è. La Disney ci ha marciato e ci marcia ancora sull’intramontabile sogno di ogni bambina: la magia, lo strascico (venti metri lo strascico

Catherin “Kate”, Duchessa di Cambridge

di Charlene di Monaco firmato Armani), il diadema, il principe (talvolta ranocchio, talvolta bestiale), lo scintillìo delle cose, quello che più banalmente viene tradotto nella pioggia di glitter e di sverniciate di rosa su tutto ciò che possa essere venduto ad una bimba. Ovviamente, i miei adulti e smaliziati lettori sanno già che non finisce mai bene per un’aspirante principessa, neanche se sposa un Windsor: i ranocchi, nonostante i baci, diventano ‘rospi’ (o barili) con l’età; non si finirà mai di strofinare pavimenti e colletti di camicie (il 95% dei maschi italiani non ha mai usato una lavatrice, né sa come si fa); la cellulite è una malattia inguaribile; Britney Spears, Hanna Montana e Christina Aguilera (tutte provenienti dalla Disney) non sono stinchi di sante e vanno spesso in overdose di qualunque cosa e Paris Hilton (la prima fan di HelloKitty) è più famosa per certi video hardcore che per il suo fascino. Certo, la ‘principessità’ potrebbe significare anche generosità, garbo, gentilezza, altruismo, lealtà, onestà, purezza di cuore. Eppure, mi sorge più di un dubbio sull’onestà e sulla purezza di cuore di recenti ex bambine che ormai a frotte intasano i set, i casting, le location, le ballroom e le italiche liste elettorali. La famosa Lorella Zanardo, quella del docu-film “Il corpo delle donne”, ha detto che le donne sui media italiani vengono trattate come prosciutti. Alleviamo principesse per farne prosciutti, Principesse Prosciutti, appunto.

di Fernanda Abbadessa

Cogito

ergo Sum

Q

uest’articolo parla di amore per la verità e di ostacoli posti dalla religione, quando vuole dominare tutto, anche le menti. Non pensiamo al senso più intimo della fede, quella vissuta col cuore, ma a quando il credo diventa ideologia, causando oscurantismo e violenza. Oggi rabbrividiamo di fronte a certe notizie provenienti da paesi in cui la religione raggiunge vette di estremismo tali da identificare tali società come culturalmente arretrate. Ma c’è un passato che voglio ripercorrere con voi. Che riguarda delle personalità straordinarie, che hanno contribuito al progresso dell’umanità e per questo sono state perseguitate. Pagine di storia che concernono purtroppo la nostra religione, il Cristianesimo, il cui messaggio originario descritto nei Vangeli è l’amore e la tolleranza verso il prossimo. Ipazia, scienziata della città di Alessandria d’Egitto, vissuta dal 370 d.C. al 415 d.C., fu barbaramente uccisa per ordine del vescovo Cirillo, perchè scienziata, pagana, nonchè donna erudita. In quel momento la Chiesa era in piena ascesa, aveva stipulato un patto con l’impero romano in crisi. Accordo che prevedeva, oltre la soppressione del paganesimo, la cancellazione delle biblioteche, della scienza e degli scienziati, l’annullamento della ricerca scientifica e del libero pensiero (nei concili di Cartagine, infatti, fu proibito a tutti, vescovi compresi, di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Tolomeo, Pitagora ecc). Simbolo dell’amore per la ragione, Ipazia,

era un ostacolo da eliminare dato che i fondamentalisti temevano che la sua filosofia neoplatonica e la sua libertà di pensiero avessero un’influenza pagana sulla comunità cristiana di Alessandria. Dei suoi scritti nulla ci è pervenuto ma sono rimaste le lettere di Sinesio che la consultava a proposito della costruzione di un astrolabio e di un idroscopio. Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria, segnando inevitabilmente il declino della città, famoso centro della cultura antica e sede di una grandiosa biblioteca. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione. In nome della religione cristiana si è continuato ad uccidere o a torturare per costringere varie persone ad abiurare il loro credo. Un esempio è Giordano Bruno, che fu mandato al rogo per eresia, Il 17 febbraio 1600, poichè scriveva: “Esistono innumerevoli soli; innumerevoli terre ruotano attorno al nostro Sole. Questi mondi sono abitati da esseri viventi “. Un altro esempio è Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana, indirettamente provata dalla sua scoperta dei quattro maggiori satelliti di Giove, il 22 giugno 1633 fu costretto a confutare le sue concezioni astronomiche per avere salva la vita. Altrettanto sconcertante la descrizione dei castighi subiti dal frate e filosofo Tommaso Campanella, che nel 1591 fu processato per la prima volta con l’accusa di pratiche demoniache perchè nell’opera Philosophia

sensibus demonstrata abbracciava il naturalismo telesiano in chiave neoplatonica, rifiutando così Aristotele e San Tommaso, dottrine filosofiche care alla Chiesa. Per le sue idee e i suoi scritti subì cinque processi e fu ripetutamente sottoposto a tortura. Nel 1599, dopo aver partecipato all’utopistica impresa di realizzare in Calabria una repubblica ideale, fu accusato come capo della cospirazione e, siccome aveva sotto tortura riconosciuto di essere eretico, per salvarsi dalla pena capitale si finse pazzo, poiché un eretico insano di mente non poteva essere messo a morte dal Sant’Uffizio. I giudici, dubbiosi, lo sottoposero al supplizio della corda per fargli confessare la simulazione, senza alcun risultato. Fu dichiarato pazzo tra il 4 e 5 giugno 1601, durante una terribile seduta di tortura che consistette in 36 ore di corda alternata al cavalletto. Trascorse 27 anni in prigione a Napoli, dove scrisse La città del sole (1602), in cui vagheggiava sull’instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale. Oggi si uccide come prima, in nome della religione. E talora anche nei paesi industrializzati e più civilizzati si assiste a fenomeni di oscurantismo, o si cerca di limitare la conoscenza di alcune teorie come quella evoluzionistica. Così vorrei chiudere ricordandovi il messaggio del celebre quadro di Francisco Goya “Il sonno della ragione genera mostri” e citandovi le parole di un saggio maestro salesiano “Ci avviciniamo a Dio anche quando indaghiamo la verità, il senso della vita, ponendoci le giuste domande, anche se non abbiamo le risposte”. Il passato insegna: se lasciamo che la religione sia un pretesto per giudicare alcuni come diversi e discriminarli veniamo meno al messaggio di fratellanza e amore insito nella grandezza di Dio. L’Universale /

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di Matteo Di Grazia

P adre Pio: un miracolo all’italiana

“O

h se fossi re!... Combatterei prima di tutto il divorzio, da molti cattivi desiderato, e farei sì che il sacramento del matrimonio fosse maggiormente rispettato... Io cercherei di illustrare il mio nome col battere sempre la via del vero cristiano; guai poi a coloro che non volessero seguirla. Li punirei subito o col metterli in prigione o coll’esilio oppure con la morte”. Questo scritto, dal sapore nettamente inquisitorio, fu composto da Padre Pio nel 1902. Colui che sarebbe diventato, per i suoi devoti, il santo con le stigmate, già in giovane età mostrava dei tratti caratteriali tutt’altro che caritatevoli. Ma le vie del Signore, oltre che infinite, sono anche sconosciute ai più, i quali devono rimettersi alla volontà divina e non sindacare sul mezzo che Dio ha scelto per comunicarci il suo messaggio. Il “mezzo” Padre Pio nasce a Pietralcina il 25 maggio 1887 e, grazie ad un forte carisma e ad una fede solidissima, riuscirà a diventare egli stesso oggetto di venerazione e culto. Già durante gli anni dell’infanzia, i segnali della presunta santità dell’allora Francesco Forgione si sprecavano. La madre, donna analfabeta e superstiziosa, lo portò da un indovino, che così sentenziò: “Un giorno sarà un uomo onorato in tutto il mondo. Per le sue mani passeranno soldi su soldi, ma non possederà nulla”. In effetti l’anonimo vate non aveva tutti i torti, dato che i soldi saranno un

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elemento fondamentale nella storia di Padre Pio. Ma è utile ricordare anche altri segnali inequivocabili della santità del bimbo. Il piccolo Francesco stava sempre in casa, non voleva giocare con i compagni “perché essi bestemmiano”, inoltre fu trovato più volte intento a flagellarsi nella sua cameretta. Ma sono le estasi e le apparizioni che lo colpiscono al quinto anno di età a sigillare definitivamente ciò che in paese già tutti sanno: Francesco è un santo. E’ lo stesso interessato a descriverle: “Mia madre spegneva il lume, e tanti mostri mi si mettevano vicini, e io piangevo. Accendeva il lume e io tacevo perché i mostri sparivano. Di nuovo lo spegneva, e io di nuovo mi mettevo a piangere per i mostri”. Quella che per tutti i bambini del mondo si chiama “paura del buio”, per il piccolo Francesco rappresenta la prova che lui ha un contatto diretto con la divinità. Anche la dedizione ai comandamenti divini rasentava l’eccesso. Una domenica, mentre camminava per le vie del paese, vide la figlia del calzolaio intenta ad applicare dei nastri ad una veste. Subito l’ammonisce di smettere perché, si sa, di domenica non si lavora. La ragazzina, che lavorava per sopravvivere e non per piacere, fece finta di niente. Allora il futuro Padre Pio, appurato che le parole non bastavano, passò ai fatti: prese delle forbici e con rapidi colpi ridusse in brandelli il vestito della povera ragazza. Dal 22 gennaio 1903 al 27 gennaio 1907, Francesco intraprese l’iter che lo avrebbe portato a diventare frate.

Durante questo periodo, fra’ Pio doveva rimanere nel convento come tutti i suoi compagni ma, trasgredendo la Regola, passò molto tempo a casa in compagnia dei genitori. La giustificazione era una strana malattia che lo coglieva nei periodi di clausura, e che spariva appena tornava al suo paese. Una sorta di “mal di pancia” tipico degli scolari che non vogliono andare a scuola. In effetti i superiori non vedevano di buon occhio questo aspirante frate che, non appena possibile, faceva di tutto per trasgredire le regole fondamentali del noviziato. Fatto sta che fra Pio, nel 1910, ottenne il sacerdozio. Alla giovane età di 23 anni, il suo nome incominciò a viaggiare per i paesi tra Benevento e Foggia. Nel 1916 padre Pio chiese ai superiori di essere mandato nel convento dei cappuccini di Santa Maria delle Grazie, a San Giovanni Rotondo. Fu proprio in questo paesino sulle alture del Gargano che fece il suo miracolo più grande e incontestabile: trasformare un presunto atto divino, incarnato in lui, in un giro di denaro enorme che continua tutt’oggi. Di certo le stigmate, segno visibile della sua santità, contribuirono ad alimentare una credulità popolare che si scontrava con le posizioni ufficiali della Chiesa. Il turismo religioso, incentivato dalla mercificazione delle bende insanguinate del frate con le stigmate, incanalò l’isteria collettiva verso il fertile terreno del marketing. Padre Pio non disdegnava questa pratica, anzi. Disobbedendo al voto di clausura e di povertà, non perdeva occasione per intrattenere le miglia di fedeli che accorrevano a San Giovanni Rotondo. Le sue messe duravano per più di tre ore, il convento ospitava alcuni fedeli (cosa esplicitamente proibita) e le

bancarelle che vendevano le effige del santo erano tutt’altro che condannate. L’altare fu trasformato in una sorta di palcoscenico da cui il santo metteva in atto, quotidianamente, il suo spettacolo egocentrico, determinante per esercitare sui pellegrini le sue suggestioni mistiche. Padre Pio si avvalse, sin dall’inizio della sua ascesa, di due personaggi di dubbio spessore: Morcaldi e Brunatto. Il primo era un ex tenente dell’esercito che, grazie all’amicizia col frate, divenne sindaco e podestà di San Giovanni Rotondo (come esponente del partito fascista). Il sodalizio tra il misticismo e la politica ebbe inizio. Più la fama di Padre Pio si estendeva, più nascevano alberghi (la maggior parte di lusso, come si può verificare anche oggi), centri di commercio di reliquie, ristoranti, ecc. Il connubio tra il santo e la politica era forte e per niente velato: il 15 settembre del 1920 benedì pubblicamente la bandiera della neo-costituita Sezione combattenti, con lo scopo di sostenere la coalizione clerico-fascista e scongiurare la vittoria dei socialisti. Fatto sta che, invece, furono proprio i socialisti a vincere, sebbene di pochi voti; tra tanti miracoli eclatanti (di cui non si ha prova), ecco un miracolo che Padre Pio non riuscì a fare. La perdita economica fu, però, scongiurata. Con l’aiuto di Morcaldi, Brunatto e del Dott. Festa, il commercio delle bende insanguinate divenne sempre più fiorente. Lo stesso Morcaldi confesserà, in un alula del Tribunale di Roma (1963) che “circolavano voci, di cui ebbi sicura notizia, secondo le quali le stigmate di Padre Pio erano da lui stesso provocate con acido nitrico e acqua di colonia, di cui potevano rinvenirsi nella sua cella 2

bottiglie”. Molto più credibile è la teoria secondo la quale le stigmate sono il risultato di un disturbo mentale, cioè di un fenomeno isterico psicosomatico. La somatizzazione spiega bene il caso di Padre Pio: il suo primo precettore ricorda che il piccolo Francesco era ossessionato dalla storia di S. Francesco d’Assisi, e non perdeva occasione di farsela raccontare. Ogni volta chiedeva al suo insegnante se “le piaghe erano vere? E buttano sangue? Proprio come se fatte con chiodi di ferro?”. Brunatto, altro personaggio cruciale nella vita di Padre Pio, visse per anni all’interno del convento, nonostante non vestisse il saio. Fu colui che più sfruttò, a fini di lucro, il fenomeno delle stigmate. Anche egli dichiarerà in tribunale: “Per oltre un anno ebbi le chiavi della cella di padre Pio per sorvegliare i ragazzi che ne facevano pulizia. Nel tavolino da notte vi erano i pannolini del costato, di cui si sbarazzava il Padre quando erano troppo impregnati. Il guardiano aveva l’ordine di bruciarli. Io preferivo prelevarne la congrua parte a farne larga distribuzione tra i fedeli”. In parole povere, San Giovanni Rotondo e il convento divennero il fulcro di un

traffico di reliquie. Al centro del business c’era anche il Dott. Festa, il medico che dichiarò le stigmate del frate opera divina e, quindi, miracolosa. Sempre durante una confessione in tribunale, Brunatto disse che “anche il sindaco (Morcaldi) e il dottor Festa venivano da padre Pio per utili personali. Esisteva una specie di commercio nero e si vendevano pezzoline intrise di sangue fino al prezzo di lire 50 mila”. Padre Pio era a conoscenza di questa attività. Ma, per chi lo ritiene un santo, capace di leggere nei pensieri, di conoscere il futuro e di avere il dono dell’ubiquità, deve essere ancora più difficile credere nella buona fede del frate di Pietrelcina. Quello che resta oggi, a più di quarant’anni dalla sua morte, è una fiorente attività commerciale che si alimenta delle speranze dei disperati. Padre Pio fu un mistico che, per colpa di estasi e suggestioni mentali sfociate in una somatizzazione, diede vita ad un giro si soldi dal quale non volle prendere le distanze. Infatti, chiese più volte al Vaticano la dispensa dal voto di povertà, coltivò il culto di sé e si guadagnò l’appellativo di “padre showman”. Un vizio tutto italiano.

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di Sandra Giuliana Granata

Intervista a Dante Svarca

Quale percorso di vita l’ha condotta all’ateismo? C’è stato un evento particolare nella Sua vita, ha mai creduto in Dio? Da piccolo ho studiato in Seminario ed ero un fervente credente. I superiori incoraggiavano i seminaristi a discutere tra loro di argomenti teologici scambiandosi le parti di credente e di ateo. A me riusciva benissimo interpretare le posizioni di contestatore della dottrina cattolica. Ricordo ancora le accanite discussioni sulla figura del diavolo. Io non gli attribuivo alcuna colpa poiché, sostenevo allora, se nel progetto divino questo angelo doveva indurre Eva alla famosa disobbedienza e, in seguito, tentare l’umanità, non poteva far altro che obbedire per non naufragare il disegno divino. Non si è ribellato a Dio, ha solo fatto la Sua volontà. Più o meno come ha fatto Giuda, o come hanno fatto gli Ebrei mettendo a morte Gesù. Egli era venuto al mondo per sacrificare la sua vita in espiazione del peccato di Eva, mica poteva tornarsene dal padre dicendo “quelli laggiù non mi vogliono uccidere, cosa devo fare?’”. Lei è balzato agli onori della cronaca denunciando il vescovo di Ancona di abuso della credulità 26 / L’Universale

popolare. È stata una mossa per farsi pubblicità in vista dell’uscita del suo libro? Come ti ho appena detto, ho studiato in Seminario fino a 15 anni. Sai perché ho dovuto interrompere gli studi? Perché hanno scoperto un mio esperimento segreto (in pochi ne erano al corrente): ho messo alcune ostie consacrate in un bicchiere di vino augurandomi che succedesse qualcosa. Non è successo nulla, ma dopo qualche giorno un mio compagno ha ritenuto che fosse suo dovere informare il Rettore. No, il mio libro non c’entra, anche se c’è un capitolo che tratta questo argomento. Erano dieci anni che conservavo le due ostie che ho consegnato alla magistratura. Ho aspettato che si verificasse la condizione che mi poteva permettere di essere parte lesa nell’eventuale procedimento contro il vescovo. Questa condizione si è verificata con il Congresso Eucaristico che si celebrerà in Ancona nel prossimo mese di settembre. Lo Stato e la Regione Marche hanno concesso un contributo di circa 8 milioni di euro per tale evento. Soldi riscossi con le tasse, quindi anche soldi miei. Per questo mi sento parte lesa nel procedimento penale volto a dimostrare che con la consacrazione del pane e del vino non avviene nessun cambiamento nelle stesse sostanze come sostengono la gran parte delle confessioni cristiane. Cosa pensa del miracolo eucaristico di Lanciano? Le perizie eseguite sulla reliquia conservata a Lanciano dicono

che si tratta del tessuto di un cuore umano. Ne deduco che qualcuno abbia messo nella teca un pezzo di cuore umano. Non risulta la presenza di nulla che possa appartenere ad una divinità. Poiché in giro per il mondo sono conservate le preziose reliquie, per l’esattezza cinque, del prepuzio di Gesù, io invito la Chiesa a fare chiarezza su tali reperti individuando il Dna sia della reliquia di Lanciano che dei prepuzi: se risulterà lo stesso Dna io metterò da parte la razionalità e abbraccerò la fede. C’è stato un periodo storico, tra il 1200 e il 1300, particolarmente propizio per la scoperta di reliquie: la Sacra Sindone, la Sante Casa di Loreto, il Sangue di San Gennaro... tutte scoperte che hanno in comune un solo miracolo: l’enorme ricchezza che hanno portato alla chiesa e ai sacerdoti che le possedevano. Nel Suo libro “Jahvè, Dio e Allah false divinità: 101 motivi per credere soltanto nell’uomo” sostiene che, in fondo, basta un motivo solo: l’indimostrabilità dell’esistenza di Dio. Non crede che comunque non possa neanche dimostrare la non esistenza di Dio? No, le due proposizioni non sono in parità. È vero che non si può dimostrare né la esistenza né la non esistenza di Dio, ma l’onere della prova spetta a colui che afferma l’esistenza di una cosa, non a colui che la nega. Se qualcuno afferma l’esistenza di un’isola ancora inesplorata nel mare di fronte a Cagliari ha il dovere di fornirne i dati di latitudine e longitudine affinché chiunque

possa verificarne la reale esistenza. Se qualcuno afferma l’esistenza di una divinità ha il dovere di provare tale esistenza. L’umanità ha adorato migliaia di divinità da tutti considerate chiaramente inesistenti. Si pensi a Giove, Minerva, Nettuno, Venere e così via. Quali prove possono portare coloro che adorano Dio, Jahvè o Allah migliori di quelle portate a suo tempo dai sacerdoti di quelle morte divinità? Nessuna. Tutte le divinità sono nate nella mente dell’uomo, per questo io dico che l’uomo è la più grande delle divinità. Ed esiste veramente. Per quale motivo, secondo Lei, la gente crede nella Transustanziazione? Vi credono anche persone colte, quindi non soltanto quelli che un ateo definirebbe “sempliciotti”. Come mai? La prego di non parlarmi di creduloneria e ignoranza... sarebbe troppo facile. Il cervello umano è diviso in due emisferi: uno privilegia la razionalità, l’altro la creatività. Dipende dal nostro Dna se noi privilegiamo l’uno o l’altro. Chi è portato alla razionalità, cerca le prove per convincersi, gli altri preferiscono la fede, i sentimenti, il cuore. Questo in estrema sintesi. Naturalmente si può modificare l’impostazione ricevuta in eredità, ma non tutti sono portati a farlo. Una persona colta, un luminare della scienza, un artista o un grande medico possono non aver dedicato neanche un giorno della loro vita a meditare su materie filosofiche, accontentandosi della tradizione, altri, invece, sinceramente convinti della necessità della fede. Io non biasimo coloro che scelgono

liberamente di affidarsi alla fede anziché alla ragione. Biasimo coloro che non hanno scelto liberamente, con cognizione di causa, affidandosi alla tradizione. Costoro sono pronti ad adorare qualsiasi divinità essendosi affidati, per la scelta del loro Dio, a quello adorato nel luogo di nascita. Se uno ha fede può credere qualsiasi cosa, poiché la fede è il contrario della ragione. “O si crede o si pensa” (Schopenhauer).

formali ma insensibili al dolore dell’umanità (penso alla vicenda di Eluana Englaro, alla ricerca sulle cellule staminali, alla fecondazione, alla selezione degli embrioni sani, alla sessuofobia della religione cattolica). Io sogno una nuova religione, una religione dell’umanità, che si ispiri ai grandi riformatori religiosi del passato (Buddha, Mosè, Allah...) e ai grandi pensatori e uomini di pace che nei secoli si sono susseguiti fino ai recenti Gandhi e Martin Luther King.

Cosa pensa di Gesù e dei suoi miracoli? Può negare che, anche senza bisogno di credere nella divinità di Cristo, sia stata una personalità carismatica? Dei miracoli dico solo che ogni religione ha i suoi miracoli, per lo più inventati. Di fatti inspiegabili, di guarigioni senza motivo apparente ne avvengono in continuazione. Se per caso uno di questi fatti avviene in ambito religioso, si grida al miracolo. Ma da quando la scienza è progredita di miracoli eclatanti ne avvengono sempre meno in ambito religioso e sempre più in ambito medico. Oggi, infatti, nessun morto resuscita, nessuna epidemia viene debellata con le preghiere, nessun terremoto fermato dal Santo a ciò deputato, cioè Sant’Emidio da Ascoli. Della esistenza di Gesù non vi sono prove storiche certe. Ma questo non ha alcuna importanza. Ciò che importa è ciò che ci viene detto di lui nei Vangeli. Io ammiro gran parte del suo insegnamento. Privilegiava gli umili e i poveri, ha sempre combattuto per la felicità delle persone (il sabato è fatto per l’uomo, non viceversa) contro i sacerdoti rispettosi delle regole

Ha affermato di sperare che il Suo libro venga letto soprattutto dai giovani: crede che un giorno il Mondo potrà fare a meno di credere in Dio e nella Resurrezione nella carne promessa da Gesù? Pensi che il mondo continuerà per sempre a credere che se un combattente per l’islam muore per una guerra santa, magari compiendo attentati contro persone inermi, meriterà subito il paradiso con 40 Urie, giovani vergini e belle, a disposizione per l’eternità? Sì, io ne sono certo, il mondo può fare a meno di credere nelle innumerevoli divinità oggi adorate. E quel giorno non è lontano poiché i segni dello sfacelo delle religioni tradizionali è sotto gli occhi di tutti. Io imputo l’immoralità dilagante anche alla responsabilità della religione cattolica, più attenta ai propri interessi che al bene comune. Come vedi, la “fede” è necessaria anche ad uomo che si ritiene razionale: io credo nell’uomo, unica ancora di salvezza dell’umanità in pericolo. Grazie. Grazie a te per l’intervista. L’Universale /

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di Giorgio Aquilino

Non cambierà mai...

U

no dei più lucidi filosofi cristiani, Anselmo D’Aosta, intorno al primo secolo del primo millennio dopo Cristo scrisse: “Non cerco di capire per credere, ma credo per capire. Giacché credo anche questo: che se non crederò non capirò”. Il comprendere ed il credere sono i protagonisti della battaglia in cui si incrociano le armi della ragione e della fede, ed alla quale hanno partecipato filosofi, letterati, monaci e uomini santi. Poi, oltre all’aspetto puramente mistico, vi è l’interpretazione terrena, l’incarnazione della legge, le mura protettive del dogma innalzate a difesa di possibili delegittimazioni e sofismi, in parole povere: la Chiesa, o meglio la Gerarchia alla quale è appesa, come carne alla spina dorsale. Non sempre giusta, non sempre contro l’ingiusto, non sempre unita e soprattutto non sempre compatta nell’adempiere e nel diffondere la Buna Novella contenuta nelle sacre scritture. Se credere in Dio risulta difficile agli occhi del razionale ateo, oggi credere nella Chiesa, nella sua cupola e nei suoi ministri, trova serie difficoltà anche nei fedeli che credono nel divino messaggio e che avvertono la relegazione di quest’ultimo in pagine buone per officiare uffizi distanti dall’empirico. Questo è il risultato mentre altra era l’intuizione di chi previde, ammonì e venne messo all’Indice dalla Santa Sede. Uomini che fiutarono il fallo in cui si sarebbe trovata la Chiesa, basti pensare al primo Lutero, a Giordano Bruno ad Antonio Rosmini, uomini di 28 / L’Universale

Chiesa che credevano in essa, che la immaginavano “luce che guida il cammino dell’uomo e, di riflesso, del mondo”, e non si risparmiarono nell’ammonirla con la forza e l’umiltà di chi ama, crede e comprende. Fra i tre sopracitati, di certo, il Rosmini con la sua maggiore opera: “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, mette in risalto, in una maniera non certo schematica ma comunque concisa, alcune situazioni malate nel mondo cristiano suggerendone i rimedi. Lo scritto, inoltre, venne assunto, con precari risultati, a mo’ di guida del Concilio Vaticano II (1962-1965). L’opera scritta nel 1832 (iniziata in una villa del Padovano, del duca Melzi, Correzzola, e ultimata al Calvario di Domodossola), venne dapprima ascosta in un cassetto poi pubblicata nel 1848 quando lo stesso Rosmini intravedeva una nuova speranza di cambiamento nell’elezione di Papa Pio IX, il pontefice che concesse al popolo romano, anche se per un breve lasso di tempo, una delle più avanzate costituzioni sotto consiglio dello stesso Rosmini, egli stesso scrive: «Ma ora che il capo invisibile della Chiesa collocò sulla sedia di Pietro un Pontefice che par destinato a rinnovare l’età nostra e a dare alla Chiesa quel novello impulso che deve spingere per nuove vie ad un corso quanto impreveduto altrettanto meraviglioso e glorioso; si ricorda l’autore di queste carte abbandonate , né dubita più di affidarle alle mani di quegli amici che con esso lui dividevano in passato il dolore ed al presente le più liete speranze». Basta riprendere i cinque punti

rosminiani, le cinque piaghe che si rifanno alle piaghe patite dal Cristo, per notare l’atroce contemporaneità del testo: (1) la divisione del popolo dal clero nel culto pubblico, (2) l’insufficiente educazione del clero, (3) la disunione dei vescovi, (4) la nomina dei vescovi abbandonata al potere temporale, (5) l’asservimento dei beni della Chiesa al potere politico. (1) Nel nostro tempo la comprensibilità delle sacre letture cristiane, nonché della santa messa, fa si che il fedele possa arricchirsi del messaggio divino con libertà e consapevolezza, ciò lo rende meno discosto dalla sintassi ecclesiastica, come invece accadeva in un passato di lessico latino, ma non lo rende meno distante dal clericato che appare alle menti, ormai non più pigre, dei praticanti come una crisalide avvolta nel suo bozzolo, intento a filare trame in odor di casta. I pastori restano stesi sul prato, tonache al vento a disegnar le nuvole, mentre il gregge stanco di belare, mangiucchiando la solita erba, si disperde. (2) Pastori inadatti, forse a volte incompresi ma che sicuramente il più delle volte appaiono maleeducati, male-consigliati, sembrano insomma, affidati al male più che al bene professato. La pedofilia, la desertificazione delle chiese, l’abuso dei beni ecclesiastici sotto il naso del popolo, sono espressione di un modus operandi che unito alla scarsa meritocrazia che serpeggia anche tra le fila dei “lavoratori” del mondo ecclesiastico (chi vuol fare faccia, ma non disturbi vescovo, cardinale e IOR), certo non stimolano un ritorno del figliol prodigo. Forse i seminari non

bastano e la pedagogia ortodossa ha perso appeal ed efficacia. (3) Poco educato appare anche il pestarsi i piedi all’interno dell’episcopato, comportamenti che portano a divisioni di cattivo esempio, qui cade a fagiolo una massima di Papa Gregorio I: ”Gli esempi, nella maggior parte dei casi, colpiscono più delle parole della ragione”, inconfutabile verità e monito per quei vescovi disuniti nell’elezione di una Sacra Rota (a Cagliari) o nell’organizzazione di un Family Day spagnolo. I pastori divisi inducono il gregge a fare una scelta che porta spesso a misconoscerne la guida. (4) L’importanza da attribuire all’operato dei vescovi è parte non trascurabile nella comprensione dell’allontanamento dalle coste dell’ecclesia da parte della Santa Sposa di Cristo, perché dal loro operato dipende il buon funzionamento della sussidiarietà della Chiesa. Seguendo il consiglio di Rosmini, con interruzione di continuità, sarebbe opportuno ritornare all’elezione dei vescovi da parte dei fedeli, i diretti interessati, i quali verrebbero coinvolti nella scelta del buon governo delle anime. Un approccio, questo, in contrasto con la prassi ermetica delle nomine da parte della Santa Sede e con l’usanza, rispettata ancora oggi, di riconoscere alcuni privilegi tradizionali esercitati da alcuni gruppi di canonici e alcuni capi di Stato nella nomina degli episcopi, un modo di vedere le cose certamente non democratico. (5) L’operare per e nel mondo dell’ homo oeconomicus necessita dell’asservimento alla pecunia, altrimenti come rispettare il motto del sopracitato Papa Gregorio I. L’amministrazione poco chiara dei beni ecclesiastici ha condotto la fantasia di molti a leggende da tribunale, che forse infondate come leggende non sono. Una gestione del denaro, proveniente

da ricche questue e pubblici finanziamenti, che conserva lati oscuri e opacità che di certo non dovrebbero imbrattare le pareti della “Casa del popolo di Dio”. La pubblicità dei bilanci e delle “opere”, parola, questa, che si fonde sempre più spesso con una di grado più economico: investimento, porterebbe alla fine di una visione “politica” dell’organizzazione ecclesiastica coinvolta in relazioni scambievoli spinte dal servile finanziamento piuttosto che dal servire il Sacramento. Rosmini aveva visto giusto, non affrontando con atteggiamento risolutivo questi cinque punti, la

Chiesa capitolerà con il progresso, il quale ne chiederà la testa. Il nuovo rapporto dell’uomo con la religione, le aspettative disilluse che non si dimenticano, gli ammonimenti ai popoli tra pensieri contraccettivi e ingerenze nel laicato, sono alcuni punti che andrebbero aggiunti ai precedenti e che, insieme a questi, ben presto relegheranno l’operato della Chiesa a battesimi, comunioni, matrimoni ed estreme unzioni, che la gente continuerà a richiedere perché : “Non ho compreso se Dio esiste, ma in fin dei conti non si sa mai”.

Papa Pio IX

L’Universale /

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di Luisa Caridi

L’ora di religione: Dai Patti Lateranensi al

R

oma, 11 febbraio 1929. L’ex socialista, anticlericale, Benito Mussolini, capo del Fascismo, firma con il cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri, rappresentante della Santa Sede, il concordato passato alla storia con il nome di Patti Lateranensi. Sono lontani ormai i tempi in cui Cavour recitava il motto “Libera Chiesa in Libero Stato”, la religione cattolica diventa ufficialmente Religione di Stato in Italia, di conseguenza ne viene definitivamente istituito l’insegnamento, già presente dal 1923 e tuttora esistente con modalità differenti in quanto il Cattolicesimo racchiude in sé le radici dell’identità europea. Non a caso di recente a Strasburgo si è insistito sul ruolo storico della Chiesa e sull’elemento di coesione che la stessa ha rappresentato e forse ancora rappresenta nel variegato miscuglio di popoli che hanno abitato il vecchio continente almeno dal Medioevo ad oggi. Usi, costumi, tradizioni influenzano molto probabilmente la forma mentis di ogni cittadino europeo molto più di quanto possa credere. D’altra parte alcuni valori propugnati dalla Chiesa, quali la fratellanza, l’uguaglianza, la libertà, sono universali e incontestabili, e poco importa se a battersi in nome di essi sia un ateo, un agnostico o un credente. L’IRC si configura quindi come elemento fondamentale per la formazione culturale di un ragazzo, ma la società è in perenne evoluzione e i continui flussi migratori da paesi extraeuropei stanno ridisegnando la mappa del continente. La società diventa di giorno in giorno sempre 30 / L’Universale

Ministro Tremonti

più multietnica. Così, se è vero che la religione con i suoi riti e con i suoi culti è espressione della civiltà di un popolo, se si vuole realizzare compiutamente un processo di integrazione, bisogna ampliare gli orizzonti e focalizzarsi sullo studio di tutte le principali religioni presenti nel mondo. Nonostante il Concordato sia stato rivisto il 18 febbraio 1984, dopo lunghissime e difficilissime trattative, dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli, la questione dell’ora di religione è rimasta tutto sommato irrisolta. è stata rimossa la clausola riguardante la religione di Stato della Chiesa cattolica in Italia, ed è stato anche stabilito che seguire l’IRC nelle scuole sia facoltativo e non obbligatorio, ma non si è affrontato il cuore del problema cioè la motivazione dell’importanza di tale insegnamento e soprattutto il sistema di reclutamento dei docenti. Infatti, l’ora di religione rischia di essere seppellita sotto il peso delle polemiche di un sistema iniquo, che prevede che gli insegnanti non siano assunti come tutti gli altri docenti in base a concorsi e titoli riconosciuti dallo Stato, ma tramite insindacabile giudizio della Curia cattolica. In altri termini i docenti di religione sono dipendenti dello Stato vaticano e della gerarchia cattolica, pagati dallo Stato italiano. Come se non bastasse l’ex ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti ha approvato un provvedimento,avallato poi dal successivo governo di centrosinistra, relativo alla loro non-licenziabilità. In un periodo di tagli sistematici e pesanti

nell’ambito della scuola pubblica, mentre qualsiasi altro docente assunto dallo Stato può perdere il posto di lavoro, i docenti di religione, in caso di non-conferma da parte della Curia, hanno comunque diritto a un posto garantito in un’altra materia. e inoltre il ministro Tremonti ha previsto a partire da maggio 2010, ai docenti di religione, di fatto “di ruolo” e inamovibili, scatti biennali di stipendio (aumento mensile medio intorno ai 220 euro) con annessi arretrati dal 1 gennaio 2003 (per migliaia di euro), negati attualmente ai precari veri, quelli nominati dallo Stato con lunghe gavette alle spalle, che spesso devono accontentarsi del mortificante decreto “salva precari”. In conclusione emergono una scarsa attenzione ai contenuti e un atteggiamento freddo e calcolatore, che non aiuta, ma anzi rischia di distruggere l’importanza di una disciplina il cui contributo sarebbe basilare per promuovere l’incontro tra civiltà un tempo lontane, oggi vicine e ancora troppo diverse.

Letizia Moratti

di Massimo Pittarello

Intervista al senatore Ceccanti un cattolico del

PD

quella fra uomo e donna. Però c’è un problema: anche quello che non è famiglia, e cioè le unioni fra persone omosessuali, merita un riconoscimento. Ma non crede che ci sia troppa influenza da parte della Chiesa di Roma nelle vicende politiche italiane? Siamo in democrazia dove c’è un libero mercato delle opinioni e ognuno cerca di influenzare le decisioni politiche.

Stefano Ceccanti è un senatore PD molto vicino a Veltroni. Ha contribuito a scrive le proposta sui Dico (riconoscimento giuridico delle coppie di fatto), poi bocciata durante la scorsa legislatura. Negli ultimi giorni è in polemica con alcuni esponenti del suo partito che stanno promuovendo un referendum che in pratica è un ritorno al proporzionale più puro. Per tutta risposta, con una nota dal titolo “alea iacta est” ha proposto un altro referendum, in realtà molto semplice. Il ritorno al “Mattarellum”, la legge elettorale con cui si è votato prima dell’attuale “Porcellum. Si definisce “cattolico grazie al Concilio Vaticano II”. Molto cortesemente, ci risponde prima di una qualunque madre apprensiva. Senatore, cosa pensa della pubblicità dell’Ikea in cui ci sono due uomini che si tengono per mano con un sottotitolo “siamo aperti a tutte le famiglie?

Siamo un una economia di mercato e quindi ognuno fa il tipo di pubblicità che vuole e se pensa che tale pubblicità sia attraente la fa… Bé, era attraente, e se non lo era, la hanno fatto diventare attraente alcuni esponenti politici di area cattolica con le loro invettive.. Esiste un dibattito aperto in Italia su come riconoscere quelle che sono le unioni anche tra persone omosessuali distinte dalla famiglia. Da punto di vista costituzionale, come di recente ha specificato la Consulta, la famiglia è quella che si basa sull’unione fra un uomo e una donna. Esistono però delle unioni fra persone omosessuali che meriterebbero riconoscimento giuridico. E cosa pensa delle reazioni di Giovanardi? La pubblicità usa un suo linguaggio che non è quello del diritto. La pubblicità ha usato il termine “famiglia”, che il diritto riserva a

Ma il blitz parlamentare sulla legge di fine vita o i diktat contro i DICO? I vescovi sono liberi di esprimersi liberamente contro. I credenti che dissentono possono esprimersi liberamente a favore. Ma non c’è un leggero squilibrio o una eccessiva tendenza a politicizzare le questioni religiose? Può darsi, ma non vedo perché dovrei impedire ad un vescovo di parlare liberamente. Le opinioni vanno valutate nel merito. Siamo in una società libera in cui ognuno tenta di influenzare come può l’opinione pubblica, sia esso un imam, un vescovo o chiunque… Ripresenterebbe i Dico come li aveva presentati nella scorsa legislatura? Tutto è migliorabile, ma è ovvio che l’esigenza c’è. Quindi ripresenterei quella proposta. Chi c’è dietro la proposta di Passigli di riformare la legge elettorale con il referendum in senso strettamente proporzionale? La proposta referendaria Passigli è L’Universale / 31


Matteo Renzi

sostenuta formalmente da solo un membro della segreteria del Partito Democratico, e cioè da Matteo Orfini, che è quello più vicino a D’Alema. Fra l’altro, due quesiti Passigli sono inammissibili perché vorrebbero colpire senza riuscirci le liste bloccate, l’altro ha dei margini di ammissibilità, ma in pratica ricrea la proporzionale pura, ed è quindi una proposta del tutto negativa perché leva agli elettori sia la facoltà di decidere i rappresentanti che i governi. Lei ha fatto una sua proposta, che prevede un ritorno al Mattarellum e che mira a conservare una tendenza bipolare, mentre quella Passigli è una proposta che favorisce le alleanze post-elettorali. E’ un modo per D’Alema per mettere un ponte con i partiti di centro? Se si sceglie le strada del proporzionale puro si riaprono tutti i giochi in parlamento e la situazione diventa del tutto imprevedibile, perché chi si allea con chi diventa un problema del tutto aleatorio. Se oggi lo si fa per una volontà soggettiva di qualcuno, un problema politico contingente, in realtà si andrebbe a creare una situazione del tutto oligarchica, quindi anche coloro che lo sostengono perché hanno in mente un sistema di alleanze, non è detto che abbiano ragione, perché una volta eletto il parlamento, cosa potrebbe suc32 / L’Universale

cedere è ogni volta imprevedibile. Comunque lei definisce l’idea proposta da Passigli come “puro autolesionismo” Ma si! Il PD è un partito a vocazione maggioritaria e che vive in un ambiente naturale in cui gli elettori scelgono il governo, per cui se il PD vince, il suo leader va a Palazzo Chigi, mentre se perde, perde. Andarsi a impelagare in un sistema in di tipo assemblearistico è a negazione del motivo per cui è nato il PD. Ma la proposta di Passigli è un antidoto di parte del PD al successo elettorale riscosso da Vendola e da altri partiti di opposizione? C’è la legittima preoccupazione che la coalizione che ha come suo perno il PD abbia un baricentro riformista e questa è una preoccupazione che ci deve coinvolgere tutti, a prescindere del sistema elettorale. Le forze che sono alla nostra sinistra devono essere spinte ad assumere delle posizioni di responsabilità di governo. Noi dobbiamo sperare in una evoluzione delle forze alla nostra sinistra. Quindi il PD deve parlare agli elettori di centro delusi? Esatto, noi non dobbiamo essere schiavi del conservatorismo di sinistra che ci aliena gli elettori di centro. Noi dobbiamo costruire,

anche sulla base di un sistema elettorale che porti gli elettori a decidere direttamente, delle proposte che smuovano gli elettori di centro e i delusi del berlusconismo. Invece il proporzionale puro significa mettere il paese nelle mani dei partiti di centro. Ma è possibile parlare agli elettori di centro, mentre si è alleati con Sel? Noi dobbiamo riuscire a fare una proposta che coinvolga Sel in una prospettiva di governo. Sel d’altronde ha rotto con Rifondazione e questo può anche significare una possibilità di assumersi maggiori responsabilità di governo. Le piace la prosa di Vendola? A me personalmente non dice granché, ma è indubbio che abbia una notevole capacità di affascinare il pubblico, anche se a me non affascina.. Cosa pensa della “rottamazione” di Renzi? Renzi è una personalità che rappresenta positivamente la discontinuità come stile politico rispetto al passato.. Ma può essere il prossimo candidato premier? Nichi Vendola

No, il prossimo candidato premier naturale è il segretario del PD, e cioè Bersani. Cosa pensa del cambio di atteggiamento di Di Pietro, che dopo le amministrative e i referendum è passato da tribuno a esponente moderato. Sta andando a prendere i voti dei delusi di destra? Di Pietro ha assunto fino a qui un atteggiamento speculare rispetto a Berlusconi e al berlusconismo. Ora, poiché si immagina che alle prossime elezioni, come è probabile, non ci sarà più Berlusconi, cerca di ragionare, anche se a tentoni, e di capire come andare a recuperare i voti degli elettori delusi di destra

sull’ingresso in politica dei magistrati, e a volte sul loro ritorno alla toga, perché i giudici non solo devono essere imparziali, ma devono anche apparire imparziali. Dobbiamo lavorare bene sul sistema delle ineleggibilità e delle incompatibilità. Sull’attuale manovra economica, che si adegua al pareggio di bilancio richiesto dall’Europa, Bersani dice che è “irrealistico e vuol dire recessione”… L’obiettivo del pareggio è obbligatorio sulla base degli impegni assunti dall’Italia nei confronti dell’Europa, poi ci sono modi e modi di farlo. Se l’operazione viene fatta in maniera

sbagliata vuol dire recessione, ma la manovra economica e il pareggio di bilancio è qualcosa di necessario e insostituibile a cui non si sfugge Lei usa molto i Social Network. E’ utile per la comunicazione politica? I Social Network sono utilissimi perché permettono di avere una circolazione in tempo reale delle notizie. Però bisogna stare attenti, perché color che reagiscono di solito non sono rappresentativi di tutti coloro che usano i Social Network. Anzi, coloro che sono più soliti commentare, di solito hanno delle opinioni molto estreme di solito niente affatto rappresentative.

Ma il berlusconismo è alla fine? Si è alla fine, e se ne rendono conto anche i berlusconiani E il PDL resterà in piedi? E’ possibile che un partito carismatico si trasformi in qualcosa di diverso, e che resti in piedi Senta ma lei crede nell’esistenza della Struttura Delta? Si, ma non ne farei una questione di complotto. Esiste un network di persone che lavorano in un’unica direzione per influenzare e gestire la comunicazione pubblica. E a sinistra c’è un omologo? Ma, nel bene e nel male, a sinistra è sempre tutto più frammentato Lei ha il 95% di presenze al Senato, è 11esimo su 322. Cosa pensa sulle assenze ingiustificate? Bisognerebbe colpire i parlamentari nel portafoglio, con dei disincentivi economici immediati, sia per le presenze in aula,che in quelle in commissione. C’è un pericolo di “politicizzazione della magistratura”? Ma è una questione di equilibrio. C’è una preoccupazione L’Universale /

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di Sandra Giuliana Granata e Fabio Pittau

Quando le fiamme ecclesiastiche

ardevano i libri, tentazione del demonio

I

Santi Pietro e Paolo, con in mano l’uno le chiavi del Paradiso, l’altro una spada, osservano compiaciuti un rogo di libri. Sotto l’immagine, a mo’ di commento, una frase tratta dagli Atti degli Apostoli: «Un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche, portavano i propri

Statua di Galileo Galilei Uffizi, Firenze

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libri e li bruciavano alla vista di tutti». Si presentava così, nel 1558, l’Index Librorum Prohibitorum, la lista dei libri proibiti dalla Santa Inquisizione. Voluta da papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, aveva lo scopo di impedire la divulgazione di opere letterarie considerate pericolose per la morale cattolica. Per tutto il Medioevo la Chiesa, considerandosi l’unica depositaria della Verità in terra, si arrogò il diritto di impedire la diffusione delle opere pagane. Fino ad allora, era stato relativamente facile per il Sant’Uffizio tenere sotto controllo tali scritti: i libri erano rarissime e costose opere d’arte miniate dagli amanuensi e soltanto persone molto ricche potevano permettersi di comprarli. Nel frattempo, l’Umanesimo aveva riscoperto i classici greci e latini nella versione originale, rivelando che spesso i volumi fatti circolare dalla Chiesa erano incompleti e la loro traduzione inesatta. Gli umanisti, in questo modo, avevano gettato le basi della Riforma Protestante, ma l’Inquisizione riusciva ancora a tenere sotto controllo le letture potenzialmente dannose. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johann Gutenberg, però, i libri non furono più una rarità, il loro prezzo crollò e i testi potevano essere acquistati da qualsiasi persona possedesse una dose sufficiente di cultura e di sete di sapere. Così la Chiesa incaricò colti inquisitori, scelti in prevalenza tra i frati dell’Ordine domenicano, affinché controllassero scrupolosamente il contenuto di ogni opera e segnalassero

eventuali punti discordanti con i dogmi della Chiesa. Fra le vittime illustri di questa censura figuravano ovviamente i libri non cristiani: i trattati di medicina di Ippocrate, Galeno e Paracelso, volumi di magia, le opere dei filosofi e poeti greci e latini e degli storici Erodoto e Tacito. Non sfuggirono alla censura i testi di contenuto religioso, gli scritti dei Padri della Chiesa e perfino il Nuovo Testamento. Una sorte particolarmente dura toccò al Talmud ebraico contenente la legge orale rivelata da Dio a Mosè sul monte Sinai e fissata per iscritto dopo la distruzione del secondo tempio di Gerusalemme ad opera dell’Imperatore Tito nel 70 d. C.. La censura del Talmud era, però, iniziata molto tempo prima: nel 1224, con la bolla pontificia Impia Judeorum Perfidia, Innocenzo IV lo aveva messo al bando considerandolo offensivo e blasfemo nei confronti del cattolicesimo; nel 1553, Giulio III aveva ordinato che tutte le copie del libro contenente la sapienza ebraica venissero bruciate. Il Concilio di Trento, aperto da Paolo III nel 1545 in risposta alla Riforma Protestante, permise nuovamente al popolo ebraico la lettura del Talmud, in forma depurata. Vennero eliminati tutti i passi che contrastavano col Nuovo Testamento, i punti in cui sembrava agli inquisitori che la legge mosaica venisse travisata e i riferimenti giudicati offensivi nei confronti di Gesù e della Santa Vergine. Questi atti persecutori, nei confronti di uno dei libri fondamentali della religione ebraica, furono

erroneamente interpretati dal popolo che si convinse del fatto che il Talmud non fosse altro che una raccolta di riti diabolici e malvagi. Ostacolare la contaminazione della fede e impedire la corruzione morale. Gli obiettivi dalla censura ecclesiastica vertevano in questa direzione. I testi non conformi ai dogmi cattolici erano presenti all’interno Index Librorum Prohibitorum, insieme ad altri 126 titoli di 117 autori e 332 opere anonime. Venivano elencate inoltre 45 diverse edizioni della Bibbia, per la maggior parte stampate da tipografi svizzeri e tedeschi, la cui intera produzione prese la stessa via. Appariva alla lettera B, tra le opere censurate, Il Decameron di Boccaccio, le cui Cento Novelle presentavano per il Sant’Uffizio “errori intollerabili”, da sottoporre all’immediata revisione. La critica e l’ironia del poeta toscano gli furono fatali. Lo stesso filtro, rivolto a fronteggiare le accuse degli scrittori e la circolazione delle idee dissenzienti, colpì anche Il Novellino di Masuccio Salernitano, l’Opera Omnia di Erasmo da Rotterdam e di Niccolò Machiavelli. Tra le accuse all’autore defunto de Il Principe, spiccavano ateismo e immoralità. Ma Roma, in un primo momento non si pronunciò. Non sembra infatti che l’opera di Machiavelli fosse disprezzata dai papi Medicei, che anzi diedero prova di apprezzarla ed addirittura di patrocinarla. Ma negli anni compresi tra il 1557e il 1564, la sua intera produzione fu proibita per ben tre secoli. Ha origini remote anche la condanna del De Monarchia di Dante. Nel 1329, otto anni dopo la morte dell’autore, per ordine del cardinale Del Poggetto, legato a Papa Giovanni XXII, venne bruciato. Potere temporale e potere spirituale: la tesi secondo la quale l’Impero è tale indipendentemente dalle autorità ecclesiastiche, valse al Sommo Poeta la collocazione

del suo trattato tra i libri proibiti per parecchio tempo. Un secondo elenco vide la luce dopo la conclusione del Concilio di Trento nel 1564, con il nome di Index librorum prohibitorum cum regulis confectis. “L’espurgazione”, ossia la revisione dei passi incriminati, consegnava i testi a una nuova diffusione ma arrivando a stravolgere completamente il pensiero degli autori. La stampa in pieno sviluppo costituiva il nemico principale per la Santa Sede. Con l’istituzione della Sacra Congregazione dell’Indice, Paolo V tentò di ovviare a questa piaga con tutti i mezzi a propria disposizione. Un apparato burocratico copioso specializzato nella censura, si adoperò affinché tra i confini del mondo cattolico venisse stroncato qualsiasi processo di stampa, diffusione e commercio dei testi incriminati. L’obiettivo era tanto più ambizioso: la ricerca del dialogo con gli autori e gli stampatori, per una collaborazione basata sull’imposizione di tagli e modifiche. L’universo culturale europeo venne soffocato, e i rapporti al suo interno furono recisi. E la stessa fine che fu riservata alla sua produzione letteraria toccò a Giordano Bruno, condannato al rogo dopo sette anni di prigionia nel carcere del Sant’Uffizio a Roma. “Cristo è un mago e la Bibbia è un libro di favole”: in questa affermazione era racchiuso l’intero pensiero dello scrittore, filosofo e frate domenicano italiano. La tortura in cambio della ritrattazione, fu l’estrema conseguenza messa in atto dalla Santa Sede. Per secoli le catene della censura ecclesiastica imprigionarono la produzione letteraria dei più celebri autori medievali e umanisti, e di alcuni tra i più importanti scienziati, come ad esempio Galileo Galilei, costretto all’abiura, reprimendo la libertà universale di pensiero e di parola.

Statua di Giordano Bruno Campo dei fiori, Roma

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quegli eventi, come fece Omero con l’Odissea. Si raccontava che, precedentemente la Donazione, Roma era messa sott’assedio da un enorme drago puzzolente, che col suo alito contagiava i romani delle più tremende malattie, decimandoli. Ma Papa Silvestro, l’imperatore Costantino, che ormai Vescovo di Roma, decise di guardavo solo a Oriente, dati i affrontare il drago, da solo e con le barbari che minacciavano i territori nude mani, armato solo della fede dell’ex Impero romano, diede ai in Cristo. E lo sconfisse. I romani lo cristiani, con l’editto di Milano, la portarono in trionfo, fino a quando libertà di culto. Roma non era più Costantino, spaventato dalla quella che contava gli anni “ab urbe potenza di quest’uomo, bandì una condita”, passando di successo in persecuzione, verso di lui e i suoi successo e di conquista in fedeli. I quali si rifugiarono in ogni conquista. Era una città ormai priva dove, per scampare alla cattura e d’identità, svuotata del proprio aver salva la vita. Anche Silvestro si passato, e priva di futuro. La rifugiò, in una grotta nei pressi del religione cristiana, che prometteva Monte Soratte, una montagna alta una vita nell’aldilà, rendeva, a quei più di seicento metri che è ubicata cittadini romani, un’esistenza se 45 chilometri sopra Roma. Ma, in non sfarzosa e di gloria, almeno di quel mentre, Costantino s’ammalò, speranza. Ora non si pregava più per volontà divina. In sogno gli per le proprie legioni, o gli dèi apparvero Pietro e Paolo, i quali gli pagani che le sostenevano. Ora ci si raccomandarono di andare a raccoglieva in preghiera per sperare chiamare il Papa che, essendo il nella salvezza dell’anima, essendo “ponte” tra il Cielo e la Terra, era l’uomo un individuo dotato di l’unico che lo potesse salvare valore infinito, e non semplice parte dall’ira di Dio. L’Imperatore, del “saeculum”, cioè del tempo e del vedendolo come ultimo baluardo di mondo terreno. E Costantino, salvezza, percepì che quell’eremita ormai disinteressato agli affari di sconosciuto doveva essere per forza quei posti, e alla vita di quella gente l’unico oppositore alla sua lebbra, così lontana dalla sua sfarzosa l’estremo guaritore. Le sue guardie Costantinopoli (ora Istanbul), gli lo trovarono proprio dove i due concesse di crederci. Ma, l’editto di apostoli gli avevano detto, e lo Milano, fu trasformato scortarono fino al letto del quattrocento anni più tardi, nel moribondo. Silvestro gli si presentò 757, in una donazione: la innanzi coi dipinti di Pietro e Donazione di Costantino che, Paolo, che riconobbe come i due secondo quanto a posteriori figuri apparsigli in sogno. Silvestro scrivevano gli scrivani di Papa lo battezzò, e Costantino guarì. E, Stefano, avrebbe consegnato subitaneamente la conversione, all’allora Vescovo di Roma, l’Imperatore donò l’intera penisola Silvestro, l’intero dominio su tutta italica al Papa, in segno della la penisola italiana. E, l’umanista propria gratitudine. Che non romano Lorenzo Valla, nel terminò con quel regalo: al Vescovo quindicesimo secolo, fu tra i primi di Roma fu garantita la supremazia a dimostrare la falsità del sui patriarchi di Costantinopoli, documento. Era un tomo di quasi Gerusalemme e Alessandria. Gli fu seimila pagine, dove con un donata una scorta, il manto intreccio tra spiritualismo e purpureo e, ben più importante, lo misticismo, si volevano raccontare di Stefano Poma

Una Chiesa fondata sulle Balle

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ella Storia, sono stati due i filosofi che, pur avendo dato un notevole contributo alla materia, non hanno lasciato alcun documento scritto. Almeno di loro pugno: Socrate e Cristo. Il primo morendo diede i galloni a Platone e alla corrente di pensiero greca, il secondo aprì la strada a una nuova concezione di potere, sia religioso che politico. Lasciando ad altri, dopo la sua morte, il difficile compito di trasmettere ciò che, in vita, andavo dicendo. Racconta Matteo che, mentre Gesù si trovava sul monte Getsemani insieme ai suoi discepoli, con un tranello indicò agli altri l’identità del suo traditore, e che uno di essi, travolto dall’ira “trasse fuori la spada e percosse il servo del sommo sacerdote, recidendogli un orecchio”. Gesù, imbestialito gli si rivolse, intimandogli di mettere via l’arma con cui aveva ferito il fido di Giuda, poiché “tutti quelli che mettono mano alla spada, periranno di spada”. Non era del suo stesso avviso Paolo, il quale nel tredicesimo capitolo dell’Epistola ai Romani, elenca i doveri che i cittadini dell’Urbe dovevano rispettare nei confronti delle autorità. Essendo sottoposti, in questo modo, al loro potere. Che, secondo l’apostolo, è “eccellente”, poiché “non c’è potere che non derivi da Dio”. Questo, è il primo passo verso la legittimazione divina dei governi e dell’autorità in generale, di quella che ha permesso alla Chiesa di fare il bello e il cattivo tempo in Europa prima, e nel mondo poi. Partendo dalla penisola italiana: era il 313, e 36 / L’Universale

scettro imperiale, che lo rendevano a tutti gli effetti dittatore della penisola. Questa colossale balla, come già detto prima, era stata scritta nell’ottavo secolo dagli scrivani di Papa Stefano, il quale vedeva la sua autorità di Vescovo di Roma minacciata dall’avanzata dei barbari, che penetravano da nord e marciavano verso sud, insidiando le porte di Roma con una tribù proveniente dalla penisola scandinava, i longobardi. Stefano chiese aiuto ai generali orientali, per far convergere i loro eserciti nell’Italia settentrionale ma, questi avendo già la guerra in casa, risposero picche. Il Papa si rivolse allora a un altro Re barbaro, che era appena riuscito a mettere insieme e a dare una sorta d’unità a un territorio sito nell’Europa occidentale, che fino ad allora era stato governato dalla più totale anarchia. Questo Re, appena convertito al cristianesimo, aveva bisogno che, la sua autorità all’interno dei confini di quello “Stato”, venisse riconosciuta da un altro sovrano. E Stefano, con la balla della Donazione, lo era. Ed era ben propenso, quindi, a riconoscere e a incoronare Re dei franchi Pipino il Breve, se questo

l’avesse aiutato a sconfiggere i longobardi e i loro eserciti, capeggiati da Re Astolfo. Allora Pipino, in fretta e furia, radunò i suoi eserciti e cacciò i longobardi, che nel frattempo avevano raggiunto Orvieto e Benevento. Astolfo e i suoi uomini, in fuga, s’asserragliarono presso Pavia, dove furono costretti ad arrendersi. I termini di resa li scrisse Stefano, di suo pugno: le Alpi dovevano passare ai Franchi, l’Italia nordorientale e l’Esarcato al Papa. Astolfo dapprincipio accettò, ma appena Pipino varcò il confine francese, riorganizzò il suo esercito e strinse d’assedio Roma. Allora Stefano, preoccupato, scriveva dispacci e li firmava col nome di San Pietro, per poi farli recapitare al Re franco, che intimorito dall’Inferno dato che il primo Papa della Storia, dai cieli gli scriveva “accorrete in difesa di Roma e vi guadagnerete il Paradiso”, ci accorse davvero. Battendo Astolfo per la seconda volta. E sarà l’ultima occasione per affrontarsi, dato che, mesi dopo, il Re longobardo morì. E questo, fu interpretato dai capi dell’Alleanza come un segno divino e, da lì in poi, sarà visto come un presagio: “chi colpisce il Papa

colpisce la Chiesa, e chi colpisce la Chiesa, muore”. Ma, dopo qualche anno, morirono anche Stefano e Pipino. Al posto del primo ora c’era Papa Adriano, un ignorante semianalfabeta che, alla sostanza, preferiva la forma. Ma, per alcuni, il suo non fu un papato del tutto malvagio, dato che diede il via alle bonifiche dei vecchi acquedotti dell’Impero romano, i quali dopo cinquecento anni riportavano l’acqua potabile ai cittadini dell’Urbe. Il successore di Pipino era il figlio, Carlo, detto Carlo Magno, cioè Carlo il Grande. E, anche con loro, l’alleanza tra Papa e Re dei Franchi proseguì: Carlo scese a Roma per incontrare Adriano, il quale dopo il solenne incontro, promise una seconda visita, che sarebbe avvenuta per il capodanno dell’anno 800. E, il Papa, garantì a tutti che il successore di Pipino aveva accettato la legittimità del potere concesso al Papa con la Donazione. Come al solito, esagerando: Carlo aveva soltanto garantito la sua incolumità, e gli consentiva d’esercitare il potere temporale sui territori circostanti Roma. E Adriano era solito rivendicare, con moltissime lettere, l’appoggio militare. Non perdeva occasione per chiamarlo in suo aiuto, sia quando vedeva nemici al di fuori dell’Urbe, che dentro di essa, fino a quando il giorno d Natale del 795, morì. Racconta Eginardo, storico e biografo di Carlo, che appena all’Imperatore giunse notizia del decesso, scoppiò a piangere. A succedergli fu un uomo di Curia, più avvezzo agl’intrighi che al culto. E, di conseguenza, s’era fatto molti nemici: come i due nipoti di Adriano, Pascale e Campolo, che l’accusarono pubblicamente di adulterio e di spergiuro, accuse che fecero eco presso la nobiltà romana. Anche il popolo aveva da dir la sua: non per il nuovo Papa, che molti nemmeno sapevano essere L’Universale /

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susseguito ad Adriano, ma verso il governatorato papale. La plebe era abbandonata a se stessa, le preghiere che dovevano salvare l’anima dall’Inferno non portavano né cibo né lavoro. Lo sgomento per il Papa, che incarnava l’istituzione, era unanime, e fomentava sempre più il malcontento generale. Tutti erano d’accordo: bisognava

cacciarlo. Ci si provò il 25 aprile del 799, mentre Leone guidava una processione per le vie di Roma. Fu catturato dai nipoti di Adriano e pestato a sangue, come riferiscono gli scrivani vaticani, poi mentre i due lo tenevano mentre i due lo tenevano gli venne mozzata la lingua e cavati gli occhi. Dopo le mutilazioni lo lasciarono per terra, Particolare de “L’Incoronazione di Carlo Magno” - Raffaello Sanzio e aiuti - affresco (Musei Vaticani)

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in mezzo al Corso, senza prestargli alcun soccorso. Lo rinchiusero in una cella, senz’acqua né cibo. Un gruppo di fedeli lo liberò, lo portarono a San Pietro, che apparendo gli ridonò occhi e lingua. E, per paura di perdere il potere, si fece portare in Sassonia, dove Carlo Magno teneva la propria residenza estiva. Gli raccontò i terribili fatti, che i romani gli avevano strappato gli occhi e tagliato la lingua, ma che San Pietro gliele aveva fatti ricrescere. Ed era tutta un’altra balla. Carlo s’impietosì, fece rientrare il Papa a Roma, ordinò l’arresto dei nipoti di Adriano e dei congiurati. Leone poteva risedersi sul suo trono. E, per ringraziare Carlo, gli offrì l’incoronazione. L’Imperatore arrivò in Italia il 24 novembre, e per un mese si prepararono i festeggiamenti, per il grande evento che doveva svolgersi il 25 dicembre. Quel giorno Carlo attraversò Roma tra ali di folle plaudenti, tra quella stessa gente che otto mesi prima aveva gioito alla cacciata del Papa. Entrò in San Pietro, s’inginocchiò ai piedi dell’altare maggiore e si raccolse in preghiera, mentre Leone gli posava la corona sul capo. Il nuovo Imperatore di Roma era in quel tempo il padrone d’Europa. Il gioco del nuovamente Papa era questo: allearsi col più forte per garantire alla Chiesa una certa continuità. E ci vide giusto. Il Governo ecclesiale durò altri mille anni, fino al 1870, con la presa di Porta Pia da parte dell’esercito di Vittorio Emanuele II, che consegnava i territori papali alla neo Italia unita. Quasi duemila anni di governo legittimato dalle balle storiche che, con la paura delle spade e quella dell’Inferno, ha imposto alla gente un modello dittatoriale, facendoglielo credere “voluto da Dio”.

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di Laura Fois

L’amore non muore mai

Viaggio tra i diritti riconosciuti e i pregiudizi contro i gay nel mondo

“S

i può amare da morire ma morire d'amore no”, cantavano i Neri per Caso. Chissà se l'avrà pensato anche Pasikali Kashusbe poco prima di essere mutilato e ucciso in Uganda un anno fa. Era gay e attivista, per questo doveva pagare. I suoi aguzzini gli hanno tagliato la testa e lasciata in una latrina, senza gli occhi. Il busto è stato ritrovato lontano, nel bosco. A gennaio di quest’anno, David Kato è stato ucciso a martellate dopo che la rivista locale “Rolling Stones” aveva pubblicato la sua foto tra quelle dei cento omosessuali più famosi del paese, con un appello: impiccarli tutti. In Uganda un disegno di legge sulla pena di morte per gli omosessuali non è stato ancora approvato. Il 25 giugno scorso, a New York, il governatore democratico e cattolico Andrew Cuomo ha riconosciuto il matrimonio tra coppie omosessuali. Una legge, votata da 33 senatori (tra i quali 4 repubblicani) contro 29, ha fatto della Grande Mela il sesto stato ad aprire alle nozze gay negli Stati Uniti d'America. Con un'eccezione: quei cattolici che non vorranno celebrare il rito, non saranno soggetti a sanzioni legali, in quanto vige l'obiezione di coscienza. Non poteva che essere così, in una nazione la cui dichiarazione d'indipendenza riconosce nel preambolo che “sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”.

Correva l’anno 1776. In Europa è stato l'Olanda il primo paese a riconoscere, nel 2001, le nozze tra persone dello stesso sesso, ma anche la possibilità di adottare dei figli. Il Belgio lo ha fatto nel 2003 e la Spagna due anni dopo. Il presidente Zapatero, in un discorso al Congresso dei Deputati, aveva detto: “Non siamo stati i primi, ma non saremo neanche gli ultimi, perché tantissimi altri paesi lo faranno dopo, impulsati da due forze imparabili: la libertà e l'uguaglianza”. Secondo il presidente spagnolo, si trattava di ampliare “le opportunità di felicità ai vicini, amici, colleghi e familiari, e allo stesso tempo costruire un paese decente, perché un paese decente non umilia i suoi membri”. Per quella cosa chiamata Berlusconi, così come lo aveva definito il premio Nobel José Saramago in un editoriale de El País, era meglio essere appassionato di belle ragazze che gay. In Italia è stata la chiesa valdese a celebrare per la prima volta il rito del matrimonio, a Milano per una coppia di gay e a Trapani per una coppia di lesbiche. Il rito è stato sancito da queste parole: “Dio vuole l'amore, non lo giudica”. Questa notizia è passata un po' in secondo piano nel panorama nazionale, non sia mai che il papa, per il quale “l'attività omosessuale è moralmente malvagia”, debba essere costretto a pronunciarsi con frasi del tipo “meglio avere preti pedofili che gay”. Un politico del PD, intanto, Sergio Lo Giudice, ha deciso di convolare a nozze col suo compagno in Norvegia, dove anche lì, pensate

che malvagi, viene riconosciuto il diritto ad amare per i gay. Lo stesso avviene in Svizzera, Portogallo, Svezia, Islanda, Canada, Argentina, ma anche in Israele e in Sudafrica, con differenze in quanto a status giuridico. In Germania, la Corte Costituzionale nel 2002 ha dichiarato che i matrimoni omosessuali sono legittimi e compatibili con la Costituzione. Anche in Italia la stessa Corte ha riconosciuto una cosa simile, nella discussa sentenza 138 del 2010, alla luce dell'art. 29 della Costituzione, in base al quale si riconoscono “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Qui non si specifica se il matrimonio si possa considerare anche tra persone dello stesso sesso, eppure, seguendo l'art. 2 e 3, anche le unioni gay dovrebbero essere regolate. D’altronde il legislatore, negli anni ’40, non avrebbe mai pensato di doverlo fare. La nostra Corte ha perciò precisato che è il Parlamento l'unico organo istituzionale competente per la regolazione di questi diritti. La Corte Europea si è pronunciata sulla questione, affermando che la Convenzione Europea dei diritti dell'uomo consente, ma non obbliga, agli Stati di regolamentare le unioni omosessuali. È per questo che spetta al Parlamento italiano promulgare o, come in Spagna, modificare una legge. Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha detto di voler creare un registro delle coppie di fatto. In fondo, il matrimonio è un'istituzione civile. Il diritto, pertanto, e l'interpretazione che se ne fa di esso, può cambiare e cambia continuamente come la società. Neanche il legislatore, quindi, deve essere immune al passo del tempo. Perché, come dice un cantautore, “l'amore quando non muore uccide, e gli amori che uccidono non muoiono mai”. Non ci sono gay per caso, né diritti per caso. Non c’era neanche Pasikali, ad amare un nero per caso. L’Universale /

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E steri

di Pasquale Restaino

Jafar Panahi e il prezzo della libertà

Come lui stesso ha ricordato, in Iran essere liberi e impegnati ha un prezzo, il suo lo sta pagando con il carcere.

Nonostante tutte le ingiustizie che ho subito, io, Jafar Panahi, voglio dire ancora una volta che sono iraniano, che resterò nel mio paese e che mi piace lavorare nel mio paese. Amo il mio paese, ho anche pagato un prezzo per questo, e sono pronto a pagarlo ancora se necessario. Ho anche un’altra dichiarazione da fare in aggiunta alla precedente. Come mostrano i miei film, dichiaro che credo nel diritto “degli altri” a essere diversi. Credo nel rispetto e nella 40 / L’Universale

comprensione reciproca, così come nella tolleranza; la stessa tolleranza che mi impedisce di giudicare e di odiare. Non odio nessuno, neanche i miei giudici.

Q

uale miglior modo per aprire quest’articolo se non riportando uno stralcio di quanto il regista iraniano, Jafar Panahi, ha detto durante l’udienza del suo processo rivolgendosi ai giudici.

Nelle parole di Panahi c’è tutto. La forza, il coraggio, la dignità, l’amore viscerale per il cinema. C’è il ritratto di un uomo che non fa cultura per vivere ma vive per fare cultura. Come lui stesso ha ricordato, in Iran essere liberi e impegnati ha un prezzo e il suo lo sta pagando con il carcere. Il motivo sono le sue presunte attività antigovernative e i progetti cinematografici d’ispirazione sovversiva ai quali, sostengono le

autorità, stava lavorando. Questo l’esito del processo di primo grado: 6 anni di prigione e, cosa più dolorosa per ammissione del regista, l’impossibilità di dirigere, scrivere e produrre film per 20 anni. Gli è impedito anche rilasciare interviste con i media stranieri e lasciare fisicamente l’Iran. Per un uomo che ha dedicato il suo cinema alla denuncia, delle violenze e dei soprusi sul popolo iraniano, tutto questo suona come una condanna a morte. Ma nell’Iran degli ayatollah e della legge islamica, che non è solo legge morale ma anche civile, tutto questo è possibile. Ѐ possibile arrestare e mettere a tacere la voce libera, e non violenta, di un regista che ha raccontato la condizione delle donne iraniane, denunciandone gli abusi e le crudeltà subite. Un regista che ha messo a nudo le contraddizioni di una religione che non indica la strada, ma ti obbliga a seguirla, pena il carcere e nel caso più grave la morte. Una religione che lede i più banali diritti dell’uomo. Diritti che non sono sancibili né sanzionabili da nessuna autorità, morale o istituzionale che sia. Questo è il cupo ritratto dell’Iran contemporaneo. L’Iran al quale Jafar Panahi sta vendendo la sua libertà. La vicenda del regista mette a nudo tutte le debolezze e l’ipocrisia del mondo dello spettacolo e della cultura. Per dovere di cronaca, ricordiamo che dopo la notizia del suo arresto, il gotha del cinema mondiale ha prontamente richiesto il suo rilascio. Parlo dei vari Oliver Stone, Scorsese, De Niro, Redford, il connazionale Kiarostami e molti altri. Tutti sdegnati per l’accaduto. Ma cosa hanno fatto concretamente questi grandi e riconosciuti artisti, famosi anche per il loro impegno verso i temi dei diritti civili? Niente o

quasi. Si sono limitati a lanciare appelli e petizioni, il minimo che uno nella loro posizione possa fare. Ci si sarebbe aspettato, vista la gravità della vicenda, ben altro impegno. Tanto per fare un esempio, un bel viaggio in Iran per protestare fisicamente davanti agli edifici delle autorità iraniane. Pensate l’effetto e le pressioni che tale evento avrebbe provocato. Qualcuno potrebbe prenderla come una boutade, ma credetemi, non lo è. Sarebbe solo un segno tangibile e concreto del loro interesse, prima verso un collega, e poi per un uomo che sta conducendo una battaglia di libertà che merita l’appoggio incondizionato di tutti. Sul ruolo dell’Italia è meglio sorvolare, perché iniziative degne di nota non sono pervenute, eccetto l’iniziale “euforia” che ha visto i soliti paladini dei diritti umani insorgere al grido di vergogna, ora assistiamo all’inevitabile fase che di solito segue alle cose effimere: il niente. Certo, qualcuno di voi potrebbe ricordare che sono state fatte delle petizioni, degli incontri sensibilizzatori o richiami del ministro della cultura. Ovvio. Il solito rituale del mordi e fuggi italico. Fin qui il bersaglio è stato volutamente il mondo dell’arte e della cultura, perché Panahi è soprattutto un prestigioso membro di quella famiglia. Ho tralasciato il capitolo autorità, nazionali e non, solo perché in quel caso le regole del gioco sono più ciniche, opportunistiche e sfuggono alla volontà dell’uomo. Regole alle quali il mondo culturale si sarebbe potuto sottrarre se solo ne avesse avuto la volontà. C’è un’altra odiosa contraddizione nella battaglia tra Panahi e il regime iraniano. Il risalto mediatico ottenuto è dovuto alla fama cinematografica, ottenuta

dopo svariati riconoscimenti nei più importanti festival cinematografici e per essere unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo. Insomma, la mobilitazione è avvenuta perché Panahi è famoso. Il dramma vero è che nell’ombra della sua popolarità altri protagonisti come la regista Mahnaz Mohammadi o la fotografa Maryam Majd, sono stati incarcerati senza nessuna ufficiale motivazione. La loro unica colpa è stata la voglia di raccontare l’Iran ed essere liberi, quindi, pericolosi per l’integrità della repubblica islamica dell’Iran. Se per Panahi c’è stata una mobilitazione, per la Mohammadi e la Majd c’è un silenzio tombale. Morale della favola, se sei famoso meriti attenzione, altrimenti puoi soffrire, e magari morire, senza che nessuno se ne accorga. Sono le ciniche regole della celebrità alla quale non sfugge nessuno. Le vicende narrate hanno involontariamente messo in secondo piano lo Jafar Panahi autore di film straordinari, quali Il cerchio e Offside. La circostanza degli eventi non si prestava a ripercorrere un’attenta lettura della sua filmografia che però ci offre lo spunto per una chiosa che ha il sapore della speranza e che traccia il segno dei tempi. Il suo ultimo lavoro, “This is not a film” è un documentario in cui il regista immagina, e racconta, il film che avrebbe dovuto girare se l’ottuso e liberticida regime non glielo avesse impedito. E’ stato presentato a Cannes lo scorso maggio dove, è arrivato grazie ad una pennetta usb, unica via per eludere le mura del regime. Questo breve documentario è solo l’ultimo urlo di libertà che speriamo ritorni presto a stordire le nostre orecchie.

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di Laura Fois

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Piscatores Hominum Quanto ci costano i pescatori di bambini e le Giornate Mondiali della Gioventù

“L

’altra notte verso l’una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi, alla loro rude fatica. Oh, che confusione per me, per noi preti, piscatores hominum [Mt 4,19], davanti a questo esempio.” Giovanni Paolo XXIII lo ripeteva spesso questo passo del Vangelo di Matteo, alludendo alla figura di coloro che avrebbero dovuto ascoltare e portare la parola di Dio nel mondo. I pescatori di uomini avrebbero dovuto compiere questo atto di fede, per mezzo della

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Chiesa. Ma cosa si dovrebbe fare quando uomini che rappresentano una tale istituzione non rispettano né eseguono il mandato per cui sono stati chiamati? E quando, per giunta, tra le stanze delle stesse gerarchie ecclesiastiche il silenzio regna sovrano? Cosa dire a tutti quei bambini innocenti che hanno preso il boccon del prete? In Irlanda, la Chiesa cattolica ha coperto per anni gli abusi sessuali compiuti da sacerdoti fin dal 1975. Nelle scuole, nei seminari, nelle chiese. L’anno scorso il Papa Benedetto XVI, una volta che i

pesci sono venuti a galla anche negli Stati Uniti, in Olanda, Belgio e Brasile, ha scritto una lettera di scuse, manifestando vergogna e rimorso. Ma le vittime, e numerosi giornali irlandesi, hanno criticato le sue parole: secondo loro, non c’è stata una vera e propria ammissione di responsabilità da parte del Vaticano. Il Papa si sarebbe limitato ad ammettere quella dei sacerdoti locali. La musicista Sinéad O’Connor, in un articolo pubblicato nel Waskington Post il 28 marzo del 2010, aveva

definito quella lettera un insulto, ricordando che nel 2001, quando ancora era cardinale, Ratzinger aveva inviato un’ordinanza ai vescovi di tutto il mondo, secondo la quale si doveva mantenere il segreto sulle accuse di abusi sessuali. In Canada, la Chiesa sapeva da vent’anni che Raymond Lahvey, a capo di una diocesi, era in possesso di materiale pornografico. Alla fine si è dichiarato colpevole davanti al giudice. In Olanda, un sacerdote dell’ordine dei Salesiani faceva parte di un’associazione che promuove le relazioni tra adulti e bambini. Al giorno d’oggi, molti di quei sacerdoti sono morti. In Germania dopo dieci anni l’abuso sessuale non è più perseguibile. Molte vittime stanno ancora aspettando almeno un risarcimento economico. Negli Stati Uniti gli scandali di abusi sessuali sono costati alla Chiesa oltre due miliardi di dollari, con numerose diocesi costrette a dichiarare bancarotta. Anche in Irlanda il quadro è desolante. In un paese abituato a considerare quello dei preti un lavoro di tutto riposo e privilegiato, scrive Caroline O’Doherty nell’Irish Examiner, c’è adesso una crisi di vocazione dove in molti abbracciano la fede perché spinti dalle famiglie per la mancanza di opportunità, ma anche dalla disperazione di dover nascondere la propria omossesualità. Nell’isola si contano 1362 parrocchie, mentre il numero dei preti si sta irrevocabilmente riducendo, basti pensare che i seminaristi nel 2009 sono stati 36, mentre l’anno scorso solo 16 hanno intrapreso questo cammino. La crisi economica in Irlanda ha avuto ovvie ripercussioni anche sui salari e le pensioni dei preti. “Le diocesi”, dice uno di questi, “non potranno più permettersi di darci un alloggio quando saremo troppo vecchi per poter lavorare”.

Tutto questo mentre il Vaticano ha annunciato che l’inchiesta della Visita Apostolica sugli scandali sessuali verrà resa nota l’anno prossimo. Intanto, ad agosto il Papa sarà a Madrid per celebrare le Giornate Mondiali della Gioventù (GMG). La tre giorni costerà allo Stato spagnolo 50 milioni di euro. Il papa arriverà come capo religioso, non come capo di stato, ed avrà a disposizione sedi di governo. L’evento è stato definito di “carattere speciale”, al pari dei Giochi Olimpici. Grandi imprese come la banca Santander, la compagnia Telefonica e i grandi magazzini del Corte Inglés patrocineranno gli atti, e guadagneranno grossi benefici. Per i giovani che si recheranno a Madrid ci sono vari pacchetti: per gli italiani una settimana costa 210 euro (senza contare il volo), mentre partecipare alla Veglia e alla Messa finale costerà 45 euro, cena esclusa. Il Comitato che organizza le GMG 2011 ha precisato che le iscrizioni serviranno esclusivamente per coprire le spese dell’evento preparato per i giovani stessi. In più, tutti i partecipanti, al momento dell’iscrizione, sono invitati a destinare 10 euro affinché anche coloro che provengono da nazioni lontane e s’incontrano in difficoltà economiche possano partecipare. Una donazione di solidarietà in modo da poter dire che l’evento è mondiale, che la Chiesa è amata dappertutto. Ma perché? Perché bisogna abboccare a tutto quello che ordina la Chiesa? Perché quei dieci euro non si donano a tutte quelle vittime di abusi sessuali che hanno lasciato sparse per il mondo e occultato per anni? Perché il Vaticano non se le paga con le proprie tasche le Giornate Mondiali dedicate alla Gioventù? Perché il Papa a Madrid non fa il Mea Culpa ed invita uno di quei bambini per dire tutta la verità, nient’altro che la verità? L’Universale /

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E steri Quando la religione è al servizio

di Lorenzo Amati e Matteo Di Grazia

della strategia politica

S

e all’interno del conflito arabo israeliano la disputa religiosa è sempre stata una delle molteplici componenti dello scontro, negli ultimi anni ha assunto un’importanza sempre maggiore sia a causa di una crescente forza del radicalismo religioso islamico ed ebraico, sia a causa di una non sempre velata strategia politica israeliana. Infatti, dal fallimento dei negoziati di Camp David passando per gli attentati dell’ 11 settembre 2001, i leader politici israeliani sono riusciti nell’intento di comparare la causa palestinese a quella del terrorismo quaedista, ergendo Israele a primo baluardo dell’occidente in medioriente, nella guerra al terrorismo. L’ascesa politica di Hamas ed il suo rafforzamento, il progressivo indebolimento dell’Olp, l’intensificarsi degli attacchi suicidi, non hanno fatto che avvalorare le tesi israeliane agli occhi dell’opinione internazionale, permettendo di attuare una strategia di “dividi et impera”, isolando politicamente l’Olp di Abu Mazen, e legittimando le violentissime operazioni in Cisgiordania e Striscia di Gaza, effettuate ufficialmente per “stanare” i terroristi islamici (si vedano le operazioni “scudo difensivo” dell’aprile 2002 e “piombo fuso” del dicembre 2009) . Dunque, non solo un effettivo radicalizzarsi dello scontro religioso, evidente negli attentati suicidi e nelle azioni degli estremisti ebraici (Gush Emunim), ma una precisa strategia politica delle autorità israeliane. Questa 44 / L’Universale

teoria trova conforto analizzando la prima e la seconda Intifada, due importanti eventi accumunati dal nome ma molto diversi per dinamiche e componenti dello scontro. L’analisi di questi due importanti conflitti, originatisi l’uno nel dicembre 1987, l’altro in seguito alla celebre camminata di Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee il 29 settembre 2001, è infatti un importante mezzo per capire come, nel corso di pochi anni, siano cambiate le priorità dei combattenti, soprattutto in termini religiosi. Le iconografie degli scontri, la rappresentazione mediatica del conflitto, il modus operandi dei principali attori sono infatti radicalmente cambiati, e dove dominava l’elemento laico, di autodeterminazione, e di conquista materiale di un territorio considerato proprio, si è passati ad un confronto originatosi e sviluppatosi proprio attorno ai principali simboli e luoghi religiosi, contesi da più di mezzo secolo. Ciò ha fatto sì che le principali strategie politiche di entrambi i contendenti, si focalizzassero sempre di più sull’elemento religioso, lasciando meno spazio alla negoziazione e alla continuazione del processo di pace, ridotto oramai ad un esile lumicino di speranza per i non pochi interessati alla pace e alla pacifica convivenza tra i due popoli. Hamas infatti, sia prima che dopo il successo elettorale del 2006, ha puntato soprattutto alla delegittimazione dell’Olp attraverso la pratica degli attentati suicidi, e ad una politica di lotta ad oltranza contro il “nemico sionista”, per sfruttare

l’ondata di odio e risentimento del popolo palestinese, anche a costo di subire gravi danni in termini di qualità della vita degli abitanti della Striscia di Gaza e Cisgiordania. Israele, invece, ha saputo approfittare delle divisioni palestinesi attraverso una politica del doppio binario basata da un lato su un atteggiamento conciliante sul piano internazionale, dall’altro sul proseguimento della strategia del pugno di ferro, intensificando gli umilianti controlli di frontiera ed incentivando la costruzione illegittima di nuovi insediamenti, sotto la spinta degli estremisti del Gush Emunim. Anche la costruzione del muro in Cisgiordania è senza ombra di dubbio rientrato in un’ormai evidente piano di esasperazione pianificata. I lavori, iniziati il 16 giugno del 2002, hanno portato all’installazione di blocchi di cemento alti otto metri, filo spinato, recinzioni elettrificate e fossati per comporre quello che, in Palestina, viene chiamato “muro dell’apartheid”. Il governo israeliano si è più volte giustificato asserendo che la barriera di protezione è l’unico deterrente in grado di impedire attacchi suicidi sul suo territorio ma, in realtà, la sua costruzione ha avuto sin dall’inizio uno scopo più ampio e duraturo: rubare territorio ai palestinesi, dividere le abitazioni dei contadini dai loro campi, permettere la costruzione di nuove colonie, rendere impercorribili e controllabili le vie di comunicazione. In definitiva, erigere un muro lungo i propri confini è un diritto di ogni Stato,

ma farlo all’interno di un territorio straniero e sovrano è una violazione del diritto internazionale. Perché ciò è stato permesso? Per essere in grado di accennare una risposta, bisogna tornare al 28 settembre del 2000, giorno in cui Ariel Sharon decise di recarsi alla Spianata delle Moschee, rivendicando simbolicamente la sovranità israeliana sul sito religioso. Da questo gesto, tanto sconsiderato quanto premeditato, nacque la violenza della seconda Intifada. L’Intifada di al Aqsa, così chiamata dai palestinesi, non scoppiò a causa della visita di Sharon, ma grazie alle numerose forze militari israeliane che continuarono a presidiare il luogo sacro nei giorni successivi, e al clima di totale esasperazione nei territori palestinesi, esacerbato dal fallimento dei negoziati di Camp David. Fu una provocazione nella provocazione, che ebbe come risultato prevedibile l’inizio di una rivolta. La domanda che sorge spontanea è perché il governo israeliano abbia fomentato una sollevazione popolare che, a differenza della prima, sarebbe stata guidata da una organizzazione fondamentalista islamica. Quali interessi poteva avere Sharon da un simile risultato, evidentemente cercato e causato con meticolosità? L’unica risposta plausibile è quella che tiene conto dell’alto interesse, da parte di Israele, di dar voce e potere ad Hamas. L’azione di Sharon, un generale e un politico che non pecca certo di ingenuità, è stata probabilmente volta a creare un interlocutore per il futuro, Hamas, con il quale si possa pretendere di non parlare. Ecco che il muro venne così ad essere giustificato, soprattutto agli occhi ingenui ed addomesticati dell’opinione pubblica occidentale, con il famoso motto “con i terroristi non si possono stipulare accordi”. In effetti il muro rappresenta non solo la fine di un dialogo,

ma soprattutto l’inizio di una separazione che, se protratta nel tempo, farà dimenticare ai palestinesi e agli israeliani quella lingua comune che necessita di un quotidiano allenamento per poter essere parlata. Quella della seconda Intifada sembrerebbe, quindi, una rivolta fomentata e voluta dall’amministrazione Sharon; una simile interpretazione, per quanto sconcertante, è la più logica sotto il profilo politico. A pagarne il prezzo sono i palestinesi e i cittadini israeliani, vittime entrambi, anche se in forme diverse, di una condotta a cui possono muovere solo vane critiche.

Ariel Sharon

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E steri

di Matteo Di Grazia

Israele:

I

Quando la Bibbia diventa un programma politico

l conflitto tra israeliani e palestinesi ha un sapore del tutto diverso dalle altre guerre che hanno martoriato il Novecento. In primo luogo è una guerra ancora in corso che non ha esaurito le proprie contraddizioni, impedendo così quella metabolizzazione indispensabile per giudicare lucidamente un avvenimento storico. Inoltre, è un conflitto che può essere equiparato ad un libro non ancora terminato ma che può vantare la stesura di numerosi capitoli, tutti completi e coerenti. Ogni capitolo può dirsi concluso, ma il suo apporto rimarrà aperto fino a quando non verrà messo il punto definitivo a tutto il racconto. Questa continuità fatta di episodi ormai datati, che però mantengono inalterata la loro influenza sulla situazione odierna, ha contribuito a rendere difficile un’interpretazione univoca. Ha anzi provocato una guerra parallela, disputata a colpi di pubblicazioni, che si svolge sull’apparentemente innocuo terreno delle biblioteche. Per non rischiare di alimentare questa “guerra mediatica”, è indispensabile scegliere il punto di vista da cui guardare i fatti, cercando di delimitare il campo d’indagine. Se si prende la religione come bussola con la quale orientarsi, allora non si può fare a meno di notare l’enorme influenza che essa esercita nel determinare le scelte politiche, strategiche e sociali delle istituzioni ebraiche e palestinesi. In realtà il conflitto israelopalestinese non nasce come una guerra tra religioni, combattuta per 46 / L’Universale

la difesa o l’imposizione di un culto: la contesa riguarda una piccola porzione di terra rivendicata da due popoli. La componente islamica, per esempio, è entrata all’interno dello scenario politico palestinese solo alla fine degli anni ’80, mentre l’OLP (organizzazione per la liberazione della Palestina) opera dal 1964 ed è di matrice laica. Per quanto riguarda Israele, il suo è un governo democratico e alle elezioni partecipano partiti con diversi programmi e idee. Però è innegabile che la religione sia un fattore non trascurabile, soprattutto per quanto riguarda la genesi del conflitto e la sua esasperazione. Il popolo ebraico dovette subire, nel 70 d.c., la distruzione del tempio di Salomone e la totale conquista di

secondo un punto di vista nettamente maggioritario, lo stato d’Israele deve comprendere tutti quei territori che, secondo il libro sacro, appartenevano agli ebrei fino a duemila anni fa.

Gerusalemme ad opera dell’esercito romano guidato da Tito: il popolo d’Israele venne così disperso per il mondo. La diaspora fece spostare il centro della vita ebraica in Europa e i figli di Abramo furono costretti a vivere in condizioni marginali, relegati in aree delimitate e indotti a svolgere attività considerate riprovevoli. In questo clima, la speranza di un ritorno nella terra promessa rimase viva, ma dovette accontentarsi di rimanere un sogno irrealizzabile, almeno sino alla fine del XIX secolo. Purtroppo l’illuminismo, nonostante i valori di tolleranza che portava in sé, non riuscì a debellare quel virus che, nascosto nelle pieghe culturali europee, non aspettava altro che un terreno propizio sul quale dilagare. Anzi l’antisemitismo si alimentò della nuova fiducia nella ragione: l’uomo pretese di discriminare

l’altro uomo non perché untore o responsabile dell’assassinio di Cristo, ma perché portatore di sciagure economiche e geneticamente inferiore. Stavano così sorgendo, nella moderna Europa di fine ottocento, dottrine razziste che contenevano vecchi pregiudizi e nuove basi pseudoscientifiche, le quali minacciavano di radicarsi in tutti gli strati sociali. Fu proprio in questa clima che vide la luce il sionismo, un movimento che auspicava il ritorno a Sion (monte su cui è costruita Gerusalemme) e il cui obiettivo principale era la ricostruzione della nazione ebraica. E’ utile ricordare che la Palestina non fu l’unico luogo preso in considerazione come “sede” del futuro stato ebraico. Anche l’Uganda e l’Argentina furono proposti come possibilità da non scartare, ma la scelta ricadde sulla Terra dei Padri, soprattutto per ragioni religiose. Se alcuni esponenti del sionismo reputavano necessario creare una nazione per gli ebrei perseguitati, senza dare eccessivo peso al luogo in cui concretamente sarebbe nato il futuro stato, la componente maggioritaria si rifaceva invece Il Sindaco di Gerusalemme Nir Barkat

direttamente alla Bibbia, imponendo così la Palestina come l’unico luogo in cui “rinascere” come nazione. Ma l’influenza religiosa sulle scelte politiche israeliane non finisce qui. La fine della seconda guerra mondiale, oltre le macerie, lasciò in eredità la tragedia ebraica, la Shoah. L’unico movimento che riuscì a fomentare la speranza in un avvenire diverso per gli ebrei fu il movimento sionista che, per raggiungere il proprio obiettivo, si vedeva limitato dalla presenza britannica in Palestina. Centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio attendevano di trasferirsi in Palestina, ma la Gran Bretagna sperava di conservare la propria influenza sul Vicino Oriente. Iniziò allora l’immigrazione clandestina coordinata da organizzazione politiche ebraiche non ufficiali, le quali si macchiarono anche di diversi attentati terroristici nei confronti dell’esercito britannico stanziato in Terra Santa. Il governo inglese decise di internazionalizzare il problema della spartizione dei territori, deferendo la questione palestinese all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 aprile 1947. Il 29 novembre il piano di spartizione fu accettato e la Gran Bretagna vide la fine del suo mandato, che durava dalla fine delle prima guerra mondiale. Il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita dello Stato di Israele. Uno Stato che si definisce ebraico, sottolineando così la forte matrice religiosa che lo determina. Ed è proprio la lettura della Bibbia che sta fomentando tutt’oggi il conflitto: secondo un punto di vista nettamente maggioritario, lo stato d’Israele deve comprendere tutti quei territori che, secondo il libro sacro, appartenevano agli ebrei fino a duemila anni fa. Ovviamente questa visione non tiene conto dei

palestinesi che vivono in quella terra da molte generazioni. Ma l’esempio più eclatante del connubio tra politica, guerra e credenza religiosa è sicuramente quello che riguarda Gerusalemme. Il sindaco Nir Barkat ha predisposto la demolizione di 89 case nel quartiere palestinese di Silwan, nella zona est di Gerusalemme. Il progetto è stato subito attuato e diverse case sono state espropriate e abbattute. La motivazione è sconcertante: costruire un parco nel sito dove, secondo la Bibbia, c’era il giardino di Re Davide. In sostanza il diritto ad una casa dei palestinesi viene violato solo per ricostruire un luogo che è stato teatro di avvenimenti biblici. Un comitato cittadino palestinese si è mobilitato per contrastare quella che, se fosse stata opera di credenti islamici, sarebbe stata descritta come una provocazione fondamentalista. Per ora il progetto è congelato, ma il caldo torrido che pervade i territori infiammati dallo scontro minaccia di scioglierlo da un momento all’altro. Il connubio tra religione ebraica e politica può essere colto da un altro particolare forse meno influente ma, di sicuro, molto significativo. Camminando nella parte araba di Gerusalemme si può notare una casa che sovrasta tutte le altre, maestosa ed invadente, sulla quale campeggia un’enorme bandiera israeliana che, mossa dal vento, accarezza un grande candelabro a nove braccia. Quelle casa è di Ariel Sharon (ex Primo Ministro Israeliano). Non ci abita, perché essa è solo un monito per tutti i palestinesi. Alzando lo sguardo, ogni giorno vedono i due simboli israeliani, quello laico e quello religioso, guardarli dall’alto all’interno della loro zona. Una provocazione che spiega, in un sol colpo, il perché di una guerra che sembra essere infinita. L’Universale /

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E steri

di Lorenzo Amati

La crescita del fondamentalismo islamico tra prima e seconda intifada:

l’ascesa politica di Hamas ed il ruolo dei “martiri”

L

a prima intifada fu prima di tutto un conflitto laico, spontanteo, una vera e propria sollevazione popolare alle angherie da sempre mal sopportate dell’esercito israeliano. Il solo termine “Intifada” significa infatti liberarsi, scrollarsi di dosso qualcosa di fastidioso e opprimente. Il conflitto fu talmente spontaneo che l’Olp di Arafath, abile a sfruttarne il potenziale politico , si erse a paladino della rivolta a rivoluzione già in atto. Le manifestazioni si organizzavano infatti con la diffusione di volantini, coinvolgendo la stampa internazionale, e facendo vedere a tutto il mondo dei ragazzini indifesi, i cosidetti shahid, che lanciavano pietre e morivano sotto i colpi dei proiettili e dei tank israeliani. La traduzione letterale del termine Shahid è “martire”. Nella tradizione islamica, viene considerato un martire colui che muore o si sacrifica nel corso di

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una guerra santa (Jihad), e con il suo atto di estremo sacrificio si garantisce un posto nel paradiso. Chiunque fosse ucciso per mano israeliana, dunque, diveniva automaticamente un martire della causa palestinese, ma non solo. Il significato del termine martire durante l’Intifada fu esteso a tutti coloro che contribuivano ai fini della lotta per la liberazione. Diventavano dunque shahid i “ragazzi con le pietre”, sprezzanti del pericolo contro le ben superiori armi israeliane. Diventavano shahid tutti i feriti, che portavano sui loro corpi i segni della battaglia e dei pestaggi dell’esercito. Questi ultimi, in particolare, divennero un vero e proprio strumento di propaganda mediatica. I corpi martoriati dei bambini palestinesi fecero infatti il giro del mondo. La diffusione di queste immagini non solo metteva in buona luce l’operato dei palestinesi, gettando delle ombre sulle azioni dell’esercito israeliano, ma era utile anche per Il logo di Hamas creare ancora più rabbia e voglia di manifestare, creare un senso di solidarietà nelle popolazioni arabe, e nell’opinione pubblica mondiale. Queste fotografie ebbero un impatto così forte da rendere inaccettabile, agli occhi della comunità internazionale, degli attivisti per i diritti umani, della politica, un simile trattamento. I martiri erano coloro che mettevano a repentaglio la propria vita con azioni eroiche e con sprezzo del pericolo, per liberare la propria patria. Dunque, l’elemento religioso fu certamente importante,

ma rientrò ancora all’interno di uno schema dalle mille sfacettature, in cui il fine ultimo non era la conquista del paradiso e della pace eterna per liberarsi da una vita terrena disperata, ma la conquista materiale della libertà di un intero popolo dal proprio oppressore. Questo obiettivo supremo si sarebbe stravolto durante la seconda Intifada, grazie anche all’emersione di un soggetto politico nuovo nella vita politica palestinese: Hamas. La storia del successo di Hamas è strettamente legato al materiale fallimento dei trattati di Oslo. I sogni palestinesi di libertà, lavoro, crescita economica sollevati dalla firma degli accordi da parte di Arafath e Rabin, si dissolsero rapidamente, insieme al capitale politico accumulato dagli shahid durante la prima Intifada, lasciando spazio a corruzione, sperequazione, ingovernabilità. E’ in questo spazio che Hamas fu abile ad inserirsi. Avendo da sempre osteggiato i negoziati e il riconoscimento dello stato di Israele da parte dell’Olp, fu facile per Hamas approfittare del dissenso generale verso la debole Autorità Nazionale Palestinese (ANP), minando con attentati terroristici la legittimità internazionale di Arafath, e reclutando sempre più sostenitori tra i palestinesi, sempre più esasperati dalla presenza delle forze occupanti israeliane. Hamas rivendicò ripetutamente la sua estraneità alle dolorose concessioni del negoziato, rese senza nessuna contropartita visibile, alzò la voce

denunciando il processo corruttivo che dominava gli ambienti della governance, riempì il vuoto lasciato dal pragmatismo politico dell’Olp in termini di utilizzo di slogan ed ideologie rivoluzionarie. Hamas approfittò infine della crescente insoddisfazione nel programma nazionalista, e nella repressione israeliana, per conquistare la fiducia dei palestinesi, cavalcando l’onda del radicalismo religioso sempre più forte nei territori, ed entrando nelle loro vite attraverso una fitta rete di strutture solidali e sociali. Hamas, insistendo su queste diverse strategie, riuscì a essere considerato l’unico movimento vicino alle problematiche delle persone, guadagnando un successo simile a quello dell’Olp. Hamas fu abile a trarre da questo clima di disillusione, di sfinimento, di apatia, il suo successo, ed è in questo clima che si originò la seconda Intifada, un conflitto molto differente dal precedente. Se la prima Intifada era stata infatti un’insurrezione prettamente laica, gli esiti negativi del processo di pace avevano accresciuto la forza di Hamas e dell’estremismo islamico, che da sempre si erano opposti al negoziato, coinvolgendo un numero sempre maggiore di palestinesi. Ne consegue che l’utilizzo di sistematici attacchi suicidi rivolti all’esercito o ai civili israeliani, il culto dei martiri, gli incitamenti ala guerra santa e alla distruzione di Israele, si diffusero a macchia d’olio nei territori. L’impiego di queste tattiche suicide, la crescente militarizzazione, le maggiori violenze, consegnarono tuttavia ad Israele non solo il dovere morale di fermare, con ogni mezzo, gli scontri, ma anche un potere di agenda setting sui mass media, che era stato perso durante la prima Intifada. Il “cattivo” dunque, non era più identificabile nel brutale esercito

israeliano, ma nello sfidante palestinese, che aveva scelto la via della guerra e l’uccisione di civili indifesi per ottenere i propri obiettivi. Dunque, a differenza della prima Intifada, le azioni che ricevettero maggiori attenzioni da parte dei media, non furono quelle dei giovani palestinesi armati di pietre, ma uomini, ragazzi, donne con una fascia verde legata intorno alla fronte, immortalati nell’atto di giustificare la loro scelta di ricorrere al martirio. Durante la seconda Intifada, non fu presente un fenomeno alternativo a quello dei martiri suicidi, che seppe conquistare un equivalente interesse da parte dei media. La brutalità degli attentati ebbe una risonanza tale da oscurare il resto del conflitto e da rendere il martire un protagonista assoluto. La diffusione di questa pratica, fu la testimonianza della crescente importanza assunta dalle organizzazioni islamiste tra i palestinesi, dell’incapacità della società civile di rendere visibili con metodi meno autodistruttivi le proprie ragioni, dell’assenza di speranza nel futuro: i giovani lanciatori di pietre, che avevano sostenuto enormi sacrifici durante la prima Intifada proprio in vista di un obiettivo concreto di autodeterminazione, erano rimasti fatalmente delusi dal processo di pace, gettandosi disperatamente nelle mani dell’estremismo religioso. Dunque, ciò che differenzia gli shahid lanciatori di pietre dagli shahid suicidi, è la di visione di un miglioramento futuro delle proprie condizioni di vita: i martiri della prima Intifada avevano una visione ottimistica della realtà, e credevano di poter cambiare concretamente le loro condizioni di vita. I martiri suicidi invece, con il loro stesso atto esprimevano una visione nichilistica della realtà, ed uno svuotamento di valori, causato da

una totale mancanza di prospettive per il futuro, e riempito dall’odio ideologico islamista. Lo shahid della seconda Intifada non rappresentava dunque la volontà della società civile palestinese, e non ne era un messaggero come i lanciatori di pietre, ma era la testimonianza della totale mancanza di obiettivi e strategie del suo popolo. Se le figure precedenti al martire suicida contenevano una volontà positiva delle rivendicazioni del popolo palestinese, i ragazzi della seconda Intifada evidenziarono soltanto un forte fanatismo religioso ed un forte odio verso il nemico. Le strade delle città palestinesi si riempirono allora di raffigurazioni, foto, manifestazioni di solidarietà verso i propri morti. I martiri diventarono un vero e proprio oggetto di culto e venerazione, tanto che ogni istituzione, dalle cellule militanti ai club sociali, portava il nome di un martire, in suo ricordo. Tuttavia, questa strategia si rivelò sbagliata. Le azioni dei martiri, infatti, non solo avevano contribuito a creare quel “ciclo di violenza” fatto di azioni e rappresaglie, che i media globali tesero ad evidenziare così spesso, ma avevano concentrato talmente tanta attenzione mediatica sul loro atto e sulle conseguenze delle loro azioni, che gli interessi della società palestinese, le sue aspirazioni e volontà passarono gradualmente in secondo piano, rispetto alla narrazione delle violenze e ai tristi calcoli delle carneficine (che continuavano, anche da parte israeliana). Inoltre, come già accennato, israele fu abile a strumentalizzare il crescente fanatismo religioso, equiparando l’intero popolo palestinese ad un esercito di terroristi quaedisti, giustificando agli occhi della cieca comunità internazionale le sue deplorevoli azioni all’interno di un territorio sovrano. L’Universale /

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L'Universale - numero due - Mistero della fede