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VARESEFOCUS 7/2023 - DICEMBRE

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Tra arte


EDITORIALE

L’investimento nell’arte

PER UNA VARESE COMPETITIVA Eleonora Merlo

Vicepresidente Confindustria Varese

I

l nuovo numero di Varesefocus che vi apprestate a leggere, l’ultimo di questo 2023, è dedicato in gran parte al tema dell’arte. Non una novità per un magazine che, fin dalla sua nascita 23 anni fa, ha fatto del racconto di musei, opere, artisti, collezioni e mostre del territorio una costante, un proprio elemento distintivo. Anche grazie alla preziosa ed esperta penna della storica collaboratrice della nostra rivista, Luisa Negri. Questa volta, però, andiamo ancora più nel profondo del rapporto che nel Varesotto, e non solo, esiste tra l’arte e il mondo dell’industria. Con la costruzione della #Varese2050 che, come Confindustria Varese abbiamo avviato attraverso il lancio del nostro Piano Strategico di riposizionamento competitivo del territorio, di cui negli ultimi mesi abbiamo ampiamente parlato in queste pagine, non stiamo aprendo cantieri solo sui fronti delle politiche economiche, dei cluster industriali, dell’innovazione tecnologica, delle

startup e delle infrastrutture. Per dare un futuro alla nostra provincia, Confindustria Varese è fortemente convinta che sarà centrale creare nei prossimi anni anche nuove relazioni tra il mondo produttivo e quello della cultura e dell’arte. Ci siamo dati un obiettivo: fare di Varese una “wellness destination”, un luogo in grado di attrarre e trattenere talenti attraverso la valorizzazione delle nostre eccellenze, non solo aziendali, ma anche in termini di risorse naturali, culturali e artistiche. Ne va della qualità della vita delle persone, della capacità che avremo nel prossimo futuro di fare della nostra area un luogo dove sia bello e interessante vivere. Per riuscirci l’impresa deve fare la propria parte e assumersi nuove responsabilità sociali, anche sul fronte della valorizzazione della cultura e, più in generale, della bellezza. Ben sapendo che anche la nostra stessa manifattura può essere produttrice di creatività e di arte come dimostrano molte realtà produttive. È giunto, però, il momento che le varie iniziative delle singole imprese si trasformino in un sistema organizzato. Servono progetti di ampio respiro, serve una strategia

L’impresa deve assumere nuove responsabilità sociali, anche sul fronte della valorizzazione della cultura e, più in generale, della bellezza che incanali le forze verso un obiettivo comune che affermi Varese come territorio d’arte con le sue specifiche vocazioni. Quella industriale per prima. Abbiamo connotati ben diversi da altre zone del Paese. Particolarità che dobbiamo saper meglio valorizzare. In ciò l’impresa ha un ruolo fondamentale. Dobbiamo creare nuove relazioni con il sistema museale locale che ha grandi eccellenze. Dobbiamo aprire le nostre imprese a nuove missioni. Prima fra tutte quella di rendere l’arte accessibile. Non possiamo dire di voler mettere la persona al centro dello sviluppo economico e sociale di Varese, senza investire nell’arte e nella bellezza. Ma serve anche un nuovo racconto, nuove forme di narrazione. Dobbiamo affermare il nuovo ruolo dell’impresa nell’universo culturale anche nei confronti dell’opinione pubblica. Questo numero di Varesefocus, parte proprio da qui. Buona lettura.


SOMMARIO

Tra arte

FOCUS

L’incontro tra cultura e manifattura 10 Il valore dell’arte per le imprese 14 L’Art Bonus nel Varesotto vale 2,7 milioni 16 Mondo culturale e partnership pubblico-privato 18 Gli aspetti fiscali dei contributi aziendali 20 Le “illuminate” Bergamo e Brescia 23 L’impresa che recupera la bellezza 26 Vittore Frattini, tra arte e industria 6

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In copertina “Orizzonti” Vittore Frattini by Laboratorio Paravicini Milano (foto Guido Taroni)

Presidente: Roberto Grassi Direttore editoriale: Silvia Pagani Direttore responsabile: Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione: Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

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INCHIESTA Le startup a Varese sono troppo poche 32 Non sempre l’inizio è in un garage 30

ECONOMIA L’odontoiatria diventa digitale 38 120 anni di Secondo Mona 41 In Tecniplast la “gender equality” va oltre i numeri 44 La sostenibilità a pedali di TPS Group 46 A Varese piace il treno 36

FORMAZIONE 48 La creatività varesina fa scuola in India SCIENZA & TECNOLOGIA 51 L’Intelligenza Artificiale e la questione morale 54 La videosorveglianza made in Varese RUBRICHE SU

LUOGHI E BELLEZZA 58 Come nasce una saponetta 62 Forcora: “terra di mezzo”, sci e natura 66 L’arte del presepe nel Varesotto 70 Il costruttore del Novecento 74 L’armonia del segno che insegue la verità 77 Il Natale 2023 è brillante 80 La stoccata vincente contro il destino RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE 90 Terza pagina 92 In libreria 95 Dal web 96 Comunicare


FOCUS

IL SEGNO DELL’IMPRESA

nell’arte

Ci sono aziende che, attraverso partnership pubblico-privato o strumenti come l’Art Bonus, sostengono musei, allestimenti di mostre e l’organizzazione di eventi. C’è chi, invece, le opere artistiche le adotta per restaurarle oppure le mette a disposizione dei propri dipendenti, organizzando negli spazi aziendali vere e proprie pinacoteche o comunque dando vita ad uffici e stabilimenti ispirati alla bellezza. C’è poi chi, come l’artista varesino Vittore Frattini, ha fatto dell’espressione artistica un prodotto, tramite un legame indissolubile tra il mondo culturale e quello industriale. Fino ad arrivare ad aziende, come la Gasparoli di Gallarate, da sempre pioniere nella conservazione del bello e nel restauro di monumenti. I mille volti del rapporto tra impresa e arte, tra progetti, aspetti fiscali e testimonianze. Sia in provincia di Varese sia nei vicini territori “illuminati” di città come Bergamo e Brescia, entrambe “Capitale italiana della cultura” 2023 5


FOCUS

L’incontro tra CULTURA E MANIFATTURA Francesca Cisotto

Arte e industria: due mondi solo apparentemente lontani, accomunati dalla sfida di far nascere progetti dalla contaminazione reciproca, che possano essere motivo d’orgoglio per tutto il territorio. Attrattività, reputazione, responsabilità sociale d’impresa e network. Questi i fattori chiave attorno cui, secondo l’analisi del laboratorio di comunicazione The Round Table, ruota il rapporto tra espressioni artistiche e sistema imprenditoriale. Un qualcosa che va ben oltre il mero mecenatismo. Le testimonianze di Museo Maga, Sea, Missoni, Saporiti Italia e Ricola

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Sea

PH. NICCOLÒ QUARESIMA

I

l trasferimento di valori che vanno oltre il successo economico; la co-costruzione dell’orgoglio cittadino; l’accrescimento della responsabilità sociale d’impresa; la valorizzazione della cultura come fattore sociale; il rafforzamento delle relazioni, tra mondo pubblico e privato, ma anche con la comunità e il territorio. Questi i motivi che spingono le imprese a investire nell’arte. Lo dicono i risultati dell’analisi sulle partnership tra il settore imprenditoriale e gli enti culturali, condotta dal laboratorio di comunicazione integrata The Round Table, in collaborazione con l’istituto di ricerche di mercato Astarea, per


Confindustria Cuneo. Una ricerca effettuata sulla base di 36 interviste telefoniche rivolte ad Amministratori Delegati, Ceo, Responsabili degli eventi culturali e manager delle risorse umane di diverse aziende. Un’analisi i cui risultati sono stati esposti dal Fondatore di The Round Table, Francesco Moneta, anche durante l’evento conclusivo del recente Festival del Giornalismo Digitale “Glocal” dedicato proprio al tema del rapporto tra arte e impresa, organizzato da Confindustria Varese in collaborazione con Museo Maga e Varesenews. “Le imprese – spiega Moneta – hanno imparato a considerare gli investimenti in arte e cultura come qualcosa di funzionale anche in termini di marketing e di reputazione. Tanto che un numero sempre più significativo di aziende investono in cultura pianificando queste partnership nelle loro azioni di comunicazione”. Le modalità di investimento, i driver motivanti, i vantaggi percepiti, il valore reputazionale, la relazione

con gli operatori culturali. Questi alcuni dei fattori presi in considerazione nell’analisi sul rapporto tra i due mondi: arte e impresa, appunto. Tutt’altro che distanti. Due cosmi che, forse, comunicano con linguaggi differenti, ma il cui dialogo porta con sé la possibilità di far nascere sinergie proficue. Non solo per i singoli attori coinvolti, ma per l’intero territorio e le sue persone che, in fondo, da sempre, si nutrono di sapere. Che sia di tipo umanistico, scientifico o artistico. Nessuno di questi si allontana da quel bagaglio di conoscenze che porta con sé il mondo industriale. Anzi. È proprio dal tessuto manifatturiero che, talvolta, nascono molteplici e nuove forme di espressione. Un intreccio di conoscenze e saperi, passando attraverso la tecnologia, la scienza e le tradizioni culturali, che ha le potenzialità per dare vita a progetti intrisi di emozioni, oltre che di storia e tecnica. Per dirla con le parole della Direttrice generale del Museo Maga di Gallarate, Emma Zanella: “Si tratta

di sinergie in cui le imprese non sostengono solo economicamente l’idea artistica, ma di collaborazioni in cui si sceglie insieme a quali progetti dare vita. Oggi emerge proprio la volontà di fare rete e il senso di responsabilità sociale”. Praticamente, ciò di cui parla la Direttrice del Maga, è una modalità di lavoro al fianco delle realtà manifatturiere, che pone al centro le esigenze di tutti, sia del mondo imprenditoriale, sia di quello culturale, così da instaurare una contaminazione reciproca in grado di far nascere progetti innovativi. Ma, soprattutto, si tratta di un modo nuovo di intendere le partnership in cui la figura dell’imprenditore non è più intesa solo come un soggetto economico, ma il depositario di una cultura a tutti gli effetti. È così che queste collaborazioni diventano degli elementi chiave di ingranaggi che vanno ben oltre alla sponsorizzazione e al mecenatismo. Spiega così la centralità delle relazioni che intercorrono tra il mondo della cultura e delle imprese, il Presidente della Fondazione Silvio Zanella, che gestisce il Maga, Angelo Crespi: “La partnership tra le grandi aziende del territorio e un museo di rilevanza nazionale come il Maga è la

PH. ROBERTO MAROSSI

PH. LILLO GIOVARA

Museo Maga

Saporiti Italia 7


FOCUS

MANIFATTURA E CULTURA

PH. NICCOLÒ QUARESIMA

Missoni

dimostrazione che la collaborazione tra pubblico e privato può diventare la principale leva per valorizzare, da un lato, le tradizioni, l’identità e il patrimonio della comunità e, dall’altro, trovare nuove forme di welfare aziendale, attuando progetti culturali e formativi condivisi. Oggi gli imprenditori possono diventare veri attori anche nel settore culturale”. E certe realtà manifatturiere del territorio varesino lo sanno bene. A confermare le parole di Crespi, la Vicepresidente di Confindustria Varese, Eleonora Merlo: “Anche la nostra manifattura può essere produttrice di creatività. Non è solo questione di mecenatismo ma di espressioni artistiche di cui il made in Italy, e con esso il made in Varese, ha dato prova nel tempo con le proprie produzioni e con il proprio saper fare. Il nostro territorio è ricco di esempi. Non solo in quei settori dove il bello è parte essenziale del business. Anche nell’industria più tradizionale abbiamo 8

saputo reinterpretare la capacità manifatturiera in chiave artistica, contribuendo alla realizzazione di opere d’arte o alla nascita di musei industriali”. Un patrimonio, questo, da saper valorizzare. Un po’ come ha fatto Sea

Ricola

Spa, la società che gestisce l’aeroporto di Malpensa, oltre a quello di Linate, portando l’arte proprio all’interno delle mura aeroportuali. Nelle Vip Lounge, ma anche nelle aree dedicate al checkin e agli arrivi, fino a quello spazio immersivo conosciuto come “Porta di


Milano” che fa da collegamento tra il Terminal 1 e la stazione ferroviaria. “Non siamo un’azienda di prodotto, ma un luogo di passaggio dove viene dato un servizio ai cittadini. Per questo insistiamo sulla necessità di una profonda connessione tra lo scalo e tutti gli altri luoghi della provincia in cui si svolgono eventi culturali. Affinché il nostro venga visto come l’esempio di una buona integrazione di un’infrastruttura importante, come quella di un aeroporto, col territorio circostante – sottolinea Maurizio Baruffi, Responsabile Relazioni Istituzionali di Sea –. Per lo stesso motivo, per noi non è importante l’uscita sull’articolo di giornale del nostro brand in qualità di sponsor di un progetto artistico, ma, piuttosto, la pubblicazione di tanti articoli su quell’opera che la nostra Società ha sponsorizzato. Più c’è una valorizzazione dell’opera che il luogo ospita, più quel posto viene riconosciuto come bacino da cui attingere cultura”. Sea non è l’unica realtà imprenditoriale sul territorio a guardare all’arte come risorsa

su cui fare leva. Altri esempi sono Missoni Spa, Saporiti Italia Spa e Ricola, il gruppo svizzero, famoso per i suoi prodotti a base di erbe officinali, presente nella provincia varesina con lo stabilimento Divita Srl a Busto Arsizio. In certi casi il legame con l’arte è nel Dna. Basti pensare a Saporiti Italia, l’azienda attiva nel settore del design, presente sul territorio con lo stabilimento di Besnate. Alcuni dei prodotti dell’impresa, infatti, sono stati disegnati da architetti dal calibro internazionale ed esposti in musei d’arte tra i più famosi al mondo come, ad esempio, la Triennale di Milano, la Biennale di Venezia, il Museum of Modern art di New York e il Museum of Contemporary art di Los Angeles. Senza dimenticare la collaborazione con il Maga di Gallarate: “Con Saporiti Italia – tiene ad evidenziare la Direttrice del museo, Emma Zanella –, stiamo realizzando un progetto rivolto a 100 giovani creativi per arrivare a nuove proposte dedicate alla Miamina”. La famosa seduta pieghevole, originariamente realizzata

IL CEMENTO DI COLACEM DIVENTA PERFORMANCE “Organismi evoluzione. L’arte guarda la sostenibilità”. Questo il titolo di una recente visual performance organizzata all’Auditorium del Centro Congressi Stella Polare a Fiera Milano Rho da Colacem Spa, il gruppo industriale attivo a livello internazionale nella produzione di cemento e presente sul territorio varesino con lo stabilimento di Caravate. Uno spettacolo fatto di arti visive, fotografia, musica e danza moderna tramite le opere degli artisti Carlo Bevilacqua, Francesco Di Loreto, Alice Paltrinieri, Aymen Yaya e le coreografie di DanzArt di Cecilia Monacelli. Il tutto per raccontare la storia dell’azienda: dalla sua origine in una cava a quella che è oggi con

6 stabilimenti e una forza lavoro di oltre 800 persone, solo sul territorio nazionale. Un esempio concreto di ciò che può nascere dalla sinergia tra arte e impresa: “Il cemento è un prodotto che non parla, se non quando prende forma seguendo le idee dell’uomo che lo utilizza. Con ‘Organismi evoluzione’ – precisano da Colacem in una nota stampa – abbiamo voluto dare voce alla fabbrica, per trovare risposte al perché facciamo le cose, per parlare del cemento e del suo futuro, ma anche per riflettere sulla capacità delle realtà manifatturiere di sintetizzare la creatività e l’immaginazione per soddisfare quelle esigenze di sicurezza e di benessere nella sostenibilità”.

con i tessuti disegnati da Missoni. Ed è proprio anche Missoni che, con l’Archivio di Albusciago, non lontano dallo stabilimento di Sumirago, offre al territorio e in particolare agli studenti di moda, un luogo in cui approfondire le conoscenze della sartoria italiana. Uno scrigno di 25.000 capi d’abbigliamento, oltre a una miriade di accessori, campioni di tessuto, libri e fotografie. Ma non è tutto, tra le partnership della casa di moda anche “Intrecci”: “Un progetto educativo, in collaborazione con Maga, dedicato agli studenti delle scuole superiori. Più precisamente – spiega Luca Missoni, Direttore Artistico dell’Archivio Missoni –, si tratta di laboratori attraverso cui i ragazzi, ispirandosi ai nostri arazzi, imparano ad usare i telai. È una grande soddisfazione sapere che i giovani possono aggiungere, grazie a questa collaborazione, un’esperienza creativa al loro bagaglio formativo”. In altri casi l’arte è espressione anche della sostenibilità. Un esempio è Ricola che, oltre a collezionare sin dagli anni ‘70 arte contemporanea svizzera, è attenta al territorio fin dalla sua nascita. Lo racconta così Luca Morari, Vice President Region Southern Europe di Ricola e Amministratore Delegato di Divita, la società del gruppo che cura la distribuzione dei prodotti in Italia: “Per noi la sostenibilità è la restituzione culturale di quello che recepiamo dal territorio. Ecco da dove nascono gli edifici esteticamente belli e sostenibili di Ricola. Un esempio è il Centro delle erbe di Laufen. Un luogo realizzato, non a caso, da blocchi di argilla come perfetto isolante che permette di salvaguardare l’ambiente con un risparmio energetico sia in estate sia in inverno”. Esempi, questi, di una responsabilità sociale d’impresa che si concretizza nell’arte di saper valorizzare, attraverso la cultura, le infrastrutture e i patrimoni aziendali. Il rapporto tra arte e impresa è capace anche di questo. 9


FOCUS

IL VALORE DELL’ARTE

per le imprese Alessia Lazzarin

Gaspare Tronconi Industriale e Beppetex, Praezision, Tmr Cederna, Elmec e Goglio: questi alcuni esempi di realtà varesine che valorizzano, all’interno dei luoghi di lavoro, il patrimonio artistico e culturale del territorio e non solo. Attraverso svariati e differenti progettualità, a partire dall’esposizione di opere negli spazi aziendali, fino ad arrivare all’adozione di manufatti che necessitano manutenzione

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l tessile è arte e la fabbrica ne diventa il suo felice e fervido contenitore”. Questa la filosofia di Giuseppe Tronconi, Amministratore della Gaspare Tronconi Industriale Srl e della Beppetex, entrambe di Fagnano Olona. Le parole dell’imprenditore, Vicepresidente del Gruppo merceologico “Tessile e Abbigliamento” di Confindustria Varese, risuonano come un mantra e raccontano perfettamente la volontà di tessere un legame solido tra arte e impresa. Un legame che si traduce, nel suo caso, nella collocazione fisica di opere artistiche all’interno dei luoghi di lavoro. Non solo per rendere gli spazi manifatturieri esteticamente 10

La statua di San Longino adottata dal Gruppo Goglio

più gradevoli o per portare avanti tradizioni e passioni di famiglia, ma anche per contribuire a valorizzare il patrimonio artistico e culturale del territorio. “Le nostre collaborazioni in ambito cultura hanno origini lontane, sono di inizio ‘900 – racconta Tronconi –. Ricordo mio nonno Gaspare Tronconi e l’amico e artista Pasquale Bossi. La relazione tra arte e industria veniva dalla stima e dall’alleanza tra saperi diversi”. Quello della cultura, dell’industria e della pittura che, come sottolinea Tronconi “si ritrova


nell’iconografia del nuovo paesaggio delle fabbriche e nei ritratti dei nostri avi”. Sempre il nonno Gaspare, insieme al padre Attilio, furono molto legati anche a Paolo Candiani, industriale tessile, architetto e pittore. “Candiani collaborò con la mia famiglia nel pensare nuovi spazi dove lavorare e vivere”. Invece, in tempi più recenti, è nato tra Giuseppe Tronconi e Pietro Scampini un nuovo legame. “Scampini si è innamorato degli scampoli, gli scarti delle nostre produzioni tessili. In particolare, dei velluti a coste – continua l’Amministratore aziendale –. E con questi pezzi ha creato delle vere opere d’arte”. In questo modo sono stati riciclati e nobilitati materiali che altrimenti sarebbero stati buttati. “Non posso dimenticare, poi, Paola Ravasio che con le sue sculture ha dato un’idea di forza e tensione che si sposa perfettamente con le nostre produzioni – sottolinea ancora Tronconi –. Credo che gli artisti siano capaci di posare sul mondo uno sguardo diverso dal nostro, perché riescono a guardare dove gli altri non vedono”. Ecco perché, nella visione dell’imprenditore varesino, è importante avere l’arte e gli artisti a fianco dell’industria e le loro opere all’interno dei luoghi di lavoro. Se per la Gaspare Tronconi il tessile è arte, per la Praezision di Bodio Lomnago, invece, è tutta questione di famiglia. Quando si varca il cancello dell’azienda che progetta e sviluppa software nell’ambito medico, svoltando a sinistra si procede in direzione degli uffici. A destra, invece, si accede alla pinacoteca. Un luogo che ospita tutte le opere di Giuseppe Rinaldi, bisnonno di Andrea Rinaldi, Amministratore Unico dell’impresa. “La pinacoteca è dedicata ai quadri rintracciati negli anni del mio bisnonno che faceva di mestiere proprio il pittore – racconta Andrea, insieme al papà Liborio –. Sono circa una cinquantina i pezzi presenti e ripercorrono tutte le fasi della sua lunga vita”. Dal 1870 al 1948.

Il pittore verbanese non dipingeva en plein air (all’aria aperta) ma, una volta ammirato il paesaggio, tornava in studio e riviveva le emozioni che quel luogo gli aveva trasmesso. Allievo di Cesare Tallone alla Carrara di Bergamo prima e a Brera dopo, Rinaldi si trasferisce a Intra nel 1900 e inizia la sua attività come scapigliato (un movimento artistico noto per il forte anticonformismo e la ribellione nei confronti della tradizione). Nel 1906 si trasferisce poi per qualche anno in Argentina. Questo periodo della vita dell’artista cambierà molto anche la sua tecnica pittorica. “Si dilettava con giochi di luce e controluce per dare un senso di profondità”. Ritratti, paesaggi, soggetti

floreali: questi alcuni dei protagonisti delle opere. “In questa fase cade nel romanticismo – specificano dall’azienda –, affascinato dai paesaggi argentini”. Lunghe distese di praterie, con animali e gauchos (mandriani a cavallo) al lavoro sono alcuni dei principali soggetti raffigurati. Dopo la perdita di un figlio, torna a Intra e ci resta fino alla morte. “Di nuovo, un cambio nei tratti artistici – sottolineano Andrea e Liborio Rinaldi –. Fino all’età matura che sfocia in un neorealismo”. Oggi le opere dell’artista si trovano a Verbania, alla cattedrale di San Vittore. “Durante la festività del patrono – sottolinea Andrea Rinaldi – viene esposto un grande quadro del mio bisnonno”.

Giuseppe Tronconi della Gaspare Tronconi Industriale di fronte ad un’opera di Dino Baranzelli 11


FOCUS

IL VALORE DELL’ARTE PER LE IMPRESE

Esempio di Information Design prodotto da Elmec

La pinacoteca aziendale, oggi, è a disposizione dei dipendenti, della comunità o di altri artisti. Sono state fatte diverse mostre pubbliche e molte sono le associazioni e scolaresche della zona che fanno visita alla pinacoteca di Bodio Lomnago. La memoria del mondo e della vita del pittore è tramandata dal libro “Datemi il sole”, scritto dal nipote Liborio. La scelta di allestire con l’arte gli spazi produttivi della Tmr Cederna Srl è, invece, duplice. “In famiglia siamo sempre stati grandi amanti di collezioni artistiche. A partire da mio nonno e passando per mio padre, oggi, anche io porto avanti questa tradizione – racconta Piero Giardini, Consigliere Delegato dell’impresa di Ferno –. Siamo sempre stati appassionati di tutte quelle collezioni che partono dall’800 e arrivano fino all’arte moderna e contemporanea”. Tra gli uffici e gli spazi operativi dell’azienda varesina trovano spazio, appunto, diverse opere. “Abbiamo installato una collezione corposa di pezzi che si riferiscono principalmente ad artisti contemporanei”. Non si tratta, però, solo di una pura questione estetica. La 12

missione della Tmr è ben più grande: “Da una parte vogliamo portare avanti, certamente, la tradizione e la passione di famiglia – afferma Giardini –. Dall’altra, invece, ci impegniamo affinché la comunità si avvicini a questo mondo”. L’impresa di Ferno per raggiungere questo obiettivo sensibilizza in primis i propri dipendenti all’aspetto culturale. “Doniamo cataloghi d’arte e forniamo ai nostri collaboratori inviti per partecipare a mostre e fiere in cui vengono esposte le nostre opere – sottolinea il Consigliere Delegato –. Il nostro è un impegno concreto”. Le opere della collezione dell’impresa, inoltre, spesso, fanno il giro dell’Europa. “Prestiamo i nostri pezzi per esposizioni d’arte, se i curatori o gli organizzatori di eventi ce lo chiedono – informa Giardini –. In azienda abbiamo opere di giovani artisti che sono state esposte anche a Villa Panza a Varese. Oppure di artisti più affermati negli anni ‘30 e ‘40, esibiti in Italia e nel Mondo”. A Roma, Venezia, Parigi, Oslo, New York, solo per fare alcuni esempi. Attraverso questo sistema, quindi, emerge la vocazione internazionale di Tmr Cederna, non

solo nel suo core business legato all’attività industriale, ma anche nel campo delle arti applicative. Sono molti e differenti i modi di rappresentare e portare l’arte nell’industria. Un altro esempio virtuoso riguarda il Gruppo Goglio che ha accolto la proposta di adottare la statua di San Longino del Duomo di Milano, selezionata dalla Soprintendenza per finanziare i lavori di restauro. “L’iniziativa si è concretizzata a fine 2020 – racconta Stefano Trombetta, Amministratore Delegato della Goglio Spa di Daverio –, in occasione dell’importante traguardo dei 170 anni di attività. L’adesione al progetto ha rappresentato un sostegno concreto alla conservazione del patrimonio culturale mediante un gesto simbolico in grado di ravvivare speranza e senso di solidarietà ed esprimere la volontà di ringraziamento e restituzione alla collettività da parte di Goglio”. La scelta è ricaduta su questa opera anche perché il suo autore è lo scultore Pompeo Marchesi, originario della zona di Varese. “Abbiamo voluto, in questo modo, rimarcare l’importante legame di Goglio con il territorio, in cui è presente con il suo stabilimento di Daverio ormai da oltre cinquant’anni. Allo stesso tempo – continua Trombetta –, il progetto simboleggia l’attaccamento del Gruppo alla città di Milano”. Goglio, infatti, fondata a Rho, a inizio ‘900 ha poi spostato l’attività a Milano, ancor oggi sede legale, dove è in funzione un reparto produttivo. “Abbiamo avuto la possibilità di restaurare l’opera, che presentava fenomeni di degrado dovuti soprattutto ad agenti atmosferici e metterla in mostra nei nostri spazi, all’ingresso dello stabilimento di Daverio, dove è stata esposta negli ultimi tre anni e dove resterà ancora almeno per un altro anno, a fruizione non solo dei collaboratori, ma anche di visitatori, clienti, fornitori e di tutti i cittadini del territorio. In questi anni ci siamo infatti impegnati per


grafico dei calcoli, se non attraverso l’utilizzo di una stampante ad aghi. “Dopo una serie di test – prosegue Corti –, si ottenne una corretta rappresentazione dei dati, producendo una mappa cartacea multicolor in scala 1: 200.000. Il blu venne assegnato ai laghi e ai corsi d’acqua, il rosso ai confini territoriali e il nero alle classi di ampiezza demografica differenziate tramite simboli, ad esempio ‘+’ per comuni con una popolazione da 1 a 2.000 abitanti, ‘J’ da 20.000 a 50.000, ‘X’ oltre 100.000”.

Multipli editi dal Maga in occasione di Edizioni del Premio di Pittura Città di Gallarate. Nell’ordine da sinistra Bruno Munari, Lucio Del Pezzo e Ugo Nespolo esposti in ufficio nella Tessitura di TMR Cederna a Cimbro (Vergiate)

organizzare visite e tour, in particolare con le scuole della zona. D’altronde – conclude l’Ad di Goglio –, molte delle iniziative del Gruppo hanno l’obiettivo di generare un impatto positivo sul territorio non limitato alle ricadute economiche. Con l’adozione della statua di San Longino abbiamo voluto continuare il nostro percorso in questa direzione”. Un altro esempio, un po’ curioso e inusuale, è quello che riguarda l’istallazione presente alla Elmec di Brunello. L’opera rappresenta uno tra i primi esempi italiani d’Information Design prodotto dall’impresa varesina all’inizio degli anni ‘80 su richiesta di Regione Lombardia. Lo studio scientifico aveva l’obiettivo di ottenere una rappresentazione grafica della distribuzione della popolazione all’interno del territorio regionale, completo di dettagli, quali fiumi, laghi e confini territoriali. “Sviluppammo un programma in linguaggio Assembler – afferma Cesare Corti, Fondatore di Elmec

insieme a Clemente Ballerio – che prendeva in esame le classi di ampiezza demografica, le coordinate di tutti i comuni lombardi e i dettagli morfologici del territorio. I dati vennero elaborati da uno dei primi mainframe presenti in Italia, caratterizzato da prestazioni di elaborazione dati di alto livello e di tipo centralizzato: l’IBM System 360/20”. Le tecnologie dei tempi non permettevano l’utilizzo di schermi e non era dunque possibile verificare visivamente il risultato

Andrea Rinaldi, Praezision Srl: “La nostra pinacoteca aziendale è dedicata ai quadri rintracciati negli anni del mio bisnonno che faceva di mestiere proprio il pittore. Sono circa una cinquantina i pezzi presenti e ripercorrono tutte le fasi della sua lunga vita” La pinacoteca della Praezision

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FOCUS

L’ART BONUS NEL VARESOTTO

vale 2,7 milioni Chiara Mazzetti

Un’agevolazione fiscale che permette di sostenere il mondo dell’arte e della cultura, attraverso erogazioni liberali, con il vantaggio di un credito d’imposta del 65%. Questo l’incentivo al mecenatismo italiano, in vigore quasi da 10 anni, che ha portato ad importanti risultati, anche grazie al sostegno delle realtà imprenditoriali. Non ultime quelle varesine. Tra i principali beneficiari sul territorio: i Comuni di Luino e Varese e il Museo Maga

PH. GIORGIO MAGINI / STOCK.ADOBE.COM

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Il David di Michelangelo 14

egli ultimi 9 anni, a partire dal 2014, le erogazioni liberali per la cultura raccolte in Italia hanno superato gli 800 milioni di euro, coinvolgendo oltre 35mila mecenati di cui 21.625 persone fisiche, 4.596 enti non commerciali e 8.459 imprese. Il tutto grazie allo strumento dell’Art Bonus, un’agevolazione fiscale, introdotta per l’appunto quasi una decina di anni fa e resa permanente nel 2016, che consente di effettuare donazioni in denaro a sostegno della cultura, beneficiando di un credito di imposta pari al 65% dell’importo donato. Il totale delle operazioni, in tutte le regioni italiane da quando questa misura fiscale è stata introdotta ad oggi, ammonta a quasi 6.000, di cui il 58% è stato destinato a interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici,


il 40% al sostegno alle attività degli istituti e luoghi della cultura pubblici (ad esempio Fondazioni Lirico Sinfoniche, Teatri di Tradizione ed altri Enti dello Spettacolo) e il 2% alla realizzazione, restauro e potenziamento di enti e istituzioni pubbliche dello spettacolo. La regione Lombardia svetta, sul gradino più alto del podio, con quasi 300 milioni di erogazioni, ma lo spaccato varesino, pari ad alcune intere regioni, non è da meno: sono oltre 300 le donazioni ricevute in totale, per un ammontare di più di 2 milioni e 700mila euro, che posizionano il Varesotto nella top 5 delle province lombarde più generose, dopo Cremona, Bergamo, Brescia e Pavia (i dati escludono il territorio del milanese, “falsato” dai risultati del Teatro alla Scala). In testa per numero di contributi varesini ricevuti ci sono il Comune di Luino, seguito dal Museo Maga di Gallarate e dal Comune di Varese. Tra i sostenitori anche molte imprese del territorio, come ad esempio Missoni, Dama, Elmec Informatica, Lati, Roda e Lazzati Industria Grafica. Ma chi può usufruire dell’Art Bonus? Chiunque, detto in parole povere, paghi le tasse, dalle persone fisiche, agli enti commerciali e non, agli imprenditori e alle società. Anche il metodo di attivazione di questa agevolazione fiscale è tutt’altro che complesso: l’ente beneficiario, che riceverà la donazione, deve solo aprire una raccolta fondi sul sito ministeriale (artbonus.gov.it), attraverso una procedura semplice e guidata. Una volta pubblicata la raccolta, il mecenate interessato a sostenerla, dovrà effettuare un pagamento tracciabile, con una causale indicata nella scheda dell’oggetto pubblicata sul sito Art Bonus e ricordarsi di conservare la ricevuta da inserire nella Dichiarazione dei redditi. “Nella fase iniziale, quando è entrato in vigore, l’Art Bonus è stato capace di riportare al centro del dibattito, politico e sociale, la

“Il mondo industriale può dare tanto al mecenatismo, ma è necessaria una capillare attività informativa per rendere noto lo strumento dell’Art Bonus e il suo utilizzo” questione dei finanziamenti destinati al mondo culturale – spiega Carolina Botti, Direttore di Ales Spa (società in house del Ministero della Cultura che gestisce l’Art Bonus) e Referente Art Bonus per il Ministero della Cultura –. La spinta alle attività di mecenatismo è stata evidente, grazie soprattutto alla facilità con cui questa misura fiscale viene applicata. Esistevano, ovviamente, altre tipologie di agevolazioni, ma dal punto di vista burocratico erano più complesse da applicare. Il livello di donazioni raggiunto nel corso degli anni è importante: si è stabilizzato intorno ai 100 milioni euro annui, quota che

si è mantenuta anche in momenti difficili, come il periodo del Covid. Ci auguriamo che le finanze pubbliche possano consentire degli ulteriori ampliamenti della norma”. Ma è possibile fare ancora molto, allargando, ad esempio, le maglie delle categorie di beneficiari delle raccolte fondi. E in questo quadro, le imprese hanno un ruolo di primo piano. “Le aziende, grazie ad una maggiore capacità contributiva rispetto alle singole persone, rappresentano veri e propri partner nella realizzazione di attività importanti sul fronte del sostegno alla cultura. Il mondo industriale può dare tanto al mecenatismo, ma è necessaria una capillare attività informativa per rendere noto lo strumento dell’Art Bonus e il suo utilizzo – ribadisce Botti –. Il modo migliore per raggiungere questo scopo è di sicuro la condivisione di buone pratiche, in grado di rendere esplicito ad imprenditori ed imprenditrici il valore indotto che un’operazione di sostegno culturale può dare alla loro azienda. Cosa non sempre evidente nell’ambito del mecenatismo”.

A CHE PUNTO È IL MECENATISMO ITALIANO? A scattare una fotografia del fenomeno del mecenatismo in Italia, comparato con quanto avviene all’estero, è Andrea Spiriti, Professore Ordinario di storia dell’Arte Moderna dell’Università dell’Insubria di Varese. Esperto in materia. “Viviamo in un paese che, per entità del patrimonio culturale, si presterebbe ad importanti operazioni di mecenatismo. Purtroppo, però, a parte rari casi come l’eccezione dell’Art Bonus, le misure fiscali si sono rivelate altalenanti nel corso degli anni, con il risultato di aver scoraggiato l’azione dei mecenati italiani”. Ma qual è la più grande difficoltà del Bel Paese, quando si parla di sostegno alle attività

culturali, anche facendo il confronto con altri Paesi europei? A detta di Spiriti il problema è sostanzialmente uno: l’enormità del patrimonio artistico italico, che necessita di una perpetua e costante ricerca di sostenitori. “Un dato parla su tutti: secondo le ultime rilevazioni, Roma è crollata per numero di turismi, mentre città come Londra e Parigi, che hanno un decimo del patrimonio artistico della Città Eterna, sono in costante crescita. Il problema c’è ed è sotto gli occhi di tutti. Esiste un grosso gap rispetto a Paesi come Germania, Francia e Spagna, in cui l’impegno statale sul fronte del sostegno alla cultura è forte e dirimente”, ribadisce Spiriti.

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FOCUS

Mondo culturale E PARTNERSHIP PUBBLICO-PRIVATO Filippo Villani

Centro Studi Confindustria Varese

C’è, ad esempio, il Comune di Milano che, con un avviso per la ricerca di sponsor a cui hanno partecipato diverse aziende, è riuscito a finanziare mostre nel corso dell’Art Week. Oppure nel bergamasco, nel 2018, è stato firmato un accordo di partenariato speciale con il Teatro Tascabile per recuperare il Monastero del Carmine, in disuso da 40 anni e trasformarlo in un centro nazionale per le arti performative. Non solo di Art Bonus si alimenta il sostegno delle imprese all’universo artistico

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l mecenatismo, specialmente negli ultimi anni, è stato un importante driver per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Tuttavia, è necessario riflettere anche su strumenti complementari, che coinvolgano maggiormente le imprese. In realtà, esistono già diverse tipologie di collaborazione più profonda: si tratta delle Ppp, le partnership pubblicoprivato, divenute note già a partire dalla fine del secolo scorso più per il project finance nel campo edilizio, dei trasporti e della sanità. Ma con grandi potenzialità anche nel mondo culturale, ossia del cultural heritage management (Chm). Il primo esempio di Ppp in senso lato, che vada oltre il semplice mecenatismo o le sponsorship “puramente finanziarie”, è il mondo delle “sponsorship tecniche”: in esse 16

l’attore privato non solo finanzia lavori di restauro o la preparazione di mostre d’arte, ma fornisce anche un supporto attivo alla Pubblica Amministrazione durante l’esecuzione del progetto. Nel “gergo” delle Ppp, questo modello è equivalente alle partnership DesignBuild-Finance/Build-Finance (Dbf/ Bf), a seconda della partecipazione, più o meno attiva, anche alla fase di progettazione esecutiva. Rispetto alle più comuni gare di appalto per lavori e servizi, le procedure amministrative sono molto più “light” e vantaggiose, sia per l’attore pubblico sia per quello privato. Un esempio viene dal Comune di Milano, con l’avviso pubblico per la ricerca di sponsor triennale 2020-2022 per le attività culturali cittadine, a cui hanno partecipato come sponsor tecnici (fornendo assistenza per servizi legati all’allestimento di mostre durante l’Art Week, oppure all’organizzazione di

eventi come l’Estate Sforzesca) diverse aziende. Superato questo “livello”, una tipologia di Ppp più “sfidante” da adattare al mondo culturale, ma allo stesso tempo più interessante, è il modello Design-Build-FinanceMaintain/Operate (Dbfm/O). In questo esempio di Ppp, il contraente privato decide di essere responsabile della progettazione, del finanziamento, della costruzione e della manutenzione di un’infrastruttura mediante l’istituzione di un special purpose vehicle (Spv) e, talvolta, anche della fornitura di servizi accessori legati alla gestione della stessa (come la gestione di un ristorante o di un parcheggio legato alla struttura), mentre l’autorità pubblica mantiene le proprie competenze sui core services legati all’infrastruttura. Nel mondo Chm, le Ppp Dbfm/O sono applicate in maniera diversa: la fase


Il Monastero del Carmine a Bergamo

PH. PIERLUIGI PALAZZI / STOCK.ADOBE.COM

di “Design” è solitamente sostituita da “Conserve”, ossia l’autorità pubblica richiede al partner privato di conservare un patrimonio esistente e, in alcuni casi, costruire nuove strutture che possano valorizzarlo a fini turistici. A livello internazionale, un esempio viene dalla Croazia, per il restauro del Palazzo della Regione di Varaždin (est. 1768): nel 2006 è stata ufficializzata una Ppp tra la Contea di Varaždin e la società Meteor-Privatno Partnerstvo d.o.o., al fine di accelerare la gestione dei lavori di restauro. L’azienda ha finanziato direttamente la ricostruzione e la manutenzione del palazzo, con la Contea di Varaždin che ne mantiene la proprietà e l’operatività e corrisponde pagamenti mensili al partner per la tutela del suo stato fisico e del valore culturale. A livello italiano, più che forme di Ppp “contrattuale” come quest’ultima sono frequenti le Ppp istituzionali (Pppi), basate su joint-venture flessibili tra pubblico e privato. Basti pensare all’Alleanza Cultura, a Brescia: nata ad opera della Fondazione Brescia Musei nel 2020, rappresenta a tutti gli effetti un format pluriennale di Ppp, in cui 30 aziende e associazioni del territorio bresciano (tra cui Confindustria Brescia) contribuiscono sia finanziariamente sia tecnicamente (anche con accordi di co-produzione di mostre) alla gestione e trasformazione degli spazi museali pubblici, partecipando in maniera attiva anche alla programmazione delle attività. C’è anche un altro strumento, ancora poco utilizzato, che ha grandi potenzialità nel mondo del Chm in Italia: i Partenariati Speciali Pubblico-Privato (Pspp). I Pspp consentono di attivare forme speciali di partenariato mirate alla riqualificazione e gestione dei beni culturali e sono definiti all’art.134 del Nuovo Codice degli Appalti (D.lgs. 36/2023). Sono definiti “speciali” perché si basano su procedure amministrative semplificate di selezione del partner privato, simili a quelle delle sponsorizzazioni culturali. A capitanarne la governance un

Comitato Tecnico, costituito da esperti e rappresentanti nominati da ciascun partner privato e dalle Soprintendenze locali. Questo organo agisce come una cabina di comando, in cui vengono progettati e programmati i lavori, con anche possibilità di finanziamento in crowdfunding e con l’Art Bonus, viene gestita la loro esecuzione e, infine, vengono valutati gli obiettivi raggiunti. Un esempio arriva dal Comune di Bergamo: nel 2018 ha firmato un accordo di partenariato speciale con il Teatro Tascabile di Bergamo (Ttb), con l’obiettivo di recuperare il Monastero del Carmine, in disuso da 40 anni, per renderlo nuovamente accessibile e trasformarlo in un centro nazionale per le arti performative. Il progetto è stato concepito lungo un arco temporale di 20 anni e, al momento, il Ttb ha

concluso con celerità ed efficienza (dal 2019 alla fine del 2020), grazie al contributo di diverse aziende, il primo lotto di interventi rivolto alla riqualificazione del Teatro Renzo Vescovi, al suo foyer con la Biblioteca Eurasiana, ai camerini degli attori e alla sala del Capitolo, tutti dentro i locali del Monastero. I Pspp, originariamente utilizzabili solo dal Ministero della Cultura, sono stati estesi a tutte le amministrazioni locali con il DecretoLegge n.76/2020 dopo che alcuni Comuni (come Bergamo, nell’esempio sopracitato) sono stati autorizzati dal Ministero a utilizzarlo per casi specifici. Quindi, le aziende possono prendere parte in maniera ancora più attiva alla conservazione e alla promozione del patrimonio culturale per le generazioni future. 17


FOCUS

Gli aspetti fiscali DEI CONTRIBUTI AZIENDALI Alessia Lazzarin

Sono sempre più numerose le realtà produttive di piccole, medie o grandi dimensioni, che decidono di sostenere iniziative culturali. I motivi per cui scelgono di farlo sono diversi. Il vantaggio in termini di risparmi nei confronti dell’Erario è probabilmente in fondo alla lista. Ma alcuni accorgimenti potrebbero dare ulteriori stimoli al supporto del mondo delle imprese alla valorizzazione dell’arte. Il punto della situazione e gli auspicabili sviluppi attraverso l’analisi del professor Giuseppe Zizzo della LIUC – Università Cattaneo

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a un punto di vista puramente fiscale, l’investimento nell’arte da parte delle imprese può avvenire secondo due prospettive. La prima è quella del finanziamento, attraverso erogazioni liberali (in denaro elargito da un benefattore senza obblighi di controprestazione o riconoscimenti di natura economica) oppure attraverso la sponsorizzazione di iniziative nel campo artistico, come mostre, ristrutturazioni di oggetti architettonici, chiese o edifici. In questo caso si tratta, per le 18

imprese o per gli enti, di un’attività di pura rappresentanza, promozione o di immagine legata al proprio brand. La seconda prospettiva, invece, riguarda l’acquisizione da parte delle aziende di opere d’arte o di grandi collezioni. In questo caso, si tratta di un vero e proprio impegno sociale che l’impresa assume nei confronti della comunità e dei propri dipendenti. L’obiettivo è quello di diffondere e promuovere la cultura artistica sul territorio. Un atteggiamento mosso, spesso, da passioni che si tramandano di generazione in generazione,

soprattutto nelle aziende a conduzione familiare. Ma non solo, ovviamente. Sempre di più, anche le realtà di grandi dimensioni e ben strutturate, scelgono di portare avanti questo impegno. Prima di addentrarsi negli aspetti fiscali e, quindi, anche più burocratici, è bene fare una premessa. “L’acquisizione dell’opere d’arte pone un problema – afferma Giuseppe Zizzo, Professore ordinario di diritto tributario alla LIUC – Università Cattaneo –. Questi beni, tipicamente, non sono ammortizzabili. La spesa effettuata per acquistarli non si traduce in un costo a conto economico per l’impresa e dunque non produce risparmi d’imposta”. In parole più semplici: all’interno del bilancio economico tra le voci dei costi non possono comparire, quindi, quelle legate all’acquisto di un quadro. Fatta questa precisazione, ci sono alcune attività in questo campo che permettono alle imprese alcuni benefici fiscali. Tutte le specifiche sono ben definite e regolate dall’Art Bonus, una legge per diffondere il mecenatismo culturale in Italia (come spiegato in un precedente articolo del Focus). Interventi di manutenzione, restauro di beni culturali o sostegno di istituti e di luoghi della cultura di appartenenza pubblica. Realizzazione di nuove strutture, restauro o potenziamento di quelle esistenti. Questi alcuni degli ambiti in cui un’impresa può muoversi


PH. WARASIT / STOCK.ADOBE.COM

La Pietà di Michelangelo

se vuole portare avanti l’impegno nell’ambito culturale. “Con l’Art Bonus, il credito d’imposta è pari al 65% delle erogazioni – precisa il professor Zizzo – con il limite del 5 per mille dei ricavi annui. Il credito può essere utilizzato in compensazione in tre quote annuali, senza alcun limite”. Altro strumento a cui possono ricorrere le realtà manifatturiere, diverso, però, dalle erogazioni liberali, è quello delle sponsorizzazioni. “Se un’impresa sceglie di finanziare un museo durante specifici eventi o in modo sistematico – continua Zizzo –, quest’ultima si impegna ad esporre e utilizzare nella comunicazione istituzionale il logo o a consentire di dare visibilità all’iniziativa nella propria comunicazione. L’onere potrebbe essere fiscalmente deducibile in quanto assimilabile ad una spesa pubblicitaria”. Ad oggi, quindi, non esiste una vera e propria legge sull’arte e sul collezionismo che riguardi le imprese. Ci sono delle agevolazioni fiscali

previste, appunto, dall’Art Bonus. Ma si potrebbe fare qualcosa di più per venire incontro alle necessità delle aziende e anche per diffondere in maniera capillare la cultura artistica. “Sarebbe utile estendere l’Art Bonus, utilizzando una percentuale più moderata ed eventualmente richiedendo la possibilità di una fruizione pubblica delle opere, all’acquisto di pezzi d’arte da parte delle imprese – sottolinea il professore della LIUC –, in modo da incentivare, mediante un risparmio d’imposta, Giuseppe l’investimento in Zizzo questo ambito”. Oppure, un’altra idea, potrebbe essere quella della deduzione. Giuseppe Zizzo specifica: “Si potrebbe pensare di ammettere in deduzione, distribuita su un certo numero di anni, una quota del costo dei manufatti artistici acquistati dalle imprese, anche in questo caso concedendo loro un risparmio d’imposta in abbinamento all’acquisto. A differenza di quello prodotto dal credito, il risparmio d’imposta generato dalla deduzione verrebbe recuperato in caso di

successiva cessione delle opere (la deduzione riducendo il costo fiscale su cui calcolare successive plusvalenze o minusvalenze, ndr)”. Una grande novità in cantiere, invece, riguarda sempre l’ambito culturale e artistico, ma sotto l’aspetto dell’attività di collezionismo. “C’è la necessità di regolare l’attività dei collezionisti per assicurare certezza sulle conseguenze fiscali delle vendite degli oggetti da collezione, su cui attualmente è agevole trovarsi in lite con l’amministrazione finanziaria”, conclude il professor Zizzo. Un tema, quello degli aspetti fiscali dell’arte e del collezionismo, compreso quello riguardante i cosiddetti nuovi collectibles (criptoasset e Nft), che è stato discusso anche durante un evento organizzato dalla LIUC – Università Cattaneo di Castellanza e che si è tenuto nell’alveo della Commissione di studio sul Family Business dell’ODCEC (Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili) di Busto Arsizio, presieduta dal professor Fernando Alberti. Si tratta, infatti, di una tematica centrale anche in relazione alle famiglie imprenditoriali e al passaggio generazionale.

“Sarebbe utile estendere l’Art Bonus, utilizzando una percentuale più moderata ed eventualmente richiedendo la possibilità di una fruizione pubblica delle opere, all’acquisto di pezzi d’arte da parte delle imprese, in modo da incentivare, mediante un risparmio d’imposta, l’investimento in questo ambito” 19


FOCUS

Le “illuminate” BERGAMO E BRESCIA Silvia Giovannini

In occasione dell’assegnazione del riconoscimento di “Capitale italiana della cultura” per l’anno 2023, le due città lombarde hanno portato avanti una serie di iniziative in grado di unire idealmente il mondo dell’arte e quello dell’industria. Con un forte impegno anche da parte delle imprese. Ecco alcune delle progettualità messe in campo dalle due associazioni confindustriali bergamasche e bresciane

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L’installazione “Lights On Confindustria Bergamo” in Piazza della Libertà PH. FTFOTO / CONFINDUSTRIA BERGAMO

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are sistema e avere visione. Sono due delle condizioni necessarie perché un territorio possa riuscire a valorizzare i suoi singoli talenti, trasformandoli in una occasione di identità, attrattività e opportunità economica che sopravviva al tempo. Un progetto che metta insieme tutti i soggetti, pubblici e privati, per condividere competenze e arrivare al risultato. È l’obiettivo sotteso della “Capitale italiana della cultura”, iniziativa nata nel 2014 e che ha tra gli scopi dichiarati “quello di sostenere, incoraggiare e valorizzare l’autonoma capacità progettuale e attuativa delle città, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione, la creatività, l’innovazione, la crescita e lo sviluppo economico”. Una carica prestigiosa che dura un anno: la città

che riesce ad aggiudicarsela riceve dei fondi per affrontare la sfida di essere rappresentativa in un ambito così importante per il Paese. Nel 2023, in segno di solidarietà per le vittime della pandemia e con un’inedita assegnazione doppia, Bergamo e Brescia sono state dichiarate un’unica

“Capitale italiana della cultura”. Un privilegio che a gennaio passerà a Pesaro. Un progetto che per tutto l’anno (e con qualche eccezione anche per il prossimo come, ad esempio, per l’attesa mostra di Yayoi Kusama musa di Vuitton) rappresenta un’occasione eccezionale di riscoperta del bello con


la collaborazione tra enti, istituzioni e imprese. Anche le associazioni industriali locali hanno raccolto la sfida, promuovendo e sostenendo iniziative di altissimo profilo, che hanno testimoniato il riconoscimento della cultura e dell’arte, come chiave per l’educazione civile, ma anche per la creazione di competenze, lavoro e crescita socioeconomica. L’attenzione di Confindustria Bergamo e Confindustria Brescia verso iniziative culturali del territorio non è circoscritta all’anno dedicato ma, in questo periodo, un calendario fitto di eventi promossi ha raccontato in maniera fresca e nuova la propensione delle imprese alla valorizzazione dell’arte. È il caso, ad esempio, della mostra promossa dai Giovani Imprenditori di Confindustria Brescia “Dalla Fabbrica all’Arte”, terminata a novembre, al Museo Diocesano di Brescia. Un progetto curato dal critico Davide Dotti che ha visto 45 imprese mettere a disposizione di 13 artisti contemporanei bresciani i loro prodotti industriali, trasformati in opere d’arte e poi venduti all’asta in favore del restauro dell’Incoronazione della Vergine custodita nella chiesa dei

Santi Nazaro e Celso. Altra iniziativa bresciana è stata l’installazione “Prospettive, Impresa e società: un ponte per un futuro condiviso”, curata dal gruppo LE Imprenditrici dell’associazione, che ha trovato spazio nelle sale del MO.CA – Centro per le nuove culture: un percorso tra suoni, video e testimonianze concentrato sul ruolo dell’imprenditore nella società, realizzata in collaborazione con Scena Urbana e il compositore Eric Maestri. Non sono mancate nemmeno le iniziative legate alle arti contemporanee. Uno su tutti il progetto di ligth art promosso da Confindustria Bergamo che, inaugurato lo scorso gennaio, ha acceso la centralissima piazza della Libertà. “Lights on – Confindustria Bergamo” è il titolo della grande installazione temporanea firmata da Eleni Petaloti e Leonidas Trampoukis, che ha caratterizzato il centro cittadino, definendo uno spazio attrattivo, accogliente e di ispirazione, filo conduttore ideale dei numerosi eventi e delle manifestazioni programmati poi per tutto l’anno. Un’opera selezionata nell’ambito del contest internazionale lanciato

in collaborazione con il Comune di Bergamo e GAMeC per la progettazione di uno spazio urbano chiamato a interpretare in una modalità innovativa il tema de “La Città Illuminata”. Sempre gli industriali bergamaschi, in collaborazione con il Gruppo Orobico del Rotary Club, hanno promosso un progetto di arte in fabbrica “in’Artory Maestri in Azienda”. Un nome evocativo per una collaborazione tra mondo della cultura, dell’impresa e del turismo, con l’intento di valorizzare e mettere a fattore comune le eccellenze dei territori. In particolare, con il supporto del curatore Giacinto Di Pietrantonio, sono state selezionate imprese del territorio di Bergamo disponibili ad aprire la propria collezione di arte al pubblico nel corso di alcuni fine settimana dedicati, che andranno avanti anche il prossimo anno. Una sorta di museo diffuso industriale che rappresenta una preziosa commistione di generi ma anche una sintesi di quest’anno straordinario: un omaggio al made in Italy come impresa della bellezza ampiamente intesa. L’installazione “Prospettive, Impresa e società: un ponte per un futuro condiviso”, curata dal Gruppo LE Imprenditrici di Confindustria Brescia

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FOCUS

L’IMPRESA CHE RECUPERA

la bellezza Silvia Giovannini

Tra le realtà che mettono al centro del proprio business l’arte, per sensibilità e visione, ce n’è una in provincia di Varese che del recupero artistico e architettonico fa un vero e proprio mestiere. Si tratta della Gasparoli, nome di riferimento nel settore del restauro e della manutenzione edilizia in Italia e anche all’estero, dal 1854. I lavori in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, alla Mole Antonelliana di Torino e alla Villa Reale di Monza, insieme al recente restauro della varesina Villa Andrea Ponti: questi alcuni dei progetti dell’azienda di Gallarate

PH. AESSANDRO MEZZANOTTE

Il team della Gasparoli

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FOCUS

L’IMPRESA CHE RECUPERA LA BELLEZZA

‘‘È

del poeta il fin la meraviglia...”, scriveva Giambattista Marino. La meraviglia diventa vero e proprio mestiere per un’impresa che ha fatto del recupero della bellezza il suo punto di forza. Affonda le radici nella storia, la Gasparoli di Gallarate, azienda di famiglia, dalle lontane origini venete, che dal 1854 ad oggi è diventata un nome di riferimento nel settore del restauro e della manutenzione edilizia in Italia e all’estero. È proprio l’amore per la bellezza il tratto fondante dell’impresa, corroborato da una dedizione e competenza che, in anni più recenti, si è arricchita anche di tutte le potenzialità offerte dalle tecniche moderne e dall’innovazione digitale. Senza dimenticare il forte senso di responsabilità di chi sa che per tramandare la bellezza occorre, prima di tutto, preservarla.

“I nostri lavori raccontano l’amore per quello che facciamo, senza bisogno di parole”, spiega Martina Gasparoli, sesta generazione in azienda e Responsabile della comunicazione. “Basti pensare ai lavori eseguiti nel tempo, alcuni meno noti al grande pubblico, altri iconici. Uno su tutti il progetto della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, i cui restauri hanno richiesto un intero anno, con l’impiego di 12 restauratori e circa 35.000 ore di lavoro. Alla Mole Antonelliana di Torino, oggi Museo nazionale del Cinema, che con i suoi 167,5 metri è uno dei più alti edifici d’Europa, di cui abbiamo restaurato stucchi e decorazioni interne. O al restauro delle superfici intonacate e lapidee alla Villa Reale di Monza. Fino ai luoghi di culto: dal Duomo alla Basilica di Sant’Ambrogio fino al Cenacolo Vinciano, solo per fare esempi milanesi. Potremmo elencarne molti altri”, ribadisce Martina.

Un lungo elenco di beni che in comune hanno la bellezza. “È un privilegio lavorare in questo campo, ma anche una responsabilità e un impegno – racconta di nuovo Gasparoli –. Puntiamo su una squadra di professionisti di grande valore, sempre formati ed aggiornati, sulla conoscenza dell’arte e dell’architettura, sulla qualità delle prestazioni, ma anche sulla cultura della sicurezza, della sostenibilità e del rispetto di quanto già esistente. Valori che già nel 2003 abbiamo deciso di mettere nero su bianco in un documento programmatico condiviso con tutti i nostri collaboratori”. Il mestiere guarda insieme al passato e al futuro e non solo. La visione è ampia. “Il nostro metodo è la multidisciplinarietà: saperi e attività dialogano nell’operatività del cantiere. È grazie al bagaglio di cultura umanistica, scientifica e tecnologica che possiamo trattare con competenza ogni tipo di superficie. E le superfici

PH. MARCO INTROINI

Il Duomo di Milano

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raccontano storie bellissime! La conservazione di un bene diventa un ambito di contenuto culturale e sociale: un corretto intervento non può esulare dalla conoscenza della storia, dei sistemi costruttivi, dei materiali con i loro processi di alterazione e degrado. Non dimentichiamo poi che il valore di un bene va considerato ‘nel’ e ‘per’ il territorio in cui si colloca: l’oggetto restaurato si fa protagonista e generatore di nuove opportunità, anche in ottica di turismo culturale”, aggiunge la Responsabile della comunicazione aziendale. Altro obiettivo di Gasparoli è quello di diffondere la cultura della manutenzione come prevenzione. “Prevenire è meglio che curare. La sfida oggi è spiegare che fare manutenzione con continuità permette di prevenire il degrado, molto più e molto meglio del ‘restauro’ (che è un intervento a guasto, ndr) risparmiando anche risorse economiche – ci tiene a precisare Martina Gasparoli –. La prevenzione richiede un cambio di visione che guarda con fiducia al futuro, nell’edilizia civile e pubblica come nei beni culturali. La sfida più in generale è quella di

educare al bello le nuove generazioni: la conservazione del costruito storico è uno strumento fondamentale per la valorizzazione del patrimonio del nostro Paese. Questo patrimonio, artistico, ambientale e paesaggistico, svolge un ruolo nella formazione e nell’educazione dei cittadini. E può stimolare nei giovani una coscienza

condivisa della storia del territorio e concorrere alla formazione dell’identità”. E forse anche per questo Gasparoli investe in iniziative di comunicazione: dai podcast “Conversazioni di Valore” alla challenge “Santandrea360” su Instagram in occasione dei lavori di restauro all’Abbazia di Vercelli, solo per fare qualche esempio di creatività.

BERNASCONE: IL NONO LEONE PER RACCONTARE IL RESTAURO Tra gli innumerevoli progetti sul territorio varesino, incluso il recente restauro di Villa Andrea nel Centro Congressi Ville Ponti e quello della Basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate, nota anche per l’altare e l’ambone opera di Claudio Parmiggiani, Gasparoli ha realizzato i lavori sul campanile della Basilica di San Vittore di Varese, alias “Il Bernascone”. Un progetto che ha visto un’inedita collaborazione con altre imprese, tra cui

LATI Industria Termoplastici, Randaplast e PsFactory. Per far comprendere al pubblico (“a terra”) la portata del lavoro (“in alto”) è stata realizzata con la tecnologia 3D una testa di leone in polimeri plastici che riproduce fedelmente uno degli otto leoni guardiani del campanile. Un’iniziativa che per molti mesi ha permesso di far godere a tutti i dettagli, e da vicino, di opere maestose collocate a 60 metri d’altezza.

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FOCUS

Vittore Frattini, TRA ARTE E INDUSTRIA Luisa Negri

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ifficile dire se sia l’arte a prevalere o il lavoro nel percorso di ogni artista che sia davvero tale. Perché lo stesso coinvolge, e divide, corpo e anima tra l’uno e l’altro. Il labor, la fatica, è condizione essenziale per seguire un cammino di impegno, a volte sofferenza, che solo in grazia di tanta dedizione conduce in alto, alla levità dell’arte che ne consacra l’opera e il nome. Il percorso di Vittore Frattini si è mosso così, tra vita quotidiana e ricerca, tra impegno e leggerezza, proprio com’è la sua anima, tosta 26

e gentile. Un uomo di fede molto mite, che lavora nel silenzio, come lo definisce con affetto il figlio Max. E che solo in questa bolla di solitudine poteva concepire le sue creature di luce, i Lumen nati dalla sua fantasia. Figlio d’arte, nasce nello stesso anno, il ‘37, in cui suo padre, Angelo Frattini, pittore e scultore di ottima mano, vince il concorso per l’opera “Il cavallo alato”, destinata a ornare la facciata del Palazzo varesino oggi sede della Camera di Commercio e di Confindustria Varese, nel cuore della Città Giardino. Forse in conseguenza di questo auspicio astrale Vittore sceglierà lo stesso mestiere d’artista,

diplomandosi in Pittura a Brera nel 1961 con Domenico Cantatore. Compiendo però un percorso davvero unico e in anticipo sui tempi, che, intrapreso negli anni ‘60, ancora oggi lo conduce a lavorare e progettare. Si accorse di lui Giuseppe Panza, imprenditore e collezionista, estimatore della sua opera, che trovò nei quadri di Frattini, nei suoi nastri di colore accesi Lumen (esposti per la prima volta alla galleria Montrasio di Monza nel ‘74) il seme luminoso che anche lui aveva scelto come fil rouge Sotto, “Orizzonti” Vittore Frattini by Laboratorio Paravicini. A destra, ritratto di Vittore Frattini

PH. GUIDO TARONI

Giovanni Borghi, Giuseppe Panza, Carluccio Pozzi, l’istallazione realizzata per l’aeroporto di Malpensa e la capsule collection in collaborazione con Fazzini: questi sono solamente alcuni dei committenti e delle famose opere dell’artista varesino, noto per il suo stretto legame con il mondo industriale. In mostra, nello spazio espositivo della Fondazione Stelline di Milano dal 22 dicembre 2023 al 7 gennaio 2024, 20 quadri con soggetti dell’ultima produzione di Lumen e 15 Sfere in vetro di Murano


stesso moto di crescita, di espansione e di rinnovamento, che è il moto stesso della natura”. Per Domenico De Chirico la creazione delle sue opere, dai Lumen fatti di colori acrilici luminescenti fino alle Sfere di Murano, “sembra farsi da sé. Come se ogni particella di cui sono fatte avesse appena trovato la luce e quell’istante avesse trovato la sua eterna ripetizione”.

PH. WALTER CAPELLI

La nostra è terra di industria per eccellenza, che rapporto ha avuto la sua arte con il mondo industriale? Nella mia attività rientrano diverse opere eseguite su commissione. Ho lavorato, ad esempio, per Giovanni Borghi, patito degli sport che ha sempre sostenuto. E contemporaneamente era anche attento agli artisti del territorio. Mi chiese di realizzare un’opera scultorea come premio per un torneo di basket, il Trofeo Napoli. Si intitolava “Schiacciata a canestro”. Era il ‘68. Quella volta chiamai in soccorso mio padre, ero alle prime armi e la schiacciata in creta, un po’ difficoltosa per me, grazie al tocco di papà Angelo risultò perfetta. Se ne fecero due copie in bronzo nella prestigiosa fonderia Battaglia, dov’erano di casa Francesco Messina e Floriano Bodini.

della sua intera collezione. L’ultimo progetto di Frattini è la rassegna prevista nel prestigioso spazio espositivo della Fondazione Stelline di Milano, sostenuta da Regione Lombardia e curata dai figli Max e Sara. Saranno in mostra, dal 22 dicembre 2023 al 7 gennaio 2024, 20 quadri con soggetti della sua ultima produzione di Lumen e 15 Sfere in vetro di Murano. A proposito dei Lumen così raccontava già nel 1971 Luigi Carluccio: “La materia, già

nella sua sostanza, è leggera, quasi impalpabile. Le impronte che può lasciare si sovrappongono le une alle altre nell’ordine naturale della loro apparizione. I colori, pur così reali, sembrano nascere spontaneamente da un lievito di fantasia. Ma soprattutto il mondo veduto dall’alto sembra far coincidere in una sola materia d’immaginazione tutti gli aspetti della natura. Le spiagge, le montagne, le valli, gli estuari immensi compaiono come tante delicate varianti di uno

Borghi ne fu certamente soddisfatto. Era quanto desiderava. E io a mia volta l’ho sempre ammirato per il suo impegno nello sport. Proprio a Borghi mi era stato chiesto di dedicare, anni fa, un’opera pubblica, una scultura da collocarsi nei pressi del Palazzetto di Masnago. “Genio, lavoro e amore per lo sport” sono le parole impresse nella scultura del monumento. Mi servivo naturalmente della mia consueta arte, fatta di linee e geometrie: un elemento tondeggiante, rappresentante il pallone ed elementi lineari, come fossero raggi di una bicicletta realizzati col metallo usato per i frigoriferi della Ignis. L’ultimo bozzetto originale della grande scultura posizionata a Varese, si trova sul Lungolago di Gavirate, a 27


FOCUS

VITTORE FRATTINI

L’opera per Malpensa, “Grande V”, altro importante lavoro su commissione, quella che tutti i frequentatori dell’aeroporto possono vedere, ha richiesto molto impegno? Sicuramente è stata una delle opere più impegnative eseguite su committenza, nel 2002. Alta 13 metri, pesa 10 tonnellate. E dunque ha richiesto un lavoro enorme di progettazione e installazione. E tempi lunghi di realizzazione. La mia famiglia ha contribuito, come sempre, ad affiancarmi. Mia figlia Sara si è occupata dei tanti disegni. A distanza di tempo l’opera necessiterebbe però di qualche lavoro di ripulitura e mantenimento. E oggi quali legami intrattiene la sua arte con l’industria? Oggi è mio figlio Max che, partendo dal mio lavoro, mi propone nuovi progetti. I Lumen, mi ha fatto notare, stanno bene anche su piatti e tessuti d’arredo in genere. Così è nata una capsule collection con Fazzini di Cardano al Campo che ha prodotto runner per la tavola, cuscini e placemat (set di due tovagliette, ndr). Si trovano 28

PH. HANGAR DESIGN GROUP

memoria di un imprenditore che ha fatto tanto per il territorio. E che degli artisti si è sempre dimostrato amico. Il grande mosaico del ‘93 realizzato con Luigi Veronesi fu un’altra committenza varesina importante. Il committente questa volta era Carluccio Pozzi, costruttore e caro amico. Pozzi, lo voglio ricordare, contribuì anche a restaurare l’edificio del nascente Liceo Artistico varesino in viale Milano, (intitolato ad Angelo Frattini, ndr) che ho avuto l’onore di veder nascere e dirigere per anni. Mi ricordo che ero molto affascinato da Veronesi perché, pur avendo già un’età avanzata, lavorava con l’agilità e il vigore di un ragazzino alla realizzazione del grande mosaico, una composizione di pietre rare e colori forti e contrastanti. E mi chiedevo se anch’io alla sua età sarei stato in grado di fare altrettanto.

ancora al bookshop del Museo Maga di Gallarate e anche in quello di Villa Panza a Varese. Invece con il Laboratorio Paravicini di Milano abbiamo realizzato una collezione di 12 piatti con motivi diversi chiamata Orizzonti. I colori e le vibrazioni hanno le stesse caratteristiche che ho messo da sempre nelle mie opere. Prodigioso è il lavoro su vetro di Murano che da tempo sta portando avanti e che sarà presente anche nella prossima mostra alle Stelline. Sì, con il vetro di Murano posso

giocare magicamente, creando un mix fantastico tra le combinazioni cromatiche che prediligo e la tradizione locale, che a sua volta si sbizzarrisce lavorando su colori, forme e trasparenze. Mi appoggio ad un formidabile maestro vetraio che, per dar seguito alle mie richieste più stravaganti, usa i suoi segreti, come l’antica tecnica a sommersione, che permette la creazione di vortici di luce e colore. La mostra milanese darà l’idea anche di tutto questo lavoro. Sopra, Vittore Frattini by Fazzini


INCHIESTA

LE STARTUP A VARESE SONO

troppo poche

VISITA LA SEZIONE “STARTUP” DI www.confindustriavarese.it

Alessia Lazzarin

Sono solo poco più di un centinaio le nuove imprese innovative del Varesotto. Non molte. Il territorio all’ombra delle Prealpi in questa classifica arriva solo 33esimo a livello nazionale. Scendendo al 78esimo posto nel rapporto con il numero totale di aziende. Da qui il lancio di un progetto da parte del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Varese per invertire la rotta. Intervista alla loro Presidente, Martina Giorgetti

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n provincia di Varese il numero di startup innovative è ancora troppo basso. Sono solo 102. Considerando questo dato a livello nazionale, il territorio all’ombra delle Prealpi si posiziona 33esimo in Italia. Fuori dai migliori. E ancora. Se si paragona il numero delle startup mettendolo in rapporto con il totale delle imprese, il posizionamento scivola ancora più in basso: 78esimo posto. La distanza dal podio sembra incolmabile. Ma questo non è l’unico aspetto che getta ombre sul futuro del sistema economico locale. A preoccupare è anche l’andamento del fermento imprenditoriale, ossia della generale capacità di creare nuova impresa. In questo particolare indice, nel 2022, la provincia di Varese, rispetto all’anno precedente, ha perso

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ben quattro posizioni, classificandosi 48esima. Circa a metà della graduatoria italiana. Frutto di andamenti altalenanti nei vari sottoindici. Se dal lato delle performance imprenditoriali ha guadagnato 14 punti, dal lato dell’innovazione, infatti, ne ha persi ben 5. Da questo quadro emerge una priorità su tutte: il territorio deve risalire classifiche che non lo vedono brillare per presenza di startup innovative. È in questo contesto che

il Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Varese ha mosso i primi passi per risalire la china. La Presidente del Movimento, Martina Giorgetti, durante la tradizionale Assemblea Annuale, ha annunciato il lancio del progetto strategico “Start up your ideas”. Presidente Giorgetti, ci può spiegare con quale spirito è nata questa progettualità? Ci siamo posti come obiettivo, in coerenza con le azioni del Piano Strategico #Varese2050 di Confindustria Varese, di aumentare il fermento imprenditoriale e, di conseguenza, sostenere e promuovere la nascita di nuove startup e di piccolemedie imprese innovative. Martina Un traguardo Giorgetti che possiamo raggiungere solo attraverso la costruzione di un vero e proprio ecosistema dell’innovazione a favore di una nuova imprenditoria. Un ecosistema capace di rivolgersi, anche e soprattutto, al mondo dei giovani. Per questo motivo abbiamo lanciato “Start up your ideas”, un progetto in cui il Gruppo


laurea orientati all’imprenditorialità. In questo la nostra Università LIUC è un esempio concreto di incontro tra mondo universitario e mondo aziendale. E per ultimo, ma non meno importante, vogliamo intensificare la collaborazione con incubatori e acceleratori di startup a noi vicini e con cui creare percorsi comuni in vista della costruzione di Mill, la fabbrica del sapere e del saper fare che sorgerà a fianco della LIUC a Castellanza. Penso a realtà come Mind, ComoNext e Kilometro Rosso.

Un momento dell’Assemblea 2023 del GGI

Giovani sarà protagonista e motore di iniziative rivolte a facilitare la nascita di nuove aziende e nuovi imprenditori. Il progetto è una concreta attuazione di una delle linee strategiche più fondamentali per costruire la Varese del futuro. Varese ha ancora troppo poche startup innovative. Si è data una spiegazione del perché di questo punto debole dell’imprenditoria locale? La capacità di innovazione del nostro sistema produttivo sta rallentando in una fase storica, in cui, invece, abbiamo bisogno di forti accelerazioni sia nella transizione digitale, sia in quella ambientale e, ancor di più, in quella sociale. Ma soprattutto è debole l’intero ecosistema dell’innovazione in termini di disponibilità di strutture, servizi, operatori dedicati e risorse per incentivare, supportare e trattenere idee di business e talenti in provincia. Per questo motivo, il nostro impegno va nella direzione di voler sviluppare un ambiente imprenditoriale favorevole alle startup, con particolare attenzione a quelle che possono nascere attorno alle specializzazioni industriali del nostro territorio; vogliamo definire una strategia di attrazione di giovani e talenti attraverso la

creazione di maggiori e migliori opportunità di lavoro; vogliamo disegnare una politica di attrazione dei capitali di finanza innovativa come il private equity, il venture capital e il crowdfunding, a supporto delle startup del territorio. Sia favorendo lo sviluppo e l’attrazione di intermediari finanziari dedicati, sia aprendo canali privilegiati con operatori già esistenti sulle principali piazze nazionali e internazionali. Quali le azioni che il Gruppo Giovani vuole mettere in campo per la nascita di nuove imprese? Vogliamo creare percorsi di formazione imprenditoriale, già a partire dagli studi superiori. Su questo fronte come Movimento siamo già impegnati con il progetto Latuaideadimpresa. Si tratta di un concorso rivolto agli studenti degli ultimi tre anni delle superiori a cui viene richiesto di sviluppare un’idea imprenditoriale. Come Giovani Imprenditori ci piacerebbe che questa iniziativa si trasformasse in qualcosa di più strutturato. Un vero e proprio incubatore di nuova impresa, in grado di mettere in contatto i ragazzi con il sistema imprenditoriale del territorio e con possibili finanziatori e agevolatori. Vogliamo investire, sempre di più, nei percorsi accademici e post-

Quali sono i principali ostacoli da rimuovere per creare una #Varese2050 a misura di startupper? Per riuscire a far crescere il fermento imprenditoriale del nostro territorio non basta creare un contesto favorevole alla nascita di nuove imprese. Serve anche valorizzare la cultura d’impresa tra i giovani. Vogliamo, dunque, partire dalla storica vocazione industriale di cui gode Varese e sfruttare tutti i vantaggi di un saper fare impresa diffuso. Vogliamo porci come ponte tra giovani, startupper e imprenditori, facilitandone la rete di networking. Dobbiamo abbattere tutti quegli aspetti più burocratici che, spesso, rischiano di rallentare la corsa all’imprenditorialità. Su questo fronte devono agire le istituzioni e noi non ci stancheremo mai di sensibilizzarle in questo processo di semplificazione. Quello però che, come Movimento e anche come rappresentanti di Confindustria Varese, possiamo fare è accompagnare gli aspiranti imprenditori nei labirinti amministrativi. Ci siamo purtroppo già passati e possiamo, quanto meno, indicare la strada. Vogliamo creare spazi e iniziative dove i giovani possano trovare fiducia in se stessi e nelle loro idee e, allo stesso tempo, accedere a strumenti in grado di dare slancio a visioni innovative. 31


INCHIESTA

NON SEMPRE L’INIZIO

è in un garage Alessia Lazzarin

A volte tutto nasce da un viaggio dall’altra parte del mondo. Oppure dall’esperienza nell’impresa di famiglia che fa da trampolino di lancio per una nuova avventura imprenditoriale. O ancora, dall’intuizione di modernizzare un settore tradizionale. Dalla volontà di trasformarsi in imprenditore dopo anni di vita da lavoratore dipendente. Quelle delle startup varesine e, più in generale, italiane sono storie complesse, molto diverse tra loro. E che non sempre hanno come protagonisti giovani impegnati in business digitali. Ecco cinque esempi di come può prendere forma un’azienda innovativa, al di là dei luoghi comuni e degli stereotipi in stile Silicon Valley

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a narrazione delle startup vuole che il più delle volte tutto parta da un garage. In pieno stile Silicon Valley. Ma non sempre l’idea di una nuova impresa prende forma da un’intuizione tra le mura di casa. Il mondo degli startupper italiani è ben più complesso e fatto di tante storie diverse. Che possono iniziare con un viaggio dall’altra parte del mondo. Con la volontà di farsi le ossa nell’impresa di famiglia per poi spiccare il volo con la creazione di un’azienda completamente nuova. Con la decisione presa, ad un certo punto della vita, di trasformarsi, dopo 20 anni, da manager a imprenditore. Con progetti capaci di innovare

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anche i settori più tradizionali come quelli dell’ortopedia. O, ancora, con la sfrontatezza di partire con un’avventura imprenditoriale mentre si è ancora studenti. Piccoli romanzi di startup i cui protagonisti non sempre sono dei giovani. E dove non è detto che il business sia per forza digitale. Come testimoniano alcuni esempi, molto differenti tra loro. Varesini e non solo: Mia Kombucha, Finanz, Ortho.Rent, SmartFab e InfinityID. Mia Kombucha, il thè australiano sbarcato a Varese Una bevanda che esiste da 2000 anni e che dall’Australia è arrivata fino a Induno Olona. Un thè fermentato e realizzato solo con sostanze naturali, senza concentrati,

Mia Kombucha

aromi, additivi o conservanti. È la storia di una startup varesina: Mia Kombucha e del viaggio di uno dei quattro fondatori, Mattia, durato


sei anni. “Dopo la mia esperienza australiana e una volta tornato a Varese avevo un desiderio – racconta Mattia Baggiani, co-fondatore insieme a Simone, Battista e Gabriele della startup varesina –. Voler portare in Italia questa bevanda chiamata kombucha”. Sono così iniziati i primi esperimenti casalinghi. “Le fermentazioni iniziali sono diventate bottigliette da regalare a parenti ed amici. Successivamente, lattine colorate. E alla fine un vero e proprio laboratorio a Induno Olona, dove produciamo kombucha in modo artigianale”. Una startup made in Varese che si è lanciata sul mercato italiano inizialmente finanziandosi con i risparmi di tutti i soci e successivamente ricevendo finanziamenti attraverso un crowdfunding. Ma quali sono gli ingredienti del successo? “Avere passione fa la differenza, fare gioco di squadra ed essere perseveranti. Continuare anche nei momenti di difficoltà”, confessa Baggiani. miakombucha.com Finanz, l’app che insegna la finanza È un’applicazione che nasce con lo scopo di insegnare a risparmiare e a investire. Si chiama Finanz e vuole trasmettere buone prassi per gestire Il team di Finanz

nella maniera più corretta i risparmi di una vita. “Questo progetto è nato durante la pandemia – racconta Lorenzo Perotta, fondatore di Finanz, insieme a Matteo Longoni, Andrea Pasini, Matteo Spreafico e Alessandro Caccia –. Mi sono reso conto che non sapevo molto della materia e così mi sono messo a studiare in autonomia”. Il mondo finanziario è complesso da avvicinare e spesso servono corsi tecnici per avere qualche nozione in più. “Ho deciso di creare un’app gratuita che, con cinque minuti al giorno di lezione, insegna le principali tecniche di investimento – racconta Perotta –. Inoltre, abbiamo pensato ad una versione estesa e a pagamento per accedere a contenuti più specifici”. Lorenzo è giovanissimo, deve ancora terminare il percorso universitario. Quello che fa la differenza, nel suo caso, è la determinazione: “Abbiamo avuto la fortuna di trovare le persone giuste che ci hanno supportato, sostenuto e guidato attraverso scambi di idee, opinioni e, giocoforza, anche di capitali”. Uno scoglio che a volte sembra insormontabile, però, è quello legato alla giovane

età. Barriera che porta con sé diversi pregiudizi. “Abbiamo fatto fatica a costruirci una rete di contatti. Oggi, grazie ai feedback dei nostri clienti ci riteniamo soddisfatti e stiamo crescendo sempre di più”. Sono infatti 12mila gli utenti in applicazione, 150mila i follower e 100 le scuole superiori coinvolte in un road tour. Dati che certificano un successo. finan-z.com

Un prodotto di Ortho.Rent

Ortho.Rent, l’ortopedia a casa Tre giovani con il desiderio di stravolgere completamente un settore ancora molto ancorato alla tradizione: quello dell’ortopedia. È con questo scopo che è nata Ortho.Rent, una startup varesina che fornisce il servizio di noleggio online di ausili ortopedici. “La nostra attività, rispetto a quella dei negozi fisici, è moderna e rivoluzionaria – racconta Lorenzo Grassini, fondatore della startup, insieme ai co-fondatori Andrea Volpi e Fabrizio Grasso –. Il cliente può noleggiare direttamente dal cellulare o dal computer l’ausilio medico”. Carrozzine, stampelle, deambulatori: questi alcuni dei prodotti che vengono noleggiati dalla startup, dopo una consulenza tecnica che viene fatta dallo stesso personale 33


INCHIESTA

STARTUP

qualificato. “I nostri punti di forza – racconta Grassini – sono la consegna a casa, il pagamento online o alla consegna e i prezzi ridotti rispetto a quelli medi di mercato”. Ci sono, però, diverse difficoltà quotidiane da dover gestire. “Quella più grande è di implementare il processo di digitalizzazione in questo comparto – continua Grassini –. I medici, specialmente quelli di più lunga data, spesso sono diffidenti”. Ci sono anche difficoltà burocratiche. “Non abbiamo mai pensato di mollare anche perché credo fortemente che, se non siamo noi oggi, sarà qualcun altro domani a mettere in campo questa rivoluzione”, chiosa Lorenzo Grassini. orthorent.it SmartFab, trasformare i dati per ridurre gli sprechi Raccogliere i dati dell’ambito produttivo per rendere un’impresa più efficiente e ridurre gli sprechi. È con questo obiettivo che cinque anni fa è nata la startup innovativa SmartFab. “Raccogliamo i dati dei macchinari produttivi utili alla realizzazione di un prodotto – racconta Ann LoCicero, fondatrice della startup milanese –. Mettiamo insieme queste informazioni, le analizziamo e scopriamo se ci sono anomalie nella realizzazione di un prodotto”. In questo modo il processo produttivo non solo viene

Ann LoCicero di SmartFab

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InfinityID

analizzato, ma anche migliorato e reso efficiente. “La nostra attività è di fondamentale importanza – continua LoCicero –. L’industria manifatturiera è la spina dorsale dell’economia. Trovare la soluzione ad un problema e risolvere alcune difficoltà di un’azienda o di un imprenditore è fondamentale”. SmartFab, come avviene per molte startup, è nata da un’intuizione. “Senza un’idea o senza un problema da risolvere non si può fare startup”. Prima di intraprendere questo percorso imprenditoriale, però, Ann LoCicero è stata per oltre 20 anni una dipendente che ha lavorato nel mondo della finanza. Passare dall’altra parte della barricata, quindi, è stato un passo importante. Un cambio radicale. Non solo professionale, ma anche personale. smartfab.ai InfinityID, il sistema che gestisce i codici a barre Dare un’identità digitale ai prodotti e metterli in dialogo con i sistemi tecnologici e gestionali aziendali,

raccogliendo e scambiando informazioni in tempo reale, in modo automatico e massivo attraverso la tecnologia RFID (Radio-Frequency Identification Device). InfinityID è una startup innovativa che si occupa di realizzare software plug&play modulabili, che permettono di ottimizzare i processi lungo tutta la supply chain. “Attraverso questa tecnologia – racconta Enrico Mattioli, fondatore di InfinityID – è possibile identificare univocamente un prodotto, tracciare con precisione i suoi movimenti e reperire istantaneamente tutte le informazioni ad esso associate”. Industria, logistica, retail, stampa etichette, identificazione automatica e tracciabilità: sono questi i campi di applicazione in cui si muove la startup bresciana. “Con la nostra attività rendiamo i sistemi logistici e produttivi molto più efficienti – racconta Mattioli –. Si riducono i tempi di spedizione e anche in retail, in fase di inventario, è possibile leggere fino a 1.000 articoli in 5 secondi”. infinity-id.com


ECONOMIA

L’ODONTOIATRIA

diventa digitale Alessia Lazzarin

Da poche decine di protesi dentali realizzate a mano e standardizzate, ad un sistema produttivo digitalizzato in grado di crearne a centinaia, tutte diverse una dall’altra. L’impresa (riuscita) di un’azienda di Cassano Magnago, LaStruttura Spa, di trasformare una mansione artigianale in un processo industrializzato

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n provincia di Varese esiste un’impresa che ha letteralmente trasformato una mansione prettamente artigianale, quella odontotecnica, in un processo industrializzato. Una vera e propria rivoluzione, insomma. Completamente digitale. Da poche decine di protesi dentali al mese realizzate a mano e standardizzate, ad un sistema produttivo digitalizzato

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in grado di crearne a centinaia, tutte diverse una dall’altra. Personalizzate su ogni singolo paziente. Protagonista di questa evoluzione, e di un settore fino a ieri considerato tradizionale, è LaStruttura Spa di Cassano Magnago. Un’azienda dove, oggi, sono 153 le tipologie di protesi che ogni mese vengono realizzate e oltre 500 le piattaforme implantari gestite. È come se per gli ausili odontoiatrici si fosse aperta una nuova era. Un

traguardo, questo, che l’impresa varesina ha potuto raggiungere grazie agli investimenti messi in campo sotto l’aspetto tecnologico, certamente. Ma anche e soprattutto sul lato della formazione del capitale umano. “La digitalizzazione ci consente di creare da zero un prodotto. Nel nostro caso si tratta di ausili o protesi odontoiatriche. Partiamo da un foglio completamente bianco e, passo dopo passo, iniziamo a comporre il prodotto finale – afferma Adriano Campana, Amministratore Delegato de LaStruttura –. Questo processo è reso possibile dalla presenza, in azienda, di varie competenze e figure professionali”. Si tratta di una realtà che conta 36 dipendenti e fattura oltre 4 milioni di euro all’anno. “Il 50% circa dei nostri collaboratori ha una formazione odontotecnica, ma ci sono anche altri profili come ingegneri, meccatronici e designer. Siamo alla continua ricerca di talenti orientati all’innovazione”, precisa ancora Campana. Diversamente da altre realtà manifatturiere, per LaStruttura la digitalizzazione, più che un approdo


frutto di investimenti in industria 4.0 è un punto di partenza. Elemento alla base del proprio Dna. “L’azienda è nata digitale – afferma Paolo Bottura, Chief Operating Officer –. Si tratta di una realtà fondata proprio sul principio di industrializzare un processo produttivo prettamente artigianale, ovvero quello legato all’attività odontotecnica”. Dalla scansione 3D del viso e dei denti, passando per la realizzazione dell’ordine, alla produzione. Fino alle rifiniture e alle spedizioni. Ogni fase che compone l’intero processo produttivo è completamente digitale. “La prima interazione avviene già nello studio dentistico, quando il medico inserisce tutti i dati necessari per la realizzazione di una protesi”, specifica Bottura. Per prima cosa si realizza una scansione della bocca del paziente. Dalla poltrona dello studio dentistico parte il flusso dei dati riguardanti una determinata pratica, che arriva direttamente ai macchinari dell’azienda di Cassano Magnago per la realizzazione dell’ausilio. “I nostri sistemi – aggiunge l’A mministratore Delegato –, ci permettono di riprodurre l’avatar del paziente. In questo modo non solo siamo efficienti nella realizzazione del prodotto, ma riduciamo anche gli appuntamenti per il paziente. Per questo motivo definiamo la nostra attività con quattro P: preventiva, predittiva, partecipativa e profittevole”. Un aspetto molto importante, quando si parla di tecnologia, è quello della formazione. Adriano Campana sottolinea: “La quota di mercato digitale in questo comparto non arriva al 5%. Navighiamo in un business ancora tutto da costruire e nel quale abbiamo bisogno di coinvolgere tutta la filiera”. Dai dipendenti, fino agli studi dentistici. È con questo spirito che LaStruttura, ormai da diverso tempo e con cadenza periodica, organizza corsi di formazione, seminari ed incontri, sia per i

I PERCORSI NELLE “FABBRICHE VETRINA” LaStruttura non è l’unica impresa varesina che è entrata a far parte del Progetto “Fabbriche Vetrina” del Digital Innovation Hub Lombardia. Le altre due realtà della provincia di Varese coinvolte sono state: Centro Style Spa di Vedano Olona, che opera nel comparto dell’ottica e ZEISS Vision Care di Castiglione Olona, specializzata nella

dentisti con cui collabora, sia per i propri collaboratori. “Pianifichiamo meeting con manager di grandi realtà che possono trasmettere la propria esperienza professionale – informa Campana –. Una conferenza che abbiamo in programma, per esempio, sarà con il Direttore di produzione di Cisco Photonics, che parlerà del rapporto tra innovazione e produzione”. 350 ore di lezioni on demand, 15 percorsi digitali eseguiti ogni mese, 3 diversi livelli di formazione odontoiatrica: questi i numeri che certificano come i più importanti investimenti aziendali siano stati fatti proprio sul capitale umano, prima ancora che sul lato tecnologico. L’obiettivo de LaStruttura è quello di avvicinare tutto il mondo dell’odontoiatria alla

produzione di lenti da vista e da sole. Queste tre aziende del territorio hanno aperto le porte dei propri stabilimenti ad altre realtà per mostrare quali soluzioni innovative e tecnologie hanno implementato all’interno dei reparti produttivi. L’obiettivo è quello di ispirare il sistema manifatturiero locale e creare contaminazioni positive.

rivoluzione digitale. E in questo, l’impresa varesina è un esempio. L’azienda, infatti, è entrata a far parte delle “Fabbriche Vetrina”, l’iniziativa promossa dalla rete dei Digital Innovation Hub di Confindustria Lombardia, e sostenuta a livello locale dall’A rea Digitale di Confindustria Varese, con l’obiettivo di dare visibilità a piccole e medie imprese fortemente orientate all’innovazione, che hanno introdotto e integrato nei propri impianti produttivi soluzioni avanzate e visibili, utilizzando una o più tecnologie abilitanti tipiche dell’Industria 4.0.

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ECONOMIA

120 ANNI DI

Secondo Mona Chiara Mazzetti

Dalle biciclette agli aerei, un passo breve quanto ricco di storia. Il racconto di un business di famiglia, fondato nel 1903 a Somma Lombardo e portato avanti per oltre un secolo da quattro generazioni di imprenditori e imprenditrici, che ha attraversato cambiamenti epocali, senza mai dimenticare i propri valori e le proprie origini. Diventando nome di riferimento, in provincia di Varese ma soprattutto all’estero, nel campo dell’aeronautica

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a dove iniziare il racconto di un’impresa con 120 anni di storia alle spalle? Dal presente, fatto di 325 addetti, 28mila metri quadrati di stabilimenti produttivi e oltre 50 milioni di euro di fatturato annuo, dato stabile dal 2020, 70% del quale destinato ai mercati esteri. Oppure dal passato, dalla nascita come officina di vendita e riparazione di biciclette e motociclette, trasformata dal fondatore, dopo aver incontrato e stretto rapporti con i primi pionieri italiani dell’aviazione alle prese con gli iniziali esperimenti di volo nella vicina brughiera di Malpensa, in un laboratorio meccanico al servizio di quella nascente industria aerospaziale, entrata poi negli annali. Sarebbe anche possibile raccontarla attraverso il susseguirsi, di padre in figlio, alla guida dell’impresa di

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quattro generazioni appartenenti alla stessa famiglia. Oppure ancora partendo da ciò che fa, dai suoi prodotti, i sistemi di alimentazione combustibile, gli azionatori, i componenti per motori o ancora gli equipaggiamenti per carrelli di atterraggio. Che si parta dall’inizio

oppure dalla fine, dalle persone o dal business, la storia della Secondo Mona resta, sotto svariati aspetti, unica ed affascinante. Un nome, quello dell’impresa familiare di Somma Lombardo, che, sul territorio varesino (e non solo) è sinonimo di aeronautica,


di piedi ben piantati nel terreno ma di ali dispiegate verso il cielo. Come racconta la Vicepresidente e Amministratore Delegato, Claudia Mona: “Siamo ormai da decenni una delle aziende di riferimento al servizio dell’aeronautica a livello nazionale, europeo ed extraeuropeo, delle grandi aziende del settore, ma anche dello Stato e delle sue istituzioni, per quanto riguarda la progettazione, la produzione e la manutenzione di sistemi ed equipaggiamenti di bordo per velivoli civili e militari, ad ala fissa e rotante. Cerchiamo di soddisfare, con le nostre competenze, i bisogni di diversi stakeholder, per aiutare a far volare velivoli di ogni tipologia. E anche se il nostro know-how e la nostra tecnologia finiscono in tutto il mondo, noi rimaniamo ben ancorati alle nostre radici”. Per Secondo Mona, infatti, il legame con la provincia di Varese è imprescindibile. “Per il nostro settore il Varesotto è esattamente il luogo giusto in cui essere e in cui operare – sottolinea di nuovo Mona –. Ci troviamo ad appena 10 minuti dall’aeroporto di Malpensa, tutta la catena di fornitura è qui, come lo è il personale specializzato. Poche altre aree geografiche in Italia possono

proporre questo tipo di contesto. Il tessuto sociale ed imprenditoriale varesino, a mio avviso, è il più idoneo per proseguire nell’impresa fondata dal mio bisnonno nel 1903, anche per gli istituti professionali presenti in provincia, per i clienti, i fornitori, la passione, la tradizione. E il tramandarsi delle competenze”. In oltre un secolo di storia la Secondo Mona è cambiata, anno dopo anno, generazione di imprenditori dopo generazione, rimanendo però sempre fedele ai suoi principi. “Ci siamo adattati, seguendo le esigenze del mercato e del mondo in trasformazione, come è successo, ad esempio, negli anni ‘40 dopo la Seconda Guerra Mondiale o anche negli anni ‘90 dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica: nella prima occasione, l’azienda ha dovuto diversificare le proprie produzioni, per fornire anche altri settori industriali, nella seconda ha dovuto ristrutturarsi ed aprirsi ad un mercato globale e più orientato ai programmi civili. A non essere mai mutati sono i valori di competenza tecnica, dedizione, serietà, rispetto degli impegni e attenzione alle persone, fondamentali nella nostra famiglia aziendale allargata”, precisa Claudia Mona.

Le sfide, grandi o piccole, non sono mai mancate, a partire dall’ingresso in mercati lontani da quello italiano, passando per lo sviluppo di nuove tecnologie negli ambiti elettromeccanici ed idraulici prima ed elettronici e di software più recentemente, fino al sostanziale contributo alla costruzione del Lombardia Aerospace Cluster e al più recente ingresso tra i soci fondatori della Fondazione Volandia, che cura l’omonimo Museo sommese del volo. Eppure, per Secondo Mona le più grandi difficoltà affrontate in questi anni sono legate alla sempre maggiore complessità dei mercati, unita alle crescenti instabilità geopolitiche e a continue richieste di nuove compliance, in un tempo di cambiamenti e necessità di adattamento sempre più rapido: “Tutto è diventato una costante corsa e rincorsa. I cambiamenti, siano essi tecnologici o meno, sono sempre più rapidi e l’impresa deve stare necessariamente al passo, abituandosi a lavorare su più fronti allo stesso tempo – aggiunge la Vicepresidente aziendale –. Non è facile e, nel breve, questo crea certamente delle turbolenze ma anche inefficienze. Inoltre, è richiesta, molto di più rispetto al passato, particolare attenzione alla strutturazione dei processi e alla loro certificazione: non è più sufficiente che le cose siano fatte bene, vanno anche tutte dimostrate e sono soggette a verifiche continue di terze parti”. Tanti i progetti futuri che l’azienda di Somma Lombardo ha intenzione di mettere in campo: “Stiamo lavorando molto sull’aspetto della sostenibilità, che seguiamo ormai da anni e che ci vede coinvolti in svariati programmi di ricerca e sperimentazione. Il next step sono progettualità legate a nuovi combustibili aeronautici sostenibili e nuove forme di alimentazione degli aerei, non solo l’elettrico e l’ibrido, ma anche l’idrogeno”, conclude Claudia Mona. 39


ECONOMIA

IN TECNIPLAST LA “GENDER EQUALITY”

va oltre i numeri Francesca Cisotto

L’equità tra uomo e donna sul luogo di lavoro non è solo una questione quantitativa, ma anche qualitativa. Un esempio concreto è quello dell’ottenimento della Certificazione per la parità di genere dall’azienda di Buguggiate, attiva a livello internazionale nella progettazione e produzione di apparecchiature per la ricerca scientifica. Ecco le iniziative grazie a cui l’impresa ha raggiunto questo risultato nonostante una inevitabile disparità numerica tra le femmine e i maschi nei reparti produttivi

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aggiungere la Certificazione per la parità di genere, nonostante l’inevitabile disparità numerica tra uomini e donne nei reparti produttivi, puntando su quelle politiche di welfare volte ad una maggiore uguaglianza all’interno del capitale umano dell’azienda. Questa la sfida vinta della Tecniplast Spa: l’impresa attiva a livello internazionale nella progettazione e produzione di apparecchiature per la ricerca scientifica. Una realtà manifatturiera con head quarter

sul territorio varesino, precisamente a Buguggiate e distaccamenti in tutto il mondo tra Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Canada, Cina, Australia Vincenzo e Giappone. Per Perego una forza lavoro totale di circa 1.500 persone. Una sfida sicuramente non facile,

ma assolutamente superata. Infatti, tra le 450 persone che lavorano nella sede di Tecniplast in provincia di Varese, proprio per via dell’entità delle lavorazioni, le donne, nei reparti produttivi, rappresentano una fetta minoritaria di circa il 22% della popolazione aziendale. Una percentuale, questa, che però, coerentemente con le politiche di equità dell’impresa, aumenta negli uffici. Tanto che tra impiegati, quadri e dirigenti, le figure femminili rappresentano ben il 46% delle risorse umane. Ma non è tanto grazie ai numeri, seppur di valore, che l’impresa di Buguggiate ha accorciato la distanza tra i piatti sulla bilancia del gender equality e ottenuto, così, la Certificazione per la parità di genere da parte di Dnv, uno dei principali enti, a livello mondiale, attivi nella valutazione dei sistemi di gestione accreditati. Ad essere stati determinanti sono soprattutto gli impegni aziendali presi 41


ECONOMIA

TECNIPLAST

sul fronte della parità, tra azioni di welfare e progetti attenti alle quote rosa. La tutela della genitorialità e della conciliazione vita-lavoro; l’inclusione per un contesto lavorativo libero da discriminazioni; la gestione delle diversità come punti di forza; la promozione di una rappresentanza femminile anche nelle posizioni apicali; la valorizzazione delle risorse umane lungo tutto il loro percorso lavorativo, dal reclutamento alla crescita di carriera. Queste le tematiche su cui si concentrano le azioni strategiche dell’azienda per un buon bilanciamento tra uomini e donne, non semplicemente in termini numerici, ma anche a livello di soddisfazione, benessere ed engagement degli stakeholder interni. Tra queste azioni, prima fra tutte, un’attività formativa dedicata all’intero organico, per condividere la direzione verso cui Tecniplast sta volgendo lo sguardo. Poi, l’attenzione verso eventuali discriminazioni e molestie. È su 42

questo delicato fronte che l’azienda ha deciso di attivarsi creando un apposito meccanismo di comunicazione: più precisamente, delle vere e proprie cassette della posta, appese in diversi punti aziendali, accessibili alle risorse di tutti i livelli e reparti, dove poter depositare qualsiasi segnalazione di offesa, in forma anonima o palese. Tra i mezzi addottati da Tecniplast, in campo di supporto alle proprie persone, anche uno sportello psicologico come strumento di ascolto per chiunque ne avesse bisogno. Tra le azioni di tutela alla genitorialità e alle esigenze di natura familiare, invece, un’ampia flessibilità nella gestione dello smart working e degli orari lavorativi. Iniziative, queste, che dimostrano come l’impresa di Buguggiate sia attenta al capitale umano, nel suo insieme. Questo perché, per dirla con le parole del Direttore delle Risorse Umane, Vincenzo Perego, “la forza di Tecniplast risiede nelle persone che ci lavorano. La certificazione che abbiamo ottenuto

non rappresenta solo una valida opportunità per aumentare la nostra brand reputation, ma soprattutto un riconoscimento che premia tutte le iniziative intraprese dall’azienda su fronti ormai imprescindibili, come l’inclusione, il supporto alla genitorialità e alle pari opportunità. Ora, tra i nostri obiettivi, c’è la diffusione della cultura della leadership al femminile per sostenere ancora di più le donne nella loro crescita di carriera”. Come tiene a precisare Sara Catalani, Hr Generalist di Tecniplast, “è importante evidenziare quanto grazie a iniziative volte all’uguaglianza, tutte noi possiamo ambire a una crescita professionale e personale esattamente come i colleghi uomini. Un’azienda che ottiene la Certificazione sulla parità di genere è sicuramente una realtà attenta alle donne e all’empowerment femminile”. Un’attenzione a far progredire le donne di carriera, ma anche a non offendere in alcun modo le sensibilità di ciascuno che, in realtà,


parte già dalla fase di recruiting. Lo spiega così, Cristina Meneghin, Hr Manager di Testori Spa, azienda controllata di Tecniplast, che ha seguito, step by step, il percorso di certificazione insieme all’Hr Sara Catalani: “Con l’analisi dei Kpi (Key Performance Indicators, di cui si compone la prassi di rifermento, da rispettare per ottenere la Certificazione, ndr), abbiamo scoperto che potevamo fare di più persino durante i nostri colloqui. Così, abbiamo iniziato a sottoporre, al termine degli incontri con i candidati, un questionario per oggettivare la correttezza dei nostri comportamenti”. All’interno del programma di miglioramento previsto per i prossimi anni, anche altri progetti come “l’erogazione di un gettone economico al fine di aiutare i neogenitori e la creazione di un mercatino dell’usato per incentivare la circolarità – aggiunge Chiara Vescovi, HR Manager di Tecniplast –. Senza dimenticare i progetti sul fronte dell’inclusione sociale, come l’isola formativa, all’interno di un reparto produttivo, dedicata ai

ragazzi disabili e il coinvolgimento in azienda, ai sensi dell’Articolo 21, di quei detenuti pronti ad essere riammessi nel mondo del lavoro dopo aver scontato la loro pena”. Ad aver accompagnato l’impresa in questo percorso volto al raggiungimento della Certificazione per la parità di genere, è stata Univa Servizi, la società di servizi di Confindustria Varese. “Tecniplast, ancor prima di consultarci, aveva già tantissime iniziative in atto e altrettanti progetti in tasca. Un punto di forza, questo, nel percorso di certificazione, non indifferente. L’analisi che abbiamo svolto ha permesso, da un lato, di dare valore ai progetti già avviati e, dall’altro, di crearne di nuovi”, precisa Irene Tamborini di Univa Servizi. Praticamente, l’attestato di gender equality è stato senz’altro un riconoscimento per l’azienda ma prima di tutto un modo per migliorare il benessere delle persone. Lo spiega così Paolo Praderio, Direttore Operativo di Univa Servizi: “Lavoriamo ormai da tempo su temi come il benessere

organizzativo, la sostenibilità e la gender equity. Oggi le richieste delle imprese sono sempre più focalizzate su questi temi ed è in questo contesto, al fianco di Confindustria Varese, che supportiamo le realtà come Tecniplast nella certificazione della parità di genere”.

Tra le azioni adottate, il contrasto a eventuali discriminazioni e molestie con l’installazione di vere e proprie cassette della posta, accessibili alle risorse di tutti i livelli e reparti, dove poter depositare qualsiasi segnalazione di offesa, in forma anonima o palese

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ECONOMIA

LA SOSTENIBILITÀ A PEDALI

di TPS Group Francesca Cisotto

La società di servizi tecnici e ingegneristici, quotata sul mercato Euronext Growth Milan di Borsa Italiana, con head quarter a Gallarate, promuove una forma di mobilità sana e soprattutto green. Come? Mettendo a disposizione delle centinaia di dipendenti una vera e propria flotta di biciclette elettriche, tramite il servizio di bike sharing di Pirelli. Un’iniziativa da poter sfruttare non solo per gli spostamenti di lavoro e il tragitto casaufficio, ma anche per le uscite fuori porta del fine settimana

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he mondo sarebbe se per sbrigare le faccende quotidiane, in un futuro non troppo lontano, ci si muovesse sempre più in bicicletta? Se tra le strade cittadine circolassero più bici? Se ognuno, fatto salvo condizioni fisiche e metereologiche avverse, adottasse per gli spostamenti di corto raggio una due ruote? Magari una di quelle elettriche a pedalata assistita? Probabilmente sarebbe un pianeta con una forma di mobilità più green. E TPS Group, la società di servizi tecnici e ingegneristici, quotata sul mercato Euronext Growth Milan di Borsa Italiana, con head quarter a Gallarate, ne è certa. È su questa convinzione che ha preso letteralmente piede, o sarebbe meglio dire, pedalata, l’iniziativa dell’impresa attiva a livello internazionale con sedi in tutto il mondo. Dodici siti sono sul territorio nazionale, mentre altri

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quattro all’estero, sparsi tra Europa e Stati Uniti. Per un totale di circa 570 dipendenti, di cui 240 solo nel quartier generale gallaratese. È per queste centinaia di lavoratori della sede di Gallarate, insieme a quelli di Torino e San Benedetto del Tronto, che il gruppo ha pensato di mettere a completa disposizione, per i loro spostamenti, una vera e propria flotta di biciclette elettriche. Precisamente, le e-bike di uno tra i principali produttori a livello mondiale di pneumatici per automobili, moto e bici: in pratica, quelle del servizio sharing “CYCL-e around” di Pirelli. Si tratta di bici a pedalata assistita di ultima generazione, con 115 chilometri di autonomia e facilmente prenotabili tramite l’applicazione dedicata. L’obiettivo? Mettere in sella, tutti e in ogni momento, verso un’alternativa di movimento sostenibile, sia a livello ambientale, sia sotto il

profilo economico. E non solo per le eventuali uscite di servizio durante la giornata lavorativa e il tragitto casalavoro. Ma anche per gli spostamenti del weekend. Proprio così: le biciclette sono a disposizione persino per quegli appuntamenti più ludici e di svago, extra lavoro, del fine settimana. Il tutto per coinvolgere da vicino i dipendenti nel perseguimento di quegli obiettivi sul fronte della sostenibilità, che sono alla base della politica aziendale. “Attraverso questa iniziativa, sviluppata in collaborazione con Pirelli, stiamo rafforzando gli obiettivi di sostenibilità che sono parte integrante delle strategie del gruppo – precisa Alessandro Rosso, Ceo di TPS Group –. È un segnale di attenzione verso i dipendenti e verso l’ambiente, per dare il nostro piccolo contributo nella promozione di uno stile di vita più sano, incentivando l’utilizzo di mezzi di trasporto alternativi a zero


emissioni”. Inoltre, al personale che fa uso del servizio, in aggiunta all’e-bike, viene consegnato tutto il necessario per spostarsi in città, in comodità e sicurezza: dal casco protettivo alla borsa nella quale riporre lucchetto e caricabatterie. Un’iniziativa, questa, volta al benessere delle persone e del territorio, che, come sottolinea Francesco Bruno, Head of Micromobility Solutions di Pirelli “conferma l’attenzione del mondo delle aziende alla sostenibilità. È un contributo al miglioramento della micro-mobilità nelle città utilizzando mezzi moderni e a zero emissioni, nel rispetto concreto degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”. L’adozione da parte di TPS del servizio di bike-sharing di Pirelli persegue, infatti, la strada di quei Goals (come l’11 e il 13), previsti dall’ONU, da raggiungere entro il 2030. Ma non è solo in questa direzione che guarda il gruppo: la

promozione dell’uso delle e-bike è parte di un ventaglio più ampio di progetti volti alla sostenibilità ambientale, ma anche economica e sociale. Tutti raccolti in quel Bilancio di sostenibilità sulle politiche ESG che la società pubblica annualmente. TPS disegna, sviluppa e gestisce soluzioni e progetti per diversi settori industriali: da quello aeronautico e della difesa all’automotive, fino a quello ferroviario, dei mezzi agricoli e degli impianti a fune. Passando per il settore dell’Oil&Gas e l’ambito del cost engineering (l’analisi e la revisione dei costi industriali). Senza dimenticare i progetti in termini di comunicazione, marketing e realtà aumentata. Un ventaglio di aree di business che, nel 2022, hanno portato al gruppo un fatturato dall’ammontare di circa 38 milioni di euro. Si tratta, dunque, di un’azienda di servizi e in quanto tale si potrebbe dire che la gestione delle sue attività non abbia un elevato impatto ambientale, ma ciò che TPS vuol

dimostrare è che l’avvicinarsi allo “zero emissioni” deve comunque essere un obiettivo di tutti, perseguendo un futuro ancora più sano, più sicuro e più green. Ecco che, allora, la sostenibilità del gruppo si esprime anche in tutta una serie di iniziative di sviluppo e di crescita dei dipendenti, sia sotto il profilo professionale sia personale. Nelle politiche volte a promuovere un clima di lavoro salubre e la parità di genere in tutte le mansioni aziendali e ad ogni livello. Ma anche nell’innovazione tecnologica attraverso lo sviluppo e l’investimento in progetti green e innovativi. Oltre che in progetti dedicati al benessere del team e del territorio, come quello di bike-sharing per una mobilità più sostenibile. CONSULTA IL SITO DI TPS GROUP

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ECONOMIA

A VARESE PIACE

il treno Redazione Varesefocus

La provincia all’ombra delle Prealpi è quella che in Lombardia conta, dopo Milano, più convogli ferroviari e più passeggeri. Sono 153mila i viaggiatori giornalieri medi che transitano nelle 52 stazioni del territorio. Solo a Varese, sono oltre 230 le corse in un giorno feriale. Il Malpensa Express ha superato la media di 14.400 utenti giornalieri. Il punto della situazione nel settore attraverso gli ultimi dati e rilevazioni di Trenord

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ono 153mila i viaggiatori che ogni giorno utilizzano i treni partendo o arrivando nelle 52 stazioni della provincia di Varese. Per flussi di viaggiatori, la provincia di Varese è seconda solo a Milano, in Lombardia. Nella sola Città Giardino, che conta tre stazioni (Varese FS e Varese Nord e Varese Casbeno), in un giorno feriale circolano oltre 230 corse del servizio regionale, suburbano e transfrontaliero. Questa la fotografia del trasporto ferroviario all’ombra delle Prealpi. Numeri, quelli che fornisce Trenord a Varesefocus per un’analisi sull’importanza del settore sul territorio, che restituiscono l’immagine di una comunità, quella varesina, che più di altre si muove su rotaia. Un mondo dietro le cui quinte si cela tutta una complessa macchina organizzativa, fatta di persone, investimenti, competenze. Una vera e

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propria impresa. In tutti i sensi. La ferrovia è una dorsale essenziale per la mobilità all’interno, da e per il Varesotto. Complice anche il fatto che negli anni, i collegamenti sono progressivamente cresciuti: a gennaio 2018, con la riattivazione della bretella ferroviaria verso Porto Ceresio e la realizzazione della connessione con Mendrisio, Varese ha guadagnato un link con il Ticino e Como, oltre che un affaccio sul Lago di Lugano.

La rete dei collegamenti

Giugno 2018 segna un nuovo, importante traguardo per il servizio ferroviario sul territorio: Varese viene collegata direttamente all’Aeroporto Internazionale Malpensa, grazie al prolungamento della linea transfrontaliera S40 Varese-Mendrisio-Como gestita da Tilo, società che guida i collegamenti Ticino-Lombardia. Dal 2019, la S40

viene sostituita dalla linea Tilo S50 Biasca-Bellinzona-Lugano-VareseMalpensa, diretta nel cuore del Canton Ticino. Oltre che dalle linee dirette a Varese, la provincia è attraversata dai collegamenti da e per Domodossola sui binari di Rete Ferroviaria Italiana, che toccano città densamente popolate come Busto Arsizio e Gallarate ed è sfiorata dalle direttrici sulla rete Ferrovienord che transitano da Saronno, stazione di interscambio per le linee per Novara, Como, Lodi, e il servizio aeroportuale MilanoMalpensa.

Una flotta di nuova generazione

Se il territorio di Varese vede diverse tipologie di servizio – Regio Express, regionale, suburbano, aeroportuale, transfrontaliero – c’è però una costante: i treni nuovi. I dati di Trenord, in tal senso, parlano chiaro: il 95% delle corse che attraversano la provincia è effettuato da convogli di nuova o nuovissima generazione. Treni TSR viaggiano sulla suburbana S5 Varese-MilanoTreviglio, che attraversa Milano lungo il Passante ferroviario e sulle linee Ferrovienord si affiancano ai Taf. A questi, nell’ultimo triennio si sono aggiunti convogli di ultima generazione, acquistati nell’ambito di un piano di rinnovo della flotta regionale avviato da Regione Lombardia che entro il 2025 porterà


sui binari 222 nuovi treni. A dare il benvenuto ai nuovi treni è stata, per prima in provincia, la linea MilanoGallarate-Luino, che da luglio 2020 ha accolto i Donizetti, convogli monopiano realizzati da Alstom. L’altro modello di nuovi elettrotreni – i Caravaggio doppio piano prodotti da Hitachi – ha inaugurato il servizio nel Varesotto viaggiando sulla linea Milano-Gallarate-Domodossola, a partire da aprile 2021. Oggi, anche le linee Milano-Varese-Porto Ceresio, Milano-Saronno-Varese Nord-Laveno Mombello Lago vedono viaggiare i nuovi treni.

I dati sulla puntualità

Il tutto si è tradotto in un miglioramento delle performance di servizio. Anche in questo caso sono i numeri di Trenord a dare il quadro della situazione: sulla linea che collega Milano Cadorna a Laveno Mombello Lago, oggi l’85% dei treni arriva puntuale; erano il 72% nel 2019. La Milano-Domodossola dal 63% nel

2019 è salita al 78% di puntualità. I nuovi treni aumentano la regolarità del servizio, offrono maggiore confort ai passeggeri e rendono il viaggio più sostenibile, grazie a sistemi di climatizzazione e illuminazione autoregolati e a una riduzione dei consumi energetici del 30%.

Il Malpensa Express

In tutto questo sistema ferroviario varesino un importante capitolo a parte è rappresentato dal Malpensa Express. Attivato il 28 maggio 1999, quando alle ore 9.45 partì il primo treno da Milano Cadorna. Da allora l’offerta negli anni si è estesa geograficamente, raggiungendo oltre a Cadorna anche le stazioni di Milano Porta Garibaldi e Centrale, come anche il Terminal 2 dello scalo, e negli orari. Oggi il servizio conta 147 corse al giorno, dalle 4.30 di mattina all’1 di notte; l’aeroporto e la città di Milano sono collegate da una corsa ogni 15 minuti. Con quali vantaggi per l’aeroporto?

Grazie a questo servizio, stando ancora alle analisi di Trenord, il treno per Malpensa negli anni ha guadagnato quote di passeggeri, rispetto alle altre modalità di spostamento, fino a raggiungere l’attuale 19%. Oggi le frequentazioni del servizio hanno superato il periodo pre-pandemico: fra gennaio e settembre 2023 il collegamento aeroportuale di Trenord ha trasportato 3,6 milioni di passeggeri, il 25% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. La media dei passeggeri giornalieri è cresciuta continuamente, nell’anno: erano 13mila fra gennaio e marzo; da aprile superano i 14.400. Settembre è stato un mese da record, con oltre 460mila passeggeri e una media di 15.700 passeggeri al giorno. Il picco massimo è stato lunedì 4 settembre, con 18.200 viaggiatori: è il dato più alto della storia di Malpensa Express. A trainare il dato di settembre è stato anche il GP di Monza: fra l’1 e il 4 settembre hanno utilizzato il servizio 60.600 viaggiatori.

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FORMAZIONE

LA CREATIVITÀ VARESINA

fa scuola in India Lisa Aramini Frei

Partito nel 2020, il progetto europeo Eudereform è nato con lo scopo di portare l’intelligenza critica e il pensiero creativo negli istituti scolastici del continente indiano. Come? Attraverso la formazione dei docenti di scuole ed Università ad un approccio più elastico alla didattica. Un’iniziativa internazionale all’interno della quale si è ritagliato un ruolo da protagonista il Liceo Artistico Coreutico Musicale Candiani Bausch di Busto Arsizio

L’

avvento della quarta rivoluzione industriale ha portato con sé innegabili benefici per la società e il mondo del lavoro: a partire dalla presenza sempre più costante di sistemi di automazione, fino ad arrivare alla costruzione di nuovi modelli di business. Se da un lato, però, le migliorie sono innegabili e sotto gli occhi di tutti, dall’altro il rischio di inciampare in un sistema, specie quello didattico, eccessivamente lineare e limitante nello sviluppo di una certa elasticità mentale, è dietro l’angolo. È con questi propositi che nel 2020 è stato avviato il progetto Eudereform, cofinanziato nell’ambito dell’azione “Erasmus+, Capacità di sviluppo nell’istruzione superiore”, con l’obiettivo principale di mitigare gli effetti della quarta rivoluzione industriale nella società indiana, attraverso l’implementazione di modelli didattici creativi e alternativi per la formazione dei

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futuri insegnanti indiani e per l’aggiornamento di quelli in servizio. Con un gruppo di lavoro composto da 10 realtà scolastiche provenienti da diverse parti dell’India e dell’Europa, nell’arco di quattro anni, sono stati realizzati nuovi programmi didattici e strumenti pedagogici frutto del dialogo e dello scambio tra le diverse culture scolastiche. In un team composto da sole Università è presente anche un’eccellenza scolastica varesina, che

con la sua ampia offerta formativa è entrata a far parte del progetto come esempio di coesione dei diversi linguaggi artistici: il Liceo Artistico Coreutico Musicale Candiani Bausch di Busto Arsizio. “Siamo riusciti a rientrare in questa progettualità grazie alla versatilità dei nostri corsi che comprendono tutte le forme d’arte, da quelle visive a quelle musicali e teatrali – racconta Patrizia Fazzini, Project Manager del progetto per il Liceo bustocco –. Questa peculiarità


ci ha resi dei partner interessanti. La nostra presenza ha fatto sì che fosse inserita nel gruppo di lavoro anche la Chitkara International School, scuola che comprende diversi cicli di istruzione, diventata capofila del progetto”. In quattro anni, le scuole sono rimaste in costante contatto, con momenti di scambio sia in sede, nelle varie scuole d’Europa e in India, sia, in un primo momento, in modalità online, per via della pandemia da Covid-19. Dopo aver superato la crisi iniziale dovuta all’impossibilità di stare fisicamente in uno stesso luogo, il progetto si è velocemente riadattato in workshop online che hanno permesso lo sviluppo di strumenti metodologici che prediligessero le competenze dell’area dell’intelligenza divergente e della creatività. Le informazioni ottenute da queste attività sono state raccolte in Mooc, Massive Open Online Courses, moduli formativi o di aggiornamento considerati validi per la formazione universitaria, tant’è che alla fine di questi Mooc è richiesto ai futuri

insegnanti o a quelli già operativi di sostenere un vero e proprio esame. Superato il momento pandemico, nell’ottobre del 2022, è andato in scena il primo incontro del consorzio in presenza in India, a Vadodara nello stato del Gujarat. “È stato un momento di scoperta per gli insegnanti – continua Patrizia Fazzini –, un’occasione per vedere in prima persona le realtà scolastiche indiane. Abbiamo avuto modo di visitare ex edifici coloniali riadattati in Università e scuole. Inoltre, abbiamo potuto fare formazione e aggiornamento sul campo, in scuole del Gujarat e del Kochi”. Non sono mancati i momenti di visita da parte degli insegnanti indiani alla scuola bustocca. Per quattro volte, infatti, il Candiani Bausch ha accolto tra le proprie mura gruppi di professori in visita per scoprire, a loro volta, il metodo didattico del liceo puramente artistico. Attraverso l’uso figurativo ed espressivo messo in atto per fare didattica, gli allievi si sono trovati in un primo momento disorientati, abituati a schemi ben

precisi e stabiliti. Questo ha fatto sì che si creasse un nuovo metodo di ragionamento e di pensiero. In particolare, sono stati sviluppati due strumenti didattici durante la presenza dei futuri docenti indiani: il primo dal nome “1 + 1 fa 1”, citando una poesia di Emily Dickinson e il secondo intitolato “Elisir and Poison”, da Romeo e Giulietta di Shakespeare, che hanno messo in gioco i docenti con attività di disegno, danza, espressione musicale e teatrale, analizzando poi gli effetti benefici dell’espressione creativa sulle facoltà cognitive. “Siamo riusciti a portare diversi personaggi illustri della pedagogia e del pensiero creativo in India – conclude Fazzini –, dal celebre designer Bruno Musiari, al dramma terapeuta Salvo Pitruzzella, per concludere con lo scrittore infantile Gianni Rodari. Per noi è stato fondamentale far capire quanto sia importante, anche da un punto di vista di pensiero personale, lo sviluppo di un’intelligenza critica e creativa, qualità utili soprattutto per il confronto con il mondo che ci circonda”. 49


SCIENZA & TECNOLOGIA

L’Intelligenza Artificiale

E LA QUESTIONE MORALE Luca Mari e Francesco Bertolotti

Professore e ricercatore Scuola di Ingegneria Industriale LIUC – Università Cattaneo Immagini create da Lisa Aramini Frei con Midjourney

Nuova tappa del viaggio di approfondimento di Varesefocus sugli ultimi ed innovativi sistemi di AI Generativa, con un approfondimento sui vari tipi di responsabilità che possono e potranno essere ad essi attribuite. Una questione delicata, con ancora molto da scoprire, ma con la certezza che insegnare a ChatGPT e simili a distinguere tra il bene e il male non basterebbe a renderli moralmente responsabili: il ruolo degli esseri umani rimarrà, in questo, insostituibile —quinta puntata

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SCIENZA & TECNOLOGIA

I

CHATGPT

n questa serie dedicata ai sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa (“GenAI”), di cui ChatGPT è per ora l’esempio più noto, avevamo concluso l’articolo precedente (pubblicato sul numero di ottobre di Varesefocus) accennando all’importanza della responsabilità che ogni essere umano ha di fronte alla società. Pur con delle eccezioni, come nei casi di incapacità “di intendere e volere”, ognuno deve rispondere delle sue azioni di fronte alla collettività: avevamo notato che sappiamo come applicare il principio di responsabilità individuale agli esseri umani, ma, almeno per ora, non ad agenti artificiali. E questo nonostante i sistemi di GenAI ci prospettino non solo grandi opportunità, ma anche grandi rischi, come frequentemente ci viene ricordato. Riprendiamo qui quel cenno e proviamo a svilupparlo un poco. Poiché “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, la domanda da cui partire è: cosa sappiamo, o possiamo plausibilmente sapere, dei limiti dei sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa? Tre limiti degli attuali sistemi di GenAI sono evidenti: non sono connessi direttamente al mondo empirico, non disponendo di propri sensori, come telecamere,

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microfoni e attuatori, come motori; operano passivamente, reagendo alle richieste che ricevono, ma non attivandosi autonomamente; non imparano dalle conversazioni che fanno, perché la memoria a breve termine, che mantiene il contenuto di ogni conversazione, non viene utilizzata per proseguire l’addestramento della rete neurale. Con complessità tecnologiche e implicazioni sociali ed etiche diverse, nessuno di questi tre limiti è intrinseco. Possiamo quindi immaginarci che si diffonderanno sistemi di GenAI che si comportano come “cervelli” di robot che operano nel mondo empirico in modo più o meno autonomo e più o meno capaci di apprendimento continuo. Potendo apprendere in modo continuo dall’esperienza, potranno avere una propria personalità e un qualche genere di autonomia. E, sì, non stiamo parlando di cuccioli di esseri umani che crescono, e crescendo acquisiscono progressivamente libero arbitrio, e con essa responsabilità verso la società: la questione è evidentemente delicata. D’altra parte, anche nei suoi limiti, un’entità come ChatGPT ha un comportamento che è spesso più assimilabile a quello di un essere umano che a quello dei sistemi

software a cui siamo abituati e questo perché il comportamento dei sistemi di GenAI deriva da addestramento e non da programmazione. Due altri limiti dei sistemi di GenAI mettono ben in evidenza l’importanza di questa loro caratteristica: non sono sempre affidabili nella correttezza dell’informazione che producono e il loro comportamento è assai difficilmente spiegabile in termini di singole cause specifiche. Ciò inverte il paradigma dei sistemi software tradizionali, in cui ogni comportamento è riconducibile

Agenti artificiali, capaci di formulare strategie e di identificare e attuare obiettivi in modo autonomo, potranno diventare entità sempre più diffuse e importanti nella nostra società, ma la responsabilità morale dei risultati che produrranno rimarrà degli esseri umani


all’esecuzione di istruzioni che un programmatore aveva scritto e ogni malfunzionamento può essere corretto modificando le istruzioni che lo causano. Poiché i sistemi di GenAI producono informazione in accordo a quanto hanno appreso, gli errori che producono non sono il risultato di bug, ma sono più simili a “opinioni sbagliate”, formate a causa di un addestramento basato su fonti di informazione, per l’appunto, non corrette. Con tutto ciò, la questione della responsabilità individuale di tali “oggetti che diventano progressivamente soggetti” è perciò critica. Se possiamo immaginare uno scenario con sistemi di GenAI sempre più autonomi nel loro comportamento, che dire della loro responsabilità di fronte alla società umana? Dato che il concetto di responsabilità non è così ovvio, cerchiamo di chiarire la questione con un esempio. Supponiamo di essere di fronte a un edificio danneggiato da un terremoto e di chiederci “chi o che cosa è responsabile di questi danni?” Ci sono almeno tre risposte possibili: “è responsabile il terremoto”, se è stato effettivamente il terremoto a causare i danni. In questo caso, si tratta di una responsabilità che possiamo chiamare causale; “è responsabile il sismologo”, se il sismologo non ha previsto correttamente il grado di sismicità della zona in cui l’edificio è stato costruito. Si tratta di una responsabilità che possiamo chiamare cognitiva; “è responsabile l’architetto”, se l’architetto non ha costruito l’edificio in accordo ai criteri antisismici richiesti. Siamo di fronte ad una responsabilità che possiamo chiamare morale. Chiediamoci ora se un sistema di GenAI, e più in generale un agente artificiale, potrebbe avere una responsabilità causale, cognitiva o morale, magari in riferimento a un esempio più rilevante, come quello delle automobili a guida autonoma (ampiamente studiato proprio nella prospettiva della

responsabilità). Potrebbe avere perciò una responsabilità causale? Sì, se lo rendessimo capace di implementare le decisioni che prende (la causa di un incidente potrebbe essere il sistema di controllo di un’automobile a guida autonoma). Una responsabilità cognitiva? Sì, se lo rendessimo capace di acquisire informazione sul contesto specifico (la causa di un incidente potrebbe essere il sistema di acquisizione dati dell’automobile). Una responsabilità morale? Certo, potremmo addestrare il sistema a distinguere il bene dal male secondo criteri più o meno condivisi (questione complessa) e a operare di conseguenza, ma questo non sarebbe ancora sufficiente per attribuire sensatamente una responsabilità morale ad un agente artificiale. Benché nella responsabilità ci sia anche una dimensione positiva, come essere responsabile di una buona azione, gli esempi che abbiamo accennato enfatizzano la dimensione negativa ed è a questa seconda che proponiamo di prestare attenzione. Nella nostra società abbiamo operazionalizzato la dimensione negativa della responsabilità (chiamiamola “colpevolezza” se si vuole) con delle sanzioni che ci sottraggono denaro, nel caso delle multe oppure tempo e qualità della vita, nel caso del carcere. Queste sono generalmente efficaci perché generano in noi il timore di essere privati di una risorsa scarsa, denaro o tempo che sia.

Ci dovremmo dunque aspettare che i sistemi di GenAI possano temere di essere privati di qualche risorsa che per loro è scarsa? D’accordo, possiamo forse “staccare loro la spina” (con i sistemi software in cloud non è così ovvio, per altro), come accade nel film “2001: Odissea nello Spazio” a HAL 9000, che implora di non “essere spento”. Ma siamo così sicuri che questa sia, o sarà, una situazione realistica? Al contrario, è plausibile che un agente artificiale non tema nemmeno la propria fine, per la semplice ragione che non è un’entità vivente e quindi non può morire. In più, il fatto che almeno per ora i sistemi di GenAI non imparino dall’esperienza, non mette in gioco nemmeno la dimensione rieducativa, per cui si comminano le sanzioni allo scopo di migliorare i comportamenti futuri. Ecco, dunque, la tesi che proponiamo: agenti artificiali, capaci di formulare strategie e di identificare e attuare obiettivi in modo autonomo, potranno diventare entità sempre più diffuse e importanti nella nostra società, ma la responsabilità morale dei risultati che produrranno rimarrà degli esseri umani. E questo perché la nostra è, propriamente, una società umana e dunque fondata sulle nostre caratteristiche di esseri umani, prima di tutte la consapevolezza che le risorse di cui disponiamo non sono infinite. Come possiamo prepararci a vivere questo nuovo scenario? Di fronte a noi abbiamo tanto da imparare.

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SCIENZA & TECNOLOGIA

LA VIDEOSORVEGLIANZA

made in Varese Chiara Mazzetti

Ottenere, praticamente in presa diretta, immagini in alta risoluzione da elicotteri in volo, in grado di facilitare indagini e ricerche delle forze dell’ordine, anche in situazioni emergenziali. Questo lo scopo della Rete Elivideo realizzata da Italiana Ponti Radio e donata, con un contratto di comodato d’uso gratuito, alla Città Giardino. A beneficiare di questa innovativa tecnologia sarà tutta la provincia varesina e non solo

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ermettere alle forze dell’ordine di svolgere indagini e ricerche estremamente dettagliate, su territori vasti e con conformazioni geofisiche differenti, ad esempio in caso di situazioni di emergenza, come incendi o alluvioni oppure crimini, anche in corso. Il tutto attraverso la trasmissione, in alta definizione e in tempo reale, di video realizzati dagli elicotteri di ricognizione

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della Polizia, della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco. Questo è l’obiettivo della Rete Elivideo progettata ed installata in tutto lo stivale italico, con oltre 100 postazioni all’attivo, da Italiana Ponti Radio (IPR), azienda fondata nel 1984 a Varese, inizialmente per fornire ponti radio a diverse Antonio reti televisive nel Salomone mondo. “Circa 25 anni fa, grazie ad una specifica richiesta dell’A rma dei Carabinieri, ci siamo resi conto che, oltre alle reti tv, c’era un altro

mercato in cui saremmo potuti entrare ed espanderci: quello della Difesa e Aerospazio che ora è diventato il nostro core business – racconta Antonio Salomone, fondatore e Presidente dell’impresa varesina –. Costruiamo sistemi di comunicazione pensati su misura, a seconda delle specifiche necessità dei clienti”. Questa tecnologia, progettata 20 anni fa proprio su esplicita richiesta delle forze dell’ordine, è attualmente presente in tutto il Sud Italia, isole comprese e in alcune grandi città come Genova, Milano, Torino e Venezia. Ed ora anche a Varese, più precisamente in cima alla Torre Civica in piazza Monte Grappa. “Perché proprio a Varese? Perché mancava e perché noi siamo nati e cresciuti qui, nella patria dell’aeronautica. Ci sembrava doveroso portare questa innovativa

Antonio Salomone: “Perché proprio a Varese? Perché mancava. Ci sembrava doveroso portare questa innovativa tecnologia di videosorveglianza anche qui dove siamo nati”


tecnologia di videosorveglianza anche qui – spiega con grande semplicità Salomone –. Perciò, dopo esserci confrontati con il Sindaco Davide Galimberti, abbiamo siglato con il Comune un contratto di comodato d’uso e abbiamo deciso di installare e donare, in maniera del tutto gratuita, una prima Stazione di ricezione, da posizionare proprio nel cuore della città. Abbiamo, inoltre, iniziato i sopralluoghi per una seconda istallazione all’Osservatorio Astronomico di Campo dei Fiori, in modo tale da poter garantire una più ampia copertura del servizio, anche nel Nord della provincia”. Ma come funzionano tecnicamente questi ponti radio? Una stazione, come quella montata sulla torre civica varesina, attraverso la rete in fibra ottica della sorveglianza cittadina, veicola immagini ricevute dagli elicotteri alla Questura di Varese, al Comando Provinciale dei Carabinieri, a quello della Guardia di Finanza, ai Vigili del Fuoco ed alla centrale della Polizia Locale. Le riprese catturate da una telecamera ad alta definizione montata sugli elicotteri delle forze dell’ordine vengono trasmesse, attraverso il Video Link IPR, alla stazione di terra che è dotata di un’antenna ricevente autotracking, ovvero in grado di seguire automaticamente l’elicottero in volo, garantendo così una connessione stabile. “La nostra Rete Elivideo – precisa il Presidente di Italiana Ponti Radio – è stata progettata, fin dall’origine, con specifiche caratteristiche per garantire una trasmissione criptata, su frequenze dedicate solo alle forze dell’ordine. Inoltre, la vera peculiarità di questo sistema è che tutte le stazioni in Italia possono ricevere le immagini di tutti gli elicotteri di servizio. I diversi operatori, ovviamente, hanno la possibilità di effettuare osservazioni ed operazioni non tracciate da chiunque, utilizzando un codice

ad hoc. In caso contrario, qualora fosse necessaria una collaborazione, basta inserire nel sistema un codice interoperabile per condividere tutte le informazioni necessarie”. Tra le progettualità di Italiana Ponti Radio, una delle aziende parte del Lombardia Aerospace Cluster (l’associazione che riunisce le imprese lombarde del comparto aerospaziale) c’è quella di estendere l’attuale rete di videosorveglianza, in vista delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. “Abbiamo già presentato, insieme al Lombardia Aerospace Cluster, un progetto pensato per coprire, con la Rete Elivideo, tutti i giochi olimpici e garantire maggiore sorveglianza a tutto l’evento”, spiega di nuovo Antonio Salomone. Per quanto riguarda, poi, il futuro, l’impresa varesina è in fase di implementazione di quella che può essere considerata un’evoluzione della tecnologia RF per le trasmissioni al servizio della sorveglianza e del controllo del

territorio. Italiana Ponti Radio, infatti, ha già sviluppato ed installato sistemi Satcom per garantire la trasmissione satellitare delle immagini dagli elicotteri e dagli aeromobili in generale. Con queste prospettive di sviluppo tecnologico e commerciale, l’impresa si appresta a festeggiare nel 2024 i suoi primi 40 anni di attività. “Ci poniamo l’obiettivo, nei prossimi anni – chiosa il Presidente Salomone – di consolidare la nostra posizione in Italia e sui mercati internazionali, specializzandoci sempre più come partner tecnologico per soluzioni custom al servizio dei più importanti clienti e dei principali player nel campo dell’Aerospazio e della Difesa”.

“Costruiamo sistemi di comunicazione pensati su misura, a seconda delle specifiche necessità dei clienti” Il ponte radio installato sulla Torre Civica a Varese

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RUBRICHE SU

LUOGHI E BELLEZZA

TERRITORIO

GITA A...

ARTE

Come nasce una saponetta

L’arte del presepe nel Varesotto

Il costruttore del Novecento 57


TERRITORIO

COME NASCE

una saponetta Chiara Mazzetti

Foto di Lisa Aramini Frei

Quadrate, tonde, a forma di stella, profumate oppure no: a La Nordica di Arcisate, da quasi 60 anni, prendono vita saponi di moltissime fattezze e fragranze differenti, persino inodori. Prosegue il viaggio fotografico di Varesefocus alla scoperta dell’industria manifatturiera della provincia di Varese, tra passione ed innovazione continua, in un’impresa tutta al femminile, guidata da tre sorelle e dalla loro madre

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a prima fase della

lavorazione di una saponetta avviene nel mescolatore, al cui interno vengono aggiunti tutti gli ingredienti in quantità necessarie per ciascuna ricetta, rispettando rigorosamente i tempi di mescola. Lo step seguente è il passaggio in una raffinatrice per poi proseguire in una macchina dotata di tre cilindri (il laminatoio), grazie al quale il sapone viene ridotto in scaglie che cadono in una seconda raffinatrice a due stadi, l’ultimo sottovuoto: con questa lavorazione il sapone estruso risulta omogeneo, compatto e plastico. A seconda della ricetta, la saponetta potrebbe uscire da questa fase con una temperatura compresa tra i 30 e i 36 gradi. A Paola Vanoni, Emanuela Vanoni, Ursula Inderbitzin e Patrizia Vanoni

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questo punto si passa alla taglierina, che porziona il sapone in base alle dimensioni dello stampo. Ultimo passaggio, prima del confezionamento, è lo stampaggio che viene effettuato a freddo, a meno 10/15 gradi. Questo è il processo produttivo che porta alla nascita di un sapone a La Nordica, azienda di famiglia nata quasi 60 anni fa, nota nel Varesotto (e non solo) per il marchio White Castle. Dai saponi liquidi alle sopracitate saponette, dai bagno schiuma ai sali da bagno, senza dimenticare oli, creme corpo, profumatori d’ambiente e i più innovativi detergenti solidi, poco voluminosi e ideali per svariati utilizzi e condizioni di trasporto, come ad esempio lunghe gite in moto o in barca. Dai prodotti di appena 10 grammi a quelli che ne pesano 350, di tutte le forme e le fragranze possibili. “Di grande importanza nella


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TERRITORIO

LA NORDICA

lavorazione del sapone è il metodo di produzione – racconta Patrizia Vanoni Franchi, Responsabile Ricerca, Sviluppo e Produzione aziendale, che insieme alle sorelle e alla madre porta avanti il business di famiglia con passione ed entusiasmo –. Tutte le materie prime devono rigorosamente rispettare le normative relative al campo dei cosmetici, insieme a determinati requisiti di sicurezza. L’intero procedimento è tracciato: il nostro personale addetto ha una distinta con le materie prime codificate così da avere sotto

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controllo ogni singolo passaggio produttivo”. Materie prime e attenzione all’ambiente per La Nordica sono fondamentali, da sempre: “Confezioniamo i saponi, e non solo, con contenitori di plastica 100% riciclata oppure di carta e cartone. Tutte le nostre saponette vengono realizzate con sapone vegetale, non di derivazione animale, in ottica sostenibile e green”, precisa Patrizia Vanoni. Alcuni esempi di attenzione ambientale sono l’impiego di olio di palma proveniente da coltivazioni etiche, attente alla fauna autoctona e alla deforestazione. Oppure ancora un esfoliante ad estratto di fico d’india, nato dalla potatura delle pale del cactus, che, altrimenti, andrebbero buttate. “C’è una certa dose di difficoltà nel reperire ingredienti che garantiscano le stesse performance nel completo rispetto dell’ambiente – confessa Vanoni –. E spesso fare proposte originali


per cui il mercato non è ancora pronto, risulta sfidante, ma il gioco vale decisamente la candela. Quando abbiamo proposto una saponetta senza profumo, pensata e ideata per persone allergiche a determinati composti tipici delle fragranze ‘allergeni’, la risposta iniziale è stata di scetticismo. Ora quel tipo di sapone è uno dei nostri prodotti di punta e siamo stati i primi, in assoluto, a fare una cosa simile”. Con oltre 2 milioni e mezzo di saponette prodotte ogni anno, è possibile trovare il marchio White Castle nei negozi specializzati,

nella grande distribuzione, insieme alle lavorazioni per conto terzi realizzate e personalizzate per vari clienti e diversi brand anche della profumeria selettiva. Lo sterminato catalogo di prodotti che nascono negli stabilimenti di Arcisate, tuttavia, hanno tutti un unico comun denominatore: restano in Italia. “Abbiamo deciso di puntare sul territorio, dando valore alle persone che qui vivono e qui lavorano – racconta Paola Vanoni Santini, Cfo de La Nordica che, attualmente, ha 18 collaboratori –. Per noi made in Italy significa legare i nostri prodotti a valori etici e sociali, anche attraverso il sostegno a realtà locali quali La Gemma Rara di Varese, organizzazione di volontariato cha ha lo scopo di aiutare le persone affette da malattie genetiche rare o nazionali come la Lega del Filo d’Oro. Siamo, a tutti gli effetti, un’azienda familiare che fa della sostenibilità largamente intesa uno dei cardini principali di tutte le sue azioni”.

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FORCORA: “TERRA DI MEZZO”,

sci e natura Alessandra Favaro

Tra storia, foreste, alpeggi e sport: il fascino incontaminato di un’area di confine con panorami mozzafiato, a meno di un’ora di macchina da Varese. Un luogo da riscoprire grazie ad una ricca e diversificata offerta turistica che non si rivolge ai soli amanti delle piste sciistiche

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a chiamano “la stazione sciistica

dei varesini”, ma arrivati quassù, dopo una strada tortuosa, incrociando qualche vitello a passeggio uscito dal recinto di giorno, pascoli di capre, distese immense di castagni e panorami limpidi spazzati dal vento, ci si rende conto che questi luoghi rappresentano molto di più. Siamo alla Forcora, località situata all’estremo Nord della provincia di Varese, nel comune di Maccagno con Pino e Veddasca. Pochi metri più in là si è in Svizzera e queste zone in tempi antichi furono luogo di confine e di scambio. Incastonata nelle Prealpi varesine, si trova a un’altitudine che le conferisce una vista mozzafiato sulle circostanti valli e montagne. Questa area, nota per il suo paesaggio pittoresco e la sua natura incontaminata, è un vero paradiso per gli amanti della montagna e degli sport all’aria aperta. Un “panettone perfetto”, quando nevica, per concedersi il piacere di una sciata ammirando il Lago Maggiore sottostante. La Forcora offre una varietà di attività sia in estate sia in inverno, tra cui escursionismo, mountain biking e sci, rendendola una destinazione ideale per gli avventurieri e gli amanti della natura.

L’unico impianto di sci alpino del Varesotto

un valico di grande bellezza paesaggistica: lo sguardo spazia sulle valli del Luinese, inoltre dalla vetta del Monte Cadrigna si possono ammirare il Lago Maggiore e i Monti Rosa e Gottardo. Eppure, mantenere vivo questo luogo incantevole è impresa difficile: il cambiamento climatico porta sempre meno neve e la piccola ski area selvaggia deve “competere” con i “giganti” degli sport invernali. E allora si cerca di puntare su altro. O meglio, di puntare davvero sul luogo. Non unicamente parco giochi per gli sci, ma paradiso per le attività outdoor in scenari autentici.

La Chiesa della Madonna della Neve È un po’ un simbolo del Passo Forcora appena arrivati in cima. Una piccola chiesetta bianca, prima del rifugio e dello skilift, affacciata sul panorama verso il lago. È la Chiesetta della Madonna della Neve, che sorge a 1.179 metri di quota sopra il borgo di Graglio​​. La sua storia inizia il 6 giugno 1791, quando il parroco Giovanni Contini chiese di consacrare un oratorio che aveva recuperato sull’alpeggio della Forcora, originariamente una semplice cappella aperta. Nel 1845, l’oratorio subì un importante ampliamento, assumendo grosso modo le forme odierne. Inoltre, Antonio Ciseri fu incaricato di affrescare un’immagine della Madonna con Gesù bambino, i santi Rocco e Sebastiano, probabilmente in riferimento all’epidemia di colera del 1836. Il portico fu aggiunto tra il 1903 e il 1904 e nel 1967 la chiesa assunse la sua veste odierna, diventando un sacrario delle Brigate Garibaldi​​. Architettonicamente, la chiesa è costruita in pietra con giunti di malta, pareti esternamente intonacate e una copertura in piode. L’interno presenta una navata unica con capriate lignee a vista e sull’altare maggiore si trova l’affresco attribuito a Ciseri.

Qui nasce l’unico impianto per lo sci alpino della provincia di Varese a soli 50 minuti dal suo capoluogo. Questa piccola ma incantevole area sciistica vanta una pista principale di media difficoltà, che si snoda dal Passo Forcora (1.179 m) fino alla cima del Monte Cadrigna (1.304 m). Un unico skilift, lungo circa 1 km, serve questa pista. Perfetta per le famiglie o i principianti, offre anche una scuola sci per adulti e bambini in collaborazione con gli istruttori del Cai (Club Alpino Italiano) Luino. In aggiunta, vi sono attrezzature per il divertimento di tutti, inclusa una pista dedicata a bob e slittini e un servizio di noleggio che comprende sci, snowboard, ciaspole, bob e padelle. Questo rende la Forcora un luogo ideale per chi cerca un’esperienza sciistica completa, immersa in un ambiente sereno e familiare. (Per saperne di più: www. forcoraski.it). Gli amanti dello sci d’alpinismo o delle escursioni con le ciaspole qui trovano diversi itinerari che si diramano nella zona o sulle cime che compongono la cresta occidentale italo – svizzera della Valle Veddasca. Il Passo Forcora è 63


GITA A...

FORCORA

Una montagna da assaporare

A due passi dall’unico impianto dell’area, c’è anche l’unico rifugio: si chiama InForcora ed è gestito da quattro soci-amici che stanno cercando di rivoluzionare l’esperienza di questa montagna speciale. Questo locale si è rapidamente affermato come un punto di riferimento per gli amanti della montagna e degli sport all’aria aperta. Il rifugio non solo offre servizi di ristorazione tradizionale ma sta espandendo le sue possibilità per abbracciare un’ampia gamma di attività outdoor. I gestori, tra cui alcuni istruttori di mountain bike, stanno promuovendo attivamente il turismo in bicicletta e il trekking. Inoltre, collaborano con una guida esperta per accompagnare i visitatori in escursioni a piedi. I progetti futuri includono l’ampliamento dell’offerta alloggiativa e c’è il sogno di trasformare il rifugio in una sorta di albergo diffuso. L’obiettivo è riqualificare alcune baite della zona per trasformarle in camere per gli ospiti, creando così un’esperienza unica e immersiva. Il rifugio, insieme allo stabilimento di risalita gestito da un team di giovani ricchi di idee, è uno dei pochi punti di riferimento attivi nella zona. Il territorio della Forcora può essere valorizzato semplicemente facendolo vivere per quello che è: un paradiso naturale ancora non toccato dal turismo di massa, ma anche attraverso la manutenzione dei sentieri e la promozione di attività all’aperto. Attualmente,

Il panorama dalla cima della Forcora

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Lungo l’Antica Strada della Val Veddasca Ancora oggi, passeggiato tra i sentieri che portano al passo, ci si può imbattere in testimonianze dell’antichità del luogo, come l’antico ponte romano lungo l’Antica Strada della Val Veddasca, tra Cadero e Garabiolo. L’Antica Strada della Val Veddasca, che si estende per circa 8 km da Maccagno ad Armio, è un percorso storico immerso nella natura incontaminata e ricco di testimonianze storiche. Questa strada, che richiede circa 3 ore e mezza di cammino, rappresenta non solo un itinerario escursionistico di rilevanza paesaggistica ma anche un viaggio attraverso la storia. La Val Veddasca, infatti, è nota per i suoi massi con iscrizioni e coppelle, segni tangibili dell’antica presenza dei Leponzi, una popolazione celtica che abitava la regione. Questi reperti archeologici indicano la realizzazione di un itinerario di pellegrinaggio simile a quelli ritrovati in Irlanda o in Bretagna, caratterizzato da riti legati ai cicli astrali e alla fecondità.

circa 60 chilometri di sentieri sono stati ripuliti e mantenuti, facendo parte di un più ampio sistema di 270 chilometri di percorsi nella regione. Per chi ama il trekking o la mountain bike, la Forcora è l’ideale per soggiorni più lunghi, non solo per gite di un giorno. Anche il rifugio punta a rimanere aperto per gran parte dell’anno, adattando gli orari di apertura in base alla stagionalità e alla domanda. Un aspetto che distingue questo rifugio è l’attenzione particolare alla cucina. La filosofia culinaria si basa sull’utilizzo di prodotti locali, privilegiando formaggi, salumi, verdure e carni provenienti direttamente dalla valle o dai cacciatori della zona. Questo approccio non solo garantisce freschezza e qualità ma contribuisce anche a sostenere l’economia locale. Non dimentichiamo che questa è anche la zona dove viene prodotta la famosa Formaggella del Luinese Dop.


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L’ARTE DEL PRESEPE

nel Varesotto Alessandra Favaro

Le rappresentazioni della Natività sono un importante elemento della cultura locale varesina e un punto distintivo dell’identità di molte comunità della provincia. Si va dalle opere più famose di Laveno e Leggiuno, al vero e proprio Museo Internazionale di Albusciago, passando per i gioielli del Sacro Monte e le riproduzioni spontanee nei boschi di Azzate e Brebbia o nei paesi di Arcumeggia e Boarezzo. Occasioni per un tour originale per immergersi nell’atmosfera del Santo Natale

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ancora più lungo e ricco di eventi. Le Lucine di Natale di Leggiuno hanno radici lontane e nascono da un’idea di Lino Betti, originario del borgo di 3.600 abitanti. Le prime luci le ha acquistate in una città del Brasile, paese natale della moglie: 1 dollaro per cento lucine, con 100 dollari prese le prime 10.000. Era il 1999 e da quel giorno, ogni anno, la collezione si è arricchita fino a toccare oggi quota 600mila lucine a basso impatto. Il tutto realizzato a mano da volontari, con materiali di recupero e riciclati. Un altro dei presepi più cari e conosciuti si trova anch’esso sul lago a poca distanza ed è il Presepe Sommerso di Laveno. Se durante l’inverno, passeggiando per il lungolago, vedete un gruppetto di persone affacciate sulla riva intente a guardare le acque sottostanti, ad attirare la loro attenzione e ammirazione sarà stata senz’altro questa tradizione che ha pochi paragoni in Italia. Allestito dall’associazione “Amici del Presepe Sommerso”, questo presepe sott’acqua non è solo un’espressione artistica, ma un evento che unisce aspetti religiosi, storici, folkloristici e tecnici. Durante i weekend di dicembre, la piazza Caduti del Lavoro si trasforma in un luogo magico dove è possibile ammirare il Presepe Sommerso. L’atmosfera Le tradizioni più popolari è arricchita da vin brûlé, cioccolata calda, da bancarelle che animano la Uno dei “presepi” (e non solo) più famosi è cittadina. Il Centro Missionario Pime di Milano collabora spesso in questa senza dubbio quello che ogni anno accende, esposizione, aggiungendo una dimensione internazionale all’evento. Il periodo letteralmente parlando, il piccolo centro di natalizio lavenese è animato anche da gruppi musicali che eseguono canti Leggiuno. Tornano infatti dal 2 dicembre le e repertori della tradizione popolare natalizia, creando un’atmosfera festiva e Lucine di Leggiuno, dove, tra i diversi scenari coinvolgente. Per i più piccoli, il momento clou è l’incontro con Babbo Natale, fiabeschi, è sempre rappresentata quasi a grandezza naturale anche la Natività. Il percorso, che solitamente arriva nella piazza a bordo di una barca, aggiungendo un tocco di magia alla giornata. promettono gli organizzatori, quest’anno sarà

l Varesotto è anche terra di arte e devozione: i borghi che si annidano sulle Prealpi fino ad arrivare alle città più grandi del Sud della provincia mantengono tradizioni che mescolano estro creativo e fede. Una delle dimostrazioni più palesi di questa tendenza sono, durante il periodo natalizio, i piccoli e grandi presepi artistici che costellano la nostra provincia. Ogni città e ogni paese (spesso rendendo le frazioni protagoniste) vanta presepi grandi e piccoli. Un’occasione per tuffarsi nella meraviglia del Santo Natale e scoprire piccole curiosità. Eccone alcune.

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Testimonianze preziose

Meno conosciuto ma altrettanto affascinante è il Museo Internazionale del Presepio che si trova ad Albusciago, frazione di Sumirago. Un luogo unico, nato dalla passione presepistica di don Adelio Pedelli e testimonianza della passione per questa forma d’arte e devozionale che caratterizza la nostra provincia. Questo museo si distingue per la sua ricca collezione di natività scenografiche, che rappresentano una vasta gamma di culture religiose, storiche e artistiche. All’interno, i visitatori possono ammirare vetrine che espongono gruppi scultorei realizzati in diversi materiali, strutture e modelli, provenienti da molte nazioni e territori. Il museo offre quindi un’ampia panoramica sulla diversità e sulla ricchezza delle tradizioni presepiali internazionali, rendendolo una meta imperdibile per gli amanti dell’arte e della storia del presepe​.

Natività al Sacro Monte

Il Sacro Monte di Varese, riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 2003, per la sua struttura somiglia già a un presepe naturale. Il borgo che si sviluppa attorno alla sommità del monte è arricchito dalle 14 cappelle dedicate ai misteri del rosario, che conducono al santuario lungo la via sacra. Durante il periodo natalizio, il Sacro Monte si trasforma in un luogo ancora più incantevole, con le sue gallerie, scalinate e vicoli stretti che diventano lo scenario ideale per le scene della Natività. La magia di questo luogo è accentuata dalle lucine che lo adornano in questa stagione. Tra le sue meraviglie, vi sono due rappresentazioni notevoli della Natività: un affresco del XIV secolo, conservato nella cripta del santuario, e la scena della Natività nella terza cappella della Via Sacra, realizzata nel ‘600 con 9 statue in terracotta di figure umane, 6 angeli e 5 animali. Accanto a questa cappella, si trova anche la Fuga in Egitto di Renato Guttuso, un’opera recentemente restaurata.

La magia dei presepi spontanei

Alcuni sembrano quasi nascere spontaneamente lungo strade e sentieri: nella zona del Laghetash di Brebbia oppure lungo la piana di Vegonno ad Azzate, chi si trova a passeggiare per i boschi in questo periodo dell’anno, potrebbe

Nella foto, le Lucine di Leggiuno

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GITA A...

PRESEPI

rimanere incuriosito da una serie di piccoli presepi e rappresentazioni sacre che fanno capolino da ceppi tagliati, tronchi cavi, pietre e sassi. Non è detto che siano uguali o nello stesso posto ogni anno, ma come una vera sorpresa, appaiono, rendendo ancora più magica una gita fuori porta in questo periodo. Dal 2021, a Casalzuigno e nelle sue frazioni, grazie al progetto Adoremus, le località più pittoresche come Aga e Arcumeggia, sono diventate, grazie ai volontari, trait d’union di un percorso tra presepi spontanei, collocati lungo le strade e realizzati con materiali poveri e di recupero, più o meno semplici. Le due località diventano ancora più caratteristiche in questo periodo autunnale. L’arte dei piccoli presepi si sposa con l’atmosfera da fiaba che regala il minuscolo borgo di Aga, che sembra sopito in un’epoca senza tempo, mentre arricchisce le ispirazioni artistiche che si respirano ad Arcumeggia, tra gli affreschi storici dei pittori che decorano le abitazioni e le botteghe artigiane ancora vive oggi sul posto. Anche Boarezzo, frazione di Valganna, diventa un piccolo presepe naturale durante il periodo natalizio: merito delle decorazioni e dei presepi che abbelliscono il piccolo centro storico prima

Il presepe di Vegonno 68

Suggerimenti fuoriporta Spostandoci in Piemonte, la rassegna Presepi sull’Acqua, quest’anno raggiunge la sua decima edizione a Crodo (provincia di VerbanoCusio-Ossola) dal 2 dicembre 2023 al 7 gennaio 2024. In questa manifestazione, circa 60 presepi vengono creati da un gruppo di volontari. Queste opere artistiche, collocate in luoghi legati all’acqua come ruscelli, fontane e lavatoi, rappresentano la Natività con creatività e tradizione. Il Comune di Crodo, forte di un’industria idroelettrica e di bevande famose come l’analcolico “biondo” di Crodo, ospita l’evento.

di immergersi nelle opere d’arte “giganti” del percorso nel bosco delle Cataste Artistiche. I presepi spontanei che sorgono nelle cittadine rappresentano molto più di semplici decorazioni natalizie: sono espressioni profonde del senso di comunità e tradizione. Per gli abitanti, la creazione e l’allestimento di questi piccoli scenari, pensati nei minimi dettagli, diventano un atto di unione, in cui ogni membro può contribuire con la propria creatività e il proprio impegno. Questi presepi diventano punti di incontro, dove si condividono emozioni. Oltre al loro significato religioso, sono un simbolo tangibile della cultura locale, riflettendo la storia, le credenze e l’identità di una comunità. In molti casi, si trasformano anche in attrazioni che richiamano visitatori, promuovendo così il turismo locale e la condivisione di queste tradizioni con un pubblico più ampio.


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ARTE

Il costruttore DEL NOVECENTO Luisa Negri

Al Castello di Masnago una mostra ricorda la figura di Antonio Bassanini, imprenditore e galantuomo, che con grande capacità di innovazione e genio ha saputo cambiare il volto del settore delle costruzioni in Italia, lasciando in eredità storici edifici e scegliendo Varese come luogo dell’anima

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le minacciose proposte di lavoro offerte dal governo tedesco, ben accette invece a tanti suoi concorrenti senza scrupoli, titolari di imprese anche dai nomi altisonanti, arricchitesi proprio in grazia di una scarsa coscienza morale. A guerra finita, racconta lo stesso Bassanini nelle sue memorie, i concorrenti si trovarono più ricchi e pronti ad assumere nuovi appalti, anche perché ben si guardavano dal dichiarare il loro collaborazionismo. Il che non gli impedì di riuscire di nuovo a essere tra i migliori, e certo i più degni, costruttori del Paese. La sua lunga attività ha lasciato opere e realizzato lavori in tutto il

COURTESY EREDI BASSANINI

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na mostra al Castello di Masnago, visitabile fino al 4 febbraio 2024, e un libro biografico edito da Silvana Editoriale nel 2019, ricordano il costruttore Antonio Bassanini (1899-1997), figura eminente dell’imprenditoria e borghesia lombarda che ha contribuito a trasformare l’Italia in un importante Paese industriale. E che con Varese e la vicina Svizzera ebbe sempre profondi legami. L’evento, seguito alla prima rassegna all’ADI Design Museum Milano, promosso dagli eredi di Bassanini, in partenariato con il Comune di Varese e in collaborazione con Ance Varese e Associazione Amici di Piero Chiara, offre anche la possibilità di consultare il ricco archivio, racconto a sua volta dell’uomo e del costruttore (www. antoniobassaniniarchivio.it). Se la professione poneva il personaggio tra i maggiori imprenditori della grande Milano e della terra lombarda del suo tempo, quella dello sviluppo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale prima e della ricostruzione poi, le doti dell’uomo, il coraggio e l’onestà, lo segnalarono tra le anime nobili di non sempre facili momenti storici. Quando non solo le qualità professionali, ma anche e soprattutto quelle umane facevano la differenza. Gli capitò più volte di rifiutare

Cavalcavia sullo scalo Lambrate, a Segrate, realizzato tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30 per le Ferrovie dello Stato. Il ponte, tutt’ora perfettamente funzionante, è lungo circa 300 metri e composto da 9 campate di 30/36 metri l’una


COURTESY EREDI BASSANINI, FOTO GIOVANNI RHO COURTESY EREDI BASSANINI, FOTO GIOVANNI RHO

Paese in anni di cambiamenti, di criteri edili e stili architettonici, che lo trovarono sempre pronto. Nel video in mostra curatori e familiari ricordano come fosse passato dal mattone al calcestruzzo, primo ad usarlo, diversificandosi sempre per la qualità del lavoro offerto. Né mancò di occuparsi della ristrutturazione o edificazione di edifici di uso sociale e di chiese. A queste ultime, da buon cristiano e vero uomo di fede, dedicò un alto impegno professionale. L’architettura innovativa della Chiesa della Madonna dei Poveri a Baggio e Santa Maria Nascente, progettata da Magistretti, fu un esempio di risposta alle nuove richieste che arrivavano. Figlio di una famiglia semplice, di Rosate, titolare di una piccola impresa casearia, Bassanini, orfano del padre in tenera età, si dedicò presto al lavoro e allo studio. Cresciuto professionalmente al Politecnico accanto ad Arturo Danusso, si mise in proprio nel 1920. La sua impresa arriverà nel tempo ad avere fino a 3.000 dipendenti su 20 cantieri. E gli sarà chiesto negli anni di assumere importanti incarichi in Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili), Assimpredil e Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti). Tra le sue qualità manageriali furono l’ottima organizzazione d’insieme, la scelta dei migliori collaboratori, la qualità dei materiali e l’attenzione perenne alla solidità della ditta e agli sperperi che ne avrebbero potuto mettere a rischio la salute. Raccomandava agli stessi familiari una vita parsimoniosa, condotta nella massima semplicità, per non dover cadere nel rischio dell’indebitamento come tante imprese edili. E non chiedeva niente per se stesso. Semplice nel vestiario e nelle esigenze personali, usava sempre una vecchia macchina per recarsi nei cantieri e per muoversi nei brevi tragitti. Il lavoro era in cima ai suoi pensieri. Ricordano in famiglia che lavorava giorno e notte, correndo da un cantiere all’altro, di città in città. Nelle sue mani si concentrava un’eccezionale organizzazione di uomini e macchinari. Questi erano dallo stesso fatti progettare, quando si trovava di fronte a lavori nuovi o particolarmente impegnativi. Lo raccontano le immagini nella prima sala della mostra, dove si incontrano anche le novità meccaniche introdotte da Bassanini per la realizzazione delle nuove autostrade italiane. Sul piano professionale usò sempre i migliori materiali per i suoi edifici, facendo largo uso del calcestruzzo. Realizzò qualunque tipo di edificio,

Sopra, stabilimento industriale della VeDeMe, di proprietà delle famiglie Venegoni De Capitani e Menni, in via De Sanctis 26 a Milano, su progetto dell’Arch. Augusto Alpago: attualmente completamente ristrutturato. Sotto, altri due edifici milanesi costruiti dall’impresa Bassanini: a sinistra palazzo all’incrocio tra Via F. Novati e Via Orazio, su progetto dell’arch. Adolfo Zacchi e dell’Ing. Giorgio Gorrini, a destra palazzo a 12 piani in Via De Amicis 28-30, su progetto dell’Arch. Luigi Mattioni, per conto dell’Immobiliare Pollux 71


ANTONIO BASSANINI

COURTESY EREDI BASSANINI

COURTESY EREDI BASSANINI

ARTE

dai grandi stabilimenti, agli ospedali come il Sacco e il Policlinico Gemelli, alle chiese. Furono suoi collaboratori i migliori tra gli architetti come Adolfo Zocchi, Piero Portaluppi, Gio Ponti e Muzio (edificio Domus Adele). Ma ebbe il piacere di lavorare in un secondo tempo anche con Mattioni, Caccia Dominioni, Magistretti, Figini e Pollini, Asnago e Vender. Operava contemporaneamente con più cantieri dimostrando la sua capacità imprenditoriale in ogni aspetto dell’attività esercitata, creando la massima cooperazione e armonia tra piano progettuale architettonico e costruzione. E realizzando veri capolavori che ancora fanno ricca Milano e altre città d’Italia. La mostra si svolge sui due livelli espositivi

Cantiere del Palazzo Congressi e Ricevimenti, realizzato tra il 1938 e il 1943 per l’Esposizione Universale di Roma del 1942 su progetto dell’Arch. Adalberto Libera. La costruzione di questo edificio fu particolarmente complessa, sia per motivi tecnici che politici, e verrà ampliamente illustrata nella mostra. A sinistra, Antonio Bassanini alla sua scrivania (ca. 1952)

del Castello di Masnago, sviluppando 7 sezioni tematiche fondamentali. La prima è dedicata alla biografia, con lettere e oggetti personali, memorie dattiloscritte, medaglie e riconoscimenti di Casa Savoia che attestano il tanto impegno e lavoro legati alla sua lunga attività imprenditoriale. Al piano superiore del castello è invece il regesto delle opere che mostrano l’intera attività produttiva di Bassanini fino al ‘70. Una postazione interattiva consente inoltre di vedere da vicino le costruzioni realizzate in Italia, corredate da fotografie e informazioni di sintesi. Mentre un video biografico nella quarta sezione, con filmati di interviste ai curatori, illustra al meglio il cammino intenso e il lavoro di un uomo competente e onesto nel rapporto interpersonale e lavorativo, proprio di chi a lavoro e professione dedicava tutto se stesso. Particolarmente interessanti anche le numerose notizie e immagini legate al Palazzo dell’Eur di Roma, nella quinta sezione. Il perché di aver portato la mostra a Varese, già allestita in passato, va ricercato nella felice frequentazione che Bassanini e la sua famiglia ebbero, e ANTONIO BASSANINI ancora oggi hanno, con la nostra città, quando nel ‘38 decise di costruire una COSTRUTTORE villa di delizia nella località di Sant’Ambrogio Olona. La dimora, ancora oggi di DEL NOVECENTO proprietà della famiglia, affacciata con il parco su di uno splendido panorama, offrì poi sicuro rifugio alla stessa durante la guerra. E particolarmente nei A cura di Chiara Bassanini, Giovanna Franco Repellini periodi in cui Milano fu sventrata dai pesanti bombardamenti. Bassanini e Andrea Strambio De Castillia trasferì a Sant’Ambrogio Olona anche gli uffici e fu in grado, ricorrendo a capacità organizzative sue e dei monsignori Vittore Maini e Ambrogio Trezzi, Dal 10 novembre 2023 al 4 febbraio 2024 di ospitare alcuni perseguitati del regime, soprattutto ebrei, destinati a Castello di Masnago, Varese Dal martedì alla domenica, dalle ore 9.30 alle ore 12.30 morte certa nei campi di sterminio. La vicinanza con la Svizzera permetteva l’espatrio e questo servì alla salvezza di molte persone. Fu poi la delazione e dalle ore 14.00 alle ore 18.00 Ance Varese di una dipendente a interrompere la possibilità di mettere in salvo altre vite. Via Cavour 32, Varese Ma la gratitudine e l’esempio dimostrato in quell’occasione sono rimaste Dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 18.00 nel cuore di chi sa. Non è dunque un omaggio qualunque quello che merita Su appuntamento (Tel. 0332 830030) una così nobile figura di imprenditore, votato al bello e al buono. Visse gli ultimi anni della sua vita in Varese, dopo la buia parentesi dei rapimenti negli Patrocinio di Archivio del Moderno, Università della Svizzera Italiana, Collegio Geometri e Geometri laureati della Provincia anni ‘80 che lo costrinse a rifugiarsi oltreconfine. Appena le condizioni lo di Varese, Confindustria Varese, Ordine degli Architetti consentirono rientrò a Varese, dove si spense il 16 dicembre 1997 nella sua di Varese, Ordine degli Ingegneri della Provincia di Varese, UCID Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti bella casa, ancora oggi amata residenza di famiglia.

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HYDROSERVICE HA SCELTO ELMEC SOLAR PER LA PROGETTAZIONE E INSTALLAZIONE DI UN IMPIANTO FOTOVOLTAICO SUL TETTO DEL PROPRIO CAPANNONE PRODUTTIVO Hydroservice ad Elmec Solar per l’ installazione di un impianto fotovoltaico da 100 kWp sul tetto del proprio capannone produttivo.

L’energia solare fotovoltaica sta emergendo come un’importante alleata nell’impegno delle aziende verso un futuro sostenibile. Questa fonte di energia non solo promette di ridurre i costi energetici, ma rappresenta anche un passo

energetico. “Abbiamo scelto di collaborare con Elmec Solar perché

a una riduzione delle emissioni di carbonio. Molte imprese, guidate dalla volontà di migliorare la propria reputazione aziendale e di godere di vantaggi economici a lungo termine, stanno ora investendo in questa forma di energia pulita. Un esempio notevole di questa tendenza è rappresentato da Hydroservice, u n ’ a z i e n d a italiana con quasi cinquant’anni di storia e una solida esperienza consolidata in campo oleodinamico. Hydroservice si è Italia e nel mondo come azienda di ingegneria in grado di progettare e realizzare impianti con processi innovativi unici e personalizzati, con una dedizione particolare alla qualità, passione e cura ai dettagli. L’azienda opera principalmente nei settori industriali, petrolchimico, oil&gas ed energia.

continuità non solo nella manutenzione dell’impianto, ma anche nella gestione di tutte le pratiche burocratiche necessarie per la sua realizzazione. L’attuale impianto fotovoltaico installato sul tetto del nostro capannone produttivo ha una potenza di 100 kWp ed è composto da 238 moduli Sunpower P3 ed inverter Solaredge. Le nostre stime indicano che questa iniziativa comporterà una diminuzione di circa 60 tonnellate di CO2 all’anno” Valerio Berra - Manager Director di Hydroservice. In un periodo in cui l’attenzione alla sostenibilità e alla riduzione delle emissioni di carbonio è sempre più cruciale, l’iniziativa di Hydroservice di adottare l’energia solare fotovoltaica conferma il suo impegno a lungo termine verso un futuro più verde e sostenibile. Questa partnership con Elmec Solar non solo ha contribuito a ridurre le emissioni di CO2, ma ha anche reso Hydroservice un esempio positivo per altre aziende che desiderano seguire la strada della sostenibilità ambientale. Con la continua crescita dell’energia solare fotovoltaica, il futuro sembra promettente per le aziende che abbracciano questa fonte di energia pulita.

Da tempo, Hydroservice si impegna con determinazione nella promozione del risparmio energetico e nell’attenta gestione dell’impatto ambientale derivante dal proprio processo avanti nel migliorare queste pratiche trasferendo la sua sede in energetico. Nonostante questi notevoli progressi, Hydroservice sostenibilità attraverso una collaborazione con Elmec Solar, azienda del Gruppo Elmec, per l’installazione di un impianto

elmecsolar.com INFORMAZIONE PUBBLICITARIA


ARTE

L’armonia del segno

CHE INSEGUE LA VERITÀ Luisa Negri

Le sue linee e i suoi tratti rappresentano “segmenti di vita”. Un lavoro che è “un po’ preghiera, un po’ dubbio, un po’ lamento”. Intervista a Giovanni La Rosa, l’artista varesino, siciliano di origine, che da cinquant’anni con pennino e china dà vita ad una costante ricerca che guarda all’uomo e alla storia, “dentro e intorno a me”

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PH. GIORGIO LOTTI

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ella sua patria siciliana Giovanni La Rosa, nato nel 1936 a Caccamo, conserva tutti i ricordi dell’infanzia. Di un vivere semplice e genuino ma fatto di impegno, di una serietà che lo ha accompagnato da subito. Come l’amore per il disegno, verso il quale ha sentito, ancora giovanissimo, già negli studi scolastici elementari e ginnasiali inframmezzati dalla guerra, un trasporto superiore a ogni altro interesse. A ispirarlo, più che la campagna e il castello di Caccamo, sono state le piccole o grandi chiese, come il Duomo di Monreale. E ancor più che i mosaici e le preziose tessere, oggetto della sua attenzione erano le scritte, delle lettere e dei numeri, incise con stupefacente nitidezza. Il sole batteva un giorno forte e chiaro sui muri. E, ricorda ancora oggi, il suo sguardo di giovane allievo della Scuola d’Arte Palermitana correva con inaspettata meraviglia su quei levigati segni che univano tra loro, nell’incalzare dei giorni e della storia, grammatica e matematica:

“Ho messo subito da parte, perché non era nei miei interessi, il richiamo della solita retorica del paesaggio mediterraneo, con le palme, gli agrumi, i colori forti e tutto quanto fa Sicilia. Mi incantavano invece la perfezione e la nitidezza di quelle lettere e di quei numeri. Sentivo che proprio lì c’era la storia, lì c’era il mistero antico, il senso della vita anche della mia terra che ti spinge a fare certe scelte piuttosto che altre. Quella è stata la mia”.


A proposito di lavoro, quali le scelte parallele alla vita d’artista? Avendo fatto la scelta scolastica giusta per me, avevo ottimi voti, vinsi un viaggio-premio a Milano. Fui subito notato da qualche imprenditore che cercava buone mani capaci di raccontare nuovi prodotti da far conoscere al mercato. Fu l’inizio di un lavoro che mi diede grande soddisfazione e mi avvicinò appunto a Milano, città che mi seduceva per la sua varietà di idee e progetti di lungo raggio. Me ne accorsi quando visitai per la prima volta la Triennale e lì davvero mi si aprì un mondo che neppure immaginavo. Da allora le mie attitudini artistiche sono state supportate da una professionalità parallela che mi faceva lavorare su progetti e idee concrete, ma mi permetteva insieme di assecondare i miei sogni privati. Ho lavorato da subito anche per alcune aziende di moda, come Bellanca e Amalfi, che mi richiesero cataloghi ma anche scenografie e disegni per le loro sfilate a Palermo nel ‘59, fidandosi della mia arte pulita e lineare. Poi ebbi diverse collaborazioni anche per l’editore Palumbo, illustravo libri per ragazzi e anche questo è stato un piacere immenso. L’insegnamento dell’arte nelle scuole superiori mi ha poi permesso di continuare a fare quel che mi piaceva. Sono nate al Nord anche l’amicizia con Munari e Morandini. Com’era il rapporto con loro? Del primo ho apprezzato la sua capacità di inventare oggetti particolari, come la famosa lampada. Il secondo, con cui ho sempre condiviso anche l’impegno nell’Associazione

Liberi artisti di Varese, si è rivelato, oltre che un grande artista di caratura internazionale, un amico carissimo. Una persona alla quale voglio bene da sempre. Quante ore lavora oggi? Cinque al giorno, una volta molte di più, stavo giornate intere, ma gli anni passano e non posso esagerare. Mi accorgo che non devo pretendere troppo da me stesso come ho fatto in passato. E poi il mio lavoro mi chiede sempre più attenzione tecnica e mentale. Munari mi paragonava a un computer, scherzava ma sapeva quanto il mio preciso lavoro fosse teso al limite del possibile. All’imperdonabilità dell’errore mentale e manuale. Come si raggiunge questa precisione del segno e con quale tecnica? Uso da sempre la china e pennini che fatico ormai a trovare, ma nel tempo ne ho fatte delle scorte enormi. E lavoro su tela, a mano libera. La tela rende più facile lo scorrere del pennino, in un lavoro che non ammette correzioni. Alcune di queste ottime tele che uso mi sono arrivate dallo studio di Lucio Fontana. La mostra della scorsa estate a Villa Mirabello per celebrare i suoi cinquant’anni di attività, che richiama quella dell’82 con Caminiti, Assessore alla Cultura di Varese, nella stessa sede, ha avuto un ottimo gradimento e ha portato alla conoscenza del pubblico opere recenti, di grande impatto visivo. Mi hanno fatto notare in molti che gli ultimi lavori, di dimensioni maggiori e di grande impegno tecnico prospettico, rivelano, nella sovrapposizione di linee tra cerchi e altri elementi geometrici, uno scatto in avanti verso la tridimensionalità. Hanno richiesto giorni e giorni di lavoro e un’attenzione costante. Nascondono certi piccoli segreti, come la polvere di ceramica spruzzata per rendere leggerissime velature, o per assecondare luminescenze coloristiche con effetti di accesa luminosità o di rotondità. Quali nuovi progetti ha? Non nascondo di avere in vista altri progetti dopo la mostra che mi ha dato

PH. PIETRO BIANCHI

Oggi Giovanni La Rosa si racconta nella casa dove ha portato il suo nuovo studio, dopo quello (di anni di lavoro) nel palazzo e nel cuore antico del Broletto di Varese. Sulla parete alle sue spalle piccole opere rimandano alle prime produzioni e fanno pensare alle minute preziosità narrative dei mosaici, dove segni, lettere e simbologie riportano a reminiscenze dell’arte più antica. Il lavoro di La Rosa, paziente e perfetto, è dono umile e insieme superbo di un artista e di un uomo giusto, che da sempre cerca il meglio. E che, mentre affonda dentro se stesso lo sguardo acuto, per avere conferme, consegna agli altri, in anni di impegno tra importanti mostre in Italia e all’estero, fondamentali lembi di verità. Da leggersi e conservarsi (attenzione) come codici preziosi.

Composizione plastica, tecnica mista, 1982. A sinistra, l’artista nel suo studio, 2023 75


ARTE

GIOVANNI LA ROSA

grande soddisfazione per i miei cinquant’anni con l’arte. Ma intanto guardo al cammino intrapreso e anche questa volta mi interrogo e mi rispondo che ho fatto tutto quello che volevo, senza guardare a mode correnti. Quello che posso dire, e mi importa, è che sono stato coerente in tutto il mio lavoro. Si è parlato di spiritualità nella sua opera. C’è un senso religioso? Sì, come ha rilevato anche l’Assessore alla Cultura di Varese Enzo Rosario Laforgia a Villa Mirabello, è proprio così. Se continuo a lavorare, e non mi posso fermare, è proprio perché continuo a cercare. Dentro e intorno a me. Guardo alla storia e guardo all’uomo. Fino ai primi segni incisi sulla roccia. Lavoro perché sento che devo scoprire sempre di più, che il mio gesto mi avvicina a quella verità che sto inseguendo. Un po’ preghiera, un po’ dubbio, un po’ lamento. Questo rappresentano le tante linee, i tanti segmenti del mio lavoro. Sono tutti segmenti di vita. E quanti ancora ne vorrei tracciare. Ma più lavoro, più mi accorgo che la vita è comunque breve e vorresti averla riempita, aver dato ancora di più.

Tavolo d’artista, Ø cm 90, 2013. Realizzato in 9 esemplari da Cromoflash

E la musica c’entra con la sua scrittura d’artista? Certo, la musica ha molto a che vedere con la matematica e quindi con la mia arte che si nutre anche di numeri. Cerco anch’io l’armonia con i miei numeri, con la mia inesorabile esattezza di composizione. Ho alcune opere in cui mi sono ispirato a Mozart. Le ho fatte capovolte, invertendo la parte alta con quella bassa, dopo aver letto che Mozart per realizzare una sua composizione musicale, non riuscendo a trovare un finale appropriato, capovolse lo spartito, mettendo all’inizio la parte finale della composizione e viceversa.


DI MODA

IL NATALE 2023

è brillante Silvia Giovannini

Regali, regali, regali: come saranno le festività natalizie 2023? Da una parte, la necessità di avere i piedi per terra e fare i conti con il momento economico che stiamo vivendo, dall’altra la più che comprensibile voglia di sognare, spinta da quell’atmosfera di festa diffusa un po’ ovunque, appena messe via le zucche di Halloween

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omplici i social, le idee d’oltre oceano, dalla neve glitter all over ai Christmas Basket carichi di sorprese pensate per far felici i propri affetti. Un trionfo del tanto, spesso del troppo, probabilmente frutto di quel legittimo desiderio di festeggiare e folleggiare ancora sull’onda del post pandemia. I dati però parlano chiaro: secondo Nielsen IQ quest’anno, in linea con lo scorso, sarà all’insegna della sobrietà, ma questo non significa che si debba rinunciare ai festeggiamenti. Nascono nuove attitudini, sulla base di nuove consapevolezze e comportamenti d’acquisto più ragionati. Fresca e apprezzabile tendenza è quella dell’economia circolare delle feste: dalle confezioni ecosostenibili, agli addobbi green, all’acquisto di prodotti di seconda mano, anche nel settore lusso. Secondo un’indagine di Wallapop, uno dei nomi più noti nella compravendita del second hand, in collaborazione con mUp, 6 italiani su 10, con maggior propensione tra i 25 e 34 anni, a Natale prenderanno in 77


DI MODA

NATALE 2023

considerazione questo tipo di scelta, optando per un modello di consumo più responsabile, ma non per questo meno di classe. Un recupero che si concilia perfettamente con quella riscoperta delle tradizioni del gusto che spinge a privilegiare la riscoperta della casa, della tavola domestica allestita a festa e delle ricette di famiglia. Cibi della nostra storia accompagnati da prodotti locali e poche ma ricercate preziosità

Nuova tendenza è quella dell’economia circolare delle feste: dalle confezioni ecosostenibili, agli addobbi green, al riutilizzo anche nel settore lusso per arricchire pranzi, cene e aperitivi, più in linea coi tempi, meno opulenti del passato, ma sempre iper-raffinati. Perfetto nella sua purezza o come ingrediente chiave di piatti scenografici, immancabile protagonista è il salmone norvegese. Pesce nobile originario dei freddi mari del Nord, famoso per il suo incredibile viaggio dalle fresche acque del fiume a quelle salate del mare aperto, è il prodotto di punta del marchio Fjord di Agroittica (acquistabile anche nel negozio di via per Cassano 120 a Busto Arsizio). È un pesce dal gusto deciso e con piacevoli nuance di affumicatura, tipiche del legno di faggio. Per impreziosire il menù, il consiglio dell’Enoteca Bottazzi 1957 di Besozzo (via Roncari 30) e Lavena Ponte Tresa (piazza della Repubblica 8), è una chicca per gli intenditori. Per questo Natale, la storica bottega consiglia di brindare insieme ai propri affetti con lo Champagne Richomme La Fusionelle. La Fusione, in senso letterale e figurato. L’unicità sta infatti in un assemblaggio strettamente legato a quello di diversi Chardonnay. “Qualunque sia l’occasione di degustazione, è con delicatezza che questo Blanc de Blancs rivelerà la sua finezza e freschezza”, spiegano gli esperti di Bottazzi. Sognare in grande è lecito e non solo a tavola. Abbiamo chiesto ai commercianti varesini di suggerirci delle idee uniche per regali preziosi. Per Andrea Paternostro della omonima gioielleria di Legnano (corso Garibaldi 4), la parola d’ordine è brillare. La collezione d’oro Together di Pomellato è regalo perfetto come pegno d’amore, di qualsiasi tipo. Nata, infatti, come omaggio alla passione per la lavorazione artigianale secondo la maison meneghina, unisce linee fluide e finiture morbide alla preziosità delle pietre che esaltano e colorano il gioiello. Cristalli e diamanti anche per la collezione Joyful di Chantecler, che trae ispirazioni dall’haute couture degli anni ‘50, dando vita a oggetti prêt-à-porter dalle forme sinuose e delicate. I colori pastello illuminano le pietre dando vita a giochi di luci che evocano le atmosfere mediterranee isolane capresi alle origini del marchio. Gioielli sogno d’estate anche durante la fredda stagione. L’orologio cosmopolita è, invece, il must have del 2023 secondo Nicora 78


Gioielli di Varese (via Manzoni 14). Non plus ultra dell’eleganza, il Rolex Oyster Perpetual GMT-Master II è stato progettato per indicare simultaneamente l’ora di due fusi orari. Robusto, funzionale, ma nel contempo molto signorile, in particolar modo nella nuova versione Rolesor in acciaio Oystersteel e oro giallo 18 kt. Il segnatempo perfetto per donne e uomini che girano il mondo. Il bracciale Jubilee unitamente alla nuovissima lunetta con indicazione delle 24 ore realizzata in Cerachrom grigio/nero, riportano al glorioso passato di questo iconico modello.

6 italiani su 10, con maggior propensione tra i 25 e 34 anni, a Natale prenderanno in considerazione un regalo “second hand”, optando per un modello di consumo più responsabile, ma non per questo meno di classe

Per chi ama il territorio e privilegia gli accessori unici, un’idea inedita quanto glam è la borsa omaggio al capoluogo: la 21100 Bag creata quest’anno dalla Valigeria Ambrosetti di Varese (via Mazzini 6). Una handbag in pelle dallo stile inconfondibile e con design esclusivo, da indossare a spalla o crossbody, scegliendo a piacimento fra le due tracolle in dotazione, una “classica” in pelle ton sur ton e una più grintosa in nastro personalizzato con il logo multicolor della storica Valigeria. Chicca nella chicca la dust bag in dotazione è una vera e propria shopper multiuso da utilizzare come borsa portadocumenti, per la spesa o per il tempo libero.

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SPORT

LA STOCCATA VINCENTE

contro il destino Andrea Della Bella

Tutto inizia con un titolo italiano nella Categoria Pulcini a 9 anni, seguito dai successi nazionali nell’Under 14 e 20. Che quello della fiorettista Marta Cammilletti fosse un talento innato lo si è visto subito dai primi passi sulla pedana. Ma a fare dell’atleta dell’Accademia di scherma di Busto Arsizio una vera campionessa non è solo il palmares, ma la capacità di non arrendersi mai ad avversità e infortuni. Dopo ogni caduta, la pronta risalita. Fino all’ultimo podio: medaglia d’argento nella Coppa del Mondo circuito satellite

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a pedana come punto di riferimento, la famiglia e lo staff tecnico come fossero un’unica squadra. E poi il sorriso come arma per affrontare la vita e ribaltare i rovesci che per due volte, nel corso della carriera sportiva, l’hanno costretta a posare (temporaneamente) il fioretto. Marta Cammilletti ci accoglie in quella che è la sua casa sportiva con un sorriso ampio, rassicurante e che dice molto di questa atleta, mamma e imprenditrice. Fuori scivola via una uggiosa giornata autunnale. Dentro, nel salone di allenamento dell’Accademia di scherma di Busto Arsizio, head quarter della Pro Patria Scherma, c’è silenzio. Gli spazi vuoti e senza atleti sembrano ancora più grandi di quanto siano nella realtà. Marta lì è a proprio agio. Tra le pedane si muovono il suo maestro, Marco Malvezzi e Azzurra, la figlia della schermitrice eccezionalmente a casa da scuola, ma normalmente vicino alla mamma. “Anche se – racconta Cammilletti – ha scelto il calcio, lo sport del papà”. Milanese, nata a Garbagnate e cresciuta in pedana, Marta Cammilletti è

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un talento che sboccia prestissimo. A 8 anni è già nel giro degli agonisti e a 9 anni vince il titolo italiano nella Categoria Pulcini. Il primo di una lunga seria: seguono successi nazionali Under 14 e 20. Bruciando le tappe, l’esordio in nazionale arriva ai tempi del liceo, ad appena 16 anni e tre anni dopo il trionfo nel Campionato del Mondo Giovani. È lineare e sempre in crescendo il suo percorso sportivo, tanto che diventa atleta militare ed entra nel gruppo della Nazionale Olimpica. La più giovane in un gruppo


eccezionale in cui Valentina Vezzali è la punta di diamante. Ma dopo l’ascesa inizia, all’improvviso, la discesa. Ripida e non imputabile alla fiorettista. Viene smantellata la sezione militare del Fioretto. “La prima sliding doors della mia vita – spiega –. Nel giro di 24 ore devo decidere cosa fare del mio futuro. Dimissioni o trasferimento a Roma erano le due opzioni. Il mio lavoro nel campo della formazione, appena avviato dopo la laurea, è l’ulteriore complicazione”. Niente Roma, dimissioni e voglia di continuare con la scherma ad altissimo livello anche fuori dall’esercito: è questa la triplice scelta. Con la bellissima (in quel momento complicatissima) sorpresa di essere in dolce attesa di Azzurra. E matura forse in quel momento “la Marta Cammilletti” che conosciamo oggi: caparbia, obiettivi chiari, passione e volontà di ferro al servizio di un talento infinito e che sotto l’occhio di uno staff tecnico d’alta qualità viene migliorato di anno in anno. L’anagrafica cambia e Cammilletti migliora. Senza più la rete di protezione di essere atleta militare. “La situazione era complessa – interviene la fiorettista –. Stavo avviando la mia libera professione da imprenditrice e tutto all’improvviso viene messo in discussione”. In bilico fino alla nascita di Azzurra, perché 20 giorni dopo il parto la fiorettista riprende ad allenarsi. Ascoltate cosa dice: “Al Parco

Nord di Milano e sotto una nevicata ho ripreso a correre. Insieme ai fiocchi scendevano le mie lacrime. Di dolore e gioia. Stringo i denti e lavoro giorno dopo giorno. Passano tre mesi, rientro in gara a Chiavari, vinco e sul podio mi porto la mia piccola”. Si riprendere quota e senza un gruppo militare alle spalle Marta Cammilletti diventa vicecampionessa italiana negli Assoluti, però nel 2019, a 36 anni, arriva la rottura del crociato. Sembra finita. Infortunio ed età non giocano a suo favore. Siamo pure in pieno Covid. “Non posso operarmi e perdo mesi importanti. Ben sei di stop – continua l’atleta –. Dopo l’intervento, riparto con l’obiettivo di tornare in pedana”. Riabilitazione, palestra, allenamenti, ma anche mamma e imprenditrice, poiché l’attività professionale cresce di pari passo. E arriviamo al 2021: “Torno in gara a Ciserano per le qualifiche nazionali e vinco. Il mio obiettivo in quel momento era diventare la più forte al mondo della mia età”. Centrato qualche settimana fa: a Istanbul la campionessa è medaglia d’argento nella Coppa del Mondo circuito satellite. “Ho battuto tutti gli stereotipi grazie alla mia squadra, che conta mio marito Massimiliano, la mia Azzurra, la mamma Mara, gli zii Alberto e Simonetta, il mio maestro Marco Malvezzi, il preparatore Stefano Campari e lo staff della Pro Patria”. A Marta Cammilletti, una donna che è riuscita e rendere possibile ciò che per molti è solo inimmaginabile, si concede di snocciolare i nomi di chi non l’ha mai abbandonata. Tanto più che racconta le sue vite (di atleta, di mamma e di imprenditrice) come se tutto ciò fosse normale. E spiega in maniera semplice il perché: “Ho vissuto momenti bui, a livello sportivo ed economico. Di colpo ho perso lavoro e la possibilità di fare scherma nell’esercito, ma fin da piccola ho imparato a non scendere a compromessi e a non mollare. Non ho lasciato la scuola, l’Università, nemmeno il progetto di avere una mia professione e non ho mai abbandonato la scherma. Quando ho rotto il crociato, io e mio marito ci siamo guardati: non abbiamo detto una parola, ma entrambi sapevamo che sarei tornata a gareggiare”. Inossidabile Camilletti, un esempio per tanti e un punto di riferimento per la Pro Patria scherma e i giovani schermitori che frequentano le padane al Tessile di Busto Arsizio. 81


In cucina

Rubrica in collaborazione con Enoteca Bottazzi 1957, Besozzo enotecabottazzi.it info@bottazzi1957.com

GNOCCHI ALLA PARIGINA Ingredienti per 6 persone 250 ml di acqua 75 gr di burro 150 gr farina 3 uova intere 1 cucchiaio da caffè

di noce moscata Sale e pepe q.b. Per la salsa 300 ml di besciamella 30 gr di grana grattugiato

L’Etna rosso di casa Villagrande La famiglia Nicolosi ha un legame con il territorio etneo da oltre 700 anni, da quando il Vescovo di Catania affidò loro il compito di trasformare le impervie terre del vulcano in “deliziosi giardini”. Fu così che iniziò la loro storia vitivinicola, che culminò con il conferimento a don Carmelo Nicolosi del titolo nobiliare di Barone di Villagrande. Nel 1869 Paolo Nicolosi creò la nuova cantina di vinificazione e affinamento dove si vinificava separatamente le uve, pratica fino ad allora quasi sconosciuta. Nel 1968 Carlo Nicolosi ha contribuito alla stesura del disciplinare della DOC Etna in quanto docente universitario di enologia e tecniche alimentari all’Università di Catania. Oggi Marco Nicolosi porta avanti la tradizione di famiglia con uno sguardo sempre attento al futuro. Il territorio dell’Etna è unico: le temperature e le precipitazioni sono influenzate dal vulcano e la caratteristica fondamentale è l’escursione termica che conferisce al vino estratto e acidità, mantenendo una gradazione alcolica mediamente più bassa rispetto al resto della Sicilia. I vitigni che trovano la loro giusta consacrazione sono i rossi Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio e il bianco Carricante. L’Etna rosso Doc nasce da un 80% di Nerello Mascalese e un 20% di Nerello Cappuccio e Nerello Mantellato, dopo una fermentazione in acciaio per circa 7 giorni, affina in botti di castagno da 500 litri per 12 mesi. Il vino è rosso rubino scarico, tipica caratteristica del Nerello Mascalese, al naso si sentono subito la viola, il glicine e una parte fruttata di sottobosco, seguita da leggere note erbacee e spezie. In bocca si percepisce immediatamente la frutta rossa, un tannino piacevole e non aggressivo si avverte al palato, l’acidità lo rende estremamente gradevole alla beva, retrogusto intenso e persistente. Si abbina a primi succulenti e a carni rosse arrosto. Sommelier Bruno Bottazzi

Procedimento Per preparare l’impasto, scaldare in una pentola fonda l’acqua leggermente salata, sciogliere il burro e quando prende bollore, aggiungere la farina in una sola volta, mescolando rapidamente. Ridurre il calore, lavorare l’impasto fino a quando non si stacca dalle pareti della pentola: ci vorranno più o meno 10 minuti. Togliere dal fuoco, far intiepidire, incorporare un uovo alla volta. Salare e pepare. Con questo composto, riempire una sacca da pasticceria con “bocchetta” da 1,5 centimetri per poi farlo cadere a piccoli pezzi nell’acqua salata a bollore. Quando gli gnocchi vengono a galla sono cotti, quindi è ora di ritirarli con la paletta bucata e disporli in una pirofila imburrata ben staccati fra loro. Aggiungere quindi la besciamella senza superare la superficie degli gnocchi e una spolverata di grana, per poi infornarli a 200 gradi. Quando gli gnocchi saranno gonfi e gratinati, saranno pronti per essere serviti a tavola.

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Motori

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VOLKSWAGEN TIGUAN TERZA GENERAZIONE, LA CARISMATICA Diesel, ma anche ibrida plug-in da 100 km o Mild Hybrid da 48V per la riduzione di consumi ed emissioni: ecco la nuova versione della Sport utility della Casa di Wolfsburg Matteo Dall’Ava

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lla concessionaria Volkswagen Martignoni di Busto Arsizio è in arrivo la nuova Tiguan. La terza generazione dello sport utility bestseller della Casa di Wolfsburg si rinnova nel design degli esterni e si evolve nella tecnologia. Il cofano anteriore è diventato più prominente e confluisce nella zona dei parafanghi con delle forme più fluide. La vera e propria griglia del radiatore con le prese d’aria è posizionata nel paraurti. Agli estremi sono presenti le air curtain, che deviano il flusso d’aria verso i passaruota per migliorare l’aerodinamica e raffreddare i freni. Le fiancate vigorose vantano dettagli sportivi con il montante A leggermente più inclinato. Sul posteriore si evidenziano il grande spoiler del tetto e gli elementi aerodinamici laterali sui montanti D. Un design che si modifica anche di notte, con la presenza di una barra trasversale fra i fari, illuminata a seconda degli allestimenti. Questi adottano la tecnologia Led HD Matrix da19.200 multipixel. Anche la firma del posteriore varia per adottare una nuova barra trasversale a Led. La nuova VW Tiguan si basa sull’ultimo livello evolutivo della piattaforma modulare trasversale: la MQB evo. Gli

ultimi sviluppi tecnologici realizzati con questa piattaforma migliorano la Tiguan praticamente sotto ogni aspetto, a partire dalla nuova zona del cockpit. Questa comprende il nuovo Digital Cockpit dall’aspetto di un tablet disposto in orizzontale, un ampio display dell’infotainment, un display head-up (sul parabrezza) e un nuovo rotore multifunzione con display Oled integrato. I sedili, infine, oltre ad essere riscaldati o ventilati, hanno la funzione di massaggio dei punti di pressione a 10 camere. Importanti novità anche nelle motorizzazioni eHybrid ed eTSI. Il primo è un ibrido alla spina con una nuova

batteria da 19,7 kWh e un’autonomia completamente elettrica di circa 100 km. Un motore elettrico che accoppiato al nuovo turbo benzina 1.5 TSI evo 2 offre due potenze di sistema da 204 oppure 272 CV per autonomie totali da circa 1.000 km. Al sistema plug-in hybrid appena descritto si aggiungono due nuovi motori mild hybrid da 48 V, in grado di fornire una potenza di 130 CV e 150 CV. Questo ibrido leggero ha un sistema di gestione automatica dei cilindri (ACTplus). Inoltre, tutti i quattro modelli ibridi dispongono della trazione anteriore. Tiguan verrà commercializzata in Italia anche con due motori turbodiesel a quattro cilindri da 2 litri. A chiusura, il nuovo telaio adattivo per una guida che assume caratteristiche più neutre, più stabili, più agili e più precise. Il resto delle novità e il listino saranno disponibili in concessionaria a partire dal primo trimestre 2024.

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PORSCHE MACAN, LA PREDESTINATA La casa automobilistica di Stoccarda presenta la nuova versione della sport utility compatta dalle prestazioni incrementate, design affilato e un innovativo concept di comando. Disponibile in quattro versioni: Macan, T, S e GST Matteo Dall’Ava

P

apaya metallizzato, Blu Genziana metallizzato, nonché Verde Pitone: ecco i colori icona della Porsche Macan, la sport utility di medie dimensioni della casa di Stoccarda. Macan, T, S e GST: delle quattro versioni disponibili, probabilmente gli unici elementi in comune a tutte sono la lunghezza di 4 metri e 73 centimetri, il cambio a sette rapporti e il sistema di trazione integrale. Il resto, anche grazie al programma

Porsche Exclusive Manufaktur, varia a seconda dei desiderata del cliente. A partire dalla motorizzazione con il motore biturbo V6 da 2,9 litri della GTS, capace di sviluppare 440 CV e in grado di tagliare gli 0-100 km/h in appena 4,3 secondi fino a toccare i 272 km/h. Stesso motore nella versione S che utilizza, però, i suoi 380 CV per coprire gli 0-100 km/h in 4,6 secondi per una velocità massima di 259 km/h. L’ingresso nel mondo della Macan è accompagnato, invece, da un motore quattro cilindri in linea sovralimentato di nuova concezione da 265 CV. L’accelerazione standard fa segnare 6,2 secondi e la velocità massima arriva a

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232 km/h. Cambiamenti che non riguardano solo il cuore endotermico del suv compatto tedesco. Porsche, infatti, per questo terzo aggiornamento ha ottimizzato il telaio. Ciò consente a Macan di reagire in modo ancora più sensibile e diretto alla situazione di guida e alle condizioni della strada restituendo al conducente un feedback ancora migliore tramite il volante di derivazione 911. A tal fine, le caratteristiche degli ammortizzatori Porsche Active Suspension Management (PASM) sono state adattate specificatamente per ogni modello. Il sistema regola attivamente e continuamente la forza dell’ammortizzatore per ogni singola ruota. Il PASM è optional sulla Macan, mentre è di serie sui modelli S e GTS. Su quest’ultima versione, il potenziale dinamico di guida è moltiplicato dai cerchi da 21 pollici, dal sistema Torque Vectoring Plus che ripartisce in maniera variabile la coppia alle ruote posteriori e dal pacchetto Sport Chrono. In questo caso, un selettore posto sul volante, consente di regolare in chiave sportiva il motore, il telaio e la cambiata. A 10 anni dalla sua uscita sul mercato Macan è diversa, eppure sempre uguale, nel pieno della filosofia Porsche. La piccola tigre (traduzione del termine “Macan” dall’indonesiano) adotta una serie di cambiamenti nel design degli interni, come nelle linee esterne, passando da una diversa consolle centrale a una rinnovata mascherina frontale o al distinto diffusore posteriore. Particolarità che consigliamo di apprezzare personalmente andando a visitare il Centro Porsche Varese. Sono diverse le versioni disponibili in pronta consegna. Macan sarà il primo modello della Casa di Zuffenhausen nata endotermica, ma desinata a diventare 100% elettrica. 87


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RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE

TERZA PAGINA

DAL WEB

COMUNICARE

Per fare un podcast ci vuole una storia

Verso il futuro sul Tram 28

La metamorfosi dei social network 89


CULTURA E DIGITALE

Terza pagina

Lisa Aramini Frei

Foto di Mattia Martegani

PER FARE UN PODCAST

ci vuole una storia È forse possibile avvicinare bambini e adolescenti alla mitologia classica, grazie ai supereroi dei fumetti? Oppure far conoscere Italo Calvino, spiegando il rapporto che lo scrittore aveva con l’avocado? A quanto pare, sì. A sostenerlo le esperienze di due podcaster, Chiara Alessi e Diego Cajelli, raccontate nel corso di un panel organizzato nell’ambito del Festival Glocal 2023

C’

è chi preferisce verso un contenuto è sempre usarli come più necessario, perciò, sottofondo di una mettere in campo strumenti passeggiata con il cane per di montaggio e giochi di strada oppure mentre stira i voci in grado di coinvolgere, vestiti freschi di asciugatrice. dall’inizio alla fine della storia, Chi invece preme il tasto chi sta dall’altra parte delle play durante la spesa al cuffie. Oltre a stratagemmi supermercato e chi ancora fatti di suoni scoppiettanti e di corsa in pista durante un ritmi incalzanti, ad interessare allenamento: i podcast veramente chi entra per vengono ascoltati la prima volta nel ogni giorno da mondo dei migliaia di podcast è italiani in solo un momenti aspetto: imprecisi la storia. della In un giornata, momento nell’arco storico Chiara Alessi del in cui le cosiddetto vicende tempo di cronaca interstiziale, spesso nera sembrano senza neanche catalizzare affascinare una sempre più il 100% dell’attenzione ampia fetta di ascoltatori dell’uditorio. abituali, due podcaster Per riuscire a catturare sono riusciti a ritagliarsi, e mantenere le orecchie con astuzia e sapienza, la dell’ascoltatore ben tese propria fetta di ascolti in

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ambiti differenti. Si tratta di Chiara Alessi, con il podcast giornaliero “Certe Cose”, in cui racconta singolari tipologie di collegamenti fra oggetti di uso ordinario e fatti storici memorabili e Diego Cajelli, autore dei testi ascoltabili in “Super!”, un appuntamento dedicato ai ragazzi, in cui i supereroi dei fumetti vengono paragonati ai grandi personaggi della mitologia greca. Alessi e Cajelli, nel corso di un panel organizzato nell’abito del Festival Glocal 2023 di Varesenews, hanno raccontato le loro esperienze, il loro stile narrativo e quali, a loro avviso, sono gli elementi chiave per creare un buon prodotto audible. Fil rouge di entrambe le testimonianze: le pregresse conoscenze artistiche messe al servizio dell’attività di podcasting. “L’apprendimento e l’arte – spiega Chiara Alessi, che

Diego Cajelli

oltre ad essere una podcaster è anche esperta di design – sono una sorta di rifugio dalla realtà, in questo periodo storico particolarmente cupa. L’arte di per sé è una coccola per l’animo, in grado di ricordarci, sotto diverse forme, che siamo in grado di fare cose meravigliose. Nel podcast ho trovato un ottimo media in grado di soddisfare un tipo di racconto dinamico, capace di intersecare due forme d’arte energiche per eccellenza: il teatro e la musica”.


I podcast vengono ascoltati ogni giorno da migliaia di italiani in momenti imprecisi della giornata, nell’arco del cosiddetto tempo interstiziale, spesso senza neanche catalizzare il 100% dell’attenzione dell’uditorio

PH. KASPARS GRINVALDS / STOCK.ADOBE.COM

Attraverso una serie di tweet quotidiani, scritti durante il periodo pandemico, in cui Chiara raccontava le vicende dietro ad oggetti di design noti (più o meno) a chiunque, è arrivata oggi a spiegare, con puntate quotidiane in collaborazione con Il Post, il collegamento, apparentemente ambiguo, tra oggetti ordinari e personaggi o eventi storici. Un esempio? Una puntata interamente dedicata al legame sconosciuto tra Italo Calvino e l’avocado oppure una su Vittorio Gassman e la relazione con una mensa. Tutti modi alternativi di narrare storie sotto nuovi punti di vista. Partendo da tematiche differenti, ma utilizzando

lo stesso espediente del disorientamento iniziale dato dall’accostamento di due mondi che, all’apparenza, non hanno nulla in comune, Diego Cajelli, professore, sceneggiatore e fumettista, nei suoi podcast racconta invece i punti in comune dei grandi personaggi della mitologia greco-romana con i famosi superheroes dei fumetti, rivolgendosi ad un pubblico facilmente “distraibile”, ovvero quello composto da bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie. “Il podcast, di per sé, è l’erede naturale di quello che nell’antichità era il diffuso racconto orale – spiega Cajelli –, il principale metodo di trasmissione

Diego Cajelli: “Il mio obiettivo è far capire ai ragazzi che l’iconografia dei fumetti moderni è, in realtà, un erede lontano delle opere mitologiche” Chiara Alessi: “Nel podcast ho trovato un ottimo media in grado di soddisfare un tipo di racconto dinamico” delle conoscenze, prima dell’avvento della scrittura. Nell’antichità, di fronte ad un’opera d’arte greco-romana, anche il popolo meno colto era in grado di capire di che soggetti si trattasse e di comprenderne le vicissitudini. Questo tipo di racconto ha creato degli archetipi nella memoria collettiva, che oggi si possono riconoscere nella mitologia moderna dei

supereroi dei fumetti”. Partendo da questo principio, Cajelli costruisce una narrazione in cui accomuna eroi conosciuti a tutti, come l’Uomo Ragno, a personaggi come Perseo, spingendo i più giovani ad appassionarsi al fascino del racconto mitologico. “Le action figures e i comics – precisa Cajelli – altro non sono che rappresentazioni di miti, come accadeva nell’antichità: cambia solo il mezzo. Ai tempi dei romani si erigevano statue e si scrivevano poemi epici, ora gli eroi appaiono sulle pagine di albi illustrati e vengono raffigurati in colorate statuine di plastica. Il mio obiettivo è far capire ai ragazzi che l’iconografia dei fumetti moderni è, in realtà, un erede lontano delle opere mitologiche”. Per mantenere viva l’attenzione di chi ascolta, dunque, occorre individuare espedienti e modi insoliti per catturare l’ascoltatore. Tutti sono in grado di raccontare una storia, ma pochi sono capaci di lasciare il segno in chi ascolta. 91


CULTURA E DIGITALE

In libreria

Silvia Giovannini

Riccardo Comerio Il manuale del presidente “ESG” 2023

“Che sia donna o uomo non fa proprio differenza, l’importante è che abbia testa e cuore”. Un sottotitolo che è cuore, appunto, del nuovo lavoro dell’imprenditore, Presidente dell’Università LIUC, scrittore per vocazione. L’umanità è al centro della sostenibilità ambientale, sociale, di governance. Un leader ESG, spiega l’autore, dev’essere esemplare e sapersi organizzare alla maniera dei benedettini. Una riflessione a testa e cuore aperto, col contributo di Madre M. C. Borrelli dall’eloquente titolo: “Nel cuore dei monasteri la nuova ecologia”. comercole.it 92

Gennaro Sica Il Sorriso dell’Universo I libri di Pan, 2023

Joyce Dunbar Topo e talpa Aspettando il Natale Nomos, 2023 Un libro da leggere sorseggiando una cioccolata fumante e ascoltando canti di Natale vicino all’albero. Insieme ai bambini, ma anche semplicemente per sentirsi bambini. La serie di Joyce Dunbar, con le splendide illustrazioni di James Mayhew, prosegue con un trio di racconti dedicati al Natale: “Talpa di neve”, “All’improvviso” e “Un

incidente di percorso”. Due teneri amici, protagonisti del regno animale accompagnano al (e salvano il) Natale. Tra le pagine, i classici ingredienti delle feste con una spruzzata di tenerezza: la nevicata improvvisa e l’amico pupazzo di neve, il regalo geniale (il calendario dell’avvento!), le incombenze delle feste, le calze vicino al camino, un pensiero per Babbo Natale, le letterine. Non manca proprio nulla per entrare nello spirito delle prossime feste.

“Siamo profughi erranti/ per le vie dell’universo/ alla ricerca costante del Paradiso Terrestre./A me basta soltanto/il sorriso di una stella/per riempire di Luce/i miei Giorni Terreni”. I versi scelti per la quarta di copertina sono solo un assaggio del nuovo lavoro dell’autore varesino, avvocato per professione e poeta e artista per passione: oltre che liriche, realizza quadri e sculture con materiali vari, tra cui legno e conchiglie, ispirati al tema della forma primordiale e che omaggiano l’Amore, generatore di vita e difesa del mondo.

nomosedizioni.it

florenceartedizioni.com


I libri di queste pagine sono consultabili, anche in prestito alla Biblioteca “Mauro Luoni” di Confindustria Varese. Tel: 0332.251000. Email: biblioteca@confindustriavarese.it

CONSULTA IL CATALOGO WEB

Claudio Bollentini ANNO 1313. Badia di San Gemolo a Ganna Pietro Macchione, 2023

P. Tettamanzi, V. Minutiello ll bilancio degli enti del terzo settore Guerini next, 2023

Siamo nel 1313 dopo la morte di don Guglielmo de Parazzo, priore della Badia. Nel perimetro di fatti storici, un anonimo immaginario cronista, forse un monaco di Ganna, dispiega una narrazione che ha per protagonisti don Baldezaro, sapiente monaco in odore di eresia e Pietro Capuccio, converso assetato di conoscenza. L’autore, professionista della comunicazione varesino, nel 2018 ha vissuto nella comunità benedettina della abbazia della Novalesa in Piemonte. Di qui il libro “La Novalesa” e una serie di stimoli che hanno dato vita a un ente dedicato allo sviluppo di siti monastici.

attraverso esperienze difficili, per poi ritrovare, nel momento stesso in cui perdono la speranza, l’amore e la realizzazione dei propri desideri. L’autrice, scavando nel profondo dei protagonisti, li accompagna in un viaggio anche nel tempo, a partire dal Giappone medievale fino ai giorni nostri, quando i nodi si sciolgono nella catarsi.

Il tema della sostenibilità e degli indicatori ESG è sempre più centrale. Nel contesto non profit, l’entrata in vigore del Codice del Terzo Settore ha sancito l’inizio di una riforma del comparto, evidenziando il suo ruolo come punto di incontro tra pubblico e privato. Quali sono i mezzi per raggiungere le finalità sociali richieste agli ETS? Qual è l’impatto delle recenti riforme? Quali i benefici fiscali di cui godono gli Enti del Terzo Settore e a fronte di quali impegni? Un volume per rispondere a questi e altri quesiti, con un’analisi sugli ETS in Italia, arricchita da casi esemplari.

curciostore.com

liuc.it

macchionepietroeditore.it

Monica Caprari Camaleonti nella nebbia Curcio, 2023 Seguendo il susseguirsi delle stagioni, quattro storie, inizialmente distinte tra loro, si evolvono e si intersecano in un gioco camaleontico di stili e colpi di scena. I personaggi, apparentemente sconfitti, si riscattano nel corso della narrazione passando

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Dal web VERSO IL FUTURO SUL TRAM 28 Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network. Solo su

I Break Formativi in Sea

Spica festeggia 70 anni con due medaglie

Cosa sono i Break Formativi? Lo racconta in un video Sea, la società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate, che nel 2022 ha iniziato la fase sperimentale del progetto con tre eventi organizzati sugli scali, per un totale di 590 partecipazioni.

Elmec Informatica punta sulla cybersecurity

Cybercrime: crescono gli attacchi alle Pmi. CybergON, la business unit dell’azienda di Brunello, dedicata alla cybersecurity, ha promosso una giornata di confronto sul tema della sicurezza informatica nelle imprese e, con l’occasione, ha presentato il podcast dedicato.

L’azienda di Castiglione Olona, che produce lastre e film di pvc anche con materiale 100% riciclato, destinati alla creazione di carte (da quelle di credito a quelle da gioco, fino alle smart card) festeggia con due certificazioni di sostenibilità: EcoVadis 2023 e ISO 14001.

Family Day al Birrificio Angelo Poretti Il Birrificio di Induno Olona a ottobre ha aperto le porte alle famiglie dei dipendenti e alla stampa in un evento che ha chiuso simbolicamente le celebrazioni del mese del luppolo, ingrediente fondamentale e che contraddistingue da sempre il brand.

Spii presenta il futuro delle cabine di guida

L’azienda di Saronno, nel corso di Expo Ferroviaria 2023, l’unica fiera B2B dedicata al settore ferroviario in Italia, ha presentato un nuovo prodotto tramite la riproduzione di un simbolo di Milano: il tram 28. Un pezzo di storia come vetrina delle cabine di guida del futuro. 95


CULTURA E DIGITALE

Comunicare

Silvia Giovannini

La metamorfosi DEI SOCIAL NETWORK

‘‘S

e il servizio è gratis il prodotto sei tu”. Quella che oggi sembra un’ovvietà, non lo era affatto qualche anno fa e, anzi, con l’avvento dei social network, la comprensione di questo concetto è stato lo spartiacque tra gli utenti superficiali e quelli consapevoli. Non che questa consapevolezza sia contata alcunché nell’evoluzione delle cose ma, per chi opera nella comunicazione, è stata alla base di strategie più lucide. La questione della gratuità, tuttavia, è un tema che si ripropone ciclicamente ed è materia spinosa. Se per comprare un accessorio di abbigliamento siamo disposti a spendere e ad accettare un aumento, quando si parla di comunicazione, quell’aura di inconsistenza della materia fa guardare con sospetto a qualsiasi forma di pagamento. Siamo disposti a spendere per una crema, ma non per un articolo scientifico di approfondimento sugli

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ingredienti della cosmetica. Non parliamo poi della cronaca, che tanto viaggia anche su TikTok! Eppure, le abitudini cambiano e quello che sembrava impossibile diventa consuetudine. Ad esempio, quanti in passato hanno fatto i tripli salti mortali per non pagare il canone tv obbligatorio, ma oggi non potrebbero vivere senza Netflix? È per questo che la novità di Meta di introdurre in Europa una versione a pagamento di

Facebook e Instagram è guardata con seria curiosità e un po’ di sospetto. Con 9,99 euro (una cifra che sa di offerta al supermercato) al mese sul web e 12,99 per app, ci si potrà garantire un’esperienza d’uso senza interruzioni pubblicitarie. Una cifra che da marzo l’utente dovrà moltiplicare per ogni account collegato. Non poco, o non tanto, a seconda dei punti di vista. In soldoni in un anno la cifra che una famiglia di 4 persone spende

per una cena in una trattoria alla buona. Chi non vorrà la versione “upgradata”, potrà accontentarsi di un servizio gratuito alimentato dalla pubblicità a fronte di una garanzia di protezione dei dati personali, che ormai sappiamo quanto valga. Al di là delle difficoltà legate proprio a quest’ultimo tema che stanno dietro alla scelta di Meta, si aprono scenari da osservare sulla distanza. In primis, legati al diritto, già anticipati dallo scetticismo delle istituzioni. Poi etici: di fatto l’opzione discrimina la diversa capacità di spesa e, in modo più sottile, il diverso livello di consapevolezza degli utenti. Per i comunicatori anche altri interrogativi: quanto sono davvero disposte le persone a pagare per un servizio di comunicazione? Quanto la novità impatterà su risultati e modalità delle sponsorizzazioni? E sulle abitudini dei consumatori? Di certo si attendono sorprese.

PH. YURII MASLAK / STOCK.ADOBE.COM

Dal mese di novembre, Facebook e Instagram hanno introdotto la versione a pagamento: una decisione che cambia le carte in tavola nella comunicazione social e pone numerose domande. Una su tutte: quanto sono disposti i consumatori a spendere per un servizio?


PIAZZA SAN MAGNO - 20025 LEGNANO (MI) - TEL. +39 0331 452307 GIOIELLI@ANDREAPATERNOSTRO.IT - INSTAGRAM: PATERNOSTRO1972

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